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ARTICOLO n. 38 / 2022

PALERMO CAPACI, NOI CHE FUMMO VINTI

La Palermo dei giovani, di Falcone e di Borsellino

«Nel racconto del Bene c’è spesso più imbarazzo che nella narrazione del Male», scrive Wlodek Goldkorn evocando la reticenza e la vergogna di chi, durante la Shoah, aveva fatto del bene in un mondo dove il male la faceva da padrone. Forse per questo quanti di noi in quegli anni Ottanta e Novanta si trovarono a scegliere, senza mezzi termini ma in un terreno minato di veleni e trappole, da che parte stare, dopo una fiammata di insurrezione, di lenzuoli bianchi, di comitati seguita alle stragi del ’92, scelsero un silenzio dolente. Memorie ripiegate su se stesse. «È finito tutto» furono le parole di Caponnetto all’uscita dall’obitorio dove si trovava il corpo di Borsellino. Ancora oggi questa fetta trasversale di generazioni, la cosiddetta «società civile» (come fu genericamente chiamata allora), fatica a pronunciare discorsi o evocare memorie non senza un senso di pudore. Tanto più che tra gli anni Ottanta e Novanta, nella Palermo infuocata tra la preparazione del Maxi processo e poi le Stragi, prevalsero spesso verità lacunose, frammentarie, equivoci e conflitti (anche interiori) destinati a suscitare piuttosto sentimenti contrastanti e una paura sempre in agguato: da spaesamento. Credo che serpeggiasse proprio una paura simile, tra le altre, durante l’incontro alla biblioteca Comunale del 25 giugno 1992, a poco più di un mese dalla strage di Capaci. L’ultimo incontro pubblico del giudice Borsellino. Eravamo tutti lì, una massa silenziosa, plumbea, consapevole di poter saltare in aria da un momento all’altro insieme all’unica istituzione in cui ormai credevamo, il corpo e il sangue di Paolo Borsellino. Stavamo pietrificati in ascolto di atti d’accusa che erano pietre tombali. Contro il Consiglio superiore della magistratura, il disegno di distruggere Falcone e, con Falcone, il pool antimafia. E in quel discorso amaro e durissimo il giudice, per il quale eravamo pronti a dare la vita, giunse a pronunciare parole che chiamavano in causa tutti noi, disse che nella caldissima estate del 1988, quando si stava facendo morire il pool, l’«opinione pubblica fece il miracolo»: mobilitandosi e costringendo il Csm a rimangiarsi la decisione. Così «seppur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi», concluse. 

Noi che facciamo miracoli… Noi che respiriamo un’aria mortifera in quella biblioteca, ma abbiamo il potere di fare miracoli… Quelle parole ci galvanizzarono. Toccava a noi, dunque, una qualche salvezza in quei giorni estremi e squinternati… Per questo l’epilogo fu ancora più amaro, infelice, disperato. Non ne fummo capaci.

Noi non avevamo potuto fare nulla perché Borsellino non soccombesse trascinando con sé quel che era rimasto dei nostri ideali. Falcone stesso non aveva potuto fare nulla per salvarsi nonostante, o forse proprio a causa del suo senso altissimo delle istituzioni. Nemmeno Borsellino aveva potuto fare nulla, nonostante noi fossimo lì, accanto a lui, e lui aveva chiesto urgentemente di essere ascoltato come persona informata dei fatti. Avevano vinto loro, dove quel «loro» suonava come un atto d’accusa contro tutte le istituzioni colluse, conniventi, impastate di mafia o più semplicemente di quieto vivere, e quieto convivere. Rifletteteci! Quanti scrittori siciliani hanno scritto memorie di quegli anni? Memorie, ripeto, non rappresentazioni o ricostruzioni più o meno storicamente fondate. Nessuno o quasi. Quanti hanno scelto di lasciare la Sicilia dopo le Stragi o di ripiegarsi nel disincanto, in una sorta di esilio interiore? Moltissimi. Quasi tutti quelli della mia generazione che, insieme al resto della società civile siciliana, ha scontato il più disperato disincanto dinanzi alle stragi del ’92: stragi di Stato e di mafia. Bastava trovarsi sull’autostrada Palermo-Mazara del Vallo (ed io ero lì) quel 23 maggio appena subito dopo l’esplosione per avere una visione lucida su come stavano veramente le cose.

Eravamo asserragliati dentro una frenesia spasmodica, forze dell’ordine, esercito appostati ovunque, lungo l’autostrada, agli svincoli, sui ponti. C’erano elicotteri che giravano vorticosi. Tutti i collegamenti saltati.Non si riusciva a capire niente, ad ascoltare una radio, a telefonare, a tirarsi fuori dalle macchine imbottigliate in un traffico in cui non ricordo qualcuno che suonasse il clacson. Un colpo di Stato. Questo fu il pensiero che passò nella testa di molti, quando ancora non si sapeva nulla. Ce n’erano tutti i segni. Una sospensione radicale del Paese legale. E proprio contro «la strage di Stato» avremmo urlato durante i funerali di Falcone, della moglie e della scorta spingendo contro le transenne, «Adesso basta!», con la furia di chi vuole assaltare il Palazzo, i rappresentati delle istituzioni, nessuno escluso. Non fu una contestazione. Fu una rivolta, che soltanto il senso di fraternità con i poliziotti che ci trattenevano piangendo non trasformò in qualcosa di devastante. È terribile non credere più nello Stato. Confidare solo in due o tre figure solitarie minacciate proprio dalle istituzioni che intendono servire. È un nonsenso. Questa era la follia disperante di quei giorni, in cui fummo vinti, dopo aver pensato di poter farcela, anche a costo di grandissimi sacrifici.

Ci sono pezzi di memoria che, chissà perché, sono andati perduti. Risalgono agli anni Ottanta e, senza di essi, risulta quasi incomprensibile capire quali fermenti si agitavano nella città allora, quali speranze o illusioni, quali lacerazioni, quali ragioni potevano persino animare la fiducia del giudice Falcone, quando diceva la «gente è con noi».

Protagonisti di quegli anni drammatici in cui tutto non era ancora finito, anzi, tutto era ancora possibile, furono soprattutto i giovani.

Basta ricordare, tra i tanti, alcuni avvenimenti accaduti tra 1982 e il 1985.

Così rispondeva a un’intervista il giudice Rocco Chinnici prima che venisse ucciso il 23 luglio 1983: «Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi… fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai».

Ecco, questa idea di una nuova coscienza da trasmettere e condividere con i giovani Chinnici la mise in atto facendo uscire i magistrati impegnati nella lotta alla mafia dalla separatezza delle Procure. Mio padre fu tra i presidi che compresero l’importanza di quella collaborazione tra Procure e Scuole con cui si inaugurava un nuovo tempo contro la sottocultura mafiosa.

Il coinvolgimento dei ragazzi fu determinante, ad esempio, nel sostegno a Pio La Torre che, da un lato, in quei primissimi anni Ottanta riusciva a raccogliere un milione di firme in calce a una petizione al governo italiano contro la costruzione della base missilistica Nato a Comiso (me li ricordo ancora i viaggi in pullman pullulanti di studenti, l’allegria di chi si sente di fare la Storia), dall’altro portava avanti la lotta contro la speculazione edilizia, presentava il disegno di legge che introduceva il reato di associazione di tipo mafioso e il sequestro dei patrimoni.

Si lottava insieme. Questa era la sensazione. Il suo assassinio il 30 aprile 1982 fu un colpo mortale anche contro quei giovani che si erano battuti al suo fianco, credendo davvero di poter cambiare le sorti della propria terra, e non solo. Pure in quella occasione si temette il peggio. Cronisti dell’«Ora» ricordano la Sezione centrale del Partito Comunista affollata di gente, alcuni con armi in pugno, pronti a farsi giustizia da soli in un’esasperazione e in un caos generali. «Adesso basta!».

«Ci dovevamo incontrare domani», con queste parole amare e laconiche ricordo che mio padre il 3 settembre 1982 commentò l’assassinio del Generale Dalla Chiesa, senza aggiungere altro.

Uno dei primi atti del Prefetto Dalla Chiesa, non appena arrivato in città, era stato infatti convocare alcuni presidi più intraprendenti per trovare sostegno nella lotta alla mafia che anche lui sapeva essere una battaglia non solo investigativa e giudiziaria, ma anche e soprattutto culturale. Non fummo vinti, però, quella volta. Fummo traumatizzati sì, ma ancora più determinati nel non cedere alla violenza mafiosa, al clima di intimidazione che si voleva instaurare colpendo una delle cariche più alte dello Stato a 100 giorni dal suo insediamento a Palermo. «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti», diceva un cartello lasciato sul luogo dell’agguato. Invece nessuna speranza fu morta. Proprio i ragazzi (nello specifico gli studenti e le studentesse del liceo scientifico Galileo Galilei, dove era preside mio padre) si diedero da fare per non darla vinta alla disperazione con la combattività di chi è tutt’altro che arreso. Inviarono telegrammi alle scuole di tutta Italia, alle massime cariche dello Stato, con grande scetticismo dell’addetto alle poste, e ricevettero risposta: dal Presidente Pertini, dal nuovo prefetto appena nominato De Francesco. Ogni speranza in quei giorni era riposta nei giovani, nelle «loro onestà», precisò il Presidente della Repubblica. L’esito fu la prima assise nazionale antimafia tenutasi al Teatro Biondo il 9 ottobre 1982. Più di 2000 giovani, arrivati da tutta Italia, per discutere di droga, traffico d’armi, speculazione edilizia e delle lotte di un giovane di cui si era perduta memoria, Peppino Impastato: per la prima volta sottratto all’oblio. 

Da lì cominciò tutto quello che venne dopo: la Primavera di Palermo, i comitati antimafia, le associazioni antiracket, le continue manifestazioni gioiose, il movimento la Rete che voleva cambiare la classe dirigente di questo Paese…

«Senza un clima favorevole non è possibile fare certe cose», mi ha detto qualche tempo fa Sergio Lari, ex procuratore di Caltanissetta. Il giudice che ha riaperto le indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio.

Per questo credo sia molto importante restituire le lotte e le conquiste di quegli anni Ottanta per capire la città in cui viene preparato dal pool antimafia il maxi processo del 1986. Una città che marciava, lottava, credeva nel riscatto da un destino che si viveva come un’ignominia. E lo dico per esperienza personale. Scrivere per il giornale «L’Ora», in un periodo della mia vita giovanile, non era solo collaborare con una testata che vantava una grande tradizione giornalistica, era un modo di rivendicare la propria dignità contro le accuse di omertà, gli stereotipi, i giudizi supponenti di chi non aveva idea di come andavano davvero le cose in una città in cui erano caduti, vittime della mafia, esponenti delle massime cariche giudiziarie, investigative, politiche, istituzionali, per non dire dei giornalisti… Una città in cui i morti carbonizzati si potevano trovare vicino alla propria scuola, in un vicolo.

E questa città il 25 novembre del 1985 si trovò ad attraversare uno dei momenti più laceranti della sua Storia e della lotta alla mafia. Due ragazzi, due studenti del Meli, Giuditta 17 anni e Biagio 14 anni, erano insieme ai loro compagni alla fermata dell’autobus, un giorno come un altro. Una delle macchine di scorta dei giudici Borsellino e Guarnotta nella corsa forsennata a sirene spiegate sbanda e li travolge, uccidendoli sul colpo. Questa era la Palermo infernale dei tempi che precedono il maxi processo… Una morte collaterale che si è cercato di dimenticare. Una macchia troppo sporca. Solo Borsellino, ogni anniversario, ha portato i suoi fiori a quei ragazzi, sino alla propria morte. Fu allora che successe un nuovo pandemonio, perché la rabbia era tanta, ed era cieca. C’era chi voleva assaltare la Questura, chi voleva mettere a ferro e fuoco la città. C’era chi urlava contro le scorte che uccidono. Ma, alla fine, prevalse la lucidità e il senso delle istituzioni: una marcia muta con un fiore in mano. Era il giorno in cui Feltrinelli coraggiosamente inaugurava la sua prima libreria nel cuore di quella Palermo infernale. Peccato che anche la Feltrinelli, nel timore di un assalto da parte dei giovani, abbassò le saracinesche, tenendo al sicuro gli intellettuali asserragliati dentro…

Ecco, come fai a restituire una memoria condivisa ed esaustiva dinanzi a un passato così, pieno di storie dimenticate, di moti insurrezionali non raccontati o minimizzati, di vite devastate nell’oblio, come quella di Natale Mondo, l’autista del vice questore Ninni Cassarà (ucciso il 6 agosto 1985) salvatosi per miracolo nell’attentato di via Croce Rossa e poi costretto a scontare accuse infamanti, veleni, fino a trovarsi dinanzi al colpo di grazia della mafia che salda sempre i suoi conti.

Come fai a dare la misura dello sconcerto, dello spaesamento, della tensione vissuti durante quella famosa staffetta tv «Samarcanda-Costanzo show» tenutasi tra il teatro Biondo di Palermo e gli studi Mediaset dove era ospite, tra gli altri, anche Giovanni Falcone quel 26 settembre del 1991 in cui esplose tutto: preoccupazioni, rabbie, incomprensioni, la paura di essere abbandonati, il senso di tradimento sulla scelta di Falcone di lasciare Palermo per trasferirsi a Roma, in mezzo a fraintendimenti, sospetti, veleni, conclusioni azzardate, convinzioni giuste su pericoli che si rivelarono veri (la maggiore vulnerabilità di Falcone a Roma) ma che finirono per accanirsi proprio su chi avrebbero voluto o dovuto difendere, facendo il gioco di chi da sempre non aspetta altro, in quel caso, un allora oscuro politico democristiano di nome Totò Cuffaro che parlò di «giornalismo mafioso».

Non è un caso se quella sera lasciammo quel teatro con l’amaro in bocca e un generale presentimento di catastrofe. Ci eravamo divisi, dilaniati: travolti da sentimenti violenti, dalla paura di essere abbandonati… vittime tutti del caos delle opinioni. Quella trasmissione contribuì ad alimentare non poco il senso di colpa che ci piombò addosso dopo che i presentimenti presero corpo, fisionomia e si fecero realtà il 23 maggio del 1992.

Ci sono voluti dodici anni perché una nuova generazione riprendesse pian piano in mano il proprio destino e il 29 giugno 2004 si rivelasse tappezzando Palermo con piccoli adesivi listati a lutto. «Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità» c’era scritto. Fu così che noi che, in un modo o nell’altro, eravamo andati via in un qualche esilio capimmo che forse non era tutto perduto.

ARTICOLO n. 37 / 2022

A PROPOSITO DI THE DROPOUT

Fortuna e menzogna nella Silicon Valley

Nel 2003 una prodigiosa diciannovenne americana lascia i suoi studi a Stanford e fonda una startup biomedica nella Silicon Valley che ha come ambiziosa missione quella di produrre analizzatori di sangue portatili che con una singola goccia di sangue permettano di diagnosticare precocemente numerose malattie, salvando molte vite e abbattendo drasticamente i costi delle spese sanitarie. L’azienda si chiama Theranos, dall’unione delle due parole therapy e diagnosis, l’analizzatore portatile viene battezzato Edison, e la ragazza è Elizabeth Holmes. In una dozzina di anni la sua fondatrice finisce sulla copertina della rivista Forbes che la nomina la più giovane miliardaria self-made del paese, fa raggiungere alla Theranos un valore di mercato di 9 miliardi di dollari e un capitale stimato di circa 4,5 miliardi di dollari, conquista una impeccabile galleria di nomi tra sostenitori, dipendenti, investitori e membri del consiglio di amministrazione della startup che includono gli ex segretari di Stato Henry Kissinger e George P. Shultz, e strappa un accordo con la catena di farmacie Walgreens e uno con la catena di supermercati Safeway per aprire nei loro punti vendita postazioni Theranos dove effettuare analisi del sangue a soli 2 dollari e 99 centesimi (di fatto ne verranno attivate una quarantina nelle farmacie Walgreens). Poi nell’ottobre del 2015 entra in scena John Carreyrou, ottimo giornalista investigativo del Wall Street Journal, che con un articolo fa crollare il castello di carte rivelando al mondo quello che molti ex dipendenti della Theranos sanno già: gli esami effettuati dalla Theranos vengono per la più parte fatti utilizzando macchine Siemens, una singola goccia di sangue non è sufficiente e dunque il sangue viene diluito con acqua compromettendo i risultati, la macchina Edison sembra il progetto di scienze di uno studente di terza media e soprattutto: non funziona. I laboratori della Theranos vengono ispezionati, le accuse di Carreyrou vengono confermate, l’azienda viene messa sotto indagine, Holmes e il suo socio e compagno di vita, Ramesh “Sunny” Balwani (anche ex direttore generale e operativo della Theranos), finiscono sotto processo. 

Sulla vicenda John Carreyrou scrive e pubblica un libro (Una sola goccia di sangue. Segreti e bugie di una startup nella Silicon Valley, Mondadori 2019) i cui diritti vengono opzionati per farne un film prodotto da Apple TV, diretto da Adam McKay  (il regista di Don’t Look Up) e interpretato da Jennifer Lawrence (il film si chiamerà Bad Blood e attualmente è in preproduzione), il regista Alex Gibney realizza un documentario per HBO (The Inventor: Out for Blood in Silicon Valley), ABC produce il podcast creato e diretto dalla giornalista Rebecca Jarvis The Dropout, da cui viene tratta l’omonima miniserie creata da Elizabeth Meriwether e interpreta da Amanda Seyfried. La miniserie è in otto episodi ed è in streaming in Italia su Disney+ dallo scorso 20 aprile, quasi in contemporanea con la chiusura del processo a Elizabeth Holmes che a marzo l’ha condannata per quattro degli undici capi di imputazione (in sostanza è stata condannata per i reati di frode nei confronti degli investitori, mentre è stata assolta per quelli di frode nei confronti dei pazienti). 

Nel frattempo, fuori e dentro la Silicon Valley, c’è chi continua ad attaccarla (alcune imprenditrici della Silicon Valley hanno dichiarato recentemente di avere cambiato colore di capelli passando dal biondo a qualunque altra cosa per prendere distanza da Elizabeth Holmes), c’è chi la difende a oltranza (tra questi c’è il regista Errol Morris, che nel 2015 su propria iniziativa e affascinato da Holmes e dalla sua impresa ha girato alcuni spot promozionali della Theranos – sono visionabili su YouTube – e da allora non ha mai cambiato idea), e c’è chi semplicemente non capisce come una vicenda del genere sia potuta succedere. 

La cosa più immediata che verrebbe da dire è che dopo avere avviato la sua startup a diciannove anni,Holmes è rimasta in qualche modo intrappolata in quell’età, in quella post-adolescenza in cui non si è ancora persa l’abitudine di mentire agli adulti, genitori o insegnanti che siano. In cui le probabilità di farla franca con una menzogna sono così alte che vale sempre e comunque la pena di correre il rischio.In cui mentire in sé è eccitante, ti fa sentire potente, forse migliore degli altri, sicuramente speciale perché, anche se omologato in tutto, hai un segreto che gli altri non sanno. In cui non possiamo darle torto quando dice che, considerato il costo delle università in America (e la prassi delle stesse università di fare indebitare i propri studenti in cambio di una carriera scolastica che non garantisce un lavoro sicuro), preferisce investire quei soldi in una start-up e fare qualcosa per il bene dell’umanità. Non è un caso che uno dei momenti più riusciti dell’interpretazione che fa Amanda Seyfried di Elizabeth Holmes nella miniserie The Dropout è un remake di un’intervista video fatta da Errol Morris a Elizabeth Holmes in cui le viene domandato se può rivelarci un segreto. Holmes (e Seyfried dopo di lei) guarda dritto in camera, gli occhi spalancati e di un azzurro quasi marziano, il dolcevita nero indossato come una divisa per imitare il suo eroe inarrivabile Steve Jobs, ci pensa un po’ e alla fine dice: non ho molti segreti. Va da sé che non sapremo mai cosa le passa in quel momento per la testa. 

Nel frattempo Holmes si è sposata con un certo Billy Evans, di una decina di anni più giovane di lei ed erede del gruppo Evans Hotel (una catena di alberghi nella California del Sud), i due hanno avuto un figlio (è nato nel luglio del 2021 e si chiama William come il padre), abitano tutti nella Silicon Valley, in una tenuta di una trentina di ettari e del valore di 135 milioni di dollari a Woodside, in California. Concluso il processo aspetta la sentenza definitiva e la conseguente pena, che arriverà il prossimo 26 settembre e che prevede un massimo di vent’anni di prigione. 

Una teoria interessante che, seppur non giustificando, spiegherebbe almeno in parte le azioni di Holmes, ce la fornisce Dan Ariely, psicologo ed economista comportamentale israeliano-americano (insegna alla Duke University) che Alex Gibney ha intervistato nel suo documentario. Autore del libro The (Honest) Truth About Dishonesty: How We Lie To Everyone – Especially Ourselves (Harper 2012), a un certo punto del documentario Ariely cita un esperimento condotto da lui e dai suoi colleghi con un dado. Ai partecipanti veniva chiesto di scegliere mentalmente tra il lato basso e quello alto del dado, tirare il dado e a quel punto dichiarare la scelta ottenendo una ricompensa in denaro corrispondente al numero corrispondente al lato scelto (alto o basso). Per esempio: se il dado cadeva con il 4 in alto e il partecipante dichiarava di avere scelto l’alto, riceveva 4 dollari. A fine esperimento quasi tutti partecipanti risultavano avere scelto il lato più remunerativo. Fortuna o menzogna: impossibile a dirsi. Ripetendo lo stesso esperimento con l’aggiunta di una macchina della verità, si era capito che mentivano. Ripetendo una terza volta lo stesso esperimento con la macchina della verità e informando i partecipanti che la somma ricevuta sarebbe andata in beneficenza, la macchina della verità non era più in grado di intercettare quell’esitazione che di solito accompagna la bugia. Di fatto quanto succedeva era questo: i partecipanti erano talmente convinti che il fine giustificasse il mezzo da mentire con più determinazione, impedendo così alla macchina della verità di funzionare. A detta di Ariely qualcosa del genere deve essere scattato nella mente di Holmes, facendo scomparire del tutto il mezzo a beneficio del fine. E oltre che nella sua testa, deve essere successo anche in quella di dipendenti, investitori, membri del consiglio, e varia umanità coinvolta nella startup a un certo punto dei suoi dodici anni di vita. 

Un’altra teoria vuole Holmes tra le fila degli inventori che nei secoli hanno fallito, e anche mentito, prima di arrivare alla scoperta che avrebbe cambiato non solo la vita ma anche il futuro dell’umanità. Facendo proprio lo slogan «Fake it until you make it» (fingi fino a quando non ci riesci), Holmes avrebbe semplicemente continuato a sperare che la magica macchina in grado di fare le analisi del sangue a partire da una sola goccia di sangue funzionasse. E insieme a lei dipendenti, finanziatori, membri del consiglio di amministrazione, tutti uniti in una sorta di tacito patto dal quale ci si poteva sottrarre dimettendosi previa firma di un accordo di non divulgazione. Se le ragioni dei quindici anni di menzogne di Holmes si fermano allo stato di ipotesi, le decide e decine di accordi di non divulgazione firmati da ex dipendenti licenziati o andati via di propria volontà è sicuramente il motivo per cui il sistema non sia imploso prima: nessuno ha parlato perché legalmente nessuno era nelle condizioni di farlo. 

Uno degli aspetti più interessanti della vicenda è che la popolarità di Holmes sembra non essere stata minimamente scalfita dalle vicende giudiziarie, al punto che fan e seguaci dell’imprenditrice acquistano su eBay pezzi dell’azienda come fosse merchandising di una qualunque celebrità. Il valore di mercato degli oggetti va dai 150 dollari per un set di cinque penne con marchio Theranos ai 1500 dollari per una bottiglia d’acqua sempre con marchio Theranos (di quelle di plastica distribuite durante le conferenze per pubblicizzare l’azienda) agli 11mila dollari per un camice da laboratorio Theranos autentico e mai indossato. A venderli sono gli stessi ex dipendenti (per arrotondare si presume) che nel crollo dell’azienda hanno perso il lavoro e i guadagni generati dalle stock options. «La ragazza dal dolcevita nero che ha mollato il college e ha ingannato Henry Kissinger è diventata un’ossessione culturale», dice uno di loro. Ed è vero.

Ma ecco cosa succede a questo punto: sei lì che continui a digitare su Google Elizabeth Holmes, in cerca di qualcosa che non sai, culturalmente ossessionata anche tu. Ed ecco che prima uno, poi due, poi una discreta serie di articoli su giornali autorevoli ti spingono a guardare Inventing Anna, la miniserie sulla falsa ereditiera Anna Delvey Sorokin che ha ingannato dirigenti di banca, investitori e quant’altro, e WeCrashed, l’altra miniserie su ascesa e caduta della startup WeWork e l’improbabile coppia che l’ha inventata, e Bad Vegan, e così via fino all’unica conclusione possibile: nessuno è un caso isolato.

ARTICOLO n. 36 / 2022

CONVERSAZIONE CON ALESSANDRO GALLENZI

Che cosa significa essere un editore?

Nel pensare all’editoria internazionale, oggi, sorgono parecchi interrogativi: come sta cambiando il lavoro culturale nel mondo? L’editoria riuscirà a rispondere alla molteplicità di stimoli da cui è sommersa ogni giorno? Che ruolo ricopriranno gli editori in futuro? Queste e molte altre domande danno vita a una serie di conversazioni con i protagonisti del mondo editoriale odierno. 

A. GENTILE: Che cosa significa essere un editore? Giangiacomo Feltrinelli sosteneva che un editore è una carriola, un mezzo di trasporto tramite cui i libri passano dalle mani dell’autore a quelle dei lettori. Il defunto Roberto Calasso, invece, vedeva l’editore più come un artista, che concepisce la creazione del proprio catalogo come uno scrittore fa con il suo romanzo, con un’impostazione artistica e creativa. Quale di questi due approcci consideri più affine al tuo?

A. GALLENZI: Entrambi rientrano nella mia filosofia editoriale. Da un lato concordo con chi, come Giangiacomo Feltrinelli e il suo amico John Calder, di cui abbiamo ereditato le pubblicazioni, sostiene che l’editore sia un canale non solo tra autori ed editori, ma anche tra passato, presente e futuro. A volte un editore serve a mantenere viva un’eredità che altrimenti verrebbe dimenticata. Qualche tempo fa abbiamo pubblicato una traduzione inglese di Costantinopoli di Edmondo De Amicis, volume che era fuori catalogo da anni anche in Italia, ed Einaudi è rimasto talmente colpito dalla nostra idea da farlo ristampare anche in italiano. Questo genere di contaminazioni è fondamentale per l’editoria. D’altra parte, è anche vero che mi sento più vicino all’approccio di Roberto Calasso e mi piace pensare che il nostro catalogo, nel suo complesso (con qualche rara eccezione), sia in grado sia di rispecchiare i nostri gusti, sia di presentarsi come il tentativo di creare un’opera d’arte a sé. Un’immagine che mi piace utilizzare per descrivere un editore è quella del curatore di una galleria d’arte, che seleziona una serie di opere e trova un tema che le accomuni, comunicando con i visitatori in toni semplici e dimessi. Calasso era un maestro in questo, perché è molto importante che il messaggio non sia troppo appariscente o importuno e che gli editori sappiano fare un passo indietro e lasciar andare le proprie creazioni.

A. GENTILE: Prima ancora di essere editori siamo lettori, lettori che però affrontano ogni libro in maniera diversa da chiunque altro, arrivando a dissezionare il testo come dei chirurghi. Mi sembra quindi doveroso chiederti dei libri che hanno influito di più sul tuo lavoro di editore, quelli a cui torni quotidianamente. Quali pagine irrinunciabili animano le tue strategie editoriali?

A. GALLENZI: Credo di essere molto fortunato, per non dire privilegiato, perché la mia esperienza di traduttore e i miei interessi in campo linguistico mi hanno aiutato a vedere i testi in maniera diversa e a riconoscerne la bellezza e la complessità, con tutte le loro sfaccettature. Sono sempre stato un lettore lento, analitico, e ci sono una serie di libri su cui continuo a tornare come metro di misura del mio lavoro di editore. La Divina commedia, la Vita nuova e le Rime di Dante sono tra le opere più importanti del mio sviluppo sia come lettore sia come editore. Poi citerei le opere di Dostoevskij, Bulgakov, Gogol, le poesie di Keats, Dylan Thomas, W.B. Yeats. In più, ho una vera passione per Alexander Pope, Smollett, Fielding, Sterne, George Eliot, Charlotte Brontë, Louis-Ferdinand Céline. Ma potrei andare avanti a lungo, perché il problema è che, quando si scopre la bellezza della letteratura, ci si sente quasi obbligati a condividere la propria passione con gli altri.

A. GENTILE: Come sai, oggi i libri sono solo una parte di una delicata equazione di contenuti, talora elegante, spesso sorprendente. Dai film e i programmi televisivi disponibili in streaming in un clic a podcast, app e giochi per dispositivi mobili, siamo circondati da storie, parole e idee, una nube di contenuti che respiriamo costantemente fin da quando ci alziamo, andando al lavoro, parlando con i colleghi, durante una cena romantica al ristorante. È una nube a cui è impossibile sfuggire e che può rivelarsi soffocante, ma anche inebriante. Quali altri “oggetti culturali”, al di là dei libri, influiscono sulle tue strategie editoriali? Hai mai cercato di stabilire una qualche collaborazione tra libri e altri mezzi espressivi che potesse rivelarsi mutuamente vantaggiosa?

A. GALLENZI: I libri sono strumenti estremamente duttili e versatili, capaci di adattarsi ai tempi. È un formato che è rimasto (perlopiù) inalterato nei secoli, sebbene i contenuti continuino a mutare per rivolgersi a generazioni di lettori sempre nuove. Come casa editrice, noi non siamo contrari al cambiamento e ci siamo adeguati alla rivoluzione dell’ebook, ma tendiamo a opporre più resistenza alle ultime mode o alle tendenze passeggere, come i libri scritti da influencer o i romanzi epistolari informa di email, messaggio di testo o tweet. Non abbiamo niente in contrario a nuove idee capaci di coinvolgerci ed emozionarci, ma i nostri sono gusti abbastanza tradizionali e non ci piacciono i libri zeppi di trovate ad effetto. In breve, il nostro programma non include molti titoli “multimediali”.

A. GENTILE: Torniamo a parlare di libri nella loro forma più pura. I libri sono oggetti strani e mi capita spesso di chiedermi quale sia il loro ruolo nella società contemporanea, soprattutto a fronte della proliferazione dei mezzi espressivi di cui abbiamo parlato prima. Come pensi venga percepito comunemente l’oggetto libro? Viene considerato una semplice fonte di intrattenimento? O rappresenta ancora una nuova esperienza emotiva, un diverso modo di interrogarsi sulla nostra realtà? Franz Kafka diceva che abbiamo bisogno di libri capaci di rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi. Ma riescono ancora a farlo?

A. GALLENZI: I libri sono strumenti versatili ad ampissimo raggio, capaci di intrattenere, mettere in discussione idee, regalare momenti di evasione, suscitare emozioni, favorire scoperte, generare dibattiti e via dicendo. I lettori possono ricavarne quello che vogliono. Lo stesso libro, poi, è in grado di suscitare reazioni diverse in persone diverse. Un libro può innescare o sedare una rivoluzione. Un libro può cambiarti la vita. Credo sia la forma di comunicazione più sofisticata al mondo, perché riesce a impegnare le nostre menti in maniera assai più profonda del cinema, delle arti visive, della musica o dei media digitali, che si basano perlopiù su vista e udito. Dal momento che la nostra essenza si costruisce sul pensiero e sul linguaggio, i libri riescono ad assorbire la nostra mente, offrendo una maniera più complessa di interrogare la realtà fuori e dentro di noi. Keats ha paragonato la sua prima lettura di Omero alla scoperta di un nuovo mondo, mentre Borges ha equiparato il primo incontro con Dostoevskij alla scoperta dell’amore o dell’oceano: un momento indimenticabile della propria vita. In poche parole, un libro consente di accedere a un mondo fisico e spirituale del tutto nuovo, da esplorare e riscoprire tutte le volte che si vuole nel corso della propria vita. In più, sì, anch’io sono convinto che i libri siano in grado di offrire emozioni uniche, ragion per cui hanno avuto tanto successo nella storia dell’umanità.

A. GENTILE: A questo punto non posso che chiederti dei lettori. Che caratteristiche ha il lettore ideale che hai in mente quando lavori, se ne hai uno? E, in quel caso, come lo definisci? Lo cerchi, tentando di elaborare l’esperienza di lettura migliore da offrirgli, o lo inventi, muovendoti nell’universo editoriale e creando esigenze e spazi che prima non esistevano?

A. GALLENZI: Il mio “cortese spettatore” (per citare il prologo del Troilo e Cressida shakespeariano)[CP1]  è curioso, intelligente, indagatore e comprensivo, ama le sfide ma non è mai petulante né pedante. Voglio poter condividere i miei gusti e i interessi con i miei lettori, voglio che possano provare un po’ della gioia e dell’allegria che mi hanno spinto a pubblicare i libri che porto alla loro attenzione. Ogni libro è un invito aperto, ma, siccome so che è impossibile accontentare tutti, per me è questione di spargere dei semi che possano crescere, più che di sperare che qualcuno abbocchi alla mia esca.

A. GENTILE: A prescindere dall’immagine che ogni editore può avere dei fruitori dei libri che pubblica, i libri sono spesso considerati dei ponti, soprattutto in epoche di grandi divisioni. È uno stereotipo, certo, che però (come tutti gli stereotipi) racchiude anche una briciola di verità, seppur messa continuamente in discussione da barriere linguistiche, politiche e sociali. Negli anni, molti hanno immaginato una casa editrice paneuropea, in grado di pubblicare libri in più lingue contemporaneamente per i lettori di tutto il continente. È semplice utopia o è un progetto che, con le nuove tecnologie e una rinnovata esigenza di cooperazione, potrebbe presto diventare realtà? Tu cosa ne pensi?

A. GALLENZI: Ci hanno già provato in molti, ma senza successo. C’è stato un periodo in cui, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, un gruppo di editori accomunati dalla stessa mentalità e visione politica (Giangiacomo Feltrinelli, John Calder, Barney Rosset, Klaus Wagenbach, Heinrich Ledig-Rowohlt, le case editrici olandesi Bezige Bij e Nijgh & van Ditmar, Jérôme Lindon, Christian Burgois e altri) ha creduto che sarebbe stato possibile pubblicare i libri migliori d’Europa in tutte le lingue principali. A far naufragare il progetto sono state le forti individualità dei partecipanti e l’enorme divario nei gusti e nelle aspettative dei lettori da un paese all’altro. L’editoria è un’attività caratterizzata da una forte idiosincrasia. Forse è proprio questo a rendercela così affascinante: la cosiddetta “bibliodiversità”, un concetto che in realtà sarebbe importante coltivare e salvaguardare. Credo che oggi realizzare un progetto come quello sarebbe ancora più difficile (soprattutto per ragioni legate alla complessità del mercato e al passaggio a un’editoria più commerciale), eccetto forse per operazioni molto commerciali come quelle relative alle saghe di Harry Potter ed Elena Ferrante, sebbene il recente passato ci abbia dimostrato che non esistono formule garantite, nemmeno per i best seller: ciò che ha successo in Francia non piace in Gran Bretagna, quel che fa impazzire Italia e Spagna in Germania viene considerato noioso e così via.

A. GENTILE: Nonostante l’esigenza di cooperazione a cui abbiamo accennato, tutti noi abbiamo le nostre differenze, differenze che è importante tutelare anche nel trovare nuovi modi di collaborare e di esistere insieme, perché sono proprio le nostre differenze a renderci unici. Un altro stereotipo, forse, ma in editoria ne è lampante esempio il contrasto tra gli editori inglesi e americani da un lato e quelli europei dall’altro. In genere, infatti, nel Regno Unito e negli Stati Uniti ogni libro è un mondo a sé, e l’identità dell’editore passa più in secondo piano rispetto a quella del curatore che si occupa di una serie di pubblicazioni; in Europa, invece, ogni casa editrice tende ad avere un’identità riconoscibile fin dall’inizio, basti pensare alle blanche di Gallimard o ai colori pastello delle copertine Adelphi su uno scaffale. Quali vantaggi presentano secondo te questi due approcci e quale senti più tuo?

A. GALLENZI: Poco dopo aver iniziato la mia carriera editoriale in Gran Bretagna ho scoperto che, per avere successo lì, avrei dovuto ritarare la mia bussola di editore e produttore. Se avessi potuto seguire il mio istinto e il mio gusto personale avrei aderito al modello francese di Fayard e Gallimard, o il modello italiano di Adelphi e Sellerio. Alcune case editrici inglesi ci hanno provato (la prima Pushkin Press, Maia, Peirene, ecc.), ma non sono mai riuscite a liberarsi dalla percezione di essere editori “di nicchia”, difficili e inaccessibili. Per quanto mi riguarda, con Hesperus come con Alma, ho cercato di dare particolare enfasi alla cura editoriale, alla qualità della traduzione e all’aspetto estetico del libro, facendo ricorso a copertine con immagini o illustrazioni fuori dall’ordinario, in grado di far risaltare ogni volume a sé e non come parte di una serie. Abbiamo utilizzato carta sottile Arctic Paper e alette molto ampie, ma i nostri libri sono sempre stati considerati accessibili e hanno riscosso grande successo tra vecchi e giovani. Il motto di Hesperus era “Et remotissima prope”, cioè “avvicinare ciò che ci è lontano” (in termini sia di spazio che di tempo), e siamo riusciti a fare esattamente quello, anche dove altri avevano fallito: siamo riusciti a trovare la giusta formula commerciale senza dover rinunciare alla nostra integrità di editori. Il mercato britannico è in continua evoluzione e per avere successo noi dobbiamo evolvere con lui, senza fossilizzarci su un unico approccio.

A. GENTILE: Come i nostri lettori avranno intuito da questa conversazione, l’editoria è un’attività molto idiosincratica. Come immagini il futuro del settore? Umberto Eco diceva che i libri sono “oggetti eterni”, cioè oggetti che, come una forchetta o un cucchiaio, sono talmente perfetti così come sono da non dover subire alcun cambiamento. Credi che valga anche per i libri? Pensi che nei prossimi anni i libri rimarranno immutati, dal punto di vista fisico e spirituale? Altrimenti, come pensi che cambieranno?

A. GALLENZI: Sono completamente d’accordo con Umberto Eco, anzi, il paragone tra un libro e una forchetta e un cucchiaio ricorre molto spesso nei miei interventi sull’editoria, a dimostrazione che ci sono oggetti perfetti così come sono, senza bisogno di migliorie. I PDF da leggere online o su tablet e gli ebook per Kindle non sono altro che una versione scadente e meno valida dell’originale cartaceo. Voglio credere (e il recente revival dei libri stampati in tutti i mercati ne è testimone) che i libri rimarranno immutati, sempre pronti ad adattarsi nel contenuto e nell’estetica per poter parlare alle nuove generazioni, ma senza perdere il seducente piacere che ci trasmettono da secoli.

A. GENTILE: Per concludere la nostra conversazione, passiamo a qualcosa di più faceto. Abbiamo parlato del futuro dell’editoria, perciò ora vorrei saperne di più sul futuro della tua casa editrice. Che cosa avete in programma nei prossimi sei mesi? C’è qualche pubblicazione che ti sta particolarmente a cuore?

A. GALLENZI: Non vedo l’ora di pubblicare le ritraduzioni inglesi[CP2]  di Delitto e castigo e di Pinocchio, oltre che di portare alla luce a una perla letteraria assai poco conosciuta di Charles Dickens, Pictures from Italy, in cui l’autore descrive le proprie impressioni nell’anno in cui ha vissuto nel nostro paese, tra il 1844-45. Inoltre sono molto contento perché, dopo l’uscita di una traduzione a mio nome delle lettere di John Keats per Adelphi, La valle dell’anima, a settembre Alma pubblicherà il mio primo volume di saggistica, Written in Water, sugli ultimi mesi trascorsi dal poeta in Italia fino alla sua morte.

A. GENTILE: Un’ultima domanda: se dovessi scegliere un classico del passato che, se arrivasse sulla tua scrivania oggi, non riusciresti a mandare alle stampe, quale sarebbe?

A. GALLENZI: Ce ne sono tantissimi, ma uno che continuo a riprendere in mano e poi a rimettere sullo scaffale è Il pellegrinaggio del cristiano di John Bunyan, forse troppo denso e dal ritmo troppo lento per un’epoca con una curva dell’attenzione ridotta come la nostra.

ARTICOLO n. 35 / 2022

FACING HIM

Un ritratto di Keith Jarrett

Siamo così abituati a vedere Keith Jarrett con i capelli grigi, perfettamente tagliati, che è bene ricordare il tempo in cui aveva una delle più lussureggianti chiome di chiunque, bianco o nero, abbia mai suonato jazz. La sua capigliatura ebbe la massima estensione negli anni ’70, quando era a capo di due band telluriche: il Quartetto Americano con Charlie Haden, Paul Motian e Dewey Redman, e il più lirico Quartetto Europeo con Palle Danielsson, John Christensen e Jan Garbarek. Dal 1980 in poi, i suoi stretti collaboratori furono il batterista Jack DeJohnette e il bassista Gary Peacock (scomparso nel Settembre 2020). Questa band era conosciuta come Trio Standards, sebbene per me la loro versione di I Fall in Love Too Easily o altre, risultano meno rapinose di quando hanno lasciato queste riconoscibili e molto amate pietre miliari nella loro scia. Celebrato come pianista, Jarrett è in realtà un polistrumentista.

Al Deer Head Inn jazz club, alla fine degli anni ’60, Stan Getz gli mise una mano sulla spalla e gli chiese se sarebbe andato in tour con lui, dopo che lo stesso Jarrett ebbe finito un assolo con la chitarra elettrica. Eyes of the Heart, un sottovalutato album live del 1979, comincia con un lungo assolo di sassofono soprano. In Spirits e No End Jarrett suona ogni genere di percussione. I suoi lavori solistici al piano includono sia le proverbiali improvvisazioni, che registrazioni del repertorio classico. 

In confronto, pochi musicisti jazz hanno deviato in quest’ultima categoria. Si può pensare a Wynton Marsalis, ma il ruolo della tromba nel repertorio classico è piuttosto marginale. La tromba non ha raggiunto il suo potenziale espressivo come strumento solista fino a quando non ha trovato la via fra le mani di Louis Armstrong. 

Il piano, invece, è il centro della tradizione classica occidentale. Se i critici buttafuori all’entrata del Pantheon dei pianisti classici hanno esitato ad ammettere Jarrett, è in parte dovuto al fatto che lui non ha dedicato se stesso al canone con la risolutezza e l’esigenza dovute. Mentre le sue registrazioni de Il clavicembalo ben temperato sono spersonalizzate fino all’austerità – «questa musica non ha bisogno del mio aiuto» –, Jarrett sottolinea sempre che Bach era un improvvisatore. E Beethoven non poteva essere più felice di quando annientava potenziali rivali in quello che il lessico del jazz avrebbe definito cutting contests (battaglie musicali NdT). 

Per certi versi, quindi, il genio dell’improvvisazione di Jarrett, lo porta vicino allo spirito di questi, più che verso una devota aderenza ai loro spartiti. Paragonato ai maggiori concertisti di sempre, Jarrett ha coperto solo una minima frazione del repertorio. Non ha mai registrato una sonata per pianoforte di Beethoven. Perché Beethoven lo avrebbe messo alla prova e imposto un tributo in modo diverso da Bach o Shostakovich? Non importa, ci sono così tante registrazioni di Beethoven, ma esiste solamente un Köln Concert.

Se, in seguito a un cortocircuito cosmico, fossero cancellate dagli archivi tutte le interpretazioni di Beethoven eseguite da Alfred Brendel, sarebbe una perdita, ma avremmo comunque le versioni di Kempff o di altri. E anche se perdessimo tutte le registrazioni di Beethoven mai fatte, avremmo comunque gli spartiti: i documenti fondamentali su cui poggia la conoscenza. Ma se perdessimo Jarrett, avremmo perso la musica che lui soltanto era capace di creare, comporre e suonare.

Il Köln Concert è sia occasione che esempio iconico; molte delle sue registrazioni soliste successive sono più forti, anche se meno seducenti melodicamente. Le meravigliose melodie di Jarrett sono inseparabili dalla sua duttile potenza ritmica.

Ora, il ritmo è terreno di molti confronti, basta pensare a McCoy Tyner, alla sua devastante mano sinistra, ma Jarrett ha il talento di scatenare impennate ritmiche radicalmente eccessive in rapporto a ciò che sta facendo. Un elemento cruciale delle performance soliste, che diventa ancor più evidente con il trio – basta ascoltare i primi due accordi di Flying, Part 2 in Changes – dove lui, DeJohnette e Peacock rimbalzano da uno all’altro con effetto estatico. Sebbene sia un leggero peccato che Jarrett negli ultimi decenni non abbia collaborato maggiormente con altri, si è rassicurati da come il suo trio fosse infintamente flessibile. Sono stati funky, hanno suonato calypso, e addirittura il ragtime (purtroppo). Suonavano liberi, danzavano. 

Alla costante qualità di Jarrett su tutta la gamma di stili, corrisponde una longeva creatività. Chiaramente, il contributo di Ornette Coleman è storicamente più importante. Anche se Coleman non avesse registrato niente dopo il 1960, il suo lascito sarebbe stato al sicuro. Il rovescio della medaglia è che, nonostante l’attività frenetica, molto di ciò che Coleman ha fatto da allora somigliava ad un postscriptum. Per quanto riguarda la costante e variegata qualità di produzione nel tempo, nessuno potrà competere con Miles Davis, con cui Jarrett e DeJohnette hanno suonato nei primi anni ‘70. Tranne la pausa iniziata nel 1996, quando Jarrett fu frenato dalla ME (Myalgic Encephalomyelitis, in italiano Encefalomielite Mialgica, NdT) – i primi tentativi di recupero sono documentati in modo struggente in The Melody at Night, with You del 1999 – non ci sono stati altri momenti di aridità nella sua carriera. 

Ogni anno ECM pubblica materiale stupefacente dagli immensi archivi storici di Jarrett. Non è mai esistito un periodo in cui si andava a sentire Jarrett suonare solo perché era Jarrett, nello stesso modo in cui, in molti momenti, uno sarebbe potuto andare a sentire Bob Dylan (la cui My Back Pages, Jarrett, Haden e Motian registrarono nel 1968). Ci si andava consapevoli di avere buone probabilità di sentire qualcosa di irripetibilmente memorabile. È possibile che quei giorni siano davvero passati? C’è una traccia su Belonging del 1974 chiamata The Windup ma alcuni dei miei passaggi preferiti avvengono in quello che verrebbe chiamato il wind-down, la calma dopo i momenti di climax. In realtà, spesso è difficile essere esattamente sicuri di quando il picco sia stato raggiunto. La musica è sempre capace di scuotersi ancora, anche dopo molti climax. Il vocabolario sfortunatamente sessualizzato che si è intrufolato qui, almeno ci permette di affrontare il tema dei contorcimenti e dei gemiti di Jarrett. A volte i gemiti coincidono con i momenti di estasi. In altri momenti non sembra che stia facendo finta, giusto, ma che sia più l’irrefrenabile espressione di rapimento, le urla potrebbero essere il supremo sforzo di raggiungere una trascendenza che si dimostra sfuggente.

Si consideri Somewhere/Everywhere dall’album del 2013, Somewhere. Il trio comincia con il brano di Bernstein e poi scivola nella trance collettiva di un originale di Jarrett. Cresce, cresce e poi, avendo raggiunto la massima intensità e complessità, comincia la sua discesa finale intorno al quindicesimo minuto. Ma nei rimanenti quattro minuti, che avrebbero potuto felicemente estendersi a quattordici, come quaranta, il meglio deve ancora venire. Anche mentre scivola e si affievolisce nel silenzio, la musica contiene sempre la possibilità che potrebbe riprendere, di nuovo. Ecco perché l’applauso, il nostro apprezzamento, dovrebbe sempre essere ritardato.

Facing him di Geoff Dyer è tratto da Keith Jarrett, a portrait di Roberto Masotti. Prima edizione 2021 – Ristampa 2022 © Seipersei Books.

ARTICOLO n. 34 / 2022

LICORICE PIZZA & LA MIA BEATA GIOVINEZZA

«Forse la giovinezza è solo questo / perenne amare i sensi e non pentirsi» rivela con forza epigrammatica una poesia di Sandro Penna.Quando un paio di settimane fa sono uscito dalla sala del cinema Arcobaleno in viale Tunisia dopo aver visto Licorice Pizza, il nuovo film di Paul Thomas Anderson, mi sono venute in mente quelle parole. Eccitato e commosso assieme, ho dovuto camminare un po’, prendere aria, respirare e guardare la realtà extra-cinematografica pian piano rigenerare la propria forma, prima di riprendermi completamente e riportare alla regolarità il battito cardiaco.

Ho guardato il manifesto del film appeso in strada all’entrata del cinema: un fotogramma che sintetizza bene lo spirito del film, con l’attrice protagonista in primo piano. L’ho toccato, per sentire quanto fosse di carta, quanto fosse per l’appunto finzione, fiction, frammento di sogno di celluloide, quanto la vita che stavo riprendendo a vivere fosse cosa altra rispetto alla messinscena per immagini a cui avevo appena assistito.

Il film è la storia di un amore fra due ragazzi nella Los Angeles del 1973. Lui, Gary Valentine, ha quindici anni, è grassottello ma per niente impacciato e goffo, anzi, è un lanciato iper-promotore di sé stesso, un imprenditore in miniatura, una baby incarnazione del mito americano del self-made man; lei si chiama Alana Kane, ha 25 anni, lavora senza troppa passione come assistente di un fotografo, vive insieme al padre, alla madre e alle sorelle (famiglia ebraica) e sembra non essere in sintonia con niente e con nessuno. Si sente fuori posto, rispetto ai coetanei, rispetto agli adulti, rispetto a chi è più giovane di lei. Se non, per l’appunto, e sorprendentemente, con questo quindicenne smargiasso brufoloso che le fa la corte in modo spudorato e che lei non può (non deve, non dovrebbe!) assolutamente filare, secondo la regola volgare ed aurea insieme che sancisce che le ragazze vanno dietro soltanto ai maschi più grandi di loro.

Una parte superficiale ma per niente banale del film è in fin dei conti la descrizione romanzata della trasgressione di questa regola: ovvero il ragazzino anti-eroe che da rospo poco attraente si rivela pian piano principe azzurro e riesce a conquistare la preda impossibile e grande, a lui culturalmente e proverbialmente proibita.

Ma questa lettura è riduttiva: tutto il cinema di Paul Thomas Anderson è denso e stratificato, impossibile da leggere in maniera univoca. Io l’ho visto in una sorta di trance, tutto d’un fiato, piangendo a dirotto a più riprese e anche scoppiando a ridere in parecchi momenti. Non mi capita più così spesso di essere rapito da qualcosa. Rapito è la parola adatta. Sono stato trascinato con violenza da uno stato a un altro. Artigliato (etimologicamente sembra che raptus abbia una radice comune con «Arpìa») e portato da una dimensione di realtà a una dimensione altra ma altrettanto densa di significato proprio perché verosimile, compatibile con il mio personale vissuto.

Ci sono momenti nel film che sono puro cinema, dal mio punto di vista, in quanto monadi in cui i vari segni che compongono il codice filmico sono così fusi assieme da risultare irriconoscibili. Quando Gary Valentine viene arrestato, portato alla stazione di polizia e poi rilasciato, dopo un breve dialogo con Alana, viene scagliata una di queste frecce di cinema assoluto: una scena in apparenza molto semplice in cui viene filmata la corsa di un adolescente. Niente di più di Gary che, riacquistata la libertà, corre col suo fisico imperfetto su una strada della San Fernando Valley degli anni Settanta, nel sole. È una scena senza dialoghi, ed è solo, per l’appunto, un ragazzo che corre. È cinema puro perché non scritto o meglio così scritto da risultare muto e potente come un’esplosione stellare. È come la corsa del piccolo Antoine Doinel ne I 400 colpi di Truffaut, come i pistoleri che si dispongono a «triello» nel balletto finale de Il buon, il brutto, il cattivo, come il giro a Ostia in Caro Diario, come l’inizio di Persona di Bergman e come centinaia di altre scene o inquadrature che non sto ovviamente qui ad elencare. Ciò che mi interessa è questa capacità che a volte il cinema ha di far perdere le tracce dei segni di cui è fabbricato: perciò segui il dialogo – se c’è – come fossero le parole della tua reale esistenza quotidiana, la musica – se è presente – non la senti o la senti così forte come se l’avessi scritta tu e coincidesse con il battito del tuo cuore o con la paura e l’emozione che stai vivendo in un momento della tua vita; la tua vita, quella cosiddetta «vera», non cinematografica. Il cinema che scorrendo passa senza lasciar intravedere traccia di sé è il più subdolo e pericoloso: lo adoro, certo, perché grazie al cielo non mi fa incagliare nella saccenza di certe sceneggiature che fanno finta di essere intelligenti e fanno sfoggio di sé, ipercinetiche, ultra-brillanti, cariche di quell’ansia da prestazione da battuta perfetta che molti moderni scrittori per il cinema e la TV tendono ormai ad avere sempre, ma allo stesso tempo lo temo perché proprio perché somiglia alla vita, e nella sua perfetta manifattura tende a fondersi con essa, sostituirvisi. E così amore si aggiunge ad amore, ma anche dolore a dolore.

Nella San Fernando Valley del 1973 tutto sembra assolato e favoloso, e anche possibile: la musica è fantastica, puoi incontrare John H. Peters, ex-parrucchiere poi playboy poi produttore poi marito di Barbara Streisand, puoi fondare un’azienda di materassi ad acqua, puoi essere una baby star del cinema; eppure tutto è anche già marcio, sembra voler dire Paul Thomas Anderson. Impercettibilmente, con misura ed eleganza, questo meraviglioso film è la storia della contrapposizione fra la purezza dei ragazzi protagonisti, della loro innocenza (sono innocenti anche quando provano a fare i grandi, sono puliti anche se sognano il mondo sporco dei soldi e del business) e lo schifo senza possibilità di salvezza del mondo degli adulti. L’America nel 1973 è diventata adulta e compromessa rispetto a quella giovane e piena di speranze degli anni Sessanta. Il sogno è finito. «It’s on America’s tortured brow / that Mickey Mouse has grown up a cow», canta David Bowie in Life on Mars sparata non a caso a tutto volume in una scena del film. La Storia, possiamo azzardare, uccide i sogni. I sogni rimangono sempre immutabili, irrealizzati e bellissimi, nel cuore dei bambini e dei ragazzini. Prima che qualcosa li sporchi. Da una parte sta il fuoco della giovinezza e dall’altra tutto ciò che può servire a spegnerlo: nel film, nello specifico, la crisi petrolifera del 1973, le manovre politiche, gli abusi di potere e le megalomanie dell’industria del cinema. Ho pianto vedendo questo film perché inevitabilmente ho pensato a me, ho pensato a mia figlia, a mia moglie e ai miei cari, ho pensato ai sogni che a volte la Storia ruba ai ragazzi prima del previsto. Ho pensato che la giovinezza, a poterla congelare in eterno, sarebbe antitetica alla corruzione, fermerebbe le cause della colpa e ogni senso di colpa assieme, coinciderebbe col Bene.

Quando sono uscito dal cinema ho guardato il cellulare e scrollando sull’homepage del New York Times ho visto foto terrificanti dell’invasione dell’Ucraina e letto titoli di stragi di civili, fra cui bambini. 

E pensare che neanche mezz’ora prima, in un’altra scena del film, guidata da un amico di Gary, ho invece rivisto la mia bicicletta di ragazzino.

Credo fosse il mio compleanno. I miei genitori, intorno al 1978 (avevo cinque anni), mi regalarono una bicicletta blu, col manubrio piegato e un sellino con lo schienale altissimo. Un chopper a pedali. Era la cosa più bella che avessi mai visto. Uno dei miei primi ricordi di essere umano sono le pedalate con quella bicicletta nelle strade sterrate intorno a casa. La sensazione del vento in faccia e fra i capelli. Ecco cosa intendo quando sostengo che Licorice Pizza in alcuni momenti si sostituisce pericolosamente alla tua vita, ai tuoi ricordi, al tuo bagaglio esperienziale. Con quella bici facevo gare di velocità coi miei amici, ovviamente, ma accompagnavo anche mio nonno a fare escursioni in campagna. Durante questi percorsi mio nonno mi raccontava la storia dei posti a cui passavamo accanto, mi mostrava le case, le località, certi alberi e certe cose che ai suoi tempi c’erano e che al nostro passaggio già non c’erano più. Mi raccontava che in quelle strade e in quei campi di grano, prima che ci venisse costruito un villaggio sopra, lui, sopra un carretto trainato da un somaro percorreva il tragitto quotidiano per andare a scuola. Io ascoltavo le storie del suo mondo perduto, come si ascolta una fiaba, bella e lontanissima. Ogni tanto raccontava le storie della guerra, della sofferenza patita, dell’aver sposato mia nonna un mattino ed essere partito per il fronte il giorno dopo. Storie che mi parevano antiche, meravigliose e distanti anni luce da me. Avevo solo sei anni, il mondo del cinema (il cinema neorealista dei racconti di mio nonno, in questo caso) con quello della mia vita non potevano ancora combaciare. 

Mio nonno era un uomo alto ed elegante, me lo ricordo un giorno fermarsi davanti a certe lamiere vicino alla Casa del Popolo dove venivano affisse le pagine de l’Unità. Si fermava sempre a leggere quei giornali appesi, e anche io diligente parcheggiavo la mia mini-Harley Davidson e aspettavo. Quel giorno invece di stare in silenzio lesse e disse: «Farabutti!», a voce alta. Il rapimento Moro, io l’ho vissuto così.

Un giorno d’estate ci fermammo sotto un olmo a fare colazione. Avevamo comprato un panino con la mortadella, l’acqua e l’aranciata in un Bar Tabacchi da qualche parte vicino al Canale Maestro della Chiana, che lui conosceva bene perché ci andava a comprare le sigarette quando nel dopoguerra prese a lavorare come stradino. Non so perché quel mattino, non so perché proprio in quel posto; chissà perché, ma mi piace pensare, nel mio rimembrare distorto, che ci fosse a quell’ora lo stesso sole di un mattino californiano.

Però successe. Fu il mattino in cui mi raccontò della morte di suo figlio. Il fratello maggiore di mio padre morì a quindici anni per un’infezione cardiaca che al giorno d’oggi sarebbe stato una sciocchezza curare. Mi raccontò di come i dottori avessero consigliato di farlo curare da uno specialista a Roma, solo così si poteva avere la speranza di salvarlo. Bisognava però raccomandarsi a certe persone e al vescovo. Io non capivo cosa significasse raccomandarsi al vescovo e chi fosse questa congrega di persone del paese così potenti da poter decidere chi va dentro gli ospedali buoni di Roma e chi invece ci resta fuori. Mio nonno piangeva mentre raccontava e io mi preoccupai. Mi raccontò che lo convocarono in un imprecisato ufficio e quelle certe persone gli dissero che, insomma, si sapeva bene come lui la pensasse politicamente, e che quindi l’unico modo per accedere a questa via medica di alta categoria era quello di abbandonare la tessera di un certo partito e prendere quella di un altro. Mio nonno sotto l’olmo si asciugava gli occhi col fazzoletto e piangeva come un vitello, per la prima volta incurante del fatto che questo piangere così a dirotto e senza difese mi potesse turbare. Non si dimentica, un vecchio che piange. «La mia risposta fu no», mi disse, me lo ricordo, «dissi a quelle persone spinto da non so cosa che la tessera non la prendevo mica, e un mese dopo Alcide morì». 

Ho capito tutto con più precisione molti anni più tardi. E ho capito che il mondo è instabile e tende inevitabilmente alla corruzione. La giovinezza, che non si può fermare con un tasto freeze, è un’età mitica in cui ancora questa nozione è ignota, e di conseguenza si è generalmente beati. Ma questa ignoranza è poi la stessa che ci sbatte in faccia con ancora più forza la rivelazione dei virulenti processi di decomposizione. E può far molto male. 

Dobbiamo proteggere i nostri figli dalla moltiplicazione forsennata delle immagini del sangue, proteggerli dal video-massacro mediatico che la Storia quotidianamente ci offre; è compito nostro occuparci di questa nuova forma di difesa dei cuccioli dal pericolo, ed è nostro dovere addestrarli a nuove modalità di sopravvivenza. Eppure, in ugual modo sono sempre più convinto, in un una maniera nuova che ancora non sappiamo e che filosofi e psicologi dovranno cominciare a indicarci, che potremmo cominciare a togliere i ragazzi dalla campana di vetro e lasciarli vivere in un universo un po’ meno bambino-centrico. E nei limiti del possibile, insegnare loro il perdono, la pietà, il logos di Eraclito che tutto trasforma, la fisica di Aristotele e le leggi del movimento; insegnare loro quanto inevitabile sia in tutto la fine, celebrando da subito, con adeguato rito, il matrimonio della vita con la morte.

ARTICOLO n. 33 / 2022

IL COGNOME DI MIA MADRE

Un dialogo

M.T. Il cognome di mia madre è piuttosto raro: l’ultima volta che ho controllato era presente soltanto in dieci comuni, nove dei quali in provincia di Cuneo. Dopotutto è da là che vengono, anche se mia nonna materna mi raccontava sempre che il suo, di nonno, parlava di una casata francese a cui sarebbe appartenuto. Non era vero, ovviamente: ho risalito lungo quella linea di sangue fino a fine Seicento, e non ho trovato nessuna traccia di nobiltà. Non se ne trovano quasi mai. Da ragazzino avevo pensato di prenderlo, ma la lungaggine burocratica e i costi mi avevano intimorito. Oggi mi pare che ci siano due verità in quella voglia di appartenenza: volevo farlo perché si tramandasse in me una parte della famiglia di mia madre e perché pensavo che solo nei nomi le cose vivono davvero. Oggi ho capito che non è così importante: forse non lo prenderei perché anche se non ce l’ho nel cognome, quella linea di sangue non è qualcosa che semplicemente fa parte di me, ma letteralmente quello che io sono. Non dovrei fermarmi a quel cognome: dovrei possedere anche quello delle mie nonne, e quello dei loro padri, e quello delle loro ave. La decisione della Corte è senza dubbio una buona notizia: sarà più semplice scegliere, dare alla madre il sacrosanto diritto di perpetuare anche il suo cognome. Ma se il lignaggio è nominale e dunque simbolico, basta questo a conchiudere la complessità di ciò che rimane, delle famiglie?

M.P. Nel cognome di mia madre è annidato un indizio storico, di cui nessuno ha tenuto traccia e nessuno ha mai raccontato e probabilmente appartiene ai mori cacciati dalla Spagna, che hanno trovato accoglienza prima fra le coste sarde e infine fra quelle sicule, da cui provengo. Io, il mio cognome, l’ho spesso dimenticato e anzi, pubblicamente, non l’ho proprio avuto per più di un decennio. Tutto ciò che avrei voluto sapere della mia famiglia riguarda una storia recente, che è quella della mia bisnonna, la nonna di mia madre, che il cognome non lo aveva perché era un’orfana, adottata da bambina da una famiglia di nobili catanesi che l’hanno tenuta in casa come sguattera. La mia grande storia famigliare si ferma ai primi decenni del novecento, quando una bambina è stata abbandonata diventando la numero 0 di una nuova stirpe di donne. È a lei che mi sono sempre sentita appartenere, a quella ragazzina non voluta due volte, di fronte a lei il cognome di mio padre e quello di mia madre non esistono, troppo pallidi, troppo diluiti con il sangue di tutti. È quello il mio cognome: quello che non è mai esistito. E se potessimo scegliere a chi appartenere? Se da adulti potessimo dirci liberi di assumere i cognomi di chi ci assomiglia, che non sempre è una cosa che ha a che vedere con il sangue, non saremmo protagonisti di una storia molto più onesta? 

M.T. Una parte di me ti direbbe: troppo comodo. Noi siamo anche quello che non vogliamo essere, e questo è un fatto che secondo me non può essere messo troppo in discussione in maniera sensata: molto del lavoro che uno può fare nella vita ha a che fare col vedere chiaramente questa distanza da se stesso. Il fatto che siamo generati da qualcuno, il fatto che generiamo. Però è ovvio: non è solo il sangue ciò che lega una famiglia. Nel retaggio patrilineare del cognome c’è l’idea del lascito, di qualcosa che viene tramandato solo da una parte, quando l’unica cosa a essere indubitabile in una nascita è la madre. Mi viene da pensare che il cognome del padre risponda a questo complesso di inferiorità: una certezza simbolica contro una certezza reale. È vero anche che il cognome di quella ragazzina che abbiamo cercato invano dopotutto era il cognome di suo padre e poi di suo nonno, penseresti a loro se un giorno lo trovassimo? Io tendo a considerarmi la somma delle persone che hanno contribuito a generarmi, conosco i loro cognomi e me li rammento spesso, ma oggi non vedo più il fatto di avere un solo cognome, quello di mio padre, un limite: ho imparato che la famiglia è molto più grande di questo. È giusto che oggi le persone venga dato in automatico il cognome di entrambi i genitori, in modo che essi in possano scegliere per i propri figli. Dopotutto aggiungere il cognome del lato materno della famiglia non è mai stato un problema per i grandi casati che si univano: anche nell’araldica, che è la rappresentazione grafica degli stemmi di famiglia (che spesso parlano dei loro cognomi) i quarti sono ben delineati e il cognome stesso prima del 1300 era una cosa diversa da quella che intendiamo oggi. Lo stesso cognome Windsor è una scelta relativamente nuova e in qualche modo eterodossa. Perché dovrebbe essere un problema per noi? Però abbiamo chiamato nostro figlio con un solo cognome, il mio, se avesse un fratello o una sorella come ci comporteremmo? Mi spaventa che due fratelli di sangue possano avere cognomi diversi.

M.P. Il giorno in cui abbiamo deciso di dargli solo un cognome, il tuo, e quando è stato scelto il suo nome, ricordo di aver pensato che il cognome è quello che sei stato, e il nome è quello che sarai. Per questo, per scherzo ma forse no, ti ho proposto che avremmo dato solo il tuo cognome se a me fosse rimasta libera scelta sul nome: se tu determinavi il passato, spettava a me lanciare uno sguardo verso il futuro. Quel che è chiaro è che Cosmo Trevisani sarà quello che deciderà di essere e che noi gli abbiamo dato solo una casa da cui partire. Suo fratello o sua sorella seguiranno lo stesso percorso, che è quello di un figlio o di una figlia frutto della mescolanza dei nostri geni e ai quali daremo il dono del tempo, come abbiamo fatto con il primogenito. Se sarà automatico il doppio cognome, allora chiederemo di rimuovere il mio, al quale non sono legata e non certo per disaffezione nei confronti del mio amato padre, ma proprio perché ho più fiducia in quel che saremo che in quel che siamo stati e perché, certo, due bambini nati con gli stessi genitori non possono avere cognomi diversi, sarebbe come metterli in un campo di battaglia con le nostre mani e invitarli allo scontro. 

M.T. In un ramo della mia famiglia a un certo punto ho trovato un documento di battesimo di inizio Ottocento dove sotto la riga in cui prendeva posto il nome del padre c’era scritto: incerto. Quella bambina, Maddalena, venne riconosciuta soltanto dalla madre e quindi prese il suo cognome: Ragni. Anche questo è un passato sul quale edificare. Tolta finalmente la potestà che partiva dal matrimonio ogni cognome è in realtà sia materno che paterno ed è giusto fare in modo che le trame non si perdano, che le linee di sangue possano essere ricostruite. Nel Concilio di Trento fu dato ordine ai parroci di tenere traccia dei cognomi al fine di evitare le consanguineità e quel cognome fu quello del padre. Una scelta sbagliata ha prodotto una consuetudine così radicata nei secoli che ha permesso ai genealogisti di tracciare con certezza linee antichissime: il compito di chi fa genealogia oggi è quello di tenere in mente la sostanziale patrilinearità dell’approccio tenuto finora e provare a cambiarlo. Ogni albero genealogico dovrebbe essere una tavola per quarti. Col doppio cognome automatico, come nei paesi ispanofoni, se verrà mantenuto un rigore nella scelta in cui essi appaiono (quale che sia), i genealogisti che lavoreranno tra trecento anni avranno vita più facile della mia, che per scovare i cognomi delle madri devo scandagliare sempre più a fondo. Fantasia e stato civile non vanno molto d’accordo, forse giustamente.

M.P. A me pare che le madri abbiano bisogno di vedere riconosciuti i propri sforzi, costruire un essere umano dentro di sé, partorirlo e accudirlo intensamente per i primi mesi e i primi anni, non è qualcosa che può risolversi con un semplice ringraziamento a mo’ di letterina per la festa della mamma. Quello che ricordi tu, ovvero che tenere traccia dei cognomi avrebbe evitato la consanguineità, poteva avere una funzione e un senso fino a non molto tempo fa, ma oggi le cose sono diverse e le leggi si cambiano di pari passo all’evoluzione umana e culturale. Per i primi tempi sarà più difficile tenere il computo degli avi, di chi c’è stato prima di noi. Ma il nostro compito è lavorare sul presente, fare in modo che ci sia equità e riconoscere a entrambi i genitori pari dignità. Il cognome paterno, conferito alla nascita, ha tutta l’aria di essere un premio: se la donna ha il privilegio di dare la vita, l’uomo deve avere il privilegio di apporre un’etichetta a quella vita e di renderla propria, simile a quella dei suoi padri. C’è una forma di appropriazione, in questo, che non credo faccia molto piacere alle donne. Il marchio sul figlio è una cosa ancestrale, che ricorda i clan, le lotte per il fuoco, le divisioni di territori e il tracciamento dei confini. Con la storia che la madre è sempre certa si è tolto di fatto alle madri il diritto a riverberarsi negli anni a venire, un sasso che lanciato nell’acqua non produce piccole onde ma solo un rumore sordo per finire negli abissi. Credo sia importante riaffiorare, ora, da quelle profondità e far sentire che ci siamo state anche, e forse soprattutto, noi. 

ARTICOLO n. 32 / 2022

A CONVERSATION WITH ALESSANDRO GALLENZI

What does it mean to be a publisher?

When thinking about international publishing, there are many questions we should ask ourselves: how is cultural work changing in the world? Will the publishing world be able to respond to the multiplicity of stimuli from which it is overwhelmed every day? What will the role of the publisher be in the future?
These, and many other questions, open up a series of conversations with the protagonists of today’s publishing industry.

A.GENTILE What does it mean to be a publisher? Giangiacomo Feltrinelli used to say that a publisher is like a wheelbarrow, a mean of transportation, thanks to which books pass from an author’s hands to a reader’s. The late Roberto Calasso, on the other hand, thought of a publisher as an artist, who thinks about the construction of a catalogue as a writer thinks about his novel, with a creative, artistical mindset. Which of these two positions you feel closer to?

A.GALLENZI Both of these approaches are part of my publishing ethos. On the one hand I agree with the likes of Giangiacomo Feltrinelli and his friend John Calder, whose list we inherited, that a publisher is a conduit – not just between authors and readers, but also between past, present and future. Sometimes a publisher is necessary in order to keep alive a legacy that would otherwise be forgotten. Once we published an English translation of Edmondo De Amicis’s Costantinopoli, a book which had been long out of print even in Italy, and Einaudi was intrigued by our idea and reissued it there. This kind of cross-pollination is very important in publishing. I do, however, feel closer to Roberto Calasso’s approach, and like to think that our list, on the whole (with some exceptions), is a reflection both of our taste and an attempt to create a work of art in itself. The image I like to use to describe a publisher is that of a gallery curator, who selects a number of works and creates a narrative that links them, speaking to the viewer in simple, understated terms. It is essential, and Calasso was a master at this, that the message is not too loud or obtrusive, and that publishers know how to take a step back and let go of their own creations.

A.GENTILE Before being publishers, first of all we are readers, though readers who read books in a way no one else does, sometimes dissecting a text like a surgeon would. My question then would be about the books that influenced you the most in your work as publisher, the ones you keep returning to in your daily job. What are the most vital pages that give shape to your publishing strategies?

A.GALLENZI I feel very lucky and privileged, because my experience as a translator and my interest in linguistics helped me to look at texts in a different way, and to recognize their beauties and complexities in all their multifaceted aspects. I have always been an extremely slow and “dissecting” reader, and there are a number of books I keep going back to as a kind of measuring rod for my work as a publisher. Dante’s Divina commediaVita nuova and Rime are among the most important works in my own development both as a reader and as a publisher. Then I would say the works of Dostoevsky, Bulgakov, Gogol, the poetry of Keats, Dylan Thomas, W.B. Yeats. I am very passionate about Alexander Pope, Smollett, Fielding, Sterne, George Eliot, Charlotte Brontë, Louis-Ferdinand Céline. The list could go on – the trouble is that once you discover the beauties of literature, you almost feel compelled to share your passion with others.

A.GENTILE Of course, today books are only one part of a delicate, sometimes elegant, often surprising equation of content. From movies and tv shows available for streaming at a click of our devices, to podcasts, mobile Apps and games, stories, words, ideas are all around us, a cloud of content that we breathe, constantly, as we do our morning routines, go to work, talk with a colleague, have a romantic dinner in a restaurant. It’s inescapable and can be suffocating, this cloud, but also exhilarating. What other “cultural objects” beside books are currently influencing your publishing strategies? Are you pursuing any type of cooperation between books and other media that might turn out to be mutually beneficial?  

A.GALLENZI Books are a very supple and versatile communication tool, and they continue to adapt with the times. It is their format that has remained (in most cases) more or less the same over the centuries, but their content keeps morphing in order to speak to new generations of readers. As a book publisher we are not averse to change, and we have embraced the eBook revolution, but tend to resist the latest fads or fashions, such as books by influencers, epistolary novels written as emails, text messages or tweets. We are not closed to any new idea that speaks to us and excites us, but our taste is fairly traditional, and we don’t like gimmicky books. In short, you won’t find many “multimedia” titles in our programme.

A.GENTILE But let’s go back to books. Books are strange objects, and I often wonder what their role in our contemporary society is – especially given the proliferation of media we were talking about. What do you think the common perception of books is? Are they thought about as merely entertaining devices? Do they still represent a different kind of emotional experience, or a different way to interrogate our reality? Franz Kafka used to say that we need books that break the icy sea inside ourselves. Do books still manage to do this? 

A.GALLENZI Books are extremely wide-ranging and eclectic: they can entertain, challenge ideas, grant a little escapism, kindle emotions, lead to a discovery, create a debate and so on. Readers can take what they want from a book. Even the same book can elicit different reactions from different readers. A book can spark or quell a revolution. A book can change one’s life. It is perhaps the most sophisticated form of communication, because it can engage our minds in a more profound way than, say, cinema, visual arts, music or online media, which are mostly based on vision and hearing. Since what we are is clearly defined by thought and language, a book absorbs all our mind and offers a much more complex way to interrogate our internal and external reality. Keats compared his first reading of Homer to the discovery of a new world; Borges likened the discovery of Dostoevsky to that of love or the ocean – a memorable event in our lives. In short, a book gives access to an entire new physical and spiritual world, which can be explored and rediscovered many times during one’s life. And yes, I believe books can offer a unique kind of emotional experience: this is what has made them so successful throughout human history.

A.GENTILE A follow-up question would have to do with readers. What’s the ideal reader you have in mind as you work? And how this ideal reader, if present at all, comes to you: do you search for them, trying then to find the best possible reading experience for them; or do you invent them, meaning that you move about the publishing world creating needs and spaces that weren’t there before?

A.GALLENZI My «eternall reader» (to quote from the prologue to Shakespeare’s Troilus and Cressida) is curious, intelligent, questioning, understanding, happy to be challenged and never petulant or pedantic. I want to share my interests and my tastes with my readers, and I want them to feel some of the joy and good humour that inspired me to publish the books I bring to their attention. Each book is an open invitation, but since I am fully aware that it is impossible to make everyone happy, for me it’s more like scattering seeds than casting a baited hook.

A.GENTILE However, a publisher thinks about the readers who the books she publishes are going to meet, books are often thought of as bridges, especially in times of great division. It’s a platitude, of course, but one that holds – like all platitudes do – a morsel of truth, though one that is consistently challenged by political, societal and linguistic barriers. Many have dreamt, over the decades, of a fully European publishing house, that can make a book available in multiple languages at the same time, for readers across the Continent. Is it utopia, or is it something that new technology and a renewed need for cooperation are making more and more possible? How would you feel about such a project?

A.GALLENZI Many have tried and failed. There was a time when, during the late Sixties and early Seventies, when a group of likeminded and politically aligned publishers (Giangiacomo Feltrinelli, John Calder, Barney Rosset, Klaus Wagenbach, Heinrich Ledig-Rowohlt, the Dutch firms Bezige Bij and Nijgh & van Ditmar, Jérôme Lindon, Christian Burgois and others) thought it possible to publish the best books from Europe in every major language. But what made their project unrealizable was their own strong individuality and the gulf in readers’ tastes and expectations across the borders. Publishing is a very idiosyncratic pursuit. Perhaps this is the beauty of it – what we call «bibliodiversity», something that in fact should be fostered and safeguarded. I think that, today, making this happen would be more difficult than ever (mainly for reasons which have to do with the complexity of our market and a shift towards corporate publishing), extremely commercial publishing operations such as Harry Potter and Elena Ferrante aside. Nonetheless, and as we have seen recently, there is no guaranteed formula of success even for best-sellers: what France adores, Britain dislikes – what Italy and Spain rave about, Germany finds boring, and so on.

A.GENTILE Despite the need for cooperation we were talking about, we do have our differences, of course, and differences must be treasured even as we find new ways of working together, of being together, because it’s our differences that make us unique. Another platitude, perhaps, but one that is often exemplified in publishing by the contrast between British and American publishers and European ones. Generally speaking, and on the one hand, every book is different in the UK and the US, thus, a publisher’s identity is less perceivable that the identity of the editor building a particular list. On the other hand, and in the European landscape, a publisher’s identity tends to be immediately recognizable from the get-go – think of a Gallimard blanche, or Adelphi’s pastel colours on a bookshelf. What do you think the respective merits of the two approaches are? And which one do you feel closer to?

A.GALLENZI Soon after starting my career in publishing in Britain, I discovered that I would have to adapt my editorial and production compass in order to be successful. If I had followed my instincts and personal taste, I would have conformed to the French model of Fayard and Gallimard, or the Italian model of Adelphi and Sellerio. Other British publishers have done that (the first Pushkin Press, Maia, Peirene, etc.), however, they have never been able to shake off the perception of being «niche», difficult and inaccessible. My approach, first at Hesperus and later at Alma, was to put an emphasis on the editorial care, the quality of the translation and the physical appearance of the book, using striking images or illustrations for our covers and making every single volume stand out on its own, rather than becoming part of a series. We used fine Arctic paper and «French» flaps, but our books were perceived as accessible and were a hit among younger and the older generations alike. Our motto at Hesperus was «Et remotissima prope» – «bringing near what is far» (both in terms of space and time) – and we managed to do what others had failed to do before: finding the right commercial formula without having to sacrifice our editorial integrity. As the British market evolves, we need to keep changing too if we want to remain successful, so we can’t adopt a one-layered approach to publishing.

A.GENTILE Publishing, as our readers may have gathered from this conversation, is sometimes a very idiosyncratic business. How do you imagine the future of our industry? Umberto Eco used to say that books are «eternal objects»; objects that, like a fork or a spoon, are so perfect from the moment of their invention that they don’t need changes. Do you think this is true for books? Do you believe that books will stay the same – physically and spiritually – through the next years? And if, on the contrary, you think they will change, how will they do it?

A.GALLENZI I totally agree with Umberto Eco, and, in fact, the comparison of a book to a fork or a spoon is one I have used many times in the past during my talks about publishing to illustrate that some objects are perfect as they are and need no improvement. Both PDFs – which are meant to be read online or on tablets – and eBooks for Kindle devices are in fact a substandard, diminished version of the original paper artefact. I want to believe (and the recent resurgence of the printed book in all markets bears testimony to this) that books will remain the same – always adapting in content and presentation. And I do believe they will speak to new generations, remaining the lusciously pleasurable objects they are to our senses today, as they have been for centuries.

A.GENTILE As we wind down our conversation, perhaps it’s time to move into more playful territory. We talked about the future of publishing, so, perhaps, now it’s time to talk about the future of your publishing house. Give us a sneak peek into the next six months. What are you most excited for in publishing?

A.GALLENZI I am particularly looking forward to brand-new translations of Crime and Punishment and Pinocchio, and to the publication of a lesser-known literary gem by Charles Dickens, Pictures from Italy, detailing his impressions of our country during his one-year stay in 1844–45. Having recently published a translation of John Keats’s letters for Adelphi, La valle dell’anima, I am thrilled to be publishing in September, under our Alma imprint, my first non-fiction book, Written in Water, about the poet’s final months and death in Italy.

A.GENTILE Last question. If you were to choose a classical book from ages past that were to reach your desk today and that you wouldn’t be able to pass on, which book would that be?

A.GALLENZI Too many to mention, but one that keeps coming into my hands and is swiftly put back onto the shelves is John Bunyan’s The Pilgrim’s Progress – possibly too dense and slow-paced for our times of short attention spans.

