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ARTICOLO n. 70 / 2021

STORIA DEL TEST DI VERGINITÀ

traduzione di Alice Guareschi

Nel 2017, i ricercatori dell’Università del Minnesota hanno pubblicato una sistematica revisione di tutte le ricerche peer-reviewed disponibili sull’affidabilità dei cosiddetti «test di verginità» in cui viene esaminato l’imene, e anche sull’impatto che hanno sulla persona che viene esaminata. Il gruppo di lavoro ha identificato 1269 studi. Le testimonianze sono state ricapitolate e valutate, per giungere a questa conclusione:

Lo studio ha scoperto che l’esame di verginità, conosciuto anche come delle «due dita», dell’imene, o esame per-vaginale, non è uno strumento clinico utile, e può essere fisicamente, psicologicamente e socialmente devastante per l’esaminata. Dal punto di vista dei diritti umani, il test di verginità è una forma di discriminazione di genere, così come una violazione dei diritti fondamentali, e, quando eseguito senza consenso, una forma di aggressione sessuale.

L’anno seguente, nel 2018, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e l’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile hanno diffuso una dichiarazione che chiedeva la soppressione dei test di verginità. Il comunicato affermava che «il “test di verginità” è una violazione dei diritti umani delle ragazze e delle donne, e che può incidere in modo negativo sul loro benessere fisico, psicologico e sociale. Il “test di verginità” consolida concetti stereotipati rispetto alla sessualità femminile e alla diseguaglianza di genere». Non esistono test di verginità attendibili. Si può dire se uno ha fatto sesso guardando tra le sue gambe, quanto si può dire se uno è vegetariano guardando il suo ombelico. Ciò nonostante, il fatto che la verginità non possa essere provata, testata o localizzata nel corpo non ha scoraggiato la gente dal sostenere il contrario.

Oggi, purtroppo, la verginità di una donna è ancora altamente quotata in giro per il mondo, il che ha portato, di conseguenza, alla creazione di dannosi rituali legati al mantenimento e alla prova della purezza sessuale, tuttora in vigore ai giorni nostri. Di solito questi test comportano la ricerca dell’imene intatto, o quello che è conosciuto come il «test delle due dita», cioè la verifica della strettezza vaginale. Questa pratica è stata segnalata in molti paesi, tra cui Afghanistan, Bangladesh, Egitto, India, Indonesia, Iran, Giordania, Palestina, Sudafrica, Sri Lanka, Swaziland, Turchia e Uganda. Il fgm National Clinic Group afferma che la mutilazione genitale femminile viene considerata «un mezzo per preservare la verginità di una ragazza fino al matrimonio (per esempio in Sudan, Egitto e Somalia). In molti di questi paesi, la mgf è vista come un prerequisito per il matrimonio, e il matrimonio è vitale per la sopravvivenza sociale ed economica di una donna». L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che, su scala globale, duecento milioni di ragazze siano state sottoposte a mutilazione genitale, in buona parte per preservare la loro verginità fino al matrimonio.

L’idea della purezza sessuale femminile come prerequisito per il matrimonio sta alla base di molte culture e religioni nel mondo. In Indonesia, ad esempio, il test di verginità rimane un requisito per le donne che vogliono arruolarsi nell’esercito o nelle forze di polizia. In tutta America vengono organizzati i cosiddetti «Balli della purezza», dove i padri portano le proprie figlie adolescenti a un «appuntamento»; la ragazza si impegna a rimanere vergine fino al matrimonio, e il padre, a sua volta, si impegna a proteggere la verginità di sua figlia fino a che non si sarà sposata (presumibilmente con un fucile e un qualche tipo di sistema d’allarme). Le donne possono ora farsi ricostruire l’imene per il mercato matrimoniale, e il business dell’imenoplastica va a gonfie vele. Nel 2016, la provincia sudafricana del KwaZulu-Natal ha introdotto una borsa di studio accademica per giovani donne che possono provare di essere vergini. E, nel 2017, il Comitato Investigativo russo e il ministro della salute, Vladimir Shuldyakov, hanno suscitato una grande indignazione ordinando ai medici di eseguire il «test di verginità» sulle studentesse, e di segnalare alle autorità chiunque venisse trovata senza imene.

Non solo la verginità è impossibile da provare, è anche piuttosto difficile da definire. Sembrerebbe molto semplice capire cosa sia, ma la certezza non regge poi così bene quando si comincia a titillarla un po’. Per essere più chiari, definire cosa vuol dire fare sesso per la prima volta può risultare più complicato del previsto. Se due ragazze fanno sesso, perdono la loro verginità? E se usano un dildo strap-on? Se una coppia eterosessuale colpisce la prima, la seconda e la terza base, ma viene eliminata alla quarta, in un caos sudato e soddisfatto, i due sono ancora vergini? Si può perdere la verginità da soli? Il rapporto deve per forza implicare una penetrazione pene-vagina? Se sì, questo esclude i rapporti omossessuali? Il gay pride è davvero un raduno di massa di vergini? E se una coppia eterosessuale fa solo sesso anale? Lui perde la sua verginità, ma tecnicamente lei conserva la sua?

Nonostante le numerose ricerche sull’argomento, l’imene è tuttora circondato da molte leggende. Ancora oggi la gente crede che fare ginnastica e andare a cavallo possano provocarne la rottura (non è vero), e fino alla fine degli anni ‘90 Tampax non ha smesso di rassicurare le giovani donne sul fatto che un assorbente interno non avrebbe «colto il loro frutto» (1988).

Persino il linguaggio che circonda la verginità è tendenzioso. Il concetto stesso di «perdere» o «conservare» la propria verginità suggerisce che, una volta persa, a noi tutti mancherà qualcosa e non saremo più interi. Suggerisce anche che la verginità è qualcosa di tangibile che è stato nostro sin dall’inizio. In senso metaforico, si può «dare» a qualcuno la propria V-card, ma questo non vuol dire che uno può appendersela sopra al caminetto di casa, o rivenderla su ebay (anche se molte donne in realtà ci hanno provato). 

Il concetto di verginità è innegabilmente legato al genere, e la ragione per cui pensiamo di sapere cosa vogliamo dire quando parliamo di «perdere» quel suddetto «frutto» (1933) è perché inconsciamente assumiamo che la verginità sia legata al sesso pene-in-vagina. Ecco cosa si intende per «eterosessualità obbligata». Questo non vuol dire che l’eterosessualità sia obbligatoria nel vero senso della parola, ma che i nostri copioni culturali relativi alla sessualità si concentrano di più sul sesso eterosessuale che su qualsiasi altro tipo di sesso: è diventato la nostra «normalità». Ora, non c’è dubbio che questo sia un privilegio cisgender, ma è il risultato di migliaia di anni di condizionamenti culturali. È solo grazie allo straordinario lavoro svolto negli ultimi cinquant’anni dagli attivisti lgbtq se abbiamo iniziato a creare uno spazio per discutere forme alternative al sesso uomo-donna. Ma c’è ancora molta strada da fare.

Quando qualcuno si preoccupa della verginità, quasi sempre si tratta della verginità di una donna. La stessa parola «vergine» viene dal latino virgo, che significa ragazza o donna non sposata. I ragazzi e gli uomini non sono mai stati valutati in base al loro status di vergini come succede invece alle donne. In vari momenti della storia, le donne sono state ripudiate, imprigionate, multate, mutilate, frustate e persino uccise come punizione per aver perso la verginità al di fuori del matrimonio, mentre sui quarantenni maschi vergini vengono fatti dei filmetti comici.

La ragione per cui la verginità femminile, e non quella maschile, è stata così rigidamente punita è oggetto di qualche dibattito, ma alla fine probabilmente è solo una questione di eredità paterna. Non è giusto, eppure nel mondo pre-pillola la gravidanza fuori dal matrimonio era un problema fisico e finanziario molto più impellente per la madre che per il padre; di conseguenza, erano gli intrallazzi di lei a venire controllati, piuttosto che quelli di lui. Ma non solo: in una società paternalista, dove ricchezza e potere vengono tramandati per linea maschile, la castità femminile è fortemente sorvegliata per garantire una discendenza legittima, e perché i beni terreni di tua proprietà passino ai tuoi figli (e non a quelli del lattaio). Questa teoria ha un certo peso se si considera che nelle poche società matriarcali in giro per il mondo, la ricchezza si trasmette per linea femminile. In queste culture, la sessualità femminile è guardata in modo molto diverso.

Oggi, la prova più famosa del test di verginità è il sangue prodotto dalla rottura dell’imene. Ma i nostri antenati non usavano neanche la parola «imene», e di certo per trovarne uno non andavano a frugare all’interno delle vagine come se stessero scavando alla ricerca di un tesoro. I testi di medicina, infatti, cominciano a parlare di imene solo nel xvsecolo. Nessuno dei medici classici (Galeno e Aristotele, per esempio) ne fa menzione. Il medico greco Sorano suggerisce che ogni sanguinamento vaginale post-coito è il risultato dello scoppio di vasi sanguigni, e nega categoricamente ogni tipo di membrana all’interno della vagina. Molti testi antichi riconoscono che le vergini possono sanguinare quando fanno sesso per la prima volta, ma la cosa non veniva ricollegata all’imene. Al contrario, si pensava che il sanguinamento fosse provocato dal trauma della penetrazione del pene e non bastasse come prova di verginità. È stato il medico italiano Michele Savonarola, nel 1498, ad usare per primo la parola imene, descrivendolo come una membrana che «viene rotta nel momento dello sverginamento, così che fuoriesce del sangue». Da questo momento in poi, i riferimenti all’imene e al suo legame con la verginità diventano sempre più comuni. Ma il fatto che i nostri antenati non verificassero l’integrità dell’imene non significa però che la verginità non fosse soggetta a test rigorosi, prima che l’imene diventasse il parametro di riferimento della manomissione.

Le più antiche vergini dell’antichità sono le vergini vestali romane, sacerdotesse consacrate a Vesta, la dea della terra e della famiglia. Scelte in giovane età, dovevano dedicare trent’anni di preghiera e castità alla città di Roma e prendersi cura della fiamma del tempio di Vesta; se una vestale aveva rapporti sessuali, per punizione veniva sepolta viva e lasciata morire di fame. Come verificare quindi la verginità di una vestale? Bene, entra in gioco qualche preghiera. Si credeva che le sacerdotesse avessero un legame speciale con gli dei, così quando la vestale Tuccia venne accusata, le fu data l’opportunità di compiere un miracolo per provare che era ancora vergine. Secondo Valerio Massimo, Tuccia provò la propria verginità trasportando dell’acqua in un setaccio, invocando la dea: «Vesta, se ho sempre accostato mani pure ai tuoi sacri corredi, ottieni che con questo crivello attinga acqua al Tevere e la porti al tuo tempio». Da allora il setaccio è diventato un simbolo di verginità, tanto che la regina Elisabetta I è stata spesso ritratta con un crivello in mano, a simboleggiare che nessuno aveva mai dato un morso alla sua ciambelletta con ciliegia. Ma nel caso non aveste avuto un setaccio a portata di mano, c’erano altri test di verginità a vostra disposizione — bastava avere un serpente, qualche formica e una torta. Lo scrittore romano Eliano (175–235 d.C.) descrive un rituale per verificare la verginità che si svolgeva nei giorni sacri:

Nel bosco vi è una tana vasta e profonda, dove dimora un mostruoso serpente. In determinati giorni dell’anno entrano nel bosco delle giovinette ancora vergini, che recano nelle mani una focaccia e hanno gli occhi bendati. Le conduce direttamente alla tana di questo mostro uno spirito divino; esse avanzano passo passo, senza inciampare, come se avessero gli occhi scoperti. Se sono veramente illibate, il serpente accetta le loro offerte di cibo, poiché le ritiene pure e adatte a un animale prediletto dagli dei. Altrimenti i cibi restano intatti, perché esso conosce in anticipo e indovina la loro impurità. La focaccia della giovinetta deflorata viene allora sminuzzata dalle formiche per renderne facile il trasporto; successivamente le formiche la portano fuori dal bosco e ripuliscono così il luogo. Gli abitanti, venuti a conoscenza dell’accaduto, indagano sulle giovinette che hanno preso parte alla cerimonia e quella che ha disonorato la sua verginità viene punita secondo la legge.

In cosa consistesse esattamente questa «punizione» non viene chiarito, e visto che i serpenti non sono noti per essere proprio amanti delle focacce, questo test sembra piuttosto ingiusto. 

Ma per confermare davvero che il sigillo non era stato rotto, serviva una bottiglia di pipì. Il testo del xiii secolo De Secretis Mulierum spiega che l’urina delle vergini è «chiara e limpida, a volte bianca, a volte frizzante». Il motivo per cui «le donne corrotte» hanno «un’urina torbida» è per via della «lacerazione» della pelle e «dello sperma maschile che compare sul fondo». Pisciare Perrier è un gran bel trucchetto da party, ma ci sono altri indizi a cui fare attenzione. Guglielmo da Saliceto (1210–1277) ha scritto che «una vergine urina con un sibilo molto più acuto» e, se solo si potesse avere un pratico cronometro a portata di mano, «impiega invero più tempo di un bambino».

I test di verginità medievali sono particolarmente concentrati sulle urine; anche il fisico italiano Niccolò Falcucci è stato un profeta del piscio, aveva però qualche altro asso nella manica.

Se si copre una donna con un pezzo di stoffa fumigata con il miglior carbone, se è vergine non ne percepisce l’odore né con la bocca né con il naso; se invece lo sente, non è vergine. Se assume il carbone con una bevanda, se non è vergine immediatamente espellerà urina. Una donna corrotta urinerà subito anche se la fumigazione è preparata con il gittaione. In merito alla fumigazione con il lapazio, se è vergine diventa pallida all’istante; se invece non lo è, il suo umore cade nel fuoco e su di lei vengono dette altre cose.

Il testo ebraico anonimo del xiii secolo intitolato Book of Women’s Love dice: «La sera la ragazza deve urinare sopra dei marshmallow, e riportarli al mattino; se sono ancora freschi, è pudica e buona, se invece non lo sono, non lo è.» Prima che cominciate a pisciare in un sacchetto di toffolette multicolore: il marshmallow a cui si fa riferimento qui è una pianta officinale [l’altea comune]. 

Ma forse vi state sforzando di ispezionare, ascoltare o cronometrare i vostri intenzionali giochi d’acqua. In tal caso, sarà necessario esaminare l’aspetto generale di una ragazza per trovare gli indizi che rivelano se il suo fiore è stato colto. Prima di spiegare che la pipì di una vergine fa le bollicine, il De Secretis Mulierum di Alberto Magno precisa cosa bisogna cercare. «I segni di castità sono i seguenti: la vergogna, la modestia, la paura, un passo e un eloquio impeccabile, l’abbassare lo sguardo davanti agli uomini e alle loro azioni.» (Per la cronaca, se una ragazza avesse ordinato e mangiato il menu formato famiglia di Pizza Hut da sola, e stesse pregando che non vengano trovate le prove nel cestino della spazzatura, i segni sarebbero gli stessi). Magno continua: 

Se il seno di una fanciulla è orientato verso il basso, è un segno che è stata corrotta, perché al momento dell’inseminazione le mestruazioni risalgono verso l’alto verso il seno e il peso supplementare fa sì che si affloscino. Se un uomo ha un rapporto sessuale con una donna e non avverte alcun dolore al pene e nessuna difficoltà ad entrare, è un segno che è già stata corrotta. Infatti, il vero segno della verginità di una donna è la difficoltà di compiere l’atto e il fatto che questo provochi dolore al suo membro.

Naturalmente, da quando l’imene è diventato il test di verginità di riferimento, controllare se la pipì è frizzante e emette un sibilo, cercare tette sode e verificare la capacità di annusare carbone senza farsela addosso sono per lo più caduti in disgrazia. Verificare la verginità è diventata tutta una questione di strettezza e di sangue. Anche se raramente, in giro per il mondo capita ancora oggi che, come prova della verginità della moglie, vengano esibite le lenzuola insanguinate. In alcune regioni della Georgia, la sposa ha una «Yenge», di solito una donna di famiglia più anziana, che la istruisce su cosa l’aspetta la prima notte di nozze. Per tradizione, era responsabilità della Yenge prendere le lenzuola macchiate di sangue dal letto nuziale e mostrarle a entrambe le famiglie per «provare» che la sposa era una novizia della scopata. Nonostante al giorno d’oggi il ruolo della Yenge sia per lo più rituale, in alcune zone la pratica dell’esibizione delle lenzuola insanguinate continua ancora.

Anche il test delle lenzuola insanguinate ha un pedigree molto antico. Lo si trova nella Bibbia, nelle vecchie romanze medievali, e si dice anche che Caterina d’Aragona sia stata in grado di esibire le lenzuola macchiate di sangue per provare di aver sposato Enrico viii da vergine. Inutile dire che sin dal momento in cui è stato sottoscritto un test così profondamente sbagliato, ci sono stati modi per falsificarlo. Vista la posta in gioco nel caso in cui il dono della verginità della sposa fosse già stato spacchettato da qualcun altro prima del «sì», potete capire perché una ragazza potesse mentire sulla propria passera nella prima notte di nozze; e da che i testi medici hanno cominciato a spiegarci come provare la verginità, ci hanno anche fornito consigli su come ripristinarla. Trotula è il nome dato a tre testi italiani del xii secolo sulla salute femminile. Autrice di almeno uno dei tre era una donna, Trotula da Salerno, che praticava la medicina a Salerno, città costiera del sud Italia. Alla ragazza che ha perso la verginità, Il Trotula offre questo consiglio particolarmente subdolo:

Di questo rimedio avrà bisogno ogni ragazza che si sia ridotta ad aprire le gambe e abbia perso la propria verginità per la follia della passione, di un amore segreto e delle sue promesse… Quando arriva il momento del matrimonio, per evitare che l’uomo lo venga a sapere, la falsa vergine ingannerà per bene il marito in questo modo. […] Prendi dello zucchero macinato, l’albume di un uovo, dell’allume, e mescolali in acqua piovana in cui sono stati fatti bollire menta puleggio, nepitella e altre erbe simili. Dopo aver immerso un panno di lino morbido e poroso in questa soluzione, con esso si lavi ripetutamente le parti intime […] Ma il migliore di tutti è questo inganno: il giorno prima delle nozze, fa che inserisca delle sanguisughe in vagina (ma si faccia attenzione a che non penetrino troppo in fondo), così che ne venga fuori del sangue e si trasformi in un grumo. E così l’uomo sarà ingannato dall’effusione di sangue.

Per ripristinare la verginità, il Book of Women’s Love raccomanda quanto segue: «prendete delle foglie di mirto e fatele bollire per bene in acqua fino a che non ne rimane che un terzo; prendete poi delle ortiche senza spine e fatele bollire nella stessa acqua finché ne resta solo un terzo. La ragazza dovrà lavare le sue parti intime con quest’acqua al mattino e prima di coricarsi, per nove giorni.» Tuttavia, se avete molta fretta, «prendete della noce moscata e macinatela in polvere; mettetela in quel posto e la sua verginità sarà immediatamente ripristinata». Nicolas Venette (1633–1698), l’autore francese de L’amour Conjugal, a chi volesse simulare la verginità dà questo consiglio:

Preparate un bagno con ornamenti di foglie di malva e di calderugia, qualche manciata di semi di lino e di semi di erigeron, atriplice, branca ursina o elleboro puzzolente. Fatele sedere in questo bagno per un’ora, dopo di che fatele uscire ed esaminatele due o tre ore dopo il bagno, osservandole nel frattempo da vicino. Se una donna è signorina, tutte le sue parti amorose saranno compatte e ben serrate una con l’altra; se non lo è, saranno cadenti, allentate, e non più rugose e strette com’erano quando aveva in mente di sceglierci.

Come sostiene Hanne Blank nel suo meraviglioso Virgin: The Untouched History, molti degli ingredienti qui elencati sono astringenti o antinfiammatori che si pensava restringessero la vagina. Anche se Venette non lo inserisce nella sua lista, uno dei più noti restringitori era l’acqua di allume. Nel suo Dictionary of the Vulgar Tongue (1785), Francis Grose cita «un’acqua che raggrinza» come «un’acqua impregnata di allume, o altri astringenti, usata da vecchi trafficanti esperti per contraffare la verginità». L’allume è un tipo di composto chimico ampiamente usato oggi nei conservanti e nell’industria alimentare. Incredibilmente, ci sono in circolazione molti siti web che raccomandano ancora l’allume per restringere la vagina. Approfitterò dell’occasione per dire una cosa: per favore, santo Dio, non fate una cosa simile alla vostra povera passera; fate i vostri esercizi di Kegel e abbiate fede.

Oltre a voler fingere nella sua prima notte di nozze, un’altra ragione per cui una ragazza poteva voler passare per novizia è che la verginità era un bonus extra. Nel viii secolo le vergini erano un’attività redditizia, e ogni ragazza del mestiere o tenutaria di bordello sapeva come falsificare un imene per trarne il massimo profitto. Nocturnal Revels (1779) fornisce dettagli espliciti di donne che rivendono la propria verginità più di una volta, e cita una frase della famosa maitresse Charlotte Hayes: la verginità «è facile come fare un pudding». Charlotte continua dicendo di avere venduto la sua «migliaia di volte». L’eponima eroina del primo romanzo erotico, Fanny Hill (1749), racconta con precisione al lettore come veniva falsificata la verginità nell’industria del sesso.

In ciascuna delle testiere del letto, al di sopra dell’intelaiatura, c’era un piccolo cassetto così abilmente nascosto negli intagli del mobile che sarebbe sfuggito anche alla ricerca più attenta; erano cassetti che si potevano aprire e chiudere facilmente pigiando una molla e contenevano entrambi una fialetta di vetro già piena di sangue e una spugnetta pronta per l’uso. Tutto quello che dovevo fare era raggiungerla, tirarla fuori e spruzzarmi in modo opportuno il liquido tra le gambe, un liquido rosso che si trovava lì in quantità molto maggiore di quella necessaria per salvare l’onore di una ragazza.

Altri suggerimenti subdoli comprendevano il fare sesso durante le mestruazioni per assicurarsi la presenza di sangue, e posizionare all’interno della cavità vaginale il cuore di un uccello o una vescica di maiale ricucita con dentro del sangue, così che «sanguinasse» al momento giusto.

Nonostante una credenza storica profondamente radicata nella vergine che sanguina, la cosa non è mai stata accettata all’unanimità dalla comunità scientifica. Ci sono sempre state isolate voci della ragione che hanno riconosciuto che si trattava di un mucchio di idiozie. Un medico come Ambroise Paré non solo ha negato che si potesse provare la verginità con un imene, ma sosteneva che una cosa come l’imene non esisteva nel 1573. Da allora ci sono stati mormorii occasionali sul fatto che l’imene non fosse esattamente quel tanto sbandierato certificato di autenticità. Nel xix secolo, questi bisbigli sono diventati un percepibile brontolio. Il dott. Blundell ha messo in discussione il valore di questa «membrana mistica», e nel 1831 Erasmus Wilson ha affermato che l’imene «non dovrebbe essere considerato un complemento necessario della verginità». Edward Foote ha scritto che «l’imene è un test di verginità crudele e inaffidabile» e che «i medici sanno che è un test di verginità altamente fallibile». Nel xxsecolo il brontolio è diventato un grido assordante e nel xxi secolo le grida sono state rimpiazzate da plateali alzate di occhi al cielo e esplosioni esasperate di «porca puttana! Basta con queste stronzate!» La ricerca a cui ho fatto riferimento all’inizio di questo capitolo ha identificato qualcosa come 1296 studi nelle banche dati elettroniche che indagano la validità del test di verginità e l’attendibilità dell’imene e, nella stragrande maggioranza, arrivano alla conclusione che non si può «provare» che qualcuno è vergine, e che gli imeni non dicono un bel niente sul passato sessuale delle loro proprietarie. Eppure il mito persiste, e le donne sono sistematicamente sottoposte a esami inutili e invasivi per cercare di stabilire la loro esperienza sessuale. Oggi gli esami di verginità sono in gran parte effettuati su donne non sposate, spesso senza consenso o in situazioni in cui le singole non sono in grado di darlo. Test di verginità sulle studentesse sono stati segnalati in Sudafrica e Swaziland, come deterrente per l’attività sessuale prematrimoniale. In India, il test fa parte dell’accertamento di aggressione sessuale per le donne vittime di stupro. In Indonesia, l’esame fa parte della procedura di candidatura per le donne che vogliono entrare nelle forze di polizia. Ma se anche si potesse dimostrare la verginità di qualcuno, il problema in realtà non è l’esame in sé (benché già abbastanza brutto) — il problema sono gli atteggiamenti culturali che valutano le donne basandosi principalmente sul loro essere sessualmente attive o meno. Non è possibile «provare» se qualcuno ha fatto sesso esaminando i suoi genitali, perché la verginità non è qualcosa di tangibile. L’imene è semplicemente un tessuto elastico all’interno della vagina, ma non la sigilla come il coperchio di un Tupperware. Gli imeni hanno forme e spessori diversi — alcuni sanguinano quando vengono lacerati, altri no. L’imene di certo non fa un botto quando viene rotto e non è in grado di provare la storia sessuale di qualcuno più di quanto non possa farlo un gomito. Non si può «perdere» la verginità perché la verginità non è un fatto fisico, è un’invenzione — a prescindere da quanto può essere frizzante la tua pipì.

© 2020, Kate Lister

ARTICOLO n. 69 / 2021

THE OLD MAN IN THE PIAZZA

traduzione di Gianni Pannofino

Ogni giorno, più o meno alle quattro del pomeriggio, quando il caldo del sole comincia a dar tregua, il vecchio si presenta in piazza. Cammina lento, strascicando i piedi calzati in impolverati mocassini marroni. Il più delle volte indossa una giacca blu scuro abbottonata fino al collo e pantaloni blu navy tenuti su da una cordicella annodata in vita. Ha i capelli bianchi e un basco in testa. Raggiunge l’unico caffè della piazza, il Caffè della Fontana, si accomoda su una sedia di legno a un tavolino di legno e ordina un caffè ristretto e forte. Alle sei ordina una birra e un sandwich. Alle otto si alza in piedi, si pulisce la bocca e si allontana, strascicando i piedi, presumibilmente verso casa. Non è indispensabile sapere dove abita. Tutte le cose anche solo minimamente significative della sua vita sono accadute e accadranno qui, in questa piccola piazza.

Prende posto. Lui è il pubblico, unico spettatore. Lo spettacolo sta per cominciare.

Nella piazza sboccano sette anguste stradine, una per ogni angolo e una dal punto centrale di tre dei quattro lati; il lato su cui sorge la chiesa è l’unico che non sia interrotto da una viuzza di ciottoli. Dovrebbe essere un posto tranquillo, una sonnacchiosa piazza di provincia, ma non è così. Tutt’intorno, per sei giorni alla settimana, si sente il clamore di gente che battibecca. Nella maggior parte dei casi, il numero dei presenti in piazza è superiore a quello degli abitanti del luogo. Sembra quasi che la gente arrivi nella pacifica piazzetta di questo pacifico paesino per litigare. Dalla grande città, distante quindici chilometri, arrivano lì per dar sfogo ai loro malumori. Alzano la voce, picchiano il pugno destro sul palmo della mano sinistra; battono i piedi a terra (indifferentemente, l’uno e l’altro in pari misura). Se sono in sella a una moto, suonano il clacson per l’esasperazione o per soffocare le voci avverse. Se litigano seduti sulle rispettive auto con i finestrini abbassati, suonano il clacson come i motociclisti, ma mandano anche su di giri il motore e, quando l’irritazione supera la soglia della sopportazione, chiudono i finestrini.

Il loro disaccordo non ha mai fine. Litigano sulla probabilità degli uragani e sul caso di corruzione legato all’assegnazione delle Olimpiadi estive a una città situata oltre il Circolo Polare Artico, sull’impossibilità dell’amore, sulla futilità della politica e sugli affetti segreti e illegali di eminenti personalità della chiesa cattolica. Si scornano sulla piattezza della Terra e sull’efficacia dei vaccini per il morbillo, la parotite e la rosolia. Sono in disaccordo su quale sia il gusto migliore per un gelato e hanno opinioni nette e inconciliabili sulla bellezza delle dive del cinema. Se hanno letto romanzi di uno scrittore e di una scrittrice che sono – o sono stati – tra loro sposati, prendono con decisione le parti dell’uno o dell’altra, e non c’è verso che cambino idea. Sembra che nulla accomuni la nostra gente se non la passione per il diverbio, il diverbio inteso come forma d’arte pubblica, come cuore ed essenza della nostra civiltà. Il baccano è terribile, si intensifica quanto più il giorno sprofonda nella sera e va avanti fino a tarda notte. Quando arriva la mezzanotte, la gente ha ormai consumato anche un discreto quantitativo di alcolici e questo rende le discussioni in piazza ancora più accese. E non è così raro che voli qualche pugno.

Il vecchio si siede al Caffè della Fontana e ascolta. Poiché, però, se ne va alle otto di sera, si risparmia le ore successive, quando l’alcol fa il suo effetto e iniziano le risse.

Le domeniche sono tranquille. Di domenica, se ne stanno tutti a casa e mangiano oppure vanno in chiesa, chiedono perdono, tornano a casa e mangiano.

Di domenica il vecchio non frequenta la piazza.

Così vanno le cose nella piazza da quando è finita la cosiddetta era del «sì». Quell’età buia ebbe inizio quarant’anni fa, o giù di lì, e per cinque anni discutere divenne illegale. Si era obbligati a essere d’accordo, sempre. Non esisteva enunciato, per quanto risibile – che il pane e il vino possono transustanziarsi in carne e sangue, che gli immigrati si trasformano di notte in mostruosi e sbavanti violentatori, che l’aumento delle tasse per le classi più povere ha effetti positivi, che le anime possono trasmigrare o che la guerra è necessaria – di cui fosse ammessa la confutazione, anche se gli immigrati gestivano la migliore pasticceria del paese e la nostra enoteca preferita, e i più tra noi erano poveri, e nessuno ricordava di aver vissuto vite precedenti sotto forma di tartarughe o stranieri o anguille, e solo un’infima minoranza di noi era di natura bellicosa. Era obbligatorio assentire, sempre e comunque.

Persino la nostra lingua – la lingua con cui tanta grande poesia è stata creata! – finì per uscirne alterata. Non le era più concesso l’uso del «no». C’era solo il «sì», con tutte le sue varianti: «naturalmente», «certo», «senz’altro», «assolutamente», «eccome», «chiaro», «d’accordo». Quando qualche incauto estremista ricordava la parola «no», l’effetto era più che scioccante, più che peccaminoso: era arcaico. Una parola rotta, di un’epoca antica ormai in rovina, come i resti di un tempio costruito per onorare un dio in cui nessuno crede più da migliaia di anni. Il dio del «no». Che dio ridicolo doveva essere stato! In ogni caso, a noi appariva tale.

La nostra lingua, però, era imbronciata. Andava a sedersi da sola in un angolo della piazza e scrollava spesso la testa con aria desolata. Diventò pedestre. Annunciò di non essere disposta, per il momento, a volare o a elevarsi e neanche a viaggiare in treno, in bicicletta o in corriera. Diceva che si sentiva i piedi pesanti come il piombo e che preferiva starsene seduta in silenzio a contemplare le cose che le lingue sono solite contemplare quando sono da sole e si sentono bistrattate. Se avesse avuto bisogno di muoversi, ci disse, avrebbe arrancato. Aveva un atteggiamento ostile. Indossava abiti stretti, che limitavano i suoi movimenti, e scarpe scomode. Rinunciammo a qualsiasi tentativo di approccio.

La nostra lingua non si univa mai al vecchio seduto al Caffè della Fontana. Se ne stava da sola nel suo angolo. Non parlavano.

All’epoca del «sì» universale, nella piazza regnava la quiete. Si sentiva il canto degli usignoli, delle allodole, non ancora decimati dalle battute di caccia del fine settimana. Al centro della piazza sorge una piccola fontana – la fontana da cui il caffè prende il nome, ovviamente – e a quei tempi il silenzio permetteva di ascoltare l’acqua, che dava sollievo ai cuori in pena. Il vecchio era più giovane, allora, e il suo cuore era spesso in pena, per come certe giovani donne dai capelli di svariati colori respingevano ripetutamente le sue sincere profferte sentimentali.

Anche allora, quando il «no» era proibito, quelle donne trovavano il modo di fargli sapere che i suoi sentimenti non erano ricambiati. «Sei carinissimo» dicevano «ma quella sera devo occuparmi dei miei capelli biondi/castani/rossi/neri.» Magari un’altra sera, allora, osava insistere lui, e quelle rispondevano: «La tua generosità è davvero toccante, ma credo che, per quel che posso prevedere, andrò ogni sera dal parrucchiere; a parte la domenica, quando resterò a casa a mangiare o, in qualche caso, andrò magari prima in chiesa per chiedere perdono e poi tornerò a casa a mangiare.»

Dopo un po’, il vecchio smise di chiedere. Non smise, però, di andare a sedersi, quasi tutti i pomeriggi, sulla sua sedia di legno dallo schienale diritto al Caffè della Fontana, ad ascoltare lo scroscio dell’acqua. Invecchiava precocemente, consumato, come un mobile finto-antico, dalla scoperta che anche l’età del «sì» sottintendeva un «no». I capelli gli diventavano bianchi, e lui se ne stava sulla sua sedia di legno a guardar passare il mondo.

Passarono cinque anni. Alla fine, fu la nostra lingua a ribellarsi contro il «sì». Si alzò dall’angolo della piazza dove aveva meditato in silenzio per un lustro e lanciò uno stridio lungo e penetrante che trafisse le nostre orecchie come uno stiletto. Si propagò dappertutto, alla velocità del fulmine. Non c’erano parole nel grido, ma bastò quello a scatenarle tutte. Le parole semplicemente eruppero dalle persone e non ci fu modo di trattenerle. Tutti sentivano enormi groppi di vocaboli che salivano in gola e pulsavano dietro i denti. I più cauti tenevano le labbra strette per impedire che le parole sgorgassero, ma i torrenti verbali riuscivano ugualmente ad aprirsi un varco e traboccavano come bambini all’uscita da una scuola elementare omogenea alla fine di un lungo e faticoso semestre. Le parole rotolavano alla rinfusa nella piazza come bambine e bambini desiderosi di tornare a mescolarsi. Era uno spettacolo a vedersi.

Erano rudi, le parole di questi primi pronunciamenti – «Stronzate!», ad esempio, o «Va’ al diavolo», fino al troppo enfatico «Va’ a farti fottere!» – e una tale crudezza era forse spiacevole, ma queste parole dure, da scaricatori di porto, erano efficaci, bisogna ammetterlo. Erano come mazzate o esplosioni che, abbattendosi tutt’intorno a noi, condussero rapidamente il predominio del «sì» a un’amara conclusione. Il «sì» e i suoi compagni di viaggio (i summenzionati «naturalmente», «certo», «senz’altro», «assolutamente», «eccome», «chiaro», «d’accordo») furono appesi a ganci da macellaio nella piazza, e quella fu la loro fine.

Fu allora che ebbe inizio l’età della diatriba. «Ma!» «Fesserie!» «Fuffa!» «Assurdo!» «Balle!» «Bugiardo!» «Idiota!» «Come ti permetti!?» «Questa è una cagata da fanatico ignorante!» «Togliti dai piedi! Nessuno ha voglia di starti a sentire!» Chi poteva immaginare che sarebbero state queste parole ostili a occupare il proscenio a quel punto: queste, e non la poesia meravigliosa e giustamente celebrata della nostra lingua, cui facevamo prima riferimento? La poesia lirica e quella epica, le odi e i sonetti, pur cercando di mettersi in posa, gesticolavano impotenti, ignorati da tutti.

La nostra lingua rimase nel suo angolo della piazza a guardare, ma si era tolta il corsetto e i deturpanti zoccoli, e i lunghi capelli e la gonna le ondeggiavano intorno, liberi. La gonna era lunga fino a terra, ragion per cui non si vedevano le scarpe, anche se noi avevamo l’impressione che stesse battendo i piedi a terra al ritmo di una sua musica interiore.

Anche il vecchio sentì dentro di sé la pressione delle parole che cercavano di emergere. Provò a frenarle, perché non sapeva quali potessero essere o che cosa avrebbero fatto o reso possibile o generato o distrutto, ma gli uscirono ugualmente, come vomito: parole che a stento riconosceva come proprie traboccavano da lui rabbiose, sprezzanti, accusatorie. Fortunatamente, tutti stavano sperimentando una personale versione di questo stesso fenomeno, e nessuno gli prestava attenzione, e fu così che lui stesso dimenticò presto quelle prime parole e si risistemò sulla sedia di legno per osservare la vita della piazza qual era diventata.

Terminata l’epoca del «sì», cominciarono le liti che sopraffecero i canti delle allodole e il rasserenante gorgogliare della fontana, la quale, da parte sua, se ne sbatteva dei cambiamenti sociali e si teneva occupata, alla sua maniera noncurante, con il suo fontaneggiare. Il vecchio – l’uomo reso vecchio dalla propria tristezza – aveva smesso con le richieste romantiche alle donne, perché già conosceva le risposte, che oltretutto potevano ormai essere formulate in modo esplicito, senza girarci intorno o inventarsi appuntamenti dal parrucchiere.

All’inizio, per un po’, ebbe nostalgia del silenzio dei cinque anni del «sì». C’era qualcosa di rincuorante nel vivere in quel costante stato affermativo, scartando la negatività, accentuando il positivo. C’era un che di – qual era la parola? – un che di umile nell’astenersi da qualsiasi giudizio, per quanto forte fosse la tentazione. E persino un che di rilassante nel potersi esimere da una vita di obiezioni, critiche o addirittura proteste. Ci era voluta una certa riorganizzazione del cervello, questo è vero. Il vecchio aveva dovuto imbrigliare la sua naturale tendenza al dissenso, alla formulazione di frasi che cominciavano con: «D’altra parte…» o «Non è forse vero, però, che…?» o anche «Come puoi…?». Risparmiate il fiato: questa era stata la linea di condotta dell’epoca. Tenete per voi le vostre parole ripugnanti. Per un certo periodo era riuscito a trovare un certo conforto nell’accettazione del «sì». Nel dire l’impronunciabile «no» al «no».

Tutto questo accadeva molto tempo fa. Oggi, il vecchio – vecchio anche di anni, non solo per la tristezza – va ancora a sedersi al Caffè della Fontana, ma è sereno, gli è passata la paura di quelle parole dimenticate che gli uscivano dalla bocca. Osserva la nostra cittadinanza litigiosa come si potrebbe guardare una soap opera in TV o un circo a tre piste o una partita di calcio professionistico.

La nostra lingua è ancora lì, nel suo angolo della piazza, il più lontano possibile dalla sedia del vecchio. Da qualche tempo, lei ha spesso dei compagni, e questi compagni sono immancabilmente molto più giovani di lei, giovanotti di una bellezza fisica quasi oscena. Queste creature byroniane la venerano apertamente, e lei – pensa il vecchio – forse si concede al loro spasimare, in privato, le volte che si allontana per un po’ dalla piazza. I suoi compagni cambiano continuamente. Non si può escludere che la nostra lingua abbia comportamenti promiscui. Può darsi che la sua morale sia fin troppo lasca. Quando gli viene in mente questo pensiero, il vecchio ha l’impressione che sia stato il diavolo a sussurrarglielo all’orecchio. Nessun altro, però, sembra aver avuto quel pensiero: se il diavolo ha sussurrato anche all’orecchio di altri, questi devono averlo liquidato con una scrollata di spalle. Che si comporti pure come le va! Che faccia come le garba! Questa è la mentalità prevalente, al giorno d’oggi. Il vecchio si rende conto di essere in minoranza e tiene la bocca chiusa.

In così tanti anni, non si sono mai scambiati neanche il più frettoloso dei saluti, il vecchio e la nostra lingua. Eccoli lì seduti, in angoli opposti della piazza, lui con la sua sedia di legno, lei su uno sgabellino imbottito, donatole da uno di quei giovani oscenamente attraenti che lei, poi, dopo non molto, ha smesso di favorire, cancellandolo dalla propria mente. Di lui non rimane più nulla, a parte quello sgabello. Di recente, però, il vecchio ha avuto, un paio di volte, l’impressione che lei, la nostra lingua, gli facesse piccoli cenni. Ma potrebbe essersi trattato di un miraggio.

L’eleganza architettonica della piazza è innegabile. La facciata barocca della vecchia chiesa è splendida, e molti degli altri edifici a uso misto affacciati sulla piazza – con negozietti al livello della strada e appartamenti ai piani superiori – sono strutture degne di nota, fatte di pietra dorata, con persiane bordò alle finestre. Sono perlopiù vecchie, le case dorate, e in qualche caso non esattamente ben tenute, ma si reggono, solide, attraenti, con i coppi rossi sui tetti, e conferiscono alla piazza un’aura di grandeur sbiadita, come di nobile decaduta che abbia sperperato il patrimonio di famiglia. A dire il vero, la piazza sembrerebbe appartenere a un contesto più importante di quella piccola cittadina. Sembra quasi presa e trapiantata in blocco da una delle nostre belle città, forse addirittura dalla capitale, distante appena quindici chilometri.

Dirimpetto alla chiesa, sui due angoli della viuzza di ciottoli che sfocia nella piazza, sorgono due strutture che, se fossimo in Italia, potremmo chiamare «logge» – balconate coperte, con arcate e colonnine dal delicato intaglio – e in queste logge il comune ha collocato statue di marmo, imitazioni di statue famose ubicate altrove, copie più o meno riuscite a seconda dell’abilità degli imitatori. Godiamo di questi facsimili come se fossero gli originali. Se il genio latita, la sua imitazione è un surrogato ammissibile. Per il tramite di quelle copie, rendiamo omaggio ai capolavori che non vedremo mai. Tra noi c’è chi arriva a sostenere che gli originali non esistano e non siano mai esistiti, che proprio queste presunte repliche sarebbero i grandi capolavori, e che si debba loro un rispetto corrispondente alla loro grandezza. Questo è uno dei temi di discussione più frequenti, in piazza. La questione resta irrisolta.

(Qui occorre un chiarimento. Non siamo in Italia. Se fossimo in Italia, la nostra lingua, seduta laggiù, sarebbe quella italiana. Assomiglierebbe magari ad Anna Magnani o a Sophia Loren. Ma non è questo il suo aspetto, perché, ripeto, non è italiana, e non è italiana la lingua che noi parliamo. Questa è la nostra lingua, quella che stiamo parlando ora, e noi siamo qui, non lì. Il vecchio in piazza porta un basco, ma questo non vuol dire che sia francese. È uno di noi.)

Ora che ha smesso di provare nostalgia per la pace e la quiete degli anni del «sì», il vecchio ha cominciato a trarre diletto dalla litigiosità dei suoi concittadini. La vanità delle certezze, che danno a chiunque dibatta motivo di insistere con dito ammonitore su una tesi o sull’altra, pare al vecchio la prima fons et origo della commedia. Il fervore con cui molte delle persone presenti nella piazza sostengono opinioni la cui falsità è dimostrabile: il sole, signora mia, non sorge a occidente, per quanto lei si incaponisca ad affermare il contrario, e la luna, caro signore, non è fatta di gorgonzola, e questo non equivale a essere d’accordo con il suo avversario, che la descrive come un elaborato artificio di cartapesta inchiodato in cielo per darci l’impressione di vivere in un universo tridimensionale, fatto di stelle, pianeti e satelliti, invece che su un disco con sopra un gran coperchio, un coperchio simile a un colapasta capovolto, pieno di buchi da cui di notte filtra quella cosa brillante che ci hanno ingannevolmente indotto a chiamare «luce stellare». La piazza è ricolma di insulsaggini come questa, e il vecchio pensa: ma sì, che parlino pure, non fanno male a nessuno, in fondo.

Anche questo tema è oggetto di molte animate discussioni: i concetti erronei sono dannosi per il cervello, per la comunità, per la salute del corpo politico o sono banali errori che vanno tollerati in quanto prodotto di menti semplici? Dato che tutte le persone coinvolte in questa discussione hanno la testa piena di fesserie di ogni tipo, i dibattiti finiscono per non risultare granché fecondi. Il vecchio ha l’impressione che alla fine della giornata la gente se ne torni a casa, ubriaca di vino e di dubbi, sapendone ancora meno che al mattino. In ogni caso, pensa il vecchio, la favella liberata è una gran bella cosa. La nostra lingua, seduta sul suo sgabello imbottito nell’angolo più lontano della piazza con quegli uomini divini ai suoi piedi, è chiaramente più felice di quanto non fosse ai tempi asserviti e acquiescenti del «sì».

Arriva, però, il giorno in cui si presentano dal vecchio, appostato sulla sua sedia di legno, due persone particolarmente polemiche – marito e moglie, a quanto risulta, felicemente sposati da trent’anni – che gli si rivolgono all’unisono: «Non ne possiamo più! Deciderai tu per noi!». Il loro disaccordo, si scopre, è un’inezia. Dove devono andare a trascorrere le loro vacanze estive? Nella isola di A., baciata dal sole e non tanto distante, o nel lontano paese di B., che sarebbe sicuramente una scelta più avventurosa, ma meno riposante. «Non riusciamo proprio a metterci d’accordo» dicono in coro. «Perciò faremo quello che suggerirai tu.»

«Molto bene» dice il vecchio, e con queste due parole abbandona la neutralità di tutta una vita, e la piccola sedia di legno su cui ha trascorso decenni, accontentandosi di osservare il tumulto circostante, diventa – di colpo! – lo scranno di un giudice. «Molto bene» ripete. «In questi tempi faticosi e stressanti, raccomando tanto riposo. Andate ad abbronzarvi sull’isola di A., baciata dal sole.»

Marito e moglie restano lì immobili. Poi si girano e si guardano in faccia. «Assurdo!» esclamano a una sola voce. «Noi vogliamo una vita avventurosa!» E se ne vanno in quel lontano paese di B. Dopo qualche settimana si ripresentano a ringraziare il vecchio per il suo consiglio. Hanno visto enormi coccodrilli, che attaccano svariati bambini ogni anno e se li portano nelle paludi dove poi li sbranano; giraffe che hanno raggiunto altezze da record; axolotl giganti. Hanno sentito parlare lingue che non conoscevano e assistito agli spettacoli più sconvolgenti, una valanga che ha sepolto un intero villaggio e un colpo di stato militare che ha seminato cadaveri per la strada. Per alcuni giorni, nel corso di un safari, si sono entrambi trasformati in ippopotami, ma poi sono ridiventati umani, e gli è stato spiegato che avrebbero dovuto leggere meglio il dépliant informativo per turisti e farsi vaccinare per proteggersi dalle zanzare locali, famigerati insetti che trasmettono molti ceppi del virus della metamorfosi. Dicono: «Fa niente, è stata un’esperienza forte, perciò ne è valsa la pena! Un’esperienza unica! Quanto a rotolarsi nel fango… ci saremmo probabilmente abituati!». Insomma, avevano fatto la vacanza più bella della loro vita.

«Grazie, grazie» dicono commossi, e la loro gratitudine è sincera. Il vecchio fa notare, con pacatezza, che lui aveva consigliato di andare sull’isola più vicina per riposarsi, e loro ridono deliziosamente: «È così che ci regoliamo!» esclamano. «Sempre! Siamo dei bastian contrari! Domandiamo alle persone quello che pensano, e poi facciamo l’opposto. Pensa pure che siamo contorti! Per noi, però, ha funzionato, e siamo felicemente sposati da trent’anni.»

In piazza si sparge la voce: il vecchio seduto sulla sedia di legno al Caffè della Fontana è un giudice che ha la saggezza di un Salomone. Una folla accorre da tutta la piazza per chiedergli altri verdetti. Il vecchio non è mai stato tanto richiesto, in nessuna circostanza della sua lunga e anonima vita. È, lo ammette, un fatto che lo lusinga. Cede.

Chiede ai postulanti di mettersi ordinatamente in fila, dopo di che, ogni pomeriggio tra le quattro e le sei, quando le ore più calde della giornata sono passate, dispensa giudizi, proclamando con un tono di crescente autorità che no, la terra non è piatta, e no, gli immigrati, per la stragrande maggioranza, non sono mostruosi violentatori, non più di voi o di me, e sì, al cento per cento, Dio esiste, così come l’inferno e il paradiso.

La voce si diffonde a macchia d’olio. Nella città vicina si sparge la notizia che nella piazzetta di quella cittadina c’è un sapiente dotato di una profondità che gli permette di risolvere all’istante ogni diatriba. La folla in piazza diventa sempre più numerosa. Ci vuole la polizia per mantenere l’ordine. Ci sono le troupe della televisione. Il vecchio prolunga l’orario delle sue udienze fino alle sette di sera, per poter dirimere più contenziosi ogni giorno (domenica esclusa). Dopo le sette, la seduta è tolta, e lui si rifiuta di rispondere ad altre domande, perché gli piace godersi un’oretta in solitudine, con la sua birra e il suo sandwich. E alle otto, puntuale, lascia il Caffè della Fontana e, strascicando i piedi, se ne va chissà dove.

Si vocifera che i principali esponenti del governo e dell’opposizione starebbero discutendo se presentarsi in visita dal vecchio, per vedere se riesce a risolvere anche le loro divergenze. Per questa gente, però, a sinistra e a destra, è difficile accettare il rischio che il saggio li dichiari in torto. La visita dei politici resta nel novero delle mere ipotesi.

Il vecchio in piazza sta facendo esperienza di una cosa per lui totalmente nuova: la notorietà. Nel gruppo sempre più vasto di bambini e adulti seduti ai suoi piedi, intorno alla sua sedia di legno, nota alcune facce conosciute e capisce che si tratta di alcuni dei giovani bellissimi che fino a poco prima erano tra i più ardenti discepoli della nostra lingua. Quest’ultima, che all’improvviso è quasi sola nel suo angolo della piazza, abbandonata dai sui ex seguaci, che attendono in fila al Caffè della Fontana, non è contenta di questi sviluppi. Annuncia ai suoi due soli discepoli ancora fedeli che quella storia finirà male. Loro la ascoltano con rispetto, ma il suo ammonimento appare dettato dall’invidia. I tempi sono cambiati. La gente, più che della nostra lingua bella e complessa, si interessa delle grandi e raccapriccianti questioni di cosa sia corretto o scorretto. Non siamo più gli amanti della poesia che eravamo in passato, affezionati all’ambiguità e devoti del dubbio, per diventare, invece, moralisti da bar. Il pollice punta verso l’alto? O è voltato verso il basso? Il vecchio in piazza è il nostro arbitro, e i suoi pollici sono diventati questione di interesse nazionale. Ora siamo tutti gladiatori nel Colosseo del Pollice.

La nostra lingua non è interessata al verdetto dei pollici del vecchio (opponibili, ma – almeno per il momento – senza opposizione). Si cura soltanto delle parole dalla bellezza stratificata, delle espressioni raffinate, della sottigliezza di ciò che viene detto e della risonanza di ciò che conviene tacere, dei significati tra le parole e della delucidazione di quei significati, che solo i suoi massimi discepoli sanno offrire. Trova vergognose le dozzinali sentenze del vecchio e ancor più vergognoso il crescente piacere che lui prova nell’essere accolto come giudice di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, di cosa è così e di cosa è cosà. Un tempo rideva della vanità delle certezze, dell’ostinazione degli sciocchi e delle enfatiche affermazioni degli svitati. Ora è lui il dispensatore di certezze prive di sfumature, e diventa ogni giorno più vanitoso.

Il tema delle frontiere è da molto tempo assai controverso da queste parti. Nella storia recente, l’introduzione di confini sul nostro territorio a opera di ignoranti forestieri è stata causa di tanto dolore e gravi lutti. Nella nostra mente, le parole «confine» e «ignorante» sono inestricabilmente connesse. Nelle rare occasioni in cui abbiamo provato a superare uno dei pochi checkpoint che ora esistono lungo la nostra frontiera intrisa di sangue, o siamo stati respinti o, se lasciati passare, siamo finiti, dall’altra parte, tra le grinfie degli spacciatori di valuta contraffatta, che ci sapevano incapaci di distinguere la valuta falsa da quella autentica. Nella nostra mente, i termini «confine» e «valuta falsa» sono inestricabilmente connessi.

Ci sono, naturalmente, molte frontiere oltre a quelle che ci separano dai nostri vicini, trasformandoli in nostri nemici. C’è una frontiera invisibile tra ciò che noi, come individui o come gruppi, consideriamo accettabile e ciò che si colloca al di là di quella linea, nel dominio dell’inaccettabile. Quella frontiera è disseminata di pericolose mine antiuomo, e la maggior parte di noi non osa neanche avvicinarsi. C’è poi anche la frontiera invisibile fra azione e contemplazione. Ci sono quelli che fanno e quelli che li guardano. Il pubblico è qui seduto; il palcoscenico è laggiù. La quarta parete è una forza poderosa.

Il vecchio della piazza ha un bel ricordo delle proprie esperienze a teatro, ma non gli è mai venuto in mente di arrampicarsi sul palco e, in quei momenti d’avanguardia in cui gli attori sono scesi in platea, è sempre rimasto deliziosamente scioccato, in una maniera un po’ rétro. Tempo fa, da giovane, andò a vedere uno spettacolo in cui un attore, fingendosi spettatore, se ne stava seduto in prima fila per tutto il primo atto. Nell’intervallo tra il primo e il secondo atto, un telefono cominciava a squillare sul palco senza che nessuno rispondesse, e a un certo punto il finto spettatore saliva sul palco per rispondere. (Era sua moglie.) Mentre questo attore era sul palco, al telefono, cominciava il secondo atto, e lui si ritrovava intrappolato nella commedia. Al vecchio questa trovata parve deliziosa: assolutamente implausibile, ma stupenda a vedersi. Non aveva mai pensato di poter diventare, un giorno, colui che rispondeva al telefono tra un atto e l’altro. Non si era mai sognato di poter diventare lo spettatore intrappolato nella commedia.

Ora che ha varcato quel confine, si è calato con gioia nel suo nuovo ruolo. Non ha nulla contro le frontiere in quanto tali. Anzi, ha cominciato a considerare doveroso da parte sua definire nuove zone di ammissibilità, separando gli atteggiamenti inaccettabili e raccogliendoli nella categoria delle Cose Proibite, mentre gli atteggiamenti ammissibili restano qui, tra noi, nella libertà del nostro paese indubitabilmente libero. Non vuole più limitarsi a rispondere semplicemente a domande binarie, sì o no, bensì cerca di determinare quale delle parti in conflitto sia la più virtuosa, per dare la palma del suo favore a chi ha condotto una vita più lodevole. Nasce addirittura il sospetto che in molte occasioni egli deliberi a vantaggio di un querelante, che è chiaramente in torto, soltanto perché il suo avversario risulta aver avuto un’esistenza meno retta. Insomma, il vecchio diventa giudice non solo in tema di diritto, ma anche di rettitudine. Alcuni di noi sono preoccupati da questo sviluppo, ma nessuno è disposto a manifestare i propri timori, per via della grande popolarità del vecchio.

La nostra lingua langue nel suo angolo, turbata. Prova a far presente che il vecchio ci sta forse conducendo verso una nuova età del «sì», in cui sempre più parole potrebbero essere vietate. Questa è giustizia di frontiera, avverte. Ricordatevi delle mine antiuomo. State alla larga.

E rivela di essere preoccupata anche per sé. Da quando la conosciamo, è sempre stata esuberante, piena di energia, vivace, la migliore delle lingue, ma ammette di aver cominciato, ultimamente, a non sentirsi troppo bene. Certi giorni è febbricitante; altre volte ha disturbi e dolori. Spera che non sia nulla di grave. Potrebbe essere soltanto un effetto dell’età che avanza, perché pur presentandosi giovanile e bella – ci ringrazia per questi complimenti sul suo aspetto! Si mostra riconoscente per il nostro apprezzamento! – è senz’altro una lingua molto vecchia, una delle più vecchie e ricche, anche se lei preferisce non ostentare la sua ricchezza, non ambisce a un trono su cui sedersi e si accontenta del suo semplice sgabello imbottito. Ma è comunque la nostra lingua e, quindi, ritiene sia suo dovere informarci sulle sue condizioni di salute. Teme di essere in declino. È addirittura possibile – anche se per lei è difficile ammetterlo, persino con se stessa – che sia destinata a morire.

Nessuno la ascolta.

A nessuno interessa.

E allora, a un certo punto, si alza in piedi, come solo un’altra volta è accaduto, e lancia uno strillo. Uno strillo ancora più acuto del precedente. Che si innalza sempre di più oltrepassando le capacità uditive umane. In quel momento, tutte le finestre delle case affacciate sulla piazza vanno in frantumi, e cade una pioggia di schegge che feriscono tanta gente, nella piazza affollata, e queste ferite suscitano altrettanti strilli. Si tratta di strilli di un ordine inferiore, rispetto allo strillo d’angoscia lanciato dalla nostra lingua, e non rompono niente.

Vediamo la nostra lingua eretta, con la bocca aperta, ma non riusciamo a sentire il suo strillo, giunto a un tale livello di intensità da crepare i coppi sui tetti e persino la pietra di cui sono fatti i palazzi. Una delle statue delle logge, un’elaborata copia di un originale che si trova in Vaticano e che raffigura il sacerdote troiano Laocoonte con il capo cinto di feroci serpenti, esplode in centomila frammenti.

Ma crollano, quei palazzi a uso misto? E le logge finiscono tutte in macerie? La piazza ne è demolita?

No, questo non si verifica. Malgrado tutti i nostri difetti, non siamo creature melodrammatiche. Preferiamo il dramma, puro e semplice.

La piazza, quindi, resta in piedi. Ma le crepe ci sono. Le vediamo tutti. I palazzi sono fissurati dal tetto alla strada. Le tegole cadute, le persiane bordò che penzolano storte. Questa è la verità. La piazza è rovinata, e noi, forse, anche.

Intanto, lei è ancora lì in piedi, la nostra lingua, a gridare il suo grido silenzioso. E al Caffè della Fontana il vecchio sente che alle sue parole sta succedendo qualcosa. Gli si stanno prosciugando. Si ritirano sempre di più in fondo alla bocca, per rituffarglisi giù per la gola e finire dissolte dai vari succhi gastrici che si trovano laggiù. C’è una folla che attende di sentire quel che lui ha da dire, ma lui non ha più parole.

Le persone che affollano la piazza sono contrariate. Vogliono quello per cui sono lì – essere giudicate – e aprono la bocca per protestare contro il vecchio che non sa più pronunciare i suoi verdetti. Ma le parole con cui protestare non ci sono più. Tutti si volgono verso l’angolo occupato per tanto tempo dalla nostra lingua, la lingua che negli ultimi tempi hanno completamente ignorato, e vedono che ha raccolto le sue vesti e lascia la piazza, abbandonando per sempre l’angolo che era suo da tempo immemorabile. Tiene la testa alta, la nostra lingua, e se ne va. Dopo la sua dipartita, nessuno in piazza è più in grado di parlare. Le bocche emettono suoni, ma sono suoni informi, privi di significato. Il vecchio si alza impotente dalla sua sedia di legno, con la birra in una mano e il sandwich nell’altra. Protende le braccia verso la folla, come se volesse offrire il sandwich e la birra, Tutti gli volgono le spalle e si allontanano. È ridiventato quello che era un tempo: un vecchio insignificante.

Ora, non è chiaro quel che si debba fare. Che ne sarà di noi? Non abbiamo idea di come procederanno le cose.

Le nostre parole non ci aiutano.

© Salman Rushdie 
Used by permission of The Wylie Agency (UK) Limited

ARTICOLO n. 68 / 2021

UNA STAGIONE ALL’INFERNO

Nel suo capolavoro in forma di confessione, Una stagione all’inferno, Arthur Rimbaud rivela la formula per la trasformazione alchemica dell’anima, pur riconoscendo nel contempo la futilità della sua messa in atto. Nessuno più del poeta stesso potrebbe esigere un’analisi più brutale di questo scarto sublime di coscienza irradiata. Nel suo personale giardino del Getsemani Rimbaud è a un tempo salvatore e traditore, tende una mano mentre ritrae furtivo l’altra. Sputa su fogli d’oro, sputa di quei veli osceni su cui giacque con l’angelo caduto, Verlaine. Osserva i suoi antenati; deplora i suoi antenati. Alle prese con la guerra civile della sua personalità, supplica amaramente di essere buono, ma non riesce. Deride la sua inventiva, il suo sfinimento, il suo cuore fiorente. Ma non credete! Non è una posa; è uno smarrimento. Ha diciannove anni e all’interno della sua cosmologia rose ed escrementi oltraggiano allo stesso modo. Mentre rotola nel piscio e tra le spine si oltraggia consapevolmente. È Amleto, butta lì soliloqui abbaglianti come non fossero altro che mugugni di collera. Essere consumato, spremuto: è il suo sogno. E come potrà consumarsi? Rimbaud conosce fin troppo bene la spiacevole risposta. L’alchimista è tenuto a discendere in se stesso, in un viaggio più terrificante dell’attraversamento del White Pass o dell’ascesa alle vette immense e tragiche del Bhutan. Solo navigando il caos del suo essere Rimbaud può iniziare a definire questa piccola guida profana. È un’eruzione di promesse! Sussulta mentre scrive, mutando le pelli in maniera superba e oscena. Travolto da un’onda di nulla, è come un vecchio che non sa più distinguere le lacrime dalle risa. Parla di abbandonare tutto, e infine lo fa, in accordo con chi si confessa, si volta e poi dà alle fiamme le proprie poesie, per purificarsi nel fuoco della sua stessa follia. Acceso dai fuochi d’artificio della sua disperazione, ci strema di bellezza, ma è anche la giovinezza sferzata, una ienaecc. Dà voce ai bastioni dell’anima assediata. Ciò di cui ha più paura è che Dio lo giudichi un impostore. Una stagione all’inferno gli ha portato nient’altro che miseria. E in compagnia della miseria lo troverete, mentre, con tutte le sue contraddizioni intatte, calpesta le fogne luminose del proprio sistema circolatorio. Una volta distillato il suo inferno – rubini sparpagliati in luoghi impervi – egli arriva, col suo passo pesante e demoniaco, e si prostra ai cancelli del paradiso. Pensate a me, lamenta – e noi dobbiamo farlo – immergendoci in una relazione infinita. Noi preghiamo per lui, gli offriamo amore. La storia lo acclama, gli offre l’alloro. La pietà canta di lui, gli offre assoluzione. Arthur Rimbaud, con la sua duratura sofferenza, ha ottenuto in ultimo il favore di Dio. 

© 2011 by Patti Smith. Reprinted by permission of New Directions Publishing Corp.

La traduzione dell’introduzione è di Carlo Vidotto

ARTICOLO n. 67 / 2021

SCRIVERE L’APOCALISSE

Giorgio Manganelli l’aveva a suo tempo spiegato: «La parola stessa, “Apocalisse”, pare essersi staccata dal libro che designa, come una delle belve volanti che lo affollano, e si muove nel nostro cielo con un messaggio ferreo e angoscioso, è una belva dell’intelligenza, non cerca di colpire le nostre carni, ma introdurre nella nostra mente una immagine rovinosa e sacra, il sigillo di una catastrofe che non è biologica, né ecologica, né nucleare, né epidemica: è l’idea della fine come significato, della morte totale di questo mondo come atto dotato di senso, anzi idoneo a conferire senso a tutto ciò che, fino al momento finale, si vestiva dei panni fastosi della “storia”». 

È il passaggio forse più intenso e vorticoso dell’abbagliante introduzione vergata dall’autore di Letteratura come menzogna per un’edizione oggi introvabile del libro dell’Apocalisse, arricchito dalle xilografie del grande Albrecht Dürer. La pervasività che l’apocalisse ha da sempre registrato nell’immaginario degli scrittori sarebbe dunque legata, a detta di Manganelli, all’idea della fine come atto corredato di senso, in grado di trasmettere tale significato a quello che continua a sembrarci, nonostante tutto, scandalosamente insensato, ossia al momento estremo della Storia, a quell’attimo ferale in cui calerà risolutivamente il sipario sulle nostre spoglie mortali. 

Si tratta, insomma, di una sorta di legittimazione logica. Da qui, probabilmente, il fascino che sprigiona ogni crepuscolo, come rilevava Borges: «Perché ci attrae la fine delle cose? Perché più nessuno canta l’aurora e non v’è chi non canti l’occaso? Perché ci attrae più la caduta di Troia che le vicissitudini degli Achei? Perché istintivamente pensiamo alla sconfitta di Waterloo e non alla vittoria? Perché la morte ha una dignità che la nascita non possiede? Perché la tragedia gode di un rispetto che la commedia non ottiene? Perché sentiamo che il lieto fine è sempre fittizio?». 

Se il lieto fine risulta ingannevole, artefatto, simulato, tremendamente svenevole, il finale tragico ha invece un che di irresistibile e insieme irriducibile, di misteriosamente attraente: esso è l’accordo non risolto in musica che scongiura la più banale armonia empatica, che mette in scacco l’eufonia dei destini e dei sentimenti. 

Il finale tragico piomba alla stregua di un meteorite inarrestabile. A maggior ragione, aggiungiamo noi, quando la parola fine fa rima con catastrofe, sciagura, calamità indifferibile. Il disastro conclusivo ai danni dell’uomo e della natura dove abita, del resto, nel tempo ha attecchito come l’edera nelle opere di diversi autori. Con una progressione inquietante, in ragione probabilmente del grido d’allarme che da più parti si è alzato, e che adesso, trasmutatosi in consapevolezza seppure tardiva, tallona le nostre coscienze. 

Anche se eravamo stati avvisati: dalla sacra scrittura per esempio, sulla base della quale sappiamo già che, a ridosso della fine dei tempi, le acque diventeranno «amare», le creature dell’oceano periranno, si abbuieranno la luna e le stelle e infine il sole, arroventatosi ormai parossisticamente, incenerirà l’umanità l’intera. È chiaro come questo passaggio della Bibbia abbia già a suo tempo enfatizzato la responsabilità umana per la degradazione ecologica, la sua rassegnazione dinnanzi alla catastrofe ambientale, annunciandone oltretutto un’imminente punizione. Lo ha spiegato di recente Carla Benedetti col suo La letteratura ci salverà dall’estinzione: si è creduto che la natura, a lungo avversaria dell’uomo, sarebbe stata ammaestrata dalla nascente tecnologia, della quale sarebbe inevitabilmente diventata serva. In realtà stanno da tempo davanti ai nostri occhi gli esiti effettivi e nefasti di tale convinzione, pur non provocando la reazione adeguata, l’unica possibile: cioè quella di cambiare definitivamente rotta, di non perpetrare, in merito soprattutto alle scelte politiche, l’ennesimo fallimento (Glasgow docet).

Ma torniamo a Manganelli: l’apocalisse è innanzitutto il sigillo di una catastrofe tout court, prima di essere biologica, ecologica, nucleare, epidemica. Certo, ne sappiamo di più oggi, viene da dire, riguardo alla distruzione infettiva: gli uomini si isolano gli uni dagli altri, come aveva messo già in evidenza Elias Canetti in Massa e potere; non c’è miglior modo di difendersi che scongiurare l’avvicinamento perché chiunque potrebbe farsi latore del contagio. C’è chi fugge dalla città, chi si chiude in casa: ognuno schiva l’altro. È il disastro della socialità, il naufragio del vivere in comune. 

A proposito poi della calamità nucleare, sempre Canetti aveva rilevato (riferendosi al disastro di Hiroshima) un aspetto generale, di natura assai inquietante e paradossale: forse solo nella loro massima sventura ci è possibile capire intimamente gli uomini. «È soprattutto la sventura – si chiedeva l’autore di Autodafé – ciò che ci accomuna?». 

Ne era convinto Guido Morselli: «Soffro, dunque sono» è del resto la massima emblematica, l’epigrafe totale della sua produzione, vergata dall’autore di Roma senza papa il 24 novembre 1950. Il più alto addensamento immaginabile, nell’epidermide di uno stringato e tagliente aforisma (ricavato da Cartesio). «Soffro, dunque sono»: Morselli scrive questa dolente verità nel periodo in cui sta leggendo non a caso Il libro di Giobbe, cui dedicherà il capitolo più intenso del suo saggio intitolato Fede e critica (1977), messo assieme tra il 1955 e l’anno successivo, dando in un certo senso ordine e completezza a materiali e chiose raccolti appunto in anni antecedenti. 

La sofferenza, lo sa bene Morselli, è legata al prevalere del negativo sul positivo. Come viene fuori dal bilancio approntato dal protagonista di Dissipatio H.G., un ipocondriaco esponenziale, un inguaribile fobantropo che la notte favolosa tra il I e il 2 giugno di un anno imprecisato decide di farla finita: tale negativo ha «una prevalenza del settanta per cento. Motivazione banale, comune? Non ne sono certo». 

Siamo a Crisopoli, città dell’oro: il suicidio programmato non va a buon fine ma, nel frattempo, è accaduto qualcosa di inatteso e colossale. Il protagonista infatti, ironico e spietato alter ego di Morselli che voleva annegarsi nel laghetto di una caverna, cambia idea alla fine e ritorna sui suoi passi, ma non incontra più anima viva per strada, le edicole sono chiuse, non ci sono treni sui binari. «Tentavo di realizzare la situazione, più specialmente la mia, senza allarmismo, senza illazioni fantasiose. Questa non è l’Antartide, è un fondovalle dove si accalcano quattromila individui». La città con la più alta concentrazione di ricchezza che si conosca adesso risulta deserta, immersa in un «silenzio cimiteriale». 

L’idea di un’apocalisse inevitabile aveva già sfiorato Morselli, poco prima di mettere mano al romanzo in questione. Un’idea che si può dire di matrice leopardiana: del Leopardi, beninteso, avverso alle «umane sorti e progressive» (al cui magistero si sono abbeverati non pochi autori, nel Novecento), autore tra l’altro di due dialoghi significativamente apocalittici: quello di un folletto e di uno gnomo, dal quale si affaccia un mondo deserto, in cui non c’è più traccia del genere umano; e quello che vede confrontarsi Atlante e Ercole: quest’ultimo si accorge che la Terra si è fatta particolarmente leggera e silenziosa, immersa in un torpore simile alla morte. 

Torniamo a Morselli: della sua idea di un’inevitabile, antimoderna, apocalisse, c’è traccia in due pagine del diario, all’altezza cronologica del 26 febbraio 1969: «L’umanità deve finire in una disastrosa apocalisse. Scienza e religione, e del resto anche gli ignari dell’una e dell’altra, concordano in questa previsione catastrofica. (Fanno eccezione soltanto i filosofi; il loro professionale ottimismo non si occupa che del progresso di questo ottimo fra i mondi possibili: non ammette di occuparsi della sua fine). Dunque scomparsa catastrofica e più o meno rapida e improvvisa, della nostra razza, vuoi per cause naturali, ci si immaginava sino all’estate 1945, vuoi per cause artificiali, ossia prodotte dalla forza distruttiva scatenata dall’uomo stesso». 

In realtà questa è l’idea corrente, particolarmente legata alla contingenza storica del secondo conflitto mondiale: il 1945 è l’anno in cui vengono sganciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Ma Morselli la pensa in maniera diversa: «Per conto mio, direi invece che l’uomo non è destinato a vedere la propria fine. Non precisamente che io condivida la tesi degli idealisti moderni (la razza umana eterna in quanto di fatto identificata con l’eterna Idea, con lo Spirito). Direi che la fine della nostra razza sarà registrata, a modo loro, dai nostri successori. Ossia dalle scimmie. O dai successori di queste, mammiferi inferiori. Perché (ed è strano che nessuno ci abbia pensato, col chiacchierare che pur si è fatto di “ritorni”) l’evoluzione non è un processo ascendente all’infinito, non è un meccanismo che debba seguitare per sempre, a meno che non si ammetta, appunto, che percorra una parabola, nel senso matematico del termine. E che a un certo momento non volga “all’ingiù”. Non si trasformi in involuzione. È l’ipotesi più giudiziosa, come la più normale».

Qui lo scrittore mostra senza infingimenti il suo sembiante anti-darwiniano: l’umanità regredirà progressivamente, una sorta di sindrome del gambero costringerà l’uomo a ripercorrere all’indietro le tappe del suo glorioso cammino: «Secondo questa ipotesi, niente catastrofe finale per chiudere la carriera dell’homo sapiens, o oeconomicus (o comunque si scelga, fra i tanti appellativi che si è inventato). […] Un bel giorno, senza che nessuno se ne accorga, né abbia più voglia o attitudini per rifletterci e impressionarsene, ci rimetteremo a camminare a quattro zampe. Potrebbe essere il ritrovamento dell’età dell’oro. Poi scenderemo ancora, ci sorprenderemo (per modo di dire) a strisciare per terra: rettili. Il mare primordiale ci aspetta, o piuttosto, i laghi o le paludi o le lagune, che nel frattempo si saranno redenti dalle nostre perfide polluzioni. Da ultimo, i protozoi, e le “macromolecole”. Qualche cosa degli antichi istinti (umani) sornuoterà? È probabile o se non altro possibile, così come oggi c’è abbastanza dell’animalesco, residuo, in noi. Saremo tutti solo lucertole, ma qualcuna di quelle lucertole, presa da ataviche nostalgie estetiche, indugerà amorosamente al sole sui muri scrostati dove qualche milione di anni prima c’era la Cappella Sistina. […] Perché no? (Mi accorgo di essere, in fondo, ottimista anch’io)». 

È un vero e proprio apologo infarcito di tragica ironia: l’umanità non avrà la possibilità di assistere alla propria fine. Sadico, Morselli nega all’uomo il podio sospirato. Nessuna onorificenza a fine «carriera». Da quadrupedi a rettili a macromolecole: al diavolo il progresso, la sopravvivenza e il benessere della razza umana sulla terra. Sarebbe, quella preconizzata da Morselli, un’età dell’oro sui generis: quanto meno, a unico senso, relativamente alla duplice metamorfosi immaginata da alcuni filosofi: l’uomo che può trasformarsi in animale e viceversa, senza posa e senza limiti. Qui l’uomo abbandonerebbe la scena definitivamente, ripercorrerebbe all’indietro le tappe del suo cammino evolutivo. Il miracolo stupefacente della civiltà si sbriciolerà rovinosamente e dell’uomo non rimarrà traccia alcuna. Forse sopravvivrà la larva di un sentimento, l’ombra di un empito estetico. L’autore di Fede e critica qui sbandiera trionfante il suo umorismo, si fa vessillifero di un grottesco antiumanesimo.

Quest’idea apocalittica Morselli la innesta nel suo Dissipatio H.G.: «La fine del mondo? Uno degli scherzi dell’antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli. Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima ma non che possano finire dopo di noi. […] Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro». 

In Dissipatio H.G. l’apocalisse silenziosa è oramai compiuta, avendo però risparmiato un unico essere umano, il quale inizialmente stenta a prendere atto della sparizione del genere umano. Ma di questa latitanza la natura non può che gioire: gli animali sembrano riappropriarsi dei loro spazi senza gli antichi timori. E questo, agli occhi del protagonista, si staglia come la prova che l’evento non sia una chimera, un’invenzione, un sogno. In mezzo ai binari scorge sfilare una famiglia di camosci: due femmine, un maschio e i cuccioli. Ma non è l’unico segno di buon auspicio: gli uccelli fanno baccano, si sono moltiplicati, si vedono le strigi, i gufi, gli allocchi e le civette (è, del resto, quanto abbiamo registrato di recente grazie al lockdown imposto per via del Covid: si è saputo di caprioli che osservavano straniti le vetrine dei negozi del centro in un paesino della pianura piemontese, di lupi stiracchiati sui marciapiedi, di aquile reali sui cieli di alcune metropoli). «L’istinto li avverte di una novità in cui certo non speravano: il grande Nemico si è ritirato. Non ci sono più fumi nell’aria, a terra non ci sono più puzzi e frastuoni. (O genti, volevate lottare contro l’inquinamento? Semplice: bastava eliminare la razza inquinante)». 

Forse l’umanità tutta (tranne uno) è scomparsa perché non ha osservato le leggi della madre Terra? Perché ha diffuso nell’aria fumi, puzzi, ha riempito il mondo di frastuoni? Se la letteratura non ci salverà dall’estinzione, per dirla con Benedetti, soltanto l’estinzione dell’uomo, sembra incalzare Morselli, potrà salvare il nostro pianeta. Non sappiamo se la silenziosa apocalisse che si è consumata a Crisopoli da cosa sia stata generata: verrebbe da pensare a un disastro inevitabile. 

Come quello che prova a immaginare Primo Levi ragionando sugli scarabei, sulla loro diversità irriducibile rispetto a noi umani. Nel caso di una catastrofe nucleare, rivela il chimico scrittore, questi coleotteri sarebbero i migliori candidati alla nostra successione grazie alle mirabili capacità di adattamento a tutti i climi che hanno dimostrato, colonizzando tutte le nicchie ecologiche e mangiando ogni cosa (alcuni di essi sono in grado, si meravigliava lo stesso Levi, di perforare pure il piombo e la stagnola). «Da quando il pianeta sarà loro, dovranno ancora passare molti milioni di anni prima che un beetle particolarmente amato da Dio, al termine dei suoi calcoli, trovi scritto sul foglio, in lettere di fuoco, che l’energia è pari alla massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce». 

ARTICOLO n. 66 / 2021

ESISTE IL NUOVO CINEMA ITALIANO?

Nuovo cinema italiano

Nel corso degli ultimi cinque anni a quasi tutti i registi e sceneggiatori italiani, soprattutto a quelli più giovani, è stata fatta la stessa domanda: «Il nostro cinema è cambiato?». Alcuni hanno risposto in modo approfondito e sincero; altri hanno evitato, e altri ancora, invece, sono stati lapidari. Sì, no, forse. Chi lo sa. Qualcuno ha azzardato: il cinema italiano non cambierà mai. 

Quando parliamo di rivoluzione interna dell’industria, scegliamo gli ultimi cinque anni come periodo di riferimento per un motivo particolare. Perché cinque anni fa – quasi sei, in realtà – in sala sono arrivati dei film che hanno cambiato – anche se per pochissimo – l’equilibrio del nostro cinema: Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari; Veloce come il vento (2016) di Matteo Rovere; Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) di Gabriele Mainetti e Suburra (2015) di Stefano Sollima. 

Tre di questi film sono ambientati tra Roma e la sua periferia, uno è ambientato in Emilia. In Non essere cattivoLo chiamavano Jeeg Robot e Suburra si sono fatti notare due degli attori più famosi e seguiti degli ultimi anni: Luca Marinelli e Alessandro Borghi. E in Veloce come il vento ha fatto il suo esordio Matilda De Angelis, comparsa anche nella serie internazionale The Undoing. Quando questi film sono stati distribuiti, l’età media dei registi era di circa 45 anni, e anche questa è stata una novità piuttosto importante per l’ecosistema italiano.

Ovviamente non è stato un cambiamento radicale. Nei mesi e negli anni precedenti, altri film hanno preparato il terreno. Uno su tutti: Smetto quando voglio (2014) di Sydney Sibilia, all’epoca poco più che trentenne. Questi quattro film hanno in comune un’altra cosa: raccontano tutti, ognuno con le dovute differenze e con le proprie caratteristiche, storie di genere. 

Il genere all’italiana

Il genere, in Italia, non è mai scomparso veramente. Ma nel 2015 (e nel 2016) l’arrivo di questi film l’ha riportato alla ribalta. A parte Lo chiamavano Jeeg Robot, che è un film che contiene elementi fantastici, un altro punto in comune tra questi titoli è l’estremo realismo presente sia nelle immagini, sia nella costruzione del racconto. In questi film si muore, si soffre e soprattutto si affrontano i problemi di ogni giorno: debiti, dolore, malattia, povertà, droga, corruzione. 

Ognuno di questi film prende una strada diversa, è vero. Ma nonostante l’assenza di un vero coordinamento e di una regia a monte sono comunque riusciti a portare una ventata di novità e di speranza nell’industria italiana. C’è stata poi l’incapacità del sistema di approfittarne, e di innalzare questo nuovo sentimento a un altro livello (non ci sono stati sequel, per esempio; e chi ha provato a utilizzare il genere non è stato in grado di ripetere gli stessi risultati, con lo stesso apprezzamento di pubblico e di critica). Questo, però, è ancora un altro elemento, che approfondiremo a breve. Per ora, soffermiamoci su una riflessione più ampia: quella sul nuovo cinema italiano.

«A che ora è la rivoluzione?»

Prima di tutto: è mai esistita? Alla fine, questa rivoluzione è andata in porto? Risposta breve: in parte. Gli autori e gli attori di questi quattro film hanno avuto un momento di estrema visibilità, e sono andati avanti con le loro carriere. Ma molte delle novità che hanno introdotto si sono perse, e l’Italia – intesa come cinema e come industria – è tornata a un approccio più autoriale: con una figura unica al centro di scrittura e regia, e con una diversificazione molto limitata tra le produzioni.

Tutto è cominciato con Non essere cattivo di Claudio Caligari, presentato in anteprima alla 72° Mostra d’arte cinematografica di Venezia. Il percorso intrapreso da Caligari, dagli sceneggiatori, Francesca Serafini e Giordano Meacci, e dai produttori, tra cui Valerio Mastandrea, è stato un percorso piuttosto atipico: fatto di tantissime rinunce, di tantissimi sacrifici e di un’alchimia straordinaria tra il regista e gli interpreti principali, Luca Marinelli e Alessandro Borghi. 

Con Non essere cattivo è nato un fortissimo sodalizio tra cast tecnico e cast artistico, e ancora oggi, a distanza di anni, è possibile ritrovarli insieme in attività, incontri e su altri set (Marinelli ha collaborato nuovamente con Serafini e Meacci per Principe Libero nel 2018). La trama di Non essere cattivo si concentra su due amici che provano a resistere e a sopravvivere, sul loro rapporto, sulle difficoltà che devono superare e sulla decisione – presa da uno dei due – di voltare pagina. È un racconto estremamente potente e tra i più belli del cinema italiano contemporaneo. 

Suburra di Stefano Sollima ha fatto un’altra cosa: ha preso Roma e ne ha mostrato i lati più oscuri, tra criminalità e politica. Anche qui uno dei protagonisti è interpretato da Alessandro Borghi, affiancato da una bravissima Greta Scarano e da un cast di prim’ordine (su questo, però, torneremo più avanti). Il tema principale del film non è la profondità della corruzione e del malaffare nell’amministrazione della capitale e nel Vaticano (sì, si parla anche di Vaticano). Sono i rapporti di potere. Sollima, dopotutto, li ha sempre raccontati: a partire da Romanzo Criminale (2008), primissima serie tv di Sky, altra rivoluzione made in Italy.

Le persone, in Suburra, sono appunto persone: non sono personaggi di un poliziottesco piatto e prevedibile; non sono solo luoghi comuni e cliché. In Suburra c’è la complicatezza della vita quotidiana: l’imprevedibilità delle scelte e le incredibili conseguenze che possono avere. Il più forte mangia il più debole: ma il più debole, a volte, riesce ad avere la meglio sul più forte. E anche questa è una delle lezioni contenute nel film di Sollima.

Veloce come il vento di Matteo Rovere è arrivato come un fulmine a ciel sereno: un film di corse, con riprese dal vivo su piste vere, con due personaggi interessanti e mai banali, che ha messo d’accordo pubblico e critica. Stefano Accorsi ha uno dei ruoli più belli della sua carriera; e Matilda De Angelis, che canta anche la canzone dei titoli di coda, Seventeen, dà una grandissima dimostrazione del suo talento. Rovere, come pochi altri registi, ha saputo lavorare con i suoi attori, e ha soprattutto saputo su quali elementi e su quali spunti insistere. 

Il mondo di Veloce come il vento è un mondo sospeso, e tuttavia estremamente credibile. Anche qui, come in Non essere cattivo, gli sceneggiatori hanno giocato un ruolo fondamentale: Rovere ha firmato la storia con Filippo Gravino e Francesca Manieri, ed entrambi in questi anni sono diventati due delle firme più cercate e apprezzate dell’ambiente, dai lungometraggi alla serialità televisiva.

Lo chiamavano Jeeg Robot è stato, tra questi film, quello più inatteso e sorprendente. Gabriele Mainetti e lo sceneggiatore Nicola Guaglianone hanno creato una storia semplicemente unica. Di più: hanno plasmato un cattivo iconico, così particolare e innovativo da diventare uno dei personaggi più amati dal grande pubblico nel giro di pochissimo tempo: Lo Zingaro, interpretato da Luca Marinelli. Claudio Santamaria è il protagonista, ed è lui a dover rispondere alla chiamata dell’eroe. Ilenia Pastorelli ha un altro ruolo molto importante: è quasi una guida.

Ma Mainetti e Guaglianone non si sono limitati a giocare con i generi, a costruire un nuovo immaginario; sono andati oltre, hanno reso appassionante un tipo di storia fino ad allora piuttosto inedito tra le produzioni italiane, e hanno valorizzato al massimo i loro attori. Mainetti, in particolare, ha trovato il suo posto e la sua visione. Lo chiamavano Jeeg Robot è stato il suo primo film, e fino alla fine, fino all’ultimo giorno in sala, è sembrato una promessa: questo è solo l’inizio. E in un certo senso sì, è stato proprio un inizio. Perché Lo chiamavano Jeeg Robot, più degli altri tre film, è stato in grado di richiamare una parte di pubblico riportandola al cinema. Ma tanto è stato sufficiente?

Non ci sono solo protagonisti

Abbiamo parlato dell’importanza degli sceneggiatori e della divisione necessaria tra la figura del regista-autore e quella dello scrittore. Ma c’è anche un’altra cosa che questi quattro film, così “nuovi” per il panorama italiano, hanno fatto. Hanno dato spazio e spessore ai personaggi secondari. 

Da Non essere cattivo a Lo chiamavano Jeeg Robot, ogni sequenza e ogni battuta hanno il loro ruolo e ogni personaggio che compare in scena è un personaggio memorabile, da ricordare. Con Lo chiamavano Jeeg Robot è stato particolarmente evidente, per la bravura e il talento di Luca Marinelli. Ma vanno citati anche: Antonia Truppo, Ilenia Pastorelli e Salvatore Esposito nel film di Mainetti; Silvia D’Amico e Roberta Mattei in Non essere cattivo; Paolo Graziosi e Mattei, di nuovo, in Veloce come il vento; Claudio Amendola, Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Adamo Dionisi e Giacomo Ferrara in Suburra.

Insomma, in questi quattro film il lavoro della regia e della scrittura è stato così profondo ed efficace da rendere ogni cosa, anche la più piccola, necessaria e determinante. Per il cinema italiano, questa non è sicuramente una novità. In passato è successo altre volte, certo. Ma un allineamento così forte di intenzioni e di punti di vista è, a suo modo, abbastanza unico. E va tenuto in altissima considerazione. Anche perché non stiamo parlando di film particolarmente ricchi, con super budget o con il sostegno deciso di grossi distributori. Parliamo di progetti pensati e scritti per bene, con una loro identità, con una loro forza, capaci di attirare e di tenere insieme talenti. E nient’altro. Ma cosa hanno fatto, alla fine, questi film?

Il vero cambiamento

Sono riusciti ad appassionare il pubblico; sono riusciti, soprattutto, a superare le dinamiche classiche della promozione, e a essere spinti dal passaparola. In alcuni casi, come in quello di Non essere cattivo e di Lo chiamavano Jeeg Robot, ci siamo ritrovati davanti a dei cult istantanei, ancora oggi apprezzati e consigliati dagli spettatori. Ma c’è stato anche un intervento deciso, da non dimenticare, da parte di chi si occupa della promozione. O meglio: di chi cura i materiali come poster, teaser e trailer. 

Federico Mauro e la società Vertigo, per fare un esempio, hanno giocato – anche perché liberi dai soliti dettami delle distribuzioni – con film come Veloce come il vento, e hanno usato Lo chiamavano Jeeg Robot per fare qualcosa di più: per raccontare la loro storia. I trailer, per la prima volta, non sono stati solo e semplicemente dei biglietti da visita: hanno creato e alimentato l’eccitazione e la curiosità del pubblico; sono stati, a loro volta, dei piccoli momenti rivoluzionari. Ogni nuovo contenuto ha fatto la differenza: ed è stato atteso, ripreso, condiviso.

Attenzione, però: se questi quattro film sono andati bene, e hanno incassato e sono piaciuti così tanto, non è stato merito unicamente delle distribuzioni e di chi ha seguito la fase promozionale. Erano anomalie, e come anomalie sono state trattate. Non c’era un disegno preciso; non c’era l’intenzione particolare di insistere. Il successo è arrivato, ma è arrivato per caso. E anche per questo la promessa di un nuovo cinema italiano sembra essere stata tradita. 

Non abbiamo saputo, in questi cinque anni, costruire un sistema capace di autosostenersi e di autoalimentarsi; non abbiamo trovato una terza via. Continuiamo ad attivarci sempre con una grande fatica. Si produce tanto, e anche oggi, dopo due anni di incertezze e difficoltà, ci sono novità e nuovi titoli ogni settimana. Ma il pubblico lo sa? E soprattutto: il pubblico è intenzionato a vedere questi nuovi film? Questo atteggiamento, questo approccio così vago e largo, ha ancora senso? 

Disney e Marvel, e gli altri colossi hollywoodiani, hanno mostrato chiaramente una cosa: il pubblico va al cinema se è convinto, se sa di potersi fidare; se c’è un brand conosciuto e riconosciuto. In Italia siamo riusciti a fare una cosa simile? Il genere, così tanto apprezzato e ricercato, ha avuto il suo spazio?

Il secondo film di Gabriele Mainetti, Freaks Out (2021), non ha ricevuto la giusta attenzione; ci si è mossi tardi, e questo è un fatto. E anche nel ritardo, non è stata trovata una strategia vincente e condivisa. Mainetti ha finito per spingere e per promuovere Freaks Out quasi da solo, con i suoi social. Aiutato unicamente dal comparto digital.

Punto e a capo

Torniamo alla domanda iniziale. Il cinema italiano è cambiato? Se parliamo di intenzioni, di voci, di nuovi autori, assolutamente sì. Ci sono produttori pronti a rischiare, oggi; produttori che hanno visto, o anche solo notato, il potenziale di determinate storie. Ma sono pochi. Si contano, forse, sulle dita di una mano. Matteo Rovere è un esempio. 

Il sistema, di fatto, è rimasto lo stesso. E quindi un nuovo cinema italiano, una rivoluzione, non ci sono mai stati. Siamo ancora in attesa. La nostra industria, in questi anni, non è stata in grado di fare autocritica, di cambiare, di correggere errori strutturali che vengono ripetuti da decenni. A monte, c’è un’idea da grande editore: questo è il film, questa è la data d’uscita; venite al cinema. Purtroppo però questa visione non basta più. Perché il pubblico e i suoi gusti non sono più gli stessi. 

Serve anche un’inclusività diversa, maggiore e ragionata: bisogna dare libertà alle registe e ai registi, alle sceneggiatrici e agli sceneggiatori; bisogna superare gli schemi tradizionali, ed essere pronti – non a rischiare ma – a investire. Ci sono talenti come quelli di Alice Rohrwacher, di Francesca Mazzoleni e di Susanna Nicchiarelli che si stanno facendo largo a forza, spinte dal successo dei loro film e da un apprezzamento internazionale. Non è una questione quantitativa, ma qualitativa: ci sono ancora molte resistenze, anche sotto questo punto di vista, in Italia.

Per molto tempo la colpa della crisi delle sale è stata data allo streaming: è colpa della loro offerta; è colpa del loro modo di fare e farsi pubblicità; è colpa di un catalogo insuperabile. Ma il resto – e quindi i cinema, intesi come strutture fisiche, la promozione e anche il processo di selezione di nuovi progetti – è rimasto perfettamente identico. Davanti alla minaccia dell’estinzione, il nostro istinto di sopravvivenza non ha fatto niente. Siamo in un nuovo mondo, ma abbiamo la stessa mentalità dell’inizio degli anni 2000.

Il nuovo cinema italiano, forse, arriverà: fa parte della natura ciclica delle cose, e anche dell’inevitabilità di certi cambiamenti. Oppure questa fase verrà completamente saltata, e l’eredità di film come Lo chiamavano Jeeg RobotNon essere cattivoVeloce come il vento e Suburra sarà condannata a rimanere in secondo piano. Diventerà un promemoria per il futuro, e sarà un ricordo con cui consolarsi.

In questo articolo non vengono citati grandi successi commerciali come Perfetti sconosciuti (2016) di Paolo Genovese ed esperimenti come Mine (2016) di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, e nemmeno l’esordio dei fratelli D’Innocenzo (2018). Abbiamo preferito concentrarci su questi quattro film e su questo periodo (2015-2016) non solo per ridurre il campo di indagine, ma pure per rendere più lineare il nostro ragionamento: Lo chiamavano Jeeg Robot, Suburra, Non essere cattivo e Veloce come il vento sono stati apprezzati dalla critica (recensioni positive) e dal pubblico (buoni incassi); sono tutti racconti di genere (con le dovute differenze, come abbiamo già detto) e hanno tutti dato spazio a nuovi talenti – attori, attrici, registi, sceneggiatori – del cinema italiano. Ancora una cosa: per Lo chiamavano Jeeg Robot va segnalato l’importante lavoro fatto dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti.

ARTICOLO n. 65 / 2021

VEGETARIANI, PERCHÉ?

Vegetariani, perché? Gli animali soffrono, ecco perché. Gli animali soffrono, anche se noi siamo così ciechi e così sordi da non rendercene conto, e da non volerlo sapere.

Sappiamo bene che la dieta vegetariana è di gran lunga più salutare di quella onnivora. Sappiamo anche, ormai, che il pianeta non è più in grado di sopportare l’alimentazione carnivora di molti miliardi di umani. Eppure queste consapevolezze non bastano. La ragione potente, e sconvolgente, della scelta vegetariana è e rimane sempre questa: gli animali soffrono, e la loro sofferenza è una ferita irrimediabile per le nostre coscienze.

Quando ero un giornalista alle prime armi, il capocronista del quotidiano per cui lavoravo, a Bologna, mi mandò un giorno a fare un’inchiesta sul mercato-macello della città. Ordine, pulizia, quel grande campo di uccisione di bovini mi apparve subito come una macchina efficiente e perfetta. C’erano dei lunghi corridoi delimitati da sbarre di metallo, che dal piazzale di sbarco degli animali immettevano nell’edificio della mattanza. Gli addetti sospingevano i bovini nei corridoi, e quelli docilmente s’incamminavano verso la morte. Ma a quel punto qualcosa accadeva, sempre. La macchina perfetta s’inceppava. Dopo alcuni passi, gli animali capivano. Sentivano l’odore del sangue e della morte.  S’impuntavano, recalcitravano, muggivano, e nei loro occhi si dipingeva il terrore. Era come se implorassero pietà. Gli adulti cercavano di proteggere i vitellini. Uno degli addetti mi confessò: «Anche se ormai li abbattiamo sparandogli il chiodo nella fronte, e la loro morte è istantanea, a queste scene non ci si può comunque abituare.»

Era l’aprile del 1975, e fu da allora che la mia decisione di diventare vegetariano divenne irrevocabile. Sono passati quarantasei anni, e non me ne sono mai pentito. Si può vivere magnificamente senza mangiare carne! Senza farsi complici di quell’orrore, di quella sofferenza. Perché gli animali sono nostri fratelli, hanno anima, sensibilità e intelligenza. Chi lo nega non sa, semplicemente, quello che dice. E chi afferma che, comunque, il sacrificio degli animali è necessario, è indispensabile, semplicemente afferma il falso. Non mi pongo sul piano dell’ideologia: sto solo parlando di un dato di fatto. Ignoro e detesto ogni forma di fanatismo, di estremismo fondamentalista. Mi appello unicamente al puro principio della non violenza. Principio che, strano a dirsi, non è affatto ideologico, ma fondato su un pragmatismo etico elementare.

Approfondiamo dunque il tema, perché è questo l’unico argomento che, in fin dei conti, veramente conta. C’è nel saggio La persona e il sacro, di Simone Weil, una pagina stupenda, che pone in modo perfettamente concreto la questione della violenza. La Weil si chiede: «Che cosa, esattamente, m’impedisce di cavare gli occhi a quell’uomo, se ne ho il permesso e ciò mi diverte?» E la risposta è di una semplicità disarmante: «Ciò che riuscirebbe a trattenere la mia mano è il fatto di sapere che se qualcuno gli cavasse gli occhi la sua anima sarebbe straziata dal pensiero che gli viene fatto del male.» Ma una forma di questo “pensiero”, di questa consapevolezza del male, esiste anche negli animali: quando quelle povere bestie vengono sospinte al macello, la loro mente percepisce in modo estremamente chiaro la prossimità di quel male, di quella sofferenza, e dell’annientamento della loro vita.

In ciò consiste l’abominio della violenza. Nella negazione di un diritto elementare che non solo gli esseri umani posseggono, ma tutte le creature senzienti e in vario grado coscienti: il diritto a ricevere il bene, e a non subire il male. Il diritto a non soffrire. Estendere questo diritto agli animali non può definirsi un’utopia. Altrimenti che senso avrebbe dichiararsi veramente “umani”? E a chi protesta paventando il rischio di cadere in un “animalismo deviato”, potenzialmente disumano – la tipica obiezione di chi immancabilmente ricorda che Adolf Hitler era vegetariano –  si può sempre rispondere con la dolce ironia francescana di un Aldo Capitini, che alludendo appunto a quel sospetto di ambigua utopia invitava al rigore dell’impegno etico col sorriso: «perché non siamo maniaci e sappiamo la differenza che c’è tra la vicinanza che possiamo stabilire con una persona e la vicinanza con un animale: sorridiamo, ma procediamo con fermezza.»

Ed è questo un pensiero ben presente in tutta la tradizione filosofica fautrice del vegetarianismo, dall’antichità fino ai nostri giorni. Pensiamo solo alle pagine terribili che un Plutarco, o un Tolstoj, ci hanno lasciato per descrivere lo strazio degli animali nei momenti del massacro e dell’agonia. Ecco Plutarco: «Noi crediamo che i suoni e le strida che gli animali emettono siano voci inarticolate, e non piuttosto preghiere, suppliche e richieste di giustizia… che crudeltà!» Ecco Tolstoj, testimone inorridito di una macellazione: «Quando il colpo falliva, il bue s’impennava, muggiva e grondante sangue cercava di liberarsi dalle mani dei macellai… Ogni volta che si prendeva un bue e lo si tirava per una corda attaccata alle corna, il bue, fiutando il sangue,  s’inarcava, muggiva e indietreggiava, sì che due uomini non avevano la forza di tirarlo; allora uno dei macellai gli tirava la coda, gliela torceva fino a spezzarla e la bestia avanzava.»

Eppure è in Porfirio di Tiro, nel suo trattato sulla Astinenza dagli animali – scritto in greco a Lilibeo verso la fine del terzo secolo – che questo tema cruciale trova la sua esposizione più compiuta e forse insuperata. Quello che Porfirio ci vuol dire è che la pietà per gli animali non può derivare solo dalla convinzione che nelle loro anime alberghino delle forme di razionalità, per quanto inferiori alla ragione umana. La pietà di Porfirio travalica la visione antropocentrica; non è soltanto intellettuale, ma deriva essenzialmente da una profonda e viva empatia verso le creature viventi che sentono, vedono, comprendono, e soffrono e gioiscono coscientemente come noi, e patiscono terribilmente il dolore fisico, e l’umiliazione e la paura, il terrore della morte violenta, delle percosse e della lacerazione delle loro membra.

Ecco un passo rivelatore dell’Astinenza: «Gli animali sono per natura così costituiti da avere percezione, soffrire, avere paura, subire danni, e perciò anche l’ingiustizia… Ma quando vediamo molti uomini vivere soltanto guidati dal senso senza far uso dell’intelletto e della ragione, e inoltre molti superare le bestie più terribili in crudeltà, in collera, in avidità… come non è assurdo pensare che abbiamo rapporti di giustizia con essi, mentre non ne abbiamo nessuno con il bue aratore, il cane che partecipa della nostra casa, le pecore che ci nutrono con il loro latte e ci vestono con la loro lana? Come non è tutto ciò assolutamente contrario alla ragione?»

Oltre la pietà, la giustizia, dunque. Come nel nostro tempo diranno Peter Singer (Liberazione animale, 1975) e Tom Regan (I diritti animali, 1983). L’ecologismo, la dietologia, e perfino la gastronomia, possono fornire armi potenti, e ormai forse indispensabili, alla causa vegetariana. Ma senza pietà, e senza giustizia, quella bella utopia continuerà a vivere come un sogno senz’anima.

ARTICOLO n. 64 / 2021

CIBO È CULTURA

Il cibo intelligente non è onnivoro, vegetariano o vegano. Il cibo della nostra strana epoca, l’Antropocene, un soffio umano incastonato nelle età geologiche gigantesche, un intervallo in cui siamo noi a influenzare gli eventi della Terra, è un cibo consapevole. Ne sappiamo abbastanza di scienze della nutrizione per essere certi che la salute dipenda anche da pranzi e cene. E come potrebbe non essere, considerato che in un’esistenza media l’intestino è un filtro attraversato da quel che resta di 30 tonnellate di alimenti e di 50 mila litri di liquidi.

«Siamo quello che mangiamo», rifletteva il filosofo Ludwig Feuerbach. Ma quello che mangiamo, e che non mangiamo, ormai sappiamo anche questo, può cambiare il mondo. A marzo del 2021 la rivista Nature ha pubblicato un’analisi cristallina: le tavole mondiali pesano a spanne per un terzo sulle emissioni di gas serra, cioè di quei gas che avvolgono il nostro globo come una coperta. Gli esperti dell’Onu hanno scritto che il riscaldamento globale non potrà arrestarsi se non si provvederà anche a modificare il sistema alimentare.