ARTICOLO n. 31 / 2022

IL LAVORO CULTURALE

The Italian Review inaugura un ciclo sul lavoro culturale, con questa immersione nel linguaggio a opera di Luciano Bianciardi, a cento anni dalla sua nascita. Molti decenni dopo contempliamo un mondo radicalmente diverso, dove alcuni di questi lemmi hanno assunto conformazioni diverse e sono state oggetto di semplificazione e polarizzazione: molto si è detto sul significato della parola dibattito, che nell’epoca social ha assunto forme del tutto imprevedibili, se è vero che nel 55esimo rapporto sulla società italiana del Censis uno dei capitoli era intitolato La società irrazionale: il Censis parla della nostra epoca come l’epoca del «sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà» e aggiungendo che «l’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale (…) e si ritaglia uno spazio non modesto nel discorso pubblico, conquistando i vertici dei ‘trending topic’ nei social network, scalando le classifiche di vendita dei libri, occupando le ribalte televisive».
Sull’obsolescenza e lo slittamento di significato di un termine qui evocato con grande naturalezza come intellettuale si è già discusso ma non abbastanza. Questo termine identitario, divenuto in un certo qual modo grottesco, sarà in varia natura presente in questo ciclo, anche quando non enunciato. Seguiranno a questo intervento bianciardiano molti dialoghi con editori e editor internazionali, allo scopo di indagare il lavoro culturale, più precisamente editoriale, in varie forme. Se «ogni linguaggio è schema e astrazione» si cercherà di entrare dentro quell’astrazione, e non solo: dentro lo sguardo dei «lavoratori culturali»: che spesso coincide con una visione del mondo.

Andrea Gentile, Direttore responsabile The Italian Review

Per comodità di chi voglia fruttuosamente dedicarsi al lavoro culturale, sarà opportuno raccogliere, a questo punto, tutta una serie di indicazioni emerse dalle pagine che precedono, indicazioni circa il problema del linguaggio. C’è infatti un lessico, una grammatica, una sintassi e una mimica che il responsabile del lavoro culturale non può ignorare.

Cominciamo subito, perciò, con il nocciolo della questione, con il termine problema. Nonostante la differenza spaziale (alto-basso) dei due verbi, il problema si pone o si solleva, indifferentemente; ma c’è una sfumatura di significato, perché porsi è oggettivo, cioè sta a dire che il problema è venuto fuori da sé, mentre sollevare è attivo; il problema, in questo caso, non ci sarebbe stato se non fosse intervenuto qualcuno a farlo essere.

Quasi sempre il problema, posto o sollevato che sia, è nuovo; e si dà gran merito a chi, accanto agli antichi e non risolti, solleva problemi nuovi e interessanti o meglio ancora, di estremo interesse, purché siano, ovviamente, concreti. Sul problema si apre un dibattito. Dibattito è ogni discorso, scritto o parlato, intorno a un certo argomento (cioè a un certo problema) in cui intervengono due o più persone. Il dibattito, oltre che concreto, e più spesso che concreto, è ampio e profondo, anzi, approfondito, e quasi sempre si propone un’analisi (approfondita anch’essa) della situazione. La giustezza della nostra analisi sarà poi confermata, invariabilmente, dagli avvenimenti. La situazione è sempre nuova e creatasi (da sé, parrebbe) con dopo.

Al dibattito gli interventi portano un utile contributo. Esso può assumere anche la forma di convegno: in questo caso è parlato, gli interventi sono numerosi, e gli intervenuti sono giunti da ogni parte d’Italia. Dal dibattito scaturiscono, oppure emergono o anche, più semplicemente, escono, alcune indicazioni.

Le indicazioni sono anch’esse utili. Se possono esprimersi in una breve frase, allora si chiamano parole d’ordine. Per esempio: Per un/per una (cinema, teatro, romanzo, arte, cultura, scuola, pittura, scultura, architettura, poesia) nazionale e popolare. In caso contrario, quando cioè le indicazioni non abbiano questo potere di contrazione espressiva, si parlerà di tutta una serie di iniziative, utili, naturalmente, e concrete, ma di massima, suscettibili cioè di elaborazione.

Concreto, come si è visto, è il problema, il dibattito, l’intervento e l’indicazione. A memoria d’uomo non si è mai saputo di un problema, dibattito ecc. che si sia potuto definire astratto. Come non si è mai saputo di un problema risolto; semmai superato, dalla situazione creatasi con o dopo. A volte poi si è scoperto che il problema, pur essendo concreto, non esisteva. In casi simili basta affermare che il problema è un altro.

La scelta dei problemi si chiama problematica, quella dei temi tematica. Ricordo che una volta, a Firenze, discussero tre ore su questo problema concreto; se fosse necessario porsi prima il problema della problematica oppure quello della tematica. Un problema è anche, spesso, di fondo. Esso si adeguerà alle prospettive, nuove e concrete, di lottaper contro.

Lotta, anzi lotte, è l’azione quando incontra un ostacolo, altrimenti l’azione è pura e semplice attività. Ma tanto per le lotte che per l’attività si mobilitano tutte le forze, si toccano larghi strati, o larghe masse, si estende l’influenza, ci si pone alla testa e ci si lega anche strettamenteAl servizio della lotta si pongono le proprie capacità.

A volte le cose non sono così semplici; ma il dibattito ha appunto l’ufficio di indicare gli inevitabili difetti, determinati dalla situazione. I difetti consistono quasi sempre nel non aver sufficientemente utilizzato, elaborato, applicato le indicazioni emerse da. I difetti, in ogni caso, sono stati indicati da un esame autocritico. Ogni dibattito assolve anche a questa funzione.

Accanto al problema, ma un po’ più sotto, c’è l’esigenza. L’esigenza si sente, anzi, si è sentita. A volte sorge, o meglio, è sorta, ed in ambedue i casi occorre andarle incontro. Problema ed esigenza riguardano a volte i rapporti con. Con gli intellettuali, per esempio.

Gli intellettuali possono incontrarsi da soli o accompagnati ad operai e contadini. In questo secondo caso la successione di rigore è la seguente: operai, contadini, intellettuali. Gli intellettuali possono essere: illuminatidemocraticiavanzatimolto vicini a noial servizio della classe operaia; la serie è in crescendo. Pseudo-intellettuali sono invece gli altri, quelli che si sono posti al servizio del padronato, della reazione, del grande capitale, dell’imperialismo.

Al problema del linguaggio va connesso quello della gesticolazione, un problema peraltro più complesso e meno facilmente definibile; ci limiteremo a darne qualche cenno.

Ampio: si accompagna con un gesto circolare delle due mani, palme rivolte in alto.

Concreto: si strofinano i due pollici contro le altre dita.

Prospettive (e anche indicazioni): la mano sinistra si sposta in avanti, verticale; le dita debbono essere unite.

Nella misura in cui: la mano – sempre sinistra – piegata a spatola, scava in un mucchietto di sabbia immaginaria posta di fronte a chi parla.

Sul terreno del: col dorso della mano si sfiora il tavolo, con un gesto orizzontale.

Va subito detto che il problema del linguaggio non viene qui posto per la prima volta nella storia: illustri teorici e critici, da Giorgio Dimitrov a Carlo Salinari, lo hanno già fatto in passato, e molto più profondamente che qui. Ci fu anzi, sul problema del linguaggio, cinque o sei anni or sono, un dibattito largo e approfondito, con numerosi utili interventi, che portarono un contributo sostanziale alla soluzione del problema stesso. Un problema, si disse allora, che si era maturato per un’ampia discussione su di un piano collettivo e concreto. Un problema interessante per migliorare la capacità di lotta; relativo al linguaggio usato all’interno delle organizzazioni democratiche, e relativo al linguaggio usato rivolgendoci agli alleati e ad un pubblico più largo. Si denunciavano alcuni inevitabili errori, di linguaggio appunto, determinatisi in conseguenza della situazione creatasi con.

Fra i numerosi interventi se ne ebbe uno che riconosceva come l’intervento precedente aprisse la possibilità di un ampio dibattito, tanto più necessario quanto più era vicino l’inizio della campagna per le elezioni politiche. «Io penso», diceva a conclusione l’intervento, «che le questioni poste vadano approfondite per meglio specificare le cause che determinano i nostri difetti di linguaggio e, di conseguenza, gli accorgimenti da seguire per superare i difetti stessi.»

Qualcuno, più autorevole, disse che lo schematismo del linguaggio dei responsabili del lavoro culturale – e di tutti gli altri – aveva peraltro un pregio; quello di garantire una maggiore precisione scientifica, un maggior rigore espressivo, e quello di far uscire dall’approssimazione e dal genericismo del tradizionale linguaggio ottocentesco.

Altri diranno che in fondo ogni linguaggio è schema e astrazione. Che anche quando io dico «pane» uso una parola che è nata prima di me, e che significa qualcosa per pura convenzione. Che quando dico «lavoro» adopero un’iperbole. Che «idea» è solo una metafora, una metafora visiva, per la precisione. Ogni lingua, insomma, è convenzione, e come tale è legittima, anche quella dei responsabili del lavoro culturale.

A costoro occorre rispondere citando un’autorità che fu ritenuta altissima nel campo della linguistica, ed in molti altri campi ancora:

«I dialetti di classe, che sarebbe più esatto chiamare gerghi, servono non le masse del popolo, ma un ristretto gruppo sociale superiore».

© Il Saggiatore, 2018.

ARTICOLO n. 30 / 2022

MODE CULTURALI

Trave e fuscello. Le male azioni che compio, le sciocchezze che dico non diventano più veniali se me le rinfaccia uno più mascalzone o più sciocco di me. «Togli la trave dal tuo occhio» dice il Maestro di Giustizia. E forse potrebbe dirlo anche l’uomo del fuscello, a patto però di riconoscere che quel fuscello ce l’ha, e che deve toglierselo, per quante travi veda negli occhi altrui. Occorre sì, a volte, contestare i «pulpiti» da cui viene la predica, ma il «da che pulpito» non dev’essere mai un’esimente, un modo di sottrarsi alle proprie responsabilità, di sfuggire l’argomento.

Nella mia famiglia ritrovo quasi tutti i vizi caratteristici della piccola e media borghesia, tranne l’arrivismo, il culto del successo, la ruffianeria. Riconosco, in altre parole, i vizi passivi (conformismo, moderazione, temperanza, avarizia…), ben poco di quelli attivi. È stata l’esperienza precoce della sventura a eliminare quasi alla radice quel tipo di aggressività, desiderio di contare e comandare e salire economicamente e socialmente. L’esperienza della sventura ha tolto ogni sapore a quel tipo di ambizione.

Hai un bel volerti legare alla comunità, 
quando la comunità non c’è più.

Una certa amabilità, allegria e leggerezza è propria solo degli imbroglioni, di chi vive d’espedienti. È il loro strumento di lavoro, e questo abito viene mantenuto anche nei rapporti, come dire?, disinteressati. Sono quasi sempre persone dotate di un buon grado di autocoscienza, abbastanza oneste e serie per vietarsi, quasi per principio, la serietà: il loro stile ignora i toni gravi, solenni e soprattutto moralistici (parlo dei piccoli imbroglioni, non dei grossi, che invece spesso si ammantano di gravità).

Il forte, colui che può esercitare il potere senza ricorrere a sotterfugi, a mezzucci, non è allegro né amabile. Colui poi che è onesto per paura, perché la disonestà è troppo rischiosa, è l’uomo più tetro che ci sia: il moralismo è la sua vendetta. Ci sarebbe infine la superiore amabilità e allegria dei buoni, ma non ci sono i buoni.

Leggendo una pagina di Eco m’è tornato il ricordo di un amico di gioventù. Avevamo vent’anni e s’organizzavano festine da ballo. Chi portava i dischi, chi pasticcini, chi vini e liquori. Lui, con occhio brillante, prometteva di portare tre bellissime ragazze. Poi ne portava solo una e bruttina, che abbandonava subito, con l’aria di mettercela a disposizione, sicché toccava a noi farla ballare perché non si sentisse di troppo. Oppure si trattava di una cena. Uno provvedeva la casa e le stoviglie, un altro i salumi, un altro l’arrosto, un altro i dolci, un altro i vini. Lui prometteva «le salse», ma con un’aria così d’importanza, così misteriosa e maliziosa che tutti s’aspettavano qualcosa di estremamente raffinato, il tocco di classe che avrebbe promosso il nostro cenone studentesco a livelli ristorante con tre stelle. Giunto il momento, quando la tavola era apparecchiata e tutto era pronto, lui con mossa elegante estraeva dalla tasca e posava sul tavolo un tubetto di maionese Calvé.

La preoccupazione del caposervizio culturale: 
«Attenzione a come si scrive Hitchcock, ricordarsi le tre c.»

Intorno ai primi anni settanta (1972? ’73?), un giovane ex gruppettaro operaista con la fissa del cinema e del giornalismo, approdato alla tv, mi aveva contattato e assediato con visite e telefonate per convincermi a partecipare a un programma in più puntate sulle riviste di sinistra degli anni sessanta, che doveva culminare in una serie di dibattiti o tavole rotonde (quali riviste, oltre a Quaderni piacentiniIl manifestoClasse operaiaQuaderni rossi? QuindiciClasse e stato…? Non mi ricordo più).

Per educazione non gli avevo detto subito di no, anche se la cosa mi disturbava: già allora ero estremamente critico sui mass-media, e perfino più di adesso, nel senso che lo ero attivamente, praticamente, convinto che il ruolo politico della Nuova sinistra e le prospettive fossero molto maggiori di quel che in realtà non erano, e tanto più convinto che avesse tutto da perdere a mescolarsi con il bla blaistituzionale, con l’inevitabile risultato di stingere e banalizzare la sua immagine. 

Ma questo giovane mi faceva un po’ pena, e poi non mollava la presa. Vantava idee e sentimenti come i nostri (ciò che, secondo lui, avrebbe dovuto garantire a sufficienza sulla serietà del programma), e poi presentava la cosa come la sua grande occasione per affermarsi professionalmente e fare un po’ di strada in Rai. Non avevo cuore di dirgli un no secco. Cercai di tergiversare, di stancarlo, senza risultato. Cedetti: posi come unica condizione di non essere il solo a rappresentare Quaderni piacentini, dato che non ne ero (e meno ancora me ne sentivo) il leader: avrebbero dovuto partecipare – con me – almeno un altro paio di redattori (Stame o Ciafaloni o Grazia Cherchi o Salvati…). Si diede molto da fare, come già aveva fatto con me, con i compagni da me indicati per ottenerne la partecipazione. Ma anche questi compagni la pensavano più o meno come me e risposero con obiezioni, svogliatezza, pretesti di altri impegni. (Se c’era una cosa che unificava il gruppo dei Quaderni piacentini era proprio la mancanza di vanità di tutti i suoi redattori, il disprezzo per l’auto-pubblicità). Le trattative si trascinarono per qualche tempo, con alti e bassi, finché si arenarono su un nostro no conclusivo (non ricordo più come, per quali ragioni o pretesti).

Disperazione del giovane (intanto il programma era partito, con la fervida partecipazione – manco a dirlo – delle altre testate); estremi tentativi di smuoverci dal no (gli scocciava molto che nella rassegna mancasse proprio la testata che era allora la più autorevole e anche diffusa); appelli all’amicizia (che non c’era), alla comune fede politica (tutta da verificare), alla sua posizione imbarazzante o addirittura in pericolo nei confronti del suo capo, responsabile del programma (un grosso personaggio televisivo, un big, suppongo democristiano). È vero che era venuta meno la conditio sine qua non da me posta subito (la partecipazione di altri della rivista oltre a me), ma il giovane aveva il sospetto, più che fondato, che non avessi fatto nulla per convincerli, in realtà sabotando la cosa. 

Per non pregiudicare la sua posizione, disse al suo capo che la colpa era solo mia, che prima avevo accettato e poi m’ero negato, venendo meno alla parola data. Ricevetti una telefonata del boss, che aveva il tono onnipotente di un Darryl Zanuck o Howard Hughes. Gli spiegai com’erano andate le cose: il programma non m’aveva mai interessato, anzi; comunque avevo accettato a certe condizioni, venute meno le quali indipendentemente da me, non mi sentivo vincolato a nessuna promessa. Non avevo mancato di parola. Ma il boss era soprattutto incredulo che un nessuno come me rinunciasse a un’opportunità così ghiotta come quella di farsi pubblicità apparendo sui teleschermi; chiaramente, non si capacitava della cosa, pensava che scherzassi o fossi totalmente stupido, o facessi il difficile, per mercanteggiare o magari solo per civetteria.

Né poteva accettare che un nessuno come me, per un capriccio, potesse danneggiare un programma che era costato soldi e lavoro… Ma presto dovette prendere atto, benché il rifiuto non cessasse di apparirgli inconcepibile e scandaloso, che il mio «no» significava proprio «no». Allora, accantonato il tono «logico» e «pratico» cui s’era attenuto, passò alle minacce. Mi disse chiaro e tondo che io con la tv «avevo chiuso»; che se mai avessi avuto bisogno di lui «me l’avrebbe fatta pagare…». Mancava solo che promettesse di «rovinarmi», come il padrone col sottoposto, il produttore con il regista o l’attore… Non era il caso, dato che non c’erano rapporti di alcun genere, e poi ero troppo poca cosa per lui.

Ma anche nel momento in cui doveva accettare che non ero come lui (ciò che lui riteneva oltremodo importante non aveva per me nessun valore), non poteva fare a meno di trattarmi come uno della sua razza (a parte il lato grottesco, l’episodio è anche indicativo del costume verso i media di una certa Nuova sinistra, che non solo non si negò a nessuna offerta o occasione, ma anzi le ricercò, fu sensibilissima alle seduzioni del potere, ben presto a caccia di posti, carriere, pubblicità…).

Io credo di essere sostanzialmente rimasto quello di allora, anche se la Nuova sinistra non c’è più da un bel pezzo. Ma non io solo. Quasi tutti gli amici e compagni dei Quaderni piacentini hanno continuato a distinguersi per riserbo, decenza, hanno resistito assai meglio di ogni altro gruppo e formazione d’allora alla volgarità e all’opportunismo trionfanti. Non lo dico a scopo apologetico: può darsi che dopotutto la maggiore decenza nostra rispetto ad altri sia solo un fatto di classe: tra noi prevaleva l’elemento borghese, di buona famiglia, rispetto all’estrazione più piccolo-borghese o plebea di altri gruppuscoli; eravamo meno affamati, meno voraci, avevamo già il necessario e il superfluo, non avevamo bisogno di guadagnarci un posto al sole.

Tratto da Diario del Novecento, a cura di Gianni D’Amo, in libreria dal 26.05.22.

ARTICOLO n. 29 / 2022

FORD ESCORT

Ricordo con precisione la prima volta in cui ho desiderato morire.

Avevo sette anni ed ero in vacanza con i miei genitori, sui Pirenei.

A loro piaceva molto girare l’Europa in macchina e tenda da campeggio e la Francia del Nord è stata una delle mete preferite di quegli anni d’infanzia.

Entrambi i miei genitori parlavano fluentemente il francese e si erano appassionati alle zone meno turistiche del paese. In più, la qualità dei campeggi d’oltralpe era innegabilmente migliore rispetto a quella italiana: le piazzole erano immerse nel verde, enormi, i servizi igienici erano puliti, il silenzio era quasi assordante. 

In Italia ricordo invece dei bagni pubblici che più che toilette erano armi batteriologiche con notevoli esempi di quella di dripping su tutti i muri e a discapito delle leggi della gravità, piazzole talmente piccole da poter sentire i vicini copulare o russare, autostrade sopraelevate passare sopra agli spiazzi dei campeggiatori.

Una volta, in un camping del centro Italia, andò a fuoco la tenda di un nostro vicino ed eravamo così appiccicati gli uni agli altri in quel minuscolo spiazzo che abbandonammo in fretta e furia la vecchia canadese, convinti che avremmo preso fuoco anche noi. Per fortuna non successe: il vento girava a favore, perciò andò a fuoco l’altro vicino, quello che si trovava sventuratamente dal lato opposto al nostro.

La vecchia tenda canadese comprata dai miei genitori nel lontano 1983 diventava per un mese la nostra dimora itinerante. Il rituale di montaggio e smontaggio di pali, tiranti e stoffa impermeabile pesantissima, era un gioco familiare che mi emozionava sempre.

Ognuno aveva un compito: mio padre picchettava, mia madre che da sempre ha una mente logica e pragmatica metteva i pali nel posto giusto, io sistemavo le stuoie e i materassini nell’interno. 

Era un esercizio di convivenza, una sorta di propedeutica alla cooperazione sociale: montando quella tenda imparavamo a darci dei ruoli diversi, quasi paritari, tutti egualmente essenziali nella catena di montaggio e che esulavano per qualche ora dalla gerarchia che la struttura familiare spesso impone.

La notte mi sembrava di essere di nuovo piccolissima. Dormivamo tutti e tre nella tenda, che era uno spazio molto grande. Io sul lato sinistro e, separati di qualche spanna, mia madre e mio padre con il loro materassino.

Ho imparato la sopportazione, in quei viaggi. Mio padre russa come un trattore ingolfato e mia madre è talmente precisa da far saltare i nervi. Io, che ho il sonno da sempre leggero e soffro molto la precisione, vivevo quelle giornate come se fossero delle sfide intense e al tempo stesso dei divertenti giochi a premi per capire come poter essere meno confusionaria e imparare ad addormentarmi seguendo il ritmo cadenzato del russare del mio babbo.

Con questo peculiare allenamento sviluppai un discreto senso del ritmo e una metodologia paramilitare di impacchettamento e spacchettamento delle valigie che mi sarebbe poi tornata utile (molti anni più tardi, davanti all’inevitabile tournée di promozione del primo libro, mi sarei ricordata di quell’insegnamento sull’arrotolare i vestiti per poter ottenere più spazio nello zaino).

Ma il vero nucleo del viaggio, la sua anima, si svolgeva nelle tratte in macchina.

La vecchia Ford Escort a diesel azzurrina, immatricolata nel 1986, era un concentrato di lamiere, interni in plastica nera e sedili di un tessuto che sotto al sole sapeva raggiungere la temperatura di fusione del piombo. Ai miei occhi però, sulle strade di montagna e quelle parallele al Mare del Nord, diventava un rifugio accogliente in cui il tempo si cristallizzava per ore e ore e tutto perdeva la sua contestualizzazione: che anno era? E noi, eravamo davvero mortali?

Si potevano fare un sacco di cose nell’abitacolo del vecchio motore dal design simil-sovietico.

Leggere, mangiare, distendersi nel baule spazioso come un divano, dormire, fare giochi di società e perfino fare i compiti per le vacanze che mi dava la maestra.

Nei sedili sul retro avevo creato uno spazio perfetto in cui ogni mia richiesta era a portata di mano, mia o di mia madre, a cui bastava passarmi ciò di cui avevo bisogno senza neanche girarsi.

Grazie al mio stoico sistema vestibolare, non ho mai sofferto il mal di macchina – o di mare o d’aereo.

Perciò ho imparato presto che potevo leggere i miei libri anche mentre la vecchia Ford si arrampicava su per i tornanti più impervi e le strade più tortuose dei Pirenei.

Ero – sono tutt’ora – impressionante, non ho mai avuto un solo momento di esitazione gastrica.

Questa abilità mi permetteva di leggere ad alta voce i libri che divoravo nel tempo libero, cosicché potessero sentirli anche i miei genitori, come se fossi una sorta di antesignano audiolibro da ascoltare mentre loro erano concentrati sul viaggio.

Non ero fan della fiction per bambini, perciò spaziavo da Calvino ad Agatha Christie, da Buzzati alle poesie del Pascoli. 

Decantavo versi o pagine di narrativa distesa con le gambe all’insù e la testa penzoloni dal sedile, i piedi nudi, nessuna preoccupazione.

Davanti avevo mamma e babbo che pensavano a tutto il resto. Tutto quanto. E il tempo per me cessava di esistere.

Spesso non mi interessava neanche la meta finale della tappa.

Un microcosmo perfetto per una bambina, un luogo in movimento in cui fare conoscenza in modo filtrato (dai vetri del finestrino) di ciò che avevo intorno e diretto (con i libri) per ciò che invece contribuiva alla mia emotività.

Il punto fisso, ciò che rendeva unica questa esperienza, era ovviamente la presenza dei miei genitori sui sedili davanti, in una simbolica posizione di guida, del veicolo ma anche della mia stessa esistenza.

Osservavo con amore infinito le gestualità di mia madre che apriva il finestrino a manovella della Ford, che scricchiolava furiosamente con il sole ma che scorreva agile e senza rumore con la pioggia. O il suo sfogliare le mappe cartacee che a me erano indecifrabili e che lei invece sapeva decodificare così bene che non ci siamo mai persi, in tutti quei viaggi, per tutti quegli anni.

Ero incantata dall’accendisigari – questo cimelio automobilistico mi manca tantissimo nelle nuove macchine, era un capolavoro per noi tabagisti – che mio padre azionava premendolo per poi accendersi una delle sue sigarette che in Italia erano le MS e in Francia diventavano le Gitanes Papier Maïs: dopo che bruciava la punta della sigaretta, il mio babbo mi permetteva di tenere in mano quell’aggeggio misterioso e io guardavo il filamento di metallo diventare incandescente e luminoso per poi pian piano spegnersi. 

Ricordo il mangianastri.

Era un rito nel rito.

Cassette con su inciso Battiato (credo di sapere a memoria tutto La voce del padrone proprio grazie a uno di quei viaggi lì) o De André (Non al denaro non all’amore né al cielo lo imparai come se fosse un’unica preghiera). Cassette che spesso si incastravano nel mangianastri e dovevano essere riavvolte nella bobina con una penna, facendole girare su loro stesse.

Perfino gli impedimenti più noiosi del quotidiano, come dover fare pipì o riavvolgere una cassetta, diventavano speciali.

Avevamo tutto: i nostri luoghi, la nostra velocità, la nostra colonna sonora, la nostra casa su ruote e quella con stoffa e pali, su terra.

Fu netto, il pensiero.

Arrivò intrusivo e lucido, tagliente come un foglio di carta preso di striscio con il polpastrello. 

«Io non voglio che finisca mai».

Subito dopo successe una cosa che capitava di rado, vista la prudenza alla guida dei miei genitori: mio padre dovette sterzare di colpo per evitare un’altra auto che stava uscendo dalla sua corsia.

Fu rapido, velocissimo, come il rush di adrenalina che dai polsi mi prese il viso e poi i piedi.

Dicono che quando hai paura il sangue confluisca tutto alle estremità per garantire la fuga.

Eppure io non avevo avuto nessun istinto, nessun movimento involontario che facesse intendere il mio desiderio di ripararmi da un eventuale impatto frontale.

Io rimasi ferma, seduta nel mezzo, sui sedili posteriori, con lo sguardo fisso a quella macchina che veniva dritta verso di noi. Ero calma. Ero pronta.

Fu allora che arrivò a farmi visita quel pensiero.

Fu allora che desiderai di morire per la prima, primissima volta in vita mia.

Pensai, lo ricordo con chiarezza, che sarebbe stato bellissimo morire in un incidente, tutti e tre insieme, sul colpo, nella nostra Ford Escort azzurrina dal design simil-sovietico e con Battiato in sottofondo che cantava Summer On a Solitary Beach.

Sarebbe stato bellissimo perché in quel modo la nostra vacanza perfetta, il nostro limbo di amore familiare, sarebbe durato in eterno e privato dall’inevitabile sofferenza di chi invece è, per come va la vita, costretto a rimanere.

Non sapevo da dove arrivasse quell’immagine, non pensavo di essere capace di saper pensare alla morte, che allora io non conoscevo: nessuno era ancora venuto a mancare nella mia famiglia e io non ero sicuramente quella che si può definire una bambina cupa. Ero estremamente silenziosa, questo sì, ma non triste o quantomeno non così pragmatica da pensare alla fine della vita. Soprattutto a quella degli altri.

Pensai però che sarebbe stato bello finire felice, con un bonus sorrisi per chi rimaneva: una famiglia che se ne va in coro alla fine è meno triste e dolorosa di una famiglia che si estingue man mano.

Pensai che se fossimo morti in quel preciso momento nessuno di noi avrebbe dovuto affrontare il lutto per la morte degli altri due. E io sapevo, sapevo già precisamente che se tutto fosse andato come previsto dalla vita che riteniamo «lineare», quella persona che avrebbe dovuto affrontare la perdita sarei stata prima o poi io.

Fui talmente folgorata da quella che credevo essere una rivelazione geniale che, poco dopo il frontale evitato da mio padre, sottoposi ai miei genitori quel bizzarro finale di stagione che avevo previsto per la nostra vacanza: perché, dissi, non moriamo tutti e tre insieme?

E lì accadde una cosa che non avevo previsto minimamente e che avrei capito soltanto molti anni dopo: i miei genitori, senza neanche girarsi, scoppiarono a ridere.

Una risata unanime e di pancia, irrefrenabile, pura, che mi sconvolse perché davvero, davvero non riuscivo a comprendere cosa ci fosse di assurdo in quella mia richiesta così seria e apparentemente così lucida.

Loro ridevano di quella che per me era la via più semplice per tutti, quella che avrebbe comportato il famoso lieto fine.

Sono passati ventotto anni da quell’estate in cui per la prima volta pensai alla morte.

Nel frattempo ho sperimentato tante volte il lutto sulla mia pelle.

Ho imparato cosa voglia dire sopravvivere al dolore, al tempo e allo spazio che divide i corpi di chi va e di chi rimane.

Ripenso spesso a quell’estate sui Pirenei, alla nostra Ford azzurrina a diesel dal design simil-sovietico, ai miei libri letti a testa in giù e al rituale della tenda canadese.

E penso ancora, quasi quotidianamente, al momento in cui, se tutto andrà come ahimè deve, rimarrò io quella che deve sedersi al posto di guida. 

Adesso ho capito il senso di quella risata.

Gianna e Valerio ridevano perché loro erano già grandi.

Io, quel giorno, sui Pirenei ho urlato chiaramente che non ero pronta a diventare grande. Che io, il dolore, non lo volevo proprio considerare come alternativa, che la mia sopravvivenza era legata a doppio nodo con la loro.

E che a me andava benissimo così.

Anche se non è così che la natura opera.

Ci sono momenti, poco prima di dormire, in cui il pensiero di sopravvivere ai miei genitori mi rende impossibile il sonno.

E di nuovo sento quel rush di adrenalina che parte dai polsi e si dirige veloce alle estremità del mio corpo, preparandomi alla fuga.

Eppure mi trovo a dover rimanere in quella posizione senza vie di fuga, stavolta neanche immaginarie.

Il passaggio all’età adulta è smettere di cercare scappatoie dallo spazio ma soprattutto dall’andamento lineare del tempo, da cui non possiamo evadere, anche se a volte ci sembra possibile grazie a quei momenti di incredula bellezza che sappiamo vivere soprattutto nella prima, primissima infanzia.

Ricordo chiaramente la prima volta in cui ho desiderato di morire. 

E quando adesso ci ripenso mi viene da ridere. 

Di gusto, in modo cristallino e puro, proprio come Gianna e Valerio fecero ventotto anni fa in quella Ford Escort.

E capisco, tra una risata e un nodo alla gola, di essere diventata, finalmente e mio malgrado, un’adulta anche io.

Se stai vivendo situazioni di disagio psicologico, non sottovalutarle. Per informazioni e supporto visita: Telefono Azzurro o Telefono Amico.

ARTICOLO n. 28 / 2022

L’ENERGIA DI UNA MONETA

L’11 marzo 2022, alle 10.06, su un treno Tilo, tra la stazione di Lugano e Lugano Paradiso, ho pensato a Franco Cordelli. Premetto che non ho mai incontrato Franco Cordelli e tantomeno Franco Cordelli attraversa, di solito, i miei pensieri. Quante volte avrò pensato a Franco Cordelli, nella mia vita? Quattro, forse cinque. Ho cercato di leggere un paio di libri e di articoli. E tuttavia, guardando uno spicchio di lago la mattina dell’11 marzo 2022, ho pensato a Franco Cordelli. 

Franco Cordelli, il 25 maggio 2014, sul numero 131 de la Lettura, in un articolo intitolato La palude degli scrittori aveva evidenziato alcune frasi scritte da me e da Giorgio Vasta, additandole come esempi di cattiva scrittura; Franco Cordelli non riusciva a capacitarsi, «a me sembra incredibile che questi due scrittori possano essere esaltati», aveva scritto; poi, partendo da lì, aveva diviso la letteratura italiana in varie tribù e recitato il declino della narrativa e della critica.

Un tipico articolo da chiacchiericcio domenicale, la domenica di un’altra epoca unita alla domenica contemporanea, come se la parodia della critica novecentesca si innestasse in lungo post di Facebook. Nel 2014 avevo preferito non replicare. Ma otto anni dopo, davanti all’invitante grigiore dell’acqua alla fine di un inverno afoso, ho pensato a un’abitudine della mia infanzia correlata a una delle frasi stigmatizzate da Franco Cordelli: l’abitudine di guardare, assieme a mio padre, il Lago di Lugano utilizzando un cannocchiale a gettone.

La frase evidenziata da Franco Cordelli era l’energia di una moneta, estratta da un capitolo-racconto intitolato Un altro ancora, contenuto in un mio libro uscito per Einaudi nel 2009: L’ubicazione del bene.

L’energia di una moneta si riferisce al tempo concesso se inseriamo una moneta in un cannocchiale a gettone. Volevo scrivere una storia su un cannocchiale a gettone, evitando di citare quell’abitudine tra me e mio padre. Allora per scrivere quella storia ero partito da una fotografia che non mi convince, di Luigi Ghirri, per giungere a una fotografia che amo molto di più, una fotografia di Allan Sekula: insomma, dalla fotografia del cannocchiale posizionato sul belvedere italiano alla fotografia del cannocchiale che, dietro una vetrata, inquadra un cargo nell’oceano.

Nella celebre fotografia di Ghirri siamo immersi in una intenzionale cartolina. La divulgazione della visione è tutto. C’è una sensazione di benessere nel guardare quell’immagine, come accade quasi sempre con le fotografie di Ghirri. Davvero non abbiamo bisogno d’altro?

Nella fotografia di Sekula, oltre a un cannocchiale, c’è anche una vetrata, uno schermo tra noi e il mare. E al posto del Mediterraneo blu idilliaco di Ghirri, l’acqua è grigiastra, come il cielo, e c’è un cargo. Grazie alla presenza della vetrata, una parte del cannocchiale si riflette nel mare, proprio in direzione del cargo. Inoltre, il cannocchiale, con i suoi due occhietti meccanici, non sta soltanto puntando il cargo, ma sembra fissare noi, che stiamo per avvicinarci a quella che immaginiamo sia la sorgente della visione. Insomma, il nostro sguardo soggiace alle stesse leggi dell’economia. Perfino quando guardiamo da un cannocchiale a gettone, soprattutto in una zona turistica, dobbiamo porci alcune domande. E sono quelle del testo Un altro ancora. Perché un ente, un’azienda del turismo o un’istituzione hanno deciso dove posizionare il cannocchiale a gettone. Quindi noi paghiamo, pensiamo di avere la libertà derivante dal denaro ma qualcuno ha scelto per noi cosa farci vedere.

Ho studiato sia Ghirri che Sekula, ma Sekula mi interessa di più, mi pone dubbi, il punto è proprio quella vetrata tra il cannocchiale e il cargo.

Un altro ancora è un testo diviso in due parti. La seconda parte narra di una coppia di sposi, Monica e Michele. Sembrano felici durante il banchetto nuziale, il fotografo li ritrae nel giardino del ristorante ma la pioggia interrompe il lavoro del fotografo. I due sposi devono partire per il viaggio di nozze proprio l’indomani, allora concordano con il fotografo un appuntamento al loro ritorno, per scattare le fotografie che mancano al completamento dell’album. Indosseranno gli abiti della cerimonia nel giardinetto della loro casa di Cortesforza. Certo, saranno abbronzati, avranno i capelli un po’ più lunghi rispetto al giorno del matrimonio, forse nel loro viaggio di nozze sarà accaduto qualche screzio rivelatore di traumi più profondi. 

Riuscirà la fotografia a mentire – e a dire la verità – come al solito?

È una domenica mattina, a Cortesforza, il luogo immaginario ubicato lungo il Naviglio Grande, diciotto chilometri a sud-ovest di Milano, il luogo nel quale ho ambientato le storie di quel libro. Monica, in abito bianco, è nervosa, cammina avanti e indietro dal soggiorno alla finestra della cucina, in attesa del fotografo. Michele, vestito come il giorno delle nozze, è stravaccato sul divano di casa. Ha acceso il televisore, guarda una partita di rugby, in diretta dalla Nuova Zelanda.

Ho usato questo espediente narrativo per creare l’ulteriore sfasamento tra spazio e tempo. Ecco perché ho scelto la Nuova Zelanda; è una questione di fusi orari, poiché quando in Italia sono le otto di mattina, lì, in estate, è già passato il tramonto, e volevo che la partita fosse in diretta.

La Nuova Zelanda ha una grande tradizione nel rugby, volevo che Michele guardasse una mischia nella quale il pallone scompare sotto i corpi degli atleti, così come le immagini ipotetiche del suo matrimonio erano scomparse due settimane prima.

La Nuova Zelanda è proprio dall’altra parte del pianeta rispetto all’Italia.

E infine, in Nuova Zelanda piove spesso, desideravo ricreare le condizioni climatiche che avevano impedito le fotografie durante il giorno delle nozze, quindici giorni prima, in Italia, così che la pioggia televisiva e satellitare live stridesse con il presente dell’inutile sole italiano, creando un ulteriore cortocircuito psichico.

Insomma, tutto in ordine per allestire la finzione: ma il fotografo utile al falso documentario arriverà davvero?

Questi elementi sono visibili sottotraccia. Un lettore attento o una lettrice attenta dovrebbero percepirli. Certo, da molti anni, leggere davvero, con attenzione, ed effettuare i collegamenti tra le varie parti di un testo e i riferimenti ad altre arti, senza fermarsi gongolando all’effetto immediato, eroico sentimentale, è più faticoso.

Il Metodo Franco Cordelli consiste, almeno per ciò che concerne quell’articolo, nell’isolare una frase e additarla, oppure citare un aggettivo, alla sesta riga di un libro di 350 pagine e chiuderlo, senza parlare dell’opera, senza analizzare gli intrecci, i richiami da un libro all’altro, dalla fotografia alla letteratura, dimenticando una ovvietà: un libro è qualcosa di più delle frasi che lo compongono. Ma per gli amici e le amiche di Franco Cordelli, per i simpatizzanti e le simpatizzanti di Franco Cordelli, quello di Franco Cordelli era «un atto di libertà», «un esempio di rigore», «un gesto etico», perché Franco Cordelli è «magistrale».

La prima parte del mio testo Un altro ancora, è un breve saggio narrativo. Parto dal cannocchiale del belvedere che funziona con una moneta. Dopo aver inserito la moneta abbiamo tre minuti di tempo. 

«Cosa posso vedere in tre minuti? Tre minuti, in molti processi produttivi, è ciò che distingue una cosa buona, utile, che ha senso, da una cosa cattiva, inutile, priva di senso. Ci interessa la produttività del nostro guardare, raggiungere un obiettivo qualsiasi…»

Quindi, dopo aver inserito la moneta, dobbiamo catturare un pezzo di paesaggio che giustifichi l’investimento. In tre minuti cerchiamo di catturare qualcosa, non importa cosa. Siamo clienti, abbiamo pagato, in teoria abbiamo diritto a qualcosa, di utile o inutile, qualcosa che a volte non dura nemmeno tre minuti, poiché, già dopo un minuto e mezzo, siamo stanchi, annoiati dal guardare e non siamo nelle condizioni fisiche né di guardare né tantomeno di vedere. Ignoriamo che quel pezzo di mondo è concesso non soltanto dalle scelte dell’azienda produttrice, ma anche dalla Pro Loco e dall’Azienda del Turismo che hanno deciso di posizionare il cannocchiale in un punto e non in un altro. 

Il cannocchiale – la base esagonale, la sua lente – è prodotto dai lavoratori di un’azienda. Altri lavoratori, con le sembianze momentanee da turisti, inseriranno una moneta per acquistare la quantità di tempo necessaria a vedere qualcosa. Infine, un altro lavoratore ritirerà il denaro.

L’energia di una moneta: ecco cosa ne pensava Franco Cordelli.

«Qualunque cosa sia, una simile espressione, metafora o che altro, non è un bello scrivere. Al più (ovvero al meno) è un modo di scrivere che ha il merito di mostrare l’intenzionalità, la volontà d’essere originali, il mettersi in posa».  

Se utilizzassi il Metodo Franco Cordelli, dovrei prendere una frase scritta da Franco Cordelli, una frase a caso. Per esempio, «alzare i tacchi». Ah, non la sentivo dalle cattive traduzioni dei noir americani anni Quaranta o dai doppiaggi dei film western della stessa epoca: ehi, Frank, bevi questo cicchetto, alza i tacchi e smamma. Ma sarebbe ingeneroso demolire la scrittura di Franco Cordelli per una frase, sebbene, alzare i tacchi, non sia ripetuto dal personaggio di un libro di Franco Cordelli, ma proprio da Franco Cordelli in un suo testo. Eppure, Franco Cordelli ha adoperato con l’energia di una moneta il Metodo Franco Cordelli sottolineando, «non è un bello scrivere». Eh, sì, siamo ancora a «non è un bello scrivere». Quando ho letto la sottolineatura di Franco Cordelli, mi sono immaginato a otto anni, in pantaloncini corti, mentre scrivevo alla lavagna, per punizione.

Non è un bello scrivere. Non è un bello scrivere. Non è un bello scrivere…

Sono stato fortunato, ho avuto una ottima insegnante alle elementari e non il magistrale maestro Franco Cordelli. Non è un bello scrivere. Più si ripete e più diventa una frase ridicola, eppure perde presto il suo aspetto ridicolo e diventa soltanto straniante. Non è un bello scrivere. Un bello scrivere. 

Io amo un bello scrivere. Tu ami un bello scrivere. Noi amiamo un bello scrivere.

La letteratura è tutta lì, secondo Franco Cordelli. Ma la sua critica – ininfluente dal punto di vista letterario e poetico – è deludente dal punto di vista visivo e politico, e quindi, dal punto di vista di un artista. È ciò che ho pensato guardando lo spicchio del Lago di Lugano, la mattina dell’11 marzo 2022. Significa negare il fatto che per guardare una fetta di mondo con il cannocchiale occorra pagare. Significa esaltare l’ideologia dell’evento, l’evento avulso da un qualsiasi contesto che non sia quello turistico e commerciale, per evidenziare la centralità del belvedere da magazine, l’ideologia del paesaggio privo di conflitto, la visione ripulita, a pagamento. Significa negare che per guardare e avere l’illusione di guardare, serva introdurre una moneta, e quella moneta è guadagnata con il lavoro, un qualsiasi lavoro, come quello di mio padre quando ero bambino, o quello di Franco Cordelli, che scrive un articolo per la Lettura. Nel mio caso, l’energia di una moneta è un omaggio all’energia profusa (profusa la utilizza anche Bufalino, forse non sarò sanzionato per questo) da mio padre nel lavoro, la vita che passa, la morte; e ciò che resta, a volte, è anche qualche immagine guardata e vista, vista assieme: e quindi, resta moltissimo. E nulla quanto alcuni oggetti analogici mi sembrano adatti al passaggio dal Novecento al capitalismo dell’attenzione, o meglio, al capitalismo della disattenzione, e al meccanismo grazie al quale le persone non leggono davvero, non guardano davvero, e non vedono, mai.

Quando ero bambino, andavo con i miei genitori e mia sorella su un belvedere in provincia di Como. Questo luogo era a metà strada tra la sponda occidentale del Lago di Como e il Lago di Lugano: Vetta Sighignola, ribattezzata dal Comune di Lanzo d’Intelvi, Balcone dItalia. Era un piazzale, un parcheggio balconato dal quale, a 1300 metri d’altezza, si vedeva il confine, la vicinissima Svizzera, il Lago di Lugano. C’era un cannocchiale a gettone, chiedevo a mio padre una moneta. Ero sempre emozionato e ansioso, non appena la moneta precipitava nell’oggetto di ferro; ero anche triste, mi sentivo in colpa, stavo utilizzando una porzione del tempo di mio padre, l’energia di mio padre per guadagnare denaro, l’energia trasferita dal corpo al denaro: l’energia di una moneta

E così la mattina dell’11 marzo 2022, più che a Franco Cordelli e ai suoi tacchi, ho pensato a mio padre, alla fine degli anni Settanta, a quando guardavamo assieme il Lago di Lugano alternandoci al cannocchiale, ma in fretta, per non consumare il poco tempo che ci era concesso. Sprecavo una moneta, avevo l’illusione di guardare un pezzo di Svizzera, l’illusione di fuggire, o meglio, di evadere per qualche secondo, almeno con lo sguardo, dall’Italia. 

(«Allora ritorniamo alla nostra utilitaria. Siamo già altrove. Immaginiamo l’uomo che passa ogni lunedì mattina, apre la pancia del cannocchiale per raccogliere le monete. Se fossimo diversi da come siamo, ci piacerebbe pensare che, oltre ai soldi, l’uomo possa raccogliere anche i nostri minuti di immagini guardate, per metterle nel retro del furgone e portarle nel mondo. Ma noi non siamo così. Ci basta vedere l’uomo fermo, al semaforo, mentre impreca, dice qualcosa, un’invocazione o una bestemmia che non udiamo, l’uomo ha i finestrini chiusi, serrato nell’aria condizionata del furgone, e allora sentiamo una voce che nemmeno ci parla, è precedente alla parola, all’immagine: strano essere qui, adesso»).

ARTICOLO n. 27 / 2022

UN VIDEO DI MIA NONNA CHE BALLA

Traduzione di Camilla Pieretti

Un video di mia nonna che balla

Da qualche anno, filmo e fotografo mia nonna ogni volta che la vedo. Un giorno le ho chiesto se potevo farle un videomentre ballava. Adora danzare, ma non ha mai voluto seguire un corso.

Non parlo inglese, si è giustificata. Non capirei cosa dicono. Ai tempi, tuo nonno ha commentato: Hai sei figli, a che ti serve imparare l’inglese?

Così, preferisce accendere MTV, piazzarsi davanti al televisore ed esercitarsi nel cha cha cha.

Quando le ho chiesto se potevo filmarla ha accettato, a condizione che non le si vedesse la faccia.

Sono brutta, ha detto.

Ho attivato la fotocamera del telefono e lei si è girata, dandomi la schiena. Ha cominciato a contare, battendo i piedi sul pavimento.

D’un tratto, si è fermata.

Mi sono dimenticata tutto, ha detto, uscendo dall’inquadratura.

Stavi andando bene, nonna! Le ho risposto. Pensi di poterlo rifare?

Si è coperta la bocca con entrambe le mani, ridacchiando, è tornata davanti alla fotocamera con un lento strascichio di piedi e si è girata di nuovo di schiena.

Faccio una cosa diversa, però, ha detto. L’ho imparata dalla TV.

È rimasta ferma per qualche istante.

Poi si è messa in punta di piedi, come se avesse indossato un paio di scarpette da ballo. Mormorando piano, ha portato le mani vicine al petto e sollevato i gomiti verso l’alto.

Ha cominciato a librarsi per la stanza in piccoli cerchi.

Aveva le piante dei piedi pallide e fessurate, i pantaloni del pigiama tutti storti, che ondeggiavano seguendo i suoi movimenti.

Ho stretto forte il telefono.

Con i gomiti in precario equilibrio sulle ginocchia, ho affondato i talloni nel divano, trattenendo il fiato.

Lei continuava a danzare.

Potrebbe aver detto qualcosa, ma l’ho scordato.

Ricordo solo che, di tanto in tanto, quando si girava, scorgevo sul suo visto tondo un’espressione raggiante, gli occhi socchiusi come due mezzelune.

L’oceano

Alla fine dell’anno, io e mamma siamo andate da una chiromante.

Ho detto: La nonna ha chiesto che le sue ceneri vengano sparse nell’oceano quando non ci sarà più.

Ma fa freddo! Ha detto la chiromante, senza neanche guardare le carte. Ditele che nell’oceano fa troppo freddo.

Oh, non ci ascolterà, ha risposto mamma. Dice che da morta vuole essere libera.

© 2022 by PIk-Shuen Fung

ARTICOLO n. 26 / 2022

FARLA FINITA CON SÉ STESSI

Sarà dolcissimo distruggerci vedrai
E come i cieli amore nitido sarà
Baustelle,  I Mistici dell’Occidente

C’è stato un momento della vita in cui ho dovuto constatare che molti dei miei artisti e intellettuali preferiti sono morti suicidi. Kurt Cobain, Pavese, Hemingway, Virginia Woolf, Philip Seymour Hoffman, Ren Hang, Walter Benjamin, Rothko, Mark Fisher – solo per citarne alcuni nell’ordine con cui sono apparsi nella mia storia personale. Quelli che non si sono uccisi, come Sartre, Leopardi o Thomas Bernhard, hanno messo la possibilità del suicidio al centro della propria opera. Altri ancora, come Kafka o Baudelaire, hanno fatto della malattia e del disagio una chiave per interpretare la vita. Dovevo preoccuparmi? Stavo sviluppando un’ossessione morbosa per l’annientamento di sé? Sarei finito anch’io con le vene tagliate, o con un’overdose di barbiturici?

Ogni volta che mi chiedevo cosa mi attraesse dell’idea del suicidio finivo per tornare a un’immagine: quella del quarto maestro della Montagna sacra di Jodorowsky, l’unico che non può essere sconfitto dal protagonista perché prima del duello si toglie la vita. L’immagine mi faceva tornare a Kafka, ai suoi digiunatori e trapezisti che non accettando mai di essere veramente vivi si rendono immortali, ma anche al grande rifiuto della musica punk con cui ero cresciuto. Si trattava di un’attitudine nei confronti della vita che avrei potuto definire solo mistica, la morte come forma estrema di ricerca spirituale o elaborazione del sé. Era anche una forma di romanticismo: la morte come ingresso nell’Assoluto, o quantomeno come tentativo di raggiungere un’autenticità totale. «Il contatto, finalmente, con le cose», per dirla con le parole che chiudono Fuoco fatuo di Pierre Drieu La Rochelle, pronunciate prima che Alain Leroy si spari in testa come avrebbe fatto il suo creatore quindici anni più tardi, schiacciato dal peso della sua scelta collaborazionista.

Riflettendoci meglio, però, mi sono reso conto che la questione del suicidio è spesso malposta, almeno nei termini in cui la vita umana, come ogni altra narrazione, richiede un finale per essere interpretata (e in questo caso Kafka è davvero il contrario del suicidio, con i suoi romanzi che si interrompono a metà e le storie che rifuggono ogni epilogo). Il problema con la morte autoinflitta, quello che la rende un oggetto tanto scottante, è proprio il fatto che porti a leggere retrospettivamente tutto ciò che l’ha preceduta alla luce di quell’unico, ultimo atto. È una tentazione forse inevitabile, ma pericolosa, perché ci porta a interpretare la parabola di una vita come predeterminata: il caso più eclatante di una profezia che si autoavvera. Esempio emblematico è quello di un suicido che ci appare gratuito, immotivato o non annunciato da alcun segnale. Per due ragioni: la prima è che apre lo spazio alla questione filosofica dell’assurdo; e la seconda è che ci sprofonda in un mistero forse ancora più grande, quello della persona e delle zone di inaccessibilità nella sua mente. Ci costringe a confrontarci con un doppio vuoto, quello al di fuori di noi (la vita e la morte come condizioni arbitrarie) e quello dentro di noi (il punto cieco al centro della personalità). Anche per questo il suicidio rimane ancora oggi un argomento tabù.

Ho tratto l’esempio dell’autodistruzione apparentemente gratuita da Note sul suicidio, un breve libro di Simon Critchley da poco portato in Italia da Carbonio nella traduzione di Alberto Cristofori. Critchley, insieme al suo sodale della International Necronautical Society, lo scrittore Tom McCarthy (un’altra delle mie liaisons dangereuses), si occupa da sempre del ruolo della morte nelle nostre società e del concetto di «buona morte», e dunque è forse tra i filosofi più preparati per parlare dell’argomento.

In Note sul suicidio fa subito notare un’evidenza spesso dimenticata dalla macchina obliteratrice che riscrive le vite a partire dalla loro fine, e cioè che non tutti i suicidi sono uguali. C’è una differenza abissale tra chi si uccide per sfuggire a una depressione grave o a una malattia incurabile del corpo, chi lo fa perché si trova in una situazione senza via d’uscita (Walter Benjamin a Portbou nel 1940, in fuga disperata da un’Europa sempre più nazista) e chi è costretto dal potere politico (come Socrate), chi lo fa come dimostrazione politica o scelta religiosa (lo stesso sacrificio di Gesù, fa notare Critchley, può paradossalmente essere letto come un suicidio) e un attentatore suicida, tra chi si toglie la vita per affermarne i valori e chi per disprezzo nei suoi confronti. Le sfumature sono infinite e come tali andrebbero trattate – moralmente e legalmente: pensiamo all’eutanasia –, affrontate caso per caso. Senza contare che nella lettura del suicidio che diamo in Occidente pesa tanto la matrice cristiana secondo la quale la vita è un dono di Dio che solo Dio ha il diritto di toglierci, argomento di cui Critchley esamina le falle logiche, quanto l’idea illuministica (non meno fallata) di una totale autodeterminazione razionale e cosciente. 

Critchley circoscrive la sua analisi all’Occidente, ma nemmeno le filosofie orientali vedono di buon occhio il suicidio: penso ad esempio al fatto che per il Buddhismo è altrettanto errato aggrapparsi alla vita quanto rifiutarla. Eppure la possibilità di decidere di morire esiste sempre dentro di noi, in ogni momento: una forma di libertà forse non assoluta (quanto ci apparteniamo veramente? Quanto possiamo fare di noi ciò che vogliamo?) ma comunque presente nel ventaglio di opzioni a nostra disposizione. Laddove c’è libero arbitrio si entra sempre in un territorio moralmente complesso. Come sanno bene i soldati in guerra, ma anche gli amanti, siamo tutti buoni finché non ci viene data la reale possibilità di fare il male. Il suicidio, o quantomeno il pensiero del suicidio, è quindi anche uno specchio che riflette ciò che siamo davvero sotto la patina della vita quotidiana.

Il suicida si trova sempre in uno stato mentale estremo, nel quale la morte sembra l’unica via d’uscita da una situazione impossibile. Tutt’altro che assurdo, togliersi la vita appare come l’unico atto veramente sensato. Critchley ci conduce in questa zona oscura dell’anima portando a esempio i biglietti e lettere lasciate dai suicidi, vere e proprie istantanee di una mente ai confini dell’abisso. Entrare nel territorio del suicidio significa già essere passati dall’altra parte, che l’atto venga compiuto o meno. Qualche anno fa è uscita su Netflix una serie intitolata Tredici, nella quale la protagonista-narratrice adolescente, Hannah Baker, spiegava in tredici audiocassette le ragioni che l’avevano portata a togliersi la vita. Se da un lato la serie intendeva mostrare come sia impossibile trovare la fantomatica ragione unica alla base di un gesto tanto estremo, dall’altra metteva lo spettatore dentro un meccanismo (anche narrativo) che lo portava a identificarsi con la posizione di Hannah, arrivando a comprendere la logica ineluttabile del suo atto. Per Hannah, uccidersi era semplicemente l’unica scelta possibile, addirittura la più razionale.

Dall’esterno possiamo obiettare contro questa posizione, che può apparire addirittura nichilistica, ma il punto è proprio questo: non possiamo comprendere il suicidio se non dall’interno, e a quel punto è troppo tardi, perché la macchina narrativa ha già messo in moto i suoi ingranaggi e potrebbe non esserci più via d’uscita. Certo, quelle persone non siamo noi. Ma chi può dire che non lo saremo, un giorno? Hannah viene trascinata nella spirale da una serie di eventi che presi singolarmente non giustificherebbero la decisione di togliersi la vita, ma che sommati producono un meccanismo dal quale diventa impossibile sfuggire. Non stupisce che la serie abbia sollevato tante polemiche, attirandosi le accuse di rendere attraente o quantomeno di giustificare il suicidio tra gli adolescenti. Eppure è anche una lettura terribilmente realistica delle ragioni dietro un atto che spesso da fuori ci appare inspiegabile.

Nonostante ci siano tante forme di suicidio quanti sono i suicidi, scrive Critchley, ciò che le accomuna tutte è l’impressione che ha il suicida di ritrovarsi in una situazione senza via d’uscita. Che le costrizioni siano interne o esterne, di natura emotiva o politica, fisica o psichica, rimane il fatto che il suicida si trova sempre in una posizione in cui togliersi la vita sembra  l’unica soluzione a una contraddizione irrisolvibile. Il suicida ricorda quindi gli uomini di Kierkegaard o di Camus: si trova sempre, nei mesi o nei momenti che precedono l’atto, a guardare in faccia l’assurdo.

Giungere a questa constatazione mi ha fatto pensare a un altro libro pubblicato recentemente, L’assurda evidenza di Francesco D’Isa, uscito per le Edizioni Tlon. In questo breve «diario filosofico», D’Isa parte da una situazione personale (una grave malattia che l’ha costretto in ospedale da ragazzo) per riflettere sull’interrogativo al centro di ogni filosofia che si rispetti: perché vivere è meglio che morire? Da cui deriva, naturalmente, la domanda: qual è il senso del dolore? È il dilemma di Amleto, ma anche il questito fondamentale del pensiero, quella da cui discendono le filosofie e le religioni, perché non c’è ragione di elaborare complesse teorie sulla natura o sulla storia se la vita da cui queste teorie dipendono non ha senso di essere vissuta. Interrogarsi sulla morte significa riflettere sull’assurdo: sull’assurdità della nostra condizione di mortali, prima di tutto (di «creature di un sol giorno», come i Greci chiamavano gli umani: riprendo la formulazione dal titolo di un bel libro di Mauro Bonazzi pubblicato da Einaudi un paio di anni fa), e di conseguenza anche sulla miriade di forme in cui l’assurdo e il nonsenso si annidano nelle nostre esistenze, scavandovi tunnel come tarli nel legno e rifrangendo da prospettive sempre diverse la realtà ineluttabile della morte.

Il libro di D’Isa è interessante anche perché muovendo dalla contingenza dell’autobiografia riesce a esplorare, in una maniera tanto poetica quanto filosofica, le conseguenze di quell’assurdità originaria nella vita di tutti i giorni. Anche se abbiamo deciso che vivere sia meglio di morire, come facciamo a rapportarci alla mancanza di senso intrinseco che domina le nostre vite? Come facciamo, in altre parole, a guardare nell’abisso in cui guarda il suicida senza diventare suicidi noi stessi? Tra il libro di D’Isa e quello di Critchley ci sono evidenti similitudini, tanto formali (in entrambi i casi si tratta di testi brevi che partono da esperienze personali per interrogarsi su temi filosofici affini) quanto di contenuto. Quindi non mi sono stupito quando ho visto che il primo ha intervistato il secondo per la rivista L’Indiscreto, in un’interessante conversazione in cui gli autori sembrano duettare sullo spartito di una melodia comune.

Anche perché, curiosamente, persino le conclusioni a cui i due libri giungono sono simili. Negli anni D’Isa si è occupato spesso di filosofie e religioni orientali, facendo della capacità di mettere in dialogo Oriente e Occidente un tratto caratteristico del suo lavoro filosofico; molto meno invece Critchley, più radicato nella tradizione della filosofia continentale. Ma Note sul suicidio si conclude con un’immagine, quella del mare dell’East Anglia in inverno nel quale il filosofo decide di non affogarsi, e la constatazione che di fronte al limite estremo della vita ciò che rimane è la bellezza impermanente delle cose: «le nuvole grigie, i gabbiani, le raffiche di vento, una vasta oscurità che scende. Questa è la gioia. Qui è possibile tirarsi fuori dalla propria solitudine, smuovere quel nocciolo buio a forma di cuneo che è l’io e aprirsi agli altri… con amore».

D’Isa si spinge molto più in là in questo percorso, addentrandosi con più decisione nei territori del pensiero orientale, soprattutto quello Buddhista, ma arriva a una prospettiva molto simile a quel «qui e ora» invocato da Critchley quando scrive che «è qui, al di là di ogni giudizio di valore, che si dissotterra la neutra e abbacinante bellezza di ogni cosa»; o invoca «una specie d’innamorata meraviglia per uno spettacolo di cui si è attori e spettatori, la cui bellezza include e giustifica il male, cullandolo con amore nella perdita di ogni significato».

Mi sembra interessante notare che entrambi gli autori concludano la loro disamina dell’assurdo parlando di amore (anche perché cosa c’è di più assurdo dell’amore, soprattutto di fronte all’ineluttabilità della morte?). Ma ancora più interessante mi pare la fonte da cui sgorga questo amore, che è la perdita di sé, la distruzione di «quel nocciolo buio a forma di cuneo che è l’io». Quando ci si pone di fronte alla prospettiva del suicidio qualcosa deve davvero morire. Quel qualcosa non è necessariamente «io» nella mia totalità, ma è il mio «io», quella cosa che mi fa dire di essere qualcuno, che dà sostanza filosofica e psicologica alla mia persona. Il modo per non uccidermi è uccidermi, soltanto in una maniera diversa.

Questa mi sembra una conclusione molto importante, capace di illuminare tutto il problema del suicidio di una luce diversa. Torno alle ragioni che da sempre mi attraggono verso i suicidi, al quarto maestro di Jodorowsky e a quella che ho definito una «mistica dell’estremo», alla morte come ricerca di realizzazione personale e conoscenza di sé. Alla base di ogni ricerca spirituale c’è la necessità di spogliarsi dei propri averi (il Buddha che lascia il palazzo dorato in cui è cresciuto, San Francesco che dona le proprie ricchezze), ma forse più di tutto è necessario liberarsi della cosa che crediamo di possedere più intimamente (anche se ovviamente non la «possediamo» veramente mai) e che ci radica alla vita: vale a dire noi stessi. 

È significativo che questa sia anche la proposta al centro di un altro libro in cui sono inciampato in queste settimane, sempre pubblicato da Tlon: Per farla finita con se stessi di Laurent De Sutter (traduzione di Marco Carassai). Questo breve «antimanuale di crescita personale», com’è sottotitolato, ci accompagna lungo un percorso secolare di definizione dell’idea del Sé, partendo dalle radici greche del termine «persona» e arrivando ai manuali di self-help, passando per la definizione del «sé» giuridico nel pensiero di Locke e all’autosuggestione come cura della psiche teorizzata dal farmacista francese Émile Coué nel XIX secolo. Il libro è più ostico dei precedenti lavori di De Sutter, anche se ne conserva l’approccio interdisciplinare, la capacità di mischiare cultura alta e bassa, la prospettiva storica ampia e lo stile conciso che hanno fatto di Narcocapitalismo (Ombre Corte 2018, traduzione di Gianfranco Morosato) uno dei migliori testi di critica culturale pubblicati negli ultimi anni. Per farla finita con se stessi ha un duplice pregio: quello di mostrarci come l’idea di sé sia una conquista storica, e non un datum neurologico; e come il sé sia sempre un costrutto politico se non addirittura poliziesco, l’«essere sé stessi» sempre un «dover essere», un uniformarsi alle richieste di un esterno (caso particolarmente evidente proprio nei manuali di autoaiuto, nei quali noi stessi diventiamo la polizia morale di un’evoluzione del nostro sé che si conforma a ciò che la società ritiene «buono», «giusto» o «desiderabile»). Conclude dunque De Sutter che «dobbiamo farla finita con noi stessi, perché dobbiamo farla finita con tutto ciò che poggia sull’idea che saremo qualcosa per garantire che non saremo qualcos’altro, che non cominceremo a vagare fuori dai cardini ontologici che formano le frontiere politiche del possibile». E arriva a proporre una politica della non-identità, in cui «non ci interessa essere un sé, essere qualcuno» perché «quello che vogliamo è scomparire», «non essere niente».

De Sutter non parla mai di suicidio, e il suo discorso è sostanzialmente politico (sottrarsi alla cura del sé per smarcarsi dalla politicizzazione e militarizzazione dell’identità), ma il fatto che nella lingua comune «farla finita con sé stessi» significhi togliersi la vita mi pare abbia un signficato che va oltre la scelta di un titolo accattivante per fini commerciali. Se è vero quanto abbiamo detto sopra, «farla finita con sé stessi» è insieme la necessità primaria del suicida e la via d’uscita dalla prospettiva del suicidio, quella via d’uscita che il suicida per definizione non riesce a vedere. 

E non la vede perché, come nei Koan Zen, questa via d’uscita non esiste, a meno che non si metta in conto una vera morte, seppure simbolica. Solo se posti di fronte alla domanda impossibile sollevata dal suicidio, e solo constatando che una soluzione non è possibile, ci si apre alla possibilità di una via di fuga: l’assurdo come apertura di uno spazio, come opportunità di sottrarsi alla gabbia nella quale ci rinchiude la vita di tutti i giorni. Anche qui Kafka, che non per niente continua a tornare in questo saggio, ha moltissimo da insegnarci.

È la conclusione a cui arrivano sia Critchley che D’Isa, e che De Sutter sembra riecheggiare con le sue parole: la necessità di evadere dalla prigione del nostro io per entrare in un territorio di possibilità infinita. Aprirsi al nulla, esistere nell’impossibile. Che è poi, in fondo, il punto di partenza di ogni ricerca spirituale, di ogni percorso mistico. Solo quando vivere non è più possibile diventa ipotizzabile tollerare di vivere davvero.

Se stai vivendo situazioni di disagio psicologico, non sottovalutarle. Per informazioni e supporto visita: Telefono Azzurro o Telefono Amico.

ARTICOLO n. 25 / 2022

VITA DI UNO SCRITTORE

Traduzione di Giulia De Florio, Alice Farina e Elena Freda Piredda

24 marzo (5 aprile) 1870, Dresda

Mi affretto a informarvi, stimatissimo Nikolaj Nikolaevič, prima di tutto su di me. Ve lo dico con sincerità e senza possibilità di replica che, avendo fatto tutti i conti, non riesco proprio e non oso promettere un romanzo per i fascicoli di quest’autunno. Mi sa che è davvero impossibile; e chiederei anche alla redazione di non mettermi pressione con il lavoro, che voglio fare con tutti i crismi e mettendocela tutta – proprio come fanno i signori (quelli importanti). Al contempo rispondo che ce la farò per gennaio dell’anno prossimo. Questo mio lavoro mi è più caro di qualsiasi cosa. È una delle idee a cui tengo di più e vorrei dare il meglio.Ora, in questo frangente, sto facendo una cosa per Russkij vestnik, finirò presto. Ho ancora debiti considerevoli con loro. Se, trovandomi in estrema necessità, dovessi rivolgermi ora a Katkov, descrivendogli ogni cosa, va da sé che anche il mio prossimo lavoro dovrà essere suo. Vi spiego tutto con la massima sincerità (ripongo buone speranze sull’opera che sto scrivendo ora per Russkij vestnik, non dal lato artistico, ma per la tendenza; voglio esprimere certe idee, a rischio di uccidere il mio valore artistico. Ma quanto ho raccolto nella mente e nel cuore mi appassiona; se anche ne verrà fuori un pamphlet voglio comunque dire la mia. Spero che abbia successo. In fondo, chi mai si mette a scrivere senza sperare di avere successo?).

Ora Vi ripeto quello che dicevo anche prima: sempre, per tutta la vita, ho lavorato per chi mi dava soldi in anticipo. È sempre successo così e mai altrimenti. Dal punto di vista economico va male, ma che ci posso fare! In compenso, quando ricevevo un anticipo vendevo sempre qualcosa che avevo per le mani, cioè la vendevo soltanto quando l’idea poetica era già nata e per quanto possibile maturata. Non ho mai preso soldi in anticipo partendo da zero, sperando cioè entro un termine stabilito di inventarmi scrivere un romanzo. C’è una bella differenza, io penso. Ora anche con il lavoro voglio stare tranquillo. Presto finirò con Russkij vestnik e mi dedicherò con passione al romanzo. L’idea di questo romanzo esiste già da tre anni, ma prima avevo paura di metterci mano stando all’estero, volevo essere in Russia per farlo. Ma in tre anni tante cose sono maturate, il piano intero del romanzo, e per la prima sezione (cioè quella che riservo a Zarja) penso di poter cominciare anche qui, visto che l’azione inizia molti anni fa. Non Vi preoccupate se parlo della «prima sezione». È un’idea che esige grandi dimensioni, almeno della stessa lunghezza del romanzo di Tolstoj.[2] Ma sarà composto da 5 romanzi a se stanti, a tal punto indipendenti che alcuni di essi (esclusi i due centrali) potranno comparire persino in riviste diverse, come fossero racconti slegati o pubblicati separatamente, come opere in sé compiute. Il titolo indicativo intanto è: Vita di un grande peccatore, ogni sezione invece avrà un titolo specifico. Ciascuna sezione (cioè romanzo) non sarà più lunga di 15 fogli. Per il secondo romanzo devo essere in Russia; l’azione nel secondo si svolgerà in un monastero e anche se conosco alla perfezione i monasteri russi, voglio comunque essere in Russia. Ho una voglia incredibile di parlarne in modo approfondito con Voi; che cosa si riesce a esprimere per lettera? Lo ripeto ancora: non posso fare promesse per quest’anno; se non mi mettete fretta riceverete una cosa fatta con giudizio, forse anche bella. (Perlomeno, di questa idea ho fatto lo scopo della mia futura carriera letteraria, non potendo contare di vivere e scrivere per più di 6 o 7 anni.) Zarja non se la deve prendere perché mi dà i soldi con nove mesi di anticipo: in qualche caso li ho ricevuti anche due anni in avanti. Chi non semina non raccoglie e Voi sapete con esattezza, Nikolaj Nikolaevič, che non lo dico per fare polemica, ma perché queste sono sempre state le circostanze. E in fondo non si tratta di grandi somme. Se invece mi rivolgo ad altri, anche il mio lavoro, naturalmente, deve appartenere a loro. Sono sempre stato un letterato onesto. Sono io ad aver sempre desiderato di lavorare per Zarja perché la loro linea editoriale mi va a genio. È tutto, per quanto mi riguarda. Vi chiedo soltanto una cosa seriamente, Nikolaj Nikolaevič: se la cosa è fattibile, fatemelo sapere subito, come fareste con un vecchio conoscente e collaboratore. Le mie necessità aumentano a tal punto che non ho tempo da perdere; devo saperlo con certezza. Ho una moglie e una bambina che dipendono da me e in più ho bisogno di tranquillità e assistenza. Kašpirëv dovrà pure decidersi, per un sì o per un no; almeno per saperlo, il tempo per me è prezioso. In questo caso anche un no sarebbe più utile di un  in sospeso, almeno non perderei tempo.

Ho letto con enorme piacere il fascicolo di marzo di Zarja. Aspetto con ansia il seguito del Vostro articolo, per capirlo fino in fondo. Ho il sentore che vogliate presentare Herzen come un occidentalista e parlare dell’Occidente in contrapposizione alla Russia, è così? Avete centrato il punto con Herzen: il pessimismo. Giudicate però realmente i suoi dubbi (Chi è colpevoleKrupovecc.) irrisolvibili? Qui sembra che ci giriate intorno e, sembra a me, lo fate apposta per esprimere il Vostro pensiero principale. In ogni caso aspetto con terribile impazienza il seguito dell’articolo; l’argomento è così provocatorio e attuale. E che succederà quando dimostrerete che Herzen, prima di molti altri, aveva detto che l’Occidente sta marcendo? Cosa diranno gli occidentalisti dei tempi di Granovskij? Non so se ne parlerete, è soltanto una mia ipotesi. Tra l’altro (anche se non rientra nell’argomento del Vostro articolo), non è forse vero che c’è un altro punto nel definire e mettere in luce il nucleo essenziale dell’intera opera di Herzen – ovverosia, che egli è stato, sempre e comunque, in prevalenza un poeta? Il poeta in lui prende il sopravvento, dappertutto e in ogni cosa, in tutta la sua attività. Quando fa propaganda è poeta, quando è figura politica è poeta, quando è socialista è poeta in sommo grado, e quando fa il filosofo! Questo tratto del suo essere, a mio avviso, può spiegare molto del suo fare artistico, persino la sua leggerezza e la tendenza al calembour nelle più alte questioni morali e filosofiche (che, per inciso, è una cosa molto antipatica).

Avete trattato la questione femminile (di febbraio), a mio parere, in maniera eccellente. Rispondo però alla Vostra domanda: perché ho riscontrato in Zarja il difetto della presunzione? Forse non mi sono espresso bene, ma il punto è: siete troppo, troppo morbido. Per loro bisogna scrivere con la frusta in mano. In molti casi siete troppo intelligente per loro. Se li aveste attaccati con più veemenza e maleducazione sarebbe stato meglio. I nichilisti e gli occidentalisti esigono la frustata definitiva. Nei primi articoli su Tolstoj è come se li pregaste di darvi ragione, mentre negli ultimi sembrate cadere preda dello sconforto e della delusione proprio nel momento in cui, secondo me, il tono dovrebbe essere solenne e festante fino a sfiorare l’insolenza: ma che cosa credete, che capiscano davvero la Vostra sottile e brillante ironia nelle lettere di Kosica? Quando ho letto della signora Konradi che imita Pisarev o quando pregate il Vostro corrispondente dopo che, con Vostra grande sorpresa, sentite di non potervi ritenere né uno scemo né una carogna e in quel preciso istante mettete le mani avanti quasi aveste paura: «Vi prego di non fraintendermi», be’ io lì ho riso, ma davvero pensate che loro comprendano un tono simile? Per farla breve – non scrivere in quel modo per Voi è impossibile; è serietà, amore e deferenza alla causa. Ora la rivista ha un suo tono ed è un tono elevato, il che va benissimo e costituisce l’essenza di Zarja; ma, a volte, secondo me, bisogna abbassare il tono, prendere la frusta in mano e non stare sulla difensiva, ma attaccare, in modo molto più smaccato. Ecco che cosa intendevo con «presunzione». D’altro canto, può essere che giudichi in modo errato perché mi scaldo.

Ci sono due frasi su Tolstoj su cui non sono affatto d’accordo: quando dite che è pari a tutto ciò che c’è di sommo nella nostra letteratura. È inammissibile dire una cosa del genere! Puškin, Lomonosov sono dei geni. Entrare in scena con Il negro di Pietro il Grande e con Belkin significa comparire decisamente con una parola nuova geniale, che fino a quel momento non era stata detta mai e in nessun luogo. Arrivare invece con Guerra e pace significa comparire dopo quella parola nuova, già detta da Puškin, ed è così e basta, al di là di quanto sia andato lontano e in alto Tolstoj a sviluppare quella parola nuova, già detta la prima volta, prima di lui, da un genio. Secondo me è molto importante. Ma del resto non riesco a spiegare tutto in poche righe. 

Possibile che Miljukov si stia spingendo così in là? E che cosa sta facendo adesso?

Perdonatemi, il romanzo di Čaev, Forze nascoste, mi è piaciuto molto; c’è molta poesia e per ora è scritto bene. Perché ve lo siete lasciato scappare? La suocera è un’opera più severa, però non è un romanzo, né tantomeno poesia (io comunque giudico dall’ottica della piazza, che è essenziale quando si parla di abbonati).

Anna Gregor’evna Vi porge i suoi omaggi. Ah, se tornassimo presto a casa, Nikolaj Nikolaevič, se capitasse presto!

Tutto Vostro F. Dostoevskij.

P.S. Ripeto, attendo da Voi il prima possibile, come da un buon vecchio conoscente, notizie sul mio conto. I soldi mi servono come non mai; sarebbe buona cosa che Kašpirëv non tardasse a mandarli se dice di . Continuo a dimenticarmi di chiedervi: davvero il libro di Danilevskij La Russia e l’Europa non uscirà in volume? Ma com’è possibile? Santo cielo, non dimenticatevi di informarmi a riguardo.

© il Saggiatore, 2020

ARTICOLO n. 24 / 2022

SIAMO ANCORA ESSERI UMANI?

C’è un momento, nel tragitto che compio ogni settimana per raggiungere il carcere, in cui alzo lo sguardo e mi accorgo che la città si è persa, ha diradato i palazzi e esaurito i negozi, ha spento le voci, taciuto il trambusto, si è data più che poteva dal centro alla periferia in quella sua ansia perenne di dominio sul mondo e infine ha capitolato: è finita. Non c’è un confine netto, è un vago esserci e poi non esserci più. 

Quando la città finisce la prima cosa che diventa chiara è il silenzio. La seconda è l’appiattirsi dei colori in un grigio che dei colori del mondo è la sintesi tetra. La terza è la scomparsa del tempo per come lo conosco. Quello che separa la mia stanza dalla cella di un detenuto è un’ora e diciotto minuti con i mezzi pubblici. L’ultimo è un autobus, che è già l’intercapedine in cui il carcere si preannuncia. Sembra mosso dall’irrequietezza che irradiano i piedi nervosi e le borse strette a sé e gli occhi impazienti di chi inizia a tirare fuori il documento dalla tasca come fosse una chiave. 

Al contrario della città, che tenta ostinatamente di perpetuarsi, il carcere ha margini chiari, alte mura di cemento a delimitarne il dominio, e di ciò che c’è oltre se ne infischia. Si entra nel suo cuore come si aprono le matrioske: è una questione di strati. Alla prima porta lascio il documento, alla seconda il cellulare e con lui il ticchettio del tempo. Alla terza non ho più lo zaino con i libri. Alla quarta sono solo corpo e voce, corpo che deve camminare dritto, voce che deve suonare ferma.

La matrioska ha lunghi corridoi che si diramano in tutte le direzioni e io li percorro con lo sguardo inerme che ha una donna in un mondo di soli uomini e intanto gli occhi si posano sulle pareti addobbate di volantini e corsi di teatro, laboratori di pittura, lezioni di musica e promesse vane: vane perché il presente qui è finzione. I carcerati vivono indietro o avanti, nel passato o nel futuro, e a orientare la bussola è la lunghezza della pena. In carcere pena significa angoscia e essere arrestati significa passare dal moto allo stallo.  Gli uomini contenuti da queste mura sono solo brevemente il presente dei laboratori di pittura, e raramente indossano l’ottimismo della rieducazione, ma portano addosso sempre il tempo della loro pena – quattordici anni e otto mesi, dieci anni e nove mesi, ergastolo, ergastolo ostativo, fine pena mai. Ce l’hanno sulla punta della lingua, senza pudori: lo dicono come io dico il mio cognome, questione identitaria. 

Mentre io, De Silvestro, tutor universitaria, spingo una porta per un riflesso incondizionato di cittadina, una guardia mi dice che non serve a niente, che devo aspettare, che qui è tutto un’attesa. Qualcuno che non vedo mi vede e aprirà la porta per me, è un meccanismo che funziona come per chi crede in Dio. Mentre mi insegna i codici del posto la guardia mi sorride e io di riflesso sorrido, provando, in quella complicità, uno strano disagio.

Vengo in carcere per incontrare un detenuto. Uno studente. Uno studente detenuto. L’ho visto di sfuggita la settimana prima per consegnargli un libro. Non ricordo il suo viso. Lo ricordo giovane e un poco diffidente. Lo aspetti lì, mi dice un’altra guardia indicandomi uno stanzino, e allora io varco la soglia. L’ambiente è lugubre. Pareti rosa pastello, calorifero azzurro cielo. È il pallore tipico dell’edilizia pubblica quando finge cordialità. Assomiglia alle stanze degli ospedali che tentano di ingannare i bambini malati con un po’ di tinteggio giallo alle pareti dimenticando che anche i bambini malati hanno memoria del mondo e sanno bene che il giallo alle pareti a far le veci del sole non è calore ma presagio di morte.

Ho freddo, sarà il pallore.  Sarà quell’orto trasandato che sbircio oltre le sbarre della finestra. Pare che ci siano delle anatre. Si dice migrino in inverno e tornino in primavera. Le mura del carcere accolgono, indolenti ed eterne. Non importa nemmeno che sia vero, è una bella storia. 

Fisso gli oggetti intorno a me: un vecchio armadio dall’aria sovietica, scotch di carta con la scritta «da spostare», sedie diverse, raffazzonate, forse scarti della scuola. Lui tarda e io in questo stanzino fremo e allora mi alzo in piedi e apro la porta affacciandomi al corridoio perché mi prende una paura che mi dimentichino, che lui non arrivi, che dovrò ripercorrere i corridoi a ritroso, le sbarre, i campi, le case sparse, poi la città che inizia e con lei i rumori e il tempo di nuovo scandito ad ogni angolo e tutto di nuovo fra parentesi, attutito, perché da quando sono entrata nel carcere ho saltato un respiro e passo il tempo a cercare rimedi all’apnea, e vorrei curarla come fosse un attacco di singhiozzo, con uno spavento indolore. Dal corridoio lo sguardo raggiunge un cortile e lì in cerchio vecchi camminano con i loro bastoni e i loro fisici abbruttiti e mentre camminano parlano. Chissà di cosa parlano ormai, chissà se ripescano ancora dai giorni in cui facevano l’amore e andavano al mare e chissà anzi se saprebbero ancora nuotare, se saprebbero ancora camminare dritti, dopo una vita a girare intorno all’ora d’aria. Chissà se viene un momento in cui non si è più nostalgia ma solo disfatta.

Il fatto è, penso ipnotizzata dai bastoni che girano in tondo, che c’è qualcosa di profondamente innaturale nel sapere come andrà la propria vita ogni giorno e per sempre. La rimozione dell’imprevedibile è uno degli aspetti più micidiali della vita carceraria. Perso il dubbio del come andrà, resta fra le mani un oggi vuoto e inafferrabile nel suo replicarsi all’infinito, senza stupori. E se pare poca cosa, vorrei dire che per quanto mi riguarda, in certi giorni stanchi, l’unico mio appiglio è qualche stupore incrociato per caso nelle vie. Un uomo con il suo bambino aggrovigliati l’uno all’altro i corpi, al centro un libro di Topolino, il padre legge facendo le voci, il figlio ascolta guardando le figure. 

Più tardi scoprirò che i veterani del carcere senza futuro hanno grande dimestichezza con l’introspezione. Uno di loro – bastone, mani inquiete, voce tremula, occhi quasi orbi – leggerà un suo testo sul palco del teatro. Io gli farò i complimenti per le parole e lui dirà che ha parlato male, si è emozionato. In lui vedrò tutte le mie insicurezze invecchiate in una scatola di cemento, gli dirò che è stato bello, ringraziando. Lui dirà buongiorno e tante buone cose, e tornerà in cella. 

Mentre penso e aspetto nel lugubre stanzino, sembra alzarsi dalle pareti, come un inno sommesso, la voce di Lucio Dalla in quella sua lunga canzone pigramente ritmata, con un sax inquieto a svirgolare, un piano sinistro che gioca a nascondino: «Quante sono le ore per arrivare a domani/Madonna disperazione/Mentre esce dal portone/Si frega le mani». E qui, con questo sottofondo che mi inonda la testa, in quest’aria greve, entra nello stanzino insieme a Madonna disperazione il detenuto che sto aspettando. Mi saluta stringendomi la mano e io lo guardo. Ha braccia definite, guance rasate, indumenti sportivi che aderiscono al corpo e un nitore assoluto lo avvolge. Lo guardo e mentre si scusa per il ritardo, io vedo uno spartiata forgiato dall’agoghé. Separato dagli affetti, obbligato alla vita collettiva in nome dell’addestramento del corpo perché dal corpo emani la morale. Sebbene tutto intorno parli di costrizione e abbruttimento, lui irradia un’insolita pulizia ordinata e tiepida e una certa disciplina dell’atteggiamento, e ancor più che disciplina è verecondia, una forma di gentilezza accorta. Avrà, nel tempo, un modo di fidarsi e affidarsi prima cauto e lineare, poi torrenziale e sempre pulito. 

La prima forma di fiducia sarà una lettera. Una lettera vera, e come ogni vera lettera terrà conto dei tempi in cui dovrà esistere: quello in cui viene scritta («mi trovo ora nell’aula informatica e sto studiando»), quello immaginato in cui verrà aperta («ti chiedo, se riceverai queste parole in tempo, di cercare e portarmi un saggio su Giorgio Strehler»), quello poco prima di essere chiusa dove alla memoria affiorano precisazioni essenziali («p.s: si tratta di un saggio scritto in occasione del centenario dalla sua nascita, come introduzione a una conferenza tenuta al Piccolo Teatro di Milano»), e infine il tempo della gratitudine, che tiene insieme tutti gli altri («nel frattempo ti ringrazio»). Il saggio su Strehler si rivelerà introvabile, ma io gli porterò una novella di Pirandello, senza troppe spiegazioni. Si intitola La Carriola e la rileggo spesso. Parla della forma:

«Ci sono i fatti. Come spire e tentacoli t’avviluppano le conseguenze delle tue azioni. E ti grava attorno come un’aria densa, irrespirabile la responsabilità, che per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non prevedute, ti sei assunta. E come puoi più liberarti? Come potrei io nella prigione di questa forma non mia, ma che rappresenta me quale sono per tutti, quali tutti mi conoscono e mi vogliono e mi rispettano, accogliere e muovere una vita diversa, una mia vera vita?»

La leggerà, ne parleremo, e mi accorgerò che non siamo più timidi, che ci viene bene pensare ad alta voce, ridere, indignarci. Un giorno mi chiede cosa sia per me il potere. Io rispondo che credo sia la capacità di tradurre i propositi in fatti, a dispetto degli impedimenti. Lui invece mi intesse un bel discorso degno delle aule universitarie in cui appaiono i briganti e il meridione dei Borbone e ancora le guardie e i ladri e un senso ancestrale e terrestre dei mali eterni dell’uomo, una concretezza tutta ancorata alla vita minuta che mi ricorda gli uomini e le donne che si dimenano nel più bel libro di Elsa Morante. E allora, da quando ci fidiamo l’uno dell’altro, io ascolto tutto ciò che mi dice con attenzione, assentendo e contraddicendolo come faccio con gli interlocutori di cui ho massimo rispetto e ne traggo grande ricchezza ma tutto il tempo mi chiedo, con aria vagamente colpevole, se le mie parole e miei racconti abbiano per lui la sostanza dell’aria fresca o assomiglino piuttosto al ricordo dolente di qualcosa che da tempo non ha più, e cioè la libertà di frequentare il mondo e farne parte. E forse per dissimulare questa mia libertà mi attengo a parole e racconti generici, che non dicano troppo di ciò che lui rimpiange, e mi dedico in prevalenza all’ascolto. Più avanti capirò che con la libertà non c’è da avere remore. Fa bene anche di riflesso, respirata per interposta persona.

Un’altra delle mattine in cui io attraverso la città per raggiungere il lugubre stanzino lui è un fiume di parole, un fiume senza dighe che dice di sé e dei motivi che lo hanno portato nella prigione. Io rispondo che non mi interessano i suoi reati, ma a lui preme avere l’ultima parola, sottrarre alle narrazioni degli altri il giudizio definitivo sulla sua persona. Io non emetto sentenze, gli dico. Vorrei aggiungere che più di tutto io non penso, come chi entra in carcere sapendo di poter fare del bene, che il suo passato non sia importante. Educatori, psicologi, maestri, del tutto capaci di trattare i detenuti come persone senza passato. Io no, non ne sono capace. Penso che lui abbia un passato e lo penso come chi entra qui e ha il dubbio, e poi il timore, e infine l’angoscia che fare del bene agli uomini reclusi in un modo che non sia del tutto precario e marginale sia probabilità remota. E non perché il suo passato lo determini irrimediabilmente, come crede lo Stato che infligge l’interdizione perpetua, ma perché sono convinta che le persone nuove, in quel senso fittizio che rinnega la storia in nome di un futuro luminoso e senza ombre, non esistano. E allora promettere a lui che i libri lo salveranno mi sembra presuntuoso e stupido. Fingere di vederlo come nient’altro che uno studente sarebbe mancare di rispetto alla sofferenza che provocano le sbarre della cella con tutta la loro ruggine asfittica. E sarebbe oltretutto falso, perché nessuno studente universitario è solo uno studente universitario. E allora io, in quello stanzino, se per un momento sento incombere il giudizio, devio il pensiero. Penso al telegiornale che guarderemo tra qualche ora, lui nella cella, io in casa mia, uguali. Penso all’acqua che faremo bollire. Ci butteremo la pasta insieme, nell’ordine dei gesti consueti. E saremo pari. E penso a suo figlio, che è bravo in matematica, e chissà cosa farà. A quello di Antonio Gramsci a cui piaceva aggiustare le cose guaste, e ci si poteva leggere un indizio di costruttività, di carattere positivo. E poi penso a mio padre che legge i miei temi in seconda media, orgoglioso. Li penso pari. 

Non sono stata in grado di dirgli questo. Non sono stata in grado di dire nulla nemmeno il giorno che pioveva a dirotto e io sono arrivata infreddolita e fradicia e lui si è sorpreso di vedermi arrivare comunque. Gliela leggevo negli occhi la domanda. Perché vieni? Non lo so, avrei dovuto dire. Tre crediti formativi, avrei farfugliato. Ma lui avrebbe capito che non è vero e a me sarebbe stato evidente che non so rispondere. Forse un giorno gli dirò che lo so, l’ho capito: vengo per quella sensazione essenziale che sento emergere dalle pareti dei luoghi come questo, un certo indizio su cosa sono gli uomini. Sulla loro presunta disuguaglianza e la loro sostanziale parità. Quel giorno, dopo aver abitato lo stanzino lugubre per l’ennesima volta senza poterne espandere i confini, attraverserò i corridoi mossa da uno strano tremito e mi lascerò alle spalle il rumore delle sbarre e il rosa innaturale alle pareti. Nell’uscire, una bambina mi darà il cambio, varcando le sbarre con un risolino sul viso, e io mi augurerò che sia il modo giocoso con cui i bambini sanno rendere castelli le case di reclusione e primavera le anatre che ritornano dalle migrazioni. Lei forse a breve abbraccerà suo padre, e il suo tempo verrà cristallizzato in quell’abbraccio, mentre il mio riprenderà a scorrere, insieme al riaffiorare della città.

ARTICOLO n. 23 / 2022

CONTRO L’OSCURITÀ

Traduzione di Mariolina Bongiovanni Bertini e Marco Piazza

«Appartenete alla nuova scuola?» domanda a ogni studente di vent’anni che si occupi di letteratura ogni signore di cinquanta che non se ne occupa. «Per conto mio, confesso che non ne capisco un gran che, bisogna esser iniziati… Del resto, non c’è mai stato tanto talento come oggi: quasi tutti ne hanno.»

Sforzandomi di cavar fuori dalla letteratura d’oggi alcune verità estetiche di cui mi sento tanto più sicuro in quanto lei stessa le segnala, col negarle, rischio di espormi all’accusa di voler sostenere prima del tempo la parte del signore cinquantenne. Tuttavia, non parlerò come lui. Sono infatti convinto che, come tutti i misteri, la Poesia non ha mai potuto esser interamente intesa senza iniziazione, e nemmeno senza vocazione. Quanto al talento, che non è mai stato molto comune, sembra che solo di rado ce ne sia stato meno di oggi. Certo, se esso consiste in una certa retorica comune che insegni a fare «versi liberi», allo stesso modo che un’altra retorica insegnava a comporre «versi latini», e che renda accessibili a tutti le «principesse», le «malinconie», «pensose» o «sorridenti», i «berilli», si può ben dire che oggi tutti ne son dotati. Ma codeste non sono che vane conchiglie, vuote e sonore, pezzi di legno infracidito o rottami di ferro arrugginito, gettati sulla riva dai flutti e di cui può impossessarsi anche il primo venuto, se gli garba, finché la generazione, ritirandosi come la marea, non li porti via. Ma che cosa si può fare con pezzi di legno imputridito, spesso rottami duna bella armata antica, immagini mal riconoscibili di Chateaubriand o di Hugo?

Ma è tempo di venire all’errore di estetica che ho voluto segnalare qui e che mi sembra renda privi di talento tanti giovani originali, se il talento è qualcosa di più dell’originalità del temperamento: vale a dire, il potere di ridurre un temperamento originale alle leggi generali dell’arte, al genio permanente della lingua. Tale potere manca certamente a molti; ma altri, abbastanza dotati da acquisirlo, sembra che vi rinunzino in maniera sistematica. La duplice oscurità che ne deriva nella loro opera – oscurità delle idee e delle immagini, da un lato, oscurità grammaticale, dall’altro – è, nella letteratura, giustificabile? Cercherò di esaminarlo qui.

I giovani poeti, in versi o in prosa, potrebbero far valere, per eludere la mia domanda, un argomento preliminare.

«La nostra oscurità» potrebbero dire «è la stessa oscurità che veniva rimproverata a Hugo, che veniva rimproverata a Racine. Nel linguaggio, tutto quel che è nuovo è oscuro. E come potrebbe non esser nuovo il linguaggio, quando il pensiero e il sentimento non sono più i medesimi di ieri? Per restar viva, la lingua deve mutare insieme col pensiero, prestarsi ai suoi nuovi bisogni, come le zampe che, negli uccelli destinati ad andare sull’acqua, diventano palmate. Grosso scandalo per chi non abbia visto gli uccelli che camminare o volare; ma, una volta compiutasi l’evoluzione, si sorride che essa abbia potuto suscitare scandalo. Un giorno, lo stupore che noi vi causiamo vi stupirà, come oggi ci stupiscono le ingiurie con le quali il classicismo morente salutò gli esordi del Romanticismo.»

Ecco quanto potrebbero dirci i giovani poeti. Ma, dopo esserci rallegrati con loro per queste ingegnose parole, diremmo loro: «Non volendo certamente alludere alle tradizioni del preziosismo, voi avete giocato con la parola “oscurità”, facendo risalire tanto in alto la nobiltà della vostra scuola. Codesta oscurità è, invece, nella storia delle lettere, molto recente. È tutt’altra cosa dalle prime tragedie di Racine o dalle prime odi di Hugo. Ora, il sentimento della medesima necessità, della medesima costanza delle leggi dell’universo e del pensiero, mi vieta di immaginare, a guisa dei bambini, che il mondo possa cambiare a seconda dei miei desideri; m’impedisce di credere che, essendosi improvvisamente modificate le condizioni dell’arte, i capolavori debbano essere, da ora in poi, quel che nel corso dei secoli non sono mai stati: pressoché inintelligibili».

Ma i giovani poeti potrebbero replicare: «Vi stupite che il maestro sia obbligato a spiegare ai discepoli le proprie idee. Ma un fatto simile non è sempre avvenuto nella storia della filosofia: in cui gli Spinoza, i Kant, gli Hegel, i quali sono altrettanto oscuri che profondi, non si possono comprendere senza gravissime difficoltà? Avete frainteso il carattere delle nostre poesie: non sono fantasie, sono sistemi».

Il romanziere che imbottisca di filosofia un romanzo, il quale sarà senza pregio agli occhi del filosofo altrettanto che a quelli del letterato, non commette un errore più pericoloso di quello da me attribuito ai giovani poeti, e che essi non si sono limitati a mettere in pratica, ma hanno eretto anche in teoria.

Essi dimenticano, come quel romanziere, che il letterato e il poeta possono bensì spingersi nella realtà profonda delle cose tanto lontano quanto il metafisico, ma per una strada diversa; e che il sussidio del ragionamento, anziché rafforzare, paralizza lo slancio del sentimento, che solo può condurli sino al cuore del mondo. Il Macbeth è, a sua guisa, una filosofia non in virtù di un metodo filosofico, ma di una sorta di potenza istintiva. Il fondo d’un’opera simile, come il fondo della vita, di cui essa è l’immagine, resta indubbiamente oscuro, anche per la mente che lo vada via via chiarendo. Ma si tratta di un’oscurità di tutt’altro genere, feconda da approfondire e di cui sarebbe spregevole render impossibile l’azione con l’oscurità della lingua e dello stile.

Il poeta, non rivolgendosi alle nostre facoltà logiche, non può usufruire del diritto che ha qualsiasi filosofo profondo di sembrare, da principio, oscuro. Se poi si volge a esse, cessa di far poesia, senza però innalzarsi sino al piano della metafisica, la quale esige un linguaggio ben altrimenti rigoroso e preciso.

Poiché ci vien detto che il linguaggio e il pensiero sono inseparabili, ne approfitteremo per far rilevare che, se la filosofia, in cui le parole hanno un valore quasi scientifico, deve parlare una lingua speciale, la poesia non può fare altrettanto. Per il poeta, le parole non sono mai semplici segni. I Simbolisti saranno senza dubbio i primi ad ammettere che quel che ogni parola serba, nella sua figura o nella sua armonia, dell’incanto della sua origine o della grandezza del suo passato, possiede, nei confronti della nostra sensibilità e della nostra fantasia, un potere evocativo pari almeno al suo potere strettamente semantico. Si tratta di quelle antiche e misteriose affinità tra la nostra lingua materna e la nostra sensibilità, che ne fanno, anziché un linguaggio convenzionale qual è per noi una lingua straniera, una sorta di musica segreta che il poeta può far risonare in noi con incomparabile dolcezza. Il poeta ringiovanisce una parola usandola in una vecchia accezione; oscilla tra due immagini disgiunte di armonie dimenticate; e ci fa respirare con delizia, in ogni momento, il profumo della terra natale. Qui sta per noi l’incanto nativo della lingua di Francia: che sembra significare oggi la lingua di Anatole France, dacché egli è uno dei pochissimi che vogliano o sappiano servirsene ancora. Il poeta rinunzia a tale potere irresistibile di ridestare in noi tante Belle addormentate nel bosco, se si mette a parlare un linguaggio a noi ignoto, nel quale certi aggettivi, se non incomprensibili, per lo meno troppo recenti per non restare muti per noi, tengon dietro, in proposizioni che sembrano tradotte, ad avverbi intraducibili. Con l’aiuto delle vostre glosse, riuscirò forse a comprendere il vostro componimento, come un teorema o un rebus. Ma la poesia vuole un po’ più di mistero: altrimenti, l’impressione poetica, la quale è affatto istintiva e spontanea, non si produrrà.

Passerò quasi sotto silenzio il terzo argomento cui potrebbero ricorrere i poeti della nuova scuola: e cioè, l’interesse delle idee o delle sensazioni oscure, più difficili da esprimere, ma anche più rare, delle idee più chiare e più comuni.

Checché ne sia di tale teoria, è evidente che, se le sensazioni oscure presentano maggior interesse per il poeta, è solo a condizione di renderle chiare. Se il poeta percorre la notte, deve farlo come l’Angelo delle tenebre: portandovi la luce.

Giungo finalmente all’argomento invocato più di frequente dai poeti oscuri a favore della loro oscurità: il desiderio di proteggere la loro opera contro gli attentati del volgo. Ora, mi sembra che qui il volgo non sia dove si pensa. Chi d’una poesia si fa un concetto abbastanza ingenuamente materiale da credere che esso possa esser attinto altrimenti che con il pensiero e il sentimento (e se il volgo potesse attingerlo così non sarebbe più tale) ha della poesia l’idea puerile e grossolana che si può precisamente rimproverare al volgo. Tale precauzione contro gli attentati del volgo è, dunque, inutile. Ogni sguardo volto verso il volgo, sia che miri a lusingarlo con un modo di esprimersi facile sia che miri a sconcertarlo con un modo di esprimersi oscuro, fa sempre mancare il bersaglio all’arciere divino. La sua opera serberà implacabilmente la traccia del suo desiderio di piacere o di dispiacere alla folla, desideri parimenti mediocri, i quali conquisteranno, ahimè, soltanto lettori di secondo ordine…

Mi sia permesso di osservare inoltre, a proposito del simbolismo, cui mi riferisco soprattutto in queste pagine, che, pretendendo di trascurare gli «accidenti temporali e spaziali» per mostrarci solo verità eterne, esso disconosce un’altra legge della vita: che è di attuare l’universale o l’eterno, ma solo in individui. Nelle opere d’arte come nella vita, gli uomini, per generali che siano, debbono essere fortemente individuali (si pensi a Guerra e pace o a The Mill on the Floss); e di essi si può dire, come di ciascuno di noi, che attuano tanto più largamente l’universale quanto più sono se stessi. Le opere puramente simboliche rischiano perciò di mancare di vita e, quindi, di profondità. Se, per giunta, le loro «principesse» e i loro «cavalieri», anziché interessare il nostro spirito, propongono alla sua perspicacia un senso difficile e impreciso, le poesie, che dovrebbero essere simboli viventi, si riducono a fredde allegorie.

I poeti debbono ispirarsi maggiormente alla natura, nella quale, se il fondo di tutto è uno e oscuro, la forma di tutto è individuale e chiara. Essa insegnerà loro, oltre al segreto della vita, lo sdegno dell’oscurità. Forse che la natura ci nasconde il sole o le migliaia di stelle che brillano senza veli, splendide e indecifrabili, agli occhi di quasi tutti? Forse che non ci fa toccare, in modo rude e a nudo, la potenza del mare o del vento occidentale? Essa dona a ogni uomo il potere di esprimere con chiarezza, durante il suo passaggio sulla terra, i più profondi misteri della vita e della morte. Vengon essi tuttavia intesi dal volgo, nonostante il vigoroso ed espressivo linguaggio dei desideri e dei muscoli, della sofferenza, della carne putrescente o fiorente? Dovrei citare soprattutto, perché esso è la vera «ora artistica» della natura, il chiaro di luna, col quale, sebbene esso riluca con tanta dolcezza per tutti, la natura, senza nemmeno un neologismo pur dopo tanti secoli, crea luce con l’oscurità e suona il flauto col silenzio.

Tali le osservazioni che ho stimato utile di fare a proposito della poesia e della prosa contemporanee. La loro severità nei confronti dei giovani le avrebbe rese più adatte nella bocca d’un vecchio. Si perdoni alla loro franchezza, forse più meritoria nella bocca d’un giovine.

© il Saggiatore, 2015

ARTICOLO n. 22 / 2022

LO STILE DELL’ABUSO

Intervista a Raffaella Scarpa

Parlare di violenza psicologica è tanto arduo quanto inafferrabile sembra il concetto stesso di violenza psicologica. La violenza fisica possiamo vederla, è tangibile, lascia dei segni spesso molto chiari, ma da dove iniziare invece a parlare di qualcosa che, come la violenza psicologica, non si vede, non si tocca? Come riconoscerla, come dimostrarla, come, inoltre, essere sicuri di averla subita? Sono queste domande apparentemente senza risposta che spingono la protagonista della serie Maid (Netflix) a dire alla prima assistente sociale con cui si interfaccia che lei, a differenza di altre donne, non è vittima di violenza e quindi non ha diritto ad usufruire del loro aiuto, semplicemente perché il suo compagno non l’ha mai picchiata. La consuetudine di identificare l’intero fenomeno della violenza domestica con la violenza fisica è uno dei motivi per cui il concetto di violenza psicologica ci appare così sconosciuto: è qualcosa che non abbiamo mai studiato, che non abbiamo mai imparato a riconoscere e a nominare. Eppure, in un contesto di violenza domestica, è proprio il linguaggio lo strumento fondamentale attraverso cui l’abusante riduce e mantiene la vittima in uno stato di soggezione e subordinazione.

Per vent’anni Raffaella Scarpa, docente di Linguistica italiana e Linguistica medica e clinica presso l’Università di Torino, ha raccolto testimonianze dirette sia da parte di donne abusate che da parte di uomini abusanti, e ha messo al centro dell’analisi proprio il linguaggio. Il risultato di questa grande ricerca è Lo stile dell’abusoViolenza domestica e linguaggio, edito da Treccani nel settembre del 2021. Un lavoro acuto e potente, in cui Scarpa ridefinisce il concetto di violenza domestica elaborando nuove categorie interpretative, ne illustra i meccanismi, e descrive per la prima volta in modo approfondito il complesso sistema linguistico che ne sta alla base. Perché in questo caso l’analisi linguistica, dato che «nello stile si deposita ciò che il soggetto non sa di voler esprimere o che non vuole che si sappia che sta esprimendo»altro non è che una vera e propria macchina della verità. 

Per anni ho cercato un libro che parlasse di dinamiche di potere all’interno della coppia e mettesse al centro il linguaggio: non l’ho mai trovato, non esisteva ancora, né in Italia né fuori dall’Italia. Oltre che per l’ingegno, la precisione e la ricchezza del lavoro di analisi svolto da Scarpa, credo che anche per questa sua assoluta novità Lo stile dell’abuso sia un libro fondamentale e un vero evento nel nostro panorama editoriale.

A.U. Per introdurre Lo stile dell’abuso vorrei partire dalla dedica che si trova alla fine della premessa: «Dedico questo libro a chi non sa riconoscere l’intollerabile».

R.S. È la frase che mi è costata più impegno nella formulazione. La percezione del limite della tollerabilità, della giustezza del tollerabile. Non di quello che ciascuno di noi può sopportare, perché lì l’asticella si alza all’infinito: noi abbiamo una soglia altissima, se non esponenzialmente infinita di sopportazione e di «normalizzazione» di ciò che ci accade, nel senso che il male non viene riconosciuto come tale. 

Viene spesso ribadito come aiutare le donne a denunciare, come seguirle nel percorso di riabilitazione, ma questi sono problemi secondari in ordine cronologico, la questione che va affrontata prima di tutte con la vittima è: portare alla luce ciò che è vero. Il primo problema della violenza domestica è la cosidetta «egosintonia»: chi subisce questa condizione spesso non riesce, anche se si è esposti a violenze che non sono soltanto psicologiche, ma a vere e proprie torture fisiche quotidiane, ad autopercepirsi come vittima di violenza domestica, etichetta attraverso la quale ci parliamo. E lo strumento che disarticola la nostra capacità di percepire uno stato di volenza subìta è proprio la lingua.

Per me è una questione di militanza attiva rispetto a questo tema denunciare a chiare lettere e sempre che se una persona non è in grado di distinguere ciò che sta subendo è il linguaggio che crea le condizioni di induzione alla dispercezione, induzione all’incapacità di giudizio, induzione all’incapacità d’azione, induzione all’incapacità di parola, che sono le condizioni tipiche della violenza domestica. 

Quante volte abbiamo sentito dire: «ma se sei stata in una condizione del genere in qualche modo ti andava bene», oppure: «allora sei masochista»? Ecco, no: non c’entra il masochismo, non c’entra il rapporto diabolico tra persecutore e vittima, non c’entra nulla: tu vittima non ti rendi conto di ritrovarti in quella situazione, e proprio il linguaggio genera le precondizioni che consentono a una persona di stare nella più innaturale delle condizioni possibili. 

A.U. È molto arduo far capire che quando si denuncia un comportamento abusivo a distanza di tempo ciò non è dovuto al fatto che fino a quel momento «ti andava bene così», ma perché quel tempo trascorso è servito alla vittima per rendersi conto della condizione di assoggettamento psicologico in cui si trovava. Una delle caratteristiche della manipolazione, appunto, è proprio il fatto che la vittima non riesca a rendersi conto di essere manipolata. E in una condizione del genere è molto facile non riuscire più a distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Penso al romanzo che citi ne Lo stile dell’abusoIl quinto angolo, in cui la protagonista in una cella della Lubjanka veniva costretta dai suoi persecutori a trovare fino alla morte il quinto angolo di una stanza quadrangolare. 

R.S. Non sono mai stata troppo convinta che la definizione «violenza domestica» veicoli i giusti contenuti, perché la violenza è un fenomeno sovraevidente: te ne accorgi, la vedi. Come dice René Girard, l’espressione di un uomo arrabbiato e di un gatto arrabbiato si somigliano, non c’è niente di più evidente di una postura aggressiva o di un’azione violenta. La violenza domestica invece non è violenza nella maniera in cui siamo culturalmente abituati a concepirla e a percepirla, ma è molto più vicina a mio parere a quello che è un protocollo di tortura. L’esempio che citavi è una delle classiche procedure di tortura che avvenivano nella Lubjanka, questo cercare il quinto angolo di una stanza quadrangolare è effettivamente una coercizione alla dispercezione: da un certo punto in poi si innesta e tu non puoi più risalire la china. L’altro fenomeno molto vicino e che spiega i meccanismi della violenza domestica è proprio lo stadio d’assedio. La violenza domestica a mio parere è una forma speciale di tortura innestata in una sorta di stato d’assedio, cioè essere perimetrati e circondati ed essere torturati in uno spazio chiuso. 

A.U. Come citato nel tuo libro, il potere consiste nel fondare una realtà – che poi questa realtà non corrisponda alla verità dei fatti poco importa. Voglio partire da qui per parlare di una questione fondamentale che tu discuti all’inizio del tuo lavoro, e che fa da base a tutta l’analisi stilistica successiva: la differenza tra violenza e potere. Scrivi che si possono individuare due motivi principali per cui non si parla di violenza psicologica: il primo è la consuetudine di identificare l’intero fenomeno della violenza domestica con la violenza fisica, il secondo è la sottostima del potere del linguaggio all’interno di una relazione abusante. Ma violenza e potere sono due cose molto diverse. Come dice Hannah Arendt in una frase da te citata: «La violenza può distruggere il potere, è assolutamente incapace di crearlo». 

R.S. Questo è uno studio che in qualche modo ha avuto bisogno di rifondare i concetti, perché culturalmente quello che noi autorappresentiamo come violenza domestica non corrisponde al fenomeno, se non in maniera limitata, riduttiva e deviante. Mentre la categoria del potere, che di per sé ha una natura più sottotraccia, meno sovraevidente, per una serie di ragioni ne spiega meglio le dinamiche: in primo luogo perché può non essere scoperto, può essere agito e allo stesso tempo può non essere chiaramente interpretabile come tale, a differenza del gesto violento, che all’unanimità viene riconosciuto come tale. In secondo luogo perché, come diceva Foucault, il potere fonda sistemi di verità, non è detto che governi o assoggetti apertamente. Quindi dire che una cosa è vera, è accaduta e capiterà, è esercitare una forma di potere. Quando questo raggiunge dimensioni ipertrofiche, e nel linguaggio si decriptano tutti questi meccanismi formali che mirano a creare verità fittizie e decostruzioni delle stesse realtà, si capisce perfettamente che potere, linguaggio e violenza sono strettamente collegati. Il primo concetto fondamentale è quindi quello di potere come costruzione di verità, il secondo invece deriva da Deleuze, e forse ed è una delle affermazioni segnavia che stanno all’origine di questo libro, e dice: «il potere è ciò che divide una persona da ciò che può». La violenza domestica non vuole fare altro che dividere la donna, visto che parliamo di questo tipo di violenza domestica, da ciò che può fare, cioè da tutta la potenzialità del suo agire, del suo pensare, del suo essere, della sua identità. Questo vuol dire annientare, far sparire: uccidere, né più né meno. Ecco perché almeno per queste due ragioni la categoria di potere mi sembrava molto più adatta e produttiva rispetto a quella di violenza. 

A.U. L’analisi linguistica da te svolta parte da testimonianze dirette raccolte nell’arco di ben 20 anni. Hai seguito 27 persone tra uomini maltrattanti e donne maltrattate, tutti all’interno dello statuto del matrimonio o della convivenza, tutti quindi accomunati dalla condivisione di uno stesso luogo fisico – la casa – alcuni avevano figli, altri no. Hai voluto seguirli in una veste extraistituzionale, perché le loro testimonianze venissero alterate il meno possibile dal filtro formale, perché ti parlassero come a una confidente. Com’è nato questo lavoro e come si è svolto?

R.S. La raccolta dei dati è stata complessa. Questa ricerca è nata quando anni fa ho conosciuto una coppia. In quel periodo studiavo metrica, il ritmo della poesia e il valore delle pause e dei silenzi nel testo poetico, quindi avevo un orecchio ben allenato, e la relazione verbale di questa coppia aveva qualche cosa che non mi tornava. Nulla di atipico, semplicemente c’era qualcosa che all’orecchio stonava. Poi da lì la frequentazione è andata avanti, e io ho capito che con tutta evidenza ci trovavamo in un contesto di violenza domestica, poi questo è stato evidente a tutti. Da lì è iniziata la mia ricerca su questo fenomeno così sui generis proprio rispetto al linguaggio, e sono passata al secondo caso, poi al terzo caso e così via. Il lavoro è stato molto lento, sono andata per tentativi, a volte un avvocato mi suggeriva dei casi interessanti, e io entravo in contatto con la coppia in veste di persona interessata a comprendere il fenomeno, anche gli uomini e le donne che hanno scelto di collaborare con me lo hanno fatto come persone che pensavano fosse importante guardare più da vicino il fenomeno. C’è voluto tanto tempo anche perché ogni persona aveva bisogno di un settingspecifico: c’era chi parlava bene in un bar, chi in una stanza chiusa e così via. Inutile dirlo: sono le persone che hanno fatto essere questo libro quello che è, donando materiale come registrazioni, email e messaggi nel contesto della violenza e non a denuncia avvenuta e a storia finita. Prima che una donna spaventata accenda un registratore durante una lite, prima che validi il suo uso per l’analisi linguistica e prima che il compagno lo validi a sua volta, perché devono essere in due a pensare che quello che stanno facendo sia una buona causa, il tempo passa.

A.U. Mi ha colpito notare come non tutte le donne che hanno scelto di collaborare alla tua ricerca fossero a un livello di comprensione profonda di quello che stava succedendo. A volte sembrano ancora in una fase di negazione, e nonostante questo hanno scelto di testimoniare.

R.S. Sì, molte si trovavano ancora nella situazione della violenza, altre ne erano fuori, alcune lavoravano alla raccolta dei testi con il compagno, altre invece no, altre ancora avevano denunciato e poi si erano ricongiunte al compagno. Perché, e questo per me è molto importante dirlo, come non bisogna mai parlare di amore quando si parla di violenza domestica, allo stesso modo non bisogna mai parlare di patologia quando si parla di violenza domestica. Patologizzare significa relegare un fenomeno nell’eccezionalità e accettare che possa essere non completamente compreso proprio perché è una malattia.  Non c’è nulla di patologico nell’incastro tra abusante e abusato, e soprattutto le dinamiche devono essere comprese a fondo, spiegate, illustrate senza trascurare che il legame tra queste due persone è un legame comunque molto forte e non si può ridurre tutto a «uno è un mostro e un altro è una vittima», se procediamo in quella direzione non si va da nessuna parte, non si comprende nulla, e se non si comprende non si può neanche combattere.

A.U. Nonostante questo fenomeno ci appaia inafferrabile, sembra che ci siano delle tappe obbligatorie e comuni in queste relazioni, sia dal punto di vista della storia della coppia che dal punto di vista linguistico. Tutte queste relazioni, ad esempio, iniziano con una fase di love bombing. E quando finiscono sembrano sempre lasciare alla vittima un senso di smarrimento: «come è possibile che sia successa questa cosa?», direi che è questa la domanda che si pongono tutte le donne vittime di violenza psicologica. Segue poi un fortissimo senso di spersonalizzazione, una crisi d’identità, il non sapere più chi si è. Una testimonianza presente ne Lo stile dell’abuso dice: «Per prima cosa sono andata al supermercato. Per mesi, mentre spingevo quel carrello che solo lui poteva decidere come riempire ho fantasticato su tutto ciò che avrei comprato io, nella mia nuova vita. Ma oggi non sapevo più cosa volevo».

R.S. L’opera di riabilitazione alla fine di una storia in cui c’è stata violenza psicologica è un processo molto lento, è come riacquisire la mappa del reale, iniziare a distinguere il vero dal falso, il giusto da ciò che è sbagliato. In un contesto del genere il concetto di: «io posso ancora comprare un vestito e sapere quello che voglio» non è affatto scontato. Non è affatto scontato se fino a poco tempo fa il silenzio è stata la mia dimensione, ma non il silenzio del segreto, il silenzio di chi non ha più una lingua, come diceva Michel de Certeau. Perché l’obiettivo del torturatore è proprio quello di espropriare la vittima dalla propria lingua. E poi c’è il senso di colpa, ciò che si pensa è: se io non sono stata in grado di riconoscere la natura di quella persona che diceva di amarmi e di cui io mi fidavo ciecamente, in che cosa io posso ancora avere fiducia rispetto alle mie capacità di lettura del mondo? Una delle testimonianze ne Lo stile dell’abuso dice: «Se incontri animali simili, se incontri un mostro non puoi più fidarti neppure della tua ombra perché tutti possono trasformarsi da un momento all’altro in qualcosa che non ti aspetteresti mai». E questo tipo di spaesamento è difficile da compensare. Un’altra donna nel libro dice: «Una sera […] l’uomo che ora mi sta a fianco, ha usato un’espressione del mio ex marito. Ho rimosso quelle parole. Non sono riuscita più a portare avanti la conversazione, lì sul divano sono diventata di nuovo di pietra. I fantasmi sono usciti dai muri. Mi si è stretto un groppo in gola e non sono più riuscita a spiccicare una parola».

A.U. Tu scrivi: «Lo stile dell’abuso può essere descritto come un sistema linguistico a più direttrici che operano di concerto, in sinergia». E ne individui sei: Costruzione del soggetto, Decostruzione del soggetto; Creazione di realtà, Interdizione del soggetto; Accerchiamento, Autorappresentazione. Vuoi provare a sintetizzarle?

R.S. L’analisi stilistica è uno strumento di forte decriptazione, di svelamento, come si diceva, è una macchina della verità. Le direttrici stilistiche attraverso le quali ho provato a descrivere il sistema del discorso abusante rendono sovraevidente che il presupposto in funzione del quale tutta questa mostruosità può avvenire è di tipo linguistico. Lo stile dell’abuso è un sistema linguistico stilistico complesso perché organizzato su sei direttrici. Importate è comprendere il meccanismo alla base. Le prime due sono, dal punto di vista stilistico, straordinariamente interessanti. Dico stilisticamente perché lo stile è appunto ciò che lega l’istanza profonda del soggetto all’epifenomeno linguistico, perché nello stile si deposita ciò che il soggetto non sa di voler esprimere o che non vuole che si sappia che sta esprimendo, quindi è in questo senso che l’analisi linguistica è una mappa della verità. 

Le prime due sono appunto la Costruzione del soggetto e la Decostruzione del soggetto. Immaginate dal punto di vista strettamente linguistico uno spettro di fenomeni, di stilemi: l’uso di determinate parti verbali, l’uso di determinati aggettivi, l’uso dei superlativi, l’uso delle parti pronominali. È interessante notare quanto l’abusante usi i pronomi «io» e «tu» ma non usi «noi». È strano, perché in una dimensione fusionale si immaginerebbe un uso predominante del noi, ma il noi è anche fortemente depotenziante, perché le due unità per essere l’una al servizio dell’altra devono rimanere divise. E poi ricorre l’uso di «loro», che incarna il resto del mondo che non può comprendere, che è nemico, che è ostile ed estraneo.

Nella fase di costruzione l’abusante come un demiurgo dice all’abusata chi è. Frasi tipiche di questa fase sono: «Te lo dico io chi sei tu», «Solo io ti conosco veramente», «Solo io so chi sei». A latere, voglio dire che l’attribuzione di un’identità all’abusata da parte dell’abusante è tipica delle prima fasi, ma se vogliamo è tipica delle prime fasi dell’innamoramento in generale, ecco perché bisogna fare molta attenzione: lo stile del discorso abusante è da leggere nella complessità di tutte queste direttrici che agiscono di concerto. 

Dopo che l’abusante ha fidelizzato la vittima e si è garantito pienamente la sua fiducia, ecco che subentra la seconda fase, quella di decostruzione. In cui, ad esempio, l’uomo che ti ha detto che sei la persona più capace di questo mondo ti dice che allo stesso tempo sei anche la più impacciata e la più inadeguata, l’uomo che ti ha detto che sei la cuoca più straordinaria ti dice anche che fa veramente schifo quello che hai fatto stasera, e così via. Rispetto a questo «sei» e «non sei» le capacità di autopercezione di sé iniziano a traballare, ed è un meccanismo molto semplice da innestare – ripeto, basti leggere i manuali desecretati dei protocolli di addestramento dei torturatori: uno dei primi indirizzi è quello di dire e disdire, in questo modo si abbassa straordinariamente la soglia di capacità di lettura dei dati reali del torturato.

Il terzo movimento è quello della creazione di realtà: l’abusante inizia a raccontare cose non vere che sono accadute o a raccontare cose riformulate in una direzione diversa, rispetto al passato, al presente e al futuro (gaslighting), e con una dovizia di particolari che soltanto una menzogna consente, perché le grandi costruzioni fittizie sono sempre straordinariamente precise nel dettaglio, sempre.

Il quarto movimento è l’interdizione del soggetto attraverso dei confronti verbali che altro non sono che trappole, perché, se decriptato linguisticamente, il discorso dell’abusante si rivela costruito esclusivamente su fallacie argomentative, cioè quelle cose che da Aristotele in avanti ci è stato detto essere argomentazioni mendaci, finte argomentazioni. Difatti non c’è nulla di più impermeabile alla dialettica del linguaggio abusante, con il discorso di abuso non si può entrare in rapporto di dialogo. È tipico dell’abusante trascinare la donna abusata in discussioni infinite ed estenuanti, una mossa che in realtà non ha altro scopo se non quello di rendere completamente inutile e frustrante il rapporto dialettico stesso: non esiste un progetto di scambio, non esiste il «noi» come pronome personale, e l’impossibilità dello scambio dialettico è garantito dal fatto che tutto il discorso è semplicemente fallace. «Io ero chiusa in quel labirinto di parole», dice una delle vittime.

Il quinto movimento è l’accerchiamento: si dice spesso che la violenza domestica sia una gigantesca strategia di controllo. Io penso che sia invece più vicina all’accerchiamento, ovvero che la lingua si comporti in modo che la donna abusata viva nella continua sensazione non di essere semplicemente controllata, ma di essere circondata e chiusa in un perimetro da cui non può scappare, con la perenne minaccia di irruzione, resa da espressioni come «sono sempre lì», «sto per arrivare», «è come se fossi lì».

Il sesto movimento è l’autorappresentazione, una modalità di autonarrazione dell’abusante che si rappresenta invariabilmente come la vittima nella relazione. La strategia linguistica che media questa resa di immagine è più sottile della semplice autovittimizzazione, è piuttosto una dismissione totale di qualsiasi responsabilità nella relazione d’abuso accompagnata da una minimizzazione dei gesti e dei fatti.

ARTICOLO n. 21 / 2022

GIOVANE DONNA CON LA MANO SOTTO IL MENTO

Traduzione di Maria Nadotti

Quando entrava in una stanza piena di gente, aveva un’arroganza quasi bizantina, tipo quella dell’imperatrice Teodora di Ravenna. Lo sapeva benissimo perché, per una come lei, l’autodifesa cominciava dall’escludere che ci si potesse prendere qualche libertà. E a rendere chiara e inequivocabile tale esclusione erano tanto la sua espressione quanto il suo portamento.

Dico «una come lei» perché era una musicista e un’émigrée, e perché il modo in cui la gonna lunga e pesante le pendeva dai fianchi quando danzava era biblico – ti faceva pensare a infinite generazioni di donne.

Era stata cresciuta dalla nonna, una contadina ucraina. Da lei aveva imparato ad ammazzare i polli, a dar da mangiare alle oche e a prendersi cura degli esaltati genitori – il padre era un violoncellista solista, la madre una pianista.

Sotto la tutela della nonna a dodici anni aveva già acquisito la sicurezza di una donna matura. Il suo primo amante era comparso quando aveva tredici anni.

Avrebbe potuto raccontare storie per un mese. Oltre al proprio fondo, aveva quello della nonna cui attingere. Buffe, vere, immaginarie, tutte le sue storie rivelavano come il mondo sia fatto di persone che, come gli uccelli durante un inverno rigido, hanno bisogno in un modo o nell’altro di essere nutrite. C’erano i corvi e c’erano i fringuelli. Quando le raccontava, si curvava su se stessa come una vecchia che pela le patate da mettere a cuocere nella minestra. La sua risata – e rideva solo quando lo facevi tu – era lieve e argentina.

Concentrata sulla penultima sonata per piano di Beethoven, quando suonava diventava rossa e sudava come una ragazza di campagna. Non riuscirò mai più a separare il pathos di quella sonata dall’odore d’erba che sta seccando del suo sudore.

Una volta mi sono messo a farle un disegno subito dopo che aveva finito di esercitarsi. Il piano era ancora aperto e lei era seduta lì accanto. Ho socchiuso gli occhi e ho aspettato. L’impulso a fare un certo disegno viene dalla mano piuttosto che dagli occhi. Forse dal braccio destro, come capita ai tiratori scelti. Certe volte penso che sia tutta questione di mira. Anche suonare l’Opus 110

Il suo occhio sinistro a volte vaga, fino a dislocarsi impercettibilmente. In quel momento tale lieve asimmetria era quanto di più prezioso riuscivo a vedere. Se solo potessi toccarla, situarla, con il mio mozzicone di carboncino, senza darle un nome…

Lei naturalmente sapeva che le stavo facendo un disegno ed emanava qualcosa che avrebbe incontrato la mia mira. Se ciò che si sprigionava da lei non avesse mancato la mia mira, ma l’avesse toccata, c’era la possibilità che ne venisse fuori un buon disegno.

Non ho mai saputo in che cosa consista la somiglianza in un ritratto. Si può vedere se c’è o se non c’è, ma resta un mistero. Per esempio, le fotografie non hanno mai una «somiglianza». Di una fotografia non ce lo domandiamo neppure. La somiglianza ha ben poco a che fare con i lineamenti o le proporzioni. Forse nasce da ciò che un disegno riceve, se due mire s’incontrano come la punta di due dita.

A poco a poco la testa disegnata sulla carta si è fatta più somigliante alla sua. Eppure ora sapevo che non si sarebbe mai avvicinata abbastanza, perché, come può capitare quando si disegna, avevo finito per amarla, per amare tutto di lei, e nessun disegno, per quanto buono sia, riesce a essere più di una traccia.

Lì seduta, mi ha raccontato una storiella sugli abitanti di un certo paese: gente tanto gretta che, prima di andare a letto, ferma gli orologi di casa per farli durare più a lungo!

Ho cominciato ad avere l’impressione che l’evoluzione del disegno corrispondesse a un’altra evoluzione. Ogni tratto o correzione che facevo sulla carta era come qualcosa che le era stato trasmesso prima che venisse al mondo. Il disegno stava dragando il tempo. E le sue tracce erano, come i cromosomi, ereditarie.

Ti eleggo mio secondo padre, ha detto lei in quel preciso istante.

Ho disegnato la mano su cui teneva appoggiato il mento.

Alla fine c’era una specie di ritratto, in gran parte cancellato, che mi sembrava terminato, così gliel’ho porto.

Dapprima gli ha dato un’occhiata da imperatrice Teodora. Poi, nello studiarlo, è diventata completamente se stessa, una ragazza di ventun anni.

Posso prenderlo? ha chiesto.

Sì, Anjuška.

Due giorni dopo è tornata a Odessa con il suo ritratto, e io ho tenuto questa fotocopia.

Tratto da Fotocopie, © il Saggiatore, Milano 2021, edizione italiana e traduzione a cura di Maria Nadotti.

ARTICOLO n. 20 / 2022

ADDIO AL CALCIO

Ci allenavamo due volte alla settimana, noi dei Giovanissimi B, per il campionato della stagione 1980/1981. Io avevo sette anni e portavo una frangetta tagliata male. Ero il migliore della classe e masticavo chewing-gum per darmi arie da bullo, ma ero in realtà timido, effeminato e perdente. Tutto questo non impedì che entrassi nella squadra di calcio, non appena la Società Sportiva del paese si organizzò per metterne su una. I miei compagni di scuola, più atletici e fanatici di me, urlarono come scimmie quando si diffuse la notizia che ci avrebbero fornito gratis una muta professionale: maglie rosse fiammanti col numero dietro, pantaloncini immacolati bianchi, parastinchi e copri-parastinchi. Roba mai vista. Nessuno di noi aveva mai fatto parte di una squadra prima di allora. Io mi imbarcai nell’avventura soprattutto perché Marco, Michele, Gianni e gli altri thugs che frequentavo avevano detto sì; e perché all’epoca, in quel contesto di villaggio di provincia, semplicemente non ti potevi rifiutare, pena l’esclusione da tutto, l’isolamento sociale. A Badia si rischiava la derisione, la denuncia, il manicomio, la galera, a non seguire quello che facevano tutti: sia che si trattasse della decisione di non ricevere i sacramenti cristiani sia di quella di astenersi dal calcio. 

Era un misto di desiderio e di terrore; un incrocio fra il sentirsi inadeguati, non dotati, non atleticamente giusti, e l’essere sopraffatti da una irrefrenabile passione, da un raptus. Sentivamo che quella era l’occasione per superare una forma di giovanile vergogna, per dimostrare che non era peccato mettersi in mostra: il campo di calcio, lo avrei capito soltanto dopo, è prima di tutto un palcoscenico. Coi miei amici lo affrontavo a testa alta, e la paura bisognava farla passare. Perché di paura ce n’era eccome: il campo sportivo pareva sterminato e totalmente sproporzionato alle nostre coscine di rana. Il rettangolo di gioco incuteva terrore sempre, perfino il martedì e il giovedì, quando, senza né gli avversari né gli spettatori, a calpestarne l’erba eravamo soltanto noi e il Mister. 

Dante M. accettò con entusiasmo l’incarico di allenare noi ragazzini, perché era un ex calciatore dilettante, ma soprattutto perché quella per lui era una fantastica (e forse ultima) occasione di sogno e di evasione dalla realtà. Alto due metri, pesante cento chili, capello lungo biondo e baffo folto alla Roberto Pruzzo, fumava due pacchetti di Nazionali al giorno e beveva parecchi Campari, anche di mattina. Dante M. era un orango, uno yeti, un visigoto. Sempre sopra le righe, in maniera violenta e disperata cercava qualsiasi cosa che gli impedisse anche temporaneamente di lavorare. Eppure era un bravo cristo, una delle persone più pure e sincere che mi sia mai capitato di incontrare. In paese era un personaggio: gran frequentatore di bar, grande attore, eroe geniale della goliardia, della zingarata, della barzelletta volgare. Molto spesso gli capitava di fare a cazzotti con qualcuno, e noialtri, per questa sua fama di picchiatore, lo temevamo. Comunista, cacciatore, pescatore, tiratore al piattello, politicamente assai scorretto, ci chiamava «finocchi» con gusto sadico, faceva battute volgari sulle nostre mamme quando non ci impegnavamo nella corsa, dava del grassone al mio compagno di banco Bobo che era effettivamente sovrappeso. «Avanti Zeus, Dio della Braciola!» gli urlava. Ma in campo, con quel fischietto e i pantaloncini inamidati, sembrava un danzatore, mentre noi, ammaliati, zitti, lo guardavamo danzare. Come si guarda una divinità. Dante si scrollava di dosso in un colpo solo i cazzotti, il fumo, il bere, le donne, sua moglie, i debiti, i soldi, il governo, Craxi, Andreotti e Fanfani; si scrollava di dosso la fuliggine della vita e danzava per noi in quella pianura d’erba rigata di gesso. Quel pezzetto di terra era il cielo in cui lui, albatro liberato, splendido di bellezza volava. 

Ricordo bene il primo gol segnato in partita, una domenica mattina a Piancastagnaio, e la prima gomitata nelle costole data al centravanti del Pienza. Quanta paura, prima di entrare in campo, e al contempo che determinazione di esserci, di dimostrare. Ma che cosa avremmo mai voluto dimostrare? Me lo chiedo adesso. Forse che anche noi potevamo essere degli eroi. Come Maradona, Paolo Rossi, Platini, Zico, Socrates, Antognoni. Valorosi soldatini dentro qualcosa di più sicuro e più a portata di mano di una guerra. 

Ho visto su Mubi l’altro giorno un bel film di Céline Sciamma che si chiama Tomboy. La storia di una ragazzina che si trasferisce con la famiglia in un nuovo quartiere e decide di fingersi maschio. Il film racconta bene il rapporto tra natura e cultura chiamando in causa l’arbitrarietà della dicotomia maschile/femminile e delle pratiche che ne assicurano la perpetuazione. Il calcio, ad esempio. Nel film la piccola Laure, maschiaccio preadolescente, gioca partite di pallone al campetto insieme ai nuovi compagni; gioca bene, si mette in mostra, e alla fine riesce a segnare un gol. La camera segue i ragazzi da vicino, senza virtuosismi; tutto è semplice e tutto è naturale, sembra volerci dire. Quasi non c’è regia, non c’è spettacolo. È una partita a pallone fra ragazzini, innanzitutto: una faccenda elementare, semplice, naturale come la giovinezza. Ma lo sguardo della Sciamma, lo si capisce solo in un secondo momento, riesce ad aggiunge a questa naturalezza un elemento in più. Non lo si coglie da subito, ma poi arriva, precisa e implacabile, la sensazione che dentro quella innocente partitella di provincia sia contento un sacro rito. Un rito sacro al cui interno c’è un infedele. Un infiltrato, una spia: la femmina che non può (non potrebbe) giocare al gioco dei maschi e che quindi, con uno stratagemma, gioca.

Questa scena della partita mi ha toccato il cuore. Forse proprio perché mi ha ricordato quanto anche io, ai tempi eroici della squadra di calcio, fossi in fondo nient’altro che una maldestra pecora nera dipinta di bianco.

Qualcosa, nell’organizzazione del Mondo, e del calcio nel 1981 per l’appunto, mi costringeva a non essere me stesso. Mi costringeva a essere un me che non volevo essere; per vivere, per sopravvivere. Eppure, proprio non ci riesco a condannare, a imputare di colpevolezza. Non riesco a essere cattivo col calcio. Mi rendo conto di quanto esso sia indifendibile: un classico smoking gun case. Sono convinto, certo, della responsabilità di una certa cultura machista e performativa del gioco del pallone, in un momento storico come questo di giusta presa di coscienza delle tematiche relative al genere e alla sessualità. Eppure, maledizione, la scena di Tomboy non mi ha emozionato soltanto perché mi ha ricordato di tutte le volte che mi sono sentito femmina potenziale inespressa o repressa. No, sarebbe tutto troppo facile.

Dopo aver visto il film, prima di andare a dormire, ho tirato fuori dallo scaffale Addio al calcio di Valerio Magrelli, e anche la sua ultima raccolta fresca di stampa dal titolo Exfanzia.

I poeti son prodigiosi come i santi: riescono a evocare mondi lontanissimi nel tempo e nello spazio e li fanno collidere con oggetti, segni, tracce, sentimenti più noti e quotidiani. Addio al calcio ordina in novanta brevi capitoletti (il numero dei minuti di una partita) i ricordi calcistici di Magrelli, il suo rapporto col figlio, la sua relazione con il mondo del calcio. C’è un tono ironico, garbato, che permea il continuo flusso di comparazione fra ciò che è stato e ciò che adesso è, fra ciò che eravamo e quello che siamo diventati: è un inventario lirico di ciò che abbiamo perduto, per sempre, nello srotolarsi agonistico dell’esistere. Nell’appena uscito Exfanzia, che guarda caso si apre con una poesia che si chiama Una variazione da Addio al calcio, Magrelli dipana illuminazioni che hanno come scintilla di partenza, come da titolo, l’infanzia e la preadolescenza dell’uomo, viste dalla prospettiva dell’uomo che da quelle fasi biologiche è ormai lontano. L’exfanzia è illuminante per l’exfante proprio perché quadro da contemplare per rendere forse più beata l’attesa della morte; non c’è più niente da capire: a una certa età forse si raggiunge per forza una pace (una inquietante pace, nei casi peggiori) in cui i ricordi di giovinezza non costituiscono più indizi / inizi di autoanalisi. È sicuro: appartengo anch’io alla categoria di chi riesce a guardare il passato remoto rimanendo in questa sorta di pace anti-psicanalitica, proprio perché cosciente che in quel passato non c’è più niente da capire. In quel lontano quadretto di squadra di provincia, c’era un calcio che oggi non c’è più, c’era un ragazzo che oggi non c’è più; eppure, e a maggior ragione, di qual quadro colgo adesso la bellezza. Come fossi al cinema o in un museo, mi godo il suo incanto di mondo perduto (o meglio trasfigurato, divenuto fantastico, irreale).

Ecco perché ho pianto vedendo i ragazzini di Tomboy.

Poi passa il tram fuori dalla finestra, nonostante sia notte fonda qualcuno impreca per strada, e la magia si perde. Cerco di riacciuffarla ma non ci riesco. Mi si inchioda con decisione in testa un altro quadro: quello del presente, ancora non esposto al museo. Il quadro del calcio di oggi.

Viene per forza da chiedersi quanto il gioco del calcio continui a esercitare il suo potere incantatore, quanto continui a essere costruttore di sogni, trasversale e interclassista (com’era il calcio delle origini e com’è il calcio dell’exfanzia). Quanto rimanga oggi di questo suo potere ultraterreno, adesso che – lo sappiamo tutti – il gioco è cambiato, i calciatori son tutti troppo uniformemente muscolosi, la velocità è aumentata, il giro di affari è centuplicato, le partite si giocano tutti i giorni ma in televisione e andarle a vedere allo stadio è superfluo, eccetera eccetera. 

Durante i Mondiali dell’82, ci fabbricammo delle bandiere: oggi nessuno si costruirebbe più, da solo, una bandiera. Nessun ragazzino, né in città né in campagna. Quanto tempo è passato da quell’estinto atto? Quante vite? Quali altri modelli di vita il gioco del calcio ha accompagnato nel corso di questi quarant’anni? 

Tomboy e i due libri di Magrelli mi hanno fatto ricordare che il bastone lo facemmo con una canna di bambù che tagliammo al fosso che scorreva dietro casa di Jimmy, e che alla parte in stoffa ci pensò la nonna di qualcuno che aveva la macchina da cucire da sarta. 

Mi ha fatto pensare all’ultima volta che sono stato a vedere il Milan a San Siro, esattamente dieci anni fa, all’esperienza acustica dei tifosi sugli spalti in coro. E a fine partita, io e quei tifosi, a testa bassa, ancora tutti un po’ in trance, che camminiamo per raggiungere i mezzi, le macchine e i motorini, prima di far ritorno a casa, prima di tornare umani. 

Se non ricordo male dieci anni fa il fuoco sacro, a momenti, pareva ancora acceso.

Braci fioche spuntavano ancora sotto strati densi di cenere.

Dante M. è morto quindici anni fa. Pare di cirrosi epatica, solo e disperato. Alla fine degli anni Ottanta era persino riuscito a partecipare a due puntate del Maurizio Costanzo Show: diceva di avere un superpotere, saper riconoscere gli extraterrestri a fiuto.

A noi ha sempre voluto bene, penso spesso a lui e a tutto quello che ha fatto per noi ragazzini dell’U.S. Abbadia, categoria Giovanissimi B. Penso che sia stata quella una stagione magica, perché per incanto, tramite gioco del calcio, una comunione di felicità ebbe luogo. Come i miracoli, avvenne. Nell’Era dell’Ego, e a maggior ragione in questi terribili giorni di violenza, guerra e separazione, mi sono ricordato del potere che ha avuto il calcio nella mia vita: rendermi per la prima volta felice in mezzo agli altri.

Sì, viviamo giorni duri, eppure bisogna resistere. 

Come dice Magrelli: «non c’è pallone che non si sia perso o forato, e forse tutto questo vorrà dire qualcosa».

ARTICOLO n. 19 / 2022

KEROUAC IN TARDA ETÀ

Traduzione di Sarah Barberis e Leonardo Carra

Il Kerouac degli ultimi anni è considerato politicamente molto reazionario. C’è stata una buffa trasformazione nel suo atteggiamento nel passaggio da giovane a vecchio, perché in un primo momento quando era marinaio era stato un membro del Partito comunista. C’è una frase esilarante che dice: «Posso fare autostop su quella strada e oltre negli anni che mi rimangono da vivere sapendo che a parte un paio di risse da bar cominciate da qualche ubriaco della mia testa non mi è stato torto nemmeno un capello dalla crudeltà del totalitarismo». È la sua visione ottimista. C’era una vecchia tradizione di sinistra o anarchica a San Francisco, negli ambienti che frequentava. Era stato un comunista e poi aveva litigato con un portuale e aveva deciso che i comunisti erano un branco di noiosi. 

Fu un curioso piccolo cambiamento. Ho sempre pensato che una delle ragioni per cui Jack veniva percepito come il più puro dei puri, o in seguito americanista, era che si era reso conto di avere così tanta dinamite nel cuore e anche nella propria arte da catalizzare un grande cambiamento culturale. Non sapeva di cosa si parlasse quando si trattava del governo quindi c’era un piccolo limite, non avrebbe dovuto spingersi troppo in là politicamente né farsi coinvolgere, [meglio] evitare le autorità. Non si lasciò coinvolgere come feci io e il resto degli intellettuali comunisti ebrei. Pensava che stessimo escogitando nuovi motivi per malignare, diceva così, «nuovi motivi per malignare». Penso che fosse vero. Per tutto il tempo Kerouac si oppose all’aggressività, la rabbia, la malignità, il risentimento, l’antiamericanismo della generazione più giovane che stava crescendo. Ne fui davvero scosso perché pensavo che intendesse me e in effetti era così. Con il senno di poi penso che fosse una mente affilata, intelligente, da rozzo americano del Sud ma con un’opinione intelligente.

Quale fu la conclusione politica definitiva di Kerouac al riguardo? Questo potrebbe far emergere la sua posizione culturale e politica. È in ospedale con una flebite causata da un consumo eccessivo di benzedrina. 

«Difatti incominciai in quell’ospedale a riflettere su me stesso. Incominciai a capire che gli intellettuali cittadini del mondo avevano divorziato dalla vera gente della terra ed erano solo dei matti senza radici, i matti ammessi e tollerati, che veramente non sapevano come fare ad andare avanti. Incominciai ad avere una nuova visione illuminatoria mia di una tenebra più vera che sovrastava proprio tutto quel ricoprente-opprimente rifiuto mentale dell’«esistenzialismo» e dello «hipsterismo» e della «decadenza borghese» e tutte le altre definizioni che volete dare. 
Nella purezza del mio lettino d’ospedale, settimane senza fine, una dopo l’altra, io, con lo sguardo fisso sullo stinto soffitto mentre i miei poveri compagni russavano, vidi che la vita era una brutale creazione, bella e crudele naturalmente, che quando si vede un bocciolo primaverile ricoperto di pioggia di rugiada, come si può credere che sia bello e meraviglioso quando si sa che quella delicata umidità è lì solo per incoraggiare il bocciolo alla fioritura, e perché possa in fine ultimo cadere accartocciato e secco nella morte dell’autunno? Tutte le contemporanee teste acide all’lsd (del 1967) vedono forse la crudele bellezza della bruta creazione chiudendo soltanto gli occhi: io l’avevo scorta da allora: un maniaco cerchio di Mandala tutto a mosaico e denso con milioni di cose crudeli e scene meravigliose che si susseguono, come mettiamo, quella rapida visione di una notte, da una parte un maestro del coro in un qualche modo stretto al suo «Paradiso» tropicale che faceva piano con la sua bocca «Ooooo» temendo e sfiorando la bellezza di quello che si stava cantando, ma proprio vicino a lui c’è un porcellino dato in pasto a un alligatore da dei marinai crudeli sul molo e la gente che passeggia noncurante. Solo un esempio del tutto. O quella orrenda Madre Kalí della vecchia India e delle sue sagge eternità con tutte le braccia ingioiellate, le gambe e il ventre anche, ruotante e turbinante follemente per divorare attraverso la sola parte che non è ingioiellata, il suo yoni, o yin, tutto quello a cui ha dato nascita. Ha ha ha ha lei ride mentre danza sui morti a cui ha dato la luce. Madre Natura che ti dà alla luce e che ti rimangia.
E io dico che le guerre e le catastrofi sociali provengono […] non dalla «società», che dopo tutto ha delle buone intenzioni, se no come verrebbe chiamata «società»?»

Potete così constatare il [periodo] inventivo e di scoperta che stava attraversando; e il bisogno di comunicare, che è poi il cuore della questione. Provava a comunicare all’America le ineffabili visioni dell’individuo. Gli schizzi sono cruciali per un’intera scuola di poetica, perché qua abbiamo la teoria, o meglio abbiamo la lunga prosa che precede la teoria; poi abbiamo la teoria, e gli esempi sono nelle pagine di apertura di Visioni di Cody

Sostanzialmente quello che [teneva] insieme tutti questi schizzi era Kerouac che vagava per la Bowery a New York e metteva a confronto quel paesaggio con l’affresco dei barboni di Larimer Street a Denver. Interpretava New York attraverso gli occhi di Neal, predisponendo la scena per le proprie osservazioni sul barbone, sul vagabondo, sul padre perduto, sull’infanzia negata, sull’esperienza di strada di chi si perde, sugli infelici, sui rifiuti senza speranza della terra: quello che rende chiunque riesca a sopravvivere un genio dell’empatia.

C’è una descrizione abbastanza valida di una cena. È il primo schizzo formale che ha introdotto in [Visioni di Cody].

«Questo è un vecchio ristorante come quelli in cui, tanto tempo fa, mangiavano Cody e suo padre: il soffitto uso carrozza ferroviaria vecchiostile, le porte scorrevoli. L’asse dove affettano il pane è consunto e levigato, come a pialla, a furia di briciole. La ghiacciaia («Ohé, Cody, c’è una bella frittura casareccia per stasera!») è un affare enorme, di legno greggio, con le maniglie come s’usava una volta, con oblò, con le pareti di piastrelle, piena di uova fresche e panetti di burro e gran tocchi di pancetta. In questi vecchi ristoranti non manca mai un piatto di cipolle crude bell’e affettate, per guarnire gli hamburgers.»

Sono solo semplici, osservazioni estemporanee e dirette da americano. Gli schizzi di Kerouac sono rilassati, come quando Cézanne usciva con il blocchetto di appunti e si sedeva in strada davanti al Mont Sainte-Victoire. Si accorge di tutto ciò che è necessario, lo butta giù e trova piccole pianure archetipiche e superfici e curvature della montagna. Kerouac fa lo stesso: lo connette emotivamente, nostalgicamente con Cassady e questo gli offre una corrente sotterranea di amore o affetto o empatia a cui ricongiungersi.

In un certo senso, devi avere una visione nobile del mondo quando lo osservi per riportare questa nobiltà negli schizzi. Nessuno ti può dare quella visione nobile del mondo. Possono offrirti dei suggerimenti su come articolarla, ma nessuno può dirti che è questa l’eternità se non lo sai già di tuo. Se non sai che sei nell’eternità e che quello che scrivi è la tua consapevolezza della presenza dell’eternità, non c’è modo di insegnarlo.

Il commento finale nelle ultime pagine [di Vanità di Duluoz] sarà il suo ultimo commento altamente letterario sull’esistenza.

«Dimenticati tutto però, moglie. Va’ a dormire. Domani è un altro giorno, ancora.
Hic Calix!
Leggi queste parole in latino, significano «Ecco qui il calice», e sii sicura che c’è del vino dentro.»

Quella è l’ultima frase e poi ha continuato a bere fino a morirne (quindi siamo nel 1967 o 1968). Secondo il critico letterario del New York Times, Anatole Broyard, Kerouac era ormai uno scrittore finito e rimbecillito. Nella mente di William Buckley era solo un ubriacone. Nella propria mente era stato tutto per nulla, solo ceneri, solo ceneri. Pensava di essere stato il miglior scrittore inglese dopo Shakespeare. Se lo chiedete a me, seppure nella malattia, scriveva opere angeliche. Penso che chiunque fosse interessato a quel tipo di letteratura abbia compreso che ha fatto qualcosa di immenso e indelebile.

© il Saggiatore, 2019

ARTICOLO n. 18 / 2022

UN OTTIMO BILOCALE

All’inizio degli anni Novanta, vivevo in un monolocale soppalcato. Il padrone di casa lo definiva ottimo bilocale: angolo cottura, tavolino da picnic, bagno minuscolo e soppalco, ovvero una piccola nicchia sospesa alla quale accedevo salendo una breve rampa di sei gradini. Il soppalco comprendeva un materasso da una piazza e mezza, un comodino, quattro mensole che schiacciavano ancora di più lo spazio tra il letto e il soffitto. Dovevo spostarmi ricurvo in quell’area angusta flettendo le gambe per raggiungere l’altezza media di un bambino di otto anni: soltanto così quel microcosmo diventava vivibile. Eppure, il padrone di casa considerava il soppalco una stanza. Da qui, la definizione di ottimo bilocale

Il padrone di casa, durante la firma del contratto, mi aveva detto di essere amico di Zvonimir Boban, il calciatore del Milan. A distanza di trent’anni, non ricordo il motivo per cui, forse parlando della caldaia e delle spese condominiali irrisorie – le spese condominiali ancora oggi sono definite irrisorie e non ridicole: benché quasi sinonimi, il ridicolo, più che l’irrisorio, potrebbe svalutare un immobile – aveva detto, sono un amico di Boban. Credo che quella confessione non richiesta mi sia costata almeno 100.000 lire in più d’affitto al mese. Come avrei potuto difendermi? Avrei dovuto replicare con un’affermazione altrettanto roboante. Ma non ero amico di Lothar Matthäus, non ero amico di nessun giocatore dell’Inter e non volevo ribattere con una menzogna. Il padrone di casa aveva vinto, meritavo di pagare 100.000 lire in più di canone.

A volte scendevo al bar per guardare le partite in televisione, erano i primi anni del calcio a pagamento. Il Milan era la squadra migliore in quel periodo, tifavo e tifo Inter ma guardavo volentieri le partite del Milan. Inoltre, il fratello milanista di un amico milanista, si era fidanzato con una ragazza che abitava a quattrocento chilometri di distanza, così programmava i weekend amorosi in rapporto al calendario del Milan, raggiungeva la fidanzata quando il Milan giocava fuori casa, in modo da non perdere le partite casalinghe per le quali aveva pagato l’abbonamento; a volte, capitava che la raggiungesse anche quando il Milan giocava in casa: ah, l’amore. 

Il fratello milanista dell’amico milanista mi lasciava la tessera, regalandomi la possibilità di vedere il Milan a San Siro. Ero a disagio sull’autobus, mi sentivo una mezza spia, un impostore, uno che tifava Milan senza tifare Milan, un abbonato che aveva la tessera in tasca e aveva esultato per le vittorie in Coppa dei Campioni negli anni precedenti.

Si dice che il calcio serva a dimenticare gli affanni della vita quotidiana. Non ci ho mai creduto. Il calcio peggiora la propria condizione esistenziale. Boban giocava nel Milan, il padrone di casa sosteneva di essere un amico di Boban, e quel riferimento a Boban, più che ricondurmi al Milan, al calcio, allo svago, mi riportava alla condizione di giovane poco più che ventenne relegato in un monolocale soppalcato definito ottimo bilocale.

Boban era stato acquistato dal Milan a ventitré anni. In precedenza, aveva giocato nella Dinamo Zagabria. Oltre che per le sue doti tecniche eccellenti, è ricordato per il calcio tirato in pancia a un poliziotto federale jugoslavo – scambiato per un poliziotto serbo, in realtà pare fosse bosniaco – durante gli scontri avvenuti prima della partita tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado, giocata a Zagabria il 13 maggio 1990. 

Immagino che oggi, il calcio di Boban rifilato al poliziotto federale jugoslavo sarebbe divenuto, come si dice, virale, e il video avrebbe avuto milioni di visualizzazioni, e la sequenza sarebbe stata commentata in milioni di post. Ma era un’epoca analogica, a maggior ragione per ciò che riguarda l’aggettivo jugoslavo, e di quel periodo sono state riversate in digitale poche immagini, nelle quali si vede comunque Boban prendere la rincorsa e colpire il poliziotto che, sorpreso dall’azione del calciatore, chiude gli occhi per attutire il calcio e perde il caschetto protettivo. A volte, mi capita di pensare al fotoreporter nella sua camera oscura a sviluppare il rullino, quando già sapeva come era andata a finire la partita.

La partita, a causa degli incidenti avvenuti sulle tribune e in campo, era stata rinviata, e il calcio tirato da Boban al poliziotto sarà considerato, a posteriori, una premessa della guerra civile jugoslava e del disfacimento di una nazione. 

Boban, ventiduenne, aveva pagato il gesto con la squalifica e la mancata partecipazione ai Mondiali di calcio, in Italia.

Il Milan aveva acquistato Boban nel 1991 e lo aveva prestato al Bari. Poi l’arrivo a Milano e lì, in poco tempo, era diventato, oltre che un giocatore del Milan, amico del mio padrone di casa. Durante la guerra civile jugoslava, Boban era un tesserato del Milan. Giocava poco, il Milan di Berlusconi aveva una squadra di campioni e Boban era ancora abbastanza giovane per restare in panchina. L’abbonamento del fratello milanista dell’amico milanista prevedeva un posto al secondo anello. Visto dall’alto, Boban, quando entrava in campo, pareva un bambino, ma dall’alto tutti i giocatori sembravano bambini, anche Gullit. Se avessi avuto la tessera della tribuna centrale, i calciatori mi sarebbero apparsi come calciatori e forse mi sarei distratto davvero. Il piccolo Boban, invece, mi rispediva dentro il monolocale soppalcato, il piccolo Boban sarebbe stato adatto a muoversi senza sforzo nel microcosmo del soppalco.

Il padre di Boban non ho mai capito se fosse un colonnello o un generale. Ignoro se abbia partecipato o meno alla guerra civile jugoslava, se abbia avuto simpatie per gli ustascia e i loro nipotini fascisti. Leggevo con sgomento le notizie provenienti da quella nazione così prossima a noi, ma come spesso capita, gli affanni della vita quotidiana soverchiavano qualsiasi vera compartecipazione ai drammi dell’umanità. Insomma, pensavo alla mia piccola vita, all’amore, all’arte, alla letteratura, al lavoro e al non lavoro, ai soldi, al monolocale soppalcato e quindi al padrone di casa, al calcio e a Boban: non pensavo alla politica internazionale, o almeno, così credevo.

Ricordo di aver letto qualcosa riguardante il programma edilizio del Terzo Reich pianificato nel 1941, immagino prima di giugno, insomma, qualche settimana antecedente l’invasione nazista dell’Unione Sovietica. Mi impressionava il fatto che Hitler e i suoi collaboratori pensassero all’edilizia del dopoguerra vittorioso, al benessere dei tedeschi, allo spessore dei muri delle nuove case, e alle, direbbe un agente immobiliare contemporaneo, tipologie di appartamenti, mentre, con le loro scelte, Hitler e i gerarchi sancivano la morte di milioni di persone.

Trilocale über alles & Unternehmen Barbarossa.

Hitler e i gerarchi nazisti erano convinti di costruire centinaia di migliaia di appartamenti e casette suburbane nel corso dei dodici mesi successivi alla fine del conflitto bellico. I morti in guerra sarebbero stati sostituiti dai nuovi nati, e allora sarebbe stato necessario investire nella famiglia tedesca cominciando dalle abitazioni. Se consideriamo una famiglia composta da cinque persone, il piano edilizio hitleriano, in un anno, avrebbe assicurato la casa a un milione e mezzo di persone. In seguito, il Terzo Reich avrebbe espropriato altri campi, pagato indennizzi ai proprietari terrieri e proseguito l’edificazione di nuove case.

In Italia, all’inizio degli anni Novanta, non eravamo in guerra, eppure nessun partito immaginava e tantomeno pianificava qualcosa di significativo per la vita degli italiani. La fine del comunismo nell’Est europeo e la guerra civile jugoslava rafforzavano la fede nell’azione correttiva e spontanea del libero mercato, la finzione con la quale siamo cresciuti. Mi impressionava il fatto che, secondo il programma edilizio del Terzo Reich, l’affitto dell’abitazione tedesca dovesse essere stabilito in rapporto al reddito del cittadino al quale la casa era destinata. Non c’è bisogno di Hitler per capire certe cose, pensavo appollaiato sul soppalco buio del monolocale, mentre sfogliavo la rivista in cui apparivano le graziose case del vittorioso dopoguerra hitleriano. Ciò che guadagnavo serviva, a stento, per pagare l’affitto e comprare il cibo. Nient’altro. Niente cinema. Niente pizzeria. Niente viaggi. Libri soltanto dalla biblioteca. La vecchia Citroen, in vendita. E per fortuna che il fratello milanista dell’amico milanista si era fidanzato con una ragazza che viveva a quattrocento chilometri di distanza, così avevo l’ingresso gratuito allo stadio. Ma il benefit milanista e la visione sfuocata del piccolo Boban mi riconducevano al monolocale soppalcato. 

Ikea aveva appena aperto un punto vendita, a Corsico. Non avevo acquistato nulla – anche perché il monolocale non poteva contenere nient’altro – ma afferrato i gadget gratuiti: un foglio marchiato Ikea, un metro marchiato Ikea, una piccola matita marchiata Ikea. Tornato a casa, avevo misurato il monolocale con quel metro stropicciato e comparato la mia condizione abitativa al progetto edilizio nazista. Secondo Hitler, otto case su dieci avrebbero avuto un soggiorno e tre camere da letto; una casa su dieci avrebbe avuto quattro camere; una casa su dieci avrebbe avuto due camere. Per tutte le varie tipologie di appartamento era previsto un ripostiglio, oltre che una dispensa, un bagno e un gabinetto separato dal bagno. La metratura delle case naziste sarebbe andata da poco più di sessanta metri quadrati a quasi novanta metri quadrati. Il monolocale in cui vivevo aveva una superficie complessiva inferiore alla cucina hitleriana del trilocale più piccolo. D’accordo, non ero un nazista con moglie e figli, ma non potevo credere alle condizioni in cui era considerato normale vivere, nell’Occidente vittorioso, meno di mezzo secolo dopo Hitler. L’unica consolazione era il microcosmo del soppalco, che da emblema di oppressione fisica diventava, se paragonato al periodo nazista, uno spazio di libertà. Hitler, infatti, non aveva pensato alla possibilità di un soppalco in ogni abitazione. Aveva pensato, però, alla costruzione dei rifugi antiaerei anche in tempo di pace.

Dal secondo anello di San Siro ho assistito a molte partite vittoriose del Milan. 

Ma tutte le cose finiscono e, poco prima di lasciare il monolocale soppalcato, e poco prima che il fratello milanista dell’amico milanista si lasciasse con la fidanzata, il Milan aveva perso dopo cinquantotto partite: 1 a 0 per il Parma, gol di Asprilla, su punizione. Quel pomeriggio ero defilato alla destra della curva sud rossonera. Avrei voluto esultare al gol di Asprilla, ma non ero un tifoso del Parma, forse non ero più nemmeno un tifoso interista, non so, già a partire da quel periodo, più passavano i giorni e meno mi sentivo qualcosa. 

Negli ultimi minuti di gioco – sulle note di The Entertainer di Scott Joplin, la colonna sonora de La stangata – i tifosi del Milan avevano cantato perché il Milan è forte alé, perché il Milan è forte alé, perché il Milan è forte, perché il Milan è forte, perché il Milan è forte alé. Un canto durato parecchi minuti, al quale non avevo partecipato. Ero rimasto seduto, mentre intorno a me i milanisti si erano alzati applaudendo e intonando quelle parole. Una bel canto oratoriano, rilassante. Credo fosse un metodo scaramantico, che nascondeva la speranza di segnare un gol negli ultimi istanti della partita e confermare l’imbattibilità, oppure un buon modo per celebrare la forza della propria squadra. Non ricordo se Boban abbia giocato o meno e non voglio sbirciare un file con il tabellino di trent’anni fa.La guerra civile jugoslava era in pieno svolgimento e Boban di lì a poco sarebbe diventato croato o forse era croato fin dalla nascita e il passaporto jugoslavo era stato, per lui, un equivoco, una finzione, un peso insopportabile durato venticinque anni. Il Milan aveva perso e io, di sicuro, non avevo vinto, ero soltanto un ragazzo, e la guerra mondiale, meno di mezzo secolo prima, era finita come tutti sapevamo: in Italia avevano vinti i palazzinari o gli amici di Boban, quale che fosse il loro orientamento politico poco importa. E infatti ancora oggi, soprattutto oggi, nazisti o non nazisti, un trilocale costa caro.

ARTICOLO n. 17 / 2022

NOTTE BOREALE

Traduzione di Katia Bagnoli

Poco tempo dopo il nostro ritorno dallo Utah, a Jessica venne l’ossessione dell’aurora boreale. Ne parlava da qualche anno, ma ora non parlava d’altro, e mi spiegava che per alcuni suoi amici aver visto l’aurora boreale era stata «un’esperienza unica». Altri argomenti erano soltanto il preludio all’argomento dell’aurora boreale e del fatto che moriva dalla voglia di vederla. A un certo punto sostenne che con tutta probabilità eravamo le uniche due persone al mondo a non averla vista, e non capiva perché non la portassi a vederla. Anch’io volevo vederla, dissi. Solo che non riuscivo a immaginare quando avremmo avuto l’occasione di andarci.

«Potremmo andarci in agosto» propose lei.

«Questa dev’essere una delle cose più stupide che siano mai state dette» dissi. Anch’io dico cose stupide. In realtà ci sproniamo a vicenda per vedere chi riesce a dire le cose più stupide, quindi il mio era una specie di complimento. «Bisogna andarci d’inverno» spiegai. «Quando è buio. In estate è il paese del sole di mezzanotte. È il vecchio aut/aut di Kierkegaard. O l’aurora boreale o il sole di mezzanotte. Non puoi averli tutti e due.»

«Ah, capisco. Siccome non possiamo averli tutti e due non avremo nessuno dei due. Questo sì che è stupido, secondo me.»
«Questo è il commento di una persona assolutamente incapace di capire la logica, secondo me» dissi.

Questo succedeva a maggio. Fare l’esperienza del sole di mezzanotte non ci interessava molto, benché ci piacesse sentirne parlare dal nostro amico Sjon, che vive a Reykjavík.

«Da piccolo in estate non riuscivo a dormire» ci disse mentre cenavamo in un ristorante indiano di Londra. «A vent’anni restavo sveglio tutta la notte a fare festa. Adesso ho messo delle tende molto spesse.» 

I mesi passarono in fretta, le giornate si allungarono e poi, appena ebbero raggiunto la loro massima lunghezza, iniziarono ad accorciarsi, fino a quando il giorno durò soltanto mezza giornata, e quest’anno diventò l’anno scorso e il prossimo quest’anno e all’improvviso piombammo nel quinto anno di quello che Jessica aveva definito, a beneficio di Sjon, «un matrimonio senza sole, in buona sostanza». Quanto al clima, era stato il dicembre più rigido che Londra avesse conosciuto negli ultimi cent’anni. Nevicò presto, con il conseguente «collasso del traffico» del sistema stradale e delle reti ferroviarie. Heathrow andò in crisi. I voli venivano cancellati, ma noi ce ne stavamo tranquilli a casa, a mangiare biscotti e a guardare la neve che scendeva al di là delle finestre senza tende o a sentire i notiziari in tv, contenti di non essere accampati come profughi a Heathrow, ad aspettare che il traffico aereo tornasse alla normalità, assillando il personale aereo con richieste di voucher per cibo e bevande ai quali avevamo sicuramente diritto. Poi, in gennaio, dopo che la neve se n’era andata e il paese si era rimesso in sesto, eccoci a Heathrow, in attesa di un aereo che ci portasse a nord, a Oslo, poi ancora più a nord, a Tromsø, e poi nel cuore del Circolo Polare Artico, fino alle Isole Svalbard.