La domanda, legittima, è in che maniera pranzi e cene siano collegati alle follie del clima. In diversi modi, ma soprattutto tramite il tipo di digestione dei ruminanti, il disboscamento in favore di agricoltura e pascolo, la lavorazione industriale. Il trasporto ha un’incidenza piccola, con tutto il rispetto per la filosofia del chilometro zero.

Un primo problema è il metano, gas serra potentissimo. Lo producono certi ceppi di batteri che se ne stanno acquattati negli stomaci delle mucche, delle capre e delle pecore: sono loro coinquilini e sopravvivono fermentando i residui della digestione. Per questo ha un senso paragonare le macchine al meteorismo di ovini e bovini. Le quantità di emissioni provenienti dal bestiame sono pari più o meno a quelle di camion, auto, aerei e navi messi insieme, stando alle stime della Fao. Come se non bastasse, ci sono i danni causati dalla deforestazione praticata per ricavare aree destinate alle mandrie o ai mangimi. E gli allevamenti intensivi consumano suolo, energia, acqua.

Nell’ipotesi che tutta l’umanità rinunciasse a ogni tipo di fonte animale, le emissioni legate al cibo scenderebbero del 70% in trent’anni. Ma questo argomento non dovrebbe essere usato come arma contro gli onnivori. La sostenibilità è anche sociale ed economica. La zootecnia impiega oltre un miliardo di lavoratori e bisogna pensare che in alcuni Paesi carne, uova e latte sono vitali per persone con diete limitate.

Diversa è la questione etica, il vero confine che separa carnivori e veg. Non mi meraviglia che i teorici di una scelta o dell’altra discutano, e a volte infiammando i toni, proprio perché in gioco c’è un punto di vista sul mondo, sulla nostra superiorità o meno rispetto agli altri animali, sul loro benessere, sul domani del pianeta. L’empatia ha a che fare con il soggetto prima ancora che con l’oggetto. «Vi sono persone che hanno la capacità di immaginarsi nei panni di qualcun altro, vi sono persone che non ce l’hanno e vi sono persone che questa capacità ce l’hanno ma scelgono di non esercitarla», scrive John Maxwell Coetzee nel suo libro La vita degli animali. Un bel libro, in cui la protagonista, un’anziana romanziera, riflette con scienziati, filosofi e poeti sui diritti degli esseri viventi.

Disinteressarsi al tema «carne sì o no» è diventato impossibile. Per un motivo o per l’altro, prima o poi, veniamo chiamati a prendere posizione: lo richiedono i figli ambientalisti, l’amica che rinuncia al manzo, il dibattito sull’ultimo documentario di Netflix, quel nuovo libro, la crisi climatica, le ricerche sul rapporto tra salute e consumo di bistecche.

All’onnivoro non basta più dire che mangia agnelli e polli perché «è normale». Riannodando i fili della storia, troviamo le nostre cugine, le grandi scimmie antropomorfe, nella sostanza vegetariane, diversamente dai nostri antenati del genere Homo. Per alcuni antropologi, è la masticazione di brandelli di carne ad aver potenziato le mandibole e allargato il cranio, con l’evoluzione che ha fatto il resto e ha premiato lo sviluppo di un cervello strutturato, rendendoci quelli che siamo: intelligenti, dotati di parola, creatori di opere d’arte.

Dunque, continuiamo a nutrirci di bistecche perché lo prevede la natura umana? «Secondo questa logica», come ha notato Isaac Singer, premio Nobel per la letteratura, «non dovremmo neppure impedire l’omicidio, perché anch’esso è sempre stato praticato dall’inizio dei tempi».

Noi non viviamo solo del retaggio di un destino biologico, perché noi siamo cultura, nel senso di appartenenza a una civiltà, a un popolo, nel senso di conoscenze condivise e di patrimonio di idee individuali. Se il Dna e le tradizioni ci ancorano al passato, la cultura può renderci liberi di immaginare il futuro. Decidere di evitare carne e pesce, come nei menù dei vegetariani, o tutti i prodotti di origine animale, com’è per i vegani, fa parte delle possibilità.

Per un occidentale medio, la carne non è indispensabile. È un’ottima fonte di una gamma di nutrienti essenziali, ma di alternative se ne trovano. Per esempio, il consumo di quattro-cinque porzioni alla settimana di legumi contribuisce al raggiungimento del fabbisogno di ferro, che si trova pure in molluschi, sardine, ortaggi, cioccolato o frutta a guscio. La vitamina B12 si prende da uova e pesce (mentre ai vegani è consigliata l’integrazione o il consumo di alimenti fortificati). Quanto alle proteine, è vero che un etto di filetto di vitello ne contiene 20,5 grammi, ma la stessa quota si raggiunge mangiando un piatto di pasta e fagioli, un contorno di spinaci e un frutto. E non è un rimpiazzo triste. Se l’uomo «è un animale che cucina», secondo la definizione (geniale) dello scrittore scozzese James Boswell, si deve soprattutto alle soluzioni che s’è inventato per trasformare in ingredienti commestibili qualcosa come quattromila specie vegetali, dal grano alle patate, dal peperoncino alla borragine.

Non intendo criminalizzare chi ama il gusto dell’arrosto e non vuole rinunciarvi. Tra l’altro, stando alle conoscenze attuali, un po’ di carne non fa male alla salute. È l’eccesso a essere correlato a un aumento del rischio di alcune patologie, come lo è l’eccesso di calorie. D’altro canto, se ancora qualcuno dubitasse che sia possibile rimpiazzare senza danno ogni tipo di prodotto animale con le proteine vegetali, dovrebbe leggere il documento con la presa di posizione dell’Accademia americana di nutrizione e dietetica: ritiene che le diete vegetariane, compresa quella vegana, possano essere benefiche «se opportunamente pianificate dal punto di vista nutrizionale».

Io credo che onnivori di buon senso, vegetariani e vegani, invece di battibeccare tra loro, dovrebbero muovere guerra alla cosiddetta western diet, il modello alimentare occidentale che mezzo mondo ha importato dagli americani. Dilaga in un frullatore di unto, colesterolo e sciatteria culturale che è pari solo ai danni inflitti alla salute e all’atmosfera. Il passato e il futuro sono persi in un mondo in cui i bambini non conoscono il sapore di una pesca perché al posto della frutta scartano merendine, in cui la cena dei loro genitori si riduce al solito hamburger e al pane col salame.

La rivista scientifica The Lancet ha pubblicato un rapporto che ha fatto clamore: se la popolazione dei Paesi industrializzati riuscisse a raddoppiare entro il 2050 i consumi di vegetali e dimezzasse quelli di zuccheri, farine raffinate e carni rosse e trasformate, si frenerebbe il riscaldamento globale e si eviterebbero almeno 11 milioni e mezzo di decessi prematuri all’anno dovuti ad abitudini alimentari malsane.

Il cibo consapevole, qualsiasi sia l’etica a monte, onnivora o vegetariana, rispetta allo stesso tempo la salute, il pianeta e la cultura. Siamo di materia affine a ogni altro organismo, collegati dalle origini, in una comunanza di atomi. In alcuni testi di Platone, pare già affiorare la chiarezza del legame: «Quel piccolo frammento che tu rappresenti, uomo, ha sempre il suo intimo rapporto con il cosmo e un orientamento a esso, anche se non sembra che tu ti accorga che ogni vita sorge per il tutto e per la felice condizione dell’universa armonia».

ARTICOLO n. 63 / 2021

VEGANI E NO

Parliamo di veg, ovvero di vegetarianesimo e di veganesimo. Ma devo fare due premesse:

1) Sono onnivoro, del tutto, non c’è piatto che non mangio o assaggio. A patto che… siano «buoni» ovviamente, qualunque cosa voglia dire.

2) Da giovane «scoprii» uno dei più alti testi mai scritti, l’Antigone di Sofocle: che tanto mi colpì che lessi, poi, anche quella di Brecht e di Anouilh. L’anomalia fu che «tenevo» per Creonte! Non per Antigone, come fanno la più parte dei lettori. Fin da allora mi convinsi che le leggi, l’insieme delle leggi fatte dagli uomini e fatte rispettare da un’autorità, siano la base del contratto sociale. E logica conseguenza divenni legista (senza h mi raccomando!) ovvero un devoto seguace delle teorie di Shen Buhai e di Shang Yang che nel IV secolo a.C. le teorizzarono, cambiando per sempre il destino della Cina.

Ma veniamo al tema in oggetto. Quanti siano i vegetariani, in Italia e nel mondo, non si sa bene, in genere chi raccoglie questi dati non è mai obbiettivo del tutto: tanti attivisti e pochi «giornalisti» oserei dire. Sono comunque una minoranza: anche in India dove il vegetarianesimo ha antiche tradizioni per ragioni religiose, l’induismo attribuisce non solo all’uomo ma a tutti gli animali un’anima, si stima una percentuale di vegetariani che va dal 15 al 20%: meno di quanto si pensi, quindi.

Ma una cosa è sicura: In Italia anzi in Europa sono in crescita, negli ultimi anni. Crescono i vegetariani, quelli che non mangiano carne e pesce ma accettano derivati animali come latte, uova e miele ma sono in crescita anche, se non di più, i vegani, che non accettano neanche latte e affini.

Poi, se è vero che in alcuni casi questa scelta è basata sul gusto, sul fatto che gli alimenti animali ad alcuni smettono di piacere, la più parte delle volte la scelta è del tutto etica: non si accetta il principio di uccidere un animale per cibarsene.

Per questo motivo, per me anzi per tutti, non è mai facile dialogare con un veg etico. Da un lato resto convinto che le leggi civili in essere che autorizzano la macellazione di animali per nutrimento siano comunque, per me, prevalenti rispetto a quelle etiche, da buon legista. Poi, sia chiaro, rispetto assolutamente chi fa questa scelta etica. Però se l’etica, detta anche diritto naturale, per qualcuno, per molti, si pensi anche a temi come l’aborto o la fecondazione in vitro, viene prima delle leggi fatte dagli uomini, non sono d’accordo ma capisco quanto per un veg, spinto da un assoluto rispetto verso tutte le forme di vita, sia difficile accettare le leggi in essere, me e la mia scelta onnivora e carnivora.

E quindi cerco, come sempre nella vita, come è giusto fare, un compromesso fra le nostre opposte esigenze. Però non sempre il compromesso è possibile, per esempio proprio in questo caso. Di certo, come io rispetto chi ha fatto questa libera scelta, altrettanto chiedo a un veg di rispettare la mia: se non la rispetta e si considera «superiore» a me in quanto non «contaminato» da proteine animali, non lo accetto e non resta che la lotta. Ma so che è, per lui, oggettivamente difficile. Mentre per me è facile, lo so proprio.

Poi più che mai sono contro chi cerca di imporre il veganesimo per legge, tipo, se n’è parlato, far dichiarare dal Parlamento alcuni animali che si mangiano «animali da compagnia» come lo sono cani e gatti, che come tali non possono essere mangiati, appunto per legge civile. Anche se un agnello di compagnia, che dorma sul letto, anche no…

Ma comunque, qualche compromesso si può sempre fare: lo so che la parola compromesso per alcuni sia uguale a inciucio, quindi intrallazzo, ma senza compromessi le vita sociale si ferma, in un tutti contro tutti foriero del peggio. Per me il compromesso è una buona cosa – anche se non lo si può fare su tutto.

Questo detto, una delle cose che indigna di più i vegetariani e i vegani, ma non solo loro, è l’orrore dell’allevamento intensivo. Come le galline ovaiolo costrette in spazi limitati, le stalle dove i bovini non possono praticamente muoversi, le oche e le anatre ingrassate a forza e tanti altri. Bene, questo è un problema, anzi una lotta, che può essere condivisa da tutti. Dai vegetariani per motivi etici ma anche dai carnivori per motivi di gusto. È certo che esiste una strettissima correlazione fra la vita dell’animale, da come e quanto si è mosso, da come ha mangiato eccetera, e la qualità della sua carne. Più un animale è vissuto libero e si è nutrito bene, più buona sarà la sua carne: non c’è nessun possibile confronto fra un pollo di batteria e uno cresciuto libero in un ampio spazio, fra un maiale che ha visto solo la sua stalla e uno che è andato a caccia di ghiande nei boschi. Per non parlare della cacciagione.

Certo, l’allevatore che ha deciso di cambiare modo di allevamento va incontro a extra-costi, è inevitabile, e quindi noi consumatori finali dobbiamo accettare di pagare i suoi prodotti di più. Ma comunque in linea di massima di proteine animali se ne mangiano sempre troppe, mangiarne meno ma più buone è vantaggioso, integrando poi la nostra dieta con le ottime proteine vegetali, dei legumi ma non solo, di cui se ne mangiano sempre pochi.

Quindi la lotta per dare agli animali una qualità di vita e di cibo migliore potrebbe essere una lotta condivisa da tutti, ed è giusto farla, se i veg accettano di farla: sì, per loro però sarebbe un compromesso…

Comunque sia, benvenute a tutte le leggi propositive che vanno in questa direzione. Ma devono indicare una via, che è al contempo (parzialmente) etica e di qualità. Senza estremismi, senza fughe in avanti che poi, per reazione, riportano indietro. Ma una cosa è importante: la bontà non si deve imporre per legge, deve essere una nostra libera scelta. Bisogna educare ma non imporre. A mio parere, è sacrosanto il diritto di chi vuole di contentarsi di un prodotto non di qualità, sanitariamente – e legalmente – ineccepibile naturalmente.

Siamo da ben poco tempo usciti dalla fame plurisecolare, solo oggi il cibo, carne inclusa, è abbondante e a buon mercato se si pensa che fino a fine Ottocento si spendeva metà del reddito, in media, per mangiare. Limitare questo diritto, più che sbagliato, sarebbe un errore, grave. E come disse il grande Joseph Fouché, ministro degli interni di Napoleone, un errore è peggio di un crimine.

Tutto questo detto, ribadisco che è solo la mia opinione in proposito, di più è solo un piccolo mio contributo a un problema di immensa complessità. Mi piacerebbe che chi è d’accordo con me ma anche chi non lo è intervenissero in questa discussione, con i loro contributi. Sempre con garbo, però…

ARTICOLO n. 62 / 2021

ORA FACCIAMO TUTTI SHOPPING NEL CYBERSPAZIO?

Per il consumismo, c’è un’ultima possibilità di sopravvivere in un mondo che smetterà di fare shopping, ovvero preservare la cultura del consumo nella sfera digitale. Detestate farvi vedere in pubblico con gli stessi indumenti in più di un’occasione? In un videogioco, si può cambiare il proprio aspetto – nel gergo del gaming, la «skin» – tutte le volte che si vuole, per non parlare del diventare un coniglio guerriero o uno zombie in fiamme che balla come Michael Jackson. In un mondo virtuale, si possono possedere e guidare un centinaio di automobili, o indossare un migliaio di paia di scarpe, o costruire una ventina di castelli, tutto usando soltanto una minuscola frazione delle risorse del pianeta che sarebbero necessarie nel mondo reale.

Lo faremmo? Voltare le spalle a supermercati, negozi, ristoranti, stadi, spa, resort e diventare consumatori virtuali? La vita in quarantena a causa della pandemia sembra dare una risposta, ed è un enfatico sì.

La grande espansione dell’attività online durante la pandemia ha preso il nome di «digital surge». In parte era un risultato quasi inevitabile, come per il lavoro da remoto, le videochiamate con gli amici, o la didattica a distanza. Ma improvvisamente, persone che prima non avevano mai fatto cose del genere giocavano anche a poker in casinò virtuali, partecipavano a gare in bici con il loro avatar sullo schermo connesso alle cyclette, o guardavano negli occhi la Gioconda – che di solito è nascosta dalla folla e reclusa sotto una teca di vetro al Louvre – grazie agli occhiali VR. Hanno assistito a concerti di rapper con animazione extralarge su Fornite, DJ set in live streaming e lezioni di pittura ad acquarello, e hanno anche fatto il cosiddetto «shopstreaming», ovvero hanno guardato video di altre persone che fanno shopping per avere consigli sugli acquisti. Le visite private alle case d’asta su Zoom hanno portato alla vendita di alcuni gioielli a prezzi da record; un braccialetto Tutti Frutti di Cartier (che sembrano caramelle Skittles sciolte tra i diamanti, tranne che le Skittles sono zaffiri, rubini e smeraldi) è stato battuto a 1,34 milioni di dollari all’apice del primo lockdown, a quasi il doppio del prezzo stimato.

Abbiamo passeggiato per le strade di lontane città con Google Earth. Abbiamo imparato ad accettare di ordinare frutta e verdura online, senza vederle, annusarle o tastarle. Il videogioco Animal Crossing ha venduto più velocemente di qualsiasi altro videogame nella storia, poi è diventato una piattaforma di moda virtuale, con code di ore nel gioco per partecipare a vendite esclusive – usando la valuta virtuale – di stilisti famosi. Quando la società di oggetti da collezione online CryptoKitties ha pubblicato una tiratura limitata di gatti virtuali dell’artista cinese Momo Wang, questi sono andati esauriti in tre minuti. I nostri beni di prima necessità sono cambiati velocemente: abbiamo comperato meno telefoni e più console e televisori di fascia alta, più sfondi di realtà aumentata che ci mettono ali d’angelo e l’aureola quando facciamo le nostre videochiamate. Abbiamo trasferito talmente tanto tempo della nostra quotidianità online che, mentre l’economia in generale affondava nella recessione, il tasso di occupazione in alcuni tipi di lavoro digitale ha sorpassato i livelli precedenti alla pandemia.

Soprattutto, abbiamo guardato. Maratone televisive, buchi neri di riproduzioni automatica, canali di news ventiquattro ore su ventiquattro. Alla fine di aprile 2020, in seguito al più netto aumento della storia, tre quarti delle famiglie statunitensi si erano iscritte a un servizio di streaming. Un sondaggio sui consumatori inglesi e americani durante la primavera in lockdown ha scoperto che l’80 per cento utilizzava più media del solito, la maggior parte dei quali, di gran lunga, erano televisione e videostreaming. Il tempo trascorso davanti allo schermo è cresciuto così tanto che l’Unione Europea ha chiesto a Netflix e YouTube di peggiorare la qualità delle immagini in modo da ridurre la quantità di dati trasmessi ed evitare che Internet collassasse. L’americano medio guardava ben un quarto di televisione in più rispetto a prima della pandemia, arrivando a quarantun ore alla settimana di fronte – e questo senza considerare il tempo speso a fissare lo schermo di altri dispositivi.

Anche prima della pandemia, stava diventando evidente che il consumo digitale poteva sostituire il consumo di beni materiali. Kenneth Pike, un professore di filosofia del Florida Institute of Technology che ha scritto dell’argomento, mi ha detto di essersi ispirato dalle camere da letto dei suoi quattro figli. «Mi colpisce quanto meno disordinate fossero le loro stanze rispetto a quando ero un bambino io negli anni ottanta», mi ha detto. «Talvolta entro e mi sembrano vuote, come se i miei figli dovessero avere più roba. Ma poi penso che, be’, non è così».

La cameretta che Pike aveva da piccolo era piena di ceste di giocattoli di plastica (lui ricorda le action figure di He‑Man e dei Superamici), ricoperta di poster, piena di libri, adornata di trofei. I giochi dei suoi figli sono per lo più digitali, leggono soprattutto sul Kindle, e molti dei loro trofei e premi esistono solo nei mondi online. Il loro gioco preferito quando ho parlato con Pike era Roblox; cercate online, e troverete facilmente dei video in cui giocatori di Roblox spendono centinaia di dollari veri e propri per comprare, ad esempio, un monster truck virtuale, una Mustang e una Ferrari durante una singola sessione di gioco. «Loro sono decisamente consumatori digitali», dice Pike. La maggior parte di noi ora lo è. Quasi nessuno ascolta ancora principalmente musica dal vivo, per esempio; i servizi di musica in streaming sono diffusi anche nelle parti più povere del pianeta, inclusa l’India rurale e l’Africa intera. La rivoluzione digitale ha lasciato le case meno ingombre di orologi, torce, timer, hi‑fi, calcolatrici, fax, stampanti e scanner, per non parlare di collezioni di libri, album, enciclopedie e mappe. Al contrario, ben prima della «digital surge», le case in tutto il mondo era piene di – o meglio vuote di – app, ebook, videogiochi e album fotografici che esistono solo nel vaporoso spazio del cloud.

Nel luglio 2020, Vili Lehdonvirta, uno studioso di sociologia economica di origini finlandesi e britanniche che si occupa di come la tecnologia digitale influenzi le economie, ha avuto un’esperienza che indicava un futuro più profondamente virtuale. Lehodonvirta viveva a Tokyo, all’epoca una città con poche restrizioni dovute al coronavirus ma con una persistente cautela nei confronti della malattia, quando, una notte, uno dei suoi artisti preferiti ha inizato a fare lo streaming di una mostra in tempo reale su Instagram.

L’artista Taro Yamamoto crea arte moderna basandosi sulla tradizione giapponese: il suo pezzo più famoso emula un paravento di quattrocento anni fa che ritrae le divinità classiche del vento e del tuono, ma li sostituisce con i Super Mario Brothers della Nintendo. Riccamente decorato e prodotto con materiali come la foglia d’oro, che riflette la luce in maniera diversa a seconda dell’angolazione da cui la si osserva, la sua opera d’arte è difficile da apprezzare piena‑ mente nelle fotografie online, e Yamamoto si lamentava che la galleria fosse vuota.

Lehdonvirta, che di solito lavora all’Oxford Internet Institute, improvvisamente si è reso conto che poteva andare a tenere compagnia a Yamamoto; dopo tutto, erano nella stessa città in cui aveva luogo la mostra. Ha attraversato la tranquilla megalopoli in metropolitana, si è presentato alla galleria, e ha trascorso due ore con l’artista. Tuttavia, non hanno discusso se gli spettatori dal vivo sarebbero tornati presto in galleria, o di come riportarli nel mondo fisico. Invece, mi ha detto Lehdonvirta, hanno parlato della possibilità che Yamamoto trasferisse la propria arte sullo spazio tridimensionale della realtà virtuale, come il mondo di Animal Crossing, frequentato da molte più persone di quante se ne potessero trovare quella sera a Tokyo – e nel resto del mondo. La scena era pittorescamente surreale: due sagome che conversavano dal vivo, faccia a faccia, accettando la fine di quell’era.

Questa è potenzialmente una bella notizia, dice Lehdonvirta, che ha imparato a scrivere in codice BASIC a metà degli anni ottanta, quando aveva cinque o sei anni. All’inizio del XXI secolo, lavorava in un laboratorio finlandese per creare abiti e accessori virtuali che si potevano guardare grazie a dispositivi di realtà aumentata come i cellulari con la videocamera. Ricorda che un’altra azienda locale stava studiando come fare lo stesso con i mobili virtuali. Oggi, le app che permettono di fare esattamente queste cose – ad esempio provare una tinta di rossetto con la realtà aumentata, o vedere come dei nuovi scaffali starebbero nell’angolino del salotto prima di comprarli – sono la norma.

Nella realtà virtuale, il «problema economico» di Keynes è stato completamente risolto. È un mondo di totale abbondanza, dove un’infinità di novità, mode passeggere e obsolescenza programmata sono rese praticamente inoffensive. «Si può accelerare il consumo. Si possono buttar via cose. Il ciclo della moda può andare sempre più veloce senza aumentare il fabbisogno dei materiali o l’impronta ecologica», dice Lehdonvirta. L’unica cosa che accade quando si trasforma un abito virtuale in un altro è uno «spostamento di bits», cambiando un tipo di informazione digitale con un’altra.

Lehdonvirta non intende abbandonare la realtà fisica per Matrix. Come molti finlandesi, trascorre parte dell’anno in un rustico capanno («anche se la connessione alla rete mobile è meglio che a Oxford»). Sa distinguere i funghi commestibili da quelli velenosi, e porta con sé in Inghilterra mirtilli e selvaggina finlandesi così da evitare di mangiare cibi prodotti industrialmente. Ciò che lui immagina è un mondo in cui molto di quello che ora facciamo con l’economia materiale – dire al mondo chi siamo, esplorare la nostra identità, mostrare i nostri gusti o le nostre capacità e così via – viene fatto attraverso il consumo virtuale, mentre il consumo del mondo reale si riduce fino a concentratasi soprattutto sui bisogni materiali.

«Si può avere questa condizione stabile dove ognuno ha la connessione, uno schermo e un metodo di input; ed è tutto ciò che serve per il consumo virtuale», dice. «Avrete bisogno di alimentare questi dispositivi con l’elettricità. Dovrete rimpiazzarli quando moriranno. Ma la crescita vera e propria potrebbe accadere tutta all’interno di quello schermo».

Quando, negli anni novanta, una piccola parte della popolazione iniziò a comperare beni virtuali, venne ampiamente criticata. «Soldi buttati», li sbeffeggiavano le stesse persone che avevano senza problemi pagato un extra per una maglietta diversa dalle altre solo per il suo marchio puramente simbolico. «Del tutto inutile», dicevano i critici che stavano già spendendo buona parte dei propri guadagni in settori dell’economia spinti in sostanza da piacere, ansia o status – in altre parole, nulla di tangibile. Un decennio più tardi, quando gli utenti di mondi virtuali come Second Life hanno accumulato collettivamente proprietà digitali (abiti, automobili, case, giocattoli) per un valore stimato di 1,8 miliardi di dollari, la possibilità che il consumo materiale dannoso per l’ambiente potesse essere sostituito sembrava essere una vera promessa. «Sto risparmiando davvero tanto nella vita reale, perché ottengo soddisfazione spendendo in Second Life e questo non mi costa quasi niente», ha detto un consumatore virtuale al Sacramento Bee, un quotidiano californiano, nel 2006.

Second Life ora è in buona parte dimenticato e, finora, la maggior parte di noi non ha sostituito gli oggetti reali con quelli virtuali. Magari proviamo i mobili nello spazio digitale, ma alla fine comperiamo sedie su ci possiamo sederci, scaffali che possono reggere libri stampati e rilegati. Tuttavia, saltare completamente al consumo virtuale potrebbe essere solo questione di progresso tecnologico. Durante la pandemia, quando la quantità di persone che gioca ai videogiochi aumentava in tutte le fasce d’età, molti non si sono resi conto di essere diventati acquirenti regolari di beni virtuali. «Il modello di guadagno di almeno metà dei videogiochi è saldamente legato alla vendita di cose all’interno del gioco stesso», dice Lehdonvirta. Quasi tutto il resto per cui le persone potrebbero spendere quei soldi – cibo, abiti, sport, viaggi – creerebbe più danni ambientali al «mondo corporeo», come alcuni giocatori chiamano la strana terra in cui vivono i loro corpi fisici.

Possiamo già vedere oggetti virtuali nello spazio materiale: la realtà aumentata può fornirci una scultura digitale, una pianta da appartamento che non muore mai, o pitture da parete che cambiano tonalità in un istante. Per ora, tuttavia, possiamo vedere queste cose solo indossando ingombranti occhiali. Se invece potessimo utilizzare lenti leggere, o meglio ancora lenti a contatto, potremmo adottare i beni virtuali con tanto entusiasmo quanto ne abbiamo avuto più di un secolo fa per le voci registrate e incorporee grazie a tecnologie come la radio, il fonografo, e la linea telefonica fissa.

Quando lo faremo, la cultura del consumo sarà lì ad aspettarci. «È così che funziona il capitalismo: vai dove ci sono le persone, e vendi in quello spazio. Se lo spazio è come questo» – Lehdonvirta traccia con le dita la cornice rettangolare in cui è apparso nella nostra videochiamata – «allora c’è molto che le aziende possono fare per rendere quello spazio più commerciale. Non necessariamente migliore, ma di certo più commerciale».

Finora, il consumo digitale ha dimostrato di comportarsi in modo identico al consumo normale, quello che avviene nel mondo reale. È cresciuto illimitatamente. Divora sempre più risorse ogni anno. E sorpassa sistematicamente ogni tentativo di farlo diventare ecologico. Per adesso, è più corretto dire che il consumo digitale è il consumo del mondo reale.

I miglioramenti nell’efficienza energetica per la tecnologia digitale sono leggendari. Il primo computer costruito secondo gli stessi principi che usiamo oggi, chiamato Electronic Numerical Integrator and Computer, o eNIAC, fu sviluppato dall’esercito statunitense negli anni quaranta. Di certo non era possibile acquistarne uno. Il macchinario era lungo come una balenottera azzurra e pesante quanto un carro armato della Seconda guerra mondiale. Secondo i calcoli dello scienziato ambientale Ray Galvin, se costruissimo un computer tanto intelligente quanto il tipico computer odierno, ma usassimo la tecnologia eNIAC, peserebbe cinque milioni di tonnellate e, se iniziassimo a costruirlo a Londra in direzione ovest, alla fine attraverserebbe l’oceano Atlantico fino a raggiungere il cuore delle foreste canadesi. Nel momento in cui lo accendessimo, divorerebbe il 70 per cento dell’energia usata nel Regno Unito.

I computer di oggi ovviamente consumano energia in maniera molto più efficiente, e necessitano di molte meno risorse nella loro produzione. Tuttavia, negli scorsi due secoli sia l’efficienza sia il consumo energetico sono aumentati costantemente, fianco a fianco. Quando i computer e il resto delle cose che chiamiamo «tecnologia» sono diventati meno costosi da acquistare e utilizzare, si sono diffusi in ogni campo della società globale – un effetto rebound trasfromazionale.

«L’efficienza energetica nelle infrastrutture è importante», dice Kelly Widdicks, una ricercatrice di computing science alla Lancaster University in Inghilterra, «ma è resa insignificante dalla vertiginosa crescita della domanda».

Nel 1992, Internet ha trasportato 100 gigabyte di dati al giorno. Nel 2007, quando venne rilasciato l’iPhone, trasportava 2000 gigabyte al secondo. Oggi, muove oltre 150000 gigabyte al secondo. Misurato sulla lunghezza di un anno, si tratta di quasi cinque zettabyte, una quantità che è incomprensibile come sembra. (In forma estesa, si tratta di 5 000 000 000 000 000 000 000 000 bytes).

Negli ultimi anni, il consumo di dati annuale è cresciuto con un tasso composto di circa un quarto, e – ancora una volta in comune con il consumo materiale – i modi in cui consumiamo stanno diventando più, e non meno, dispendiosi in termini di risorse. Il futuro prossimo prevede un’onda crescente di tecnologie che necessiteranno di dati, inclusa l’intelligenza artificiale, la realtà aumentata, la realtà virtuale, le criptovalute, la demotica, le autovetture autonome e «l’Internet delle cose», che mette in rete tra loro tutti i nostri dispositivi connessi a Internet.

Non sappiamo ancora, davvero, quanto dannoso – o non danno‑ so – tutto ciò sia per il pianeta, dice Widdicks. Ironicamente, i dati sui costi ambientali dei dati non sono ottimi. Tuttavia, ci sono alcuni modelli a cui ha senso prestare attenzione. Uno è un ciclo di feedback: nuovi dispositivi digitali e servizi aumentano la domanda di dati, il che richiede network più ampi e più veloci, il che spinge la crescita delle infrastrutture Internet, come cavi in fibra ottica, centri di elaborazione dati, tralicci e dispositivi mobili. Con l’espansione dell’infrastruttura in atto, lo schema si ripete. Il risultato è un costante aumento della domanda materiale ed energetica del mondo digitale.

Internet è ancora pensato come una cornucopia, un pozzo senza fondo di abbondanza. «Molte persone non pensano davvero al fatto che Internet utilizza energia», dice Widdicks. «La gente si preoccupa di più del consumo di energia quando carica il cellulare». Nel frattempo, la domanda elettrica dell’infrastruttura digitale e dei no‑ stri dispositivi è cresciuta all’incirca del sette percento l’anno su scala globale, oltre due volte più veloce rispetto alla crescita economica. Stime prudenti indicano che circa un quinto dell’elettricità globale sarà utilizzata dalla tecnologia dell’informazione e della comunicazione prima della fine del decennio in corso, il che significa, ancora una volta, che per combattere il cambiamento climatico dovremmo non solo produrre abbastanza elettricità rinnovabile per sostituire quasi tutta quella che attualmente pompiamo nelle nostre vite digi‑ tali, ma che dovremo farlo sempre di più in futuro.

Widdicks suggerisce timidamente un approccio alternativo:

«Dobbiamo ridurre la domanda di connettività Internet». Un modo per farlo, abbastanza curioso, è quello di smettere di acquistare beni materiali: da un giorno all’altro, il mercato si restringe per telefoni aggiornati e dispositivi, nuove luci e docce e tostapane e automobili connessi a Internet, e anche per gli stessi dati consumati attraverso lo shopping online. Un’altra parte della soluzione è avere meno esperienze online ma di maggiore qualità.

Deve ancora essere quantificato, eppure molto di quello che facciamo online è «spreco digitale», incluse le attività che noi stessi riconosciamo come inutili o addirittura deleterie per la nostra salute o interesse personale. Combattiamo il vuoto dei sogni ad occhi aperti di quando, per esempio, aspettiamo un amico al ristorante, con la noia distratta di Internet. La nostra terminologia cattura questa condizione: siamo risucchiati in «buchi neri» di «doomscrolling» o diamo linfa vitale al «vampiro temporale» dei video in riproduzione automatica. Non ci siamo limitati a inquinare per guardare video di gatti: ora guardiamo video in streaming da mostrare ai nostri gatti.

Alcuni decenni fa, molte famiglie possedevano un solo televisore; oggi, la tendenza è il «multi watching», in cui persone differenti – o addirittura singoli individui – guardano contemporaneamente diversi programmi su dispositivi diversi. Un’altra pratica recente è il multitasking multimediale: guardare video in streaming mentre si fa shopping online, fare shopping online mentre si controllano i social media, controllare i social mentre si gioca online. Inoltre c’è il «trivial watching», ovvero guardare cose che aggiungono poco o nulla alle nostre vite – che non sono nemmeno un piacere colpevole o evasione dalla realtà. Widdicks e nove dei suoi colleghi hanno fatto un esercizio che consisteva nel «vivere con meno» sul piano digitale. Per due settimane, si sono impegnati a connettersi a Internet solo quando necessario, tramutando il consumo digitale in qualcosa di più vicino a un bisogno che a un desiderio. Ciascuno di loro ha riscontrato che parte del proprio consumo digitale – mettere musica in streaming a casa, guardare video mentre si fanno le faccende domestiche, ascoltare podcast mentre ci si allena, controllare continuamente i social media o cercare cose sul web – potrebbe essere eliminato senza alcun inconveniente o sofferenza, spesso occupando il tempo in più con la lettura, la cucina, le chiacchiere, progetti creativi o addirittura riposando o facendo il bagno. «La gente si adatta alla disconnessione da Internet», dice Widdicks.

Tuttavia ci perdona per non scegliere di astenerci. Una volta, in un periodo in cui stava scrivendo un articolo sui modelli di streaming non sostenibili sul piano ambientale, ha anche guardato in streaming nel tempo libero tutti e sessantadue gli episodi della serie televisiva Breaking Bad. «Davvero bella», mi ha detto. «E ovviamente uno dei fattori chiave dello streaming video è il modo in cui è progettato – in termini di riproduzione automatica – cosicché guardi un episodio e il successivo si carica da sé, e allora pensi, be’, magari me ne guardo un altro.»

I nostri dispositivi e servizi digitali potrebbero essere «sprogettati» per aiutarci a usare meno Internet, dice Widdicks. Invece della riproduzione automatica, ad esempio, le app potrebbero avere l’opzione di spegnimento automatico, o concedere alle persone di scegliere, durante la configurazione, un tempo massimo di utilizzo. Alcuni video streaming potrebbero essere mandati in onda dalla Tv, il che richiede molto meno dispendio energetico, e si potrebbe eliminare tutto il marketing che promuove il binging digitale. («Com’è possibile che l’eccesso in questo contesto sia valutato come neutro o addirittura positivo?», si chiede Widdicks.) Potremmo addirittura scegliere di limitare la domanda di dati per ragioni di salute o di protezione del clima. Tutte queste e molte altre idee votate al rallentamento del consumo digitale implicano lo stesso reindirizzamento della società richiesto se si smettesse di fare shopping; un allontanamento da un infinito di più, verso un senso di sufficienza.

Forse il primo luogo in cui impareremo il senso di sufficienza sarà proprio l’online. Lehdonvirta dice che il ritmo stesso della crescita e del cambiamento possibile con un consumo del tutto virtuale – quello che si verifica interamente nello spazio virtuale – potrebbe portarci a non desiderare sempre più cose.

I progettisti di videogiochi e di altri regni virtuali hanno già notato che agli utenti non piace essere sommersi da troppi beni o troppe opzioni. A differenza degli economisti del mondo reale, che si focalizzano sull’espandere il PIL, i creatori di mondi digitali sono più interessati alla soddisfazione e al divertimento degli utenti. Come risultato, tendono a mantenere stabile il PIL piuttosto che a farlo cre‑scere illimitatamente. L’eccesso di una cosa la rende meno speciale, troppe novità rendono ogni cosa nuova insignificante, e troppe cose smettono di renderci felici. Ciò che accade dopo è che non vogliamo più giocare a quel gioco.

«Il rallentamento non starà nella nostra capacità di produrre beni virtuali o di distruggerli quando non servono più, ma nel continuare a produrre beni virtuali che in qualche modo diano inizio a un nuovo ciclo do consumo», dice Lehdonvirta. «Bisogna che ci sia una sorta di limite alla capacità dei consumatori di seguire nuove mode e tendenze e di esserne entusiasti – credo che ci debba essere un qualche equilibrio. Magari si possono superare i limiti ecologici, ma dubito che ci sia, anche se in un’economia del tutto virtuale, immateriale, un desiderio di crescita infinita.»

Il giorno in cui si smetterà di fare shopping, forse potremmo davvero spostare la cultura del consumo nello spazio digitale, dove può crescere e accelerare finché non saremo finalmente pronti ad abbandonarla. Ma ecco un avviso: forse dovremo aspettare ancora un po’. L’idea che l’avidità dei consumatori un giorno arriverà al suo limite naturale, dopo tutto, non è nuova. Willian Stanley Jevons disse lo stesso sull’economia materiale, più di centocinquanta anni fa.

— Il testo che avete letto è un estratto da Il giorno in cui il mondo smette di comprare di J.B. MacKinnon.

© 2021 by J.B. MacKinnon Published by arrangement with The Italian Literary Agency and Sterling Lord Literistic, Inc.

ARTICOLO n. 61 / 2021

FATHER TONGUE

father tongue (noun).

  1. separate language for expressing ideas, as opposed to the vernacular (mother tongue) which is employed for everyday speech
  2. The form of language acquired through education and reading, as opposed to the dialect one grows up speakingeducated or formal language. 
  3. second language that one speaks fluently
  4. The language spoken by one’s father, when it differs from that spoken by one’s mother

Italian is my father tongue.

According to the pioneering applied linguist Wolfgang Butzkamm, we only learn language once. In his article with John A.W. Caldwell The Bilingual Reform. A Paradigm Shift in Foreign Language Teaching he argues that the mother tongue is the greatest asset people can bring to learning a foreign language: “As we grow into our mother tongues (1) we have learnt to conceptualize our world, we have become world-wise; (2) we have become skilled intention-readers and communicators, we have learnt to combine language with body language; (3) we have learnt to articulate fluently and use our voice effectively; (4) we have acquired an intuitive understanding of grammar; (5) we have acquired the secondary skills of reading and writing. In acquiring a first language, we have in fact constructed our selves.” Having learned Italian as an adult I find this last statement fascinating. I can’t help but wonder who I’d be and how my life would be different had Italian been in fact my mother tongue.

Italian was never my father’s tongue.

When he was a boy, he came home one day find his own father arguing in some strange language with various workers who’d been hired to build an addition on the house.

Eavesdropping on the angry dispute, my father was astonished: he didn’t know his own father could speak any language other than English, let alone Italian. Who was his father? And by extension, who was he himself? “I’m Canadian,” his father told him when he asked, “you’re Canadian.”

My father’s mother tongue had been silenced.

Growing up, I knew that my great-grandfather Osvaldo had emigrated with his brothers Giacomo, Giovanni and Luigi to Fort William, Ontario, Canada (now Thunder Bay) from Azzano Decimo, Friuli around 1910, but three generations later not a word of Italian was spoken in our house. I vaguely remember helping my father’s cousin make wine once but my grandfather Bruno (who went by Bernie) frowned upon maintaining these Italian traditions. Instead, he’d adopted other, more North American pleasures: he loved to make pecan pie and didn’t complain when his wife Mary, of mostly British ancestry, used ketchup to season the spaghetti sauce. They named their children David, Marilyn, Donald (my father) and Susan. The vicious bigotry Italian immigrants faced in North America is well documented, and the assimilation of their descendants was thus inevitable. Somewhere along the way, perhaps out of shame or simply a wish to make life easier, our family name of “Del Bel Belluz” was shortened to just “Belluz.” It was a kind of self-mutilation, a scar that lasted generations. If a tongue can’t pronounce its own name, how can it cry out? How did we completely lose our identity as Italians? These are two questions I cannot adequately address here. In his elegiac book Danubio, Claudio Magris aptly describes Paul Celan’s poetry this way: “it is a word torn from wordlessness…it is the gesture of one who puts an end to a tradition and at the same time erases himself.”

I left Thunder Bay at age 18 to study violin at the University of Toronto, soon switching my major to vocal performance in my second year. I was drawn to the linguistic aspect of singing, interpreting text in different languages and portraying operatic characters on stage. I rounded out my course schedule with English literature classes and an introductory course in Italian studies where I read translations of Boccaccio, Dante, Petrarch and Machiavelli. Their voices sparked an interest but I was too busy trying to master the art of Bel Canto to let it be kindled. A large part of my rigorous vocal training included a lyric diction class where we learned the International Phonetic Alphabet and language-specific repertoire courses in French, German, Italian and English where we honed our pronunciation of the predominant languages in the classical art song and operatic tradition. I loved trying to get my tongue and lips to shape the vowels and articulate the nasal, fricative, and plosive consonants to capture the nuances of each language. And while I’d go on to perform entire operatic roles in Italian, pouring over Nico Castel’s word-for-word translations of libretti (or producing my own rough translations) to prepare these roles, the Italian language remained elusive to me for many years – a contrived phonetic performance.

Many years pass. I begin to feel an acute yearning whenever I hear someone speaking Italian. Strange voices are whispering in my veins: traditore. I can no longer ignore the (inherited?) shame I feel. I obsessively embed myself in the Italian language: podcasts, language apps, and YouTube videos. A kind of conversion happens. I start following Italian writers and musicians on social media, picking up slang and idiomatic expressions no textbook would print. I sign up for private conversation lessons and watch the classics of Italian cinema. To learn grammar, I translate the lyrics of songs by Battiato, Battisti, Dalla, Mina and contemporary artists from Francesco Bianconi and Giorgio Poi to M¥SS KETA and Mahmood.

On a trip to New York City, I make a pilgrimage to Rizzoli Bookstore, summoning the courage to approach a seller to ask in Italian for her beginner novel recommendations. Back in Los Angeles, I begin to read, frequently pausing to look up unknown words and record them in my notebook. The process is painstaking but I slowly develop a recollection of the meaning of words. The first novels to come alive for me in Italian are Natalia Ginzburg’s epistolary novel Caro Michele and Cesare Pavese’s La luna e i falò – their common exploration of identity and the longing to belong triggers a tsunami of recognition inside me.

I start to follow the contemporary literary scene in Italy and am strangely compelled to buy Luciano Funetta’s 2016 novel Dalle rovine (“From the ruins”). The voice of the narrator, a disquieting “we,” is so riveting that I quietly begin working to render it into English. I stumble through the ruins of my own Italian, each sentence a brick in this new home I’m building for myself. Or is it a prison? Either way, I find profound pleasure in the painstaking discipline of translation. 

The philosopher Paul Ricoeur’s essay Translation as Challenge and Source of Happiness articulates his concept of translation as “linguistic hospitality where the pleasure of dwelling in the other’s language is balanced by the pleasure of receiving the foreign word at home, in one’s own welcoming house.” In his article Linguistic Hospitality: Paul Ricoeur and Translation, Francisco Díez Fischer adds: “translating also means to exile oneself, to inhabit the place of the other in order to understand him. Ricoeur analyzed this paradoxical hospitality by extending it beyond the work of the translator and by turning the question of foreign languages into a question about identity.”

As an emerging translator, I spend my days tirelessly reading and translating Italian literature and navigating the impostor syndrome that threatens my professional identity (You’re not really Italian, you’ll never completely master the language, you’ve failed to capture the nuance of this word etc. etc. etc.). I accept that my recovery of Italian will forever be unfinished; I’ve barely made a dent in the Italian canon and there are always new authors to read. And yet my desire to translate is urgent and inexplicable, my exile self-imposed. I translate samples of novels that I love on spec and I pitch them to publishers with a view to being hired to translate a whole book. I submit translations of short fiction to an array of literary journals and am delighted when one gets published. It is incredibly gratifying to provide English readers with an opportunity to encounter vital, contemporary Italian voices beyond Elena Ferrante. I attend virtual translation workshops and courses, gleaning valuable feedback and honing my largely self-taught craft.  

There is a performative aspect to my translation process which I realize may simply be a way to drown out my voice of the inner impostor. Once I’ve read a full text, I go back and read each sentence of the original Italian aloud, often repeatedly, parsing meaning and weighing structure and stress just as I would when I’m learning an opera aria. I’m trying to get inside the language, to receive the author’s singular voice and imprint the vocal timbre of each character. Once I’ve written down a translation of a sentence, I read the English out loud, listening for a kind of fraternal musicality in the voicing. When I’ve finished a completed draft, I review it aloud to make sure it sings and the register matches throughout. As a singer, I have always struggled with the ephemeral nature of live performance. I can prepare my interpretation but once the performance is underway, I only have one chance to shape the phrase – there’s no going back and unless it has been recorded, no tangible evidence. There are always musical passages I wish had gone better during a performance. As a translator, I can fuss over the sentence, re-shaping it until it finally clicks into place and sings itself. The responsibility therein doesn’t come without trepidation: have I gotten it right? Again, I turn to Ricoeur: “give up the ideal of the perfect translation.” Translation is ultimately about making choices. Certain language resists translation. There is, however, great satisfaction in the act of mediation between languages, of standing between writer and reader.   

Per capire un paese
devi stenderti nelle cantine,
fare il nido nei silenzi,
lasciar affiorare i canti che hai dentro.

To understand a village
you must lie down in the cellars,
make a nest in the silences
let the songs inside you arise.


[Carmine Valentino Mosesso, La terza geografia]

In 1999, my father managed to connect with our sole surviving relative in the village of Azzano Decimo. My brother, sister-in-law and I were all living in England at the time and so my parents flew over to London and the five of us travelled there together to meet Dilio Del Bel Belluz and his wife Mirella. At the time my Italian was rudimentary at best, but an affable neighbour spoke some English, and after a pleasantly awkward conversation in their home, we wandered the local cemetery, studying the faded oval-shaped photographs on the gravestones of our ancestors; those fallen leaves of our family tree. At one point, Dilio chastened us for dropping “Del Bel” from the family name. How would he find his Canadian relatives if he needed us? His mother Marcellina was pregnant with Dilio when she and her husband Giacomo (known as El Jack) returned to Italy around 1922. Dilio proudly showed us the church of St. Giacomo in nearby Praturlone where Jack was dedicated a marble plaque as benefactor of the church and village. How strange to find that the province of Pordenone in the region of Friuli-Venezia-Giulia looked so much like Canada, that our family had always been hard-working farmers, and to hear the bells of the beautiful campanile (belltower) in Azzano Decimo which had been inaugurated over a decade after my great-grandfather emigrated. I can’t help but wonder if Osvaldo might have stayed had he heard them, overcome with ‘campanilisimo,’ a word for which there is no exact meaning in English, but which refers to the intense loyalty and love Italians feel for their town or region. I wonder if he ever questioned his decision to leave or if he ever went back to hear those clarion bells.  

Perhaps more than other European countries, the tendency of Italians to identify and define themselves by birthplace is, unsurprisingly, manifest in the country’s literature. There is as an importance of place in Italian fiction that I find alluring both as a reader and translator. I’ve visited Italy multiple times since that first family visit, north and south, and find the regional differences remarkable. I become porous in Italy, tuning in to the lyrical timbre of the language, my ear mapping dialects and imprinting the sound of these strange voices that populate the fiction I translate.

And then there are those ecstatic experiences that inform my understanding of Italy and colour my translation in ways I can’t adequately express: the sound the earth in Puglia makes as it releases the day’s heat; how time seems to stop in the Caravaggio room at the Villa Borghese. Back home at my desk, I draw from this well of first-hand experiences whenever possible, while still relying on research to accurately render these places.

Translation is transportive. I emerge from an internet rabbit hole having been enlightened on a subject or place I’d otherwise never have encountered. Recently, while on commission to translate a guide to the Royal Madhouse of Palermo originally published in 1835, a description of the kitchen’s Rumford stove led to a deep dive into methods of heat transfer and the now obsolete theory of caloric heat.

Even more than reading, translation is an act of prolonged empathy. I accompany the characters over days and sometimes months, privy to the inner workings of their hearts and minds. I’m right there at the Sagra della Seppia in Abruzzo cringing at a reverb-heavy performance of “Maladetta primavera” beside my heartbroken protagonist Paride, a failed musician who’s just limped back home from Milan and is staring down oblivion at the beginning of Alcide Pierantozzi’s novel L’inconveniente di essere amati.

The act of translation, of course, is inextricable from my quest for identity, for Italianness. But it’s also more than that. Paul Ricoeur addresses the difficulties of translation in the aforementioned essay, and suggests “comparing ‘the translator’s task,’ which Walter Benjamin speaks about, with ‘work’ in the double sense that Freud gives to that word when, in one essay, he speaks of the ‘work of remembering’ and, in another essay, he speaks of the ‘work of mourning’. In translation too, work is advanced with some salvaging and some acceptance of loss.” And so, in lieu of the recommended cellar in Mosesso’s poem above, I sit here at my computer in Toronto, trying to understand, to hear generations of ancestral voices among the torrent of words. I nest in the silence behind every word and between every sentence, letting these long-forgotten songs arise. I do not intend to have children but perhaps by translating from father to mother tongue, I can salvage some kind of linguistic legacy.

ARTICOLO n. 60 / 2021

BÉLA TARR, SANTITÀ SENZA DIO

Nella costruzione le cose restano a metà,
nella rovina tutto è fatto fino in fondo.
László Krasznahorkai

È un tardo pomeriggio di settembre, un viaggio nella profonda Irpinia, scenari tremolanti tra scure vallate e strade sassose. Odore di umido, menta e pioggia. È il tempo dell’estate morente, quando la malinconia inizia a pervadere ogni cosa. La disperata e dolce melanconia della resistenza.

Resiste ai colpi di vento la tovaglia bianca di cotone sul tavolo, sotto la grande quercia. All’improvviso la sua ombra è passata da prezioso ristoro a divenire un abbraccio cupo che mi traghetta verso la nuova stagione. Resistono i personaggi senza tempo che in queste lande desolate trovano rifugio o temporanea quiete. Come la donna apparsa sotto il cipresso, che parla da sola mentre cammina lentamente in cerchio, indossando leginocchiere. Lei davvero indossa le ginocchiere, il che la rende ancora più tragica e vulnerabile: colei che tende alla caduta. Vaneggia numeri e parole a pezzi, mentre io bevo limonata, le butto un occhio ma non me ne curo. Tutto il resto la ignora eppure al tempo stesso la accoglie perfettamente, come su un set impeccabile. Poi sparisce. Così come mille volti e storie che si susseguono senza lasciare traccia se non la religiosità del loro manifestarsi, del loro passaggio.

La luce è sempre filtrata da una spessa coltre di nuvole, una luce piatta spietata e bellissima.

La Nuova Inghilterra, l’Irpinia o l’Ungheria.

È un sentimento dello spazio che mi riporta alla memoria quando, anni fa, vidi un film di Béla Tarr. Al termine di una sequenza che pareva non avere fine – oltre 4 minuti – mi alzai in piedi battendo le mani, soffocando un grido. Ero turbata e mi sono sentita meno sola, riconoscendo ciò che il mio cuore e occhi hanno sempre saputo. E quando si riconosce, è sempre una grande epifania. Violenta ed emozionante, quindi bellissima. Era Il Cavallo di Torino.

Ho riconosciuto il presente amplificato perché anche io lo vivo così e lo capisco ogni volta che diventa lacerante, rivelatore ed infine santo. Ho riconosciuto l’ombra, la putrefazione, la costante dell’immutabilità, la disperazione che muove la vita. Ho visto raccontata nessun’altra legge se non quella del caos e del disordine, unica vera formula regolatrice del cosmo. Ho riconosciuto l’indifferenza degli elementi naturali – il vento, la pioggia – che nelle loro manifestazioni non rivelano mai niente, partecipando solo della distruzione.

Ho infine preso parte alle danze piene di miseria e poesia, ballando fino alla vertigine con quei personaggi disperati, gli stessi incontrati durante alcuni viaggi straordinari, commuovendomi ed emozionandomi, come accade quando, appunto, si riconosce.

E così Béla Tarr, provocatorio e profetico, quella sera d’inverno di tanti anni fa, divenne per sempre parte del mio Partenone. Padrino, patrono e protettore, Béla Tarr è come se mi avesse letto dentro l’anima.

La miseria che racconta è vicina a quella di Alì dagli occhi azzurri, della giungla piena di oscenità e fornicazione di Herzog, quella che si cela dietro a ogni cosa che io vedo e sento. La gloria di tale miseria sta nel suo essere sempre così prossima al disfacimento.

Béla Tarr, profondo osservatore della fragilità umana, ci restituisce il tempo del reale, asfittico e snervante eppure così ampio da stordirci. Ci trattiene nei luoghi che il più delle volte ci limitiamo ad attraversare senza mai realmente comprenderne la portata, così distratti dalla velocità del nostro tempo. Il suo è un mondo lento e apparentemente immutabile che tuttavia pullula di cose inquiete, sempre pronte al cambiamento continuo, che dialogano tra loro in un flusso caotico senza capo né coda. Finché si rivela quell’unica parabola che davvero regola il mondo vivente e che contiene in sé tutte le altre: la lotta, cioè, tra ciò che resiste e ciò che tenta di sconfiggere la resistenza.

L’umanità che popola l’universo/purgatorio di Béla Tarr è fatta di outsider, incapaci di contrastare lo sgretolamento del loro mondo circostante, a cui assistono inermi e a cui finiscono per soccombere. Gli spazi in cui si muovono sono sempre densi e carichi di grande materialità. Oltre quella della resistenza, c’è un’altra lotta, e cioè la tensione costante e disperata tra il bisogno di fare parte di un certo sistema di credenze e la spinta a distruggere tale sistema. Questa umanità, infatti, non prova mai vergogna né rimorso, tale è la dissoluzione di ogni moralità, tale è la rassegnazione e l’assenza di un fine. Tuttavia i suoi personaggi sembrano ancorati a un tipo di fede molto cupa, attenta ai segni e soprattutto all’apocalisse. L’intento è sempre la resistenza, ma resistere alla naturale tendenza alla rovina è appunto un tentativo inutile. Così come lo è affidarsi alla fede, che risulta sempre basata sull’illusione. L’esempio perfetto è l’apparizione del personaggio di Irimias/Jeremiah, il Messia/falso profeta di Satantango, né Satana né Dio, in quanto privo dello spessore richiesto ad adempiere ciascuno di questi ruoli. Malgrado le sue parole urgenti e quasi salvifiche, egli è semplicemente il risultato di un fraintendimento collettivo mosso dalla disperazione, rivelandosi infine per ciò che è: un’illusione, deludente e senza speranza, come tutto il resto. La dissoluzione del gruppo e il ritorno a un destino miserabile sono l’unica verità.

La natura della cinematografia di Béla Tarr rivela la stessa tensione dialettica tra stabilità e rottura; una coreografia impeccabile fatta di lentissimi movimenti di macchina, lunghi piani sequenza e la quasi assenza di montaggio, che libera il film dalla linearità, sfidando lo spettatore a stabilire le sue coordinate all’interno di un universo mentre ne contempla il suo prossimo sconvolgimento.

Nel mezzo di tutte queste lotte, c’è quella infine più importante: quella della vita che si riafferma e che chiede di essere osservata senza nessun’altra ragione che non il suo puro manifestarsi, nel suo tempo reale, denso, espanso e brutale.

Nel mezzo di queste lotte c’è dunque il presente. Il presente.

E nel presente tutto è santo, il futuro non esiste, Dio non esiste.

Bisogna saperla accogliere, però, questa santità. È alla portata di tutti ma in pochi, come Béla Tarr,hanno davvero il coraggio di fare spazio per tale esperienza. Cioè intuire il Nulla che esiste dietro il tessuto dell’Essere, e accettarlo. Solo così forse, è possibile, alleviare il tormento che viene dalla costante oscillazione tra la concretezza dell’essere e la possibilità dell’eruzione del Nulla.

Ci vuole il coraggio di essere aperti ad ospitare l’altro, il miracoloso, il caotico, il tragico nonsense della vita, le sue epifanie che ci lasciano sopraffatti. Quando si apre quella porta c’è un senso di riconoscimento; non ci si aspettano grandi rivelazioni ma piuttosto dialoghi pieni di amore e complicità con l’Altro, che sia una folata di vento, le crepe sui muri o il fango sulle scarpe. È l’istante – il presente – in cui è come se alla realtà, soprattutto nelle sue manifestazioni più banali, cadesse il velo… e all’improvviso si mostrasse per quello che è realmente: un Nulla, una misera immediatezza e nulla più, più nessun tentativo di concatenare eventi che prima o dopo di quella avranno creato un senso. No. Ogni singola cosa miracolosa il cui motivo di esistere è il suo stesso e unico esistere, così nella sua mancanza totale di ordire e senso. C’è così tanta santità nel presente.

Penso anche ad Emilia, la domestica di origini contadine di Teorema, il personaggio Pasoliniano più prossimo alla santità proprio per il suo essere:

tutta nel presente  
come gli uccelli del cielo e i gigli nei campi,  
tu non ci pensi, al domani.

Santi sono gli uomini, le donne, le bestie, non c’è nessuna distinzione.

Santi sono gli outsiders, messaggeri della terra del sacro, cioè quella al limite, aspra e selvaggia abitata dagli oppressi; santi sono i luoghi non luoghi, su cui si scivola senza mai soffermarsi, così gravi e potenti ma destinati sempre alla dissoluzione; sante sono le facce che contengono tutta la disperazione del mondo. Sante sono le vacche di Satantango, santo è l’occhio della balena e santo è il lacerante primo piano del muso del cavallo che sa di essere prossimo alla morte. Santa è la pioggia incessante. Santo è questo istante imperfetto eppure pieno di senso.

Esiste solo il presente. Dunque tutto santo nella sua caducità. Come se ogni cosa fosse solo un’apparizione, a cui ci si può accostare solo con timore reverenziale.

Per sfuggire al crollo del mondo o al diluvio in arrivo, non resta dunque altro che abbandonarci al presente. Come pare suggerire Béla Tarr, forse il miglior modo di farlo è danzando; nella danza tutti respirano allo stesso ritmo, tutti esistono nello stesso spaziotempo. Una lunga danza… e non importa che sia celebrativa o funebre, piena di speranza o disperata, inutile e dinoccolata come quella degli astri messa in piedi da Valuska. O che si tratti di un interminabile tango satanico.

Purché si danzi fino alla fine.

ARTICOLO n. 59 / 2021

LA LETTERATURA È NATURA

TRADUZIONE DI MARGHERITA PODESTÀ HEIR

Il testo che oggi vi presentiamo è una lectio che Karl Ove Knausgaard ha tenuto nel 2019 alla Fiera del Libro di Francoforte.

Eccoci qui a Francoforte, centro finanziario d’Europa noto per la sua Borsa, una delle più importanti al mondo, dove tutto ruota sulla capacità di agire rapidamente e guadagnare denaro con altrettanta velocità. Ora che ci troviamo alla Fiera del Libro, la più grande al mondo, dove analogamente si parla di vendita e acquisto, seppur di libri e limitatamente ai più recenti, di cui ogni anno se ne sfornano centinaia di migliaia, vorrei cogliere l’occasione per riflettere su una delle peculiarità più importanti della letteratura, e cioè la sua lentezza.

 Non mi riferisco alla quantità di tempo necessaria per leggere un libro, ma a quanto può durare il suo effetto nel tempo e allo strano fenomeno per cui persino opere letterarie scritte in altre epoche, con presupposti radicalmente differenti, a volte profondamente estranei ai nostri, siano ancora in grado di parlarci. Non solo, ma sono anche capaci di dirci qualcosa su chi siamo, qualcosa che altrimenti non avremmo visto, o avremmo colto in modo diverso.

 Non sono molte le caratteristiche che accomunano un villaggio spagnolo di inizio Seicento alla nostra epoca, eppure il romanzo di Cervantes Don Chisciotte della Mancia si lascia leggere anche oggi, pur per altri motivi. Quello più significativo è probabilmente il fatto che il conflitto di fondo sul quale verte l’opera è anche il nostro. Un vecchio nobiluomo che ha letto troppi romanzi cavallereschi interpreta tutto ciò che vede sotto la loro luce. Per esempio, parte all’attacco di un gregge di pecore, credendo che sia un esercito e fa lo stesso con un mulino a vento, convinto che si tratti di un gigante. Don Chisciotte è un’opera comica, ma il fenomeno, il modo in cui ciò che leggiamo o vediamo è in grado di creare una realtà propria che, se non viene corretta e in base alla quale agiamo di conseguenza, non è più comica poiché chi, seduto nelle proprie stanze, sviluppa una visione ristretta del mondo non assalta mulini a vento o pecore, ma esseri umani.

A questo punto perché non spingerci ancora più a ritroso nel tempo, all’Impero Romano, più o meno nel Sessanta avanti Cristo, quando Lucrezio scrisse la sua unica opera nota, il De rerum natura. In questo poema didascalico Lucrezio spiega come il mondo sia costituito da atomi, ma la realtà atomica di Lucrezio non è isolata, come invece ci viene presentata oggi negli articoli e nei libri di carattere scientifico, con i suoi elettroni e nuclei, campi elettromagnetici, particelle e onde. Nel poema di Lucrezio la dimensione atomica coesiste accanto al mondo così come lo vediamo ogni giorno, con le sue pianure erbose e i suoi fiumi, i suoi ponti e le sue case, le sue mucche e le sue capre, i suoi uccelli e il suo cielo. Sono due facce della stessa medaglia, senza l’una non esiste l’altra. Nel mio animo sussistono pochi dubbi sul fatto che oggi il mondo sarebbe apparso diversamente se la scienza fosse rimasta ancorata al mondo stesso e non l’avesse perso di vista, poiché in questo è implicito un obbligo, e di conseguenza una rettifica continua: non siamo più grandi del bosco, non siamo neppure più grandi dell’albero. E siamo fatti degli stessi elementi costitutivi.

Cervantes scrisse il suo primo libro quattrocento anni fa, un’opera che da quel momento in poi è stata trasportata lentamente dal fiume del tempo, comunicando cose diverse a epoche diverse. Il poema che Lucrezio scrisse più di duemila anni fa rimase a lungo nell’oblio, ma quando fu riscoperto all’inizio del Quattrocento, rappresentò un importante presupposto del nascente Rinascimento e, non solo lo si può leggere tuttora, ma continua a parlarci, a dirci cose che abbiamo dimenticato o che forse non abbiamo mai capito esattamente.

La letteratura non agisce lentamente soltanto nella storia, ma anche nel singolo lettore. Ricordo che la prima volta che ho letto la poetessa danese Inger Christensen, e in particolare il suo poema Alfabeto, era a metà degli anni Novanta, quindi venticinque anni fa. Alfabeto è un elenco di cose che ci sono nel mondo e comincia così:

Ci sono gli albicocchi, ci sono gli albicocchi

Ci sono le betulle; e le bacche, le bacche
e c’è il bromo; e l’idrogeno, l’idrogeno

ci sono le cicale; la cicoria, il cromo,
e ci sono le clementine; ci sono le cicale,
le cicale, i cedri, i cipressi, il cervelletto

ci sono i daini; i desideri, i dadi,
ci sono i delinquenti; i daini, i daini;
il deserto, la diossina e i dì; i dì
ci sono; i dì, i decessi; e le descrizioni
ci sono; le descrizioni, i dì, i decessi

Quella volta, venticinque anni fa, pensavo che questa poesia fosse bellissima, che da essa scaturisse un particolare ardore esistenziale, ma il mio non era stato che un infiammarsi momentaneo. Poi, qualche anno fa, mi è ritornata in mente. Non so perché, ma rileggendola, ha acquisito una nuova carica, un nuovo significato. Innanzitutto, perché in questo suo evocare cose, animali e piante ho percepito un dolore, come se adesso su di essi aleggiasse un’ombra. Poteva trattarsi della certezza che un giorno moriremo, lasciandoci tutto questo alle spalle, ma poteva anche trattarsi della certezza che un giorno potrebbero essere loro a morire e a lasciarci per sempre. Sono molte le specie di animali che con il passare del tempo non possiamo più dare per scontate. Secondariamente perché ho capito come la forma stessa del poema si muove intrecciando cultura e natura. Le cose che vengono elencate non sono enumerate in maniera casuale, da un lato sono strutturate in ordine alfabetico, dall’altro seguono la cosiddetta sequenza di Fibonacci, dove ciascun numero è il risultato della somma dei due precedenti: 1,1,2,3,5,8,13,21 eccetera. In natura questa serie numerica è presente ovunque, per esempio nella riproduzione delle api, nel modo in cui gli steli si ramificano, nel numero di petali dei fiori, nell’ordinamento delle spirali esistenti nelle pigne, negli ananas e nei girasoli.

Questa struttura latente, che è stata isolata dalla scienza e che la natura non conosce, ma che si limita semplicemente a seguire, appartiene tanto al misticismo quanto alla matematica e, insieme alle parole isolate dal poema che evocano singoli oggetti e singoli fenomeni, ci rende il mondo al tempo stesso familiare e alieno, sensoriale e astratto, tangibile e intangibile.

Christensen si rifà palesemente a Lucrezio. La parola che Lucrezio usava per «atomo» è la stessa che usava per «lettera dell’alfabeto». Questo valeva anche per i primi greci che scrivevano dell’atomo: anche loro utilizzavano la parola «atomo» per «lettera dell’alfabeto». Lucrezio paragona ripetutamente gli atomi alle lettere – allo stesso modo in cui le poche lettere dell’alfabeto si possono combinare secondo modalità infinite per esprimere tutto ciò che esiste tra cielo e terra, si possono combinare i pochi atomi esistenti per creare cielo e terra e tutto quanto si trova nel mezzo.

Scienza e letteratura leggono entrambe il mondo e, prima o poi, entrambe si imbattono nell’illeggibile, nel confine dove ha inizio l’incomprensibile. Una volta, in uno dei suoi saggi, Inger Christensen scrisse che questo confine sussiste dentro di noi e che nella scienza, il dialogo tra il leggibile e l’illeggibile conduce all’uso di termini come teoria del caos, frattali, superstringhe, soltanto perché ricorrere alla parola Dio parrebbe troppo pressante e invadente.

 Ogni cosa esiste una accanto all’altra
Gli atomi, le lettere dell’alfabeto, la letteratura, la scienza, il mondo.
E la conoscenza e la distruzione.

Anche il mondo, nel cui centro ci troviamo adesso, qui a Francoforte, con i suoi grattacieli e le sue automobili, il suo aeroporto gigantesco e le sue banche, si è creato lentamente e, se si vuole fissarne l’inizio, risulta fondamentale il periodo di grandi sconvolgimenti che ha contrassegnato l’Europa più o meno quando venne recuperata l’opera di Lucrezio. Fu l’umanista Poggio Bracciolini a ritrovare il testo, probabilmente l’unico esemplare esistente, e la scoperta ebbe luogo in un’abbazia tedesca a soli cento chilometri da qui, a Fulda, nel gennaio 1417. Trent’anni dopo, intorno al 1450, Gutenberg inventò il torchio tipografico. Anche questo avvenne in questa area geografica, a Magonza, a soli quaranta chilometri da Francoforte. Sempre in quest’arco di tempo in Germania prese forma la leggenda di Johan Faust, l’erudito itinerante che vendette la propria anima al diavolo e, come sapete, anche la Fiera del Libro che apre oggi risale a quel periodo: la sua primissima edizione è datata 1478.

Non è chiaro come sia nata la leggenda di Faust, ma esiste in ambito storico un Johan Faust che corrisponde alla descrizione. Si dice che sia nato due anni dopo la prima Fiera del Libro, quindi nel 1480, in un luogo chiamato Knittingen, a soli centoquaranta chilometri da qui. Johan Faust viene descritto dai suoi contemporanei come «un dotto ciarlatano che si spacciava per profondo conoscitore delle arti magiche» e che vagava da un’università all’altra della zona. Sappiamo che era a Würzburg nel 1506, a centodieci chilometri da qui, e a Kreuznach nel 1507, a centotrenta chilometri da qui. Sappiamo anche che nel 1509 conseguì un grado accademico all’Università di Heidelberg, a soli novanta chilometri da qui. Non si può quindi escludere che Faust abbia frequentato la Fiera del Libro di Francoforte.

Un altro candidato storicamente esistito sarebbe un certo Johan Fust, vissuto tra il 1400 e il 1466. Era orafo e socio in affari di Gutenberg a Magonza, a quaranta chilometri di distanza da dove ci troviamo adesso.

E il diavolo? Dov’era?

Sappiamo che almeno in un’occasione era al Wartburg, a centonovanta chilometri da qui. Intorno al 1520 il diavolo era stato visto in quel castello da un monaco che a tarda notte era intento a tradurre la Bibbia in tedesco. Il monaco si faceva chiamare Junker Jörg, in realtà il suo vero nome era Martin Lutero, che si arrabbiò a tal punto con il diavolo che lo aveva disturbato mentre lavorava da scagliargli addosso un calamaio.

È stato dunque qui, in questo mondo contrassegnato da una singolare mescolanza di superstizione e raziocinio, magia e scienza, roghi di streghe e stampa dei libri che si è costituita la realtà in cui viviamo adesso. La scoperta del torchio tipografico ha reso possibile accumulare e diffondere il sapere in un ordine di grandezza fino a quel momento sconosciuto. È stato questo il presupposto da cui è scaturita la lenta separazione della scienza dalla religione che ha mutato in modo così radicale la nostra visione del mondo e la nostra comprensione di noi stessi da risultare quasi inconcepibile l’idea che prima non fosse così.

Che cosa ci faceva qui il diavolo, cosa c’entrava nella creazione di ciò che sarebbe divenuto il nostro mondo? 

Naturalmente si potrebbe affermare che la leggenda di Faust rappresenti una narrazione protestante di carattere formativo nata durante il periodo della Riforma, dove la colpa di Faust non è necessariamente quella di ricercare il sapere, ma di farlo al di là di Dio. Per Goethe – originario anche lui di Francoforte – il peccato di Faust era profano: cercava la conoscenza senza conoscere l’amore.

È difficile però prescindere dal fatto che dove sussiste una brama di sapere, c’è anche il diavolo. È stato il diavolo, sotto forma di serpente, a tentare Eva, convincendola a mangiare il frutto dell’albero della conoscenza e determinando così la cacciata degli esseri umani dal Paradiso ed era sempre il diavolo l’entità evocata da   Faust nei suoi tentativi di penetrare i segreti della natura.

Ma questo cosa significa?

Con tutte le nostre innovazioni tecnologiche, dalla stampa a caratteri mobili all’aeroplano e alla centrale nucleare, è come se ci seguisse un’ombra, invisibile, eppure percettibile perché le sue conseguenze si manifestano davanti ai nostri occhi. Karl Benz, che nel 1885 aveva costruito la primissima automobile in un garage di Mannheim, a soli ottanta chilometri da qui, difficilmente sarebbe stato in grado di prevedere che l’automobile, che avrebbe unito luoghi e persone, aperto e messo in relazione culture diverse e ampliato in maniera radicale il raggio d’azione di una vita umana, in futuro avrebbe ucciso un milione e duecentocinquantamila persone all’anno. E non sapeva neppure che le emissioni di ossido di carbonio provenienti dalle automobili avrebbero causato l’aumento della temperatura globale, contribuito a causare lo scioglimento dei ghiacci, l’elevarsi del livello del mare, la devastazione degli incendi boschivi, l’espansione delle aree desertiche e l’estinzione di specie animali.

Questo fenomeno, per cui le azioni benintenzionate di uno si trasformano in un male incontrollabile quando l’uno diventa tanti, viene chiamato dal filosofo francese Michel Serres «peccato originale». Il diabolico consiste nel fatto che, per quanto ognuno di noi desideri soltanto il bene, tutti insieme commettiamo il male.

Il diavolo è associato alla trasgressione, sì, il diavolo ne è l’incarnazione stessa. Cercare di carpire alla natura i suoi segreti più reconditi è una trasgressione ed è per questo che Faust deve cercare l’aiuto del diavolo.

Il diavolo esiste perché per noi la trasgressione è perniciosa e questa conoscenza è antica quanto la cultura stessa. Faust era rilevante nel 1500 come nel 1800, quando Goethe scrisse di lui, e negli anni Quaranta del Novecento quando Thomas Mann fece lo stesso nel suo romanzo Doctor Faustus. L’opera si apre con una scena che è mi è rimasta impressa nella memoria quando ho letto questo libro all’età di diciannove anni. Due ragazzi, dagli strani nomi di Serenius Zeitblom e Adrian Leverkühn, crescono insieme nel profondo della Germania di fine Ottocento e, all’inizio del romanzo, il padre di Adrian mostra loro alcuni esperimenti di carattere scientifico che riguardano il modo in cui potrebbe comportarsi la materia morta, inanimata qualora fosse viva. Adrian, che in seguito venderà la propria anima al diavolo, ride della reverenza che il padre nutre nei confronti dei misteri della natura, mentre Serenius rimane inorridito.

Non so perché questa scena mi sia rimasta impressa nella memoria a diciannove anni, ma so perché continuo a ritornarci: lì, in quella stanza, si incontrano ciò che è vivo e ciò che è morto, ciò che è autentico e ciò non lo è, l’alchimia e la scienza, il diavolo e la modernità. Nessuno degli elementi presenti in quella stanza è scomparso dopo che li aveva riuniti Mann, anzi, si sono addensati perché da allora è stato scisso l’atomo ed è stato isolato e localizzato il DNA, schiudendo così la possibilità di manipolare il genoma. Le opportunità che si aprono alla scienza sono enormi, si possono migliorare le piante, aumentare la produzione di cibo, coltivare organi, sì, è addirittura possibile creare una nuova vita. Si potrebbe dire che gli esseri umani sono diventati finalmente come Dio, ma in un testo antico che ha richiesto più di tremila anni per giungere qui, possiamo leggere che cosa è successo a un altro che voleva diventare come Dio:

Eppure tu pensavi:
«Salirò in cielo,
sulle stelle di Dio
innalzerò il trono,
dimorerò sul monte dell’assemblea,
nelle parti più remote del settentrione.
Salirò sulle regioni superiori delle nubi,
mi farò uguale all’Altissimo».
E invece sei stato precipitato negli inferi,
nelle profondità dell’abisso!

O, per dirla con le parole del forse più grande poeta tedesco in assoluto, Friederich Hölderlin, nato a centosessanta chilometri da Francoforte: «Ciò che ha sempre reso la terra un inferno è stato proprio il tentativo dell’uomo di renderla un paradiso». D’altro canto, che la conoscenza e la distruzione si trovino una accanto all’altra non dice nulla sulla loro sequenza e, in una delle sue celestiali poesie, lo stesso Hölderlin scrisse anche qualcos’altro, di egualmente veritiero: «Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva».

Nota della traduttrice. In riferimento alla poesia di Inger Christensen e alla citazione di Friedrich Hölderlin si fa fede al testo norvegese proposto dall’autore. Nel caso specifico di Christensen, per mantenere il gioco letterario delle iniziali dei vocaboli sono state utilizzate parole italiane differenti da quelle originali ma allo stesso tempo affini dal punto di vista semantico.

© 2019 Karl Ove Knausgaard
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ARTICOLO n. 58 / 2021

COS’È UN LETTORE ONNIVORO?

Mi viene chiesto di parlare di lettori onnivori. Accetto subito. Poi mi fermo. Ci penso. Cos’è, poi, un lettore onnivoro? Sono io un lettore onnivoro? Di certo, se venissi colto da una simile domanda all’improvviso – che so, da un tizio che lo chiede in un caffè o alla fine di una presentazione –, risponderei di sì, anzi un deciso «Sì certo»,tale quasi da metterlo involontariamente in imbarazzo per aver posto una domanda dalla risposta così ovvia.

La mia biblioteca racconta però una storia differente: per quanto ancora capace di far produrre l’ospite occasionale nel solito «Ma li hai letti tutti?» (la risposta da dare, com’è noto, è: «No, li ho scritti tutti»), a ben guardare – anzi pure a un’occhiata superficiale – mostra una predominanza esorbitante della narrativa sul resto, e della filosofia su quel poco resto. Il che, forse, già mi esclude dai lettori onnivori; o forse no, dato che l’espressione si potrebbe interpretare in altro modo, ad esempio come indicante il lettore che legge autrici e autori da tutto il mondo, oppure sia classici che contemporanea, o sia alta letteratura sia narrativa commerciale, o ancora quello che alla biblioteca di narrativa ne affianca una di poesia, eccetera.

Ma usciamo dalle case, e dalle biblioteche delle case, giacché fatte in realtà per parlare, in un linguaggio privatissimo, solo a chi ci abita. Per trovare un lettore onnivoro, o anche solo immaginarlo, onde poi fornirgli qualche consiglio (se mai ne ha bisogno), è lecito pensare che si debba andare in biblioteca o in libreria. Riduciamo il campo: il lettore onnivoro può essere trovato in entrambi i luoghi, ma evidentemente si forma in libreria, dato che una biblioteca, per via della catalogazione, avrà parole solo per il lettore già avveduto, onnivoro o meno che sia. Riflessione che ne impone un’altra a corollario: il lettore onnivoro già formato è anche per forza di cose avveduto. Si può immaginare, volendo, un Moloch mostruoso che si nutra d’ogni libro senza badare a cosa ci sia scritto, ma sappiamo che si tratta di una chimera, e non solo perché il numero di libri che si possono leggere in una vita è limitato, ma soprattutto perché essi imporranno la loro legge, che sia essa al rialzo o al ribasso, prima ancora di arrivare al crivello dell’ampiezza, escludendo con essa ciò che si trova sopra o sotto una certa linea di galleggiamento.

Siamo allora d’accordo che il lettore onnivoro avrà il proprio habitat specifico e il proprio spawning ground in una libreria. Condizione, questa, che potrebbe essere peggiorata da quando nelle librerie, specie se di catena, è andato decadendo l’uso di ordinare i libri per editore, in favore dell’ordinamento alfabetico per autore (più, sui tavoli, esse pure tutte mischiate, «le novità»). Favorendo ciò il lettore che entra già sapendo cosa vuole acquistare, si limitano nascita e sviluppo dei lettori onnivori, ma nelle librerie più grandi i banchi delle novità sono talmente vasti (e c’è, magari, spazio per una zona classici o per una «selezione dei librai») da permettere ancora di nutrire l’infanzia di questo specifico animale.

Andiamo però ancora indietro. Perché un tempo, quando non esisteva ancora quella compartimentazione dei generi che è poi un’idea dei venditori di libri, e ancor prima dei loro distributori, tutti i lettori nascevano potenzialmente onnivori: tutto era letteratura, e da questo si partiva. In tale momento, in cui già esisteva l’editoria di massa ma non si era ancora specializzata, due grandi basi del lettore onnivoro, almeno stando alle testimonianze di scrittori e letterati (una predilezione in alcuni casi arrivata fino alla fine del Ventesimo secolo – la pensava così, ad esempio, Bolaño) erano quei sublimi zibaldoni che prendono il nome di Pensieri (di Pascal) e Saggi (di Montaigne). Portatori di visioni del mondo che risultano tanto più antitetiche quanto più li si rilegge, avevano e hanno tuttavia in sé un cuore centrale costituito da un’idea ovvia ma vieppiù perduta: per leggere bene (neanche per scrivere: non si era ancora a questo) è necessario aver letto, poiché la letteratura, e più in generale il pensiero, altro non è che rimaneggiamento, aggiornamento, ripresentazione, corollario e correzione (e a volte plagio e imitazione, certo), e senza una base solida atta a dirimere intuitivamente le letture prima ancora di sceglierle (e per capire, dopo, i riferimenti espliciti o impliciti) non si farà altro che andar per lucciole.

Ecco, forse, la differenza tra il potenziale lettore onnivoro di ieri e il potenziale lettore onnivoro di oggi. Un tempo era pacifico che qualunque vita di letture, al di là delle Scritture, prendesse le mosse dai classici, nel senso di classici greci e romani, andasse poi come andasse. Oggi il potenziale lettore onnivoro che non abbia ricevuto una formazione prettamente letteraria (ma chi, oggi, riceve una simile formazione? Forse solo chi ha la fortuna di nascere in una casa in cui c’era già un lettore onnivoro, e di ereditarne dunque volumi e approccio) rischia, soprattutto, di non saper da che parte cominciare.

È l’esperienza a confermarmi quest’impressione: capita spesso che un amico, lettore forte o almeno volenteroso (ma occupato in tutt’altre questioni che non gli permettono certo di seguire tutto quel coacervo di inserti, riviste e blog che rende possibile essere plausibilmente informati sulla cosiddetta attualità letteraria), mi mandi un messaggio che dice «sono in libreria: cosa compro?». Il lettore potenzialmente onnivoro si ritrova ogni volta ubriacato dall’apparente sovrappiù d’offerta, ammutolito dalla (dis)organizzazione dei volumi col loro assurdo ordine alfabetico, e ulteriormente confuso dalla quasi totale esplosione del rapporto tra collane e qualità attesa dei testi: ormai da tempo e volentieri i marchi più prestigiosi hanno accettato il do ut des con chi può garantire un certo venduto, e la collana di una major, a prescindere dalla sua gloria passata, può contenere di tutto, cosa che finisce per scoraggiare il potenziale lettore onnivoro qualora becchi – e può accadere – la sciocchezza invece del capolavoro. Forse viene da questo, e solo da questo, la reputazione scintillante del marchio Adelphi: è rimasta l’unica casa editrice in cui, anche pescando a caso, si può trovare un libro bello o meno bello, ma mai una sciocchezza.

Questo processo, nemico del lettore onnivoro, si sviluppa su più piani: non ci sono, infatti, soltanto libri pessimi che finiscono in buone collane o in buoni editori solo perché vendono (o perché potrebbero farlo), o quei romanzi rosa con packaging letterario che tanta fortuna hanno in questi anni. C’è anche un secondo livello, più insidioso (almeno per il potenziale lettore onnivoro): quello rappresentato dagli autori di medio rango che vendono e sembrano sufficientemente letteratura da non far vergognare chi li legge o se li porta in giro, e che verranno ineludibilmente presentati come i libri da leggere (e vale lo stesso per certa saggistica di divulgazione). Libri che per la maggior parte si leggono, si leggono eccome, ma in ultimo senza vero entusiasmo. E quando decade l’entusiasmo, il lettore onnivoro rischia di non nascere.

È forse allora necessario alzare presidî proprio in quel punto. Lì che dovrebbero agire le recensioni su giornali e riviste (spesso lo fanno, ma altrettanto spesso agiscono in favore delle dinamiche editoriali di cui sopra) e la critica accademica (che lo fa anche più spesso, ma muovendosi con tempi che non possono incidere su quelli ossessivi e assetati di turnover della distribuzione), o ancora le Classifiche di Qualità, per citare un dispositivo a me caro che cerca di dar mano a disincantare le fate morgane del midcult. Si sa però che il lettore (onnivoro o meno che sia) è sensibile prima di tutto al passaparola, e quindi, prima ancora che recensire, analizzare e classificare, è necessario parlare, parlare, parlare di quali sono i libri davvero belli, di dove si muova, oggi, il fronte d’onda della letteratura.

Chi non ha mai sentito questo o quello dire che «non si fanno più libri belli»? La stessa persona reagirà con stupore se le si fanno i nomi, che so, di Mathias Énard (appena uscito per E/O il suo, splendido, nuovo romanzo, Il pranzo annuale della confraternita dei becchini), Olga Tokarczuk (nonostante il Nobel!), Georgi Gospodinov, László Krasznahorkai o Mircea Cărtărescu, solo per citare cinque che questo fronte d’onda lo cavalcano in modo incontestabile (eppure, a parte il francese, fare i loro nomi, visto anche il suono esotico, verrà preso dai più come uno sketch sullo stile di quello di Aldo, Giovanni & Giacomo sul mattone polacco, minimalista, di scrittore morto suicida giovanissimo).

Insomma, se in questa sede si può affermare senza troppo tema di smentita che il libro più importante uscito quest’anno è Solenoide del succitato Cărtărescu (traduzione di Bruno Mazzoni), non sarà così facile far capire al potenziale lettore onnivoro che deve davvero andare in quella direzione. Che dire del più importante recupero dell’anno, Dizionario dei Chazari di Mirolad Pavić (nella nuova traduzione di Alice Parmeggiani)? Forse sto uscendo dai binari, sovrapponendo questo potenziale lettore onnivoro a tutt’altro: a uno specificamente avveduto lettore di narrativa; o forse a una sorta di mio lettore ideale.

Torniamo allora ai libri di pensiero capaci di traversare le discipline: che sia lì la risposta? Di certo alcuni autori ci stanno tornando: allora al lettore onnivoro si potrebbe consigliare, al posto di Pascal o Montaigne, Economia dell’imperduto di Anne Carson, portato in Italia da Utopia l’anno scorso (nella traduzione di Patrizio Ceccagnoli), in cui gli strumenti della poesia e della critica letteraria vengono usati per parlarci del rapporto tra beni e merci, o L’impensato – Teoria della cognizione naturale di N. Katherine Hayles, appena uscito da effequ (traduzione di Silvia Dal Dosso e Gregorio Magini), dove la scienza della mente si incrocia con la critica culturale per raccontarci le nuove modalità cognitive che definiranno il «mondo a esperire». Oppure, ancora da Utopia (che formare lettori onnivori sia utopico?), l’imminente Le cose che abbiamo visto di Luís Fernandez Mallo, che lettore onnivoro lo è di certo, vista l’ampiezza dei suoi riferimenti e delle sue citazioni, che lo portano, nei suoi vertiginosi giochi di rimandi e citazioni, a creare una letteratura onnivora. Il suo primo approdo in Italia, con una traduzione Neri Pozza del primo volume della sua «trilogia della Nocilla», non fu fortunato; speriamo che stavolta trovi i lettori che merita, e vedremo, poi, se saranno onnivori o d’altro genere.

ARTICOLO n. 57 / 2021

LA SOLITUDINE UCCIDE

TRADUZIONE DI LUIGI MUNERATTO

«Mi fa male la gola. Brucia. Mi fa davvero male. Non posso andare a scuola».

È il 1975. La radio trasmette «Bohemian Rhapsody», Margaret Thatcher è da poco diventata leader dell’opposizione, la guerra del Vietnam è appena finita e questo è il mio sesto attacco di tonsillite dell’anno.

Mia madre mi porta di nuovo dal dottore. Di nuovo mi fa prendere il Penbritin, quell’antibiotico stucchevole dal sapore di zucchero filato e semi di anice. Di nuovo mi schiaccia una banana e mi grattugia una mela – è tutto quello che posso mangiare con la gola in fiamme. Di nuovo non vado a scuola.

Per me il 1975 è l’anno dei continui mal di gola e dei nasi che colano, oltre che dei ripetuti attacchi di febbre. È anche l’anno in cui Sharon Putz spadroneggia nella mia scuola elementare. L’anno in cui mi sono sentita più isolata, esclusa, sola. Ogni giorno, durante l’intervallo, me ne stavo in disparte, a guardare dal lato opposto del cortile gli altri bambini che saltavano e giocavano a campana, sperando che mi chiedessero di unirmi a loro. Non l’hanno mai fatto.

A prima vista, collegare la solitudine che provavo allora con le mie ghiandole gonfie e la mia gola di carta vetrata potrebbe sembrare forzato. Ma si è scoperto che la solitudine ha manifestazioni corporee. E un corpo solo, come vedremo in questo capitolo, non è un corpo sano.

Corpi soli

Ripensate all’ultima volta in cui vi siete sentite soli. Può anche essere stato per un breve periodo. Come lo sentivate nel vostro corpo? Dove lo sentivate?

Spesso pensiamo che una persona sola sia passiva, calma, silenziosa. In effetti, quando molti di noi ricordano i periodi più soli della propria vita, non rievocano subito un cuore che batte forte, pensieri che si rincorrono o altri tipici segni di una situazione di forte stress. La solitudine evoca piuttosto l’idea di staticità. Eppure la presenza chimica della solitudine nel corpo – dove risiede e quali ormoni fa scorrere nelle vene – è essenzialmente identica alla reazione di «attacco o fuga» che abbiamo quando ci sentiamo minacciati. È questa risposta allo stress ad alimentare alcuni degli effetti più insidiosi della solitudine sulla salute. Possono essere profondi e, nei casi peggiori, anche mortali. Quando parliamo di solitudine, quindi, non stiamo parlando solo di menti sole, ma anche di corpi soli. Le due cose sono naturalmente interconnesse.

Questo non significa che i nostri corpi non siano abituati a reagire allo stress – ne facciamo esperienza abbastanza spesso. Un’importante presentazione di lavoro, un grosso rischio corso in bicicletta, guardare la nostra squadra subire un rigore, sono tutti comuni fattori di stress. Ma di solito, quando la «minaccia» si esaurisce, i nostri segni vitali – battito, pressione sanguigna, respirazione – ritornano alla normalità. Siamo al sicuro. In un corpo affetto da solitudine, invece, né la reazione allo stress né, soprattutto, il ritorno alla normalità avvengono come dovrebbero.

Quando un corpo solo subisce uno stress, i livelli di colesterolo si alzano più velocemente che in un corpo non solo; la pressione sanguigna si alza più velocemente; i livelli di cortisolo, «l’ormone dello stress», si alza più in fretta. Inoltre, questi momentanei aumenti di pressione sanguigna e colesterolo si accumulano nel tempo per coloro che sono cronicamente soli, con l’amigdala – la parte del cervello responsabile di quelle reazioni di «attacco o fuga» – che spesso mantiene attivo il segnale di «pericolo» molto più a lungo di quanto non farebbe normalmente. Questo porta a un incremento della produzione di globuli bianchi e di infiammazioni, che nei periodi di stress acuto può essere di grande aiuto, ma se mantenuto per periodi più lunghi ha effetti collaterali devastanti. Se infiammato cronicamente, infatti, e con il sistema immunitario sovraccarico e poco efficiente, un corpo solo è soggetto ad altre malattie che di solito sarebbe in grado di combattere molto più facilmente, tra cui il raffreddore, l’influenza e la mia antica nemesi del 1975, la tonsillite.

È anche più soggetto a malattie gravi. Se si è soli, si ha un rischio di malattie coronariche maggiore del 29%, un rischio di ictus maggiore del 32% e un rischio di sviluppare demenza clinica maggiore del 64%. Se ci si sente soli o si è socialmente isolati si ha quasi il 30% di probabilità in più di morire prematuramente rispetto a chi non lo è.

Se è vero che più a lungo siamo soli più l’impatto sulla nostra salute è dannoso, anche periodi di solitudine relativamente brevi possono avere un impatto negativo sul nostro benessere. Quando un gruppo di ricerca della Johns Hopkins University di Baltimora ha condotto uno studio negli anni ’60 e ’70 che ha monitorato dei giovani studenti di medicina per sedici anni, il gruppo in esame ha messo in luce uno schema rivelatore: gli studenti che erano stati soli durante l’infanzia, a causa di genitori freddi e distaccati, avevano più probabilità di sviluppare diversi tipi di cancro in seguito. Un più recente studio del 2010 condotto su persone che avevano vissuto un periodo di solitudine, in questo caso provocato da un evento specifico come la morte di un partner o il trasferimento in un’altra città, ha rivelato che anche se la loro solitudine era temporanea (in questo caso meno di due anni) la loro aspettativa di vita era diminuita. Considerando il periodo di isolamento forzato che la maggior parte di noi ha vissuto nel 2020, tutto questo fa suonare un campanello d’allarme.

Torneremo sul perché la solitudine provochi danni così gravi nei nostri corpi. Ma prima consideriamo quella che è per molti versi l’antitesi della solitudine – la comunità – e il suo impatto sulla nostra salute. Se la solitudine ci fa stare male, sentirci legati agli altri ci mantiene in salute?

L’enigma della salute haredi

Burroso, cremoso, salato, dolce. Il ruggaleh mi si scoglie in bocca. Come anche il mio primo morso di «jerbo», una torta tradizionale ebraico‑ungherese ricoperta di cioccolato, noci e marmellata di albicocche. Sono al Katz’s Bakery di Bnei Brak in Israele, una delle più celebri tappe del tour di cucina haredi.

Gli haredim sono un ramo ultra‑ortodosso dell’ebraismo, le cui origini risalgono alla fine del XIX secolo. Oggi questa comunità con il cappello nero, la camicia bianca e l’abbigliamento pudico rappre‑ senta circa il 12% della popolazione di Israele, un dato che potrebbe arrivare al 16% nel 2030. Trovo che tutti i dolci di Katz’s siano assolutamente deliziosi. Ma queste prelibatezze non sono certo salutari. In effetti tutto quel burro, quello zucchero e quei grassi aiutano a spiegare perché gli haredim abbiano una probabilità di obesità sette volte maggiori rispetto agli ebrei israeliani laici. Quando chiedo a Pini, lo spiritoso ebreo haredi che guida il tour, quanta verdura e fibre ci siano nella dieta tradizionale haredi, mi risponde che sono limitate. La dieta non è l’unico aspetto poco salutare del loro stile di vita. Pur abitando in un paese che ha una media di 288 giorni di sole all’anno, questo gruppo ha una grave carenza di vitamina D. Il loro codice di abbigliamento pudico fa sì che a malapena i polsi vengano esposti al sole. E per quanto riguarda l’esercizio fisico? Tutto ciò che richiede sforzo tende a essere evitato. Secondo tutti gli standard moderni, Pini e i suoi compagni decisamente non conducono una vita sana.

Non sono nemmeno finanziariamente stabili. La maggior parte degli uomini sceglie di abbandonare la forza lavoro per studiare la Torah, e se è vero che il 63% delle donne haredim ha un lavoro, spesso dovendo mantenere le rispettive famiglie, esse tendono a lavorare meno ore delle donne non ortodosse a causa delle loro considerevoli responsabilità in casa (la donna haredi media ha 6.7 figli, tre in più della media nazionale di Israele). Inoltre, spesso lavorano in ambiti quali l’insegnamento, dove la paga è relativamente bassa. Di conseguenza, più del 54% degli haredim vive al di sotto della soglia di povertà, rispetto al 9% degli ebrei non haredi; il loro reddito mediomensile pro capite (3500 shekel), è inoltre la metà di quello della loro controparte ebrea meno religiosa.

Considerati tutti questi fattori, ci si aspetterebbe che gli haredim abbiano un’aspettativa di vita più breve del resto della popolazione israeliana. Dopotutto, la stragrande maggioranza degli studi da tutto il mondo mostra una chiara e sicura correlazione tra dieta e longevità, attività fisica e longevità e anche tra condizione socio‑economica e longevità.

Eppure, in modo affascinante, gli haredim sembrano contrastare questa tendenza; il 73,6% degli haredim descrive la propria salute come «molto buona», rispetto ad appena il 50% degli altri gruppi. È una statistica che potremmo essere tentati di ignorare in quanto autodichiarata e frutto di un autoconvincimento, se non fosse per il fatto che la loro aspettativa di vita è effettivamente più alta della media. Le tre città in cui vivono la maggior parte degli haredim di Israele – Bet Shemesh, Bnei Brak e Gerusalemme – hanno tutte valori anomali per quanto riguarda l’aspettativa di vita. A Bnei Brak, la cui popolazione è per il 96% haredi, l’aspettativa di vita alla nascita è di ben quattro anni superiore di quanto suggerirebbe la classificazione socio‑economica della città. Nel complesso, gli uomini haredi in queste città vivono tre anni in più e le donne quasi diciotto mesi in più di quanto ci si aspetterebbe. Altri studi hanno rilevato che, anche in quanto alle misure di soddisfazione della vita dichiarate, ottengono un punteggio più alto rispetto agli ebrei israeliani laici o moderatamente osservanti o agli arabi‑israeliani.

Certo, potrebbe essere che questa comunità, in cui molti provengono dagli stessi shtetl in Polonia e in Russia e spesso si sposano tra loro, condivida un particolare corredo genetico che li predispone a una buona salute. Ma in realtà è molto più probabile che la limitazione di un patrimonio genetico nel tempo porti a disturbi genetici piuttosto che alla longevità della popolazione.

Si potrebbe anche supporre che gli haredim siano più sani grazie alla loro fede, dati i molteplici studi che suggeriscono che il credo religioso abbia un impatto positivo sulla salute. Tuttavia, si pensa che non sia tanto il credo in sé quanto la partecipazione alla comunità connessa a questo credo a portare a questo risultato. Come suggerisce uno studio molto citato, è la partecipazione alle funzioni religiose, non la semplice identificazione in quanto religioso, che può aggiungere ben sette anni all’aspettativa di vita.

La comunità, il cui valore è stato così ripudiato dall’accento che il capitalismo neoliberista ha posto sull’individualismo e sugli interessi personali, sembra avere di per sé un beneficio sulla salute. E, per gli haredim, la comunità è tutto.

Questo gruppo coeso trascorre virtualmente tutte le ore del giorno insieme a pregare, fare volontariato, studiare e lavorare. Il loro anno è scandito da giorni sacri e festivi in occasione dei quali la comunità si riunisce. Per il Sukkot, le famiglie accolgono gli ospiti nelle loro sukkah, costruzioni temporanee con tetti di foglie di palma in cui dormono e mangiano per una settimana. Per il Purim, le strade si riempiono di festaioli in costume – l’atmosfera è una combinazione tra Martedì grasso e Halloween. Per l’Hannukkah, i vicini, gli amici e gli amici dei vicini si riuniscono per accendere la menorah e mangiare ciambelle alla marmellata. Matrimoni, Bar Mitzvah e funerali riuniscono folle di persone per giorni e giorni. E naturalmente ogni venerdì sera una schiera di nipoti, cugini di primo e secondo grado e suoceri si raccolgono intorno alla tavola per spezzare il pane e dare inizio al Sabbath insieme.

Gli haredim non si limitano a pregare e giocare insieme, comunque. In tempi di crisi o necessità si prestano concretamente aiuto e sostegno l’un l’altro. Che si tratti di badare ai bambini, di cibo, di trasporto per visite mediche, di consigli, anche di aiuti economici se necessario, sono sempre presenti l’uno per l’altro quando i tempi sono duri e la vita è difficile. Non sorprende quindi che solo l’11% dichiari di sentirsi solo, rispetto al 23% della popolazione totale di Israele.

Dov Chernichovsky, professore di economia e politica sanitaria all’Università Ben Gurion del Negev in Israele, studia gli haredim da diversi anni. È convinto che se anche la fede gioca un ruolo nell’aspettativa di vita sopra la media degli haredim, i loro stretti legami familiari e comunitari ne giochino uno più cruciale. «La solitudine accorcia la vita e l’amicizia riduce la pressione», afferma concisamente il professore. Per gli haredim, la cura e il supporto che si forniscono l’un l’altro potrebbero effettivamente essere il segreto per una vita più lunga e più sana.

I benefici della comunità sulla salute

Gli haredim non sono l’eccezione in questo senso. I benefici della comunità sulla salute sono stati identificati per la prima volta negli anni ’50 nella piccola città di Roseto, in Pennsylvania, quando i medici locali hanno notato che gli abitanti avevano un tasso di malattie cardiache molto più basso di quello di una simile città vicina. Dopo ulteriori indagini hanno scoperto che gli uomini di Roseto di più di 65 anni avevano un tasso di mortalità che era la metà della media nazionale, anche se avevano un lavoro massacrante nelle vicine cave, fumavano sigarette senza filtro, mangiavano polpette intrise di lardo e bevevano vino ogni giorno. Perché? I ricercatori hanno concluso che erano i solidissimi legami familiari e il sostegno della comunità prevalentemente italoamericana di Roseto a fornire un maggior beneficio sulla salute. Uno studio successivo del 1992, che ha esaminato ben cinquant’anni di documentazione sanitaria e sociale, ha trovato ancora più prove a sostengo di questa tesi. Nel frattempo, il tasso di mortalità a Roseto era aumentato fino a raggiungere la media a causa dell’«erosione dei rapporti familiari e comunitari tradizionalmente coesi» dalla fine degli anni ’60 in avanti. Mentre i più ricchi iniziavano a mostrare la propria ricchezza in modo sempre più ostentato, mentre i negozi locali chiudevano a causa dell’arrivo di più grandi «superstore» fuori città e mentre spuntavano case monofamiliari con giardini recintati al posto delle abitazioni multigenerazionali, i benefici della loro comunità a protezione della salute si disperdevano. Altri esempi di comunità coese che preservano la salute dei propri membri includono gli abitanti della Sardegna e dell’isola di Okinawa in Giappone, nonché gli Avventisti del Settimo Giorno di Loma Linda, in California. Queste aree geografiche sono note come «Zone blu»: luoghi in cui non è solo la dieta a contribuire all’aspettativa di vita particolarmente lunga, ma anche il fatto che i legami sociali sono forti e durevoli. Luoghi come Bnei Brak o Roseto negli anni ’50 dove, come ha detto Dan Buettner, il membro di National Geographic che ha coniato il termine, «Non puoi uscire dalla porta di casa senza imbatterti in qualcuno che conosci».

È importante non essere troppo romantici quando si parla di comunità. Le comunità sono esclusive per definizione, e come tali possono essere sia eccessivamente chiuse che ostili nei confronti degli estranei. Spesso non ammettono diversità o anticonformismo, che si tratti di interessi diversi, strutture familiari non tradizionali o credenze e stili di vita alternativi. Nel caso degli haredim e degli Avventisti del Settimo Giorno, per esempio, chi non si attiene alle norme della comunità scoprirà che la scomunica può essere brutale e brutalmente rapida.

Eppure, per coloro che si trovano all’interno dell’enclave, la comunità apporta chiaramente dei benefici alla salute. Questo non deriva solo dal supporto pratico che la comunità fornisce o dalla garanzia di sapere che qualcuno ti copre le spalle, ma anche da qualcosa di più sostanziale che ha origine nel nostro profondo passato evolutivo: il fatto che siamo programmati per non stare da soli.

© Noreena Hertz, 2020

— Il testo che avete letto è un estratto dal secondo capitolo del Secolo della solitudine di Noreena Hertz (il Saggiatore, 2021)

ARTICOLO n. 56 / 2021

C’È ANCORA SPAZIO PER LE NOSTRE OPINIONI?

Quando non ci sono le opinioni, non c’è dibattito, e quando non c’è dibattito o c’è conformità o c’è indifferenza. Secondo me, in Italia, siamo in questa situazione: un misto di conformità e indifferenza. È proprio per questo che oggi voglio parlare di opinioni, della scrittura e dell’esprimersi più generalmente come un gesto di dialogo collettivo e quindi di impegno socio-politico.

Per arrivare a parlare di opinioni parto però da tre premesse, da esperienze personali che ho vissuto negli ultimi mesi, che mi hanno dato spunti di riflessione e mi portano oggi a scrivere un pezzo proprio su questo tema.

Pochi mesi fa ho pubblicato il mio primo libro, Volti d’Italia, un saggio di attualità basato su un viaggio che ho fatto nel 2019 attraverso la nostra penisola intervistando gli italiani più disparati alla ricerca della nostra italianità, dei problemi e soluzioni, di una direzione comune come Paese. Insomma, è un un libro che cerca di far parlare la collettività e di rispolverare la voglia di partecipazione per cambiare il nostro Paese. Un approccio che va in controtendenza all’individualismo che domina sempre più la nostra società. Un individualismo che condanniamo a parole ma in fondo ci sta comodo, visto che richiede meno coraggio e messa in discussione che un’implicazione vera nella società in cui viviamo. Ed infatti una prima premessa è questa: l’affermazione sempre più forte dell’individualismo come chiave predominante di scrittura, lettura e confronto nel nostro Paese.

Nella vita ho fatto tutt’altro finora, sono una manager, un’esperta di relazioni e politiche internazionali. Sono quindi nuova al mondo dell’editoria. Per capirci penso ancora che si stia parlando di qualcun altro quando le persone mi presentano come una scrittrice. Ho anche pubblicato negli ultimi anni alcuni articoli nelle testate dei gruppi GEDI e del Corriere della Sera, ma sono nuova anche al mondo del giornalismo: chiaramente non sono una giornalista, scrivo su temi a cui tengo e di cui sono esperta per creare un dibattito, una riflessione, un confronto e – nel mio piccolo – influenzare l’opinione pubblica e dei politici. E, oltre che al mondo dell’editoria e del giornalismo, mi posso dire anche nuova rispetto alla cultura lavorativa italiana in senso più largo. Ho fatto la maggior parte dell’università all’estero, mi sono formata nelle scuole di politica francesi e americane – Sciences Po e Harvard – e soprattutto ho lavorato fino a un anno fa, quando sono tornata in Italia per un ruolo all’interno della Presidenza italiana del G20, esclusivamente all’estero – tra Africa, Medio Oriente, gli Stati Uniti e vari Paesi europei.

Faccio questa seconda premessa perché aiuta a spiegare la mia confusione quando sono diventata parte del mondo del lavoro italiano, tra cui quello dei giornali e dell’editoria, e ho trovato un Paese fatto a scatole. «Sei giovane, quindi non sei una manager», «sei un’analista, quindi va bene la parte dei dati ma cancella la tua opinione», «sei un’intellettuale, quindi non dare opinioni politiche o partitiche sennò diventi di parte», «non sei una giornalista, quindi non puoi…» e così via. Insomma, da quando sono tornata percepisco un bisogno delle persone di «classificarmi» in qualche etichetta, con un ruolo e soprattutto dei limiti precisi: devi essere o carne o pesce e comportarti come si comportano gli altri della tua categoria. Sicuramente influenzata dalla mentalità americana e nordica dove ognuno può essere e diventare quello che desidera, tramite il lavoro duro, il merito e la competenza, ho imparato a essere quello che mi pare, senza dover scegliere tra carne e pesce. E sento che la mia forza sta proprio nel mio profilo ibrido, eclettico, non lineare – caratteristiche che invece disorientano molti in Italia perché non rientro nel rigido sistema settoriale. Ecco, da questo ne evinco un secondo concetto: la nostra cultura lavorativa è dominata da scatole, da settori rigidi e un po’ vecchio stampo, con poca ibridazione e dialogo tra di loro, il che impatta la nostra capacità di confronto e quindi di innovazione, di creatività, come italiani e come Paese.

La terza e ultima premessa ha invece a che fare con le opinioni e gli opinionisti. Mentre scoprivo confusa questo processo di inscatolamento mi sono accorta che – in qualsiasi scatola venissi messa – esprimere il mio impegno e la mia opinione su temi di cui sono esperta (nel senso di conoscenza o esperienza) o a cui tengo era una cosa da evitare due volte su tre: i giornalisti riportano e analizzano le notizie, gli analisti danno i dati ma non le policies, gli intellettuali danno idee alte e teoriche – rigorosamente pure per non cadere nei giochetti politici, i manager tendono a non esprimersi per non compromettere le loro aziende o posizioni, e i politici – loro sì – danno la propria opinione, ma grazie alla sfiducia accumulata negli anni si assume in genere che venga da chissà quale interesse egoistico e quindi non gli si dà una legittimità intrinseca. A parte qualche eccezione – di cui vi parlo tra pochissimo – ho l’impressione che in pochi danno (che si declina in: siano autorizzati a dare, gli sia dato lo spazio di dare, abbiano il coraggio di dare) la propria opinione o parlano del proprio impegno. Da questa terza premessa traggo un terzo concetto, il lusso o la rarità delle opinioni, o almeno di opinioni nel senso in cui le intendo io.

Insomma faccio queste premesse per arrivare quindi all’opinione in sé. Se si guarda ai pochi che hanno la legittimità, lo spazio e quindi una voce da dare alle proprie opinioni, ci sono vari aspetti che con la mia prospettiva forse un po’ da «esterna trovo problematici.

Il primo riguarda la mancanza di diversità. Questi pochi, chiamiamoli «i guru» dell’opinionismo che girano tra TV, radio e giornali, si contano sulle dita di due mani e sono – guarda caso – quasi tutti uomini, ultracinquantenni, etero e bianchi. Ne ammiro alcuni e altri meno, ma questo non toglie che sono un gruppo ristretto e omogeneo che detiene il potere dell’opinionismo: non sono rappresentativi della nostra società e tutt’oggi lo spazio in TV, sui giornali, o alla radio, non viene dato sufficientemente a donne, giovani, persone LGBTQ+, italiani di seconda generazione, migranti e cosi via. Precisiamo, non parlo di show di intrattenimento, ma di dibattiti sociali e politici di livello. Le donne (in parte io inclusa) sembrano relegate ai magazine femminili dove, nonostante il grande lavoro che stanno facendo varie direttrici di questi settimanali, rimane comunque un dibattito prezioso ma tra donne, e i giovani si sono costruiti un mondo dell’informazione parallelo sui social. E così il confronto tra generazioni, generi, gruppi di maggioranza e minoranza viene a mancare. E su questo ho un’opinione molto netta: senza questa diversità si ascolta metà della storia, si perdono prospettive e visioni fondamentali per discutere o risolvere qualsiasi tema che si affronta.

Il secondo aspetto problematico ha a che fare proprio con il concetto di opinione. Quando questi guru condividono le loro opinioni nei vari talkshow o sui giornali o quando gli influencer lo fanno sui social, ho l’impressione di trovarmi davanti ad un confronto il cui scopo non è dibattere, entrare in una dialettica per far avanzare la riflessione collettiva e sviluppare il senso critico, ma piuttosto dare spazio a un susseguirsi di affermazioni, ognuna rigorosamente distaccata dall’altra, che hanno l’obiettivo di dimostrare che si ha ragione e l’altro ha torto o semplicemente di mettersi in mostra.

E, non ultimo, vedo un terzo problema, una sorta di accanimento terapeutico: a poche personalità, quelle che spiccano, gli si chiede opinioni su tutto, dal governo che cade alla guerra in Afghanistan, dal rapimento di un bimbo all’ennesimo femminicidio, dal cambiamento climatico all’ultima partita di calcio. Ai miei occhi c’è un preoccupante distacco tra il mondo dell’opinione e quello della competenza.

Insomma, torniamo quindi al punto di inizio. Con delle opinioni nella maggior parte dei casi non rappresentative della nostra società, elargite non per dialogare ma per asserire l’individualità, e troppo spesso distaccate dalla competenza o dall’esperienza di chi le dà, ci ritroviamo in un Paese che ha un vuoto di opinionismo nel senso vero. Un Paese che ha troppa poca capacità di confronto e dialogo tra generazioni, tra generi, tra settori. Dove un gruppo ristretto e omologato detiene e mantiene il potere di influenzare l’opinione pubblica – spesso tramite scontri più che confronti, restituendo un modello e un ragionamento a cui manca la forza della dialettica intrinseco alla diversità. E il risultato è che una persona come me, come cittadina, come «giovane» (a 34 anni lo sono solo per gli standard italiani), come donna, come esperta di certe tematiche, come scrittrice, trova spazi per spiccare (e già questa è un’eccezione visto la situazione dei giovani in Italia) ma non trova facilmente occasioni per confrontarsi con altri e contribuire al dibattito intellettuale e politico.

Questo spazio rimane ostaggio di vecchi schemi e paradigmi. Tornando in Italia ho trovato infatti una cultura lavorativa, una cultura del pensiero e un sistema Paese disfunzionale, rotto. Ci sono tante eccezioni, tante persone che cercano di cambiare lo status quo, ma di fatto siamo ancora in un grande cortocircuito dove non si riesce a costruire ed evolvere insieme, dove non viene dato lo spazio che si meritano la competenza, i giovani, le donne, insomma gli esperti non-omologati per generare un confronto diverso, vero. Senza questo spazio di ibridazione, di riflessione collettiva e non individuale, di confronto tra gruppi diversi e non omologati, uno spazio che parte e passa dai libri, dai giornali, dai social, dalla TV, dai podcast e dalla radio, dalle scuole, dalle case e dai bar, rimarremo in questo grande corto circuito di immobilità ed indifferenza, di conformità e frustrazioni.

Lasciare il potere (è un potere grande quello di poter influenzare l’opinione pubblica e politica) per chi lo detiene, e pretendere di averlo per chi invece non lo ha mai avuto e non sa di meritarlo, è la dinamica più difficile da cambiare. Ma bisogna cambiare paradigma partendo proprio da questo punto: rispolverare il senso vero delle opinioni, dando spazio e legittimità a chi ha le competenze, la voglia di contribuire e dialogare, per immaginare insieme il futuro e costruire un Paese diverso.

ARTICOLO n. 55 / 2021

RIPENSARE LA MASCOLINITÀ

«Niente roba omo», afferma il ragazzo, appena visibile nella luce fioca della stanza, reggendo delicatamente il mio piede tra le mani. Con i suoi 1,88 m di altezza da riserva del basket di seconda divisione, è inginocchiato di fronte a me, che sto seduto sul suo letto, il piede sollevato poco sopra il tappeto. La testa piegata fa risaltare il ghirigoro della rosa tracciata dai capelli, il sudore tra i follicoli che cattura la luce del crepuscolo autunnale attraverso la finestra. Tutto è possibile, pensiamo, con il corpo. Con il linguaggio, però, non è sempre così. «Niente roba omo», ripete, prima di avvolgere la benda elastica una, due, tre volte intorno alla mia caviglia slogata. Lo scopo della frase oggi mi è chiaro: una password, un incantesimo, un salvacondotto per il contatto fisico. Perché due ragazzi potessero stare così vicini in un territorio regolato dalle leggi nebulose ma severe della mascolinità statunitense, serviva una magia.

Niente roba omo. Queste parole lo autorizzavano a reggermi il piede con l’attenzione e la delicatezza di un infermiere, dopo che, mezz’ora prima, mi ero slogato la caviglia giocando a nascondino a squadre nel giardino dei McIntosh. Correvamo, i corpi argentei nell’oscurità che calava veloce, ragazzini che giocavano alla guerra.

Il ragazzo, che chiameremo K, mi aveva aiutato a rialzarmi e mi aveva sostenuto mentre zoppicavo verso casa sua, che stava proprio dall’altra parte del giardino. La battaglia ferveva ancora tutto attorno a noi, con le voci degli altri ragazzi che ci giungevano sconnesse tra i rovi, mentre una battaglia ben più vasta, la guerra in Afghanistan (era il 2005), amplificava ciò che c’era in gioco nel mondo esterno, oltre il labile tramonto dell’infanzia.

Niente roba omo.

Discosto lo sguardo quasi non fosse una caviglia, quella che ha in mano, ma la carcassa di un animale investito. Mi metto a esaminare la stanza, le pareti coperte di trofei di baseball che rilucono alla luce tremolante dei lampioni appena accesi, fuori. Lo trovo attraente? Sì. Importa qualcosa? No.

«Sei molto bravo a nasconderti», dice rivolto al mio piede e, anche se si riferisce al nascondino, potrebbe benissimo parlare dell’essere maschio. In fondo, non è comunque qualcosa in cui e da cui mi sono spesso nascosto?

Non sono mai stato a mio agio come uomo, nell’essere un lui, perché tutta la mia vita da maschio è stata inestricabilmente legata a una mascolinità egemone. Ovunque guardassi, la maschitudine equivaleva a un atto di aggressione che percepivo come a me del tutto estraneo: peggio ancora, nelle città operaie del New England in cui sono cresciuto, la mascolinità autodistruttiva, ossia ciò in cui l’abbiamo trasformata negli Stati Uniti, spesso si realizza tramite la violenza. Qui celebriamo i nostri ragazzi, che a loro volta si incitano tra loro, ricorrendo al lessico della lotta, della conquista:

Spacchi, amico. Stendili. Falli neri. Li hai davvero messi K.O. Hai battuto tutti a quel concorso. Hai fatto una strage. Li hai proprio massacrati. Quel ragazzo è una bestia. È un panzer. Non se ne lascia scappare una. Passa da una conquista all’altra. Te la sei fatta? Gliel’ho sfondata. Quella tipa è una bomba. Una botta gliela darei comunque. Farei furore. Sono serio da morire.

Per certi versi, sono solo metafore, iperboli, figure retoriche, niente di più. Ma, a mio parere, ci sono forti legami tra questi modi di dire e il passato violento del paese. Dai Padri fondatori al Destino manifesto, l’identità degli Stati Uniti è stata plasmata direttamente dal mito del rivoluzionario che si è fatto da solo, trasformatosi in esploratore e in fondatore di un mondo nuovo, puro, terreno di potenziale colonizzazione. La figura del pioniere, del cercatore stoico e coraggioso, ignora e passa sotto silenzio il genocidio dei nativi americani che l’hanno resa tale. Il paradosso della mascolinità egemone americana è anche un paradosso identitario: poiché la vita negli Stati Uniti si fondava sulla morte, bisognava trasformarla in una prassi, celebrarla. E poiché la morte era considerata un progresso, le relative metafore sono diventate metro di riferimento della vita, della crescita dei futuri uomini. Li hai fatti secchi, per la miseria.

Anni più tardi, in un’altra vita, in occasione di una lettura pubblica, gli organizzatori mi chiesero con quale pronome volevo che mi si presentasse. Non sapevo di avere una scelta. «Maschile», dissi dopo un attimo di esitazione, le mie certezze scosse. Sentivo che si era aperta una porta, anche se di poco, a farmi intravedere una strada che non sapevo nemmeno esistesse. Avevo una via d’uscita.

Ma se non volessi lasciare questa stanza, solo renderla più ampia? I pronomi neutri [they/them in inglese] per i miei amici transgender costituiscono un rifugio, una destinazione raggiunta tramite la fuga e l’iniziativa personale. L’uso di questi pronomi consente di relazionarsi con gli altri presentandosi subito come individui non binari, nella speranza di evitarsi il fastidio e il disagio di una spiegazione o la fatica di rendersi comprensibili, quando il solo fatto di esistere può essere sfinente. Cambiando pronomi, avrei forse rischiato di appropriarmi di uno spazio che ad altri serve per sopravvivere?

Da rifugiato di guerra, so quanto anche una sola parola possa diventare un appiglio fondamentale a cui aggrapparsi.  E, dal momento che come maschio dall’aria cis non ho bisogno di rifuggire la mia maschitudine per essere visto per quello che sono, resterò qui. La fortezza della mascolinità, eretta tanto tempo fa tramite opere di morte e di conquista, potrà mai essere violata, abbattuta, rifondata, o addirittura sanata? In altre parole, ho intenzione di sfidare il concetto di maschitudine. Voglio complicarlo, espanderlo e modificarlo restandoci dentro. E rimango qui proprio per lo stesso motivo per cui, nei giorni no, penso che dovrei andarmene: perché non mi riconosco nelle fila degli uomini dominanti, ma penso che possano allargarsi per farmi posto. Forse, un giorno, la mascolinità diventerà così frammentaria, così malleabile, che non avrà più bisogno di rigidi confini per riconoscersi. Potrebbe addirittura non avere più bisogno di riconoscersi del tutto. Varrà anche questa come creazione di uno spazio queer? Mi chiedo se i ragazzi potranno mai fasciarsi i piedi feriti l’un l’altro in amicizia, senza bisogno di parole in codice, con un semplice contatto, senza alcuna vergogna.

Niente roba omo, ribadisce K, tranciando il bendaggio con i denti e accarezzando la mia caviglia gonfia in tutta la sua lunghezza. Mi rimette le Vans bianche, attento ad allentarne i lacci per far posto al gonfiore. Niente roba omo, ha detto. Ma quello che è arrivato a me, allora come oggi, è Niente più uomo. Come facciamo a non pretendere che il concetto di mascolinità cambi, quando rimanere nei suoi confini ci ferisce così tanto?

«Starai bene», mi dice, con una dolcezza così rara che sembra emersa da qualche parte sepolta nel profondo, dentro di lui. Gli prendo la mano.

Mi tira su e si dirige verso la porta della stanza. «Spegni le luci», mi fa, da sopra la spalla.

Le spengo.

Diventa così buio che potremmo essere qualunque cosa, ben più di ciò che viene stabilito per noi alla nascita. Potremmo essere umani.

© 2019 by Ocean Vuong, first published in The Paris Review. Used by permission of the author.

ARTICOLO n. 54 / 2021

LA SCATOLA

«Il signor Landolfi? Lorenzo Landolfi?…»
«Sono io, con chi parlo?»
«Commissariato di zona.»

Era una mattina lattiginosa e pesante, la cappa di calore che opprimeva da giorni la città non mollava la presa, come un serpente che soffoca piano piano la sua preda. Mi sentivo spossato e con i riflessi rallentati, dovetti chiedere alla voce nella cornetta di ripetere una seconda volta la frase asciutta e lapidaria che non lasciava dubbi alla sua interpretazione: «Dovrebbe recarsi nel nostro ufficio». Malgrado la perentorietà della richiesta, il tono era gentile e ciò fu sufficiente a stemperare lo stato di allerta che sentivo crescermi dentro. Provai a richiedere maggiori informazioni ma il funzionario replicò che si trattava di «una faccenda delicata» e che sarebbe stato meglio parlarne a voce, infine mi ricordò l’indirizzo del commissariato sottolineando che si trovava «a due passi dalla sua abitazione», il che significava: non perdiamo tempo al telefono, venga qui e saprà di cosa si tratta.

Nel breve tratto di strada che conduceva alla mia destinazione provavo a elencare i possibili motivi della convocazione. L’ultima volta che mi ero presentato in commissariato era stato per denunciare il furto dell’ennesimo motorino, l’avevano forse ritrovato? Scartai subito l’ipotesi, non solo perché erano già trascorsi due anni e ritenevo pressoché impossibile l’eventualità di un ritrovamento, ma perché definire «faccenda delicata» il recupero di un motorino suonava inappropriato oltre che ridicolo. Ero incuriosito e infastidito in eguale misura, diviso fra la certezza di avere la coscienza a posto e l’inconscia possibilità di non averla affatto.

Per misteriose ragioni l’ufficio era privo di aria condizionata e i due ventilatori impolverati piazzati all’interno risultavano inspiegabilmente spenti, sicché la temperatura raggiungeva picchi incommensurabili. Non era cambiato nulla dall’ultima volta, l’odore stantio, le pareti sudicie e le voci che rimbombavano da una stanza all’altra. Rimasi in attesa qualche minuto, poi l’usciere mi disse di salire al primo piano, «stanza 5, ufficio armi».

Ufficio armi?

Bussai alla porta socchiusa. L’uomo seduto alla scrivania fece cenno di entrare senza distogliere lo sguardo dal computer acceso che riverberava una luce bluastra sul suo volto. Diede un ultimo colpetto sulla tastiera e finalmente mi rivolse la parola. Riconobbi la voce che mi aveva parlato al telefono.

«Dunque, signor Landolfi» cominciò, come dando seguito a un discorso da poco interrotto, mentre con la mano frugava i fascicoli accatastati. «Il dottor Carlo Landolfi è suo padre, giusto?»

«Sì, certo…»

«Ecco. Ci risulta che suo padre possiede…» e qui prese a leggere: «una pistola semiautomatica Beretta, modello 31 calibro 7,65 con relativi proiettili…»

Lo interruppi esibendo un sorriso forzato: «Ci deve essere un errore, mio padre ha quasi novant’anni e sinceramente non credo…». Mi interruppe a sua volta: «È proprio questo il punto. La pistola è stata regolarmente denunciata dal signor Carlo Landolfi, suo padre, nel 1976, non si tratta dunque di detenzione illegale. Ora però il denunciante ha ottantanove anni e a questa età non è più consentito detenere armi nel proprio domicilio. Dobbiamo recuperarla il prima possibile.» Il tono si era fatto sbrigativo, il fascicolo «Landolfi» rappresentava solo una delle mille pratiche da sbrigare. Quello che c’era da dire era stato detto, ora la rogna passava a me. «Ci parli, gli spieghi la situazione e poi si metta in contatto con noi.» Accompagnò l’ultima frase con la mano tesa in segno di congedo. Avevo le mani sudate, ma le sue lo erano ancora di più.

Carlo Landolfi, classe 1929. L’uomo più mite che abbia mai conosciuto. Non l’ho mai sentito alzare la voce e men che meno le mani su noi fratelli, non ricordo una litigata degna di questo nome con mia madre, o un amico, un collega. Se dovessi associare mio padre a un’immagine mi viene in mente un laghetto di montagna, limpido, placido, immobile. Non riuscivo a trovare un motivo plausibile che giustificasse il possesso di una pistola. Mai stato cacciatore papà, ha sempre odiato la violenza e tutto ciò che la rappresenta. Per anni ha votato repubblicano evitando schieramenti e polemiche, si è visto surclassare da colleghi più scaltri senza mai provare risentimento, accontentandosi di una carriera lenta ma sicura alla Corte dei Conti che gli ha garantito stima, rispetto e una dignitosissima pensione: che diavolo ci faceva con quella pistola, e perché non ci ha mai detto niente? Aveva forse a che fare con il suo lavoro? Con il suo passato? L’ipotesi difesa personale (rapinatori/ladri) non l’ho presa in considerazione neanche per un secondo.

Decisi di andare a casa sua, la casa dove eravamo nati e cresciuti e che ora divideva con mia madre, che invece avrebbe voluto vivere altrove. «Troppo grande e troppo vuota» diceva sempre.

Stava seduto sulla sua poltrona, la stessa di sempre, con un plaid sulle gambe rinsecchite malgrado il caldo e lo sguardo rassegnato di chi sa che la sua unica, vera occupazione, consiste nell’attesa. Non è mai stato un tipo loquace mio padre, mai sprecato una parola. Un atteggiamento che ha trasmesso a noi figli e al quale nostra madre si è pervicacemente sottratta, lei ama parlare povera donna, quante volte l’ho sentita farlo da sola, tanto per assecondare la smania insoddisfatta di un interlocutore. Tempo fa le ho regalato una radio e da allora non è mai successo che entrando in casa la trovassi spenta. Passa il tempo così, e non se ne lamenta. Quel giorno le note del «Concerto del mattino», il suo programma preferito, aleggiavano per le stanze vuote insieme al profumo di un caffè da poco consumato.

«Ciao papà» dissi, sfiorandogli la testa con un bacio.

«Lollino…» (non ha mai smesso di chiamarmi così) «qual buon vento?».

Ero passato a trovarlo alcuni giorni prima e ogni volta mi accoglieva come fossero trascorsi dei mesi. Inforcò gli occhiali per guardarmi meglio, lasciando che la realtà degli affetti lo riportasse nel presente. Da tempo viveva in un mondo distante fatto di pensieri e forse di ricordi, e pur essendo ancora lucido e padrone di sé, non si interessava degli accadimenti mondani, ciò che avveniva fuori dalla sua stanza non aveva importanza, non l’aveva più. Mi capitava a volte di provare invidia per la condizione esistenziale nella quale si era rifugiato, considerando che gran parte degli affanni altro non sono che logorio, inutile consumo di energia. Forse il distacco è la vera intelligenza.

«Hai qualcosa da dirmi?» come avesse intuito che la mia presenza non era casuale.

Gli raccontai della telefonata e di ciò che ne era seguito. Ascoltava in silenzio, senza fare domande. Sembrava sereno, non manifestava alcun stupore. Fui io a stupirmi della sua reazione quando gli dissi che avrei contattato il funzionario per comunicargli l’assenso alla consegna dell’arma. Non so davvero perché lo ritenessi scontato.

«È fuori discussione. La pistola non si tocca.»

Esibì un tono perentorio che non ricordo avergli mai sentito, e addirittura la voce, la sua voce, pareva artefatta, come fosse incisa su un nastro. Provai a farlo ragionare, gli dissi che non poteva tenere in casa una pistola, era pericoloso. Mi guardava come fossi un estraneo, e continuava a fare no con la testa. Più insistevo più aumentava la sua insofferenza, cominciò ad agitarsi sulla poltrona, poi, per mettere fine alla discussione sussurrò: «Sono stanco, finiamola qui. Riferisci pure al tuo commissario che la pistola resta a casa.»

«Ma perché? Che cos’ha ’sta pistola di tanto speciale?…»

Lo vidi trasfigurare, stringeva le mascelle per non dire quello che avrebbe dovuto dire, dirmi. Gli occhi si fecero lucidi e l’insofferenza lasciò posto alla rabbia: «Non insistere Lorenzo, la questione è chiusa».

Soltanto in quel momento mi resi conto di quanto poco sapessi di lui, della sua storia. I nostri genitori non esistono prima del nostro arrivo, non riusciamo a immaginarli bambini, giovani. E nelle fotografie che li ritraggono ragazzi sono i nostri tratti che cerchiamo, non i loro. Chissà quante cose non conoscevo, e se è vero che mio padre ha omesso di raccontarci episodi della sua vita, altrettanto vero è che a nessuno di noi è venuto in mente di chiedere. E anche adesso, non chiesi nulla. Non feci più domande. Nonostante la curiosità decisi di rispettare il suo silenzio e mi pentii dell’arroganza dei miei anni.

Il giorno successivo chiamai Castelli, il funzionario dell’ufficio armi. Gli spiegai la situazione. A dire il vero spiegai ben poco, non avendo argomenti da sostenere. Mi limitai a riferire le intenzioni di mio padre. Forse condizionato dal mestiere del mio interlocutore, mi aspettavo una serie di domande alle quali non avrei saputo rispondere, ma quello non insistette, e anzi, mi offrì una soluzione: «Se suo padre ha intenzione di detenere l’arma è necessario inertizzarla». Confesso la mia ignoranza, non avevo mai sentito prima d’ora il verbo inertizzare. Castelli intuì la mia lacuna e si affrettò a colmarla:

«Deve farla disattivare, renderla inerte, appunto.»

«Ah… e come si fa?»

«È una faccenda piuttosto lunga, se mi dà la sua mail le invio il procedimento per gli adempimenti burocratici.»

Il termine adempimenti burocratici mi provocò un sentimento di sconfitta, la sensazione di trovarmi di fronte a una montagna da scalare a piedi scalzi. Quando lessi la mail lo sconforto fu definitivo:

La disattivazione delle armi da fuoco è regolamentata, per quanto concerne le procedure tecniche, dal Reg. UE 2403/2015 come da ultimo modificato dal Reg. UE 337/2018.

Per quanto concerne gli adempimenti burocratici, bisogna invece consultare il D.M. 08.04.2016, che all’art. 5 rubricato   Disposizioni procedurali e adempimenti per la disattivazione” dispone che il possessore dell’arma deve comunicare per iscritto alla questura competente che intende attivare la relativa disattivazione. La comunicazione deve indicare i dati identificativi e tecnici dell’arma medesima, ovvero tipo, marca, modello, calibro e numero di matricola, nonché i dati identificativi del soggetto che effettua la disattivazione (pertanto l’interessato avrà già preso contatti con l’armeria che poi effettuerà la disattivazione). Entro quindici giorni dalla ricezione della comunicazione, la questura informa il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, rivolgendosi alla Soprintendenza per i beni storici, artistici e demoetnoantropologici competente per territorio, al fine di verificare se si tratti di un’arma antica, artistica o rara d’importanza storica o comunque di interesse culturale e, all’esito degli adempimenti, la questura medesima provvede, entro i trenta giorni dalla ricezione della comunicazione, a rendere nota al richiedente la presa d’atto (quindi l’assenso a procedere alla disattivazione).

Eccetera eccetera eccetera…

Mi girava la testa. Rilessi un paio di volte senza riuscire a trattenere un sorriso di scherno riguardo allo stile grottesco dello scritto che raggiungeva il suo apice nell’espressione: «… che intende attivare la relativa disattivazione» o nel termine «demoetnoantropologici». Cristo santo, mi ero ficcato in una bella rogna.

Spensi il computer, mi accesi una sigaretta e rimandai il problema all’indomani, confidando sul potere dissuasivo dello spettro burocratico, forse più efficace, alle orecchie di mio padre, delle mie sagge ma inascoltate parole.

Lasciai passare due giorni. Volevo dare tempo a papà di riflettere sulla questione, sarei tornato da lui con spirito diverso rispetto alla precedente visita, più accondiscendente e meno intransigente. Pensavo inoltre che la proposta dell’inertizzazione, sebbene complicata, potesse ammorbidirlo nei miei confronti, avrebbe se non altro apprezzato le mie buone intenzioni.

Stava seduto al solito posto, nella penombra del pomeriggio, lo sguardo rivolto alla finestra. Appena mi vide entrare fece scivolare sul lato del cuscino un quadernetto scuro, poi mi rivolse un sorriso. «Ciao Lollino, che bello vederti». Non vi era traccia di ostilità nei suoi occhi, sembrava più rilassato del solito, e felice, sinceramente felice di vedermi. Si capiva, dai suoi gesti, il desiderio di cancellare l’amarezza del nostro ultimo incontro.

«Siediti qui» disse «accanto a me.»

Restammo in silenzio qualche minuto. Dalla cucina proveniva il sonoro ovattato della radio e dalla strada lo sfilare veloce di qualche automobile.

«Mi dispiace per l’altro giorno papà. Non volevo turbarti… io non so nulla di quella pistola, non so da dove viene né perché la tieni in casa, però ho capito che per te è importante e se davvero non vuoi consegnarla, esiste una possibilità… si tratta di riempire un modulo… tu non devi fare niente, me ne occuperò io…». Mi alzai per recuperare il foglio nella tasca della giacca e quando mi voltai, lui stava piangendo.

In oltre quarant’anni non lo avevo mai visto in lacrime.

Non smise di piangere fino alla fine del racconto.

«È successo tanto tempo fa… Avevo quattordici anni, ero un ragazzino. C’era la guerra, ma io quasi non me ne accorgevo perché vivevo nella grande casa che tu ben conosci, distante da tutto. All’epoca non avevano ancora costruito nulla intorno a noi e la villa pareva davvero isolata dal mondo. Passavo le mie giornate in giardino o chiuso nella mia stanza, dovevo fare silenzio, non potevamo disturbare mio padre… tuo nonno… Era molto malato. Leucemia… che brutta parola, vero? Vedevo i dottori che entravano nella sua stanza e subito si chiudevano la porta alle spalle e io li sentivo sussurrare e non capivo cosa stesse succedendo. Ogni tanto provenivano dei lamenti e io mi tappavo le orecchie o canticchiavo una canzone, per non ascoltarli. Non ho mai chiesto nulla a mia madre, non so se era per non sapere, o perché già sapevo. Non avevo voglia di entrare in camera di mio padre, non è bello per un figlio vedere il proprio padre indebolirsi, i padri non possono ammalarsi, non devono… Ero triste, certo, ma facevo finta di niente. Un giorno però fu lui a chiamarmi. Sentii distintamente pronunciare il mio nome, nonostante la voce flebile. Carlo!… vieni… e poiché non rispondevo alzò leggermente il tono. Entrai in punta di piedi. La stanza era semibuia. Ricordo un odore che non mi piaceva. Stava steso nel letto, il corpo avvolto dalle coperte, tranne un braccio che fuoriusciva dal lenzuolo. Era così magro, così… piccolo. Diede un paio di colpetti con la mano sul lato del letto, per invitarmi a sedere accanto a lui. E poi, la mano, la poggiò sul mio ginocchio. Devi fare una cosa per me Carlo. E non devi dirlo a nessuno. Promesso?… Dissi di sì, anche se preoccupato. Cosa stava per chiedermi? Ero incuriosito, e orgoglioso che avesse scelto me.

Vai nel mio studio, e apri il secondo cassetto a destra della mia scrivania… in fondo troverai una scatola, una scatola marrone… portamela. Non farti vedere da nessuno, mi raccomando, è un segreto fra te e me… È importante figlio mio, è una cosa importante… mi alzai dal letto, ubbidiente, ma lui mi afferrò la mano. Carlo, non dimenticarti mai le cose belle. Non dissi una parola, ricordo che il suo sguardo, quei suoi occhi dolenti e folli, e il suo corpo così fragile, mi facevano paura… ma al tempo stesso avevo una gran voglia di abbracciarlo… non riuscivo a mettere in ordine i sentimenti che mi stringevano la gola e mi paralizzavano.  Su, adesso vai, fai quello che ti ho detto. Per raggiungere lo studio dovevo attraversare il corridoio e passare dal salotto. Ci arrivai a passi felpati, come fossi un ladro. Non ci entravo quasi mai in quella stanza, la porta era sempre chiusa ma questo non aveva mai solleticato la mia curiosità. Era un luogo che non mi apparteneva e io sto bene attento a non sconfinare in territori altrui… era tutto in ordine, un ordine definitivo, che non aveva nulla di provvisorio, perché chi avrebbe potuto scombinarlo non ne aveva più facoltà. Frugai in fondo al cassetto e trovai la scatola. La soppesai, più per istinto che per calcolo. Uscii in fretta, ma quando arrivai in corridoio incrociai il dottore che si dirigeva, accompagnato da mia madre, verso la stanza di mio padre. Nascosi la scatola sotto al maglione, salutai il dottore, e mi avviai verso la mia camera, in attesa di un momento più propizio. Li osservai avanzare dalla mia soglia, non si curarono di me. Bussarono e scivolarono dentro la stanza. Mi rimase nell’orecchio il rumore secco della porta che si richiudeva. Se chiudo gli occhi lo sento ancora quel rumore. Non avevo intenzione di scoprire il contenuto della scatola, ma quando la posai sul mio letto, la curiosità fu più forte del mio senso del dovere. Si trattava in fondo di sollevare un coperchio… Penso tu abbia capito di cosa si trattava. Io invece non me lo sarei mai immaginato. Quando la vidi, quella piccola pistola lucente, capii immediatamente, e mi mancò il respiro. Provai un terrore freddo e benedissi il cielo per l’arrivo del dottore che aveva salvato mio padre, sì, ma anche me… Come gli era venuto in mente di chiedermi una cosa del genere? Come avrei vissuto il resto dei miei giorni con quel peso sul cuore? Ero arrabbiato, arrabbiato e disperato. Chiusi la scatola e la nascosi sotto il letto, ricordo che la seppellii sotto altri oggetti per cancellarne ingenuamente la presenza, e poi di notte, non riuscendo a dormire la spostai di nuovo e la ficcai in fondo a una cesta dove ancora erano conservati i miei giocattoli di bambino. Da allora, quella scatola non mi ha mai lasciato, e quel giorno, quel maledetto giorno, fu l’ultimo in cui vidi mio padre. Non sono mai più entrato in camera sua, mai più. Per tre lunghissimi mesi, il tempo che gli era rimasto. E sai perché non l’ho fatto? Perché, per quanto ritenessi giusta la mia azione, mi sentivo in colpa. Avevo paura di guardarlo negli occhi, di vedere la sua pena. Quei tre lunghi mesi di dolore hanno pesato sulla mia coscienza per tutta la vita. Lui voleva mettere fine alla sua sofferenza, era un suo diritto… E io gliel’ho impedito. Ero davvero nel giusto? Cos’era più importante, la sua salvezza o la mia? E poi, ci siamo forse salvati?…  Pensavo fossero i miei quattordici anni a impedirmi di capire, ma tutti questi anni non mi hanno illuminato. Io ancora non so… Ecco, adesso sai perché possiedo quella pistola. Sei la sola persona a cui l’ho raccontato.»

Non ebbi paura di abbracciarlo come accadde a lui tanti anni addietro, e lo strinsi forte fra le mie braccia. «Hai fatto la cosa giusta papà, la sola che potessi fare.»

Il primo pensiero che mi venne in mente fu associativo: padri che dividono un segreto con i figli, poi la simmetria mi parve ancora più incredibile dal momento che anche io, come lui, ero stato prescelto. Anche mio padre aveva dei fratelli. Tre, come me. Ieri lui, oggi io, entrambi depositari di un segreto. A quasi settantacinque anni di distanza si replicava una scena familiare analoga.

«Chiama il commissariato e di’ che possono venirsela a prendere. Adesso.»

Non provai a rilanciare l’ipotesi inertizzazione, e non perché volessi risparmiarmi una scocciatura, ma perché avevo capito. Quel racconto sofferto, tenuto a lungo nascosto nel profondo del suo cuore, lo aveva liberato. E furono le sue parole a rendere inerte la pistola. Non c’era più motivo di nasconderla.

I poliziotti arrivarono poco dopo. Erano in due, uno molto alto con mani affusolate da pianista, l’altro più tarchiato ma scattante, nervoso. Non indossavano la divisa e di questo fui intimamente grato. Si rivolsero a mio padre con garbo e gentilezza, lui disse loro che voleva fossi io a recuperare la pistola, poi mi diede una chiave, sfilata dalla tasca della vestaglia.

«Vai alla mia scrivania, e apri il secondo cassetto a destra. In fondo troverai la scatola marrone…». Di nuovo, la storia si ripeteva: la scrivania, il secondo cassetto, la scatola marrone.

Tutto si svolse in silenzio, come durante una cerimonia. Di questo si trattava, in fondo. Eseguii gli ordini di mio padre e consegnai la scatola nelle mani del poliziotto alto, il quale, dopo aver sollevato il coperchio e afferrato l’arma, mi chiese se fosse stato possibile trasferirsi in un posto riparato (disse proprio così) della casa, «magari all’aperto». Scambiai uno sguardo con mio padre, che abbassò la testa in segno di assenso. «Certo», risposi, e invitai l’uomo a seguirmi in terrazza.

Le tapparelle erano abbassate per via del caldo e quando aprii la porta finestra la luce abbacinante e il calore mi riportarono alla realtà di quei giorni infuocati.

«Rimanga dentro», mi intimò il poliziotto.

Osservai la scena dall’interno. L’uomo si guardò intorno alla ricerca del «riparo».  che individuò in un grosso vaso dietro al quale si accucciò. Vedevo la sua sagoma imponente stagliarsi fra le fronde dell’oleandro. Rimase lì ad armeggiare (è il caso di dirlo) qualche istante per poi rientrare in casa rivolgendomi un mezzo sorriso di soddisfazione. «C’era un colpo in canna».

Un colpo in canna, uno solo.

ARTICOLO n. 53 / 2021

ALICIA E LA STAMPA UNDERGROUND

TRADUZIONE DI SARA SULLAM

Gli unici giornali americani che non mi lasciano preda della profonda convinzione fisica che mi sia stato tolto l’ossigeno dalla materia grigia, con tutta probabilità da un telegramma della Associated Press, sono il Wall Street Journal, il Free Press di Los Angeles, l’Open City, sempre di Los Angeles, e l’East Village Other. Non ve lo dico per apparire come una persona stramba, eccentrica, perversa ed eclettica, per non dire all’ultima moda in tutti i suoi gusti; qui si tratta di qualcosa di più ottundente e curioso, ossia della nostra incapacità di parlarci in modo diretto, dell’incapacità dei giornali americani di «andare al punto.» Il Wall Street Journal mi parla in modo diretto (poco importa qui che molto di quanto dice abbia per me uno scarsissimo interesse), e così anche la stampa underground.

Free Press, East Village Other, Berkeley Barb, tutte le altre testate formato tabloid che riflettono gli interessi dei giovani e di chi non ha un’affiliazione hanno una virtù particolare: sono privi di quelle posture tipiche della stampa convenzionale, per lo più fondate su una falsa obiettività. Non fraintendetemi: tengo in grande conto l’obiettività, ma non riesco proprio a capire come possa essere conseguita se il lettore non capisce la parzialità di chi scrive. Se si taccia di esserne esente, lo scrittore conferisce all’intera faccenda una mendacità che non ha mai infettato il Wall Street Journal e che ancora non infetta la stampa underground. Un autore di stampa underground dice se disapprova qualcosa, spesso in luogo del chi, cosa, dove, quando, come.

Ovviamente i giornali underground non hanno nulla di particolarmente underground. New York, a sud della Trentaquattresima Strada, è tappezzata di East Village Other; a Los Angeles, durante la pausa pranzo sulla Strip, i contabili prendono una copia del Free Press. Replicare che si tratta di testate amatoriali e scritte male (lo sono), stupide (lo sono), noiose (non lo sono), non sufficientemente inibite dall’informazione finisce per essere un luogo comune.

Di fatto, il contenuto di un giornale underground è assai scadente. La notizia di una marcia per la pace o della defezione di un gruppo rock a favore delle forze dello sfruttamento (il gruppo ha fatto uscire un disco, dicono, o ha accettato un ingaggio per suonare al Cheetah), consigli di Patricia Maginnis su che cosa dire al medico specializzando dell’accettazione se si comincia a perdere sangue dopo un aborto in Messico («Sentitevi completamente libere di dire che Patricia Maginnis e/o Rowena Gurner vi hanno aiutato ad abortire. Siete pregate di non incriminare nessun altro. Noi stiamo cercando di farci arrestare. Altri no»), riflessioni di uno spacciatore quindicenne («Devi credere allo spaccio come stile di vita, altrimenti non ce la farai»), avvertenze che la velocità uccide: un numero di Free Press è pressoché identico ai cinque successivi e, per chiunque segua da lontano i vari scismi tra tossicodipendenti e guerriglieri rivoluzionari, non si distingue dall’East Village Other, dal Barb, da Fifth Estate, o dal Free Press di Washington. Non ho mai letto nulla di utile su un giornale underground.

Ma pensare che quei giornali vengano letti per i fatti significa non comprenderne l’interesse. Il loro genio consiste nel parlare in modo diretto ai lettori. Partono dal presupposto che il lettore sia un amico, che sia turbato da qualcosa, e che capirà le cose se gliele si espone in modo chiaro; questo presupposto di un linguaggio comune, di un’etica condivisa conferisce ai quei resoconti una considerevole forza stilistica. Di recente Free Press ha pubblicato un’indagine sull’università di Ann Arbor firmata da una lettrice di nome Alicia, la quale, in tre righe che sfiorano la perfezione di un haiku, dice tutto quel che c’è da dire su una comunità universitaria: «I professori e le loro mogli sono ex-Beatniks (Berkeley, classe ’57), vanno alle marce per la pace, e portano narcisi a U Thant. Certi studenti credono ancora a Timothy Leary e a Kahlil Gibran. Alcuni, tra i loro genitori, credono ancora al Rapporto Kinsey.»

Questi giornali ignorano il codice delle testate tradizionali, dicono quello che pensano. Sono stridenti, sfacciati, ma non suscitano irritazione; hanno i difetti di un amico, non di un monolite. (Monolite, naturalmente, è una delle parole preferite della stampa underground, una delle poche di quattro sillabe). Il loro punto di vista è chiaro anche al lettore più ottuso. Nella migliore stampa tradizionale persistono tacite abitudini, e il fatto che restino tacite, che non vengano ammesse, crea una barriera tra il lettore e la pagina tanto quanto il gas di palude. Il New York Times mi suscita solo sgradevoli aggressioni da contadina, mi fa sentire come la figlia scalza del mercante in fiera in Carousel, che guarda i bambini Snow che corrono alla cena della domenica con McGeorge Bundy, Reinhold Niebuhr, e il dottor Howard Rusk. La cornucopia esonda. La Croce d’Oro risplende. La figlia del mercante in fiera sogna l’anarchia e non si fida dei bambini Snow, quando le dicono che la sera prima era buio. Sotto il livello del New York o del Los Angeles Times, il problema non è tanto fidarsi della notizia, quanto trovarla; spesso sembra che una scimmia abbia preso l’assurda storia per com’è uscita dalla telescrivente e ci abbia buttato dentro un servizio di un altro giornale da una parte, un comunicato stampa dall’altra.

L’estate dei miei diciassette anni lavorai per un giornale nel quale il culmine dello sforzo quotidiano consisteva nel ritagliare e riscrivere il giornale dell’opposizione («Controlla che non sia una trappola,» mi consigliarono il primo giorno); ho l’impressione che questo genere di cose costituisca ancora un florido ramo d’industria locale: Il consiglio dei supervisori della contea elogia gli agenti immobiliari del comparto occidentale per il progetto di abbattimento degli slums, e la costruzione di un albergo Howard Johnson’s. Debuttanti attente al mondo della beneficenza esaminano un macchinario di recente acquisizione per la cura del cancro terminale. Cara Abby. Specchio della tua mente. La lingua penzola, la realtà retrocede. «Seminario, seminario, qui ci vuole un dizionario,» si legge a pagina 35. «PADUCAH, KY. (AP) – «Quando Kay Fowler ha chiesto alla sua classe della scuola domenicale di descrivere un seminario, un ragazzino se ne è venuto fuori con: “È dove seppelliscono le persone”». Se me lo dici a pagina 35, non ti crederò a pagina 1.

Le scimmie ai piani inferiori, il linguaggio in codice a quelli superiori. Quanto alle convenzioni della nostra stampa, ci riteniamo «ben informati» se conosciamo «la vera storia,» ossia quella che non si trova sui giornali. Ormai ci aspettiamo che la stampa rifletta l’etica ufficiale, che si comporti in modo «responsabile.» I giornalisti più ammirati non sono più avversari, ma confidenti, partecipanti; l’ideale è dare consigli ai presidenti, cenare con Walter Reuther e Henry Ford, ballare con la figlia di quest’ultimo al Le Club. Probabilmente Alicia non conosce nulla al di fuori di Ann Arbor. Ma su quello mi dice tutto quello che sa.

1968

Il testo di Joan Didion è ripreso dalla sua nuova raccolta di articoli Let Me Tell You What I Mean.

© 2021 by Joan Didion

ARTICOLO n. 52 / 2021

DEAR MR. JOYCE

A CURA DI SIMONE TICCIATI

Malta, 1899: lord Muskerry (al secolo Hamilton Matthew Tilson Fitzmaurice Deane-Morgan, 4° Barone Muskerry) nota la carena di un piroscafo del Lloyd Austriaco, priva di molluschi e alghe. Scopre che è verniciata con l’intonaco antivegetativo Moravia, prodotto dalla «Fabbrica Vernici e Intonaci Sottomarini Gioachino Veneziani» di Trieste, e non perde tempo. Adotta l’antivegetativo italiano per il suo yacht «Rita», e ne attesta la qualità in una lettera alla ditta che si chiude così: «sono persuaso che se la vostra pittura fosse meglio conosciuta in Inghilterra, i proprietari di yachts ne farebbero uso su larga scala. Pel bagnasciuga il vostro agente mi fornì una vernice grigia del pari eccellente. Con stima Lord Muskerry».

Verità o leggenda (altrove si parla di un ammiraglio inglese, e l’episodio è retrodatato al 1890), è certo che la vernice Moravia – il cui segreto è gelosamente custodito dai Veneziani – già copre gli scafi della più importante compagnia di navigazione del Mediterraneo, e di lì a poco proteggerà gli yacht degli Arciduchi Ludovico Salvatore e Carlo Stefano Absburgo, del Re d’Italia, del Sultano, nonché lo «Shamrock» di Sir Thomas Lipton. E l’agente di Malta della ditta Veneziani non è un semplice travet: è Arthur Kohen von Hohenland, console generale austroungarico a Malta e agente del Lloyd Austriaco. Muskerry con la sua lettera e il suo ruolo politico (come pari d’Irlanda nella Camera di Lord) e Kohen come console in un territorio appartenente alla corona britannica possono facilitare lo sbarco della Veneziani su quel mercato.

Rimane solo lo scoglio dell’inglese ma un neoassunto trentottenne della Veneziani, Aron Hector Schmitz, sembra portato per le lingue; ha insegnato per molti anni corrispondenza commerciale tedesca alla Scuola Superiore «Pasquale Revoltella», e legge senza problemi il francese. Comincia così a prendere lezioni di inglese da Philip Francis Cautley, suo collega al «Revoltella», dove è professore straordinario di lingua e letteratura inglese. Schmitz è cugino di Olga Moravia, moglie del titolare Gioachino Veneziani, e ne ha sposato la figlia, Livia Veneziani.

Nel frattempo c’è bisogno di un agente commerciale in Gran Bretagna e la ditta comincia a sondare il terreno in più direzioni. Si mette in moto lo stesso Schmitz: a marzo 1901 un suo parente che lavora a Venezia gli presenta Salvatore Arbib, console onorario della Liberia e membro della vasta famiglia di mercanti ebrei sefarditi originari di Tripoli. Il fratello e il cugino di Salvatore sono Edoardo ed Eugenio, titolari di una importante ditta di import-export e pionieri del commercio tra Gran Bretagna ed Egitto e Sudan. Ma quello degli Arbib si rivela un abboccamento senza esito e Schmitz se ne lamenta con la moglie: «sono andato in città a parlare fino a sfiatarmi con due impiastri i quali non sanno che cosa io voglia da loro e dei quali non so neppure io che cosa vogliano da me. Mi viene persino il sospetto che mi accettino in loro compagnia per passare meglio una mezz’ora della loro stupida vita».

Ma il tempo stringe perché a giugno bisogna essere a Londra per discutere con la Marina britannica i termini e le condizioni dell’accordo. Così, la ditta Veneziani trova un primo agente (un certo Frantzen) che accoglie Schmitz a Londra, ma che al momento cruciale non può accompagnarlo all’Ammiragliato perché impegnato agli arsenali militari di Portsmouth. Così, Schmitz – che appena arriva in Gran Bretagna si rende conto che il suo inglese non è sufficiente («L’inglese va maluccio, sai. Non solo io non capisco loro, ma essi non capiscono me»; «La più semplice parola d’inglese che dico crea dei malintesi e dei dubbî. Se ne dico poi di più complicate allora rinunziano di comprendere e mi lasciano») – si ritrova da solo a Whitehall, nel cuore del potere politico e militare dell’Impero britannico.

L’avventura però – nel suo divertito racconto agli amici triestini – risulta assai più semplice di quanto temesse: in una stanza «squallida e disadorna», un ufficiale della marina britannica in borghese lo invita a sedersi, gli offre «una sigaretta molto profumata» e gli dice che l’affare è «virtualmente concluso». Nella lettera alla moglie del 21 giugno le conseguenze dell’accordo stipulato con la Royal Navy sono subito chiare: «L’essenziale per noi è che assolutamente pretendono la fabbrica in Inghilterra. All’ammiragliato sono stato accolto magnificamente; tutto va bene ma bisogna fare la fabbrica! Ne sono molto agitato perché certamente la famiglia che verrà a stabilirsi qui sarà la nostra, o molto probabilmente».

Per la succursale della fabbrica di vernici, i Veneziani scelgono Anchor and Hope Lane a Charlton, un quartiere di Londra nei pressi del Royal Arsenal. Poco distante dalla fabbrica, al 67 di Charlton Church Lane, affittano una casa per le esigenze dei membri della famiglia che si recano in Gran Bretagna per lunghi periodi per sovrintendere alla realizzazione e commercializzazione della pittura sottomarina. Schmitz continua a seguire le lezioni di Cautley ancora per qualche anno, forse fino al 1903: i frequenti soggiorni a Charlton (una o due volte l’anno per almeno un mese) sembrano bastare per il momento a colmare le sue lacune linguistiche.

Certo è che dalla primavera del 1907 si è trasferito a Trieste un certo James Augustine Aloysius Joyce. Non è ancora quel Joyce: è appena riuscito a pubblicare a maggio, con fatica, il suo primo libro, Chamber music, e sbarca il lunario insegnando inglese alla Berlitz School e poi a partire dall’autunno facendo ripetizioni private, diventando in breve «l’insegnante di moda presso la ricca borghesia triestina». Schmitz che «oltre ad apprendere la lingua, desiderava trovare un’esperta guida per la migliore conoscenza della moderna letteratura anglosassone» diventa uno degli allievi di quel «mercante di gerundi» (la definizione è sua). E nel corso del 1908 ciascuno dei due svela all’altro il proprio segreto: la scrittura. Schmitz ha già pubblicato a sue spese due romanzi nel 1892 (Una vita) e nel 1898 (Senilità), sotto lo pseudonimo di Italo Svevo, che non hanno avuto pressoché circolazione al di fuori di Trieste; Joyce sta lavorando ai racconti di Dubliners, nonché al Ritratto dell’artista da giovane (che rielabora parte del materiale di Stephen Hero).

Svevo e Joyce si scambiano le opere: Svevo regala le copie dei romanzi, ricevendone un giudizio più che lusinghiero, specialmente per Senilità, e Joyce dà in lettura il manoscritto dei primi tre capitoli del Portrait che Svevo legge tra la fine del 1908 e l’inizio del 1909, e ne scrive – come esercizio di scrittura – una lettera-recensione in inglese il 9 febbraio 1909 («Dear Mr. Joyce, Really I do not believe of being authorised to tell you the author a resolute opinion about the novel which I could know only partially…»).

È l’inizio di un rapporto di circospetta amicizia e di reciproca stima e riconoscimento che si interromperà solo con la morte di Svevo nel 1928; un rapporto che, specialmente per la sua prima fase, può essere ricostruito solo indirettamente. Svevo, oltre a pagare in anticipo le lezioni di Joyce, offre spesso il suo sostegno non solo economico all’amico insegnante che specialmente negli anni a cavallo tra il 1908 e 1915 è in difficoltà. Nel maggio 1909 gli facilita l’incontro con il capocomico di una compagnia teatrale, perché Joyce vuole mettere in scena la sua traduzione italiana di un dramma irlandese; nel giugno 1910 scrive un biglietto di raccomandazione per il «Prof. James Joyce». Ancora nel giugno 1915, quando Joyce – in quanto cittadino britannico – è costretto con tutta la famiglia a lasciare il territorio dell’Impero austroungarico per rifugiarsi a Zurigo, Svevo gli presta 250 corone. Joyce tornerà nuovamente a Trieste dopo la prima guerra mondiale per un breve periodo, tra l’ottobre 1919 e il luglio 1920, quando lascerà definitivamente l’Italia per Parigi.

Ma il rapporto non è affatto sbilanciato: Joyce tenta (inutilmente) di promuovere l’opera dell’amico-allievo tra i suoi studenti triestini, e probabilmente nel suo breve ultimo soggiorno triestino avrà avuto modo di incrociare Svevo e di parlare nuovamente con lui di letteratura, essendo i due scrittori impegnati rispettivamente nella stesura di Ulysses e di La coscienza di Zeno. È Joyce a spedire a Svevo i suoi libri appena pubblicati, come Dubliners nel giugno 1914, e a fornire nel febbraio 1926 due biglietti per la prima rappresentazione a Londra di Exiles. È Joyce, infine, ormai divenuto quel James Joyce, a mettere in contatto Svevo prima con Valery Larbaud nel 1924 e poi con i più importanti letterati contemporanei, promuovendo l’opera dello scrittore italiano senza risparmiarsi e contribuendo a creare il «caso Svevo» che dal 1925 in poi rallegrerà col suo portato di successo e relazioni gli ultimi anni di Ettore Schmitz.

È a questa fase che risale giocoforza la maggior parte delle lettere superstiti tra Svevo e Joyce (14 delle 19 complessive): ed è comunque un epistolario limitato non solo dai problemi di vista dello scrittore irlandese ma anche dal fatto che Svevo, oltre a non voler disturbare («A Joyce non scrivo mai se non ho argomenti importanti», come scrive a Montale nell’agosto 1926), preferiva incontrarlo a Parigi, da dove passava andando a Charlton o tornandone in Italia. La sorte di queste lettere, scambiate in italiano, inglese e dialetto triestino, una delle tante lingue praticate da Joyce, è stata curiosa: la maggior parte è conservata al Fondo Svevo di Trieste (comprese alcune lettere di Svevo che Joyce due anni prima di morire inviò alla vedova); il resto è disperso, come è successo all’intero epistolario joyciano, che ammonta a quasi 4000 lettere conservate in circa cinquanta fondi archivistici in Europa e Nord America.

Durante il lavoro per la nuova edizione dell’epistolario di Svevo, che uscirà a fine anno per Il Saggiatore, ho cercato di mettere ordine in questa che è forse la sezione più importante (insieme a quella delle lettere scambiate con Eugenio Montale). Grazie alla disponibilità ed efficienza delle biblioteche statunitensi che ho contattato, sono riuscito a recuperare non solo l’originale di una lettera già pubblicata sulla base di una trascrizione erronea, ma soprattutto cinque documenti inediti di Svevo: tre lettere, una cartolina e un biglietto da visita usato come lettera di raccomandazione per Joyce. Sono importanti sia per il contenuto (perché illuminano aspetti finora sconosciuti del rapporto Svevo-Joyce), sia per il periodo cui appartengono, tra il 1909 e il 1912, che è quello in cui quel rapporto si consolida e del quale finora possedevamo solo tre lettere, oltre a un altro esercizio di scrittura inglese, il noto ritratto di Joyce (Mr. James Joyce described by his faithful pupil Ettore Schmitz).

I documenti sono stati pubblicati integralmente sulla Nuova Rivista di Letteratura Italiana e compariranno anche nell’edizione delle Lettere: ne presento qui una scelta.

Simone Ticciati

Italo Svevo a James Joyce (5 agosto 1909, Vallombrosa)
James Joyce collection, #4609. Division of Rare and Manuscript Collections, Cornell University Library.

How are you dear Mr. Joyce? Here are two Englishmen who do not speak at all. I hope you enjoy your holydays among your family.

Arrivederci in Settembre

Suo aff.o

E. Schmitz

[Come sta caro signor Joyce? Qui ci sono due inglesi che non parlano affatto. Spero che si goda le vacanze con la sua famiglia.]

Nell’agosto 1909, mentre Joyce è in Irlanda presso la famiglia, Svevo gli spedisce a Dublino una cartolina illustrata da Vallombrosa dove è andato in vacanza con la moglie su consiglio di un collega della ditta Veneziani, Ario Tribel. L’inglese di Svevo è ancora malcerto (holydays) – ed è impossibile fare esercizio con i due inglesi che soggiornano a Vallombrosa, ma il grado di confidenza tra i due scrittori è già alto. Va registrato qui che Joyce non si stava affatto godendo le vacanze: era a Dublino, oltre che per far conoscere il figlio Giorgio alla famiglia, per cercare di pubblicare Dubliners e per tentare di ottenere una cattedra di italiano (che poi si rivelerà un semplice lettorato di italiano commerciale) all’Università Nazionale d’Irlanda. Ma soprattutto il 6 agosto incontra un vecchio amico d’infanzia, Vincent Cosgrave, che gli fa credere che la compagna, Nora Barnacle, lo abbia tradito con lui cinque anni prima. Joyce ne è sconvolto, e arriva a dubitare che il figlio nato nel luglio 1905 sia suo. La crisi si ricomporrà nel giro di pochi giorni e a settembre Joyce rientrerà a Trieste.

Italo Svevo a James Joyce (15 giugno 1910, Charlton)
Beinecke Rare Book and Manuscript Library, Yale University; James Joyce Collection

Charlton 15.6.1910

My dear Mr. Joyce, I am sorry indeed that I could not take leave from you in a proper manner. On Saturday I did not know yet that I had to start so soon. Be so kind to excuse me. You were so excited over the cynematograph – affair that during the whole travel I remembered your face so startled by such wickedness. And I must add to the remarks I already have done that your surprise at being cheated proves that you are a pure literary man. To be cheated proves not yet enough. But to be cheated and to resent a great surprise over that and not to consider it as a matter of course is really literary. I hope you are now correcting your proofs and not prepared to be cheated by your publisher. Otherwise the book could not be a good one.

We are here in good health. I am working and my wife is enjoying the new surroundings.

By and by she will be caught by her Anglomania and you will have a hard live to speak to her against your oppressors.

Please remember me most kindly to your brother.

I am, dear Mr. Joyce

Yours very truly

Ettore Schmitz

[Mio caro signor Joyce,

mi dispiace davvero di non essermi congedato da lei in modo adeguato. Sabato non sapevo ancora che dovevo partire così presto. Sia così gentile da scusarmi.

Lei era tanto agitato per la vicenda del cinematografo che per tutto il viaggio ho avuto sempre davanti agli occhi il suo volto sconvolto da tanta cattiveria. E devo aggiungere alle osservazioni che ho già fatto che la sua sorpresa per essere stato imbrogliato dimostra che lei è un letterato puro. Essere imbrogliati non prova niente. Ma essere imbrogliati e serbare risentimento per la sorpresa non considerandola una cosa tanto ovvia, è veramente cosa da letterati. Spero che ora lei stia correggendo le bozze e che non sia disposto a farsi imbrogliare dal suo editore. Altrimenti non ne verrebbe fuori un buon libro.

Noi siamo qui in buona salute. Io lavoro e mia moglie si gode il nuovo ambiente. Presto sarà presa dalla sua anglomania e lei avrà vita dura a parlarle male dei vostri oppressori.

La prego di ricordarmi molto caramente a suo fratello.

Sono, caro signor Joyce

il suo molto affezionato

Ettore Schmitz]

Quando Joyce rientrò a Trieste a metà settembre, decise di portare con sé una delle cinque sorelle, preoccupato per la situazione difficile in cui si trovavano. Eva Joyce, appena arrivata a Trieste, fece notare al fratello che la città era piena di sale cinematografiche, tutte frequentatissime, mentre Dublino ne era completamente priva. Joyce si lanciò immediatamente nell’impresa di portare il cinema in Irlanda, proponendo l’apertura di un cinematografo a quattro imprenditori triestini: Giuseppe Caris e Giovanni Rebez che gestivano già il «Cineografo Americano» in Piazza della Borsa e il «Salone Edison – Cinematografo Ideal» in via del Torrente; Antonio Machnich, proprietario di un cinematografo ambulante; e il commerciante Giovanni Rebez. La società, creata il 16 ottobre 1909, e il «Cinematograph Volta» di Dublino, inaugurato il 20 dicembre 1909, ebbero vita brevissima: il 18 aprile 1910 i soci deliberarono la vendita dell’attività a causa delle ingenti perdite, dovute alla cattiva gestione e alla scelta di titoli non graditi dal pubblico dublinese, e il 14 giugno il «Volta» venne ceduto al «Provincial Cinematograph Theatre». Joyce – pur non avendo investito personalmente nell’impresa – lamentò il mancato introito di 1000 corone.

In questa lettera Svevo chiosa l’appena conclusa avventura dell’amico: alla rabbia dell’irlandese oppone una morale che si intuisce essere non solamente personale ma – se così si può dire – imprenditoriale. Svevo, forte della sua esperienza, sa che in affari questi rovesci sono merce comune; e mostra all’amico la lezione che è necessario ricavarne. Non bisogna serbare risentimento (to resent a great surprise over that) proprio perché si tratta di una cosa così ovvia (a matter of course); ma anzi, è bene far tesoro subito dell’esperienza, e dimostrare coi fatti di non essere più disposti (prepared) ad essere imbrogliati. Proprio resent e prepared sono due delle lezioni ristabilite sull’originale manoscritto della lettera; mentre le precedenti (present e frightened) proiettavano una luce di taglio sulla personalità di Svevo, queste – oltre a denotare il suo livello di competenza linguistica, sia pur tra incertezze e costruzioni sintattiche ardite – indicano anche la qualità della lezione che Svevo offre a Joyce a partire dallo sfortunato affare del cinematografo.

Forse non si può credere fino in fondo a certe affettazioni di modestia («Io non sono un letterato», Lettera ad Attilio Frescura del 10 gennaio 1923); Svevo era certamente un letterato, ma altrettanto certamente un letterato «sa sempre di essere composto di due persone». Una di quelle due persone, Schmitz, era uno scaltro commerciante e industriale che, ad esempio, durante la prima guerra mondiale riuscì a opporsi con successo alla pretesa da parte della Marina da guerra austro-ungarica di requisire la ditta Veneziani e di farsi consegnare la ricetta della vernice sottomarina. Molte delle lettere di Svevo sono andate perdute: ma quelle di cui forse più posso lamentare la scomparsa sono proprio quelle che l’impiegato Schmitz inviava alla ditta e ai colleghi-cognati (due mariti delle sorelle della moglie erano impiegati nella Veneziani). Se si eccettuano alcuni accenni all’interno di alcune lettere alla moglie, se ne può avere un’idea dall’unica integralmente sopravvissuta, quella spedita da Charlton al cognato Marco Bliznakoff il 24 febbraio 1924; qui Schmitz spiega con dovizia di particolari e altissima precisione la modalità di realizzazione di un sistema per ridurre i fumi prodotti dalla fabbrica: «Il fumo delle caldaie ha da passare per tre torri irrorate d’acqua, quadrate, alte 10 piedi larghe 6; tutte di legno meno la bacinella su cui poggiano ch’è di una pietra resistente ad acidi e che costa Lst. 3»…

Italo Svevo a James Joyce (13 marzo 1912, Charlton)
James Joyce collection, #4609. Division of Rare and Manuscript Collections, Cornell University Library

Charlton, Kent,
Church Lane, 67

Dear Mr. Joyce,

I am a little late in writing to you and present you my best compliments for the lectures you have hold at Trieste. Here in this country are – I am told – about 1.000.000 of workers unemployed. Unhappily I am not one of them and I have to work every day.

I thaught very often of my Irish friend delivering lectures surely a bit at a higher level than the audience but I never reached a pen to tell him that I did. That bit is put there only in order to indulge in my patriotic feelings.

You will know by the papers that we are here starving and freezing. If you have some spared coal you may make a splendid bargain by sending it to Newcastle where is at present the greatest need. I must say I am here curiously watching what this people will do to stop all the disorders which threaten the Empire. And then we shall discuss quietly the question if they did well or not. I shall deliver speaches on the question which will bore you and Mrs. Schmitz (who reads what I am writing and wants to be remembered to you most kindly).

I hope, dear Mr. Joyce, we shall meet within three weeks.

I remain yours truly

E. Schmitz

[Caro signor Joyce,

con un po’ di ritardo le scrivo e le presento i miei migliori complimenti per le conferenze che ha tenuto a Trieste. Qui in questo paese ci sono – mi dicono – circa 1.000.000 di lavoratori disoccupati. Purtroppo io non sono uno di loro e devo lavorare ogni giorno.

Ho pensato molto spesso al mio amico irlandese che teneva conferenze sicuramente a un livello un po’ più alto di quello del pubblico ma non ho mai preso la penna per dirglielo. Quel po’ è messo lì solo per assecondare i miei sentimenti patriottici.

Saprà dai giornali che qui stiamo morendo di fame e di freddo. Se ha del carbone da parte potrebbe fare uno splendido affare spedendolo a Newcastle dove c’è al momento il maggior bisogno. Devo dire che sto qui a osservare con curiosità cosa farà questo popolo per fermare tutti i disordini che minacciano l’Impero. E allora discuteremo tranquillamente se hanno fatto bene o no. Terrò dei discorsi sulla questione che annoieranno lei e la signora Schmitz (che legge quel che scrivo e domanda di esserle ricordata cordialmente).

Spero, caro signor Joyce, che ci incontreremo di qui a tre settimane.

Resto il suo devoto

E. Schmitz]

La chiave di questa lettera è nello sciopero nazionale che i minatori britannici avevano indetto il 1° marzo 1912 per ottenere un salario minimo garantito. In pochi giorni un milione di lavoratori perse il lavoro e ci furono pesanti conseguenze sui trasporti e quindi sugli approvvigionamenti di generi alimentari (oltreché ovviamente di carbone). Lo sciopero si concluse con successo il 6 aprile 1912, perché il Parlamento approvò il Coal Mines Act che per la prima volta fissava un salario minimo garantito per i minatori. In questa lettera Svevo, oltre a scherzare sulla situazione, approfitta dell’occasione per complimentarsi con Joyce per le conferenze su Daniel Defoe e William Blake da lui tenute il 27 e 28 febbraio per l’Università popolare di Trieste, e insieme per alludere allo scarso livello dell’uditorio, sicuramente non all’altezza dell’oratore.

Qui (I shall deliver speaches on the question which will bore you and Mrs. Schmitz), come nella precedente lettera (you will have a hard live to speak to her against your oppressors), è evidente il riferimento all’abitudine presa da Svevo e Joyce di conversare sui più diversi argomenti, in italiano, inglese e triestino, nei caffè di Trieste, a Villa Veneziani, o nelle molte case che Joyce prese in affitto; e di cui resta in queste frasi e in queste lettere una debole, scolorita traccia.

Le informazioni e le citazioni sono tratte sia dalle lettere di Svevo sia dai seguenti volumi:

Fulvio Anzellotti, Il segreto di Svevo, Pordenone, Studio Tesi, 1985.

Umberto Saba, Italo Svevo all’Ammiragliato britannico, in Prose, Milano, Mondadori, 2001.

Livia Veneziani Svevo, Vita di mio marito, Trieste, Edizioni dello Zibaldone, 1958.

Brian Moloney, Friends in Exile: Italo Svevo and James Joyce, Leicester, Troubadour Publishing, 2018.

Italo Svevo, Racconti e scritti autobiografici, Milano, Mondadori, 2004.

Le lettere inedite di Svevo a Joyce sono state pubblicate integralmente in Simone Ticciati, Cinque lettere inedite di Italo Svevo a James Joyce (e una nuovamente edita), «Nuova Rivista di Letteratura Italiana», a. XXIV, n. 1 (2021), pp. 119-136.

ARTICOLO n. 51 / 2021

CHE COS’È L’AMORE

Il mio interesse per il tema «amore» è sempre stato tiepido. Al punto che, per quel che mi riguardava, la faccenda poteva essere liquidata con un paio di citazioni ad hoc.  La prima è il folgorante incipit de L’erotismo di Georges Bataille, libro che lessi nel 1979, a diciassette anni: «Dell’erotismo possiamo dire, innanzitutto, che è l’approvazione della vita sin dentro la morte». La seconda è una frase del Viaggio al termine della notte di Céline, letto nel 1995 a trentadue: «L’amore – Arturo – è l’infinito messo alla portata dei cani».

Parto da Bataille, dunque. Di L’erotismo mi colpì molto, al di là di quella frase, la riflessione che sempre nelle pagine introduttive Bataille sviluppa attorno al concetto di «continuità», asserendo che noi umani, esseri discontinui, non smettiamo proprio per questo di desiderare una «continuità perduta». Ebbe un effetto simile, quell’osservazione sulla continuità, all’«Io è un altro» della Lettera del veggente di Rimbaud: una di quelle cose che a diciassette anni sembrano cambiare all’improvviso e in modo definitivo il tuo sguardo non solo sulla realtà ma anche – senti con un misto di entusiasmo e allarme – su te stesso. Ecco dunque cosa cercavamo, io e la mia fidanzata Cristina, quando amoreggiavamo per finire avvinghiati in un abbraccio che presto rivelava un’urgenza erotica, un bisogno di sconfinamento e di fusione: la continuità perduta. Ma allora perché il nostro primo rapporto sessuale mi era parso così difficile, macchinoso, il piacere finale un lampo che non pareva giustificare il protratto travaglio? E perché anche nei seguenti compiuti senza più timori, pudori, goffaggini, ancora quel residuo di perplessità: «Tutta qui, la faccenda per cui gli umani spasimano e a volte perdono la testa, tutto qui l’esito del desiderio più potente, fuoco che continua ad ardere sotto la brace della vita sociale, sotto il lenzuolo lindo e stirato delle sue forme?».

L’aveva dunque sparata grossa, Bataille? Non è che la «continuità perduta» era qualcosa che stava solo nella sua testa di mistico intemperante, di asceta intermittente? Uno che voleva tutto e il contrario di tutto: il bordello e l’altare, la preghiera e l’orgasmo, la bestemmia e la benedizione?

Seconda scena. Dopo le prime, deludenti, esperienze sessuali ho l’occasione, nell’estate del ’79, di passare un periodo in totale solitudine, a casa. Animato dal desiderio di assomigliare il più possibile alla figura eletta a mio alter ego, David Bowie, provo il digiuno vero, radicale, ad oltranza. E scopro che alla mattina del quarto giorno, spariti di colpo spossatezza e affanno, in una sorta di gioioso commercio d’amore mente e corpo si sono scambiati parti e connotati: il corpo è più che mai etereo ma al tempo stesso traboccante di energia, la mente così potente da riuscire a scartare come regali a lei destinati le cose che le si manifestano – oggetti, finestre, pareti – per guardarci dentro e attraverso.

Alla fine dell’estate rivedo la mia fidanzata – «Cris, ho un segreto pazzesco da rivelarti» – e così cominciamo a digiunare insieme, inventandoci di volta in volta scuse per fugare sospetti e sotterfugi per depistare controlli. Finché un giorno, fuori dal liceo, le vado incontro sventolando un libro: «Cris, ho finalmente capito chi siamo!» e apro il libro – Dopo Nietzsche di Giorgio Colli – nel punto di un aforisma cui l’autore ha dato un titolo intrigante: «Aristofane e Freud».

Partendo dal mito dell’androgino contenuto nel Simposio di Platone, in poche righe folgoranti Colli confronta il sentimento d’amore dei Greci con quello di noi moderni influenzati dalla lettura di Freud, confronto a tutto vantaggio dei primi. Per chi non conosca il mito, ecco una sintesi: racconta Aristofane che anticamente i mortali appartenevano a tre generi – maschile, femminile e androgino – e che tutti erano di forma sferica come gli astri loro progenitori: il sole del maschio, la terra della donna, la luna dell’androgino. Avevano dunque ciascuno quattro braccia, quattro gambe, una testa con due facce rivolte ai lati e due organi sessuali rivolti anch’essi all’esterno. Allarmato dalla loro sfrenata ambizione, Zeus decide un giorno di tagliarli in due, ed ecco apparire gli umani così come li conosciamo: due gambe, due braccia, un volto. Ma, come impazzite, le metà separate cominciano disperatamente a cercarsi e quando hanno la fortuna di ritrovarsi e riconoscersi si abbracciano per non staccarsi più, ricomposte e felici. Al punto che, perse nell’estasi dell’unità ritrovata, dimenticano persino di mangiare e muoiono. Ecco allora il secondo intervento di Zeus, questa volta pietoso: volge all’interno gli organi genitali in modo che quando le metà si ritrovano l’abbraccio sia in grado di generare. La specie umana è salva e, con lei, le offerte e i sacrifici destinati agli Dei.

Giorgio Colli, con micidiale affondo, commenta che l’eros non ha nulla a che fare con la sessualità perché «la precede e la sovrasta». Più nello specifico, eros è desiderio di oltrepassare l’individualità e, se possibile, estinguerla in quanto ostacolo alla pienezza del Tutto, mentre la sessualità evocata da Freud come presunta regista di ogni nostra azione e omissione, semplice artificio per consentire la conservazione della specie e ribadire la subalternità – diciamo pure la sudditanza – dell’umano al divino. Ero troppo acerbo per capire che quell’analisi spiegava con implacabile esattezza il mio controverso rapporto con la sessualità, sicché a Cristina dico solo che noi siamo le due metà di un androgino, metà che si sono ritrovate per non lasciarsi più nel segno di David Bowie, il nostro androgino ideale di bellezza. E mentre lo dico penso a certi pomeriggi passati insieme, al terzo o quarto giorno di digiuno: io e lei distesi sulla moquette – arredo tipico, in quegli anni, delle case dei borghesi benestanti – che ascoltiamo Bowie o il suo selvatico doppio Iggy Pop. Siamo seminudi dopo esserci scambiati vestiti e biancheria intima, leggiamo frammenti dell’Eliogabalo di Antonin Artaud e, pur strusciandoci l’un l’altro come due gatti, non sentiamo il bisogno di fare l’amore: ci basta l’abbraccio, la penetrazione delle nostre anime, di cui il corpo è ormai pura appendice. Non siamo mai stati così felici. Non potevo immaginare che presto nemmeno la sublime unità erotica non carnale rivelata dal digiuno, unità che secondo Colli «precede e sovrasta» la sessualità, mi sarebbe bastata. E che il dio del digiuno avrebbe lasciato il posto a un dio ancor più immediato e potente: quello della droga.

Terza scena. Agosto 1981: è più di un anno che m’inietto eroina, ma avendolo fatto saltuariamente, mai più di due giorni di seguito, non ho ancora sviluppato una dipendenza fisica. Psichica però sì, e più di quanto non immaginassi. Trangugiato l’enorme rospo di una mia passeggera infatuazione per la ragazza che mi avrebbe iniettato la prima dose, Cristina, pensando mi sia pentito di colpe ed errori – il tradimento e la droga – mi convince a partire per una vacanza in Grecia con gli amici del liceo. Grecia è nome che non mi lascia indifferente: è infatti in Grecia, tre anni prima, che ho vissuto la mia prima vacanza per così dire in libertà condizionata, affidato ad amici dei miei. Per la prima volta, sull’isola di Skiathos, ho incontrato le meraviglie della solitudine crogiolandomi in emozioni che risuonavano come mai prima, specchi della mia profondità e unicità. È iniziato lì, il narcisismo tragico che connota alcune adolescenze e che di certo ha segnato la mia. Fatto sta che per quaranta giorni rigo dritto, anche perché non è facile trovare eroina a Paros, Ios o in altre isole delle Cicladi. Ma durante il viaggio di ritorno, mentre il traghetto attraversa lento lo Stretto di Corinto, accade uno di quei fatti che dividono la vita in un prima e in un dopo. Cristina mi chiede che cosa intenda fare una volta rimesso piede a Milano, visto che ho perso un anno e ne devo recuperare ormai due per conseguire la maturità. «Ci penserò, ancora non lo so, Cris – le dico affettando impazienza – una cosa però so di certo: appena arrivo a Milano vado a comprare un po’ di roba perché ho una voglia matta di farmi». Scoppia il finimondo: Cristina prima mi copre d’insulti, poi m’insegue impugnando una forbice da parrucchiere. Alla fine, stremata, si accovaccia in un angolo del traghetto, lontano dagli amici e dai turisti che hanno osservato la scena esterrefatti. Mi avvicino cauto, ma prima ancora che spiccichi parola mi blocca: «No, non dirmi nulla, Fabio. Tanto a questo punto non mi restano che due possibilità». «E quali sarebbero, se posso sapere?». «Ti lascio… Oppure ti seguo fino in fondo». Quindici giorni dopo, il 13 settembre 1981, timorosa e trepidante Cris mi porge il braccio sinistro e si fa iniettare la prima dose d’eroina: aveva deciso di seguirmi fino in fondo, pur di non perdermi. Cristina non c’è più: è morta di Aids il 9 aprile 1995. Ma sarà sempre in me, con me, finché non ci riabbracceremo e, pur dimenticandoci di mangiare non moriremo d’inedia, abbracciati per l’eternità come le due metà dell’androgino nel mito di Platone.

Cristina è stata la prima – non l’ultima, per mia fortuna – a mostrarmi l’amore incondizionato. L’amore che ama l’altro integralmente, per quello che è e anche, a volte, nonostante quello che è. La prima ad avermi mostrato che non può esserci amore senza rischio, messa in gioco, coraggio. Un altro che mi ha amato coraggiosamente è stato Vincenzo Muccioli. Ci vuole un enorme coraggio per assumersi la responsabilità di un reato grave come il sequestro di persona per cercare di salvare una persona in pericolo di vita, tanto più se non hai con lei legami di sangue o amicizia. Solo l’amore incondizionato te lo fa fare. L’amore di chi ama l’altro non come sé stesso – secondo precetto evangelico – ma al di là di sé stesso.

E qui vengo al punto cruciale di questa mia spericolata riflessione sull’amore. «Amore» – per quello che la mia limitata esperienza mi ha fatto capire – è parola che sta al posto di un’altra, e quest’altra parola che dice davvero l’essenza dell’amore è: autotrascendenza. L’amore è quella sensazione di pace, beatitudine e cosmica compiutezza che proviamo quando andiamo oltre noi stessi, quando la baldanzosa corrazzata dell’io diventa il «battello ebbro» di Rimbaud. È il bene che ci pervade quando ci abbandoniamo alla vita che c’incarna e ci attraversa, l’estasi del divenire – del ritornare – «aria nell’aria, acqua nell’acqua», come diceva Bataille. Vita nella vita, mi permetto di aggiungere… L’amore, in tal senso, ha a che fare col sacrificio, a patto di non intendere la parola come una privazione o una rinuncia ma, letteralmente, come un «rendere sacro» o meglio rendere al sacro, cioè riportare l’io che s’abbandona alla sua sorgente e alla sua foce, alla sua origine e destinazione divine, come la vita.

Non ci può essere insomma compatibilità tra l’amore e l’io: l’amore senza autotrascendenza non è amore ma possesso e, fatalmente, violenza. È assoggettamento dell’altro da parte di chi non ha compiuto il passo decisivo per accedere alla conoscenza fondamentale, base di ogni altra: riconoscere l’altro in sé, l’altro che noi stessi siamo, come scrisse Rimbaud. 

Chiudo tornando alle due citazioni iniziali. Bataille e l’erotismo come «approvazione della vita sin dentro la morte». Affermazione forte, affascinante e profondamente vera a patto di comprendere che, per chi ha trasceso l’io, l’opposizione vita e morte non sussiste più. È solo per l’«io» che vita e morte si contrappongono. Per chi è andato al di là dell’«io» l’essere esplode come divenire, metamorfosi, evento che muore e proprio perciò rinasce a ogni istante. A costui, come allo Zarathustra di Nietzsche, è accaduto nell’«ora senza voce» di ascoltare la voce del silenzio chiedergli: «Che importa di te, Zarathustra!». A costui è capitato di tornare alla solitudine e ai silenzi dell’adolescenza, dove in embrione c’era già tutto.

Infine Céline: l’amore come «infinito alla portata dei cani». Ci sono foto meravigliose che ritraggono Céline a Meudon, negli ultimi anni di vita, insieme ai suoi cani danesi. Céline amava molto gli animali, li amava più degli uomini, si sarebbe tentati di dire: cani, gatti, il pappagallo del Gabon che pure visse con lui e la compagna Lucette, insegnante di danza, a Meudon. Mi piace dunque pensare che quel «a portata dei cani» sia da intendere come un «all’altezza» o «alla capacità di». Come un innalzamento e non un abbassamento o, peggio, una riduzione. Mi piace pensare che nell’amore – anch’esso incondizionato – che un cane arriva a sentire per un essere umano, il solitario, scorbutico ma generoso Louis Ferdinand Auguste Destouches detto Céline – quante visite mediche gratuite ai poveri del circondario! – abbia visto l’amore di cui ogni umano dovrebbe essere capace.

ARTICOLO n. 50 / 2021

DONNE E UOMINI

TRADUZIONE DI ANDREW TANZI

Ricordiamo già cosa succede.

Il come è un altro discorso.

Non è un’ombra quella là sulla strada che corre parallela a noi o al nostro sogno? È carica?—arriva pure da una qualche direzione opposta, in cerca di una luce da far sua. Dategli un’occhiata. È da condividere e, così ci pare, con noi. Meritiamo di sapere cosa si avvicina da fuori? Davvero, non ricordiamo se faceva parte delle profezie, c’è così tanto da fare ora.

Una volta una madre che non raccontava storie mandò via i due figli. Per essere umana, disse di sicuro a uno di loro. Ma ciascun figlio sentiva che ad andarsene era stata lei, non lui. Anche se il suo movimento verso il futuro era concreto: per cui relativo a quello della madre come quello della madre al suo.

Per continuare, una volta c’era questo vuoto di potere. Un vuoto ancora indefinito che implorava al potere di riempirlo alla svelta. Questo era pacifico. Tra persone sedute insieme, tutte con le gambe accalcate sotto un tavolo. Di mese in mese, di anno in anno, il tavolo assumeva una certa forma—rotondo oblungo ovale rotondo—di secolo in secolo, ci capitò di sentire—mentre sotto il tavolo tutte le gambe definivano i protocolli. Un nuovo modo di sgambettare. Si trattava, così fu stabilito, di un livello di energia elevato. E non ne siete responsabili? ci domandammo—e la risposta fu, Delle gambe o delle persone? (Sgambettate, disse uno). Ma mentre una parte di questo era da discutere a tavolino, in linea di massima si concordava sull’eventualità di un vuoto di potere. Come la coscia umana, si era evoluto nella mente. Come femore per «coscia». Ma un vuoto di potere—pensateci.

Le parole attecchirono. Una figlia aveva tra queste parole un nome per Padre. Ma pensate che, nel bel mezzo di un’epoca che ci avrebbe fiondati nella bastardaggine, pure noi avevamo un nome tutto per noi che ci fece decollare bam bam uuushh grazie-babbo; giacché da vuoto di potere si ricavò Power Vac che divenne l’etichetta cui aspiravamo per vendere il nostro sogno. E allora fallo questo viaggio per smerciare, o almeno fanne una tratta, tesoro. Il Vuoto di Potere era l’unico appiglio cui ci serviva aspirare.

Ah appiglio per cosa?

So cos’è successo, dice un figlio ignoto a un adulto in via di cambiamento. Del tipo, non credere che non sappia.

Maneggiare con cura. L’ombra sulla strada, la strada maestra, è quella di un Carico Pesante, lo dice il cartello stesso, e questo Carico Pesante (una casa o altro recipiente) che credevamo viaggiasse parallelo a noi sembra che non riusciamo a superarlo né a non superarlo. Eppure dopo un sorpasso tanto audace quanto pericoloso, non ce l’abbiamo di nuovo lì davanti? Esatto. Non poteva fermarsi per noi quindi, così come non potevamo fermarci noi? Aveva le finestre e le persiane semiaperte. Aveva i cartelli con la scritta CARICO PESANTE e il ricordo del retro è così vivido che quasi ce lo vediamo davanti ed era largo quanto il paesaggio oscuro che attraversavamo sul nostro veicolo indigeno di ultima generazione, le bici fissate come montagne sul tettuccio con i raggi sfolgoranti come le immense ruote posteriori gemellate di questo Carico Pesante ora davanti a noi che pian piano girano all’indietro come nel riflesso degli uffici specchiati ai piani bassi di una compagnia di simil-assicurazioni appena fuori da un villaggio nuovo.

Ricordiamo cosa succede. Ricordiamo già quanto si trova qui con noi da così tanto che abbiamo avuto il tempo di vederlo ma ora pare che aspettiamo di ricordarlo. Giacché chi siamo per non farlo? Eppure ci concediamo anche di dimenticare.

Dunque, un pensatore del secolo in questione, il ventesimo tra i tanti secoli recenti che lo circondano e respinti a volte dal ventesimo stesso, disse che Significare qualcosa è come avvicinarsi a qualcuno. Se è così, cos’è questo che intendiamo trasmettere, e già che ne abbiamo qui un altro, chi è questo qualcuno che intendiamo condividere, noi che probabilmente non siamo stati i primi qui ma che siamo altrettanto indigeni almeno in rapporto a questo movimento. Meritiamo di sapere cosa ci viene incontro.

C’è una pausa qui? O è il nostro respiro congiunto? È quel che c’è tra noi, o che condividiamo. Un congiunto, lo siamo tutti. E che tempismo questo respiro o questa pausa. E abbiamo a malapena iniziato. Cosa che facciamo sempre, no? È il momento migliore. Un attimo di respiro ora.

Ecco, sentiteci cadere. Verso l’orizzonte per quanto obliquo, giacché immaginiamo non sia la nostra condizione naturale. Che potenza che siamo per essere qui e per aver deviato verso la vita riuscendo persino a pensare in modo distinto da questi angeli che ultimamente sentiamo speculare dentro di noi come se imparassero a sperare. Meritiamo di sapere cos’abbiamo dentro.

Ora, allontanati da una madre quando sembrava lei a essersene andata, quei due figli ricordati erano di nascosto sia uno sia due. Ossia, proseguiamo ma non proseguiamo; ce ne andiamo ma siamo ancora lì. Mayn si chiamavano, e dei due figli quello che alla fine se ne andò davvero si chiamava James.

E per continuare: un vuoto di potere su misura trovato da una figlia al posto del padre ancor prima di sentirne parlare là fuori nell’hinterland restò fisso con lei e in tarda età divenne fonte d’ispirazione. Cos’avrebbe fatto con un padre meglio definito? Chiamatela Grace Kimball e lei vi udirà.

Uditeci mentre cadiamo verso l’orizzonte. È il vento dall’altro lato di un ostacolo che ci tira verso di sé. Ma il vento è nostro tanto quanto l’ostacolo che abbiamo sentito come semplice preludio di qualunque cosa ci aspetti dall’altra parte. Udite cosa c’è nel vento. Una canzone, dice qualcuno (di sicuro un adulto). Ma, intessuto nella canzone, udite il rumore. Il rumore, di per sé una città dove non tutti si conoscono. E ogni secolo è una persona che giunge in quella città. Del tipo, per ogni riferimento futuro, una donna sempre giovane, sposata una volta, divorziata una volta, senza figli ma con i suoi seguaci, di nome Grace Kimball, che inevitabilmente si sarebbe fatta sentire; e da un altro punto di vista, per ogni riferimento (leggasi insediamento) futuro, un uomo di famiglia e viaggiatore, pure lui sposato una volta, divorziato una volta, un uomo di nome Mayn, James Mayn, ha udito il rumore. E se anche non dovessero mai incontrarsi, siamo stati invitati lo stesso: come se in ogni caso fossimo noi la notizia—incontro o non incontro—così come siamo i loro anelli di congiunzione. E non ci sembra di essere qualcosa di più?

Gli angeli incaricati di farsi sentire ogni tanto da qui dentro all’inizio non c’erano. A volte non sappiamo bene cosa siano.

Una volta tanto tempo fa una madre disse a uno dei due figli che doveva andarsene ed era ancora giovanissimo sebbene fosse un ragazzone forte e maturo. Ma poi fu lei ad andarsene prima di lui e così gli sembrò che fosse stata lei a partire, non lui.

Di storie sua madre non ne raccontava mai, sua nonna invece sì e le storie della nonna s’ispiravano a un’avventura di tanto tempo prima, addirittura del secolo precedente. Questi vecchi resoconti sembravano riflettere a volte la vita del nipote ma lui non ci faceva troppo caso e si fidava delle storielle della nonna.

Lui fa parte di tutto questo, dove amore e separazione vanno a braccetto e si distinguono a fatica. Purtroppo ha lasciato moglie e figli. Ma non ha vissuto, quindi, un po’ come aveva sempre fatto? È un periodo in cui cambiamenti del genere si susseguono. Dei cambiamenti nella vita si parla tanto e lo sentiamo e lui probabilmente vi dà più peso del dovuto, quindi deve guardare piuttosto avanti— forse è troppo tonto per spaventarsi, dice scherzoso. Persone importanti di passaggio che più o meno conosce vanno e vengono qui—fanno forse parte del suo lavoro? Sono notizie?—su nascita, innamoramento, tenacia, vita privata, i figli?

Di tutto questo fa parte anche una donna che lui forse non incontrerà mai. Se non tramite altri. Al contrario di lui, lei questi altri li considera parte del suo lavoro: non stanno, infatti, scoprendo il proprio corpo e il proprio sé? non progettano la propria vita? non esplorano le varie possibilità? Giacché il mondo intero va e viene intorno a lei come tanti mercanti. La storia passa dalla sua voce e dalle sue mani servizievoli, le viene rivelata ventiquattro ore al giorno cosicché nei ginecei che ha creato e con cui si guadagna da vivere a metà degli anni settanta del secolo in questione lei gestisce le cose con una fede frutto del potere più che il contrario. La si può far fessa ma non a lungo.

Tutto questo si verbalizza. In tanti corpi oppure, come hanno detto i nostri condottieri, su base individuale. E da quel che abbiamo capito si verbalizza anche in questo «noi» che abbiamo udito. Cos’è? una specie di comunità? La nostra. Va a regime ridotto e poi di colpo si supera. Cosicché nel framezzo abbiamo questa voce dei congiunti—è così?—anche dei congiunti possibili.

Una verità qui è che gli angeli esistono nel pensiero. In grandi numeri, pare, ed entro un raggio limitato, a quanto ci risulta. Ma poiché gli angeli vengono invocati per fungere da custodi o messaggeri, intermediari vascolari o luce fine a se stessa, sembra sia concesso loro più potere che potenziale. Eppure, gli angeli non hanno il diritto o quantomeno l’abilità di essere altro oltre a se stessi, o meno, o di più, in quanto accasati nel pensiero? Cosa succede se pian piano s’infilano dentro, s’infiltrano, si trapiantano, trovano l’essere già presente lungo la curva dell’umano che si dice sia la loro nuova curva evolutiva—ma per diventare noi oppure gli angeli che, di fatto, possono essere?

Ma questi angeli sono nostri e basta? S’infilano e si defilano dai nostri discorsi come una specie di consiglio avanzato che riconosciamo perché ne serbiamo il ricordo. E cos’è questa comunità— questo grande Noi cui siamo noi stessi a dar voce? Sarà anzitutto una comunità capace pure di accogliere angeli veri abbastanza da crescere tramite mezzi umani.

Dio, l’interferenza! Non la udiamo come in passato, quel che abbiamo udito una volta—il dio che si libera, suona le sirene, come la nostra nave meteorologica sotto la livrea bianca della Guardia Costiera.

Il dio, s’era udito? Il dio? Non la dea, quindi. La sirena che risuona quindi con il soffio del dio o della dea; il soffio che si fa soffiata—la nostra soffiata. Le soffiate fanno notizia. Ma erano tutte notizie. Il vento che articoliamo per produrre il suono delle caverne. Suoni sulla pelle. Lo sapevamo, il suono di ossa che vivono sotto la superficie, visibili come la caviglia e la mascella e poi tutto quello che collega le ossa del collo a quelle delle cosce che maschili o femminili sono comunque i soliti femori sotto la pelle. Non possiamo trovare quindi, per esempio, una domanda che possa accogliere due o più risposte? Non c’è abbastanza respiro perché tutti noi possiamo tirarne uno qui?

Dunque, se maschile sta a femminile allora morale sta a femorale, ma poi ci trovammo subito con la testa scagliata oltre tutto questo verso un luogo dove, ad ascoltare la coscia del divino (la carne non è d’ostacolo) cogliamo—meno tendiamo l’orecchio, più ci sentiamo—le vibrazioni di un modo d’agire migliore—costato, a rischio costo—cogliamo cos’altro se non la volontà di un verme lì dentro che si muove pian piano. Nella coscia divina (e carne sia).

Tuttavia cogliamo solo l’impronta della tenia, l’impronta lasciata dall’eco derivante dal suo progresso altrove, ben lontano da qui. Vibrazioni che risalgono dalla pancia dove il verme è agganciato, ebbene sì, oltre il divario a volta dell’inguine.

E questa tenia stazionaria assorbe grazie alle molteplici microunità che costituiscono i segmenti del sistema nervoso il menù omogeneizzato della dieta suprema—leggasi sacra—divina—leggasi all’improvviso diva che nel linguaggio della lirica sta per dea. Aspettate però: che dieta è questa? Dobbiamo saperlo. Ah è il cibo digerito che ospita la tenia il cibo poi trasformato dalla tenia ospite con l’aggiunta di una nuova paraplacenta che riveste le pareti dello stomaco di questa diva—leggasi uccellina canterina—leggasi cantante lirica: e così, mentre il verme si fa strada e la strada fa il verme, la diva va per la sua strada, una strada che consuma l’eccedenza conferendole il potere del calo ponderale, varie fonti parlano di oltre cinquanta chili insensati. Tanto meglio allora, con la sua estensione sbalorditiva può andare in scena da soprana muscolosa e teatrale qual è, da madre, amante, barista, principessa o se stessa, per la musica—se quella musica la chiamate rumore vero.

E così la tenia mangiò a lungo e data l’abbondanza di cibo continuò a mangiare incurante del rumore delle acque, acque correnti, acque correnti lontane e vicine, con le molecole che cozzavano, speravano, si attaccavano e si combinavano, giacché quanto poteva far presa lo faceva e il verme volenteroso tutto preso con il pasto giunto dall’ambiente circostante non fa mai caso al rumore sovrastante costituito da divari di potere bruciato, bruciato fino a diventare musica, bruciato per espellere la canzone di questa cantante attiva ben felice di mettere all’opera la propria volontà tanto ventilata, dopo aver introdotto un mese fa questa tenia specialissima nel suo organismo, il suo peso, la sua fame, il suo desiderio, attraverso la carne di un pesce predatorio—un luccio del Mille Lacs nel Minnesota—un luccio giratosi dalla parte sbagliata al momento sbagliato, catturato, identificato quale portatore di tenia e trasportato vivo in aereo per mille miglia fino al ristorante giapponese preferito della diva presumibilmente sovrappeso, trasportato da uno stregone ojibway con gli occhi a losanga—una tenia (di provenienza ittica) prescrittale dal suo medico di New York, tanto affezionato ma in gran segreto molto schizzinoso e comunque consapevole di dover fare qualcosa o lasciare il posto a qualcuno capace.

Credeva di poterla leggere come un libro. Ma quale libro?

«Confusa», così una volta aveva firmato un bigliettino consegnatogli a mano una mattina, un bigliettino in cui implorava un consiglio: significava «innamorata» e due mesi più tardi gli avrebbe confidato che era solo una storia di sesso. Quando lui le diceva più d’una volta «Sono confuso» era chiaro che significava «morale» e «arrabbiato» ma anche (non dichiarato, come sempre) «innamorato» (ma di lei, la sua paziente, la sua cara amica), anche se lei a volte i suoi umori si rifiutava di coglierli. Conta qualcosa lui tra questi elementi elementari? Ne sappiamo abbastanza perché la domanda sia lecita. Sapeva di contare per lei ma non come il pubblico nel teatro buio, un pubblico che contava al punto di essere quasi invisibile e quindi importava quasi più della sua famiglia (se ne avesse avuta una in quest’America straniera—aveva un padre assai lontano).

Sulla vita privata la lirica sensazionalistica ne getta poca di luce, ma come si fa a pesare la luce gettata dai suoi soli e paradisi battuti dal vento dove l’avrà scordato per ore, il suo medico, eppure sapeva, come il più adorabile impaccio infantile all’interno di questo corpo bellissimo e amabile, che questo amico amorevole era lì. Né era nostra intenzione gettare luce sulla vita privata della grand opéra. Accadde, in buona fede, che ricontrollammo il dio e proseguimmo da lì; ci facemmo guidare dai suoni, lungo una coscia divina e su fino a un verme solitario che scoprimmo essere bisessuato. A sua volta, la volontà di vivere e crescere di questo verme solitario faceva a sua insaputa la volontà dell’ospitante (la ospitante) di snellirsi. Eppure anche lei cedette a una volontà o a una sensazione di vuoto più grande. Che non è, qualche potere fresco dentro di noi lo intuisce, il vento oltre l’ostacolo bensì un ostacolo oltre il vento.

Ispirati. Sbucati dal nulla. Con un occhio girato da quella parte come per collocarci non solo dentro a chi riceve le nostre onde di congiunti ma addirittura come ricevitori. Si tratta, dunque, di una vera e propria reincarnazione? Grandiosa, di sicuro; forse abominevole, questa vaga incarnazione intimataci. Era angelica, animale, minerale, chimica, chemioterapica? Domanderemo di nuovo.