Avendo optato per l’Avventura Aurora Boreale e non per l’Avventura Sole di Mezzanotte, la probabilità di fare l’Esperienza Aurora Boreale era più alta, perché era buio tutto il giorno. Avremmo potuto passare ventiquattro ore al giorno a vedere l’aurora boreale, avendo scelto l’Esperienza Aurora Boreale, ma prima facemmo l’Esperienza Conto Spese a Oslo. Come dev’essere bello vivere lì e viaggiare altrove, arrivare a Londra, Tokyo o persino a Papeete e stupirsi di quanto tutto sia tanto conveniente. Il treno dall’aeroporto al centro città costò una fortuna. Poi raggiungemmo a piedi il nostro costoso albergo attraversando la città ghiacciata, con il laghetto ghiacciato o la pista ghiacciata dove tutti stavano pattinando con grande perizia, e mangiammo al ristorante più caro del mondo anche se, per gli standard di Oslo, aveva prezzi ragionevoli. Il freddo e il salasso ci intontirono, ma non al punto da farci ignorare il primo barlume di rammarico per essere venuti in un aese che era gelido e buio e scelleratamente costoso. 

Al mattino, a un costo esoso, tornammo in aeroporto a prendere il volo per Tromsø e le Svalbard. Era in corso una tempesta di neve che in Inghilterra avrebbe paralizzato il paese per sei mesi, e forse portato alla dichiarazione dello stato di emergenza e all’imposizione della legge marziale. A Oslo i norvegesi la prendevano con grande calma. Parte della ragione per cui la nostra cena era stata così costosa, immaginai mentre sedevamo in aereo, guardando le ali che venivano sghiacciate, dovevano essere le tasse necessarie per far funzionare l’intera rete ferroviaria e stradale anche durante le tormente e con la temperatura sotto zero, eventi così normali da quelle parti che il nostro decollo fu ritardato di soli cinque minuti. 

Quando decollammo era giorno, e quando arrivammo a Longyearbyen, diverse ore dopo, era notte. Se anche fossimo atterrati alla stessa ora del decollo a Longyearbyen sarebbe stata comunque notte; avremmo potuto atterrare a qualsiasi ora nelle sei settimane precedenti e sarebbe stata notte fonda lo stesso e ci sarebbe stato lo stesso gelo, più gelido di qualunque altro posto in cui fossi mai stato, più freddo e più buio di qualsiasi altro posto che una persona sana di mente avrebbe mai visitato. Eravamo appena scesi dall’aereo, diretti al terminal, quando Jessica disse esattamente quello che stavo pensando.

«Perché siamo venuti in questo posto infernale?»
«Perché tu volevi vedere l’aurora boreale» dissi, anche se in quel momento non si vedeva altro che notte boreale, oscurità ovunque, tutto intorno a noi, senza alcuna speranza di luce.

Un autobus tetro ci portò dal terminal fino a un villaggio abbandonato da dio. Da vedere c’erano soltanto le luci che brillavano nell’oscurità, illuminando – per quanto sia difficile da credere – gente che lavorava all’aperto, a costruire edifici in condizioni in cui tutto ciò che serviva per costruirli doveva essere stato reso inservibile da un freddo inconcepibile.

Il Basecamp Trapper’s Hotel era volutamente grezzo, confortevole ma abbastanza improvvisato da conferire un tono da spedizione di Shackleton al soggiorno in quelle lande ghiacciate. Alla parete della sala per la colazione era appesa la pelle di un orso bianco, come una specie di tigre al tempo della dominazione britannica in India, però messa in verticale. Ma la parte migliore era la zona con il soffitto vetrato dove potevi rilassarti e sballare guardando l’aurora boreale. Era un angolino bellissimo, perché dieci minuti a Longyearbyen erano bastati a farci ricredere: nel paese da cui venivamo l’inverno non era stato per niente rigido. In realtà venivamo da un’isoletta con un clima temperato, straordinariamente economica e con miti inverni mediterranei. Ciononostante, facemmo quello che si fa quando si va in una città europea per una breve vacanza: uscimmo per una passeggiata, una delle peggiori passeggiate della nostra vita. La migliore traduzione norvegese per «passeggiatina» è «feroce battaglia per la sopravvivenza»: roba da Base artica Zebra, con alcuni elementi della ritirata napoleonica da Mosca. La temperatura era di mille gradi sotto zero, senza contare il vento gelido, che sospingeva nelle strade buie raffiche di neve che sembravano fuggire da un esercito invasore. Riuscimmo ad arrivare al supermercato illuminato da luci violente, comprammo delle birre, poi tornammo in camera e ci sedemmo sul letto senza parlare. Intuii che le chance di fare sesso durante la nostra permanenza qui erano, come la temperatura, molto al di sotto dello zero. Eravamo arrivati da poco più di un’ora e il morale era già notevolmente più basso rispetto a Oslo, per non parlare di Londra, che ricordavamo con nostalgia, come la-felicità-perfetta-di-quell’alba.

Quella notte, la notte del nostro arrivo, dell’aurora boreale nessuna traccia. Dico «notte», ma eravamo arrivati nella terra della notte perpetua, l’oscura notte dell’anima norvegese che sarebbe durata come minimo ancora un mese. Il problema dell’aurora boreale, spiegò una delle simpatiche giovani addette alla reception che volle chiarirci la situazione prima che andassimo a cena, è che in quel periodo dell’anno poteva apparire in qualsiasi momento, senza preavviso. Richiedeva tuttavia uno stato di allerta continua benché, a dire il vero, su una scala da 1 a 9 le probabilità che apparisse l’indomani arrivavano soltanto a 2. Però il giorno dopo schizzavano a 3. E in fondo l’aurora boreale non era l’unica attrattiva del villaggio. È vero che eravamo arrivati fin lì, fino a quell’«inferno ghiacciato del cazzo», come lo chiamava Jessica, per vedere l’aurora boreale, ma c’erano anche altre cose da fare. La mattina dopo, per esempio, una mattina indistinguibile dalla notte e dal pomeriggio, avremmo potuto guidare una slitta trainata dai cani. 

Dopo la gita al supermercato ci eravamo bardati per andare a cena come se dovessimo affrontare la cima del K2. Per una gita in slitta evidentemente era necessaria un’attrezzatura professionale: tre paia di calzettoni, maglia e mutandoni termici, due magliette, una camicia da taglialegna, un maglione pesante – con una molto appropriata bandiera norvegese sulla manica – un berretto di lana, i guanti e un’enorme giacca a vento. Questa era la biancheria intima, per così dire. Un furgone venne a prenderci all’albergo e ci portò, nell’orribile oscurità, fino al grande quartier generale della spedizione, dove indossammo tute da neve, passamontagna integrali da terroristi, occhialoni da sci, stivali da neve e muffole. Così vestiti e immensamente calzati, a malapena in grado di muoverci, risalimmo sul furgone e partimmo per il recinto dei cani. In tutto eravamo sei: Jessica e io, una coppia romena che viveva in Danimarca e le nostre due guide, Birgitte e Yeti.

«Yeti?» dissi. «Che nome abominevole!»

L’entrata del centro di addestramento dei cani era contrassegnata da pelli di foca appese su forcelle triangolari come una gelida opera d’arte moderna nello stile di un wigwam scheletrico. Nel recinto di ghiaccio macchiato di pipì e imbrattato di cacca c’erano novanta cani, novanta alaskan husky, legati e uggiolanti. Luci, recinzione e neve davano l’impressione che fossimo finiti in una specie di gulag canino. Non che le bestiole fossero infelici o trascurate. Ma erano agitate e impazienti, tiravano i guinzagli. Facevano a turno per le uscite, e ognuna di quelle creature uggiolanti sperava che oggi toccasse a lui, o a lei. E c’era dell’altro. Per quanto sembrasse poco plausibile in un simile gelo, le femmine erano, chissà come, in calore, e i maschi non vedevano l’ora di saltar loro addosso. Con noi erano più amichevoli che arrapati, erano tenerissimi, comunque l’uggiolio sembrava lo stesso la colonna sonora di un incubo canino. Avevano nomi adorabili. Junior, Fifty, Ivory, Mara, Yukon e – ma forse avevo capito male – Tampax, furono tra i fortunati scelti per accompagnarci in quel giorno indistinguibile dalla notte più scura. Sebbene fosse buio, vedevo gli strani occhi degli husky, così chiari e opalescenti da sembrare indipendenti dai corpi che li ospitavano: pianeti in un universo a forma di cane. Presumibilmente questo significava che ci vedevano anche di notte ed erano in grado di vedere per chilometri nella notte più buia. Ero circondato da quegli occhi, freddi e lampeggianti, così chiari da sembrare privi di intelligenza o persino di vita. Parte del nostro compito – cioè del divertimento reclamizzato, anche se, proprio come veniva chiamato giorno quel che in realtà era notte fonda, detto divertimento rappresentava per noi la più assoluta delle infelicità – consisteva nel prendere i cani selezionati, mettergli l’imbragatura e attaccare la linea di traino alla slitta, sei cani per slitta. I guaiti mi facevano impazzire, e il freddo mi aveva già intorpidito le dita dei piedi. Siccome stavo pensando ai piedi insensibili e controllavo costantemente che nemmeno un centimetro della mia pelle rimanesse esposto all’aria, non ascoltai con attenzione le istruzioni su come fissare l’imbragatura, e comunque non era facile sentire qualcosa con il parka e il cappuccio della tuta da neve alzato e nella testa i guaiti di novanta alaskan husky, metà dei quali in calore e tutti disperatamente ansiosi di correre o scopare o tutte e due le cose insieme. I cani alzavano le zampe anteriori per facilitare l’impresa piuttosto complessa di entrare nell’imbragatura. Era come infilare la gamba di un neonato in una tutina, un neonato che aveva alle spalle l’esperienza di una vita passata a prepararsi per le spedizioni in slitta nell’Artico ghiacciato. Per preparare tre mute ci volle un secolo, anche perché con gli strati multipli di indumenti sotto la tuta da neve potevamo muoverci soltanto alla velocità dei palombari in fondo al mare. A ogni modo io sono alto, ma con tutta quella roba addosso incombevo nella notte polare come la morte stessa. Morte, non essere orgogliosa! Mi trovai talmente imbrigliato tra una quantità di imbragature e corde, spesso misteriose, con i cani che si saltavano addosso, che scivolai sulla schiena, atterrando sul duro ghiaccio che, grazie alla mia imbottitura, sembrò morbido come un pan di Spagna striato di urina. Da questo si può trarre una lezione: nella profondità della notte più buia e nell’oscurità del freddo più intenso, il bisogno di ridere dell’uomo non si estinguerà mai del tutto.

Finalmente eravamo pronti. Ogni volta che noleggiamo un’auto, Jessica si mette al volante ed esce dal parcheggio guidando con molta prudenza per i primi chilometri, perché non si è mai sicuri dei comandi e il rischio di un incidente è alto. Adesso invece c’ero io alla guida della slitta. Dissi che avrebbe dovuto guidare lei, ma Jessica rispose che toccava a me, visto che ero un uomo, e si lasciò cadere di peso nella slitta, su un tappetino blu dall’aria comoda. Qualche momento dopo eravamo in viaggio. Nessun mossiere ci aveva dato il via, eppure eravamo partiti. Via la prima muta, via la seconda… e poi noi, in coda, in un inseguimento subito serrato. Gli husky facevano sul serio, nessun dubbio in proposito. Tenevo in mano l’ancora a doppio uncino della slitta e mi sforzavo di agganciarla sul fianco in modo che non trafiggesse la testa di Jessica come un amo nella guancia di un grande pesce umano. D’un tratto la velocità diventò pazzesca, senza nulla che potesse controllarla. Eravamo lanciati in discesa, inclinati, e dovevamo tenderci all’indietro per evitare di capovolgerci. Sentivo l’uggiolio dei cani nonostante il cappuccio, anche se ormai ne avevo la testa talmente piena che avrebbe anche potuto trattarsi dell’eco dell’uggiolio dei cani nel recinto, non l’uggiolio estatico di husky al galoppo nell’oscurità artica. Manovrare la slitta era un lavoro faticoso, abbastanza faticoso da farmi sudare. Era bello sentire un po’ di caldo, ma sudare non era bello per niente, perché – l’avevo letto in Notte senza fine, titolo quanto mai indovinato, di Alistair MacLean – appena finito lo sforzo il sudore si sarebbe congelato. Filavamo a tutta birra giù per il pendio. Persi il controllo della slitta, controllo che peraltro non avevo mai avuto, e caddi di schiena nella neve profonda. La slitta si rovesciò, ma l’ancora – che avrebbe dovuto servire da freno – non si era sganciata e gli husky non si fermarono. Non erano stati liberati dalla cattività perché la loro gita finisse così presto. Attraverso il cappuccio sentivo Jessica urlare «Stop!». Fu trascinata per una cinquantina di metri, aggrovigliata sotto la slitta e, per quel che ne sapevo, con l’ancora conficcata nel cranio. Mentre la rincorrevo, senza pensare ad altro che a salvarla, mormoravo in silenzio «Te l’avevo detto che dovevi guidare tu». Ci volle un’eternità per richiamare l’attenzione delle altre squadre, perché erano partiti a una velocità maggiore della nostra. Alla fine, Birgitte e Yeti tornarono indietro e staccarono la slitta da Jessica. Lei era incolume, ma abbastanza scossa da dichiarare che non voleva proseguire. In realtà a me era piaciuto essere stato buttato giù dalla slitta, così come mi era piaciuto, anni prima, venire lanciato fuori dal gommone mentre facevo rafting sullo Zambesi in condizioni che, dal punto di vista meteorologico, erano agli antipodi di queste, nella notte profonda dell’anima artica. Eravamo tutti in piedi con il fiato che creava piccole tormente alla luce delle lampade frontali, intenti a sbrogliare le linee di traino e i cani dentro un groviglio inestricabile. Dico «noi» ma io mi limitavo a restarmene lì, nullafacente, sudato e con il respiro affannoso, a preoccuparmi del fatto che se mi fossi affaticato di più sarei finito sepolto come il mostro di Frankenstein in un ghiacciaio di sudore congelato. Per la verità ci provai a fare qualcosa: cercai di fare delle foto di quello che definii «il luogo dell’incidente», ma mi si era congelata la macchina fotografica. Non c’era niente in quell’habitat che fosse adatto alla fotografia, all’insediamento umano, al turismo o alla felicità. Anche Jessica non ne poteva più, e venne convinta a proseguire solo a condizione che a guidare fossero Yeti o Birgitte, e non «quell’idiota».

«È sotto shock» precisai. «Non sa quel che dice.» Poiché nemmeno io avevo voglia di guidare, entrambi viaggiammo come passeggeri, ognuno su una slitta, con una guida a testa. In questo modo andò tutto molto meglio.

E mi resi conto che non era buio pesto. C’era un accenno di luce scura intorno ai profili bui delle montagne, o qualunque cosa fossero, e un barlume di stelle, però avevo l’indubbia impressione che non ci fosse altro da vedere. Le dita dei piedi erano ancora insensibili, e nonostante la paura del sudore congelato avevo stranamente caldo, soprattutto quando scoprii che il tappetino blu sul quale sedeva Jessica era in realtà un mini sacco a pelo e potei aggiungere l’ennesimo strato isolante. Così infagottato, simile a una mummia congelata, fu piuttosto divertente attraversare le aride lande a rotta di collo. Non pensavo a niente, se non che sarebbe stato molto meglio farlo in un mistico crepuscolo di febbraio, quando almeno riesci a vedere dove vai, comunque adesso nel cielo c’era una traccia di luce, anche se parlare di luce forse era esagerato, dato che era tuttora nero come la pece. Ah, e ormai mi ero innamorato degli husky. 

A prescindere da ciò che il lavoro implica, io amo chiunque – uomo o animale – sia in grado di svolgerlo bene, e questi husky, chiamati a tirare una slitta, erano nel pieno della loro huskità. Avendo letto della spedizione di Amundsen al Polo Sud sapevo che, quando la situazione si metteva male, gli husky si nutrivano dei loro compagni di muta. Yeti li guidava con la sua bella cantilena di istruzioni e incoraggiamenti, che per quanto ne sapevo magari ricordava costantemente ai cani proprio questo dettaglio, cioè che il debole sarebbe diventato cibo per il meno debole. Così è sempre stato e sempre sarà! Visto che lei cantava, mi misi anch’io a cantare una delle canzoni ritmate di Full Metal Jacket: «I don’t know but I been told… I don’t know but I been told… Eskimo pussy is mighty cold». Poi pensai al film Atanarjuat il corridore che, fra le sue molte virtù, confuta con veemenza questa affermazione. La mia mente vagava, poi tornava alla realtà immediata, cioè che ci trovavamo all’aperto, in un’oscurità assoluta – il breve periodo in cui un barlume di luce scura era comparso all’orizzonte si era concluso ed era diventato ormai soltanto un ricordo –, con un gelo polare, e che dell’aurora boreale non c’era alcuna traccia. 

Impiegammo un’ora per tornare al recinto dei cani, all’infernale ma adorabile abbaiare dei cani, sia di quelli che erano stati fuori, e avevano avuto il loro giorno di gloria, sia di quelli che invece potevano solo sperare che il giorno di gloria arrivasse presto. Era previsto che staccassimo i nostri dalla slitta e li riportassimo al recinto, ma non finsi nemmeno di aiutare. Rimasi nei paraggi, a pensare ai miei piedi congelati, a lasciare che fossero le guide a occuparsi di quel lavoro ingrato, per il quale dopotutto venivano pagate… e pagate bene, se riuscivano a sopravvivere al costo punitivo della vita in Norvegia, anche se prendevano il minimo salariale, che doveva essere sui centomila all’anno. Una volta riportati i cani al recinto arrancammo fino all’accogliente bungalow dei cacciatori di pelli. Nello stesso modo in cui la cosiddetta luce nel cielo era buia, secondo gli standard normali nel bungalow faceva un freddo terribile, ma, relativamente parlando, si crepava di caldo. Bevendo caffè bollente parlammo dei sintomi del congelamento. Se ti si congela una guancia, ci metti sopra una mano ma non devi sfregare, tieni la mano calda sulla guancia e basta, sempre che, naturalmente, anche la tua mano non sia un solido blocco di sangue coagulato. Birgitte e Yeti avevano entrambe poco più di vent’anni e amavano passare l’inverno lassù.

«Perché?» chiesi, e ovviamente quell’unica parola era tacitamente seguita da un’altra: diavolo, nel senso di perché diavolo uno vorrebbe passare del tempo in questo luogo infernale? Be’, ne apprezzavano la vita sociale, e apprezzavano il lento ritorno della luce. E quel giorno per loro era stato un’esperienza gioiosa. Birgitte era tornata da una vacanza di una decina di giorni. L’ultima volta che era stata qui non c’era nessuna luce; oggi c’era stato un barlume. Così la notte polare, per quanto ancora immensa, si stava accorciando. C’era luce alla fine del tunnel. 
«Il che rende inevitabile chiedersi» disse Jessica in seguito «perché mai uno dovrebbe scegliere di vivere in un tunnel.»

Passammo in camera il cosiddetto pomeriggio. Jessica mi parlò del saggio di Annie Dillard che stava leggendo sugli esploratori polari e sul riserbo solenne della prosa con cui venivano narrate le loro avventure. Dillard si chiede se ciò sia dovuto al processo di selezione naturale. «O se per caso qualche eminente vittoriano, esaminando lo stile della propria prosa, si fosse reso conto, magari con sgomento, che dato il risultato sarebbe stato meglio darsi all’esplorazione polare.» Ricordo di essermi fatto un appunto mentale in via precauzionale – Evitare la solennità – dopodiché non so che cosa feci. Forse avevo dei danni da congelamento al cervello o qualcosa del genere, perché rimasi seduto lì a scongelarmi – a scongelarmi dal nulla – fino a quando fu ora di andare a mangiare al bar del Radisson Hotel poco distante. In qualsiasi parte normale del mondo sarebbero bastati dieci minuti a piedi per raggiungerlo, ma ormai l’idea che esistessero luoghi dove il semplice atto di uscire non richiedeva preparativi particolari e un’attenta programmazione mi sembrava stranamente poco plausibile. Era la notte più nera e più fredda del pianeta, forse di tutti i pianeti. Di tanto in tanto alzavo lo sguardo nel caso si palesasse l’aurora boreale, ma per lo più tenevo gli occhi a terra per paura di scivolare.

Al bar del Radisson circolavano voci e informazioni di ogni tipo sull’aurora boreale. Turisti e residenti avevano tutti la loro storia da raccontare. L’aurora boreale poteva essere vista in qualsiasi momento, però di sera era molto più probabile. Dalle sei in avanti. Secondo altri, le probabilità di attività erano maggiori dalle undici circa in poi. Mi piaceva la parola «attività», con il suo richiamo al paranormale, e soprattutto mi piaceva il modo in cui veniva detta all’interno di un ristorante. Poi qualcuno sostenne che in realtà eravamo troppo a nord per vedere l’aurora boreale. Eravamo confusi e alquanto demoralizzati, perciò fu rassicurante sentire il barman annunciare che avrebbero trasmesso, su una tv a grande schermo, una partita in diretta della serie A inglese. Arsenal-Manchester City! ’Fanculo l’aurora boreale e le sue apparizioni non programmate e forse persino favoleggiate. La partita illuminata a giorno era programmata e si giocava all’ora fissata, esattamente come annunciato. Il bar si riempì. A metà del secondo tempo, la cameriera, che era uscita a fumare una sigaretta, ci disse che era in corso l’aurora boreale. Ci precipitammo fuori. C’era un debole lucore nel bagliore notturno generale, comunque l’inquinamento luminoso della città non ci avrebbe permesso di vedere quasi niente. Rientrammo a guardare la fine della partita di calcio, non sapendo se sentirci sollevati perché eravamo di nuovo dentro, al riparo dal freddo, o depressi, perché le partite potevamo guardarle in qualsiasi momento, mentre questa era la nostra unica possibilità di vivere l’esperienza dell’Esperienza Aurora Boreale. 

Il cosiddetto «mattino» dopo, l’allegra receptionist del Basecamp chiese se la sera prima avessimo visto l’aurora boreale.

«No,» dissi «però abbiamo visto la partita!» Scherzavo, anche se, a rigor di termini, non scherzavo per niente. In realtà io ero profondamente deluso, e in un bizzarro capovolgimento nordico eravamo diventati noi una fonte di delusione per i nostri anfitrioni. L’implicazione era chiara: non aver visto l’aurora boreale non era il risultato della sua mancata comparsa bensì del nostro fallimento, dovuto a un’incapacità di percezione e a un atteggiamento sbagliato. Avendo qualche difficoltà a digerire la cosa, mi ritrovai a dire che la sua pretesa mi «adombrava», parola che di norma non uso. Era come dire Se ha intenzione di fare la norvegese mistica con me, signorina, allora io farò con lei il turista inglese medio, anche se questo equivaleva a stare lì a testa bassa con l’aria da cane bastonato. Volevamo vedere l’aurora boreale. Avevamo fatto tutta quella strada fino a questo luogo inaridito per vedere l’aurora boreale. Ci eravamo venuti in quello che, da tutti i punti di vista, era il periodo più ostile dell’anno proprio per vederla. Invece pare che vedere l’aurora boreale sia una faccenda molto più indefinita di quanto le fotografie – un vorticare di geyser di un verde psichedelico – ti inducano a credere. A volte è così sfumata che prima si devono sintonizzare occhi e mente. Vedere è credere: e credere è vedere. Dopo aver visto l’aurora boreale – quando sai che cosa stai cercando – ti convinci di poterla vedere di nuovo. In questo mi ricordava i primi tentativi di sballo (il che mi ricordò che esiste un famoso ceppo di cannabis pura chiamato Northern Lights). Non potevi stonarti – questo accadeva prima della skunk, prima di avere l’assoluta certezza che sei in procinto di farti scoppiare il cervello – fino a quando non sapevi che cosa significava essere stonato. Più ne parlavamo, più l’aurora boreale – che, presumevo, era la normalità in questa parte del mondo, in questo periodo dell’anno – acquistava parte del fascino non verificabile del mostro di Loch Ness o dell’abominevole uomo delle nevi. 

Il nostro umore peggiorò. Sembrava esserci una correlazione fra la mancanza di attività percepita nel cielo e la nostra sempre più crescente inattività. Ci rintanammo in camera, sempre più depressi e scoraggiati. La spiegazione avrebbe potuto essere che non avevamo saputo adattarci a quel freddo estremo e a quella notte infinita, ma era vero il contrario. Molti visitatori sembravano gradire molto la novità di tre giorni di notte artica, pur avendo difficoltà a credere che qualcuno potesse vivere lì a lungo. Su di noi l’effetto delle isole Svalbard era stato così forte che avevamo saltato la fase della luna di miele, vivendo i tre giorni come se fossero tre anni, ed eravamo piombati a capofitto nella tetraggine che può logorare chi qui ci ha passato davvero molto tempo. Alla terza o quarta mattina – che avrebbe potuto benissimo essere la trentesima o quarantesima – Yeti bussò alla porta della nostra stanza perché ci preparassimo alla gita in motoslitta alla quale ci eravamo iscritti. Scesi dal letto, aprii la porta, solo una fessura, e le dissi che non ci saremmo andati, alla sua gita. 

A che scopo? dissi quando la vidi alla reception più tardi nella giornata. Lo stesso freddo polare, la stessa oscurità in cui non c’era niente da vedere, come durante la nostra sventurata escursione con la slitta tirata dai cani. No, grazie tante, dissi, prima di girare i tacchi e trascinarmi di nuovo fino al letto. Stare chiusi nella stanza era deprimente, ma sempre meglio che non stare chiusi nella stanza.

«Se in questo momento l’aurora boreale bussasse alla nostra porta,» dissi a Jessica «mi girerei dall’altra parte.»

Passammo in camera tutto il cosiddetto giorno, depressi e scoraggiati, e poi, nella cosiddetta «sera», ci sforzammo di alzarci e uscire nella notte artica. Scarpinammo fino al ristorante ai limiti della città nel freddo polare e nella completa oscurità. Nella zona c’erano orsi bianchi, comunque ci avevano detto che restando sulla strada saremmo stati al sicuro, e inoltre gli orsi bianchi erano l’ultima delle nostre preoccupazioni. Ovviamente tenevamo gli occhi aperti, sia per gli orsi sia nel caso apparisse l’aurora boreale. Guardavamo. Eravamo ancora pronti a crederci. Eravamo pronti a vederla. Avevamo ancora la capacità di credere, ma in fondo avevamo cominciato a credere che l’aurora boreale, se esisteva, non si sarebbe fatta vedere da noi. Rosicchiammo le nostre bistecche di renna e di nuovo ci trascinammo faticosamente fuori, nella notte polare e nel gelo implacabile. Non c’era niente da vedere e l’unico scopo della passeggiata era quello di finirla, di sapere che ne eravamo usciti vivi, che eravamo sopravvissuti per raccontare la storia, la storia che alla fine è diventata questa storia.

Ripartimmo il giorno dopo, a mani vuote e a occhi vuoti. I rapporti con le persone che gestivano il Basecamp erano diventati freddini. La mia battuta sul nome di Yeti aveva avuto talmente successo che Jessica e io ci riferivamo a lei come all’«abominevole Yeti», e in questo modo non ci eravamo certo attirati la sua simpatia, e se niente di quello che era successo l’aveva incoraggiata a mostrarsi più cordiale con noi, diverse cose – non ultima il tema di Full Metal Jacket – avevano contribuito ad aumentare la sua freddezza. Eravamo come due scettici fra i fedeli a Lourdes e furono contenti che ci levassimo dai piedi. Il che non era un problema, perché anche noi eravamo contenti di levarci dai piedi e andarcene da un luogo al quale ci riferivamo solo come a «questo posto nefando» o «questo posto infernale del cazzo» prima di passare ad «abominevole» come aggettivo preferito. Avevamo fatto un’esperienza unica, anche se non quella che avevamo sperato; era stata come una vita intera di delusione condensata in meno di una settimana, che in realtà sembrava la parte più lunga – nel senso di più brutta – di tutta una vita. 

Il tetro autobus ci riportò al terminal attraversando l’abominevole villaggio. Ci si sarebbe aspettati che una simile esperienza creasse una certa tensione fra noi due; invece il fatto di essere così abbattuti e scoraggiati ci aveva avvicinato, benché forse potesse non essere evidente a un estraneo che ci vedesse seduti in silenzio in quel terminal deprimente, in attesa dell’aereo, che, rendiamo onore al merito, decollò in perfetto orario. Quando atterrammo a Tromsø una coppia inglese che avevamo conosciuto al bar del Radisson disse: «Avete visto l’aurora boreale?». A quanto pare l’aurora era comparsa fuori programma mentre noi eravamo in volo… ma sull’altro lato dell’aereo. Forse un influsso malefico ci perseguitava. Anche se avevo ritenuto che fosse impossibile essere più di malumore di così, l’umore peggiorò ulteriormente e poi, dopo l’ennesimo cambio di aereo, a Oslo, precipitò. Mi ritrovai rattrappito su un sedile senza spazio per le gambe, nonostante mi avessero garantito un posto nella fila dell’uscita d’emergenza. L’assistente di volo – una ex bionda norvegese sui cinquanta – venne a chiederci se gradivamo qualcosa. Si riferiva a cibo e bevande, ma dopo tutte quelle ore rinchiusi in camera a Longyearbyen io mi misi a sproloquiare sul mio posto a sedere, l’abominevole sedile senza un minimo di spazio per le gambe, dove stavo come un pollo in batteria a rischio di trombosi venosa profonda. Jessica, ormai catatonica, non diceva niente, invece io per la prima volta dopo diversi giorni, come un arto che si è congelato e sta tornando dolorosamente in vita, mi sentivo rinvigorito dalla rabbia e dallo sdegno. Al contrario dell’abominevole Yeti e delle altre ragazze del Basecamp, che ci avevano preso in antipatia per il nostro atteggiamento negativo, l’assistente di volo si mostrò totalmente solidale, concordando con me e disse che viaggiare in quelle condizioni era davvero intollerabile per un uomo così alto. Mi offrì del succo d’arancia – gratis! – e io mi calmai, anche se, mentalmente, continuai a pronunciare parole di indignazione per il torto che avevo subito. E poi, mentre iniziavamo la discesa su Heathrow, accadde qualcosa di straordinario. L’hostess ritornò e si inginocchiò nel corridoio posando la mano sul mio ginocchio. Mi guardò negli occhi abbattuti, gli occhi che non avevano visto l’aurora boreale, e ripeté che dovevo stare proprio scomodo, che le dispiaceva molto. Senza staccare gli occhi dai miei, disse che un giorno avrei sicuramente avuto il posto che meritavo e, ascoltandola, le credetti.

© Il Saggiatore, 2017

ARTICOLO n. 16 / 2022

LE CONSERVE

TRADUZIONE DI SILVANO DE FANTI

Quando morì, lui le organizzò un funerale decente. Arrivarono in massa le sue amiche, anziane signore tutte storte con berretti e cappottoni a manica larga foderati di pelliccia e odorosi di naftalina, con colli di castorino da cui le teste sporgevano come grosse e pallide protuberanze. Mentre la bara scendeva sottoterra sorretta dalle funi bagnate di pioggia, cominciarono a piagnucolare con discrezione, e poi, raccolte a gruppetti sotto cupole di ombrelli pieghevoli decorati da motivi ornamentali altamente improbabili, si avviarono alle fermate degli autobus.

Quella stessa sera aprì il mobile bar dove lei teneva i documenti e si mise a cercare… non sapeva neanche lui cosa. Soldi. Azioni. Obbligazioni. Una di quelle polizze che garantiscono una vecchiaia serena, quelle della pubblicità in TV con le scene autunnali piene di foglie cadenti.

Trovò soltanto vecchi libretti di risparmio degli anni Sessanta e Settanta e la tessera di partito di suo padre, felicemente defunto nell’ottantuno con la convinzione che il comunismo fosse un ordine metafisico e perenne. C’erano anche i suoi disegni dell’asilo ordinati con cura in una cartellina di cartone chiusa con l’elastico. Questa cosa lo commosse. Mai avrebbe pensato che lei conservasse i suoi disegni. Là dentro c’erano anche i quaderni di lei, zeppi di ricette per sottaceti, marinate e confetture. Ogni ricetta iniziava su una pagina nuova, e ciascun nome era ornato da arditi ghirigori, espressione gastronomica del bisogno di bellezza. «Sottaceti con la senape», «Zucca marinata à la Diana», «Insalata Avignon», «Ceppatello alla creola», A volte comparivano piccole stravaganze: per esempio «Gelatina di bucce di mela», oppure «Canna odorosa zuccherina».

A questo punto gli venne l’idea di scendere in cantina. Non ci andava da anni. Ma lei, sua madre, ci stava spesso e volentieri, ma questo fatto non lo aveva mai stupito. Quando lei considerava troppo alto il volume della partita che lui stava guardando, quando le sue sempre più flebili lagnanze cadevano nel vuoto, lui sentiva lo stridio della chiave nella toppa e poi il tonfo della porta sbattuta, e lei scompariva per parecchio tempo, un tempo che lui aspettava a gloria. Finalmente poteva dedicarsi alla sua attività preferita senza nessun intralcio: svuotare una fila di lattine di birra e seguire le imprese di due gruppi di maschi camuffati con magliette colorate che si spostavano continuamente da una metà campo all’altra alla caccia di un pallone.

La cantina era straordinariamente linda. C’era un tappetino consunto (oh, se lo ricordava dai tempi dell’infanzia), e anche una poltrona imbottita sulla quale scorse un plaid fatto all’uncinetto, ben ripiegato. Inoltre c’era una lampada a piantana con la base e alcuni libri letti e riletti fino all’ultima sillaba. Ma a fare una tremenda impressione erano gli scaffali gremiti di luccicanti vasetti per conserve, ognuno dei quali era provvisto di etichetta autoadesiva su cui, come aveva notato, si ripetevano i nomi dei quaderni delle ricette: «Cetriolini sott’aceto in salamoia della signora Stasia, 1999», «Antipasto di peperoni, 2003», «Strutto della signora Zosia». Alcuni nomi sapevano di mistero, per esempio «Fagiolini appertizzati»: non riusciva assolutamente a ricordare che cosa significasse «appertizzare». La visione dei funghi pallidi, delle verdure multicolori e dei peperoncini sanguigni pressati nei vasetti, ridestò in lui la voglia di vivere. Cercò sbrigativamente fra i palchetti degli scaffali, ma non trovò né titoli di credito né soldi nascosti dietro i vasetti. Pareva proprio che non gli avesse lasciato nulla.

Ampliò il proprio spazio vitale occupando la stanza della madre: ci buttava la roba sporca e vi accumulava i cartoni di birra. Di tanto in tanto portava da giù una scatola piena di conserve, apriva con un unico movimento della mano i vasetti l’uno dopo l’altro e disseppelliva con la forchetta quello che c’era dentro. La birra e le noccioline, oppure i bastoncini salati, uniti al peperone marinato o ai cetriolini delicati come neonati, avevano un sapore grandioso. Se ne stava davanti al televisore a contemplare la sua nuova situazione esistenziale, la libertà da poco conquistata. Si sentiva come se avesse appena preso il diploma di maturità e vedesse il futuro come una terra di conquista; come se stesse iniziando una vita nuova, migliore. Eppure aveva una certa età, l’anno prima aveva superato i cinquanta, e tuttavia si sentiva giovane, come un neo-diplomato, appunto.

Sebbene i soldi dell’ultima pensione della defunta madre si stessero lentamente esaurendo, ritenne di avere ancora il tempo necessario per prendere le giuste decisioni, ovvero: mangiare senza fretta ciò che gli aveva lasciato in eredità e comprare al massimo il pane e il burro. E ovviamente la birra. Poi, forse, avrebbe dato un’occhiata in giro per orientarsi se ci fosse qualche lavoro; su questo punto sua madre gli aveva fatto una testa così per tutti gli ultimi vent’anni. Forse sarebbe andato all’ufficio di collocamento, ci doveva pur essere qualcosa per un cinquantenne munito di maturità. Magari avrebbe anche indossato il completo bianco che lei aveva accuratamente stirato e appeso nell’armadio, assieme alla camicia azzurra, e sarebbe partito deciso verso il centro. A meno che non ci fosse una partita in TV.

Era libero. Però gli mancava un po’ lo strascichio delle ciabatte della madre, era abituato a quel rumore monotono solitamente accompagnato dalla sua flebile voce: «Sarebbe ora che la facessi finita con quella televisione, dovresti frequentare la gente, conoscere una ragazza. Hai intenzione di passare così il resto della vita? Dovresti trovare un alloggio tuo, questo è troppo angusto per due persone. La gente si sposa, fa figli, va in vacanza con la tenda, organizza grigliate. E tu? Non ti vergogni a farti mantenere da una donna vecchia e malata? Prima tuo padre, adesso tu, bisogna lavarvi e stirarvi la roba, portare a casa la spesa. Quella televisione mi disturba, non riesco a dormire, e tu stai lì davanti fino al mattino. Ma che cosa guardi tutta la notte, non ti viene a noia?» E rompeva per ore e ore, perciò si comprò le cuffie. Era una soluzione accettabile, lei non sentiva la televisione e lui non sentiva lei.

Ora però c’era troppo silenzio. La stanza della madre, un tempo tutta lustra e ordinata, piena di tovaglioli di carta e vetrinette, adesso veniva costantemente riempita da cataste di involucri vuoti, vasetti, panni sporchi, e poi anche da un odore strano, come di lenzuola marce, di intonaco toccato dalle lingue della muffa, un odore di spazio chiuso mai mosso da un filo d’aria, uno spazio che cominciava a marcire e a fermentare. Un giorno, mentre cercava degli asciugamani puliti, in fondo a un armadio trovò un’ulteriore batteria di vasetti; erano nascosti sotto pile di lenzuola, affondati tra matasse di lana – partigiani, la quinta colonna delle conserve. Li squadrò attentamente, i coperchi erano diversi da quelli in cantina. La scritta sulle etichette era piuttosto sbiadita, il 1991 e il 1992 si ripetevano, però c’erano anche singoli esemplari risalenti all’83, per esempio, e anche uno del 1978. Quest’ultimo era la causa principale di quello sgradevole odore. Il tappo a vite di metallo si era arrugginito e l’aria era penetrata offrendo in cambio alla zona circostante il tanfo della decomposizione. Qualsiasi cosa ci fosse stata là dentro, si era trasformata in un groviglio grigiastro. Buttò via tutto, disgustato. Sulle etichette ricorrevano scritte simili fra loro, per esempio «Zucca in crema di ribes», oppure «Ribes in crema di zucca». C’erano anche cetriolini sott’aceto completamente incanutiti. Molti contenuti dei vasetti non li avrebbe riconosciuti mai, senza quelle scritte gentili e premurose. I funghi marinati erano diventati un’impenetrabile gelatina cupa, le confetture – un coagulo nero, e il paté si era compattato in un piccolo pugno rinsecchito. Trovò altre conserve nel porta scarpe e nel ripostiglio sotto la vasca da bagno. Altre erano rinchiuse nel comodino del letto della madre. Quella collezione lo lasciò sbalordito. Che volesse nascondergli il cibo? Faceva quelle scorte per sé pensando che il figlio si sarebbe trasferito? O forse le aveva lasciate proprio a lui, si sa che per le leggi di natura le madri vivono meno dei figli… Forse con quei barattoli ermeticamente chiusi aveva voluto garantirgli un futuro? Guardava le conserve l’una dopo l’altra con un misto di commozione e disgusto. E a un tratto s’imbatté in un barattolo (sotto il lavello della cucina) con l’etichetta «Stringhe all’aceto, 2004»: questo avrebbe dovuto dargli da pensare. Guardò a lungo la matassina di stringhe marrone che nuotavano nella salamoia assieme alle palline nere di pepe garofanato. Si sentì a disagio, niente di più.

Gli tornavano in mente i suoi agguati quando lui si toglieva le cuffie e andava in bagno: lei scivolava rapidamente fuori dalla cucina, gli tagliava la strada e gemeva: «Tutti i pulcini lasciano il nido, è questo l’ordine delle cose, i genitori meritano un po’ di riposo. Questa legge è in vigore in tutta la natura. E allora perché vuoi farmi soffrire, avresti dovuto sloggiare e farti una vita tua già molto tempo fa». Poi dopo, quando tentava delicatamente di evitarla, lo afferrava per la manica, la sua voce si faceva più sonora e ancora più stridula: «Mi merito una vecchiaia tranquilla. Lasciami in pace una buona volta, voglio riposare». Ma lui era già in bagno, girava la chiave nella toppa e si abbandonava ai suoi pensieri. Quando usciva, tentava di riacchiapparlo, ma ormai senza troppa convinzione. Poi si dileguava con passo felpato nella sua stanza e di lei spariva ogni traccia fino al mattino successivo, quando sbatteva apposta le pentole perché lui non potesse dormire.

Ma come tutti sanno, le madri amano i propri figli; le madri esistono per questo: per amare e perdonare.

E dunque lui non si preoccupò più di tanto per quelle stringhe, e nemmeno per la spugna in salsa di pomodoro che successivamente trovò in cantina. Del resto c’era scritto in totale franchezza: «Spugna in salsa di pomodoro, 2001». L’aprì per controllare se l’etichetta riportasse fedelmente il contenuto, e buttò tutto nel cestino. Quelle stravaganze non le trattava come malignità postume indirizzate a lui. Anzi, a volte trovava rarità vere e proprie. Uno degli ultimi barattoli del palchetto più alto della cantina conteneva un prelibato stinco di maiale. Gli veniva ancora l’acquolina in bocca al pensiero delle rape rosse speziate scoperte dietro la tenda della stanza. Nel giro di due giorni ingurgitò cinque o sei vasetti. Il dessert se lo mangiava prendendolo direttamente con il dito dalla confettura di mele cotogne.

Per la partita Polonia-Inghilterra si caricò sulle spalle uno scatolone pieno di conserve prese in cantina e lo portò su. Per garantirne l’incolumità lo circondò con una batteria di birre. Infilava la mano a casaccio e s’ingozzava senza badare a cosa stesse mangiando. Un vasetto attirò la sua attenzione perché la madre aveva fatto un buffo errore sull’etichetta: «Frataioli marinati, 2005». Estrasse con la forchetta le delicate cappelle bianche, se le mise in bocca, e quelle, quasi fossero vive, gli scivolarono in gola e nello stomaco. Ci fu il primo gol, poi il secondo, perciò nemmeno si accorse di averle mangiate tutte.

La notte dovette andare in bagno, dove restò sospeso sopra il water, squassato da conati di vomito. Ebbe la netta sensazione che lei fosse lì con le nenie lamentose della sua insopportabile voce stridula, ma era ancora abbastanza lucido da ricordare che era morta. Vomitò fino al mattino, ma non servì a molto. Con le poche forze rimaste riuscì a chiamare il pronto soccorso. In ospedale volevano fargli un trapianto di fegato, ma non trovarono un donatore, perciò morì pochi giorno dopo senza riprendere conoscenza.

Era un bel guaio, perché non si trovava nessuno a cui affidare l’incarico di ritirare il cadavere dall’obitorio e organizzare il funerale. Alla fine, dopo un appello della polizia, si fecero vive le amiche della madre, le anziane signore tutte storte dai berretti fantasiosi. Spalancarono sopra la tomba gli ombrelli decorati da motivi ornamentali altamente improbabili, e celebrarono il loro caritatevole rito funebre.

© Olga Tokarczuk, 2022

Per ulteriori opere di Tokarczuk edite in italiano: “Casa di giorno, casa di notte”, Bompiani, 2021.

ARTICOLO n. 15 / 2022

IL NUOVO INCONSCIO

C’è una conseguenza del test di Turing di cui si parla poco ma che a me sembra l’aspetto più interessante dell’intera faccenda: se un computer può essere equiparato a un umano nel momento in cui finge efficacemente di esserlo, significa che apparire umano è la prima condizione per diventarlo. Da qui a dire che qualsiasi cosa sembri umana è nei fatti umana il passo è breve, e infatti già oggi c’è chi comincia a riflettere sui diritti dei robot o sviluppa legami sentimentali con le intelligenze artificiali (un film come Lei di Spike Jonze era profetico quando uscì 2013, dieci anni dopo è solo un passo avanti alla realtà).

È evidente che a essere in gioco qui non è il futuro della macchina, ma il futuro dell’uomo: è l’essere umano a venir ridefinito dall’intelligenza artificiale e non viceversa. Se c’è un aspetto che esce completamente trasformato dal confronto è quello dell’inconscio, dato che la presenza o meno di una mente inconscia (almeno per come l’ha definita la psicanalisi) è una delle grandi discriminanti tra uomo e macchina. Le azioni dell’uomo, ci ha detto Freud, sono in larga parte determinate da una dimensione della psiche invisibile dall’esterno; ci sono cause nascoste a muovere i gesti più banali; nulla è come sembra. Nella macchina è l’esatto opposto: come nelle grandi maschere cave di Ron Mueck, dietro l’apparenza non si nasconde niente; non c’è una causa propriamente detta, solo il determinismo del codice binario; tutto è esattamente ciò che sembra.

Questo aspetto della visione dall’esterno (ciò che posso vedere è tutto ciò che esiste) è centrale. Com’è noto Turing teorizzò il suo test in un articolo del 1950. Solo due anni più tardi, nel 1952, l’American Psychiatric Association pubblicò la prima versione del suo Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, oggi arrivato alla quinta edizione e tuttora il principale strumento diagnostico in psichiatria e in psicologia clinica. Una delle critiche che il DSM-5 non smette di attrarre, come tutti i suoi predecessori, ha proprio a che vedere con il suo approccio empirico: i disordini mentali sono classificati – e dunque trattati – solo sulla base dei sintomi, mentre le cause del malessere vengono ritenute inconoscibili o quantomeno irrilevanti ai fini della cura.

Cosa rimane dell’inconscio in un simile approccio? Non molto, e infatti per diverse decine di anni l’idea freudiana di una dimensione nascosta eppure enormemente rilevante della nostra vita psichica è stata accantonata a favore del metodo più operativo della psicologia cognitiva. Che, come ricorda Frank Tallis nel suo Breve storia dell’inconscio (Il Saggiatore 2019, traduzione di Alessia Ranieri e Monica Longoni) si è affermata proprio negli anni Cinquanta grazie al paradigma computazionale entrato in voga con l’arrivo dei primi computer.

E oggi? Oggi sembriamo assistere a due movimenti apparentemente opposti, che però a ben guardare si rivelano parte di un arco coerente. Il primo filone era già stato ben analizzato da Massimo Recalcati in un libro del 2010 dal titolo emblematico, L’uomo senza inconscio (Raffaello Cortina), sul quale vale la pena spendere qualche parola. Come a volte capita, il titolo dice qualcosa di diverso, e in un certo senso di più, del libro stesso, che personalmente reputo forse la cosa migliore scritta da Recalcati ma che si inserisce comunque in un orizzonte di clinica lacaniana abbastanza tradizionale.

A un livello esplicito, l’assenza di inconscio di cui parla Recalcati va vista come una «perdita del soggetto dell’inconscio», che viene meno nel momento in cui il tecno-capitalismo impone l’imperativo di una soddisfazione immediata della pulsione e il godimento si sostituisce al desiderio (infatti non è un caso che il sequel ideale de L’uomo senza inconscio sia intitolato Le nuove melanconie e sia stato pubblicato sempre da Raffaello Cortina alla fine del 2019, in un momento compresso tra la diffusione mortifera dei nuovi sovranismi e lo scoppio della «psicodeflazione» pandemica, entrambe manifestazioni di quella che potremmo definire una «melanconia sociale»). Nella clinica del terzo millennio, dice Recalcati, il sintomo nevrotico viene sostituito dalla «frattura verticale» di quei disturbi che hanno a che vedere con le dicotomie del tipo tutto/niente, come le dipendenze, l’anoressia o – aggiungo io – il disturbo bipolare. Siamo chiaramente di fronte a un paradigma che mutua le proprie metafore dagli 1 e 0 del codice binario, termini netti tra i quali non esistono sfumature né momenti di elaborazione simbolica.

Ciò che Recalcati non dice esplicitamente, ma che il titolo suggerisce per lui, è che questi nuovi umani sono davvero «senza inconscio», nel senso che somigliano sempre di più alle macchine da cui sono (siamo) agiti e di cui sono (siamo) strumenti. Ecco insomma che la profezia oscura del test di Turing si trasforma in realtà.

L’altro movimento a cui stiamo assistendo, invece, va in direzione di un recupero del concetto di inconscio dopo anni in cui la psicologia cognitiva prima e le neuroscienze poi hanno minimizzato l’esistenza o quantomeno la rilevanza di una dimensione nascosta e simbolica della mente. Questo recupero però non ha a che vedere con la psicanalisi, come si vede nei concetti di «nuovo inconscio» e «nonconscio» che vengono mutuati proprio dal cognitivismo se non addirittura dalle scienze naturali o dall’informatica.

Del primo parla Tallis in Breve storia dell’inconscio quando si sofferma sugli sviluppi contemporanei dell’approccio cognitivo. È vero, dice Tallis, che il cognitivismo ha svilito l’inconscio al punto da arrivare quasi a metterne in discussione l’esistenza tout court, ma è altrettanto vero che proprio la metafora informatica ha portato una corrente di pensiero a concentrarsi su quei «processi di background» che nel cervello agiscono continuamente raggiungendo solo in minima parte la soglia della coscienza, come si vede per esempio quando ci fermiamo prima di fare un passo davanti a un’auto che ci stava per investire e che non avevamo visto. Cosa ci ha fatto fermare se non una parte della nostra mente non cosciente eppure abbastanza vigile da salvarci la vita? Oppure pensiamo alla capacità istintiva di calcolare gli spazi e le dimensioni, o le miriadi di operazioni mentali che sono necessarie per attività quotidiane come scrivere o parlare. Tutto questo è tecnicamente «inconscio», cioè oltre la soglia della nostra coscienza eppure essenziale per il suo funzionamento. Naturalmente si tratta di un inconscio che non ha niente a che vedere con il caotico luogo delle pulsioni di Freud, né tantomeno con l’archivio di simboli sovraindividuali di Jung, ma è pur sempre una forma di psiche altra rispetto alla vita cosciente, che rientra così dalla finestra negli interessi della psicologia  dopo essere stata cacciata dalla porta.

Il concetto di «nonconscio» invece è più sottile. A coniarlo è stata una critica letteraria che da molti anni si occupa del confine sempre più sfumato tra umano e postumano, N. Katherine Hayles, in un libro recentemente pubblicato in Italia da Effequ (L’impensato. Teoria della cognizione naturale, 2021, traduzione di Silvia Dal Dosso e Gregorio Magini).

A differenza del nuovo inconscio di cui parla Tallis, che come l’inconscio freudiano è in larga parte sommerso ma può diventare cosciente a fronte di uno sforzo di autoconsapevolezza o di un accidente (come nell’esempio dello scampato investimento che ho portato sopra), il nonconscio si riferisce a una dimensione totalmente inaccessibile alla coscienza. Inoltre il nonconscio pertiene una condizione base della cognizione, che l’uomo non condivide solo – come presumibilmente nel caso del nuovo inconscio – con gli altri animali, ma anche con le piante e, dice Hayles, con i sistemi informatici complessi. In un certo senso, il concetto di nonconscio ha a che vedere con l’interoperabilità tra specie e regni diversi, e addirittura tra esseri viventi e non viventi in un panorama complesso dove l’interazione con le macchine è diventata parte integrante della vita di tutti i giorni. Se possiamo «capire» un computer, e se un computer può «capire» noi, ciò non si deve solo al fatto che condividiamo un sistema simbolico di tipo umano (ad esempio: una tastiera; un altro esempio: la matematica), ma anche una forma base di cognizione.

Questo nonconscio cognitivo, sostiene Hayles, ha a che vedere con la capacità di entità diversissime di interpretare le informazioni che provengono dall’esterno. Non è necessario che ci sia una coscienza, né tantomeno una consapevolezza di sé e dell’informazione che viene elaborata, perché ci sia cognizione. Un computer può «capire» senza veramente «capire» – ma questa assenza di una «comprensione» a livello cosciente non impedisce che tra noi e una macchina ci sia uno scambio informativo di qualche tipo. Per usare una metafora della cibernetica, uomini, altri esseri viventi e sistemi tecnici complessi sono tutti parte di uno stesso meccanismo che si scambia informazioni e si autoregola tramite processi di feedback.

Può sembrare curioso, ma questa prospettiva mi pare rassicurante rispetto al problema paventato da molte direzioni, spesso a ragione, delle intelligenze artificiali. Quello di Hayles è uno sguardo normalizzante, che tende a smussare i picchi della uncanny valley nella quale ci ha portato il contatto quotidiano con le macchine «intelligenti».

Facciamo un esempio. Nel 2020 si è creduto che un’intelligenza artificiale basata su un modello linguistico autoregressivo conosciuta come GPT-3 avesse finalmente superato il test di Turing. Effettivamente i risultati ottenuti da GPT-3 erano impressionanti: l’IA era in grado di sostenere conversazioni complesse sulla natura della propria «coscienza» e su questioni morali con filosofi e cognitivisti, nonché di comporre una lettera spacciandosi per David Chalmers tanto riuscita da ingannare lo stesso Chalmers sulla sua veridicità. Ma in realtà era una finzione: GPT-3 infatti era perfettamente capace di rispondere a domande sensate, ma andava in crisi con il nonsense – un aspetto che avrebbe probabilmente stuzzicato l’animo inglese dello stesso Turing.

Eludendo i problemi tradizionalmente legati alla natura della coscienza e alla sua imitizaione, la prospettiva di Hayles ci colloca in un paradigma molto diverso rispetto al discorso che solitamente circonda il problema dell’intelligenza delle macchine. Il test di Turing, in fondo, potrebbe essere allo stesso tempo già superato e insuperabile. O meglio ancora, forse guardare al problema dell’interazione uomo-macchina dal punto di vista del test di Turing è sbagliato: in realtà noi e le macchine siamo già parte di uno stesso regno ontologico, almeno a un livello noncosncio che è insieme più reale e meno spaventoso dell’idea fantascientifica di robot indistinguibili dagli umani alla Blade Runner.

Questa potrebbe anche essere una prospettiva efficace per non cadere nel tranello dell’intelligenza artificiale che già vent’anni fa Jaron Lanier aveva inquadrato in maniera precisa quando scriveva che l’unico modo per cui un computer potrà mai passare il test di Turing è che gli umani si abbassino al livello delle macchine, arrivando a considerarsi tanto meccanizzati che la differenza svanisce. Se è così che si crea l’intelligenza artificiale, «artificializzandov l’intelligenza umana, allora dobbiamo ammettere che siamo molto vicini a dare finalmente vita al nostro Golem – e a dimostrarlo, come spiegava già Recalcati, è più la psicologia che l’informatica.

Oppure possiamo ribaltare completamente il tavolo, come fa Hayles, e smettere di seguire il sogno prometeico di costruire macchine capaci di sostituirci. Invece che perseguire l’evoluzione verticale sulla linea della coscienza possiamo espanderci in orizzontale sul piano del nonconscio, entrando in un territorio ancora tutto da esplorare dove ogni forma di cognizione ha il suo spazio, il suo ruolo e la sua specificità, e dove è possibile una convivenza che non prenda i caratteri di una trita distopia.

ARTICOLO n. 14 / 2022

Sympathy for the devil

Un bel po’ di tempo fa ho avuto una relazione brevissima, di quelle che chiamarle relazioni mi fa quasi sorridere, che hai giusto il tempo di dire, «Ehi, sembra molto interessante!», ma poi si rivelano essere solo una costruzione inesistente poggiata su fondamenta di pancarré inzuppato d’acqua.

Ci conoscevamo da anni: io vivevo ancora a Milano, avevo i capelli rosso fuoco e non soffrivo gli hangover. Stiamo parlando, dunque, di una vita fa. 

Mi era amico, appariva e spariva a intervalli regolari ma era una persona su cui potevo sicuramente contare quando mi succedeva qualcosa che mi faceva stare male. 

Bella testa, penna così così: aveva quella cosa tipica delle persone intelligenti, che non si applicano perché alla fine «massima resa e minima spesa» è più allettante: un potenziale così pigro non l’ho mai visto in tutta la mia vita e me ne sono sempre dispiaciuta. 

Una persona davvero interessante, ma che non ero mai riuscita a incrociare per una relazione o anche solo una scopata occasionale. Solo una volta ci eravamo quasi andati vicino ma poi, sul più bello, lui scelse una modella svedese al posto mio e io finii fidanzata con un ragazzo delle mie parti. Tutto tacque per anni, ma non la nostra amicizia: lui si subì stoicamente le mie lacrime per altri uomini e io le sue ansie per altre donne.

Ci siamo rincorsi a più riprese senza mai concretizzare, complice anche la mia attenzione che non resta troppo a lungo sulle cose: mi distraggo, dimentico, non rispetto le scadenze (e qui la redazione di The Italian Review lo sa bene), sparisco per giorni, ho un pessimo rapporto con Whatsapp, inizio a trovare più attraente stare in casa che uscire, odio le sorprese e tante altre meraviglie che mi fanno passare da sociopatica. Quando in realtà sono solo piuttosto svampita.

Poi, però, in questo gioco di apparizioni e sparizioni, io e lui abbiamo incrociato i nostri flussi. Per caso. Una sera in un locale.

Con un limone da sedicenni e un postumo da sbornia degno di ogni bella serata. E la relazione ha dunque preso forma.

Iniziata con il botto, con uno slancio di romanticismo che solitamente è presagio di poca sostanza (come quelle feste piene di decorazioni glitterate che riescono a mascherare il pessimo alcol e la musica di merda in filodiffusione) ma a cui non ho voluto dare il peso che in realtà meritava: una relazione ibrida, tra un film di Muccino (urlano tutti, si corre un sacco, ci sono tremila comparse e fidanzate nascoste) e una canzone di Lucio Dalla (ancora lacrime, un sacco di lacrime, «un sacco di capelli che non si riescono a contare»). Il suo declino è  iniziato presto.

Certo, all’inizio era bello. 

Poesie, libri, note scritte sul telefono e inviate mentre l’altra persona dorme, treni, stazioni, litri di vino – postilla per il futuro: se beve più di me può esserci la non così remota possibilità che abbia un problema con l’alcol – viaggi, libri, auto, case, fogli di giornale: tutto da manuale e una tenerezza bambina che non lasciava spazio ai discorsi da adulti.

Ci sono volute poche settimane infatti per capire che la mia, più che la figura dell’amante, era la figura della madre. 

Con tutti i mali che questa cosa può comportare.

Divento presto la nemica, colpevole di andare veloce e avere una vita caotica (si chiama lavoro, ma tant’è). 

I miei consigli diventano presto armi, la mia richiesta di maturità diventa impertinenza, il mio essere concreta diventa segnale di stronzaggine. 

Il bisogno di confronto costruttivo sui temi a noi cari diventa anch’esso un fardello dal quale liberarsi e la mia immagine, da divinità greca scesa in terra avvolta in una veste di lino bianco, si trasforma nella figura della matrigna di Cenerentola.

La capacità di reciproco arricchimento e crescita che qualsiasi relazione dovrebbe dare assume di colpo l’aspetto di una minaccia che mina la tranquillità dell’altro. E l’altro comincia a essere screditato in modi più o meno bizzarri, più o meno maturi («stai a fa’ la punta ar cazzo» assurge a frase emblematica di questa mia seconda opzione).

Di colpo la voglia di risolvere i problemi era diventata una cosa di cui non parlare, le mie necessità erano di troppo, esistevano solo le sue. Ogni mio bisogno – dal semplice dormire insieme al mio desiderio di confrontarmi su aspetti che i nostri lavori ci portano quotidianamente ad affrontare – era visto come pesante, come motivo di ansia, come qualcosa che si poteva evitare perché non serviva, a detta sua, per assicurare la riuscita della relazione. La mia paura di essere invisibilizzata nella storia era diventata una bambinata. Fino a quando questa paura non si è realizzata e io, di punto in bianco, sono stata divorata dalla sua necessità di non affrontare le cose. E da un giorno all’altro mi ha fatta sparire. Come se fossi un pezzo di un programma elettorale che era appena stato spuntato e su cui non tornare più. Non avevo più voce in capitolo su di noi, su di me in quel primordiale agglomerato sociale che è la coppia, su quelle che erano le mie richieste. Non c’ero più. 

Ho smesso presto di piangere per il fallimento di questa relazione che tanto desideravo e ho ritrovato la lucidità. 

E ho capito che non era lui, proprio lui, solo lui a essere così: era tutto il sistema.

Tutto il fottuto sistema in cui viviamo.

Il percorso che ha preso questa vicenda sentimentale al sapore di un film con Laura Morante (si fuma un sacco e si urla, si urla sempre anche lì) mi era infatti davvero familiare. 

Ho avuto come l’impressione di aver già visto questo meccanismo più volte ma non in altre relazioni, bensì in una pratica quotidiana a cui assisto con rassegnazione ormai da tempo: quella con cui la bolla conservatrice liquida le istanze progressiste e le tematiche sociali che ultimamente prendono spazio nell’editoria, sui giornali e sui social media. 

Per capirci: se fate divulgazione, scrivete o anche semplicemente ricondividete un contenuto altrui su un diritto civile o sociale che vi tocca o vi sta particolarmente a cuore, sono più che convinta che tra i commenti o gli inbox da voi ricevuti troverete almeno tre, «eh, ma che pesante», oppure, «ci sono cose più importanti», ma anche dei «ecco che arriva la maestrina».

Non è un vizio di forma dei social media, ma una prassi culturale sistemica di mantenimento del controllo.

Chi detiene il potere, infatti, per poter continuare a fare un po’ quello che vuole, usa da sempre dei metodi di retorica piuttosto standardizzati e talmente diffusi da essere entrati di prepotenza nel nostro uso quotidiano.

Prendiamo il dibattito sul ddl Zan per fare un esempio.

Lega e Fratelli d’Italia per mesi hanno cercato di liquidare le istanze previste dal decreto originale affermando che fosse superfluo, inutile, che ci fossero ben altri problemi, che esistessero già leggi ad hoc per le situazioni specificate nella bozza, che fosse divisivo, problematico, contro natura, una potenziale rovina della calma e della tranquillità del Belpaese.

Invalidare le istanze civili non è sicuramente cosa nuova e recente come l’affossamento del ddl Zan.

Pensiamo allo ius soli. O alla richiesta di riconoscimento da parte del SSN di vulvodinia e neuropatia del pudendo come malattie croniche e invalidanti. O ancora alla legalizzazione della cannabis: tutte cose che sono reputate pericolose, o inutili, o fuori dal tempo.

Ogni volta in cui si propone un’istanza, questa viene liquidata dall’intero sistema come superflua, come viziata, come potenzialmente rovinosa.

L’ultimo caso, in questo senso, è tutta la polemica su schwa e linguaggio inclusivo, che ha animato i conservatori di tutto lo Stivale che hanno perfino creato una petizione su change.org (diretta a chi?) per vietare (come?) l’uso della schwa (perché?) che avrebbe, secondo loro, distrutto la lingua italiana (quando?).

E questo smisurato terrore davanti all’inevitabile cambiamento linguistico, civile e sociale, si porta dietro un’infinita tenerezza che coincide con la smania di detenere il potere e il controllo in ogni modo possibile, anche schiacciando gli altri, i loro bisogni, il loro linguaggio, i loro desideri. 

In più, piccolo off topic, fare leva sulle paure ataviche della gente è l’unico modo in cui la destra del giornalismo – che si finge di sinistra perché altrimenti non tirerebbe manco tre copie in croce – ha per vendere: la paura come forma di controllo è la cosa più vecchia che ci sia, talmente vecchia da far quasi pena.

«Pesantoni», «pericolosi», «maestrine», «rompicoglioni», «viziati», «rancorosi» sono tutti termini che vengono affibbiati a chi è esigente di cambiamento.

Un cambiamento che per sua stessa natura deve mettere in crisi. Perché  – spoiler! – senza crisi non esiste crescita. 

Il problema è che questo modo di invalidare le istanze altrui, a forza di vederlo replicato all’infinito in ogni nostro sistema di riferimento, lo abbiamo portato anche tra le mura di casa.

Nelle nostre relazioni. Nelle interazioni con chi troviamo su internet. 

Nell’amore e in tutti gli altri demoni che ci permettono di vivere nel mondo.

Abbiamo disimparato il confronto preferendo la fuga, ma prima di fuggire preferiamo screditare il nemico. Quando spesso questo nemico neppure lo è.

Riprendendo il mio incipit: se anche una persona cosi sveglia e a noi vicina adotta il metodo del sistema per silenziarci o sviare dalle giuste richieste che apportiamo per le nostre necessità, allora vuol dire che non siamo più in grado di sostenere una conversazione su larga scala.

Se anche il più piccolo agglomerato sociale, ovvero la coppia, crolla davanti alla necessaria spinta verso l’accrescimento reciproco, come pensiamo che possa funzionare un dibattito così esteso?

Abbiamo disimparato a fare le cose insieme. Crescere, innanzitutto. 

Abbiamo dimenticato la cooperazione, sia questa tra due, tre, quattro o quattro milioni di persone.

Individuiamo da sempre le proposte di crescita, scontro e confronto come pesanti, non necessarie, invadenti, superficiali. Perfino diaboliche, alle volte.

Eppure io ho sempre avuto una certa simpatia per quel diavolo lì.

Quello che ti smembra le fondamenta e ricostruisce la casa dal primo mattone, con il fervore di chi crede davvero in chi ha davanti: sia una istanza sociale che una singola persona, un compito, un lavoro, un amore. 

Ho sempre avuto a cuore quel gioco di tacita sfida e fiducia che porta alla crescita, senza il bisogno di liquidare l’interlocutore come inadatto o di serie b.

È proprio questa la natura della crescita stessa: farsi del male per creare nuovi spazi, finalmente abitabili, preferibilmente in compagnia (che brutto demolire da soli).

Trovare interlocutori – in qualsiasi campo della vita – che non abbiano timore della sfida costruttiva e distruttiva è stimolante e lo stiamo dimenticando, facendo strada a gossip da rotocalco e benaltrismo.

Ricominciare a giocare, mettendosi in gioco a nostra volta, è la parte centrale del percorso di crescita. E spesso è proprio la più divertente.

Dopotutto, qualcuno diceva: 

What’s puzzling you is the nature of my game.
Pleased to meet you, hope you guess my name.

ARTICOLO n. 13 / 2022

Il diario di Stefan Czarniecki

TRADUZIONE DI DARIO PROLA

1

Sono nato e cresciuto in una casa molto per bene. Con pensiero commosso torno a te, o mia infanzia! Rivedo mio padre, un bell’uomo dalla figura fiera e dal volto in cui tutto, lo sguardo, i lineamenti e i capelli brizzolati, si componeva armoniosamente esprimendo l’appartenenza a una razza nobile e perfetta. E vedo anche te, madre, irreprensibilmente vestita di nero, con la sola concessone di quel paio di antichi orecchini a bottone. E vedo me, un ragazzetto esile, serio e pensieroso e mi viene da piangere per tutte le speranze disattese. Nella nostra famiglia non c’era forse che quest’unico neo: mio padre odiava mia madre. No, mi sono espresso male, non è che la odiasse: semplicemente non la sopportava. Non ne ho mai saputo il motivo e proprio qui inizia il mistero le cui nebbie, negli anni della maturità, mi hanno condotto alla catastrofe morale. Chi sono infatti diventato? Un buono a nulla, una persona moralmente fallita. Per esempio, quando bacio la mano a una dama finisco sempre per sbavargliela tutta e poi tiro fuori il fazzoletto e farfugliando «Ah, mi scusi» gliela ripulisco. 

Mi accorsi ben presto che mio padre evitava come la peste di toccare mia madre. Non solo: quando parlava con lei evitava il suo sguardo e il più delle volte guardava di lato o si osservava le unghie. Non c’era nulla di più triste di quello sguardo basso di mio padre. A volte capitava che la guardasse di sbieco con un’espressione di immenso disgusto. Una cosa per me inconcepibile, poiché io non provavo per mia madre alcuna avversione. Per quanto continuasse a ingrassare terribilmente, tanto da strabordare da ogni parte, mi piaceva stringermi a lei e appoggiare la testolina sulle sue ginocchia. Come dunque spiegare il fatto della mia esistenza, com’ero venuto al mondo? Suppongo di essere stato concepito con un atto di forza, a denti stretti, a dispetto degli impulsi naturali; in poche parole, immagino che mio padre, in nome degli obblighi matrimoniali, per qualche tempo abbia lottato eroicamente contro il disgusto (poneva infatti l’onore della sua virilità sopra ogni altra cosa) e che il frutto di questo eroismo sia stato io, un bimbetto. 

Dopo quello sforzo sovrumano, e con ogni probabilità mai più ripetuto, la sua repulsione esplose con irruenza. Una volta origliai mentre gridava a mia madre torcendosi le dita dalla rabbia: «Stai diventando calva! Tra qualche tempo sarai calva come un uovo! Una donna calva, ti rendi conto cosa significa per me? Una donna calva. La calvizie femminile… la parrucca… no, questo non potrei sopportarlo!».

Poi aggiunse piano con voce traboccante di tormento: «Ah, sei orrenda. Non sai quanto sei orrenda. La calvizie è un dettaglio, il naso pure, un dettaglio o un altro possono essere orribili, sono cose che capitano anche nella razza ariana. Ma tu sei tutta quanta orrenda, oscena dalla testa ai piedi, sei l’oscenità in persona… Ci fosse almeno un punto del tuo corpo libero da questa oscenità, avrei perlomeno qualcosa a cui aggrapparmi e – te lo giuro – concentrerei su quello tutti i sentimenti che ti ho promesso davanti all’altare. Mio Dio!».

Non riuscivo a capire: perché la calvizie di mia madre era peggiore di quella di mio padre? Oltretutto i denti della mamma erano persino migliori, aveva un canino con l’otturazione dorata… E per quale ragione non solo non provava ribrezzo per mio padre, ma – al contrario – amava accarezzarlo quando c’erano degli ospiti; solo in quelle occasioni mio padre non rabbrividiva di raccapriccio. Mia madre ispirava un senso di maestà. Mi sembra ancora di vederla patrocinare un mercatino di beneficienza, oppure una delle cene a cui veniva invitata, o la sera mentre recitava le preghiere con la servitù, nella sua cappelletta privata. 

La devozione di mia madre non aveva eguali; non era nemmeno fervore, ma avidità: avidità di digiuno, di preghiera, di buone azioni. A un’ora prestabilita io, il maggiordomo, il cuoco, la cameriera e il guardiano ci raccoglievamo nella cappelletta drappeggiata di nero. Dopo le preghiere iniziava con i suoi ammaestramenti. «È peccato! È un’oscenità!», tuonava mia madre, il mento le tremava e le dondolava come un tuorlo d’uovo. Forse non porto il dovuto rispetto ai cari estinti. È questo il linguaggio che ho appreso dalla vita, il linguaggio del mistero… ma non anticipiamo i fatti.

A volte mia madre ci convocava in un orario insolito: me, il cuoco, il maggiordomo, il guardiano e la cameriera. «Povero figlio mio, prega per l’anima di quel mostro di tuo padre, pregate anche voi per l’anima che il vostro padrone ha venduto al diavolo!». Capitava che sotto la sua guida cantassimo le litanie fino alle quattro o alle cinque del mattino, finché la porta non si apriva all’improvviso e compariva mio padre in frac o in smoking, con un’espressione di supremo disgusto dipinta in viso. «In ginocchio!», gridava mia madre, andando verso di lui tutta ondeggiante e oscillante, il dito puntato verso l’immagine di Cristo. «Avanti, a dormire, a letto!», ordinava mio padre ai domestici con modi da gran signore. «È la mia servitù!», rispondeva mia madre, e mio padre se ne andava subito via, accompagnato dalle nostre supplici lamentazioni davanti all’altare.

Che cosa significava tutto questo e perché la mamma parlava delle «sue brutte azioni», perché provava disgusto per le sue azioni, quando lui provava disgusto per lei? La mia mente innocente di bambino si smarriva tra tanti misteri. «Scostumato!», diceva mia madre. «Ricordatevi, non si può tollerare! Chi non grida di ribrezzo alla vista del peccato, è meglio si leghi al collo una macina da mulino. Il disprezzo, l’odio e il disgusto non sono mai abbastanza. Ha promesso, e adesso prova disgusto! Ha promesso di non provare disgusto! Fuoco e dannazione! Prova disgusto per me, e anche io provo disgusto per lui! Oh, verrà il giorno del Giudizio! All’altro mondo vedremo chi di noi due è il migliore! Il naso! Lo spirito! Lo spirito non ha né naso né calvizie, e una fede ardente apre le porte delle future delizie del paradiso. Verrà il giorno in cui tuo padre, torcendosi dal dolore, mi implorerà, seduta alla destra di Yahweh, volevo dire del Signore Iddio, di fargli leccare un mio dito umettato. Lo vedremo se proverà disgusto». Anche mio padre del resto era devoto e andava regolarmente in chiesa, per quanto mai nella nostra cappelletta privata. Di tanto in tanto, con la sua impeccabile raffinatezza, diceva strizzando gli occhi in modo aristocratico: «Credimi, mia cara, è disdicevole. Quando ti vedo davanti all’altare con quel tuo naso, quelle tue orecchie, con quelle labbra, sono sicuro che anche Cristo si sente a disagio. Naturalmente non voglio negarti il diritto alla devozione – aggiungeva – certo, dal punto di vista della religione una neofita è una cosa meravigliosa, per quanto difficile e vana. La natura non si fa smuovere dalle preghiere e ricorda il detto francese: «Dieu pardonnera, les hommes oublieront, mais le nez restera».

Intanto io crescevo. A volte mio padre mi prendeva sulle ginocchia e studiava a lungo e con inquietudine il mio viso. «Il naso, almeno per adesso, è il mio», lo sentivo bisbigliare. «Dio sia lodato! Ma qui negli occhi… nelle orecchie… povero bambino!», e così dicendo i suoi nobili tratti si contraevano di dolore. «Soffrirà terribilmente quando se sarà consapevole, non mi stupirei se dentro di lui si verificasse una specie di pogrom interiore». Di quale consapevolezza parlava e di quale pogrom? Come dovrebbe essere il manto di un ratto nato da un maschio nero e da una femmina bianca? Maculato? Forse quando colori contrastanti sono di forza uguale, il risultato di questa unione è un ratto senza tinta, senza colore… ma vedo che ancora una volta sto anticipando i fatti con le mie impazienti digressioni.

2

A scuola ero un alunno molto diligente anche se non ben voluto. Ricordo la prima volta che mi trovai davanti al preside, volenteroso, pieno di zelo e buoni propositi, con quella solerzia che caratterizzava sempre la mia natura. Il preside mi diede un benevolo buffetto sotto il mento. Pensavo che più mi fossi comportato bene e più avrei meritato la simpatia degli insegnanti e dei compagni. Le mie buone intenzioni si scontravano tuttavia contro un insuperabile muro di mistero. Quale mistero? Beh! Non lo sapevo, e non lo so neppure adesso; sentivo soltanto di essere circondato da tutte le parti da un mistero sconosciuto, ostile eppure incantevole, che non riuscivo a penetrare. E non era forse incantevole e misteriosa anche quella conta che facevo con i miei compagni nel cortile della scuola e che recitava così: «Un, due, tre, sporchi son gli ebrei, i polacchi sono eroi, tocca proprio a te»? Sentivo quanto fosse incantevole, la recitavo con delizia e trasporto, ma per quale ragione fosse incantevole questo non riuscivo a comprenderlo; anzi, avevo l’impressione di essere del tutto inutile e che sarebbe stato meglio se fossi restato in disparte a guardare. Cercavo di rifarmi agli occhi degli altri con la gentilezza e l’applicazione, ma in cambio ricevevo soltanto antipatia, non solo dai miei compagni di scuola, ma, cosa strana e assai più ingiusta, anche dagli insegnanti.

Mi ricordo anche la filastrocca:

Chi sei tu? Un giovane polacco

Il tuo segno? Un’aquila color bianco.

E ricordo anche il mio compianto professore di storia e letteratura patria, un vecchietto silenzioso e piuttosto indolente che non alzava mai la voce. «Giovanotti», diceva tossendo nel grande foulard, oppure sturandosi l’orecchio con il dito, «quale altra nazione è stata il messia delle nazioni? L’antemurale della cristianità? Quale altra nazione ha avuto un principe come Józef Poniatowski? Se consideriamo il numero di geni, e soprattutto di precursori, ne abbiamo tanti quanta l’intera Europa». E di punto in bianco diceva: «Dante», «Lo so io, professore», scattavo, «Krasiński!», «Molière?», «Fredro!”», «Newton?», «Copernico!», «Beethoven?», «Chopin!», «Bach?», “Moniuszko!». «Giovanotti, potete vederlo da voi», concludeva. «La nostra lingua è cento volte più ricca di quella francese, che pure viene considerata la più vicina alla perfezione. Figuriamoci! I francesi arrivano a dire al massimo petit, petiot, très petit. E invece pensate noi che ricchezza: piccolo, piccolino, piccoletto, piccino, piccinello, piccinetto e via dicendo». Anche se io ero il più veloce e il più bravo a rispondere, non gli piacevo. Perché? Non lo so. Tuttavia una volta tossicchiando disse con uno strano tono confidenziale e ammiccante: «I polacchi, giovanotti, sono sempre stati pigri, poiché la pigrizia suole accompagnarsi alle grandi capacità. I polacchi sono dei bravi ma pigri bricconi. I polacchi sono un popolo stranamente simpatico». Da allora il mio entusiasmo per lo studio diminuì, tuttavia neanche così mi guadagnai i favori del mio pedagogo che aveva un debole per i pigri mascalzoni. 

Ogni tanto socchiudeva un occhio e allora tutta la classe tendeva bene le orecchie. «Sentite?», diceva. «La primavera. Si sente nelle ossa, riempie prati e boschi. I polacchi sono sempre stati così, birbanti e indomiti. Eh, sì, spiriti irrequieti… per questo piacciamo così tanto alle donne svedesi, danesi, francesi e tedesche. Ma noi preferiamo le polacche, perché la loro bellezza è famosa in tutto il mondo». Questi discorsi mi fecero un tale effetto che finii con l’innamorarmi di una signorina. Eravamo nel parco di Łazienki e stavamo studiando sulla stessa panchina. Rimasi a lungo indeciso su come attaccare bottone, finché le dissi: «Permette?» Non mi rispose neppure. Il giorno successivo, dopo essermi consultato con i miei compagni di classe, mi feci coraggio e le diedi un pizzicotto, al che lei socchiuse gli occhi e iniziò a ridacchiare…

Ce l’avevo fatta! Tornai a casa felice, trionfante e sicuro di me, ma anche stranamente inquieto per quell’inesplicabile risatina e quegli occhi socchiusi. «Sapete una cosa?», dissi il giorno dopo in cortile, «anche io sono un’anima indomita, un briccone, un piccolo polacco, peccato che non c’eravate ieri al parco, avreste visto un paio di cosette molto interessanti…» E gli raccontai tutto. «Idiota!», dissero, anche se per la prima volta mi ascoltarono con interesse. Allora uno di loro gridò: «Una rana!», «Dove?» «Ammazzala, ammazzala!». Tutti si gettarono sulla rana e io non fui da meno. Iniziammo a sferzarla con delle bacchette fino a quando non morì. Fiero ed eccitato per essere stato ammesso a uno dei divertimenti più esclusivi dei miei compagni di scuola, vedendo in questo avvenimento l’inizio di una nuova era nella mia vita, gridai: «Ehi! C’è anche una rondine. Una rondine è volata in classe e ora sbatte contro il vetro. Aspettate…». Andai a prendere la rondine, e le spezzai un’ala perché non potesse volare. Poi andai a prendere la mia bacchetta. Quando tornai i miei compagni le si erano stretti intorno. «Poverina», dicevano, «povero, piccolo uccellino. Diamole del pane e del latte». Quando si accorsero che intendevo colpirla con la bacchetta Pawelski strizzò gli occhi con tanta forza che gli si evidenziarono gli zigomi e mi diede un tremendo pugno in faccia.

«Si è preso un pugno in faccia», gridarono. «Sei senza onore, Czarniecki, non ti fare mettere sotto, restituisciglielo!». «Non posso», dissi, «sono troppo debole. Se provo a restituirgli il pugno, me ne beccherò un altro e finirò doppiamente umiliato». Allora tutti mi si gettarono addosso e, senza risparmiarmi motti di scherno, me le diedero di santa ragione.

L’amore, quale incantevole e incomprensibile assurdità! Pizzicare, spilluzzicare, persino prendere tra le braccia, quante cose comprende! Eh, oggi so bene come considerarlo! Ci vedo una misteriosa affinità con la guerra, perché anche in guerra si tratta in fin dei conti di pizzicare, spilluzzicare o prendere tra le braccia. Ma allora non ero ancora quel fallito che sono oggi, al contrario ero pieno di buone intenzioni. L’amore? Posso affermare con certezza che lo cercavo intensamente perché speravo di infrangere così quel muro di mistero… con fede e fervore sopportavo tutte le stramberie del più strambo dei sentimenti, nella speranza di comprenderne un giorno il senso. «Ti desidero!», dicevo alla mia amata. Ma lei mi liquidava con delle frasette generiche. «Lei non vale niente!» mi diceva misteriosamente, osservando il mio viso. «Damerino, cocco di mamma!».