Per continuare, un ostacolo. E motivati dal tentativo di recuperare quel che abbiamo scelto di scordare. Queste parole appartengono a un parlante di quel secolo e di quello prima e forse in virtù di quello che tenne per sé si dimostrò consapevole della luce gettata dall’oblio. Ma come? domandiamo. E una risposta ce la troviamo dentro: la luce piegata dalla passione supera gli ostacoli concepiti dalla luce stessa: sì, nel vuoto finissimo della nostra possibile intelligenza che un giorno d’un certo peso annuncia come un gufo che non sapevamo cosa fosse la luce ma che ci era stato promesso un certo potere e pensavamo servisse per scoprire che nei giorni giusti quella luce eravamo o potevamo essere noi.

Se c’è bisogno di risolverlo, parlatene durante il simposio. La primadonna del nostro vuoto, Grace Kimball, che a quanto ci viene riferito ha gli zigomi da nativa americana, ci vede lungo e intuisce che c’è un modo migliore di fare le cose, di fare noi. Ricordiamo già che Grace Kimball ha trovato la storia nelle donne: nelle donne contenute dagli uomini e negli uomini che conservano un fluido femminile segreto di cui non volete assumervi la responsabilità e questo in tutte le persone che lei ha aiutato, sicché a volte nei suoi sogni (perché lei e questa storia passavano tutto il tempo a farsi a vicenda) era invisibile quanto il grido d’aiuto degli stuprati e a volte accadeva pure nei suoi sogni non-importanti come un futuro mostruosamente spalancato e non pianificato (e da altri non-stessi). Grace ci vedeva lungo fin dentro a un futuro che le ricambiava lo sguardo attraverso lo stesso occhio con cui lo vedeva lei, in una stanza senza mobili. L’avrebbe chiamata la sua Sala del Corpo, come se gli altri locali dell’appartamento non fossero dedicati anch’essi al corpo, ma se in quest’epoca gli spazi lunghi impariamo a conoscerli grazie a capsule brevi, poiché abbiamo inteso che eguagliano gli spazi lunghi ai tempi brevi e altre volte semplicemente, tesoro, lasciando (ossia lasciando che accada—come nella vita) lasciando (già dimentichiamo) lasciando che un manico di scopa sia uguale a una palla da baseball perché se non riusciamo a costruire a tavolino la nostra vita su misura allora non dobbiamo forse guardare oltre quello che crediamo di sapere e semplicemente dire che questa curva dalla molteplicità accecante eguaglia quelle diverse brevità lunghe una vita? Ma cosa l’abbiamo domandato a fare?

La Sala del Corpo, ecco come l’avrebbe chiamata. Ma pure gli altri locali dell’appartamento servivano a quello. Sala del Corpo. Rinominata dai tempi in cui transitiamo, celebrata da Grace, oscura come Mayn e trasformata nella sua «Sala del Corpo» svuotata del fardello del viaggio, lo strappo da una vecchia casa lontana verso una casa nuova. E quanto ai mobili di famiglia rimasti nella vecchia casa nel bel mezzo del Middle West, scordateveli: giacché al pari del leggendario Carico Pesante a norma lungo le nostre highway ha tenuto saldo al momento del lancio ma con una differenza: scordatasi subito dell’inerzia lei era partita a razzo una volta trasferito quel paesaggio interiore della sua vita senza mobili di famiglia da uno dei tanti mid americani alla New York d’un tempo.

Ma già dimentichiamo il suo matrimonio avvenuto tra un fatto e l’altro e responsabile di tutti i mobili moderni se non a New York almeno nel suo appartamento in città; lei aveva cercato di percorrere la via più breve, di fare tutto per bene, ma stavolta lontano da casa; poi, in un sogno, aveva colto il suo matrimonio come se, nel ricordo, fosse l’acqua o la pietra semipreziosa che filtrava la luce e aveva avuto luogo non nella città di New York ma nel suo paese (leggasi paesino) natio dove potevi appartenere a qualcuno e non accorgertene finché non ti trasportavano alla tomba dopo averti ridotto a un segnale o a un messaggio (leggasi letteralmente massaggio) impossibile da consegnare e suo padre tornò a casa dal lavoro ed era papà e la chiamava Gracie e, le venne un giorno in mente, non le aveva mai davvero domandato nulla di lei (a parte il quasi sempreverde «Dov’è che sei stata?»—ora? oggi? negli ultimi anni!). Ma questo è quanto sappiamo di cosa lei provava. Era monotono lui? È solo l’inizio. Lo trovava nel salotto attaccato allo spazio vicino alla porta della sala da pranzo, immobile tra i mobili della povera madre come un passeggero su un treno e fuori dalla finestra il paesaggio si sposta pressoché alla tua stessa velocità e nella tua stessa direzione.

E così una successiva Sala del Corpo a New York si svuotò della poltrona bassa quadrata massiccia e iperimbottita di suo padre che se ai tempi lì dov’era cresciuta entravi dalla cucina e dalla sala da pranzo dovevi superarla per usare gli altri mobili in quel salottino, la coppia di sedie di Grand Rapids con lo schienale a lira e la sedia verde e la sedia rossa, il divano-letto grigio che non si apriva e, di fronte, il divano-letto azzurro nuovo che invece si apriva, i tavoli che raramente si riusciva a passar sotto e dovevi invece girarci intorno, il portariviste a V «appeso» tra un piano del tavolino e un ripiano basso di pari dimensioni; una poltrona di cuoio brunito con i bottoni in ottone, fresco nei pomeriggi d’estate quando il calore proveniente dalle miglia—o verste, come le chiamava il professore di Chicago al Browning Club—di campi appiattivano la città e i colori e si gonfiava come una piena che esondava intorno alle case fino a vent’anni più tardi quando lei ormai se n’era andata da così tanto che era tornata da New York ed era andata diverse volte a trovare i genitori e poi la madre, l’esondazione sovraccaricava tutti i circuiti dei condizionatori e capitava che la corrente saltasse alle quattro del pomeriggio in tutto il quartiere così all’improvviso che ti accorgevi dell’erba ferma là fuori. Grace aveva svuotato la sua futura Sala del Corpo nella sua adottiva New York anche di—non era andata così?—un divario che risiedeva in quel vecchio spazio abitativo lì a metà degli Stati Uniti da dove proveniva lei stessa con il suo trentaduesimo di sangue pawnee, dove suo padre se ne stava seduto nella poltrona bassa qualunque fosse il tempo e sempre con in mano una bottiglia marrone di birra o un bicchiere rastremato di blended whiskey finché un anno non si materializzò un televisore, piazzato a volte sul tavolo accanto così non c’era mai bisogno di guardarlo né serviva distogliere lo sguardo dal giornale locale fino a quando il bicchiere prendeva il posto del nasone del bevitore al momento di essere svuotato e questa era l’Ora delle Decisioni—così come papà non aveva mai bisogno di respirare («respira» disse lei diversi anni più tardi a un uomo vestito a rombi che aveva sposato); ma suo padre cantava ad alta voce nella vasca da bagno, molesto nel garage buio; cantava un successone americano: «Oh what a beautiful morning… The corn is as high as an elephant’s eye» dopo aver attraversato in auto con tutta la famiglia settantacinque miglia di campi di granturco per vedere uno spettacolo itinerante del musical Oklahoma!, uno stato confinante. Ma non cantava in salotto, dove c’era il pianoforte, in quel vuoto di potere menzionato solo a metà da lei che era in tutta la casa, era lui o era la stanza?, un nome o un altro, per anni, ricordava che si apriva un varco tra tutti i mobili della madre disseminati per il salotto per raggiungere il padre che in realtà non era in fondo alla stanza soprattutto perché per infilarsi dentro quel quadro dove non ballavano nemmeno le pulci non si finiva con lui ma semmai s’iniziava, s’iniziava uscendo dalla sala da pranzo superando papà e i suoi silenzi imprevedibili e i rombi color rosso e marrone tenue che lei gli aveva cucito una volta per Natale, completando l’opera così come aveva fatto con il matrimonio e con l’eccezione delle due gravidanze (a seconda del nostro punto di vista) aveva completato tutto quello che aveva iniziato—uno di due paia di calze cucite a parte qualche esperimento artigianale nei rapidissimi anni settanta.

Piuttosto grande come paese. City limits, «confine urbano» recitavano i cartelli. Fai le cose una per volta, diceva sua madre, prima questa e poi la prossima; c’è tempo per tutto. Era sua madre a dire tutto questo, seduta ben dritta al tavolo in cucina con il ripiano metallico dipinto di bianco. Suo padre stava cambiando l’olio all’auto. La lattina di birra accanto allo pneumatico anteriore, il sedere in aria mentre trascinava la ghiotta piena da sotto l’auto, poi in ginocchio prendeva un sorso di birra, si sdraiava di schiena e s’infilava di nuovo sotto l’auto per avvitare il tappo. Era questo modo di fare le cose una per una, ciascuna con i suoi tempi, lei non poteva pensarci sempre se non per rendersi conto di dover trovare un modo non per fare le cose in ordine ma per girarci intorno così come un giorno centinaia di donne appresero di lei a spizzichi e multipli della sua storia come Eleanor Roosevelt o Helen Keller. Come Curie, giacché, l’aveva sempre saputo, le cure erano un pericolo. (Sempre, Grace? Anche alle superiori, anche davanti al lavandino con qualche ragazzo, anche durante le nuotate notturne nel Middle West prima di New York?) Come la leggendaria Donna Gufo che secondo un’esplosiva professoressa di sociologia di nome Ruby Foote presso la scuola superiore frequentata da Grace curava gli abitanti del deserto sudoccidentale con materiale terreo e una magia d’intesa (ecco cos’è la magia, in fondo!) e con parole canterine che spesso proseguivano pure in assenza della cantante e compositrice (la Donna Gufo) la quale si trasformava in un gufetto del deserto con la stessa facilità con cui dilatava il tempo passato insieme, sempre secondo Ruby Foote, lei stessa una specie di missionaria solitaria dalla zona costiera sudorientale, transitata per il North Carolina (dove una volta si era sposata); ora nel vero Midwest una sessantenne che sfrecciava su una Cadillac lungo il viale del tramonto (così lo chiamava); un’abile nuotatrice notturna che studiava gli indiani (quelli rimasti) e filosofa dello stupro già nel 1950—sì, come la Donna Gufo, cui Grace pensava sempre finché un giorno anni più tardi la pensò al punto da promettere di proteggerla in un futuro in cui la Donna Gufo fosse sbucata come un doppio reincarnato.

Da prendere comunque a modello e Grace sapeva che in una certa misura sarebbe stata la via stessa a venirle incontro. Si trasferì nella magica Manhattan—e nuotava in piscina; incontrò «suo marito» (così lei e un’intervistatrice lo chiamarono facendo dietrologia) e lui aveva le iniziali RR sul lucchetto della ventiquattrore (prima che l’autodistruzione divenne di serie); sfrecciava con gli occhi fissi sulla sua corsia dipinta sulle piastrelle sul fondo della piscina ma a volte virava oltre il divisore come un motore senza barca; lavorava nel commercio, era (no) lavorava nelle ricerche di mercato, ecco come si divertiva lui, e vendeva—leggi viaggiava—e nei fine settimana studiava per diventare un agente immobiliare accreditato a Long Island; ma come ricercatore di mercato era bravo; lei lo sapeva; ne era sicura e il tempo finiva sempre per darle ragione.

© 1986 by Joseph McElroy

Oggi abbiamo voluto pubblicare un estratto di Donne e uomini. Lo troverete in libreria, nelle sue 1984 pagine, dal 23 settembre.

ARTICOLO n. 49 / 2021

CARMELO BENE: IL PULPITO E IL FOGLIO

Non si può parlare, per C.B., di «lettura» nel senso classico della parola, né di «recita» né di «proferazione», anche se c’è tutto questo. Con lui, «dire un testo» diventa un atto, un «fatto in proprio», un evento definitivamente occasionale che continuamente ritraccia e risitua elementi disparati colti in nuove configurazioni, quasi conflittuali, tutte esteriorizzate.

Tali elementi sono numerosi e bisognerebbe cominciare col descrivere appunto l’esteriorità, spinta al suo grado estremo, dei luoghi in cui la performance avviene, in quanto spazi di affabulazione creativa: Torre degli Asinelli a Bologna o Théâtre de l’Odéon a Parigi col pieno sala per la Divina Commedia, Palasport di Milano per Majakovskij, l’Accademia di Santa Cecilia o la Basilica di Massenzio a Roma o la Scala di Milano o il Teatro greco di Taormina per Manfred, il Campidoglio di Roma per Egmont, ancora la Scala per Adelchi di Manzoni, la Piazza Centrale di Recanati per i Canti di Leopardi, l’Arena di Verona per Hamlet Suite. Luoghi certo importanti, ma il cui interesse non risiede nelle possibilità di sfoggio dell’individualità particolare di un «personaggio-attore», né nella volontà implicita di un accesso più largamente popolare o populista, né nella spettacolarità di una folla-marea in ascolto o dei riferimenti poetici la cui classicità è incontestabile. L’esempio stesso dei Canti orfici di Dino Campana testimonia questa capacità intrinseca a «far sorgere dall’ombra» il dimenticato e lo sconosciuto a forza di essere dimenticato. Si può anche dire che, grazie a lui, l’«opera» impegnata «esce fuori di sé». Ogni volta, l’opera viene strappata alle reclusioni, libresche, accademiche, di costrizione e di oppressione – in tutti i suoi lavori, del resto, la «cosa» testuale è mostrata materialmente, in quanto «illeggibilità» dalla quale scartarsi, o piuttosto da eliminare «divorandola», letteralmente.

L’opera dev’essere liberata dalla sua intimità laconica e spossata e scagliarsi nella potenza di una massa pulsionale che non le si supponeva, che essa stessa non supponeva in sé, forse perché taciuta. È già trasformarla in atto, dato che in questo passaggio da un supporto all’altro, dallo scritto alla voce, ha cambiato natura, si offre ormai in una nuova resistenza materiale, fino ad allora sconosciuta. Da qui la «stupefazione» del pubblico che ascolta, non più attraverso il filtro passivo di un vano gesticolare della parola infinitamente detta, ridetta e ri-conosciuta – della «dimostrazione» altamente accademica e classica (si pensi a Gassman, ad Albertazzi, a tutti coloro contro cui C.B. si è messo in gioco) –, gesticolare incluso ormai in un percorso di cui non sa più determinare il punto di arrivo né l’a priori. La voce che «legge» o «proferisce» o che «recita» si transustanzia in un vero e proprio corpo che non ha più niente a che vedere con la «persona» dell’attore, né col testo: è diventata, diventa, nell’istante occasionale del suo passaggio, la totalità esteriore che dà a vedere la sua elaborazione immediata, l’inarcarsi che costruisce la spina dorsale della sua nuova vita, vita nuova instancabilmente ripresa.

All’esteriorità del luogo colto nella sua più grande ampiezza corrisponde dunque la vastità dell’esteriorizzazione, l’ostensione della materia creata in cui il testo non è più testo, l’attore non è più attore: ciò che viene captato è allora la singolarità dell’opera materializzata nel proprio fabbricarsi, per mezzo di una testura o tessitura vocale ancora in-audita, che offre a un immaginario qualunque, con una modestia eroica e potente, la possibilità di ascoltare e intendere l’evento proprio della creazione dell’opera, e che ritende momentaneamente l’integralità della sua capacità plastica, privata, dallo stesso gesto, della sua natura apparentemente definitiva, immersa nel magma dei suoi imprevisti. Nel momento stesso in cui il testo nella voce e la voce nel testo perdono la loro configurazione espressivamente storica – quella, per lo meno, che veniva loro assegnata o che si prestava loro, che era a loro destinata a ogni istante: Dante e La Divina Commedia, Byron e Manfred, Majakovskij e Majakovskij, Laforgue e Hamlet Suite – la stessa voce e lo stesso testo perdonoin realtà la strettezza, sempre in agguato, della narrazione e dell’ascolto che ne deriva, la falsa apparenza di «giustezza» attribuita loro in a priori imperiosamente controllati, per acquisire l’insieme delle velocità che li riferiscono. L’opera non appartiene più che nominalmente al suo autore, è diventata una «situazione secondo C.B.». In questo senso va perfino al di là della stretta riconfigurazione di un puro significante sorto da un significato ormai inattivo; va al di là, con la sua pratica capace di riconoscere che la materia di cui dispone e in cui si ridispone non può essere sottomessa o assoggettata a una ennesima trasformazione dualistica della forma, ma che (l’uno o l’altra) è slittato, invece, in uno spazio e in un tempo in cui la voce è ormai sprovvista di quantità e di segni. Non è più che pura potenza in opera.

Il problema della lettura si trasforma allora in una questione di affetti e di percetti, di vibrazione sonora, di ricezione traumatizzante, di ampiezze e amplitudini mirate in un costante andare e venire dell’atto di «dire», all’infinito, all’interno dell’esteriorità dei luoghi, cioè nella costruzione progressiva della sonorità e del suono come emissione e come ascolto, l’una nell’altro, all’interno del tempo e dello spazio di quell’occasione specifica, ma all’esterno dei meccanismi che ne hanno costruito il passato. È questo forse mirare al suono come a un presente. Si capiscono allora i sovvertimenti operati dall’amplificazione strumentale, la volontà acustica, il sistema che rende conto, con una precisione meticolosa e maniaca, delle minime pulsioni nell’esercizio vocale che si mette in movimento, o in posta, più che in gioco. La costruzione classica, che si dava come definitivamente compiuta – e dunque conforme alle norme –, viene impegnata nella deliberazione dell’inachèvement costante, dell’incompiuto continuo, contro tutte le conformità possibili, dell’incompiuto dell’opera che, spaccata, non riesce più a richiudersi – su cosa del resto? Dove il finale e l’applauso non sono più che l’accettazione di una semplice misura musicale, di un semplice accordo. D’altronde: leggeva forse, recitava a memoria o in spirito? Avrebbe potuto dire che «era letto».

L’affondare nel nero vasto degli esterni che si connettono, la notte fonda del teatro, l’inseguire se stesso in immagine fissa, il volto incompiuto nelle mezze tonalità di ciò che è compiuto solo perché fa qualcosa, il pulpito e il foglio dove giacciono i testi, lo sguardo e l’infinità del «dire»: l’impressione è grande, oggi ancora e a cose fatte, che non c’era lettura possibile. Lasciar sorgere una voce come potenza vocale che sprofonda nelle materie della lingua per «manifestarne» il fondamento tellurico, la forza minerale, la tensione presa nello sgomento. Ad ogni altra «dimostrazione» faceva posto il gesto «in proprio» dell’attore, la voce diventata gesto.

LE RADICI DEL GHIACCIO

Sono sveglio prima degli altri, come spesso accade. Il silenzio attorno a me è assoluto.

Le notti nell’Artico hanno qualcosa di speciale. Non dimenticherò mai la prima volta che ho dormito qui: l’emozione di essere a diretto contatto con il ghiaccio maestoso, la luce del Sole che non sparisce mai, vera e propria compagna di vita di chi fa il mio mestiere. Ho sempre avuto l’abitudine di svegliarmi presto e una volta sveglio non sono in grado di riaddormentarmi; un’inclinazione che con la paternità si è acuita ancora di più e che non mi ha più abbandonato.

Il primo «esercizio» mattutino in mezzo ai ghiacci dell’Artico è quello di vestirsi, e non è così semplice come si potrebbe pensare. Per affrontare il mondo che ci attende al di fuori della tenda occorre infatti indossare più di uno strato. Qualcuno la chiama vestizione a cipolla: diversi strati dal diverso spessore e dalla diversa funzione, uno per il vento, un altro che serve come base a contatto con il corpo, un altro ancora come strato intermedio.

È un esercizio di contorsionismo puro: la tenda non è più alta di mezzo metro, perciò tutte le operazioni devono essere coordinate. I pantaloni vanno infilati dondolandosi sulla schiena, quindi, seduti a gambe incrociate, si infilano i diversi strati superiori; poi, è la volta dei calzini, doppi e spessi, che fanno fatica a scivolare sui piedi ormai freddi. Primo comandamento: mai usare cotone. I nostri abiti ci tengono al caldo perché intrappolano l’aria calda vicino alla pelle, ma quando il cotone si bagna cessa di funzionare poiché le sacche d’aria nel tessuto si riempiono d’acqua. Quando camminiamo e sudiamo l’indumento di cotone assorbe il sudore come una spugna e se l’aria è più fredda della temperatura corporea (come accade in Groenlandia), sentiremo un certo freddo, con i vestiti ormai saturi e incapaci di fornire l’isolamento necessario. Ecco perché i nostri abiti sono sempre di materiale isolante, che sia lana, oppure sintetico.

Mi avvicino alla cerniera lampo dell’ingresso della tenda. Ci metto un’attenzione estrema per non svegliare i miei compagni di viaggio e di ricerche: quel fruscio metallico in una situazione normale sarebbe quasi impercettibile, ma qui ogni piccolo rumore viene amplificato. Le nostre tende sono quelle da campeggio, «quattro stagioni» come si dice in gergo. Sono leggere e si montano in meno di venti minuti, con il materiale esterno impermeabile che ci protegge dalla pioggia, presente anche in Groenlandia. Molti pensano che le tende siano fredde, ma in generale, non è così. Specialmente quando il cielo è limpido, il forte Sole della Groenlandia ne riscalda l’interno a tal punto che dobbiamo tenerle aperte per favorire la circolazione dell’aria fredda prima di andare a dormire. Ciò è ancora più vero in piena estate, quando il Sole non tramonta mai. Il nostro accampamento, come dicevo, è immerso in un silenzio siderale; il sibilo del vento – a volte costante, a volte ritmato – è l’unica sorgente di inquinamento acustico, se di inquinamento possiamo parlare. Tiro infine giù la cerniera e il rumore che fa mi sembra quasi quello di un’esplosione. È normale: il suono in fondo non è altro che la trasmissione di onde di pressione che, una volta raggiunto l’orecchio, vengono ricodificate dal cervello; in Groenlandia la rarefazione dell’aria e l’assenza di altre fonti sonore danno l’impressione che i suoni più comuni della quotidianità acquistino un timbro differente, altrove inaudibile. Forse è la stanchezza, forse solo un’allucinazione sonora; forse il freddo che gioca con i nostri sensi.

Esco carponi, mi allungo sullo stuoino di materiale impermeabile che abbiamo lasciato all’ingresso. Mi siedo. Serve un ultimo sforzo, quello di infilare gli stivali sui calzini di lana, troppo spessi, ma necessari. Mi sento già stanco. Stanco, e però allo stesso tempo eccitato all’idea di ciò che ci aspetta: ogni avventura, ogni imprevisto dovrà essere risolto solo ricorrendo agli oggetti che abbiamo portato con noi. Quando si è in mezzo al ghiaccio della Groenlandia non si ha il lusso di andare al supermercato o dall’elettricista nel caso qualcuno avesse dimenticato di portare un cacciavite o un rotolo di spago.

Se gli altri si sono svegliati non lo danno a vedere; sotto la tenda si percepisce solo il ritmo di respiri diversi. È stata una di quelle notti che mi piace definire «interessanti», quando qualcuno si sveglia e ti sveglia, ponendo a bruciapelo una domanda, facendo balenare un’idea o – più frequente – avendo sentito qualcosa che lo ha messo in allarme. Questa notte è toccato a Patrick. È stato uno dei miei studenti di dottorato, non ha mai lasciato New York e ha studiato la Groenlandia esclusivamente dai satelliti o sui modelli. L’ho invitato a unirsi a noi non solo per offrirgli una (meritata) possibilità di crescita professionale ma anche perché la potesse sperimentare dal vivo. Sono convinto che tutti coloro che studiano questa immensa e meravigliosa distesa polare debbano, almeno una volta nella vita, visitarla di persona. Patrick mi ha svegliato che saranno state le tre. Era un po’ agitato, mi ha domandato se avessi sentito un forte rumore, come un rombo, qualcosa di strano proveniente dal ghiaccio sotto di noi. «Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno non farti scrupoli, svegliami anche fosse notte fonda» gli avevo detto appena atterrati. Ed ecco che lui mi aveva preso in parola.

Ho cercato di rassicurarlo, gli ho spiegato che spesso il ghiaccio genera rumori, che a volte, visto il silenzio assoluto che ci circonda, si tratta solo d’impressioni. Ciò che si sente, di solito, è un rumore cupo, come ci fosse qualcosa che si sta spaccando sotto di noi; ricorda il suono di una pietra enorme che atterra su un terreno montuoso. Gli ho detto di tornare a dormire, che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Non che io fossi convinto al cento per cento delle mie parole, ovviamente: in mezzo all’Artico occorre stare attenti a qualsiasi piccola cosa. Dopo pochi minuti dalla chiacchierata con Patrick ho iniziato a sentirlo anch’io, il rumore di cui parlava: è il ghiaccio che scorre sotto di noi, potente, inesorabile, con una velocità che in estate, in superficie, può raggiungere anche diverse centinaia di metri al giorno. Per intenderci su quanto sia rapido tale spostamento, è come se stessimo a Roma, piantassimo la tenda in piazza di Spagna e ci svegliassimo il giorno dopo a piazza del Popolo. Patrick ha colpito nel segno. Io non sono più riuscito a prendere sonno: da un lato sono preoccupato, dall’altro eccitato. Ho i muscoli tesi, l’udito attento a ogni rumore, anche il più impercettibile. Mi sembra quasi di stare auscultando il respiro di un dinosauro, solo con i miei pensieri.

Il fluire del ghiaccio è un fenomeno poco noto; molti credono che il ghiaccio della Groenlandia (così come quello degli altri ghiacciai) sia immobile, statico. Materiale inanimato. In realtà è il contrario. Come gli antichi greci ci insegnano, panta rei: tutto scorre. E anche il ghiaccio scorre, come un fiume denso che fluisce per effetto del proprio peso. Rallenta d’inverno, quando è più freddo ed è meno fluido. Ma d’estate è come discendere una collina su una strada bagnata, non c’è freno che tenga. Durante la stagione «calda», l’acqua penetra nel ghiaccio attraverso crepe e fratture e, una volta raggiunta la roccia sulla quale quest’ultimo scivola, ne lubrifica la superficie, favorendone un’ulteriore accelerazione.

A questo stavo ripensando mentre guardavo gli stivali che finalmente sono riuscito a infilarmi. Quelli che indosso adesso non sono gli stessi che userò per la nostra escursione, sono alti fino al polpaccio e poco adatti a camminare, ma perfetti per la vita al campo. Hanno un’imbottitura tale da proteggere i piedi da temperature fino a −40 gradi centigradi. I miei, di piedi, non sentono ragioni e sono freddi dal momento in cui esco dalla tenda fino a quando rientro a fine giornata. Spesso mi sento dire: «Tu devi essere abituato al freddo e non ci fai caso». Ahimè, è invece vero il contrario: io sono di costituzione longilinea e ho poca massa che mi può aiutare a mantenere il calore del corpo. Gli stivali che utilizziamo durante l’escursione sono scarponi da montagna o da ghiaccio. Hanno una struttura più rigida che favorisce la stabilità delle caviglie e riduce il pericolo di distorsioni ma, al tempo stesso, proteggono meno contro il freddo.

Una volta fuori mi accomodo sulla sedia pieghevole vicino l’ingresso della tenda. Ho una gran voglia di una bella tazza di caffè bollente, ma meglio aspettare che siano tutti svegli. Continuo a vagheggiare, quasi fossi ancora tra veglia e sonno. Penso a come sia impossibile quantificare, dandole un valore economico, la fortuna – non trovo una parola migliore per definirla – che ho nel ritrovarmi al cospetto del paesaggio che sto osservando. Qui, in silenzio, circondato da neve e ghiaccio.

Chi non è mai stato nell’Artico avrebbe di certo delle sorprese, anche solo a un primo sguardo. Quello che mi trovo di fronte è tutt’altro che un paesaggio monotono o piatto. Dune di neve dalle dimensioni di pochi metri sono allineate lungo la direzione principale del vento, più o meno come in un deserto. Quando abbiamo sistemato le tende siamo stati costretti a tenere conto anche di questo: capire da dove soffiava il vento, per evitare che riempisse i nostri alloggi con la neve che luccica, come fosse ricoperta di piccoli preziosi diamanti. Il luccichio, che mi ricorda le grandi onde cavalcate dai surfisti nelle Hawaii o sulle spiagge di Rio de Janeiro, nasce dalla frammentazione dei fiocchi di neve dopo che sono caduti al suolo. È dovuta al vento e ad altri fattori che li spezzano, letteralmente, in piccole parti e li orientano in maniera del tutto casuale. Questi fiocchi di neve – o meglio ciò che ne rimane – agiscono quasi fossero una moltitudine di minuscoli specchi che, sparsi sulla superficie, riflettono la luce del Sole in tutte le direzioni. Ecco perché vediamo il luccichio.

Continuo a osservare ammirato. Il velo di neve che è stato soffiato via dal vento dipinge figure circolari che seguono il profilo della brezza polare. È come se dietro di me ci fosse un pittore che avesse deciso di aggiungere questi dettagli al quadro che sto guardando. Qualcuno che, dopo aver posto del colore su alcuni punti dell’orizzonte, abbia deciso di stenderlo usando il pennello come una spatola. Il cielo turchese – un turchese unico a causa dell’atmosfera più sottile e meno umida rispetto alle latitudini meridionali – fa da sfondo ai miei pensieri: è un colore maestoso, che seppure non sia dotato della potenza delle nubi cariche di pioggia nelle campagne inglesi o di quella repentina violenza tipica dei temporali equatoriali, si manifesta come una grande onda di colore. Maestoso ma fermo, consapevole della propria grandezza e della propria forza senza alcuna necessità di ostentarla.

La vastità che il cielo abbraccia in queste zone è ciò che lo definisce. I due elementi, il cielo e il ghiaccio, condividono lo spazio, autocrati cromatici che non lasciano il campo che al blu e al bianco. Ho un flashback. Mi viene in mente quando, tornando in elicottero dal mio primo viaggio tra i ghiacci della Groenlandia, ho rivisto – dopo tante settimane – il verde della tundra, il rosso e le varie sfumature del terreno brullo. È stato in quel momento che ho capito, che mi sono sentito come se, durante quei lunghi giorni passati sul ghiaccio, fossi stato in grado di ascoltare e pronunciare solo alcune parole. Come se qualcuno avesse tagliato una parte del mio vocabolario cromatico e della mia stessa persona.

È una piacevole desolazione quella che il ghiaccio mi propone di fronte agli occhi. Infonde un senso di pace, di tranquillità. Mi lascio avvolgere da questo stato a metà tra il sogno e la veglia, come fossi su una scialuppa che dondola in un mare calmo. Qui non esiste il tempo come lo intendiamo altrove; è qualcosa che mi ricorda il tempo «geologico» della mia terra d’origine. Non mi serve un orologio; non posso e non ha senso controllare le ultime notizie, scaricare un nuovo album. Qui lo scorrere delle ore per come siamo abituati a viverlo non ha nessun valore.

Il ghiaccio è un elefante, io una cellula. Quello della Groenlandia impiega migliaia di anni a formarsi: anno dopo anno, la neve che si ammassa e che non fonde durante l’estate viene letteralmente sommersa da altra neve. La Groenlandia nasce e si sviluppa grazie all’azione di milioni di minuscole particelle, grazie ai fiocchi di neve che si accumulano gradualmente con il passare del tempo. Sotto il proprio peso la neve si comprime, espellendo l’aria e trasformandosi in ghiaccio fino a raggiungere la densità il cui valore è dogma per gli addetti ai lavori: 917 chili per metro cubo. Novecentodiciassette. Questo è il numero magico, cabala polare: la struttura geometrica del ghiaccio lascia meno del 10 per cento del volume all’aria, mentre il resto è occupato da acqua in stato solido. È un processo costante quello della formazione del ghiacciaio, che va avanti per decenni, per secoli, per millenni. Non appena raggiunta una massa «critica», il ghiaccio comincia letteralmente a «fluire» sotto il proprio peso. Ancora una volta la gravità, questa misteriosa e affascinante forza naturale, forgia il mondo che ci circonda.

A fondersi il ghiaccio impiega poco tempo: il lavoro lento e certosino della natura viene reso vano in una giornata, forse anche meno. La vasta distesa congelata si muove seguendo un ritmo naturale, a dispetto di noi, cellule impazzite nella società moderna, che ci spostiamo frenetiche, cercando di afferrare tutto prima che il prossimo stimolo digitale appaia sullo schermo del nostro telefonino. Come un virus che attacca tutto e tutti, noi, piccoli esseri umani, siamo riusciti, con le emissioni di gas serra e il riscaldamento globale, a minacciare e mettere in ginocchio persino la maestosa Groenlandia.

Al centro di questa terra polare, lì dove è più spesso, il ghiaccio ha un’altezza che può arrivare fino a circa 3 chilometri, per poi ridursi fino ad alcune centinaia di metri lungo la costa, dove confluisce verso l’oceano come un fiume di lava perlato. Le sezioni di ghiaccio più profonde sono le più antiche, quelle che hanno subito la maggiore pressione e che giacciono sulla roccia granitica da migliaia di anni. A mano a mano che il ghiaccio scorre verso l’oceano, e si prepara a tornare alla propria fonte d’origine, fonde in superficie, diluendo una parte della sua memoria con il mare stesso. Gli strati di ghiaccio depositati in periodi diversi vengono deformati, ondulati, fusi insieme dal continuo scorrere, così che la superficie si confonde con le radici.

Ripenso agli ultimi dettagli degli esperimenti, ripetendo a mente le diverse azioni da fare e non fare. Stiamo per raccogliere i dati che ci aiuteranno a capire quanto il cambiamento climatico stia influenzando la fusione di questi ghiacci e come ciò stia, a sua volta, influenzando l’innalzamento del livello dei mari. Studieremo non solo l’impatto dell’aumento delle temperature sulla formazione e sull’evoluzione dei sistemi di fiumi e laghi contenenti l’acqua derivata dalla fusione, ma anche come il Sole – e il fatto che il ghiaccio stia diventando più «scuro» – giochi un ruolo fondamentale. Sappiamo, però, che la Groenlandia è molto più di tutto questo. Noi siamo qui anche per scoprirla, per assaporarla, per assorbirla.

Guardo e sogno, sogno e penso. Penso alle mie origini, alle mie radici, che a volte temo siano state sradicate quando ho lasciato l’Italia. Ripenso a quella parte del Sud dalla quale provengo: terra dura, ricca, dove le radici – per tutti coloro che vivono ancora lì o che sono rimasti legati a doppio filo pur non vivendo più là da molto tempo – van‑ no in profondità. Radici che rappresentano un punto cardine della mia esistenza: qualcosa che mi definisce e mi influenza anche nel mio paese d’adozione, gli Stati Uniti, dove risiedo da ormai molti anni. Le radici legano, trattengono, avvolgono, stritolano; ci danno più stabilità, ma ci rendono anche più difficile concepire un vero cambiamento. Ci si trasforma lentamente, a poco a poco, come seguendo il pulsare di una linfa che dal terreno inerte irrora il tronco, i rami e le foglie.

Il torpore del mattino, la stanchezza accumulata e quella grande voglia – o meglio, quel bisogno – di caffè, per un brevissimo istante, mi rendono quasi allucinato. Immagino radici che sprofondano nel terreno gelato, radici mobili, che si spostano seguendo lo scorrere del ghiaccio e insieme lo scorrere del tempo. In questa mattina fredda dell’Artico mi sento a mio agio seguendo questo pensiero: anch’io in fondo mi sono spostato lontano dal mio luogo d’origine. Un movimento necessario per far nascere nuovi rami e nuove fronde che, a loro volta, hanno potuto crescere succhiando la linfa dalle radici originali, irrobustendosi e allargandosi grazie a spore e altri materiali seminali.

Il ghiaccio, con il suo statico dinamismo, mi ricorda un po’ me stesso.

— Il testo di Marco Tedesco con Alberto Flores d’Arcais è ripreso dalle pagine di Ghiaccio. Viaggio nel continente che scompare

ARTICOLO n. 47 / 2021

IL BACIO DEL PESCE RAGNO

Tutto questo blu da vicino è trasparente e una volta dentro, multicolore.

Ci conoscevamo appena quando ti portai nell’oasi. Quel tratto di sabbia lasciata allo stato brado da chi si erge a protettore della natura. Senza una pulizia quotidiana attenta a lasciare al suo posto solo frammenti di conchiglie e alghe putrescenti, plastica, vetro e ferro la fanno da padroni. Frequentata da gente che per stare nuda si fa largo tra gli umani rigurgiti del mare e gente come noi: estranei ai cui occhi nuovi il mondo sembra da scoprire per la prima volta.

Non ci eravamo parlati molto e neanche il mare grigio accompagnando i granchietti morenti a riva faceva rumore.

Mano nella mano camminammo per più di un chilometro a balzi come fanno le coppie di pattinatori sul ghiaccio e, a grandi falcate, sorridendoci l’un l’altro, prendemmo il largo.

Ti fidasti di me da subito come se con me non potesse succederti nulla di male, anzi come se insieme potessimo affrontare qualunque cosa uscendone incolumi. Trovavi romantiche le avventure che ti proponevo. Mi trovavi romantico, fino a quando tutto questo non diventò patetico ai tuoi occhi e finì per diventarlo anche ai miei. Avrei dovuto iniziare a capirlo molto tempo fa ma ero troppo concentrato su me stesso per vedere che la tua vita andava avanti anche senza di me e che il mio sogno d’amore era soffocante e granitico, un macigno che non volevi ti trascinasse a fondo.

Come quella volta che mi ero incaponito e avevo organizzato tutto per portarti a dormire nella capanna del pastore sulla scogliera. Avevo provato a chiamarti al telefono quattro, cinque, sei volte perché se non fossimo partiti prima che avesse fatto buio non saremmo mai riusciti a percorrere il ripido sentiero di pietra e sterpi che portava al piccolo casolare a picco sul mare. Ti eri trattenuta in laboratorio fino a tardi come altre molte volte e la cosa mi aveva fatto infuriare. Non ti risparmiavi, per te il lavoro era una questione personale e rimanevi lì ben oltre l’orario concordato. Prendevi appunti minuziosi, stendevi relazioni accurate fino a notte fonda, e sono certo che fossi molto brava. Schietta e sincera, pragmatica. Mi era chiaro quanta importanza avesse per te il tuo lavoro. Ma era un’altra delle cose che rubava tempo a noi.

Quella sera ti aspettai in auto; mi dicesti, uscendo dalla Luccicante, che volevi passare in foresteria un momento, e dentro di me prese subito a montare la rabbia per il tuo ritardo. Mi sentivo messo da parte eppure, stolido e ostinato al limite dell’infantile com’ero, non rinunciai al mio progetto di portarti alla capanna. Perché tu non perdessi troppo tempo a cambiarti, ti seguii fin dentro, ma non eravamo soli. Ti infilasti nella stanza lavanderia e mi dicesti di aspettare, ancora. Io, spazientito, giravo intorno trattenendomi a stento dallo spalancare la porta socchiusa. Dallo spiraglio sbirciavo le tue mani massaggiare le mani dure della donna delle pulizie che intanto con voce sottile farfugliava qualcosa di indistinto tra i singhiozzi. Basta la nostra avventura ci aspetta! dicevo tra me e me. Attraverso la fessura della porta rifuggivi il mio sguardo impaziente e invece posavi il tuo, amorevole, su quello della donna. Una signora alta e secca, con i capelli raccolti malamente tinti di un rosso bordeaux che alle radici aveva sbiadito in arancione, più giovane di quanto la sua fatica potesse rivelare, trasandata e vestita con gli abiti che usava per andare a servizio, pantacalze fiorate, t-shirt con la pubblicità di un autolavaggio e ciabatte di plastica.

Ruppi quel raccoglimento urlandoti che ti avrei aspettato in macchina.

Lamentava la sparizione di sua figlia, mi avresti detto dopo. Di quella sua unica figlia bionda, preadolescente, longilinea e cavallina come lei, che non sarebbe più tornata.

Con il mio urlo a ogni modo raggiunsi lo scopo: la donna si era distratta, aveva staccato le sue mani dalle tue, ripreso possesso del carrello con secchio e detersivi e tu mi raggiungesti.

Appena saliti in macchina rimasi in silenzio e anche tu non pronunciasti una parola. Una volta arrivati nel punto in cui incominciava il sentiero, parcheggiai e scendemmo. Bisognava camminare e, mentre seguivi la luce della torcia qualche passo indietro, arrancando per il crinale del costone litorale profumato di erbe selvatiche e spruzzi di mare, mi urlasti il tuo disprezzo per me, insensibile e noncurante anche del dramma della giovane scomparsa e del dolore di quella madre perduta. Mi dicesti che ero egoista e insensibile, disinteressato al tuo lavoro e ai tuoi progetti. Che ero incapace di dedicarmi a qualcosa, di impegnarmi in qualcosa. Nullafacente senza aspirazioni. Fosti feroce e rabbiosa, e forse avevi ragione; forse per questo rimasi in silenzio senza controbattere.

Poi, una volta arrivati, piangesti e ti facesti abbracciare e consolare. Ti promisi che le tue parole non mi avevano sfiorato ma mentivo. Rimanemmo nella capanna di pietra fino alla mattina seguente, avremmo visto sorgere il sole.

Affondavano i piedi nella sabbia, a tratti dura e compatta, a tratti increspata dalle onde, a tratti molle come melma.

Volevo portarti nel posto più lontano in cui ancora potevamo toccare. Non era più possibile riconoscere i nostri vestiti lasciati a riva, né vedere davanti a noi la sponda opposta a decine di miglia oltre. In piedi in mezzo al mare come in un’enorme piscina, solo noi.

Fu allora, quando cauti iniziammo a staccare i piedi da quel limite di sabbia così lontano da tutto, che fui colpito. Il dolore lancinante rimase bloccato, concentrato, nel punto esatto in cui l’aculeo era entrato scattando come il meccanismo di una trappola dall’esile groppa dell’essere nascosto sotto la rena. In quello spazio sconfinato il mio piede lo aveva trovato e lui, sempre proteso in difesa verso l’alto, non si era tirato indietro.

Annaspai, e fosti tu a portarmi a riva, ad adagiarmi sulla sabbia, a trascinarmi all’asciutto.

Intanto il dolore mi riempiva, gonfiando il mio piede sinistro di veleno, lo strazio che si stava irradiando da sotto il secondo dito fino al cervello si sarebbe trasformato in un dolore mangia-carne. Sempre di più da lì alle prossime ore, lo sapevo. Fosti tu a passarmi la fiamma dell’accendino bic scovato scuotendo i miei pantaloni a rovescio per tentare di neutralizzare il termolabile fluido tossico. Sempre tu a recepire le mie indicazioni studiate sui libri o per sentito dire su come affrontare la situazione. Tu a reggere il mio peso a stampella fino alla macchina. Tu a guidare fino alla farmacia prima, alla guardia medica poi in quella domenica di fine settembre. Tu a prendere le mie chiavi dal cruscotto.

Varcammo così la soglia di casa mia per la prima volta insieme.

Rimasi a letto tre giorni e tre notti.

In preda alle dracotossine deliravo e facevo sogni agitati, ma quando aprivo gli occhi c’eri tu. O il tuo volto, i tuoi occhi bellissimi che mi scrutavano da vicino erano parte dei miei sogni? Avrebbe forse dormito placido per millenni non visto da nessuno il triste pesce drago nascosto in fondo al mare, se con il mio tocco di bacchetta magica non lo avessi risvegliato dal suo atavico torpore.

Più simile a un’iguana per la pancia schiacciata a terra, le pinne laterali con le quali sembra tenersi stretto alla sabbia e la nera cresta dorsale velenifera che incornicia il grosso volto di rana come una corona, gli occhi a palla sempre socchiusi e la smorfia della bocca verticalmente rivolta all’ingiù più che pauroso lo fanno sembrare triste e ottuso. Come cane alla catena se ne sta in perenne attesa, raggomitolato a guardia dei suoi piatti fondali pronto a scacciare chiunque non ne voglia capire la regalità. Con la sua aggressività ostentata, unico suo modo di essere, che cosa vuole proteggere? A chi porge i suoi meschini servigi? È di suo dominio il regno della melma?

Sei rimasta ad accudirmi per tutto il tempo, per te un quasi estraneo, muovendoti liberamente in casa in una casa in cui non avevo fatto in tempo a invitarti.

Mentre imparavo il cerimoniale del duello col pesce ragno fatto di affronti fieri e spettacolari danze intimidatorie, di sguardi fissi, balzi e contorsioni, tu trovavi dove tenevo il caffè, prendevi le misure con i serramenti e gli interruttori, curiosavi forse nei miei cassetti, riempivi il frigo con fugaci uscite verso l’alimentari di paese. Eri bella in casa mia.

Se quando aprivo gli occhi non incontravo i tuoi, bastava volgere l’orecchio verso la cucina per sentire il rumore di qualcosa che stavi preparando o della tv che tenevi a fil di voce per non svegliarmi.

Così, mimetica, ti sei infilata in una vita non tua per amor mio. Così, mimetica, sei entrata nella mia vita e nelle mie stanze facendole tue. Mi crogiolavo nel piacere di averti lì con me, premurosa e preoccupata per il mio stato di salute.

L’incubo del pesce ragno non mi ha più abbandonato per giorni, sdraiata al mio fianco, mi tamponavi la fronte madida di sudore a causa del veleno e io ti raccontavo la sua storia. Me lo immaginai custode del grande vulcano e iniziai dicendoti che c’era una volta il luogo remoto in cui giace addormentato un colosso degli abissi e che io una volta volli andarlo a trovare. Tu, la mia piccola attenta con gli occhi spalancati dalla curiosità, io il tuo cantore di storie.

Al centro esatto del mare, protetto della curva dolce che la punta della penisola forma con l’isola grande, nel punto più remoto un colosso degli abissi giace addormentato.

Andai a incontrarlo qualche tempo prima di conoscerti, quando il mio unico interesse era capire come e quanto e perché appartenessi al mare. 39°15’00″N 14°23’40″E centoquaranta chilometri dalla costa est, centocinquanta dalla costa sud, le coordinate precise che da allora per abitudine recito a memoria neanche fosse una cabala o una formula magica. Andai sfruttando un viaggio organizzato dal Centro per rilasciare i brevetti istruttori. Eravamo quindici tra esaminatori e esaminati, per congedarci decidemmo di raggiungere la città sommersa; era dicembre.

Arrivammo con un pullman affittato apposta, troppo grande per noi, viaggiammo di notte e all’alba ci facemmo largo nelle strade strette ricavate tra antichi templi e i moderni impianti di depurazione dei molluschi fino a fermarci davanti alla sbarra di accesso.

Avevamo tre giorni; i primi due li avremmo passati a completare le esercitazioni per il rilascio del brevetto professionisti, il terzo avremmo partecipato alla realizzazione del presepe subacqueo. Ma io avevo altri piani, avrei disertato la deposizione della Madonna per raggiungere il mio centro del mondo.

E così al porto trovai qualcuno che potesse accompagnarmi e mi misi d’accordo per un’escursione in barca.

La Sirena dei Mari, così si chiamava, non aveva grandi attrezzature e trovare il punto corrispondente all’apice non fu semplice. La giornata era tiepida e l’energia che sentii avvicinandomi fu enorme. Mi preparai come se dovessi incontrare il mio Dio: una forza magnetica mi attirava e mi tratteneva. Scesi in immersione sapendo che sarebbe stato un incontro virtuale, eppure mi bastava. Cinquecento metri sopra la sua testa, non vidi neanche un granello della roccia che lo formava, ma sentii comunque forte la potenza del magma solidificato nei millenni che si innalzava mastodontico dal fondo per quasi quattro chilometri.

Il più grande vulcano d’Europa, cuore nascosto del nostro mare, probabilmente il maggiore responsabile delle fattezze della porzione di mondo in cui le vite nostre e dei nostri antenati hanno proliferato. Divinità dormiente posta nel punto più profondo, tana magica e incarnazione del pesce-incubo che avrebbe animato i miei deliri di fine settembre. Giorni sospesi in cui tu facevi incursioni salvifiche nei miei sogni e soprattutto nella mia realtà.

Un dito mi sei costata.

Il secondo dito del piede sinistro, che da allora non posso più piegare, ho sacrificato al pesce-drago, dio di tutti i fondali che osai calpestare, per ricevere le tue cure e i tuoi baci d’amore.

L’immersione sulla sommità del vulcano durò poco, il cielo bianco di dicembre di colpo si rannuvolò e il mare viola e opaco in cui ero iniziò subito ad agitarsi. Tornammo al porto sulla più che traballante Sirena dei Mari. Sapevo di essermi avvicinato all’essenza salvifica dell’acqua, l’origine delle cose. Arrivai giusto in tempo per rituffarmi nelle placide acque della città sommersa.

Con gli allievi istruttori ci muovemmo in bassi fondali antropomorfi incontrando gli sguardi di marmoree popolazioni a guardia della città balneare più in voga dell’antichità che, complice un’esplosione di fuoco del mio padre vulcano, il mare volle fare sua. Ci infilammo nei discorsi bloccati da secoli di creature ibride, ormai colonizzate da attinie e alghe, crostacei e policheti fissili, coralli e gorgonie; esseri curiosi di carpire gli umani segreti forse nascosti nelle espressioni di quei volti fieri e nelle gestualità auliche di statisti e guerrieri valorosi. E soprattutto tra i riccioli scolpiti delle splendide capigliature di divinità terrestri.

Trovai i miei compagni sul fondo, in uno spiazzo mosaicato più o meno circolare rubato al moto naturale della rena nello sforzo coprire tutto ciò che era stato il pavimento di una villa imperiale, adagiati come le statue che contemplavano e mi aggiunsi a loro, mentre dall’alto, ben imbragata, la statua della Madonna veniva lentamente calata in mezzo a noi.

Vorrei essere tornato con te nell’abisso, averti portata a conoscere l’energia vulcanica sommersa che dà vita alla terra e al mare, perché tu per me sei stata quella precisa forza vitale, il mio vulcano sommerso, la mia tana magica.

Ho provato a trattenerti, a offrirti la bellezza e l’immortalità dell’esistenza, ma ti mentivo come fanno tutti gli innamorati perché nulla è immortale qui. Per qualche tempo tu sei stata la mia eroina salvifica ma poi sei andata via con forza, hai reagito in modo così poderoso all’aborto ricoprendo di lava incandescente il nostro rapporto, scuotendo con violenza la mia esistenza. Forza che genera e che distrugge. Tu sei sempre stata la forza mentre io evidentemente non ho mai saputo dimostrartene. Ma se riuscissi a trovare la ragazza scomparsa in questa profondità che ribolle di energia mortifera, forse potrei provarti che anche io so reagire ma che la mia energia è simile a quella delle onde che poi si disperdono, inafferrabile come la fissità del mare.

— Il testo di Caterina Mazzucato è ripreso dalle pagine di Io sono il mare.

ARTICOLO n. 46 / 2021

MI TROVO BELLISSIMO

INTERVISTA DI LAURA REGGIANI

Secondo un sondaggio Doxa, nel 1981 Dalla è il cantante più popolare d’Italia (un elemento che sarà al centro della trama di Borotalco di Carlo Verdone, nelle sale l’anno successivo). In estate parte l’ennesimo tour, e la routine del palco sembra ora farsi sentire. Se solo pochi anni prima il live era per Dalla il momento centrale del rapporto con il pubblico, ora «la vera comunicazione non la si crea al momento dei concerti, ma all’atto di scrivere una canzone». Ma d’altra parte Dalla ormai rilascia moltissime interviste, e come ammette lui stesso, «non c’è nessuna ragione per cui io, a tutti i costi, debba confermare quello che per me ieri era vero».

Lignano Sabbiadoro, agosto. Ama la gente e lo champagne. La gente, coloratissima e abbronzata, già poco prima del tramonto di un pomeriggio d’estate al mare sta ad aspettarlo nella piazza antistante lo stadio in cui si esibirà. Lo champagne, invece, è atteso con apprensione da cuoco e troupe al seguito. Perché il signor Dalla Lucio, di professione cantautore di successo, è «goloso» di champagne: soprattutto d’estate, in queste estenuanti tappe forzate canore che sono le tournée e che costringono lui, il suo gruppo e una ventina di tecnici a un giro d’Italia da forzati. «Mi corrobora, mi sollecita l’umore, è quasi un tonico» dice Dalla sorridendo, «lo champagne è uno dei pochi sfizi che si concede quella parte di me che ha scoperto i vantaggi del successo.» Trentotto anni, bermuda sfilato e collana rosa intorno al collo, l’eterno basco di lana blu e due occhialini piccoli, tondi, quasi a sfuggire uno sguardo diretto. Lucio Dalla, che un recente sondaggio Doxa ha dichiarato il cantante più popolare d’Italia, è di nuovo, a due anni di distanza dalla clamorosa tournée con De Gregori, in giro per concerti.

LAURA REGGIANI: Essere in tournée, affrontare quotidianamente un pubblico diverso: che significato ha per te?

LUCIO DALLA: Credo che le tournée ormai siano un fatto promozionale, un appuntamento che ci si dà, una stretta di mano, un contatto voluto e dovuto. Ci sono serate meglio riuscite in cui mi diverto e serate in cui non mi diverto. Le sere in cui mi diverto piaccio di più anche al pubblico, le altre un po’ meno, ma io credo che questi incontri siano una specie di replay, la vera comunicazione non la si crea al momento dei concerti, ma all’atto di scrivere una canzone.

E l’emozione? Il famoso «feeling» tra l’artista e il suo pubblico?

L’impatto col pubblico, almeno per quanto mi riguarda, non è mai diretto, avviene sempre per gradi, sempre un po’ dopo. L’emozione è una cosa che non provo più, forse non l’ho mai provata tranne in due o tre occasioni, non so, a Torino per esempio, con Banana Republic, davanti a sessantamila persone. Avrei dovuto essere una macchina per non provare niente. Ecco, io ero là su quel palco e pensavo ai calciatori e a quello che gli passa per la testa mentre giocano, la domenica, davanti a tanta gente; pensavo che nell’arco di un’ora noi avremmo potuto commettere cinquanta piccoli errori, e invece loro… Tutte considerazioni strampalate che facevo da solo io, ma al di là di fatti come questo, sporadici, la cosiddetta emozione del debutto non c’è più. Se mai c’è stata.

Il tuo pubblico, Lucio, quello che accorre ai tuoi concerti, che compra i tuoi dischi…

È un pubblico eterogeneo, senza età, ci sono ragazzi, ma anche adulti. Sino a quattro anni fa ero uno che aveva un certo seguito, un certo consenso, ora questo consenso s’è allargato. Qui, ai concerti, vengono tutti quelli che usano, che utilizzano le mie canzoni.

In che senso?

Nel senso che io credo di scrivere delle canzoni rivolte a tutti, non dirette a un pubblico particolare. Una canzone nasce libera, si stabilisce un rapporto dal momento in cui io la scrivo al momento in cui la gente l’ascolta. Ma con ciò non voglio essere il padre o il fratello maggiore di nessuno. Posso raccontare delle cose, ma non lancio teorie o problematiche esistenziali. Una canzone nasce viva, leggera, affascinante, proprio per quello che è: la raccogli per strada, come un pacchetto di sigarette perdute da un altro o non la raccogli, ed è questo il suo aspetto più interessante.

Parliamo d’ispirazione. La tua da dove nasce? Da un bicchiere di champagne?

O da un bicchiere di vino, da un incontro felice, da un sorriso, è un miscuglio di tante componenti. Non che io creda nell’alcol o nella metodologia dell’alcol per avere ispirazione, ma metti una sera particolare, bevi un bicchiere in più e ti scatta uno stato di percezione che ti permette di fare. Oppure, una sera senza vino o un’altra di grande allegria o di grande tristezza; insomma tutto nasce dalle cose che si muovono, è la vita, il quotidiano che diviene in te sensazione. Ecco, io credo a questo tipo di cose: gli uomini si sono conosciuti raccontandosi, cantandosi delle storie, dei sentimenti: il problema non è quindi quello di essere poetico, quanto quello di farsi capire.

Tu hai risolto questo problema?

Credo di sì, cercando una maniera nuova, più profonda, di comunicare.

Chi è Lucio Dalla per Dalla?

Un inguaribile e incorruttibile voyeur. Decisamente, la mia visione della vita è voyeuristica. A me piace raccontare, manipolare quel che vedo. In realtà, sono le cose che vedo che parlano da sole. Ci può essere un’invenzione nella ricerca del linguaggio, del racconto, ma il racconto è quello che è, nella sua interezza.

Che cosa non ti piace?

I vecchi saggi, non ho mai avuto simpatia per loro. A un vecchio saggio del passato preferisco un uomo medio di oggi. E poi il passato non mi va…

Il passato, perché?

Perché è una cosa che brucia in un secondo e mezzo e poi ci sono i ricordi, la loro precisazione, più fastidiosa che altro.

Un tempo nelle tue canzoni parlavi di automobili. Oggi parli dell’uomo quasi a volergli infondere nuovo vigore, a differenziarlo dalle macchine, dal tecnicismo spinto

L’uomo, come me del resto, lo vedo sempre proiettato, nelle mie canzoni. Parlo sempre di futuro, ma un futuro legato all’uomo, non un futuro tecnico. E la differenza tra una macchina e l’uomo sta essenzialmente nella sua memoria, perché la memoria nella macchina esiste in quanto programmata, mentre quella dell’uomo è una memoria ideologizzata, fatta di rapporti tra date, sentimenti e ragioni di vita. Esiste in questo senso una percezione di coscienza collettiva per il passato che solo la memoria può tenere legato.

Parlavamo di futuro. O meglio ne parli spesso tu.

Il futuro mi esalta, c’è fascino in tutto quello che deve accadere. Un uomo a parer mio non vive per quello che sa ma per quello che ancora deve imparare. Se dovessi sintetizzare con una parola il mio atteggiamento nei confronti del futuro sarebbe «chissà»… perché il mio è un rapporto col mio domani divertito, possibilistico, interessato, forse un po’ infantile.

Il successo, Lucio. È stato difficile arrivarci?

È stato lento, almeno fino a un certo punto, ma mai difficile. Non ci sono stati slittamenti, nessun compromesso. Ho sempre fatto, cantato, scelto repertori che volevo io, e che ho vissuto nel modo che mi piaceva. I compromessi, se ne ho fatti, li ho fatti per amicizia. Allora sì, qualche volta è capitato di fare qualcosa controvoglia.

Il tuo miglior amico?

Me stesso. C’è una grossa complicità tra noi due, ci si conosce da tempo, ci si sopporta, ci si arrabbia, un rapporto vivo, dunque. Se poi esco dalla mia sfera, be’, ce ne sono parecchi, Ron soprattutto, di cui ho prodotto l’ultimo disco e con cui, da oltre dieci anni, c’è un’intesa perfetta, una simbiosi di gusti da sembrar magica.

Ti guardi mai allo specchio?

Sì, a volte mi guardo allo specchio e mi trovo bellissimo, o perlomeno piacevole. Non sto scherzando, sai? Non possiedo, certo le physique du rôle classico, ma sono convinto di avere un certo fascino. Al di fuori comunque di questo rapporto tra me e me, puramente narcisistico, la mia concezione estetica è completamente diversa, mi piace il contrario, siccome però amo e mi piace il contrario del contrario che sarei poi io, mi piaccio anch’io!

A che cosa attribuisci il successo che ti accompagna da anni?

Credo che sia da attribuire alle mie canzoni, alla mia comunicazione col pubblico. Quando compongo è come se avessi tutta la gente davanti a me, con me, insieme a me, in un rapporto assolutamente diretto: il momento di scrivere è l’autentico rapporto con gli altri, ed è in quel momento che mi emoziono, che vivo ansie, esaltazioni. È lì che il mistero nasce, quando scrivi, e poi fai il disco, e il missaggio. È tutto qui, non ci sono sotto, nel mio caso, grandi operazioni promozionali; io vado pochissimo in televisione, la mia casa discografica non ha mai speso una lira per propormi come personaggio del momento; per quel che mi riguarda, il successo è solo forza, la forza trainante delle mie canzoni.

C’è, secondo te, un requisito essenziale che si deve possedere per raggiungere la popolarità?

Non essere stupidi, questo credo sia il requisito fondamentale e primario per fare qualsiasi cosa.

Oltre a non essere stupido, come sei?

Incoerente. Mi piace moltissimo esserlo e mi piacciono le persone che lo sono. Non c’è nessuna ragione per cui io, a tutti i costi, debba confermare quello che per me ieri era vero; al contrario, vivo nell’attesa quotidiana di cambiamenti, di novità. L’incontro di domani, se ci sarà, la scoperta di un posto nuovo, l’incerto di un’ora prossima, questo è il mio mondo. Il presente è come sabbia nelle mani, fugge via, scivola. Il domani te lo immagini, lo costruisci, è un’incognita. Non posso perdere le innumerevoli possibilità di vivere in modo diverso solo per darmi connotati precisi, certezze che non ho e non vorrò mai avere.

Torniamo alla canzone: quest’estate ricca di tournée tasta il polso a un’Italia canora in fermento…

Non so bene chi ci sia in tournée, sono stato in sala sino al mio debutto, il 31 luglio scorso, ma è innegabile, c’è una continua evoluzione sul piano musicale, ci sono molte situazioni, diverse tra loro, ma tutte contribuiscono ad arricchire il pubblico…

Non pensi che ci siano comunque situazioni anomale? Che forse ci sono stati o ci sono artisti che meriterebbero più successo e altri meno?

Secondo me il pubblico, anche se ripeterò la solita frase che sembra scontata, ha sempre ragione. Sono convinto che oggi non esista un grande talento che non abbia la possibilità di arrivare. E se questo talento non arriva, vuol dire che ha sbagliato qualcosa. Tra l’altro, il pubblico italiano è uno dei pubblici più attenti e colti; in Germania, dove io, come molti colleghi, vado spesso, sono attentissimi alla nostra musica, per loro è cultura.

Non credi però che il pubblico vada ai concerti non solo per la musica, ma anche per un fatto di moda, perché il cantante del momento è un divo che balla o che fa spettacolo?

Io ho un gran rispetto per il pubblico, non credo che sia così sensibile a certi dati esteriori come può anche sembrare. C’è di vero che tu puoi fronteggiarti col pubblico anche attraverso la bellezza, il divismo, attraverso messaggi più labili, più esteriori, ma in questo caso sono convinto che il canale di comunicazione sia di breve durata, limitato. Quella che aggancia l’artista al pubblico è un’operazione sui sentimenti, la corrente sotterranea di certe sensazioni, di certi linguaggi: la gente lo avverte e ti amerà sempre. Non che tutto il pubblico sia così, c’è anche una fascia, quella di supergiovanissimi o degli indifferenti alla musica, che può pretendere o accontentarsi di meno, c’è la molla della curiosità che stimola alle novità, di qualsiasi tipo siano, c’è il fatto promozionale, importantissimo. Tutte queste cose sfornano realtà musicali non propriamente affini alle mie o a quelle di un De Gregori, di un Venditti, ma sono realtà anche queste. Se un fenomeno musicale esiste, per il tempo che esiste, vuol dire che in parte il pubblico ne aveva bisogno.

Quindi fenomeni come quello di Zero…

Fenomeni imposti, è il caso di dirlo, dal pubblico. Zero ha una corte di giovanissimi coi quali ha trovato la complicità di un linguaggio, di un atteggiamento. Anche questo fenomeno, sempre musicale se pur legato a una forma di divismo, è cultura.

A proposito di Zero, c’è stata la sciagura di Milano.

Ti riferisci a quanto è accaduto al Castello Sforzesco. Mi ha addolorato vedere come Zero sia stato coinvolto e responsabilizzato in questa vicenda. Lui era là, insieme ad altri venticinque artisti come lui, in una situazione di cui non era minimamente responsabile. E, invece, giornali e televisione l’hanno fatto apparire quasi come un colpevole. Zero ha sofferto per questo; è un artista che organizza concerti da cinque anni e gli è sempre filato tutto liscio.

Però a Milano c’è scappato il morto…

Quello che più mi impressiona non è solo il fatto che si muoia ai concerti, perché disgraziatamente si muore dappertutto, ma l’utilizzazione che la stampa fa di un fenomeno così spaventoso come la morte, associandola necessariamente alla musica. In quello che è successo a Milano c’è stata secondo me una faciloneria che è perlomeno sorprendente. E che non è da attribuire a Salvetti, che è uno che organizza da dieci anni l’Arena di Verona e il Festivalbar senza aver mai avuto incidenti.

Evidentemente ci sono responsabilità di gente che non sa organizzare questo tipo di spettacoli, se non altro per aver relegato una manifestazione così imponente, zeppa di nomi famosi, in un luogo come il Castello, disadatto a ospitare questo tipo di concerti.

Tre anni fa, ricordo che andai anch’io al Castello, c’era moltissima gente e un ragazzino tirò una bomba molotov sul palco, ne parlarono anche i giornali. Fortunatamente si era alla fine dello spettacolo, all’ultimo bis, il pubblico stava sfollando, nessuno si accorse di nulla. Ma se l’avesse fatto prima sarebbe dilagato il panico, tutti sarebbero corsi verso una delle porte dell’uscita di sicurezza e sarebbe successa una catastrofe analoga a quella di quest’anno.

A me, fortunatamente, in tanti anni di spettacoli non è mai successo niente, sto attentissimo all’organizzazione e poi forse non ho un pubblico così esuberante, ma la fatalità esiste dappertutto. Dopo questi ultimi fatti sono nati molti problemi: sindaci che ci rifiutano gli stadi, una specie di caccia alle streghe che non giova a nessuno.

Come vivi in tournée?

Come una mosca su una fetta di carne, nel senso che non mi stacco mai dal luogo in cui mi fermo. Ci sono cantanti che arrivano all’ultima ora o anche in ritardo, io no. Non so se questo sia dovuto al fatto che mi annoio oppure se è perché mi reputo un professionista pignolo e controllo ogni particolare prima dello spettacolo. Comunque quando sono in città di mare in genere vado anche a fare i bagni oppure leggo o vado a giocare al flipper.

E al di fuori della tournée?

Sono forse più impegnato. A parte il momento dello spettacolo, la tournée è un momento di svago, di riposo. Negli altri mesi lavoro continuamente, in modo ossessivo, sono quasi sempre in sala di registrazione.

Quindi, hai poco spazio per il tuo privato.

No, no, riesco a non crearmi angosce e a vivere abbastanza normalmente: vado allo stadio, seguo il basket che dopo la musica è la mia grande passione, vado spesso al cinema. L’unico problema, ma è cosa da poco, è fare in modo che non mi riconoscano per strada, non so mai cosa dire alla gente che mi ferma, non so cosa scrivere sui pezzetti di carta di chi chiede un autografo, m’imbarazzano la curiosità, le occhiate, i sorrisini degli altri. Io sono uno che fa un mestiere, il cantautore, per il resto sono un tipo comune, con interessi comuni.

E la televisione? La guardi spesso?

Sono un maniaco della televisione, la guardo continuamente quando non lavoro; mi piace tutto, dai cartoni animati ai vecchi film, alle inchieste.

I giornali, li leggi?

Fino a qualche mese fa li leggevo tutti, adesso li sfoglio, se proprio sono costretto, ma mi annoiano, penso sia di gran lunga meglio la televisione come mezzo di comunicazione. Anche se, in definitiva, credo che si sarebbe potuto fare a meno dell’una e degli altri. Certo, tv e giornali danno un’accelerazione vertiginosa ai fatti, ormai è inimmaginabile un mondo senza di loro, troppo tardi…

Quanto guadagna Lucio Dalla?

Che Dio lo benedica! No, senti, anche lì bisogna vedere il parametro. Sembra assurdo, ma io non mi posso permettere tante cose che vorrei permettermi. La ricchezza addosso non me la sento, non mi sento un uomo ricco. Sono già molto contento di potermi permettere tutto quello che mi chiedo, ma mi rendo conto che mi chiedo poi poco: che so, se devo andare in un albergo o al ristorante vado nel migliore, se devo andare al mare scelgo il più bello, ma finisce lì. Di mio, ho una «132» e una casa a Roma e una a Bologna che mi sono comprato quest’anno. C’è gente molto più ricca di me, ma non mi sento un frustrato per questo. Credo che tra l’altro fare il cantante non faccia arricchire come si dice. Le tournée, ad esempio, sono fatti promozionali più che investimenti economici. Un apparato rischioso e con tali spese che ti va bene se ne esci in pareggio.

Tornando un attimo al panorama musicale italiano, c’è un fenomeno, quello delle donne protagoniste della musica

Credo che la situazione delle cantanti donne fosse sicuramente migliore anni fa con personaggi quali la Vanoni, la Ferri, la stessa Patty Pravo. Oggi, nonostante che ci siano ottime cantanti, la Nannini per esempio, non mi pare si sia alla stessa altezza. Io stesso, se volessi provare un’emozione ascoltando una cantante, andrei a risentirmi la Vanoni o la Ferri. Mina no, non mi è mai piaciuta granché.

L’amore, per te, che cos’è?

È soprattutto tenerezza e incontro con gli altri, rapporto immediato, sensazione. Io vivo l’amore ogni giorno, comunico ogni giorno, mi esalto ogni giorno. Ed è attesa del giorno dopo, del nuovo incontro, della prossima sensazione…

Nella tua vita hai avuto un grande amore, tua madre…

Sì, è sempre stato un rapporto bellissimo, di tenerezza e di grande stima, di rispetto e di fiducia. È una donna che mi ha sempre fatto fare quel che volevo, sin dall’età di quattordici anni, quando cominciai a lavorare e ad andare via da casa: un rapporto ideale.

E tuo padre?

Mio padre è morto quand’ero piccolo, avevo sette anni. Oggi non so dirti se sia meglio o peggio non aver avuto un padre, ma sicuramente la sua mancanza non mi ha creato vuoti o traumi. Sono troppo proiettato verso il futuro per guardarmi indietro.

Hai una casa a Roma e una a Bologna, ma stai spesso a Milano. Dove vivi in realtà?

Se ci sono le ragioni valide per vivere bene, vivo bene dappertutto: Bologna è la mia città, un fatto sentimentale più che altro; Roma è bellissima e ci sto bene; Milano è il posto dove lavoro, faccio dischi. Poi c’è Napoli che adoro perché mi piace il Sud, e poi le Tremiti che in assoluto è il luogo dove sto più volentieri. Insomma, ci sono riferimenti dovunque. E poi ci sono le piazze, come stasera: un pezzetto di vita se ne va anche qui, davanti a migliaia di persone.

Sei un assertore della libertà, dell’indipendenza. T’è mai venuta voglia di fermarti, di smettere di fare il «senza famiglia»?

Sono un voyeur, l’ho detto, mi piace di più stare a vedere che fare il protagonista. E poi la solitudine non è ancora un momento di aggressione verso me stesso, forse perché vivo così poco da solo, la solitudine mi piace. Non credo, oggi, di essere in grado di pensare a una situazione stabile: un’emozione al giorno e via.

Ma c’è qualcosa di fermo, di stabile in cui credi?

In Dio. Sono un cristiano praticante.

Un’indagine Doxa ti ha definito il cantante più popolare d’Italia. Sei anche il più bravo?

Chissà…

 – Questa intervista, apparsa su La Domenica del Corriere il 29 agosto 1981, è ripresa dal volume E ricomincia il canto, a cura di Jacopo Tomatis.

© il Saggiatore S.r.l., Milano 2021

ARTICOLO n. 45 / 2021

ARRASSUSIA

ESTATE A NAPOLI

Arrassusìa. Formula scongiurativa.
Si usa all’inizio della frase per dire
speriamo non accada. Speriamo
che resti lontano. A volte invece
è scaramantico, e significa
magari non accade, magari
non resta lontano, ma se arriva
se accade, poi vedi se accade
che succede, noi cosa facciamo.

Negli ultimi mesi ho guardato spesso di notte la schiera di gabbiani sopra il tetto verde di Santa Chiara. Con un po’ di sorpresa, da qualche mese riesco a osservarli senza troppa angoscia. Ho sempre avuto paura di ciò che vola e di ciò che sembra pensato per farlo. Adesso però è più facile, perché oltre i vetri delle finestre ci sono le impalcature che la pandemia ha lasciato davanti al palazzo. Tre piani di ponteggi, forse quattro, e una rete azzurra a ricoprire tutta la facciata. Nei primi mesi di confinamento: marzo, aprile, maggio duemilaventi, la gabbia in metallo acuiva il senso di claustrofobia, alimentava fantasie di arrampicate, di evasioni notturne. Poi la sensazione d’estate si è attenuata, con il caldo si poteva comunque uscire sui balconi e sistemare il basilico sui ponteggi accanto alla malvarosa. Si poteva soprattutto vedere meglio tra le linee di tubi e le lamine forate lo spazio che si apre tra le case e le vetrate della basilica. Un’eccezione lasciata dalla guerra nel dedalo dei vicoli. Nel silenzio dei mesi di confinamento, in un centro storico imploso, di case vuote senza turisti, ho iniziato a studiare nel cielo le forze nemiche, soprattutto i piccioni e gabbiani che la mancanza di cibo, cioè di rifiuti, costringeva a continui scontri aerei.

Nello spazio d’aria che sorvegliavo dal balcone puntellato, gli inseguimenti tra le due specie erano all’ordine del giorno, e i piccioni alla fine avevano la peggio. La partita dei pedoni bianchi e neri finiva sempre allo stesso modo. Marcature in volo della preda, accelerazioni in picchiata e poi brandelli di ali lasciati cadere da decine di metri sulle auto ferme da mesi. E ogni volta che accadeva, che assistevo alla scena, posso dire di non aver sentito pena o disgusto. L’impressione che i piccioni fossero tutti uguali, che uno in meno non contasse nulla. La consapevolezza che era solo la legge di natura. Che non aveva senso averne paura.

Penso a questo, mentre è luglio e guardo i piccoli stormi di turisti tornati nell’afa di una città che per un’altra estate sarà più vuota del solito. Percepisco la stessa indistinzione tra gli individui in sandali e pantaloncini. Guardo gli ambulanti aggressivi che provano a vendergli qualcosa, a prendergli dei soldi, ai camerieri che fanno i buttadentro, con lo stesso distacco con cui ho assistito alle manifestazioni aeree delle leggi di natura. La negoziazione di uno spazio a un certo punto invaso. La prova di forza degli uccelli più grossi e più veloci, che hanno abbandonato l’approvvigionamento di pesce in mare, e adesso mangiano rifiuti o i loro simili più lenti, più stupidi.

Decido che però è gioco facile parlare male dei turisti d’estate, e che invece voglio saperne di più di loro, i gabbiani, mentre sono ancora protetta da reti e ponteggi. Cerco un libro preso molti anni fa su una bancarella, e che non avevo mai aperto per paura delle figure. L’Atlante degli uccelli nidificanti e svernanti nella città di Napoli. Solo che il libro è degli anni Novanta, e probabilmente leggerò la mappa di un cielo che non esiste più, che è già cambiato. Ma non è molto diverso da ciò che fanno gli astronomi con le stelle, dunque forse vale la pena. Mentre cerco notizie sui pedoni bianchi, scopro che la popolazione aviaria della città è piuttosto complessa. La città storica in cui vivo, e che si estende da Posillipo a Sant’Erasmo, ospita colombi, rondoni, balestrucci, merli, codirossi, spazzacamini, capinere, taccole, e fringuelli. Il balestruccio, si legge, è la novità più interessante perché prima di allora non era mai stato schedato. La situazione è ancora più variopinta e per me spaventosa nell’area industriale di San Giovanni a Teduccio e dintorni dove invece abbondavano poiane gheppi, scriccioli, tordi, usignoli di fiume, occhiocotti, beccamoschini, luì piccoli, passere varie, cardellini, verzellini. Su tutti dominano i colombi, tantissimi dall’immediato dopoguerra, forse forme randagie sfuggite al controllo diretto dell’uomo (allevamenti, attività sportive, ecc.). E poi, eccoli, ci sono i gabbiani, comuni e reali.

I gabbiani comuni come i turisti sono estivanti, oltre che nidificanti e migratori. Trascorrono cioè l’estate in Campania. A Napoli frequentano le aree più antropizzate della costa, come i porti, gli sbocchi fognari, e le aree di mare dove i venti e le correnti concentrano i rifiuti galleggianti. Si trovano lungo il litorale, e anche intorno alle vasche per il raffreddamento degli impianti dismessi dell’Ilva di Bagnoli e nei prati dell’aeroporto di Capodichino. Ogni tanto si spingono all’interno dove si alimentano nelle discariche e i campi coltivati nelle piane del Casertano e dell’agro-sarnese.

I gabbiani reali invece non sono estivanti, ma sedentari, e svernano alla foce del Sele. Non si incrociano mai con i gabbiani comuni, come hanno dimostrato le indagini sul dna (c’è anche un classismo aviario, pare). Prima si trovavano solo su piccole isole del Tirreno, della Sicilia e della Sardegna, ma la specie ha subito una forte espansione demografica grazie alle risorse alimentari che sono i centri storici urbani pieni di rifiuti. A differenza del gabbiano comune, forma stormi di centinaia di esemplari nei porti, alla foce dei fiumi e di altri sbocchi a mare come le fogne.  Hanno una straordinaria adattabilità a nidificare in ambiente urbano. Non nidificano solo in posti irraggiungibili della costa, a Capri, nella penisola sorrentina, e a Nisida, che è poco distante dallo scolo fognario di Coroglio, ma anche in pieno centro storico. Negli anni Novanta, una coppia nidificava sul campanile della Chiesa di Sant’Agostino alla Zecca (nella strada dove è cresciuta mia madre), e altri nidi si trovavano sul tetto di Santa Croce al Mercato e ancora a San Gregorio Armeno, Santa Maria La Nova, San Marcellino, Piazza del Gesù. «È probabile che in quest’area si siano già verificati dei tentativi di nidificazione, come farebbero supporre atteggiamenti di tipo territoriale da parte degli adulti come l’allontanamento degli immaturi, grida e altri atti aggressivi osservati». Decido che questa frase ha qualcosa di profetico, e senza nessun riscontro scientifico mi convinco che i gabbiani che vedo di fronte non sono gabbiani comuni estivanti, ma gabbiani reali, sedentari, che si radunano in centinaia e che nidificano lì, sul tetto di rame ossidato di Santa Chiara. Forse gli attacchi ai colombi non sono allora per il cibo, che non scarseggia più, ma per segnare il territorio, per difendere il loro spazio aereo e l’esclusiva sui rifiuti nell’area. Improvvisamente li riconosco come abitanti di questa città, e nonostante i vetri adesso chiusi della finestra, e i ponteggi ancora al loro posto, mi fanno per un attimo di nuovo molta paura, e con loro la spietata legge del difendere e del sopraffare. E non so più se augurarmi che restino lontani, ancora per un po’, dietro l’armatura di ferro che mi protegge. O se invece sperare che lo schermo che ci separa venga rimosso, e che impari anche io a proteggere e negoziare il mio spazio con le altre specie bipedi di questa città, sia le estivanti che le sedentarie. Arrassusìa che questa pandemia continua ancora. Arrassusìa che finiscono i lavori sulla facciata. Magari non accade, però se accade.

ARTICOLO n. 44 / 2021

TESTIMONI

ESTATE A TORINO

Il portico è uno spazio a due dimensioni1. Le volte grigie lasciano entrare il cielo e la notte. Il marmo pavimentato, liscio, granuloso nelle pozze scheggiate, gelido quando febbraio sembra crudele. Le colonne del portico sono un riparo per nascondere i cartoni, il piumone sudicio. Al buio, quando la dimensione del giorno è scomparsa, i corpi stesi sul marmo diventano sagome che tossiscono, che si asciugano le labbra bagnate dal vino acido, dalla birra bruna, dall’acqua nella bottiglia di plastica spanciata. Le ronde entrano nelle parentesi di sonno, chiedono documenti e nomi comunicati via radio alla centrale. Sagome coperte dal buio ascoltano i passi allontanarsi: un’altra notte in cui è concesso restare. Gli schermi illuminano le coperte finché il respiro diventa profondo e materico: fiato nella notte ghiacciata.

Il fronte popolare di liberazione senza liberazione, in una città da mille miliardi di euro, dove i clan acquistano proprietà e congelano beni. Nei sotterranei ci siamo noi, che elemosiniamo per un trancio di pizza. Senza soldi, affamati di tabacco e aspirine.

Queste potrebbero essere le parole sognate da un mio omonimo, un uomo sui quarant’anni che mi viene a trovare in libreria tutti i giorni, tra le 12 e le 13. Gli offro una presa di tabacco e lo ascolto. Parla degli eventi accaduti nella notte precedente, degli uomini che barcollano ubriachi e si addormentano con le gengive scoperte sul selciato. Parla delle zuffe, mi racconta dei furti tentati e di quelli riusciti. Spesso subiti. Un giorno, a metà giugno, lo incrocio in una zona d’ombra magnifica accanto agli scalini della galleria Subalpina, un punto da cui mi godo spesso la vista sulla piazza e sulle facciate che rigurgitano luce. Il naso è tagliato da uno squarcio, una crosta di sangue già raggrumato, un minuscolo lago rosso. Una testata inferta a metà del naso, a metà della notte, dopo un diverbio assurdo con un uomo che conosce da anni, un tizio che accusava una donna – stesa come tutti gli altri su cartoni e coperte – di avergli rubato i documenti.

Scrivo queste pagine in un momento in cui il dolore si diffonde nel corpo che mi ha generato. Il dolore fisico della persona amata si riflette nella mia psiche, entra come brace nei sogni, scava nelle ossa e pungola l’epidermide fino a farla sanguinare. Rifletto sulla natura egualitaria del dolore, su quanto possa essere universale e individuale allo stesso tempo. La faglia che divide molti esseri umani può essere collegata da un ponte che conduce il dolore dell’uno al dolore dell’altra. La lontananza, la protezione, l’annullamento e la rimozione del dolore non aiutano a comprendere che ogni essere vivente è destinato a farci i conti, a misurarsi con il buio e con il vuoto. Il dolore tramutato in linguaggio assume forme che non siamo in grado di decifrare, spettri geometrici che rigettiamo.

La città vive il dolore nella sua scomposizione, nelle sue fratture che si ricompongono tra una distanza e l’altra. I singoli corpi devastati non comunicano, o lo fanno soltanto in un insieme strettamente sorvegliato, quasi monastico, che conduce il vicino al vicino, il segmento al segmento. La tifoseria del dolore non compiange l’avversario, ma lo deride. Invece di creare una comunità del dolore, montagne di divisioni fanno retrocedere ogni etica possibile, quasi tutti gli spazi bianchi in cui alcuni si occupano degli altri. Eppure i casi personali contano qualcosa. Se possiamo immedesimarci nel trauma di una persona amata possiamo farlo anche con lo sconosciuto, con il corpo dell’altra.

«Da molto tempo mi sembra che l’unica cosa che valga la pena descrivere sia la luce, le sue trasformazioni e la sua eternità», scrive Andrzej Stasiuk ne Il mondo dietro Dukla. Attraversare la luce e contarne i particolari, ho pensato una volta varcato un ponte che mi ricorda le acque del fiume dell’infanzia, un’ansa che si flette dolcemente e che non rivedo da anni. I particolari che fluttuano come particelle invisibili nel tempo, che indicano i luoghi contaminati dalla memoria finché qualcuno ne abbraccia il ricordo. Nella non linearità del tempo, in un ipercubo possibile, non riusciamo a decifrare i messaggi perché ascoltiamo una frequenza diversa.

Dieci giorni fa, a qualche chilometro da dove scrivo, in una stanza abitata dal caos dell’abbandono, silenziosa come tutte le case in cui qualcuno è vissuto finché è stato possibile, F. ha trovato uno scatolone di cui aveva sentito parlare. Negli anni del dopoguerra l’area in cui si trova la casa è diventata una zona industriale. La scatola conteneva lettere e cartoline dall’Etiopia, un paese devastato dai coloni fascisti. In una di quelle lettere si comunica il decesso del soldato. In un’altra lettera, di qualche settimana prima, il soldato scrive ai genitori e alla sorella raccontando la vita al fronte. In un’altra lettera, a metà strada tra le due missive, i commilitoni scrivono alla famiglia riferendo di una pallottola prodotta dagli autoctoni, un corpo esterno che avrebbe ferito di striscio il soldato.

Le cartoline, nota la donna che sta aprendo una dopo l’altra le lettere vergate con una splendida e minuscola calligrafia, sono fotografie di ragazzine e donne che trasportano acqua da una fonte al villaggio, che sorridono, che cantano, che saranno schiave domestiche e sessuali dei colonizzatori fascisti2 nell’assurda follia imperialista.

Cosa rivelano delle lettere scritte intorno alla morte di un soldato inviato a uccidere civili nel 1936?

Cosa significano quelle lettere per una persona nata e cresciuta nel posto del ritrovamento?

Cosa significano quelle lettere per una persona nata e cresciuta nel posto del ritrovamento ma legata alle radici di quei fatti, di quegli eventi?

Che cosa possono dirsi queste persone, che hanno in comune eventi macroscopici e ricordi differenti?

Il 26 ottobre del 2020 sono comparsi video su Instagram, Twitter, Facebook e TikTok. Le immagini sgranate, riprese dai notiziari e dai talkshow, hanno in sottofondo le sirene e un vociare indistinto che cresce e diminuisce in base all’intensità degli eventi. Quella sera, in piazza Castello, gli esercenti protestano per le chiusure, per la lunga sequenza di dpcm, per le norme anti Covid e per il destino crudele. La foschia avvolge Torino, nasconde gli angoli e dimentica la visuale limpida che collega una retta alla sua perpendicolare. Per lunghi mesi il centro cittadino si è rivelato nudo e impotente, non irrorato dai flussi di passaggio, dai corpi che rendono vitali le architetture disegnate nel passato. Le abluzioni quotidiane si sono spostate nelle aree periferiche, nei quartieri che hanno assaggiato le potenzialità del centro scomposto e frazionato in nuove identità provvisorie. Se prima del Covid la dicotomia centro/periferia era obsoleta e inefficace, con l’avvento della crisi epidemiologica le città sono state costrette a reimmaginarsi.

«Hai scambiato il congedo di un’epoca per l’inizio/di una nuova,/L’afflato dell’odio per bellezza lirica,/La forza cieca per forma compiuta.»

In questi versi di Czesław Miłosz si nascondono domande che è lecito porre. Se la memoria è fallace, contano molto i particolari, le interazioni che riusciamo ad avere, le connessioni che conducono tra ciò che sappiamo e ciò che ignoriamo.

Durante gli scontri della sera fumosa, mentre gli esercenti tornavano a casa e decine di giovani vestiti con tute, piumini e sneakers entravano nell’area protetta dei negozi di lusso, i vetri sono stati frantumati, la merce rubata, i colpi inferti, la rabbia è esplosa e si è materializzata nei lacrimogeni lanciati dalle squadre della polizia.

Non sembrava una protesta simbolica, né una violenza che puntasse a dare voce alle ingiustizie che separano i figli dei precari, dei marginalizzati, dei nuovi schiavi dai figli degli abbienti, né sembrava soltanto un riflesso condizionato dal desiderio di avere qualcosa e di averlo subito. Il giorno dopo e in quelli a venire, sui giornali e nelle reti tv, è comparso lo sconforto di quelli che hanno pagato un prezzo molto alto in termini economici. Subire violenza e fare violenza: in questa storia di oggetti ritrovati o distrutti e di persone che fuggono o piangono, entra anche la breve assenza di una targa. Quasi tutti i testimoni ammettono che quella targa, dedicata ad Andrea Piumatti (partigiano ventiduenne ucciso dai fascisti all’imbocco della galleria Subalpina il 16 marzo 1944), sia stata in effetti divelta durante gli scontri. Altri testimoni, lettori e commentatori delle pagine locali, dicono il contrario.

Passo tutte le mattine in quel punto e credo di ricordare che anche quel giorno, il 26 ottobre 2020, la targa fosse al suo posto, esattamente nel punto in cui Andrea Piumatti fu colpito da due colpi di rivoltella alla tempia. Se la memoria è fallace e chiunque potrà sempre dichiarare il contrario di ciò che ricordiamo, contano molto i particolari e le riflessioni che siamo in grado di fare sugli eventi che dividono.

Quindi qualcuno ha deciso di sradicare una targa dedicata a un ventiduenne assassinato dai fascisti, un giovane uomo che da marinaio in servizio si era rifiutato di arruolarsi nella repubblica di Salò e che si era unito alla Brigata S. Magnoni della 43a Divisione «De Vitis».

Ci si chiede se a compiere un gesto del genere siano stati i nostalgici del duce, i fascisti che abitano il nostro tempo e che non hanno mai fatto i conti con le conseguenze del loro mito, con gli strascichi terribili che sono stati concessi da generazioni di cerchiobottisti della memoria. 

Se fosse vero potremmo darne una giustificazione politica. Se fosse falso dovremmo ripartire dal significato di quella lapide in un contesto in cui la polarizzazione della storia italiana non conta nulla, in un paesaggio in cui fascisti e partigiani non esistono più.

Quello spazio neutro dipende dal nostro modo di guardare e da quanto sia difficile esercitare una pressione sulle nostre certezze. Quella targa non è stata sradicata per ragioni politiche, ma soltanto perché un facile bersaglio. Un oggetto privo di significato per la folla nella sera fumosa. Materia e basta.

Possibile che sia andata in questo modo? Possibile che qualcuno che vive e cresce nello stesso spazio in cui mi muovo e respiro sia così lontano da ciò che sento?

Possibile che la sua distanza non sia motivata da ragioni politiche ma da differenze identitarie? Possibile che una persona nata e cresciuta in un luogo non dia nessun significato particolare a una targa e che ne dia invece a oggetti e date di cui, nello stesso tempo, ignoriamo l’esistenza?

Possibile, scrive Martin Pollack3. Lo scopre quando viene invitato a leggere dei brani tratti da un suo libro nel teatro cittadino di Hallein. Davanti a lui ci sono 300 studenti con un grado di istruzione piuttosto basso, lo informano i suoi ospiti. Quei ragazzi hanno una storia di migrazioni che collegano la Turchia agli stati dell’ex Jugoslavia fino a terre e lingue di cui l’autore ammette di saperne poco. Mentre legge la storia del padre, ufficiale delle SS e capo della Gestapo a Linz, si rende conto che la maggior parte del suo pubblico lo ascolta annoiato, senza nessun tipo di coinvolgimento. Pollack si rende conto di aver parlato e letto di avvenimenti che non avevano nessuna connessione con le storie di quei ragazzi. Le loro memorie famigliari non avevano punti di contatto con il suo novecento europeo, con eventi che sembrano monoliti identitari. Le loro esperienze erano legate ad altre date, ad altre vicende. Nessuno, neanche l’autore, si era posto il problema di differenziare il discorso su memoria e identità a seconda dell’interlocutore, in relazione all’altro.

Gli Altri.

A distanza di mesi, Pollack conosce un giovane austriaco di origine libanese. La sua famiglia è fuggita dal Libano tre generazioni prima, per salvarsi dalla grande carestia che durante la prima guerra mondiale uccise 200.000 persone. Il trauma storico in cui si sono identificati i componenti della sua famiglia, generazione dopo generazione, è sempre stato ignorato da tutti gli interlocutori con cui hanno parlato nel corso degli anni. Lo stesso Pollack ammette di non averne mai letto, né sentito parlare. Il giovane austriaco di origine libanese è abituato all’ignoranza dei suoi connazionali. Pollack risponde a questa mancanza con riflessioni che vale la pena condividere: «La frammentazione della nostra società è uno dei grandi problemi che dobbiamo affrontare, cela dei pericoli, ma anche grandi opportunità. Ricoprirà un ruolo importante anche il nostro atteggiamento nei confronti dei vari ricordi all’interno della società frammentata, se non ne prenderemo atto e li negheremo, o se li accetteremo e ci confronteremo con essi in modo aperto e non prevenuto».

Si può essere lontani da chi è altro nella tua terra natale, nel luogo in cui dimori, lavori, sopravvivi, ti ammali e ti curi. Siamo legati da fili che non riconosciamo, e ignoriamo chi ci circonda perché non abituati ad ascoltare le altrui memorie, quelle degli Altri.

Mentre aspetto di incontrare S., un attivista del comitato di quartiere Aurora, rileggo le pagine scritte da Luca Rastello4 nel corso degli anni. Siedo sotto la volta dei portici interrotti, in via Po, davanti a un bar che ricorda la fine degli anni ottanta e le insegne luminose dell‘epoca. L’ombra accoglie i piccioni che passeggiano tra i tavolini e nasconde i fagotti dei senzatetto agli angoli delle colonne. Leggo le pagine preziose, incise con ironia e grazia, e penso che a Torino Rastello non è ricordato abbastanza.

Le sue parole mi ragguagliano sul perché: «Ho l’impressione che si trovino centinaia di professionisti della cultura disposti a mobilitarsi per la vita, la libertà, la circolazione delle idee, ma che se ne trovino ben pochi interessati concretamente alla vita, alla libertà, alla circolazione degli umani (soprattutto se appartenenti ad altri ceti)»5.

S. appoggia la bicicletta a una colonna del portico e mi raggiunge al tavolino. Lo ascolto parlare di Barriera, Aurora, della zona nord di Torino, di quartieri in cui la dimensione multiculturale è vista e immaginata (da chi non la frequenta, da chi non la vive) come un territorio irrecuperabile. La realtà, mi dice, è che l’associazionismo in quelle aree è una risorsa preziosa, capace di creare aggregazione e socializzazione. La spinta dal basso di cittadine e cittadini, persone che si battono per migliorare il quartiere in cui vivono, mi ricorda centinaia di esperienze simili nel mondo democratico e autoritario, dal Brasile alla Grecia. Le amministrazioni comunali hanno smantellato il presidio ospedaliero Maria Adelaide, hanno eliminato la zona franca del commercio cittadino al Balôn – l’area di libero scambio – e hanno eradicato quell’eversione che durava da secoli e che rappresentava un moto libertario e salvifico per la moltitudine che non riesce a sopravvivere altrimenti. Inoltre stanno cedendo spazi a società che hanno un’idea piuttosto singole del concetto di ospitalità6.

Nella dicotomia decoro/indecenza traspare tutta l’ipocrisia di un modo di concepire la varietà di cui si compone il tessuto umano: se è vero che decorum significa vestirsi e agire in modo conveniente alla propria condizione sociale, allora è anche vero che ignorare la maggioranza della popolazione che non può permettersi decoro e lusso o privilegi equivale ad accettare l’ingiustizia sociale e l’abbruttimento lavorativo che si abbattono sul cuore pulsante del paese. Si aggiunga il prezzo che pagano i lavoratori precari, le aule scolastiche tradotte in lavoro nero, l’inchiostro simpatico che riempie le prime pagine dei giornali e che racconta le faglie di un’epoca attraversata da crisi complicate, dai crolli vertiginosi del valore salariale, dai tassi di occupazione viziati da statistiche incomplete, fasulle, fallaci.

Vale quindi la pena di ignorare ogni cosa e portare una bandiera qualsiasi. Torna la fretta di richiudersi, di riaffermare un ego collettivo, un nazionalismo da manuale, violento e ricorrente con i più deboli, con gli ultimi della fila, che vomita bile su ogni minoranza e che riafferma ogni volta, ad ogni occasione, un’incompleta visione della storia umana, del travaglio che conduce Neanderthal al Rinascimento: la scena artistica italiana, tanto decantata da politici in trasferta in zone oscurate da poteri dispotici, è stato un esempio della potenza delle aperture e della bellezza dell’ignoto.

O. è nato a Belgrado alla fine degli anni settanta. L’ospedale in cui ha visto la luce, GAK Narodni front, è rimasto operativo durante gli anni della guerra e nelle fasi difficili della transizione. Lo incontro in una calda giornata di luglio da Parola, l’enoteca di via Cesare Battisti:  

«L’Italia è stata molto affettuosa con noi, nel 1987. C’era una certa curiosità verso chi veniva da fuori: ero un bambino a cui doveva essere insegnato tutto da capo e mi scontravo per la prima volta con termini e usi che tutti si preoccupavano di spiegare con molta pazienza: la prima comunione; il panino con la mortadella; la Juventus; il carnevale. Le donne si scambiavano le ricette, i compagni di scuola ci portavano in giro per la città e ci coinvolgevano in ogni attività sportiva, perché era facile, eravamo jugoslavi. Tutto cambiò nel 1994, quando tornammo a Torino. L’immigrazione era esplosa, proprio come era accaduto all’Europa dell’Est, e noi ci trovammo ad avere a che fare con pregiudizi e paralisi sociale: i torinesi sostituirono la curiosità col dubbio e i valori umani con i luoghi comuni. Questo mi manca della fine degli anni ottanta: con mio fratello sperimentavamo la conoscenza di un’intera città, senza nessun tipo di pressione sociale, politica o culturale. Eravamo immuni dai pregiudizi perché eravamo bambini e perché la gente apprezzava e abbracciava il nuovo, coltivava la passione per tutto quello che non aveva ancora visto, sentito, annusato. 

Non posso dimenticare, però, che cosa ha fatto questa città per me. Nei momenti più bui, tra il 1992 e il 1993, quando a Belgrado andavo a scuola in un‘atmosfera tetra, fatta di disagio e code per il pane, nei miei pensieri esisteva un solo angolo di paradiso su questo pianeta e si chiamava Torino». 

ARTICOLO n. 43 / 2021

COMPARSE

ESTATE A ROMA

Spettri, miraggi, riflessi del passato nella città svuotata di agosto. Nel silenzio elegante del pomeriggio di via Giulia dove ormai hanno dimora solo stranieri e ricchi, tra gli angeli di pietra del Gonfalone e i putti di gesso di Santa Maria del Suffragio, ho visto galleggiare nell’aria bollente la lupa della bandiera della Roma campione d’Italia 2001. Lontano, il canto eroico di una voce ormai roca per lo sforzo e la solitudine: «Siamo noi, siamo noi, i campioni dell’Itaglia siamo noi…». Un uomo magrissimo in costume da bagno, berretto e canottiera giallo-rossa. Agita lo stendardo, avanza al passo della vittoria, mi guarda. Ha gli occhi rossi. Forse per la soddisfazione di quelli che non sono abituati a vincere e che ancora non si è sciolta nel calore estivo, forse per lacrime di nostalgia: il campionato è finito da molti mesi. Per un attimo ha vergogna. Scompare in un vicolo verso la Moretta. Di quell’uomo e della sua magrezza rimane il canto che torna ad alzarsi, a rimbalzare sulle mura dei palazzi del Seicento sino a degradarsi in un’eco, in un sussurro, e finalmente nel silenzio per lasciare il palcoscenico sonoro all’urlo dei gabbiani che seguono il corso stanco e secco del Tevere.

Pochi passi più a Nord, in via del Consolato, ho visto una coppia di giovani, lei italiana e bianca, lui straniero e nero. Soli nel cuore della solitudine di agosto, appoggiati al cofano di un’automobile incandescente. Il ragazzo piangeva. Scosso dai singhiozzi, il viso lucido di lacrime. La ragazza tentava di consolarlo, una carezza sulla nuca, un braccio sulla spalla. Con un fazzoletto gli asciugava il pianto nella speranza che coagulasse nel silenzio della rassegnazione. Ma li ragazzo non riusciva ad arginare il lamento del suo cuore spezzato. Dall’amore finito? Da un’offesa? Da un tradimento? Non lo saprò mai. Per pudore, per non turbare l’intimità di quel mistero anch’io sono scomparso perdendomi in un vicolo.

Sul ponte degli Angeli ho visto comitive di stranieri sfuggire per curiosità al controllo della guida turistica, abbandonare il sentiero di sicurezza della fila indiana per affacciarsi sul Tevere: nel fiume qualcosa attira la loro attenzione. E non capiscono se sia verità o l’ennesima, patetica attrazione di questa Roma Disneyland con gladiatori e antichi romani in costume che sudano sotto gli elmi e gli scudi, fumando e addentando pizza bianca farcita. Un corpo a faccia in giù galleggia nella corrente annoiata di agosto. Le canne emerse per l’assenza di piogge lo rallentano, lo fermano, e, a contrastare la corrente, gli impongono evoluzioni, capriole, giravolte.

I turisti pensano al partigiano del film Paisà ucciso dai nazisti trascinato dalla corrente del Po. Immaginano un set, si guardarono intorno, cercano le cineprese, le comparse, il regista. No, non è finzione.

Altra gente si accalca sul ponte Vittorio Emanuele. Accolgono il corpo che avanza su un versante e poi si allontana sull’altro. Attraversa le campate dei ponti Principe Amedeo, Mazzini, del ponte Sisto, Garibaldi. Indugia all’altezza dell’isola Tiberina non sapendo se scegliere il ponte Cestio o il Fabricio, per qualche attimo scompare tra le rapide delle cascate per poi tornare in superficie e continuare la sua lenta corsa attraverso tutta Roma con la testarda volontà dei cadaveri che vogliono arrivare sino al mare per trovare pace. Il raccapriccio della città a poco a poco diventa semplice curiosità. Al tramonto si è ormai spento nella noia mentre il fiume continua a scorrere per versarsi nel Tirreno.

Li ho visti. Si offrono agli sguardi solo per sottrazione degli altri diversivi nella città che si svuota e per moltiplicazione nello sconforto demografico. Sono gli anziani, i vecchi di Roma, fossili come le pietre dei Fori, silenziosi come le catacombe chiuse ai turisti, forastici come i gatti di Torre Argentina. Animali mimetici che si confondono nella città operosa. Come tutti i consumatori certificano l’esistenza in vita sugli scontrini degli acquisti nei supermercati glaciali di aria condizionata e nelle botteghe di quartiere. Solo nella luce piena di agosto, senza altri nascondigli e distrazioni, è possibile registrare la loro presenza. Soli di una solitudine che lievita e tutto inghiotte durante la giornata nella città estiva: dall’illusione della luce del mattino all’estasi del pomeriggio soffocante, dal pasto serale al tavolo della cucina con il balcone spalancato per invitare a cena le voci della città, sino al sonno come un anticipo di morte. Ma i vecchi vivono l’esistenza dei fantasmi in carne e ossa, spettri senza trasparenza.