Ebbi un fremito: come sarebbe cocco di mamma? Che cosa aveva voluto dire? Che avesse intuito che… perché io qualcosa avevo già cominciato a sospettarla. Avevo capito che se mio padre era di razza pura fino al midollo, anche mia madre lo era ma in un altro senso, in senso semitico. Che cosa aveva spinto mio padre, un aristocratico impoveritosi a sposare mia madre, la figlia di un ricco banchiere? Capivo oramai il suo sguardo impaurito quando scrutava i miei lineamenti, e le uscite notturne di quell’uomo il quale – sentendosi deperire nell’orribile simbiosi con mia madre – veniva spinto dagli imperativi della specie a trasmettere il proprio sangue ad alvi più degni. Ma avevo davvero capito? No, forse non avevo capito. Di nuovo l’incantevole muro del mistero si stagliava di fronte a me. In teoria sapevo, ma non provavo alcun ribrezzo né per mia madre e neppure per mio padre; ero un figlio devoto. E anche oggi fatico a comprendere; non conoscendo la teoria, non so come dovrebbe essere il manto di un ratto nato da un maschio nero e una femmina bianca; posso solo supporre di essere stato il frutto di un caso eccezionale, una circostanza atipica, ovvero quella in cui due genitori appartenenti a razze nemiche, eppure dotate della stessa forza, si fossero neutralizzate a vicenda in maniera così perfetta da rendermi un ratto senza pelo e senza colore! Un ratto neutro! Questa era la mia sorte, il mio mistero, il motivo per cui ho fallito nella vita e per cui, ogni qual volta prendevo parte a qualcosa, in realtà non prendevo parte a nulla. Per questo al suono di quelle parole – cocco di mamma – mi aveva colto l’angoscia, tanto più grande in quando le aveva accompagnate un lieve abbassarsi delle palpebre, gesto che mi aveva già scottato un paio di volte nella vita.

«Un uomo», diceva socchiudendo i bellissimi occhi, “un uomo dovrebbe essere ardito!”.

«Certo», rispondevo, «posso essere ardito». La fantasia non le mancava. Mi ordinava di saltare i fossati e trascinare dei pesi. «Vorrei che calpestasse quell’aiuola, ma non adesso, più tardi, sotto gli occhi del guardiano. Spezzi quegli arbusti, getti nell’acqua il cappello di quel signore!». Mi guardavo bene dal fare spacconate, memore dell’incidente nel cortile della scuola, e d’altra parte quando le chiedevo di spiegarmi le ragioni di quelle richieste mi rispondeva di non saperlo neanche lei, di essere un enigma, una forza della natura. «Sono una sfinge», diceva, «un mistero…». Quando fallivo si intristiva, e quando riuscivo era felice come una Pasqua e come ricompensa mi permetteva di baciarle l’orecchio delicato. Tuttavia non voleva mai rispondere al mio: «Ti desidero». «In lei c’è qualcosa», diceva imbarazzata, «non saprei… di ripugnante». Sapevo bene cosa intendesse.

 In tutto questo, devo ammetterlo, c’era un che di stranamente incantevole, di leggiadro, sì, proprio di leggiadro, ma anche di stranamente poco convincente. Tuttavia non mi perdevo d’animo. Leggevo molto, soprattutto i poeti, e cercavo di far mio, come potevo, il linguaggio del mistero. Ricordo di aver svolto un tema dal titolo: «I polacchi e gli altri popoli». Ovviamente, scrissi, non è neppure il caso di ricordare la superiorità dei polacchi rispetto ai negri o agli asiatici, che hanno la pelle ripugnante. Ma anche rispetto agli altri popoli europei la superiorità dei polacchi è indubbia. I tedeschi sono pesanti, brutali e hanno i piedi piatti; i francesi sono piccoli, gracili e depravati; i russi pelosi; gli italiani canterini. Che sollievo essere polacco! Non c’è nulla di strano che tutti ci invidino e vogliano spazzarci via dalla faccia della terra. Solo i polacchi non suscitano il nostro disgusto. Scrissi proprio così, senza esserne convinto, eppur beandomi del linguaggio del mistero e dell’ingenuità delle mie affermazioni.

3

L’orizzonte politico si oscurava e la mia amata manifestava uno strano stato di eccitazione. Ah, quei grandiosi e fantastici giorni di settembre! Come avevo letto in un libro, profumavano di brugo e di menta, erano fuggevoli, amari, brucianti e irreali. Le strade brulicavano di gente, canti e cortei, di spavento, follia ed esaltazione – il tutto scandito del passo cadenzato delle truppe. Qui un vecchio insorto, lacrime e benedizioni; là la mobilitazione, gli addi dei giovani sposi; qui stendardi, arringhe, scoppi di entusiasmo, l’inno nazionale; là giuramenti, sacrifici, lacrime, manifesti, indignazione, solennità, odio. Se si volesse dar credito alle parole degli artisti, mai le donne erano state così incantevoli. La mia amata smise di far caso a me, il suo sguardo si era fatto più oscuro e profondo, divenne eloquente, ma guardava soltanto i militari. Mi chiedevo che cosa avrei dovuto fare. Il mondo del mistero si era fatto all’improvviso molto più potente e dovevo essere doppiamente accorto.

Esultavo insieme agli altri ed esprimevo il mio patriottismo, qualche volta partecipai anche ai linciaggi delle spie. Eppure sentivo che tutto quello era solo un palliativo. Qualcosa nello sguardo della mia Jadwiga mi spinse ad arruolarmi in tutta fretta. Venni assegnato a un reggimento di ulani. Fin dall’inizio mi resi conto di aver imboccato la strada giusta poiché alla visita medica, tutto nudo con un foglio in mano davanti a una commissione di sei funzionari e due medici che mi avevano ordinato di alzare la gamba per osservarmi il calcagno, incontrai lo stesso sguardo grave e indagatore, come assorto e freddamente calcolatore, che aveva Jadwiga. Ora mi stupivo che quella volta al parco, nel mettermi di fronte ai miei limiti, non avesse fatto caso ai calcagni.

E così ero un soldato, un ulano che cantava insieme agli altri: ulani, ulani, leggiadri fanciulli, per voi le ragazze d’amore son folli. A ben guardare, per lo meno presi a uno a uno, nessuno di noi era più un fanciullo; quando attraversavamo a frotte la città con quel canto sulle labbra, chinati sui colli dei cavalli, con le lance e il cappello a visiera, un’espressione stranamente incantevole si disegnava sulle labbra delle donne e io sentivo che questa volta i cuori battevano anche per me… Il perché non lo so, ero sempre il conte Stefan Czarniecki, di madre nata Goldwasser, soltanto che ora portavo gli stivali e le bande color amaranto sul colletto. Incitandomi a non avere alcuna pietà, in presenza di tutta la servitù (la cameriera appariva la più commossa), mia madre mi benediceva per la battaglia con una santa reliquia. «Sgozza, incendia, ammazza», diceva ispirata. «Non farla passare liscia a nessuno! Attraverso di te Yahweh, volevo dire il Signore, scatenerà la sua ira. Sei uno strumento d’ira, ribrezzo, ripugnanza, odio. Stermina tutti i dissoluti che provano disgusto, anche se davanti all’altare avevano promesso che non ne avrebbero provato!». Intanto mio padre, un fervente patriota, piangeva in un angolo. «Figlio mio», disse, «potrai lavare con il sangue la macchia delle tue origini. Prima della battaglia pensa sempre a me, e fuggi come la peste il solo ricordo di tua madre, perché potrebbe esserti fatale. Pensa a me e colpisci senza pietà! Senza pietà! Stermina quei farabutti fino all’ultimo, affinché scompaiano tutte le altre razze e sopravviva solo la mia!». La mia amata per la prima volta mi concesse le labbra; accadde nel parco, al suono di un’orchestrina in un caffè, una sera profumata di menta e di brugo; senza alcun preambolo o chiarimento, semplicemente mi concesse le labbra. Che delizia! Al solo ricordo mi scendono le lacrime! Oggi capisco bene che si trattava soltanto di pareggiare il bilancio dei cadaveri: dal momento che noi uomini ci avviavamo alla carneficina, loro, le donne, si mettevano all’opera; ma allora la mia vita non era ancora un totale fallimento e questo pensiero, per quanto non mi fosse ignoto, costituiva per me soltanto una speculazione filosofica incapace di trattenere le lacrime che scorrevano sulle mie guance. 

«Oh, signora guerra, qual è il tuo potere?». Mi scuso se ancora una volta ritorno al mistero che mi tormenta così tanto. Un soldato al fronte s’imbratta di fango e di carne, lo tormentano malattie, dermatosi, sporcizia, e inoltre quando il suo ventre è squarciato da un proiettile gli si riversano fuori le budella… Dunque? Perché mai un soldato dovrebbe essere una rondine, e non una rana? Per quale ragione il mestiere del soldato è bello e desiderato ovunque? O per essere più precisi, non bello, ma leggiadro, leggiadro al massimo grado. Proprio la sua leggiadria mi dava la forza di combattere contro la paura, quell’abominevole traditrice dell’anima di ogni soldato, ed ero quasi felice, come fossi già passato dall’altra parte di quel muro impenetrabile. Ogni volta che facevo centro con il mio fucile, mi sentivo aleggiare sull’indecifrabile sorriso delle donne e sulle note di quella marcetta militare, e dopo molti sforzi riuscii persino a entrare nelle grazie del mio cavallo, autentico orgoglio di ogni ulano, che fino a quel momento non aveva fatto che mordermi e prendermi a calci.

4

Accadde tuttavia un fatto che mi gettò in quegli abissi della depravazione morale dai quali ancora non riesco a risalire. Le cose stavano procedendo nel migliore dei modi: la guerra impazzava in tutto il globo e insieme a lei il Mistero; gli uomini si affondavano le baionette nella pancia, si odiavano, aborrivano e disprezzavano, si amavano e adoravano, e là dove prima il contadino trebbiava tranquillo il grano ora si alzava un cumulo di macerie. E io ero insieme a quegli uomini! Non avevo alcun dubbio su come agire e cosa scegliere; la dura disciplina militare mi indicava la via del Mistero. Partivo all’attacco, oppure stavo disteso in una trincea tra i gas asfissianti. La speranza, madre degli stolti, mi mostrava radiose prospettive future, come sarei tornato a casa in congedo, liberato una volta per sempre dalla mia sciagurata neutralità rattesca… Ma, ahimè, le cose andarono diversamente… In lontananza risuonavano i colpi dei cannoni… La notte scendeva davanti a noi su quel campo sconquassato, nel cielo veleggiavano brandelli di nuvole, soffiava un ventaccio gelido, mentre noi, più leggiadri che mai, per il terzo giorno di fila difendevamo con accanimento quel colle sormontato da un albero spezzato. Il tenente ci aveva ordinato di resistere fino alla morte.

In quel momento un colpo d’artiglieria arriva con un sibilo, si schianta, scoppia, recide di netto entrambe le gambe all’ulano Kacperski, gli squarcia il ventre, e quello all’inizio appare sbigottito, non capisce cosa sia successo, e un attimo dopo anche lui scoppia, ma a ridere, anche lui si schianta ma dalle risate! Si tiene le mani sul ventre che spruzza sangue come una fontana, e poi pigola e pigola per lunghi minuti in un buffo falsetto, con una vocina stridula, isterica ed esilarante. Quanto può essere contagioso il riso! Non potete neppure immaginarvi l’effetto che può fare il suo suono inatteso su un campo di battaglia. Riuscii a stento a resistere fino alla fine della guerra. Ma una volta tornato a casa, quando ancora continuava a risuonarmi nelle orecchie quella risata, constatai che tutto quello per cui ero vissuto fino a quel momento era in frantumi, che si erano totalmente dileguati i sogni di un’esistenza nuova e felice accanto a Jadwiga, e che in quel deserto che si apriva all’improvviso davanti a me non mi restava nient’altro che diventare comunista. Perché? Io comunista? Ma anzitutto che cosa intendo per “comunista”? Non comprendo in questa parola un preciso contenuto ideologico, né un programma, né alcun fardello; al contrario, la impiego piuttosto per quanto di estraneo, ostile e incompressibile racchiude costringendo gli individui più seri ad agitare convulsamente le braccia o a emettere selvagge grida di terrore e ribrezzo.

   Tuttavia, se proprio è necessario specificare un programma, allora eccolo qui: esigo con fermezza che tutto – padri e madri, razza e confessione, virtù e fidanzate – venga statalizzato e distribuito in porzioni uguali e sufficienti dietro la presentazione di apposite tessere annonarie. Esigo e chiedo davanti al mondo intero che mia madre venga fatta a pezzi e distribuita fra le persone poco zelanti nella preghiera e che lo stesso si faccia con mio padre con la gente di razza indefinita. Pretendo inoltre che i sorrisini, i vezzi e ogni forma di grazia vengano distribuiti solo dietro esplicita richiesta, e che il disgusto immotivato venga punito con la chiusura in una casa di correzione. Ecco il programma. E, per quanto riguarda il metodo, esso consiste soprattutto in una risatina acuta e nel socchiudere gli occhi. Con un certo dispetto sostengo il principio che la guerra abbia distrutto in me tutti i sentimenti umani. Affermo altresì di non avere personalmente firmato alcun armistizio con nessuno e che, per me, lo stato di guerra continua. Mah, direte voi, che programma irreale e che metodo stupido e incomprensibile! Va bene, ma il vostro programma è più reale e i vostri metodi sono più comprensibili? In ogni caso non mi impunterò né sul programma e neppure sul metodo, e se ho scelto l’espressione “comunismo”, è solo perché il “comunismo” è un mistero ugualmente impenetrabile per gli intelletti che lo avversano quanto lo sono per me i vostri bronci e le vostre risatine. 

Proprio così, signori miei, ridete, socchiudete gli occhi; accarezzate le rondini e torturate le rane; avete da ridire sul naso di questo o di quello; siete sempre lì a odiare qualcuno, a provare ribrezzo per qualcuno; poi ricadete in un inconcepibile stato di estasi, pieni d’amore e d’entusiasmo, e tutto questo a causa di un qualche Mistero. Ma che cosa accadrà se anche io avrò finalmente un mio mistero e lo imporrò al vostro mondo con tutto il patriottismo, l’eroismo, la dedizione che l’amore e l’esercito mi hanno insegnato? Che cosa succederà quando sarò io a sorridere (con un sorriso ben diverso) e socchiuderò gli occhi con la disinvoltura di un vecchio militare? Forse nel modo in cui ho trattato la mia adorata Jadwiga ho superato me stesso in fatto di spiritosaggine. «La donna è un enigma?», le ho chiesto. (Dopo il mio ritorno mi ha accolto con enorme effusione, ha guardato la medaglia e siamo andati subito al parco). «Oh, sì», ha risposto. «Non sono forse enigmatica?», ha detto socchiudendo le palpebre. «Una donna-forza della natura e una sfinge». «Anche io sono un enigma», ho detto. «Anche io ho il mio linguaggio misterioso ed esigo che tu lo parli. Vedi quella rana? Giuro sul mio onore di soldato che te la infilo nella camicetta se non pronunci subito, del tutto seriamente e guardandomi negli occhi, le seguenti parole: «ciam – bam – biu, mniu – mniu, ba – bi, ba – be – no – zar».

Non c’è stato verso, non ha voluto. Si schermiva, diceva che era una cosa stupida e assurda, che lei non poteva, si fece tutta rossa, provò a buttarla sullo scherzo, e alla fine si mise a piangere. «Non posso, non posso», diceva tra i singhiozzi, «che vergogna, ma come si fa… che parole assurde!». Presi dunque quel rospo bello grosso e tenni fede al mio giuramento. Sembrava impazzita. Si rotolava per terra come un’ossessa e lo strillo che emetteva si potrebbe paragonare soltanto al grido acuto ed esilarante di un uomo al quale un colpo di artiglieria abbia tranciato di netto le gambe squarciandogli parte del ventre. Forse un simile paragone, così come lo scherzo della rana, vi possono apparire di cattivo gusto, tuttavia vi prego di ricordare che pure io, un ratto senza colore, un ratto neutro, né bianco e né nero, sono disgustoso per la maggior parte della gente. Non è che la stessa cosa debba sembrare di buon gusto e leggiadra a tutti. Personalmente la cosa che mi sembrava più leggiadra e misteriosa, più odorosa di menta e di brugo in tutta questa storia, è che alla fine, non riuscendo a liberarsi dal rospo scatenato sotto la sua camicetta, sia impazzita per davvero.

 Forse non sono neppure un comunista, forse sono soltanto un pacifista militante. Vago per il mondo, veleggiando su questo abisso di incomprensibili idiosincrasie, e ovunque veda un sentimento misterioso, che sia virtù o famiglia, fede o patria, allora non posso fare a meno di commettere qualche carognata. Ecco il mio mistero che impongo al grande enigma dell’essere. Non riesco a trovar pace passando accanto a una coppia di felici innamorati, a una madre con il proprio bambino oppure a un vecchietto per bene. Ma quanta pena mi capita di provare per Voi, caro Padre e cara Madre, e anche per te, santa infanzia mia!

ARTICOLO n. 12 / 2022

IL MONDO DISCONNESSO

Se non si ha qualche separazione, non si ha neppure più né soggetto né oggetto di conoscenza;
non si ha più né utilità interna di conoscere né realtà esterna da conoscere.
Edgar Morin, La conoscenza della conoscenza

Il gioco del destino e della fantasia (2021) di Rysuke Hamaguchi è un film così astuto da mostrarsi leggero mentre maschera la propria profondità, così perfetto nel saper cancellare sotto un velo di minimale manifattura un vortice di interpretazioni. Nell’ultimo dei tre episodi di cui è composto, intitolato «Ancora una volta», si racconta di Natsuko, una giovane donna che partecipa a una rimpatriata di compagni di scuola con la speranza di rincontrare la vecchia fiamma dell’università. Non la trova, ma incontra invece su una scala mobile Ayo, casalinga frustrata con figlio che lei scambia per il suo antico amore. Comincia così un malinteso che porterà Ayo ad ospitare Natsuko a casa propria, fino al disvelamento dell’errore e alla messa in scena di un gioco di ruolo toccante (e disperato), nel quale entrambe le donne giocano a impersonare il ruolo del reciproco oggetto del desiderio.

Tutta costruita su lunghi e ipnotici dialoghi rohmeriani, questa storia mi ha lasciato l’amaro in bocca e scatenato parecchie riflessioni. Mentre i due precedenti capitoli del film sono ambientati nel presente, “Ancora una volta” si apre con un cartello che informa che la vicenda ha luogo in un tempo in cui un virus informatico ha provocato la diffusione dei dati informatici, causandone la perdita. Il mondo è tornato quindi pre-digitale e pre-informatico; le uniche forme di comunicazione rimaste sono la posta e il telegrafo.

Nel film però questo setting distopico quasi non si avverte; è tenuto con eleganza in sottofondo. La casalinga Ayo ordina per posta pacchi di blu-ray per il figlio perché i servizi di streaming sono fuori uso, ed è costretta a ricordare a memoria le mail private del marito (che flirta con un’altra) che il virus generatore di caos ha indirizzato a lei. Oltre a ciò, nella sceneggiatura non ci sono altre manifestazioni della catastrofe tecnica che è accaduta. Sembra quasi non avere importanza. Mi sono reso conto solo al momento dello scorrere dei titoli di coda di quanto quella che sembrava solo una cornice sia in realtà il vero motore del dramma.

Mi sono chiesto: che aspetto avrebbe davvero il Mondo Iperconnesso in cui viviamo se di colpo, per un guasto, un inconveniente o un attacco hacker, venisse di colpo a cessare per essere sostituito con il modello preesistente?

Non lo sappiamo per certo ma è sicuro che al momento l’iperconnessione ci garantisce una forma di conoscenza diversa da quella che l’uomo ha esperito fino a soltanto cinquant’anni fa. La rete e poi di conseguenza i social network hanno messo in connessione gli uomini e le informazioni degli uomini secondo modalità nuove. Ogni relazione è possibile, tutto è potenzialmente conosciuto. Tutto è totale.

Tutto è collegato, metaforicamente «in orizzontale», per lo meno, a scapito della verticalità e della profondità. Profondità che è comunque possibile: perché potenziale resta l’approfondimento, certo, ma inevitabilmente secondario, messo di fronte al godimento che l’orgasmo gnoseologico orizzontale ogni secondo ci dona.

Insomma, d’improvviso ci siamo conosciuti tutti, ci conosciamo tutti, le distanze geografiche si sono annullate, i segreti sono stati tutti rivelati, i templi profanati e aperti ai mercanti. Questo stato di chiarimento dell’oscurità e dell’ignoto e della sua sostituzione con una forma (per quanto parziale, veloce, approssimativa) di “noto”, ha appagato gli uomini come forse era mai successo prima nella Storia e gli ha ridisegnato attorno una nuova casa. Ci sentiamo così tutti quanti immersi in una sorta di nuova sicurezza, e ci pare di agire sempre dentro una grande bolla protettiva, buona e giusta. La democratizzazione delle tecnologie, il fatto che tutti possiamo permetterci uno smartphone che ci connette con il Mondo sempre, ci dà l’illusione di essere forti e completi; una completezza che arriva per l’appunto dalla sensazione di assoluto che la conoscenza dà. La tecnologia che iperconnette ha modificato la struttura dei nostri cervelli, i nostri brainframes, e ci sentiamo persi ogni volta che qualcosa mette in crisi o sospende per un attimo la nostra relazione totale col Mondo. Le patologie da perdita di connessione le conosciamo già abbastanza bene, sono già tutte qui, pronte ad accoglierci. L’acronimo F.O.M.O, ad esempio, viene dall’inglese «Fear of missing out» ovvero «paura di essere tagliati fuori», e indica una forma di ansia sociale, caratterizzata dal desiderio di rimanere continuamente in contatto col cyber-mondo per paura di rimanere esclusi da qualsiasi avvenimento che ci offra un’opportunità di interazione sociale. La Nomofobia (dalla contrazione di «No-mobile phobia») si riferisce invece al terrore di rimanere senza telefono o senza connessione a internet. È considerata una dipendenza comportamentale: secondo il professore di psichiatria David Greenfield dell’Università del Connecticut l’attaccamento allo smartphone causa delle interferenze nella produzione della dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito celebrale della ricompensa. Il livello di dopamina sale quindi ogni volta che vediamo apparire una notifica sul cellulare: ogni volta pensiamo che ci sia in serbo per noi qualcosa di nuovo e interessante. Il problema però è che non possiamo sapere in anticipo se accadrà davvero qualcosa di piacevole, così si avrà l’impulso di controllare di continuo. È, dicono, lo stesso meccanismo che si attiva nel gioco d’azzardo.

Uno studio degli psicologi Shari P. Walsh e Katherine M. White intitolato Over-connected? A qualitative exploration of the relationship between Australian youth and their mobile phones già qualche anno fa cercava di indagare sull’attaccamento estremo al cellulare e sui relativi sintomi di dipendenza comportamentale. Sintomi quali salienza cognitiva, euforia, ma anche impotenza, cioè il sentirsi incapaci di fare determinate cose senza l’ausilio del proprio smartphone. La maggior parte dei ragazzi australiani aderenti allo studio riferiva di percepire, non potendo usare il cellulare, livelli di disagio personale elevati e di sentirsi «disconnessi dalle altre persone».

Abbiamo forse, nell’Era della Iperconnessione, di fatto amplificato e drogato un nostro naturale bisogno, quello di essere amati. Ci stiamo allontanando, in questo contesto di conoscenza totale dei dati e di collegamento a tutti e a tutto, dal concetto cristiano «ama il prossimo tuo». Lo abbiamo, pare, temporaneamente sostituito con un più approssimativo «cerca di essere amato». In un romanzo italiano poco conosciuto, Le venti giornate di Torino, Giorgio De Maria, racconta di notti di insonnia collettiva che tutti vogliono dimenticare e esseri giganteschi e mostruosi che si aggirano per la città. In questa Torino anni Settanta, come al solito grigia ed esoterica, De Maria però butta lì con nonchalance, dimostrando doti di veggente e anticipando il concetto di social network, l’esistenza di una biblioteca in cui non si trovano libri editi ma segretissimi diari dei cittadini, resi consultabili, disponibili per chiunque vi acceda, e voglia entrare così in contatto col privato degli altri.

In quei giorni in cui faceva paura uscire di casa e succedevano cose mostruose e innominabili gli autori dei privati diari sentirono il bisogno di entrare in contatto gli uni con gli altri – sembra volersi chiedere De Maria – perché non era più possibile sostenere la pesantezza del proprio esistere? Sostenerla in privato, senza poterla condividere? In altre parole, non era più possibile amarsi, sentirsi amati?

Il Mondo (non più) Iperconnesso evocato nell’episodio del film mi fa pensare anche al tempo. Penso ai social, dove tutto è conosciuto e conoscibile sempre, in una sorta di sospeso, superficiale eterno presente. Conoscendo i dati personali di tutti, divento amico di tutti, divento amico del mondo, e lo divento forever. Scrollo, swappo, e, questione di nanosecondi, sono aggiornato. Partecipo all’evoluzione del mondo, live, senza scatti, senza interruzioni. Non lo vedo invecchiare, invecchio semmai insieme a lui, ma non me ne rendo conto. C’è una canzone di Guccini che amo molto che si chiama «Ti ricordi quei giorni», in cui l’io cantante si rivolge a un amore di gioventù (forse il primo amore); questa persona viene chiamata in causa direttamente; il primo verso, rivolto a lei, è proprio «ti ricordi quei giorni?». Una domanda: ti ricordi quel determinato e ormai lontano periodo in cui abbiamo avuto un’esperienza insieme? L’io cantante, man mano che la canzone si dipana, non si ricorda la faccia o la voce di quella ragazza perduta nel tempo. Nel “mondo non social” in cui la canzone è scritta, Guccini non ricorda la faccia e la voce della fidanzata di tanto tempo prima, o ne ha un ricordo parziale, o assai poco compiuto, e di conseguenza trasfigura quell’esperienza. Ricostruisce, aggiunge. Viene attuato un passaggio dall’oggettività del reale a una sfera di sua soggettiva rappresentazione. E in questo caso, come nelle canzoni ben fatte, o nell’arte che passa alla Storia, si guadagna in potenziale patemico, densità lirica.

Nel Mondo non social di una volta, il tempo procedeva a scatti, e nel presente si riusciva a cogliere il senso del passato e quello del futuro. Il Mondo social di oggi presuppone un tempo indeclinabile, un’eternità, un presente bloccato.

È un po’ quello che Mihály Csíkszentmihályi definisce «stato di flow». Quando si è in questo stato, la persona si trova totalmente assorta in un’attività di suo gradimento in cui il tempo vola e azioni, pensieri e movimenti si succedono l’un l’altro senza fermarsi. Col flow siamo totalmente coinvolti nell’attività che stiamo realizzando e manteniamo un livello di concentrazione assoluto. Tuttavia, tale livello di assorbimento induce a uno stato di mancanza di autocoscienza in cui viene annullata la concezione egocentrica di sé come attore. Come effetto collaterale, lo stato di flow porta per l’appunto a una alterazione del tempo: passano le ore e non ce ne rendiamo conto.

Saremo mai in grado di gestire questo appagamento da iperconnessione, amministrare le nuove forme di conoscenza del mondo, governare l’incoscienza del tempo che passa, senza contraccolpi?

Tanti anni fa una ragazza, mentre ci stavamo lasciando, mi guardò terrorizzata negli occhi e con voce rotta mi disse: «non voglio perderti».

Mi abbracciò e poi scoppiò a piangere.

Più recentemente invece, per questioni di lavoro, ho fatto una ricerca su internet. Volevo capire che fine avesse fatto un ragazzo americano la cui famiglia mi aveva ospitato nel 1987 in occasione di uno scambio culturale organizzato dal mio liceo. Ero stato a casa sua in Virginia per circa un mese, e lui aveva fatto lo stesso a casa dei miei in Toscana. Nel mio ricordo, in un mondo non social, Charles Waters era un sedicenne allampanato, alto, secco come un chiodo, con l’apparecchio per i denti, la camicia di flanella e i capelli lunghi. Allegro, chiassoso, appassionato di Tom Petty, Van Halen e Steve Miller Band.

In rete ho ovviamente trovato decine di Charles Waters, ma all’inizio nulla che corrispondesse a quello che era il mio ricordo di lui. Poi, all’improvviso, su Linkedin, tombola. Non ci ho creduto subito, ma poi sì, «è lui» mi sono detto, «ho trovato il mio uomo». Ho scoperto che Charles vive adesso in Florida, ha fatto il college, e poi ha tentato la carriera militare. Platoon leader in Iraq, poi è tornato a casa ed è finito a fare prima il police officer a Tulsa e poi la guardia del corpo privata; adesso è capo del servizio di sicurezza di una ditta informatica a Miami. La foto sullo schermo ritrae un signore grasso, in giacca e cravatta, che sorride in maniera poco convinta. È completamente calvo o rasato a zero, non si capisce bene.

Ho cercato più di trent’anni dopo Charles Waters e l’ho trovato. Ma in un certo senso non è lui. Avrei forse dovuto invecchiare con lui, sarei dovuto rimanere in contatto con lui, avessimo avuto a disposizione nel 1987 un mondo social invece del primo disco dei Guns n’ Roses; avrei dovuto tenerlo sempre sott’occhio, rendere noto il suo ignoto, e così lui di me. Avremmo annullato la geografia, disintegrato il tempo. Io avrei capito quanto Charles i suoi genitori liberal li odiasse, e che il nonno, che mi parse subito un ignorante guerrafondaio repubblicano, fosse invece il suo idolo da sempre. Avrei capito che più che l’hard rock e il sesso gli interessasse fare a botte e sparare.

Oppure semplicemente, dovrei ricordare a me e insegnare a mia figlia che bisogna avere il coraggio di perdere, chiudere, lasciarsi alle spalle. Il coraggio di non trattenere per forza tutto quanto. E vivere anche nel dolore e nella morte, ebbene sì, e nel mistero che essi generano.

ARTICOLO n. 11 / 2022

I LUNA PARK ALLE STAZIONI DI RIFORNIMENTO

Fuori dal Cabaret Cremisi c’era un mondo di pioggia e buio. Ogni tanto, se qualcuno entrava o usciva dalla porta del locale, si poteva vedere la pioggia incessante e scorgere la rapida apparizione del buio. Dentro era tutto luce ambrata, fumo di tabacco e rumore di pioggia sulle finestre dipinte di nero. Le sere come quella, seduto a un tavolo del localino opaco, mi prendeva sempre una specie di allegria infernale, come fossi in attesa dell’apocalisse e non me ne potesse importare un fico. Amavo immaginare che fosse la cabina di una vecchia nave sorpresa in mare aperto da una tempesta violentissima, o la carrozza salone di un lussuoso treno passeggeri che traballava sui binari agitato da venti feroci e martellato da pioggia demoniaca. A volte, nelle sere piovose al Cabaret Cremisi, pensavo di occupare un posto nella sala d’aspetto dell’abisso (esattamente quello che facevo, peraltro) e tra un sorso e l’altro di vino o caffè sorridevo triste e toccavo nel taschino della giacca il mio immaginario biglietto per l’oblio.

Tuttavia, quella sera piovosa di novembre, non mi sentivo tanto bene. Dalla pancia l’impressione di una nausea leggera sembrava segnalare l’imminente apparizione di un virus o di un’intossicazione alimentare. Immaginai che a rincarare la dose fossero anche i miei disturbi nervosi che, tra alti e bassi e in varie forme, non mancavano mai di manifestarsi in un’abbondanza di sintomi fisici o psichici. In effetti ero preda di un leggero panico, ma non per questo escludevo che la nausea avesse origini strettamente fisiche, virali o tossiche. Né escludevo la terza possibilità che tuttavia a quel punto della serata cercavo di non considerare. Quale che fosse l’eziologia del disturbo alla pancia, quella sera avevo bisogno di trovarmi in un luogo pubblico, così che se fossi svenuto – eventualità che temevo spesso – ci sarebbe stato qualcuno a prendersi cura di me o perlomeno a trasportare il mio corpo all’ospedale. Allo stesso tempo non cercavo alcun contatto ravvicinato con questa gente, e in ogni caso non sarei stato di compagnia, seduto nell’angolo del locale a bere tè alla menta e fumare sigarette leggere per non tormentare la mia pancia sofferente. Per tutte queste ragioni quella sera avevo portato con me il quaderno e lo tenevo aperto sul tavolo, come a dire che preferivo essere lasciato in pace a meditare su certe questioni letterarie. Ma quando attorno alle dieci entrò nel locale Stuart Quisser, l’immagine di me che seduto all’angolo con il quaderno aperto bevevo tè alla menta e fumavo sigarette leggere per tenere a bada la situazione della pancia malmessa non lo dissuase affatto dal proposito di sedersi al mio tavolo. Venne una cameriera. Quisser ordinò non so più quale vino bianco, io un’altra tazza di tè alla menta.

«Così adesso è tè alla menta» commentò Quisser mentre la ragazza se ne andava.
«Mi sorprende che tu ti faccia vedere da queste parti» feci io, a mo’ di risposta.
«Pensavo di provare a far pace con la vecchia Cremisi.»
«Fare pace? Non è da te.»
«Comunque sia, l’hai vista, stasera?»
«No. Alla festa l’hai umiliata. Da quella sera non l’ho più vista, neanche
nel suo locale. Non so se ne sei al corrente, ma è meglio non farsi nemica una come lei.»
«In che senso?»
«Nel senso che ha agganci di cui non sai assolutamente nulla.»
«Tu invece che ne sai. Guarda che li ho letti, i tuoi racconti.
Sei un paranoico dichiarato, parla chiaro e spiegati.»
«D’accordo, parlerò chiaro» dissi. «Voglio dire che se in ogni stretta di mano c’è un po’ d’inferno, figurarsi in un insulto sfacciato e umiliante.»
«E dai, avevo solo bevuto troppo.»
«Le hai dato dell’illusa senza talento
Quisser alzò lo sguardo verso la cameriera che veniva a portarci da bere, e con un cenno frettoloso mi intimò il silenzio. Quando la ragazza fu lontana, commentò: «Tra l’altro, mi dicono che la nostra cameriera è una fedelissima della Cremisi. Probabilissimo che vada a dirle che stasera sono qui. Chissà se è disposta a fare da intermediario con il suo capo e recapitare una richiesta di scuse per conto mio».
«Ma guarda in giro, alle pareti» dissi.
Quisser posò il bicchiere di vino e perlustrò il locale.
«Mmm» fece quando finì di guardare. «È più serio di quanto pensassi. Ha levato tutti i vecchi quadri. E quelli nuovi non sembrano per niente opera sua.»
«Non lo sono. L’hai umiliata
«Eppure dall’ultima volta sembra che abbia risistemato il palco. Ridipinto, o qualcosa del genere.»

Il cosiddetto palco di cui parlava Quisser era una pedana, all’altro capo del locale. La circondavano quattro lunghi pannelli decorati con sigilli d’oro e neri su uno sfondo rosso lucido. Il palco ospitava esibizioni assortite: reading di poesia, tableaux vivants, commediole di vario genere, spettacoli di marionette, proiezioni di diapositive artistiche, concerti e via dicendo. Quella sera, un martedì, il palco era buio. Non ci vidi nulla di diverso dal solito e domandai a Quisser che cosa gli sembrasse nuovo.

«Non so dirlo, ma sembra che gli abbiano fatto qualcosa. Forse sono gli ideogrammi neri e oro, qualunque cosa vogliano dire. Insomma, sembra la copertina di un menu del ristorante cinese.»
«Ti stai autocitando.»
«In che senso?»
«Il commento sul menu cinese. L’hai scritto nella recensione alla mostra
di Marsha Corker il mese scorso.»
«Davvero? Non ricordavo.»
«Dici per dire o davvero non ricordavi?» La mia voleva essere banale curiosità, visto che la pancia sottosopra sconsigliava di prendere posizioni troppo antagoniste.
«Va bene, me lo ricordo. A proposito, c’è una cosa di cui ti volevo parlare.
Mi è venuta in mente l’altro giorno e ho pensato subito a te e alla tua… roba» disse, indicando il quaderno aperto sul tavolo. «Non riesco a credere che non sia mai saltata fuori. Tu, poi, dovresti conoscerli. Pare che non ne sappia niente nessuno. Cose di vari anni fa, ma sei abbastanza vecchio da ricordarle. Devi ricordarle.»
«Ricordare cosa?» domandai, e dopo una brevissima pausa lui rispose:
«I luna park alle stazioni di rifornimento.»

La pronunciò come la battuta finale di una barzelletta, come chi è fiero di aver suscitato un’ilarità profonda e sorprendente. Avrei dovuto mostrarmi sorpreso ma anche dargli un cenno di intesa, questo lo sapevo. Non era fenomeno di cui fossi completamente all’oscuro, e la memoria gioca brutti scherzi. Questo, almeno, è ciò che risposi a Quisser. Ma mentre lui parlava dei suoi ricordi cercando di destare i miei, poco a poco colsi la vera natura e lo scopo dei cosiddetti luna park alle stazioni di rifornimento.
In quell’arco di tempo non potei fare altro per nascondere il male che pativo per colpa della pancia che bruciava e pulsava. Mi ripetevo, mentre Quisser parlava dei suoi ricordi dei luna park alle stazioni di rifornimento, che ad affliggermi era senz’altro l’insorgere di un virus, sempre che non fossi vittima di un’intossicazione alimentare. Quisser però era talmente preso dal suo racconto che non parve accorgersi della mia agonia.

Spiegò che i luna park alle stazioni di rifornimento erano ricordi della sua infanzia. La sua famiglia, cioè lui insieme ai suoi genitori, faceva lunghe vacanze in auto e spesso percorreva distanze lunghissime verso le destinazioni più svariate. Durante il tragitto era perciò naturale sostare in un certo numero di stazioni di rifornimento nei pressi di città o cittadine o in località più isolate e rurali. Là, spiegò Quisser, era più probabile imbattersi negli allestimenti ibridi che egli chiamava «luna park alle stazioni di rifornimento».

Quisser non pretendeva di sapere quando o come questi specializzati luna park, o forse queste specializzate stazioni di rifornimento, fossero venuti a nascere, né quanto fossero diffusi. Forse gliel’avrebbe potuto dire suo padre, che purtroppo era morto qualche anno prima; sua madre, invece, non era più in possesso delle proprie facoltà mentali avendo subito una serie di catastrofi psichiche non molto tempo dopo la morte del marito. Così, tutto ciò che restava a Quisser era il ricordo delle escursioni d’infanzia che lo portavano insieme a mamma e papà in qualche zona rurale, magari al crocevia di due autostrade (spesso, gli sembrava di ricordare, attorno al tramonto), e scoprire in questa località isolata una delle curiosità che definiva «luna park alle stazioni di rifornimento».

Erano immancabilmente stazioni di rifornimento, sottolineò, non stazioni di servizio ove fosse possibile effettuare riparazioni accurate di automobili o altri veicoli. All’epoca ci si trovavano al massimo quattro pompe di benzina, spesso soltanto due, e un modesto edificio che di solito aveva appiccicati addosso così tanti cartelloni e pubblicità da non far capire che cosa nascondessero. Quisser spiegò che da bambino prestava particolare attenzione ai cartelli pubblicitari del tabacco da masticare e che da adulto, divenuto critico d’arte, continuava a trovare molto attraenti le scatole di tabacco da masticare e non capiva perché nessun artista ne avesse ancora sfruttato le qualità immaginifiche e visive. Ebbi l’impressione, quella sera al Cabaret Cremisi, che la divagazione sul tabacco da masticare fosse un pretesto di Quisser per aggiungere credibilità alla sua storia. Questo dettaglio sembrava risultargli assai vivido. Ma quando gli domandai se ricordasse qualche marca particolare tra quelle reclamizzate alle stazioni di rifornimento con annesso luna park si mise un po’ più sulla difensiva, come se con le mie domande volessi contestare l’accuratezza dei suoi ricordi d’infanzia. Poi portò il discorso sulla questione che avevo sollevato sottolineando che l’aspetto luna park di questi luoghi non era esattamente annesso all’aspetto stazione di benzina, ma che l’uno non era mai troppo lontano dall’altro e che tra essi vi era senza dubbio un legame commerciale. La sua impressione, instillata in lui come il principio fondante di un sogno, era che un sostanzioso acquisto di carburante concedesse al guidatore e ai passeggeri di un veicolo il libero accesso al vicino luna park.

A questo punto della storia Quisser mi parve ansioso di spiegare che i luna park alle stazioni di benzina non erano nulla di sfarzoso: anzi, il contrario. Allestiti negli spazi vuoti a fianco o, talvolta, dietro le stazioni di rifornimento rurali, consistevano dei soli resti di veri luna park, dell’ossatura di scenari più grandi e ricchi. Di solito c’era un ingresso, un arco imponente pieno di luci colorate in contrasto innaturale con il vasto e spoglio paesaggio circostante, specie quando al tramonto, il momento in cui spesso o forse sempre Quisser e i suoi approdavano in una di queste remote località, l’illuminazione colorata dell’ingresso del luna park creava un effetto al contempo allegro e sinistro. Ma dopo che il visitatore giungeva nel vero e proprio spazio del luna park arrivava un momento di delusione di fronte all’armamentario di allestimenti che sembravano resti abbandonati, in un passato lontano, da un parco divertimenti itinerante.

Le attrazioni, spiegò Quisser, erano sempre poche e molto di rado funzionavano a dovere. Supponeva che fossero in buono stato all’epoca in cui le avevano installate come annesso alle stazioni di benzina, ma pure che quel periodo non fosse durato molto. Senza dubbio le attrazioni venivano chiuse ai primi segni di malfunzionamento. Quisser raccontò che non era mai riuscito a salirci, a parte la volta in cui suo padre gli diede il permesso di montare sul cavallo di legno di una giostrina defunta.
«Una giostra in miniatura» precisò, come se ciò desse alla rievocazione un’aura di significato o sostanza. Tutte le attrazioni, disse, erano in miniatura, versioni in scala ridotta di giostre o montagne russe che aveva visto e su cui era stato altrove. Accanto alla giostra in miniatura, che non si muoveva mai di un centimetro e restava sempre buia e silenziosa in un paesaggio rurale remoto, c’erano la ruota panoramica in miniatura (non più alta di una casa a un piano solo, precisò Quisser), e magari un autoscontro in miniatura o montagne russe in miniatura. Ed erano sempre tutti chiusi perché al primo segno di cattivo funzionamento, ammesso che fossero mai entrati in funzione, nessuno li riparava. Forse, pensava Quisser, considerati i componenti e i meccanismi miniaturizzati di queste attrazioni in miniatura, ripararle era impossibile.

Tuttavia fra le attrazioni ce n’era una piuttosto importante che ci si poteva aspettare quasi sempre aperta al pubblico o perlomeno a coloro i quali avevano riempito la propria auto del quantitativo minimo di benzina ed erano liberi di varcare la soglia illuminata sopra la quale le luci colorate, con il cielo vasto e ammaliatore del tramonto in una terra desolata rurale a fare da sfondo, componevano la scritta luna park. Quisser mi fece una domanda: come poteva un posto simile spacciarsi per luna park, o luna park da stazione di benzina, se non includeva la più vitale fra le attrazioni da luna park, ovvero i baracconi dove andavano in scena i numeri più strani? Forse, immaginò ad alta voce Quisser, esisteva una legge o ordinanza speciale che dava disposizioni precise, un qualche vecchio statuto ancora in vigore nelle zone isolate dove certe tradizioni hanno una persistenza che nei centri urbani sarebbe impensabile. Ciò spiegherebbe perché a meno di circostanze eccezionali (per esempio, condizioni meteorologiche cattive e pericolose) c’era sempre qualche tipo di baraccone ai luna park delle stazioni di benzina, anche se il resto delle attrazioni era buio e guasto.

Ovviamente questi baracconi, come li descriveva Quisser, non erano eccessivamente sofisticati, e questo per gli standard non solo di un comune luna park, ma anche di quelli che fungevano da attrattiva commerciale a una stazione di benzina fuori mano. Ogni sito possedeva una sola attrazione, che si presentava agli avventori sempre con la stessa immagine: un tendone, non molto grosso, di telo sporco e strappato. A un certo punto, sul perimetro del tendone, un lembo di tessuto aperto faceva da entrata a Quisser e ai suoi genitori, ma talvolta al solo Quisser. Sotto il tendone c’erano poche panche di legno infossate nella terra sporca e, a una certa distanza, un palchetto alto meno di trenta centimetri. A fornire l’illuminazione erano due banali lampade a stelo, ai lati del palco, sprovviste di paralume o altro genere di copertura; in tal modo i bulbi nudi gettavano all’interno del tendone luce forte e ombre spaventose. Quisser, parole sue, notava sempre i fili smangiati che serpeggiavano dalla base delle lampade e grazie a una serie di prolunghe trovavano infine una sorgente di elettricità presso la stazione di benzina, o meglio, all’interno del piccolo edificio di mattoni oscurato dalla selva di cartelloni che pubblicizzavano tabacco da masticare e altri prodotti.

Di solito, quando i visitatori del luna park alla stazione di benzina entravano nel tendone e prendevano posto su una panca davanti al palco, non ricevevano alcuna indicazione sulla natura dell’esibizione o dello spettacolo a cui stavano per assistere. Quisser sottolineò che non c’erano insegne o locandine a ragguagliare gli ospiti del luna park, né prima di entrare né dopo che si sedevano sulle vecchie panche di legno. Tuttavia, con una sola importante eccezione, ogni esibizione o spettacolo era grosso modo la stessa tiritera. Il pubblico si accomodava sulle panche di legno, la maggior parte delle quali stava per andare a pezzi o (come osservò Quisser) sprofondava nel terreno così storta che starci seduti era impossibile, e lo spettacolo cominciava.

I numeri cambiavano a seconda del baraccone e Quisser diceva di non rammentarli tutti. Si ricordava, però, quello del Ragno Umano. Un breve spettacolo in cui una persona con un costume buffo corricchiava da un lato all’altro del palco e ritorno, e usciva da una fenditura nel tendone alle sue spalle. La persona che indossava il costume, aggiunse Quisser, doveva essere l’uomo che faceva benzina, lavava i vetri e svolgeva altre varie mansioni alla stazione di rifornimento. Quisser ricordava che in tanti numeri da baraccone, come quello dell’Ipnotizzatore, la divisa da benzinaio (salopette unta grigia o azzurra) era ben visibile sotto i costumi di scena. Quisser confessò di non sapere con certezza perché avesse definito questo particolare numero «l’Ipnotizzatore», dal momento che l’esibizione non contemplava ipnotismo né ovviamente esistevano manifesti o locandine, fuori o dentro il tendone, che preparassero il pubblico a numeri di mesmerismo. Il teatrante non sfoggiava che un soprabito lungo e largo e una maschera di plastica, l’imitazione scarna e pallidissima di un volto umano, che tuttavia al posto degli occhi (o delle fessure per gli occhi) aveva due grossi dischi con disegnata una spirale. Per qualche momento l’Ipnotizzatore si rivolgeva al pubblico con gesti caotici, di sicuro perché aveva la vista oscurata dai dischi con le spirali, dopodiché arrancava fuori scena.

Quisser sosteneva di avere visto un gran numero di altri numeri da baraccone, tra i quali la Marionetta Ballerina, il Verme, il Gobbo e Dottor Dita. Con una sola importante eccezione, la routine era sempre la stessa: Quisser e i suoi entravano nel tendone e occupavano una panca marcia, e dopo pochi istanti l’artista faceva la sua breve comparsa sul palchetto illuminato da due banali lampade a stelo. L’unica deviazione dalla routine era il numero che Quisser chiamò «Lo Showman».

Laddove gli altri numeri da baraccone cominciavano e finivano dopo che Quisser e i suoi erano entrati nel tendone speciale e si erano seduti, quello del cosiddetto Showman sembrava sempre in corso. Non appena Quisser entrava nella tenda – precedeva sempre i genitori, disse – ne vedeva la figura che immobile e ritta al centro del palco dava le spalle al pubblico. Per qualche motivo non c’erano mai altri avventori quando al tramonto Quisser e i suoi si fermavano a far visita a uno di questi luna park alle stazioni di benzina – con le loro attrazioni difettose, di seconda mano – e infine raggiungevano la tenda dei numeri da baraccone. Questa situazione non sembrava strana né inquietante al piccolo Quisser, se non quando entrava nel tendone e vedeva sul palco lo Showman con la schiena rivolta alle poche file di panche vuote che sembravano pronte a spezzarsi non appena qualcuno vi ci fosse seduto. Ogni volta che Quisser si trovava di fronte a questa scena desiderava di girare subito i tacchi e andarsene. Ma in quel momento arrivavano i suoi, di corsa, diceva, e in un attimo eccoli seduti tutti e tre su una panca in prima fila a guardare lo Showman. Quisser ripeté diverse volte che i suoi genitori non colsero mai il terrore che aveva lui di questo particolare artista da baraccone. E dire che le visite ai luna park delle stazioni di benzina, in particolare ai baracconi, avvenivano per dare un po’ di svago a Quisser; suo padre e sua madre avrebbero preferito limitarsi a fare il pieno all’auto di famiglia e ripartire per la prossima tappa della vacanza.

Quisser insinuò che ai suoi genitori piaceva guardarlo assistere terrorizzato all’esibizione dello Showman, finché non chiedeva, esasperato, di tornare sull’auto. Al tempo stesso la vista di questo personaggio da baraccone, diverso da tutti quelli che ricordava, lo lasciava di sasso. Era lì, raccontò Quisser, di spalle al pubblico con un vecchio cilindro in testa e un mantello che sfiorava il palco sporco. Da sotto il cilindro dello Showman spuntavano ciocche di capelli rossi stoppose e lunghe che, parola di Quisser, somigliavano a una specie di nido di nauseanti parassiti. Quando misi volontariamente alla prova la memoria e l’immaginazione di Quisser domandandogli se i capelli non fossero in realtà una parrucca, mi guardò con disprezzo, come a sottolineare che i capelli rossi stopposi non li avevo visti io; lui li aveva osservati sotto il vecchio cappello a cilindro dello Showman. Gli unici altri dettagli visibili al pubblico, aggiunse, erano le dita dello Showman strette agli orli del mantello. Gli sembravano deformi, dita che si arricciavano in piccoli artigli di un color verdastro pallido. A sentire Quisser la posizione calcolatissima dell’uomo lasciava intendere che prima o poi, con un’improvvisa piroetta, egli si sarebbe rivolto al pubblico, sollevando all’altezza dei capelli rossi stopposi le dita schifose strette al mantello. Ma era sempre immobile. A volte Quisser aveva l’impressione che lo Showman spostasse la testa leggermente a sinistra o a destra, minacciando di rivelare un lato o l’altro della faccia in un orribile cucù! Alla lunga, però, Quisser concluse che si trattava di movimenti illusori e che lo Showman manteneva sempre un’immobilità perfetta, un manichino da incubo che con l’astensione totale da ogni gesto evoca ogni genere di fantasticheria.

«Nient’altro che un odioso raggiro» concluse Quisser, e fece una pausa per finire il bicchiere di vino. «E se si fosse voltato?» domandai. Mentre attendevo la risposta sorseggiai il mio tè alla menta, che non sembrava granché utile contro la nausea che pure, al contempo, non peggiorava. Accesi una delle sigarette leggere che per l’occasione fumavo. «Hai sentito?» ripetei a Quisser, che guardava verso il palco all’altro capo del Cabaret Cremisi. «Il palco è lo stesso» dissi a Quisser con una certa asprezza, attirandomi gli sguardi di gente seduta agli altri tavoli del locale. «I pannelli sono gli stessi e i disegni sono gli stessi.»
Quisser giocherellava nervoso con il calice vuoto.
«Quand’ero giovanissimo» disse, «in certe occasioni vedevo lo Showman, ma fuori dal suo habitat naturale, per così dire, del tendone.»
«Credo di averne sentite abbastanza, per stasera» lo interruppi, portandomi una mano alla pancia dolorante.
«Ma cosa dici?» chiese Quisser. «Te li ricordi, no? I luna park alle stazioni di benzina. Magari è solo un ricordo vago. Ero certo che almeno tu ne sapessi qualcosa.»
«Credo di poter dire» risposi a Quisser «che dei luna park alle stazioni
di benzina mi hai raccontato quanto basta a chiarirne il senso.»
«Ma quale “senso”, cosa dici?» domandò Quisser, lo sguardo ancora rivolto al palchetto in fondo alla sala.
«Be’, tanto per cominciare, i tuoi recenti ricordi, i tuoi presunti ricordi dello Showman. Stavi per dirmi che da bambino l’hai visto più volte, in diversi luoghi e occasioni. Magari da lontano, dal cortile di una scuola, di spalle. O dall’altra parte di una strada affollata, e quando l’hai attraversata lui non c’era più.»
«Qualcosa del genere, sì.»
«E stavi per dirmi che in seguito hai visto questa figura o le vaghe tracce
di questa figura riflesse e distorte nelle vetrine lungo il marciapiede, apparizioni fugaci nello specchietto retrovisore della tua auto.»
«Somiglia tantissimo a una delle tue storie.»
«Per certi versi sì» risposi, «e per certi versi no. Tu hai paura che se mai,
per caso, vedessi lo Showman voltarsi verso di te… ti capiterebbe qualcosa di terribile, molto probabilmente periresti all’istante ucciso da una sorta di monumentale shock.»
«Sì» fece Quisser. «Da un orrore insostenibile. Ma non ti ho raccontato la parte più strana. Hai ragione, ultimamente mi è parso di scorgere… quella figura, e l’ho vista da bambino, cioè, anche fuori dalla tenda e dal luna park. Ma la parte più strana è che ricordo di avere visto lo Showman altrove anche prima di incontrarlo tra i baracconi di luna park alle stazioni di benzina.»
«È qui che volevo arrivare» dissi.
«Dove?»
«A dirti che i luna park alle stazioni di benzina non esistono. Non ci sono mai stati, i luna park alle stazioni di benzina. Nessuno li ricorda perché non sono mai esistiti. È un’idea campata per aria.»
«Ma c’erano anche i miei genitori.»
«Esatto: tuo padre, morto, e tua madre, mentalmente disabile. Ricordi di aver mai parlato con loro delle tue esperienze vacanziere presso queste stazioni di benzina speciali, con annessi quei fantomatici luna park?»
«No.»
«Perché non ci siete mai andati. Pensa a quanto suona ridicolo. Stazioni di rifornimento in mezzo al nulla, che attirano clienti con la promessa di un ingresso gratuito a luna park in sfacelo: che roba ridicola. Attrazioni in miniatura? Benzinai che fanno numeri da baraccone?»«Non lo Showman» mi interruppe Quisser. «Lui non era il benzinaio travestito, mai.»
«No, certo che non era il benzinaio, perché era un’illusione. Tutta quanta è una scandalosa illusione, ma anche un genere molto particolare di illusione.»
«E quale genere di illusione?» domandò Quisser, che ancora lanciava occhiate verso il palco, dall’altra parte del Cabaret Cremisi.
«Non una comune illusione psicologica, se pensavi che stessi per dirlo. Non mi interessa per niente, quella roba. Mi interessa parecchio, invece, quando qualcuno è afflitto da illusioni magiche. Anzi, per la precisione, mi interessano le illusioni prodotte dalla magia-arte. E sai da quanto tempo subisci l’influenza di questa illusione magico-artistica?»
«Non ti seguo.»
«Semplice» dissi. «Da quanto tempo immagini queste insensatezze di luna park alle stazioni di benzina e, in particolare, questo personaggio che chiami Showman?»
«Penso che non avrebbe senso, a questo punto, ribadire che lo vedo da quand’ero bambino, anche se è esattamente come sembra ed è esattamente ciò che ricordo.»
«Certo che non avrebbe senso, perché senza dubbio stai delirando.»
«Ah, io starei delirando riguardo allo Showman, tu no riguardo a… com’è che l’hai chiamata?»
«Magia-arte. Perché da quando sei caduto vittima di questa particolare magia-arte hai cominciato a farneticare dei luna park alle stazioni di benzina e dei fenomeni che li accompagnano.»
«E da quando, di preciso?»
«Da quando hai umiliato la Cremisi dandole dell’illusa senza talento. Te l’ho detto, quella ha agganci di cui non puoi sapere assolutamente nulla.»
«Ma ti parlo di un ricordo d’infanzia che porto con me da sempre. Non da qualche giorno, come dici tu.»
«Invece sì, perché da qualche giorno hai preso a delirare. Forse non ti sei accorto che con la sua magia-arte ti ha inflitto l’illusione della peggior specie, che potremmo definire illusione retroattiva. E non sei l’unico ad averla patita, negli ultimi giorni, settimane o addirittura mesi. Da tempo tutti, da queste parti, sentono incombere la minaccia di questa magia-arte. Io stesso comincio a temere di averla smascherata con troppo, troppo ritardo. Tu sai com’è soffrire di illusioni di tipo retroattivo, ma sai com’è ritrovarsi vittima di un violento mal di pancia? Me ne sono stato qui, nel locale della Cremisi, a bere tè alla menta servito da una cameriera che è amica della Cremisi, convinto che potesse farmi bene alla pancia, ma può tranquillamente darsi che questa bevanda peggiori i miei disturbi o li trasformi in qualcosa di più serio e strano. E comunque, la Cremisi non è l’unica a praticare la magia-arte. Succede ovunque, da queste parti. Il vento l’ha soffiata qui, imprevista come nebbia in mare aperto, e tanti di noi ci si stanno perdendo. Guarda le facce in questa sala e dimmi se sei tu l’unica vittima di un’orribile magia-arte. La Cremisi avrà qualche avversario, ma pure alleati potenti. Come faccio a spiegarti con esattezza chi sono… un gruppo specializzato in magia-arte, senza dubbio, ma non posso limitarmi a dire, con frivola sicurezza: “Sì, dev’essere una gang di illuminati”, o di scienziati esoterici, come da qualche tempo in tanti hanno preso ad autodefinirsi.»
«Ma somiglia davvero a una storia delle tue» protestò Quisser.
«Certo, e non credi che lo sappia anche lei? Ma non sono io quello che va raccontando la fola grottesca dei luna park alle stazioni di benzina e del palco sotto il tendone non dissimile dal palco che sta in fondo a questo salone. Non riesci a levargli gli occhi di dosso, lo vedo bene, e lo vedono anche gli altri. So che cosa credi di vedere, laggiù.»
«Sempre che tu sappia di che cosa stai parlando» rispose Quisser, che ora si sforzava di distogliere lo sguardo dal palco all’altro capo della sala, «come faccio, io, adesso?»
«Puoi cominciare smettendo di fissare il palco. Non c’è niente da vedere, se non l’ennesima illusione di magia-arte. Non c’è nulla che sia necessariamente fatale o duraturo in questa sofferenza. Ma devi credere che guarirai, come ci crederesti se fossi vittima di una malattia non fatale. Altrimenti rischi che le illusioni si trasformino in qualcosa di più letale, a livello fisico, psichico, o entrambi. Ascolta il consiglio di uno che si diletta in storie di destini tragici e straordinari, e sta’ lontano da questa follia. Il mondo è strapieno di fatalità banali. Trovati un posto tranquillo e aspetta che sia una di esse a portarti via.»

Ora, finalmente, vedevo l’intensa convinzione espressa nelle mie parole fare qualche effetto su Quisser. Il suo sguardo non sfiorava più il piccolo palco dall’altra parte della sala ma puntava dritto su di me. La verità riguardo alle sue illusioni continuava in qualche modo a sconvolgerlo, ma sembrava decisamente più tranquillo. Accesi un’altra sigaretta leggera e mi guardai intorno senza cercare qualcosa o qualcuno in particolare, limitandomi a sondare l’atmosfera. Il fumo di tabacco che saliva nel locale era molto più denso, la luce ambrata aveva sfumature assai più cupe, e la pioggia con il suo rumore continuava a tormentare le finestre ridipinte di nero del Cabaret Cremisi. Rieccomi nella cabina della vecchia nave sconquassata da una tremenda tempesta in mare aperto, priva di sostegno e seriamente minacciata da forze incontrollabili. Quisser si alzò per andare al gabinetto e la sua sagoma attraversò il mio campo visivo come un’ombra nella nebbia densa.

Non ho idea di quanto tempo stette via Quisser. Mi concentrai assorto sulle altre facce nel locale e sull’ansia profonda che rivelavano, ansia non di tipo naturale, esistenziale, ma nata da preoccupazioni specifiche di natura misteriosa. Quale epoca incombe ora su di noi, sembravano dire. E senza dubbio le loro voci avrebbero parlato chiaro di certe preoccupazioni, se non fossero state ridotte a strambi malintesi e doppi sensi dalla paura di patire la medesima innaturale sofferenza che tanto aveva nuociuto alla mente del critico d’arte Stuart Quisser. A chi stava per toccare? Cosa si poteva dire ormai, o pensare, senza sentirsi minacciati dalla vendetta di gruppi e individui dagli agganci e dai legami potenti? Quasi riuscivo a sentire le loro voci che dicevano: «Perché qui, perché ora?»; ovviamente con altrettanta facilità avrebbero potuto chiedersi: «Perché non qui, perché non ora?». Non sospettava, questa gente, che non ci fossero norme speciali in vigore; non sospettavano, questi artisti fantasiosi, che fosse una pura e semplice questione di terrore cieco e indistinto che converge su un luogo preciso in un momento preciso senza alcun motivo preciso. D’altro canto, nemmeno sospettavano di essere stati loro stessi a evocare certe forze e legami potenti; di avere contribuito a portarli nel nostro distretto semplicemente desiderando che vi giungessero. Potrebbero aver tanto desiderato che qualcosa di maligno e innaturale si avventasse su di loro, ma per un po’ nulla era accaduto. Poi avevano cessato di desiderare e dimenticato i desideri che tuttavia, al contempo, avevano acquistato nuova forza e si erano distillati in una formula potente (chi può dirlo!) finché, un giorno, non era cominciata l’epoca terribile. Perché se davvero avesse detto la verità, forse questa cricca di artisti avrebbe espresso quale nuovo significato (quantunque negativo), per non dire di quale vigoroso brivido (quantunque straziante), quest’epoca di innaturale malvagità aveva portato alle loro vite. Che cosa significa essere vivi se non corteggiare ogni attimo il disastro e la sofferenza? Per ogni svago, per ogni brivido che la nostra natura di generati esige da questo mondo-luna park, anche a costo dell’apocalisse, ci sono rischi da correre. Nessuno è al sicuro, neanche gli artisti-maghi o gli scienziati esoterici, che sono i più illusi perché i più disposti a lasciarsi tentare da divertimenti di genere misterioso e innaturale, armeggiando da buoni artisti o scienziati con il caos intrinseco delle cose. Mentre guardavo le facce del Cabaret Cremisi e facevo i miei pensieri su quelle facce, un’ombra riattraversò il mio annebbiato campo visivo. Immaginavo di scoprire che l’ombra fosse Quisser, mio compagno di tavolo per quella sera, di ritorno dal viaggio al gabinetto, invece mi ritrovai davanti la cameriera che Quisser aveva detto essere fedele alla Cremisi. Mi domandò se volessi ordinare l’ennesima tazza di tè alla menta, e disse proprio così, l’ennesima tazza di tè alla menta. Cercai di non lasciarmi innervosire dal suo tono bizzarro e sarcastico, per non peggiorare l’attacco di nausea, e risposi che stavo per andarmene. Poi aggiunsi che forse il mio amico gradiva l’ennesimo bicchiere di vino indicando, di fronte a me, il calice vuoto lasciato da Quisser quando si era alzato per andare al gabinetto. Ma non c’era nessun calice di vino dall’altra parte del tavolo; c’era soltanto la mia tazza vuota di tè alla menta. Subito accusai la cameriera di aver portato via il calice, mentre mi ero lasciato distrarre dal sogno a occhi aperti sulle facce del Cabaret Cremisi. Ma lei negò di aver servito vino al mio tavolo e aggiunse che mi aveva visto solo dal momento in cui ero entrato nel locale e mi ero seduto al tavolo, sull’altro lato rispetto al palco. Dopo una scrupolosa ricerca al gabinetto tornai e tentai di trovare qualcun altro che, nel locale, avesse visto il critico d’arte Quisser parlare a lungo con me dei suoi luna park alle stazioni di benzina. Ma tutti dissero che non avevano visto nessuno.

Nemmeno Quisser, quando il giorno dopo lo rintracciai in un buco di galleria d’arte, sosteneva di avermi visto. Disse che quella sera l’aveva trascorsa da solo, a casa, per via di una certa indisposizione – un germe, disse – da cui si era ripreso. Quando gli diedi del bugiardo mi affrontò a muso duro, al centro di quel buco di galleria d’arte, e con un sussurro nervoso mi disse di «badare a quel che dicevo». Continuavo a spararle grosse, aggiunse, e in futuro avrei fatto meglio a usare più riserbo in ciò che dicevo e nella scelta delle persone a cui lo dicevo. Poi mi domandò se davvero avessi creduto saggio, durante una festa, aprire bocca per dare a una persona dell’illusa senza talento. C’era gente, disse, che aveva agganci e legami potenti, e io, più di chiunque altro, avrei dovuto rendermene conto, considerata la mia consapevolezza di certe cose e il modo in cui la esibivo nelle storie che scrivevo.
«Non che io sia in disaccordo con il tuo parere riguardo a tu sai chi» disse. «Ma avrei evitato di essere tanto esplicito. L’hai umiliata. E di questi tempi una cosa del genere rischia di essere pericolosissima, non so se hai colto.

Certo che avevo colto; soltanto non capivo perché certe cose le stesse dicendo lui a me e non io a lui. Non bastava, pensai in seguito, che patissi quel tremendo disturbo alla pancia? Dovevo sopportare anche il fardello di un’illusione altrui? Anche questa spiegazione, tuttavia, fu demolita da un’ulteriore indagine. Riguardo alla sera della festa proliferò tra le mie conoscenze e i miei sodali una ridda di storie riguardo a chi esattamente avesse pronunciato l’offesa umiliante e chi fosse di preciso la parte lesa. «Perché a me?» mi domandò la Cremisi quando le portai le mie più sentite scuse. «Quasi neanche ti conosco. E poi ho già abbastanza problemi. Quella stronza di cameriera mi ha tirato giù i quadri e al loro posto ci ha messo i suoi.»

Ciascuno di noi aveva problemi, sembrava, le cui origini erano irrintracciabili; problemi che si incrociavano come la traiettoria delle infinite gocce di pioggia di una tempesta che si fondono a creare una nebbia di illusione e contro-illusione. Della presenza attiva di forze e legami potenti non si poteva dubitare, ma sembravano senza faccia e senza nome, era un’impresa capire cos’avessimo fatto noi – una combriccola di illusi senza talento – per offenderle. Eravamo stati trascinati in un’epoca di magia disgustosa dalla quale niente ci offriva scampo. Sempre più spesso mi ritrovavo a rimuginare su quei ricordi di luna park alle stazioni di benzina, a cercare una risposta nel crepuscolo di campagne isolate dove giostre e ruote panoramiche in miniatura giacevano rotte in un paesaggio desolato.

Ma qui non c’è nessuno che presti orecchio alle mie umilissime scuse, nemmeno lo Showman che potrebbe trovarsi dietro qualsiasi porta (anche oltre la soglia del gabinetto, al Cabaret Cremisi). E qualunque stanza mi veda entrare può trasformarsi nel tendone al cui riparo io mi siedo, su una panca vecchia e traballante che sta per andare a pezzi. Lo vedo, adesso, lo Showman di fronte a me. I capelli rossi stopposi si avvicinano appena a una spalla, come se finalmente intendesse rivolgermi il suo sguardo, ma tornano indietro; la testa si muove appena verso l’altra spalla in questo interminabile e orribile gioco a fare cucù. E io non posso che aspettare, conscio che un giorno egli si volterà, scenderà dal palco e mi restituirà all’abisso che da sempre temo. Forse allora scoprirò che cosa ho fatto – cosa tutti noi abbiamo fatto – per meritare questo destino.

© 2015, Thomas Ligotti

ARTICOLO n. 10 / 2022

CINQUE MINUTI

Sono morto per cinque minuti, ha detto Christian Eriksen. Il calciatore danese si riferiva al malore avuto il 12 giugno 2021, al 43esimo minuto del primo tempo, durante Danimarca-Finlandia, valevole per gli Europei. Eriksen pare che soffrisse – e soffra – di un problema cardiaco dovuto a una predisposizione genetica, una cardiomiopatia aritmogena del ventricolo destro. Ora vive con un defibrillatore sottocutaneo, ma poiché il problema è ereditario, l’arresto cardiaco potrebbe capitare nella normale vita quotidiana, mentre Eriksen apre il frigorifero o cammina su un marciapiede. Ma, soprattutto, potrebbe accadere ancora poiché il calciatore ha deciso di riprendere l’attività agonistica. 

Nato a Middelfart nel 1992, ha iniziato a giocare nella locale squadra di calcio, si è trasferito all’Odense e poi in Olanda, nelle giovanili dell’Ajax: proprio ad Amsterdam ha intrapreso la sua carriera professionistica, prima di essere ceduto, ventunenne, al Tottenham. Ha giocato per sette stagioni nel campionato inglese, eccellendo in due statistiche: assist e gol da fuori area. 

Al momento del malore, Eriksen era un tesserato dell’Inter. E tuttavia, al suo arrivo nel campionato italiano (gennaio 2020, a metà della stagione 2019/2020), il calciatore danese ha attraversato numerose difficoltà e subìto umiliazioni prima di diventare uno dei protagonisti dello scudetto 2020/2021.

L’Inter ha acquistato Eriksen per assicurare all’allenatore Antonio Conte un giocatore di qualità a centrocampo. Ma a qualcuno interessa la qualità? Eriksen è – forse sarebbe meglio dire era, dopo l’arresto cardiaco è plausibile che non riesca più a esprimersi al livello degli anni precedenti – un giocatore capace di calciare con entrambi i piedi, senza perdere precisione o potenza; dava il meglio di sé agendo in posizione avanzata, in modo da servire passaggi geniali agli attaccanti o ai compagni di squadra che sopraggiungevano alle sue spalle. 

E invece, all’Inter, Eriksen è stato relegato in panchina per quasi un anno. Capitava che Conte gli dicesse, preparati per entrare. Eriksen si scaldava lungo la linea laterale: corsetta, scatti, esercizi, lo sguardo rivolto al rettangolo di gioco, a immaginare se stesso all’interno dell’azione; poi entrava a due minuti dalla fine, a risultato acquisito. Parecchi giocatori meno forti di lui, dopo umiliazioni di quel genere si sarebbero rifiutati di entrare in campo, avrebbero detto, grazie, preferisco la panchina. Eriksen con grande professionalità, ha sempre obbedito all’allenatore e giocato i pochi secondi concessi. In quelle circostanze, usciva dal campo con la maglia e i pantaloncini come nuovi. Quando andava bene, toccava un paio di palloni ininfluenti e la partita terminava. 

Giornalisti sportivi, commentatori, ex calciatori divenuti opinionisti affermavano che Eriksen fosse un acquisto sbagliato. È lento, dicevano, compassato. L’amministratore delegato dell’Inter, Giuseppe Marotta, lo ha definito, nel dicembre 2020, «non funzionale» al gioco della squadra. Quello di Marotta era un invito esplicito ai dirigenti di altre squadre affinché acquistassero il cartellino del giocatore danese. Un invito poco lungimirante che avrebbe deprezzato il valore del cartellino. Ma nessuno ha voluto investire su Eriksen, nemmeno acquisirlo in prestito, per sei mesi, e così il calciatore è rimasto a Milano.

Il 26 gennaio 2021, Eriksen è entrato a due minuti dalla fine sul punteggio di 1 a 1, stavolta durante l’incontro di Coppa Italia contro il Milan. Ha segnato, nei minuti di recupero, il gol della vittoria su punizione, calciando una parabola perfetta terminata all’incrocio dei pali. Da allora è diventato titolare, fondamentale per lo scudetto 2020/2021 e sarebbe stato – a maggior ragione con Simone Inzaghi, nuovo allenatore dell’Inter – uno dei protagonisti della squadra. Ma ha avuto un arresto cardiaco il 12 giugno 2021. Dopo alcuni mesi di convalescenza, ha chiesto la rescissione consensuale del contratto con l’Inter. Infatti, secondo le regole del calcio italiano, chi ha un defibrillatore sottocutaneo impiantato nel torace non ha l’idoneità sportiva per giocare in Serie A o nei campionati minori. Altre nazioni, in casi come questi, sono tolleranti al limite dell’irresponsabilità, e così Eriksen giocherà, per sei mesi, nel campionato inglese, in una squadra londinese di bassa classifica: il Brentford. Poi si vedrà.

Ma il tema qui è un altro. Come può, un giocatore considerato lento, compassato, inadatto, non funzionale al calcio italiano e per questo motivo umiliato, ecco, come può aver giocato per sette anni nel campionato di calcio inglese, noto per la competitività e il ritmo forsennato? Perché Eriksen, un calciatore generoso, altruista, intelligente, di qualità, era considerato lento e inadeguato? Quale è la percezione della velocità e della lentezza, in Italia? Qual è la percezione della qualità, in Italia, non solo in ambito calcistico?

Il calcio è uno sport spesso ingiusto e sempre diseguale. Alcune squadre giocano molti più minuti rispetto ad altre. Cinque anni fa, per esempio, la Fiorentina era la squadra che giocava più minuti reali: 55 su 95 in media. Il Torino, invece, era la squadra che giocava meno minuti reali: 47 su 95. Dove finivano i 40 minuti non giocati dalla Fiorentina? Dove finivano i 48 minuti non giocati dal Torino? Dove finivano gli 8 minuti di differenza tra Fiorentina e Torino? Cosa si può fare in 8 minuti? A volte, moltissimo. Nel caso di Eriksen, segnare un gol all’incrocio nel derby, oppure avere un attacco cardiaco, morire per cinque minuti e riprendersi nei successivi tre.

Non c’è niente di meglio della Serie A per assistere allo spettacolo della perdita di tempo. I detentori dei diritti televisivi non dovrebbero mostrare gol sottolineati dalla musica percussiva ma, nel silenzio, giocatori a terra che fingono infortuni accompagnati da slogan di questo tipo: sei pronto a perdere tempo guardando il grande spettacolo della perdita di tempo? 

Da alcuni anni, quando guardo un incontro di calcio di Serie A, amo osservare lo sviluppo delle azioni, certo, ma amo guardare, non di meno, i modi in cui i raccattapalle perdono tempo, i modi in cui i calciatori perdono tempo, i modi in cui gli allenatori perdono tempo, i modi in cui gli arbitri non recuperano tempo, avallando così le perdite di tempo complessive di un sistema che invece fa della falsa frenesia un valore. 

Basterebbe introdurre il tempo effettivo, come nel basket. Ma così finirebbe l’aleatorietà del calcio e in particolare del calcio italiano, e finirebbe parte del potere arbitrale e, soprattutto, la gigantesca perdita di tempo. 

In media, un arbitro del campionato italiano recupera al massimo 2 minuti nel primo tempo e 5 minuti nel secondo. Quindi, se va bene, un arbitro italiano di Serie A recupera 7 minuti. Se un arbitro volesse recuperare 40 minuti, ovvero il tempo perso, sarebbe radiato dall’Associazione Italiana Arbitri. Eppure questo sistema, basato su una spaventosa messinscena, ha definito Eriksen lento, inadatto, non funzionale.

Nel calcio italiano ti insegnano a gestire il tempo fin da bambino. I raccattapalle, per esempio, in Serie A hanno in media quattordici anni, giocano e sognano, molto spesso, di diventare calciatori professionisti. Appartengono alle categorie giovanili della squadra ospitante o a società satelliti, affiliate alla squadra di Serie A che ospita la partita. Da quando in ogni incontro si utilizzano almeno un paio di palloni – per ridurre, in teoria, le solite perdite di tempo -, la funzione dei raccattapalle è diventata ancora più significativa. 

Ecco le prime cose che i dirigenti ripetono a un raccattapalle prima della partita.

Se perdiamo o siamo in parità, tieni sempre il pallone tra le mani, in modo da passarglielo subito al nostro calciatore quando rimette la palla in gioco; se vinciamo, non tenere mai il pallone tra le mani, lascialo dietro i cartelloni pubblicitari e fa’ con calma, anzi, non passare il pallone al calciatore avversario, così lui deve scavalcare il cartellone pubblicitario e recuperare il pallone. 

Questa strategia ritarda l’azione di alcuni secondi, secondi che finiscono nella grande discarica di tempo che è ogni partita del campionato italiano di Serie A.

È bello guardare tutta questa simulazione.

Fingere di subire un fallo.

Subire un fallo, accentuare l’esito del colpo, urlare, cadere a terra toccandosi la caviglia e lamentarsi stringendo, a causa del dolore, il malleolo; quasi piagnucolare a occhi chiusi, sbirciare schiudendo un occhio, per vedere se l’arbitro, oltre ad aver fischiato il fallo, ha pure ammonito il giocatore avversario; attendere l’entrata in campo del medico, del massaggiatore, bramare la bomboletta di ghiaccio spray pronto all’uso quasi fosse un medicinale salvavita, fissare la nuvoletta del ghiaccio spray e poi rialzarsi come un reduce, sbattere la suola sul terreno, fingere di zoppicare per alcuni secondi e, infine, riprendere a correre come se nulla fosse accaduto.

Battere la rimessa del fallo laterale ma, prima, chiedere un paio di volte all’arbitro se quella è la posizione giusta per ricominciare l’azione. In questo modo, non soltanto si perdono alcuni secondi: si gratifica l’ego dell’arbitro. 

Recuperare il pallone, se si è in vantaggio, mimando una specie di corsa da fermo, come sul tapis roulant.

Impossessarsi del pallone, battere la rimessa laterale al posto dell’avversario e poi, fingendo di non aver capito, scusarsi con l’arbitro, per evitare l’ammonizione.

Frapporsi fra l’avversario e il pallone prima di un calcio di punizione.

Afferrare il pallone, farselo cadere dalle mani sulla punta delle scarpe, in modo che il pallone rotoli a tre metri, e recuperarlo con calma.

Sistemare il parastinchi prima di calciare una punizione o un calcio d’angolo.

Rallentare ogni minimo gesto.

Le parole invecchiano e infine muoiono proprio come noi. 

Manfrina è la parola che identificava, fino a pochi decenni fa, una patetica perdita di tempo in ambito calcistico: finti infortuni o ripetute ostentazioni di falso zelo, come la corsa da fermo per recuperare il pallone. Manfrina, parola coniata nel XIX secolo, è una danza piemontese, del Monferrato, diffusasi poi, in diverse varianti, in altre regioni. Forse, se la parola manfrina non fosse stata utilizzata nel linguaggio calcistico, avrebbe avuto una vita più lunga.

Viviamo quest’epoca basata sulla perdita di tempo, sulla dissoluzione del confine tra lavoro e svago. Mi è capitato di guardare una partita in compagnia e constatare la propensione, nei più giovani ma non solo, ad alternare la visione della partita allo smartphone, ai social.

Le tecnologie introdotte per limitare gli errori e il potere decisionale dell’arbitro e dei guardialinee, hanno apportato qualche miglioramento, ma bisogna ricordare che la consultazione della tecnologia comporta un investimento di tempo. Rivedere un caso controverso al video implica fermare il gioco per almeno un paio di minuti; aggiungiamo tutto il resto, e si conferma la voragine di tempo smarrito a ogni partita.

Quando Eriksen, umiliato, entrava a due minuti dalla fine, giocava quei pochi secondi comprensivi del recupero. Ma poiché anche durante i tre, quattro, cinque minuti di recupero si perde tempo, ecco che il tempo effettivo giocato da Eriksen si limitava davvero a pochi istanti. 

Ogni tanto riguardo un’azione in cui Eriksen non segna e nemmeno fa un vero e proprio assist. Risale al breve periodo in cui Eriksen ha giocato con continuità nell’Inter. È un’azione, quattro mesi prima del malore, in cui risplende la sua intelligenza calcistica grazie alla quale l’Inter ha segnato il secondo gol, al 57esimo minuto di Milan-Inter, il 21 febbraio 2021. 

La partita è finita con la vittoria dell’Inter per 3 a 0.

Lukaku, a metà campo, defilato sulla destra, spalle alla porta, circondato da due milanisti, attende l’inserimento di Hakimi. Hakimi resiste a una carica e, grazie alla sua velocità, salta i difensori e passa il pallone, in orizzontale, a Eriksen. Eriksen, infatti, segue l’azione, è in posizione centrale, tra la metà campo e il limite dell’area milanista. È in piena corsa quando riceve il pallone che ballonzola: lo stoppa con il sinistro, mandandolo in avanti e arriva al limite dall’area di rigore, un po’ defilato sulla sinistra. Un giocatore egoista, da quella posizione, tira in porta. Un giocatore altruista, da quella posizione, passa il pallone, nella fattispecie, a Lautaro Martinez, che si è smarcato sulla sinistra. Eriksen invece attende, suggerisce a Lautaro Martinez di posizionarsi al centro dell’area; l’attaccante argentino non capisce subito le intenzioni del compagno, allora Eriksen si prende il tempo necessario – alcuni decimi di secondo – affinché Lautaro Martinez comprenda l’idea, e affinché Perisic, che arriva di corsa da dietro, possa inserirsi sulla fascia sinistra. A questo punto, Eriksen serve una palla precisa, rasoterra, tra il difensore milanista che cura Lautaro Martinez e Lautaro Martinez che è in movimento e sta andando in mezzo all’area di rigore.

Il pallone finisce a Perisic che, sopraggiunto di corsa, serve un assist rasoterra a Lautaro Martinez che, da cinque metri, segna.

Da quando Lukaku tocca il pallone a quando Lautaro Martinez segna, passano 9 secondi. Eriksen tocca il pallone per poco più di 2 secondi, comprensivi del suggerimento non recepito da Lautaro Martinez.

A proposito di questa azione, mi è capitato di sentire, da alcuni giornalisti sportivi: Eriksen arriva al limite dell’area, è indeciso, non sa cosa fare, e passa a Perisic. L’ottusità davanti alla bellezza è impressionante. Del resto, sempre più persone si annoiano e non comprendono un’azione calcistica basata sul fraseggio, o un tipo di scrittura che privilegia l’indugio, il tempo giusto per aprire un varco e arrivare, quanto più possibile, alla frase esatta.

Non a caso, secondo la maggioranza dei giornalisti sportivi o dei commentatori il calcio è la somma di locuzioni alla moda – attaccare lo spazio, attaccare la profondità – sostituibili dai prossimi tic verbali.

Eriksen, in quell’azione, crea lo spazio, e questo grazie al suo lucido, intenzionale tergiversare per pochi istanti, un tergiversare che non è indecisione ma necessario atto sorgivo.