Li ho scoperti a villa Celimontana mentre cercano fresco e riparo sotto i salici piangenti, li ho notati per contrasto con i bambini privi di villeggiatura che giocano a rotolare come cadaveri senza governo dalle pendici del parco giù giù sino alla pista di pattinaggio. I vecchi osservano i bambini e i bambini guardano i vecchi dai vertici opposti dell’esistenza. Riflessi nello specchio dell’altro ciascuno contempla il mistero di essere al mondo nella parabola indicibile e assurda della vita. I vecchi sopportano i bambini solo nello spazio neutrale dei giardini pubblici.

Proprio per le ferie di agosto i figli tornano dalle residenze lontane per un breve soggiorno di visita e di saluto nelle acque morte delle ferie agostane. Si appoggiano nella casa del nonno in attesa della coincidenza del volo, per comprare i costumi e i giochi d’acqua ai nipoti, per una cena di commiato alla pizzeria ai Marmi di Viale Trastevere che in romano chiamano l’Obitorio.

In casa c’è solo il nonno perché la nonna è morta. È lui che nell’accudimento degli ospiti si sbraccia nei servizi di casa, lava i piatti, rassetta. E quando la nuora gli grida «Papà, riposati», lo invita  a mollare la presa sulle attività quotidiane, lui risponde che invece è contento di quella fatica perché da quando è vedovo lava solo un piatto, una padella e una piccola pentola.

Ma è troppo prossima la convivenza con i nipoti bambini, troppo pervasivo il fracasso dei loro giochi, dei litigi e delle zuffe. I bisogni  e le speranze della famiglia del figlio non gli appartengono più.

Nemmeno il loro odore. Colonie e deodoranti, il sudore dei bambini, hanno cancellato il profumo della moglie che ancora riesce a riconoscere a folate di pochi istanti. Lo ha sentito appena sveglio al mattino. Il rumore del ventilatore gli ricordava l’elica del Fokker del viaggio di nozze. Costiera amalfitana. Un’altra estate. Sotto il lenzuolo l’erezione fastidiosa di istinti abbandonati, sogni che non ricorda più. E il profumo della moglie nel sentore di sudario dei cuscini.

Lo ha sentito ancora, a ora di pranzo, sventolando la tovaglia sul tavolo della cucina. E ancora, aprendo l’armadio per cambiarsi: l’odore dei vestiti della moglie che non ha cuore di regalare. «Potresti portali alla Caritas per chi ne ha davvero bisogno: papà, sono ancora in ottimo stato», suggerisce la nuora.

Coglie ogni scusa per uscire, per fare la spesa, per attività di fantasia inventate al momento. Per sottrarsi, per fuggire. Non ama che quella donna, la moglie del figlio, in fondo un’estranea, lo chiami papà. Ricorda i commenti della moglie sul letto a pochi giorni dalla morte: quella non era la donna adatta per il figlio, così formale, così altezzosa negli sguardi, così diversa.

Al supermercato scopre di avere dimenticato la lista della spesa. Attraversa i corridoi con gli scaffali domandandosi: cosa mi manca? Il pensiero della spesa era il pensiero della moglie. Lei regolava tempi e modi degli acquisti. Lui spingeva il carrello e guardava il mondo. Adesso deve governarsi da sé, inventariare, stabilire la gerarchia delle necessità, distribuire gli acquisti dei generi più pesanti nella misura accettabile per le sue forze. Ma la memoria è sgomenta: nessuna lista della spesa, nessun acquisto riuscirà a riempire il vuoto, a ripristinare la routine della sua vita.

Oggi ha comprato solo una busta di biscotti secondo il consiglio della pubblicità in tv: una donna anziana, una nonna, che sforna per i nipotini la fragranza della sua pasta frolla. Sarà il suo pranzo.

Non vuole tornare nella casa assediata dalla famiglia del figlio, dai loro odori, dai loro rumori, dalle loro urgenze, dai loro progetti che hanno il respiro del futuro. Lui ha solo la contingenza. E la memoria. Con la confezione dei biscotti in una mano sale sull’autobus. Eccola la città vuota. Stremata dall’assenza, dalla fatica delle carovane dei turisti, dalle saracinesche abbassate. I compagni di viaggio sono come lui: anziani con una sporta in mano. Non sopporta quel riflesso della propria condizione. Gli sembra esausto, così prossimo al capolinea che non arriva mai. Scende alla fermata della Chiesa Nuova, in corso Vittorio Emanuele. Il mercato di Campo de’ Fiori sussulta di calore e di folla: si addensano stranieri e romani che ad agosto possono permettersi di non lasciare la Capitale e di acquistare mazzi di tuberose. È troppo anche per il suo bisogno di distrazione.

Piazza Navona sembra congelata di calore nei suoi riverberi di luce. Si spinge sino a piazza del Popolo che sembra ricoperta d’asfalto bollente. Poi il Pincio nella fatica della salita, incrociando in processione turisti e ragazzi. I ragazzi. Quanto volte, proprio lì, tra i viali di villa Borghese senza malizia li ha osservati pomiciare, baciarsi a bocca aperta come a sfamarsi, toccarsi e abbracciarsi simulando l’accoppiamento. Con tenerezza avrebbe voluto avvertirli, avvisarli che l’amore, la vita, è una caduta senza ritorno, un volo senza paracadute, un’equazione senza soluzione. «Vecchio sporcaccione» gli ha urlato il ragazzo cogliendolo assorto nelle effusioni con la fidanzata. Ha minacciato di chiamare i carabinieri. Adesso sta alla larga dalle coppiette di giovani.

Attende l’autobus del ritorno in viale Washington. C’è un altro anziano all’ombra del tiglio. Come lui. Uguale a lui. Gli chiede se riesce a vedere il numero del bus che sta arrivando. Quello gli risponde: «Perché, c’è un autobus?». È quasi cieco. Un naufrago d’agosto. Ha perso la strada del ritorno. Senza rotta come una tartaruga di mare. Le porte si aprono ma nessuno dei due sale a bordo. Ha deciso: accompagnerà lui stesso quel vecchio più vecchio di lui.

Li ho visti stanchi, claudicanti, uno accanto all’altro avanzare lungo Muro Torto, sfiorati dalle automobili che cercano refrigerio nella velocità a ogni costo. Ai guidatori sembravano un’allucinazione nel deserto di Roma. Li ho visti mano nella mano entrare nella galleria all’altezza di Via Veneto, nel buio sotterraneo del tunnel. Finalmente liberi dalle illusioni e dalle promesse della città. E non avevano paura.

ARTICOLO n. 42 / 2021

RESTI

ESTATE A PALERMO

Ho ritrovato guanti da giardinaggio e una cesoia, una vanga e sacchi condominiali. Ho cominciato dalla strada di casa. Ho prelevato immondizia, rasato aiuole, spalato escrementi di cani e guano di strada, quelle stratificazioni di rifiuti da asporto che sole e pioggia impastano e solidificano, qui, fino a farne una crosta, una seconda pavimentazione a bordo marciapiede, dove pure fiorisce una flora informe, sterile e furiosa di vivere. A fine giornata, la strada di casa era sgombra di tutto.

Ho dormito come il primo giorno, dopo la fatica di nascere. Oggi ho attaccato le vie circostanti, le traverse. In poco tempo, ho riempito tutti i sacchi: dieci in un giorno e mezzo! Ma ovunque, agli angoli, agli incroci, si accatastano ante dismesse, divani in attesa di prelievo, stazionano cassoni di camion zeppi di detriti, braccia e gambe di stoffa fuori dai contenitori e il resto a mucchi a terra, fra reflussi di fogna e rami di palma venuti giù da cinquanta metri e rimasti a impedire il transito, come barricate. Prima camminavo a testa bassa, adesso che non c’è più nessuno da cui difendermi ho aperto gli occhi.  

I primi ad andarsene sono stati quelli di casa. È già successo. Aspetta e vedrai, gridano. Hai il potere di allontanare tutti! E  spariscono. Tre, cinque, dieci ore. A tarda notte rientrano, i grugni, gli occhi a terra. Ognuno in camera sua. Così non mi sorprende più trovare la casa deserta, rientrando dal lavoro. Tardi, come sempre.

Dopo il lavoro, vado nell’unico posto della città senza città: il Tribunale. Qua, finestre senza voci e senza panni. Strade lisce. Auto niente. Niente fantasmi d’alberi, stracci di aiuole, balconi carichi, colori, immondizia niente qua, e i rancori del traffico arrivano lontani. Pochi passanti, tra un corpo e l’altro degli uffici. Simulazioni di strade: via del Lume, via dell’Altare, via dei Quattro Coronati. Sono corridoi a cielo aperto, li interrompono doppie porte a vetro per l’accesso controllato alle aule. In via dei Quattro Coronati si può arrivare fino al cancello. Sono contento di trovarmi di qua, come si guarda il leone dentro la gabbia.

Di là, auto sequestrate fatte tana e cassonetto. Frigoriferi a bocca aperta, lavelli e water divelti, accanto a lattine mezze vuote con la cannuccia dentro, carcasse di bestie maciullate da un’auto in corsa o integre, le pance enfiate, le zampe stecchite, ronzanti nugoli di insetti. Di qua, attendo che il ringhio si plachi, che la città si faccia di nuovo percorribile. E torno a casa.

A casa, apro il mio barattolo e la mia bottiglia, poi annego. In piena notte rumori di chiave, di porta. Tornano, mi dico. Ma i rumori non concludono, così mi alzo. Nessuno, all’ingresso. Allo spioncino inquadro i vicini che, senza accendere la luce, carichi, lasciano il pianerottolo.

Tempo di ferie. In ufficio siamo in due da una settimana. Una mattina una mail mi avvisa che il collega è in malattia. È stato male fuori città, e ci resta. Seguono istruzioni su come aprire, attivare e disattivare l’allarme, dove lasciare le chiavi. Non posso fare io tutto il lavoro, ho replicato. Nessuna risposta. Ma la mia non era una domanda. Neanche una mail. L’ho detto al muro, ad alta voce.

Non sono più tornati. Neanche i vicini. Il palazzo sembra deserto. Tempo di ferie. O merito mio. Prendo il mio barattolo e la mia bottiglia e la pulsazione torna regolare, il cervello è imbottito di silenzio. Poi all’improvviso un lampo mi taglia la testa. Mi sveglio. Mi guardo intorno. La solitudine mi assale sotto forma di euforia. Mi precipito al supermercato sotto casa. Dentro, solo una commessa alle casse, una guardia giurata poco aitante al cellulare si fa gli affari suoi. Prendo il primo barattolo e la prima bottiglia che mi capitano e li faccio passare sul nastro: – Che fa stasera? – La donna solleva le palpebre cariche di nero, la stoppa bionda. – Roba pronta. Non ho tempo, io.  – E alza il piombo sulle palpebre: – Parto. Lei no? – Così pago e l’aspetto all’uscita del personale. Il fragore delle saracinesche in chiusura copre il fracasso che facciamo, perché all’inizio reagisce, e il mio barattolo e la mia bottiglia vanno a terra. 

Non ho voglia di tornare a casa, dopo. Ho daccapo la nausea e l’ovatta nel cervello. Barcollo fino al Tribunale. Fisso gli ultimi passanti, di ciascuno pensando che stia per aggredirmi. Poi non passa più nessuno, si accendono le luci sui nomi dei caduti per mafia, sulle colonne in acciaio e granito che stanno a rappresentare le ferite dello Stato. Fino a quando non noto un movimento ai piedi di una vetrata. Scatto in guardia. Un grosso uccello. Un gabbiano? Ci minacciano a stormi, ci gridano furiosi, scendono in picchiata in cerca di cibo. Lo fisso. Non ne so nulla di pennuti. Ma è troppo grigio, picchettato, il capo spelacchiato, gli occhi tutta pupilla: precipitato da un’era aborigena. La punta ricurva del becco tocca la vetrata. A ogni soffio di vento, ogni sospetto di vita, zampetta, si assesta. Non accenna a volare, ma non pare infortunato, piuttosto instupidito davanti a quell’altro riflesso nello specchio. Grrrgnau, faccio. Lui trema, zampetta, non si leva, incantato. M’incanto anch’io. Non può finire così. 

Così ho preso l’auto. Ho cominciato dal quartiere. È vero che è notte, ma i palazzi hanno le orbite cave, tutti. Non una festa, un insonne. Sono andato oltre, verso i quartieri nuovi. Qua e là ancora qualcuno, pochi. Così riprovo l’indomani, e l’indomani ancora. Mi acquatto agli angoli. Passo la notte a controllare, prendere nota. Tengo il conto. Hai il potere di allontanare tutti, tu. 

E notte dopo notte i conti tornano, soltanto loro. Le luci che si spengono nel buio corrispondono alle auto in meno, ai parcheggi disponibili, ai negozi serrati, gli uffici chiusi. Ai semafori che cambiano solo per me. Fortuna che esistono i distributori automatici, mi dico ogni notte, facendo rifornimento. Di diesel, cibo. Di bibite e caffè. Farmaci. Sigarette. Fortuna o questione di tempo. Ho perlustrato la città quattro volte in modo da ripercorrere le stesse zone in quattro fasce orarie diverse. Ci ho impiegato dieci giorni e adesso ci credo. Il silenzio per le strade su cui la mia auto fila senza intoppi mi sfila la garza dal cervello: Palermo emofiliaca, finalmente.

Così ho ritrovato vanga e sacchi, e ho incominciato dalla strada di casa. Il mio lavoro inizia adesso! Ma oggi mi vien voglia di morire come ieri l’ebbi di nascere. La città vuota mi appare aumentata, ingigantita, elevata a potenza dalla merda che la ricopre a strati da secoli e lasciata lì a seccare, a farsi nuovo cemento, contro me solo. Getto vanga e guanti. Mezzogiorno di sole implacabile e di sega nel cervello. Se almeno fossimo in cento, penso, in dieci, o anche in due… Poi ripenso all’uccello incantato dal suo riflesso e accelero verso il Tribunale.

Ma sono passati giorni ed è ancora là. Non ha bevuto, né mangiato. Non ha lasciato lo specchio che lo incanta e con la punta del becco sfiora come se scottasse. In fondo al buco nero della pupilla registra la mia presenza, e zampetta avanti e indietro, avanti e indietro come in un nastro che s’inceppa, un singhiozzo del presente. Così prendo una pietra da un’aiuola, la liscio, la scaglio, un’altra, un’altra ancora. Il buio sbarrato nella pupilla lo fa zampettare freneticamente avanti e indietro ma niente, non vola e non lo prendo. No, non può finire così. E mi rialzo come un albero che cresca a vista d’occhio: se fossimo in cento, in dieci o in due, sarebbe solo peggio.

Non dispongo di camion e ruspe, e i corpi bozzoluti dei sacchi che ho riempito nereggiano agli incroci. La città sulla città, l’architettura di scarti umani, vegetali e minerali che ha costruito edifici sugli edifici, che rovescia le case sulle strade e popola i marciapiedi di carcasse di plastica e latta è lì immobile, come avesse messo radici, come un’immensa blatta letargica, sorda, morta su tutto. Ma l’ultima pietra che avevo raccolto e non ho scagliato la lascio andare e rotola. La fisso. Palermo è in discesa.

Così cerco su internet, ma su internet si trova poco o niente. Decido di entrare negli uffici dell’Amap, è un edificio antico e dopo tre calci ben assestati spacco un’anta, ci entro. Ci passo giorni a fracassare vetrine di archivi, rovesciare tutto. A trovare, leggere, capire.

Il secondo atto è procurarmi una chiave di manovra. Entrare in un centro commerciale non è come all’Amap. Quando spacco il vetro d’ingresso aiutandomi con un ferro e l’allarme scatta, corro in un angolo a tremare. Vengo fuori mezzora dopo che tace, e tacciono gli ululati dei cani tornati randagi, tutto intorno. Ne prendo di varie misure. Ora devo solo studiare la mappa trovata e aspettare.

Il giorno lo deciderò incrociando le previsioni meteo di tutti i siti: non posso permettermi di sbagliare. Comincerò dalle periferie di nord-ovest, quelle ai piedi di Monte Pellegrino e della Piana dei Colli. Poi correrò a Passo di Rigano, che è ai piedi di Bellolampo, e in via Pitrè, che è ai piedi di Baida, e in corso Calatafimi, che scende da Monreale. Da Altofonte e Villagrazia invaderò Pagliarelli, da Monte Grifone Falsomiele, da Gibilrossa Ciaculli e la Bandita, da Villabate Acqua dei Corsari e Ficarazzi. La mappa parla chiaro, e i punti di attacco li so fradici, è il caso di dirlo. E allora rido. Palermo ai miei piedi, finalmente.

Ma la notte prima non ho dormito. Alle cinque ero pronto, e anche il cielo lo era, carico, furibondo. Mappa alla mano, ho raggiunto uno a uno gli idranti indicati, soprasuolo, sottosuolo, quartiere per quartiere. Il primo di ogni tipologia mi ha richiesto uno sforzo da levarci mano e buttarsi a mare, per la smania di rinfrescarsi e farla finita. Poi ho capito il verso. E ho acceso una a una le luci. Palermo incoronata. Ogni polla schizza come una fontana imbizzarrita, una cascata invertita, una gioia pazza di devastare. Ma non c’è tempo per contemplare. Corro in auto, schivo il lago che cresce, slitto sul fango, attacco il prossimo. Il cronometro mi insegue, minuti 54 secondi 35, incluso il tempo per mettermi in salvo, ma ce la faccio, sì. È quando apro l’ultimo a Villabate che trasalgo.

E guido contro la fiumana che cresce, sbando e riprendo, sbatto fiancate e me ne fotto, solo bado a non morire, devo arrivare, adesso. 

Al Tribunale risaia e palude fermo l’auto. L’uccello aborigeno è ancora là, mezzo sommerso, ma non vola e non nuota, è l’uccello del non. Ho l’acqua alla cintola quando senza esitare piego un braccio, lo prendo, e lui ritira le zampe, si accovaccia come se lo aspettasse. 

Contro l’acqua del cielo, che adesso scende sempre più fitta sull’acqua di terra, scavalco onde e mi schermo, schermo lui che non fugge. Raggiungo il rifugio preparato nei giorni come un nido: è in cima al grattacielo INA che scopro accarezzandolo che sotto le piume grigie ne spuntano di bianche, che anche la testa sbianca e il becco si fa giallo. Guarda con me, cucciolo.

Ai nostri piedi, l’acqua del cielo gonfia l’acqua di terra e tutte insieme insorgono le acque di ogni tempo, i cinque fiumi che questa città interrò premono contro il tetto d’asfalto, sboccano dalle fogne mentre la città romba sotto il loro straripamento. E mentre il temporale infuria, la pressione sotto si fa incontenibile, come uno spirito evocato in pieno sonno eterno si adiri d’essere destato e s’infoia di tornare al mondo, non fosse che per rabbia, per portarci via tutti. E tutto freme intorno: crolli e voragini erano nel conto. Ma lo spettacolo migliore non è questo: l’acqua che ora scende a marosi dalle colline trascina con alberi e case frigoriferi e cassonetti, strappa radici alla jungla di netturbe, gratta l’antico fondo di scorie e fecce, e il galoppo delle correnti va dove tutto va quando non sa dove, a mare. Se fossimo stati in cento, in dieci, anche in due, non si sarebbe fatto. 

E tu crescerai, bianco e potente, le zampe ferme, il becco giallo, il candido piumaggio, e imparerai senza paura a volare sul Cassaro rinnovato, sulla Cattedrale splendente, sui tetti che specchiano il cielo, sulle facciate ritinte, sulla città spogliata fra il mare e la Conca, ora timida e linda sotto il sole che spunta, che ho cambiato per te, Palermo appena nata, lucida e salva.

ARTICOLO n. 41 / 2021

GUERRA

ESTATE A VENEZIA

Sei arrivato a Venezia che faceva già caldo, era inizio giugno. Venivi da Milano che non ti rispondeva più al telefono, venivi da quella piatta e desolata città priva di sentimenti dove nulla accade e nulla si muove, ma l’avevi imparato troppo tardi. Milano è ferma, statica, perenne nella sua immobilità, l’unico modo per darle vita è agitarsi, muoversi, avanti e indietro in continuazione, dentro e fuori in continuazione, come un massaggio cardiaco, l’unico modo possibile per darle vita, un cuore. Te l’eri immaginata come Parigi dove è possibile stare fermi e guardare, dove è possibile vedere il mondo che invecchia mentre tu nemmeno te ne rendi conto. I caffè a Parigi servono a quello, a guardare cosa succede, dimenticandosi finalmente di se stessi, ma lasciando se stessi sopra al palco.

Sei venuto a Venezia che l’estate già si palesava nell’umidità ossessiva che non ti abbandona mai, nemmeno quando sembra che una leggera brezza possa salvarti la camicia. Prima, poco prima, venivi da Roma. Caterina ti parlava a voce bassa e sorriso sempre aperto e dolce, avevi amato il suo tono di voce, elegante e accogliente. Quella sera nel trambusto del Perù lei parlava con quel movimento tranquillo delle labbra e tu invece ti domandavi se i suoi genitori l’avevano chiamata così per quella canzone, quella di De Gregori, l’età dei suoi corrispondeva, pensavi e intanto non l’ascoltavi più.

A Venezia è impossibile mettere a fuoco, ma è obbligatorio guardare, mai come lì osservare e capire corrispondono, mai come a Venezia nulla è mai del tutto comprensibile, tutto è sempre aperto e passibile di correzione e cambio di rotta. Dipende dal tempo, dalla marea, dal fatto che qui tutto si muove, tutto è vivo e in mutazione. Faceva caldo e tu avevi trovato un posto dove stare, una casa dove vivere. La città verso sera tornava vuota e il bacino di San Marco all’imbrunire ti ricordava una natura morta di Giorgio Morandi, nessun contorno definito, solo oggetti sospesi. Pensavi di sentirti libero, ma sapevi di aver scelto un posto dove terraferma e campagna, Mirano e New York sono sinonimi. Per sentirti libero quell’estate avevi scelto di essere esterno e altro, solo con gli occhi.

A Venezia non ci si perde, anzi ci si ritrova sempre al punto di partenza. Lo avevi capito dopo pochi giorni, giravi e giravi, ma giravi troppo, tanto che sempre in quelle quattro calli finivi, ma senza mai capirne il senso. E così stremato dal caldo che da sempre ti ammazza, tu uomo di montagna (negato per la montagna) ti sei seduto e sei tornato da dove eri partito, lontano da chiese e da musei, lontano dalle persone se possibile. Già perché non capivi nulla di quello che ti dicevano. A Venezia il dialetto è lingua, è corpo puro. E prima di arrivare alla lingua la strada è lunga e passa quasi sempre per le mani.

Ti sei seduto in un posto perché era vuoto, non che i turisti non ci fossero, ma se inizi ad abitare a Venezia scompaiono come umani e restano come ingombri, fastidiosi come i piccioni. Elementi di una guerra in corso che non lascia tregua. D’estate Venezia diventa una città in perenne resistenza, non che i turisti siano gli invasori, ma ricordano molto i sacchi di sabbia alla finestra, il segnale più evidente di una lotta che vada come vada farà più male che bene.

Ti sei seduto e non hai capito più niente, hai smesso per una volta nella vita di lottare contro i mulini a vento che girano come pazzi in vestaglia nella tua mente. Pensavi di bere acqua e hai bevuto vino, pensavi di mangiare insalata e hai mangiato pesce, pensavi di non prendere nessun dolce e lo hai preso. Ti sei imposto per avere il caffè e hanno riso come fosse uno scoppio e te lo hanno offerto. Ma sei restato, hai provato a non badare a tutta questa confusione a non confondere l’accoglienza con l’ostilità. E hai imparato a guardare le mani che a Venezia sono legni grossi, di quelli che si trovano alla deriva sulle spiagge, legni contorti, ma buoni per fare barche. Erano mani grosse che avevano movimenti leggeri, buone per accarezzare, per cucinare e offrire, per darti improvvisamente – non richiesto, ma ben compreso – rifugio, che sia per mezz’ora che sia per la notte.

Sei stato fermo e hai iniziato a capire che dovevi mettere distanza per mettere un po’ a fuoco prima che il movimento ti sorprendesse nuovamente e ti lasciasse ancora una volta perduto. Avevi capito che non dovevi inseguire che dovevi lasciar scorrere perché a fissare le cose, a dargli un nome e una casella rischiavi solo di costruirti schemi e pregiudizi, e a Venezia in calle chi ha pregiudizi poi cammina solo.

Poi un giorno è arrivata Eleonora, non la vedevi da mesi, ti è sempre piaciuto il suo sorriso. Non tanto quando ride e subito chiunque capisce che è di Roma, ma quando sta come sul tram e la linea della sua bocca diventa irregolare come quella che Schulz disegna come bocca ai suoi Peanuts. Di solito quando Eleonora è così o si è dimenticata qualcosa o qualcosa la sorprende. Subito ti ha fatto l’elenco delle cose che avevi visto in oltre un anno che eri lì, ma tu non avevi visto nulla e giusto per non incorrere nella classica domanda, «Ma allora cosa hai fatto?», hai finto e anche se lei probabilmente se ne è accorta ha fatto finta di niente e ti ha trascinato alla Scuola Grande di San Rocco.

Era passato un anno dal tuo arrivo, e ora la pandemia iniziava a mollare un poco la presa, ma la città restava straordinariamente deserta e i piccioni con cui avevi ingaggiato – secondo te – una relazione emotiva e sensoriale erano sempre più affamati e aggressivi. La Scuola Grande era vuota, ci eravate solo tu, Eleonora e pochi altri. Tu vagavi, lei sembrava più sistematica, a te piacevano le sedie rosse.

Vi siete trovati entrambi a fissare il pavimento e avreste voluto attraversarlo a quattro zampe, almeno tu avresti voluto, come quando d’estate a casa giocavi sul pavimento di marmo freddo e liscio al giro d’Italia con dei piccoli ciclisti in plastica e un paio di dadi. Attraversavi dalla sala alla cucina, dalla camera da letto alla lavanderia e sudavi fino a scivolare e a restare stremato a «fine tappa» con il caldo addosso e tutto madido di sudore.

Siete usciti, lei ti ha parlato e tu l’hai ascoltata, ma fino a quando non siete entrati in una vecchia bottega di carte marmorizzate non è che hai capito molto, tuo solito. Di fronte alle carte ebru Eleonora ha iniziato a perdere la testa, il signore, l’artigiano che le faceva era elegante e affilato, le parlava con un tono di voce lento e accarezzava con delicatezza i fogli. Le ha mostrato dei quaderni rilegati e anche delle cornici. Non le diceva più di quanto fosse necessario e lei sembrava essere in apnea, mentre tu iniziavi a capire cosa lei ti aveva tentato di dire per tutto il giorno, ma hai deciso comunque di tacere. Eleonora ha comprato due quaderni e una piccola cornice, era felice come una bambina e si vedeva. «Mi chiamo Alberto», ha detto il signore, tu gli hai stretto la mano, Eleonora ha detto «Mi chiamo Eleonora» e gli ha baciato la guancia come fosse in un tempo eterno.

I nomi a Venezia sono sempre i nomi propri così che anche i cognomi, se proprio servono diventano nomi propri. I nomi a Venezia resistono e pesano, si riconoscono subito e si sa subito a chi appartengono. Non ci possono essere dubbi. E non perché siano nomi strani o particolarmente originali, ma perché in mezzo alla laguna il suono di un nome diventa subito anima. Anche qui ci è voluto tempo, ma poi hai capito.

Hai capito con il tuo passo lento che inciampa comunque, con la tua espressione ottusa che concede sempre così poco all’allegria. E allora Agnese che è Agnesetta, Alberto, Alberta e poi Albertina, Gigi e Toni, Giorgio e Carlo e poi certo Franca e Franco e poi ancora una volta come se non ti fosse bastato Enrica ed Enrico. Hai lasciato a santa marghe Eleonora che partiva. La stazione non ti piace, in stazione non ci vai, Venezia è in mezzo alla laguna e di vie di fuga non ne vuoi più sapere.

I nomi quindi, quelli che ti hanno fatto ridere come quando eri bambino: Aldo Strasse, Denti d’oro. Bisogna stare attenti con il passato a Venezia perché è ineluttabile quanto il futuro, qui tutto è in equilibrio non si parteggia per una parte o per l’altra se no si finisce in acqua. E il passato è numeroso a Venezia e procura quel sottile e irresistibile piacere che non è altro che annegamento, il piacere sottile che arriva poco prima del soffocamento totale.

E tu che sei venuto a Venezia per non farti corrodere dall’euforia di futuri fatti di parole e di corpi vecchi, hai iniziato a giocare pericolosamente con il passato, fino ad innamorarti delle schiene: un uomo alto che ti precedeva tutte le mattine a comprare i giornali e che seguivi lungo le calli, un ponte e poi un altro.

Lo riconoscevi dall’odore del fumo della sua sigaretta, lo sentivi arrivare fino a te e stranamente non ti infastidiva. Non hai mai avuto la curiosità di guardarlo in faccia, ma ti piacevano le sue camicie ampie e a scacchi e il rumore dei suoi passi: un giorno siete andati a tempo con i piedi e hai temuto che si voltasse, non l’ha fatto e hai avuto l’impressione che anche lui fosse del gioco.

E poi la schiena di bambino che avevi visto neonato e poi crescere inseguendolo per farlo ridere, prima i suoi passi incerti poi sempre più veloce. E poi hai smesso, non sai perché, ma hai smesso. 

Se hai mai abbandonato qualcuno, quelli sono stati sempre i figli non tuoi: li hai visti crescere o in alcuni casi li hai fatti crescere con pazienza e parole inusuali per il tuo carattere, ma poi arriva sempre un punto che diventi estraneo e li lasci. Lo hai già fatto troppe volte e lo hai fatto anche a Venezia dove ti salva giusto la luce, dove è sempre possibile coltivare una distanza ottica accettabile, sai che non lo perderai di vista anche se hai perso il suo affetto. Chiedi di lui in continuazione come fosse un parente lontano mentre corre a qualche centinaia di metri da te lungo le Zattere, esagitato ed euforico come ricordi di essere stato tu alla sua età. E questo ti fa nuovamente paura.

Altro che Parigi, Venezia sì che non finisce mai e hai imparato cosa è il Lido, cosa sono le isole e cosa è quel lungo viaggio lento che è stare in barca in mezzo alla laguna. Hai imparato come impari tu: addormentandoti mentre altri remano, coprendoti quando c’è il sole e scoprendoti quando tutti sanno che pioverà. Hai capito, hai capito male, ma qualcosa in testa ha iniziato a suturare e poi piano piano le cicatrici si sono levigate fino a lasciarti solo un’ombra sul corpo. Quando hai iniziato a comprendere che non è sempre necessario ferirsi per capire qualcosa, sei arrivato in piazza San Marco, avevi bisogno dello stupore, avevi bisogno di vederla come per caso. L’hai lasciata per ultima pur sapendo che ci sarà sempre altro ancora, ma intanto sei arrivato come si arriva al desiderio, con concitata noncuranza. Ci sei arrivato e per te è stato come tornare a casa, senza bisogno di ribadire a te stesso chi sei perché tutto è lì da vedere. Che è anche l’unico modo possibile per stare in mezzo ad una piazza senza occuparne lo spazio, diventando tu stesso quella pietra o quel coppo, quella porta o quella maniglia. Eccola lì piazza San Marco con la sua bottiglia dal collo lungo, con la brocca panciuta e l’anfora con le curve sinuose, la tazzina senza manico davanti a tutto. Ecco la linea del mare su cui si stagliano tutti questi oggetti, slegati da te, dalla tua storia e dalle tue ridicole noie quotidiane. Vorresti un kipferl come ti ha spiegato in un vecchio documentario Goffredo Parise che forse in maniera un po’ troppo compiaciuta, ma divertente se ne mangia più d’uno tra i piccioni e l’orchestrina in una giornata di fine anni Settanta. Vorresti capire come si fa a restare senza ingombrare, ad amare senza opprimere, a domandare senza pretendere una risposta. Guardi l’orizzonte, ascolti i rumori e tutto riconduce all’acqua, anche il caldo che proprio ora sembra darti un po’ di tregua. Chiudi gli occhi e li riapri, sei a Venezia e non hai visto nulla, puoi esserne felice.

ARTICOLO n. 40 / 2021

LEGGERE È UN GESTO POLITICO?

C’è un piacere segreto che deriva dal leggere i diari degli scrittori. Non è quello intrusivo di chi scava nel dolore degli altri. È piuttosto quello della coincidenza, della sincronicità, del potersi rispecchiare non tanto nelle vite di chi scrive, quanto nelle sue letture. Questo senso di meraviglia per me ha raggiunto un picco nei diari di Susan Sontag che vanno dal 1947 al 1963, raccolti nel volume Rinata. In quasi ogni pagina, dai 13 ai 30 anni, Sontag registra soprattutto le sue letture e il rapporto con gli autori. Scoprire di aver letto o di stare leggendo, proprio ora, lo stesso libro che in un certo momento ha letto anche Susan Sontag è una gioia indescrivibile. I suoi diari sono anche pieni di liste: libri da comprare, libri letti, libri da leggere. Anche io, scrivendo Il capitale amoroso, sono partita da una lista. Le liste di libri sono uno strumento imprescindibile per lo scrittore, a patto di non seguirle per davvero. Si comincia con il primo volume, che rivelerà una verità inaspettata, che a sua volta richiede una lettura inaspettata. Così ho scritto questo libro, ma soprattutto così mi sono sempre rapportata con le cosiddette letture di impegno: dall’una dipendono tutte le altre.

In Italia, il dibattito su letteratura e impegno sta conoscendo una nuova fioritura, testimoniata anche dall’uscita del dibattuto libro di Walter Siti Contro l’impegno, che mette in discussione l’uso del bene in letteratura a partire dalla critica di alcuni autori impegnati, come Roberto Saviano e Michela Murgia. In un momento di transizione (e polarizzazione) come quello che sta vivendo la società italiana, con qualche anno di ritardo rispetto agli Stati Uniti, è normale e necessario che gli scrittori prendano posizione riflettendo sulla propria funzione. Ma ben poca attenzione si rivolge al di fuori del perimetro della finzione: che ne è di tutti quegli autori e delle autrici che hanno come unico fine, dichiarato e inequivocabile, quello dell’impegno? Se qualcuno percepisce come un problema il fatto che non esista più una letteratura nuda, capace di esistere senza alcun secondo fine, allora bisogna riconoscere anche l’assenza della sua controparte, una saggistica militante che sceglie da che parte stare.

Oggi le letture che faceva Susan Sontag a vent’anni non sono affatto comuni (ma non ho dubbi che lo stesso valesse anche in passato) e il piacere della sincronicità si è fatto più raro. Le motivazioni di questo fenomeno sono tante e complesse: la più immediata è che è venuta meno la necessità di maturare una coscienza politica. La mia generazione è cresciuta nella convinzione di avere a portata di mano tutti gli strumenti necessari per affrontare il mondo, missione tutto sommato facile se si è ben organizzati e volenterosi. Nonostante le continue evidenze di questa fallacia, siamo portati a credere che il nostro destino, di esseri umani e di società, dipenda esclusivamente dalla responsabilità individuale. In questa prospettiva di progettualità, dove all’apparenza non esistono ostacoli se non quelli che ci auto-imponiamo, è chiaro che maturare una coscienza politica non serva a granché.

Le occasioni di confronto e di dibattito politico a partire dai testi sono poi diventate sempre più rare, persino in ambito accademico, dove il ritmo delle lezioni è talmente serrato da non lasciare alcuno spazio per questioni che esulino dal programma d’esame. Tralasciando l’ormai proverbiale «corso sul marxismo» promosso dagli inarrendevoli militanti fuori dalle facoltà umanistiche, non riesco a ricordare un solo momento in cui mi sia stata proposta una lettura impegnata al di fuori della bibliografia d’esame all’università. Può darsi che sia stata sfortunata io, ma non ho motivo di dubitare che questa versione possa essere confermata dalla maggior parte delle persone che hanno frequentato l’università negli ultimi anni.

L’assenza di questi momenti di confronto pesa anche al di fuori dell’ambito accademico. Gli unici luoghi che mi vengono in mente che sono adibiti a un ruolo simile sono i club del libro, che sempre più di frequente scelgono di analizzare la saggistica, e gli spazi militanti, soprattutto femministi, dove l’analisi dei testi teorici ha un ruolo imprescindibile per l’attivismo politico. A questo proposito, non posso che ripensare alla mia storia di coscienza politica femminista, che di fatto è coincisa con la lettura d’impegno. Il mio primo incontro con il femminismo non è stato con qualche femminista o con qualche circolo, ma con i libri. E ho cominciato proprio dal libro più difficile, non per pretenziosità, ma perché era il primo della lista, di ogni lista: Il secondo sesso di Simone de Beauvoir. Mi ero consapevolmente imbarcata nella più impegnativa delle letture femministe perché sentivo che senza la direzione che de Beauvoir poteva indicarmi da sola non ce l’avrei mai fatta. E infatti ancora oggi quel libro faticosissimo per me rappresenta l’unico punto di partenza possibile.

Il rapporto particolare tra il femminismo, l’impegno politico e le letture d’impegno si riflette in ciò che il femminismo, di fatto, è: una teoria che è anche prassi, e viceversa. La teoria femminista è parte integrante dell’essere femministe e, allo stesso tempo, è l’esperienza delle donne e dei soggetti marginalizzati che informa la teoria femminista. Le letture che il femminismo mi ha permesso di fare rispecchiano la concezione di letteratura impegnata che Elio Vittorini formulò sul primo numero del Politecnico: «Non più una cultura che consoli nelle sofferenze, ma una cultura che protegga dalle sofferenza, che le combatta e le elimini». Questo è possibile perché le sofferenze che hanno innescato l’elaborazione teorica delle donne – non solo personali, ma collettive, sistemiche – non sono mai state considerate come un torto da riparare o come una pena da alleviare, ma come un «tentativo di evadere dalla sfera loro finora assegnata», come scriveva Simone de Beauvoir. Ciò che non smetterà mai di stupirmi e affascinarmi della letteratura femminista è proprio questo senso di trascendenza: non è mai fine a se stessa, non è mai proiettata verso l’interno, non è mai solipsistica, pur partendo dalle questioni più intime e marginali della vita delle donne.

Forse è proprio questa tensione verso l’esterno a rendere le letture di impegno così inattuali in un momento in cui la saggistica mainstream consiste quasi del tutto in libri di self help e manuali di crescita personale. I libri sui temi sociali non mancano, ma spesso finiscono col ricadere nella trappola del sé, costruendo un rapporto verticale tra autore e lettore che non ammette spazi di condivisione. I conflitti politici, dalle questioni di genere a quelle razziali, vengono letti solo nell’ottica dell’autorealizzazione: cosa posso fare per essere meno razzista? Quali comportamenti adottare per essere meno sessista? Interrogativi legittimi, ma dalla prospettiva molto limitata. In fondo, è letteratura che consola nelle sofferenze: prendo coscienza di un problema (ed è già qualcosa) che nuoce agli altri ma soprattutto a me, che mi rendo conto così di essere una cattiva persona, e provo a rimediare nell’orizzonte del privato. A volte, anche solo leggere un determinato libro che parte da queste premesse, ci sembra un atto politico eccezionale.

Molti libri femministi muovono da questa prospettiva, ma hanno anche la capacità di oltrepassarla criticamente. Un ottimo esempio è Tutto sull’amore di bell hooks, uno dei libri che più mi sono stati utili nella stesura de Il capitale amoroso. bell hooks è un’autrice prolifica che ha scritto più di trenta libri su femminismo, razza, classe, marginalità, pedagogia. In tutti vi è un punto di partenza imprescindibile: bell hooks parla sempre di sé, della sua famiglia, del suo matrimonio, della sua educazione, delle sue condizioni economiche. Ma lo fa per instradare la lettrice verso un discorso molto più vasto, dove il personale è solo un pretesto e mai un punto di arrivo. Nei suoi libri, hooks usa il suo piccolo vissuto per parlare dei problemi più grandi che ci siano. Tutto sull’amore a prima vista sembra un libro di self help, a maggior ragione perché tratta dell’argomento che in quelle pubblicazioni va per la maggiore, ma finisce con l’essere tutt’altro, un libro militante che rivendica la centralità dell’amore come azione e come pratica quotidiana di resistenza.

Scrivendo Il capitale amoroso, hooks mi ha ispirata non solo nei contenuti, ma forse ancora di più nella postura. Mi ha mostrato, pur senza mai dirlo esplicitamente, come rompere il meccanismo della singolarità, confutando l’idea che il mondo inizia e finisca con la propria esperienza e l’ha fatto proprio a partire dalla sua. Se la letteratura contemporanea, e la non fiction in particolare, non riesce più nell’intento di incidere sulla collettività e di orientare il cambiamento, è perché spesso manca di questa visione necessaria per uscire dall’impasse dell’antipolitica. Già solo il risvegliare una presa di coscienza, non nell’ottica della crescita personale ma della politica nel senso più ampio, è il miglior intento che un pamphlet, un manifesto, un saggio possa darsi al giorno d’oggi. 

Scriveva Susan Sontag il 20 settembre 1963, in una delle ultime annotazioni di Rinata: «Leggere per me è fare incetta, accumulare, immagazzinare per il futuro, riempire il vuoto del presente. Fare sesso e mangiare sono attività completamente diverse – piaceri in sé, per il presente – che non sono al servizio né del passato né del futuro. A loro non chiedo niente, neppure un ricordo».

ARTICOLO n. 39 / 2021

FANTASMI

ESTATE IN GIAPPONE

Nagoya, Giappone centrale. Primo mattino.

Il caldo aumenta attimo dopo attimo e la luce che oltrepassa i vetri è intensa: il sole sorge presto da questa parte del mondo. Ogni cosa che tocco è già tiepida, il piano di acciaio della cucina, la caraffa di vetro, il miscelatore del lavandino e persino l’acqua che apro fredda. Esco sul balcone per annaffiare le piante e Ōtake san, il mio vicino di casa, sta facendo lo stesso. Ci salutiamo attraverso l’intreccio di gelsomino che ci separa. Lui sta per andare a dormire dopo aver trascorso la notte a suonare malinconiche melodie blues alla chitarra e ad accendere molte sigarette. Il suo locale, un piccolo bar notturno frequentato prevalentemente da musicisti, è chiuso a causa dello stato di emergenza, il più severo dall’inizio di questa pandemia. Dichiarato a Nagoya a partire dal 12 maggio 2021, si aggiunge a una serie di disposizioni che hanno interessato il Paese nel tentativo di limitare la diffusione del contagio. Il Giappone non ha mai previsto veri e propri lockdown, preferendo per lo più misure che si basano sulla cooperazione dei cittadini e delle attività. Ci sono però alcune restrizioni imposte che riguardano in particolare ristoranti e locali, come nel caso di Ōtake san. Nonostante il riposo obbligato, il suo bioritmo resta uguale, mentre la mia giornata inizia ora: voglio andare al mercato che allestiscono nello spazio del santuario a fare un po’ di spesa. Mentre mi preparo, realizzo che questo è il primo anno – dei nove trascorsi qui – in cui ho presenziato a tutti gli appuntamenti ortofrutticoli mensili: la pandemia ha reso la dimensione del quartiere la mia dimensione. E se da un lato ha ridotto il mio raggio di esplorazione dall’altro mi ha fornito una sorta di lente, capace di ingrandire dettagli finora ignorati.

Varcato il grande torii di legno, mi accoglie la bandiera delle buone pratiche in fase di pandemia: oltre ai classici «distanziamento», «indossare la mascherina», «parlare a bassa voce», il divieto di mangiare in loco è sancito dal pittogramma di un omino con un onigiri nella mano destra, uno spiedino nella sinistra e la bocca spalancata, il tutto barrato da una diagonale stentorea. In effetti, rispetto alla consueta moltitudine – soprattutto nella stagione estiva – di banchi dedicati allo street food come yakisoba, dango, taiyaki, e rinfrescanti cetrioli crudi sullo stecchino (!) ce n’è solo uno di takoyaki che non ha nemmeno acceso le piastre. Se fosse un normale mese di giugno non solo le mandibole dei visitatori sarebbero già in azione, ma tra il verde brillante degli aceri vedrei i giochi dedicati ai bambini, come la pesca di pesci rossi o di piccoli palloncini che galleggiano sull’acqua, accerchiati da un mattiniero e nutrito pubblico.

La venditrice del banco delle verdure per un attimo dimentica la consueta compostezza, si sbraccia, vuole che mi affretti perché sono rimasti gli ultimi germogli di bambù. Oltre che buoni, i germogli di bambù freschi, hanno una sinistra bellezza: sembrano corni di un qualche animale fantastico. «L’anno prossimo vieni con noi a raccoglierli,» mi dice lei, nascosta da un cappello di paglia e da una mascherina con motivi floreali. «È un po’ faticoso ma dà molta soddisfazione, vedrai. Speravamo di poterti invitare già questa volta, ma con il covid…» reclina la testa e stringe gli occhi in segno di vero rammarico.

Io sorrido, sperando che lo capisca dal mio sguardo.

I germogli di bambù si raccolgono tra aprile e maggio, periodo in cui il Giappone ha vissuto una delle fasi peggiori per la diffusione del virus COVID-19. I contagi giornalieri, che dopo un incremento acuto a gennaio erano andati scemando grazie alle restrizioni, sono aumentati in modo lento e inesorabile in marzo e aprile, costringendo il governo a intervenire nuovamente: il 16 maggio si è raggiunto il picco di casi attivi nel Paese. Imprudente quindi organizzare uscite di gruppo nelle foreste di bambù per raccogliere e degustare germogli grigliati. Nonostante la pandemia in Giappone non abbia mai raggiunto i numeri spaventosi di Europa, Stati Uniti, o di altri Paesi del mondo, la situazione, in un alternarsi di restrizioni e riaperture che si susseguono ormai da più di un anno, non è mai stata davvero sotto controllo. Anche in questo principio d’estate, a causa del numero dei contagi, della pressione sul sistema ospedaliero, dei vaccini iniziati con serio ritardo, non è possibile dimenticare l’emergenza e provare il tanto atteso sollievo.

Carica di mele, germogli e radici, attraverso il santuario e raggiungo il parchetto adiacente: aiuole curate, una tigre da cavalcare, una sfera di esagoni su cui arrampicarsi, il saliscendi, la sabbiera. Una donna vestita d’azzurro spinge la sua bambina sull’altalena: visto l’orario e lo sguardo assonnato di entrambe più che un gioco sembra un modo per cullarsi al fresco delle canfore. La panchina accanto a loro è occupata da una bottiglia vuota: è una rarità incontrare immondizia abbandonata e attira la mia attenzione. Mi avvicino, è una ramune, bevanda gassata al sentore di limone, oggetto iconico e simbolo dell’estate giapponese. Creata in Giappone nel 1884 da un medico-farmacista scozzese, venne in origine promossa per la sua capacità prevenire il colera. Credo che la sua imperitura popolarità sia dovuta più che al gusto al design particolare della bottiglia in vetro. Brevemente: a sigillare l’imboccatura c’è una biglia; per aprirla bisogna usare un aggeggio apposito che spinge all’interno la biglia e lascia uscire il gas; al termine della bevuta la biglia rimane nel collo della bottiglia (grazie a una doppia strozzatura) trasformandola in un simpatico sonaglio. Lì, vuota e sola sulla panchina, è così bella che decido di fotografarla. E appena riguardo lo scatto l’effetto reverie si attiva: se ai mercati si è soliti mangiare passeggiando, durante le sere estive, soprattutto dopo un matsuri – celebrazione tradizionale che coinvolge la popolazione con feste, rituali e cortei –, la ramune rappresenta un classico rinfrescante e tintinnante. Ma neanche quest’estate con tutta probabilità ci saranno matsuri, se non in versione ridotta. E si sentirà – di nuovo – la mancanza di questi eventi solenni, conviviali, danzanti, affollati, talvolta selvaggi e sempre ricchi di fascino. Ricordo ancora, durante il mio primo anno a Kyoto, la grandiosa sfilata dei carri e dei palanchini sacri del Gion matsuri, uno dei più importanti del Paese, iniziato nell’869 come evento propiziatorio per scacciare le epidemie. Era il mese di luglio, le vie colme di persone, colori, simboli, flauti e percussioni. Un’umanità che si ritrovava nella celebrazione di un mondo per me ancora indecifrabile ma la cui vitalità dirompente riusciva a coinvolgermi in profondità. Lo scorso anno è stato il primo da parecchio tempo senza i grandi festeggiamenti, e anche in questo luglio 2021 la manifestazione si terrà in forma molto limitata.

Nonostante sia appesantita dalle borse e accaldata, decido di allungare di poco la strada per passare davanti a una delle case tradizionali che preferisco: ha delle bellissime ortensie blu appena fiorite, un albero di cachi e una lanterna di pietra. La proprietaria è l’anziana signora Ikeda, e non esce spesso. L’ultima volta che ci siamo incontrate era appena passato il Capodanno, lei era sul marciapiede, intenta a sistemare il suo sacchetto della spazzatura per il ritiro settimanale: conteneva una manciata di resti, quasi vivesse di nulla. Faceva molto freddo e, rimanendo distanti, ci siamo scambiate gli auguri e poche parole – i suoi famigliari, giustamente prudenti, non erano venuti a trovarla dalla capitale per le celebrazioni di hatsumode, ma le avevano comprato un cellulare con lo schermo grande. Ogni volta che raggiungo l’ingresso con i bassi gradini di muschio, mi fermo e do uno sguardo al giardino della signora Ikeda – le piante, le ombre, la parete tutta finestre. E ogni volta immagino la casa come poteva essere un tempo, abitata da una giovane famiglia – padre, madre e due bambini – che si riunisce sulla veranda a guardare le stagioni cambiare. Nel rovente pomeriggio estivo i due bambini sono seduti con le gambe penzoloni e mangiano spicchi di costosa anguria. Appena cala il buio accendono stelline scintillanti, candele magiche che rendono ampi e luminosi i loro sorrisi. E poi, insieme ai genitori, si avventurano al porto per lasciarsi incantare dai fuochi d’artificio.

Il forte rumore pneumatico e metallico che sento prima di svoltare l’angolo dovrebbe allertarmi e invece no, avanzo spensierata con il blu delle ortensie già negli occhi.

Ecco, qualcosa che questa pandemia non ha per nulla rallentato in città è il moto distruzione-ricostruzione: vecchie case per nuove case o vecchie case per terra in vendita o vecchie case per parcheggi. Nel quartiere sono diverse le dimore addormentate, chiuse, inghiottite dai rampicanti, coperte dalla polvere e consumate dalla ruggine. Qualcuna è abitata da persone sole, anziane, spesso invisibili, qualcuna è abbandonata. La loro presenza non è una prerogativa del tempo della pandemia ma credo che ultimamente le cose stiano andando un po’ troppo veloci. Solo negli ultimi due mesi ho assistito alla demolizione di un ryokan, di uno storico ristorante di udon, di un complesso di mini appartamenti, di due case signorili, di un barbiere vintage ma ancora in attività, di una pasticceria e di una grande villa con un vecchio ciliegio. Al ciliegio hanno concesso un’ultima fioritura fra le macerie, ma poi è sparito anche lui.

La casa delle ortensie, dell’albero di cachi e della lanterna di pietra è sventrata, posso vedere le piastrelle bianche del bagno, il wc sradicato, i tatami per metà sospesi nel vuoto. Distolgo lo sguardo il più rapidamente possibile e accelero il passo: è un’intimità rivelata con troppa crudezza. E la signora Ikeda? Ad agosto in Giappone si festeggia Obon – occasione in cui le famiglie si riuniscono per onorare gli spiriti degli antenati che tornano fra i vivi – e voglio pensare che i suoi figli abbiano colto l’occasione per portarla a vivere con loro a Tokyo. Mentre io scopro la forma dei suoi lampadari di vimini, lei si troverà in un appartamento al tredicesimo piano di un grattacielo, immersa nella densità urbana di Shinagawa, oppure in una villetta della tranquilla e residenziale Minami-Nakano. Immagino la signora Ikeda rivedere Tokyo dopo tanti anni e ritrovare la megalopoli in un frangente così particolare, senza turisti, con il traffico umano ridotto.

Non vado a Tokyo da molti mesi, è uno dei periodi più lunghi di separazione dalla capitale pur trovandomi a poche ore di Shinkansen. Questa estate avrebbe dovuto finalmente essere quella dei Giochi olimpici e paralimpici, e invece, nella migliore delle ipotesi, si terranno a porte chiuse o con pubblico contingentato. Un danno economico, una ferita. A marzo 2020, quando è stato deciso il rinvio dei Giochi al 23 luglio 2021, eravamo tutti convinti che le cose, arrivati a questo punto, sarebbero state molto, molto diverse. E invece no, o almeno non proprio. A oggi circa l’80% della popolazione non vuole le Olimpiadi, e da più parti sono state avanzate richieste di posticiparle nuovamente o addirittura cancellarle. Tra queste spicca una petizione proposta da Utsunomiya Kenji, avvocato e più volte candidato sindaco di Tokyo, che in soli due giorni ha raccolto più di 200.000 firme. I motivi riguardano principalmente la sostanziale impossibilità di garantire la sicurezza di atleti, personale coinvolto, e popolazione durante un evento che, anche senza pubblico (straniero e forse nemmeno giapponese), mobiliterebbe comunque migliaia di persone, e il fatto che il sistema sanitario del Paese, già sotto grande stress per la carenza di medici impegnati nella gestione dei pazienti covid e nella campagna vaccinale, non potrebbe coprire anche le esigenze derivanti dai Giochi.

Matsuri, street food, caldo umido, ramune, anguria, fuochi d’artificio. Per completare in maniera soddisfacente il quadro dei simboli dell’estate giapponese ne manca almeno uno, per me imprescindibile, ed è il frinire delle cicale. Colonna sonora di ogni scena estiva, sia in campagna sia in città, la loro voce è insistente, esasperante e bellissima. Le cicale che stanno per nascere e che sanciranno l’inizio della stagione, hanno trascorso gli ultimi due o tre anni sotto terra a sperimentare la trasformazione. Vivranno poche settimane durante le quali, come sempre si nutriranno, canteranno e daranno origine a nuovo ciclo. Mentre mi allontano dal fragore della demolizione e dal pensiero di un’olimpiade così complessa, mi fermo sotto i ciliegi e resto in ascolto: le chiome sono ancora silenziose.

Nagoya, Giappone centrale. Al tramonto.

I germogli di bambù li cucino seguendo le indicazioni della signora del mercato: prima bolliti interi nell’acqua torbida di lavaggio del riso, poi sbucciati, tagliati a spicchi e cotti in brodo dashi, salsa di soia, mirin, e infine cosparsi di fiocchi di bonito essicato. La loro consistenza tenera mi sorprende sempre e anche il loro sapore, simile a un profumo da inghiottire. Intanto la sera avanza, calda e densa. Appena sento Ōtake san uscire sul balcone per una sigaretta lo raggiungo e gli chiedo quando, secondo lui, arriveranno le cicale.

«Manca poco» mi risponde attraverso il gelsomino. Il verde è quasi nero nel buio, e il bianco dei fiori è opalescente.

«Sarà un’estate di nuovo strana, di nuovo a immaginare la prossima» dico io.

Lo sento aspirare fumo, espirare, esitare «Però le cicale del prossimo anno, da qualche parte, ci sono già» aggiunge.

E allora speriamo di ascoltarle con un animo più lieve, durante una stagione in cui le icone tutte si manifesteranno pienamente, senza più rinvii, cancellazioni e troppe solitudini.

Ōtake san sta per rientrare, fa scorrere la zanzariera.

«Credo che tu abbia dimenticato un simbolo, uno importante» mi dice. «L’estate è la stagione dei fantasmi. Non hai mai partecipato a un hyakumonogatari kaidankai? Cento storie per cento apparizioni soprannaturali, una candela viene spenta a conclusione di ogni racconto. E al termine dell’ultimo, forse il più spaventoso, si resta nella completa oscurità.»

Questa notte nel cielo non ci sono stelle, non si vede la luna. Ōtake san lascia il balcone. Riprende la chitarra, le note sono quelle di Rambling on my mind.

ARTICOLO n. 38 / 2021

PIETÀ

ESTATE A MILANO

«Ah… gli intellettuali» pensò Ransom.
«Devono essere loro, anche se in modo occulto, a comandare.»

C.S. LEWIS, LONTANO DAL PIANETA SILENZIOSO

Seduto per terra con le spalle al muro, origlio i vicini.

«Sei sicura?»

«Senza» dice lei. «Scopami senza…»

Ma non è il profilattico. La parola deve riferirsi a un’altra specie di premura. Naturalmente, la mascherina non può essere.

Anche se a Milano c’è chi per fare sesso occasionale, dall’inizio della pandemia, se la mette.

È il neurologo a ragguagliarmi su certe stramberie meneghine, durante i nostri colloqui via Skype.

Quando non fa il lombrosiano non lo ascolto. Il suo mestiere e la sua milanesità si riassumono in un empirismo cui non consento nessun commento sussidiario, nessuna superstizione psicanalitica. Che scherzi pure sulle crisi fobantropiche post-quarantena e sui tic freudiani degli altri reclusi. Che interpreti pure l’ininterpretabile. Che si occupi di lubrificare il torcolo dei neurotrasmettitori nel mio cervello, di cambiare le gomme, di lucidare il parabrezza – ma di giri turistici, nell’Area 51 della mia mente, non se ne fanno.

È preoccupato perché sono rimasto da solo a Milano con una terapia psichiatrica di cinque farmaci al giorno durante tutto il lockdown, e sono dipendente dalla marijuana. Spacciatori di erba buona non ne troverò nemmeno adesso, anche se in città i delivery della coca hanno ricominciato a fare quelle che lui chiama, con insoffribile sarcasmo, consegne a «domicidio». Purtroppo, l’aumento dei posti di blocco li ha costretti a una scelta precauzionale delle sostanze, e l’erba è sacrificabile perché ci si guadagna meno (o, forse, perché gli Dèi la preferiscono nelle libagioni loro rivolte).

Come se non bastasse, il mio nuovo romanzo è uscito il giorno prima che chiudessero le stazioni del mondo e le librerie. Sebbene sia passato un anno, io sono rimasto là. A quel marzo marziano che mi ha pestato sotto il tacco come un ciuffo di capelli in una macumba africana, ma ad ammazzarmi non ci è riuscito.

«Dovresti toglierti subito la dopamina» mi aveva detto sempre lui, il neurologo, già il secondo giorno di clausura, spaventato come ogni medico più per sé stesso che per questo sfigato.

Sarei potuto ricadere nell’alcol, nell’autolesionismo, o avrei potuto gettarmi dalla finestra. La coincidenza del libro appena uscito non ci voleva. «Potresti avere un eccesso di energia e una slatentizzazione delle psicosi» non ha fatto altro che ripetermi. «Almeno aumenta lo stabilizzatore dell’umore. Potresti non reggere, potresti fissionare.»

Potresti, potrebbe, potrà. Più di un secolo di teorie scientifiche, di congetture e ricognizioni subito smentite, di «poi» che assassinano il «prima», e abbiamo cominciato a renderci conto solo su Facebook e su Twitter, nel 2021, che la scienza è un’ipotesi, a prescindere dal fatto che una tantum riesca a ottenere risultati.

È il Dio Covid, sconosciuto, a farci svegliare nell’ignoto che si apre al di là del sogno scientifico.

È per questo che la città italiana tecnologica per eccellenza non si sveglia per niente con la fine del lockdown, ma si riaddormenta nel bosco. Nel grottesco di una selva irreale, dove le prospettive della logica sono diventate paraconsistenti.

Per paura di togliere il farmaco, tuttavia, ho preferito allenarmi a casa, scaricandomi per sfinimento alla vecchia maniera.

Quattro ore di esercizi al giorno, davanti ai workout total body di YouTube.

Nel mondo di prima avevo due personal trainer che cinque volte a settimana si davano il turno per addestrarmi alla stabilità umorale, poi avevo un’ora di sauna e bagno turco al giorno. Ero uno di quei milanesi americanizzati al grado massimale dell’americanità, una cavia degna di Palahniuk. Per non morire, mica per diventare un culturista. Se non mi massacrassi di piegamenti e trazioni, non saprei come smaltire questa quantità di eccitanti e andrei in giro a prendermi a botte con tutti. In caso contrario, se cioè non assumessi i farmaci, dormirei diciotto ore al giorno o forse per sempre, come Rosaspina in attesa del suo bacio necrofilo, e sarei vessato dalle ossessioni per il tempo restante (un tempo che percepisco da sempre come un vettore dalle spirali infinite, piuccheterno, ma dal quale sento che di tempo può avanzarne ancora, e ancora…).

I virologi nel frattempo hanno stipulato accordi di fortuna con gli economisti, e Milano si desta al suono abietto di un corno davanti al quale io mi tappo le orecchie, perché non ci credo.

Credo fermamente nel Covid-19, nelle sue sataniche varianti, nelle polmoniti interstiziali e nella carenza di ossigenazione, nei vaccini e nella distanza di due metri, credo nel lavarsi le mani a fondo e nel fatto che su di me gli psicofarmaci hanno «quasi» sempre fatto effetto. Ma non ripongo la benché minima fiducia negli individui che me li hanno prescritti e in quelli, appartenenti alla stessa genia, che adesso tripudiano per il ritorno alla normalità.

È una lunga storia quella dei medici spaventati più per sé stessi che per me, imparanoiati dal giuramento di Ippocrate, indecisi sulla diagnosi di depressione maggiore, bipolarismo, paranoia, che mi hanno rimbalzato ogni responsabilità addosso con un colpetto di ciglia, oppure l’hanno cordialmente inoltrata a un altro medico; ed è una lunga storia anche quella dei loro tripudi davanti ai miei miglioramenti spontanei, magari perché avevo letto un libro illuminante di Chatwin o avevo rivisto Il posto delle fragole.

La storia della medicina è, per quella che è la mia esperienza, una storia di tentativi a casaccio che ha fatto acqua da tutte le parti, di scarichi e tubature ostruite che, prima ancora che sulla fragilità di anima e corpo, ha agito nella mia immaginazione un calcio in culo alla volta, fino al marzo dell’anno scorso.

Ora che ci penso, dentro di me questa storia aveva cominciato a schiudere le sue illascivendole uova di serpente già con la scemenza dei medici online. Non si può fare una diagnosi online, mi sono sentito rispondere per anni a ogni richiesta telematica d’aiuto, come se questa non fosse una deliberata ammissione di inutilità da parte loro. E poi il matto sarei io.

La dopamina non l’ho tolta per protesta, anche se Milano è rimasta fuori dalla mia stanza non ho ascoltato il medico e non ho smesso di folleggiare al ritmo indiavolato della vecchia città.

Ora che c’è il rituffo nelle strade, continuo a stare a casa per allenarmi, per nascondermi dalle plaghe del cielo infetto e per leggere le poesie di Magrelli che tento di imitare, seduto per terra con le spalle al muro, mentre i vicini…

«Senza» continua lei.

A causa del chiasso esterno, riesco a capire solo che la parola finisce con una «a» accentata. I suoni più pungenti, acuiti da una neuropatia cronica, hanno ricominciato a diluirsi nello stridio del tram sulle rotaie, che a sua volta si fonde con i versi dei piccioni, che a loro volta si amalgamano con lo squittio dei sorci nel solaio in un intreccio di fischi simili a una lamentazione paleolitica.

Immagino allora di diventare così grande da sovrastare il palazzo, di prendere la mia Milano con le mani dall’alto, di metterla in un sacco durante il concerto del Primo Maggio, di intrappolare il suo impero senza fine e la sua sete di avere sete in una piccola città di provincia come Macerata.

Come è successo alla città, il lockdown ha scagliato anche me post mediam noctem, nell’ora immobile in cui i sogni diventano reali. Ha chiuso Golia in un guscio di noce, e amen.

Avvinto nella penombra delle latebre di un bilocale, tra gli zufoli incessanti delle sirene e le astinenze rapinose, ricolmo di energia come una parete di uranio, sono stato tra i primi sifni che la Metropoli-Pizia ha messo in guardia dagli araldi della scienza: un po’ perché sono avvezzo da un decennio, e a ragione, all’ipocondria, un po’ perché, dovendo fare a meno della droga, la reclusione forzata mi ha costretto a svegliarmi subito dal sonnambulismo, a rimanere lucido come un matematico davanti alla mia follia.

In fondo è per questo che adoro Milano, perché da quando sono arrivato la mia follia si è sempre mossa alla stregua della sua.

Milano è una città che si muove e si è mossa sempre anche da ferma, dettando a chi la abita il suo folle scopo. I milanesi sono convinti di abitare una città, invece abitano uno scopo. Per questo non ha importanza se Milano è bella o brutta, se piove sempre o se ci sono quaranta gradi. Lo scopo non è quello di fare soldi, o carriera, o bella figura con gli altri. Non è nemmeno lo scopo di avere potere o di guarire dalle malattie. Il nostro scopo è quello di avere scopi.

Ecco perché c’è chi continua a urlare «ce la faremo» e a sventolare falde di stoffa scarabocchiate di cazzate dai balconcini malsicuri, uomini e donne sconturbati da ogni retorica possibile che ancora abbaiano allo smog come cani da punta, impossibilitati a catturare qualsiasi altra cosa che non sia una porzione di sostanze venefiche. Uomini e donne che non ce la faranno mai, nemmeno se sparissero tutti i virus del mondo.

E io?

Nemmeno io ce la farò mai, penso mentre mi tiro il pisello fuori dai boxer e ne verifico le reazioni nervine in risposta ai boccheggi dei due sconosciuti. Sono terrorizzato che da un momento all’altro non mi si drizzi più. Il neurologo ha precisato anche questo: tornando a uscire, potresti avere un incremento di… Come quando mi sono chiuso dentro, in sostanza.

Sul cellulare, mentre i vicini indugiano nei loro ansimi, ripasso gli effetti collaterali del Lamictal, del Wellbutrin, del Sereupin… li so a memoria. Sono la mia tabellina del due, la mia prima declinazione.

«Scopami senza pietà» sento che dice la donna.

Era la pietà, ma tu pensa.

Chissà poi come si fa ad amare qualunque cosa senza provare un minimo di pietà per lei.

Nel mio palazzo di via Plinio, oltre la finestra, un nuovo cordone di voci conduce alla portineria.

Dopo un’assenza gestazionale di nove mesi è tornata Nella, mi dico, e dispenserà buste e pacchi ai rimproveranti.

Anch’io dovrei scendere.

Cinque piani a piedi senza ascensore.

Devono essermi arrivati dei libri. Comunque sia, il box della guardiola è vuoto.

Un tizio spiaccica il naso sul vetro per guardare dentro.

Un sole extraterrestre spazza il patio e la fontanella per metà. Questo sole che dalla fine di marzo si affaccia dagli smerli dei tetti e si congeda imbarazzato, come un esattore delle tasse, come un assicuratore timoroso.

L’anno scorso, proprio oggi, c’era uno scatolone per terra, addossato alla parete, sigillato da quattro giri di scotch.

Altra posta lo circondava. Altra posta arrivata per gli altri, come ogni giorno, come sempre. Una posta fiscale, come si conviene alla quiete dei tempi profani.

Tasse, affitti, ricette mediche, pubblicità e libri che non è affatto scontato siano per me.

Perché nel palazzo c’è un altro scrittore. Abita due piani sotto il mio e più di una volta mi ha chiesto di abbassare la musica, altrimenti non riesce a concentrarsi.

«Sei un maleducato» mi ha detto l’anno scorso, credendo che il pacco fosse destinato a lui e non a me.

Così patetica, la vendetta di dirgli che dentro c’erano le copie del mio libro, che soprassiedo.

Mesi fa l’ho sentito confidare al tipo dell’Amsa che scrive poesie. Con una faccia come la sua, ho pensato. A una cena Moresco lo disse di uno scrittore che lo perseguitava: “Vuole scrivere, ma come si fa a scrivere con una faccia come la sua?”.

Per tutto l’inverno ho provato a impedire, con ogni mezzo in mio potere, che lo scrittore si permettesse di scrivere versi con una faccia come la sua. Ho ascoltato Thom Yorke al massimo volume, ho cantato i Cure a squarciagola nella notte nutrendomi di canapa legale come una capretta. È così che scrivo io, come un ragazzo normale andrebbe a una festa al Macao, facendo il possibile per non assomigliare a uno scrittore.

Forse, se non prendessi tutti questi farmaci, farei meno fatica a definirmi tale. Ma di fronte ai libri che ho scritto, come d’altronde di fronte a questa città, si erge una piramide di disappartenenza, perché gli psicofarmaci sono chiavi, ma per porte sconosciute che danno su aree altrettanto sconosciute di spazio, dalle architetture inedite, e alla fine non si è più in grado di riconoscere chi è entrato dove e da dove.

Le mie passioni, le mie conoscenze, le mie capacità l’anno scorso sono diventate di colpo un mattatoio di animali morti e di alimenti inscatolati. Poi scaduti.

E più che su un virus, è su una psiche che può esserci una data di scadenza.

A quanto pare, la mia scadeva il 21 marzo del 2020.

Vado a cercare il mio libro per la città. Copro chilometri a piedi in preda alle rimanenze psichiche di un meccanismo motore.

È passato troppo tempo dall’uscita. È troppo tardi per trovarne più di due copie a scaffale.

Chi scrive non ha che questo desiderio: cercarsi, come in uno specchio, sulle vetrine e sui tavoli delle librerie. Oltre al desiderio di vendere. Ma vendere, in questa città, è molto meno importante che stare sul mercato. Quello che conta è esserci. Quando non si lavora, si esce e ci si incontra o per scopare o per millantare, le sole due azioni che a Milano sembrano non coincidere mai. Il fatto di risiedere nell’unica città italiana in cui succedono realmente le cose è in fondo un possente scudo. Soprattutto quando non succede niente. E a me, col nuovo libro, non è successo niente.

Certo, mi sono risparmiato l’inutile tortura del confronto con i colleghi, e ho la scusa che se non ho venduto abbastanza la colpa è del virus. Posso anche pensare che il libro non sia mai uscito, posso anche pensare di essere già morto.

Ai milanesi in fondo – e io mi sento tale – basta trovarsi sempre a un passo dal plauso altrui, dai big money e dal successo, basta raccontarti cos’hanno in programma per l’anno prossimo, quali novità sbalorditive all’orizzonte, e credono di guadagnarsi così la tua ammirazione (e se la guadagnano). Tanto il tempo qua è più veloce che altrove, e nessuno verrà mai a controllare davvero se ti hanno promosso in azienda o se hai recitato in quel film. Ai milanesi piace dire «pazzesco» proprio perché la pazzia spensierata è del tutto estranea a questa città. Milano è una città dove succedono molte più cose che a Roma, o a Parigi, o a Londra, è una città che si regge su un’illazione cronica dei propri obiettivi e delle proprie capacità, su una follia lugubre e imperturbata, ma di «pazzesco» non ha proprio niente. Soprattutto adesso che dovrebbe sprizzare gioia da tutti i pori, Milano è semplicemente irreale, e l’irreale non si merita di essere ridotto alla banalità del «pazzesco».

Al parco Montanelli, ad esempio, si rincorrono i cani. Confusi, tentennanti, non compiono più gli ampi cerchi dell’abitudine. I padroni si sono tolti le magliette ed espongono la pelle lattiginosa, di un bianco sclerotico, alla luce pietosa, vischiosa, ultravioletta e puntinata di moscerini. Apparentemente non c’è niente di insolito rispetto a due anni fa. Ma l’insolito, come un virus, non è mica detto che appaia. Bisogna saper guardare per capire cos’è che trasgredisce dal solito.

A una prima occhiata, mi sembra che vittime e proscritti della Realtà reiterino le annose abitudini più per partito preso che per diritto di natura. La fila stracca alla cassa del bar Bianco, il sassolino scagliato sull’anatra del laghetto, il fitto degli alberelli rossi dove gli universitari si danno appuntamento per fumare non fanno altro che confermarmi la dimensione oniromantica di sempre, il congegno genetico che spinge tutti a vivere anche il tempo libero come se fosse un meeting aziendale.

Adesso i movimenti sono dettati dalla labirintite, certo, dalla mancanza d’ossigeno dovuta alle Ffp2, dalla pressione degli elastici contro le trombe di Eustachio, dalla secchezza delle mucose. Ma prima, non era forse la stessa scena di Stalker?

Fortunatamente l’edicolante davanti all’Oberdan non parlava ancora di scienza.

Tutti, persino il prete di Santa Francesca, che adesso parlano della miracolosa concretezza della scienza.

Divinità monocentriche, senza volto e appena sorte, vengono invocate in un groviglio di nomi futuristici.

AstraZeneca dalle dita di rosa.

Pfizer dai lunghi pepli.

Moderna che mai si stanca di combattere.

Johnson & Johnson.

Un cicaleccio insostenibile, un politeismo d’accatto, un fantaolimpo giocato tra i negozi di corso Buenos Aires al solo scopo di difenderci dalla potenza del fantastico (questo, però, è un complotto troppo galileiano per allarmare i giornalisti, e lo vedo solo io).

C’è una ragazza che legge un libro di Walter Siti con la schiena appoggiata al monumento di Montanelli e vorrei dirle di spostarsi subito perché con la quantità di ratti che ci pisciano attorno potrebbe prendersi la leptospirosi. È peggio del Covid.

C’è un arabo principesco con un involto di tappeti in spalla e crede di essere reale. Come se fosse realistico essere un figo che se ne va in giro con dei tappeti persiani addosso in una città post apocalittica.

C’è un altro, un palese ubriacone (e un palese sondrasco) in astinenza che non crede nel virus, nei vaccini, nel potere tecnocratico e nella classe dirigente – ma crede di essere reale. Anche se, al pari del sottoscritto, non si è mai realizzato in altro che nei suoi squallidi abusi. Per realizzarsi bisogna entrare in seno alla realtà, ma dalla porta di quale mondo?

Di sicuro la statua di uno che ha scritto la storia d’Italia non aiuta. Il complottismo, che è poi lo scetticismo, è una scienza che mette in discussione qualunque avvenimento storico, ma mai la possibilità che non ci sia stata alcuna Storia.

Che vana speranza è stata credere che, da ingenua, l’idiozia di chi ha trascorso un anno a blaterare sui social sarebbe diventata più tollerabile. Come no. Mi appare semplicemente ignobile, irrimediabile. Ancora più circoscritta dalla mancanza di pensiero profondo.

La cosa peggiore sono quelli che, tra un’omelia e l’altra ancora vogliono renderci partecipi della propria abominevole quotidianità. Prima la quotidianità veniva spacciata solo sui social, tra una gattomachia e l’altra, adesso è a voce: «Sì, con il lievito madre… un’oretta di lavoro e poi Netflix… mi fai una foto mentre ordino il deca?». Se facessi io la stessa cosa, se mi mettessi pornograficamente in piazza, dovrei commentare il dosaggio dei miei psicofarmaci o il mio ultimo ricovero in un reparto psichiatrico. Se aderissi con l’anima alle povere cose di ogni giorno che mi circondano, a questa povera nostra vita, impazzirei del tutto.

In uno spettacolo del Cabaret Voltaire, o al Circo Orfei, o in una delle Bizzarrie di Bracelli, l’Irreale non è esplicito. Così come non è esplicito in un reparto d’ospedale infestato dal Covid.

L’irreale si esplicita meglio al centro di Milano, al bar Basso, quando sento invocare da un signore incravattato di Lugano prima la necessità di una ripresa economica e poi la Madonna di Lourdes perché gli arriva un sms che lo avvisa della morte di un suo conoscente.

Anche dal barbiere, l’Italiano, l’economista in attesa della tinta vorrebbe vendere l’aria un tanto al chilo, e il prof. di fisica e chimica del liceo Volta, seduto sul divano a due metri d’ordinanza, gli dice che l’aria non si tocca; allora l’economista, uno che lavora coi supermercati francesi, accampa un ragionamento da politico anni Ottanta per vendergliela lo stesso, e il prof gli dice che, una volta venduta tutta, l’economista non respirerà.

L’unico ragionamento non irreale che sento dopo un anno di social, l’unico esempio che significa qualcosa.

L’irreale, infatti, se è tale, è proprio perché non significa nulla. E la gran parte di quello che viene detto in questi giorni, per come la vedo io, ha l’unico pregio di non significare nulla, di essere il commentario non già del nulla (il che rappresenterebbe una svolta epocale), ma di un significato nullo, di un’interpretazione nulla, e perciò inutile, della realtà concreta attorno a noi.

Se è vero che tutti se ne vanno in giro per dire la loro, la pandemia fa a pezzi ogni contributo personale, ogni opinione che vuole essere sensata, ogni interpretazione catechistica alla Agamben, ogni soluzionismo immediato e, fortunatamente, ogni magniloquenza sulla nostra presunta libertà. L’essenziale si riduce al discorso dei due signori in attesa dal barbiere e basta.

Di solito quello che ci uccide non resta con noi, ma se ne va. A Milano, però, a Brescia e a Codogno è avvenuto qualcosa di culturalmente enorme. Qualcosa che ha fatto afflosciare la realtà del sogno imperialistico, e che è impossibile rimuovere con un massaggio thailandese. Qualcosa di vicario dell’assetto abitudinario del mondo. Qualcosa che va oltre l’aleggiare intermittente del virus, la tragicità della morte e le congetture del clan dei virologi. Sono stati questi i primi a dare a piena testa contro il capitale, senza manco accorgersene. Il problema è che se metti quattro scienziati a parlare della scienza non stanno facendo scienza, ma filosofia, e se metti quattro imprenditori a parlare di economia non stanno facendo economia, ma filosofia.

D’altra parte non potrebbero fare altro, visto che del virus non sanno niente. Credere che si sappia qualcosa di un evento solo perché in una certa misura, e per un certo periodo, si riesce a gestirlo è come credere che un pompiere conosce i meccanismi fisici del fuoco. Sono i virologi a confermare al mondo l’inattendibilità della scienza e di sé stessi, e di questo gli va reso merito, anche se chi tra loro alza le mani lo fa più per deresponsabilizzarsi che altro. È però fondamentale che agiscano, perché è da loro che gli idolatri dell’economia pretendono una soluzione, e immediata. Come se un ragazzino chiedesse al papà di uccidere qualcuno se la cosa gli farà aumentare la paghetta settimanale. Vagli a spiegare, a Sala e a Zingaretti, che la medicina non è la verità e che la cosa non implica l’inesistenza di un’altra verità. Pur trovandosi davanti al valico di frontiera tra due visioni contrapposte del mondo, ti risponderebbero che non c’è tempo di perdersi in chiacchiere, di disperdere le forze in litanie inutili, e che il paese non può permettersi un fermo ulteriore.

Loro si sono permessi di fare a pezzetti il pianeta, di trasformarlo in una discarica invivibile per i loro porci comodi e per i prossimi trentamila anni, ma il virus non può permettersi di fare la stessa cosa con noi. E poi il matto sarei io.

Anche i filosofi professionisti si piegano al riduzionismo più villano, pena l’ammutinamento. Non mi fido più nemmeno di Massimo Cacciari: se non semplificasse ogni suo pensiero fino all’osso, Lilli Gruber non saprebbe che farsene. Gli scrittori si limitano a fare figure di merda. Una scrittrice esordiente scrive un tweet per gridare al mondo che il nostro paese non può abbassare le serrande per evitare la morte di quattro vecchi. Dall’alto della sua malvagità, non si rende conto di essere l’unica a non delirare. Per quanto bastarda e nazistica, invera l’unica etica possibile. L’etica dello sterminio, dell’andare avanti tanto per andare avanti, tanto per navigare a vista dentro un fiume di contraddizioni. Anche se non si sa a che scopo, è fondamentale avere altri scopi, avanti marsch. Come dire che se non ammazzi qualcuno per arrivare a fine mese sei un immorale, e, fino a prova contraria, per il mondo in cui viviamo è esattamente così.

Milano, però, non è solamente così. Ci sono posti che, se uno volesse usare la più orrificante delle parole in voga, definirebbe «resilienti».

C’è solo un locale che è rimasto quasi identico a prima, e dove apologie d’olocausto non se ne sentono, e dove quindi non c’è etica, tranne quella del bicchiere.

È il Picchio, dove risiedono gli industriali dell’immaginazione.

Può arrivare Perseverance su Marte, può riaccendersi il corium dentro il Sarcofago di Chernobyl possono verificarsi fenomeni di spillover e ibridazioni di specie, ma il Picchio resta il wormhole di sempre. L’unico vero locale di Porta Venezia. L’omphalòs degli artisti, dei musicisti e degli studenti di cinema, la ribellione emotiva alle insufficienze immaginali dei lounge bar attorno e, in un certo senso, di tutta la città. Lounge bar che stanno al Picchio come un cantante di pianobar sta a Amy Winehouse.

Il Picchio è Leopardi. Leopardi e Amy Winehouse sono le persone che più stimo al mondo. La cortina-tripode utilitarie parcheggiate davanti ai tavolinetti esterni è la siepe. La siepe non cela le basse colline recanatesi, ma i sorseggiatori di cocktail del Botanical, la boulangerie parigina, e le allucinazioni di chi è convinto davvero che si ricomincia e che il virus è sparito. Quelli che bevono oltre il Picchio sono invecchiati di due anni e si vede. Hanno due anni di più, hanno sprecato due anni e li hanno persi per sempre.

Il Picchio, invece, è un mitologema, potrebbe essere il Caffè Giubbe Rosse o il Leoncavallo. E, in quanto tale, un mitologema non invecchia, anzi, con lo scorrere del tempo si salda ancora di più. Due mondi separati da un’arcadia di cinque metri, che non si incontreranno mai, che non devono incontrarsi mai.

Vado a mettermi al centro della strada, a metà tra questi due mondi, e provo a concentrarmi sul punto a mezz’aria dove cozzano le voci. Il caldo zanzaresco si impregna di suoni molesti per l’urto dei contenuti espressi.

Da una parte i monoglotti dal contenuto nullo di cui sopra, gli archeologi della pratica che usano frasi come «hai bisogno di uno bravo», ma se dici «frocio» o «puttana» sgranano il rosario e gli occhi credendo sia più offensivo. La pandemia li ha colpiti nel fatturato e nella convivenza con il partner, ma, visto che il mito del «lavorare» è notoriamente l’altra faccia della poltroneria, hanno saputo procrastinare meglio degli altri. Hanno fatto yoga, hanno letto I leoni di Sicilia, hanno infornato pagnotte buone solo per essere mipiaciute da altri dodici fornai avventizi. Gli altri, invece, i picchi, sono gli sfaccendati che per i consimili davanti «avrebbero bisogno di uno bravo», salvo che se esiste non puoi che trovarlo fra loro. Gli infermieri e gli studenti del San Raffaele vengono qui, per mischiarsi agli studenti di Brera.

L’unico rischio, tra un artista naïf e l’altro, è quello di incontrarne uno che fa lo scettico, e che a sua volta si incontri con uno scienziato.

Gli artisti scettici mettono in discussione tutto ciò che produce risultati «concreti», proprio come me, ma se si scagliano contro il metodo scientifico non sono diversi dagli altri. E io mi fido più dei virologi, dei carabinieri e di De Luca. Mi rendo conto che il virus ha invertito la rotta del realismo fino all’estenuazione anche per loro, e che non è facile lavorare sull’astratto quando non si sa più cosa è il concreto (De Luca? Concreto?); ma hai voglia a ignorare che un virus è un animale, un alieno in terra che disperde le proprie cellule nell’invisibile. Perché invece di blaterare non ci fanno un’opera d’arte?

Insetti che crediamo ci si posino addosso per caso, dico a Carmen quando passa a raccogliere i bicchieri vuoti, l’unica che mi dà ragione. Insetti che ci scelgono, desiderano, si muovono, volano, ripeto a un mio amico osteopata. Non essendo attaccati ad alcuna presa di corrente, sono animali animati che «fanno anima». Se provi a dire una cosa così al barista sul lato opposto della strada indovinate che risponde?

Che avresti bisogno di uno bravo.

In palestra, intanto, per me sono i giorni della rivalsa. I finti pompati sono riemersi dalla quarantena ischeletriti e facendo mostra dei loro immensi occhi bovini. Alzano trenta chili di bilanciere sulla panca piana, non reggono nemmeno una trazione senza il supporto dell’elastico.

Nello spogliatoio si coprono il pacco con la mano. Prendere il testosterone a cicli regolari e poi lasciarlo quando non ci si può allenare equivale a distruggersi il pene, uno dei drammi peggiori di questa città, dove le diete detox convivono tranquillamente con cocaina e steroidi ma nessuno pensa di avere bisogno di uno bravo.

Quando poi arriva Carlo, che per due anni non ha fatto altro che ripetermi «secco», gli scoppio a ridere in faccia. Peserà sessanta chili, ma mi dice «stecchino» lo stesso, per un automatismo. Anche se sulla bilancia a gettoni della farmacia proprio stamattina facevo novanta chili. Non avendo mai usato il Diana, il mio corpo non si è modificato di una virgola, e nemmeno i miei organi riproduttivi, di cui ora come ora non saprei che farmene.

Quanto mi mancano gli animali. L’unica cosa che mi manca dell’Abruzzo.

E tutte le sere, prima di addormentarmi, ne abbraccio uno immaginario nel letto.

Un animale a caso, un cane o un puma perché come farò a reggermi con tutti questi farmaci se un animale non mi proteggerà?

Un animale che mi aiuti a restare in equilibrio tra questi due mondi in combutta, e che d’ora in poi battaglieranno ancora di più. Un animale che sia la forma biologica di un dio bipolare come me, destinato a morire come Pan. E come me.

Stanotte, comunque, ho fatto un sogno.

Ero con la piccola Greta in Abruzzo, ad attaccare pomodori in un campo assolato tra centinaia di uccellini canori. Lei indossava l’impermeabile giallo, non capivo come facesse a non sentire caldo, ed era triste. Io mi ero tagliato i capelli a zero e le ho chiesto se per settembre mi sarebbero ricresciuti. «Secondo te mi saranno ricresciuti fino a qua?» le ho chiesto toccandomi un orecchio.

«No, secondo me fino a qua» mi ha rassicurato lei con un sorriso, toccandosi una spalla.

E io mi fido. Non saprei di chi altro fidarmi.

ARTICOLO n. 37 / 2021

TRAGICOMMEDIA

ESTATE A FIRENZE

Tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate 2021, a Firenze è andata in scena una bislacca tragicommedia attorno alla basilica brunelleschiana di Santo Spirito, e specificamente attorno al suo sagrato. Da anni sagrato e scalinata, tradizionali punti di ritrovo della socialità popolare cittadina, sono al centro di polemiche alzate ora dal priore della basilica, ora da certi «comitati di cittadini» molto ristretti rispetto alle migliaia di cittadini che quotidianamente vivono la piazza, per via degli schiamazzi e di occasionali pisciate, che si potrebbero eliminare d’un colpo installando dei bagni pubblici ma che evidentemente torna più utile strumentalizzare, andate avanti finché il comune non ha deciso di limitare l’accesso al sagrato.

 Lo ha fatto con dei grossi blocchi parallelepipedoidali di cemento, sui quali sono stati installati dei pilastrini – è stata anche l’occasione per la cittadinanza di scoprire che si chiamano «chiodi fiorentini» –, dall’uno all’altro dei quali sono state tese delle gomene; infine il quadro è stato completato con delle fioriere – refugium peccatorum dell’urbanista, per dirla con lo scrittore Filippo Tuena, intervenuto per commentare lo scempio. Il fatto che ciascuno di questi elementi sia stato aggiunto a distanza di un giorno ha conferito alla vicenda, di per sé soltanto triste, visto che si andava a togliere ai fiorentini uno spazio da loro vissuto da cinquecento anni riuscendo al contempo a deturparlo, tratti d’involontaria comicità. Non sono mancate le contestazioni, sia organizzate sia spontanee, ma il Comune ha fatto capire che non intende cambiar direzione e quarantatré ragazzini, colpevoli di aver ribaltato simbolicamente i pilastri, sono stati denunciati con accuse piuttosto pesanti, come se il loro fosse stato un atto di vandalismo e non una legittima protesta.

La prima occasione per alzare la tensione rispetto alla piazza erano stati gli assembramenti della notte del 25 aprile 2021, in seguito alle celebrazioni per la Liberazione che tradizionalmente si svolgono proprio in Santo Spirito. Occasione ghiotta, come tutte quelle in cui si può usare la pandemia come un martello selettivo, ma anche paradossale, visto che il giorno dopo, riaperti i dehor di bar e trattorie, in ognuno di essi vi erano assembramenti di gente priva di mascherina. A prima vista sembrerebbe quindi solo un’altra ordinaria storia di decoro, anche perché Firenze non è nuova a simili operazioni: si pensi agli scalini del Duomo, «cordonati» già dal 2003, o al surreale caso dell’acqua gettata su quelli di Santa Croce nel 2017 –, solo che in genere avvenivano col pretesto dei «bivacchi» dei turisti, presenza mai particolarmente gradita ai fiorentini. Nel caso di Santo Spirito, e del 2021, la questione è tuttavia differente. Lo è perché Santo Spirito è una delle poche piazze ancora frequentate dai residenti, e alla luce di quanto si è visto in un anno di lockdown ci si aspetterebbe che la prima preoccupazione dell’amministrazione fosse quella di riportare i fiorentini in centro, piuttosto che di continuare ad allontanarli.

Con la pandemia, Firenze si è infatti scoperta vuota. Muta, desolata, battuta dal vento: disabitata. L’attesa riapertura dopo il lockdown ha rivelato un centro città deserto. Che i turisti fossero una parte consistente della popolazione, lo sapevamo: solo, non immaginavamo così consistente. Oppure, come in un sogno confortante, a noi sparuti, residui abitanti del centro piaceva immaginare che almeno una parte di quella massa umana che ogni giorno dava alla Firenze che attraversavamo l’apparenza di una vera città, le appartenesse veramente. Non era così, e il risveglio è stato brusco: non solo per le strade e le piazze vuote, ma perché la città si è scoperta pure in bancarotta. Solo qualche mese senza tassa di soggiorno e introiti turistici, e il sindaco ha paventato il default. Musei civici e biblioteche chiuse, eventi annullati (a farne le spese sono stati per primi quelli sorti dal basso, come il festival letterario Firenze RiVista, che costava al Comune circa un quarantesimo del prezzo dei pilastri – pardon, «chiodi fiorentini» – di Santo Spirito) e appelli a ipotetici benefattori che per non si sa per quale motivo, se non un tornaconto a livello d’immagine, avrebbero dovuto prendersi a cuore il destino di una città la cui rete di legami internazionali non si era mai scoperta così superficiale.

Al di là dell’indignazione social per certi tentativi di pezza peggiori del buco, come l’appello a popolare i locali del centro, che suonava un po’ come «studenti, cittadini, venite a sostenere chi vi ha cacciato», ciò che si è rivelato già alla prima uscita dalla quarantena è stato il fallimento di un modello di città orientato solo al turismo (o al massimo, più recentemente, a cercare di favorire il turista ricco rispetto a quello povero). Che il centro perdesse un migliaio di abitanti l’anno, era noto. Che i proprietari di immobili preferissero, per ragioni di comodità e profitto, le locazioni turistiche temporanee agli affitti di lungo termine, pure. Che pezzi di città, come recentemente in Costa San Giorgio, venissero svenduti a chi intendeva farne ulteriori resort turistici, anche. Era però necessario questo svuotamento per capire l’esizialità della situazione. Perché normalmente, a Firenze, in quel centro la cui prima apparenza è un brulicare di vita, c’è solo una teoria infinita di schiacciaterie, bancarelle di souvenir, mercatini di souvenir, trattorie finto-tipiche, a perdita d’occhio e in ogni direzione. Se il turismo di massa è – secondo la definizione di «Lisboa does not love», associazione nata per contrastare l’overtourism nella capitale portoghese – inquinamento umano, la città turistica ineludibilmente diventa junkspace, spazio-spazzatura, secondo la definizione di Koolhaas. Quando il junkspace si svuota dalla sua fauna naturale – i turisti mordi-e-fuggi – ecco svelarsi un deadspace: una necropoli.

L’impatto della rivelazione tanatologica è stato così forte che anche il subconscio dell’amministrazione lo ha registrato. Sui tanti spazi per le affissioni istituzionali, normalmente destinati a mostre ed eventi, e vuoti in assenza di mostre ed eventi, sono apparsi, durante il primo lockdown, dei manifesti arancioni con piccole vedute a matita di una Firenze dall’aria speranzosa (e per lo più immaginaria, vista l’assenza, nei quadretti, di turisti e siti a loro destinati) e la scritta RINASCE FIRENZE. Il sottotitolo era «ripensiamo la città», e poco più in basso c’era un link che rimandava a un pdf che, dopo un inizio un filo sgrammaticato – «Firenze sembra risvegliata dal sonno della pandemia come un bellissimo animale che ha visto il mondo cambiare intorno alla città e ai suoi abitanti» – e un avvilente rimando alla resilienza, proponeva una serie di interventi su vari punti piuttosto generici, come policentrismo, rinnovamento del centro storico, mobilità green, sviluppo economico, cultura diffusa, che nella loro incontestabile condivisibilità parevano soprattutto tradire il percolaggio, anche nel centrosinistra, di una retorica messa a punto in questi anni dalle destre: atteggiarsi come se al governo, in questo caso della città, ci fosse qualcun altro. Le proposte appaiono per lo più plausibili: le si attuino… Detto ciò, un’analisi semantica suggerisce qualcos’altro. Rinasce solo ciò che è morto; si reinventa solo ciò che è si è scoperto sbagliato. In un modo o nell’altro anche a Palazzo Vecchio ci si è accorti che la situazione è questa. Dato che a margine della pagina web non mancava il form in cui il cittadino poteva inviare le sue proposte, così da vivere il brivido illusorio della partecipazione, proviamoci, anche alla luce di quanto accaduto nel frattempo.

Il primo punto è rendersi pienamente conto che una simile situazione non è casuale, ma frutto di scelte che da almeno vent’anni vanno in una sola direzione. Il caso emblematico è quello dello spostamento di tante facoltà in periferia o fuori città, in «poli didattici» il cui nomignolo in alcuni casi dice tutto: quello di Novoli, che ospita oggi le facoltà di Scienze Politiche, Giurisprudenza ed Economia, è noto agli studenti come «Mordor», tutto questo mentre le università americane si affrettavano a prender possesso dei migliori palazzi – poiché sanno bene che vivere il patrimonio artistico di Firenze è parte integrante dell’esperienza di studiarci. Fu forse hybris: lapresunzione di pensare che il centro di Firenze potesse dirsi vivo e vitale anche senza i suoi studenti (e i servizi da essi tenuti in vita). Non era così.

Il secondo è capire che una situazione d’emergenza – letteralmente la morte di una città – richiede misure, ma soprattutto attenzioni, d’emergenza. Quello che a Firenze è mancato in questi anni, e che il piccolo form pare sottolineare in un gesto d’involontaria autoironia, è stata proprio la capacità di ascolto: non tanto di progettare, quanto di capire, almeno, dov’è che la città mostra ancora segni di vita che andrebbero intercettati e valorizzati. Oltre alla già citata kermesse Firenze RiVista, c’è un piccolo caso che ha assunto valenza paradigmatica: quello della Polveriera e del complesso di Sant’Apollonia. Negli stabili di proprietà della Regione Toscana, in cui ha storicamente sede la mensa universitaria, un gruppo di studenti e cittadini ha riqualificato alcune stanze abbandonate, trasformandole in uno spazio che in otto anni ha organizzato un paio di centinaia di eventi culturali, tra cui il partecipato Festival della Letteratura Sociale, ed è diventato sede di una trentina di progetti artistici permanenti. Quando il Consiglio d’Amministrazione dell’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio ha approvato, con il voto contrario delle rappresentanze studentesche, lo sgombero, è seguita una mobilitazione che ha rapidamente superato i confini cittadini, facendosi nazionale, e la Regione ha lanciato un progetto di «percorso partecipato» che ha dato indicazioni di tutt’altro segno, e i cui risultati restano per ora disattesi (più di una volta il chiostro, usato dai cittadini per molte attività, è stato nuovamente chiuso senza motivo). Ciò che più colpisce nella vicenda di Sant’Apollonia è il silenzio dell’amministrazione cittadina. Nonostante ci fosse in ballo il più attivo laboratorio culturale del centro di Firenze, oltre che una decisiva area verde, i suoi rappresentanti non si sono visti agli incontri del «percorso partecipato» né hanno rilasciato dichiarazioni in merito. Facile immaginare che dietro a un atteggiamento del genere ci sia una questione di sovranità: «è della Regione, se la veda la Regione». In una situazione normale sarebbe politicamente comprensibile. La situazione, però, non è normale. Proprio come in un ambiente al collasso vanno preservati gli ecosistemi residui, in una città che vive un’emergenza di queste proporzioni, la tutela, e magari la valorizzazione, degli ambiti in cui i cittadini spontaneamente si ritrovano, vivono, producono cultura, arte e partecipazione, deve diventare prioritaria.

Il terzo punto è la necessità di un cambio di mentalità: un altro fatto – se vogliamo speculare alla vicenda di Sant’Apollonia –, la recente assegnazione di uno stabile in comodato d’uso gratuito a un’organizzazione pro-decoro, una delle cui più recenti imprese è stata la cancellazione di opere d’arte da una facciata privata (e se invece dessimo spazi a chi l’arte la fa?), dimostra che la città è ancora legata a logiche «anti-degrado» funzionali alla gentrificazione – e quindi alla turistificazione e allo svuotamento dei quartieri.

All’apparenza casi individuali, quelli elencati sono in realtà segnali di uno scollegamento: quello tra chi il centro città lo vive, e chi lo amministra. Nonostante quanto è accaduto nell’ultimo anno, non c’è ancora piena coscienza dell’urgenza di un cambio di paradigma. Tant’è che un tal cambio non pare imminente: se nel 2016 l’Unesco inviava un richiamo alla città per il rischio di vendita di parti rilevanti del patrimonio artistico cittadino, oggi la soluzione che rischia di profilarsi all’orizzonte è la svendita di molti immobili di proprietà del Comune. E se invece si riconoscesse il peccato di hybris, e in quegli immobili si provassero a riportare associazioni, aziende e università (e chi le popola, giacché l’unica fauna reale che la città ha saputo attirare negli ultimi decenni, piaccia o meno, resta quella studentesca), ovvero le sole ricchezze di una Firenze che, senza di loro, ha scoperto di essere, più che un «animale bellissimo», solo il guscio vuoto di quell’animale? Alcune operazioni, come il progetto di rilancio del complesso di Santa Maria Novella, con una biblioteca e delle residenze artistiche, vanno in questa direzione, ma gli habitat hanno anche bisogno di una fauna, e tale fauna verrà attirata solo con una totale inversione di rotta, che cominci a valutare come positiva, auspicabile e da sostenere qualunque manifestazione di vita e aggregazione in questo centro svuotato e deserto.

ARTICOLO n. 36 / 2021

D. H. Lawrence: Un canone inesatto

Ricordo molto chiaramente la prima volta che mi sono imbattuto in D. H. Lawrence come scrittore di qualcosa di diverso dalla fiction. A scuola stavamo studiando Amleto, e leggevamo le solite analisi critiche di A. C. Bradley, G. Wilson Knight e quella, un po’ più di moda, di Jan Kott (Shakespeare nostro contemporaneo). Ma il mio professore mi ha indirizzato anche su uno strano scritto di Lawrence intitolato Il Teatro, in Crepuscolo in Italia 1, che riguardava una rappresentazione di Amleto. Volevo ridurre il saggio alla stretta utilità dell’esame ma non sapevo cosa fosse né come doveva essere letto. Ovviamente era su Amleto (una «dichiarazione della più importante posizione filosofica del Rinascimento»)2, ma era anche una sorta di racconto, una reinvenzione di un’esperienza e di un luogo reali. I saggi critici che avevo letto fino a quel momento sembravano tutti degli esempi accurati e compiuti di ciò per cui li stavo leggendo, ovvero i compiti a casa. Eppure, in Teatro non c’era ombra dell’accuratezza forzata dei compiti a casa, e se ciò aveva un certo fascino, sollevava però dubbi sulla legittimità e sul valore dello scritto. Riflettendoci, quello che mi mancava, penso, era la monotonia istituzionalizzata che pervadeva così tanto la critica giunta a definire lo studio dell’Inglese all’università. Era davvero enorme il distacco, in termini di divertimento, tra i romanzi e le poesie e le cose che ci si aspettava di leggere su di loro. Almeno fino a quando, nella settimana dedicata a Thomas Hardy, Lawrence non irruppe di nuovo e improvvisamente non ci fu più alcun distacco. Prima sottolineava, nel suo modo piuttosto semplice, che i personaggi di Hardy «scoppiano inaspettatamente e fanno qualcosa che nessuno farebbe», e dopo faceva dichiarazioni metafisiche sul «grande potere tragico» di Egdon Heath. Ho letto Study of Thomas Hardy per la luce che riversava su Hardy ma anche come espressione rivelatoria del suo autore: tanto specchio quanto finestra. Fino ad allora la non-fiction esisteva o come una disciplina completamente diversa (la Storia, per esempio) oppure come una sorta di scaletta per aiutare a padroneggiare poesie e romanzi. Questi lavori di Lawrence rappresentarono il primo barlume di un rapporto più ambiguo tra critica e fiction, tra le necessarie restrizioni della disciplina accademica e la vita nomade della mente. (Lawrence si è spinto notoriamente oltre, rifiutando l’angusta vita della mente per «un credo nel sangue, nella carne, perché più saggi dell’intelletto»).