Dopo il gol, Lautaro Martinez ringrazia a malapena Perisic, autore dell’assist, e corre verso la panchina a gioire. Niente di nuovo: il normale egoismo dell’attaccante. È invece commovente la corsa di Hakimi verso Eriksen, l’abbraccio di Barella a Eriksen e la gratitudine di Eriksen a entrambi e a Perisic, che ha capito l’intenzione e assecondato il fluire dell’azione.

Un’azione sublime, che avviene senza pubblico a causa delle restrizioni anti-covid. E per una volta, l’assenza del pubblico non è negativa, anzi, San Siro vuoto evidenzia meglio la geometria dell’azione.

Meno di quattro mesi dopo, la morte di cinque minuti e la sopravvivenza.

Ottenuta la rescissione del contratto dall’Inter e prima di ritornare nel campionato inglese, Eriksen si è allenato da solo. Partiva da Milano e, come un frontaliero diretto in Canton Ticino, varcava la dogana e raggiungeva lo stadio di Chiasso, dove gioca la squadra che milita nella terza serie svizzera. 

Ricominciare da uno stadio marginale, sul confine: correre, palleggiare. Chissà se mentre si allenava, Eriksen riusciva a pensare soltanto al calcio, alla simulazione di un’azione che avrebbe voluto orchestrare. Forse il calcio gli servirà ancora a questo, a non pensare ai cinque minuti di morte, al conseguente defibrillatore sottocutaneo. O forse il calcio, a maggior ragione, lo riporterà al dispositivo elettrico grande come un orologio da taschino che protegge la vita e crea, dall’invisibile, qualcosa: il piccolo apparecchio sottopelle, sempre pronto ad adattarsi al battito umano, a correggere le aritmie, cercando di plasmare, in un tempo rinnovato divenuto anche suo, lo spazio.

ARTICOLO n. 9 / 2022

LA MORTE

Le regole del gioco erano queste: le bambine, nell’attimo in cui il rumore le colpiva, dovevano rimanere immobili. Nessun muscolo palpitava più. Non battevano ciglio, non si muovevano. Nemmeno se i rumori che dovevano simulare uno sparo – un grido, una pietra sbattuta sul recinto o un coccio di bottiglia tirato contro un muro – le sorprendevano in piena corsa o nell’atto di spiccare un salto, di portare l’acqua, di pettinarsi, o nelle posizioni più strane, nelle quali era difficile mantenere a lungo l’equilibrio.

Era già successo, non da molto, che due di loro fossero rimaste in bilico sul bordo di una finestra, sul punto di cadere. Il davanzale era alto, quasi quanto un piano. Le loro gambe esili stavano per cedere, potevano precipitare all’indietro da un momento all’altro… Un giovanottone che passava di là era riuscito a trattenerle in tempo.

A volte rimanevano anche un’ora paralizzate nella posizione in cui le aveva sorprese il segnale, come stabiliva la regola. Le mani alzate, una gamba per aria, il collo torto o la schiena curva. Le braccia penzoloni fin quasi a terra, irrigidite, nell’atto di raccogliere il paramano di un vecchio cappotto o addirittura, incredibile, l’involucro oleato di un panetto di burro, ancora unto, arrivato chissà come dalla mensa delle sentinelle. Il desiderio, per quanto forte, di continuare il gesto iniziato non riusciva a smuoverle. Erano morte: nessuna tentazione avrebbe avuto l’effetto di destarle.

Esistevano, dunque, anche dei giochi. Le bambine avevano inventato questo: «il gioco dei manichini». Cercavano di diventare, di punto in bianco, signorine e signore graziose. L’immobilità delle statuine sudicie e cenciose pretendeva addirittura una certa eleganza, che immaginavano appartenesse a un mondo il quale aveva conservato – così supponevano – l’ideale di donne nobili e raffinate, la cui perfezione si identificava con l’immobilità dei manichini.

Il gioco, però, si sarebbe potuto chiamare anche diversamente. Il loro irrigidirsi, nello stato in cui si trovavano, quasi nude, scheletriche, l’immobilità che raggiungevano, il loro modo di fermarsi di colpo, rinunciando a ogni movimento – fin quasi a trattenere il respiro –, facevano presagire qualcosa di sinistro.

Guardandole, il ragazzo si era chiesto spesso se il gioco non attirasse un tale evento, affrettandolo. Gli pareva di avvertire nelle vicinanze la presenza della canna di un fucile in agguato, puntato dietro un muro o dalla garitta… Un tale gioco avrebbe tremendamente divertito le sentinelle. Nell’attimo in cui ricevevano il segnale, spesso con un grido che simulava uno sparo, non avrebbero capito che una di loro era stramazzata. Non si sarebbero accorte che si era trattato di un colpo vero: la caduta del bersaglio non faceva parte del gioco. Andavano fiere della bravura che avevano acquisito nel conservare, pur nell’immobilità, l’alterezza e la leggiadra civetteria di quell’altro mondo, nel quale, come si immaginavano o come avevano sentito raccontare da qualcuno degli anziani, esistevano ancora signore e signori fatti apposta per essere ammirati, da lontano, dietro le vetrine… Al ragazzo pareva di vedere il mirino del fucile o la piccola bocca, nascosta a pochi passi, della pistola, in agguato, pronti a esplodere fulmineamente in un altro gioco, che avrebbe divertito moltissimo i soldati.

Il giorno in cui, sorprese dall’allarme sul davanzale della finestra, vicino al tetto dei dormitori, stipati fino all’inverosimile di letti a castello, le due bambine stavano per perdere l’equilibrio, trattenute all’ultimo momento da Lică, il cugino gigante dai capelli crespi, rossi, ma già anche bianchi, di un colore insolito, una specie di rosa mattone sbiadito, il ragazzo ebbe la certezza che la disgrazia fosse successa davvero. Atterrito, riaprì gli occhi solo dopo qualche istante: le due brunette correvano di nuovo. Parevano, sì, ancora spaventate, ma erano vive, allegre, da non crederci.

… Tutt’intorno, al di là del recinto, era un’esplosione di fiori. Era arrivata la primavera, si sentivano gli uccelli. Non avrebbe saputo riconoscerli, dar loro un nome, nessuno aveva trovato il tempo di parlargli dei fiori e degli uccelli. E neppure dei tanti insetti che spuntavano insieme con il sole.

Si era appoggiato a uno dei pali del recinto. Gli occhi chiusi, spossato dal torpore che lo invadeva. Sentiva un gran caldo, si sbottonò la camicia fino alla vita. Una camicia sgargiante, variegata, fatta di pezzi diversi, messi come capitava: se li era procurati, chissà dove, la mamma. Si era slacciato i due bottoni, uno rosa, da trapunta, al collo, l’altro cucito in basso, vicino alla cintola, grosso e nero, «da soprabito», come andava ripetendo Lică per prenderlo in giro. Aveva slacciato i due bottoni e scostato i due lembi della camicia, scoprendo il petto magro, ossuto e cereo. Era rimasto a occhi chiusi, le palpebre tremolavano, pulsando per via della luce.

Il sole riscaldava le costole sottili, non ancora ben formate… lasciate in balia del colpo che stava per esplodere.

Lo ricevette in pieno petto. Il primo pensiero, ancor prima di aprire gli occhi: «Non si è sentito nulla, non c’è stato sparo». Nessuno sparo, in effetti. Udiva il ronzio vicino, sul petto. Sentiva l’aculeo fitto in profondità e il punto della trafittura. Agitò le braccia convulsamente, gridò. Era questa la morte, non sarebbe durato che qualche attimo, tutto crollava, non c’era più tempo. Correva, pallido, trafitto: un morto dagli occhi sbarrati, atterriti, neri; l’insetto giallo lo seguiva, ronzandogli intorno alle spalle. Levava le mani, cercando di proteggersi, inciampando, barcollando all’indietro. Fece alcune giravolte, la camicia gli era caduta dalle spalle; girò su se stesso, riprese a scappare, senza più voltarsi indietro. Saltava, la terra si apriva sotto ogni salto, correva a bocca aperta, smorto, sudato, per cogliere gli ultimi istanti, per arrivare in tempo. Il dolore aumentava, il veleno, con traiettoria rapida, capillare, saliva, sarebbe stato troppo tardi… sbatté contro la porta della baracca, facendo irruzione all’interno.

Lo zio guardava fuori, come al solito, attraverso le assi.

Non avrebbero potuto aiutarlo, non l’avevano nemmeno visto. Barcollò, presto le forze lo avrebbero abbandonato, lo sapeva; si precipitò contro la porta dei vicini, a fianco, più oltre, dagli altri, più oltre, nel corridoio. Era allo stremo, soffocava, le guance accese, appiccicose di lacrime.

Varcò d’un balzo la soglia, fece il giro del cortile singhiozzando, disperato. Il tempo fuggiva, passò nell’altra baracca: la trovò, finalmente! Fece ancora in tempo a mostrarle il gonfiore cresciutogli sul petto, il punto colpito.

Ansimava, la scongiurava, presto, presto, bisognava tentare di tutto, immediatamente. Forse lo poteva ancora salvare… era stato preso di mira, colpito, trafitto, qualcosa di giallo, di velenoso… Ma la mano ruvida lo accarezzava sulla testa, per calmarlo. Carezze stupide, la mamma era solita sprecare il tempo così. Ormai gli mancavano le forze, era alla fine, nemmeno lei capiva la disgrazia. «Non è niente, un’ape, non è niente»; ma la sua voce calma lo terrorizzava. Nemmeno lei capiva, e di conseguenza…Voleva giusto alzare gli occhi, urlare, quando udì alle sue spalle una risata beffarda, che ben conosceva. Era suo cugino Lică che sghignazzava. Quel colosso si era fatto sempre più emaciato, ora aveva un aspetto miserabile, ma forza gliene era rimasta. E la sua forza, quello screanzato, pareva averla concentrata tutta nella risata che gli rovesciava addosso.

© 2015, Norman Manea, All rights reserved

ARTICOLO n. 8 / 2022

COSA RESTA ANCORA DEL ROMANZO?

Si è spesso detto che il romanzo è in pericolo, e che il libro è stretto d’assedio dai nuovi media. Eppure, ondate di nuovi romanzi si susseguono a un ritmo incalzante e, in forma digitale, continuano a lungo a fluttuarci intorno. Ma c’è un fenomeno ancora più sorprendente. Il romanzo realista – più volte dato per morto – continua a essere oggetto di un culto ostinato. Continua a dispensare visioni della Storia e a rivelare preziose verità – a nutrire ambizioni grandiose. Nell’insistenza con cui si dà voce a queste ambizioni c’è, tuttavia, qualcosa di sospetto; c’è una nota di ansietà, un eccesso di retorica, un’enfasi così marcata che finisce col suscitare qualche dubbio. Il realismo gode di buona salute, ma in che modo si è evoluto? Cosa ne è stato, davvero, dei suoi ideali? 

Per capirlo è forse utile ricordare in che modo questi ideali ne hanno segnato la storia. Da quando, all’epoca del Robinson Crusoe, ha iniziato a prender forma quel che siamo soliti chiamare «realismo», la cultura del romanzo è stata un luogo di esperimenti arditi, spesso destinati a un meraviglioso fallimento. Minacciati dall’avanzata della scienza, i romanzieri più ambiziosi si sono lanciati all’inseguimento della «realtà», riflettendo instancabilmente sui rapporti tra vita e arte. La realtà inseguita da scrittori come Defoe e Fielding e poi, nel secolo successivo, come Balzac, George Eliot o Flaubert, non era quella delle cronache: era quella dell’esperienza, fatta di emozioni, di quotidianità, di dettagli. E la loro ambizione non si fermava a questo. A interessarli non era solo quel che succedeva tra le pareti di un salotto o nell’anima di una fanciulla innamorata: nei casi più memorabili il racconto delle vite private diventava un’occasione per scavare nelle fibre nascoste di un’intera comunità, per intrecciare il racconto delle vicende individuali a quello di processi sociali ancora in divenire. Queste ambizioni si esprimevano spesso in forma polemica. Molti stili romanzeschi sono stati concepiti come strumenti di conoscenza, con l’intento di rimpiazzare altri stili, degenerati in maniera e incapaci di catturare i moti sottili dell’esistenza. Gli esperimenti della grande stagione modernista sono stati un’ulteriore prosecuzione di questo progetto. Sia Proust sia Virginia Woolf, tesi a narrare la parte sommersa della psiche e il suo complicato rapporto con l’ambiente circostante, reagivano per esempio all’eccesso di dati esteriori tipico del naturalismo.

Il progetto del realismo aveva due implicazioni. Da una parte, l’arte del romanzo era tesa a produrre una visione alternativa, un modello per riformare l’esperienza, per redimere un mondo che la cultura capitalista stava riorganizzando e, secondo molti, compartimentando troppo rigidamente. Le visioni dei romanzieri non avevano l’afflato metafisico che percorre la poesia romantica, ma i loro obiettivi erano altrettanto elevati: restaurare un’armonia perduta, tessere una vasta e fitta rete di legami simpatetici e addentrarsi in dimensioni inesplorate: la dimensione microscopica dei processi interiori, quella macroscopica dei grandi fenomeni sociali e l’interazione tra le due. 

Al tempo stesso, l’ascesa del realismo ha coinciso con la nascita di una nuova cultura dell’intrattenimento. Come un filmato in handycam, in molti romanzi i dettagli e i moti della coscienza puntavano ad avvolgere i lettori, a trascinarli nella storia; e così la ricchezza di stimoli visuali. Il confine tra realismo e sensazionalismo era labile. Per suscitare immedesimazione, il romanzo tendeva a far leva su paure o desideri fin troppo noti al pubblico – che consisteva, già allora, perlopiù di lettrici –: finire in miseria, restare senza marito, cedere a un seduttore senza scrupoli, scoprire segreti sul proprio passato familiare. Nei primi anni del Novecento, i romanzieri più rigorosi, non di rado in rotta con il mercato, cercarono infatti di sbarazzarsi dell’apparato melodrammatico e del facile moralismo che sembravano fare tutt’uno con l’arte del romanzo: un gesto che ha portato all’estremo la ricerca di veridicità dei primi scrittori realisti, e che abbiamo visto ripetersi molte volte. 

Fin da subito, del resto, i più convinti adepti del realismo hanno cercato di riscattare i romanzi dal girone della letteratura d’intrattenimento, rivendicandone la funzione pubblica. Il romanzo realista si è presentato ai lettori come un catalizzatore del progresso nazionale. In primo luogo, perché permetteva di pensarsi come parte di una comunità più ampia. E perché invitava, al tempo stesso, a meditare sulle sorti di quella comunità. Queste caratteristiche ne hanno favorito l’istituzionalizzazione: quando, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento la letteratura moderna ha fatto il suo ingresso nei programmi scolastici, il realismo è diventato un oggetto di studio e uno strumento pedagogico.

Cosa ne è del modo realista? Continua, nonostante tutto, a catturare l’attenzione, e lo scetticismo degli autori postmoderni non l’ha nemmeno scalfito. Continuiamo a mettere il naso negli ambienti borghesi e a seguire la vita emotiva dei loro abitanti. Continuiamo a cercare nei romanzi un sapere alternativo, la cartografia di una quotidianità ignota che sfugge alle cronache. Concetti di matrice ottocentesca ammantano i melodrammi domestici di cui avidamente continuiamo a cibarci: la letteratura racconta l’animo umano, racconta la nostra storia; è un’analisi, un’indagine, uno studio, un’esplorazione; solleva problemi; offre spunti di riflessione. Lodiamo lo sguardo penetrante del romanziere, la sua capacità di spingersi nei più profondi meandri della psiche, il suo coraggio di fronte alla verità sconvolgente del male o all’ambiguità morale della nevrosi. Al tempo stesso, e con maggior enfasi che in passato, lodiamo la capacità del romanzo di sperimentare tutte le gamme dell’esperienza emotiva e così di intrattenerci in modo efficace. Elogiamo un libro perché nel giro di poche pagine ci ha fatto ridere e piangere, perché ci ha tolto il respiro, ci ha commosso ed esaltato, rapito e scosso. Queste reazioni sono registrate con particolare vividezza da chi racconta le proprie esperienze di lettura sul web, mostrando una propensione diffusa all’immersione, all’identificazione, all’intensità. Più che un incontro con il linguaggio – poiché ogni frase e ogni pagina deve rapinosamente condurre alla successiva, la lingua deve essere invisibile – la lettura costituisce un’esperienza emotiva vicaria. In parte, certo, era così già all’epoca di Richardson, quando le giovani lettrici del 1740 facevano propri i terrori di Pamela, veicolati dalla lingua non letteraria della finzione epistolare, e si perdevano in elenchi di oggetti non molto diversi da quelli che affollano i romanzi di Federico Moccia. 

Con ancora più enfasi che in passato, dunque, attribuiamo al romanzo due capacità inscindibili: lo consideriamo in grado di offrire al pubblico un’esperienza di rara intensità emotiva e, al tempo stesso, una conoscenza del mondo che solo la letteratura sembra in grado di garantire. Una delle idee più ricorrenti, ribadita, nei secoli, da teorici e narratori come Diderot, George Eliot, Jonathan Franzen e Zadie Smith, è che leggendo si allena la capacità empatica. I romanzi ci preparano alla pratica quotidiana della compassione e nutrono la conoscenza della nostra e di altre comunità. I libri erano e restano un luogo di crescita morale e civile, e gli autori – il cui viso serio non ci lascia requie – sono piccoli o grandi oracoli di cui si esalta la sapienza, la capacità di poter dire, mostrare, vedere, spiegare, oltre che affabulare. Una piccola religione si sviluppa intorno a quest’idea, con i suoi riti e i suoi sacrari, in cui (come nella musica pop) si mescolano devozione e spettacolo.

Ma il romanzo è in una posizione scomoda; e non perché sia minacciato da altri mezzi d’intrattenimento. Non ha mai avuto così tanti lettori, che continuano, nelle sale d’aspetto e negli aeroporti di tutto il mondo, ad abbandonarsi alle sue lusinghe. Difficilmente, però, può condurci a nuove scoperte. In passato, l’antropologia, la psicologia e molti altri rami del sapere esistevano solo in forma embrionale, e la narrazione romanzesca poteva occupare territori vergini. Alla fine del Settecento, solo un romanzo poteva raccontare la quotidianità e le ansie di una ragazza di provincia in età da marito. Solo un romanzo poteva, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, avvicinare ai luoghi centrali del dibattito pubblico l’esperienza di una sessualità non ortodossa. E solo un romanzo poteva catturare le usanze, gli ideali o la malinconia di una classe sociale al tramonto, o lo slancio e i sogni di una classe sociale nascente. In assenza di tecnologie audiovisive, i romanzi fungevano anche da supporto visuale. Le lunghe descrizioni di Dickens degli slum londinesi, che oggi la maggior parte dei lettori, abituati a periodi brevi, troverebbero insostenibili, erano anche formidabili documentari.  

Le cose sono cambiate, perché oggi tutto può essere tema di discussione; tutto può essere fotografato, filmato, raccontato – dagli stessi protagonisti – e, ovviamente, razionalizzato. Molti libri di antropologia urbana sono dei capolavori narrativi. Inoltre, gli altri media non si limitano a intrattenerci. La complessità di un sistema urbano può essere raccontata in modo illuminante da una serie TV come The Wire, che troneggia nel pantheon realista e ha un valore educativo che difficilmente si può riconoscere a un romanzo di Carrère o McEwan. Ai romanzi resta, certo, il racconto dell’interiorità, che raramente, tuttavia, costituisce una scoperta. Le caratteristiche di fondo dell’esperienza narrata, i suoi presupposti psicologici e sociali – per esempio la scarsa empatia di un assassino, i comportamenti compulsivi di un adolescente traumatizzato, l’oppressione della società patriarcale, le conseguenze devastanti del sistema coloniale – sono già dibattuti in vari ambiti (e interstizi) dello spazio mediatico. L’emozione del racconto ci cattura, ma è parte di una macchina narrativa che per conseguire il proprio effetto muove da una visione preformata; grattando via la superficie, si trovano giudizi di valore, modelli del mondo e modelli comportamentali ben riconoscibili, e con i quali, spesso, tendiamo a concordare. I romanzi, del resto, si nutrono di temi caldi, e non lanciano sfide al pensiero teorico. Anzi, lo seguono con un certo ritardo. Si muovono spesso sulla scia della grande cultura radicale degli anni ’70, e nella maggior parte dei casi non suscitano questioni che esulino dal campo letterario.  

Oggi più ancora che in passato, il modo realista si traduce in una conferma del già noto che ci dà l’illusione di conoscere il mondo. Si risolve in un invito ricorrente all’empatia tragica, in prese d’atto del naufragio di ogni speranza: in particolare in Italia, in cui c’è un particolare interesse per il disagio adolescenziale o giovanile. Ci appassioniamo spesso alle vicende di giovani uomini e giovani donne che faticano a crescere, alle prese con pesanti retaggi. Ripetutamente e implacabilmente, impariamo che la nostra storia familiare ci schiaccia, il capitalismo finanziario ci schiaccia, una corruzione atavica ci schiaccia e – in un perpetuo incubo darwiniano – anche la natura ci schiaccia. Il melodramma realista ci dà l’illusione di capire tutto. E ci invita a riconoscerci. Contemplando frustrazioni simili alle nostre, ripercorriamo il difficile avvicinamento a una maturità irraggiungibile. Vediamo variazioni, in chiave drammatica, del nostro io privato, che fatica ad adeguarsi alle tristi richieste dell’età adulta. Nel far questo, certo, mettiamo il naso in altre case, altri ambienti, altre città, che difficilmente, tuttavia, risultano alieni. Ci abbandoniamo, piuttosto, a un turismo dei sentimenti e degli interni, che ci porta nelle dimore sontuose dei ricchi o nelle stamberghe dei poveri. O che ci spinge per un po’ sui sentieri della nostalgia, riportandoci ai luoghi del passato, a quella stagione in cui la vita abbondava di emozioni estreme che il tempo ci ha obbligato a reprimere.   

In tutto questo non c’è nulla di condannabile. Il problema può risiedere, al più, nelle idee nebulose in cui tendiamo ad avviluppare l’oggetto letterario, finendo, contraddittoriamente, col nasconderne la natura: nell’idea che la letteratura debba andare di pari passo con la «verità» e il «senso critico», che possa regalarci una conoscenza speciale. La nostra cultura si fa un vanto di chiamare le cose col proprio nome, di definirle con precisione. Ma guardando alla vicenda del romanzo moderno ci si può chiedere, a ragione, come definirlo; e sorge il dubbio che il modo in cui viene presentato un cine-comic hollywoodiano sia più aderente alla realtà. Cosa resta davvero degli ideali del romanzo, del suo intreccio di teoria e pratica, insieme eroico e fallimentare; dell’ispirazione enciclopedica di Fielding e Balzac, dell’obiettività di Flaubert, della sottigliezza di Jane Austen, degli slanci degli scrittori modernisti, che volevano rinnovare la lingua per «straniarla»? Perché, nella maggior parte delle sue espressioni, il romanzo non sembra sfruttare a fondo il linguaggio: sembra assecondarne l’inerzia. 

Anzi: forse la narrativa è proprio il luogo in cui il peso greve del mondo si manifesta in modo più forte. Al suo interno si possono, infatti, sperimentare nuove forme di cognizione, affrancando la lingua dagli schemi consueti. E il fatto che questo avvenga solo di rado, e che il più delle volte avvenga l’esatto contrario, la rende un fruttuoso oggetto d’analisi. L’insegnamento della letteratura è stato e continua a essere importante. I romanzi e i racconti sono stati, in molti casi, il luogo in cui le visioni dominanti in determinati gruppi umani – non solo le ideologie aberranti dell’imperialismo o del patriarcato, anche prospettive morali rassicuranti ma limitate – hanno rinnovato la propria seduzione. Per questo è utile capirli: per mostrare il modo in cui anche attraverso costrutti linguistici relativamente elaborati gli esseri umani tendono ad adagiarsi in un’inerzia di massa; forse in un narcisismo di massa, che preclude l’incontro con le possibilità della Storia. Ed è utile, a questo fine, un dibattito ricco di voci dissonanti, che attinga anche alle teorie del racconto. La letteratura può essere, oltre che una fonte di emozioni, un marchingegno da smontare.

Non c’è, in fondo, da temere. Ogni cultura letteraria cova sviluppi inattesi. Si continua a cercare, attraverso il racconto, un’esperienza di alterità, di sconcerto; una via verso nuovi stati d’attenzione. E si continua a farlo – come del resto è sempre stato – non solo attraverso una simulazione della realtà, e non solo attraverso storie lineari. Il realismo, val la pena di ricordarlo, è una scelta tra le tante. A contare non è il metodo, ma il fine – e nulla ci riguarda più intimamente delle visioni mostruose di certi scrittori. Le trame convenzionali si dimostrano, spesso, catene da spezzare: strane digressioni suggeriscono i legami invisibili tra ciò che ci riguarda da vicino e ciò che è fuori dal nostro campo percettivo; ci portano a stabilire correlazioni tra fatti e oggetti apparentemente lontani. La visuale sul presente si dimostra angusta, forse infruttuosa: proiezioni in un futuro possibile ci portano a guardare a noi stessi e al nostro rapporto col mondo da altri punti di vista, a immaginare e interrogare nuove forme di coesistenza. E la lingua più trasparente si rivela un carcere: prose strappate ai meccanismi stanchi dell’affabulazione rivestono il mondo di nuove parole, in grado di illuminarne nuove sfumature, avventurandosi in luoghi apparentemente banali – come una periferia urbana o un paesaggio di provincia – e incoraggiando nuovi tipi d’investimento affettivo. E, soprattutto, quel che credevamo di sapere si rivela infondato. Sfuggendo alle logiche comuni o corrodendole dall’interno, i romanzi continuano a spingersi nelle pieghe nascoste della quotidianità, in realtà pulviscolari e aliene che le forme consuete faticano a catturare. 

Rinsaldare il rapporto tra il romanzo e ciò che è altro da noi non significa baloccarsi in illusioni metafisiche. Significa rispolverare le risorse del linguaggio, strappandolo alla tirannia di una sintassi anchilosata, di un lessico impoverito, di stereotipi durevoli ma logori. Queste si esprimono al meglio nell’invenzione più multiforme, che può nutrire un ecosistema linguistico sano. Sfruttare a fondo le potenzialità del linguaggio narrativo, portandolo a un’osmosi con quello poetico o con molti altri registri e discorsi, è un buon modo per sintonizzarci sulle sfumature delle cose, per rinnovare il legame tra le parole e gli oggetti. È un modo, inoltre, per far esperienza del mistero, della non-comprensione – e per farci venir voglia, però, non tanto di contemplarne le soglie, quanto di oltrepassarle. Di fare a nostra volta esperienza dell’ignoto: anche – perché no – con la razionalità. 

ARTICOLO n. 7 / 2022

OLTRE LE SBARRE

per me si va tra la perduta gente.
DANTE, Inferno, Canto III

È cominciato tutto da una dimenticanza.

Ero in partenza per un viaggio. In aeroporto mi accorgo di aver lasciato a casa il libro da leggere nella lunga trasferta, così, superato il check-in, mi infilo nell’edicola/libreria del terminal in cerca di una sostituzione. Passando in rassegna riviste e best seller, inciampo su un volume, fatto cadere inavvertitamente da qualcuno. Sulla copertina, l’immagine di una mano che simula il profilo di una pistola, con il pollice sollevato e l’indice e il medio puntati in avanti. Il titolo: A mano armata. Sottotitolo: Vita violenta di Giusva Fioravanti

Dò un’occhiata alla quarta di copertina: «Noi siamo sopravvissuti per caso, le pallottole ci hanno risparmiato. Volevamo dimostrare che il mondo non appartiene solo ai grandi, che non ci può essere qualcuno che decide sempre per te. Abbiamo fatto un macello per questo. E alla fine, sia gli amici sia le vittime sono morti inutilmente…». 

Decido che quel libro partirà insieme a me.

Della vita violenta di Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusva, conoscevo ciò che riferiva la cronaca all’epoca dei fatti che avevano insanguinato il nostro paese per oltre un decennio. Un periodo storico che avevo vissuto, adolescente, con un sentimento ambivalente di paura ed eccitazione, attrazione e repulsione. Ero troppo giovane per afferrare il significato delle varie sigle e acronimi che rivendicavano, a turno, le azioni politiche, gli attentati, le rapine, gli atti dimostrativi. Cosa volessero dimostrare, appunto, mi sfuggiva, ma una cosa è certa: la mia giovinezza romana sarebbe stata segnata dalla febbre di quegli anni, poiché nulla di così incredibile era mai accaduto prima. 

Fioravanti apparteneva all’oscura galassia del terrorismo nero, del quale poco si parlava e meno ancora si capiva: ma probabilmente il suo nome, nella mia memoria, si sarebbe confuso insieme a quello di tanti altri, se il suo volto di bambino, di bravo bambino, non fosse apparso, per contrasto, accanto alle foto segnaletiche del giovane 

uomo cattivo che era diventato. Il piccolo Giusva, protagonista de La Famiglia Benvenuti, popolare sceneggiato televisivo degli anni ’60, divenuto un criminale di spicco della destra eversiva, suscitava l’interesse della stampa che aveva trovato il soggetto ideale per opinioni e considerazioni di ogni genere.

Col tempo, e con la distanza necessaria per una riflessione, ho cominciato ad approfondire la conoscenza di quel periodo ormai tramontato, volevo capire cosa avesse spinto dei giovani verso una deriva così spietata e autolesionista. Quel libro caduto ai miei piedi è stato per me l’inizio di un lungo percorso.

Rientrata a Roma, avevo un solo obiettivo: acquistare i diritti di A mano armata e scriverne una sceneggiatura. La storia raccontata da Giovanni Bianconi conteneva un’infinità di elementi drammaturgici interessanti: l’infanzia borghese, il successo nel cinema, l’insofferenza verso l’autorità, gli studi in America, il senso di protezione nei confronti del fratello minore (preludio di un viaggio senza ritorno), la storia d’amore con Francesca Mambro, la morte degli amici, la morte dei nemici, la latitanza, l’arresto, il carcere. Il personaggio Giusva Fioravanti, anomalo rispetto ai terroristi della sua frangia politica e così diverso per generazione ed educazione dei combattenti di sinistra, poteva essere raccontato in un film, malgrado le inevitabili difficoltà e i rischi legati alla rappresentazione di vicende reali così dolorose. Questo credevo, e questo hanno creduto anche Giovanni Bianconi e Sandro Veronesi con i quali scrivemmo la sceneggiatura, e Marco Risi, mio marito, che avrebbe diretto il film.

La stesura della sceneggiatura è stata lunga e sofferta. Avevamo a che fare con un materiale incandescente, si trattava di risollevare il velo su fatti e misfatti che bruciavano e bruciano tuttora, sentivamo il peso e la responsabilità di raccontare eventi realmente accaduti cercando di aggirare le infinite trappole seminate dal confronto, talvolta impari, fra l’onestà intellettuale e le esigenze artistiche. Avevo raccolto una quantità enorme di materiali: fotografie, articoli di giornali, testimonianze dei familiari delle vittime, sopralluoghi nei quartieri in cui si erano svolti i fatti, processi ancora in corso… Ero stata travolta dalle ricerche, e più andavo avanti più volevo andare a fondo senza accorgermi che stavo girando a vuoto. I miei compagni di lavoro se ne resero conto molto prima di me: il film su cui ci stavamo lambiccando da mesi non si sarebbe mai fatto. I produttori traccheggiavano, e non per una questione di soldi. «I tempi non sono ancora maturi» è la frase che ho sentito ripetere più volte, e forse era davvero troppo presto: il processo per la strage di Bologna, avvenuta quindici anni prima, era ancora in corso, e da quella tragedia, per la quale non era ancora stata emessa una sentenza definitiva, il nostro racconto non poteva prescindere. E dunque, come spesso accade a chi lavora nel cinema, la sceneggiatura fu messa in un cassetto, con l’amara consapevolezza che lì sarebbe rimasta. Con saggezza i miei compagni passarono ad altri progetti, e lo stesso feci anch’io. Partii per la Turchia per le riprese di un film a me molto caro, Il Bagno turco, opera prima di Ferzan Ozpetek, ma nonostante il coinvolgimento e l’entusiasmo, non riuscivo a non pensare all’altro film, a quello che non si sarebbe fatto (infelice chi non gode di ciò che possiede e rimpiange quel che non ha…). Il tarlo scavava nella mia mente, e così, un giorno, decisi di scrivere una lettera. 

Destinatario: Giuseppe Valerio Fioravanti. 

Indirizzo: Via Raffaele Majetti 70, Carcere Circondariale di Rebibbia. 

«Mi chiamo Francesca d’Aloja, sono un’attrice. Ho passato un anno a documentarmi sulla tua vita. So molte cose di te, e tu non sai niente di me. Mi sembrava giusto dirti chi sono e informarti che il progetto del film tratto dal libro di Giovanni Bianconi A mano armata si è arenato. Il film non si farà…»

Aggiunsi alcune note biografiche, raccontai qualche dettaglio sulla sceneggiatura (esitai a lungo sul confidenziale «tu», ma l’azzardo di scrivergli una lettera era talmente sfacciato che usare il «lei» mi sembrò ipocrita), e spedii la lettera, dando per scontato che mai avrei ricevuto risposta, ma a me bastava. Era il punto finale che andavo cercando.

Fu solo l’inizio.

Arrivò la risposta pochi giorni dopo:

«So benissimo chi sei. Ricordo di averti vista passare, vestita di nero, in un’aula bunker durante uno dei miei tanti processi. Hai i capelli lunghi. Sei alta e magra. Mi conforta sapere che il film non si farà, e se ne hai voglia posso spiegarti perché. Sai dove trovarmi, basta chiedere un permesso…»

La lettera era molto più lunga, ma queste sono le frasi che ho letto e riletto più volte. Sai dove trovarmi… Basta chiedere un permesso…

Prima di allora immaginavo fosse difficile entrare in un carcere. Perché mai – mi chiedevo – dovrebbero concedermi il permesso di incontrare un pluriergastolano senza avere nessuna parentela o titolo professionale che ne giustifichi la richiesta? Oggi risponderei che quando circostanze apparentemente difficili si rivelano praticabili, o viceversa, quando ciò che appare semplice diventa insormontabile, il significato è uno solo: è il momento giusto, oppure non lo è. Quel luogo ostile e lontano da tutto ciò che aveva fatto parte della mia vita, mi stava aspettando. E quello strano appuntamento non era altro che il mezzo per entrarci.

Fui accolta dal direttore del carcere, Maurizio Barbera. Gentile, disponibile, loquace, non corrispondeva a nessun immaginario cinematografico (è naturale e quasi inevitabile l’associazione mondo carcerario/cinema, l’unica a nostra disposizione, almeno fino a quando i cancelli blindati non si aprono davvero, come accadde a me quel giorno). Mi scortò per un lungo percorso fatto di corridoi rivestiti di linoleum, cancelli aperti e subito richiusi, saluti frettolosi con il personale e descrizioni minuziose dei luoghi che via via attraversavamo: la biblioteca, la palestra, le cucine, l’area verde…  Ero curiosa, sfacciata. Approfittavo della disponibilità del direttore incalzandolo di domande alle quali rispondeva senza indugi, forse anche lui grato dell’occasione. All’epoca non erano frequenti visite non ufficiali, se non per scontare una pena, in carcere ci si va per svolgere un lavoro, ottemperare un impegno, altrimenti lo si evita. 

Senza arte né parte, mi aggiravo nei meandri della prigione ringraziando la sorte (e la mia sfrontatezza) per l’opportunità che mi veniva concessa. Ricordo ancora oggi lo stato d’animo che accompagnava i miei passi: mi sentivo a mio agio, incredibilmente a mio agio. 

Entrammo in una piccola stanza arredata con un tavolino in formica e due seggiole: «Può attendere qui, Fioravanti la raggiungerà al più presto.»

E il direttore se ne andò.

La prima cosa che mi colpì fu il suo abbigliamento. Camicia pulita e pantaloni di buona fattura. Niente a che vedere con quella che mi era sembrata la divisa di ordinanza di quasi tutti i detenuti intravisti durante quell’oretta di visita: tuta acrilica o felpe fuorimisura. E un nuovo cliché prodotto dal mio immaginario veniva smentito dalla realtà: nella mia mente un ergastolano, con diciassette anni di detenzione alle spalle, si sarebbe dovuto presentare con la barba lunga e i vestiti casuali di chi ha da tempo abbandonato l’idea del decoro mondano. E invece era vestito come ci si veste fuori. La faccia era la stessa del ragazzino di tanti anni prima, forse per via di quei lineamenti affilati, zigomi alti, mascelle pronunciate, naso sottile, che il tempo non aveva intaccato. Ci stringemmo la mano, mi rivolse un sorriso, ricambiai.

Mi sentivo a disagio?

Meno di quanto avrei immaginato. E questo mi mise a disagio.

Parlammo a lungo. Di tantissime cose. Roma, la nostra città, era il centro della conversazione, e ancora mi stupii della sua totale mancanza di toni nostalgici nell’evocare luoghi conosciuti: piazze, strade, cinema, negozi o gelaterie. La sensazione che avevo provato durante i lunghi mesi di immersione nelle vicende che lo riguardavano, e che un’intima censura desiderava fosse smentita, fu invece avvalorata: quel giovane uomo, che citava titoli di film che avevo amato, gruppi musicali che avevano segnato la mia adolescenza, autori per me fondamentali (Camus su tutti), fino a un certo punto della sua esistenza sarebbe potuto diventare mio amico. Quel certo punto, il punto di non ritorno, quello che avrebbe interrotto definitivamente la nostra possibile amicizia, rappresentava il cardine del mio interesse. La domanda sul perché una persona, cresciuta in contesti simili ai miei (educazione borghese, buone scuole, addirittura la stessa piscina del Foro Italico, come allievi, in anni diversi, del corso di tuffi condotto da Klaus Di Biasi…), in apparenza nessun motivo valido di ribellione, decida improvvisamente di distruggere ogni cosa, arrivando al punto di uccidere e farsi uccidere, era per me centrale. La politica non c’entrava nulla, a me interessava altro. 

Rincasai frastornata, ma nella confusione dei pensieri si insinuava il desiderio, sempre più urgente, di tornare. Il carcere era un luogo che volevo, dovevo, conoscere. Ancora non sapevo quanto sarebbe stato importante farlo.

Giorni dopo ricevetti una lettera di Fioravanti. Calligrafia rotonda, femminile. Si diceva contento di avermi incontrata. Nelle poche frasi si percepiva, tuttavia, un sottile stupore riguardo alla mia curiosità di conoscere il luogo in cui era costretto a vivere.

(Lo stesso stupore mi par di cogliere in alcuni di voi… Non riguarda il luogo, ma la persona che in quel luogo viveva. Vi starete chiedendo, non dite di no, quali oscure manovre della mia mente mi abbiano condotto verso «quella» persona e perché mai il giudizio, il sacrosanto giudizio, non abbia prevalso. Vi rispondo che è forse l’aver sospeso tale giudizio ad avermi aperto le porte del carcere. È la regola fondamentale seguita da chiunque voglia varcare quei cancelli con la fedina penale pulita. Insufficiente come risposta? Può darsi. E in questo caso, il giudizio lo lascio a voi che leggete.)

A quella lettera fece seguito una lunga, fitta corrispondenza. Dai molti argomenti affrontati emergeva una personalità poliedrica, molto distante dal profilo medio dei simpatizzanti di destra che proliferavano nel mio quartiere (i Parioli), verso i quali nutrivo un’avversione furiosa. Mi chiedevo se tale distanza fosse stata generata dalla lunga detenzione, se la capacità di analisi e riflessione, così evidente nei suoi scritti, e praticamente assente nella stragrande maggioranza dei «fasci» che avevo incrociato, fosse il frutto di una crescita esistenziale maturata fra le quattro mura di una cella. Tuttavia, dalla storia della sua vita, così ben raccontata da Giovanni Bianconi, affiorava un carattere solitario e introspettivo che avrebbe lasciato presagire un futuro ben diverso. L’intelligenza mal riposta è stato il primo dei delitti di Valerio Fioravanti. Glielo feci notare, anni dopo, in nome di quel «perché?» che continuava a pungolarmi. «Sono tante le risposte – mi disse – potrei imputare le mie scelte alla città in cui vivevo, al momento storico, alla scuola che frequentavo, a mio padre, mio fratello, agli amici che mi ero scelto, ma sarei disonesto se non considerassi una personale vocazione al male, farina esclusiva del mio sacco.»

Quando manifestai il mio desiderio di conoscere il carcere, lui commentò con un sarcastico «Allora sei più stramba di me». Non ricordo se ritenni necessario fornirgli le mie motivazioni, forse perché allora non mi erano così chiare come lo sono adesso, con tanti anni di distanza. Da ragazza insoddisfatta degli ambienti nei quali ero cresciuta, avevo bisogno di sconfinare in territori sconosciuti. Distanti da me. Un carcere maschile era quanto di più lontano potessi immaginare. (Ma forse, e lo dico col beneficio del dubbio, ciò che aveva spinto i miei passi all’interno di quel luogo era l’impareggiabile opportunità di fiancheggiare il male stando dalla parte del bene, di respirarne lo zolfo ben protetta dal mio statuto di persona onesta. E poi, onesta? Chi può davvero ritenersi tale fino in fondo? Mettermi alla prova significava concedermi la possibilità di scardinare le mie certezze, dubitare delle mie convinzioni. Sono stata ingenua, lo confesso, e anche alquanto presuntuosa. Credere di sconfinare mettendosi accanto a persone che avevano sconfinato sul serio era una forma di presunzione. Ero giovane allora, ma non così giovane…)

Ottenere il permesso per un incontro occasionale si rivelò relativamente semplice, ma come avrei fatto a garantirmi un accesso regolare? Mi fu d’aiuto Pablo Echaurren, che conoscevo solo come autore della famosa copertina di Porci con le ali. Pablo aveva creato dei laboratori di pittura all’interno del carcere, e grazie a lui ottenni un colloquio con l’allora responsabile del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), Michele Coiro, persona preziosa senza la quale non avrei potuto ottenere nulla. Gli chiesi un permesso temporaneo con il patto che se entro tre mesi non avessi portato un progetto concreto sarebbe stato revocato. Si fidò di me, non so perché.

(Parentesi fondamentale: nell’attesa di ricevere il lasciapassare, le maglie del destino imbastivano una nuova trama. Sandro, Sandro Veronesi, l’amico che più di altri avrebbe avuto a che fare con le incognite della mia vita, mi disse che avrei dovuto conoscere Edoardo Albinati: «Insegna in carcere da alcuni anni, potrebbe esserti d’aiuto». E fu così che a una cena organizzata dal mio migliore amico per agevolare la mia nuova avventura, incontrai l’uomo cardine del mio futuro. Non lo sapevo ancora, nessuno di noi lo sapeva. Eravamo felicemente partecipi di altre vite.)

Trascorsi alcuni giorni, mi ritrovai fra le mani il tesserino plastificato «Art.17», che mi consentiva di muovermi nella quasi totale libertà all’interno dei reparti. E così cominciò il mio viaggio.

Per diversi mesi sono entrata a Rebibbia ogni giorno, esclusi alcuni fine settimana. Ci arrivavo al mattino e me ne andavo al tramonto.

Cosa facevo?

Si può dire che trascorrevo il mio tempo parlando, ma soprattutto, ascoltando. 

Superata l’iniziale diffidenza nei miei confronti (che vuole questa qui…?), i detenuti mi raccontavano le loro storie, e via via che accumulavo aneddoti e confidenze si materializzava l’idea di raccoglierle in un film. 

Insieme a Pablo Echaurren e Valerio Fioravanti, la nostra guida all’interno di un luogo pieno di trappole e insidie che nella mia ingenuità talvolta non coglievo, abbiamo speso ore e ore a trascrivere o a registrare le voci dei reclusi. Ho imparato ben presto che dispensare saluti e sorrisi lì dentro aveva un altro significato, mostrare interesse nei confronti di qualcuno poteva generare invidie e gelosie, dimenticare, anche per un solo istante, la realtà del luogo in cui mi trovavo era imprudente. Non ho mai voluto sapere per quali reati erano stati incarcerati. È stata un’esperienza faticosa e difficile, eppure non dimenticherò mai la sensazione di appagamento che mi portavo a casa la sera e il desiderio di farvi ritorno l’indomani.

L’impegno preso con Michele Coiro venne onorato, allo scadere del terzo mese avevo un progetto: girare un film su e con i detenuti. Miei co-autori, Fioravanti ed Echaurren. Avremmo messo in scena la quotidianità, la routine ripetitiva e insensata di un gruppo di reclusi, selezionati durante quei mesi di colloqui. Titolo: Piccoli Ergastoli.

Riunii una piccola troupe di collaboratori e cominciarono le riprese. Si trattava della mia prima prova di regia, affrontata senza ponderare fino in fondo la difficoltà dell’impresa: una volta chiusi i cancelli alle mie spalle, non avrei potuto contare sull’aiuto di nessuno, non potevo telefonare né ricevere assistenza dall’esterno. Dovevamo cavarcela da soli, adattando le nostre esigenze alle ristrettezze del luogo. Inoltre, non consideravo il rischio di lavorare con persone il cui unico legame era basato sulla reciproca fiducia e la cui disponibilità poteva essere messa in discussione a ogni istante. Non erano professionisti che avevano stipulato un contratto, non percepivano un compenso (vietato dalla legge), non avevano dunque nessun obbligo. È capitato più di una volta che uno degli «attori» non se la sentisse di girare perché reduce da un turbolento colloquio con l’avvocato, o con la moglie, o che, nottetempo, fosse stato trasferito altrove. In quei casi dovevamo improvvisare una nuova situazione (rimpiangerò sempre di non aver potuto riprendere Drago, zingaro con una faccia impareggiabile, sempre vestito di nero, che mi accolse nella sua cella per raccontarmi la sua storia, e mentre parlava, le mani scivolavano languidamente sulle decine di fotografie di donne nude attaccate alle sue spalle…). L’indisponibilità di Drago offrì una nuova occasione al mio destino. Dovendo tamponare il buco, mi venne in mente che Edoardo Albinati stava svolgendo il suo lavoro di insegnante nel reparto accanto. Perché non riprendere una lezione? Bussammo alla porta della sua classe. Nello sguardo, l’ennesimo, eloquente: «che vuole questa?». Chiedemmo gentilmente il permesso di riprendere una tranche di lezione, e lui e i suoi studenti gentilmente acconsentirono…

Malgrado gli imprevisti e le difficoltà portammo a termine le riprese.

Il film, preceduto da critiche e commenti di ogni genere, fu presentato al Festival di Venezia. La conferenza stampa si rivelò come una delle prove più difficili. Il nome di Valerio Fioravanti, presente nei titoli, scatenò la reazione dei familiari delle vittime e non fu affatto semplice sostenere le ragioni di un lavoro nato come un esperimento che offriva ai carcerati la possibilità di raccontarsi, dunque di esistere. Non era mai accaduto prima. Ci fu d’aiuto il direttore del carcere, Barbera, insieme a noi a Venezia, ma il fatto che Fioravanti non apparisse nel film (il titolo stesso ne avrebbe escluso la presenza…) non fu sufficiente a placare gli animi. Inutile dire che di Piccoli Ergastoli si parlò più di quanto avrebbe meritato, si trattava in fondo di un piccolo film, realizzato con pochissimi mezzi. Un’opera prima sincera, sì, ma sgangherata e approssimativa che certo non ambiva a palcoscenici internazionali. Divenne un caso nostro malgrado, tanto che la Rai lo mandò in onda in contemporanea con una proiezione all’interno di Rebibbia cui fece seguito un dibattito al quale parteciparono detenuti, giornalisti e rappresentanti dello Stato. In diretta. Mi tremavano le gambe.

Spenti, come si dice, i riflettori, avrei potuto considerare conclusa la mia immersione carceraria. Non fu così. Decisi di continuare. Da sola, questa volta. Senza collaboratori, senza nessuno. Chiesi il rinnovo del permesso e restai, come volontaria, per altri due anni. Non osavo confessare ai reclusi che mi piaceva stare lì. È facile, se sai di poterne uscire, avrebbero commentato. 

Entrare in un luogo in cui tutto era diverso, gli equilibri e la sostanza, l’importanza di un oggetto, la sospensione del tempo, il significato delle parole, degli sguardi, di un raggio di sole, di una promessa non mantenuta, l’assurdità delle regole, il rumore costante, gli odori: tutto questo rendeva anche me prigioniera.

E poi volevo spingermi oltre. Tornare da sola era tutta un’altra faccenda. Pensavo di sapermi muovere dopo mesi di frequentazione. Era un luogo che conoscevo, l’avevo percorso in lungo e in largo tante volte… Di nuovo ingenua e presuntuosa. Ho fatto una montagna di errori, perlomeno all’inizio. Poi forse ho imparato. Ecco, se c’è una cosa che ho imparato frequentando un carcere è l’importanza, l’importanza fondamentale dell’equilibrio. Tutto è in bilico. Lo è fuori, sempre, figuriamoci dentro. Attenzione ai toni, agli sguardi, alle confidenze, ai passi falsi, alle false gentilezze, ai pregiudizi (presenti anche quando credi di esserne immune), all’illudersi di essere al sicuro, al ritenersi superiori. Attenzione alla cattiveria ma anche alla bontà.

Chi, all’esterno, era a conoscenza del mio viaggio fra la perduta gente, manifestava stupore e insieme ammirazione per un impegno giudicato difficile da perseguire: «che brava che sei… che coraggio…». Così vengono spesso considerate le persone che prestano servizio in un carcere, varcare quei cancelli volontariamente può apparire un gesto eroico, e talvolta tali attestati sono ben riposti. Ma io, onestamente, non li meritavo. Non era l’altruismo a spingermi là dentro. Non era per loro che andavo. Lo facevo per me. Ne avevo bisogno. Volevo spingermi in un altrove, forse perché nello sconfinare si trovano le chiavi per conoscersi, per capire un po’ meglio se stessi. Io, di me, non ho mai capito nulla. E però, da ciascun uomo conosciuto in prigione e in ciascuno dei giorni lì trascorsi, ho imparato qualcosa (sono passati più di vent’anni da allora, eppure, ancora oggi, considero quell’esperienza una delle più importanti della mia vita). Tre anni straordinari, stranissimi, irripetibili, che si conclusero un giorno ben preciso.

Mi trovavo a passeggiare insieme ai detenuti nel cortile, durante l’ora d’aria. E a un certo punto, da un altoparlante sentii distintamente una voce scandire il mio nome: «DALOIA, al colloquio!»

Se l’avessi visto scritto, sarebbe stato diverso. Ma sul momento, pensai che l’ordine fosse rivolto a me e non a un detenuto il cui cognome si pronunciava come il mio. Ed ebbi paura. Pensai di essere entrata nell’ingranaggio, e che mai più ne sarei uscita.

Non avevo mai avuto paura, entrando e uscendo dalle celle, transitando nei vari reparti, andando su e giù per il cortile. E avevo sbagliato. 

Quella voce, per quanto suonasse surreale, mi riportava alla realtà. Mi ricordava che io, lì dentro, ero solo di passaggio.

ARTICOLO n. 6 / 2022

VIETATO FUMARE

C’è questa foto, che è stata scattata a Palermo, in cui rido e ammicco girata verso la macchina fotografica.

È sera, fa caldo e ho una canotta nera con le spalline sottili, la borsa bianca di tela sulla spalla e un bicchiere, di quello che sembra essere gin tonic, stretto nella mano destra.

Collanina azzurra al collo, capelli raccolti, sudore sul viso.

Intorno ho degli amici, chiacchierano tra di loro, una persona alla mia destra è mossa, sta ballando.  

Io strizzo un occhio, e rido, a bocca spalancata. Porto degli occhiali da sole bianchi, non so di chi.

Dovrebbe essere l’ingresso di un locale, ma non si capisce bene: tutto intorno è molto buio, si intravede della carta da parati in lontananza. 

Io rido al centro della scena e sono completamente bruciata dal flash della macchina fotografica analogica. 

I contorni non sono a fuoco, anzi, quasi tutta la mia figura non lo è, si distinguono a malapena la borsa di tela e le mie stesse mani.

Sto partecipando all’evento di una rassegna culturale, sono gli ultimi giorni di settembre e fa ancora caldissimo.

Non si nota subito ma se si strizzano un po’ gli occhi si vede che tra le mani ho una sigaretta, anch’essa totalmente fuori fuoco. 

Io stessa c’ho messo un po’ per individuarla.

Non si vede il fumo, la sovraesposizione ne impedisce la permanenza sulla pellicola: il bianco del flash e quello del fumo si annullano a vicenda.

Il ragazzo che ha scattato la foto me l’ha mandata qualche settimana fa e io ne sono stata particolarmente felice: sotto Natale, nel pieno della quarta ondata, con una serie di dubbi su ciò che saranno tour, festival ed eventi culturali da qui a maggio, il ricordo di un momento di quasi-libertà mi fa apparire un bel sorriso sulla faccia.

Ritaglio la foto, la raddrizzo, scrivo una caption in cui si capisce che quella era una festa, che era ottobre, che era bellissimo, che spero che ricominci presto la voglia di assembramento e premo «posta sul profilo». La foto adesso si trova su Instagram. 

Quando posto le foto che mi piacciono spesso dimentico che i social sono, sì, finestre sulle nostre quotidianità, ma hanno un valore assolutamente parziale.

Ahimè, ci metto ben poco a ricordarmelo.

Succede infatti che la foto inizia a ricevere commenti e il sentimento di claustrofobia di questo secondo anno di coronacene risulta assai – mi perdonerete il gioco di parole – pandemico

Chi ricorda con tristezza i giorni estivi. Chi ha mancanza della normalità. Chi sente nostalgia per Palermo e per «i sorrisi, l’alcool e l’amore», come scrive il mio amico Ignazio.

Ci sono commenti su quanto la foto sia sfocata ma ugualmente intensa, c’è chi chiede da dove vengano gli occhiali da sole e chi invece si sente contagiato dalla mia felicità impressa sulla pellicola.

Tra questi commenti, però, ne intercetto uno piuttosto lungo, che sembra non aver molto a che fare con il mood generale, bensì con ciò che stringo tra le dita: la famosa sigaretta.

È un blocco piuttosto lungo in cui questa persona mi accusa di promuovere «sostanze dannose, pericolose, che creano dipendenza» e aggiunge che «come scelta personale va benissimo ma fare pubblicità gratis alle multinazionali che campano sulla distruzione della salute è brutto». Più sotto la sua arringa continua, ribadendo che «quanto fumi sono cazzi tuoi (…) hai un potere e questo deve essere considerato quando è usato».

In tutto ciò, io, sulle prime, continuo a non capire a cosa si riferisca, dal momento che la sigaretta nella fotografia, come dicevo, non riuscivo a vederla. Poi, metto più a fuoco, e mi scappa quasi da ridere.

Insomma, quello rivoltomi, è un rimprovero per la presunta superficialità con cui avrei mostrato il vizio del fumo, vizio che mi porto dietro da ormai un paio di decadi e che appare e scompare periodicamente grazie a momenti esistenziali rilassati e senso di colpa: fumare è la mia personale sfida con cui spesso, non lo nego, mi sollazzo, premiandomi o punendomi a seconda dei giorni sul calendario. 

L’accusa della persona che evidentemente non è aficionada alla mia pagina – altrimenti avrebbe saputo che ho smesso di fumare subito dopo quel tour palermitano e che il vizio del fumo, comparato ai vizi che ho portato avanti per una vita, è davvero una bazzecola da educande – verte sul fatto che io, in quello scatto, inneggerei al tabagismo facendo da supporter alle multinazionali che commerciano in nicotina. 

Insomma, ciò che questa critica voleva dire è che rendere cool – ma come poi? – un gesto che uccide le persone è una cosa che chi come me ha un certo seguito non dovrebbe fare e, nel caso, che lo faccia di nascosto, al riparo dagli occhi dei bambini, sia mai che qualcuno pensi a questi maledettissimi bambini. 

La prima reazione che mi è sorta spontanea è stata cercare di capire quando io mi sarei tramutata in madre di un popolo invisibile denominato con il termine collettivo e ben poco identitario di followers, che l’autore del commento reputa incapace di comprendere – secondo una personalissima scala di valori morali – la differenza tra bene e male, giusto e sbagliato, su una cosa così elementare.

Ma la seconda osservazione che questo commento mi ha portato a fare è stata di carattere più ampio e mi ha ricordato che su internet corrono brutti tempi. 

No, non sono una di quelle persone che condanna il mezzo social dicendo che tutto sta andando a puttane per colpa dei dispositivi mobili e che moriremo soli sbranati dai gatti o investiti dagli autobus perché non sappiamo più comunicare e non contempliamo il mondo intorno a noi: io credo davvero che internet e i social media siano un mezzo assimilabile al progresso più che all’autodistruzione del genere umano.

È infatti proprio grazie ai social che molte delle istanze sociali e civili, che per anni sono state insabbiate, trovano oggi un luogo di dibattito e un mondo in cui confrontarsi.

Categorie da sempre silenziate possono prendere per la prima volta parola e alzare la loro voce. Non è poco, anzi: è l’abc dell’inclusività.

Penso però che il coronacene abbia accelerato qualche processo e che, dopo un isolamento prolungato in cui l’unico mezzo possibile per la socializzazione era ed è quello digitale (che è privo di regole e limiti), le urgenze civili e sociali stiano andando un pochino oltre a quella che è la capacità stessa del metamondo.

Il punto che mi interessa comprendere, in un flusso di pensieri che vomito qui sopra, è quanta responsabilità stiamo addossando al singolo avatar e soprattutto in che modo.

Ripartendo dall’antefatto della sigaretta invisibile mi ritrovo a pensare a quanto ci dia pena l’azione altrui, come se questa potesse e dovesse sopperire alle mancanze sociali che sono invece responsabilità di un sistema educativo statale, di sovrastrutture politiche universali.

E questo vuoto culturale e istituzionale si manifesta davanti ai miei occhi in un duplice modo, con due diverse fazioni che agiscono esattamente nella stessa maniera: nel punire, senza rieducare, ogni singolo individuo che commette l’imperdonabile errore del giorno.

Quindi da una parte abbiamo i conservatori, la parte della comunità intellettuale e politica che si appella al passato, che condanna la vacuità delle istanze delle nuove generazioni e le azioni dei singoli rappresentanti delle stesse, che propone un linciaggio basato sul mero gossip e cerca di sputtanare gli esponenti del movimento progressista invalidandone le tesi con giochi che sono più simili al bullismo che alla vera e propria critica politica e sociale.

Persone che chiedono che certe cose si facciano a casa nostra, a porte chiuse, non davanti ai bambini perché poi «la teoria del gender come ce li farà crescere?», «dove andremo a finire, signora mia?», le battaglie vere sono altre e questa gente passa il tempo a farsi i tatuaggetti a forma di cuore sulla pelle e a usare asterischi e cancelletti.

Dall’altro lato, vista la più totale mancanza di una politica che sia giovane e consapevole del paese reale, la giusta rabbia del progressismo spesso si arena in baggianate e rivolte di massa verso singoli comportamenti. Che lasciano spazio solo a personalismi e quindi a nessuna dimensione di complessità, finendo con l’imporre divieti senza spiegare per cosa si venga effettivamente puniti.

Spesso succede anche una cosa bizzarra, tanto da fare il giro: come nel caso della sigaretta di cui sopra, si finisce per incolpare il singolo di una sua scelta personale – discutibile, come ogni vizio, dopotutto – chiedendo a gran voce di nasconderla, perché altrimenti «che modello educativo dovrebbe venirne fuori?».

Questo procedimento mi ricorda proprio quello proibizionista e perbenista che tanto vogliamo smantellare e usa proprio i mezzi punitivi del conservatorismo per generare silenzio e terrore.

Ecco, in entrambe le situazioni da me appena citate il problema è proprio il modello educativo: non lo dovrebbero dare i singoli e non si dovrebbe imputare ad altri in uno slancio di idolatria. Sentimento che nasce proprio dall’assenza di reali sistemi educativi di riferimento.

Non dovremmo cercare la perfezione in un sistema parallelo, ma in quello che abbiamo e che dovrebbe guidarci e che si sta dimostrando sempre più incapace nello stare al passo con i tempi della rivoluzione culturale nata sui social.

Gli stessi social sono diventati, da palestra di dibattito prolifico quale erano, dei giganteschi contenitori di frustrazione. Una frustrazione più che legittima, che nasce dall’essere costantemente inascoltati, ignorati, invisibilizzati. 

Ma che non trovando sfogo e ascolto adotta gli unici mezzi che conosce, ovvero quelli del padrone.

Nei talk che accompagnano le presentazioni dei miei libri mi viene chiesto spesso cosa si possa fare per convincere i nostri amici, vicini di casa, parenti, ad abbandonare posizioni fasciste o retrograde ed escludenti. E ogni volta che mi viene posta questa legittima domanda io mi sento terribilmente affranta perché un sistema che da sempre ci ignora, ci fa anche credere che la responsabilità ricada su di noi, sulle categorie marginalizzate, sui singoli, come se dovessimo istruire le persone con devozione e abnegazione.

Ridendo, dunque, rispondo sempre a questo quesito che a convertire le persone una ad una ci ha già provato una persona nata a Betlemme. E infatti non è andata a finire troppo bene.

Nell’ansia di frenare il vomito biliare delle personalità tory del nostro panorama politico e culturale finiamo per scordarci che è al sistema che dobbiamo rivolgerci o perderemo totalmente la complessità del nostro pensiero. È al sistema che dobbiamo imporre di educare e sensibilizzare.

E la complessità è essenziale quando si battono dei nuovi sentieri, come quello della rivoluzione culturale in cui stiamo ampiamente entrando, perché senza comprendere limiti e potenziali si finisce per applicare le teorie con confusione (come, ad esempio, richiedendo una donna qualsiasi al Quirinale. Ma se quella donna fosse antiabortista, razzista o con posizioni politiche liberali andrebbe davvero bene? Dove perdiamo la logica, tra la teoria e la pratica a ogni costo?).

Mi ritrovo spesso a confrontarmi con canali di informazione e media che fanno dei disservizi giganteschi: basti pensare a come viene trattata la violenza di genere dai canali mainstream e come non si sappia ancora scrivere di femminicidio, deresponsabilizzando il sistema culturale che ne è la sua stessa, chiarissima, matrice.

Mi trovo anche a dover ricordare a redazioni televisive e personalità di spicco che stanno davanti alle telecamere e a milioni di spettatori che la propaganda antiabortista in prima serata dovrebbe essere vietata. Mi trovo, di base, ad interagire con quelle che sono le fonti secondarie di informazione e apprendimento, il cui carattere universale ha quindi una portata catastrofica nella sopravvivenza di stereotipi e bias culturali. È in questi sistemi che dobbiamo inserisci esigendo dialogo e cambiamento.

Questi sono infatti ambienti ottimali per poter intavolare un discorso di applicabilità della rappresentazione corretta delle categorie marginalizzate.

Ma prendere le foto di una influencer di otto anni fa in cui usa una terminologia che oggi sappiamo essere senza dubbio alcuno razzista e darle della stronza traditrice non è altrettanto intelligente, anzi: la punizione esemplare non interviene qui, perché stiamo applicando retroattivamente cose che purtroppo sappiamo soltanto oggi e grazie alle voci di chi si sobbarca un peso enorme e che non dovrebbe essere suo.

I giornali, il sistema, le fonti, i ragionamenti sono da portare nei luoghi di comando perché è lì che sono sempre mancati ed è il sistema educativo stesso che deve sobbarcarsi una nuova visione del mondo che sia comprensiva di tutte le persone.

La guerra tra poveri, la chiamo io.

Quella lotta tra persone che si menano virtualmente dimenticandosi del sistema e appigliandosi a minchiate di controllo serve solo a perdere tempo gratificando nel breve periodo ma lasciando intatto un meccanismo che procede imperterrito con i suoi anacronistici e goffi ragionamenti e in cui difesa si schierano dei veri e propri bulli di professione, impauriti dal nuovo che avanza.

Il fulcro di questa mia rubrica a cadenza mensile sarà quello di analizzare i limiti di un sistema vetusto, chiuso, crudele e comprendere dove inizi la complessità del progressismo, che spesso perdiamo davanti al fumo di una sigaretta, un divieto troppo netto e privo di senso, alla voglia di rendere retroattivo qualcosa che retroattivo non può essere e a porre dei dubbi sul perché una infografica sia il nuovo mostro invisibile del giorno.

Sento che ci stiamo perdendo via la complessità.

Nel dubbio ci penso un po’ su, accendendomi una paglia.

Non vogliatemene, nel caso mi permetto di ricordarvi, però, che il fumo uccide.

ARTICOLO n. 5 / 2022

ENNIO MORRICONE SECONDO GIUSEPPE TORNATORE

un'intervista

Ennio di Giuseppe Tornatore è un affresco enorme, coloratissimo, pieno di dettagli e di idee. Inizia con le mani di Morricone, si concentra prima sui suoi movimenti, sulla ginnastica, sulle braccia che si allargano e che si riavvicinano al corpo e poi sulle parole. La camera cerca insistentemente la striscia degli occhi e la base della fronte. Il montaggio – firmato da Massimo Quaglia e Annalisa Schillaci – gioca con la regia, e le immagini giocano con la musica. 

C’è, come sottolinea Tornatore, un ritmo incredibile, che avvolge ogni cosa e ogni momento, e che permette a questo documentario di diventare un torrente di ricordi e di informazioni, di riempirsi di emozioni e sentimenti genuini, e di amalgamare, in due ore e mezza, la storia di un uomo, dei suoi successi e del suo talento con la storia di un intero paese. Ma Ennio non è solo questo. 

È un film sul cinema e sui registi, sull’anima delle storie, sull’importanza dei suoni e dei rumori, su quello che proviamo ogni volta che ascoltiamo una canzone, o che le immagini trovano lo stesso passo della musica. È, poi, un film d’amore, perché Morricone parla di sua moglie, Maria Travia, e lo fa con la dedizione degli innamorati; ed è un film sull’amicizia, perché le persone che vengono intervistate sono tutte profondamente legate a Morricone da un affetto genuino. 

Infine, c’è il rapporto tra Tornatore e Morricone: e quindi ci sono la complicità di ogni racconto e la libera onestà con cui tutto viene ricordato e restituito allo spettatore. Per finire Ennio, dal primissimo pitch alla versione definitiva, ci sono voluti quasi sette anni. E, dice Tornatore, ogni montaggio è stato diverso. «Il primo, ovviamente, era molto più lungo e abbondante. Conteneva più capitoli e aveva lo stesso ritmo e lo stesso andamento». 

Dopo il successo di The Beatles: Get Back di Peter Jackson, potrebbe essere un’idea farne una miniserie, per approfondire ulteriormente il racconto. Ne avete parlato?
«Le dico la verità: nessuno mi ha chiesto di lavorarci nuovamente. Confermo, però, che c’è molto più materiale».

Ma a lei piacerebbe allargare ulteriormente questo racconto?
«Più che allargarlo, mi piacerebbe ricomporlo. Nel secondo montaggio, c’erano molte più cose. Cose che, secondo me, sono piuttosto importanti. Quindi valuterei senza problemi una proposta del genere. Non avrei nessuna riserva. Intendiamoci: si tratterebbe di un lavoro piuttosto complesso. Perché una cosa è trarre una versione più sintetica da una più lunga, un’altra, invece, è ricostruire una versione più estesa che non è mai stata finalizzata».

Mentre parla di Ennio, Tornatore sembra inseguire qualcosa: un’idea, forse; oppure un’intuizione. Non è mai brusco, ma c’è una consapevolezza precisa nella sua voce. Non è vero, dice, quello che hanno scritto. «Questo non era il sogno della mia vita, non ci avevo mai pensato prima. Sono stati i produttori, Gianni Russo e Gabriele Costa, a propormi di fare un documentario su Morricone».

Lei ha accettato immediatamente?
«Se Morricone è d’accordo, ho detto io, lo faccio volentieri. Conoscevo il carattere di Ennio, e conoscevo la sua ritrosia a lasciarsi riprendere. Quindi sono andati da Ennio, gli hanno fatto la stessa proposta, e Ennio ha risposto: se lo fa Giuseppe, per me non ci sono problemi. In un certo senso, mi sono ritrovato coinvolto. E solo a quel punto ho cominciato a immaginarlo e a scriverlo. È diventato un progetto importante per la mia vita, e io ho fatto di tutto per realizzare il miglior documentario possibile».

Dal primo giorno di lavorazione a oggi, sono passati – diceva – quasi sette anni.
«Durante i primi cinque, però, ho fatto solo qualche intervista e qualche ripresa, e poi sono tornato ai miei film. Negli ultimi due anni, invece, mi sono concentrato unicamente su questo progetto». 

Ha dovuto riscriverlo diverse volte.
«Non tanto per gli eventi quanto, in realtà, per il cambiamento di certi contesti produttivi. Per esempio, in un primo momento nel film erano previste anche alcune sequenze di ricostruzione cinematografica. Dunque andavano fatti dei casting e trovati degli attori. Alla fine, però, sono stato costretto a rinunciare e ad abbracciare una formula più tradizionale».

Da dove è partito?
«Per questo documentario, la cosa più importante è sempre stata avere un linguaggio più vicino alla musica che alle immagini. L’intera struttura doveva avere una sua musicalità. Perché è proprio la musicalità che avvicina questo documentario alla personalità e alla figura di Ennio Morricone».

In Ennio si alternano interviste – una delle più deliziose e delicate è quella fatta a Bernardo Bertolucci – e materiali di archivio, e poi, per tutto il tempo, ritornano i temi e la musica scritti da Morricone. Le persone li canticchiano. Danno il tempo. «L’opera di Morricone fa parte del nostro tessuto quotidiano», dice Tornatore, «e io ho giocato con questa cosa. Tutti, prima o poi, finiscono per fischiettare le sue musiche. E lo fanno soprattutto i registi e le persone che, nel corso del tempo, hanno lavorato con lui. Chiunque, in questo film, è pronto ad accennare una musica di Morricone».

C’erano due Ennio. Uno più introverso e timido, e uno più deciso e coinvolto. Lei quale ha conosciuto?
«Tutti e due. Non erano due facce in contrapposizione, ma due aspetti complementari. Ennio era così: ironico, spiritoso, trasparente, di un’onestà unica; e allo stesso tempo era deciso, appassionato, pronto ad accalorarsi e arrabbiarsi per far valere le sue ragioni. Dietro questi due aspetti, c’era la sua profonda genialità. E non sembrava esserne nemmeno consapevole. Eccola, la chiave della sua grandezza».

A un certo punto, nel documentario, dice: io sono tutta la musica che ho studiato.
«Non pensava, però, di essere un genio puro. E questo non sapere l’ha reso ancora più grande: gli ha permesso di alzare ogni volta l’asticella delle sue aspettative e di continuare a sperimentare. Perché per lui comporre musica significava sperimentare. Erano la stessa cosa. Io ho conosciuto il Morricone curioso e il Morricone pronto a puntare i piedi. E nel 99% dei casi, quando lo faceva, aveva ragione lui».

Com’è andato il vostro primo incontro?
«Mi ha messo immediatamente alla prova. Voleva capire le mie intenzioni. Ennio temeva gli approcci estremamente superficiali che a volte ci sono nel cinema. Non tutti i registi conoscono la musica, e non tutti i registi la rispettano. Quando gli dissi che non volevo una musica siciliana per Nuovo Cinema Paradiso, si tranquillizzò e accettò di lavorare al film. Per me si trattava di una storia universale».

Ne La leggenda del pianista sull’oceano, Morricone ha saputo dare voce all’amore.
«In quel caso, la musica è stata decisiva due volte. Non era solo un commento: faceva profondamente parte del film. Con Morricone, ne abbiamo parlato prima dell’inizio delle riprese; ci abbiamo lavorato a lungo. La musica che aveva composto era la musica definitiva, e in questa scena il tema doveva parlare di amore».

In che senso?
«Doveva essere particolare anche rispetto al resto della colonna sonora. L’inizio di questo tema contiene in sé dei lunghissimi intervalli, e sono stati questi intervalli che mi hanno permesso di descrivere nel racconto questo meccanismo che volgarmente chiamiamo “colpo di fulmine”».

Lui vede lei, e cerca di conoscerla attraverso la musica. 
«Il tema non poteva essere deciso. Doveva essere incerto. Soprattutto, poi, non doveva ripetersi mai: doveva evolversi in continuazione. In quel tema c’è tutto: c’è lui e c’è lei; c’è il desiderio di conoscere, ci sono l’amore e la consapevolezza finale. Questo che sto dicendo, però, è la sintesi di ore e ore di lavoro e di discussioni: ed erano ore bellissime, piene, ricche di Ennio e della sua sensibilità. Con le sue musiche, i film hanno trovato qualcosa che, fino a poco prima, non avevano. Qualcuno parla di anima. Sicuramente raggiungevano uno spessore superiore, diverso, che li migliorava enormemente».

Questo documentario riesce a sintetizzare efficacemente anni e anni della televisione italiana e del cinema mondiale. È sempre stato uno dei suoi obiettivi?
«Nella mia idea iniziale c’erano solo un coreuta pronto a raccontare e a raccontarsi e un coro disposto ad affiancarlo e sostenerlo. Quando ho cominciato a montare, però, ho notato un’altra cosa. Non volendo, nel documentario era nata una linea narrativa quasi insospettabile. Attraverso le immagini, la musica e i ricordi veniva fuori un racconto della nostra storia e del nostro paese».

C’è una linearità precisa.
«I programmi tv, i presentatori che lo intervistano, i giornalisti, la timidezza per i primi premi ricevuti: in questa narrazione cronologica, la vita di Ennio diventa quasi un romanzo. E la narrazione cronologica, a volte, può essere un rischio: perché rallenta l’andamento e il tono, e perché può essere quasi polverosa, piena di frammenti di altre cose. In questo caso non è stato così. Anzi».

Secondo lei, abbiamo dato per scontato il genio di Morricone?
«Per scontato no, lo escludo. Lo abbiamo capito, secondo me. Perché ci ha trasmesso molte emozioni e perché è stato una parte importante della colonna sonora delle nostre vite. La sua opera, però, difficilmente verrà ricostruita per intero. Ennio ha scritto tanto. E in ogni cosa che ha scritto e composto, ci sono ancora oggi intuizioni e sfide aperte che possono avere ulteriori interpretazioni ed evoluzioni. Insomma, c’è ancora tanto da studiare e da scoprire. Il mio documentario sarà, secondo me, solo un documentario: uno dei tanti. Ce ne saranno altri, e si continuerà a parlare di Ennio».

Che tipo di amicizia è stata la vostra?
«È stata fondamentale. Dal punto di vista umano, è stata l’amicizia più importante della mia vita. Un’amicizia fatta non solo di stima e di fiducia, ma anche di affetto familiare e profondo. Ci univa una voglia continua di comprendersi. Eravamo liberi di dire quello che pensavamo. La stima c’era sempre, e la nostra amicizia rimaneva: era lì in ogni istante».

Ricorda il momento in cui, per la prima volta, si è lasciato catturare dalle musiche di Morricone?
«Avrò avuto 9 o 10 anni. Ero in spiaggia, allo stabilimento balneare del mio paese. E il jukebox mandava una musica che avevo sentito pochi giorni prima al cinema: una musica senza parole, su cui gli altri ragazzi riuscivano comunque a ballare. Era il tema di Per qualche dollaro in più».

Qual è stata la lezione più importante di Morricone?
«Sapersi fidare degli altri. Mi ha sempre colpito la libertà che, ogni volta, per ogni film, Ennio mi dava. Mi faceva ascoltare quattro o cinque tracce, e poi mi lasciava scegliere. In quel momento, era sicuro del suo lavoro, di ogni pezzo che aveva scritto, ma dava a me l’ultima parola. E quello era un atto estremo di fiducia». 

Che cosa ha capito?
«Per avere fiducia negli altri, bisogna avere prima di tutto fiducia nelle proprie capacità. Oggi io provo a fare la stessa cosa. Quando incontro i miei produttori, porto più idee e più soggetti, e lascio a loro la scelta».

Ennio di Giuseppe Tornatore, prodotto da Gianni Russo e Gabriele Costa per Piano B Produzioni Srl, sarà al cinema in anteprima il 29 e il 30 gennaio. Tornerà in sala il 17 febbraio, distribuito da Lucky Red in collaborazione con TIMVISION.

ARTICOLO n. 4 / 2022

LA FINE DI UN MONDO

Strange days have found us
Strange days have tracked us down
They’re going to destroy
Our casual joys
We shall go on playing or find a new town
Yeah!

JIM MORRISON

Viviamo tempi apocalittici. Passeggiando per le strade della mia città alle prese con l’emergenza sanitaria, la paura del contagio, la corsa alle vaccinazioni, sento risuonare in petto la tensione del far convivere lo scorrere della vita ordinaria con lo spettro aleggiante (ma mai così in carne) della morte. Sento mancarmi il respiro e alzo gli occhi al cielo. Nello spazio affissioni vicino al ponte fra via Melchiorre Gioia e il parco Bam svetta la gigantografia di Don’t look up, il film di Adam McKay di cui parlano tutti e che pochi giorni fa ho divorato anche io.

Dal mio punto di vista di europeo di mezza età appassionato di cinema ci ho trovato il difetto delle commedie cerebrali americane moderne: esageratamente ammiccante, la sceneggiatura per tutta la durata del film si sforza di mostrarsi intelligente e mostrare sé stessa più che essere funzionale alla narrazione. Terminata la visione, per capire sé stessi sbagliando nel formulare il mio giudizio, ho dovuto rivedere The fortune cookie del 1961, una black comedy scritta da Billy Wilder e I. A. L. Diamond, perché la ricordavo anch’essa densa di dialoghi feroci, e quasi barocca nello sciorinare ipercinetico battute scoppiettanti, e ho capito che no, non mi sbagliavo affatto. 

Don’t look up è figlio dei nostri tempi, della voglia di chi scrive (il cinema, ma in generale tutto) di scrivere come se si stesse partecipando a un concorso, a un talent. Si procede per ammasso, si accumula, tendendo alla saturazione, come se si dovesse lanciare un detersivo, corrompere una giuria o impressionare col mostro il pubblico del circo. Per cui se scelgo di raccontare l’Apocalisse, bulimicamente infilo nel copione tutte le battute possibili. I film di Billy Wilder, ma anche la screwball comedy americana degli anni Trenta, o persino Hitchcock, possono essere anch’essi film molto parlati, ma sanno fermarsi, lasciare spazio all’immagine, sanno respirare. Hanno sceneggiature scritte ancora in funzione della storia da raccontare.

Il cinema commerciale contemporaneo, non tutto ovviamente, è scritto come se si dovesse tirare un sasso gigantesco nello stagno e far sì che gli anelli derivanti scavalchino lo stagno della storia (cinematografica). Si scrive cinema (o serie tv, ancora meglio) un po’ come se si stesse facendo uno scoop giornalistico, un saggio di danza, uno spettacolo di stand up comedian in cui conquistare tutti e far ridere sempre, pena la fucilazione.

Peccato perché la storia è semplice ma azzeccata: una coppia di scienziati scopre che una cometa è diretta verso la Terra e che nel giro di sei mesi la distruggerà. Ma il mondo non prende sul serio la notizia, perché troppo indaffarato in altre questioni. Anzi, in un certo senso la accoglie ma solo per inglobarla e piegarla al processo di spettacolarizzazione mediatica che ben conosciamo. 

Oddìo, siamo davvero così sicuri di conoscerlo bene? In questo senso bisogna ringraziare Adam McKay, perché ha scritto una storia che pone esplicitamente delle domande e sottolinea fenomeni che forse davamo per scontati oppure che no, non conoscevamo affatto. Siamo sicuri di essere a conoscenza della nostra tecno-tossicodipendenza? Di aver letto sul foglietto gli effetti collaterali? Siamo sicuri di essere pienamente coscienti di vagare ormai come dannati nella spirale digitale dell’ostensione del nostro ego? Siamo davvero sicuri di non ritrovarci in fondo disperati e soli, nel mondo che tutto comunica e interconnette?

Disperati e soli gli esseri umani lo sono da sempre. Eppure, mentre scelgo il petto di pollo al supermercato, ho la sensazione che mai come in questo momento storico da questa parte del mondo si faccia finta di non rendercene conto. Ci illudiamo di essere belli, eterni, connessi, sempre disposti alla cosa più importante da fare: scrollare, taggare, filtrare, levigare la nostra immagine per metterla in piazza, fino alla disintegrazione del corpo, alla mortificazione della carne.

In questo senso Don’t look up è un bel film, o più che bello è un film necessario. Pedagogico addirittura, didascalico come il cinema popolare italiano degli anni Cinquanta, quello non engagé: la commedia, il melodramma, il bellico e persino il comico. Cinema barocco, grottesco, semplificato, rispetto a quello degli autori, che si dava in pasto alle masse assetate di intrattenimento e fungeva bene da chiave interpretativa dei tempi e della Storia. Perciò Don’t look up, con i suoi errori, il suo sovraffollamento nevrotico di temi trattati, dalla satira contro Trump al ruolo dei media, è per come sintetizza la nostra epoca nuovo cinema popolare, cinema che sono molto felice che gli americani producano in questo periodo. È un prodotto che ha il coraggio di mettere nero su bianco che la fine del mondo non avverrà con scoppi e cataclismi. Neanche con asteroidi, pestilenze, guerre mondiali, virus, terremoti. La fine del mondo innanzitutto non avverrà. Sta già accadendo. Il mondo (o una parte del mondo, e poi a seguire tutto quanto) finirà senza effetti speciali, senza clamori. Finirà nello squallore. La solitudine ci seppellirà. Non saranno gli alieni, non sarà il meteorite imprevisto. Saremo noi a non saper governare il presente in selvaggio mutamento con un’idea di futuro e una visione adeguate. 