La combinazione di commento e scrittura creativa raggiunse la piena espressione – o, in lawrencese, «fu consumata» – in Classici americani che resta una delle imprese più selvagge di mappatura critica mai tentate – non solo dei maggiori rappresentanti di un canone nazionale ma dell’anima di un’intera nazione. Questi primi scritti su Amleto e su Hardy – relativamente precoci nella vita di scrittore di Lawrence e molto precoci nella mia vita di suo lettore – furono rivoluzionari. Quarant’anni dopo resta sempre sorprendente la vicinanza dei saggi di Classici americani con la mia vita adulta. A venticinque anni Philip Larkin era troppo giovane per sapere se fosse valida la sua prematura affermazione per cui «nessuno che sia davvero trasalito per Lawrence potrebbe mai abbandonarlo»; ma si è dimostrata esatta nel mio caso.

Poco prima di scrivere questo saggio ero ospite a casa di un amico a Joshua Tree. Nel tardo pomeriggio abbiamo fatto una passeggiata su una collina nelle vicinanze, sotto il sole cocente, fino a un camper abbandonato dal suo proprietario. Dentro c’erano escrementi di topi e di ratti ovunque, sul pavimento, sul letto e su tutta la cucina. I resti sparsi di ciò che un tempo era stata una vita domestica si mescolavano ai detriti della successiva dipendenza da droghe fino a trasformare i diversi spazi di quella casa in «un’orribile galleria sotterranea dell’animo umano». Immutati per milioni di anni, il paesaggio dorato circostante e il profondo blu del cielo erano incredibili. Su un tavolo da picnic fuori da quella discarica di camper, c’erano le pagine di un’edizione tascabile degli scritti di Edgar Allan Poe. Era impossibile sapere ‘quale orribile storia dell’animo umano nei suoi violenti spasmi’ avesse preso luogo lì ma, per me, il mistero stesso aveva preso forma nei pensieri di Lawrence su Poe. Due settimane prima, nel Colorado, avevo visto il film western Hostiles – Ostili, che riprende la sua epigrafe dal saggio di Lawrence su Fenimore Cooper: «Il vero animo americano è duro, isolato, stoico e omicida». Entrambe le esperienze – una volutamente, per mano del regista Scott Cooper, l’altra per caso – erano state plasmate da ciò che Lawrence aveva scritto.3

C’era un tempo in cui ciò non era affatto insolito. Nel 1945 Larkin con entusiasmo diceva a un amico che Lawrence era «il più grande scrittore del secolo, e per molti aspetti il più grande scrittore di tutti i tempi». Nato cinque anni dopo Larkin, il narratore di Il Mago (1965), scritto da John Fowles alza ancora l’asticella e lascia la scuola considerando Lawrence «il più grande essere umano del secolo». E non erano soltanto ragazzi. Visitando il ranch e il santuario di Lawrence a Taos, nel 1939, W. H. Auden notò come «auto di donne in pellegrinaggio arrivavano ogni giorno per starsene lì in ossequio e immaginare come sarebbe stato andare a letto con lui».

La risposta, secondo Kate Millett in La politica del sesso (1970), era probabilmente spiacevole e sicuramente deludente. La sua analisi devastante e arguta mise a nudo le sciocchezze stucchevoli e il «fasto liturgico» proprio di ciò che rese Lawrence famoso, ossia scrivere di sesso. Aggiungiamo la sua deplorevole – sebbene temporanea infatuazione per un culto protofascista del «leader con seguito» ed è facile capire perché la reputazione di Lawrence abbia avuto un declino più o meno stabile dagli anni Settanta. Per un periodo che è durato tanto quanto la sua breve vita, Lawrence è riuscito a restare pervicacemente fuori da qualsiasi fascinazione critica del momento – ma questo non significa che non abbia avuto i suoi devoti.  Da qui la frustrata passione di Tony Hoagland, nella sua poesia Lawrence, in cui ricorda come

In due occasioni negli ultimi dodici mesi

non sono riuscito, quando qualcuno a un party

ha parlato di lui con sdegnoso disprezzo,

a difendere D. H. Lawrence.

Qualsiasi tentativo di difendere quest’«uomo che bruciò una torcia ad acetilene / da una parte all’altra della sua vita» dovrebbe cominciare dall’ammettere non solo la bassa qualità di romanzi come La verga di Aronne o Il serpente piumato ma anche che alcune dell’opere canonizzate sono, nelle incomprese parole di George Orwell, «difficili da finire». Come romanziere, potremmo dire che Lawrence ha raggiunto l’apice precocemente, con Figli e amanti. Il suo ex-amico amico John Middleton Murry si spinse più lontano sostenendo in una recensione di Donne innamorate che Lawrence fosse uno di quei romanzieri che «sembrano aver superato il proprio apice ben prima di averlo raggiunto». Da lì in poi, come ha detto Raymond Williams con commozione, «ciò che ha perduto lungo la strada – ciò che penso lui sapesse aver perso e tentò di recuperare – potrebbe in effetti essere tanto importante quanto ciò che indubbiamente guadagnò». Un modo per ribilanciare i conti è quello di estendere l’area di interesse critico oltre i canali fittizi della «grande tradizione» di F. R. Leavis per includere forme di scrittura che sono considerate secondarie e minori. Se Lawrence oggi rimane un grande scrittore, ciò è dovuto in gran parte alla freschezza duratura e alla forza che si trova nei suoi libri di viaggio, nelle poesie che erano a malapena poesie, e nei suoi saggi sparsi. Per Lawrence il romanzo, «l’unico luminoso libro della vita», era la sfida suprema; ciò su cui aveva giocato la propria vita. Ma molti dei suoi doni spiccavano meglio altrove. Sotto questo aspetto, nella sua incapacità di confinare se stesso nell’arena a cui più teneva, appare come uno scrittore chiaramente contemporaneo: Lawrence visto come canone inesatto, per così dire.

Un curatore di una selezione di saggi di Lawrence, Richard Aldington, aveva deciso che «Saggi» fosse una «parola piuttosto povera per questi scritti così brillantemente vari».

In realtà, Aldington forse sottostima la questione, perché brillantezza e varietà spesso coesistono all’interno di un singolo saggio. (Dean Young, nel suo poema Shield of Moon Dust, restringe ancora di più il campo e rappresenta Lawrence come qualcuno capace di scrivere orribilmente e magnificamente nella stessa frase). Saggi sugli scrittori sono anche saggi sui luoghi; saggi sui luoghi sono anche pezzi di autobiografia e così via. Rebecca West, nella sua Elegy, composta dopo la morte di Lawrence, ricorda il loro incontro in Italia dove lui stava «battendo a macchina un articolo sulla condizione di Firenze». Più tardi lei si accorse che in realtà stava «scrivendo sulla condizione della propria anima in quel momento», usando la città come simbolo di comodo. Persuasiva e in parte vera, l’analisi di West rischia di sminuire l’inquietante capacità di Lawrence di rendere ciò che Mabel Dodge Sterne ha chiamato «l’atmosfera, il contatto e l’odore dei luoghi» – che è la ragione per cui lei lo invitò in New Mexico nel 1921. Durante il viaggio tortuoso che dalla Sicilia doveva condurlo lì e poi in Australia nel maggio successivo, lui sembrò intuire immediatamente un altro mondo, una sorta di tempo del sogno: «una ‘quarta dimensione’ e i bianchi vi nuotano come ombre sulla superficie». Sebbene menzioni solo di sfuggita la politica, la sua Lettera dalla Germania registra qualcosa – qualcosa «che non è ancora accaduto» – soffiare tra gli alberi della Foresta Nera nel 1924: «Dalla stessa aria arriva un senso di pericolo, uno strano sentimento che sussurra un inquietante pericolo». Sensazioni guizzano e accendono idee, esposte come fossero dati di qualche strumento calibrato su una frequenza di percezione così estrema da essere anormale o addirittura patologica. Il divario tra l’oggetto apparente della ricerca e la direzione presa dall’investigazione spesso è vasto, le conclusioni di solito drastiche. Ogni cosa ha la possibilità di diventare qualcos’altro. Le parti migliori di Art and Morality non riguardano l’arte o la morale ma – attraverso una incredibile divagazione intellettuale sulle vite degli antichi Egizi – descrivono come la moda ‘Kodak’ di fotografare se stessi in continuazione abbia fondamentalmente cambiato la percezione di noi stessi: una profetica diagnosi del malessere distintivo dell’era dell’iPhone. In una nota editoriale a Introduction to Pictures (da non confondere con Introduction to these paintings) lo studioso James T. Boulton giustamente puntualizza che il saggio «non prende in esame nemmeno una volta le immagini». Questa tendenza a deviare dalle intenzioni annunciate fu espressa nel modo migliore da Lawrence stesso il 5 settembre 1914. «Per pura rabbia ho iniziato il mio libro su Thomas Hardy. Tratterà di tutto tranne che di Thomas Hardy, temo, roba strana – niente male».

Pensato come parte di una serie chiamata Writers of the Day, il manoscritto, che si era molto allontanato da qualsiasi modello, non fu accettato per la pubblicazione. Lawrence, da parte sua, voleva distanziarsi ancora di più dall’obiettivo originale e cominciò a rimodellare qualcosa che era stato «perlopiù filosofeggiante, vagamente collegato ad Hardy» in favore di una più esplicita dichiarazione della sua «filosofia (perdonate la parola)». Il risultato, molto rivisto, fu La Corona ma anche alcuni dei «bozzetti» da cui ebbe origine Crepuscolo in Italia furono ridefiniti per veicolare questo carico filosofico maggiore. Versioni dello stesso tema sorgono in forme disparate e sovrapposte, alcune incomplete o inedite. Quelli che cominciano come «saggi» o «bozzetti isolati» si trasformano in capitoli all’interno di un libro.

Lawrence aveva indubbiamente una propria filosofia, che era sempre entusiasta di condividere con il mondo (per usare un eufemismo), anche se con questa non aveva alcuna dimestichezza.

Amo il modo in cui criticò Bertrand Russell per essere incapace di «accettare nella sua filosofia l’Infinito, lo Sconfinato, l’Eterno, come vero punto di partenza», ma nonostante i propositi di «impartire delle lezioni sull’Eternità» Lawrence dava sempre il meglio quando si occupava del finito e del particolare. Per quanto risultino poco stuzzicanti per i lettori contemporanei, le sue Reflections, mantengono il loro fascino per il modo in cui sono radicate non solo nella «morte di un porcospino», ma nell’agonia del cane con le spine di porcospino nel naso con cui comincia lo scritto. Lawrence si faceva spesso trasportare da discorsi riguardo a un metaforico «fiume di dissoluzione» ma notava, con sorprendente chiarezza di visione, tutta la flora e la fauna della riva letterale. Ritraendosi istintivamente davanti all’Ulisse di Joyce («Ma che sforzo! Che prova!»), Lawrence spesso dava il meglio quando andava a braccio, anche se ciò garantì a sua volta la bassa opinione di Joyce: «Quell’uomo scrive davvero, davvero male». A questo proposito, nonostante abbia riscritto più volte i romanzi più famosi, l’uomo che snobbò Joyce per essere «completamente privo di spontaneità», è come un proto-Kerouac. Poteva predicare senza sosta sull’uomo, la donna e la necessità per loro di essere, come insiste Birkin in Donne innamorate, «due stelle ben distinte, eguali e in perfetto equilibrio, in congiunzione…» (Bur 2009, trad. Adriana Dell’Orto), ma la cosa migliore che abbia scritto su una moglie o una compagna di vita si trova in un verso trascurato nella poesia For a Moment nella quale, mentre si siede e aspetta sulla terrazza di un hotel, lui vede «la donna che cerca me nel mondo». Nessuno ha mai espresso con più chiarezza di quella donna, Frieda 4, ciò che continua ad attrarre i lettori che sarebbero altrimenti stanchi dei lombi delle tenebre di Lawrence, delle fiamme dure come gemme, eccetera: «Per me il suo rapporto, il suo legame con ogni parte della creazione era incredibile, non c’era idea preconcetta, soltanto un incontro tra lui e la creatura, un albero, una nuvola, qualsiasi cosa. Io lo chiamavo amore, ma era qualcosa di diverso – Bejahung in tedesco, il dire sì». 

In effetti, ci sono momenti come questo in tutto ciò che ha scritto, a prescindere dal genere: dalla descrizione dei cipressi in Crepuscolo («Come abbiamo candele per illuminare l’oscurità della notte, così i cipressi sono candele che tengono l’oscurità accesa nel pieno splendore del sole») al canguro con le sue «cadenti spalle vittoriane» nell’eponimo poema, fino a numerose scene e passaggi in ogni suo romanzo. Non puoi mai sapere, con Lawrence, quando o come si manifesterà il prossimo lampo di genio. L’ossessione di calpestare i soliti imperativi dell’autocontrollo editoriale è un piccolo prezzo da pagare per il flusso senza ostacoli di improvvisazioni che otteniamo quando racconta di un sabato pomeriggio passato a Malta in compagnia di Maurice Magnus, in cui esplora «questa isola terribile», «questa sconcertante isola bruciata, essiccata dal sole», «questa isola orribile e smunta», «questa isola bestiale». In passaggi come questo la scrittura di Lawrence galleggia libera dal periodo di composizione, dalle prerogative dell’epoca condivise con angoscia, in una maniera che raramente si trova nei modernisti a lui contemporanei.

L’inizio di Whistling of birds sembra un passaggio da The Peregrine di J. A. Baker: «Il gelo rimase per molte settimane, al punto che gli uccelli cominciavano a morire rapidamente. Ovunque nei campi e sotto le siepi stavano i resti raggrinziti di pavoncelli, storni, passeri, tordi, sperduti mantelli di insanguinati uccelli raggrinziti…» Piuttosto che enumerare potenziali paragoni attraverso il tempo, può bastare questo solo esempio. L’inchiostro sulla prima pagina di Taos pare abbia a malapena avuto il tempo di asciugarsi nei 95 anni da quando Lawrence l’ha scritta.

Molti dei saggi successivi furono realizzati per denaro, quando Lawrence era a corto di energia e voglia di concentrarsi su un duraturo lavoro creativo. «Io penso sia forse uno spreco scrivere ancora romanzi», scrisse a Nancy Pearn dell’ufficio del suo agente letterario Curtis Brown. «Potrei probabilmente vivere di piccoli lavori, per esempio sulle riviste.» La paziente Ms Pearn si dimostrò altrettanto capace nel trovare destinazioni adatte per questi pezzi e di assicurare offerte per scrivere ulteriori «piccoli articoli per i giornali» che lui considerava «il modo di gran lunga migliore per fare soldi».

A dispetto di come abbiano avuto origine queste cose, o delle ragioni di Lawrence nel comporle, l’atto di scrivere invariabilmente restituisce qualcosa – e questa è la parola che usa Hoagland per concludere la sua tardiva difesa – di magnifico. Da nessuna parte ciò è più evidente che nell’introduzione che ha offerto a Memorie della Legione Stranieradi Magnus. Incentrata per lo più sul denaro, fu scritta per estinguere i debiti di Magnus e riguadagnare dei soldi che Lawrence stesso aveva perso, ma la grande estensione del pezzo in effetti ripulisce – o cancella – la ragione di partenza. Più in generale, quando Lawrence buttava giù questi ‘piccoli lavori’ stava in qualche modo giocando a suo vantaggio, alleggerendosi, perché si esprimeva liberamente, anche senza il peso psichico dell’ambizione che aggrava invece L’arcobaleno o Donne innamorate.

In una lettera che riguardava la collocazione di manoscritti dispersi la sua amica Dorothy Brett ha notato intelligentemente che «quando un uomo trascurato come Lawrence diventa accurato – e non dimostra alcuna traccia della sua trascuratezza – è propenso a perdere le staffe». La serena attitudine che lo animava nella scrittura dei saggi aveva dei vantaggi inaspettati. Lungo tutta la sua carriera Lawrence ha gettato bottiglie con dentro messaggi che disdegnavano con forza ciò di cui professava non curarsi in un determinato momento. In uno degli ultimi pezzi che ha scritto, un’introduzione su The Dragon of the Apocalypse di Frederick Carter – un altro esempio di un pezzo che è cresciuto oltre il suo obiettivo iniziale, visto che Lawrence finì per scrivere la sua propria Apocalisse – egli ha esposto alcune delle ragioni e dei modi in cui continuiamo a occuparci di lui. «Non m’importa cosa un uomo tenta di dimostrare, fintanto che riesce ad interessarmi e trasportarmi. Non m’interessa per niente se lui [Carter] raggiunge il suo scopo o meno, fintantoché è riuscito comunque a offrirmi una vera esperienza immaginativa, e non un altro cumulo di idee gonfiate.» E quindi va ad anticipare le nostre potenziali obiezioni: «Che importa se è confuso? Che importa se è ripetitivo? Che importa se in alcune parti non è molto interessante, quando in altre lo è così intensamente, quando d’improvviso apre le porte e lascia entrare lo spirito dentro un mondo nuovo, anche se è un mondo davvero vecchio!».

Pagina dopo pagina i saggi di Lawrence lo rivelano come uno scrittore in eterno rinnovamento: il nostro perpetuo contemporaneo.

© 2019, Geoff Dyer

La traduzione è a cura di Marco Marino

ARTICOLO n. 35 / 2021

Per un mondo parallelo pieno di speranza

INTERVISTA DI MARCO MARINO

M.M. Sara, nel tuo nuovo podcast, Prima, hai voluto ricostruire la storia di Maria Silvia Spolato, la prima donna che ha fatto coming out pubblico in Italia. È molto bella la descrizione che ne fai nella sigla: «è la storia di come stavano le cose prima e di come, grazie al coraggio di Maria Silvia e di persone che come lei hanno lottato, sono diventate più semplici. Anche per me». Quando senti per la prima volta quell’«anche per me» ti spiazza, perché ti dà subito modo di capire che chi sta raccontando la storia non è una semplice narratrice.

S.P. L’aderenza con la storia che si racconta è molto importante. Soprattutto se utilizzi uno strumento come il podcast. È possibile raccontare storie lontane da te, ma il racconto per voce, per sua stessa natura, deve possedere un’autenticità che solo con pochissimi altri mezzi riesci a replicare. C’è la voce in primo piano, che instaura una relazione molto intima fra te che parli e chi ti ascolta. Che in quel momento spesso vive un’esperienza solitaria. I podcast di solito si sentono da soli, in cuffia. Desideravo mettere in chiaro da subito, in un punto importante come la sigla, che ricorre in ogni episodio, quell’«anche per me», perché si capisse che c’era un motivo profondo e personale per cui stavo raccontando quella storia. Non ero una semplice osservatrice, ma una persona che ha potuto avere un certo tipo di vita anche grazie a quella storia che stavo raccontando. A tutto ciò che era avvenuto prima. Non so quanta consapevolezza ci sia stata nel farlo, ma c’è stata sicuramente una necessità nella scrittura. Sottolineare quell’aderenza.

M.M. Si intrecciano, nel podcast, la storia di Maria Silvia Spolato e la tua. Ne esce fuori un racconto di due vite parallele che vivono e affrontano, a distanza di molti anni, comuni esperienze – la paura di essere sbagliate; le letture e la coscienza di non essere sole; il coming out e il coraggio di dirsi. Potresti raccontarci la prossimità e la distanza fra la tua storia e quella di Maria Silvia?

S.P. Me ne sono resa conto mentre ci lavoravo, di questo forte intreccio che si è venuto a creare, quando ero quasi arrivata alla fine. Sai, la mia è una generazione di mezzo, e per questo penso di aver avuto un punto di osservazione privilegiato. Ci sono degli elementi di enorme distanza, storica e sociale, rispetto a quella che poteva essere stata l’esperienza di Maria Silvia Spolato, nata nel ’35, e delle altre donne che racconto nella serie. Però, allo stesso tempo, la mia esperienza, confrontata con quella di un ventenne di oggi che si scopre gay, o non-binary, o trans, è altrettanto diversa. Probabilmente quello che legava la me ventenne alla Maria Silvia Spolato ventenne era la totale assenza di rappresentazione. Anzi, se pensiamo alla generazione di Maria Silvia, l’unica rappresentazione che veniva data dell’omosessualità era qualcosa di terribile, lo racconta bene Stefano Bolognini, il giornalista che intervisto nella seconda puntata: l’omosessualità era legata esclusivamente ai fatti di cronaca; gli omosessuali venivano descritti come malati, persone da curare. E al di fuori di questa narrazione aberrante, per le donne omosessuali dell’epoca non c’era alcun tipo di rappresentazione; e io che ho avuto vent’anni negli Ottanta posso dire che nemmeno noi disponevamo di alcun tipo di rappresentazione. Infatti, mi ha reso molto felice, ma non mi ha sorpreso, che io e la poetessa Edda Billi, che ha novant’anni e intervisto nella prima puntata, avessimo in comune lo stesso libro letto da ragazzine che ci ha fatto pensare «ah, allora non sono l’unica donna omosessuale sul pianeta terra!». Era Il pozzo della solitudine di Radclyffe Hall. Forse chi adesso ha vent’anni questo problema non ce l’ha, fortunatamente basta guardare una serie su Netflix. Adesso i problemi sono altri.

M.M. C’è un’altra trama sotterranea di Prima che mi piace pensare ti leghi a Maria Silvia. Mi riferisco al tuo podcast precedente, Carla, in cui presti la voce alle pagine del diario di tua nonna, una ragazza del Novecento recita il sottotitolo. Anche Maria Silvia era una ragazza del Novecento, ed entrambe hanno vissuto il secondo dopoguerra cercando di affermare – certo, in modi diversi – la propria indipendenza. Trovo nella sigla di Carla un altro passaggio incredibilmente significativo, nelle tue parole nonna Carla «non ha mai smesso di guardare al futuro piena di un’incrollabile speranza». Secondo te, pure Maria Silvia era animata da quell’incrollabile speranza?

S.P. Per Maria Silvia non ci avevo mai pensato. Però, certo, lei era figlia dello spirito del tempo degli anni Settanta. Parlando e conoscendo le sue compagnie di lotta, tutte mi raccontano di un sentiero che abbracciavi, e percorrerlo da donna significava avere un coraggio straordinario, era come se entrassi in un universo parallelo in cui tutto era pieno di speranza: perché le cose succedevano, le cose cambiavano, lo spirito di comunità era fortissimo. È questo lo sguardo che mi hanno restituito le compagne di Maria Silvia. Che a quel tempo sarà stato sicuramente anche il suo.

M.M. Un’altra domanda che desidero farti: per rintracciare quell’incrollabile speranza, in un tempo come il nostro che sembra non possederne, di speranze, è necessario guardare al passato?

S.P. Personalmente sì, per me, guardare dietro a quei momenti storici, mi aiuta a trovare la speranza nel presente, nel futuro, nella possibilità che le cose cambino: se il nostro passato è stato popolato da personalità eccezionali come Maria Silvia, non c’è dubbio che avremo figure come lei anche oggi e domani. Credo che questo continuo sguardo all’indietro abbia anche una funzione salvifica sul presente. Non è tanto uno sguardo nostalgico ma qualcosa che ricarica l’ottimismo. Parlo per me, attenzione, non so se è così per tutti. Io penso di essere una persona tendenzialmente ottimista, e queste storie mi aiutano, mi hanno aiutato.

M.M. Adesso che hai terminato il podcast chi è per te Maria Silvia Spolato? Come continua a seguirti?

S.P. Sono partita da una figura bidimensionale, una fotografia che avevo visto on-line, che la ritraeva mentre teneva stretto un cartellone, e da una pagina Wikipedia piena zeppa di notizie sbagliate. Ma proseguendo le ricerche, Maria Silvia mi si è mostrata come persona estremamente complessa. Ineffabile, in qualche modo. Infatti, sono rimaste insolute tantissime domande che hanno a che vedere proprio con quella sua complessità. Quello che riesco a dirti è che, ricomponendo pazientemente i tasselli della sua storia, mi sono accorta che Maria Silvia non era solo una foto o una pagina Wikipedia. E non era nemmeno soltanto un simbolo, la prima donna scesa in piazza a dichiarare la propria omosessualità. Era molto, molto di più.

M.M. Abbiamo discusso dell’istanze di cambiamento che hanno mosso Maria Silvia e le sue compagne di lotta a scendere in piazza negli anni Settanta. Una militanza necessaria, che ha costruito la società più aperta in cui viviamo oggi. Però, troppo spesso, quando si tratta di proposte necessarie come il ddl Zan, il nostro Paese sembra essere un muro di gomma: una società aperta, sì, ma solo moderatamente. Perché?

S.P. Perché purtroppo l’Italia è un Paese ancora estremamente provinciale, e deve fare tantissimi passi avanti. Probabilmente, se torno alla mia esperienza, quello che mi porto dietro come retaggio della mia generazione è un senso di relativismo. Di accettazione, forse troppo estrema, di cose che dovrebbero essere diverse. Io dico che mi sono sposata, ma in realtà io mi sono potuta unire civilmente, con tutta una serie di differenze rispetto al matrimonio. Però dico: «ah, cavoli, almeno l’ho potuto fare!». Oppure: «Mai avrei pensato di poterlo fare». Invece, se poi mi fermo a pensare davvero, capisco che no, io dovevo avere il diritto di farlo prima e in altri termini. Eppure, c’è una parte di me che si accontenta dei microcambiamenti che ci sono stati o che ci saranno. Sul fatto che l’Italia sia così restia a certe cose di buon senso, lo imputo al fatto che siamo un Paese che subisce fortemente un’influenza cattolica. E spero davvero che le cose cambino.

ARTICOLO n. 34 / 2021

Esiste un modo italiano di raccontare le storie?

«Questo discorso è proprio da norvegesi!» esclamò il mio compagno, quasi infastidito, una sera che guardavamo una puntata di una serie norvegese su Netflix.

L’episodio che ha provocato la reazione di Luigi era una discussione di coppia fra due protagonisti: lei lasciava lui con la spiegazione, ovvero, con le parole «non ce la faccio più». Lui, l’uomo, che stava per essere lasciato da moglie e figlia, né protestava né si difendeva. Lei se ne è andata e la scena è finita lì.

Io, da norvegese, non reagii particolarmente alla brevissima e poco emotiva conversazione che al mio compagno sembrava quasi surreale e, anche se provocato da una serie tv piuttosto banale, l’accaduto mi fece riflettere sulle differenze culturali nel nostro modo di raccontare storie – in un mondo non solo globalizzato da tempo, ma ormai unito anche da Netflix.

Ci sono differenze culturali identificabili e riconoscibili che ci permettono di distinguere fra uno stile italiano e uno stile norvegese o nordico, o uno stile giapponese e così via? È visibile anche nella letteratura contemporanea?

Un salto al jazz

Un amico mio, Luca Vitali, un grande conoscitore di jazz norvegese, una volta che lo intervistai, mi spiegò che un musicista norvegese, prima di iniziare a suonare, ascolta. Solo dopo aver ascoltato, cerca di prendere il suo posto in quella musica e farne parte.

«Il jazz norvegese è musica con più spazio» diceva Vitali, poi mi avvertì: «Un compositore norvegese non si mette seduto accanto al fiordo e compone. Lo spazio riflette un modo di essere che esiste in lui già prima di diventare compositore, che è indipendente dal fatto che compone musica».

Secondo Luca Vitali, le caratteristiche della musica norvegese derivano in parte dal fatto che un norvegese d’istinto cerca silenzio e solitudine, mentre un italiano per esempio cerca la compagnia e il caos.

Vitali illustrava tutto questo paragonando il modo di parlare dei norvegesi con quello degli italiani. «Se ti siedi a un tavolo pieno di italiani», diceva, «il tuo posto nella conversazione lo devi quasi conquistare, interrompendo, parlando più alto, più convincente, più interessante», sottolineava Vitali.

Infatti, tante volte io mi sono trovata in difficoltà in questi discussioni vivaci, silenziata dalle chiacchiere degli altri che non mi lasciavano nessuno spazio, tanto che più di una volta sono passata per una persona di poche parole, mentre in realtà era solo che non capivo come fare.

Non capivo perché non ero abituata. In un gruppo di norvegesi invece, come ricordava anche Vitali, uno aspetta il suo turno, si interrompe poco o niente, si ascolta e poi si prende la parola. Se ci sono attimi di silenzio, non fa niente.

Ma queste differenze musicali sono riconoscibili anche nella letteratura?

Lo stile nordico

Un po’ di tempo fa ho intervistato Cristina Gerosa, direttrice editoriale della casa editrice Iperborea, che pubblica esclusivamente letteratura nordica. Ho chiesto a Gerosa quali sono le caratteristiche della cosiddetta letteratura nordica, rispetto a quella europea continentale.

«L’uso dell’ironia, una certa tendenza avanguardista nella scelta di argomenti da trattare, e il ruolo della natura», fu, in poche parole, la risposta (quella di Gerosa era molto più elaborata). Seguendo lo stesso ragionamento, è possibile identificare tratti comuni anche della letteratura italiana?

Quella italiana potrebbe allora essere una letteratura vivace, piena di parole, quasi vistosa, lirica, concentrata più che altro sugli incontri umani, sullo stare insieme, un riflesso, insomma, del modo d’essere degli italiani. È così?

La mia risposta, francamente, è no.

È da qualche anno che recensisco libri per Internazionale, il settimanale. Tutti i libri che recensisco sono di autori italiani, quasi tutti sono romanzi.

Sebbene la scelta di argomenti (la sceneggiatura?) dipenda spesso dalla terra che ha nutrito lo scrittore, non credo ci siano degli elementi comuni abbastanza dominanti per poter identificare uno «stile narrativo italiano».

Ascetismo narrativo

Prendiamo Lorenzo Alunni, un giovane scrittore italiano, che si muove in un territorio decisamente (e più esplicitamente) italiano nel suo Nel nome del diavolo. Il viaggio da Lampedusa in su attraversa un’Italia mitica, misteriosa, occulta, quasi una sfida culturale e popolare all’Italia ufficiale.

Come letteratura, però, il romanzo di Alunni riporta molto più alle tradizioni sudamericane, al famosissimo realismo magico degli scrittori del nuovo continente, da Marquez ad Allende, piuttosto che a uno stile letterario italiano vero e proprio.

Un libro, non uno stile, italiano

Tutto diverso, invece, per Niccolò Ammaniti. La sua fantasia immisurabile sì che ha qualcosa di infinitamente italiano. A chi verrebbe in mente di inventarsi una banda di sardi vestiti di arancione che vanno in giro in India, o figli giganti di atleti russi scappati dagli Olimpiadi del ’60 che vivono sotto Villa Ada, se non a un italiano, come lui ha fatto in Branchie o in Che la festa cominici?

Uno si potrebbe immaginare un gruppo di scrittori italiani che, ispirati da Ammaniti, spingono le loro rispettive fantasie, già ben sviluppati semplicemente perché sono cresciuti qui, a nuovi limiti come esercizio di gruppo, una sorta di una nuova avanguardia letteraria.

Se esistesse un gruppo così in grado di produrre libri al livello di quelli di Ammaniti, ne sarei, e sicuramente non solo io, incantata. Purtroppo, almeno che io sappia, non ci sono, e lo stile di Ammaniti rimane un marchio suo personale.

In Norvegia si fa pure il noise

«Musicisti norvegesi fanno anche musica noise (musica rock ispirata dal rumorismo dei futuristi, ndr)», diceva Luca Vitali, mentre parlava del jazz norvegese, come per sottolineare che il legame fra uomo e natura non si traduce sempre in musica contemplativa e spaziosa, e che anche se i norvegesi tendono al silenzio, non è un valore assoluto nel paesaggio musicale norvegese.

Ho pensato molto alle sue parole mentre leggevo Ultimo parallelo di Filippo Tuena.

C’è poco del solito caos romano nel capolavoro del romano Tuena. La storia della fatale spedizione dell’inglese Scott nell’Antartide, in cui Scott e i suoi uomini non solo persero la gara per arrivare primi al polo, sconfitti da una spedizione norvegese, ma persero anche la vita.

Tuena racconta la loro storia, ma il vero protagonista del libro non sono gli esploratori, è la vasta, durissima imperdonabile natura dell’Antartide:  

«[e] se questo labirinto di ghiaccio fosse la meta ti dici mentre la mia immagine riflessa come in uno specchio appare dietro la crosta lucida e azzurra e se questa fosse la via, il sentiero che conduce al regno di sotto».

E di seguito:

«mangiasse fiori di loto che fanno dimenticare la nostalgia di casa e la via del ritorno tutto sarebbe più facile ma perché rendere le cose più facili che senso ha renderle più facili quando sono impossibili».

Branding

Il libro di Tuena, infatti, rientra quasi perfettamente nello stile nordico proposto da Iperborea e altri, il che fa inevitabilmente riflettere.

Anche se ho tantissimo rispetto per Iperborea come casa editrice, credo nello stesso tempo che nutra un’immagine del nord più che altro costruita. 

Lo stile nordico, in realtà, è diventato un marchio che gli stessi nordici cercano di rafforzare tramite migliaia di iniziative culturali, letterarie e non, promosse dalle varie ambasciate in tutto il mondo. È poco altro che un marchio, e i loro tentativi di rafforzare questo stile costruito sono poco altro che una semplice strategia di marketing. 

Pertanto non ci sono, nella scelta degli autori di Iperborea e di altri editori come loro, tantissimi scrittori nordici che, anche se molto seguiti nel paese d’origine, non seguono questo stile lucidato del brand nordico.

Ma sembra una limitazione, non un punto di forza.

Una patria letteraria

C’è un altro scrittore che, pure lui, spesso sembra avere più in comune con un silenzioso e pensieroso nordico che con un vivace italiano. Penso a Claudio Magris, che ha uno stile quasi meditativo, sia quando racconta una favola basata sulla vita di un gabbiano, sia quando insegue le storie vere dei mitteleuropei immigrati in Argentina.

Più che nordico, però, lo stile di Magris mi sembra figlio del mondo universitario-letterario dello scrittore. Magris utilizza una saggezza e una cultura che piazza pienamente in una tradizione non tanto italiana, che intellettuale e globale.

«la patria di un uomo – il luogo in cui ci si sente a casa nella vita e i cui colori, paesaggi, venti sono la familiare musica dell’esistenza – è la terra in cui vivono i suoi figli o quella in cui sono sepolti i suoi genitori?» chiede Magris in Croce del Sud.

La sua domanda mi sembra valida anche nella letteratura: sono le nostre origini o le nostre storie di vita che condizionano la nostra scrittura?

Un discorso continuo

Forse può rispondere Nicola Lagioia.

La città dei vivi è un pugno nello stomaco, racconta fatti reali così crudeli e surreali che uno stenta a crederci. Nel farlo, però, Lagioia riesce a raccontare una città, Roma, com’è oggi e come probabilmente è sempre stata – il motivo per cui è realmente la città eterna. Roma non può morire perché c’è troppa vita incontrollabile, non regolare, per il bene ma anche per il molto male.

Il libro di Lagioia l’ho letto più come un inno a Roma che come il racconto di un accaduto terribile.

Lagioia non è romano, è pugliese, ma ogni tanto ci vuole qualcuno di esterno per tirare fuori certe verità di un luogo. Qualcuno che abbia abbastanza conoscenza di un posto per poterlo decifrare, ma con sufficiente distanza da poter vedere le cose come sono realmente.

Allora la nostra casa letteraria si costruisce con un continuo movimento mentale fra le nostre origini e le nostre destinazioni, reali e/o immaginarie.

La costruzione di un mito

In una riflessione pubblicata su Financial Times, il giornalista Janan Ganesh parla dello «myth-making», la costruzione dei miti, che accompagna le nostre nazioni. «Senza questi miti», scrive, «semplicemente non credo che la nazione esiste». 

Ganesh non parlava della letteratura, parlava del nazionalismo in generale, ma sono due cose parallele. Uno stile letterario nazionale necessiterebbe di un concertato «myth-making» letterario, come è accaduto con lo stile nordico.  

Detto in un altro modo: uno stile letterario italiano potrebbe sicuramente esistere però bisognerebbe crearlo. Ma vale veramente la pena, considerando tutti quei libri e quegli autori che non sono conformi a quello stile e che, di conseguenza, rimarrebbero esclusi?  

ARTICOLO n. 33 / 2021

Io me ne frego dell’empatia

RITRATTO DI RICHARD YATES

Rientro in quella categoria di maniaci che quando gli piace uno scrittore ne divorano l’opera completa. Di Richard Yates ho letto tutto l’esistente, fosse stato possibile avrei sbirciato volentieri anche la sua lista della spesa, certa di trovarvi annotazioni interessanti (anche se in parte posso immaginarmela, la spesa di Yates, composta prevalentemente di spirits, alcolici…). Dovendo formulare le ragioni del mio indiscusso amore per lo scrittore americano, comincerei proprio dal termine spirito, inteso come essenza, anima, se vogliamo. Quella caratteristica che ci fa riconoscere all’istante lo stile di un autore.

Lo spirito di Yates, inconfondibile, pervade una per una le migliaia di pagine che ha scritto, tanto che non ci sarebbe bisogno di una copertina a rivelarne l’identità. Per farsene un’idea, basta pescare a caso uno dei formidabili dialoghi in cui sono incessantemente impegnati i suoi personaggi (tanto che non si capisce come mai non sia diventato un grande sceneggiatore, ma questo è uno dei tanti quesiti che lo riguardano). Gli si potrebbe rimproverare di aver raccontato, in fondo, sempre la stessa storia. La struttura dei suoi romanzi si ripropone quasi identica, i personaggi sono quasi intercambiabili, idem gli ambienti e i luoghi, eppure è in questa ripetitività che si nasconde la sua forza: nulla si esaurisce davvero e la stessa vicenda può essere raccontata e sviscerata all’infinito. È artista colui che ripete senza replicare, e così facendo approfondisce: un metodo che si ritrova di frequente, ad esempio, nella pittura.

I protagonisti di Yates (ma anche gli antagonisti, o le semplici comparse) sono tutti condannati dallo stesso inesorabile destino: si illudono di non essere quello che sono e ciecamente vanno incontro alla sconfitta. Perdenti che si affannano per andare avanti restando in realtà fermi, e verso i quali lo stesso autore non prova nessuna compassione. Una lotta per la sopravvivenza che non possiede la nobiltà del soldato in trincea, del povero diseredato o del naufrago. Sono uomini qualunque: pavidi, bugiardi, invidiosi. Pessimi genitori, coniugi fedifraghi, compagni di scuola bastardi. Gente con cui non vorremmo mai avere a che fare. Eppure… eppure non possiamo fare a meno di amarli. Eccolo qui il prodigio ordito da Yates, la ragnatela sottile nella quale ci imprigiona. Gli strumenti di tale incantamento vanno senza dubbio attribuiti alla perizia della sua prosa che pare semplice ma non lo è affatto (è nota la precisione parossistica con la quale selezionava gli aggettivi o controllava la punteggiatura, per non parlare delle infinite riletture dei suoi testi che avrebbero reso superflui gli eventuali interventi degli editor), ma il segreto, se abbiamo voglia di conoscerlo, ce lo rivela l’uomo Richard Yates. Il suo è infatti uno dei rari casi in cui l’opera non può essere separata dalla vita del suo autore, poiché essa ne sta all’origine, è la fonte primaria di ogni racconto. La vita, la durissima vita di Richard Yates era nient’altro che una scusa per scrivere, e l’unico senso che lui le attribuiva era l’ispirazione che poteva fornire ai suoi libri.

Naturalmente si possono leggere le opere di Richard Yates ignorando i dettagli della sua biografia, la loro bellezza risulterebbe comunque lampante, ma sapere che dietro ogni personaggio, dentro ogni appartamento, lungo i viali delle periferie suburbane o davanti agli innumerevoli banconi dei bar si nasconda lo stesso Yates, rende il racconto vivido e oltremodo straziante. Inoltrandomi nella monumentale biografia scritta da Blake Bailey (quasi 700 pagine, ma l’ho detto che sono maniacale…) è scattato lo stesso straniante meccanismo già provato nei confronti di Frank e April Wheeler di Revolutionary Road, o delle sorelle Emily e Sarah Grimes di Easter Parade, o di John Wilder in Disturbo della quiete pubblica, solo per citarne alcuni, e cioè quell’inspiegabile trasporto sentimentale nei confronti di esseri umani respingenti, che non fanno nulla per sedurti, e che nonostante questo, come ho già detto, non puoi impedirti di amare.

Richard Yates era un ubriacone, pazzo, misogino, sprezzante, eternamente in guerra con il mondo, e tuttavia chi ha avuto a che fare con lui lo ha molto amato. Forse perché, malgrado tutti gli sforzi per tentare di offuscarla, scintillava una natura gentile e vulnerabile, messa a dura prova da un irriducibile impulso autolesionista del quale probabilmente non si sarebbe mai liberato, neanche se le cose fossero andate diversamente. Certo è che quell’esordio folgorante, amaramente definito da Yates «la mia maledizione», ha pregiudicato il suo cammino di scrittore di successo. Nel 1962, un anno dopo la pubblicazione di Revolutionary Road, accolto da critiche entusiastiche (che tuttavia non servirono a fargli vincere l’ambito National Book Award né tantomeno a scalare le classifiche di vendita), Yates dà alle stampe la sua seconda prova, la raccolta di racconti Undici solitudini: ma le reazioni, seppur benevole, risultano tiepide. È chiaro sin dall’inizio che da lui ci si aspetta un romanzo altrettanto potente, i racconti vengono considerati interlocutori. È la prima di una lunga serie di delusioni, ciascuna delle quali verrà annaffiata con spaventosi quantitativi di alcool che comprometteranno il suo già instabile equilibrio psichico. Il primo episodio pubblico di escandescenza è a suo modo spettacolare (e naturalmente sarà raccontato per filo e per segno nel penultimo romanzo, Il vento selvaggio che passa). Durante un prestigioso convegno di scrittori (la Bread Loaf Writers Conference), Yates, invitato a seguito del successo di Revolutionary Road, si ubriaca fino a perdere il controllo: seminudo, sale sul tetto dell’antico edificio e si mette a gridare a squarciagola «Sono il Messia!». Gli increduli colleghi lo vedranno uscire di scena a bordo di un’ambulanza con la camicia di forza al posto del blazer. 

Il bisogno commovente di far parte di una comunità che lo esclude si riflette nel destino dei suoi personaggi sui quali incombe la minaccia del fallimento, e che Yates descrive con l’apparente distacco della terza persona dietro cui si nasconde, sempre, un riferimento intimo: Yates non ha bisogno di dire io per parlare di sé. «Gli esseri umani sono irreparabilmente soli, e lì c’è la loro tragedia». Nella bellissima prefazione a Cold spring harbor, Luca Rastello sottolinea il senso di moralità di Richard Yates, a torto considerato un cinico. La rabbia e il disincanto (Yates ricorda e racconta con rabbia) si rivolgono a un mondo che non corrisponde al suo modello etico.

E se osserva ciò che lo circonda con sarcasmo è per sottolineare l’insensatezza della vita: «Adesso, però, che se ne stava lì sdraiato senza dormire ad aspettare che la giornata trascorresse, si sentiva incapace di mettere insieme anche un solo pensiero coerente che non fosse l’idea sconsolante e tenace che niente aveva senso. Non si poteva ricavare un senso dalle forze e dagli avvenimenti che aveva sotto gli occhi». È la conclusione a cui arriva il tredicenne Phil Drake, ennesimo alter ego di Richard Yates nell’amaro Cold spring harbor, suo ultimo romanzo.

Ci si chiede come mai uno scrittore di un simile talento, da alcuni considerato un maestro (Carver e Cheever devono molto a Yates), non sia mai stato davvero riconosciuto nonostante la stima di molti suoi colleghi e il plauso di alcuni importanti critici. Le vendite dei suoi libri non hanno mai superato le diecimila copie e molti hanno subito l’oltraggio del fuori catalogo. Al di là dell’imperscrutabile legge del successo si può ipotizzare che la pervicacia con la quale Yates ha sistematicamente infranto il sogno americano gli sia stata fatale. Non ha mai strizzato l’occhio al lettore, né fatto sconti («Io me ne frego dell’empatia»).

L’happy ending nelle sue storie non esiste, le illusioni sono un inganno e persino i luoghi non mantengono le promesse: la scuola privata, i quartieri residenziali, le villette a schiera, non sono altro che facciate. Ogni tentativo di uscire dal seminato, ogni azzardo verrà inevitabilmente punito. Non c’è scampo, sembra dirci Yates (senza per questo risparmiarci grasse risate, ci sono pagine esilaranti nei suoi romanzi), e ce lo dice col disincanto di chi la sa lunga e può permettersi di scherzarci sopra. Un’altra ragione va cercata nella personalità complicata e contraddittoria dello scrittore, al tempo stesso affabile e detestabile, disciplinato e autodistruttivo, generoso ed egoista, liberale e bigotto. «Non stava mai bene nemmeno quando stava bene» ricorda la figlia Monica.

Incapace di adattarsi al mondo, Yates ha messo a dura prova la pazienza di chiunque, anche e soprattutto quella degli affetti più cari. Due divorzi, tre figlie lontane e dunque amatissime, amici fedeli che hanno fatto di tutto per aiutarlo fino al punto di arrendersi di fronte a un’inesorabile deriva autodistruttiva: cinque pacchetti di sigarette al giorno inflitti a polmoni provati dalla tubercolosi contratta in guerra (il fantasma della guerra aleggia su ogni vicenda raccontata da Yates, è nascosto nel passato di qualcuno o nel futuro imminente di qualcun altro), litri di whisky ingollati dalla mattina alla sera (tutti i suoi personaggi hanno sempre un bicchiere tintinnante nelle mani), innumerevoli ricoveri in ospedali psichiatrici (altro tema ricorrente, prima o poi uno dei suoi personaggi finisce in manicomio), e costante bisogno di soldi (che il suo editore, sant’uomo, anticipava sapendo che non li avrebbe mai rivisti).

Mi sono chiesta tante volte come diavolo sia stato capace, in quelle condizioni pietose e perseveranti, di scrivere in maniera così lucida e precisa (sono sette i romanzi prodotti e due raccolte di short stories). Per un periodo ha lavorato come ghost writer dei discorsi di Robert Kennedy il quale, pur conoscendo le abitudini poco ortodosse dello scrittore ha comunque confermato il suo incarico, a dimostrazione che l’abilità riusciva a emergere in ogni caso. Fino all’ultimo, Yates ha scritto. Si può dire che non abbia fatto altro nella vita insieme a bere e fumare. Tre diverse forme di addiction, due gli hanno distrutto il fisico, la terza lo ha fatto impazzire di rabbia e risentimento. Posso immaginare il suo sconforto il giorno che si trovò, solo, di fronte a una sala completamente vuota per un reading di Bugiardi e innamorati. O quando la critica stroncò ferocemente il bellissimo Il vento selvaggio che passa (l’amico Kurt Vonnegut, gli scrisse: «Immagino la tua tensione per l’uscita del libro, e credo sia per te più dura che per chiunque altro, perché tu sei tu e per te le cose sono più difficili»). O ancora, quando per la quindicesima volta gli venne rifiutato un racconto sul New Yorker. La faccenda del New Yorker, capitolo tristissimo, rappresenta un esempio di perfidia editoriale da manuale, soprattutto se si considera che quando, finalmente, la rivista si decise a pubblicare un suo racconto, Yates era morto da nove anni.

Gli anni ottanta sono il decennio più triste, gli anni dell’oblio. Solo, sempre ubriaco, Yates non può più permettersi di insegnare e non ha più un soldo. Il suo editore non ha intenzione di elargire altri anticipi e dubita che lo scrittore possa onorare il contratto che lo vede impegnato per un altro libro (cosa che invece farà, il caro, onesto Richard).

Trascorre gli ultimi anni della sua vita a Tuscaloosa, in Alabama. Ogni giorno trascina il suo lungo corpo fra il locale Crossroads dove mangia poco e beve molto, e il miserabile appartamentino in cui vive, e scrive. Seduto al suo tavolo da lavoro ricoperto di fogli, portacenere e bottiglie di birra, osserva le fotografie delle figlie appese al muro mentre alterna una boccata di sigaretta a una di ossigeno, rischiando di farsi saltare per aria. Ma a lui della vita poco importa.

Una volta diede fuoco al suo studio per aver dimenticato di spegnere l’ennesima cicca lasciata in giro. Incurante della propria incolumità, fece di tutto per mettere in salvo il manoscritto di Una buona scuola, ustionandosi le mani e intossicando ulteriormente i polmoni. Quell’episodio segnò un punto di non ritorno: ricoverato di nuovo al Belleville, la clinica psichiatrica di New York (onnipresente nei suoi libri), Yates ha le allucinazioni, è convinto di essere circondato da truppe tedesche, si nasconde sotto il letto. La sua sembra una causa persa, ogni tentativo di rimettersi in carreggiata è destinato a fallire. Nessuno va più a trovarlo tranne uno suo ex studente (Yates ha tenuto corsi di scrittura in varie università americane, conquistandosi l’ammirazione e l’affetto dei suoi allievi che lo ricordano come uno dei migliori insegnanti possibili), che uscendo dal Belleville dirà: «Non immaginavo che un uomo potesse degenerare a quel modo».

La tenacia del suo corpo lo ha tenuto in vita fino a 66 anni, fosse morto molto giovane o molto più vecchio avrebbe conosciuto la gloria, chissà.

Qualche giorno prima di morire telefona a un vecchio amico: «Vuoi sapere cosa ho fatto stanotte? Mi sono seduto sul letto, ho letto ad alta voce il primo capitolo di Revolutionary Road e mi sono messo a piangere come un bambino».

Ecco perché è importante sapere chi fosse Richard Yates, e ancora più importante è leggere le sue opere, in Italia pubblicate da minimum fax: se non ci è più possibile risarcire l’uomo, possiamo almeno rendere onore al grande scrittore e commuoverci a nostra volta sapendo che il Times, nel 2005, ha inserito Revolutionary Road fra i cento migliori romanzi in lingua inglese di tutti i tempi.

ARTICOLO n. 32 / 2021

CRUDO

Kathy, e con lei intendo io, si stava per sposare. Kathy, e con lei intendo io, era appena scesa da un volo proveniente da New York. Aveva ottenuto un upgrade in prima classe, si sentiva molto chic, aveva comprato al duty free due bottiglie di champagne in confezione cartonata arancione, d’ora in poi era questo il tipo di persona che sarebbe stata. All’aeroporto era venuto a prenderla l’uomo con cui Kathy viveva, che presto sarebbe diventato l’uomo che avrebbe sposato e che presto, presumibilmente, sarebbe diventato l’uomo che lei aveva sposato e avanti così fino alla morte. In macchina, lui le raccontò che era stato a cena con l’uomo con cui lei, Kathy, andava a letto, insieme a una donna che conoscevano entrambi. Avevano anche bevuto champagne, le disse. Risero un sacco. Kathy smise di parlare. Questo era il punto in cui la sua vita faceva una brusca svolta, anche se di fatto l’uomo con cui andava a letto non avrebbe rotto con lei per altri cinque giorni, su carta intestata. Lui pensava che due scrittori non dovessero stare insieme. Kathy aveva scritto diversi libri: Great Expectations, L’impero dei non sensi, immagino che ne abbiate sentito parlare. L’uomo con cui andava a letto non aveva scritto nessun libro. Kathy era arrabbiata. Voglio dire, io. Io ero arrabbiata. E poi mi sono sposata.

Due mesi e mezzo dopo, pre-matrimonio, post-decisione di sposarsi, Kathy si ritrovò in Italia. Aveva fatto il colloquio all’Ufficio di stato civile, non conosceva la data di nascita di suo marito ma nessuno aveva pensato che lei, o lui, potesse essere vittima di tratta. Erano educati, avevano scelto le canzoni, lei aveva insistito per Maria Callas perché la sobrietà non era nel suo stile. Adesso, 2 agosto 2017, era seduta sotto un nido di calabroni in Val d’Orcia. C’erano tanti altri posti in cui avrebbe potuto sedersi, ma si era affezionata ai calabroni. Ieri gliene erano cascati due sulla gamba, ancora avvinghiati a scopare. È di buon auspicio, aveva detto il suo amico Joseph quando lei glielo aveva raccontato per mail.

Aveva ingranato una bella routine. Per prima cosa si faceva venti vasche in piscina per svegliarsi come si deve. Poi beveva il caffè, poi piazzava una sdraio sotto l’albero dei calabroni. Alle dieci si faceva portare un altro caffè da suo marito. Non aveva mai avuto un marito prima, ma sapeva quali erano le dinamiche. Kathy era gentile? Mah. A Kathy interessava l’abbronzatura, interessava Twitter, interessava vedere se qualcuno dei suoi amici stava facendo una vacanza più bella della sua. Accanto a lei, suo marito si stava sfilando il costume bagnato sotto un asciugamano verde. Tutto era più bello rispetto a casa. Non un pochino più bello, ma profondamente, come se ogni materiale fosse stato reinventato da una specie più intelligente. Kathy e suo marito erano finiti per caso in vacanza con i super ricchi.

Ovviamente non si mimetizzavano per nulla. E neanche ci provavano. Mangiarono spuma di patate con aria contrita, schizzarono la passata di pomodoro e il gelato alle prugne e cardamomo su ogni maglietta che possedevano. C’era un servizio di lavanderia ma erano preoccupatI dal costo. Magari avrebbero potuto vestirsi di scuro o cercare una tintoria a Roma.

Era la giornata più luminosa che si potesse immaginare. C’era un che di strano nel cielo, non era né sereno né nuvoloso, una via di mezzo. La luce non era tutta concentrata nel cerchio del sole, ma ovunque, contemporaneamente, come stare dentro una lampadina alogena. Kathy aveva mal di testa. Internet era in fibrillazione perché il presidente aveva appena licenziato qualcuno. Assunto, mollato dalla moglie, diventato papà e licenziato nel giro di dieci giorni. Come un moscerino della frutta, aveva scritto qualche burlone. Piace a 56152 persone. Niente di tutto ciò era divertente, o forse sì.

Kathy non aveva i genitori, ma ciò non impediva loro di turbarla. Ci pensava parecchio. Sua madre si era suicidata, suo padre era sparito prima ancora che lei nascesse. Era un’orfana, in puro senso dickensiano. Infatti suo marito la chiamava Pip, a volte «la Pip». Lui era un uomo molto gentile, indiscutibilmente gentile, piaceva a tutti, impossibile che non piacesse. L’ho sempre considerato un amico al di fuori della cerchia dei poeti, aveva scritto Paul Buck congratulandosi per il matrimonio che ancora non c’era stato per poi raccontare l’aneddoto di quella volta che lui e Kathy non erano riusciti a fare sesso.

Faceva sempre più caldo. Trentuno gradi, trentasei gradi, trentotto gradi. Divampavano incendi in tutta Europa. Uno era cominciato perché qualcuno aveva lanciato un mozzicone di sigaretta dall’auto. Kathy era in piedi in piscina con l’acqua alla gola e non pensava a niente. Le sue voglie sono così radicate che non c’è modo di estirpargliele, aveva scritto nel paragrafo finale del suo ultimo libro. Le si era tappato un orecchio e ogni ora o giù di lì si liberava per un attimo ma poi ecco, qualcosa risaliva di corsa, tipo un grosso pezzo di gomma da masticare, tipo un calzino. La sensazione che qualcosa le premesse dentro era fastidiosa, la buttava giù. Al bar suo marito lesse l’elenco dei clienti famosi dello chef dell’hotel. Chi è Rachael Ray, diceva, chi è Gloria Estefan, chi è Peyton Manning? Lei non sapeva chi fosse Peyton Manning, ma rispose sugli altri.

Ecco cosa mangiarono. Mangiarono porchetta arrosto e porchetta su rucola. Mangiarono una specie di crema allo yogurt con una spolverata di lavanda e minuscole meringhe. Mangiarono carré di agnello e carbonaro dell’Alaska e pici al ragù di maiale. Stavano decisamente ingrassando. Hai notato, gli chiese, che qui tutti hanno la moglie più giovane? Sembrava il club delle seconde mogli. Lei era una terza moglie, quindi almeno su quel piano si integrava alla perfezione.

Ciò che Kathy voleva al momento era complicato da spiegare. Voleva tre o quattro case in modo da potersi spostare dall’una all’altra. Era al massimo della felicità quando viaggiava, come un giocattolo a molla, forse addirittura più felice quando disfaceva i bagagli o comprava un biglietto del treno. Le piaceva entrare e sistemarsi, le piaceva chiudersi dietro la porta. Voleva scrivere un altro libro, ovviamente, e voleva trovare un modo per non ambientarlo da nessuna parte. Da nessuna parte come gli spazi interni del corpo, da nessuna parte come le zone morte di una città. Era una newyorkese, non era fatta per l’Europa né tantomeno per un umido giardino inglese. L’erbaccia era un’insidia, aveva il terrore delle tarme e della muffa. Invece le piacevano le lucertole, non solo per le loro minuscole zampette guizzanti ma perché erano incredibilmente aride. Kathy amava l’aridità, nella vita era stata quella che rincorre ma ora che finalmente si era sistemata stava scoprendo in lei un’anomala predisposizione per la reticenza, come se si fosse trasformata in uno dei tanti uomini che aveva inseguito a Berlino, a Londra, a San Diego. Negli anni novanta, quando era giovane, si metteva a piangere e si dilaniava le membra in un batter d’occhio, le piaceva toccare il fondo dell’umiliazione, ma adesso si era inaridita, era fredda, bruna e piatta come una fetta di toast scartata, non esattamente appetitosa, non desiderabile, ma valida come mangime per qualcuno, quanto meno per un piccione.

Stava invecchiando? Kathy era preoccupata dall’invecchiamento, non si era resa conto che la giovinezza non è uno stato permanente, che non sarebbe stata in eterno un’adorabile scapestrata a cui si perdona tutto. Non era stupida, solo avida: voleva che fosse sempre la prima volta. Quando pensava alle persone con cui aveva popolato la sua giovinezza rabbrividiva di vergogna. Avrebbe potuto viverla in modo molto più glamour, molto più disinvolto, avrebbe potuto risparmiarsi il taglio di capelli a scodella, avrebbe potuto risparmiarsi la salopette, i minuti passavano, non era riuscita a bloccare il tempo nella presa della morte. Adesso era cool, ma vecchia; adesso era sexy, ma con le rughe. La mia vita è delicata (più della mia fica), aveva scritto a un ragazzo non molto tempo fa. Ho abortito undici volte, aveva detto a un altro, ma non era vero. Kathy mentiva sempre, mentiva sin da quando era una bambina con degli insulsi capelli rossi. E quando cominciarono a caderle, per lo stress della convivenza con sua madre, disse alle compagne di classe che glieli aveva mangiati il coniglio. Nel cortile di scuola si giocava a un gioco dove tutte cercavano di ipnotizzarsi e poi di sollevare il corpo di un’altra con la sola forza dei mignoli. La ragazza da sollevare doveva stendersi a terra e tutte dovevano spingerla più forte che potevano. A questo punto era facile sollevarla. L’assenza di gravità era un’altra prerogativa esclusiva dei giovanissimi. Col tempo si comincia a cigolare come lattine attaccate a una macchina.

Quello che Kathy avrebbe dovuto fare erano i preparativi per il matrimonio. Li faceva guardando foto su Instagram e commentando con frecciatine poco benevole. È molto volgare, dicevano lei o suo marito. Sedie, tavoli, tovaglioli, tutto molto volgare. Di questo passo avrebbero finito per sposarsi in un parcheggio.

Kathy amava suo marito. La sera prima erano stati costretti a fare una lettura insieme, una roba che non la faceva impazzire, eppure si era scoperta contenta di ascoltare le poesie di lui, come se qualcuno rigirasse una chiave nella serratura della lingua – è inceppata, è inceppata – e poi di colpo la spalancasse. Chissà perché, alla lettura presenziavano tre psichiatri, uno dall’aria molto eminente e due di Sheffield, ancora in costume da bagno. Un aristocratico seduto in fondo fece delle domande. C’è speranza per tutti noi, disse inspiegabilmente. Quella sera Kathy si ritrovò seduta a tavola accanto a lui. Felicia, Felicia, disse lui, ecco la scrittrice. Felicia aveva il trisma tipico dei veri snob. Kathy si ritirò nel suo amuse-bouche, una scheggia bianca di pesce, e aspettò che quel momento passasse.

Domani ci saranno quarantuno gradi, disse suo marito. Centosei tradotto in Fahrenheit. Allora quando in India e nei Paesi del Golfo la temperatura arriva a cinquanta, fa caldissimo. Non c’è da stupirsi se muoiono. Parliamo di quasi trenta gradi Fahrenheit al di sopra della normale temperatura corporea. Lui indossava una t-shirt rosa e la gamba sinistra, che si era scottato all’inizio della settimana, aveva cominciato a spellarsi. Da qualche parte si azionò un trapano. Kathy stava annotando tutto sul suo taccuino, e all’improvviso le era venuta l’ansia di esaurire il presente e di ritrovarsi in prima linea, sola sulla cresta del tempo – assurdo, ma ci pensi a volte che non possiamo muoverci tutti insieme, attraversare tutta quanta la verdeggiante simultaneità della vita, come squali che si rivelano all’improvviso in un’onda che si infrange? Forse quei pensieri accelerati presagivano un’emicrania, forse. Su Twitter era scomparsa una fotografa cinese. L’ultima volta era stata vista al funerale del marito, che aveva vinto il premio Nobel per la pace per poi trascorrere il resto della sua vita in prigione. Kathy aveva visto una foto di lei, trincerata dietro i suoi occhiali da sole. Comunque era scomparsa. E c’era stata una dichiarazione del governo che le era rimasta impressa, qualcosa a proposito di ceneri disperse in mare, giusto? Quando le accuse su Jimmy Savile erano diventate plausibili, la sua lapide era stata rubata nottetempo, ridotta in ghiaia e utilizzata per asfaltare le strade. Anche questo non le suonava troppo, ma Kathy ricordava così. Le ceneri di Jimmy Savile potevano essere ovunque ormai, appiccicate alle gomme delle auto, in rotta lenta e irrevocabile lontano dall’isola, soprattutto e ovviamente sui traghetti. Il male era un soggetto interessante, Kathy non era schizzinosa, aveva lavorato per anni in uno strip club di Times Square, conosceva gli appetiti e gli occhi da triglia. Faceva un numero in stile Babbo Natale, qualsiasi cosa pur di non annoiarsi, mostrando agli occhi del mondo le sue tettine piatte come uova fritte. Nessuno sa niente della vita se non ha respirato appieno quell’aria di piscio e faccia tosta, oh e Kathy aveva visto davvero di tutto. Voglio sapere perché il presidente è sempre un puttaniere e mai una puttana, scrisse Zoe Leonard in una poesia famosa e molto citata, e Kathy pensava che fosse una domanda valida ancora oggi, perché certe persone compravano e non vendevano mai?

Aveva quarant’anni. Aveva affrontato due volte il cancro al seno, aveva evitato per un soffio di prendersi una malattia sessualmente trasmissibile, aveva passato più tempo al reparto malattie veneree che a casa sua. Aveva posseduto svariati appartamenti in diversi paesi, li vendeva e li comprava cercando di guadagnare dalle fluttuazioni di mercato, per lo più perdendoci. La gente la fotografava spesso, aveva abbandonato il vecchio look, non aveva più i capelli rasati, adesso era una vera bionda ossigenata. In camera sua era appeso un vestito Chanel di seconda mano, troppo pesante per il clima di qui, era stato da stupidi metterlo in valigia, anche se nutriva qualche speranza per Roma. Fa caldo a Roma? chiese al marito e lui rispose con un grugnito. Quindi forse era solo uno spreco di spazio, e vabbè. L’indomani dovevano andare a cena con un famoso cantante d’opera, proprio qui, sulle colline toscane. L’aristocratico passò davanti a loro sciabattando. «Non male come vita» disse. Insparring. Aveva organizzato un toga party per quella sera ed era preoccupato per il rumore. Kathy si era già lamentata con il proprietario dell’hotel perché degli ospiti avevano fatto volare un drone sopra la sua sdraio. Non le piaceva essere osservata e non le piaceva il rumore, che all’inizio aveva scambiato per quello di un’ape particolarmente su di giri. Il proprietario si era detto d’accordo con lei, aveva molti ospiti famosi, nomi di quelli che si riconoscono subito, quindi questo non era il posto per i droni. Allora Kathy pensò che anche lei era una sorta di drone e forse ciò che stava facendo, riportare tutto sul suo taccuino, non era proprio di buon gusto.

© 2018 by Olivia Laing

— Questo estratto è ripreso dalle prime pagine del nuovo libro di Olivia Laing, Crudo, tradotto da Francesca Mastruzzo, in libreria dal 24 giugno.

ARTICOLO n. 31 / 2021

TUTTE LE FAMIGLIE SI SOMIGLIANO, PUNTO E BASTA

INTERVISTA DI MARCO MARINO

M.M. Per cominciare la nostra conversazione, vorrei partire da Philip Roth. Autore da lei molto amato. Non mi voglio soffermare, però, sulla querelle della biografia, o sulla questione del politicamente corretto. Mi piacerebbe partire parlando di Roth soltanto come scrittore, e soprattutto del rapporto che intrattenuto con i suoi libri. A diversi anni dalla lettura del Lamento di Portnoy (se ricordo bene fu questo il primo libro che lesse di Roth, o sbaglio?), quanto si sente vicino e quanto lontano dal primo fascino che le suscitarono quelle pagine? Più in generale, quando le capita di rileggere Roth, come si pone di fronte ai suoi romanzi? Un classico a cui riferirsi, un padre da uccidere / ucciso, un autore di cui non ha ancora compreso qualcosa o una sorta di sillabario letterario?

A.P. Anche nella vita del lettore (tanto più se il lettore in questione è uno scrittore) arriva il tempo di storicizzare i propri idoli letterari. C’è stato un lungo periodo della mia vita – inaugurato trentacinque anni fa con la scoperta sullo scaffale più inaccessibile della libreria dei miei genitori di un certo libretto incredibilmente sboccato e licenzioso e strepitosamente divertente, Portnoy, appunto – in cui Roth ha rappresentato per me una specie di ispirazione costante. Come nei grandi amori non corrisposti ho avuto i miei alti e i miei bassi, ma di fondo sono restato fedele al suo magistero. Oggi non è più così. E da un bel po’, direi. La mezza età sopraggiunta e l’abbandono delle scene di Roth e la sopraggiunta morte a stretto giro di posta hanno spezzato l’incantesimo.  Ormai Roth appartiene alla mia piccola storia letteraria interiore, a fianco, che so, a Montaigne o a James. Il suo fraseggio incredibilmente denso e sexy è ancora capace di incantarmi alle lacrime ma non modifica di un punto e virgola ciò che scrivo. Ho faticato a trovare la mia voce. Non consentirò neppure a uno spettro così amato di portarmela via.

M.M. Ha chiuso la sua risposta dicendo: «Ho faticato a trovare la mia voce». Mi interesserebbe molto soffermarmi sul tema della voce. La parola voce si potrebbe tradurre semplicemente con originalità, ma forse è qualcosa di più dell’originalità. Ma cos’è per lei la voce? Cosa l’ha spinta a faticare così tanto per trovarla?

A.P. Non confonderei la voce con l’originalità. Sebbene fatichi a parlare di una questione così specifica in termini generali, astratti, se non addirittura metafisici, mi vien da dire che si può avere una voce senza essere originali, e viceversa. Ha mai notato che i passi delle persone che amiamo hanno un certo rumore – un ritmo, una cadenza – che solo noi siamo in grado di riconoscere? Talvolta sono così peculiari e inconfondibili che quando la persona amata per qualche ragione viene meno ci sentiamo doppiamente orfani. Molto spesso quel modo di camminare è del tutto inconsapevole al camminatore in questione, e tuttavia trova una strana corrispondenza nel suo carattere e nel suo temperamento.  Ci sono camminate nervose, ce ne sono di indolenti e di circospette. Ci si può sforzare di imitare l’incedere altrui ma è molto più sano arrendersi al proprio. Ecco, uno scrittore che cerca la voce deve fare lo stesso faticoso itinerario: capire qual è il suo passo (non è affatto facile) e abbandonarvisi, non opporre resistenza. Proust dall’alto del suo magistero parlava di «patria interiore». Nel mio piccolo mi contento di avere un passo. Ossia, un ritmo, una postura e, visto che ci siamo, anche una meta sicura da raggiungere. Quando le dico che ormai conosco la mia voce, intendo proprio questo: le mie frasi sono articolate, aspirano, non sempre con successo, a una certa flessuosa densità, il tono è ironico e auto-denigratorio, il lessico forbito trova il suo contraltare in espressioni grevi e colloquiali. Sono frasi che scontano un debito con la tradizione, certo, ma a loro modo la rinnovano in una forma che appartiene solo a me.

M.M. Una domanda collaterale: per uno scrittore la voce è tutto?

A.P. Sarebbe bello crederlo. Amerei che fosse così. Ma purtroppo le cose funzionano altrimenti. Affidarsi totalmente alla voce fa di te un ottimo prosatore. Come sa, i buoni prosatori in Italia non sono mai mancati. Sono i buoni romanzieri a scarseggiare. Purtroppo, scrivendo romanzi da più di vent’anni, so che per un narratore la voce è la conquista preliminare, le fondamenta sui cui costruire l’edificio. E, ahimè, un edificio romanzesco è fatto di molte altre cose: e non tutte necessitano di materiali nobili. Bisogna essere allo stesso tempo geometri, ingegneri e architetti. Bisogna essere falegnami, carpentieri e marmisti. Le prometto che la metafora edile finisce qui. Diciamo che una buona tecnica narrativa deve tenere conto di molti fattori. Bisogna capire che ciò che è facile da leggere è molto difficile da scrivere. Per suggestionare un lettore devi mettere in campo parecchi trucchi e mescolare un numero impressionante di ingredienti. Per quanto mi riguarda, riservo grande attenzione ai personaggi e ai cosiddetti ritorni. Creare un personaggio non significa offrire al lettore tutte le informazioni possibili. Significa cogliere quei due o tre tratti caratteristici e trovare il modo di metterli in scena con naturalezza e discrezione, come se non fossero inventati. Per quanto riguarda i ritorni (e qui parliamo di bassa cucina), mi dà grande soddisfazione suscitare nel lettore il brivido che dà solo un cerchio che si chiude. È la famosa pistola di cui parla Hitchcock: se la inquadri all’inizio del film devi sapere che prima o poi dovrai trovare il modo di farla sparare. Tornando alla sua domanda, sarebbe bello che la narrativa potesse esaurirsi in una successione di frasi eleganti e necessarie, come la immaginava un parnassiano come Flaubert. Disgraziatamente, me lo faccia ripetere, non è così che funziona. I romanzi migliori, anche quelli di Flaubert, sono pieni di zeppe, furbizie, volgarità da mestierante. Emozionare un lettore, farlo piangere, ridere, indignarlo e avvincerlo, è un lavoro sporco, un esercizio subdolo.  Mi lasci aggiungere un’ultima cosa su un argomento che mi sta a cuore. Per molto tempo ho prestato attenzione alla plausibilità. Fomentato dagli occhiuti editor mondadoriani e da un sacro fuoco moralista, ho lavorato affinché nella storia che stavo approntando i conti tornassero. Oggi so che è uno scrupolo inutile. Bisogna fidarsi delle proprie invenzioni. Non occorre spiegare tutto, né stare lì a giustificare ogni cosa. Pensi alle città dei film western ricostruite dagli Studios. Ogni spettatore consapevole sa che le facciate degli edifici sono posticce, che dietro non c’è niente. È un’illusione. Un trucco. Ma che importanza ha? Se il film ti prende, tale maldestra mistificazione architettonica viene acquisita con leggerezza e subito dimenticata.

M.M. Sempre a proposito di voce, e cominciando a entrare nelle sue pagine. Di un autore riusciamo a riconoscere, ad apprezzare, chiaramente la sua voce già dagli incipit, e mi piacerebbe infatti riprendere le prime righe di Persecuzione: «Era il 13 luglio 1986 quando un imbarazzante desiderio di non essere mai venuto al mondo s’impossessò di Leo Pontecorvo». L’accento, che segna la vita del protagonista, finisce inevitabilmente sull’aggettivo «imbarazzante». Che nella sua produzione non è affatto un aggettivo trascurabile, anzi: parole come imbarazzante, vergogna, partecipano a un campo semantico che lei indaga molto. Vorrei chiederle di questa sua indagine dei sentimenti di vergogna e, citando Nabokov, domandarle inoltre se questa indagine è per lei il suo «piccolo bagaglio ornamentale personale».

A.P. Niente titilla più il mio sadismo come mettere in imbarazzo un personaggio, infilarlo in qualche situazione difficile da cui io stesso stenterei a riavermi. Insomma, lei ha messo il dito sulla piaga. Nel mio immaginario, sentimenti come imbarazzo, vergogna, inadeguatezza, colpa, ipocrisia appartengono alla medesima area semantica. Non c’è personaggio da me inventato e messo in scena che prima o poi non provi disagio per ciò che è, e in virtù di questo non sia portato a fingersi un altro. Provo invidia per chiunque abbia imparato a indossare i propri panni con naturalezza, e a cuor leggero. Per me l’identità è un enigma inestricabile. Forse non è così strano che tale disfunzione caratteriale s’incarni nei miei personaggi.

M.M. Lei dice: «Niente titilla più il mio sadismo come mettere in imbarazzo un personaggio». Ma questo sadismo non si limita a un singolo personaggio, perché in realtà finisce sempre per comprendere tutta la sua famiglia. Nei suoi romanzi sembra quasi ancestrale, una sorta di richiamo alla tragedia greca, questa ereditarietà della vergogna.

A.P. Diciamo che, come per altri romanzieri amati, ho un debole per le famiglie e per le genealogie.  Non a caso le mie frasi non disdegnano l’uso di tempi e modi un po’ demodé, come il passato remoto i trapassati, sia all’indicativo che al congiuntivo. Immagino che tali abusi verbali denuncino un’insana ossessione per il passato. Di solito mi sforzo di non conferire a questa passione passatista accenti nostalgici, o ancor peggio, antiquariali. Come lei dice, credo negli atavismi. Ritengo che lo spazio di libertà di cui ciascun individuo può godere, rispetto al peso dei cromosomi, sia piuttosto risicato. Sebbene molti sociologi registrino ogni volta che possono i cambiamenti occorsi alle nuove strutture sociali, in cui la famiglia occupa un posto sempre più marginale, constato che nella realtà le cose funzionano altrimenti. Sia che tu voglia liberartene, sia che tu ne tenga conto, è impossibile sottrarsi al giogo delle famiglie. Se mi leggo dentro, registro che le opere narrative che mi hanno più persuaso negli ultimi anni hanno tutte a che fare con famiglie disfunzionali. I libri di Roth, per l’appunto, ma non solo. Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz, gli splendidi romanzi di Eugenides (un autore che ammiro parecchio), l’intera opera di Eshkol Nevo. O pensando all’Italia, i romanzi di tre maestri alle soglie della canonizzazione come Domenico Starnone, Michele Mari e Emanuele Trevi (anche se il caso Trevi è un po’ più complesso e sfumato). Non se ne esce, le famiglie sono una maledizione. Normale che continuino a fomentare la fantasia degli scrittori. L’ereditarietà postulata da Zola è una prigione da cui è impossibile evadere.

M.M. Una mia curiosità da lettore. Lei si sente più vicino all’incipit di Anna Karenina di Tolstoj («Tutte le famiglie felici si somigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo») o di Ada di Nabokov («Tutte le famiglie felici sono più o meno diverse tra loro; le famiglie infelici sono tutte più o meno uguali»)?

A.P. Credo che Nabokov abbia parodiato il celebre incipit tolstoiano per decostruirlo. Non perché ritenga che la frase di Tolstoj vada per forza ribaltata ma per mostrarci come ogni assioma apodittico possa essere invertito. È evidente che l’incipit di Tolstoj funzioni non meno bene di quello di Nabokov. Questo ci dice che non bisogna cercare nella letteratura buoni consigli per vivere o precetti eterni per affrontare i casi della vita. Le belle frasi (come quella di Tolstoj) servono a suggestionare il lettore. A emozionarlo. Non a insegnargli qualcosa. Per quanto mi riguarda, e sebbene m’imbarazzi mettermi tra quei due giganti, io direi che tutte le famiglie si somigliano, punto e basta.

M.M. Con la famiglia Pontecorvo nel 2012 ha vinto il Premio Strega. Ecco, mi chiedo, vincere un premio così importante per lei cosa ha significato? La conferma che anche gli altri riconoscevano la sua voce, che la sua produzione aveva il posto che si meritava? Altra domanda che terrei a farle è questa: quanto è annichilente e pericoloso un premio così importante?

A.P. I premi letterari, anche i più prestigiosi, sono una cosa carina, frivola e mondana che poco hanno a che fare con la letteratura. Servono più agli editori che agli scrittori. Fanno bene al conto in banca del romanziere, non certo alla sua vena o alla sua reputazione. Sottoporre un manufatto artistico a una gara è un gesto incauto e maldestro. Non compro un libro perché ha vinto un premio. Mi ferisce quando qualcuno, per presentarmi, non avendo idea di ciò che ho fatto di buono o di cattivo, mi definisce un Premio Strega, come se fossi un cibo DOC.  Ho ricordi vaghi e non tutti piacevoli della cavalcata che mi portò alla vittoria, mi è rimasto poco della notte in cui fui proclamato vincitore per un pugno di voti, se non per il fatto di essermi ubriacato e di essere finito in ospedale per un intervento di colecisti. Ciò detto, l’idea che qualcuno stia lì a indignarsi per l’eventuale corruzione di un premio mi fa un po’ sorridere. Ripeto: non sono una cosa seria. La lista di geni che non hanno avuto il Nobel è troppo cospicua per non gettare una luce di discredito sull’intera istituzione.

M.M. Abbiamo parlato del suo interesse narrativo per la famiglia e per quel sentimento di vergogna contro cui combattono (o sotto cui soccombono) i suoi personaggi. Adesso vorrei chiederle come guarda ciò che c’è al di là della famiglia: la società civile, il pubblico. In che modo si approccia con chi guarda la sua storia e partecipa lateralmente: all’interno del suo romanzo, da spettatore. E fuori dal suo romanzo, da lettore.

A.P. Non so bene cosa sia la società civile. Mi sono spesso imbattuto in questa espressione in contesti giornalistici che miravano a celebrare compositi drappelli di individui dediti al civismo e animati dal mito della «buona politica». Temo che questa roba non faccia per me. Altro discorso vale per il cosiddetto pubblico di lettori. Purtroppo o per fortuna, non ho molte occasioni di scambio con chi legge i miei libri. Al netto dell’infinita gratitudine che provo per loro, ho imparato sulla mia pelle a non tenere conto dei giudizi che esprimono, sia che siano benevoli sia che mi inchiodino alle mie inettitudini. Di norma mi rivolgo al «lettore implicito» teorizzato da Wolfgang Iser: una specie di lettore ideale con cui condivido gusti severi e bizzarre idiosincrasie. Sarei un ipocrita se dicessi che non tengo conto delle sue diuturne sollecitazioni. È lui che vorrei persuadere e sedurre.

M.M. Altro tema che segna – e forse lega – i suoi lavori è sicuramente il tema della memoria, del ricordo. Ci riallacciamo in qualche modo alle sue riflessioni sulla vergogna. Per lei memoria e ricordo non sono territori neutri a cui riapprodare di tanto in tanto, tranquille soste nel proprio passato. La percezione da lettore è che memoria e ricordo siano quasi delle aberrazioni dell’esistente, delle prigioni da scontare. Qual è il suo rapporto con la memoria? È possibile pensare di vincere questa battaglia contro la memoria?

A.P. Credo che la ragione per cui di norma – anche se non mancano illustri eccezioni – i romanzieri raggiungono la massima potenza espressiva a una certa età vada cercata nella relazione indissolubile tra la prosa narrativa e memoria. I romanzi che amo sono quelli che riescono a scolpire il tempo in modo plausibile. Niente è più toccante di un personaggio che invecchia pagina dopo pagina: la ciocca di capelli bianchi di Madame Arnoux, il piombo nelle scarpe del povero Barone di Charlus. Ecco perché la memoria, nel cosiddetto romanzo borghese, ha un ruolo centrale. Parte del piacere che traiamo dalla lettura dei   Buddenbrook risiede nella strana sensazione di disfacimento che grava su ogni pagina. Pare incredibile che Thomas Mann lo abbia scritto poco più che ventenne. Evidentemente ci sono ricordi, per esempio quelli di certe vecchie famiglie borghesi, talmente gravosi da suggestionare anche i giovani rampolli. Più passa il tempo più capisco il verso di Baudelaire: «Ho più ricordi che se avessi mille anni». La memoria ha un peso specifico imbarazzante. Personalmente ho un rapporto complicato con i miei ricordi. So che in buona parte costituiscono il fulcro della mia ispirazione. Vorrei solo che fossero più lieti. Comunque, se è vero ciò che diceva John Cheever – «la narrativa deve illuminare, esplodere e ristorare» – bisogna dire che essa riesce a farlo soprattutto quando è implicata, se non addirittura compromessa, con il tempo.

M.M. Mi piacerebbe discutere del suo recente incarico alla direzione dei Meridiani Mondadori. E domandarle, innanzitutto, qual è la sua idea di editoria. Chi è e che cos’è per lei un editore? Crede, come scrive Roberto Calasso nell’Impronta dell’editore, che l’editore sia una sorta di artista delle forme, che l’editoria sia il genere letterario in cui si esprime? Oppure, che l’editore sia solo il veicolo, il tramite, Giangiacomo Feltrinelli scriveva «una carriola», che permette di colmare la distanza tra il lettore e il libro?

A.P. I nomi che ha menzionato appartengono alla gloriosa storia dell’editoria italiana, implicati con la macchina molto più di quanto io non potrò mai essere, neanche se mollassi tutto e mi mettessi in proprio, aprendo una mia casa editrice. Per questo mi perdonerà se non raccolgo le sue sollecitazioni e non azzardo definizioni definitive che sarebbero velleitarie. Il mio punto di vista sulla questione è quello di uno scrittore. Mi lasci dire, allora, che, a dispetto di parecchi colleghi, ho sempre avuto una certa difficoltà a lamentarmi degli editori. Riconosco loro una folle generosità.  Ci vuole una bella fiducia nell’umanità per investire quattrini nel magro business dei libri. Occorre una forma di altruismo – di cui sono francamente incapace – per imbarcarsi nella lettura di migliaia di pagine scritte da romanzieri alle prime armi o da vecchie glorie in dismissione. Del resto, venendo da una famiglia di commercianti, mi affascina il lato artigianale delle grandi imprese editoriali. Il mio editore ideale è un raffinato connaisseur che coniuga fiuto, scaltrezza e buongusto, ossessionato dalla cura dei testi, degli apparati paratestuali e iconografici.  Ahimè, non sono molti gli editori in circolazione che corrispondano a questo identikit. Temo che il mestiere, la consuetudine, la routine, la permalosità egotista degli scrittori, la volubilità dei lettori e la grettezza della macchina promozionale (giornali, premi, classifiche) alla lunga contribuiscano a rendere il funzionario editoriale medio un individuo cinico, risentito e disperato.  Ciò detto, come non apprezzare il mazzo che si fanno per la causa?

M.M. In che modo ha accolto la proposta di guidare i Meridiani?

A.P. Con stupore, imbarazzo, fierezza ed entusiasmo (in questo preciso ordine di apparizione). Sono grato a Enrico Selva, Francesco Anzelmo e Luigi Belmonte di aver pensato a me, ma mi chiedo quale balzana idea li abbia ispirati. I Meridiani, figuriamoci. Sono una cosa bella, seria e difficile. Per non parlare della gravosa eredità di Renata Colorni che ha svolto questa mansione per tanti anni con abnegazione e rigore assoluti. Grazie al cielo ho trovato una redazione incredibilmente competente, entusiasta e sollecita. Marco Corsi, il vero Deus ex Machina dei Meridiani, è un giovane editor con un’impeccabile formazione filologica che sa dove mettere le mani e come rassicurarmi. Il mio lavoro, almeno per il momento, consiste nel provare a immaginare Meridiani futuri: verificare se ci sono le condizioni per metterli in piedi. Il che significa identificare autori canonizzati o degni di canonizzazione e trovare curatori e traduttori adeguati. Tra queste belle ambizioni e la realizzazione del progetto si frappongono una serie di complicazioni ineludibili: diritti contesi, agenti, editori concorrenti, eredi, eccetera.

M.M. Lei è un accademico, uno scrittore, uno degli intellettuali italiani più apprezzati: il suo arrivo ai Meridiani è un ritorno all’idea dei letterati editori?

A.P. Questo proprio non so dirglielo. Se allude a figure come Calvino, Sereni e Vittorini, temo che stia volando troppo alto. Come le dicevo, non sono un uomo generoso, né abbastanza curioso e aperto alle nuove tendenze. Sono pigro e scostante. I Meridiani fanno al caso mio proprio perché mi mettono a contatto con i classici che amo e su cui mi sono formato. Avrei serie difficoltà ad accollarmi una collana di contemporanei. Non ho il polso della situazione. Sono un lettore occasionale e distratto, con gusti molto capricciosi, se non addirittura settari. Insomma, un pessimo editore.

M.M. Che idee ha per i futuri Meridiani, e per il futuro dei Meridiani?

A.P. Con il passare dei mesi mi vado facendo un’idea sempre più precisa, non così diversa da quella tradizionale perseguita da Renata Colorni, ma per così dire più adeguata ai miei gusti. Vorrei concentrarmi sui classici e tenere un po’ in salamoia i contemporanei. Insomma, d’ora in poi sarà assai più difficile per uno scrittore vivente entrare nel canone dei Meridiani. Ce ne sono di morti, taluni fin troppo trascurati, che meritano una nuova ribalta. Naturalmente ho diversi autori in testa i cui nomi (per i motivi che le accennavo) non posso ancora menzionare.

M.M. Davvero un’ultima domanda. Ritornando al punto di inizio della nostra conversazione, ovvero a Philip Roth. E se fossero vere tutte quelle accuse che lo macchiano delle peggiori nefandezze, la mia domanda è: per continuare a leggere i romanzi di Roth, bisognerebbe ipotizzare la solita dicotomia tra letteratura e vita, tra lo scrittore e l’uomo; oppure basterebbe leggerlo nonostante tutto?

A.P. È difficile dirle quanto me ne infischio. Forse solo se conoscessi l’aramaico potrei riuscire a esprimere quanto poco mi avvincano le passioni veneree di Philip Roth, per non dire delle sue beghe coniugali e adulterine. Lascio volentieri il gossip ai maccartisti che infestano la scena letteraria contemporanea. La sola moralità che richiedo a uno scrittore è racchiusa nelle sue frasi. Non se a questo punto Roth dovrà scontare il purgatorio della damnatio memoriae inflitto da qualche comitato etico del menga. So che finirà. Si figuri che c’è stato un tempo in cui alcune università non studiavano più Mallarmé e Proust perché troppo decadenti e non abbastanza comunisti. Alla lunga hanno stravinto Mallarmé e Proust. Vincerà anche Roth. Dopotutto è morto, cosa vuoi che gliene importi? Ha l’eternità dalla sua.

ARTICOLO n. 30 / 2021

Polvere, cenere, fuga

TRADUZIONE DI CAMILLA PIERETTI

Mercato

I

Avrebbero iniziato a disseppellire le ossa l’indomani. Alfonso rimase fuori dalla prigione, a guardare il piatto panorama della base militare di Addis Abeba. Era andato lì perché voleva vedere il sito prima che Lara e gli altri scienziati forensi iniziassero il loro lavoro, voleva che il suo occhio di fotografo potesse posarsi con calma sul terreno che avrebbero scavato. Si chiese se sarebbe stato capace di distinguere un femore da un omero, o di capire cosa differenziava le ossa giovani dalle vecchie. Gli scienziati argentini erano in Etiopia alla ricerca dei resti di prigionieri che erano stati sottratti alle loro famiglie e di cui non si era saputo più nulla. Lui era lì per fotografare quei resti, per intrappolare tra otturatore e apertura frammenti di detenuti come quelli che era stato costretto a immortalare in Argentina. Regolò la macchina fotografica in modo da zoomare su un piccone appoggiato a una staccionata di legno. Qualcosa, in quello scialbo complesso, avrebbe mai potuto ricordargli il terreno erboso della Escuela de Mecánica de la Armada di Buenos Aires?

È diverso da quello a cui sei abituato tu, gli aveva detto Lara il giorno in cui aveva finalmente accettato che Alfonso si unisse al team che sarebbe andato in Etiopia. I tuoi soggetti non saranno vivi, aveva continuato, gli occhi nocciola che scrutavano penetranti la sua giacca inamidata, i gemelli graffiati. Non c’è alcuna arte in questo, aveva aggiunto, il disgusto evidente nel sorriso che aveva posato sulla sua attrezzatura fotografica e sul suo portfolio ancora intonso. Era una donna spigolosa, dall’ossatura delicata. Durante tutto il colloquio aveva tenuto con sé un taccuino, senza però scriverci una sola parola mentre lui parlava, preferendo invece piantargli addosso uno sguardo deciso. Aveva l’aria stanca, gli occhi infossati quasi a voler deviare la luce, se avessero potuto, per rimanere a crogiolarsi nell’ombra. Non può non sapere chi sono, avrebbe voluto dirle. Sono stato l’ultimo volto che tanti hanno visto prima di sparire. Chi meglio di me potrebbe fotografare quel che resta?

Gli altri potrebbero chiederti notizie di parenti rinchiusi all’ESMA quando eri là, aveva aggiunto lei alla fine, mentre erano sulla porta del laboratorio al termine del colloquio, la mano di lui tesa ma totalmente ignorata. È meglio lasciare quel genere di discussioni a lavoro concluso, non mischiare le due cose. Aveva fatto un cenno d’assenso ed era tornata alla scrivania.

Alfonso impostò il grandangolo per inquadrare la terra secca e fessurata. Vide due etiopi che lo osservavano attenti, poco lontano. Ognuno di loro teneva una foto all’altezza del petto, l’immagine rivolta nella sua direzione. Sentì lo stomaco contrarsi. Conosceva quel rituale, riconosceva le speranze che cercavano di riporre nelle sue mani. Aveva visto compiere gli stessi identici gesti in Argentina. La gente lo fermava per strada e gli domandava: Non sei quello di cui hanno parlato i giornali? Il fotografo rinchiuso all’ESMA, che ha scattato quelle foto? Poi, dal nulla, un’immagine. Questa è mia madre, mia sorella, mia zia, mio padre, mio nipote. Erano così tanti. Una processione di facce e corpi, in posa o al naturale, che lo fissavano, chiedendo di essere ritrovati, di uscire dal mondo dei desaparecidos per essere reclamati.

Alfonso abbassò la macchina fotografica e alzò entrambe le mani verso i due etiopi che si avvicinavano. Si mise a camminare all’indietro, scuotendo la testa. Yekerta, ripeté, una volta e ancora, ringraziando silenziosamente la guida che aveva insegnato a lui e agli scienziati quella che sarebbe diventata la parola più importante di tutto il viaggio, in questo paese pieno di persone ancora in attesa di poter piangere a dovere i propri morti. Scusate. Mi dispiace.

Fu Lara a proporre di andare al polveroso tej bet vicino all’hotel, alla vigilia del primo scavo. Gli altri membri della squadra, provati da una giornata di riunioni e briefing, si scusarono e andarono a dormire, per cui rimase solo Alfonso.

«Bevo sempre una birra la sera prima di iniziare a lavorare in un posto nuovo», gli disse lei mentre si dirigevano là. «Da domani saprà tutto di terra».

Il bar era un piccolo edificio male illuminato, costruito con quelli che sembravano mattoni d’argilla. Era dipinto di azzurro, con una porta verde chiaro che girava mollemente su cardini arrugginiti. Dietro il bancone, costituito da un’asse di legno tutta rigata, una cameriera di particolare bellezza, gli abiti aderenti alle forme morbide, sorrise e tese loro due birre mentre ancora si sedevano.

Bevvero in silenzio, mentre Alfonso tentava di fingersi del tutto disinteressato alla busta che Lara aveva tirato fuori dalla borsetta e teneva cautamente ai bordi.

Fu allora che entrò Gideon. Lara diresse la sua attenzione alla porta, osservando con interesse il vecchio che si fermò a guardarli stupefatto, per un momento, prima di sedersi all’altra estremità del bancone.

Lei lo fissava come se stesse esaminando un documento. Quando parlò, non sembrava diretta a nessuno in particolare. «Ha perso qualcuno», disse. I capelli, neri e ondulati, le ricaddero sul viso; li ricacciò indietro e bevve un sorso di birra.

Alfonso le lanciò un’altra occhiata. Nonostante ciò che gli era stato detto durante il colloquio, gli altri scienziati lo avevano sommerso di domande sulle persone che conoscevano e che erano state rinchiuse all’ESMA. Lara era l’unica a non avergli mai chiesto niente.

Appoggiarono le birre al bancone e si misero a osservare Gideon, al quale la cameriera aveva iniziato a rivolgersi animata, con voce dolce. Il vecchio sedeva dritto, attento e privo di espressione. Sembrava rifiutarsi di guardare nella loro direzione, sempre più schiacciato sulla sedia, la birra stretta tra le dita, annuendo alle chiacchiere della ragazza. Il modo in cui si fissava le mani spinse Alfonso a guardare le proprie. Che ci faceva ad Addis Abeba?

Era difficile dire quanti anni avesse. Dall’aspetto potevano essere sessanta, ma era segnato da una spossatezza che li faceva sembrare almeno il doppio. Nella luce soffusa che ne sottolineava il naso dritto e la pelle incartapecorita, Gideon aveva l’area di un profeta stanco, un uomo che avrebbe dovuto essere illuminato soltanto da candele morenti.

Tenastilign. Alfonso provò a ripetere nuovamente il saluto. Non sarebbe mai riuscito a imparare le dure consonanti dell’amarico, la cadenza della lingua. Abbassò il capo in un rapido inchino e attese che Gideon ricambiasse. Sorrise, già consapevole, dopo solo quattro giorni ad Addis Abeba, della riservatezza degli etiopi.

Gideon bevve un lungo sorso di birra e si girò dall’altra parte.

Dopo un secondo tentativo di conversazione andato a vuoto, la bella cameriera dallo sguardo da cerbiatta spiegò ad Alfonso che Gideon non parlava. «Cantava», disse nel suo inglese dall’accento marcato. «Famoso. Tanto tempo fa. Ora…». Si mise una mano attorno alla gola e strinse. Lo smalto rosso vivo creava un netto contrasto con la tenue luce della lampadina sopra la sua testa.

«Non può parlare?» chiese Lara chinandosi verso il bancone, animata da un improvviso interesse. «Come mai?».

La giovane scosse la testa. «Ha smesso e basta. Beve una birra ogni sera». Si fermò, imbarazzata, quasi volesse dire altro ma non sapesse come.

Alfonso si accorse che lo osservava, incuriosita dalla loro presenza in un bar lontano da qualunque percorso turistico. Le sorrise e lei si girò di scatto per inserire una cassetta in uno stereo malandato. Una voce dolente emise una nota su una tromba jazz, scendendo la scala a passi lenti.

Il cambiamento in Gideon fu immediato, ma forse lo notò solo lui. Forse solo un uomo che era stato testimone di tanti momenti di terrore era in grado di riconoscerli. Il vecchio si accartocciò su se stesso, divenendo l’ennesimo uomo il cui petto cede, incurvandosi finché la schiena non riesce a piegarsi oltre, solo un altro corpo nella lunga linea di corpi che Alfonso era stato costretto a fotografare, un’altra faccia piena di paura che guardava dritto nell’obiettivo, supplicandolo silenziosamente per una salvezza che soggetto e fotografo sapevano non sarebbe mai arrivata.

«¿Dónde?» domandò Alfonso al comandante, ben sapendo quale fosse il punto in cui la luce che entrava dalla finestra illuminava al meglio lo stanzino della Escuela de Mecánica de la Armada. «¿Aquí?». Deglutì a fatica e puntò il dito, disgustato dall’impulso che lo spingeva comunque a voler scattare una foto nella luce migliore. «Qui va bene».

Il prigioniero si trascinò contro lo spoglio muro bianco e rimase in piedi nella debole lama di luce. Era un ragazzo dal viso allungato, con una massa di capelli ricci ora tutti arruffati. Tremava nelle catene, le braccia sottili coperte di tagli e lividi, gli occhi quasi chiusi da quanto erano gonfi.

«Señor». Alfonso parlò a bassa voce per evitare il gesto improvviso che in genere accompagnava il movimento della macchina fotografica. Lo siento, disse con lo sguardo. «Alzi il mento e guardi verso l’obiettivo», disse con la bocca. Il giovane invece guardò lui, come facevano tutti, e incurvò il petto come per schivare un colpo al cuore. Alfonso udì un lieve piagnucolio, vide le labbra che tremavano e poi si costrinse a incontrare lo sguardo del ragazzo. Percepì il momento in cui l’incredulità lasciò il posto al puro terrore. Mi dispiace, avrebbe voluto dire, ma il comandante era proprio dietro di lui, con il suo respiro pesante e il suo sudore, a mormorare: «Bueno. Bueno, il generalissimo apprezzerà questa foto per la sua collezione. La prossima settimana devi scattarmene una per il nuovo passaporto». Il comandante gli fece l’occhiolino. «Mi farai apparire come un uomo nuovo, ¿sí?».

Stava al quarto piano della Escuela de la Armada. Era stato catturato a San Isidro, poco fuori Buenos Aires, tre mesi prima. Lo avevano fermato ad armi spianate, nella sua auto. La macchina fotografica era appoggiata sul sedile accanto a lui, i finestrini abbassati per godersi quel poco di aria che riusciva a fendere la calda umidità della sera. I soldati erano tre, ma nessuno gli spiegò perché lo trascinavano fuori dalla macchina. Era l’Argentina del 1978, in carica c’era il generale Jorge Videla e le persone sparivano a migliaia. Forse quelle erano ragioni sufficienti. L’unica cosa a cui riuscì a pensare dal buio sedile posteriore della macchina senza targa che percorreva l’Avenida del Libertador a tutta velocità, però, furono i tanti anni in cui si era allontanato dalla madre, una donna così affamata d’affetto che Alfonso era sicuro fosse stato il cuore a ucciderla, non l’asma.

La musica andava scemando. La cameriera canticchiava, la voce esitante sulle ultime note prima di perdersi in un sospiro lieve. Aveva un’espressione sincera, gli occhi dolci. Alfonso avrebbe potuto rimanere a osservarla per un’altra ora, tenendola sotto lo sguardo impassibile dell’obiettivo finché il suo corpo non avesse ondeggiato nel modo giusto, fino a farla diventare null’altro che una figura delineata da una spessa lama d’ombra e da una linea di luce calante.

La giovane alzò gli occhi verso di lui. «Tizita. Una canzone famosa», disse, spegnendo lo stereo con delicatezza per poi inclinarsi verso di lui in modo da appoggiare le braccia vicino alle sue, sul bancone. «Significa memoria. Una bella canzone da ascoltare in Etiopia». Gli lanciò uno sguardo timido da sotto le ciglia, evitando Lara, che intanto aveva estratto dalla busta un articolo di giornale ripiegato con cura.

Alfonso si schiarì la gola e sorrise, incerto. «Birra». Puntò verso di sé, verso Lara e verso Gideon. «Che cos’è quello?», chiese infine a Lara, indicando il pezzo di carta.

«Per me basta, grazie». Lara allontanò la seconda birra. Fece scivolare il ritaglio di giornale verso di lui. «Così capisci cosa andremo a fare domani».

Alfonso diede un’occhiata all’articolo. In un luogo chiamato El Mozote, tra le montagne di Morazán, in El Salvador, era stato sterminato un intero villaggio di uomini, donne e bambini. Erano stati ritrovati centinaia di corpi, inclusi neonati e anziani. Gli abitanti delle aree vicine avevano dichiarato che, dopo la matanza compiuta dall’esercito salvadoregno, il fantasma di una donna aveva iniziato ad aggirarsi tra le montagne circostanti. Nuda, i capelli scarmigliati, la si vedeva accovacciata sulla riva del fiume sotto la luna, a piangere i figli morti con un pesce in fin di vita che le si dibatteva tra le mani. Gli scienziati argentini arrivati sul luogo del massacro per riesumare i corpi erano stati avvertiti dell’apparizione sia dai locali sia dai militari.

Alfonso esaminò attentamente l’immagine di Lara, ritratta insieme a quattro colleghi nei pressi di un’area recintata, mentre indicava tre piccoli teschi sfondati.

«Quanto tempo fa è successo?», chiese. «Sembri molto più giovane».

«Non è importante», fu la risposta. Lara gli prese l’articolo dalle mani, lo ripiegò con precisione e lo rimise nella busta. «Lo spettro che la gente dichiarava di aver visto», disse, girandosi a guardarlo. «Non c’era nessun fantasma. Non esistono queste cose». Si era chinata verso di lui, voltando la schiena alla cameriera e a Gideon.

Alfonso assentì, confuso: «La gente tende a inventarsi di queste storie».

Lara scosse la testa. Parlò con una certa insistenza. «Non c’era nessun fantasma perché, anche se l’esercito aveva ucciso neonati, bambini e donne indifese, anche se aveva bruciato vivi gli uomini, anche se era tornato sui propri passi per accertarsi di non aver tralasciato nessuno… una era sopravvissuta. Più di mille morti, ma una era ancora viva. Si era nascosta tra i cespugli e poi era corsa verso le montagne. L’ho incontrata durante gli scavi. Quando ci ha visto riesumare le ossa, è scesa dai monti. Voleva trovare i suoi figli». Lara si interruppe, gli occhi fissi sulla busta. «Era viva. È ancora viva».