Saremo noi a guardare sugli schermi dei telefonini la famiglia nucleare morire. 

L’Annuario Istat dice che soltanto qui da noi in Italia il numero delle famiglie monoparentali (cioè composte da un solo elemento) negli ultimi quarant’anni è cresciuto tanto che, solo nell’ultimo ventennio è passato dal 21,5% del 1997-98 al 33% nel 2017-2018, fino a rappresentare un terzo del totale.

Fanno parte della categoria giovani e vecchi: giovani che si staccano dal nido (perché a quanto pare non siamo più neanche tanto mammoni, neppure quello, dato che lasciamo casa dei genitori solo leggermente in ritardo rispetto alla media europea, che è di 26), anziani rimasti soli magari dopo la morte del marito o della moglie, giovani che vivono lontani dalla famiglia di origine per motivi di studio o per scelta ma che non sono economicamente autosufficienti, i single economicamente autosufficienti, i divorziati o separati, i vedovi, e gli stranieri che, arrivati in territorio italiano, vivono soli.

Le cause della parcellizzazione familiare sono tante. C’è l’invecchiamento sempre più evidente della popolazione, e come dicono ormai tutti i docenti di demografia intervistati dai giornali, ci sono le trasformazioni sociali e i modi di formazione della famiglia: anche a voler stare con un’altra persona, lo si rimanda, ci si sposa sempre più tardi. Perché si invecchia sì, inesorabilmente, ma non si muore e si rimane in scena strombazzando quanto sia giusto rimanere fanciulli in eterno, in nome di Peter Pan e del mito dell’innocenza. A ingrossare le file dell’esercito degli isolati c’è poi ovviamente la donna, che, finalmente slegata dal ruolo obbligato di moglie e madre a cui è stata per secoli culturalmente assegnata, secondo i dettami della società patriarcale, si rende autonoma e indipendente economicamente e sceglie di vivere da sola. C’è un ancora misterioso e inspiegabile, per il piccolo mondo antico che abitiamo, 5% di donne che per scelta non vogliono procreare (come scrive in un bell’articolo Simonetta Sciandivasci uscito su La Stampa). E infine ci sono i fallimenti dei progetti d’amore, i separati e i divorziati tutti, anche loro, nuclei monoparentali. Li incontro ogni giorno al supermercato o al parco al mattino portare il cane a pisciare. Popolo di non anuptafobici, abbiamo vinto le guerre di indipendenza e soli regniamo sovrani.

Ma non per forza, e non ancora, felici. Dobbiamo ancora imparare. Monoparentalmente si è infatti più esposti al rischio di povertà, visto che ad esempio non si possono condividere affitti e bollette con qualcun altro. È di sicuro il problema economico quello più rilevante, ma a questo ne vanno aggiunti altri, di altro carattere, come il fatto di non poter contare su una rete di sicurezza familiare, rappresentata dai genitori o dai fratelli, quantomeno nell’immediato. Ci sono anche alcuni studi che rileverebbero conseguenze psicofisiche: il 14% di chi vive da solo, nel momento in cui gli è stato chiesto come si sentisse, ha risposto: «molto male».

Abbiamo tutte queste persone sole, ancora in coda all’hub vaccinale, che aspettano pazienti scrollando le schermate dei social; tutte queste persone sempre più giovani e sempre più vecchie che postano davanti alla Posta, per distrarsi, in coda alla Fine di un Mondo. Giovani e vecchi soli che consumano e inquinano il pianeta più di quanto farebbero in famiglia; solitudini che costano care agli Stati, esseri umani che non moriranno ma si ammaleranno e che di conseguenza comporteranno costi, assistenze sanitarie e sociali che nessun bilancio riuscirà più a sostenere se ci ostineremo a vivere con la rivoluzione tecnologica nuova in mano e sistemi di pensiero vecchi in testa, sistemi mai rimpiazzati da una nuova visione. Avremo allora superato e risolto antichi familiar-borghesi problemi (il patriarcato, il maschilismo), fatto conquiste di eguaglianza sessuale, ma senza le regole nuove queste conquiste rimarranno sterili, o buone per i rotocalchi o i videosalotti di un mondo inaridito. Un mondo di persone sole, così perdute a toccare schermi da non accorgersi che la fila è già cominciata: quella per la grande adunata nella Valle di Giosafat, obbligatoriamente in presenza.

ARTICOLO n. 3 / 2022

LA POESIA È UNA NUVOLA?

Ritratto obliquo di Anne Carson

1. In obliquo

Questo è un attraversamento obliquo della poesia di Anne Carson passando per i suoi libri pubblicati in Italia. Da Eros il dolceamaro, uscito nel 2021 per la giovane casa editrice Utopia, nella traduzione di Patrizio Ceccagnoli, con uno scritto di Emmanuela Tandello; ad Autobiografia del rosso, inizialmente pubblicato da Bompiani nel 2000 e poi riportato in libreria da La nave di Teseo nel 2020, con traduzione di Sergio Claudio Perroni; ad Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio, edizione italiana a cura di Antonella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello, Roma, Donzelli, 2010; a The Albertine Workout, edito da Tlon nel 2019, a cura di Eleonora Marangoni, con traduzione di Giulio Silvano; fino a Economia dell’imperduto, traduzione di Patrizio Ceccagnoli con uno scritto di Antonella Anedda, arrivato nel 2020 in Italia ancora attraverso Utopia, che sta pubblicando o ripubblicando tutta l’opera saggistica di Carson; e fino alla pièce teatrale del 2019 Norma Jeane Baker of Troy, edita da Crocetti nel 2021 a cura ancora di Patrizio Ceccagnoli con il titolo, scelto dall’autrice, di Era una nuvola – una versione dall’Elena di Euripide. È un attraversamento obliquo perché va per frammenti, senza porsi il problema dell’intero. Lavorerà sull’intero la lettrice, il lettore. Come il lavoro di Carson che presuppone infinitamente un prima, un’origine sempre letteraria, così faremo insieme qui. 

Eros il dolceamaro

2. Il confine della carne e del sé 

È la materia di Eros il dolceamaro, l’impossibile, il fatto di opposti. Sin da subito, lo sappiamo: tornare indietro a identificare un precedente, scrivere sempre a partire dal già scritto. Il desiderio erotico è innato in questa scrittura per /attraverso la scrittura di un Altro e tornerà nell’opera di Carson fino a Norma Jeane/Marilyn, passando per Gerione che desidera Eracle, passando per Albertine, tutta una teoria auerbachiana di figure di desiderati e desideranti, continua traslazione traduzione. Impossibile. Quindi, da farsi.  

3. Misurarsi con l’origine

E per misurarsi con l’origine, cosa c’è di meglio dei lirici greci? La prima origine in Occidente, il punto di partenza – seguirà, lo sa chi scrive, la seconda genesi nei trovatori provenzali, poi la terza matrice, l’origine oscura, il Novecento, da cui non si torna indietro, da cui si può solo andare oltre. Il nucleo già radiante: l’idea di Eros come mancanza e il suo influsso su di noi, la radiosa assenza, presenza assente, già amor de lonh? Carson stessa lo dice. Comunque, nostalgia dell’interezza, del prelinguistico? 

4. La grandiosa invenzione

Se «l’atto d’amore è un’ibridazione» in cui «si confondono i confini del corpo, le categorie del pensiero», o ancora, se «il paradosso è ciò che prende forma sulla lastra sensibile della poesia», qui Anne Carson è quasi Walter Ong nell’intuire che la scrittura, la grandiosa invenzione, ci racchiude nei confini del sé. «Le culture orali e scritte non pensano, non percepiscono la realtà né si innamorano nello stesso modo».

5. Ne consegue la guerra

Così il desiderio erotico diventa invasione, percepito da chi sperimenta per la prima volta questo nuovo sé racchiuso, uno in sé, compatto, giardino circondato da alte mura. Ciò che secondo Marguerite Yourcenar in Quoi? L’Éternité, in pieno rovesciamento dei termini, sarà ogni grande amore. 

6. Ne consegue l’entanglement

Nella dottrina degli effluvi di Empedocle, sussurra ancora Anne Carson, tutto respira con tutto. Tutto è già connessione quantistica. Ciò che è in connessione è perché non è lo stesso. «Il tu e l’io non sono una cosa sola». Se lo siano mai stati, rileva dell’irraccontabile, di ciò che è prima della prima origine. Lì questa poesia, forse nessuna altra poesia, ma è cruciale il forse, non può dire.

7.  Una forma di conoscenza

Innamorarsi diventa così una forma del conoscere. Diviene possibile l’ideale dell’io. In questa tensione è tutto Eros, la sua mancanza, il suo movimento, l’arco, la danza. Sia l’esperienza del desiderio che quella della lettura hanno qualcosa da insegnarci sui confini, ci dice Carson, e cita Werner Heisenberg: «esistono diversi tipi di conoscenza … che non possono essere simultaneamente a disposizione della nostra mente». 

8. Il maestro arriva quando l’allievo è pronto

Scrive Anne Carson, quando Eros entra dentro di noi, nel momento dell’inizio, dell’origine, «entriamo in contatto con ciò che è dentro di noi, in modo improvviso e sorprendente. Percepiamo ciò che siamo, cosa ci manca, come potremmo essere. (….). Una disposizione d’anima legata alla conoscenza comincia ad aleggiare sulla nostra vita», perché Eros «può insegnarci la vera natura di ciò che abbiamo dentro», è «il principio di ciò che siamo destinati ad essere».

9. Ne conseguono la mela e l’Albero della conoscenza del bene e del male?

Nel momento in cui ci vediamo come privati di quello che manca, e vediamo noi stessi, e dobbiamo conoscere nella mancanza. Le antiche saggezze riportano sempre nello stesso luogo?

Autobiografia del Rosso

10. Alla seconda potenza

Quello di Carson è scrivere sempre attraverso, ce lo siamo detti. Letteratura elevata alla seconda potenza. Cosa la porta a questo, cosa dice nascondendo l’autrice, cosa nasconde dicendo. Detto modestamente, in ogni (breve) biografia, lo studio dei classici, come «ciò che faccio per vivere». Omissione, attirare l’attenzione negando, negandosi. Un filo a cui aggrapparsi, come la corda di carne che tiene le ali del ragazzo-mostro Gerione. 

11. Heimlich unheimlich

Il mondo classico appare (ancora) a occhi europei familiare, heimlich? Quasi high concept, terreno conosciuto, magari anche chance di successo. Allo stesso tempo, lo sappiamo, nasconde oscurità, tanto più oscure quanto insospettate, invisibili. Non attraversate. Questa sensazione di familiarità in Italia generazione dopo generazione diminuisce. (Chi direbbe anche, attraverso il ceto e le classi). Forse ancor più con la distanza, spazio invece di tempo, attraversando l’oceano, con occhi dal Nordamerica. Domanda per cui non esiste una vera risposta, ci porta al numero 12.

12. Domanda che non può essere rivolta

Dove scegli di stare, tra il chiarore e l’oscurità? Davvero scrivi poesia chiara e trasparente sull’indecidibilità delle cose? (In fondo, è il gran tema del trobar clos). Non che sia mai stato risolto, né prima né dopo.  Ci porta a The Albertine Workout.

The Albertine Workout

13. Tenendo presente Albertine

L’opera vastissima di Proust si distilla in The Albertine Workout in una poesia di osservazioni brevissime, schegge e frammenti: è il residuo irriducibile, è quello che resta, ed è di questo residuo che dobbiamo dare conto, sembra dirci Carson? (Di nuovo, in un sussurro, siamo a chiederci fino a che punto la letteratura deriva dall’io, dal mondo, dall’io-e-mondo, e fino a che punto da altra letteratura, fino a che punto ciò che scriviamo è sempre stato già scritto?

14. Un altro modo di chiamare la traccia e l’aura

In che rapporto sono l’apparizione e la metamorfosi? Possiamo mettere in relazione questi termini con i poli opposti di poesia e prosa, che qui si avvicinano fino a toccarsi? Se sei davvero obbligata alla scelta, metafora o metonimia?

15. Quello che ci stiamo chiedendo in realtà

È cosa rimane della Grande Opera, anche nel senso alchemico.  La voce di questa poesia dice anche solo frammenti, schegge come di legno nella carne, spine?

Antropologia dell’acqua

16. Qual è la differenza tra incontro e scoperta?


E possiamo chiamare anche la poesia, come l’antropologia, una scienza di reciproca sorpresa? Un viaggio da cui non puoi tornare come sei partito, ma soltanto diverso – come qualsiasi viaggio, in realtà. Solo che, appena nascosto dai paesaggi della Galizia, questo è in realtà un viaggio nel regno dei morti.

17. Quattro frammenti a scelta

«Cos’è la paura dentro al linguaggio? Nessun incidente del corpo può impedirle di bruciare».

«Tu non puoi vedermi, sono al buio, in ascolto, come in un vortice». 

«I due modi di conoscere il mondo sono solo sottomettersi o divorare? Entrambi finiscono, più o meno, nello stesso posto».

«Mi domando se ci vengono inviati segnali come una voce all’interno della carne».

18. Un ritmo di vuoti e pieni

Pellegrinaggio, campeggio, nuoto hanno in comune l’essere traversate dello spazio e del testo, scandite da un ritmo di vuoti e pieni. Questo fa Carson in questo libro, di qui la poesia. In fondo sempre nient’altro che attraversamento di spazio e tempo ignoto.

19. Acqua è connessione

In un libro fatto di punti da collegare, di tracce disgiunte, una scrittura che ha una struttura quantica, a salti.

20. I personaggi maschili del libro

L’Imperatore – anche una carta dei Tarocchi – domina la Terra. Il mio Cid lotta senza tregua ancora dal mondo dei morti se seguiamo la leggenda. E il nuotatore dev’essere necessariamente il signore delle acque. Cosa è allora della voce femminile, Fenice che rinasce, cos’è suo, il regno del Fuoco?

Economia dell’imperduto

21. Paul Celan e Simonides

Come Phlebas il Fenicio di T.S. Eliot alle prese con la perdita, la più terribile perdita. E in Simonide, alle prese con quello che oggi chiamiamo profitto, su uno sfondo di lapidi. Per cosa scambiamo, per cosa sprechiamo oggi la poesia? Chi davanti a noi, e per che cosa, sta diventando fantasma?

Era una nuvola

22. Sono già tutti fantasmi

Elena spettro vivo secondo Euripide, in realtà era una nuvola. Così, onda-particella, nube di probabilità/possibilità, nient’altro che una sovrapposizione di stati. Elena spettro, spirito, Elena è Marilyn, Norma Jeane è Marilyn, Ben Whitaker, l’attore per cui fu scritta la pièce, è Norma Jeane, tutto è sempre anche qualcos’altro. La verità semplice per cui siamo sempre, sempre e ancora un ibrido con ciò che è oltre noi, per cui viviamo sempre nella metamorfosi. Potremmo mai uscirne? 

ARTICOLO n. 2 / 2022

MANGIARE LA REALTÀ

La trasmissione televisiva di cucina oscilla tra il reportage e la divulgazione popolare. L’inviato è uno scrittore-giornalista. La televisione, alla fine degli anni Cinquanta, si preoccupa di educare i telespettatori al cibo genuino. 

Cibo genuino è un’invenzione televisiva che non significa nulla, una locuzione per formare i prossimi borghesi e piccolo borghesi.

Milioni di italiani non comprendono cosa significhi cibo genuino: mangiano la verdura del proprio orto, mangiano le uova delle loro galline, mangiano le loro galline. Questo è il cibo. Il cibo è il rispetto e il terrore per la fame patita fino a una dozzina d’anni prima. La fame patita a causa del fascismo non esiste nella trasmissione televisiva di cucina, la fame patita a causa del fascismo non è mai esistita, e se è esistita, è associata alla guerra, non al fascismo: il cibo televisivo serve a dimenticare. Il rispetto per il cibo esige da un lato l’occultamento della miseria causata dal fascismo, dall’altro lo svelamento non soltanto delle ricette, ma anche di ciò che compone i piatti. La trota non è già pronta e servita, la trota si agita mentre il pescatore le toglie l’amo dalla bocca.

L’inverno è la stagione della riproduzione che, al massimo, si prolunga all’inizio della primavera. Le uova si trasformano in avannotti. Gli avannotti sono piccoli pesci, conservano qualcosa delle larve che sono stati ma presentano qualcosa dei pesci che saranno: sembrano quei quattordicenni che non vogliono tagliarsi la peluria spuntata sul labbro, considerata come qualcosa di estraneo con cui convivere. Gli avannotti finiscono dentro i laghetti artificiali, le sponde in cemento, e lì crescono, prima di morire giovani. 

Lo svago di una domenica italiana. La domenica, gli operai e gli impiegati pagano una quota d’ingresso per accedere alle vasche di cemento; il proprietario fornisce la canna da pesca in bambù, gli operai e gli impiegati divenuti pescatori domenicali devono soltanto contare quante trote catturate in un’ora: tre, quattro, cinque. Alcuni proprietari non chiedono nemmeno la quota d’ingresso, i pescatori domenicali pagano quanto riescono a estrarre dal laghetto. In teoria, le trote delle vasche di cemento sono meno buone delle trote di torrente, ammesso che le trote di torrente non siano intossicate dalla chimica.

Il primo supermercato italiano apre nel 1957, l’anno della trasmissione dello scrittore-giornalista. Lo scrittore-giornalista mostra la cartina dell’Italia e indica la zona mostrata durante la puntata. La cucina inizia ad abbinarsi al turismo, diventa, essa stessa, turismo: il metodo migliore per viaggiare è mangiare. 

Più ci allontaniamo da noi stessi, più la cucina assume una falsa connotazione popolare. 

Lo scrittore-giornalista mostra quanto gli agricoltori si stiano motorizzando. Agricoltore è la parola utilizzata al posto di contadino. Nessuno pensa che, un agricoltore, si possa definire, poco dopo, imprenditore agricolo. La motorizzazione è la nuova realtà, ma la compravendita del bestiame avviene ancora al mercato. 

La pesa. I corpi degli animali. I corpi degli uomini. I soldi. I soldi, in contanti. Al massimo, gli assegni, firmati con le calligrafie incerte, prima il cognome del nome, come insegnano i maestri elementari, prima e durante e subito dopo il fascismo. Lo scrittore-giornalista dice che la povera gente cucina la fonduta, ma la fonduta può cucinarla anche la contessa vestita con un sobrio abito nero e un’elegante collana di madreperla. L’odore è buono, il sapore è meglio. Lo scrittore-giornalista pensa che sia possibile mangiare bene a casa dei miliardari e della povera gente. La cucina è uguale per tutti. La cucina è democratica. La cucina non fa sentire i poveri povera gente

L’importanza di abbassare la testa in un piatto, di identificare lo sguardo con il cibo. Basta avere tempo per il brasato. Mettere una coscia di manzo in umido, nel barolo, e cuocere per abbrustolirlo in superficie, così da impedire al succo interno della carne di disperdersi nel proseguimento della cottura. Il segreto è tutto qui: il barolo, la vita trattenuta dall’animale morto, quando la carne morbida si rilassa aumentando di gusto. Vedete i maiali? Ecco, questi sono quelli che abbiamo visto prima; già ammazzati, sventrati, ridotti nella forma desiderata: prosciutto cotto o crudo, salame, salsicce, salamelle, lardo per mortadella, cubetti di lardo trattati con pepe, sale, aromi. E le rane? Davanti a tutti, la monda delle rane, tagliare la testa, le zampe, togliere la pelle. Oggi nessuna trasmissione mostrerebbe il taglio della testa, delle zampe, l’asportazione della pelle, la faccia soddisfatta di chi mangia ossa croccanti. Impressiona, certo. E tuttavia, pochi decenni dopo, schiacciamo le rane con le ruote delle auto, quando torniamo dal supermercato dopo aver acquistato gamberi argentini surgelati.

Più di quindici anni dopo, la cucina diventa spettacolo, c’è il pubblico in studio. La trasmissione è alle sette di sera. A casa, le madri, ai fornelli, cucinano non troppo concentrate, si voltano, una posa a tre quarti verso il televisore, senza smettere di girare il mestolo; le madri ripetono le parole del televisore girando il mestolo nella pentola; i padri guardano il programma seduti in cucina, rispondono alle domande dei conduttori chiedendo consiglio alle mogli; i figli giocherellano con le briciole nei piatti ancora vuoti, edificano architetture con la mollica del pane. 

Sembra di essere in televisione.

Due conduttori, un uomo e una donna: l’uomo, figlio di un industriale chimico, ex editore, curioso, colto, generoso nel tentativo di una pedagogia che vada al di là della divulgazione; la donna, figlia di un imprenditore, attrice di cinema, poi di teatro, impegnata soprattutto in ruoli nei quali la donna ha un’origine popolare; l’attrice, alla fine della carriera, recita nel ruolo di una casalinga investigatrice. 

In ogni puntata, i conduttori presentano due personaggi noti che cucinano il loro piatto preferito. Poi rivolgono domande al pubblico in studio. È l’epoca dei quiz, il cibo bisogna guadagnarselo rispondendo alle domande. Che cosa è bene usare, per preparare un buon brodo di carne? Acqua fredda o acqua calda? Quali sono le verdure adatte a un brodo vegetale? Si usa ancora moltissimo la parola pastasciutta. Quanta acqua occorre ogni cento grammi di pasta per preparare una buona pastasciutta? Quando mia moglie non prepara la pastasciutta a mezzogiorno sono demoralizzato. È un medico che parla. Cento grammi non ingrassano nessuno, perché dovrebbero ingrassare me? Qual è il criterio per capire se uno gnocco è buono? La semola? Il colorito? Salire sul tavolo della cucina e spiaccicarlo per terra? Qual è il riso migliore per le cotture al forno? Qual è il riso più adatto alle minestre? Il riso povero di amido è consigliato per l’insalata di riso? Qual è il metodo migliore per mantenere bianco il riso dell’insalata di riso? È un valore, per il riso, essere bianco, o lo è per noi che mangiamo il riso bianco? Noi italiani mangiamo quattro chili di riso all’anno, in media, perché soltanto in Lombardia se ne mangiano dodici. Dodici chili sembrano tanti, ma in Cina ne mangiano centocinquanta all’anno. Un quintale e mezzo di riso dentro un corpo. Moltiplichiamo per un miliardo di cinesi. Centocinquanta miliardi di chili di riso. 

In Lombardia occorre lavorare ancora molto per diventare cinesi. 

Questi, invece, sono due cuochi cinesi che vivono a Milano, guardate, due veri cinesi. Voi siete specialisti di riso. Non solo. Patate impastate con farina di gamberi. Si immergono nell’olio fritto. C’è anche la carne, dentro? Ah, questa è una specialità, ogni specialità ha il suo segreto. 

Come si stacca la crosta della polenta dal paiolo? Un coltello può servire a molte cose, ma non è detto che sia la soluzione migliore. Questo riso, invece, arriva dagli Stati Uniti. Si chiama wild rice. Non diciamo che è loglio, una graminacea detta zizzania, che cresce accanto ai cereali, altrimenti, come possiamo lanciare il prodotto in Italia? È una zizzania buona, non è la discordia, non è la zizzania della Bibbia, e poi zizzania è una parola che scomparirà, resterà soltanto nella Bibbia, che ormai non legge quasi nessuno. Persa la parola di Dio, ci rimane il prodotto riso selvaggio, wild rice, basta dire che arriva dagli Stati Uniti, mettere wild nel nome e sarà un successo. Questo invece è riso italiano, per gente che ha molto appetito, diciamo pure, fame. Quando abbiamo fame, una frittata è meglio di una scatoletta. S’intende, una scatoletta di carne. Qui sul tavolo abbiamo tre tacchini morti, non ancora spennati, una natura morta su un tavolo degli studi Rai di corso Sempione, a Milano, la morte in serie. Tralasciamo la decorazione e diventiamo pragmatici. Questo tacchino, secondo voi, è buono? E questo? E questo? Qui invece abbiamo due oche: una ha le zampe giallo pallido, l’altro giallo acceso. Qual è l’oca più buona? La freschezza dell’agnello si riconosce dal rognone. Scegliete un rene rosa pallido o rosso vivo? Comprereste un pesce con la testa nera?

Nell’Ottocento si scrivono manuali sull’arte di usare gli avanzi. Due secoli dopo, il segreto per non lasciare avanzi è preparare porzioni minime, porzioni da bambini. Il segreto per non lasciare avanzi a sé stessi è alimentare gli altri. Impariamo dalla conduttrice del nuovo millennio, la donna magra, contemporanea, che pare entrata in cucina dopo una giornata di lavoro passata in uno studio televisivo trasformato in cucina. Cucina asettica, nessuna natura morta e tantomeno monda delle rane. La donna non mangia mai ciò che prepara. Al massimo, un assaggio, un assaggino. Eppure qualcosa rimane, sempre. Una magia: l’avanzo di un assaggino nemmeno assaggiato. 

Coraggio, bambini. C’è tempo per crescere, ma non poi così tanto. 

Un vecchio, solo, scola la pasta, la versa nel piatto, si siede al tavolo, guarda il fumo salire dai cento grammi di pasta: ha un malore, si accascia, la fronte appoggiata accanto al piatto, il fumo sale ancora per qualche secondo. 

Non sapremo mai se la macchia sul tavolo sia vino o sangue.

ARTICOLO n. 1 / 2022

SENTIERI INTERROTTI

Che fine ha fatto il romanzo metafisico in Italia?

Tre anni fa Bruce Sterling, non senza sorpresa da parte degli interessati, rilanciò su Wired la suggestione del «Novo Sconcertante Italico», una categoria scherzosa inventata in occasione di una conferenza organizzata dall’Indiscreto per parlare di new weird all’italiana, o meglio della sopravvenuta contaminazione del mainstream da parte di quelli che fino a poco tempo fa venivano definiti, quasi sempre con disprezzo manicheo, i «generi». 

 Quell’incontro era solo l’ultima tappa di un discorso che andava avanti da qualche anno, con riflessioni, anche retrospettive, sia rispetto a quanto avveniva in Italia, sia a quanto di «strano» si muoveva nell’Europa contemporanea

Se, in effetti, autori come la polacca Olga Tokarczuk, il romeno Mircea Cărtărescu, l’ungherese László Krasznahorkai o il bulgaro Georgi Gospodinov sono passati da essere nomi di culto per nicchie selezionatissime di lettori a venire unanimemente considerati il fronte d’onda del romanzo contemporaneo, come del resto provato dal Nobel 2018 alla polacca e dalle plurime candidature del romeno e dell’ungherese (col bulgaro subito dietro, forte di un fresco Premio Strega Europeo), vale la pena notare che, al di là del lavoro di singoli, arditi, editori, come Voland da noi, che ha tradotto Gospodinov e Cărtărescu quando erano ancora sconosciuti fuori dai paesi d’origine, spesso è stata una scoperta o riscoperta anglosassone ad accendere l’attenzione su certi nomi: vale per Tokarczuk come per Krasznahorkai, arrivato in Italia solo dopo la vittoria del Man Booker Prize International con Satantango, nel 2015 – e Satantango è un romanzo del 1985. Dall’altro lato, questa fortissima emersione di autori «strani» dall’Europa orientale può essere vista come epifenomeno di un progressivo decadimento della narrativa che finora aveva tenuto banco a livello mondiale, quella nordamericana: finita l’epoca dei giganti, morti Roth, Morrison e Bellow, agli ultimi fuochi i «titani viventi» De Lillo, Pynchon e McCarthy, il panorama, per quanto ricco di ottimi autori, è parimenti carente di autori eccelsi, e i pochi grandi – Franzen su tutti, per quanto Crossroads si collochi sopra il resto della sua produzione recente – paiono bloccati in un approccio realista ormai esausto, ma forse ancora inevitabile nel panorama statunitense. Si pensi ad esempio a un Colson Whitehead, che dopo un inizio all’insegna della più estrema ibridazione tra i generi, ha raccolto i più grandi onori prima con uno steampunk opportunamente mascherato da romanzo storico, La ferrovia sotterranea, e poi con un romanzo storico tout-court, I ragazzi della Nichel, quasi giocandodeliberatamente al ribasso. Non è forse un caso, allora, se quella che potremmo considerare (al netto dei titani) la massima autrice vivente americana, Marilynne Robinson, si muove in un territorio sì realista ma profondamente innervato di spiritualità – anzi, di metafisica. E metafisico è stato l’ultimo grande sprazzo del romanzo statunitense, quel Lincoln nel Bardo in cui George Saunders si è spinto nello spazio interstiziale tra la vita e la morte (un luogo oscuro ed enigmatico in cui si finisce sempre per incontrare László Krasnzahorkai che passeggia perfettamente a suo agio). 

In genere, quando si parla di autori come Krasznahorkai o Tokarczuk negli Stati Uniti, emerge un’espressione: magical realism, realismo magico. È possibile che sia solo il frutto di una carenza di categorie ed esempi: in un panorama di literary fiction improntato al realismo, e in una relativa penuria di traduzioni rispetto all’Europa non anglofona, la cosa a cui finiscono per assomigliare di più romanzi come Nella quiete del tempo di Tokarczuk Satantango di Krasznahorkai è in effetti Cent’anni di solitudine di Márquez (o le sue immediate, quando non pedisseque, derivazioni, come Il dio delle piccole cose di Roy). Ora, se l’assegnazione di tale categoria a Tokarczuk può risultare plausibile (almeno restando su Nella quiete del tempo: tutt’altro discorso sono la reinvenzione del thriller di un Guida il tuo carro sulle ossa dei morti o le suggestioni sebaldiane dei Vagabondi), appare già più bizzarra per l’oscura metafisica millenarista di Krasnzahorkai, ma è opportuno ricordare che anche il Bolaño di 2666, in mancanza di categorie migliori, fu spesso etichettato in USA come magical realism, sebbene non presenti situazioni apertamente fantastiche. A un europeo appare piuttosto chiaro, invece, che le influenze chiave di questi autori sono Kafka da un lato e Borges dall’altro, autori che tanti addetti ai lavori americani cominciano a leggere davvero soltanto adesso, almeno stando a quanto hanno scritto Lethem e Chabon (due che aspettiamo, ancora, al varco con grandi speranze). È possibile che il boom di memoir e autofiction abbia ritardato la resa dei conti del mainstream USA col fantastico, ma è solo questione di tempo: il probabile officiante potrebbe essere Jeff VanderMeer, sempre che sviluppi le qualità stilistiche che ancora gli mancano (quelle strutturali pare averle messe a punto, a giudicare da Dead Astronauts) e che, dalla sua posizione pienamente weird, e quindi più vicina alla fantascienza e al fantasy tout court che a una loro contaminazione della literary fiction, riesca a farsi prendere sul serio da un’accademia e da un campo letterario al momento presi da tutt’altre questioni. Ma se magical realism è un’etichetta senz’altro inadeguata, forse anche new weird non è più una definizione adatta a rappresentare i nuovi e diversi approcci all’oltre-reale che stanno emergendo. Per quanto ironico, viene quasi da rivendicare quel «novo sconcertante italico» che, se non altro, prendeva una prima distanza da un «new weird» che, nel mondo anglosassone, resta legato a precise derivazioni dell’horror e della fantascienza, più che definire una loro tracimazione nel mainstream. Una tracimazione peraltro quasi sempre legata alla necessità di trovare strumenti adatti a prendere nuovamente di mira la metafisica (cosa, questa, che porterebbe a escludere anche slipstream, termine focalizzato sulla sola questione dei generi). 

La definizione giusta potrebbe forse arrivarci dal Regno Unito, dove, oltre a quella che è plausibile incoronare, per originalità, stile e sensibilità, regina del weird contemporaneo – Aliya Whiteley, pubblicata in Italia da Carbonio con L’arrivo delle missive, La bellezza La muta –, si muovono autori come Tom McCarthy e David Mitchell, che attraverso romanzi decisivi quali Déjà-vu L’atlante delle nuvole hanno sviluppato una loro nuova e originalissima metafisica, con la natura della coscienza e le realtà parallele tra i tratti caratterizzanti del primo, e l’akasha e la sincronicità tra quelli del secondo, e ancora altri nomi che, oltre a muoversi senza compromessi nei loro generi, hanno sviluppato una capacità stilistica e strutturale tale da farsi prendere sul serio nel mondo della literary fiction (che pure nel paese di Tolkien e Lewis resta un po’ snob rispetto a ogni uscita dal realismo), come China Miéville o Susanna Clarke, il cui recente Piranesi non ha patito il consueto stigma, portando a casa anche uno Women’s Prize for Fiction e venendo recensito dalla critica che conta come un romanzo metafisico e non un «volgare fantasy». 

Un percorso, quello di Clarke, per certi versi simile, anche se più folgorante (nel suo caso c’era la spinta mai sopita del successo mondiale del suo esordio Jonathan Strange & il signor Norrell), a quello di Antoine Volodine: un inizio ben ancorato nei «generi» – fantasy Clarke, fantascienza Volodine –, e un progressivo affinamento stilistico, per arrivare poi a un indiscutibile riconoscimento mainstream. 

E qualcosa si muove in certe direzioni anche nel paese d’origine del naturalismo, se alla definitiva emersione di Volodine si accompagnano le incursioni nel fantastico del penultimo Gongourt, Hervé Letellier, la cui Anomalia è stata da poco pubblicata in Italia, e quella, forse ancora più inattesa, di Mathias Énard: se con grandi romanzi come Zona Bussola aveva già mostrato di poter essere uno degli innovatori della letteratura europea, il magistero pareva più quello di Sebald, laddove invece l’ultimo Banchetto annuale della confraternita dei becchini ci porta nuovamente nel Bardo Thodol. Ancora in quello spazio liminale tra la vita e la morte, dove stavolta si incontrerà anche Saunders, sebbene mai a suo agio come Krasnzahorkai… Ma Énard potrebbe incontrarci anche il connazionale Volodine: almeno nel suo capolavoro Terminus radioso ci sono diverse parti che paiono svolgersi in quel nebuloso campo metafisico. 

In questo momento, nel loro paese, pare non esserci una sola libreria che non esponga in vetrina Les ouvertures, traduzione degli Esordi di Antonio Moresco, e allora viene da pensare che, tra gli italiani, l’unico abitatore di questo campo liminale tra vita e morte che pare diventato il luogo di elezione di tanti grandi romanzieri contemporanei (a pensarci, anche i già citati Cărtărescu e Tokarczuk ne sono piuttosto assidui frequentatori, basti pensare al primo volume di Abbacinante e a certi passaggi di Nella quiete del tempo), sia proprio Antonio Moresco, che lo ha sfiorato nei Canti del caos e ci si è infilato a capofitto prima con La Lucina e poi con Gli increati.

Il nome di Moresco ci riporta a un’inchiesta curata da Paolo Di Paolo e Giacomo Raccis per la rivista Orlando(del 2015, ma ancora attualissima), in cui si chiedeva a un certo numero di giovani critici, autori e studiosi italiani chi, a loro avviso, sarebbe stato ancora letto a distanza di cinquant’anni: il podio era composto, oltre che da Moresco, da Michele Mari e Walter Siti. Due autori su tre fanno quindi parte del «canone strano»; solo il terzo può essere un «realista» – e incidentalmente, è l’autore di un pamphlet intitolato Il realismo è l’impossibile. 

Stiamo facendo finalmente pace col disprezzo crociano per il fantastico, che tanto fece scuola? Viene in mente l’intervista di Arbasino a Borges, in cui il secondo, di fronte a qualche perplessità del primo sul fantastico, gli ricorda che Dante, Ariosto e Tasso, letteralmente il canone italiano, altro non sono che autori fantastici. Il realismo avrebbe poi vinto in epoca moderna e contemporanea, ma fino a un certo punto: nel «canone strano» compilato da Carlo Mazza Galanti, figurano pur sempre Papini, Savinio, Landolfi, Buzzati, Calvino, Levi, Wilcock, Soldati, De Maria, Morselli, Volponi, Manganelli, Ortese ed Evangelisti, oltre agli stessi Mari e Moresco; un contro-canone che può guardare in faccia il suo dirimpettatio «realista» senza troppi complessi. Andiamo, allora su un canone «puro»: quello stilato da 600 addetti ai lavori nel 2020 per la rivista L’Indiscreto: nelle prime 10 posizioni per voti ricevuti figurano almeno tre titoli «strani» – Sirene di Laura Pugno (che assieme a Branchie di Ammaniti e Uno indiviso di Alcide Pierantozzi rappresenta un plausibile capostipite dello «strano italiano» propriamente detto), Leggenda privata di Mari e Canti del caos di Moresco, col distopico Miden di Veronica Raimo a un passo dalla top-10 –, mentre guardando alla top-100 si contano 16 titoli di questo tipo, quindi un 16% complessivo a fronte di un 33.3% nelle prime dieci posizioni; volendo continuare il gioco delle intelligenze collettive e delle percentuali da esse generate, il canone stilato dalla rivista Crapula Club presentava 4 titoli «strani» su 18 (22.2%); quello indirettamente generato dai giovani critici interpellati dalla Balena Bianca, 9 su 58 (15.5%), il che ci dà una media generale di 17.9%, un po’ più di un titolo su sei. Molto? Poco? Si sa che i numeri, quando si parla di letteratura, sono soltanto gingilli, ma di certo è una percentuale molto superiore a quella dei libri «strani» che vengono pubblicati, in un contesto editoriale che vede ancora l’egemonia del realismo – e questo senza neanche considerare la sostanziale esclusione da qualunque riflessione «canonica» di quasi tutto ciò che risulta interamente ascrivibile ai «generi». 

Viene tuttavia naturale un’osservazione: tre, quattro, cinque anni fa, nei dibattiti sullo «strano» (che in Italia, come a Est, ha più a che fare con il lavoro sulla metafisica e con un certo tipo di ricerca formale, che con il «new weird» nell’accezione anglosassone) si parlava di Mari e Moresco tra i venerati maestri, di nomi come Morstabilini, Funetta, Bernardi, Esposito o Di Fronzo tra le brillanti promesse, e ancora dei «Gotici mediterranei» Gentile, Tetti, Labbate e Di Monopoli, delle distopiche Raimo e Bellocchio, delle «magiche» Lipperini e Matteoni, dei «non-classificabili-ma-comunque-strani» Magini, Meacci, D’Isa e Tedoldi… Quei nomi ci sono ancora, in diversi casi hanno già pubblicato nuovi libri significativi, ma dietro di loro? Il panorama autoriale, rispetto a questo quadro, non sembra cambiato moltissimo. Qualche nome sparso c’è: Mirabelli, il cui Configurazione Tundra è stato il penultimo titolo della collana Romanzi di Tunué, diretta da chi scrive, che assieme al Saggiatore diretto dallo stesso Andrea Gentile, e poi alla collana Altrove di Chiarelettere diretta da Michele Vaccari, aveva ospitato una discreta parte di questa corrente; spingendosi più nella sci-fi (e forse, quindi, del tutto fuori dalla categoria qui intesa) si trova Tevini, il cui Storia di cento occhiè uscito per la stessa Safarà che ha portato in Italia il vero capostipite del «nuovo strano», il sommo Lanark di Alasdair Grey (in questo senso vale la pena ricordare anche la riscoperta da parte di Cliquot del proto-lovecraftiano italiano Carlo H. De’ Medici, col suo Gomoria); si può citare anche Gregorio H. Meier, che con lo stranissimo, anche formalmente, Io e Bafometto, edito da Wojtek, si è posizionato come uno dei migliori esordienti italiani del 2021, se non il migliore (tra gli esordienti spiccano anche il Cassini di Non tutto il male e la Guerrieri di Non muoiono le api, sebbene anche qua, come per Tevini, si sia di fronte ad autori più orgogliosamente «di genere» che «ibridi», e quindi forse da considerare fuori dallo «strano» che si intende in questa sede), e qualche altra proposta interessante da case editrici avvedute ma ancora quasi invisibili dal punto di vista distributivo come Acheron o Zona42; tuttavia, l’impressione generale è che, rispetto alla quantità e qualità di voci emerse tra il 2014 e il 2019, se da un lato continua un interessante ribollire di nuovi nomi e nuove idee, dall’altro sia mancato quel momento di agganciamento e spinta che poteva essere costituito da un interesse reale della grande editoria: l’onda «strana» è stata propulsa quasi esclusivamente da editori medi, medio-piccoli e piccoli, e non essendo poi giunto il volano a cui volte le «major» danno vita se intercettano una tendenza e decidono di puntarci su, l’onda sia rientrata nell’oceano, fatti salvi giusto i big internazionali Krasznahorkai e Tokarczuk, che hanno trovato casa presso Bompiani – sebbene, come abbiamo visto, per tutt’altre ragioni. Se però, oggi, autori come Gospodinov o Cărtărescu sono, almeno a giudicare dai loro voti, tra i più letti e apprezzati dagli addetti ai lavori, è naturale ipotizzare che, finito il momento-autofiction che stiamo vivendo (per certi versi un’ultima ratio del realismo-a-ogni-costo, ma anche questa potrebbe essere una lettura semplicistica: non sono forse Solenoide Fisica della malinconia due ibridi tra autofiction e «strano»?), qualcosa accadrà; ma accadrà fuori dalle «bolle» degli addetti ai lavori e dell’underground letterario soltanto se la grande editoria italiana vorrà intercettarlo, il che non significa solo dargli una chance, ma anche prenderlo sul serio, promuoverlo e valorizzarlo, insomma credere davvero in qualcosa di nuovo (anzi, di «novo»), uscendo da quella postura per lo più difensiva seguita allo scoppio della «bolla degli esordient e mantenuta, anche a causa della pandemia, fino a questo momento. 

ARTICOLO n. 77 / 2021

DIVENTARE ADULTI

ritratto di Paolo Sorrentino

Da bambino ero quasi condannato a osservare perché di persone della mia età con le quali interagire non ce n’erano poi molte. Stavo con i miei genitori e con i loro amici. Se i grandi mi rivolgevano la parola era per coccolarmi in maniera un po’ paternalistica. Ho trascorso un tempo che nel ricordo mi appare infinito, a vedere mio padre giocare a carte seduto su uno sgabellino. Guardando una partita di poker tra adulti si impara tantissimo: le allusioni, gli sfottò, le dinamiche del gioco, le psicologie.

PAOLO SORRENTINO, Vanity Fair, 20 maggio 2020.
Intervista di Malcom Pagani.

Nei film di Paolo Sorrentino i bambini sono ovunque: non sono piccoli e teneri, ma sono uomini e donne adulti, individui ostinati, spesso viziati, infantili, che si autoconvincono delle loro idee, che le ripetono fino allo sfinimento e che per tutto il tempo cercano – perché è questo quello che fanno: cercano – il loro posto nel mondo. 

Essere liberi, per il Tony Pisapia de L’uomo in più (2001), significa essere sé stessi, significa vivere senza costrizioni e senza limiti, conoscere la sostanza delle cose nel profondo e farsela piacere, innamorarsene e poi abusarne fino allo sfinimento, fino a dimenticare. Ne Le conseguenze dell’amore (2004) Titta Di Girolamo ha la stessa paura di cambiare, e di crescere, di un adolescente: si protegge ripetendo gli stessi movimenti e gli stessi rituali; prova a seguire le regole che si è dato, e proprio alla fine, proprio quando pensa di aver perso tutto, vince. Stravince, anzi. Perché scopre l’amicizia, e nell’amicizia diventa completo: diventa adulto. 

Il Geremia de’ Geremei de L’amico di famiglia (2006) vive con sua madre, e tutto il suo mondo ruota attorno a quest’idea assurda di amore-odio. Ricorda l’infanzia, ricorda quello che era, e nella malinconia per il passato diventa cattivo e meschino: fa quello che fa quasi per ripicca. Ama le donne ed è ossessionato dalla bellezza. Lui che, da tutti, viene considerato brutto. È un bambino. Quando la volpe non arriva all’uva, dice che è acerba, che non va bene. Geremia, quell’uva, la vuole comunque. Proprio come, nonostante tutto, continua a volere sua madre. 

Ne Il Divo (2008) Andreotti gioca. Con il potere, con le persone, con quello che gli altri pensano e credono. E si diverte. È uno dei personaggi più ironici del pantheon sorrentiniano. Sembra un folletto: curvo, con le mani sempre raccolte, le orecchie grandi, la fronte enorme e spaziosa. Ha una vocina sottile, meditabonda. È intelligentissimo. Perché, proprio come i bambini, ha una visione diversa. 

Anche il Cheyenne di This must be the place (2011) si trova in una dimensione sospesa, quasi alternativa, dove non si urla ma si parla piano, quasi sottovoce, dove tutto sembra ovattato e rallentato, e dove l’immensità dell’esistenza si risolve nelle piccole cose. Si mette in viaggio per ritrovare le sue origini e rivedere suo padre. Conosce la tristezza, perché nella tristezza ha trovato una compagna fedele. 

Jep Gambardella, ne La grande bellezza (2013), si sente incompleto. Ha scritto un libro, ed è stato un grandissimo successo. Rimpiange, però, il suo passato; soprattutto rimpiange il suo primo amore che non è mai andato via e che, puntualmente, nei ricordi e nei sogni a occhi aperti, ritorna. I motoscafi, le isole, il mare azzurro. Tuff tuff tuff anche qui. I bambini che incontra nelle sue infinite passeggiate gli sorridono come, a volte, sorride la vita: all’improvviso e senza nessuna malizia. È l’innocenza. La stessa innocenza della Santa che dice: le radici sono importanti. E quindi è importante il passato ed è importante l’infanzia; è importante essere, ed essere stati, bambini. 

In Youth – La giovinezza (2015) si parla proprio di questo, e cioè dell’immaturità genuina, spontanea, che risiede in ogni persona, e che non ha niente a che fare con l’età o con gli anni. Ogni rapporto, ogni relazione e ogni ruolo sono solo parti di uno schema più ampio, meno complicato e decisamente prevedibile: la vita è una linea, inizia e finisce; e sta proprio a noi capire che cosa farne. Quando però ci riusciamo è troppo tardi. Siamo soddisfatti, perché abbiamo risolto il rompicapo più difficile di tutti, e siamo, per la prima volta, consapevoli. Una Rossana può davvero essere la felicità. 

Anche il Berlusconi di Loro (2018) è un uomo che vuole continuare a giocare, che non sa accontentarsi, che vede l’amore e il sesso come accessori, e che ne capisce pienamente il valore quando li perde. Non è una giustificazione, non è il tentativo di riabilitare una figura controversa della nostra storia più recente: è l’umanità intesa come caratteristica nella sua definizione più elementare. E quindi come sinonimo di fallibilità, di mediocrità, di errore, di imperfezione e di ironia. 

In The Young Pope (2016) e in The New Pope (2020) il protagonista è stato abbandonato dai genitori, e per tutto il tempo, dal primissimo all’ultimo istante, fa quello che fa per ritrovarli, per risentirsi a casa e per essere finalmente accettato. All’inizio è viziato e arrogante, perché è arrabbiato. Poi, lentamente, riscopre il piacere della semplicità, dell’affetto vero, del bene fatto senza pretendere nulla in cambio. Diventa quello che deve diventare: un uomo.

Il filo rosso del cinema di Sorrentino

Tutto quello che Sorrentino ha raccontato è unito da questo filo rosso, sottilissimo ma evidente, fatto di ricordi, di piccoli frammenti e di battute bellissime: diventare adulti; non essere più bambini; prendere, finalmente, il controllo della propria vita. Ma la verità è anche un’altra. Perché non si smette mai di crescere, si è sempre figli di qualcuno e tutto, anche la cosa più complicata e assurda, può essere ricondotto alla logica del gioco. 

Il cinema è una lente di ingrandimento o, a seconda dei punti di vista, un grandangolo per allargare la propria prospettiva sulle persone e sul mondo. Con il cinema, e con la parola scritta, e anche con la televisione, si può affrontare qualunque argomento e qualunque tema senza mai accontentarsi. 

Il talento di Tony Pisapia è come il talento di Maradona, figura che ritorna spessissimo, anche citata per caso, nei film di Sorrentino. L’ironia di Andreotti è come l’ironia di Geremia de’ Geremei: spesso incompresa, a volte sottile e volutamente cattiva. Il successo, che unisce un po’ tutti i personaggi di Sorrentino, non è l’obiettivo, ma il mezzo: e quindi anche Jep Gambardella, così apprezzato e ben voluto, non sa ancora cosa essere da grande. Uno scrittore? Un giornalista? Un pensatore? Le domande si accumulano, e le risposte non bastano.

È stata la mano di Dio

In È stata la mano di Dio (2021) Fabietto, il protagonista interpretato da Filippo Scotti, è Sorrentino. Quando era giovane, quando viveva a Napoli, quando cercava la sua strada. È un film autobiografico, ma è pure un film di finzione, perché Sorrentino si prende le sue libertà e unisce racconti e ricordi, insegue una cronologia degli eventi più o meno precisa, e poi la ribalta. C’è lo scherzo, c’è la responsabilità delle scelte, e c’è quel passaggio fondamentale, centrale per tutto il tempo, dall’infanzia all’età adulta.

Per Fabietto essere grande vuol dire smettere di farsi chiamare Fabietto, vuol dire fare l’amore per la prima volta e non sognare più zia Patrizia; vuol dire affrontare la perdita dei genitori, e farlo nonostante l’impossibilità di poter dire addio. Ma vuol pure dire prendere un treno e lasciare Napoli, trovare qualcosa – qualcosa di importante – da raccontare, urlare finalmente la propria insoddisfazione e la propria frustrazione.

Fabietto è un personaggio che, nel corso del film, cresce. E prima è un figlio, poi è un orfano. Prima parla con suo fratello come un amico; poi diventa più serio, ed entrambi si confessano cose più difficili e importanti. In un certo senso, Fabietto si riscopre. Perché, nel profondo, è sempre stato la stessa persona: ha sempre visto Napoli, la famiglia, le zie e i cugini in un modo; ha sempre provato a mettere in ordine i pensieri e le parole; ha sempre desiderato, sognato e sofferto. Quando però perde i suoi genitori, tutto si amplifica: diventa insopportabile. Una detonazione di dolore e angoscia. Manca qualcosa, e si nota nell’espressione di Fabietto, si nota nel modo in cui, all’improvviso, rimane in silenzio: si nota nella camminata spedita ma non veloce, nella meraviglia che, piano piano, ritorna, nella serietà che prende il posto dell’approssimazione.

Crescere, dopotutto, richiede sacrifici e privazioni. L’età dell’innocenza finisce quando finisce il tempo dei giochi a tutti i costi e del futuro senza forma: quando si è grandi, quando si è adulti, bisogna decidere. E bisogna, poi, convivere con le proprie scelte. Ed è questo che, prima di ogni altra cosa, Fabietto deve imparare. Il cinema non può essere un capriccio: deve essere una risposta a una domanda specifica. E l’amore, come il sesso, non può avere la consistenza fumosa di un desiderio: deve farsi carne, deve trovare un corpo e avere delle sembianze precise.

Ma chi cresce deve anche essere in grado di trovare da solo i suoi maestri, di sceglierseli. Non è più il tempo della scuola e delle lezioni obbligate: da grandi, dobbiamo capire cosa vogliamo imparare e da chi, poi, vogliamo impararlo. Fabietto – come Sorrentino – trova in Antonio Capuano la sua guida. Anzi, meglio: l’innesco del suo cambiamento. Capuano lo sprona, lo mette davanti a un bivio: Napoli, il cinema, le storie, dire e non dire, parlare oppure tacere; capire cosa vale la pena inseguire, e cosa, invece, non serve, è solo una distrazione.

Crescere a Napoli, crescere lontano da Napoli

Crescere non è una cosa facile, e non c’è un libretto delle istruzioni da seguire per farlo. Crescere, spesso, è il risultato di quello che ci succede intorno, di quello che vediamo e che proviamo, di quello che ci dicono gli altri e che copiamo e riprendiamo da loro. Crescere, a volte, richiede tantissimo tempo. Altre volte, invece, succede all’improvviso: prima si è una persona, e il momento dopo un’altra. 

Conta, in questo grande schema, anche l’ambiente, e quindi la città in cui si nasce. Per Fabietto questa città è Napoli. E in È stata la mano di Dio Napoli è ovunque. Nelle strade, negli scorci di mare, nei tuff tuff tuff dei motoscafi; nell’aria scanzonata e divertita dei contrabbandieri; nei pavimenti di marmo, nell’esultanza sui balconi, nel tifo religioso per un uomo, Maradona, e per una squadra.

Napoli rappresenta, come gli altri personaggi, un grande incontro. E, a suo modo, una grande riscoperta. Una città che vive nel sottosuolo e che è calda, pulsante, trafficata e rumorosa. Una città che è pure delicata, e che come il mare avvolge tutto, ogni cosa, ogni persona. Napoli è una religione, ed è pure una maledizione: perché ti forma, e ti costringe a una determinata idea. Se sei napoletano, dividi le persone in napoletane e non napoletane; se cresci a Napoli, ci saranno la tua città e la città degli altri. Viaggiare è una sfida, perché per trovare una nuova casa bisogna vincere una scommessa. E Fabietto lo sa: glielo si legge in faccia quando prende il suo treno per Roma («solo gli stronzi vanno a Roma»), quando si abbandona con la testa contro il finestrino, e rimane ad ascoltare.

‘O Munaciello

Nel cinema di Sorrentino, i bambini hanno qualcosa di più rispetto agli adulti. Sono estremi. Immuni ai compromessi. Ne La grande bellezza sono Roma stessa, perché giocano, sono felici, e perché sono confinati in uno spazio preciso, sorvegliati a vista. In È stata la mano di Dio, i bambini sono ‘o munaciello: e quindi sono a metà, esseri magici e mistici, fatti di carne e idee, di fede e scaramanzia. Alla fine, però, anche ‘o munaciello è solo un bambino, e quando si mostra alla luce del sole i sogni finiscono per coincidere con la realtà.

Ma in È stata la mano di Dio i bambini sono anche fastidiosi, insistenti; stanno lì e ti fissano, e ti fanno arrabbiare perché non vuoi essere fissato, perché sei in un momento particolare e vuoi rimanere solo con il tuo dolore, e invece loro stanno lì: si aggiustano i capelli, poi gli occhiali, e mentre aspettano il ritorno della madre ti guardano. E tu ti incazzi. I bambini, l’abbiamo già detto, sono estremi. Prima si spaventano per il rumore di una bottiglia che scoppia, poi sorridono divertiti.

La cosa più interessante, però, non è né il punto di partenza – il bambino, appunto – né il punto d’arrivo – l’adulto; la cosa più interessante è quello che unisce questi due punti, il viaggio da una forma all’altra, da un insieme di idee a un pugno di convinzioni (magari sbagliate). Chi cresce deve attraversare un mutamento, che comincia prima di tutto nella testa. Fabietto rimane fondamentalmente identico: gli stessi capelli, lo stesso orecchino, lo stesso modo curvo di stare in piedi e di affrontare le persone. Ma cresce, e cresce visibilmente: gli occhi conservano il loro taglio, ma si chiudono con una saggezza diversa; la voce esce fuori un po’ più lenta e impastata, e le cose importanti, di colpo, sono altre. 

Essere adulti, forse, significa proprio questo: imparare a convivere con il dolore, non allontanarlo; imparare a fronteggiarlo e a provarlo con giudizio. Perché anche quello serve. E insomma, il gioco non si ferma: continua. Cambia la musica di sottofondo, e alla gioia di fare, tipica dell’infanzia e dell’adolescenza, si aggiunge la malinconia per il passato, per ciò che è stato e che non potrà più essere. Il cinema di Sorrentino è una guida, un atlante. Titolo: come diventare adulti.

ARTICOLO n. 76 / 2021

MANGA

Istruzioni sentimentali per l'uso

1986, Milano. Giardino di una scuola d’infanzia. Intervallo.

«A cosa giochiamo?» chiede la bambina con i capelli corti. 

«Strega comanda color?» propone quella con le scarpette di vernice. 

«Giochiamo a fare le torte di sabbia? Possiamo decorarle con le margherite o con i fiori gialli» dice quella minuta con gli occhiali di plastica rosa.

«Perché non giochiamo a Occhi di gatto?» L’idea è della bambina con la coda di cavallo. 

Scarpette di vernice e occhiali rosa si entusiasmano, discutono: «Io faccio Sheila.» «No io, tu puoi fare la più piccola, Tati.» «Ma non mi piace la cintura arancione, voglio quella gialla.» «Domani portiamo tutte una sciarpa, tu portala azzurra così fai Kelly. Poi dobbiamo anche scegliere cosa rubare.»

La bambina con i capelli corti non si è ancora fatta avanti, finalmente trova il coraggio di chiedere: «Come si gioca a Occhi di gatto

Le altre bambine si scambiano sguardi interrogativi, impietositi, scocciati.

«Ah già che tu non hai la tv.» 

La tv, la bambina con i capelli corti ce l’ha ma i genitori non gliela lasciano guardare mai. Non sa niente di Kelly, fasce colorate, gatti e ladri, e le altre giocano senza di lei. 

1987, Milano. Salotto di una casa in via Ripamonti. 

La bambina con i capelli corti ha finito di pranzare dalla nonna e fra poco andrà al corso di pattinaggio sul ghiaccio. Il freddo non le piace, pattinare invece sì. Però è sempre difficile lasciare il divano caldo per la pista gelida, le maestre severe e il ghiaccio duro quando si cade. E lo è ancora di più da quando la nonna le permette – violando il divieto tv – di guardare quindici minuti di cartoni animati mentre lei si prepara. La nonna è sempre elegante, anche quando la aspetta un intero pomeriggio sugli spalti scomodi del palazzetto. 

Sullo schermo compare un treno che viaggia nella galassia, una donna vestita di nero, lunghi capelli biondi, l’aria triste, enigmatica, un ragazzino orfano e un controllore senza volto. La bambina con i capelli corti non capisce molto della trama, ma quello che sta vedendo la cattura, è un piacere strano, paura vissuta al sicuro. 

«Dai, non possiamo fare tardi» dice la nonna.

Deve spegnere. 

Ogni volta, dopo soli quindici minuti abbandona quei pianeti sinistri, mortiferi, desolati prima di sapere se e chi si salverà. Non vedrà mai una puntata dall’inizio alla fine, eppure quel tempo insieme alla donna bionda e al bambino orfano nello spazio è un piacere irrinunciabile. 

1992, Milano. Vie del centro.

La bambina con i capelli corti è quasi una ragazzina. Sta andando al cinema con il padre: ancora niente tv, ma tre pomeriggi al mese sono dedicati al grande schermo. Il padre questa volta ha scelto un cartone animato. Lei è diffidente, lo conosce, non è un tipo da Disney. E infatti quando arrivano davanti alla sala la locandina che li accoglie non ha nulla di infantile: un motociclista di spalle, vestito di rosso, si dirige verso una moto dello stesso colore. Il suolo è bianco, spaccato in un punto. Akira, il titolo, è scritto in solide lettere maiuscole. «È un film di animazione giapponese, non un cartone per bambini» le dice.

Lei è cresciuta, certo, ma forse non abbastanza: immagini di una città postatomica, guerra fra bande, ribellioni, un bambino dalla pelle azzurrognola e rugosa, ritmi primitivi, sintetizzatori, un arto meccanico, un corpo umano che si trasforma in qualcosa di mostruoso la affliggeranno nei sogni, mentre fa colazione o cammina per andare a scuola.

In Italia la diffusione della cultura pop giapponese ha avuto inizio attraverso il piccolo schermo e questi sono i miei primi tre ricordi che la riguardano: la bambina con i capelli corti sono io. Ho cominciato a osservare quel mondo di nascosto, talvolta di sfuggita, oppure fin troppo da vicino proprio negli anni in cui ha sedotto e conquistato, per la prima volta, il pubblico italiano. All’epoca in televisione erano tanti i cartoni animati giapponesi trasmessi, al contrario pochi erano gli editori che si avventuravano nella pubblicazione di manga – e infatti noi abbiamo sperimentato una dicotomia e uno sfasamento schermo-carta che non rispecchiava quanto accadeva in Giappone, dove la produzione e la distribuzione della versione cartacea precede la versione animata.

E così mentre Lady Oscar creava valorose adepte fra le mie amiche e Georgie le faceva piangere, nelle camerette si giocava all’Incantevole Creamy con bacchette improvvisate e recitando paripampum molto convinti. Tutte con lo stesso desiderio di essere magiche, di potersi trasformare in una cantante-illusionista amatissima, di diventare una pallavolista capace di ovalizzare i palloni, di scoprirsi un prodigio della ginnastica ritmica, di avere una vita normale e una incredibile. E poi – anzi prima, durante e dopo – c’erano i robottoni: Goldrake, Mazinga, Jeeg per citarne giusto tre. Nonostante i prodotti non raggiungessero sempre in purezza (traduzione, tagli, riduzioni) il mercato nostrano, e nonostante fosse ancora radicato il pensiero «sono cartoni animati quindi sono per bambini» – ma come esistono libri di narrativa per bambini e per adulti, allo stesso modo anche i manga sono destinati a un pubblico diverso a seconda delle tematiche e dei contenuti – quel linguaggio funzionava. A prescindere dal merchandising che sarebbe diventato consistente negli anni e avrebbe funzionato da amplificatore, le qualità seduttive di quel prodotto culturale esistevano soprattutto in virtù delle sue potenzialità narrative, delle sue ambientazioni, della sua estetica, della profondità emotiva. L’anime-manga è stato quindi capace di coinvolgere e incuriosire anche un pubblico che aveva tutt’altre matrici culturali rispetto a quelle del paese che lo aveva creato e dove la sua industria era solida e sfavillante da tempo grazie al successo di mercato. 

La prima esposizione all’immaginario visivo giapponese avviene quindi in Italia negli anni settanta e ottanta, e crea una generazione di appassionati. Spettatori diventati poi lettori e che, in alcuni casi, hanno visto i loro interessi trasformarsi in culti, territori di studio, ricerca, collezionismo. 

Quanto a me, per una decina di anni non ricordo di essermi più curata molto dei manga – ho letto appassionatamente Black Jack e Nana – e i graffi dell’infanzia si sono trasformati in quiete cicatrici.

Finché nel 2007 sono capitata in Giappone dove, pochi mesi dopo, ho scelto di vivere. Una decisione semplice, spontanea – per quanto possibile. Guardando ora a quel tempo, ho la sensazione che parte del desiderio di abitare il Paese mi abitasse dagli anni della frustrazione per Occhi di Gatto, del treno spaziale Galaxy 999 e dall’apocalisse di Akira. Una sorta di malìa, che ha potuto perfezionarsi nel momento dell’incontro fisico e reale con la capitale. Quando sono arrivata a Tokyo ero nuova e senza aspettative: eppure il fascino si è dispiegato in tutta la sua forza, e ha fatto divampare l’interesse. Ben presto ho iniziato a colmare le lacune, ho completato letture e visioni e ne ho aggiunte di più attuali – Death Note è per me il titolo della consapevolezza. 

Ma, al netto della produzione ineguagliabile e della storia profondamente radicata, dov’era possibile incontrare i segni tangibili e immediati di questa forte presenza? Sono entrata in libreria, un punto vendita di grandi dimensioni parte di una catena: era molto lo spazio destinato ai manga – serie di culto, edizioni speciali, ultime uscite, diversissimi per tematiche, ambientazioni, generi, formati, pubblico di riferimento. Anche nei konbini – minimarket aperti 24h che vendono poche cose di immediata necessità – i manga occupavano almeno qualche scaffale. 

Il volume di denaro che riescono a muovere è da tempo una fetta importantissima dell’intero comparto editoriale del paese – oggi, secondo le indagini della società di ricerche di mercato Statista, questo volume ammonta a 612.000 miliardi di yen, poco meno di metà del totale. 

I protagonisti dei manga sono eroi popolari, conosciuti e amati in tutto il Giappone, e quindi ottimi testimonial pubblicitari o portavoce di messaggi importanti: dalle campagne informative del governo al food marketing, dalla promozione del turismo locale alle norme di comportamento in metropolitana. La principessa Zaffiro e Astroboy di Osamu Tezuka spiegano come non causare incendi all’aperto, mentre Simbad e Black Jack danno buoni consigli su come evitare gli incidenti domestici generati da stufe elettriche, fuoriuscite di gas o fiamme libere. Duke Togo, il sicario protagonista di Golgo 13, la serie manga più longeva tuttora in corso (il primo numero è stato pubblicato nel 1968) insegna alle piccole e medie imprese come tutelarsi all’estero. A Oreimo, una delle protagoniste della serie Oreimo – My Little Sister Can’t Be This Cute, si sono affidati nel 2015 per spiegare le conseguenze dell’abbassamento dell’età di voto da 20 a 18 anni (in Giappone la maggiore età è 20 anni). Miss Dronio (la supercattiva di Yattaman) e Black Jack si mostrano insieme – una passeggiata sotto la neve, una romantica gita in barca – sul manifesto pubblicitario di un’agenzia matrimoniale: lei è iraconda e determinata, lui cupo e misterioso, sarà amore? 

E quando non sono i personaggi più noti a essere in prima linea, spesso lo è lo stile manga: l’immagine veicola il messaggio con maggior semplicità rispetto a un testo, e quindi più rapidamente. Ho visto manga educational per spiegare la Costituzione. Ogni istituto costituzionale è incarnato da un personaggio femminile. La bionda è Saibansho-chan la signorina tribunale, quella blu è Kokkai-chan la signorina parlamento, e la mora è Naikaku chan la signorina Consiglio dei ministri. Per spiegare come funziona la Convenzione dell’Aia sulla sottrazione internazionale di minori, un argomento dibattuto e controverso nel paese, di nuovo è stato scelto di utilizzare un manga.

Ma anche nella quotidianità, in una giornata qualsiasi è facile incontrare un fumetto che spieghi come fare la raccolta differenziata, o che promuova un’iniziativa benefica.  

L’anno scorso, il successo travolgente di Demon Slayer – Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba dal novembre 2019 al novembre 2020 ha venduto in Giappone più di 82 milioni di copie – gli ha garantito sponsorizzazioni di ogni tipo, dai cup ramen agli snack, dalle mascherine ai rasoi da uomo, dalle compagnie telefoniche a quelle aeree, dall’abbigliamento agli occhiali da vista.

Intanto, in Italia, negli anni successivi al primo boom, il manga ha raccolto sempre più attenzione, si è liberato di alcuni pregiudizi, è stato riconosciuto come prodotto di grande qualità e letterario (anche se non sempre e non da tutti) ed è stato pubblicato da editori sempre più sensibili, seri, consapevoli che gli hanno assegnato risorse e strumenti specifici. E certamente ha giocato un ruolo importante anche la distribuzione: dalle edicole e dai negozi specializzati o per appassionati, i manga si sono diffusi nelle librerie, e sono sempre più spesso fruiti anche online e in forma digitale. Tutto ciò ha dato i suoi risultati e nel 2021 i manga, finalmente ammessi nelle rilevazioni ufficiali dei libri più venduti, hanno raggiunto i primi posti delle classifiche. Il pubblico italiano ha riconfermato la propria passione (vecchie serie, riscoperte, novità) e questa volta ha trovato il suo interesse sostenuto anche da una struttura – librerie, editoria, comunicazione – che lo ha nutrito con sapienza e attenzione. Ma cosa ha reso l’Italia un terreno così fertile? 

«Italia e Francia sono tra i primi paesi al mondo a importare anime giapponesi negli anni settanta, molto prima del mondo anglofono dove manga e anime rimangono un fenomeno di nicchia e da nerd fino più o meno al nuovo millennio, quando nascono distributori come Tokyopop. Altro elemento che facilita la diffusione del manga in Italia (e un discorso simile vale per la Francia) è la presenza di una forte tradizione locale di fumetti narrativi, molto diversi dal fumetto nordamericano di supereroi, e più vicini all’estetica e alle tematiche del manga. Altra cosa interessante è che proprio per questa storia relativamente lunga di interesse per il manga tra i lettori italiani, negli ultimi anni sta crescendo abbastanza il fenomeno del gaijin manga, fumetti in stile manga ma scritti in lingue diverse dal giapponese, autori come Vincenzo Filosa (Viaggio a Tokyo, Figlio Unico), che creano fumetti in stile manga, alcuni ambientati in Giappone altri ambientati in Italia o in mondi immaginari. Un altro esempio interessante è Giuseppe Durato che si è formato in Giappone come assistente della mangaka Keiko Nishi, e ha poi pubblicato una sua serie sulla rivista Big Comics Spirits, Mingo: Itariajin ga minna moteru to omounayo, poi ripubblicata in volume e ora tradotta anche in italiano, facendo il giro completo.» Mi dice Rebecca Suter, Direttrice del programma di studi giapponesi all’Università di Sydney, alla quale ho chiesto un parere autorevole sull’argomento. 

Rivoluzione culturale? Fuga dall’Occidente? Probabilmente entrambe le cose e credo che la risposta abbia una componente personale oltre che una sociale. 

Arte, profondità, trasversalità, scrittura accurata, letteratura, punti di vista alternativi, domande cosmiche, risposte cosmiche, domande quotidiane, risposte quotidiane, visioni future, conoscenza, invenzione, personaggi indimenticabili, distorsioni e riallineamenti, distruzione e ricostruzione, compagnia, partecipazione, commozione: questo è solo un frammento della sequenza, anzi della successione disordinata di termini che associo al manga, un flusso che ha origine nei ricordi e porta con sé le impressioni di un mondo tanto reale quanto inimmaginabile, un flusso capace di generare continua curiosità tra sguardo e pensiero.

2014, Nagoya, zona di Endoji.

La bambina con i capelli corti è adulta e da qualche anno vive in Giappone. Da poco ha cambiato città, abita in un condominio di pochi piani, in una zona di case tradizionali e silenziose. Non è facile integrarsi nel nuovo quartiere. Quando esce per fare una passeggiata al tramonto incontra spesso una vicina, una donna giapponese, che deve avere solo qualche anno più di lei – o almeno così sembra. La donna porta a spasso il suo cane, un piccolo shiba inu dall’espressione sorridente. Anche se il cane si mostra incuriosito dalla ragazza, la donna lo strattona e non lascia che si fermi. Alla ragazza dispiace, vorrebbe fargli almeno una carezza. 

È un pomeriggio d’inverno, nevica fitto. La ragazza esce lo stesso, e anche la vicina con il cane. Come sempre si incontrano, come sempre il cane si mostra affettuoso, come sempre la donna sta per portarlo via. 

«Come si chiama?» chiede la ragazza, mentre i fiocchi riempiono lo spazio, tengono la giusta distanza.

«Nana-chan» dice la vicina. 

Il cane scodinzola sentendo il suo nome. 

«Nana, come il manga?» chiede la ragazza.

La vicina cambia espressione, per la prima volta il loro sguardo si incontra. 

«Sì. Lo conosci anche tu?»

La ragazza annuisce: «La storia inizia in una giornata di neve…»

ARTICOLO n. 75 / 2021

CAMBIARE IL MONDO COMINCIANDO DA SÉ STESSI

Conversazione con Enzo Restagno

Enzo Restagno. Nei primi anni sessanta lei ha lavorato per un certo tempo all’interno della radio estone. Immagino che il suo fosse un lavoro assolutamente normale di tecnico del suono che però le avrà dato la possibilità di ascoltare moltissima musica. Potrebbe raccontarci come ha vissuto quell’esperienza? 

Arvo Pärt. Quel lavoro si svolse parallelamente ai miei studi in conservatorio. Nella mia condizione di tecnico del suono dovevo osservare un orario molto flessibile. Facevamo delle registrazioni – tre o quattro ore al giorno – oppure trasmettevamo dei concerti dal vivo. Era un lavoro interessante grazie al quale potevo avere a disposizione registrazioni di ogni genere di musica e soprattutto potevo vedere e ascoltare una quantità di partiture contemporanee. Alla radio estone i tecnici del suono erano quasi tutti dei compositori e nell’insieme formavamo una compagnia molto vivace e creativa. Uno degli aspetti più preziosi di questo nostro lavoro veniva dagli scambi musicali con altri paesi; non tanto con la Germania, la Francia o l’Italia, ma piuttosto con paesi come la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Polonia, dai quali ricevevamo musiche spesso molto interessanti. A volte qualcuno di quegli scambi non arrivava alle orecchie degli ascoltatori della radio estone, ma noi avevamo ugualmente la possibilità di accedere a quelle musiche proibite che poi restavano sigillate dentro gli archivi. 

E.R. Può fare un esempio di quelle “musiche proibite”? Erano di autori del blocco orientale o anche di altri compositori? 

A.P. No, anche di altri.
E.R. Quindi, per esempio, musiche di Boulez, Nono, Stockhausen, Berio… 

A.P. Sì, tra le musiche “proibite” c’era anche qualche loro componimento, però la sorgente principale dalla quale ci arrivavano le testimonianze della nuova musica per noi era Mosca, con le opere di Schnittke e di Denisov. Entrambi avevano rapporti personali con molti compositori dell’Ovest, con Boulez per esempio, e allora succedeva che componimenti censurati a Mosca arrivassero a noi. 

E.R. A dispetto delle direttive ufficiali c’era in quegli anni un fitto scambio di informazioni che affluivano dai canali più disparati; ricordo benissimo che Luigi Nono mi raccontava delle sue visite a Mosca in cui portava ai colleghi quantità di dischi e di partiture. C’era poi il festival dell’Autunno di Varsavia che funzionava un po’ come una zona franca dove i musicisti dell’Est potevano recarsi senza troppe difficoltà per ascoltare le voci dei loro colleghi dell’Occidente. Vorrei chiederle quali, fra le testimonianze che riuscivano a filtrare attraverso le maglie della censura, furono per lei particolarmente interessanti. 

A.P. Direi che mi interessava tutto senza eccezioni, perché davanti a quei documenti provenienti da un mondo musicale diverso, noi non avevamo la volontà di scegliere e di giudicare. Per noi non c’era il buono e il cattivo; nel nostro ghetto sovietico accoglievamo ogni cosa che arrivava dall’esterno con gioia. Il tempo ha mostrato verso quali lidi ogni compositore si è diretto e Denisov, per esempio, ha scelto una strada molto diversa dalla mia, ma tutto questo si è chiarito solo con il tempo. Noi allora abbiamo accettato ogni cosa con grande rispetto, ma se proprio vuole sapere qualcosa sulle mie predilezioni, allora devo parlarle di Anton Webern. Alla nostra radio era arrivata anche la registrazione integrale delle opere di Webern che qualcuno era riuscito, non ricordo come, a procurarsi a Mosca. Le assicuro che mi fece una grande impressione. Ebbi la possibilità di ascoltare anche Boulez che però alle mie orecchie suonò allora piuttosto estraneo; Webern invece, probabilmente per la sua grande trasparenza, sentivo che scendeva nel profondo.

E.R. Mi chiedo se fra tutte quelle musiche clandestine ebbe la possibilità di ascoltare anche Messiaen? 

A.P. No, non me ne ricordo. Salvo qualche rara eccezione, noi eravamo maggiormente attratti dalle opere dei musicisti della nostra generazione. Quello che vorrei farle presente, al di là delle singole scelte e delle predilezioni, è la sorpresa che quelle stesse scelte mi hanno procurato in seguito. Non appena cominciammo a scrivere una musica diversa, in qualche modo influenzata dai modelli occidentali, fummo bollati come nemici del partito e perseguitati. Quando arrivai in Occidente scoprii che quegli stessi musicisti che avevo preso a modello, attirando su di me l’accusa di amico del capitalismo, intendevano con i loro componimenti lottare contro il capitalismo. Mi misi a riflettere su questo fatto un po’ paradossale e mi resi conto che il mondo della nuova musica portava dentro di sé i germi di un conflitto. Vuole che le dica perché mi sono allontanato da questa musica? L’ho fatto perché per me quei conflitti non erano importanti, perché volevo lasciare dietro di me i conflitti con il mondo. 

E.R. Le sue parole suonano alle mie orecchie un po’ come una parafrasi del più bello fra i Rückert-Lieder di Mahler: «Ich bin der Welt abhanden gekommen». In effetti questa sua idea della nuova musica come una realtà carica di conflitti latenti mi sembra molto interessante; le sarei grato se volesse illustrarmela meglio. 

A.P. Si tratta di una questione assolutamente personale: sono arrivato alla conclusione che il mio compito non è quello di combattere con il mondo e neppure di giudicare questo o quello; prima di tutto devo cercare di giudicare me stesso perché ogni conflitto inizia dentro di noi. Questo non vuol dire che sono indifferente a quello che succede intorno a me, ma se qualcuno vuole cambiare o migliorare il mondo, allora deve cominciare da se stesso. Di questo sono assolutamente convinto. Se non cominciamo da noi stessi, il primo passo che compiamo in direzione del mondo contiene un grosso inganno e, insieme, anche una potenziale aggressione che tenderemo a diffondere intorno a noi. Come tutto questo si possa realizzare è un’altra faccenda, ma se si parte da questa idea, tutto assume una prospettiva nuova ed è proprio seguendo quest’ultima che io vado in cerca di altri suoni. In questo caso è la mia strada stessa che diventa sorgente di ispirazione: essa non procede verso l’esterno ma scende verso l’intimo, verso quel nucleo dal quale tutto nasce. Questo è il senso che l’operare ha per me: la costruzione e non la distruzione. 

E.R. La domanda che vorrei farle ora riguarda la sua musica da film. Lei ha scritto un certo numero di colonne sonore e talvolta anche musiche di scena per il teatro di prosa; si tratta, a mio giudizio, di esperienze importanti per un compositore, perché gli permettono di acquistare una superiore capacità di connotare situazioni e atmosfere

A.P. Nell’Unione Sovietica i più grandi compositori come Prokof’ev e Šostakovič hanno scritto musiche da film; da voi, in Occidente, è successo più di rado e questo dipendeva in gran parte dalla situazione politica. Nella musica era difficile esercitare la censura e, difatti, per le colonne sonore non esistevano controlli. Nei film parole e immagini venivano regolarmente tagliate dalla censura, ma lo sfondo musicale era come se non interessasse a nessuno. Molte musiche di Schnittke, vietate nelle sale da concerto, poterono tranquillamente essere utilizzate nei film. Anche da noi in Estonia le cose stavano così, anzi un po’ meglio che a Mosca perché, bene o male, quello che si scriveva si riusciva anche a farlo eseguire. Mi ricordo di una visita di Luigi Nono a Tallin: in quell’occasione lo portai in una sala cinematografica a vedere uno dei film per i quali avevo scritto le musiche. Avevo composto dei pezzi in una sorta di jazz dodecafonico con tanto di saxofono, vibrafono e tromba; se li avessi presentati in un concerto cameristico mi avrebbero sicuramente procurato un sacco di problemi, ma al cinema nessuno ci fece caso e Luigi Nono, ricordo, si divertì moltissimo. 

Nora Pärt. Scrivere colonne sonore era anche un’occasione per esprimersi musicalmente in modo assolutamente spontaneo. Arvo ha scritto anche molta musica destinata al teatro per bambini. 

A.P. È vero: in quelle occasioni mi era possibile un atteggiamento più liberamente creativo, talvolta quasi improvvisativo, che nella mia attività compositiva abituale, dove tutto era rigorosamente strutturato, faticavo a raggiungere. E non bisogna trascurare il fatto che per molti compositori, fra i quali includo anche Schnittke, Denisov e Sofija Gubajdulina, scrivere musiche da film era l’unica fonte di sostentamento. La cosiddetta musica pura – sinfonie, quartetti e altro – poteva recare qualche guadagno solo nel caso che fosse stata commissionata dallo stato. 

E.R. Lo so: Schnittke e Gubajdulina mi hanno raccontato queste cose qualche anno fa, ma quello che trovo ancora più miserabile, in quel clima di oppressione, è il fatto che venissero compilate liste di proscrizione, e non solo da Tikhon Khrennikov. A esse collaborarono con grande zelo i compositori più mediocri e politicamente allineati, ben contenti di conservare i loro privilegi e di colpire i colleghi più talentosi. Nel mesto orizzonte delle “anime morte” della musica sovietica, vorrei ricordare quei compositori della vecchia guardia come Khačaturjan, Kabalevskij o Sviridov, ai quali andavano gli incarichi più prestigiosi e le commissioni meglio remunerate. Erano musicisti pluridecorati, talvolta anche forniti di talento, ma che in ogni caso si premuravano di non permettere agli altri compositori di avvicinarsi troppo al recinto dei loro privilegi. Il fatto è che il principio del divide et impera lo si applica perfino alla gestione di una bottega e sotto qualsiasi regime. Tornando ai suoi lavori degli anni sessanta, vorrei parlare di un breve e semplice componimento che ebbe un successo strepitoso; intendo quel Solfeggio che lei scrisse nel 1963. 

A.P. In realtà non saprei cosa dire: si tratta solo di una scala (Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si) che prende la forma di un cluster a quattro voci, perché ogni nota è accostata direttamente a un’altra. L’ho scritto seguendo le orme di Perpetuum mobile, utilizzando però solo sette suoni invece di dodici. Come vede, l’idea era molto semplice e non ero assolutamente sicuro che avrebbe funzionato fin quando non l’ho ascoltato. 

E.R. Effettivamente funziona benissimo.
A.P. Sì, se viene eseguito nel modo giusto, ma, mi creda, non saprei cos’altro aggiungere. 

E.R. Nel frattempo, mi riferisco sempre agli anni sessanta, lei aveva già scritto due sinfonie. Che cosa mi potrebbe raccontare di questi due componimenti? 

A.P. Mi riesce sempre difficile dire qualcosa sui miei componimenti; a volte non riesco nemmeno a immaginare una buona ragione per fornire delle spiegazioni di questo genere, ma a ogni modo cercherò di farlo. La mia Prima Sinfonia era il lavoro che presentai per il mio diploma al conservatorio ed è una composizione dodecafonica senza pretese. La seconda è un po’ più complessa; in essa si verifica infatti un primo approccio verso la contrapposizione tra il bianco e il nero. 