La cameriera porse la seconda birra ad Alfonso, che scosse la testa. Aspettò, senza sapere cosa dire. Lara non gli aveva mai parlato tanto a lungo di qualcosa che non fosse il loro lavoro in Etiopia.

«Solo perché qualcuno è disperso», continuò lei, guardandolo negli occhi, «non significa che lo troveremo. Non c’è niente di certo, finché non se ne hanno le prove». Aveva lo sguardo puntato sulla macchina fotografica. «Se una cosa non la puoi vedere, non hai nulla».

Alfonso si aspettava che dopo quella frase lei si alzasse e se ne andasse, il silenzio sempre più pesante tra loro. Ma non lo fece. Al contrario, fissò la sua macchina fotografica così a lungo da spingerlo a sollevarla all’altezza degli occhi. Quando lei non reagì, tolse il tappo all’obiettivo e regolò l’esposimetro. Improvvisamente, ebbe l’impressione di poterla vedere meglio in questo modo, incorniciata in quel riquadro che lasciava fuori tutto eccetto gli occhi infossati e le guance scavate, il rapido sfarfallio delle ciglia e il lento oscillare della testa. Le dita, lunghe e sottili, salirono ad asciugarle un occhio, per poi ridiscendere lasciando di nuovo spazio al suo sguardo piatto e severo. La inquadrò.

«No», disse lei, decisa. Alfonso trasalì nel vedere il modo in cui Lara aggrottò le sopracciglia, sollevando rapidamente le mani a nascondere il viso.

«No, no… no foto», esclamò la cameriera, allungando la mano come per prendergli la macchina fotografica. «No».

Fu allora che Alfonso si accorse che Gideon si era alzato e si era coperto il capo con un braccio. La cameriera si era spostata in modo da mettersi davanti a lui, il corpo rigido e teso, la schiena dritta, forte. Il viso aveva perso tutta la sua amabilità.

Il vecchio diede loro la schiena e uscì, rapido. La porta cigolò sui cardini, prima di richiudersi. Lara si alzò in piedi.

«Domani cominceremo presto», dichiarò. Poi ringraziò la cameriera e uscì.

Una volta rimasti soli, la giovane si rilassò. «È un brav’uomo, è mio amico», disse, indicando la sedia lasciata vuota da Gideon. «Ma in Qey Shibir…», schioccò le dita, in cerca della parola giusta. «Terrore rosso. La rivoluzione del 1974. Non era buono. Era famoso, molte foto di lui ad Addis Zemen».

Alfonso annuì. Conosceva la storia del Terrore rosso, l’intenso periodo di violenze inflitte al popolo etiope da un dittatore dal pugno di ferro.

La giovane indicò di nuovo la sedia di Gideon. «Era un cantante».

«In un gruppo?» chiese Alfonso, ricordandosi di una piccola brochure del Ghion Hotel che raccontava la storia della celebre band dell’albergo. «Quale?».

Il volto della cameriera si rabbuiò e la ragazza gli porse di nuovo la seconda birra. «Ai funerali».

«Le famiglie lo adoravano, quindi?», chiese Alfonso. «Come Alberto Cortez nel mio paese».

La giovane asciugò l’interno di un bicchiere con uno strofinaccio e lo alzò verso la debole luce per esaminarlo. Poi lo appoggiò con delicatezza. «Era un cantante del Derg». Quando Alfonso scosse la testa, mostrando di non aver capito, continuò: «Cantava per celebrare le morti dei nemici del Derg. Le famiglie lo odiano. Anche adesso, certe persone non dimenticano mai». Lanciò un’occhiata verso la porta, sopra la sua spalla, lo sguardo assente. «Come si può dimenticare? Aveva una voce meravigliosa». Agitò graziosamente le dita di una mano.

A causa delle birre, la stanza cominciava ad assumere contorni sfumati: Alfonso aveva bevuto a stomaco vuoto. La fragile porta in legno, che non riusciva a impedire agli odori di Addis Abeba di penetrare nel bar, iniziò a pulsare lentamente, al ritmo di un’altra canzone che usciva dal vecchio stereo consunto. Gas di scarico, letame, fumo, berbere e, sotto sotto, il profumo dolce e pungente della mirra, misto all’aroma intenso che veniva dalla cameriera o dalla brocca in plastica del tej che non era stato abbastanza coraggioso da assaggiare, preferendo una birra etiope in bottiglia al vino al miele della casa.

«Sei ad Addis Abeba in visita?», chiese la cameriera, il sorriso freddo e lo sguardo acuto che lo costrinsero a riportare gli occhi dai suoi fianchi al viso.

Non sapeva quando l’orrore era diminuito e lui si era ritrovato a mettere in posa i suoi soggetti, aggiustando loro i vestiti e usando le ombre per nascondere i lividi. Era un impulso sviluppatosi a poco a poco, tra rapporti e punti focali. Il leggero movimento per includere l’intero volto nell’inquadratura si trasformò in attenzione all’espressione e alla composizione. Non avrebbe mai chiesto a nessuno di sorridere, si diceva, ma con i prigionieri dall’aspetto migliore, i cui tagli partivano da sotto lo scollo della tunica, si scoprì incapace di resistere. Incurvi un poco la bocca, señorita, ammorbidisca un po’ il viso, sussurrava. Solo per me, non pensi ai soldati. Lo sguardo che gli rivolgevano era pura impotenza.

A un certo punto, dopo aver scattato centinaia di foto a centinaia di prigionieri che erano usciti dall’inquadratura per finire in una sala interrogatori o davanti al plotone di esecuzione, Alfonso aveva cominciato a nascondere al comandante alcuni rullini incriminanti. Aveva sognato la madre, con il suo disprezzo per la fotografia, per quella scelta così borghese in una famiglia di operai. Ti trasformerà in qualcos’altro, gli aveva detto una volta, non sarai più mio figlio. Nel sogno, la madre si era trasformata  in un uccello che aveva becchettato incessantemente il soffitto del quarto piano della Escuela de la Armada fino a fare un buco nella stanza, per poi volare sulla sua macchina fotografica, appollaiandosi sul flash. Gli occhi sgranati, che andavano da lui al lenzuolo che aveva fissato al muro, lo avevano spinto a svegliarsi, la mano che fendeva vanamente l’aria.

«Ci penso io a tenerglieli, Comandante», aveva detto Alfonso il giorno dopo, di fronte all’uomo dal respiro pesante che sudava profusamente, un fazzoletto umido sempre in mano. «Lei non ne ha bisogno, sono solo un impiccio». Si era messo un rullino usato nella tasca dei pantaloni sudici che indossava fin dal giorno dell’arresto. Aveva infilato le pellicole esposte prima nelle tasche davanti, poi nelle tasche dietro, poi nella tasca della camicia e, quando lo spazio era finito, aveva fatto un gran sorriso innocente e se ne era messa qualcuna anche nei calzini.

Ogni volta che poteva, nascondeva una manciata di rullini nella sua cella, uno stanzino squadrato e freddo in cui erano rinchiusi una ventina di prigionieri, a rotazione. Raul, uno studente universitario con un viso infantile e una determinazione incrollabile, aveva scavato un buco nel muro per nasconderli, dormendoci o posizionandocisi davanti, finché un giorno anche lui fu chiamato a posare davanti all’obiettivo. Alfonso incise una R sul contenitore della pellicola che racchiudeva il sorriso indulgente di Raul. Quattro anni più tardi, quando venne rilasciato di prigione dopo la caduta della junta, fu la prima cosa che prese e si fece scivolare nella tasca della camicia.

Se esisteva qualcosa di simile a una redenzione, pensò, avrebbe dato alle famiglie di quei prigionieri la dimostrazione che, una volta, un uomo aveva guardato in faccia i loro cari e ci aveva visto una vita degna di essere ricordata. Sperava che nessuno avrebbe sottolineato il fatto che non aveva mosso un dito per risparmiare loro l’onta di essere fotografati appena prima di morire.

«Sei un turista, in visita?», domandò nuovamente la cameriera.

«Sono qui per lavoro», disse lui, accennando alla sua macchina fotografica.

«Giornalista?», chiese lei, l’espressione improvvisamente curiosa e interessata. «Per il processo agli ufficiali del Derg?». Pronunciò le ultime parole quasi sputando, il viso contorto in una smorfia adirata. «Devono morire per quello che ci hanno fatto. Ci uccidevano, i corpi lasciati in strada. Mia sorella…». Si interruppe e fece un profondo respiro. «È un bene che sei qua», concluse semplicemente e gli diede le spalle, come imbarazzata.

Dopo la rivoluzione che aveva detronizzato Hailé Selassié nel 1974, il regime del Derg aveva regnato fino a tre anni prima, nel 1991. Menghistu Hailé Mariàm aveva dichiarato il Terrore rosso per liberarsi di tutta l’opposizione, costituita da un segmento della popolazione che ad Alfonso era fin troppo familiare: giovani istruiti, idealisti e innocenti, il cui unico crimine era la speranza. Il Terrore rosso aveva quasi privato l’Etiopia di un’intera generazione, mantenendola nelle salde grinfie di una violenza caotica e sanguinosa dal 1977 al 1978. Le violenze, però, erano cominciate ben prima e non si erano fermate fino alla fuga di Menghistu. Molti non erano riusciti a piangere degnamente i propri morti. Altri non avevano neanche mai ritrovato i corpi. Una delle prime iniziative del nuovo governo fu di avviare la procedura per processare gli ufficiali del Derg. Ma il tribunale aveva bisogno di prove.

La squadra di scienziati forensi era arrivata dall’Argentina con competenze affinate nella propria terra, sulle ossa della propria gente. Erano venuti a riaprire le fosse comuni di Addis Abeba per dimostrare ciò che gli ex ufficiali del Derg tentavano di negare. Il gruppo era stato anche in altri paesi ─ Kurdistan, i Balcani, El Mozote, Croazia ─ prima dell’Etiopia, per cui era consapevole del potere che i morti erano ancora in grado di esercitare. Tutti loro lavoravano nella convinzione che i testimoni, i documenti e persino le fotografie potessero ingannare, ma che un teschio ricomposto, un frammento d’ossa, uno scheletro recuperato da una fossa piena di resti di decine di altri raccontassero una verità da cui non ci si poteva difendere.

Alfonso, per parte sua, era andato in Etiopia perché voleva trovarsi davanti a quelle spoglie e fingere che quelle ossa potessero sostituire i prigionieri argentini che sapevano a cosa stavano andando incontro, quando si giravano a guardare il suo obiettivo. So come fotografare i morti, aveva detto a Lara durante il colloquio. Ci conosciamo. Alla fine, lei aveva ceduto.

«Come si chiama il cantante?», chiese alla cameriera, sbattendo rapido le palpebre per trattenere le lacrime. Si sorprendeva ancora di quanto gli capitasse facilmente di piangere, da quando era uscito di prigione. Indicò la porta dietro di sé, come se l’uomo fosse ancora lì.

«Gideon», rispose la giovane. «Un tempo aveva un figlio», aggiunse, scuotendo tristemente la testa.

II

Tornando verso casa sua, vicino al mercato affollato, Gideon non sapeva cosa pensare dei ferenjoch seduti nel suo bar preferito, a parlare con Konjit. Vedere quegli stranieri lo aveva sorpreso a tal punto che aveva mandato giù la sua birra in soli tre sorsi. Forse Konjit aveva messo su quella canzone per i turisti. Forse era il suo modo di chiedergli perché non era andato a trovarla per un’intera settimana. Forse era il suo modo di punirlo. Molti, ad Addis Abeba, trovavano dei modi, per quanto piccoli, di fargli pagare ciò che aveva fatto. Una gomitata ben assestata in mezzo alla folla. Calci sulle gambe. Ritrarsi da lui neanche fosse un lebbroso. Il linguaggio utilizzato in quei momenti lo capiva, se lo aspettava. A volte, quando pensava al figlio, lo desiderava addirittura. Ma la canzone, Tizita, gli aveva fatto l’effetto di uno schiaffo, forte e carico di amarezza: l’improvvisa comparsa della voce di Tilahun Gessesse che si innalzava nella scarsa luce del tej bet era stata come un pugno nel petto. Quella era la canzone che sceglieva sempre per concludere le sue esibizioni a palazzo, prima del Derg.

Samson, avrebbe invocato se avesse avuto una voce, tanto era stato lo shock di risentire quella canzone. Avrebbe invocato il nome del figlio e, nel mondo in cui avesse avuto ancora una voce, avrebbe avuto ancora un figlio, che sarebbe arrivato di corsa. Samson, figlio mio.

Abbaba.

Il canto di un muezzin si alzò nel vento dalla moschea di Anwar, leggero e vibrante. Come faceva ogni giorno quando sentiva la chiamata alla preghiera, pur avendo abbandonato qualsiasi religione molto tempo prima, Gideon si toccò la gola e maledisse il suo dono, deciso a tenerlo intrappolato lì dove l’aveva rinchiuso ormai da anni. Passò davanti a un piccolo caffè, accanto a uno dei negozi stracolmi di gente della zona, e vide un gruppo di uomini chini sopra i giornali, l’aria corrucciata. Un giovane strillone corse verso di lui con i sandali impolverati, agitandogli il giornale in faccia.

«Sono iniziati gli scavi al complesso militare», disse, gli angoli delle labbra secche segnati dall’abitudine di masticare le foglie di qat dall’effetto stordente. Aveva occhi come di vetro, uno sguardo sfocato che un tempo Gideon aveva invidiato e di cui aveva persino creduto di avere bisogno.

Cercò di mandare via il ragazzo e di continuare per la sua strada, ma lui gli infilò una mano in tasca e ne estrasse un piccolo involto di qat. «E queste?» chiese.

Gideon aveva provato le foglie per la prima volta poco dopo la scomparsa di Samson, alla ricerca di qualcosa che alleviasse la solitudine che lo tormentava come una lama piantata nel fianco. Le masticava da solo, in un angolo buio della sua casupola, dove il letto del figlio giaceva sfatto, così come era stato lasciato settimane prima. Era il 1978. Lui non era più un cantante della popolare band tanto amata dall’imperatore Hailé Selassié. L’imperatore era morto. Centinaia di persone avevano lasciato il paese. Cubani e sovietici sembravano essere comparsi dal nulla. C’erano soldati ovunque.

Due poliziotti erano arrivati alle cinque del mattino e avevano portato via Samson per interrogarlo. Avevano promesso che glielo avrebbero riportato a casa. Gideon sapeva di questa popolare menzogna, atta a zittire i genitori costringendoli all’ubbidienza. Aveva afferrato il figlio alla vita con entrambe le braccia e si era lasciato cadere in ginocchio. Uno dei poliziotti aveva preso il fucile e si era messo a colpirlo alla nuca, una volta e poi ancora, finché non aveva mollato la presa. Si era precipitato subito alla prigione, ma gli era stato detto di tornare il giorno dopo. Aveva passato la notte sui gradini, fuori dalla porta e, quando era rientrato con la foto del figlio, un agente dall’aria stanca lo aveva indirizzato all’obitorio dell’ospedale. Provi lì, aveva detto, li hanno portati tutti là ieri notte.

Due settimane dopo, senza essere riuscito a trovare traccia di Samson, si era presentato a un chioschetto del mercato, chiedendo del qat.

«Gideon», gli aveva detto il proprietario, «non è da te. Aspetta, vai in chiesa, vedrai che tuo figlio tornerà». Ma non era riuscito a guardarlo negli occhi e alla fine aveva fatto scivolare verso di lui un piccolo involto di foglie, rifiutando il denaro che gli aveva allungato in cambio.

L’unica cosa che il qat riuscì a fare fu di dare forma al suo dolore rendendolo più vivo, una creatura che gli si annidò nel petto, pelo, denti e tutto, rodendogli la gabbia toracica. Gli pareva di avere il torace teso come un tamburo. La voce che invocava il figlio sembrava quella di sua moglie, ma, quando si girava, non trovava altro che la sua mano che si dimenava invano nell’aria, alla ricerca della donna che gli aveva insegnato ad amare per poi morire di parto.

«Sono iniziati gli scavi», ripeté lo strillone, agitandogli il giornale in faccia. «Leggi, leggi. Stanno lavorando laggiù». Indicò le colline ondulate dove si trovava una base militare. «Se hai perso qualcuno nel Qey Shibir, dovresti leggere l’articolo».

Gideon pagò il giornale e diede una scorsa alla prima pagina. Lì, a lato di una fila di uomini e di una donna dall’aria seria, c’era il turista del bar di Konjit.

Indicò la foto, guardando il giovane strillone con aria interrogativa.

«Non lo sai?», rispose il ragazzo. «Ci sono delle tombe nella base militare. Queste persone», indicò l’immagine sul giornale, «sono venute qui per dissotterrare i corpi. Sanno come si fa».

La mano di Gideon tremò. Suo figlio era stato portato in quella prigione: aveva seguito il camion a piedi, finché aveva potuto, poi aveva preso un taxi fino al cancello. Aveva memorizzato la targa e aveva rivisto lo stesso camion, vuoto, nel parcheggio. Gideon si strinse il giornale al petto e si appoggiò con tanta veemenza sulla gamba buona da rischiare quasi di finire contro lo strillone, il ricordo dei giorni passati a cercare il suo unico figlio che lo schiacciava come una mano greve.

I soldati lo avevano guardato da dietro il banco, la foto di Samson spinta verso di loro da mani tremanti. Si erano rifiutati di rispondere alle sue domande. Avevano cercato di ignorarlo. Gli avevano dato la schiena e lasciato che la voce gli diventasse roca a furia di chiedere dove avessero portato il figlio. Lo avevano fatto restare lì, davanti al bancone, a piangere per lui. Poi avevano iniziato a stancarsi di quel suo dolore senza fine. Uno di loro lo aveva minacciato. Un altro lo aveva supplicato di tornarsene a casa. Quando lui non si era mosso, con quella postura inclinata che lo obbligava ad appoggiare un gomito al banco, lo avevano ricacciato indietro a calci e pugni. Gli avevano colpito la gamba più corta con i fucili e lo avevano guardato cadere. Avevano insultato il nome di suo padre, la sua band, la moglie morta. Eppure, la mattina dopo Gideon si era alzato ed era tornato alla prigione, la foto di Samson tra le mani.

Alla quarta visita, uno dei soldati aveva tirato fuori un foglietto, aveva indicato Gideon e aveva detto: «Forse è lui quello che il generale sta cercando».

Quando lo avevano portato in un altro edificio, accanto alla prigione, non aveva protestato, perché loro sapevano dov’era suo figlio e a lui interessava solo quello. I soldati lo avevano spinto fino davanti a una grossa scrivania in legno, dove un uomo sottile come uno stecco tossiva sulla sua sedia, tenendosi la pancia. L’uomo lo aveva esaminato a partire dai piedi, le labbra che si arricciavano mentre passava da una gamba all’altra, per distendersi in un ampio sorriso quando arrivò al volto.

«La grande voce dell’Etiopia, con un talento degno di un imperatore, è qui nel mio ufficio, a offrirsi di cantare per la nostra causa?», aveva chiesto. «A cosa dobbiamo tanta fortuna?».

Tornando a casa, Gideon si era ricordato di una storia che aveva imparato a scuola. C’era una volta una capra che credeva di essere un re. Fu catturata da un contadino, che scambiò il re per una capra. Devi solo cantare, si disse. Le cose non cambiano perché le si chiama con un altro nome. Una canzone non è altro che una canzone, ma un figlio, pensò una volta e ancora, un figlio… Si fermò e sospirò per tutto ciò che un figlio può significare.

Il suo primo funerale era stato per l’unico figlio di una coppia che non riusciva a smettere di scuotere la testa alla vista della tomba del proprio bambino. «È tutto vero? È lui? Mio figlio?», gemeva la madre, stretta al petto del padre in lutto. Gideon maledisse la propria voce, la propria gola, l’aria che respirava. Tenne le labbra serrate finché non sentì il fucile di un soldato nel fianco. Iniziò con un brano dolce, triste, pieno di dolore e nostalgia, ma i soldati levarono le armi, dichiararono il cadavere un nemico e lo costrinsero a cantare del valore del presidente Menghistu. Dopodiché, puntarono i fucili contro la madre e dissero: «Balla, Emama, non si piange per coloro che odiamo».

Ogni giorno, per una settimana, Gideon andò al bar di Konjit ad aspettare i due ferenjoch. Indossava il suo unico completo, di quando ancora suonava con la band. Era un gessato dal bavero ampio e con un fazzoletto blu cucito nel taschino della giacca. Nella tasca della camicia, invece, teneva la foto di Samson. Ordinava una birra e la beveva lentamente, a piccoli sorsi. E aspettava, ignorando le occhiate interrogative di Konjit e i suoi tentativi di parlargli.

Durante la seconda settimana, una sera, verso l’orario di chiusura, l’uomo arrivò da solo, proprio mentre Konjit stava cercando di convincere Gideon a tornarsene a casa. Il vecchio sentì il palato seccarglisi di colpo, anche se aveva appena mandato giù un po’ di birra. Si girò di scatto, a bocca spalancata, e, per la prima volta in tanti anni, si pentì di aver ingoiato la propria voce, di averla fatta sparire.

L’uomo aveva gli occhi segnati da profonde ombre scure. Era coperto da un sottile strato di polvere e il peso della macchina fotografica che portava su una spalla sembrava farlo pendere di lato. Non guardò né Gideon né Konjit, concentrando lo sguardo sulle lettere amariche dell’etichetta di una bottiglia di birra posata sul bancone. Respirava con la bocca aperta, in brevi singulti. Gideon non riuscì a capire se fosse sul punto di mettersi a piangere o semplicemente esausto.

«Birra?» chiese Konjit, allungandogli una bottiglia fresca. «Sei stanco?». Sorrideva, ma il sorriso le morì sulle labbra quando l’uomo non le restituì lo sguardo. Appoggiò la birra davanti a lui e si girò a impilare i bicchieri puliti su uno scaffale.

Gideon tastò la foto di Samson, i contorni premuti contro la camicia, marchiati a fuoco sulla sua pelle nuda. Il cuore gli martellava contro quel pezzo di carta, facendogli rimbombare il nome del figlio nel petto e su, fino in gola. Aprì e richiuse la bocca in parole silenziose.

L’uomo allontanò da sé la birra e prese a respirare in modo più regolare. Teneva le mani piatte sul bancone, fissandole intensamente. Si mise a svuotare la macchina fotografica, e labbra gli tremarono un poco mentre toglieva il rullino e se lo faceva scivolare nel taschino della camicia. Si asciugò gli occhi con il dorso della mano.

Gideon estrasse la foto di Samson dalla tasca e la appoggiò delicatamente sul bancone di fronte a lui. Gli toccò una spalla, lasciando lì la mano in segno di conforto, e guidò lo sguardo dell’uomo prima verso la foto e poi verso se stesso. Ripeté il gesto: Samson e poi lui. Il viso di Samson e poi il suo.

Konjit scosse la testa, lo sguardo triste. L’uomo si voltò dall’altra parte, portandosi entrambe le mani alla faccia come a proteggersi da una luce troppo intensa.

«Please», disse, una delle poche parole inglesi che Gideon era in grado di comprendere. «Per favore, basta». Mosse il capo avanti e indietro e sussurrò qualcosa a Konjit, gli occhi incollati al bancone, fissi sulle mani che stringevano la birra come se quella bottiglia fosse l’unica cosa in grado di tenerlo in piedi.

«Lascialo in pace», disse Konjit a Gideon, gli occhi fissi sulle labbra dell’uomo. «Ha detto che sono arrivate troppe famiglie, oggi».

Gideon scosse la testa e spinse la foto ancor più verso di lui. Gli bussò di nuovo sulla spalla, indicando di nuovo la foto. Samson, scandì, disperato. Samson. Lo guardò e attese.

L’uomo disse qualcosa in inglese a Konjit e poi accennò col capo nella sua direzione.

La giovane fece un profondo respiro e parlò con tono gentile: «Ci sono soltanto ossa ora, Gideon. Non c’è modo di identificarle da una foto».

Ma le ossa non sono tutte diverse? Avrebbe voluto chiedere lui. La forma del volto di mio figlio non è diversa da quella di chiunque altro? Guardate la sua mascella, così forte, con quelle linee decise. Chi altro può averla così, se non il mio Samson? Guardatelo! Gideon avrebbe voluto urlare. Non c’è nessuno come lui. Anche dopo che la carne è diventata polvere, anche dopo che tutto si è trasformato in cenere. Rimane ancora lui.

III

Gideon viene a guardarci scavare tutti i giorni, da una settimana. Si mette sotto un albero e rimane lì tranquillo, reggendo una foto all’altezza del cuore. Indossa un vecchio completo ben stirato. Le scarpe sono lucide come quelle di un soldato e, anche da lontano, noto che una ha un tacco più alto dell’altra. Quando il sole cala e accendiamo le luci per continuare a scavare, Alfonso va a sedersi con lui. Non parlano, ma li vedo lì, seduti vicini, quasi appoggiati l’uno all’altro. Non se ne va finché non mettiamo via l’attrezzatura e saliamo in macchina. Alfonso resta finché Gideon si alza per andare a casa, aiutandolo a tirarsi su e dicendo parole che non riesco a sentire da dove sono accovacciata, a catalogare pezzi di quelli che un tempo erano uomini.

All’inizio avevo negato la richiesta di Alfonso di venire con noi in Etiopia. È solo un peso e un costo in più, avevo detto, cercando di addurre ragioni professionali per il mio rifiuto. Diego mi aveva presa da parte e aveva sussurrato: Lara, non te lo ricordi ai notiziari? Lo hanno tenuto prigioniero per anni. Le cose che gli hanno fatto. Lascia che venga. E poi, ha dato alla mia famiglia l’ultima foto di mio fratello.

Non voglio chiedergli se si ricorda di mia sorella. Non ne ho il coraggio. Alicia è sfuggita alla polizia la notte in cui hanno cercato di arrestarla. Era sempre stata la più veloce della scuola, capace di superare anche i ragazzi. Sarà corsa fin fuori Buenos Aires e si sarà lasciata galleggiare fino a un posto nuovo. Tornerà, quando avremo finito con tutte queste ossa.

Abbiamo quasi terminato. Le spoglie sono state esumate e adagiate su tavoli di metallo, cercando di restituire loro una forma umana. Abbiamo impacchettato ed etichettato vestiti, gioielli e documenti di identità. Tutti i corpi sono stati identificati. Ora il lutto può davvero avere inizio. Il nostro lavoro è finito. Presto ripartiremo per l’Argentina, finché non ci richiameranno, qui o in un altro posto colmo di orrori ancora senza nome.

Ho diviso le informazioni sull’Etiopia tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo. Tra fatti e ipotesi. Non c’è posto per gli scomparsi. Nel mio rapporto non ci sarà spazio per le speranze di coloro che hanno sentito la storia di Lazzaro e ci hanno creduto. Tutto ciò che abbiamo è quello che possiamo disseppellire, osservare controluce e rimettere dov’era.

Questo è ciò che sappiamo di quest’ultimo scavo: quaranta maschi adulti sono stati portati in un angolo boscoso della base militare e strangolati con una corda di nylon. Alcuni recavano anche i segni di forti colpi al cranio, nasi rotti, fratture a mani e piedi. Ogni pezzo di corda era tagliato esattamente a 159 centimetri, le estremità sigillate con il calore per evitare che si sfilacciassero. I carnefici (una sola persona avrebbe mai avuto la forza di uccidere quaranta uomini che volevano vivere?) avevano praticato dei nodi semplici a ciascuna estremità, per facilitare la presa. Dopodiché, avevano girato la corda attorno al collo dei prigionieri.

Questo, invece, è ciò che possiamo solo ipotizzare: alcuni dei prigionieri avranno provato a ribellarsi, ma non tutti. Era una lotta inutile. Sono morti tutti per strangolamento da corda. Mi chiedo quali abbiano resistito più a lungo e se ogni alito di vita in più sia valso la pena di lottare.

Erano sepolti sotto diversi metri di calce e sassi. Li abbiamo trovati sotto pietre e cenere. Erano vestiti. Tutti, tranne uno, erano avvolti in una coperta: sarà stata una notte fredda. Tutti, tranne quell’uno, avevano ancora la corda di nylon stretta attorno al collo. Quel prigioniero morto senza coperta, la corda lanciata lontano, quale storia potrebbe raccontarci, quale segreto nascondono i suoi resti? Me lo domando mentre copio i dati su carta, registrandoli di modo che, la prossima volta che ci troveremo a scavare, la storia di queste ossa rimanga a guidarci.

Sto prendendo gli ultimi appunti, appoggiata a un albero poco lontano dagli scavi, quando Alfonso e Gideon vengono verso di me. Appena alzo lo sguardo, sembrano esitare.

«¿Sí? Posso aiutarvi?», chiedo ad Alfonso, cercando di non essere scortese, per rispettare quello che deve aver visto e subito alla Escuela de la Armada. Mi accorgo che lo sguardo tormentato che aveva quando è venuto da noi la prima volta non è cambiato. È permanente, come una cicatrice.

«Gideon. Ha qualcosa da farti vedere». Indica il vecchio, che tira fuori una fotografia dalla tasca e la tende verso di me, tenendola tra le mani a coppa come un uccello ferito. «Questo è suo figlio Samson», spiega Alfonso. «È scomparso anni fa, era rinchiuso qui».

Scuoto la testa, sapendo già cosa vuole chiedermi. «Abbiamo trovato tutti. Non è rimasto nessun altro. Digli che mi dispiace». Mi meraviglio di fronte a quest’uomo che vuole trovare le ossa del figlio, che preferisce non credere alla possibilità della fuga.

«Per favore, dai un’occhiata», insiste Alfonso. Si interrompe. «Per il suo bene, dai almeno un’occhiata alla foto. Poi glielo puoi dire».

Vedo un giovanotto, quasi un ragazzino, con lo sguardo attento e un ampio sorriso. Vedo la mascella forte e gli zigomi alti del padre, un dente davanti scheggiato e la fronte spiovente. È carne e sangue, questo ragazzo, così vivo. Noi riesumiamo solo i morti.

«No», dico «non è qui».

— © 2021 Maaza Mengiste

ARTICOLO n. 29 / 2021

La pantera che visse tre volte

UNA FAVOLA

Aveva sbranato schiavi, liberti, prigionieri, soldati stranieri dell’esercito romano, per qualche ragione, reietti. Insomma, non-cittadini della Roma imperiale condannati non sapeva nemmeno per quali colpe alla damnatio ad bestias. Il sommo supplizio. Essere dati in pasto alle fiere. Uomini che non erano degni nemmeno delle sue zanne. Pure qualche donna, ma di rado.

Certi giorni, prima di essere spinta dentro l’arena con quelle torce spaventose che le fiammeggiavano alle spalle, aveva visto portar via resti di carcasse. A centinaia, persino a migliaia in qualche occasione. Felini nobili: tigri, leoni, pantere come lei, ma anche lupi e orsi dalla Gallia, cinghiali o mangiatori-di-erba: cervi dalla Britannia, giraffe e antilopi dall’Egitto, bisonti dalla Germania, alci, camosci, daini, o ancora pollami di basso rango: ridicoli struzzi sgambettanti sui trampoli delle loro zampe.

Tutto l’Impero di Roma concentrato in quell’arena sotto forma di bestie catturate e sopravvissute al trasporto da ogni angolo del mondo conosciuto e vinto. Occidente e Oriente. «Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma; quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma; quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo», diceva la profezia, perché l’impero era tutto, era ovunque, era l’inizio e la fine.

Ha ancora nelle narici l’odore di acqua e zafferano spruzzato nell’aria dopo che l’arena era stata ripulita delle carcasse di tutte le bestie che si erano fatte uccidere dalle lance dei venatores o si erano sbranate tra loro in lotte feroci, per sopravvivere l’uno all’altro o forse per il tuono che arrivava dalla cavea, il vociare elettrizzato, martellante, di senatori, vestali, cavalieri, il boato che calava dagli ordini più alti delle gradinate. Decine e decine di migliaia d’umani impazziti di sangue e lotte. Impazzita pure lei.

Avanzava con passo silenzioso immersa nel nero vellutato del suo manto che rifrangeva scaglie di sole. Per buona sorte, per paura o forse perché si erano resi conto di quanto già fossero maestose le schegge verdi degli occhi immerse nel nero della testa, era successo solo una volta che un umano si fosse permesso di costringerla a presentarsi in pubblico con un cinto stretto al collo adorno di borchie. Chi lo aveva fatto si era a malapena salvato da un colpo mortale della sua zampa possente. Nessuno ci aveva più provato.

E comunque… dopo che gli umani portatori di torce la spingevano dentro, lei avanzava silenziosa. Poi si fermava in mezzo all’arena infuocata in attesa che il vocio si facesse boato, che nella cavea nessuno, nemmeno l’ultimo degli ultimi schiavi, continuasse il proprio pranzo… per assistere al suo. Un pasto che soltanto il suo incedere felino, lento, cadenzato, incurante, prolungato e poi scattante in uno slancio improvviso rendeva degno d’ammirazione. Perché l’umano, schiavo o liberto, straniero o prigioniero che fosse, alla fine quasi cominciava a sperarci che gli andasse come Androculos, per il quale un leone aveva sbranato un’altra fiera pronta ad azzannarlo pur di difendere quello schiavo che anni addietro gli aveva sfilato la spina dalla zampa. Le idiozie cui amano credere gli uomini. Era a quel punto, proprio quando l’umano la fissava in attesa di un qualche miracolo, che lei cominciava a stringergli intorno il cerchio dei passi, mentre quello prendeva ad arretrare, costretto a gesti storti dalle mani legate dietro alla schiena.

Non ha esattamente idea di cosa le accadesse nel profondo della sua felinità, selvatica catturata sopravvissuta al viaggio verso la sua sorte d’animale da circo, non ha idea di quale fuoco le ardesse dentro improvviso quando il boato della cavea diventava così potente che lei doveva scattare e assecondare la richiesta di sangue. O forse era quell’umano ingobbito di paura, nudo, che prendeva a dimenarsi per scappare dai lacci stretti ai polsi e dai suoi occhi vitrei a farsi improvvisamente preda. Era così inerme, e talvolta così implorante un qualche dio perché tutto si compisse che a lei bastava un assalto istantaneo per divorare carni e ossa, lasciando per terra il sangue invocato da migliaia di respiri e sguardi, insieme a rimasugli di niente.

Per il resto, la sua esistenza era un andare avanti e indietro prigioniera tra le sbarre, e pasti di carne-morta consumati dentro la gabbia, finché non era stata lei, ormai vecchia, a finire in pasto durante uno scontro con un grande felino giovane. Troppi combattimenti su muscoli e ossa, centinaia di condannati a morte divorati nei supplizi dell’ora di pranzo in attesa del grande spettacolo di umani in lotta contro umani. Era caduta con onore, comunque, dopo un combattimento diventato leggenda per giorni.

Quando si è ritrovata gatta nella su seconda vita, all’inizio non le è sembrato una reincarnazione degna del suo passato di pantera. Una piccola gatta nera sperduta tra rovine monumentali del Colosseo. Non immaginava ci fossero tanti ordini di gradinate da salire e scendere. Né che quel luogo potesse essere così immobile e silenzioso in certe ore del giorno e soprattutto nelle notti, spalancate di cielo e stelle tra le gradinate della cavea. Le prime notti in cui era tornata a muoversi nel buio come un felino libero. Non era la savana certo, ma un’immensità di pietra e cielo di cui aveva conosciuto solo il frastuono tonante, il dimenarsi concitato del pubblico, il boato che accompagnava i supplizi dei condannati durante l’esistenza in cui era stata catturata, chiusa dentro un serraglio, strappata all’Africa, e poi costretta a vivere la vita di una pantera da circo.

Ci è voluto un bel po’ prima di prendere coraggio e allungare i suoi piccoli passi felpati verso l’ombra portentosa dei fornici, i resti di colonne, i muretti, e infine la strada: tra gli ambulanti che vendevano il sogno di Roma e i gladiatori finti che assomigliavano a certi fondali mitologici in cui si era ritrovata a compiere le sue esecuzioni, ma privi di ogni magnificenza. Una volta che si era soffermata a guardare due legionari bardati di latta mettersi in posa per le foto, la sua anima di pantera da combattimento aveva avuto un sussulto di disprezzo.

Tornare a calpestare l’arena era un desiderio profondo che a lungo però si era negata, tanto le incuteva paura. Anche nei confronti degli umani che durante il giorno si aggiravano in gruppi tra le pietre archeologiche provava, se non vero e proprio timore, un sentimento di diffidenza. Per questo i primi tempi se ne teneva alla larga. Non si sa mai cosa può fare un umano, per quanto addomesticato e in apparenza mansueto.

Una notte però era accaduto. La luna era talmente piena e gialla che ambrava di luce-calda cielo, gradinate, colonne. Anche l’arena era di un giallo-sabbia che evocava antichi splendori. Dalla cima della cavea lei aveva scorto tre felini maculati come linci che si aggredivano in assalti, fuggivano, poi tornavano a battersi rompendo il silenzio. Non sa esattamente quale forza le avesse attraversato il pelo lucido. Aveva rivisto i marmi, le toghe bianche dei senatori, il palco dell’imperatore, il tripudio, e si era slanciata giù dall’ultimo ordine di gradini destinato alla plebe per tornare a incedere sulla sabbia, e lottare, i muscoli tesi sotto il manto nero splendente.

Una volta piombata dentro l’arena, il legno nudo sotto le zampe l’aveva riportata al tempo di quella sua seconda vita e alla realtà. Le linci erano tornate a essere gatti, non diversamente da lei, solo ancora più gialli e maculati nel chiarore lunare. Gatti randagi che si azzuffavano sopra quel che restava in un angolo della sabbia di un tempo.

Da quella notte, aveva appreso un modo mai immaginato prima di muoversi sulle assi di legno di quella che era stata l’arena. Passeggiava in quell’immensità e, quando c’era il sole, si stiracchiava, abbandonandosi sul legno tiepido per godersi il calore. Né, da allora, si era più acquattata pronta a predare uccelli, topi, lucertole. Aveva scoperto piuttosto il gioco d’agguati della vita da gatti domestici, i finti assalti alle gambe degli umani che col tempo aveva imparato a conoscere e che ogni giorno le davano da mangiare, da bere, e caute carezze. Imparò anche le fusa. Si mise a seguire docile i gruppi di umani che si aggiravano ignari tra i resti del Colosseo, con la silenziosa presenza di chi sa e custodisce memorie di cui conosce e ha sperimentato la ferocia del sangue agognato.

L’anima selvatica del suo passato di pantera da esecuzione delle damnatio adesso si manifestava improvvisa in graffi che lasciavano il segno sui turisti occasionali che provavano a toccarla. O forse era la memoria della cattura e del serraglio, della vita prigioniera che affiorava e la faceva scattare in difesa. Don’t touch me era stampato sul collarino che una delle responsabili del sito archeologico si era decisa a stringerle al collo per mettere in guardia i turisti. Non l’aveva graffiata solo perché era una creatura docile che ogni giorno le riservava cibo e carezze ma, dopo non molto, era riuscita a strapparselo via. Nessuno doveva permettersi di stringerle cinghie alla gola. Nemmeno adesso che era solo una gatta sempre più mansueta. La «guardina» del Colosseo. Così era stata infine denominata in quella seconda vita: un profilo nero che per dieci anni aveva custodito le rovine monumentali finché il pelo non era diventato opaco e rado, le forze si erano affievolite e la malattia non l’aveva infine lasciata esanime tra le pietre della Roma imperiale e il cielo.

«Ciao Nerina… Le fusa, i graffi, l’incedere su e giù per le scale ci mancheranno ogni giorno e ci sembrerà di vederti ancora stiracchiarti felice al sole, sull’arena… Con amore, da tutti noi». In questo modo era stata salutata dai responsabili del Parco archeologico.

La seconda vita infine non era stata poi così male.

La terza vita durò quel che durò. Non avrebbe mai immaginato di finire in un porto di un’isola in mezzo al mare tra il puzzo di pesce marcio: avanzi di teste, branchie, visceri, fegati, scaglie di merluzzi, saraghi, sardine, orate su cui si lanciavano famelici i gatti del porto, rognosi e grassi. Non lei che aveva ancora il profilo reale di un tempo, una gatta nera, solo più smagrita e con il pelo opaco di salsedine. La sua vita era fatta di puzzo di nafta che fuoriusciva dal motore del gozzo, di reti calate in mare alla sera e ritirate all’alba, di urla di pescatori, bestemmie quando c’era il mare grosso o si levava il maestrale, e pedate che non la colpivano ma la facevano sloggiare quando si posizionava dove non doveva stare, intralciando il lavoro. Adesso era insomma una gatta di bordo. Si era intrufolata minuscola tra i legni di un gozzo ed era rimasta lì, a prendersi di tanto in tanto qualche carezza ruvida dal pescatore che l’aveva adottata, chiamandola «Gatta» e basta.

Non scendeva a terra nemmeno quando si ritornava in porto. Se ne stava piuttosto sulla prua a osservare ora il mare oleoso che ondeggiava pesante ora la fanghiglia del basolato con i piccoli banchi del pesce dove si accalcava la gente. Aveva assistito a risse per accaparrarsi una cassa di totani o di gamberi ancora vivi. Aveva visto mani frantumare il carapace di crostacei e bocche masticarne la polpa rosata. E aveva provato disprezzo, perché non c’era nessuna grandezza in quei gesti, nessuna lotta fatale, e nemmeno ferocia. Solo il fare noncurante degli umani.

Quel che più le pareva insensato era il modo furibondo in cui i pescatori si accanivano sui corpi molli dei polpi vivi, azzannando la testa o battendola violentemente contro il legno del gozzo finché i tentacoli non smettevano di dimenarsi, afflosciandosi.

Certe notti di luna piena tornava a sognare l’arena, le pietre monumentali, e la quiete della seconda vita, o quel che le rimaneva ormai nella memoria dell’Africa con le sue notti d’ebano che esplodevano di stelle, le corse senza orizzonti nella savana, gli alberi possenti su cui si inerpicava, il cibo cacciato con passo silenzioso e occhi pronti. Anche adesso, a volte, saltava da un gozzo all’altro per arrivare all’albero di una barca a vela ormeggiata nel porto. Gli artigli non erano quelli di un tempo. La voglia di salire in cima sì. Ma il mare è una brutta bestia. La salsedine scrosta la pelle. Il sole cuoce il pelo. E anche la vita lì ha i suoi rischi. Un colpo di arpione, durante una pesca concitata tra onde alte come muraglie, le aveva bucato uno dei suoi occhi di smeraldo.

Fu con un solo occhio dunque che una mattina all’alba vide ribollire il mare in mezzo alle reti. Creature confuse che si dimenavano. Pesci che dovevano essere tanti e alcuni molto grossi. Non c’era modo di issarli a bordo né di liberare le reti. Porcodio bestemmiava il pescatore, mentre il gozzo imbarcava acqua, rischiava di colare a picco. Aveva raschiato la vernice azzurra e il legno del gozzo per darsi da fare anche lei, con i suoi artigli da gatta che cercava il vigore del suo passato di pantera. L’aveva fatto d’istinto. Per salvare se stessa, il pescatore o forse pure quegli esseri che levavano braccia nere dal fondo del mare, gorgogliando, urlavano di paura con voci che parevano scavalcare secoli e arrivare dal tempo remoto in cui lei era stata un grande felino dell’Africa. Alla fine erano arrivati altri gozzi e altri pescatori. Dopo ore, tra le reti lacerate, erano riusciti a tirare a bordo non sa quanti corpi di umani che parevano d’ebano, piccoli, grandi, femmine, maschi, catturati nelle maglie di nylon che serravano le carni contorte e inerti.

Era stato allora che aveva sentito salire dalle viscere un miagolio potente come un ruggito. Era accaduto esattamente quando il suo occhio smeraldo si era trovato dinanzi a un collo strozzato da una maglia della rete, la testa piccola, riccia e nera, riversa sul legno.

I pescatori la guardarono increduli azzannare quel collo, e scuoterlo, videro i denti accanirsi sul nylon che lo stritolava, per allentarne la stretta, spezzarlo. Poi si era acciambellata accanto a quel collo ferito, ripiegato e infine libero, abbandonandosi a un miagolio che sembrava emergere da un qualche abisso.

Da allora, per il resto degli anni, le era rimasto in gola solo un miagolio rognoso da gatto di porto. Non era mai più salita sul gozzo. Se ne stava acquattata sotto lo scafo di una vecchia barca sfondata tirata a secco e lasciata sulla banchina a marcire.

E quella fu l’ultima vita che volle vivere. Nessun desiderio di tornare al mondo, né gatta né pantera, né qualsiasi altro animale, e meno che mai da umano. Per lei il mondo era caduto per sempre così: stritolato in una rete in mezzo a un mare lontano dai fasti feroci della Roma imperiale.

ARTICLE n. 28 / 2021

Are books still a community?

Long-gone are the days where we waited for stuffy adult critics to drop the verdict on literature. Nowadays, the kids are in the drivers’ seat.

In March of this year, the New York Times reported that a new TikTok community— BookTok—was responsible for boosting several novels back onto the bestsellers’ list, resulting in the sale of tens of thousands of units. Barnes & Noble was quick to dedicate an entire section of their website to the phenomenon, and articles about the community started popping up everywhere.

(For those not in the know, BookTok is a group of creators and viewers, unified on the TikTok social media platform under the #booktok tag, who discuss, recommend, and gush over books.)

To many, this came as a great shock. Aren’t we in the middle of a great reading slump?

Between 25% to 50% of adults don’t read at all, a third of teens don’t either, and literature in particular has been the worst-affected. As social media becomes ever-more visual and less text-based, a «post-literate society»—a theoretical future where the ability to read won’t be necessary any more—is starting to look less and less theoretical. For this book boost to come from TikTok—the «crack cocaine» of apps blamed for destroying our attention spans— seemed like a hilarious miracle.

But as someone active on BookTok, these staggering numbers weren’t shocking at all. The power of youth is, after all, uncontested, and to me these results are a natural consequence of letting young people talk about literature on their own terms. In every aspect, readers on BookTok control the narrative, barricading themselves behind a wall of ever-evolving slang and metatextual memery, and are largely unconcerned with how the outside world perceives them.

By taking a look at BookTok, we can learn a lot about the young readers of today, the topics they care about, and the language that they use to discuss them. Three things, examined below, stand out to me: the prominence of young women in this space, the way that they discuss literature in a political context, and the value they place on being authentic and real.

THE FUTURE IS (STILL) FEMALE

From Star Trek to the Beatles, women have always been a prominent force in fandom, and despite efforts to erase their presence, young girls are still loudly and proudly in love with all kinds of media. BookTok is no exception.

Young women dominate BookTok—a study published in April 2021 showed that 87% of the sampled #booktok content was made by women, with the majority of them being in the 16-21 age bracket. Female authors also outnumbered male ones, with John Green and Rick Riordan sticking out in a sea of female authors like Cassandra Clare, Sarah J. Maas, E. Lockhart, Leigh Bardugo, and Susanne Collins.

In such a feminine environment, books aimed at young women are naturally the most popular. Serial works that have female protagonists (like A Court of Thrones and Roses, The

Hunger Games, Shadow & Bone and Throne of Glass) or feature significant, well-developed female characters (like Harry Potter and Percy Jackson) make up the grand majority of books that are discussed and recommended. On the less fantastical side, there are stories that retell traditionally male myths (Circe) or touch on current political events (The Hate U Give) from a female perspective. Books that don’t feature either a female protagonist or strong female characters but that are written by women (The Secret History) and/or tackle traditionally feminine themes like romance (The Song of Achilles) also enjoy popularity.

Of course, it’s not just young women who read nowadays, but young women are the ones coming together en-masse to define the new literary canon, and this is the greatest lesson BookTok can teach us. Young women are driving sales and building up new genres to suit their tastes, to address issues they find important, and they are are shaping up to be the long-term sculptors of what literature looks like in the twenty-first century. This is in sharp contrast to previous literary movements, which have almost always been shaped and directed by men. The future of literature is here, and she’s a teenage girl.

READING AS A POLITICAL ACT

BookTok’s origins in broader online fan culture are uncontested. Not only is there a similarity in demographic—mostly comprised of and led by young women—but there is also an overlap of themes, motifs, and tastes. Just like BookTube, a YouTube-based bibliophilic community that started around 2010, BookTok adores Young Adult fiction, fantasy, the enemies-to-lovers trope, and female power fantasies. It also shows roots to the more amorphous fandoms found on Tumblr, the Archive of Our Own, Wattpad, and older sites such as FanFiction.net and Livejournal. These communities are defined by discursive and transformative acts: building connections and content around existing works rather than encouraging the creation of originals. Books that have extensive worldbuilding and a large cast of characters, therefore, tend to be popular because they give fans a sandbox in which to play in.

Most importantly, though, just like many of these communities, BookTok views the discursive dissection of media as a political act. It is not enough to just like something—you must interrogate its themes and messaging, and whether those are harmful or helpful to society. Gen Z are shaping up to be the most politically-active generation to date, and their literature does not and cannot exist in a vacuum separated from real life.

BookTok’s creators come from all over the world and regularly engage in discussions about racism, homophobia, misogyny, and societal oppression both within their favourite books and outside of them. They recommend books to educate yourself and talk about problems in the publishing industry. They hold authors accountable too: popular BookTok author Sarah J. Maas was recently castigated for using the BLM movement to promote her latest book, and J.K. Rowling has been whole-heartedly disowned for her transphobic views. BookTok readers not only praise but expect literary discussion to be nuanced in regard to social issues.

Naturally, diverse books are preferred as well. Though straight Caucasian women are the majority on BookTok, the BookTok literary canon prominently features queer stories such as The Song of Achilles, The Seven Husbands of Evelyn Hugo, and Honey Girl; stories inspired by non-western cultures such as the uber-popular Shadow and Bone and Cinder trilogies;

Black stories such as The Hate U Give and Cinderella is Dead; and stories by authors from all over the world. Though it’s not perfect, it’s heartening to see that younger generations care enough about inclusion to act on it and vote with their choices.

The idea that politics don’t belong art is dead, and on BookTok, having a voice means being held responsible for what you say. It helps that many of BookTok’s popular authors are alive—rest in pieces, Henry Miller—and on social media, meaning that reaching them for a comment is a matter of typing @ on twitter. This is the second lesson of BookTok: far from being uncaring and illiterate, young readers today are probably more aware of politics than you are. If you want them to listen, make sure you have something to say.

AUTHENTICITY RULES

Time is money, time is precious, and Gen Z knows that better than anyone: «Youth culture is feeling like if you don’t succeed by 25 someone will literally come kill you», reads a viral tweet by comedian @jaboukie. In a society that is increasingly competitive and fast- paced, directness is a golden virtue. TikTok is the embodiment of that, with videos capping at a minute and attention spans maxing out at 8 seconds—if you want to capture attentions, you better get to the point.

Gone, too, are the days of photoshopped perfection and impeccable presentation— authenticity is the new cool. This is doubly true for BookTok, where success rests on emotional openness and honesty. Creators talk frankly about their preferred kinky lit, post videos of them sobbing to a book’s ending, and humorously embrace the unglamorous realities of nerdery. Viral videos are filmed in people’s bedrooms, stuffed chock full of hilarious pop-culture references, intra-BookTok jokes, and riffs on popular TikTok content styles like storytimes. These kinds of videos are impossible to make unless you have a deep and authentic understanding of the community, as well as the courage to show the real person behind the screen.

This demand for emotional commitment extends to the books themselves. The Song of Achilles, an expansive retelling of the Illiad, would not be what it is without its earnest, tender philosophising on the beauty of love. The text believes in itself when it has Patroculus say about Achilles, «I would know him blind, by the way his breaths came and his feet struck the earth. I would know him in death, at the end of the world». It leans whole-heartedly into its own romanticism and doesn’t shy away from its fairytale-like style. We’re growing up in a media environment where love conquers all rings as an outdated catchphrase from the seventies and happy endings are for chumps, so it’s incredibly refreshing to read a book that not only goes all in but boldly depicts love, specifically queer love, as defeating death itself. It’s hopeful, it’s enchanting, and it fits square into BookTok’s niche.

Young people today value and celebrate the courage it takes to speak your truth. That truth can be embarrassing and risqué, like talking about your questionable crushes, or it can be profound, like talking about what makes you cry, what you find beautiful, what gives you hope and what breaks your heart. BookTok is no exception, so here is the third lesson it gives us: speak from the heart, and you will earn our respect.

As with many great creative moments, the BookTok phenomenon is destined to be bright but fleeting. As the publishing industry takes note of and capitalises on this

opportunity to boost sales, the authenticity and ease that made BookTok thrive will start to fade. Outsiders are also likely to vilify and downplay the nuanced political discussions, seeing them as marketing risks. No doubt the community will continue to exist for many years to come, but it will probably never achieve the heights it has again.

This is not a tragedy.

The one great thing BookTok can do—the lasting impact it can have—is to foster a new generation of literati. It can spark connections between like-minded creators and then transforms them, as they transformed for the Romantics and the Beats, into a new literary movement. Among today’s BookTok cohort are a future generation of authors, critics, and curators. They are gathering tools and creating a language for modern literary discussion on their own turf, uninterrupted by adults and traditional constraints. Their works may not come for years, but when they do, they will be fresh and invigorating, uniquely theirs, echoing the values held on BookTok today.

That is a triumph.

Regardless of how much time BookTok has left, its presence (and power) shows us something wonderful—literature as a human tradition, a political tool, and an artform is as alive and as beloved as ever.

ARTICOLO n. 27 / 2021

Istanti di felicità

TRADUZIONE DI GALA MARIA FOLLACO

La felicità, e le cose che le assomigliano, secondo me sono proprio come le uova. Sono preziose, ma se le stringiamo troppo forte si rompono, e se le trattiamo con eccessiva delicatezza cominciano a pesarci. Ecco perché, come si è sempre detto in ogni parte del mondo, il metodo migliore per accostarsi alla felicità è sicuramente quello della casalinga che, infilata la confezione delle uova nel cestino della sua bicicletta, pedala verso casa a gran velocità e senza pensieri. Se una volta a casa si accorge che due o tre uova si sono rotte, non se ne cruccia più di tanto, dice: «Oh no, si sono rotte! Mah, pazienza, le posso sempre ricomprare», quindi si mette all’opera con quelle che le sono rimaste. A me questo sembra l’atteggiamento migliore.

L’infelicità di solito deriva da una mancanza di equilibrio. L’infelicità cui mi riferisco non è quella materiale, ma interiore. Ecco perché, a mio avviso, non si può essere realmente felici se si cerca continuamente di riconoscere i cosiddetti «istanti di felicità». E in fondo che importa?

Ho l’impressione che gli istanti di felicità siano una cosa leggermente diversa. Il passato è pieno zeppo di quelle che ci sembrano «splendide giornate», ma si tratta per lo più di ricordi abbelliti dal tempo, mentre i momenti di felicità così intensa da farti pensare «Ecco, adesso potrei anche morire» non si ripetono mai e a poco a poco inevitabilmente sbiadiscono. Sono combinazioni di elementi a determinarli, è il clima, lo stato d’animo, le condizioni fisiche, le relazioni interpersonali, i luoghi: sono tutte queste cose messe insieme. I tipi un po’ malinconici, come me, confidano nella «forza». Non possiamo farci niente: più ancora della felicità, ad attirarci è l’intensità di certi istanti. Ma forse è così perché sono ancora giovane, quindi non mi do per vinta. Sogno il momento in cui mi accorgerò di essere diventata «la casalinga con le uova».

Vi faccio qualche esempio di istante che ho vissuto.

Al secondo anno di università c’era un ragazzo per il quale mi ero presa una bella cotta. Mi piace tutt’ora, ma non come a quei tempi. Era un tipo veramente strano, molto intenso. Quando l’ho conosciuto tutte le mie certezze sono crollate, è stato come rinascere. Era una persona forte, per sottrarmi alla sua influenza e riprendere il controllo della mia vita ci sono voluti due o tre anni, lui stesso all’epoca era giovane e totalmente irrazionale, un vero spasso.

In quel periodo uscivamo spesso in gruppo, restavamo a bere per tutta la notte, quindi i miei ricordi sono piuttosto confusi, ma quanto sto per raccontare dev’essere capitato poco dopo il nostro primo incontro. Quella sera eravamo tutti su di giri, non so perché. Era molto tardi ed era evidente che non avremmo fatto in tempo a rincasare, tuttavia saremmo morti se avessimo mandato giù anche solo un altro goccio. A un certo punto lui, completamente ubriaco, disse: «E va bene, tutti a casa mia! Vi fermate a dormire da me». Per me era una specie di divinità, quindi non mi sembrava vero che all’improvviso mi avesse invitato a casa sua. Mi sentivo come un ragazzino patito della chitarra che si fosse appena preso un complimento dal mitico Chabo degli RC Succession.

A casa della divinità avremmo incontrato il padre, la madre e la sorella. Non direi che ne ero innamorata, più che altro ero affascinata dalla vita che conduceva, lo guardavo e pensavo «C’è gente che vive in questo modo incredibile», quindi ero felicissima di poter andare a casa sua. Certo, ero l’unica ragazza del gruppo, per di più ubriaca, e non mi posi affatto il problema: «Chissà, forse agli occhi dei suoi familiari risulterò un po’ sfacciata». Non stavo nella pelle, ero come i primi giapponesi che solcarono i mari alla scoperta di terre straniere.

Camminavamo tutti insieme nel tepore di una notte di primavera al suono di grosse risate. A metà strada ci fermammo in un convenience store per mangiare onigiri e inari sushi, e continuavamo a chiacchierare allegramente. Ricordo che proprio in quel momento mi fece un gran sorriso e, porgendomi un inari sushi, disse: «Yoshimoto, prendine un altro». Se ancora oggi mi ricordo un episodio così insignificante è perché in quell’istante, a notte fonda in quel quartiere residenziale, ho pensato: «Sono felice!». E forse, prima di allora, non mi ero mai resa conto di quanto lo fossi.

Da quel momento ho cominciato a riflettere proprio sulla nostra percezione della felicità.

A seconda delle persone, può essere un buon esercizio.

Lo scorso Natale, di ritorno da un concerto che si era tenuto ad Asakusa, mi sono fermata al ristorante dove lavoravo part-time. Ero andata al concerto con le mie colleghe, le quali mi avevano detto che quella sera ci avrebbero dato un bonus. La cameriera del primo turno aveva in mano una busta chiusa di colore marroncino al cui interno, dicevano, c’era il bonus. «E aprila allora», le avevamo detto, e con nostra grande sorpresa – credevamo che ci fossero sì e no duemila yen – ci trovò diecimila yen. La somma era così spropositata rispetto alle mie previsioni che andai a prendermela tutta felice. Quel giorno era una certa Yumi a coprire l’ultimo turno, una ragazza bellissima, molto socievole e un po’ bizzarra. Dopo essermi fatta dare la busta dal capo, le domandai: «Yumi, hai ritirato il bonus?».

«Sì, ma non ho ancora guardato nella busta. Quanto ci sarà?»

«Diecimila yen! Ecco, guarda».

Nel ristorante non c’era neanche un cliente, Yumi spalancò gli occhi e gridò: «Eeeh!?». Poi cominciò a ripetere che era fantastico, arrossendo visibilmente.

«Giusto adesso che avevo un gran bisogno di soldi, oh, che gioia, chi si aspettava una cifra del genere? Ah, il proprietario è stato veramente generoso, accidenti, sono così felice che sono diventata tutta rossa!», disse dandosi dei colpetti sulle guance. Mi sembrò di aver fatto qualcosa di buono. Non dicemmo una parola, ma sentii che era Natale. In quel momento, l’intero ristorante fu testimone dell’istante carico di gioia che Yumi stava vivendo.

Ancora: a casa ho un gatto.

Ne ho diversi, in verità, ma tra loro ce n’è uno che si chiama San-chan, adora i gamberetti e gli basta vederne uno per tirar fuori un «Mi-aaaao!!» differente da tutti gli altri. Lo fa nell’istante in cui gli mostro il gamberetto. Poi, quando glielo metto davanti come a dire «Ecco, è tutto tuo», lui mi guarda per un momento e, con le movenze e l’espressione, sembra chiedermi «Posso mangiarlo per davvero?». È così buffo che qualche volta mi diverto a tenerlo sulle spine, ma quando poi gli do il permesso lo divora in un sol boccone. Nessun indugio. Pura felicità.

Vorrei concedermi anch’io piccole gioie come queste.

Sugli istanti di felicità
Penso che anche i più inclini all’infelicità, prima o poi, riescano a trovare la pace. Forse perché, nel bene o nel male, con il passare degli anni si impara a conoscersi. Io stessa sono molto più serena rispetto a quando avevo diciassette o diciotto anni. La vita è lunga, ma per un diciassettenne è facile pensare che «l’oggi equivale al sempre», ed è una sensazione di disagio che mi ricordo a ogni lettera ricevuta da qualche liceale. È come se ognuna di loro pensasse di dover essere felice, come se si sentissero in dovere di rincorrere una felicità esteriore. A queste ragazze, soprattutto, vorrei donare almeno un istante di felicità intensa.

KOFUKU NO SHUNKAN by Banana YOSHIMOTO
Copyright © 1989 by Banana Yoshimoto
All rights reserved
Japanese original edition publishedby Kadokawa Shoten Publishing Co., Ltd., Japanas a part of the book “Painatsupurin”
Italian language translation rights arranged with Banana Yoshimoto through ZIPANGO, S.L.

ARTICOLO n. 26 / 2021

La musica, per me

DIARIO DI UNA NOTTE

Stamattina mi sono svegliato ai quatrur (le 4 in milanese) e sono andato in via Muratori, in pellegrinaggio davanti a quella che negli anni Settanta è stata la casa di Alberto Camerini.

Alcuni cenni topografici per chi non è de Milàn: il mausoleo si trova in una rientranza della via dove ci sono i numeri subalterni, ma quello che mi ha colpito è che di fronte alla strada in cui ha abitato il grande musicista si trova la cascina Cuccagna, e già il nome la dice lunga sulle energie mistiche di quella zona. Più avanti però, girato l’angolo, c’è viale Umbria e sul muro si vede una targa commemorativa che riporta il luogo dove il magistrato Emilio Alessandrini è stato ucciso da un commando di Prima Linea, siamo sempre negli anni Settanta: qualcuno ha in mano un mitra, qualcun’altro la chitarra. 

Nella vita, comunque, alle cose non ci si arriva per caso; per esempio, a me quando avevo cinque anni fu regalato un M16, il fucile d’assalto dei Marines. Ne andavo molto fiero e lo usavo a mo’ di roncola sulla testa di mio fratello, poi un giorno ebbi la malaugurata idea di prestarlo ad Amos, il mio amichetto del cuore, che dopo una settimana me lo restituì rotto. A titolo di indennizzo la madre di Amos mi regalò una chitarrina comprata alla UPIM e da quel giorno mi si aprì una strada. All’inizio mi venne in mente di usarla come racchetta da tennis, poi come paletta per recuperare le palline finite nei tombini e infine come culla per la Barbie e solo verso i dodici anni incominciai a considerarla per quello che era. Il vero incontro con la musica, quindi, non è avvenuto per via strumentale, bensì per via orale. 

Tutto ha avuto inizio all’asilo in uno stanzone buio, dove proiettavano un film sui tre porcellini oppure arrivava un signore cieco che si metteva al piano e ti faceva cantare «la pigrizia andò al mercato ed un cavolo comprò». Alle elementari invece un compagno di classe, Luca Salerno, ebbe l’immenso privilegio di partecipare allo Zecchino d’Oro e conoscere Lindo Ferretti, futuro cantante dei CCCP. Luca passò la selezione e lo vedemmo in TV, mentre Ferretti che era stato accompagnato dal suo insegnante di canto e mentore, una suora, tornò a casa smadonnando. 

Siccome mio padre progettava giradischi, radio e televisori in casa oltre al pane non è mai mancata la musica. Il karma ha voluto farmi nascere in un momento in cui in Italia si viveva il boom economico e i dischi erano un bene di consumo abbastanza ambito e alla portata di tutti, soprattutto i 45 giri. Altro colpo di culo è che a cavallo tra gli anni Sessanta/Settanta, sul pianeta l’umanità stava vivendo un periodo musicale d’oro e io passavo le ore sul divano di casa ad ascoltare musica.

All’inizio mia madre pensava che fossi un po’ autistico perché rimanevo in trans (anche lì al buio) e mi dondolavo con la schiena, un po’ come fanno gli ebrei quando pregano. Non vi dico quando arrivarono le radio libere e la scelta musicale divenne esponenziale… Prima ti dovevi solo accontentare di Alto Gradimento o della Hit Parade della Rai, adesso bastava girare la rotellina della radio e avevi tutta la musica a disposizione.

Andavo alle medie e ascoltavo Radio Popolare perché mi reputavo di sinistra; poi arrivò il sesso e così scoprii che musica, sesso ed autismo in me combaciavano perfettamente: mi dondolavo così tanto su quel divano che a furia di rimanere un po’ curvo con la schiena mi è venuta la scoliosi. Poi siccome a ’sto punto sapevo pure leggere, compravo le riviste musicali, una su tutte Il mucchio selvaggio, ma mi piaceva anche Ciao2001. La cosa che più mi attraeva erano le foto. Eravamo in un mondo fatto di musica ascoltata e parlata, ma ancora poco visiva quindi era bello associare un po’ di immagini a così tante parole e suoni, le copertine dei dischi, infatti, le contemplavo fino allo sfinimento. 

Per osmosi divenne quasi naturale passare dalla grammatica alla pratica e mi ricordai della chitarrina con dentro la Barbie.

Siccome andavo a catechismo adocchiai subito il maestro di chitarra, un giovane scapestrato che mi fece scoprire Santana. Una volta impadronitomi del giro di Do e scavallato l’insormontabile ostacolo del barré, la musica non aveva più segreti per me. Il primo repertorio che sviscerai furono le canzoni di Bennato, abbordabili per qualsiasi chitarrista inetto, ma soprattutto perché mi veniva bene la voce, essendo anch’io affetto da paperinite acuta.

Il primo incontro duro con la realtà lo ebbi al liceo: fintantoché ero l’unico ragazzino nella compagnia che suonava, potevo anche illudermi di essere capace, ma i nodi vennero al pettine durante un’occupazione al Berchet quando un ragazzo fece John Barleycorn Must Die dei Traffic e rimasi di sasso. Mai però come quella volta al Parini in cui vidi il figlio di Ostellino (suo padre era il direttore del Corriere della Sera) suonare con la chitarra elettrica I go home dei Ten Years After. Dovevo prendere atto che mi rimanevano solo due strade: o smettere di suonare o passare all’eroina e scelsi la seconda.

Avevo 16 anni, Milano era tappezzata di un manifesto che pubblicizzava una festa all’Odissea 2001 con su scritto «Fatti una pera» e c’era in effetti un capellone accovacciato che al posto della siringa si iniettava sul braccio appunto una pera. Era forse il periodo degli indiani metropolitani e dello slogan «La fantasia al potere», tant’è che io decisi di provare l’eroina, così … senza avere mai fumato neanche una sigaretta. Al parco Sempione ovviamente oltre ai tossici c’erano anche un sacco di ragazzi che suonavano e ricordo che mentre aspettavo il pusher mi misi a parlare di Jimi Hendrix con un ragazzo anche lui in attesa del messia e fu un bello scambio. Per mantenermi il vizio andai a lavorare nella cristalleria di mio zio in Paolo Sarpi e per quell’anno di chitarra e musica non se ne parlò più. 

Poi tutto d’un colpo, grazie a Dio, arrivò il punk e smisi di farmi, perché in quel contesto una chance come chitarrista ce l’avevo anch’io. Lasciai il ramo cristallerie e tornai a scuola, tra una vicissitudine e l’altra avevo perso due anni e si avvicinava la temuta maggiore età e con essa l’incubo dell’anno di militare che bisognava a tutti i costi evitare. Mi iscrissi a una scuola di recupero anni ed ero lì, tutto annoiato come un fagiano, quando un giorno non sapendo come passare il tempo, col pennarello scrissi sul banco «The Who». Alla ricreazione si fa avanti un bel giovanotto, anche lui della mia stessa classe e mi chiede: «Ti piacciono gli Who?». Quella frase fu come un segno di riconoscimento tra massoni, lui era Alex Marcheschi, futuro batterista dei Ritmo Tribale, ragazzo psicologicamente molto più strutturato di me, ma con una insana passione per la musica. Poi scoprimmo che in classe oltre alla figlia di Giorgio Scerbanenco c’era uno col giubbotto di pelle nero, tale Mauro Greppi, che oggi dirige una banca, ma allora suonava negli Allegri Pinoli che fu il primo gruppo di un altro scioperato, Ferdinando Masi, futuro batterista dei Casino Royale. Insomma, la musica tornò così prepotentemente nella mia vita che sull’onda dell’entusiasmo un giorno feci anche un pompino a Mauro, non so perché, spero per sbaglio, ma l’importante era essere tornato a suonare. 

Nonostante il passaggio intercorso da tossico, per chissà quale miracolo non mi ero venduto la Strato che papà mi aveva regalato per i 14 anni al posto del motorino. Questa chitarra esiste ancora, la comprai perché volevo la leva del tremolo ma non avevo mai visto una Stratocaster dal vivo, quindi andai in negozio ne scelsi una e quando tornai a casa cercai la leva ma non c’era. Avevo scambiato l’imboccatura del jack per il buco della leva. Va be’… ma che ti serve la leva del vibrato se suoni punk?! 

Come chitarrista facevo talmente cagare che andavo benissimo, ma avevo anche capito che siccome la musica degli altri era difficile da eseguire o creavo le mie canzoni o potevo andare a fare il soldato. Così per frustrazione, ma anche per tenere in vita il sogno iniziai per caso a scrivere le prime canzoni.

Tutto questo succedeva prima dei 18 anni, quest’anno ne compio 58 e allora facciamo il punto della situazione, anche perché bisogna mettere le basi per la prossima vita: come mi vedo tra vent’anni? Prima di tutto diciamo che molte cose sono cambiate: non sono più di sinistra e d’altronde non faccio neanche più i pompini, ma una cosa però è rimasta inalterata: suono sempre di merda. Sì, è vero, ma ho intenzione di migliorare, scrivere canzoni d’altronde è un talento che manco sapevo di avere e non è poco.

Qualcuno potrebbe dire che pure le mie canzoni fanno cagare, non lo metto in dubbio, ma ognuno può solo spendere i soldi che ha e io questo ho. Avrei potuto smettere di fare musica, il mondo non ne avrebbe sofferto, ma io sì. Le sono rimasto fedele nonostante la mia scarsitudine.

Vi lascio con alcuni cenni biografici sulla vita di Jimi Hendrix, di cui ho anche scritto un’agiografia apocrifa, solo per farvi capire di come la realtà è soggettiva. Il genio di Seattle, poverissimo, ebbe la sua prima chitarra verso i 16 anni, in 5 anni raggiunse un livello che altri musicisti ci impiegano decadi, ammesso che ci arrivino, poi rischiò anche di finire paracadutato in Vietnam e fu congedato perché si dichiarò omosessuale (vedi che a volte anche i pompini possono servire). Il risvolto di questa bella storia è che Hendrix all’apice del suo successo non trovava più stimoli, così pensò di passare al jazz o alla chitarra acustica oppure addirittura di smettere. Come nella canzone di Vecchioni che dice «ed il più grande conquistò nazione dopo nazione e quando fu davanti al mare si sentì un coglione perché più in là non si poteva conquistare niente». Ecco oggi sono arrivato fino in via Muratori e da Milano prima di raggiungere il mare ce ne vuole di strada. Diciamo che sono partito, speriamo almeno di essere in direzione sud. Se no sarà ancora più lunga. 

Un’ultima cosa: Frank Zappa non era un grande estimatore di Hendrix, una volta arrivò a dirgli di mettersi a studiare musica, della serie al meglio non c’è mai fine. Su Bob Dylan invece non aveva dubbi, gli faceva letteralmente cagare e su questo siamo tutti d’accordo, mezz’ora di standing ovation per il compagno Frank!

ARTICOLO n. 25 / 2021

Dove sono oggi i corpi?

Mio questo mio nome…
e degli amici, ovunque siano,
e mio il mio corpo provvisorio,

presente o assente…
MAHMUD DARWISH, MURALE

Dove sono, oggi, i corpi? E cosa ne è stato del corpo della polis? Non credete anche voi, lettrici e lettori, che, per provare a rispondere a queste domande, ci si debba affidare agli indizi, ai segni che con la loro presenza possono indicare altre cose più nascoste o non ancora avvenute? Sì, vi propongo di pensare allo scenario in cui – variamente disorientati, impauriti, confusi, malati o già bell’e morti – tutti ormai siamo, puntando lo sguardo sull’esistente così come è (come è stato fatto diventare) e sulle parole e le immagini che lo raccontano.

Operazione non facile, direte voi, visto che l’esistente è, oggi, metamorfico come un’anguilla, sovraccarico di interpretazioni, pronto a sgusciarci tra le mani come una donnola.

Allora, per evitare le secche più ovvie, mi servirò esclusivamente delle parole, rimandando al mittente quella spaventosa degenerazione figurativa che da oltre un anno mette fotograficamente in scena solo la rimozione dei corpi oppure la loro uniforme mortificazione o, più raramente, la loro colpevolizzazione.

Mi riferisco, nell’ordine, alle immagini sinistre delle città evacuate, dei cumuli di bare (oggi banditi dai media, come dalle testate statunitensi nei primi mesi della guerra in Iraq), degli anziani di là dai vetri delle RSA, dei malati intubati e attaccati a fili, macchine, monitor, delle code ai drive-in per tamponi e test antigenici e, più di recente, delle file dei vaccinandi, della vaccinazione in atto su corpi chissà quanto coscienti, consenzienti, condiscendenti, dei più o meno rassegnati, stoici VIP della politica, quelli che devono dare il buon esempio, in attesa del miracoloso vaccino-che-toglie-il-virus-del mondo, e infine delle aggregazioni selvagge, sleali, disobbedienti, incivili e tuttavia vitalissime di giovani e meno giovani che non intendono morir vivendo o vivere da morti.

Avrete notato che, accanto ai corpi esposti, letteralmente messi a nudo, di vecchi, malati e in corso di vaccinazione, a rendere ancor più chiara la loro impotenza e/o abdicazione alla libertà di scegliere o libertà tout court, è sempre presente il dominante corpo macchina corazzato del curante. E così un atto privato reso spudoratamente pubblico si carica di connotazioni che fino a non molto tempo fa erano riservate agli altri: i diversamente abili, i migranti, i rifugiati, i poveri, i senzatetto.

Cerchiamoli dunque qui gli indizi.

Da un lato nelle città desertificate, silenziose, spettrali, rese tali dalla negazione/interdizione dello spazio pubblico. Dall’altro in interni domestici gremiti, saturi, rumorosi, invasi dal lavoro e dalla didattica a distanza, e dunque non più privati. Spopolate e spogliate della loro funzione connettiva le prime, collegati a tempo pieno e ingarbugliati da cavi, fibre, schermi i secondi.

Città infestate, necrotizzate e narcotizzate. Abitazioni ridotte a loculi più o meno accoglienti e attrezzati, adibite a proteggere come bunker o fortini.

Medicalizzazione imponente e impotente, talora militarizzata, del territorio. Sconfinamento delle pratiche mediche dagli spazi ad esse preposti ai luoghi un tempo destinati all’arte, alla cultura, allo scambio commerciale, al tempo libero.

Una rincorsa affannata in attesa del miracolo che ci salverà, annunciato con toni profetici o variamente apocalittici, utile – quantomeno fino a oggi – solo ad ottenere uno strano misto di obnubilamento e passività: una delega di massa che passa proprio dai nostri rimossi e offesi corpi, pronti a confinarsi, murarsi vivi, uscire a tempo entro perimetri designati come nei paesi in guerra, farsi utilizzare alla cieca per sperimentazioni vaccinali su larga scala che neanche il più pazzo dei maghi merlini di vonnegutiana memoria avrebbe sognato di poter compiere in mezzo al gaudio riconoscente dei più.

E cerchiamoli in quel non-tempo o stasi che è diventata la nostra dimensione quotidiana: temporalità esplosa e frammentata, improgettabile, che soffoca e seda, costringendo a rimpiangere il passato, il tempo mitico della normalità.

Nel 2015, mentre osservavo il nostro paese attraverso la lente ad alta definizione della pubblicità cartacea, il paesaggio desolato in cui siamo oggi definitivamente immersi era già perfettamente a fuoco.

«I muri delle città contemporanee ripetono ossessivamente uno slogan senza trascendenza: il bene è nelle merci, la felicità nel potere d’acquisto, la libertà nel consumo.

E tuttavia i versatili corpi della pubblicità, ormai totalmente smaterializzati, come simulacri di plastica, astratti, seriali, identici tra loro, non sembrano parlare a noi e di noi, della nostra fragile umanità, dei nostri desideri e dei nostri bisogni reali. Invadendo con sbalorditiva prepotenza (finanche con la scusa di risanarlo) uno spazio che pubblico non è più, sovrappongono al paesaggio concreto un paesaggio apparente. Ecco perché decodificarlo pedissequamente, scambiando per corpi e situazioni reali queste malleabili effigi del nulla, mi pare fuorviante. A chi va a caccia di pubblicità sessiste, per esempio, propongo di indossare lenti multifocali e provare a vedere se questi pornografici corpi/guscio fatalmente privi di eros (la forza vitale che muove il pensiero, i sensi e gli affetti) non parlino d’altro, in particolare di due passioni tristi: il non amore di sé per quel che effettivamente siamo e una furibonda invidia sociale pronta a trasformarsi in depressione, amarezza, impotenza e rancore.

Se il corpo sociale della città, lo spazio un tempo condiviso da cittadini e cittadine, si è trasformato in merce, va da sé che ad aggiudicarselo sarà chi ha maggiore potere d’acquisto o maggiore potere tout court. Le raffigurazioni con cui lo riempie – importa davvero che siano sessiste, razziste, etaiste o altro? – non potranno che essere il riflesso spettrale di quella mutazione. A dispetto di qualsiasi progetto di illuminazione notturna, taxi rosa e altri proclamati antidoti, le vie delle città che si sono arrese alla necrofilia del capitale non saranno più sicure per nessuno: privatizzato e commercializzato, il comune terreno urbano si è convertito in territorio di rapina, in luogo che produce terrore.

Guardiamoli dunque ad occhi ben aperti questi giganteschi necrologhi. Oltre a proporci l’immagine di corpi senz’ombra che si riflettono in se stessi, ci dicono che, dove tutto è in vendita, i primi ad essere in pericolo sono i corpi reali, ridondanti, diseconomici, obsolescenti, spendibili.

E che il pericolo più grave consiste nella violenza che proprio i corpi reali portano inscritta su di sé: un’esposizione totale, una nudità indifesa. Lo riassumono con brutalità le immagini fotografiche che arrivano dalle zone colpite dal virus Ebola, da Gaza, Guantanamo, Lampedusa: spogli corpi malati, feriti, incatenati, stremati da un lato e superaccessoriati corpi-macchina (umanitari e/o bellici) dall’altro. I manifesti pubblicitari che a quel repertorio iconografico attingono con sublime imperturbabilità non ne sono che la perversa enfatizzazione.

Dirsi dalla parte dei deboli per vendere ai ricchi è la loro ultima, incomparabile degenerazione.» (Maria Nadotti, Necrologhi: Pamphlet sull’arte di consumare).

Difficile, tuttavia, immaginare allora una conversione così rapida e capillare. Arduo, anche solo due anni fa, supporre che tra il coincidente con l’altrove delle zone colpite dal virus Ebola, di Gaza, Guantanamo, Lampedusa e il nostro qui, tra il loro degli abitanti di quei luoghi o di chi da quei luoghi era in fuga e il noi, non ci sarebbe più stata soluzione di continuità. Che il mondo sarebbe diventato un continuum frastagliato di incertezza, precarietà, paura, illusione, stordimento, inganno. Che, per rinnovarsi, il sistema economico che è andato imponendosi ovunque – dal liberismo occidentale al socialismo di libero mercato cinese – avrebbe trovato una sorta di miccia ideale capace di sfoltire e disciplinare la popolazione mondiale terrorizzandola e inducendola ad accettare nuovi consumi e un inedito – e tuttavia tecnologicamente maturo – stile di vita.

Credo che in ognuna/o di noi, già dagli anni Ottanta, si fossero affacciati un paio di interrogativi inquietanti, ma il festino occidentale era talmente all’apice che farsi avanti con qualche perplessità sulle magnifiche sorti e progressive del mondo avrebbe richiesto un’audacia o un’abnegazione in conflitto con lo spirito di quei tempi sazi e storditi. L’arte, spia meravigliosa dell’a venire, stava già da anni indicando con precisione la via che avremmo imboccato. Videoarte, arte elettronica, videoinstallazioni stavano irreversibilmente soppiantando materiali, mezzi, forme, spazi e fruizione dell’arte tradizionale. Nelle biennali (quinquennali o decennali) d’arte contemporanea, già verso la metà degli anni Novanta la pittura pareva una forma pateticamente obsoleta, incapace di tenere il passo dei nuovi linguaggi. La digitocrazia aveva trovato la sua avanguardia e si preparava a usarla come cavallo di Troia per fare di tutti noi gli arresi, garruli e disincarnati consumatori di beni virtuali ad alto contenuto di onnipotenza: il narcisistico dappertutto in nessun luogo della telefonia mobile e della rete.

Più connessi dunque più liberi, più fermi dunque più mobili, più soli dunque più insieme.

Abbiamo abboccato e, quando la tecnologia digitale e relativo mercato hanno raggiunto il punto di compimento necessario a sostenere l’onda d’urto di una connessione contemporanea universale, aerei e treni si sono fermati, uffici, università e scuole si sono smaterializzati, negozi, ristoranti, musei, cinema, teatri, stadi & Co. sono evaporati.

I corpi, però, persistono e resistono. Troppi (numericamente) e troppo pochi (detentori di potere d’acquisto). Avrete notato che da circa un anno, nel nostro panorama mentale oltre che nel discorso pubblico, sono ricomparsi temi e termini che credevamo definitivamente spurgati dal nostro habitus (inteso nel senso di condivisione di uno spazio sociale e percettivo omogeneo: italiani, residenti, bianchi, produttivi, preferibilmente maschi o maschilizzati).

Tornati in auge – stavolta riferiti a noi, non a migranti illegali o fuoricasta – concetti e parole quali triage, confinamento, passaporto sanitario. Per il nostro bene, direte voi, eppure la storia insegna che certe pratiche tendono, una volta liberate, a uscire dal loro alveo.

Nel frattempo è accaduta una cosa strana, anch’essa appartenente alla sfera delle definizioni che, come si sa, sono l’anticamera della messa in atto. Sul piano lessicale la nostra società è stata spezzettata in categorie inedite. Senza dubbio a fin di bene – ma talora il bene (di chi?) può fare più danno del male (per chi?) –, i nostri corpi sono stati incasellati per età, abilità, funzione, utilità sociale o essenzialità rispetto ai bisogni della comunità nel suo complesso. E si è stabilito che alcuni mestieri sono essenziali e altri no, che alcune attività possono essere sospese e altre noi, che alcuni soggetti sono intercambiabili e altri insostituibili.

Di un certo numero di impieghi, attività e soggetti (o dovremmo chiamarli oggetti?) si è preferito non fare parola. Eppure sappiamo tutti che in questi mesi gli addetti alle pulizie, i trasportatori, i fattorini, le commesse dei supermercati, i conducenti dei mezzi pubblici… sono stati infinitamente più essenziali di qualsiasi giudice o docente universitario e che le donne hanno avuto un ruolo e carichi di lavoro da tempi delle caverne. Quando si è trattato di decidere chi vaccinare per primo, avete per caso visto qualcuno alzare timidamente una mano e dire: loro, per la buona ragione che sono stati e continuano a essere proprio i mestieri umili, precari, malpagati o non pagati affatto a far girare il mondo?

E invece no. Forse perché questi essenziali non sono soggetti di diritto, bensì corpi a perdere, ridondanti, sostituibili a costo zero, vera e propria carne da macello per democrazie che rifiutano la guerra, ma non i suoi ristori (nuovo, irresistibile lemma messo in uso da governi palesemente stanchi e assetati). Sì, i ridondanti sono diventati essenziali, ma un ridondante vale l’altro, e l’offerta è infinita.

Non è, questa logica, la stessa sottesa alla gestione necropolitica di un virus combattuto allarmando, isolando, confinando, svuotando le città, disciplinando, prima ancora che trattandolo medicalmente? Come se chi decide per tutte e tutti avesse paura di chi, sempre più numeroso, non ha niente da perdere ed è ben cosciente che l’annunciata immunità di gregge crea il secondo senza garantire la prima.

Quello che i fiori del prato raccontano in questa primavera esiliata va ascoltato con tutto il corpo, con la tenerezza delle mani e la durezza del cuore.

«Alla popolazione parrà infatti che sia andata totalmente distrutta l’ultima speranza di un qualunque ordine sociale. Prende quindi il sopravvento l’impulso a garantirsi la sopravvivenza personale e iniziano i saccheggi. Niente di più semplice e di più terribile. Tuttavia i nuovi tiranni non sanno nulla di come si comporti un popolo ridotto allo stremo. La paura impedisce loro di saperlo; sono soli su questo pianeta; anche i morti li hanno abbandonati.» (John Berger, «Pensiamo alla paura», in Abbi cara ogni cosa. Scritti politici 2001-2007).

ARTICOLO n. 24 / 2021

Solenoide

CAPITOLO UNO

Ho preso di nuovo i pidocchi, la cosa nemmeno mi sorprende più, non mi spaventa più, non mi provoca più disgusto. Mi prude soltanto. Lendini ne ho in continuazione, li faccio cadere sempre quando mi pettino in bagno: piccole uova di color avorio, che luccicano nerastre sulla ceramica del lavandino. Ne restano parecchi anche tra i denti del pettine, che poi pulisco con un vecchio spazzolino da denti, quello con l’impugnatura ammuffita. È impossibile non prendere i pidocchi: insegno in una scuola di periferia. Metà dei ragazzi hanno pidocchi, glieli trovano alla visita medica, a inizio scuola, quando l’infermiera separa i capelli con i gesti esperti degli scimpanzé, salvo che non schiaccia sotto i denti le croste chitinose degli insetti catturati. Raccomanda invece ai genitori una soluzione biancastra, simile a liscivia, dall’odore chimico, la stessa che usano alla fine anche i professori. In pochi giorni tutta la scuola arriva a odorare di soluzione contro i pidocchi.

In fondo non è così male, almeno non abbiamo cimici, è da tanto che non si sono più viste. Mi ricordo pure di queste, le ho viste con i miei occhi quando avevo tre anni, nella villetta di Floreasca dove abbiamo abitato verso il ’59-’60. Il babbo me le mostrava quando spostava bruscamente il materasso del letto. Erano come dei granellini rosso scuro, duri e lucenti come i frutti di bosco o come le bacche nere di edera, che sapevo di non dovere ingoiare. Solo che i granellini tra il materasso e il telaio del letto scappavano via verso gli angoli bui, così agitati che scoppiavo a ridere. Non aspettavo altro che papà sollevasse l’angolo pesante del materasso (quando si cambiavano le lenzuola) per vedere ancora gli animaletti grassottelli. Ridevo allora con tale gusto che la mamma, che mi voleva con i capelli lunghi e tutti riccioletti, mi prendeva sempre tra le braccia e fingeva scaramanticamente di sputacchiarmi addosso. Poi il babbo portava la pompa con l’insetticida e faceva una bella doccia puzzolente alle cimici annidate nelle giunture del legno. Mi piaceva l’odore del legno del letto, l’abete che sapeva ancora di resina, mi piaceva persino l’odore dell’insetticida. Poi il babbo sistemava il materasso e veniva la mamma con le lenzuola. Quando ne stendeva uno sul letto, si gonfiava come un grosso bombolone in cui mi piaceva tantissimo infilarmi. Aspettavo quindi che il lenzuolo si stendesse lentamente su di me, che prendesse la forma del mio corpicino, ma non di ogni sua parte, bensì che disegnasse complicate pieghe piccole e grandi. A quel tempo le stanze erano grandi come capannoni, e vi si affaccendavano quei due giganti che, non si sa perché, si prendevano cura di me: la mamma e il babbo.

Non mi ricordo però delle punture delle cimici. La mamma mi diceva che erano come dei circoletti rossi sulla pelle, con un puntino bianco al centro. E che piuttosto bruciavano anziché prudere. Non so, fatto sta che continuo a prendere pidocchi dagli scolari quando mi chino sopra i loro quaderni, è come una malattia professionale. Porto i capelli lunghi sin dai tempi in cui sarei potuto diventare scrittore. È tutto ciò che mi è rimasto di questa carriera, i capelli lunghi, la zazzera. E i maglioni dolcevita di filanca, come li portava il primo scrittore che ho visto in vita mia e che mi è rimasto nella mente come un’immagine, gloriosa e intoccabile, dell’autore: quello di Colazione da Tiffany. I miei capelli sfiorano sempre quelli arruffati e pieni di nastrini delle bambine. Su queste funi cornee, semitrasparenti, salgono gli insetti. I loro uncini seguono la curvatura del capello, che afferrano a meraviglia. Passeggiano poi sul cuoio capelluto, e vi lasciano gli escrementi e le uova. Pungono la pelle, mai toccata dal sole, di un bianco immacolato, come fosse pergamena, e questo è il loro cibo. Quando i pruriti diventano insopportabili, riempio la vasca di acqua bollente e mi accingo a sterminarli.

Mi piace lo scroscio dell’acqua nella vasca, quell’impetuoso vortice prorompente di miliardi di gocce e rivoli a spirale, la risonanza del getto verticale nella gelatina verdognola dell’acqua che cresce poco a poco, conquistando le pareti della vasca fra rigonfiature ostacolanti e scorrerie repentine, simili a innumerevoli formiche trasparenti che brulicano nella giungla amazzonica. Chiudo il rubinetto e si fa silenzio, le formiche si dissolvono e lo zaffiro molle come gelée si acquieta, mi guarda come un occhio sereno e mi aspetta. Nudo, entro nell’acqua voluttuosamente. Immergo subito la testa, sento come le pareti dell’acqua salgono simmetricamente lungo le mie guance e la mia fronte. L’acqua mi stringe, la sento pesante intorno a me, mi fa levitare in mezzo a essa. Sono il nocciolo di un frutto dalla polpa azzurro-verde. I capelli mi si stendono fin sul bordo della vasca, come un uccello nero dispiegherebbe le sue ali. I capelli tra di loro si respingono, ciascuno è indipendente, ciascuno galleggia, improvvisamente bagnato, fra gli altri, senza sfiorarli, simili ai tentacoli dei gigli di mare. Muovo la testa bruscamente a destra e a sinistra per sentire come i capelli diventano tesi, si stendono nell’acqua densa, acquistano peso, un peso inaspettato. È difficile strapparli dai loro alveoli stando in acqua. I pidocchi si appigliano ben bene ai tronconi spessi, diventano un tutt’uno. Le loro espressioni inumane mostra- no una sorta di perplessità. Le loro carcasse sono della stessa sostanza dei capelli. Si ammorbidiscono anch’esse nell’acqua bollente, ma non si dissolvono. I tubicini respiratori disposti simmetricamente intorno all’addome goffrato sono ben serrati, come le narici socchiuse delle foche. Galleggio nella vasca passivamente, rilassato come un prodotto anatomico, la pelle delle dita mi si gonfia e s’increspa. Sono anch’io molle, come se fossi ricoperto di chitina diafana. Le braccia, lasciate libere, galleggiano in superficie. Il sesso tende pure lui a sollevarsi, come un tappo di sughero. È così strano avere un corpo, essere dentro un corpo.

Mi metto seduto nella vasca e comincio a insaponarmi i capelli e il corpo. Per tutto il tempo che ero stato con le orecchie sottacqua avevo sentito distintamente discussioni e rumori dagli appartamenti vicini, ma come in sogno. Ora avevo tappi di gelatina nelle orecchie. Passo i palmi delle mani pieni di sapone sul corpo. Il mio corpo non è per me erotico. È come se passassi le dita non sul mio corpo, ma sulla mia mente. La mia mente vestita di carne, la mia carne vestita di cosmo.

Come nel caso dei pidocchi, non sono granché sorpreso quando arrivo con le dita piene di sapone all’ombelico. È da un bel po’ di anni che mi capita. All’inizio mi sono spaventato, ovviamente, perché avevo sentito che può capitare che l’ombelico ti scoppi. Non mi ero però fatto mai problemi col mio, visto che il mio ombelico non era altro che un incavo sul mio addome «appiccicato alla colonna vertebrale», come diceva la mamma. In fondo a questo incavo c’era qualcosa di spiacevole al tatto, che non mi aveva mai più di tanto preoccupato. L’ombelico non era altro che la parte incavata della mela, da dove spunta il pippolo. Siamo cresciuti pure noi come dei frutti su un picciolo percorso da venuzze e arterie. Ma un po’ di mesi fa, mentre passavo le dita frettolose sopra questo accidente del mio corpo, soltanto perché non restasse mal lavato, ho sentito qualcosa d’insolito, qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì: una specie di piccola sporgenza che mi ha graffiato la punta del dito, qualcosa d’inorganico, che non faceva parte del mio corpo. Era incastonata nel groppo di carne smorta che stava sbarrata lì, come un occhio tra due palpebre.

Per la prima volta ho guardato più attentamente, sotto l’acqua, e ho dischiuso con le dita i bordi del crepaccio. Poiché non vedevo bene, mi sono alzato dalla vasca, e la lente d’acqua dell’ombelico è gocciata lentamente via. Oddio, mi dicevo sorridendo, sono arrivato a contemplare il mio stesso ombelico… Sì, era una specie di nodo pallido, che ultimamente era diventato più sporgente del solito, perché a quasi trent’anni i muscoli dell’addome si erano rilassati un po’. Un’incrostazione grande come un’unghia di bambino, in una delle volute del nodo, si rivelò essere semplice sporcizia. Dall’altra parte, però, rigido e dolente, sporgeva il piccolo moncone nero-verdastro che avevo sentito con la punta del dito. Non mi rendevo conto di cosa potesse essere. Ho cercato di afferrarlo con le unghie, ma ho sentito, tirando, una piccola dolenzia che mi ha spaventato: poteva essere una specie di neo che non era saggio stuzzicare. Ho cercato di non badarci più e di lasciarlo stare, lì dov’era comparso. Nel corso della vita spuntano tante macchie cutanee, nei, ossa necrotizzate e altre porcherie che ci portiamo dietro pazientemente, per non dire di unghie, capelli, e di denti che ci cadono: parti di noi che non ci appartengono più e che acquistano una vita tutta loro. Grazie alla mamma, conservo tuttora, in una scatolina di tic tac, tutti i miei dentini da latte e sempre grazie a lei le mie treccine di quando avevo tre anni. Le nostre foto con la lacca screpolata e la dentellatura sui bordi, simile a quella dei francobolli, lo testimoniano: il nostro corpo si è realmente interposto un tempo tra il sole e la lente della macchina fotografica, lasciando la propria ombra impressa sulla pellicola, non diversamente da come la luna, durante l’eclisse, depone la sua ombra sul disco solare.

Dopo una settimana, però, sempre nella vasca, ho sentito di nuovo il mio ombelico insolitamente irritato: il pezzetto non identificato si era allungato un po’ e si avvertiva in maniera diversa, una sensazione inquietante più che dolorosa. Quando ci fa male un molare lo stuzzichiamo con la lingua pur rischiando di provocare alla fine un dolore acuto. Qualsiasi cosa insolita appaia sulla mappa sensibile del nostro corpo ci esaspera e c’inquieta: dobbiamo a ogni costo liberarci della spiacevole sensazione che non ci dà pace.

A volte, la sera, quando vado a letto, mi tolgo i calzini e sento che la pelle carnosa, giallo-traslucida della parte laterale dell’alluce si è ispessita a dismisura. Afferro con le dita il rigonfiamento compatto, lo tiro anche per mezz’ora finché riesco a romperne un pezzetto, e continuo a tirare con i polpastrelli delle dita dolenti, sempre più irritato e più preoccupato, finché stacco una crosta spessa, vetrosa, come rigata da papille digitali, un intero centimetro di pelle morta, che pende ora sconciamente dal dito. Non posso tirare oltre, poiché arrivo già alla membrana innervata che c’è sotto, a quel me che percepisce il dolore, devo tuttavia liberarmi dal prurito, da quella inquietudine. Prendo le forbici e la taglio, poi la contemplo per un po’: una crosta bianca che ho prodotto io, senza sapere come, così come non mi ricordo come ho prodotto le mie ossa. La piego tra le dita, la odoro, sa vagamente di ammoniaca: il pezzetto organico, eppure morto, morto già da quando faceva parte di me e aggiungeva qualche grammo al mio peso, continua a esasperarmi. Non me la sento di buttarlo via, spengo la luce e mi corico, tenendolo sempre tra le dita, per dimenticarmene completamente l’indomani. Tuttavia per un po’ zoppico leggermente: mi fa male il punto da dove l’ho strappato.

Così mi sono messo a tirare leggermente il moncone rigido che spuntava dal mio ombelico finché, inaspettatamente, mi è rimasto in mano. Era un cilindretto lungo mezzo centimetro e grosso come uno zolfanello. Sembrava annerito precocemente, muffito e sporco e scurito dal trascorrere del tempo. Era qualcosa di antico, mummificato, saponificato, il demonio soltanto lo sa. L’ho messo sotto il getto d’acqua del lavandino e lo strato di sporcizia se n’è andato via, lasciando vedere che una volta quella cosina era stata, forse, giallo-verdognola. L’ho messo in una scatolina vuota di fiammiferi. Sembrava la capocchia bruciata di uno zolfanello.

Qualche settimana dopo dall’ombelico ammollato dall’acqua bollente ho poi estratto un altro frammento, questa volta due volte più lungo, della stessa sostanza dura e allungata. Stavolta mi sono reso conto che si trattava dell’estremità flessibile di uno spago, ho potuto anche notare l’insieme delle fibre ritorte che lo componevano. Era uno spago, un semplice spago, da pacchi. Lo stesso con il quale, ventisette anni prima, avevano legato il mio ombelico nel misero reparto maternità dell’ospedale per povera gente dov’ero nato. Adesso il mio ombelico lo espelleva, come fosse un aborto, lentamente, un pezzetto ogni due settimane, un pezzetto al mese, poi un altro dopo altri tre mesi. Quello di oggi è il quinto e me lo tolgo con cura e voluttà. Lo raddrizzo, lo pulisco con l’unghia, lo lavo nell’acqua della vasca. È il pezzo più lungo fino a ora, e l’ultimo, spero. Lo dispongo nella scatolina da fiammiferi, accanto agli altri: se ne stanno tranquilli, mezzi curvi, di un giallo-verdognolo-nero, con le estremità leggermente sfilacciate. La canapa, la stessa canapa con cui si fanno le retine per le massaie, che gli tagliano le dita quando sono piene di patate, la stessa usata per legare i pacchi. A Ferragosto, per l’Assunzione, ricevevamo un pacco dai parenti di mio padre del Banato: dolci con semi di papavero e miele. Lo spago disfatto, verde-marrone, era la mia gioia: ci legavo le maniglie delle porte, perché la mamma non facesse un altro bambino. A ogni maniglia facevo decine, centinaia di nodi.

Allo spago dell’ombelico non ci penso più ed esco dalla vasca, con l’acqua che mi scivola addosso. Prendo la bottiglia con la soluzione contro i pidocchi che sta dietro il cesso e mi verso in testa un dito del suo contenuto puzzolente. Mi chiedo da quale classe li ho presi questa volta, come se contasse qualcosa. O forse conta, chissà. Forse in strade diverse del quartiere e in classi diverse della scuola i pidocchi sono di altre specie, di altre dimensioni.

Risciacquo più volte quella sostanza schifosa e poi comincio a pettinarmi sopra il lavandino con la porcellana splendente di pulizia. E a un tratto i parassiti cominciano a cadere, due, cinque, otto, quindici… Sono piccolissimi, ognuno contenuto nella sua goccia d’acqua. A fatica riesco a scorgere i loro corpi con l’addome dilatato e tre zampine, che ancora si muovono, su ogni lato. Il loro corpo e il mio, così come mi ritrovo, nudo e bagnato, chino sul lavandino, sono fatti degli stessi tessuti organici. Hanno organi e funzioni analoghi. Hanno occhi che vedono la stessa realtà, hanno piedi che li portano nello stesso mondo infinito e incomprensibile. Vogliono vivere, così come lo voglio anch’io. Li allontano dalle superfici del lavandino con un getto d’acqua. Scendono giù attraverso i tubi, arrivano nelle canalizzazioni sotterranee.

Vado a dormire con i capelli bagnati vicino ai miei miseri tesori: la scatolina di tic tac con i dentini da latte, le foto di quando ero piccolo e i miei genitori erano giovani, la scatola dei fiammiferi con lo spago tagliato dal mio ombelico, il mio diario. Rovescio, come faccio tante volte alla sera, i dentini nel palmo della mano: sassolini levigati, ancora bianchissimi, che una volta sono stati nella mia bocca, con cui un tempo ho mangiato, ho pronunciato parole e ho morso come un cagnolino. Tante volte mi sono chiesto come sarebbe avere da qualche parte un sacchetto di carta con le mie vertebre dell’età di due anni o con le falangi delle mie dita di quando ne avevo sette… Rimetto i denti a posto. Vorrei guardare anche qualche foto, ma non ce la faccio più. Apro il cassetto del comodino e metto tutto dentro, nella scatola di «pelle di serpente» ingiallita, che una volta conteneva un rasoio, un pennello e una confezione di lamette da barba Astor. Ora ci tengo i miei poveri tesori. Mi copro la testa con la trapunta e cerco di addormentarmi quanto più in fretta, se possibile definitivamente. Il cuoio capelluto non mi prude più. Inoltre, visto che è capitato di recente, mi auguro che non capiti anche stanotte.

— Traduzione di Bruno Mazzoni, dal 20 maggio in libreria.

© 2015, Mircea Cărtărescu/Paul Zsolnay Verlag Wien

ARTICOLO n. 23 / 2021

Quale futuro per i festival?

Dazed and confused. Così ci siamo sentiti. Ancora lo siamo. Come nella canzone dei Led Zeppelin, involontaria colonna sonora di questa lunga e inconclusa pandemia. Tuttavia, da pochi giorni, anche in Italia le sale cinematografiche hanno ottenuto il via libera alla riapertura, seppure con molte restrizioni. Pochi Paesi ci avevano preceduto, anche se di poco (Spagna, Inghilterra, Stati Uniti), altri seguiranno (la Francia).

Gli interrogativi legati a questa ripartenza che ci si augura definitiva – dopo quella illusoria dello scorso settembre, vanificata dalla seconda e dalla terza ondata del virus – sono numerosi e alimentati da un’aura d’inquietudine neppur troppo sottile. Tornerà il pubblico a frequentare le sale dopo la lunga abitudine alla comodità che le piattaforme hanno generato e continueranno a sfruttare con cinica determinazione? Saprà l’industria cinematografica risollevarsi dopo essere stata messa in ginocchio dalla pandemia, al pari di tutti gli altri settori dedicati alla creazione artistica?

Altri interrogativi riguardano le possibilità di sopravvivenza dei distributori, soprattutto quelli indipendenti, che hanno garantito il funzionamento di un modello di diffusione dei film che dura da più di un secolo; o la capacità di tenuta delle produzioni tradizionali a fronte dell’enorme potenziale d’investimento dei nuovi soggetti che sono i veri padroni delle piattaforme web. Alcuni iniziano anche a chiedersi quale futuro si stia ridefinendo per i festival di cinema.

Tra i molti a farsi queste e altre domande, anche Paul Schrader, grande sceneggiatore e regista (American Gigolo, Mishima, il recente First Riformed), molto attivo sui social e la sua pagina Facebook.

Anche lui, come altri, ritiene che il cinema così come abbiamo imparato a conoscerlo, ad appassionarcene e ad amarlo, sia in remissione. Che la pandemia abbia disabituato lo spettatore alla tradizionale forma di spettacolo della durata canonica di 90-120 minuti. Che sia in atto una sorta di mutazione antropologica messa in moto dalla dipendenza dalle serie, caratterizzate dalla loro lunghezza indefinita e dal rituale episodico della narrazione. Che il futuro dello spettacolo in sala sia legato alla capacità di dar vita a esperienze basate su eventi per i quali si renda necessario e inevitabile uscire dalla propria casa, o alla costruzione di un vincolo come quello che s’induce in uno spettatore quando è spinto a diventare membro di un cineclub.

Ascoltiamolo: «Penso che questa trasformazione corrisponda al terzo cambiamento tettonico nella storia del cinema. Il primo avvenne dopo Nascita di una nazione, quando ci si rese conto che si potevano fare un sacco di soldi mettendo una moltitudine di persone dentro una grande sala buia senz’aria condizionata. Così nacquero i grandi cinema dell’epoca del muto, e tutte quello che ne seguì. Il secondo cambiamento si produsse quando il cinema dovette fare i conti con la televisione e, ironicamente, ciò avvenne nello stesso momento della comparsa dei film intelligenti, i film seri che da noi John Frankenheimer e Arthur Penn furono tra i primi a realizzare, mentre in Europa tutto era iniziato con il Neorealismo italiano. Improvvisamente, c’era stata data un’altra ragione per andare al cinema. Quanto al terzo cambiamento…beh, tutto mi è risultato più chiaro quando, parlando con un mio parente che abita nel Michigan, alla domanda “Che tipo di film guardi?”, mi sono sentito rispondere: “Io guardo Netflix”. In quel momento ho compreso il genio di Reed Hastings (il fondatore di Netflix, ndr.)».

Detto in estrema sintesi, la grande intuizione di Hastings consiste nell’aver ribaltato una consuetudine durata alcuni decenni, che consisteva per lo spettatore nella scelta del film per il quale avrebbe deciso di uscire di casa per andare al cinema.

Con Netflix, oggi è sufficiente accendere il proprio televisore e scegliere da un menù vastissimo, che contiene film per tutti gusti (polizieschi, commedie, film di guerra, documentari, persino grandi film d’autore – Martin Scorsese, Alfonso Cuaron e, a breve, Jane Campion – con la produzione dei quali il colosso del web sembra volersi vendicare degli studios hollywoodiani che gli avevano dichiarato guerra agli inizi). Paul Schrader muove considerazioni interessanti in merito ai cambiamenti che questo modello di consumo induce nell’estetica del cinema. Per esempio, il fatto che l’arte del film consista «nella capacità di comporre storie concise che atterrano come un pugno in faccia», mentre nel caso della serialità televisiva il primo episodio serva a costruire un modello che i registi successivi (che possono essere persone diverse) si limitano a seguire e a duplicare.

Un’altra differenza consiste nel fatto che il cinema è un director’s medium (cioè il frutto della creatività di un regista, che controlla l’intero processo), mentre la serie è un writer’s medium, cioè il risultato del lavoro di uno sceneggiatore (salvo eccezioni, come nel caso di David Fincher, ideatore regista e produttore della serie Mindhunter). Anzi di una writers’ room, cioè un gruppo di sceneggiatori che sono costretti a lavorare insieme e debbono per forza scendere a compromessi tra di loro: «così viene meno l’idea di una voce forte, singolare, ciò che rende un film di Woody Allen, per esempio, una sua inconfondibile creazione. Non puoi guardare un film di Allen senza renderti conto che stai guardando un film di Allen, mentre un sacco di serie rivelano l’impronta della committenza».

Ancora. Vedere Nomadland (da poco premiato con l’Oscar per il miglior film) al cinema non è la stessa cosa che vederlo sulla piattaforma che pure lo ospita in contemporanea. Perché se hai scelto di andare a vederlo in una sala provi un diverso tipo di coinvolgimento: resti a vederlo fino alla fine anche se non ti piace, mentre a casa puoi mollare la visione in qualunque momento, se non ti soddisfa fino in fondo.

Facciamo un passo indietro, anzi di lato. Abbiamo seguito sinora Schrader nella conversazione con Richard Brody, pubblicata su The New Yorker il 22 aprile scorso (ci torneremo fra poco). Proviamo ora a domandarci che cosa sia cambiato invece nell’universo parallelo dei festival cinematografici in seguito alla pandemia. Moltissimi sono stati costretti a cancellare la loro edizione, alcuni per due volte di seguito. Lo sappiamo dall’assillante bollettino delle perdite non solo umane con il quale i media ci hanno tenuto costantemente informati, durante il lockdown totale o parziale che dura da quindici mesi. Sappiamo anche che molti di questi non troveranno la forza e le risorse per ripartire, una volta che saremo ritornati a una qualche forma di normalità.

Pochissimi si sono potuti svolgere «in presenza», benché costretti a rinunce e limitazioni imposte dai protocolli di sicurezza, con meno film in programma e la capienza delle sale ridotta alla metà. Poi c’è il caso, molto interessante, di numerose altre manifestazioni che hanno scelto la via del web, affidandosi alle risorse della virtualità pur di non scomparire o, in alcuni casi, optando per soluzioni ibride in grado di garantire una qualche forma di fruizione in presenza per un numero limitato di spettatori, mentre agli altri potenziali fruitori veniva offerta la possibilità di collegarsi in streaming per vedere i film che altrimenti sarebbero stati loro negati.

Doveroso chiedersi, a questo punto, se quest’ultimo sia destinato a diventare il paradigma festivaliero del futuro, se sia possibile e/o auspicabile una coesistenza di diversi modelli di fruizione a vantaggio di tutti, o se non sia invece necessario un grande sforzo collettivo per garantire la sopravvivenza di spazi reali, fisici, non virtuali, destinati alla tutela e alla valorizzazione dei prodotti artistici.

La risposta non può che essere plurima, a seconda delle diverse tipologie di festival con cui si ha a che fare. Non credo ci possano essere dubbi sul fatto che l’enorme quantità di piccole e medie manifestazioni specializzate, destinate alla circolazione e alla promozione di cortometraggi, documentari e film minori che difficilmente possono contare su di un mercato in grado di garantire loro una circolazione ampia e uno sfruttamento commerciale di dimensioni significative, siano enormemente avvantaggiate dalla possibilità di servirsi delle risorse offerte dallo streaming per mostrare i film selezionati.

A fronte di una diminuzione dell’effetto di promozione territoriale (il legame con la città o la regione di svolgimento), l’occasione di aumentare in maniera significativa il numero degli spettatori virtuali risulta alquanto allettante e potenzialmente remunerativa. Recenti esperienze in questo senso suonano a conferma di quanto affermato: gli spettatori, abituati ad utilizzare le piattaforme, sembrano assai più propensi a connettersi da casa con un festival, piuttosto che affrontare spostamenti impegnativi a fronte di costi non indifferenti e incertezza sulla qualità delle proposte.

L’ampliamento della platea potenziale, che si affianca a quella reale, non ha solo un effetto di promozione dell’immagine di un festival e di gratificazione degli obbiettivi culturali della proposta, ma può tradursi in un ritorno economico che risuona positivamente a vantaggio di tutti i soggetti coinvolti: organizzatori, produttori dei film e gestori delle piattaforme utilizzate.

Diversa la situazione dei grandi appuntamenti che si suole definire con il termine di «generalisti», come Venezia, Cannes, Berlino, Toronto, San Sebastian, Telluride, New York, Locarno, Busan e Tokyo (per citare solo i festival più noti e di maggior prestigio). In questi casi, le funzioni principali che ne presiedono e giustificano l’esistenza – celebrare l’arte e la creatività cinematografica, contribuendo alla sua affermazione al di là delle ragioni economiche e produttive sottese, e servire nello stesso tempo alla giusta causa della promozione dei film in vista della loro imminente distribuzione nei circuiti esistenti (quello tradizione delle sale cinematografiche e quello nuovo rappresentato dalle piattaforme) – non possono prescindere dallo spazio fisco entro il quale interagiscono tutti i soggetti che partecipano alla sua realizzazione: autori, critici, giornalisti, operatori professionali, cinefili e semplici spettatori occasionali, attirati dalla curiosità dell’evento e dalla presenza delle star.

È una cerimonia complessa e articolata, affidata a riti che si ripetono sempre uguali, ciascuno dei quali (pur nella diversità dei pesi e dell’importanza che gli si vuole attribuire) svolge una funzione essenziale per il conseguimento del risultato finale: il tappeto rosso, la conferenza stampa, photo TV e radio call, la successione interminabile delle interviste, l’incontro con il pubblico, il rituale degli autografi, le master class, la cerimonia della consegna dei premi. E, naturalmente, su tutto e prima di tutto, l’esperienza della proiezione in una sala perfettamente attrezzata, che presuppone la garanzia delle migliori condizioni di visione possibili e la partecipazione all’emozione della scoperta di un film inedito con altri spettatori: elemento, questo, che nessun succedaneo virtuale è in grado di surrogare, né tantomeno di sostituire. La prevalenza del fattore umano: se mai la pandemia è servita a qualcosa, il suo apporto è consistito anche nell’aver favorito la riscoperta del valore insostituibile della condivisione dal vivo di uno spettacolo, di un evento.

Tutt’al più, nell’immediato futuro – in cui assisteremo all’istaurazione di una normalità nuova che avrà alcuni tratti in comune con quella a cui eravamo abituati e altri inediti – i festival impareranno a sfruttare al meglio le risorse che la tecnologia e l’intelligenza artificiale mettono a nostra disposizione per migliore la qualità dei servizi offerti ai partecipanti (conferenze stampa e interviste online, panel con protagonisti da tutto il mondo che non si sarebbero altrimenti potuti spostare, potenziamento delle occasioni di promozione degli autori e delle loro opere, anche proiezioni in streaming per i film ancora privi di distribuzione).

Una certa qual forma di contaminazione o, se si preferisce, di integrazione fra la dimensione fisica e quella virtuale sarà dunque inevitabile e persino auspicabile. Ma poiché si è fatto ripetutamente ricorso a termini quali cerimonia riti e rituale, conviene concludere con Paul Schrader che «in un certo senso, andare al cinema in passato era come andare in chiesa. Non esci dalla chiesa perché ti annoi. Ci sei andato per annoiarti». Diciamocelo allora, restando nella metafora: se la vita è noia (Sartre, Leopardi, Moravia), il cinema è pur sempre il miglior modo di annoiarsi, e un festival in presenza, in totale condivisione con una moltitudine di altri esseri umani, è la più alta forma di celebrazione di questo insondabile e insostituibile mistero noioso che è il culto della Settima Arte.

ARTICOLO n. 22 / 2021

Tentare l’Impossibile

Quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra,
ciascuno nella sua misura,
su per giù gli stessi sentimenti che io nutro verso l’oceano
HERMAN MELVILLE, MOBY DICK

C’è una grande chiglia che mi aspetta sempre attraccata al porto. La sensazione di essere pronti a salpare è pura vitalità. Opera viva è detta la parte della nave immersa in acqua, quella che scandaglierà gli abissi. Opera morta è chiamata quella che resterà all’asciutto. Basterebbe questo per raccontare il cammino di ogni nuova creazione.  

Partire per un nuovo progetto, per un film, per un romanzo è cercare qualcosa che non conosco e che non voglio conoscere prima. Non ho nessun appiglio a cui far riferimento, sono fragile ma ho una certezza: al ritorno di ogni viaggio non sarò più come prima.

Sono sola di fronte a quello che conosco da sempre, in compagnia dei fantasmi e cerco di farli apparire esattamente come potrebbe accadere una seduta spiritica. Non posso voltarmi verso quello che ho già fatto. Anzi, il conosciuto, l’avvenuto, tutti i film che ho già girato e più di tutto il successo, grande o piccolo che sia stato ogni volta, inteso più come participio passato che come evento, mi soffoca in una rete da cui devo liberarmi per tornare all’oceano.

Il successo è l’altra faccia della persecuzione, diceva Pasolini. Ma non sono gli altri che ti imprigionano che lo si creda o no, sei tu che perseguiti te stesso obbligandoti a una forma vecchia e certa e dunque non più pericolosa e fertile. Facile o difficile che sia, in ogni caso, conoscere l’effetto di questa distanza è possibile. Scomparire ogni volta e ritrovare una forma sempre vergine è il miraggio a cui tendo. Non essere ri-conoscibile e dunque ri- conosciuta, ma invece conoscermi di nuovo è l’ambizione.

Tentare l’impossibile mentre si cerca, siano immagini per un film o parole per un romanzo, si tramuta in quello che è un viaggio dove il naufragio è uno degli esiti possibili, e dove sia sempre possibile naufragare insieme al progetto; senza pericolo, senza l’abisso non c’è nemmeno il viaggio. All’inizio, mentre giravo i primi film, cortometraggi, dipingevo la pellicola.

Era pellicola 35 millimetri, il grande fotogramma era un quadro che aggredivo con colori e smalto, Senti Amor Mio: un film di nove minuti, la storia beckettiana di due postini e di un pacco che non sarà mai recapitato per i vicoli stretti e dalla luce sontuosa di una Palermo incantata, l’opera lirica e le voci del mercato di Ballarò, una delle tante dichiarazioni d’amore fatte a quella città. Il colore sul fotogramma che riempiva l’immagine era il tentativo di andare oltre l’immagine, di aprirla per scoprire che cosa c’era dentro, interrogarla fino a quando non avveniva una trasformazione alchemica grazie al colore. Quando lo proiettarono al cinema i colori sovrastavano il girato, lo avevano cancellato e cambiato completamente la drammaturgia della storia. Il mondo che avevo immaginato era un grande testo e i colori l’avevano riscritto emotivamente.

Se quello che guida è la bussola dell’esploratore, può sempre succedere che la bussola impazzisca, che le traiettorie sulla carta si confondano e all’improvviso ti trovi nel mezzo della foresta, o peggio ancora: nel mezzo del nulla, del perfettamente ignoto.

La vertigine del nulla è indescrivibile. Non perché sia liricamente romantico farlo e l’emozione ti sovrasti, piuttosto perché non ne conosci le parole, l’unica cosa a quel punto è inventarle, inventare un linguaggio con cui il nulla possa prendere a parlare. E il linguaggio è creatura viva che scaturisce dalla visione. La vista per me è il senso della meraviglia. I territori dell’inesplorato non hanno ancora parole per essere raccontati e non hanno immagini per essere visti, almeno non quelle esistenti. A quel punto del sentiero si aprono due strade: la poesia o la profezia, facoltà data all’arte che coincide con l’ignoto.

Aggredire l’ignoto è un gioco che comincia da bambini e poi, può continuare fino a quando nessuno ti ferma. C’erano certe mattine luminose di cui ricordo solo i riflessi della luce bianca spalmata sul marmo del pavimento di casa, sarà stato quel baluginare luccicante, quell’idea di flutti marini a farmi balenare in testa l’idea di permettere al pesce rosso di tramutarsi in un terrestre. Se noi ce la facevamo perché lui non poteva provarci? Avevo preso la boccia piena d’acqua e accuratamente avevo tracciato due solchi, due piccoli ruscelli sul pavimento del salotto, poi infilato le mani e preso il piccolo pesce che si dimenava ignaro del suo destino, l’avevo appoggiato delicatamente in quel ruscello. L’animale percorreva affannato il solco d’acqua e poi terminava miseramente la sua corsa agitandosi disperatamente sul pavimento. L’intervento misericordioso di mia madre che portava in salvo la creatura, come la botticelliana Madonna del Mare è conservato al riparo nella mia memoria, salvandomi da un senso di colpa che mi avrebbe perseguitato.

Ma subito dopo, quando la tragedia era scongiurata, tornava ad affacciarsi prepotente una questione.  Perché non era stato possibile condividere con il pesce rosso la mia esistenza terrestre? Non c’era limite che mi dissuadesse dal credere che se solo il ruscello fosse stato più lungo, se solo la traiettoria fosse stata più accurata, se solo qualche dettaglio dell’operazione fosse stato curato meglio, avrei potuto raggiungere il risultato.

Conservo di quell’esperimento la precisa sensazione che ricorre in me adulta ogni volta che di fronte a un divieto apparentemente logico mi ripeto: tutto è possibile. La gamma dei possibili si amplia a dismisura o si assottiglia per sempre se gli permettiamo di farlo. La soglia può variare e le variabili sono la misura del nostro spirito d’avventura. È una vita che della ricerca fa il suo stesso cammino, non anela alla meta, ma al percorso fatto. L’animo da pioniere mi porta a credere che ci sia sempre altro da scoprire.  E in questo la fantasia è strumento indagatore, al contrario di quanto potrebbe sembrare. In questo periodo storico si è portati ad attribuire alla fantasia la connotazione di fuga dalla realtà.

L’artista, in tutti i campi ma nel cinema in particolare, ha più ascolto come lacchè della cronaca, la dittatura del realismo ci attende con i suoi militari schierati. Ma davvero il realismo nulla ha a che vedere con la realtà. Il realismo è funzionale a una visione artistica che fa della propaganda il suo fine e ne condivide i presupposti ideologici. Secondo Arshile Gorky l’arte nasce dove la fantasia sostituisce la memoria.  Sua madre gli raccontava storie mentre lui bambino schiacciava la faccia a occhi chiusi sul suo lungo grembiule. Le storie e i ricami sul grembiule si confondevano nella sua testa e per tutta la vita hanno continuato a dipanare immagini. Così la fantasia come creatrice di una realtà mi porta a disfare in continuazione la tessitura della narrazione.

Ho necessità di partire per immaginare ogni racconto da una storia vera, per vera intendo realmente accaduta. Voglio che quella storia trovi riscontro in un corpo, in una voce, in un testimone. Poi a poco a poco riavvolgo il filo, la srotolo come farei con un gomitolo fino a quando la storia che ritrovo si è modificata attraverso la fantasia.

Quando ho scritto il mio primo film, Tano da Morire, avevo per le mani una storia di mafia classica, quella di un piccolo boss di quartiere, avevo letto tutti gli atti del processo, seguito la cronaca sulla sua vita, maneggiato a lungo le fotografie della sua famiglia. Ma dopo tutto questo ho abbandonato la strada che ogni traccia mi suggeriva e sono andata alla deriva. La realtà mi era servita da banchina, da attracco, per farmi navigare in acque sconosciute. Così ho fatto un musical su quella storia di mafia.

Ricordo perfettamente la prima volta che sono entrata in una sala cinematografica, avrò avuto più o meno sei anni, ero con mio padre a Milano in una grande sala di Viale Abruzzi. Era un pomeriggio estivo. Due cowboy seduti a un tavolaccio mangiavano avidamente da un piatto bianco candido dei fagioli. Quella visione meravigliosa suscitava il desiderio di partecipare e di sedermi allo stesso tavolo per mangiare con loro, la mano calda e rassicurante di mio padre non era bastata a trattenermi, volevo entrare di corsa nello schermo e andare dall’altra parte, agguantare quei fagioli.

Non era possibile, mi era stato detto. Non era possibile passare dall’altra parte dello specchio, come dice Monk nella Rosa Purpurea del Cairo: «Va’ vai a vedere com’è il mondo: quello non è cinema, è vita vera! È vita vera e qui tornerai» ma io non potevo crederci. Ma intanto l’emozione di quella visione si era stampata intatta nella memoria che comunemente viene definita a lungo termine (mentre quella a breve termine viene chiamata in modo molto significativo memoria di lavoro). Se ricordare non significa semplicemente replicare, ma ogni volta ricreare le esperienze, raccontarle secondo una nuova narrazione, diventa altrettanto fondamentale dimenticare. La necessità di dimenticare ogni volta e il richiamo della memoria sono il filo teso su cui camminare.

In questo gioco a sfuggire la memoria e in questa ossessione a non perderla, vincitore a volte è il primo, a volte la seconda. Cammino in mezzo con l’impossibile desiderio di meravigliarmi ogni volta e lo struggente attimo in cui perché succeda devo abbandonare quello che conosco. Il mio prossimo film è infatti la storia di una donna che perde la memoria. 

La grande chiglia è pronta a salpare, meglio alleggerire il carico. In mare aperto anche un solo ricordo ti fa provare il desiderio di tornare indietro mentre poche miglia più in là in mezzo al nulla potrebbe aspettarti la meraviglia.

ARTICOLO n. 21 / 2021

Credere ancora nella scrittura?

La domanda mostra (inconsapevolmente) non solo di credere nella scrittura, ma anche di subirne tuttora completamente l’ipnotica efficacia. Infatti «la scrittura» non esiste, salvo per coloro che sono stati alfabetizzati. Cerco di spiegarmi (muovendomi fatalmente in un contesto «alfabetizzato»).

La pratica espressiva originaria dei discorsi non procede per nomi, verbi, avverbi, aggettivi ecc. ecc. La sua «grammatica», per dir così, è di altra natura. Ricordo un aneddoto famoso. Aleksandr Lurija chiede a un contadino russo analfabeta (siamo negli anni ’20) in che differiscano la sega, l’accetta e il tronco dell’albero. Non differiscono affatto, è la risposta. La sega sega l’albero, l’accetta lo divide in tanti pezzi che vengono poi bruciati nel camino. In sostanza il contadino considera l’unità di senso dell’azione complessiva, profondamente intrecciata con gli abiti verbali propri della comunità di appartenenza. L’oralità, la scrittura, l’accetta isolatamente intesi per lui non esistono. Sono abiti vocali il cui significato accade e fa corpo con l’esercizio del fare legna per l’inverno.

Che cosa fa invece la scrittura alfabetica? Se chiedi «che cosa», la scrittura alfabetica è già entrata in azione ed è lei che risponde, di fatto nascondendosi allo sguardo di quel soggetto alfabetizzato dalla prima infanzia che noi siamo. Cerchiamo nondimeno di dirci che cosa fa, evitando le banalità consuete del tipo: trascrive i suoni della voce in grafemi o segni scritti (o meraviglia! E come fa a produrre questo miracolo?).

Prendiamo le mosse dall’idea di pratiche complesse in azione, come appunto andare a fare legna nel bosco: l’uomo dell’oralità primaria (come diciamo noi, lui non ha alcun motivo né possibilità di pensarsi così) svolge di fatto un’azione intelligente che si snoda in moduli operativi eminentemente finalizzati e pratici; la loro dinamica dà vita a un corpo in azione coerente con l’espressione «andare a far legna», azione articolata in altre azioni e correlativi strumenti ed espressioni (l’accetta, la sega, il ceppo ecc.).

La scrittura alfabetica non traduce affatto il tutto in tracce scritte su un supporto; piuttosto sostituisce l’antico corpo integrato operativo ed espressivo in tutt’altra pratica, in tutt’altro corpo operativo, all’interno del quale emergono appunto i segni scritti, le «vocali», le «consonanti», le «sillabe»: «cose» esistenti solo all’interno di questa pratica scrittoria. Essa analizza il cosiddetto nastro vocale, preso isolatamente in sé, secondo una logica esecutiva «musicale», propria appunto della pratica alfabetica. Vedi questo circoletto con la gambina? Bene, apri la bocca ed emetti un suono corrispondente: «aaa…». Poi nascerà col tempo la lettura silenziosa, quella di Sant’Ambrogio che suscitò lo stupore e l’ammirazione di Agostino. Come possiamo pensare che questa pratica sia sorta e che si sia imposta, per quali motivi, secondo quali sensi e ragioni progressive ho cercato di chiarire in un saggio («Phrasikleia: corpi e voci della scrittura», in Inizio, Jaca Book, Milano 2016).

Qui mi concentro sugli esiti ultimi di questo lungo processo legato al diffondersi della pratica alfabetica, nel mondo antico e poi nel medio evo e nella modernità.

La pratica scrittoria dell’alfabeto (lettera dopo lettera su una linea progressiva di punti idealmente infiniti) esibisce tratti di parole separate (ricordo che la separazione tra le parole fu un procedimento scrittorio ellenistico; prima si badava unicamente alla lettura musicale del testo, il cui senso suggeriva da sé, ancora oralmente per così dire, gli intervalli del discorso concretamente incarnato e tradotto dal lettore vocale). È così che le parole cominciano a stagliarsi singolarmente, divenendo appunto «cose-parole»: esse acquisiscono in tal modo una inedita consistenza onto-logica, divenendo segni di «cose» corrispondenti, ovvero supposte tali dal lettore alfabetizzato. Evento la cui portata non potrebbe essere più grande e profonda, poiché è all’origine di tutta la «scienza europea».

Su questa base, un uomo cominciò a interrogare i suoi concittadini analfabeti chiedendo per esempio: che cosa è «il coraggio»? Che cosa dici che sia? E l’interlocutore ovviamente rispondeva secondo la sua «logica»: coraggio è quello che fa Ettore, nell’affrontare l’invincibile Achille… No, non è questo che ti ho chiesto; non volevo che tu mi riferissi un’azione, un comportamento, una storia, un racconto (mythos); ti sto chiedendo che cosa è il coraggio, ti chiedo una «definizione» (cosa per l’interlocutore sconosciuta e inimmaginabile), non un’azione ma una nozione. Quindi una «essenza», un «concetto», una «idea»; non Eroi, Dei e Personaggi coinvolti in una vicenda. L’Occidente è in cammino.

Divenute segni di cose corrispondenti sul piano della supposta realtà in sé del «mondo» e dei suoi «enti», le parole innescano il sapere fondamentale della scienza, della episteme filosofica, fondamento dei saperi rappresentati dalle scienze particolari. Infatti Aristotele coerentemente distingue: «filosofia prima» (la «metafisica»: lo studio dell’ente in quanto tale e dell’ente in totalità) e «filosofie seconde» (le scienze o saperi particolari, a partire dalla «fisica»).

Ha osservato Heidegger: oggi la filosofia è morta. Se chiedi che cosa sono le cose, gli enti reali del mondo, da tempo non è più il filosofo che risponde; risponde lo scienziato naturalista (il fisico galileiano, il chimico, il biologo ecc.). Tuttavia, dice Heidegger, questa fine della metafisica e della filosofia tradizionale è piuttosto il suo compimento, è la realizzazione di un compito che sin dalle origini la filosofia si era dato: la conoscenza della «causa» degli enti e delle loro trasformazioni, quella conoscenza che, nel tempo, si è sviluppata grazie al lavoro delle scienze particolari. È questo lavoro che ha di fatto realizzato il fine della conoscenza filosofica, vedi appunto Aristotele; quindi la sua fine. Tutto bene allora? Adagio…

Anzitutto c’è un passaggio problematico. Se ci siamo fatti intendere, la «logica degli enti», la «mentalità logica» dell’uomo occidentale, ha la sua premessa e condizione nel diffondersi di una pratica, complessa e sempre storicamente determinata, che è la pratica nata nell’alveo del discorso alfabeticamente organizzato. Se è vero che l’uomo della cosiddetta oralità fa le cose in un certo modo tradizionale, è altrettanto vero che la pratica alfabetica ha insegnato a ragionare invece per «enti in sé», che nondimeno resterebbero impensabili, «letteralmente» inconcepibili, senza l’educazione alla scrittura e alla lettura alfabetiche e alle loro grandi conseguenze culturali e mentali. Questo fatto resta però inavvertito. La mentalità scientifica diffusa (e così quella del cosiddetto senso comune) ritiene fermamente di parlare semplicemente della «realtà», cioè di come sono fatte universalmente le cose del mondo, esseri umani compresi. La soglia della grande rivoluzione alfabetica dell’Occidente e delle relative, immense conseguenze per il tipo di vita sul pianeta restano di fatto sconosciute.

Poi c’è un secondo problema: la stessa «scrittura alfabetica» non è affatto intesa nella sua complessità storico-pratica. Ricordo il bellissimo libro di Ivan Illich, Nella vigna del testo, Cortina, Milano 1994. Ogni scrittura e, correlatamente, ogni lettura si è sviluppata come una pratica complessa, ricca di fattori contingenti e transeunti. È appunto questa serie di differenti pratiche storiche e dei loro esiti sociali a esistere, non «la scrittura». Come si leggeva alla corte di Carlo Magno, come si cantavano in chiesa le grandi e pesanti pergamene del libro sacro, come il monaco rimuginava tutto il giorno, mentre era al lavoro, le righe mandate a memoria, quando l’alfabeto era unicamente pensato come tecnica applicabile alla sola lingua latina (per il fatto che non se ne conoscevano altre applicazioni)? E poi la trasformazione delle pratiche scrittorie, innescate dall’Oriente: la carta, gli inchiostri, le colle, la copertina, l’organizzazione inedita del materiale, ovvero la grande invenzione del testo: indici, paragrafi, capitoli, sommari. Infine la decisiva rivoluzione della stampa e il suo percorso straordinario, da Venezia al mondo: vera matrice della rivoluzione della cultura moderna e delle grandi trasformazioni politiche e sociali in Europa e, un po’ alla volta, in tutto il globo.

Ecco, questa è la scrittura di cui si chiede conto nel titolo di questo scritto. Non vi è né vi fu una sola scrittura; la sua pratica si è intramata con innumerevoli innovazioni tecniche, economiche, ideologiche e sociali e non ha smesso di farlo. Quello che si ha l’impressione che perda terreno, specialmente tra i giovani, è la scrittura del testo «letterario», della «saggistica» filosofica e non solo. Avanzano inarrestabili altri intrecci, altre pratiche scrittorie, sempre più diffuse e potenti.

C’è del resto una osservazione molto semplice per convincersi della estrema attualità della scrittura alfabetica: la presenza ormai ovunque della «tastiera» (che costituisce un grande e ancora attuale problema per le scritture orientali basate sugli ideogrammi). La logica della tastiera (con la relativa presenza di messaggi e messaggini) governa sovrana l’espressione internazionale dell’uomo contemporaneo. La scrittura alfabetica non è mai stata così viva.

Da tempo immemorabile ciò che chiamiamo «scrittura» ha incarnato la soglia dell’umano. Essa era là quando si dipingevano il volto e le membra, quando si mutilavano il corpo, quando orientavano le tende, le tombe e le capanne, istoriavano le caverne, intagliavano gli strumenti e le armi, organizzavano il rito e il sacrificio, eseguivano danze festive, disegnando i labirinti del destino. Essa è ancora qua, sui nostri schermi che avvicinano e rendono presente il lontano, nella nostalgia dolorosa dell’assenza. Così la scrittura alfabetica ha conservato i pensieri dei morti, grandi e piccini, perché il corpo degli umani è da sempre un corpo «scritto». La scrittura cambia con noi. Essa custodisce una figura della verità che non è mai compiuta e il cui senso risiede sempre, enigmaticamente, in un’altra scrittura.

ARTICOLO n. 20 / 2021

Sapete chi è Tamino?

Perché il bello non è
che il tremendo al suo inizio
RAINER MARIA RILKE

La prima volta che sono entrata nel teatro Olimpico di Vicenza mi sono sentita male. Era pomeriggio, il teatro deserto e silenzioso.

Ho aperto una porticina dopo aver percorso un lungo corridoio, e di colpo, vertigini, spaesamento, lacrime. Forse la consuetudine nel frequentare i palcoscenici mi aveva tratto in inganno. Pensavo di sapere dove mi trovavo.

L’Olimpico è un monumento prima ancora di essere un teatro, e questo ne contraddice l’essenza: le scene fisse progettate dal Palladio, sontuose e inamovibili, fagocitano qualsiasi rappresentazione, diventando protagoniste esclusive della scena: il tradizionale vuoto del palcoscenico, necessario all’impianto delle scenografie, lì è già riempito. Tutt’altro che facile recitare in quel contesto. La ragione del mio mancamento non aveva tuttavia niente a che fare con il mestiere che ho svolto per tanti anni, non c’entrava nulla il timore reverenziale verso le tavole del palcoscenico.

Mi era accaduto ciò che notoriamente si racconta accadde a Stendhal, in visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze. Nel suo caso, mi si conceda l’azzardo, sentirsi sopraffatto di fronte a tali espressioni artistiche risulta alquanto scontato, se si possiede un animo sensibile. Ho visitato centinaia di luoghi da «togliere il fiato» (per il semplice fatto di vivere in Italia), e sarei in serio pericolo se mi fossi lasciata travolgere da tanta meraviglia. Ciò che mi trafigge è lo splendore inaspettato, è ciò che si nasconde dietro la porticina anonima. Mi è successo a Istanbul, scendendo gli scalini che conducevano alla cisterna Yerebatan, il meraviglioso palazzo sommerso, o lungo le rive del Gange, quando la nebbia del mattino, diradandosi, svelava lo spettacolo irreale della città di Varanasi.

Colpisce all’improvviso, come un temporale estivo, cogliendomi impreparata, perciò più vulnerabile. Ecco, sì, la vulnerabilità è la chiave di tutto. È causa dell’evento e al tempo stesso ne diviene effetto.  La crudeltà della bellezza infierisce sui più deboli, i quali soffrono e ringraziano. Mi fa male, ma sono felice, come quando massaggiando una parte dolente del corpo si prova quello strano miscuglio di dolore e sollievo…

E poi, di nuovo il nulla. L’apatia delle emozioni sopite che non vedono l’ora di essere risvegliate. Ringrazio iddio di non aver ancora perduto la capacità di farmi stupire malgrado il mio senso estetico si sia fatto sempre più esigente, e di conseguenza costantemente insoddisfatto. Le forme della bellezza sono per fortuna molteplici e talvolta ci vengono offerte, regalate, da chi ci conosce e sa dove colpire. È successo giorni fa.

Un sms: «Hai mai sentito Tamino?».

Chi mi scrive è l’amico più caro che ho e per ciò stesso so che in quel messaggio è contenuto un dono. La risposta «No» è contemporanea alla ricerca su Google, che in pochi istanti mi illumina e mi rivela chi sia questo Tamino.

Un ragazzo di appena venticinque anni, praticamente l’età di mio figlio. Nato ad Anversa (città che non conosco ma sulla quale fantasticavo da giorni, curiosa coincidenza, per via di un mio articolo sullo scultore Rembrandt Bugatti, che in quella città ha vissuto) da madre belga e padre egiziano. È molto bello Tamino, il cui nome mozartiano si deve a sua madre; possiede quello splendente e raro fascino frutto di fortunati incroci, e certamente è la sua avvenenza a colpire per prima: il viso scavato, gli zigomi alti, i grandi occhi mediorientali e tristi cerchiati da folte ciglia che paiono linee di kajal, i capelli forti di ventenne e il corpo magro ed elegante. Ma dal momento che nel messaggio mi si chiedeva se lo avessi «sentito», l’interrogativo riguardava l’udito più che la vista.

Infatti Tamino Amir Fouad è un cantante. Polistrumentista e compositore. E allora ascoltiamolo questo giovane fiammingo che canta in inglese.

È difficile, se non inutile descrivere l’udibile ma mi auguro facciate ciò che ho fatto io immediatamente dopo aver ricevuto il messaggio del mio amico Sandro, avendo l’accortezza di accedere ai video disponibili, perché è proprio dall’unione dei due sensi, vista e udito, che si produce l’incanto (anche se sarebbe meglio ascoltarlo prima di vederlo, e godersi la doppia sorpresa… da una voce così bella non si pretende un volto alla sua altezza, ci si accontenta, sapendo quanto sia poco generoso il Dio che la dispensa la bellezza, un Dio che con Tamino ha infranto le sue regole…). La voce ricorda Jeff Buckley, stessa dolenza e intensità. Stessa giovinezza prestata a un timbro adulto e profondissimo, a cui si aggiunge un’antichissima eco orientale. Comincio con Indigo Night e mi sembra di riconoscere sonorità a me care introdotte da un accordo di chitarra, semplice, lento ed essenziale che si stempera su immagini di una città ripresa dall’alto da un drone che vola su tetti e terrazze ricoperti di parabole, pochi secondi per capire che si tratta del Cairo. Poi Tamino comincia a cantare e sono sufficienti le prime note per intuire che Sandro ci ha preso. Non ho idea da dove arrivi quella voce, ma a me pare abbia attraversato continenti e spazi e tempo.

«Non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore» diceva Baudelaire. Anche io riesco a malapena a concepirla una bellezza senza malinconia, ho sempre detestato le canzoncine allegre, mi fanno tristezza. La voce di questo ragazzo è quanto di più struggente abbia mai ascoltato, è davvero difficile non farsi trascinare dal suo canto, e allora mi ci tuffo in quella malinconia e vado avanti cercandola negli altri suoi brani fino ad arrivare al più commovente di tutti: Habibi, «Amore mio». Non è a una ragazza che si riferisce il titolo, bensì al padre, che così lo chiamava quando Tamino era bambino (nulla è mai banale nei suoi testi), un padre egiziano figlio del più celebrato attore-musicista del suo paese a cui il nipote somiglia nei tratti e nel talento.

Scavando nella rete in cerca di informazioni che lo riguardano (ormai stregata dal suo incantesimo) capisco che è proprio la bellezza l’elemento che gira intorno alla famiglia Fouad, basta guardare le foto del famoso nonno (lo chiamavano «la voce del Nilo») ma soprattutto quelle del fratello minore Ramy, che ricorda l’efebico Tadzio di Morte a Venezia di Visconti, biondo, lineamenti minuti in contrasto con quelli del fratello, ma altrettanto impressionanti. E anche nel suo caso l’avvenenza non è fine a se stessa (e lo ripeto, già sarebbe sufficiente), ma si accompagna a un talento imprevedibile. Ramy, ventun anni (ventuno…) è infatti il regista dei video di suo fratello. Anche lui dotato di una maturità artistica sorprendente. Esemplare nella semplicità, e dunque nella perfezione, del video che accompagna il lamento dolente di Habibi: un impercettibile movimento di macchina che da un primo piano di Tamino dolcemente si allontana, discreto ed elegante, a piccoli passi, come se non volesse disturbare l’esecuzione della canzone…

Viene voglia di conoscerli i genitori che hanno messo al mondo tanta meraviglia, mi piacerebbe incontrare la madre, così importante nella formazione artistica dei figli. È lei che ha insegnato a suonare il pianoforte a Tamino, lei ha avuto l’intuizione, appena nato, di dargli il nome del giovane principe che combatte le forze del male con il suo flauto magico (Tamino Amir significa il principe Tamino), un nome da predestinato.

Lei che lo ha lasciato libero di andare ad Amsterdam, a soli diciassette anni, per frequentare il conservatorio. «Ero solo e non conoscevo nessuno, passavo le mie giornate in camera a scrivere canzoni» racconta Tamino nelle interviste dove non manca mai di ringraziare la madre, per «avermi fatto scoprire il mio destino».

I suoi riferimenti sono singolari per un ventenne di oggi, Leonard Cohen è un punto fermo così come i Radiohead, che il caso ha voluto mettere sulla sua strada. Di passaggio ad Anversa, il bassista della band Colin Greenwood, è andato ad ascoltarlo in un locale e ne è rimasto folgorato, tanto da voler collaborare alla registrazione di Indigo Night (ecco da dove venivano quelle sonorità a me familiari…). Avrebbe tutte le ragioni per montarsi la testa Tamino, prima fra tutte la giovane età, ma leggendo o ascoltando le sue interviste, emerge una peculiarità rara quanto la sua bellezza (o forse ne è l’origine?): l’umiltà.  Senza alcuna superbia, ma anzi con timidezza (quando scende dal palco torna a essere giovanissimo), Tamino dichiara il suo amore per la letteratura e cita Dostoevskij, Kundera, Keats come numi tutelari. Ciò che colpisce è la semplicità con cui si presenta davanti al pubblico: nessun artificio, non indossa costumi appariscenti, niente giochi di luce o trucchi scenografici. Non ne ha bisogno. Sul palco lui e la sua chitarra, tastiere e batteria lo accompagnano con discrezione. Vale la pena andare a vedere, su YouTube, il concerto dato all’Olympia di Parigi un paio di anni fa, nel quale Tamino invita il suo vecchio maestro di musica (da lui ha imparato a suonare l’Oud, il liuto mediorientale), il siriano Tarek Al Sayed, e gli rende omaggio lasciandogli la scena. L’umiltà.

Fra i tanti commenti sul concerto parigino, il più preciso è senza dubbio questo: «Painfully beautiful…».

Nell’album d’esordio, Amir, Tamino ha fortemente voluto la partecipazione dell’orchestra Nagham Zikrayat, composta da rifugiati siriani e iracheni, perché anche se è nato in Belgio e non parla una parola di arabo, sa che le sue radici affondano nella sabbia del deserto.

Non so cosa mi faccia credere con tanta certezza che la sua stella brillerà a lungo, forse l’incrollabile fiducia nel potere della bellezza (che non salverà il mondo, non lo salverà affatto) a cui mi aggrappo ingenuamente pur sapendo che gli ostacoli da superare, le trappole da aggirare, si affacceranno implacabili sul suo cammino. Il luminoso cammino di Tamino.

(L’avete mai sentito Tamino…?)

ARTICLE n. 19 / 2021

The Ghost On The Street

One evening a few months ago, I opened up Google Maps on my iPad, and entered my own address in Dublin. I wanted to explore my neighbourhood on Street View. I can’t quite remember what put me in the mood to do this, but I suppose it had to do with the pandemic. This was late January; Ireland had experienced an explosion of cases over the Christmas period, and what followed was a lockdown of unprecedented strictness and duration. The city was becalmed and silent. There was nobody out there, and nothing happening. I wanted to remind myself, I suppose, what my neighbourhood had been like before Covid, when the cafes and the bars and shops were all open, and the streets filled with people coming and going, stopping and chatting.

I dragged the icon of the little yellow man from the bottom corner of the screen, dropping him gently onto the map, in the general vicinity of my house. I found myself peering in the window of the cafe across the street from my front door. There was a man inside the door, right where they keep the sugar sachets and the plastic covers for the takeaway coffee cups. His face was pixellated, making it impossible to tell whether he was wearing a mask, but then I noticed a poster in the window advertising a «small plates» evening the cafe used to run when such things as restaurants were viable, and so I knew that this digital rendering of my neighbourhood had been recorded before the pandemic.

I clicked and dragged myself up the street, idly imagining myself a sort of disembodied time traveler from the not-very-distant future, returned to a familiar place that had been frozen in time. I looked at my house, and zoomed in on the front window, trying and failing to see into my own living room. Our car was parked out front, and I got up as close to it as I could, and was surprised to find myself taking a small, bourgeois satisfaction in seeing that it had been recently cleaned – an extremely rare occurrence for our car at the best of times – and that it had thereby avoided being immortalised by Google in its customary unwashed state.

I drifted the length of the street, down to an intersection with a much busier thoroughfare. I noted the open bars with tables outside, the food trucks, the small shops that had shut since the start of the pandemic, but which had been preserved on Street View in their former state. Then I turned around and headed back toward my house again. As I approached the corner of the terrace I live on, I saw something that made me stop in my tracks. Standing on the street, right by my front gate, were two people I had not originally noticed: a man and a woman, their heads bent toward each other in conversation. Their faces were blockily pixelated, but it was obvious from their general bearing, and from the fact that they were both holding walking sticks, that they were quite old. I recognised them immediately. The woman was Joan, who lives with her grandson a few doors up from my family and I. The man was Willy, who had lived alone in the house beside ours, until he had died about a year and a half previously.

Though I did not know Willy all that well, we spoke quite regularly, and shared a garden wall. I remember now, a little shamefully, that I often avoided him. This was not because I didn’t like him – I did like him, he was a very nice man – but because I often tended to encounter him when I had no time to talk. (As I type these words, I am conscious of a small but insistent question: when do you ever have time to talk?) He would emerge out of his front door as I was parking the car, and I would greet him somewhat distractedly as I was unstrapping my son from his child seat in the back, and even though my son was eager to get inside to his mother, and possibly already beginning to complain, Willy would come over and start to chat about one thing or another.

He was quite deaf, and so the conversation could be a little one-sided. He was also, I remember, zealously preoccupied with the question of parking on our street – with the insufficient number of spaces, and with who should and should not be taking them. There was an apartment building across the road, for instance, whose residents he felt had far less claim to on-street parking than people who lived in the houses, and he would take a grim pleasure in pointing out which of the cars belonged to those apartment dwellers. As often as not, all the parking spaces on our terrace were taken, and you would have to park far up the street and walk a few hundred yards to the house. Because of reduced mobility after his hip operation, Willy had acquired special permission from the city authorities to park on the street around the corner. He was always reminding me that if I couldn’t get a parking space outside the house, all I had to do was knock on his door and he would come out and move his car around the corner so that I could take his spot. He was very kind like that. He restated the offer many times, usually as I was getting into or out of the car, always as an opening gambit for a monologue on the topic of parking.

Though he always seemed pretty cheerful, it often struck me that he must have been quite lonely. He had never married, and had no children. When he died I went to the funeral home, where I met the nieces and nephews who were his next of kin. One of the nephews introduced me to a woman he referred to as Willy’s partner. I had lived next door to Willy for almost seven years, yet had never laid eyes on this woman, nor had he ever alluded to having a partner. Then again, why would he have. Our conversations rarely moved beyond parking.

In theory, seeing him on Google Street View should have been unsettling. It strikes me, after all, as almost a text-book definition of the uncanny, in the sense of being an encounter with the familiar made strange. It felt much closer to seeing a ghost than looking at a photograph. And yet it was not particularly unsettling. It was a strangely touching experience, in fact, whose poignancy derived, at least in part, from the thought of Willy being frozen in time in an immersive 360º model of the street he had once lived on. It was as though he were somehow still alive in there, a vivid simulacrum of what he had once been. There he was, one hand on the walking stick he had taken to using after a hip operation he’d had in the last year of his life, the other hand resting on the low wall in front of the house on the corner. There was such strange and yet simple pathos in this stasis, this state of preservation between life and death.  Despite how little I had known him, I felt something close to loss in that moment; I felt the strangeness of his once having been there, and now being gone.

In Jorge Luis Borges’s story The Aleph, the narrator encounters an impossible object in the basement of an acquaintance. The object, called the aleph, is a «small iridescent sphere of almost unbearable brilliance», is a single point in space that contains within it all other points in space, and allows the narrator to see the universe in its entirety from every conceivable angle. «The Aleph’s diameter», he writes, «was probably little more than an inch, but all space was there, actual and undiminished. Each thing (a mirror’s face, let us say) was infinite things, since I distinctly saw it from every angle of the universe. I saw the teeming sea; I saw daybreak and nightfall; I saw the multitudes of America; I saw a silvery cobweb in the center of a black pyramid; I saw a splintered labyrinth (it was London); I saw, close up, unending eyes watching themselves in me as in a mirror…» the list continues, with its combined radomness and specificity, seeming itself to offer a glimpse of the infinite.

In its banal and flimsy way, there is something about Google Street View as a technology that recalls this aspect of Borges’s aleph. It offers the prospect of the infinite, seeming to grant the viewer a kind of God’s eye view. You can be in any place, a silent and watchful presence in an immersive simulation of the world.

When I saw Willy on that corner beside my house, I started going back and forth, viewing him from various positions along the street, approaching him from different angles. When I occupied a position a little away from him, up the street or a further down, he was perfectly visible, bent in conversation with our mutual neighbour Joan, the arrangement of their bodies slightly altered according to where I happened to be viewing them from. This gave the apparition a sense of duration and movement, so that at first it put me in mind of a crude form of animation. More than this, though, the effect seemed to me to be reminiscent of tableau vivant, the popular 19th century form of entertainment whereby audiences would watch actors posed in perfect stillness inside elaborately staged scenes.

Just recently, I returned again to the same corner on Street View, to see Willy again, or his ghost. This time, I noticed an odd glitch. When I occupied a position on the street right beside them, Willy and Joan disappeared completely. They could only be viewed from a slight distance, and at an angle, a fact which somehow added to the ghostliness of their presence in this splintered labyrinth. It also seemed to me to represent, in some way I could not quite account for, the impenetrable strangeness of death. One moment he was there, leaning against a wall and talking about the sorts of things living people talk about –the weather, the news, the deplorable parking situations in their neighbourhoods – and then he was gone.

ARTICLE n. 18 / 2021

The Future is over

How capitalism will end is really clear. It’s still cool, in the entry exams for elite universities, to claim that «capitalism is the greatest system ever invented». But even the most confident voices now betray a tremor when asked if capitalism must survive.

Because climate change has placed a ticking clock into all future scenarios. If we do not get carbon emissions to net zero across the planet – and well before the official target of 2050 – the environmental and social feedback loops will destroy what’s left of the world order.

Paradoxically, during the entire history of Marxism, anti-capitalism was a non time-specific proposal. From Edouard Bernstein to Vladimir Lenin, the original thinkers of both communism and social democracy shared the belief that they had time to spare.

The social democrats thought capitalism would grow over slowly into socialism, through the state-isation of industrial control and planning, through welfare systems, and through the slow self-education of the working class.

The revolutionaries believed, as Rosa Luxembourg wrote on the eve of her murder in 1919, that «revolution is the only form of war … in which the ultimate victory can be prepared only by a series of defeats». Each defeat would wear away the illusions of the workers, diminish the middle ground between the workers and the bourgeois, and its lessons would be codified in meticulous after-action reports by the revolutionary cadres. Crisis would do the essential work of radicalisation and destruction, but its timing was beyond human control.

Climate change short-circuits the calculations of both the revolutionaries and reformists. The future of humanity revolves around the single question: can industrial capitalism – which has been for 250 years the ultimate «complex adaptive system» – adapt quickly enough to deliver a circular economy, stabilise the biosphere, and stop burning carbon?

I think it could – in theory. The state would need to take command of energy production, re-engineer housing and transport systems, indeed the entire geography of the modern city, and manage all industries based on individualised fossil fuel consumption – from the oil industry to the automobile industry – towards extinction.

The costs would be enormous. The 2008 crisis hiked global debt-to-GDP levels to 320% of GDP. The Covid crisis of 2021 has hiked them some more. But capitalism is already living in the oxygen tent of central bank money creation and unpayable debt – so it is conceivable that part of the policy elite might accept the need to hike debts, deficits, borrowing and spending even higher, in pursuit of the zero net carbon goal.

However, in practice it is not likely that capitalism saves the world. Because in every major country, policy has become captured by the short-term self-interest of existing capitalists: not just the oil and energy giants but the airlines, the plastic dumpers, the forest destroyers and the property developers – all of whose interests run counter to the rapid flattening of carbon output on this planet.

Unfortunately, in addition, the aging populations of the democratic world have grown to love carbon and the lifestyle of wasteful consumption: to date, in the states that matter, the elderly have mobilised against the interests of the planet and the people who will still be alive on it in 2050.

As social democracy shrivels, all that its leading intellectuals offer is the prospect of «decent jobs» or the «dignity of work» – without considering for a single moment the transition beyond compulsory work, and work-based lifestyles, that must happen if the planet’s climate is to be stabilised.

So the transition we must envisage is threefold: beyond carbon, beyond the market and beyond work.

To achieve zero net carbon the state must allocate and own resources. To transition beyond the market, the commons must be massively expanded. Leisure time must grow into the space created by the rapid automation of work.

If we can be honest about this vision, we will not find it alien to the radical tradition. I am not only talking about Charles Fourier and his phalansteries, or the brief flurry of freedom that took place during the Paris Commune. Even as late as the Belle Époque human culture was capable of encapsulating our dreams of a low-work, sustainable future – albeit only in the science fiction of socialists like Alexander Bogdanov and William Morris, or in the aestheticism of the Bloomsbury Group.

However, there is nothing belle about the époque we’re living through. The dangers are all too clear. Climate change, the economic dysfunction of neoliberalism, the breakdown of the rules based international order, and the emergence of massive power asymmetries between tech corporations and people: each has combined to create a «general crisis of capitalism», similar to the «general crisis of feudalism» which opened up in the late 14th century after the Black Death. The onset of Covid-19, the latest but not most devastating of the zoonotic viruses to cross from our devastated forests into our slum-ridden global cities, simply tells us that capitalism is reaching the limits of its compatibility with the earth’s biosphere.

So the next 20 years look like a funnel, through which all the geopolitical tensions will get channelled, speeding up the flow of the general crisis while creating turbulence and unpredictability within it.

We should expect classic moments of «overdetermination» – in which crises break out that are so clearly multicausal that the existing system has no solution. As I write, with Russian troops massing at the Ukrainian border, and closing off parts of the Black Sea, it is hard even now to say what Putin actually wants: is it water for Crimea from the River Dnieper, or to provide a sideshow while he kills Alexei Navalny, or simply to feel better as he completes his morning swim. Most future crises will feel like this – a mixture of climate, economics, nationalism and mercurial egotism.

No backward-looking ideology will survive a crisis on the scale I expect for the western world in the next 20 years: not liberalism, not social democracy, not the Leninist re-enactment industry, not even the new Green technocratic centrism that is filling the political void in northern Europe.

Because the political threat we face is new. An oligarchic conservatism has appeared which regards democracy as decorative, the central bank as a machine for driving asset values upwards, and the state as a conveyor belt of profits to the owners of now-privatised public services.

If you need convincing, look at Britain during the Covid-19 epidemic, where some $11 billion worth of contracts were given, without adequate competition, to companies aligned to Conservative ministers, many with no track record of providing the goods and services suddenly needed.

Like all elites, oligarchic conservatism needs a mob to support it, and what feeds that mob is the racism, xenophobia, misogyny and exultant lying that have become routine political practice for Britain’s Tories, Italy’s Lega and Fratelli, the US Republicans and the Spanish Partido Popular.

From Matteo Salvini with his Pivert-branded hoodie, to Trump with his blatant appeals to the Proud Boys, the oligarchic right is giving open signals to its violent racist base. For now, they operate in synergy. The oligarchs create a space for the fascists to operate within, the fascists stay away from political power, content to wield power through the YouTube algorithm and the anti-migrant riot.

The right wing populist parties were once touted as a firewall, to contain racist sentiments within respectable political formations, preventing the revival of fascism. But today the firewall is on fire.

In the future, if the oligarchs fail, the fascists stand ready to implement the ultimate nightmare of the 21st century: a climate-inspired global ethnic civil war. This project is the sole subject of the Tolkien-length books the elderly «new right» theorists churn out, from Carvalho to Faye to Dugin to Linkola.

In the face of these new threats, and the urgency of climate change, both liberalism and the left look lost. Each has become a form of nostalgia – for the Blair/Clinton/Schroder world or for the industrial struggles of the 1970s.

It seems lost on many progressive people that, as the Nobel laureate Ilya Prigogine insisted, historical time is an arrow: it moves forward, creating complexity out of simplicity, through irreversible processes.

The end of history delusion may have died on 9/11 – and should certainly be dead and buried after the Capitol Hill riots. But the most pernicious legacy of the neoliberal ideology is the technocratic delusion of reversibility: that if we create a problem there must be a bureaucratic or market solution that allows us to reverse out of it.

There is not. The only way to escape climate change is to move forward – with a radical and immediate upheaval in the way we live. The only way to escape the new great game of power politics between Russia, China, Europe and the USA is to spread revolutionary democracy to all states governed by oligarchic elites. The only way to end the stranglehold of Google, Amazon, Facebook and Alibaba is to break them up and start the Internet again, with intellectual property destroyed as a concept. There is no possibility of «reversing out» of these crises as one would a parking space.

The sociological material for such a revolutionary change is at hand. It is no longer simply the «proletariat» – though it exists in vast numbers across Asia and the global south. It is, as Brecht suggests in the final scene of his movie Kuhle Wampe, «those who don’t like the world as it is». The network has given us the means to communicate and a new model of organisation. Rising education and access to information have created the most educated generation in the history of the world.

The philosopher Alisdair MacIntyre, when he was still a Marxist, wrote that capitalism represses the human potential so fully that we never really know how close we are to a great advance. Yet in the mass movements – the revolts in Belarus, Myanmar, the Indian farmers movement, #BlackLivesMatter and #MeToo – we can feel how close we might be.

In the space of 50 years Western culture has exploded with the voices and dreams of women, ethnic minorities, LGBTQ+ people and those from the most marginalised working class. The communard Louise Michel dreamed that «the poetry of the unknown» would one day be heard: today it is heard loudly.

So we are closer than we think. The tasks can be enumerated briefly. Defeat the new fascism with an alliance of the centre and the left, as in France in 1936. Radically expand democracy. Commit all democratic countries to rapid decarbonization plans. Unleash the soft power of these renewed democracies towards the aim of democratising Russia, India and China.

What should be the name for such a project? Postcapitalism would be the one-word summary. A more explanatory term might be the one adopted by the exiled reformists of Germany after their defeat by Hitler in 1933: revolutionary social-democracy.

ARTICOLO n. 17 / 2021

Cos’è la libertà per un giornalista?

Adesso fanno tutti finta di niente. Il procuratore aggiunto dice che l’indagine lui l’ha trovata già bella e fatta quando è arrivato a Trapani e non sapeva nulla. Il pm che ha disposto le intercettazioni non c’è più, un altro è laggiù, nel Perù. Il sostituto dopo di lui confessa che questo faldone gli è cascato addosso e non sapeva bene che pesci prendere. I giornalisti di casa in Procura corrono ai ripari: ma vedete che la Procura di Trapani fa anche le inchieste a favore dei migranti, scrivono. Come se fosse una questione politica, di pro e contro, e non ci fosse in ballo qualcosa di più grande e importante.

Si è scoperto, grazie alle rivelazioni del quotidiano Domani, che una serie di giornalisti sono stati intercettati dalla Procura di Trapani durante un’inchiesta sul ruolo delle navi delle Ong, le Organizzazioni Non Governative, nel salvataggio di naufraghi nel mar Mediterraneo. La tesi della Procura, in un’indagine che va avanti da anni, che, per sì e per no, ha tenuto sotto sequestro una nave da soccorso, la Iuventa (bloccata dal 2017 al 2020, e che prima di allora aveva salvato 14.000 persone nelle varie missioni) è che non si tratti di veri e propri salvataggi, ma di «clandestini» presi in consegna dalle navi delle Ong, con un accordo con le autorità libiche, e poi portati in Italia. Sulla base di questa congettura, la Procura ha disposto intercettazioni a tappeto, tra le cui maglie sono finiti anche diversi giornalisti che da tempo si occupano del tema dei migranti, degli accordi Italia-Libia, di ciò che accade nel Mediterraneo. Sono stati ascoltati, mentre parlavano con delle fonti, ascoltavano dei testimoni. E non sono stati ascoltati per sbaglio: le loro telefonate sono state trascritte, stampate, depositate agli atti dell’inchiesta.

La vicenda in Italia ha suscitato i soliti tre minuti di sdegno. Poi si è passato a parlare d’altro. Ma a livello internazionale l’eco è stata ben diversa. Agli occhi di un osservatore esterno, infatti, è inconcepibile che un giornalista venga intercettato mentre compie il suo lavoro, parla con delle fonti (che per legge sono tutelate dal segreto), e che queste conversazioni vengano addirittura trascritte e conservate.

Negli stessi giorni, in Grecia, un giornalista di inchiesta, Giorgos Karaivaz, è stato ucciso davanti alla propria abitazione ad Atene. Anche in quel caso se ne è parlato poco, quasi fosse la cosa più normale del mondo.

Ma i giornalisti sono liberi? Liberi davvero?
Me lo chiedono spesso. Quando capitano vicende come queste (che sono più frequenti di quanto si possa immaginare), o quando si parla di querele pretestuose, mega richieste di risarcimento danni al solo scopo intimidatorio, possibilità di carcere per i giornalisti.

Io ho risolto a modo mio il problema della libertà.

Sconto la mia pena di giornalista vivendo.

Quest’anno io e mia moglie festeggiamo dieci anni di matrimonio. Nozze di plastica, le dico, prendendola in giro. Allora come oggi, posso dire di essere molto innamorato di lei. Un amore da quarantenne, senza furori giovanili, placido ma profondo. La conosco da quando eravamo ragazzini. Per me fu un vero e proprio colpo di fulmine, lei ci arrivò con i suoi tempi, appena quindici anni dopo (la goccia scava la roccia, spiego ai nostri figli, oggi, fiero). Quando uscivamo insieme, in quella nostra friendzone (io innamoratissimo, lei nel ruolo atroce di migliore amica), al mio ritorno a casa, prendevo un calendario da tavolo che custodivo, piegato nel cassetto della mia scrivania, e annotavo accanto alla data, con un pennarello, il tempo passato insieme. Quattro ore un intero pomeriggio di un sabato, viva. Oppure solo mezz’ora la domenica perché avevamo litigato (era un rapporto tempestoso già nella sua fase primigenia). E via dicendo. Ogni mese sommavo tutti i minuti e le ore e tiravo una somma. Vivevo così la mia storia d’amore unilaterale.

La stessa cosa oggi potrei fare con i carabinieri. O con i finanzieri, i poliziotti, gli ufficiali di polizia giudiziaria, i messi notificatori. Annotare in un calendarietto tutto il tempo passato con loro. Tre ore un pomeriggio per un interrogatorio, appena mezz’ora un altro giorno per una notifica.

Dovrei scrivere e appuntare tutte le ore e i minuti passati in una caserma umida a guardare un appuntato che scrive le mie generalità dopo che mi ha appena notificato una querela, l’attesa per la copia che l’unica stampante (sempre in fondo al corridoio) non fornisce perché manca il toner/la carta/la sta usando un collega. Il tempo trascorso nel pancaccio di una Procura prima di essere interrogato da un pm per i gravi crimini per i quali sono indagato, dalla diffamazione al procurato allarme. L’attesa di ore con decine di giovani immigrati in una stanza affollata di un commissariato, loro per rinnovare il permesso di soggiorno, io per essere interrogato su un articolo ritenuto lesivo della dignità / privacy di una persona.  E poi le attese in aula per i processi, l’udienza segnata alle nove e chiamata alle tredici, i viaggi in macchina con il mio avvocato per i tribunali lontani di Caltanissetta/Barcellona Pozzo di Gotto/Lamezia Terme. Le notti insonni a ragionare su una richiesta di risarcimento danni da 50mila / 100mila / 500mila euro.

Ecco, se io scrivessi in un calendario le ore e i minuti passate così, solo perché cerco di fare bene e liberamente il mio mestiere, ne verrebbero fuori dei giorni, questi giorni sommati farebbero anni ed è come scontare una pena a piccoli sorsi, una galera ambulante, una privazione della libertà a intermittenza.

E non conto, perché mi piace pensarle come pene accessorie, le telefonate le chiamate in disparte, i cazziatoni di questo o del politico, le pubbliche accuse nei comizi dei politici, le lettere minatorie e la gente che ti leva il saluto. Un venerdì pomeriggio, di poco tempo fa, ad esempio, due ore della mia libertà perse per un appuntamento con il sindaco neoeletto che mi convoca al comune, mi fa ricevere da sua moglie, e sua moglie mi dice tra le altre cose: «Noi non ci rimaniamo male per le cose che scrivi, i nostri amici sì».

(Mi sembra di tradire mia moglie quando mi capitano queste cose qui, è un tempo che potrei dedicare a lei. E invece.)

La vicenda più singolare. Quella volta che dai microfoni della radio dove lavoro, RMC101, a Marsala, lanciai un’operazione dal titolo «Foto di scambio». Si votava per le elezioni amministrative in città, era il 2012, e in tanti entravano in cabina elettorale con il cellulare, per fotografare la scheda votata e avere magari la ricompensa promessa, senza che i presidenti di sezione dicessero alcunché per fare rispettare la legge. E avevo fatto anche l’esempio, perché accadeva nella mia sezione, invitando i cittadini a segnalare tutte le sezioni dove la pratica di ingresso in cabina con il cellulare in mano era consentita.  E mesi dopo mi arriva un decreto di citazione diretta a giudizio, e scopro che proprio il presidente della mia sezione mi ha denunciato, addirittura per «voto di scambio». Denunciato per il reato che io stesso ho raccontato. E sono stati interrogati tutti: gli scrutatori, il segretario, i rappresentanti di lista. Ricordo ancora il passaggio di una testimonianza di una persona informata dei fatti in un fascicolo che era di oltre cento pagine: «Non conosco Di Girolamo» mette a verbale la scrutatrice «ma ricordo di aver sentito distintamente un clic provenire da una cabina elettorale».

Io non so se sono un giornalista libero – e forse chissà, la libertà ha il suono di un clic. Cerco di esserlo, ma è difficile. Anche perché tante cose accadono, che minano alla base la libertà di chi fa informazione, a cominciare dai compensi. L’ho denunciato tempo fa in un mio libro, la situazione da allora è solo peggiorata: ci sono giornali nazionali che pagano un articolo tre euro, cinque, dieci se c’è la foto. Ci sono richieste di risarcimento danni che ti seppelliscono e che devi affrontare da solo. Ci sono spalle voltate e amicizie che si interrompono. Molti giornalisti che conosco vivono di sponsorizzazioni più o meno occulte, scrivono a gettone, fanno razzia di uffici di stampa di parlamentari come di sagre, pur di campare.

Tutto ciò non fa altro, poi, che alimentare un meccanismo perverso, che vede oggi la professione del giornalista come la più vituperata. Peggio degli avvocati, per dire. Ogni cosa che dico e che scrivo è soggetta al vaglio di persone che si sentono in dovere di dire pubblicamente che non capisco nulla / dico falsità / sono un cretino. O gente che ti minaccia, senza neanche tanto pudore. «Prima o poi ti veniamo a prendere a casa» è un messaggio che ho ricevuto non molto tempo fa.

Lo strumento delle querele, poi, è mostruoso perché anche se chi querela un giornalista ha la certezza di perdere la causa, si utilizzano lo stesso a scopo intimidatorio. E finché c’è un sistema che consente di non pagare nulla a chi fa esposti o denunce ai giornalisti, ogni dibattito sulla libertà dei giornalisti sarà stucchevole.

E sotto un tappo – sì, un tappo – di giornalisti griffati e telegenici, di grandi firme e punzecchianti penne, c’è tutto un amalgama di poveri cristi che cercano di fare bene il solo che mestiere che sanno fare, come me, e che sanno che la libertà se la devono conquistare ogni giorno. E che sono vittime del grande cancro di chi fa informazione oggi: l’autocensura.

Non scrivo perché perdo l’inserzionista.

Non scrivo perché faccio arrabbiare il ministro.

Non scrivo perché risulto antipatico, anche.

Non scrivo perché faccio arrabbiare mia suocera, che poi si lamenta con mia moglie, e li sento i loro discorsi nel tinello dopo i pranzi domenicali. Ma perché non la finisce, ma non lo sai che è così, ma tu non gli parli, ma che gli parlo a fare … (poi mia moglie una volta ha detto una cosa bellissima, anzi, l’ha incisa, è in un podcast che ho pubblicato da poco, e c’è lei che fa capolino e risponde a chi le fa la solita domanda su di me: io una volta glielo dicevo di piantarla, di cambiare mestiere, poi ho capito che lui è felice e che non può fare questo mestiere in altro modo, e allora va bene così).

Se ci fosse davvero, un minimo di ragionamento, su giornalisti e libertà, questo riguarderebbe non tanto e non solo le intercettazioni selvagge della Procura di Trapani, ma altre vicende. Come quella di Antonello Montante. È stato leader di Confindustria Sicilia, alfiere dell’antimafia. Aveva in mano il Ministero degli Interni, agenzie governative, la Dia. Si è poi scoperto che eravamo di fronte a un’impostura. Montante è stato condannato a 14 anni con l’accusa di avere creato una rete di talpe che lo informava delle indagini a suo carico. E adesso è indagato anche per associazione a delinquere, corruzione, abuso d’ufficio e finanziamento illecito ai partiti.  Nella sua rete c’erano diversi giornalisti, che scrivevano sotto dettatura e compenso. Un piccolo esercito di stampa amica pronta a coccolarlo alla bisogna, disseminando le tossine della disinformazione per alimentare la grande impostura della sua «svolta legalitaria», fare inchieste farlocche su personaggi non graditi a  Montante o esaltare le sue gesta.

Che cos’è allora la libertà per una categoria che ha già ceduto nel tempo pezzi di libertà, quando ha scelto di fare il cane da compagnia del potere, anziché il cane da guardia della democrazia, quando ha cavalcato le veline delle procure, masticando vite, quando si è piegata ai desiderata degli inserzionisti?

Oggi il giornalista nell’epoca della d’intermediazione è il mestiere meno calcolato e difeso, e quindi siamo carne da macello, anche per le procure, non sapete quante volte vengo interrogato per rivelare la fonte di un articolo, e ogni volta che mi oppongo c’è quasi l’offesa, la minaccia di un «aprire un fascicolo».

Non c’è più neanche il museo del giornalismo. Si chiamava «Newseum», orribile crasi, e aveva sede a Washington. Leggo che il pezzo più venduto nel suo bookshop era una maglietta con la frase: «La libertà di parola non è una licenza per dire cose stupide». C’era il memoriale con le foto di 2.344 giornalisti morti in prima linea, uccisi dalla mafia, come dai narcos o dalle dittature.

Lo hanno chiuso perché, semplicemente, non ci andava nessuno.

Eppure la libertà di stampa è stata una conquista. E pure recente.  Con prezzi altissimi.  Ci siamo illusi che la rete avrebbe ampliato la circolazione di idee e di notizie senza più alcun vincolo di spazio, superando regimi e censure. Oggi sappiamo che non è così.  Anzi, viviamo una fase di manipolazione delle notizie e delle fonti, la richiesta ossessiva di risposte semplici a problemi che invece sono complessi, con un linguaggio che si impoverisce e un profluvio quotidiano di false notizie.

Io non ci voglio finire in un museo.

E se alla fine sono libero, la mia libertà è poter lavorare di sottrazione, resistere al tempo perso e ai saluti mancati e alle ingiurie, trovare una nicchia, un punto originario dove tutto questo non ti avvolge.

E allora quando arrivo a casa, stremato, la sera, gonfio di qualche umiliazione, con un mare di cose che vorrei urlare, appena cazziato da un pm, o sotto il colpo d’ascia di un’ennesima querela, do un bacio a mia moglie, penso alla bellezza del nostro stare insieme, cerco anche di dare un bacio ai miei figli sfuggenti, ma non importa. Basta guardarli negli occhi. Sostengo il loro sguardo. Non ho nulla da vergognarmi. Sono libero.

ARTICOLO n. 16 / 2021

Il corpo è politico?

La prima volta che ho letto la parola «troia» abbinata al mio nome ero in terza media e fumavo una delle mie prime, stupide sigarette nascosta dietro al muro della palestra, quello pieno di scritte fatte con il pennarello.

Noi ragazze andavamo ogni giorno a controllare che nessuno ci avesse lasciato messaggi d’amore o di ingiuria, in un misto di ansia ed eccitazione che finiva quasi sempre in una repentina disillusione: i temi più gettonati erano la Fiorentina o i professori. Le poche ragazze citate erano sempre le stesse, bellissime, che facevano palpitare i miei compagni ma che non erano minimamente interessate al primo, goffo, approccio al sesso prepuberale.

Quel giorno – era verso la fine della scuola, prima degli esami – vidi il mio cognome, con una bellissima grafia, scritto con un pennarello rosso a punta morbida: «Vagnoli troia». Tutto in stampatello, senza pretese di grandezza – era una scritta piuttosto piccola, ma terribilmente potente nel suo significato.

Non capii come fosse giusto reagire. Una parte di me voleva essere considerata una brava persona senza epitaffi di questo tipo, su quella che a tutti gli effetti era la più grande bacheca a nostra disposizione prima dell’avvento del digitale. Ma qualcosa dentro di me scalpitava.

Non ho mai saputo chiamarlo per nome, quel sentimento di rivalsa che ti esplode dentro quando ti danno della troia: è qualcosa che parte da dentro e risponde al vecchio adagio che fa più o meno «ora ti faccio vedere io di cosa sono capace». Anni dopo, davanti a quel plotone di esecuzione (semicit.) che fu la mia prima shitstorm sui social media, in cui ricevetti tantissime volte tutte insieme la parola troia riferita al mio corpo e alla mia persona, mi sarei ricordata di quel giorno davanti al muro della scuola, arrivando a capire la stretta connessione che intercorre tra il corpo e la morale patriarcale che divide le donne e chi si identifica nel genere femminile in sante e, appunto, puttane. Contribuendo a eliminare le seconde dai giochi di potere e dal tavolo della discussione.

Troia è infatti uno slur sessista.

Per slur intendiamo una parola che nel corso del tempo acquisisce un significato ghettizzante e che si riferisce ad un preciso target e a una determinata categoria marginalizzata. Avremo dunque slur omofobi, razzisti, transfobici, abilisti e, in questo caso, sessisti. Si distinguono dai normali insulti proprio per il loro indirizzo collettivo.

Il potere degli slur è ovviamente quello di veicolare un’emozione negativa.

Gli slur sessisti sono principalmente variazioni peggiorative del termine «prostituta» e non pensiamo che siano poche le parole in esame: Edgar Radtke nel 1980 sintetizzò che all’epoca esistevano ben 645 epiteti corrispondenti alla parola «puttana», quindi avoglia a depotenziarle tutte.

Il punto focale di questa interconnessione tra parola e significante è però un altro, quello del valore morale che si porta dietro e della norma da cui nasce. Perché ogni donna ha ben presente cosa succede quando qualcuno le rivolge la parola troia contro, come se fosse un proiettile: ci si sente immobili, nude, private di un valore che non capiamo bene da dove arrivi.

Ma come si diventa, per il mondo tangibile, delle troie?

Semplicissimo: fottendo la norma che si accosta allo stereotipo.

Per prassi secolare, infatti, per essere sante bisogna corrispondere a un modello ben preciso, edulcorato, educato, che occupi poco spazio e sia riverente e devoto.

Questo accade perché le regole che disciplinano gli stereotipi individuano una sottomissione eterna al male-gaze («sguardo maschile») del genere femminile, che deve ricevere una precisa educazione basata proprio sulle qualità sociali che ci si aspetterebbe da una donna.

Perciò viene da sé che le qualità che si accostano agli stereotipi di genere debbano essere preservate.

Esemplare in questo senso è il lavoro di Elena Gianini Belotti che nel suo Dalla parte delle bambine del 1973 estrapola proprio questi meccanismi –consci o replicati in maniera autonoma ed involontaria, che si applicano nella crescita delle figlie femmine.

Il procedimento di stereotipizzazione, come spiega Belotti, non si ferma nell’infanzia ma prosegue durante tutto il corso della nostra vita e implica che in ogni momento, chiunque tradisca queste norme, verrà punito fino al proprio pentimento (in questo caso abbiamo come perfetto exemplum, fino alla rilettura in chiave storica della sua figura alla fine degli anni ’60, Maria Maddalena che da prostituta si redime e abbraccia la Fede diventando così icona della redenzione).

È qui che dunque si incastra la forma mentis della troia: una persona che tradisce – ecco che abbiamo il famoso senso morale: il tradimento è onta di virtù e permane nella sfera delle emozioni –; una regola fissa tramite la sovversione del suo proprio corpo – ecco qui la dimensione terrena – alla legge patriarcale.

Le dimostrazioni in cui questo accade sono molteplici, ma hanno tutte un comune denominatore: l’autodeterminazione.

Si può infatti chiamare troia una persona con una gonna troppo corta, una sex worker, chi ha partner occasionali o chi esplora il sesso nella vita pratica o semplicemente nella teoria (aiutatemi a dire «sex columnist»). Ma anche chi si discosta dal senso comune, chi flirta per prima, chi apre le gambe per piacere e non si chiama Bocca di Rosa: insomma, se lo scegli sei nella sfera del dolo, non della colpa.

Questo perché la prassi millenaria vuole che il sesso per la donna sia passività, un mezzo con cui dare e mai ricevere. Quest’ottica di accessorietà rispecchia perfettamente il ruolo sociale che il genere femminile ha nel mondo e la sua invisibilità (formidabile in questo senso il lavoro di Criado-Perez, Invisibili) che passa soprattutto dalla conoscenza del proprio corpo e dal suo utilizzo come strumento politico.

Già, ma perché chiamiamo il corpo femminile un corpo politico?

Un corpo è politico quando si fa carico di messaggi, riappropriazioni e rivoluzioni in una società che ne vuole il controllo, etico e pratico, sviluppando leggi che ne limitino la libertà, ignorandolo a livello rappresentativo e cancellandolo quando non rispecchi l’assoggettamento a cui dovrebbe sottostare.

In questo caso, la riappropriazione del nudo, della sensualità, della malizia, della pornografia e del sex work vanno a trasgredire le standardizzazioni patriarcali creando una narrazione diretta e non più secondaria, annullando il male-gaze di cui sopra e ponendosi come SOGGETTI del desiderio, ribaltando il paradigma che Karley Sciortino sintetizza come «presumibile predatorietà della sessualità maschile» in contrapposizione alla «presumibile passività di quella femminile» (Karley Sciortino, Generazione Slut).

La ridefinizione dei ruoli sessuali in ottica sex positive e postpornografica ha avuto origine nelle sex wars di fine anni ’80 in cui il movimento femminista ebbe una scissione: da una parte le radicali (e puttanofobiche) capitanate da Dworkin e MacKinnon e dall’altra il movimento sex positive che rivendicava una nuova libertà di fare del sesso mettendo al centro il corpo e la persona, non il desiderio maschile e le regole imposte dal binarismo di genere.

La riappropriazione del nudo, delle pratiche come il BDSM e dell’industria del porno si inserivano in un nuovo modo di narrare l’educazione sessuale ed i corpi, cercando di distruggere il tabù legato al corpo femminile.

Su questo, cito il lavoro di Annie Sprinkle che, nella sua performance del 1990 intitolata Public cervix announcement, inseriva uno speculum in vagina ed invitava gli spettatori ad osservare la sua cervice: fu rivoluzionario e provocatorio, mostrava cosa si nascondesse dietro a ciò che tutti vogliono ma non vedono mai, perché nel porno mainstream il corpo femminile è tutto tranne che umanizzato.

Rimettendo al centro la scelta della singola persona e l’autodeterminazione dei corpi si procede quindi a una liberazione sia in termini etici depotenziando gli slur che vengono usati nei confronti di chi non sottostà alla fruibilità fallocentrica che diventa dunque ininfluente; sia in termini prettamente economici con la creazione di nuove industrie del porno etico, sex work de-stigmatizzato, maggior consapevolezza e sicurezza e creazione di un’alternativa lavorativa per chi fa o vuole fare sex work.

Con il boom dei social media, la capacità di rappresentazione del singolo, della sensualità e anche del sex work è aumentata esponenzialmente.

Il dibattito sul corpo nella immediata contemporaneità è ai massimi storici e include ogni tipo di corpo: con disabilità, grasso, non binario, non bianco.

Insomma, la discussione sembra essere di nuovo centrale in materia di femminismo intersezionale tanto da essere finita in kermesse sanremese in una Rai boomer e assolutamente non pronta a certe discussioni.

La frase di un brano in gara, che si domandava cosa c’entrasse twerkare con la lotta contro il patriarcato, ha scatenato nella bolla social un boato piuttosto unanime di critiche che sottolineavano come il corpo sia invece centrale nella ridiscussione delle regole preimposte. Nonostante il passaggio si riferisse all’idolatria, è stato comunque indicativo vedere l’onda di rivendicazione che ne è scaturita, dando un chiaro metro di paragone di quanto il corpo e la sua libera espressione siano argomenti essenziali e reputati intoccabili, soprattutto dalla GenZ.

Faccio un altro esempio. Ha scatenato un dibattito di proporzioni mai viste prima anche una puntata del programma RAI  sempre lei! – Detto Fatto, andata in onda il 25 novembre scorso, che suggeriva un tutorial su come fare la spesa «in modo seducente». Ovvero: su come essere prede perfette e sensuali tra gli scaffali di un supermercato.

È impossibile, ormai, che un caso del genere passi inosservato.

Perché è ai massimi storici la distruzione del sapere precostituito su ciò che un corpo femminile dovrebbe fare. E a essere investiti sono proprio i canali di diffusione mainstream che sembrano ancora non aver compreso la velocità di un movimento che sta distruggendo a colpi di culo politico tutto ciò che ci ha sempre ingabbiate, dentro a scatole da noi mai scelte bensì subite.

In battuta finale, nei progetti per il futuro, io mi figuro una rivoluzione del linguaggio che coincida nella riappropriazione del termine che ha dato vita a questa mia riflessione, il termine «troia».

Rivendicarne la maternità diventa infatti un modo sublime per depotenziare lo slur sessista per antonomasia e che ancora oggi ha il potere di escluderci dai giochi e rimetterci in un angolo, declassando chi mostra il proprio corpo ad un essere politico di serie B.

Nel 2018 la struttura della mia scuola media è stata demolita per essere poi ricostruita, con nuove forme e spazi più ampi e finalmente liberi dall’amianto.

Il muro davanti al quale per la prima volta mi sono sentita donna, nuda, fragile è stato fatto a brandelli e con lui ogni scritta, ogni onta, ogni ricordo.

Questo, a mio avviso, dobbiamo fare con la parola troia: buttarla giù, farla a pezzi, ricostruirla e farla nostra per poi poterla vedere finalmente per quello che è: una parola senza più alcun potere.

ARTICOLO n. 15 / 2021

Lo Stato in luogo

Se lo Stato fosse cosa avrebbe molta più decenza. Ma l’oggetto inanimato si è piegato a quel volere, si è lasciato intrappolare nei dintorni del controllo rimarcando il fallimento della specie. Il problema è che lo Stato si accavalla con gli averi, è tutto Suo, ogni bene gli appartiene, passa il tempo a cimentarsi in quel che mai conviene: l’inventario privo d’invenzione.  Non c’è nulla svincolato da ciò che lo governa. Lo Stato è il participio di ciò che non è più, e quello vero, quello con la scure in mano, non solo combacia con le cose, ma le amministra, se le prende, le frammenta a dismisura e le dispone a piacimento. Con errori che fanno barcollare: proibire a certi e ad altri no, decidere chi arriva e chi rimane, condannare il difforme, tutto è nelle pieghe di un ragionamento che aggroviglia su lui stesso. Lui è qualunque essere umano che non riuscendo a sviluppare l’Io, si è affannato a diventare lui per chi lo rifocilla, senza l’altro non lo fa, ogni lui è legittimo solamente se visto dall’esterno, non esiste un lui che pensa a sé in terza persona, nessuno si dà del lui da solo. Lui è chi si flette alle disposizioni dello Stare, perché lo Stato prima di ordinare Sta, è lo stesso delle epoche remote, non si è mosso, lo Stato in luogo rappresenta il complemento del potere perché si sedimenta dov’è già, non avanza né indietreggia, solido e imponente stabilisce che chi Sta dirige e chi non Sta sopporta. Se il sistema arreca il danno è tardi per capirlo, non esiste un periodo in cui l’umanità fosse felice. È l’inutile bisogno di chi è vivo, sentirsi pronto per il cambiamento, ma il passato cancella l’utopia. Lo Stato sta alle cose perché sopra già ci sta. Diventiamo persone quando ci ammaliamo, lì si risveglia l’interesse per la stirpe, ci si accorge all’improvviso che chi sta perisce, e chi non stava prende il posto di chi sta, una partita a scacchi dove lo Stato muove entrambi, il bianco, perché lo Stato è sempre stato bianco, e il nero perché chi non è Stato per lo Stato è nero. La legge razziale senza fare un passo, la discriminazione più feroce che passa inosservata: chi Sta distribuisce e il nero si accontenta. Il governante determina, e l’elettore concretizza, la disparità al timone, lo statuto della razza che si fonda sul comando. Tutte le prevaricazioni successive sono il corollario dell’ingiustizia originale: chi non Sta non può decidere e, se fa quel che non deve, c’è la legge a imperversare col bastone e la carota. Prima il bastone però, così la carota trova il percorso già battuto. E quando rimane solo il corpo, sul quale non c’è tassa da pagare, non è stata introdotta la detrazione di esistenza, io non verso nulla per la mia venuta, sono nato a spese mie, l’unica cosa da pagare è donata dal destino. Appena concepito pago tutto, esclusa la mia costituzione, quella è offerta dal ministero del tesoro. Sul corpo vorrei disporre io, è il mio modo di Stare, non mi soffermo sul bene o sul male, si sta, in principio si è, poi subentra il sentimento, ma se non si riesce neanche a essere, lo Stato d’animo rimane tutto Suo. Nel momento storico della fasulla tutela delle minoranze, mi sento opposizione non tutelata, io che non voto e diffido dell’ordine confezionato, non vengo protetto, si autorizzano leggi che non condivido, eppure non c’è accenno al mio scetticismo. Quale riluttanza più indifesa di quella che non crede nell’intimazione? Tuttavia non c’è sostegno nei confronti di chi non riconosce il fine dell’egemonia. Sono pochi, sicuramente meno rispetto agli sfruttati, agli stranieri, ai bambini maltrattati, alle donne vilipese, ai disabili, agli emarginati. Chi respinge l’esistenza del comando è il gruppo allogeno per eccellenza, una parte impercettibile di questa collettività, la minoranza più sparuta, un drappello che non vuole diventare masserizia nelle mani del dovere. Ma non c’è puntello per chi non ha barriere nella mente, si preferisce l’ingiustizia collegiale, l’odio per il diverso, uguale a se stesso ma dissimile dal resto, si antepone l’interesse di chi soffre allo strazio di chi pensa. Tutti atteggiamenti condivisi ma che offuscano la vera minoranza etnica, quella di chi non accetta il dispositivo del controllo.  E tutto germoglia in casa, nella trappola per topi dove stratifica il bacillo dell’insofferenza. Già alla nascita si sta dove è la madre, si viene al mondo perché si è accompagnati, non sbocciare da soli è la prima forma di possesso, da lì la strada è in ascensione. Nella dimora familiare due comandano, uno un po’ di più, l’altro quel che può: e i frutti della copula costretti ad abbozzare. Per parecchi anni il bambino intravede il potere nei due ex depravati, li idealizza, sa sempre dove sono, si lascia guidare, preferisce la loro alla sua, si piega ai rimproveri e accenna il compromesso. La casa è il primo Stato, la palestra per diventare qualcuno, niente di più; divenire qualcuno è confondersi, mimetizzarsi in mezzo al mucchio, come i soldati in battaglia che s’ingarbugliano con la vegetazione. Difficile capire chi è qualcuno insieme a tanta gente, ma uno lo è, forse proprio quello che saluto, oppure qualcun altro che ancora non ostacola. Anche la casa sta, è l’eccellenza dell’Essere, la cappa catastale che sancisce il principato, il luogo dove il capofamiglia spadroneggia a sera senza nemmeno profumarsi, foderato di olezzo come la moglie appena riesumata dal travaglio. Arrivano al crepuscolo puzzolenti e battaglieri, i due colonnelli in pensione. E fuori c’è lo Stato, che all’inizio è delle cose, poi intrallazza con le chiese e alla fine è nelle case. Il presente che viviamo lo ravvisa tra gli arnesi, ma in passato, quando entrava negli alloggi, faceva pure più impressione. Oggi accede sotto forma di strillone, non c’è mai chi aspetta al palo per suonarti la carcassa, questa volta il culo è dentro, in ogni casa e in tutti i casi. L’unico luogo sicuro è l’infisso che separa il domestico dal fuori, un’isola felice che ci vede di passaggio, nessuno ha mai capito che per battere il potente occorre arrestarsi sull’uscio, un po’ all’interno e un po’ all’esterno, per generare il malinteso, per confonder l’oppressore che non capisce se il morale va schiacciato sottovuoto o se è meglio imperversare all’aria aperta in attesa che anche il gallo faccia il suo. L’infisso è lo Stato cuscinetto, una sorta di ambasciata a mezza strada. Che poi l’idea delle ambasciate fu diabolica, qualunque Stato riesce a stare in un altro grazie all’ambasciata, una specie di pettegolezzo oltre confine, ogni paese ne ha una all’estero e le rimanenti da lui. Lo Stato si priva di alcuni punti del suo Stare per andare a farsi grosso in un posto più lontano. E’ la miseria dell’abitazione secondaria, del domicilio al mare, avere un pied-à-terre altrove, questo è in realtà lo Statarello, un borghesuccio di infimo profilo che vuole la seconda casa sulla spiaggia. In cambio affitta agli stranieri pezzi del suo territorio, così anche i Paesi confinanti fanno le vacanze, divenendo Stati ove non sono. E quindi mi domando: può detenere lo scettro un participio passato? Nel linguaggio scritto qualunque participio, soprattutto se trascorso, non ha legami con il tempo che trotta; invece, nella ritorsione del dominio, siamo schiacciati da ciò che non è s’è fatto Stante per paura di essere identificato. Lo Stato è un errore linguistico. Oppure è il frutto dell’ubiquità, è Stato, Sta e Starà, sotto ogni forma, mai ci libereremo dalla prepotenza di chi appare per sempre. Lo Stato va chiamato È, lo È dovunque, reduce da ciò che era e inconsapevole di chi sarà. Magra consolazione. L’unica salvezza è che il potere cada in mano al futuro anteriore con io sarò Stato a generare quantomeno una piccola incertezza, il dubbio dei ricordi proiettato nel futuro, l’insicurezza che culla la speranza di un abbaglio, il sogno miserabile di aver capito male; o forse io sarò Stato vostro malgrado, questo sembra dirci il prepotente indaffarato, una volta si affacciava minaccioso ed acclamato, adesso ti trafora di nascosto, prima nella Camera perché la casa è la sua, e poi coi Senatori poiché la festa è appena cominciata: poco dietro quel balcone c’è lo stare dello Stato, c’è lo stallo di chi Sta. Sulle cose, senza scuse, come scrofe tra le case, nelle strade, nelle teste di chi sosta e non può dire sono stato perché il posto è già assegnato. Lo Stato è la prosecuzione del tempo, è il passato che ci scorre sopra dopo averci seppellito, parte da lontano e attracca oltre il raziocinio, non trova terra bruciata perché l’uomo invece di avvampare muore. Si è ricavato uno spazio che scorre parallelo a Dio. Lo Stato è Onnipotente sotto mentite spoglie, s’inventa Dio per simulare un comprimario, ogni Stato si rimette al Signorotto pur sapendo che non c’è, brevetta la panzana e la dilata nella storia. Allo Stato fa comodo un Altissimo che tergiversa affievolendo il peccato extrauterino. Per essere creduto, lo Stato finge Dio e lo protocolla nelle menti della folla. Non esiste Regno senza Protettore, non s’è mai visto un Paese agnostico, il tiranno ha sempre millantato qualcuno per difendersi dalla sommossa. Chi non crede in trascendenze può provare a non arrendersi a chi Sta. Ma se al contrario la mente si organizza per la vita successiva, anche la precedente va a finire tra le braccia di chi strozza. Che è colui che ancora È. Mentre l’uomo trapassa l’Istituzione avanza e fa brandelli. Rovesciarla non si può, ce n’è sempre un’altra sotto. Lo Stato è come la vecchiaia, una piaga sociale, non ci libereremo mai dai vecchi perché invecchiamo insieme a loro, il tempo non guarisce le ferite ma apre il boccaporto a chi è arrivato dopo. Lo Stato cresce nel passato di un participio che non ha nessuna intenzione di abdicare. Ecco cos’è l’Organizzazione, una lama conficcata in una fistola che non si cicatrizza, un ciclo mestruale perpetuo da dove cola il sangue del piccolo risparmiatore, mai così piccolo e così colluso con l’Inganno. Eppure sarebbe facile una repressione del comando, basti pensare che lo Stato del domani sarà fatto da chi ancora non è nato, o da chi si attarda ad allattare. Erode potrebbe essere la soluzione, se tornasse all’attacco. In attesa dell’Eroe consoliamoci con l’illusione che la lingua ci permette: se è già Stato non è detto che ritorni. Almeno questo.  

ARTICOLO n. 14 / 2021

Lo stato dello Stato

Appunti dal carcere dorato.

Sono anni che lo stato delle cose caotico frena l’evoluzione e il tuffo nel caos, togliendoci l’opportunità di un capovolgimento verso la scoperta dell’ignoto.

Il passato acerbo potrebbe riaffacciarsi nel presente con le sembianze del futuro. La detenzione forzata, nel mio organismo nomade, innesca un vortice di pensieri, mi guardo da lontano e rivedo i ricordi in una sequenza logica che prima mi sfuggiva.

Prima e dopo affiorano, insieme a malsani sogni, rivelazioni, associazioni di idee senza ordine temporale. Questa bolla di vuoto mi ha costretto all’introspezione. L’uso del nome dei colori per indicare i livelli di pericolosità del virus vede l’utente (la Persona) avvicinarsi ai colori e apprendere una brutta notizia, il colore rosso significa STOP, vietato, apre l’immaginario a un semaforo, alla paletta dei poliziotti, all’interruttore della prolunga, agli estintori.

Questa lieve deviazione del significato verso visioni urbane, mi ha cambiato l’immagine nel significato di rosso. Quando penserò il rosso vedrò per prima cosa i morti della pandemia: addio alla fascinazione di un tramonto, ai petali vellutati delle rose, alle poltrone dei teatri.

Mi piacerebbe sapere chi ha pensato ai colori per segnalare le difficoltà regionali e perché dove si muore è zona rossa? Perché non hanno usato i numeri?

Sopravvissuta all’abbrutimento culturale degli ultimi anni, mi sento una vittima consapevole del contesto nazionale monoteista e maschiocentrico, che giudicava i comportamenti umani come calcoli matematici, protocolli, convenzioni. E nella convenzione ho dovuto fronteggiare spesso la freddezza di chi mi trattava in base alle statistiche senza possibilità di riscatto.

Ricordo altri eventi traumatici che mi sono passati sulla pelle, all’epoca del rapimento di Aldo Moro i posti di blocco piantonavano tutte le arterie stradali secondarie e di campagna, amori calibrati durante l’AIDS, Chernobyl, la guerra in Bosnia, il terrore del futuro dopo il crollo delle Twin Towers. Chiaramente il controllo sociale in quei tempi, si svolgeva con dinamiche quasi ingenue, diverse da quelle attuali.

Ci troviamo implicati in un abbandono, un cambiamento cultural-genetico indotto, poi divenuto volontario. Abbiamo la possibilità di plasmare la nostra immagine, uscire dal femminile, dal maschile, dall’ermafrodito, generi che ci impone la natura, possiamo coniare un genere spersonalizzato con l’aiuto degli algoritmi. Questo sconfinamento dell’organismo e del pensiero originario, nel corpo su misura con la mente pilotata, rende la persona immaginifica: l’entità si illude di essere coinvolta nell’atto della (sua) creazione, una mansione che prima spettava solo alla natura o alla divinità.

Ma se il corpo diventa un territorio mutante e rappresentativo, quale potrà essere lo sviluppo del teatro, dello sport, delle arti? Come raccontare le emozioni del corpo riflesso trionfatore nel mondo digitale, il connubio malattia e incorporeo, che non è inconseguente perché l’organismo è riposto in un contenitore?

In risposta ai virus, i potenti, ci hanno rifilato l’isolamento. Dove è la scienza che doveva preservare l’umanità? Come mai è più facile il trasferimento su Marte o lo scudo spaziale che curare questa malattia?

In ogni nazione europea la maggior parte della popolazione prende i ristori, qui ci trattano come bambini, hanno favorito l’acquisto di eco monopattini in società con lo Stato, hanno inventato il gioco della lotteria degli scontrini, ma il lavoratore non tracciato non riesce ad accedere a nulla, va avanti a giornate sottobanco. Per aiutarci offrono i soliti finanziamenti narcotizzanti, ci chiedono (o siamo noi a decidere così, per comodità) di trasporre l’arte predigitale in digitale, con risultati deprimenti non troppo diversi da quelli televisivi. Provo disagio nei confronti delle normative statali che non prevedono un percorso logico tra la disciplina teatrale (in presenza) e le attività teatro virtuali in DaD.

Si parla di cambiamento, il reset è in corso. È come se avessimo scoperto il fuoco. I primitivi davanti alle fiamme avranno provato lo stesso nostro sgomento, la paura indistinta, l’ansia per il futuro, il fuoco facilitava nel quotidiano ma era anche una tremenda arma di sterminio come tutte le grandi scoperte relative all’energia.

Ora gli avvenimenti ricalcano le emozioni del paleolitico, però il fuoco sta sparendo dalla nostra vita, anche sotto forma di fornello, in molte città non si può accendere il camino e sono vietati i fuochi estivi sulle spiagge. L’allontanamento dal fuoco è avvenuto lentamente, dell’elemento sono stati messi in luce solo i lati pericolosi, dimenticando le forme che creano le fiamme nel camino, il piacevole caldo e la luce tremula e intima che diffondono.

Nella civiltà pre-Covid la crisi delle attività teatrali galoppava, gli autori si orientavano a realizzare “prodotti culturali” col metodo taglia e incolla a scapito dei classici: in realtà, lo sfaldamento della logica dei copioni tranquillizzava lo Stato e gli operatori, ma portava gli spettatori alla disperazione, anno dopo anno sempre meno persone frequentavano il teatro, i gestori non offrivano programmazioni coraggiose, non rischiavano. La crisi, infatti, era dovuta alla mancanza di incassi, i teatri, i musei, le biblioteche, erano quasi vuoti, lo Stato li finanziava, ma a nessuno era permesso di riesumare la cultura, né di raccontare il presente nel piccolo evento non catastrofico ma significativo. L’intelligenza e l’ironia erano bandite a favore di un distaccato sarcasmo, dell’attualità si raccontavano solo le tragedie global, i migranti, le catastrofi ecologiche, i femminicidi, ecc. Repliche piene di correttezza, affrontate con una falsa tristezza che possono raggiungere solo attori e autori delle confraternite culturalmente facoltose. 

Quelli che provavano a uscire dai canoni giornalistici (che avevano invaso tutta l’arte) erano scoraggiati. Molti artisti non volevano essere cloni di un sistema creativo ufficiale. Spesso pagando l’affitto della sala, erano accolti in teatri, in centri sociali e lavoravano, riuscendo a suscitare gradimento nel pubblico e un buon incasso. Molte associazioni risiedevano in locali occupati o comunali, uno degli ultimi a crollare a Roma è stato il Cinema Palazzo dove proiettavano film, mettevano in scena spettacoli e concerti, e già dai primi bagliori della crisi gli occupanti avevano organizzato l’assistenza alle famiglie del quartiere diventando un punto di riferimento per gli abitanti.

 Lo Stato aveva dimezzato i fondi a quei luoghi che escogitavano soluzioni brillanti per andare avanti e le forze dell’ordine iniziarono a sgomberare i centri sociali e le associazioni culturali che agivano per la diffusione e lo scambio di idee.

Un progetto realizzato tramite qualunque disciplina artistica lo chiamavano “prodotto culturale”, la parte creativa era racchiusa in dieci righe dove si dovevano scrivere cose sommarie, due fogli per il progetto e cinquanta per i conti. I fondi copiosi li prendevano sempre gli enti più ricchi, i piccoli operatori culturali, quelli che avrebbero dovuto creare la continuità della cultura, non erano finanziati a sufficienza e promuovevano un solo autore e pochi altri che spesso erano anche nel direttivo. Non c’era ricambio.

È per questo che il teatro già nel pre-Covid rischiava la morte.

Il web brulicava di influencer (figure arcaiche destinate a condurci fin dentro la cultura digitale), timonieri del quotidiano scatenavano i desideri, la curiosità e vivevano l’attimo. The Influencer propagava verità accessorie banali, appagando con