E.R. Significa forse che nella Seconda Sinfonia lei ha cercato di umanizzare la tecnica? 

A.P. Non sarei così estremo; direi che quello che misi in pratica con quella sinfonia fu semplicemente creare un’occasione per cercare di capire dove mi sarei sentito a casa: ora sono più tollerante, anche nei confronti della scrittura dodecafonica. Non sono i dodici suoni a essere colpevoli: tutto dipende dal compositore e dal modo in cui li usa. Bisogna vedere se il compositore vuole produrre un nettare o distillare un veleno. Webern, per esempio, non produce mai veleni. Ci sono dei limiti ben precisi per l’utilizzo di quei materiali; bisogna capire innanzitutto in che modo quel sistema può produrre dei frutti concreti. Molte volte è il sistema stesso a indicarci il modo in cui dobbiamo avvicinarlo e come possiamo servircene, ma a quell’epoca io ero molto meno tollerante di adesso e vivevo l’esperienza della mia Seconda Sinfonia e del Credo con grande tensione; sentivo che non potevo permettermi neppure la più piccola negligenza. 

E.R. L’inflessibilità che lei descrive è probabilmente il connotato più vistoso dei nostri anni di apprendistato; solo l’esperienza è in grado di insegnarci l’uso sapiente della regola e dell’eccezione; ma torniamo ora a quei suoi anni: c’è un lavoro molto significativo, scritto nel 1968, ed è il Credo per pianoforte, coro e orchestra. L’esecuzione avvenne a Tallin sotto la direzione di Neeme Järvi, insieme alla Sinfonia di Salmi di Stravinskij e mi risulta che si risolse in un successo non privo di scandalo. Com’è noto gli scandali giovano alla carriera, ma quello che io trovo più singolare in questa storia è il fatto che in quel caso fu scatenato dalla sezione centrale del componimento, quella in cui la tecnica dodecafonica, utilizzata con una procedura speciale, va a culminare in una violenta mimesi del caos. Mi piacerebbe però ascoltare il racconto delle intenzioni che racchiude questa partitura dalla voce del suo autore. 

A.P. A quell’epoca, e forse anche un po’ prima, avevo la sensazione di avere scoperto quello che chiamerei un nuovo inizio. La cosa più importante nell’affrontare la nuova opera fu per me il testo che avevo deciso di musicare; si trattava di quel passo del Vangelo in cui risiede il cuore stesso dell’insegnamento del Cristo, ovvero la frase con la quale all’antico detto “Oculum pro oculo, dente pro dente” Gesù risponde: «Autem ego vobis dico: non esse resistendum injuriae, Credo». Ho letteralmente sciolto questa frase in note e numeri, e si può notare come ogni parola trovi corrispondenza nei mezzi orchestrali utilizzati. Ora però vorrei provare a rievocare le circostanze in cui l’opera nacque. Da noi, normalmente un compositore doveva presentare i nuovi lavori a un’apposita commissione, eseguendoli o mettendo a disposizione una registrazione. La commissione decideva quindi se fosse opportuno o no eseguire il pezzo in pubblico. Io non avevo nessuna registrazione del pezzo e così ho invitato alcuni membri della commissione alla prova generale. Si dava il caso che il membro più feroce, nonché zelante servitore del partito e mio acerrimo nemico, fosse ammalato. A quelli che ascoltarono il mio Credo spiegai che avevo utilizzato dei materiali estratti dal primo preludio del Clavicembalo ben temperato di Bach. Loro ne ricavarono una buona impressione e pensarono che il testo fosse assolutamente inoffensivo, probabilmente perché era in latino. Sta di fatto che il pezzo fu approvato e ne fu autorizzata l’esecuzione. La sera del concerto il pubblico si mostrò così entusiasta che il direttore fu indotto a ripetere il pezzo per intero. L’accoglienza così calorosa del pubblico finì però con l’indisporre la commissione che cominciò a sospettare che vi fosse contenuto qualche principio sovversivo. Ricordo che pochi giorni dopo la prima del Credo andammo a Mosca per un congresso con una delegazione composta da una cinquantina di persone. C’era anche il presidente della commissione cultura e nessuno si degnò di rivolgermi la parola perché il ricordo dello scandalo era ancora ben vivo. A un tratto però il capo della delegazione, che aveva palesemente alzato un po’ il gomito, mi fermò nel corridoio del treno e, alludendo al testo latino del Credo, mi face capire che il KGB era già sulle mie tracce. Dopo quell’episodio fui interrogato più volte e gli inquirenti tornavano spesso sulla stessa domanda: «Quali fini persegue con questo lavoro?».

N.P. E aggiunsero: «Si ricordi che quest’opera non dovrà mai più essere eseguita». Seguirono intimidazioni e provocazioni, ma ripensandoci ho l’impressione che allora non ci rendessimo conto della nostra effettiva situazione. C’è poi un dettaglio importante che Arvo ha dimenticato di sottolineare: la parte dodecafonica è costruita su una successione di quinte. 

A.P. Sì, è vero: ho strutturato l’impianto dodecafonico accostando intervalli di quinta uno dopo l’altro, fino ad arrivare al massimo sviluppo orchestrale possibile. Con questa giustapposizione delle quinte si arriva a una tessitura sempre più densa, a una vera e propria saturazione di note che funziona come mimesi del caos e della distruzione. Solo dopo vengono le parole del Cristo “Ma io vi dico…”, e quindi tutto, un po’ alla volta, va in pezzi. È come la rovina del regime sovietico; qualcuno avrebbe potuto interpretare quel passo in questo modo e così nacque un certo timore. 

N.P. All’interno di quel caos – il blocco indistinto di suono viene rappresentato anche graficamente nella partitura con fasce nere – il coro gridava i peggiori improperi che però non potevano essere uditi in quanto tali. Alla fine dell’anno ci fu sulla stampa locale una specie di sondaggio in cui la gente doveva indicare qual era stato l’evento artistico più significativo a cui aveva partecipato. Il novanta per cento delle persone indicò il concerto in cui era stato eseguito il Credo

E.R. Vi ringrazio di questa rievocazione così vivida del Credo e delle conseguenze che ha portato. Vorrei aggiungere che le cose da voi riferite sulla censura dimostrano una volta di più quanto essa sia stata abile nel fiutare il pericolo eversivo. Pensare che i censori siano ignoranti e grossolani e pertanto incapaci di comprendere le intenzioni più sottili che si celano dietro le opere d’arte, è, a mio parere, un’imperdonabile ingenuità. 

© il Saggiatore S.r.l., Milano 2017.

ARTICOLO n. 74 / 2021

DONNE CHE CORINNE IN REALTÀ NON CONOSCE

Traduzione di Camilla Pieretti

La professoressa di archeologia

Nella cittadina del Sud in cui Corinne ha affittato un appartamento per l’estate, ha trovato anche un centro yoga. È un po’ più vecchio stile rispetto a quello in cui va di solito a Boston. Là le donne sono levigate e depilate al laser, i leggings aderenti e le posizioni impegnative. In questo posto, situato sopra un centro di assistenza tecnica, tutti indossano pantaloni larghi e magliette sformate. Pagano lasciando contanti o un assegno bancario in un cesto e segnando la propria presenza a penna su un taccuino. Sbuffano quando si piegano. Corinne srotola sempre il suo materassino nell’angolo in fondo, cercando di tenersi in disparte.

La professoressa di archeologia è l’unica altra donna con dei veri pantaloni da yoga. Una che riesce a portarsi la gamba all’orecchio. Ha una lunga chioma di ricci rossi. Ascoltandola di nascosto, Corinne ha scoperto che insegna all’università e che il marito è professore di chimica nello stesso ateneo, ma che stanno divorziando.

Corinne ha molte domande. Se l’insegnamento di ruolo e il mercato del lavoro faranno sì che la donna e il suo ex continuino a vivere nella stessa minuscola cittadina per tutto il resto delle loro vite. Se, quando ricominceranno ad avere una vita sentimentale, finiranno inevitabilmente per uscire con qualcuno che l’altro conosce. C’è un solo ristorante elegante in zona, e Corinne già si immagina la scena: la professoressa che aspetta il suo accompagnatore all’ingresso mentre l’ex è lì a cena con un’altra donna, proteso verso la candela al centro del tavolo, la forchetta negli spaghetti di lei.

Corinne sa ben poco della professoressa, le ci è voluto un po’ anche solo per afferrarne il nome, ma può figurarsene alla perfezione la vita: un appartamento pieno di libri, qualche bicchiere di vino con l’amica titolare della cattedra di studi sulle donne, un gatto, un viaggio didattico ogni due anni, in Israele o in Grecia. Non riesce a fantasticare allo stesso modo sulle donne a Boston, che si truccano prima di fare yoga, né sulle altre donne qui, con i loro vestiti macchiati di erba tagliata (riconosce che, in entrambi i casi, il suo è puro snobismo). Qualcosa, nella professoressa di archeologia, ha catturato la sua attenzione, qualcosa che la spinge a cercarla con gli occhi a ogni lezione, a seguirla con lo sguardo mentre si allontana nella sua Subaru.

È origliandone le chiacchiere che Corinne scopre dell’ultimo scandalo locale: il portiere della squadra universitaria, la liceale in visita di cui ha abusato, l’improvviso interesse nazionale. Sempre origliando, scopre anche che le iscrizioni all’ateneo sono calate, che il nuovo rettore non gode di grande popolarità e che qualcuno ha imbrattato con scritte razziste la lavanderia di un dormitorio, anche se è probabile che sia stata opera di uno del luogo. Gli altri, a yoga, sembrano usare la professoressa come linea diretta per qualunque notizia riguardante l’università. In particolare, chiedono della violenza commessa dal portiere.

Corinne la sente dire: «Almeno la ragazza lo ha denunciato, e subito. Spesso non si fanno neppure avanti».

La vede al negozio di alimentari, in biblioteca, ma l’altra non dà segno di averla riconosciuta. Corinne si domanda se non abbia una cotta per lei, ma no: l’ha semplicemente notata e, in un’estate priva di altre forme di intrattenimento, la professoressa è divenuta una celebrità. Divinità, attori, membri della famiglia reale: al momento, nel mondo di Corinne non c’è nulla del genere, perciò un brandello primordiale della sua mente ha mitizzato la donna, la sua chioma arturiana.

Nel breve periodo trascorso qui, Corinne si è sentita sempre meno se stessa. Si sveglia nel seminterrato che ha affittato e niente di ciò che vede le appartiene. Cammina per la città e nessuno le appartiene. Nell’appartamento non ci sono specchi, cosa che da principio le è sembrata una gran seccatura, ma che ora le pare straordinariamente liberatoria. Si rende conto che nelle ultime settimane ha visto il volto della professoressa molto più spesso del proprio. Un giorno fa per sistemarsi la coda e si sorprende nel ritrovarsi capelli lisci e sottili, anziché selvaggiamente ricci.

Qualcosa, dentro di lei, si è smosso. 

Corinne vorrebbe presentarsi, avere un’amica in città, ma già dopo quindici giorni, dei due mesi che passerà lì, è troppo tardi. Non avrebbe la pazienza di perdersi in convenevoli quando ha già immaginato così tanto della vita di quella donna, e non ha alcuna voglia di scaricarle addosso i dettagli della propria esistenza. Sono qui per fare ricerca. Gli archivi dell’università. Un ambientalista del xix secolo: ne hai sentito parlare? No, è una noia. Otto settimane. Una fondazione privata, in realtà. Sì, due maschi, sono al campo estivo. Sì, le montagne sono una meraviglia.

La moglie del ragazzo che l’ha stuprata

A casa, Corinne non ha mai avuto la tentazione di cercarlo. Ogni tanto ci pensava e ogni volta veniva percorsa da un’ondata di repulsione e insieme di orgoglio, perché non aveva bisogno di sapere. Aveva valutato se chiedere al marito di googlarlo per lei. Ma lui, dopo che gli ha raccontato dello stupro subito, anni fa, non ha mai più sollevato l’argomento, per cui Corinne teme che, se lo menzionasse, ne riceverebbe in cambio solo uno sguardo vacuo. Non potrebbe immaginare niente di peggio.

Qui, però, ha tempo, non ha niente da fare e sente il bisogno di provare qualcosa. Per prima cosa si mette a googlare il caso del portiere, solo così, per curiosità, per vedere la faccia del ragazzino di cui si parla tanto. La violenza si è verificata un anno e mezzo fa, ma ora c’è il processo. In breve si ritrova a googlare il ragazzo-che-fu e finisce a fissare le foto di Elise dal suo lettuccio rigido.

Per quel che vede da Facebook, la donna di nome Elise vive a Tampa con tre bambini (due femmine e un maschio) e con il ragazzo, che ormai è diventato un uomo. Gli si è gonfiato il viso, ma solo quello. Alcolismo? Il suo account è privato o poco attivo, con una semplice foto profilo, lo sfondo di un tramonto e la menzione di una raccolta fondi, cinque anni fa. L’account di lei, invece, è una timeline che sembra non avere fine, un decennio di insulsa vita quotidiana.

Pare che Elise lavori in azienda, il tipo di impiego che a Corinne non interessa affatto. Il ragazzo è diventato nientemeno che un medico, un podologo. Le sue recensioni online sono perlopiù positive.

Per quanto ne sa Corinne, c’è stupro e stupro. Se il suo fosse stato uno stupro violento, avrebbe già contattato Elise. Per come stanno le cose, ha solo pensato all’account fittizio che potrebbe creare, al messaggio che potrebbe inviarle.

Una sera, a tre settimane dal suo arrivo in città, apre un nuovo documento Word. Si dice che può scrivere una breve nota senza mandarla e che, dato che non vedrà il suo strizzacervelli per tutta l’estate, la cosa potrebbe anche avere un effetto catartico. Conoscevo tuo marito all’università, inizia, ma cancella tutto e ricomincia, parlando solo di sé. Non ci conosciamo, scrive, ma devo raccontarti una storia. Parla del college senza nominarlo, racconta di come si era ritrovata a cinque Stati di distanza da casa sua. Non farà il nome di Kyle finché non sarà riuscita a guadagnarsi le simpatie della donna. A un certo punto menziona la festa, la confraternita e la scuola. Qualcuno aveva messo della droga nel punch, ho scoperto poi. Come in un brutto film. Probabilmente, però, non si è trattato di Kyle, che era una matricola e non faceva ancora parte del gruppo. Per la maggior parte racconta quello che si ricorda, cioè praticamente niente. La mia compagna di stanza ci ha visto andare via insieme. Ero alla festa, poi all’improvviso era mattina, ero nuda nel mio letto e mi faceva male tutto. La testa, ma anche tutto il resto.

Elise corre mezze maratone. Questo gliela rende subito antipatica. Non perché Corinne disapprovi, ma perché quelle che lavorano in azienda e corrono mezze maratone non fanno per lei. Se Elise avesse un impiego in campo umanistico, se Elise avesse pubblicato foto di sé con le amiche e qualche cocktail, se Elise scrivesse post di stampo politico, Corinne potrebbe provare una qualche affinità per lei. Ma posta solo foto di gare o della famiglia agghindata per Pasqua, in tonalità lavanda e blu marino. Citazioni in corsivo su come le madri siano fatte d’acciaio, su come non bisogna farsi abbattere dalle preoccupazioni.

C’era del riso bianco cotto sparso per tutto il pavimento della stanza. Non ho mai capito perché.

Se Corinne percepisse la benché minima somiglianza con Elise, potrebbe anche mandarle la lettera con le migliori intenzioni, da sorella a sorella. Parte di lei, però, vuole contattarla per i motivi peggiori: per provocarle dolore. Per rovinare il suo matrimonio. Per dimostrarle che il mondo è un posto orribile e che l’uomo che ha sposato, da ragazzo, era un mostro, che lo sia ancora o meno.

Ragion per cui non si permetterà mai di scriverle davvero.

La mia compagna di stanza gli ha detto: «Non azzardarti a toccarla, è troppo ubriaca». Più tardi, quando lo ha incrociato in corridoio, mentre usciva dalla porta, lui le ha detto: «Non ho seguito il tuo consiglio». Si è stretto nelle spalle, ha raccontato la mia compagna di stanza, ha sorriso e ha fatto schioccare la lingua. È importante che tu sappia che si è stretto nelle spalle.

Salva il file. Di tanto in tanto lo riapre, lo rilegge e lo rivede. Anche solo guardare il portatile chiuso, che riposa sulla scrivania, le dà un’iniezione di adrenalina.

L’ex del suo amico

Un giorno, il suo amico George le ha raccontato di una donna che aveva frequentato intorno ai vent’anni. Una che voleva essere immobilizzata con la forza ogni volta che facevano sesso. E non solo all’inizio: per tutto il tempo. In pratica doveva fingere di violentarla. Se provava a baciarla, a farla godere o a lasciarle il braccio, perdeva l’attimo, lei si rialzava, si rivestiva e si metteva a rispondere alle e-mail.

La sera che glielo aveva raccontato, George aveva bevuto qualche bicchiere di troppo e non faceva caso a ciò che diceva. Corinne ci aveva pensato diverse volte alla settimana, da allora, non per uno scabroso interesse, ma con genuina curiosità: che cosa, in quella donna, le faceva passare la voglia, se lasciata libera di agire?

Visto che era ubriaca anche lei, aveva chiesto a George se ciò che faceva con quella donna lo rendeva felice: «Ero felice di farla felice», era stata la risposta, «ma alla fine è per quello che ci siamo lasciati».

Quando gli aveva domandato come mai, lui era arrossito e si era raddrizzato sulla sedia, come se si fosse reso improvvisamente conto di essere solo in un bar, con un’amica, a parlare di sesso. «Non avrei potuto andare avanti così per sempre», aveva detto, «non solo così per sempre. E poi, insomma… era faticoso. Fisicamente».

Dopodiché aveva cambiato discorso.

Da allora, di tanto in tanto, Corinne dà una scorsa ai contatti Facebook di George alla ricerca della donna, di cui però non ha mai saputo il nome. Cerca donne più o meno dell’età di George, donne di cui non si sospetterebbe mai che possano celare un simile desiderio. O, al contrario, che sembrano le più adatte a coltivarlo: dirigenti di impresa, socie di grandi studi legali. Cerca donne che assomiglino vagamente a George, con i suoi stessi ricci scuri e quel suo sguardo perennemente sorpreso. E poi cerca l’esatto opposto: donne con lineamenti duri e capelli chiari.

Quando è in piedi, Corinne preferisce appoggiarsi a un muro o far sporgere un’anca quanto più in fuori possibile. Le piace percepire dei limiti e immagina che per quella donna sia lo stesso. Vagheggia di tornare a guardare tra i contatti Facebook di George, per vedere se trova qualche donna appoggiata a un muro di mattoni o seduta a gambe incrociate.

Un giorno, ai primi di luglio, fa un sogno in cui George le presenta la donna, che è la professoressa di archeologia. Corinne commenta: «Avrei dovuto saperlo». E l’altra risponde: «Avresti dovuto saperlo».

La cantante di cui suo marito salva le foto

In primavera, aveva dovuto scaricare i moduli per il campo estivo dei ragazzi dal computer di Wallace. Aveva cliccato l’icona di un file sul suo desktop e si era trovata di fronte le foto. Non sapeva chi fosse quella donna, ma ben presto fu sicura che non era qualcuno che Wallace conosceva, sicura che le foto non gli erano state inviate di persona. Scatti pieni di filtri, il culo ambrato della donna illuminato alla perfezione. In alcune succhiava un lecca-lecca, si leccava le labbra o si copriva i capezzoli con due dita per mano.

Corinne cercò l’attrice per cui l’aveva scambiata, ma non era lei. Due settimane più tardi la vide cantare a Saturday Night Live e la riconobbe. «Ti piace?», chiese a Wallace.

Lui rise. «Mi pare un po’ esagerata», rispose. Poi aggiunse: «Pensa che l’ho incontrata, qualche mese fa. Per quella faccenda della Fun Run». Wallace collaborava all’organizzazione di un evento benefico per la sua azienda, a cui partecipavano anche celebrità minori. «Si atteggia molto da diva».

Quella sera, Corinne controllò quando erano state salvate le foto. Alcune poco prima della Fun Run, alcune subito dopo, altre ancora sei settimane più tardi. Perché avesse bisogno di salvarsele, invece di farsi una sega davanti ai risultati di Google e basta, Corinne non riusciva a immaginarlo. O forse sì: una ricerca su Google avrebbe mostrato la cantante insieme al fidanzato, la cantante da bambina, la cantante fotografata per strada senza trucco. La raccolta di Wallace invece era curata, impeccabile. La donna vi appariva sempre sola.

Corinne non pensò nemmeno per un secondo che potesse esserci stato qualcosa tra Wallace e la cantante. Quasi si sarebbe augurata di poterlo credere. Al contrario, l’intera faccenda lo faceva apparire come un omuncolo triste e patetico. Lo immaginò mentre guardava la cantante dall’altro lato del tendone della Fun Run, fasciata da pantaloncini cortissimi. Lo immaginò mentre le stringeva la mano con il palmo umido o chiedeva se desiderava dell’altra acqua, abbastanza vicino da percepire un profumo che, Corinne ne era certa, conteneva note di vaniglia.

Quella sera, aveva passato un’ora a leggere tutto ciò che poteva su di lei. La cantante era stata sposata tre volte, mai per più di un anno. La cantante era una vegana che di tanto in tanto mangiava bacon. La cantante era stata scoperta all’età di dodici anni in un talent show a Disneyland. O forse il premio era andare a cantare a Disneyland. Non si capiva bene.

A luglio, seduta sul suo letto nell’appartamento del seminterrato, si mette a curiosare sul suo account Twitter. Come prevedibile, è pieno di tweet di bassa lega. Pultroppo, scrive, faccio fatica a credere in me stessa. Per fortuna ci siete voi a sostenermi!

Corinne non riesce a pensare a niente di meglio che mettere Mi piace al post per poi potersi togliere la soddisfazione di rimuoverlo, di vedere il cuoricino che passa da rosso a trasparente.

La professoressa di archeologia, di nuovo

Un giorno di fine luglio, mentre è nella posizione della pinza in piedi, il viso rivolto all’indietro tra le caviglie, Corinne si rende conto che ciò che la affascina – o meglio, ciò che la affascina della sua stessa fascinazione – è che per lei la professoressa di archeologia non è né bella né brutta. Non capita spesso. Ha interiorizzato una misoginia tale che in genere prova rabbia, conscia o inconscia, verso le donne che le sembrano più belle di lei. Vuole vederle fallire, vuole che vengano punite per la loro bellezza (con l’età, la bruttezza, la stupidità). Per le donne meno belle di lei, magari perché più vecchie, più tarchiate, più sgraziate, con una dentatura peggiore della sua, invece, prova pena. Una pena rabbiosa e vendicativa.

È al tempo stesso la regina cattiva che vuol vedere Biancaneve morta e la stessa Biancaneve, disgustata da quella vecchia megera.

Queste sue valutazioni in genere non sono il risultato di un pensiero razionale, quanto una sensazione di pancia. Qualche anno fa, però, ha iniziato a cercare di riconoscere i segnali sparsi del proprio razzismo, per cui ora cerca di fare lo stesso con la misoginia.

Sa benissimo che ci sono uomini a questo mondo, uomini pieni di teorie sulle donne, che la definirebbero perfidia, che chiamerebbero in causa l’evoluzione, la competizione. Invece non è affatto così. Ha assimilato quella rabbia dalle riviste, dalla TV, dalla sua stessa madre. Ha imparato a odiare il corpo femminile, suo e di qualunque altra donna, da un film che ha visto ancora troppo giovane, in cui degli universitari nerd filmano di nascosto le ragazze che li hanno rifiutati. Nella pellicola, i ragazzi vengono presentati come degli eroi. L’ha imparato dagli spot della birra, dai video musicali, dagli insegnanti di danza e da un mondo in cui se sei bella ti aggrediscono per strada, se sei brutta ti aggrediscono online.

Il suo giudizio si applica solo alle estranee. Se conosce una donna, la considera un essere umano qualunque. Se non la conosce, però, è così facile vederla come la vede il resto del mondo, con gli occhi degli uomini, quindi come un oggetto.

Quando una donna che è stata bella ma adesso non lo è più fa ancora di tutto per sembrare giovane, la sua misoginia prorompe con prepotenza. Donne dalla fronte inamovibile, donne che si ostinano a insaccare i propri corpi ormai stagionati in abiti succinti. Quell’attrice, con le labbra gonfie e tirate fino a renderle il viso volgare, vaginale. Le odia, vorrebbe ridere loro in faccia, vorrebbe trovare foto sempre più inguardabili quando le cerca su Google. Alla fine, vorrebbe vederle con i vermi che gli escono dalle cavità oculari, le labbra a canotto che si screpolano fino a sanguinare.

Non per davvero. Ma a livello molto profondo.

Corinne pensa a tutto questo mentre è ancora chiusa a pinza. La professoressa di archeologia, chiusa a pinza anche lei, si infila agilmente le mani sotto la pianta dei piedi.

La ragazza nella caffetteria

Corinne svolge la maggior parte del suo lavoro nella biblioteca che, in fin dei conti, conserva gli archivi dell’ambientalista del xix secolo su cui è venuta a fare ricerche. Ma l’aria là dentro è fredda e secca, gli archivi chiudono alle 16:30 e c’è una caffetteria, in città, con divani in pelle sdrucita e incrostazioni alle finestre. Nonostante l’ondata di afa, se si siede dritta sotto il getto del minuscolo condizionatore se la può cavare.

Dovrebbe preoccuparsi di indicizzare la sua ricerca o di richiedere maggiori sovvenzioni, invece si ritrova a scorrere la pagina del campo estivo dei ragazzi in cerca di foto che dimostrino che sono vivi, abbronzati e sorridenti.

La ragazza indossa una felpa della squadra di pallavolo dell’università, deve essere rimasta in città per un qualche lavoro estivo. È lì insieme a un ragazzo che continua a prenderle il telefono, a guardare tra le sue foto e a chiedere: Chi è questo? Chi è quel tipo? Sembra un tappo. Un tappo con la faccia da cazzo. Come si chiama?

Poi comincia a leggerle i messaggi. La ragazza fa quel risolino di disagio, quello spasmo involontario di allegria di cui Corinne ha faticato tanto a liberarsi.

«Adesso lo cancello, quello là», dichiara.

La ragazza dice No, fermo! e vorrebbe che lui si fermasse, ma, forse perché lo dice piagnucolando anziché gridare, lui non le dà retta. Eppure non dovrebbe aver bisogno di gridare. La ragazza tenta di riprendersi il telefono.

La liceale

La studentessa violentata dal portiere ha testimoniato contro di lui in tribunale e la notizia ha fatto il giro del mondo. Da quelle parti è sui giornali già da un po’, ma in fondo Corinne è arrivata lì solo quell’estate.

Il volto della ragazza non è stato reso pubblico, i suoi dati non sono trapelati, ma la sua testimonianza sì. Non aveva bevuto, ma il portiere e i suoi amici le hanno fatto mangiare quattro caramelle gommose alla marijuana. Forse in quel momento era ancora tutto uno scherzo: vediamo cosa fa questa liceale. Si sentiva stordita, per cui era salita al piano di sopra, nella confraternita, per sdraiarsi un attimo. Si era risvegliata con lui sopra di lei e aveva raccontato che era stato come trovarsi in uno di quei sogni in cui si è mezzi svegli e si cerca di muoversi, ma il corpo, ancora addormentato, non reagisce. Si prova a urlare e non esce niente.

Il ragazzo sostiene che non sapeva fosse minorenne. Sostiene anche che è stato tutto consensuale.

Ci sono molti più precedenti legali di casi legati all’alcol.

Corinne guarda il sunto della testimonianza da un baretto in città, in una sala dalle pareti rivestite in legno dove la gente del luogo tiene il proprio boccale personalizzato appeso a un gancio. Alle quattro del pomeriggio, oltre a lei, nel locale c’è solo una coppia di anziani con giubbotti Harley-Davidson. Ordina un calice di pinot grigio e si domanda se venga dalla stessa bottiglia di quando è stata lì l’ultima volta, una settimana prima.

Secondo il notiziario, in tribunale è emerso che la ragazza “si era depilata l’inguine” prima della festa. L’avvocato della difesa, uomo, l’ha tempestata di domande sul perché avrebbe fatto una cosa del genere se non era in cerca di sesso.

La conduttrice legge parte della trascrizione mascherando a fatica la rabbia.

L’avvocato della difesa ha chiesto se la ragazza assumesse la pillola contraccettiva. Ha chiesto se l’avesse presa anche il giorno stesso della festa.

Corinne vorrebbe sfasciare il televisore.

La donna della coppia di centauri scuote la testa, dicendo: «Ecco, vedi. Ora si spiega tutto».

La moglie dell’uomo con cui va a letto

Corinne la odia di un odio puerile. Odia i suoi lunghi capelli neri, il collo longilineo, la quantità di amici meravigliosi che la abbracciano nelle foto.

Con lei è stata la prima volta che si è fatta risucchiare dalla vita di qualcuno online. I suoi profili social; il sito web della sua società di consulenza; l’annuncio del suo matrimonio, ormai vecchio di dieci anni.

Non la cercava da diverso tempo, ma un giorno di inizio agosto, nella sala degli archivi, stanca degli scatoloni di corrispondenza indecifrabile (l’estate le spezza la schiena e le annebbia la vista), Corinne prende il computer e per prima cosa riapre l’ipotetica e-mail a Elise. Non ci conosciamo, ma devo raccontarti una storia. Cerca Elise su Google, per vedere che altro riesce a trovare. Indossa ancora i guanti protettivi quando digita sulla tastiera. Svariate menzioni su pagine di gare importanti. Tempi che per Corinne non significano niente. Un profilo LinkedIn che non può vedere gratuitamente. Dato che è già caduta nella trappola del Web, e dato che la vita di Elise non è poi così interessante, finisce per cercare su Google la moglie. È una dermatologa. Di quelle che fanno le iniezioni, non che curano i melanomi.

Quando Corinne è con George, o quando gli scrive, non usa mai il nome della donna. “Tua moglie”, la chiama. Non vuole che George la lasci: che ci dovrebbe fare con lui, poi? Di certo non sposarlo. Non lasciare il marito. Sarebbe troppo faticoso. George sarebbe troppo faticoso. È tutto troppo faticoso.

Non erano finiti a letto la sera in cui George le aveva raccontato della sua ex, quella a cui piaceva farsi immobilizzare. Ma l’intimità di quella conversazione aveva sicuramente fatto scattare qualcosa tra loro. Era successo un mese più tardi, quando lui l’aveva accompagnata a casa dopo una festa da cui Wallace se ne era andato in anticipo, dichiarando di avere mal di testa. Da allora erano passati tre anni.

È questione di logica: è gelosa della moglie perché ha George. Ma – e si rende conto di quanto sia ipocrita – non si augurerebbe mai di essere sposata con George, perché George è il tipo d’uomo che tradisce la moglie (Wallace, pur con tutti i suoi difetti, non lo farebbe mai, non riuscirebbe mai a fare quel che serve per arrivare a quel punto). Quindi si dispiace per la moglie, perché è sposata a un tizio di cui in realtà non sa praticamente niente. Ma la moglie è felice, o almeno lo sembra. Una felicità sbagliata. Mentre Corinne, che sa la verità e che per qualche tempo ha avuto George tutto per sé ogni martedì pomeriggio, almeno, non è particolarmente felice. La domanda è: come diavolo è possibile?

George ha l’abitudine di spezzarle il cuore. Non appena Corinne inizia a fare affidamento su di lui, ad ammettere a se stessa di esserne innamorata, se ne esce dicendo di aver bisogno di spazio. Oppure svanisce. Non appena il suo cuore si crea una nuova barriera protettiva, eccolo che torna. Corinne aveva pensato che cambiare aria, allontanarsi da lui per un paio di mesi, potesse aiutarla a ritrovare se stessa.

O forse no: ad agosto si rende conto che quello che voleva veramente, che ha sempre voluto, era che lui le corresse dietro. Che si presentasse sulla soglia del suo appartamento nel seminterrato per una notte, due notti, una settimana.

Invece le scrive gli stessi messaggi insignificanti del marito: Raccontami qualcosa di bello. Ti auguro una buona giornata. Sì, qui tutto a posto. Voleva prendere le distanze, ma non questo.

Quando è arrabbiata con George, quindi abbastanza spesso, pensa che un giorno scriverà alla moglie una lettera anonima, su carta, e la spedirà da un’altra città. Non le racconterà di sé, ma della donna con cui George è andato a letto al lavoro; della donna che ha frequentato per un certo periodo, qualche anno prima; dell’amica della moglie che ha baciato, da ubriaco, a una festa nella sua stessa casa. Fossi in te mi farei un test, le scriverebbe. Lo dico da amica. Ovviamente, quella parte sarebbe falsa. Quell’estate, in calce a un documento pieno di ricerche inutili, scrive anche quello, un’aggiunta alla serie di lettere che non manderà mai.

Apre il sito della moglie: Botox, Restalyne, Juvederm, dermaplaining. Ed eccola lì, una bellezza non eccezionale, ma il cui volto emana una discreta luminosità, con le labbra piene e, a meno che la foto non sia stata ritoccata, la pelle del collo che non fa gli stessi orrori di quella di Corinne.

Corinne sa parecchie cose su di lei, spesso poco lusinghiere. Sa che fa bagni lunghi anche cinque ore, che mangia l’insalata con le mani, foglia dopo foglia, e che, ancora vergine a ventitré anni, quando aveva incontrato George, non aveva idea di cosa fosse davvero un pompino.

Lo strizzacervelli di Corinne dice che il suo odio per la moglie è odio malriposto verso se stessa, sublimazione della colpa. Corinne non può negarlo. Ha declinato l’offerta fattale dal terapista di continuare le loro sedute per telefono, durante l’estate. Probabilmente è una cattiva idea, ma, strano a dirsi, le sembra di riuscire ad articolare i pensieri con maggiore chiarezza, nella sua testa. Senza qualcuno con cui discuterne, deve ragionarci su a fondo da sola.

Dà un’occhiata ai prezzi di alcuni dei servizi offerti dalla moglie. Ottocento dollari per filler della durata di sei mesi. Cinquecento dollari per un trattamento al laser. Le foto del prima e del dopo sono notevoli, se vere. Volti lisci come se fossero stati stirati, pelle illuminata fino a sembrare… bruciata, sì, ma anche più giovane.

Prima, dopo. Prima, dopo. Prima, dopo. Corinne potrebbe andare avanti tutto il giorno.

L’aprile precedente, George aveva detto a Corinne che lui e la moglie avrebbero partecipato a una protesta fuori da un edificio federale. Corinne aveva risposto che pensava di andarci anche lei, anche se fino a quel momento non le era nemmeno passato per la testa. Era una manifestazione talmente piccola che quando era arrivata li aveva visti subito. George teneva sulle spalle il figlio minore. La moglie sembrava conoscere metà dei presenti.

Era stato allora che Corinne si era resa conto di dover cambiare aria. Non si riconosceva più, una pazza tra la folla.

Persino adesso non è sicura del perché ci sia andata. Di certo non per dire qualcosa. Quella è solo una sua fantasia, che non diventerà mai realtà. Si dice che forse ci era andata per osservare, raccogliere informazioni. Non per usarle, ma per togliersi una curiosità. Per potersi dire: È fatta così. È così che si muove. È così che parla, con un tono più alto di quanto si potrebbe pensare. È così che vive la sua vita. Guarda che belle scarpe.

La ragazza nella caffetteria, di nuovo

La giovane coppia è di nuovo lì. Corinne li guarda studiare l’uno vicino all’altra. La ragazza si alza per andare in bagno e il ragazzo le dice: «Lascia qui il telefono.»

«Eh? Perché?»

«Così so che non mandi messaggini sconci a nessuno.»

La ragazza dice: «Sei ridicolo.»

«A che ti serve portarti il telefono il bagno?»

E lei: «Lo lascio qui, ma lo blocco.»

«Perché dovresti bloccarlo?»

La ragazza gli lancia il telefono addosso e lui lo appoggia a faccia in giù sul tavolo.

Corinne scribacchia una frase su un tagliando della biblioteca preso dalla sua borsa e si mette ad aspettare fuori dalla porta della toilette. Quel ragazzo è uno stronzo, ha scritto. È così che le cose cominciano ad andare male. Quando la giovane ricompare, glielo porge.

Teme che la ragazza mostrerà il foglietto al compagno e che si prenderanno gioco di lei, ma aspetta un instante prima di entrare in bagno e, quando la guarda, vede che si sta infilando il foglietto in tasca.

Per qualche ora Corinne si sente molto orgogliosa di sé, poi comincia a domandarsi perché non ha detto qualcosa, perché non ha affrontato quel tizio. Le piace pensare che, se per esempio avesse visto un ragazzino dire a un altro di tornarsene in Pakistan, sarebbe intervenuta a gran voce. Avrebbe fatto una scenata.

Per le donne, però, no: solo sussurri, foglietti.

La figlia del ragazzo che l’ha stuprata

Con il passare dell’estate, man mano che l’appartamento si riempie di strati di ciarpame, Corinne trascorre sempre più tempo al computer. Fa avanti e indietro tra Twitter e Facebook, in attesa che succeda qualcosa di interessante. Scava tra le e-mail a cui non è riuscita a rispondere l’anno precedente.

Una notte sogna di aver fatto un brutto scherzo al marito, riempiendo una pentolaccia con i servizi di porcellana ricevuti in regalo per il matrimonio e chiedendogli di colpirla. È il suo compleanno e, quando la pentolaccia cade a terra, spargendo cocci da tutte le parti, è evidente che Wallace si sente profondamente tradito. Nel sogno, Corinne scoppia a ridere, ma si sveglia tormentata dall’acidità di stomaco.

Si stordisce rimanendo sdraiata a letto a fissare il telefono, ma, per qualche ragione, quella mattina decide di provare a fare una ricerca su Instagram con il cognome del ragazzo, che è piuttosto inusuale. Lui non c’è e sua moglie nemmeno, ma c’è la maggiore delle figlie, che avrà all’incirca 14 anni: troppo pochi per avere un account pubblico del genere, troppo pochi per pubblicare quelle foto in bikini.

Corinne si domanda se la madre lo sappia, si chiede se non debba fare qualche screenshot da mandare a Elise in forma anonima. Ma no, no, no, no. Com’è possibile che stia pensando di segnalare una ragazzina che si fa fotografare mezza nuda, ma non il padre per aver commesso uno stupro?

Beh, lo sa benissimo come.

La moglie dell’ambientalista del xix secolo

Si chiamava Mae e compare spesso tra le ricerche di Corinne, anche se non è per quello che lei si trova qui o che ha una borsa di studio.

Mae era un’erborista. La sua domestica, Annunziata, un’immigrata italiana, fu arrestata nel 1892, quando il marito morì per aver ingerito dell’olio di mandorle amare che la moglie gli aveva somministrato come cura. Annunziata dichiarò che pensava fosse olio di mandole dolci, un medicinale del tutto innocuo, e che c’era stato un malinteso con il farmacista a causa del suo inglese zoppicante, per cui era il farmacista a dover andare a processo.

Corinne rimane turbata dalla vicenda, soprattutto dalla versione in cui Annunziata avrebbe amato il marito e gli avrebbe somministrato il farmaco letale per errore. La versione migliore? Il marito la picchiava e Mae le aveva spiegato cosa fare. A quale altra forma di giustizia avrebbe potuto affidarsi in quei tempi oscuri? Su quale forma di giustizia si può mai fare affidamento?

Annunziata rimase al servizio di Mae fino in tarda età.

La conduttrice

È visibilmente furibonda quando spiega che il giudice ha condannato il portiere ad appena tre mesi. Tre mesi nel carcere della contea, due anni di libertà vigilata. Eppure non sta conducendo un programma di opinione ma un telegiornale, il suo compito è riportare la notizia. Corinne immagina che abbia idee e informazioni sui peli pubici, sulle pillole anticoncezionali, sull’interdizione, sull’avvocato della difesa, sul giudice.

Le piace il suo modo di fare. È una conduttrice che lavora per una rete locale, che Corinne ha scoperto solo da quando è arrivata in città. Ricorda di aver sentito qualcuno dire che, siccome i conduttori devono comprarsi da sé gli abiti che indossano in onda, le donne rischiano la bancarotta per acquistare sfilze di giacche dai colori vivaci e blouse dai toni gioiello. Non possono mai vestirsi allo stesso modo due volte. Gli uomini, al contrario, alternano sempre le stesse cinque giacche e camicie.

Il ragazzo è stato espulso dall’università, ma è stata organizzata una raccolta fondi online per “aiutarlo a cadere in piedi”.

Corinne osserva la conduttrice contrarre ritmicamente la mano sinistra, le unghie rosa perfettamente curate. Anche la manicure avrà un costo.

La professoressa di archeologia, di nuovo

Corinne la scorge al mercato che viene allestito ogni sabato mattina all’ingresso del piccolo giardino botanico della città. Lei non è lì per fare acquisti (il suo appartamento ha un fornello microscopico, quindi cosa potrebbe mai farsene di cipolle, cavoli e patate?), ma, quando nota la professoressa con le braccia cariche di sporte di iuta, rimane nei paraggi e compra qualche fiore. La professoressa guarda le zucchine, assaggia del formaggio.

Le cuciture di una delle sporte cedono e un sacchettino di carta cade a terra, sul marciapiede. Mirtilli ovunque.

Corinne vorrebbe dare una mano, ma è pietrificata al suo posto. La professoressa si inginocchia a tentare di raccogliere il tutto, con l’aria di una che sta per scoppiare a piangere. Fino ad allora, Corinne l’ha sempre vista serena, con quel suo atteggiamento profondamente yogico. In quel momento, sembra che sia la quindicesima volta che le capita qualcosa del genere quel giorno, come se fosse a tanto così dal disastro e dalla disperazione più nera.

Corinne decide che la prossima volta che andrà al centro yoga le pagherà di nascosto un pacchetto di lezioni.

Tuttavia il lunedì successivo, una volta sul posto, è troppo intimidita per presentarsi alla reception con quella strana richiesta. Di sicuro, tutti lì conoscono la professoressa. Ma nessuno conosce lei. Alla fine, quindi, non fa niente. Però ci ha pensato e, per un po’, la sola idea la fa stare bene.

Le donne nei film di bondage

È il solo porno che Corinne voglia vedere, ora. Donne legate, costrette a godere contro la loro volontà. Strumenti, fruste, file di uomini, strane configurazioni con le corde, imbavagliamenti.

Deve credere che i film siano stati girati in maniera etica, che se una di quelle donne fosse mai stata in difficoltà se ne accorgerebbe, lo capirebbe dalla sua espressione.

(E a quel punto che cosa potrebbe fare? Chiamare la polizia? La donna nel porno che sto guardando ha l’aria infelice).

Vorrebbe che gli uomini non vedessero quei video, mai. Non vuole che i ragazzini pensino che sia così che funziona.

Naturalmente, non vuole neppure essere presa per strada, rinchiusa in un sotterraneo e ritrovarsi segnata dalle corde. Non vuole essere le donne nei video e non vuole essere gli uomini nei video, ma non vorrebbe neppure essere una delle altre donne nei video, di quelle che partecipano facendo cose a quella legata. Vuole solo starsene lì, sul suo letto, a guardare.

Le piacerebbe che quei siti potessero raccogliere statistiche di genere su chi guarda che cosa. Magari è così, chi lo sa.

Le piacerebbe poter cambiare ambito di ricerca ed essere lei a raccogliere quei dati. Chiederebbe agli utenti di compilare dei sondaggi facoltativi, quando escono dai siti porno. Niente informazioni personali, al di là di genere ed età, ma cose come: Questa cosa ti ha dato fastidio? Ti è piaciuta? Hai odiato quella donna? L’hai adorata?

Quello che fa, nella realtà, è inviare i link a George. Gli aveva già mandato delle cose, prima, ma non di questo tipo. Tra dieci giorni sarà di nuovo a casa, ma è piuttosto sicura che la sua assenza abbia messo fine a qualunque cosa ci fosse tra loro. Quando si rivedranno sarà strano, formale. Niente abbracci appassionati. Non era quello il punto, in fondo?

Lui scrive: È questo che vuoi? E lei: No. Poi aggiunge: Credo di voler essere la frusta.

L’esperta di cura personale

Corinne è di nuovo nella caffetteria e la donna dall’aria sciatta seduta accanto a lei sta guardando un video, di quelli con il primo piano di qualcuno che parla, sul portatile, senza auricolari. A casa Corinne se ne lamenterebbe, ma qui è sempre cosciente di essere un’estranea, con l’accento da Yankee. E poi non sta combinando nulla in ogni caso.

La donna nel video è un’esperta di cura personale e sta parlando di compartimentalizzazione: «È impossibile assimilare tutte le brutte notizie che colpiscono le persone nel mondo», dice. Indossa un blazer giallo pallido ed è di una calma inquietante, la voce come la lama di un pattino da ghiaccio.

Corinne pensa che quella sia la peggiore sciocchezza che abbia mai sentito, una scusa per badare solo a se stessi, ai propri familiari e a persone che ci ricordano la nostra famiglia.

La donna consiglia di immaginarsi la propria mente come una serie di barattoli col coperchio. Consiglia di inserire le questioni romantiche in un barattolo, quelle finanziarie in un altro, chiudendo mentalmente i tappi.

Corinne si chiede se sia questo ad averla mandata in tilt, quell’estate: ha perso la capacità di compartimentalizzare. A casa, correre dietro ai figli, lavorare, cenare con Wallace, vedere George, usare il computer solo per fare ricerca, tenere in ordine la casa, tenere in ordine l’ufficio… ogni cosa aveva il suo posto. Qui, il suo mondo si è fatto caotico e disordinato quanto la stanza che ha affittato. Tutto quello che le è successo, tutti quelli che ha conosciuto sono lì, nel suo computer, in attesa che lei muova il mouse per riportarli in vita.

È rimasta rapita dal video della sua vicina così a lungo che non ha notato la coppia di studenti, la giovane universitaria con quel suo orribile ragazzo, entrare nella caffetteria. Sono in coda, intenti a guardare gli enormi pasticcini attraverso il vetro sporco. Si tengono per mano. Corinne infila il portatile e le carte nella sua borsa, affrettandosi a uscire prima che la ragazza la veda… sempre che che non l’abbia già vista, sempre che quel loro tenersi per mano non sia un modo per mandarle un messaggio.

Invece di andare al bar per un drink, e sebbene abbia ancora una mezza bottiglia aperta a casa, compra del vino rosso e mette in borsa anche quello, sentendolo sbatacchiare contro il computer.

Quando arriva nell’appartamento, uno scarafaggio sbuca fuori da sotto la porta dell’armadio, grosso come un topo. Corinne riesce a non urlare: al contrario, si batte le mani contro le cosce, girando su se stessa. Pesta i piedi qua e là, ma lo scarafaggio è già sparito.

La studentessa all’ultimo anno di liceo

Corinne ha finito la bottiglia aperta e iniziato quella nuova.  Non ricorda di aver seguito la cantante da cui è ossessionato Wallace sui social, ma a quanto pare lo ha fatto. Eccola lì, in un halter a fasce nere così striminzito che pare che qualcuno ci abbia dato dentro con il nastro adesivo. In effetti ha pure del nastro adesivo sulle labbra, a formare una X nera. “In difesa delle vittime del silenzio”.

Che diavolo sono le vittime del silenzio?

Nel tweet subito sotto – Corinne ha un momento di dissonanza cognitiva nel rendersi conto che la cantante ha menzionato la città in cui lei si sta ubriacando in quel momento – ha postato un articolo sul caso dello stupro.

Hanno pubblicato le dichiarazioni della vittima, ma non il nome. Corinne legge il documento, e non è affatto male. Chissà come, si era persa il fatto che, dopo la violenza subita durante la visita al campus, la giovane aveva comunque scelto di studiare lì e vi aveva trascorso un anno come matricola. Pensa alla ragazza della caffetteria, si chiede se si conoscano, se si siano mai confrontate in classe.

La scelta di iscriversi all’università era stata usata contro di lei. Era la migliore delle scuole che mi hanno accettato, ha scritto, forse perché sapeva che avrebbe dovuto giustificarsi. Mi hanno offerto la borsa di studio più vantaggiosa.

La ragazza – anzi, la giovane donna, perché ormai è all’università ed era stato allora che Corinne aveva iniziato a definirsi una donna – aveva scelto di frequentare l’università, ma quando aveva visto il suo stupratore nel campus era crollata. A quel punto era andata in terapia, era riuscita ad articolare quanto le era successo e si era rivolta a un avvocato.

Corinne trova un tweet in cui si mette in discussione la decisione della giovane di immatricolarsi all’università, se era davvero così traumatizzata.

Perché, risponde Corinne, quale “istituto senza stupratori” avrebbe dovuto scegliere?

La donna nella foto

Corinne si sveglia con la sensazione di un martello pneumatico in testa, l’amaro in bocca, le luci troppo forti. Si è scolata tutta la bottiglia senza aver cenato.

Ricorda un ex alcolista che era stato a tenere un discorso nel suo liceo e aveva detto: «Ho capito di avere un problema quando ho iniziato a bere da solo. Non c’è mai una buona ragione per bere da soli». Lui, però, era un uomo. Non capiva che, per le donne, bere da sole è molto più sicuro. È bere in gruppo che è pericoloso.

Sennonché con lo smartphone tra le mani e il portatile accanto al letto ormai non si è più davvero soli, e pian piano Corinne si rende conto che quello che ha fatto non era un sogno ma un ricordo, acre e viscoso come qualunque cosa le stia invischiando la lingua.

Eppure… cos’è che ha fatto, di preciso? Ha fatto tutto al contrario. Ha fatto tutto al contrario di proposito, seguendo una qualche logica dettata dall’alcol che alla fine potrebbe salvarla, anzi, salvare tutti quanti, cosa che non era nelle sue intenzioni ma di colpo lo è diventato. Sempre che si sia ricordata di usare un account falso. Trascina il computer in bagno, si siede sul pavimento accanto alla tazza e controlla, le dita che le tremano per la sbronza ma forse anche per il nervoso.

Sì, vede che ha usato l’account falso di cui si serve per prenotare posti gratuiti ai raduni di politici spregevoli, in modo che restino vuoti.

In più di un’occasione si è stupita della propria capacità di scrivere lucidamente, o perlomeno di produrre un testo impeccabile, da ubriaca. E anche questa volta non è da meno: senza errori di ortografia, con i nomi cambiati, ha preso la nota che aveva scritto su George, sulle sue varie avventure extraconiugali (a parte la loro), e l’ha inviata a Elise, la moglie del ragazzo che l’ha stuprata, all’indirizzo e-mail indicato sui suoi profili social. Ha sostituito luogo di lavoro e mestiere con quelli del ragazzo (a un convegno medico, ha scritto, perché, pensa, lui ora è un medico, uno che i pazienti sembrano adorare); ricorda che è andata sulla sua pagina Facebook, ha trovato il nome di un’amica molto attraente con cui si era taggato a una festa e ha inserito il suo nome nel messaggio (Prova a fare qualche domanda a Debra Wenman). È possibile che la menzogna venga smascherata all’istante. Debra Wenman potrebbe essere lesbica, potrebbe essere morta, potrebbe essere la cugina. A meno di non essere colpevole, il ragazzo sarà sicuramente in grado di protestare la propria innocenza con tutta la convinzione di un vero innocente. Potrebbe persino passare il test della macchina della verità.

Ma perché è così preoccupata per lui? Ciò di cui lo ha accusato è assai meno agghiacciante di quello che ha fatto in realtà, solo più recente. Ha accusato l’uomo, quella è la differenza, non il ragazzo.

Per un orribile istante, le viene il dubbio di aver inviato alla moglie di George il messaggio pensato per Elise, di aver accusato George di aver stuprato qualcuno ai tempi del college. Ma no, non c’è niente del genere tra le e-mail inviate. Controlla il telefono per vedere se ha scritto qualcosa anche a lui, ma l’ultimo messaggio visibile è ancora la faccina che sorride a testa in giù che George le ha inviato due giorni fa e a cui lei non ha mai risposto. Solo così riesce a sentirsi a posto: quando è lei a farsi attendere e lui ad aspettare.

Non le è certo sfuggito che ha fatto tutto questo da ubriaca, e che anche il ragazzo era ubriaco quando le ha fatto quello che ha fatto, vent’anni prima.

Qualche anno fa, quando un altro stupro universitario aveva fatto notizia, la sua amica Suzanne (ormai ex-amica) aveva sostenuto che il ragazzo non poteva essere colpevolizzato per ciò che aveva fatto da ubriaco. Bere, aveva replicato Corinne, non ti cambia completamente l’indole. Un uomo normale non uccide la moglie, quando è ubriaco, un marito violento sì. Non si dichiara il proprio amore a qualcuno da ubriachi, a meno di non esserne davvero innamorati. «Io non vado in giro a violentare gente, quando sono ubriaca», aveva detto Corinne, «a prescindere da quanto ne sia attratta. Perché non sono una stupratrice». Eppure, mentre era in stato confusionale ha mandato un’e-mail che è tutta una menzogna e non farà altro che ferire gli interessati. Questo che cosa fa di lei?

Le viene in mente che forse, quando il polverone sarà passato, il rapporto tra il ragazzo ed Elise ne uscirà più forte. In fondo, vuol dire che qualcuno deve essere geloso di uno di loro, per mandare quell’e-mail. Qualcuno vuole dividerli, e cosa può esserci di più romantico?

Corinne vomita tre volte. Beve un po’ d’acqua e vomita anche quella. Si chiede se il rimorso velato di panico che prova per aver inviato quel messaggio sia parte del rimorso generale che la assale ogni volta che si trova a smaltire i postumi di una sbornia, il disprezzo di sé che vuole essere espulso insieme all’alcol.

Il suo stomaco vuoto, terribilmente vuoto, per una volta sembra piatto. Quando riesce a tornare a letto, si sfila la maglia, tiene in alto il telefono e scatta una foto al suo torso nudo, il petto, il collo, il viso. Ha una faccia tremenda, pallidissima, ma rimedia applicando qualche filtro. In genere non manda mai a George foto che includano sia il corpo sia il viso, solo l’uno o l’altro, per prudenza, ma si sente spericolata e incline all’autodistruzione, perciò la invia.

Aspetta la sua risposta, che però non arriva. Si addormenta e quando si risveglia sono passate due ore, ma lui ancora non le ha scritto. Detesta essere l’ultima a premere Invia, detesta trovarsi in quella situazione di limbo, vorrebbe non aver mai inviato quella foto.

Prima di cancellarla dal telefono, la osserva. Sembra un cadavere, gli occhi chiusi, il corpo rigido e immobile sul lenzuolo bianco.

Ha bisogno che i ragazzi tornino dal campo estivo. Ha bisogno di tornarsene a casa sua. Quanto si è rivelato facile perdere ogni contatto con la realtà.

La professoressa di archeologia

È l’ultima lezione di yoga di Corinne allo studio. Ha quasi finito di svuotare l’appartamento e ha scritto un biglietto di ringraziamento per l’archivista della biblioteca.

Vorrebbe poter rimanere in quella stanza, su quel materassino, per sempre.

I momenti più felici, per lei, sono quelli in cui il suo corpo è annodato su sé stesso, le gambe incrociate una sull’altra al pari delle braccia, oppure con le braccia premute contro le cosce, i piedi chiusi tra le mani, o ancora con le mani incrociate dietro la schiena. Ha bisogno di percepire i limiti del proprio corpo e la durezza del pavimento sotto il materassino.

A fine lezione si prende del tempo per mettere via le sue cose, raccogliendo mattoncini ed elastici con tutta calma. La professoressa di archeologia sta parlando con l’istruttrice. Corinne deve essersi avvicinata più di quanto pensava: quando l’istruttrice si volta, sembra sorpresa nel trovarsi il volto di lei a pochi centimetri dal suo.

Quello che Corinne vorrebbe dire – e quasi inizia la frase, come in un sogno, come se non riuscisse a controllare ciò che verrà dopo – è: «Ho fatto casino e ho bisogno del tuo perdono». Ma, visto che non sta sognando e visto che se ne sta lì, a piedi nudi, sul freddo pavimento in legno, tutto quello che le viene da dire è: «Ti è caduto questo».

Poi, però, non riesce a pensare a cosa, mentre la professoressa e l’istruttrice di yoga la guardano, in attesa.

La mano di Corinne è nella tasca della sua felpa, e nella stessa tasca ci sono i venti dollari che voleva lasciare nel cestino per i pagamenti delle lezioni. Porge la banconota arrotolata alla professoressa.

«Oh!», esclama lei, le sopracciglia inarcate in segno di incredulità. «Sul serio?».

«Sì, sì», risponde Corinne, allontanandosi prima che possano farle altre domande.  Domani passerà furtivamente a lasciare altri venti dollari nel cestino. Anzi, ne metterà cinquanta. Le sembra più giusto. O cinquanta e un biglietto di ringraziamento. O cinquanta e una scatola di caramelle morbide di quel posto su Main Street. Deve pur esserci una formula, un quantitativo ideale che riesca a compensare la sua goffa esistenza, i suoi peccati.

La donna nella paninoteca

È l’ultimo giorno di Corinne in città e la donna avrà 60-65 anni. È seduta da sola, a mangiare un’insalata.

Terminato il pranzo, si spazzola accuratamente i denti con uno spazzolino asciutto, osservandosi in uno specchietto. In qualche modo, riesce a non farlo sembrare disgustoso. Si rimette il rossetto. Si alza e si stira i polpacci, uno per uno, dedica un minuto a riorganizzare la borsetta. A rimettersi in ordine. Corinne non pensa mai a rimettersi in ordine, non si ferma mai a chiedersi, a metà giornata, a che punto è. Rimane incantata dalla cura che quella donna ha di sé, dal suo modo di fare le cose una alla volta.

La donna si avvicina e le chiede se sa come arrivare al giardino botanico. «Penso che debba andare dritta verso est», le risponde Corinne.

Invece di Non sono di qua. Invece di Insegnami a vivere

© 2021 by Rebecca Makkai, first published in Harper’s. Used by permission of the author.
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ARTICOLO n. 73 / 2021

SARÀ IL PAESAGGIO A SALVARE IL MONDO?

Le culture continuano ad essere due e ben distinte: da una parte le umanistiche e dall’altra le scientifiche, il dibattito torna animato. In ultimo dal ministro Cingolani che lamenta che nel corso di dodici anni di scuola, «continuiamo a fare tre, quattro volte le guerre puniche», mentre «ci serviranno i digital manager per la salute, per l’energia, lavori che nemmeno esistono oggi». Gli storici sollevano gli scudi e si indignano i matematici che ritengono che continuare a studiare greco e latino sia all’origine del successo dell’anti-scienza. Non manca però chi ricorda che Marchionne era laureato in filosofia. Alcuni fanno riferimento a Le due culture, libro del 1959 di Charles P. Snow che, non solo per appartenenza culturale (era un fisico), stava dalla parte degli scienziati ai quali opponeva i non scienziati, qualificati come letterati. «Di professione scienziato, di vocazione, scrittore» era però equanime nei biasimi. Ai suoi colleghi rimproverava «libri ben pochi…e dei libri, che per la maggior parte dei letterati sono come il pane, romanzi, storia, poesia, teatro, quasi nulla». Ai letterati, invece, la pretesa che «la cultura tradizionale costituisca la totalità della “cultura”, come se l’ordine naturale non esistesse» e l’ignoranza a proposito de «l’edificio scientifico del mondo fisico…la più splendida e magnifica opera collettiva della mente umana». Un tentativo di conciliazione tra i due saperi, si evidenzia in righe famose: «Chiedevo di spiegare che cos’è la seconda legge della termodinamica. La risposta era fredda: ed altresì negativa. Eppure chiedevo qualcosa che è presso a poco l’equivalente scientifico di avete letto un’opera di Shakespeare?».  

Sessant’anni dopo, parole e repliche a Cingolani, non sembrano mostrare che molti passi avanti siano stati fatti. Il ministro, pur capace di equilibrismi in ambito ambientale tanto da tenere insieme energia nucleare e fonti rinnovabili, di annuire al contempo a Greta Tunberg e alla finanza capitalistica, fallisce l’occasione, come i suoi critici, di cogliere l’opportunità – che pure il nome (Transizione Ecologica) del suo ministero pone ­– di fondere colture differenti. Non solo, quindi, multidisciplinarietà ma anche transdisciplinarietà. Mitterand della élite dei funzionari statali formati all’Ecole Nationale d’Administration diceva: «sanno tutto, peccato che sappiano solo quello». Pur apprezzandoli li riduceva ad esempio del sapere riduzionista quello, tornando a Snow, degli specialisti ignoranti incapaci di frequentare saperi diversi, incuriosirsi dei margini tra essi dove si ibridano nature e culture e progredisce la conoscenza.  Quelli che ignorano la prima lezione che deriva dalle scienze ecologiche: la transizione non può considerare separatamente i singoli problemi ambientali perché essi sono sistemici. Ai tempi dell’Antropocene, per di più, è palese che i problemi ambientali fuoriescono dai limiti fisico biologici e coinvolgono aspetti politici, sociali, economici, culturali. Guardano ai bisogni e ai desideri, a condizioni di vita che non potranno essere valutate solo in base all’uso, seppure sostenibile, delle risorse per bisogni quali l’alimentazione, la sanità, l’accesso all’energia, ma dovranno pure misurarsi con aspetti non meno essenziali: l’educazione, la qualità della democrazia, il rispetto delle radici culturali, la libertà di conoscere e viaggiare, il confronto a diverse scale (locale, globale) con le diverse culture umane, con le necessità sociali, con una dinamicità che consenta elasticità rispetto a un futuro che può prevedersi ma non conoscere. È la sfida di una complessità che tenga insieme il materiale e l’immateriale, che non guardi solo agli interessi della specie umana ma a quelli complessivi della biosfera. Una sfida che si vince se, prima od oltre a saperi super specialistici e alle consequenziali iper tecnologie, ci si affida a nuovi saperi, scenari. Bisogna parlare lingue diverse, ibride. In un film di Michelangelo Antonioni del 1970, Mark, studente di Berkeley, era inseguito dalla polizia nel deserto di Zabriskie Point per il delitto di «avere portato gli ingegneri ai corsi d’arte» e perciò cacciato dall’università. Primo Levi, chimico e scrittore, concordava con Snow: «Chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell’allevamento del bestiame e dell’apicoltura.».

In tempo di cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, pandemia è giunto il momento che il paesaggio si faccia avanti con la sua rivoluzionaria radicalità sistemica che nulla esclude: sintesi di storia, natura e percezione culturale, legame tra ciò che è materiale e ciò che è immateriale. Specchio, come sempre è stato, della civiltà. Oggi, con riferimento al Green Deal europeo (e alle declinazioni locali come il PNRR) è il solo strumento possibile per comprendere e affrontare la complessità, uscire dalle secche del riduzionismo e approdare ad una visione sistemica espressione di nuovi comportamenti, stili di vita, modelli di sviluppo per cui è necessario andare nella profondità dell’animo dell’uomo, della cultura e delle sue manifestazioni. 

Il paesaggio è espressione di servizi ecosistemici produttivi, ambientali e culturali che cambiano in relazione ai tempi della natura e dell’uomo. Nella sua dinamicità connaturata è in grado di confrontarsi con il futuro e di adeguarsi a esso, alla sua inevitabile imprevedibilità, alle domande che si porranno, ai bisogni che nasceranno dalla storia passata e presente di una comunità attraverso la partecipazione, la condivisione, l’incontro di saperi diversi. Il paesaggio è il risultato visibile della cultura di un popolo, esprime attraverso sé stesso o le forme che lo rappresentano valori ecologici, estetici, economici ed etici e confrontando i bisogni personali e della collettività con risorse e vincoli della natura con cui interagisce, riguarda l’intero (umano e non umano) mondo vivente. La visione propria del paesaggio ha urgenza dell’incontro tra le due culture e dei linguaggi conseguenti, del passaggio dalla frammentazione nozionistica a una conoscenza multi e transdisciplinare utile al confronto con le diverse culture umane, con le necessità sociali. Inevitabilmente antropocentrico per il principale attore che lo determina ­– “coscientemente e sistematicamente” diceva Emilio Sereni, ma si riferiva, alla fine degli anni ‘50, ai mirabili paesaggi agrari della tradizione italiana – comprende ed esprime tutto ciò di cui l’umanità ha urgente bisogno. Quelli del futuro ­– che dovranno ospitare le energie rinnovabili, che occuperanno spazi urbani, che sfameranno l’umanità, che presidieranno le montagne e contrasteranno gli incendi, che si confronteranno con l’innalzamento delle temperature e del livello delle acque marine, che si presteranno al piacere e alla contemplazione ­­– non dovranno nascere solo nelle stanze dei decisori politici, negli studi e dei laboratori degli scienziati o dalle riflessioni e creazioni di umanisti o letterati. Devono nascere (immaginati, pensati, progettati, realizzati, gestiti) con la partecipazione di chi li costruisce, li abita, li vive. Non in contrasto, ma nel rispetto della biosfera: alleati, non dominatori in essa. 

Una volta si ripeteva, fino allo sfinimento, che la bellezza avrebbe salvato il mondo, adesso è il momento che in campo scenda il paesaggio.

ARTICOLO n. 72 / 2021

NYARLATHOTEP

Traduzione di Massimo Berruti

Nyarlathotep…il caos strisciante…Io sono l’ultimo…Dirò al vuoto in ascolto… 

Non ricordo esattamente quando tutto ebbe inizio, ma accadde alcuni mesi fa. La tensione generale era al massimo. A un periodo di disordini politici e sociali si era aggiunta la strana, minacciosa sensazione di un orrendo pericolo fisico incombente. Un pericolo diffuso, che gravava su tutto, un pericolo quale si può immaginare solo nelle visioni più angosciose della notte. Ricordo che la gente andava in giro con facce pallide e preoccupate, e sussurrava avvertimenti e profezie che nessuno osava ripetere volontariamente o ammettere a se stesso di aver udito. Un mostruoso senso di colpa pervadeva la nazione, e dagli abissi fra le stelle soffiavano gelide correnti che facevano tremare gli uomini in luoghi bui e solitari. Un’alterazione diabolica aveva colpito il ciclo delle stagioni – il calore dell’autunno persisteva in modo preoccupante, e tutti sentivano che il mondo e forse l’intero universo erano sfuggiti al controllo di forze o dèi conosciuti per passare sotto quello di forze o dèi sconosciuti. 

Fu allora che, in Egitto, apparve Nyarlathotep. Nessuno sapeva chi fosse, ma nelle sue vene scorreva il sangue antico di quella terra, e aveva le sembianze di un faraone. I fallah si inginocchiavano al suo passaggio, ma non avrebbero saputo dire il perché. Diceva di provenire dall’oscurità di ventisette secoli, e di aver udito messaggi provenienti da luoghi non di questo pianeta. Scuro di carnagione, magro e sinistro, Nyarlathotep fece la sua comparsa nei paesi civilizzati, e si procurava senza sosta strani oggetti di vetro e di metallo, che poi assemblava in strumenti ancora più bizzarri. Parlava molto di scienza – di elettricità e psicologia – e nei suoi spettacoli dava dimostrazioni di un potere capace di ammutolire gli spettatori, e che tuttavia gli procurò una notorietà eccezionale. La gente raccomandava di andare a vederlo, eppure tremavano. Dovunque arrivasse Nyarlathotep, finiva la pace – perché le ore che seguono la mezzanotte erano lacerate da grida d’incubo. Mai prima d’allora le urla provocate dagli incubi avevano rappresentato un problema di ordine pubblico: ma ora i saggi quasi avrebbero voluto proibire alla gente di dormire durate le ore che seguono la mezzanotte, così che le urla delle città non turbassero tanto orribilmente la luna pallida e pietosa mentre illuminava le verdi acque che scorrevano sotto i ponti e le antiche guglie cadenti sullo sfondo di un cielo malato. 

Ricordo quando Nyarlathotep arrivò nella mia città – la grande, antica,  orribile città dai crimini infiniti. Un amico mi aveva parlato di lui, dell’irresistibile fascino e attrazione che esercitavano le sue rivelazioni – e io morivo dal desiderio di scoprire i suoi misteri piùreconditi. Il mio amico sosteneva che fossero impressionanti e orribili, e superassero l’ardire della mia più sfrenata immaginazione; sosteneva che quanto veniva proiettato sullo schermo in una sala buia rivelava cose che solo Nyarlathotep osava rivelare, e che nel succedersi dei fotogrammi venisse rubato agli uomini ciò che mai prima era stato loro rubato – e che tuttavia solamente negli occhi si rivela. E venni a sapere che all’estero si vociferava che chi aveva conosciuto Nyarlathotep fosse capace di vedere cose che agli altri erano precluse. 

Fu in una notte di quel caldo autunno che mi unii a una folla agitata, per recarmi a vedere Nyarlathotep; attraverso un calore opprimente risalii gli interminabili scalini che conducevano in una sala affollatissima. Sullo schermo vidi sagome incappucciate muoversi tra cumuli di rovine, e volti crudeli e gialli che sbirciavano dietro monumenti caduti. Vidi il mondo lottare contro l’oscurità, contro il montare della distruzione proveniente dallo spazio estremo – lo vidi vorticare, agitarsi, sfrenato, attorno a un sole sempre più debole e freddo.Poi le fiammate di luce compirono degli strani movimenti attorno alle teste degli spettatori, e i loro capelli si rizzarono, mentre ombre più bizzarre di quanto io sappia descrivere apparvero dal nulla e si acquattarono sulle nostre teste. E quando io, che ero più lucido e razionale degli altri, provai a lamentare con un brivido che si trattava di «impostura»,  di «elettricità statica», Nyarlathotep ci condusse tutti fuori, giù per le scale ripide e nelle strade umide, afose e deserte di mezzanotte. Gridai con tutte le mie forze che non avevo paura, che mai ne avrei avuta, e altri gridarono con me per farsi coraggio. Ci rassicurammo l’un l’altro che la città era esattamente la stessa, che era ancora viva – e quando le luci cominciarono a spegnersi più volte maledicemmo l’azienda dell’elettricità, e ridemmo delle strane espressioni sui nostri volti.  

Poi, credo, avvertimmo qualcosa scendere dalla luna verdastra, perché quando rimase solamente la sua luce, cominciammo inconsciamente a marciare in curiose formazioni che sembravano conoscere la propria meta, sebbene nessuno osasse pensarci. A un certo punto notammo che i blocchi della pavimentazione scivolavano via e venivano sostituiti dall’erba, e solo una debole traccia di metallo arrugginito indicava il vecchio percorso dei tram. Vedemmo la carrozza di un tram, staccata dal resto, senza vetri, in rovina e quasi adagiata su un fianco. Guardando verso l’orizzonte non vedemmo più il terzo grattacielo vicino al fiume, e notammo che la sagoma del secondo era sbrecciata sulla cima. Quindi ci dividemmo in gruppi più piccoli, ognuno dei quali pareva trascinato in una direzione diversa. Uno scomparve in un vicolo angusto sulla sinistra, lasciandosi alle spalle soltanto l’eco di un gemito di terrore. Un altro, risucchiato da un’entrata della metropolitana ricoperta di erbacce, ululò una risata folle. Il mio gruppo fu invece attirato verso l’aperta campagna, e immediatamente tutti noi avvertimmo un brivido gelato che non aveva nulla a che fare con quel caldo autunno, perché mentre procedevamo nella cupa brughiera ci accorgemmo che attorno a noi il chiarore infernale della luna si rifletteva in luccichii malvagi sulla neve. Neve inspiegabilmente intatta, spazzata dal vento in un’unica direzione, verso un abisso reso ancora più nero dalle sue pareti luccicanti. Il mio gruppo sembrava ridursi mentre s’incamminava a fatica, come in un sogno, verso il baratro. Io indugiavo in fondo al gruppo, perché l’abisso nero immerso nella neve verdastra era spaventoso, e credetti di udire un lamento inquietante man mano che i miei compagni scomparivano; ma ormai non avevo piùfacoltà di trattenermi. Come attirato da quelli che mi avevano preceduto, fluttuai fra le possenti raffiche di neve, terrorizzato e fremente, per poi precipitare nel cieco vortice dell’inimmaginabile.

Se gridassi lucidamente, o fossi preda di un muto delirio, solo gli dèi che furono saprebbero dirlo. Sono un’ombra malata e sensibile che si contorce in mani che non sono mani, e vortica ciecamente oltre le mezzanotti popolate di fantasmi d’un cosmo in putrefazione, oltre cadaveri di mondi morti infettati da piaghe che furono città, oltre venti d’ossario che spazzano stelle sbiadite e ne attenuano il chiarore. Al di là dei mondi, immagini indistinte di cose mostruose, pletore confuse di templi blasfemi che si ergono su rocce senza nome sotto lo spazio, e svettano fino a vuoti vertiginosi sopra le sfere della luce e della tenebra. E attraverso questo ripugnante cimitero dell’universo, si ode un folle, ovattato rullìo di tamburi, e un sottile e monotono lamento di flauti blasfemi provenire da stanze inconcepibili e oscure al di là del Tempo; quei suoni e rullii osceni al cui ritmo danzano lenti, goffi e insensati i giganteschi, tenebrosi ultimi dèi – i ciechi, muti, dementi orrori la cui anima è Nyarlathotep. 

Il racconto sarà presente nell’antologia I Racconti dell’apocalisse curata da Andrea Esposito prossimamente in uscita per il Saggiatore.

ARTICOLO n. 71 / 2021

METAFISICA MEDITERRANEA

Intervista di Marco Marino

Marco Marino. Giuseppe, la prima domanda che le vorrei fare è cosa significa per lei dipingere. 

Giuseppe Modica. È una bella domanda, essenzialmente per me è legato a qualcosa di ontologico, esistenziale, qualcosa di vitale; è questo la pittura: qualcosa di profondamente intimo, legato proprio alle ragioni primarie dell’essere umano nel caso mio. Qualcosa di originario, non eludibile, di fondamentale, insomma è come il respiro.

M. M. Lei va in studio, nel suo atelier, ogni giorno: come si coniugano l’esigenza ontologica e l’abitudinarietà quotidiana. Dialogano a vicenda? A volte l’abitudine fiacca la passione della pittura?  

G. M. L’abitudine detta una forma di ritualità necessaria: vado in studio e guardo attorno, vedo cosa ho fatto, rifletto su quello che vedo. A volte non è detto che debba immediatamente mettermi a dipingere. Posso stare anche ore davanti a un quadro solo a guardarlo e a pensare come può essere risolto, quali possono essere i passi successivi che devo fare: possono essere dei motivi di riflessione, non è detto che devono sempre essere dei motivi di lavoro operativo vero e proprio che mi spingono ad andare in studio. Il momento giusto per cominciare ad operare ad un certo punto scatta e quindi è lì che diventa necessario fare le imprimiture, segnare lo spazio, tracciare un disegno, stendere i colori, costruire una trama pittorica: dipingere nel vero senso del termine, mentre nei giorni precedenti ho fatto maturare un’idea che aveva bisogno di tempo e meditazione. 

M. M. Dopo la meditazione, un quadro come nasce? 

G. M. Un quadro è il risultato di un percorso nel tempo fatto di collegamenti, richiami e sedimentazioni che fanno sì che un bel momento tu senti l’esigenza di formalizzare sulla superficie della tela quei pensieri, quelle sensazioni, quelle emozioni che diventano concretamente dati formali e costruttivi. 

M. M. Che equilibrio c’è tra il pensiero e l’emozione nella creazione del quadro? 

G. M. È un impasto tra le due, tra aspetti della memoria e aspetti del rigore razionale, è difficile riuscire a capire dove finisce la ragione e dove entra l’emozione, dove ci sono le ragioni del cuore e dove quelle del pensiero. È un intreccio, ed è bello così. 

M. M. Prima, parlando dell’atelier, ho pensato che è stata molto fortunata la sua mostra che ha avuto come protagonista il suo atelier, «Atelier. Giuseppe Modica 1990-2021». Cos’è l’atelier per lei? 

G. M. L’atelier può essere un luogo in cui mi trovo per meditare e riflettere, dove convergono tutti i miei pensieri, le mie memorie e le annotazioni che faccio nel tempo, ma può essere anche momento magico di metamorfosi e trasformazione in cui la massa dei pensieri prende forma per diventare nuova opera, pensiero visivo. 

M. M. Tra il momento di metamorfosi e il divenire opera si sente condizionato da estrema solitudine o ha bisogno di un occhio esterno che la osservi? 

G. M. No, lavoro in solitudine. Il momento di confronto arriva immediatamente dopo quello della creazione. L’osservazione dell’occhio altrui è importantissimo così come il dialogo; una solitudine separata dal mondo non significa nulla, non porta a niente. La mia solitudine deve trovare un riscontro: un dialogo con una collettività, con un mondo ampio, è linfa vitale. 

M. M. Mi piacerebbe entrare nei suoi quadri: partirei subito da un aspetto che mi ha colpito molto attraversando la mostra: lo studio degli azzurri. È una mostra molto luminosa, molto azzurra. Vorrei chiederle dell’azzurro, che rapporto ha con l’azzurro?

G. M. Ma sai, i colori… i colori un pittore li sceglie così, istintivamente perché ti sono strettamente legati, è un fatto diciamo del sentire intimo, emozionale. E l’azzurro è un colore straordinario perché è il colore dell’aria; l’azzurro accende la luce degli ocra, dei rossi, dà concretezza alle pietre, e alla terra; dà spazialità all’infinito, alle lontananze: l’azzurro è l’atmosfera trasparente ed invisibile. L’azzurro è un colore che misteriosamente crea una sospensione magica, una tensione magnetica; pensa a Giotto, a Piero della Francesca, a Giovanni Bellini e ai loro cieli azzurri sospesi. L’azzurro è un colore che ho sempre amato sin da bambino, lo accostavo alla gioia di vivere. 

M. M. E come dialoga l’azzurro con le, come posso dire…le sfasature del tempo che lei innesta nei suoi quadri? Perché i suoi quadri sono caratterizzati sempre da questo, no? Da un profondo azzurro, una profonda spazialità e poi anche una sfasatura temporale tra le zone dei suoi quadri. 

G. M. Beh l’azzurro è, diciamo, una materia che mette in connessione la struttura misurata dello spazio con qualcosa che è imponderabile, con qualcosa che ha una temporalità altra, indefinibile, imprendibile. È l’azzurro che connette questa energia ritmica e dinamica che sta nell’opera e che transita. Prendiamo ad esempio un quadro fatto di più pannelli, un trittico: da un pannello all’altro questa energia dinamica passa, pur se il quadro è teso, bloccato: attraverso i brandelli di azzurro, le abrasioni e le macchie di ossidazione sulla superficie pittorica transita la tensione magnetica e si crea un ritmo musicale. 

M. M. Io mi concentrerei proprio su questa dimensione del tempo dentro i suoi quadri, perché insiste sulla molteplicità del tempo dentro il quadro? Cioè a volte c’è uno specchio che riflette un certo momento del giorno e una finestra nello stesso spazio che ne riflette un altro. Una finestra riflette il tramonto, l’altra invece l’alba o il mezzogiorno…

G. M. Si, questo si vede bene nell’opera Il pittore nell’atelier-autoritratto (1996-97) dove in uno specchio si riflette una luce pomeridiana e nella parte oltre lo specchio c’è una luce del mattino. C’è questa articolazione del tempo nella sua vastità, nella sua circolarità. È perché sostanzialmente l’essenza della pittura sta nella temporalità: questa articolazione ed estensione del tempo è tipica e caratteristica della pittura e della scultura. La pittura è, diciamo, tempo processuale del fare, addizione di tempi, ed è anche appropriazione di un tempo lontano, che è poi il tempo della memoria e dei ricordi personali, della memoria antropologica e culturale.

M. M. La caratteristica dei suoi lavori è la molteplicità spaziale, è l’uso degli specchi ma anche delle macchine fotografiche che quasi ampliano gli spazi; perché sente l’esigenza di ampliare lo spazio? Una tela non basta? 

G. M. È una mia esigenza interiore avere una molteplicità dello spazio, molto probabilmente perché nella mia realtà poetica non ho una visione assoluta che mi ha dato una certezza definitiva. C’è sempre dentro il mio lavoro un dubbio, una relatività delle cose che sono portato a vedere nella loro trasformazione, nella loro apparizione altra, nella loro dimensione dialettica fra realtà e finzione: è la nostra contemporaneità che è fatta di complessità dialettica. 

M. M. Stavamo riflettendo sulla spazialità e d’altronde, questa diciamo è un’altra parte della conversazione che mi interessa molto approfondire. D’altronde lei si pone in dialogo con due suoi indiscussi maestri, diciamo modelli: da una parte il Velàzquez di Las Meninas e dall’altra de Chirico. Intanto mi piacerebbe approfondire il suo rapporto con Velàzquez…

G. M. Velàzquez, e soprattutto il quadro Las Meninas, ha fatto sì che mi interrogassi molto sul senso della pittura. È un quadro straordinario della storia dell’arte che ha fatto riflettere tantissimi studiosi, artisti e filosofi. È un quadro che ancora oggi crea delle inquietudini, degli interrogativi. È un quadro che ha incredibili e sofisticate implicazioni investigative sul linguaggio della pittura e della rappresentazione. 

M. M. Cosa è che l’ha colpito tanto? Lei ricorda quando la straordinarietà del quadro l’ha catturato? 

G. M. Alla fine degli anni Ottanta ho fatto un viaggio a Madrid e ho visto il quadro al Prado, dal vero. C’è una tensione che aleggia intorno a lui, ti risucchia, ha la capacità di portarti dentro nonostante la distanza. È una trappola per lo sguardo, come diceva Lacan: la circolarità dello spazio è interna all’opera ma anche all’esterno e come fruitore tu vieni trasportato nell’opera. Quindi essa ha la capacità di prolungarsi sia nell’infinito davanti a te che in uno spazio che sta oltre le tue spalle. È un quadro sulla pittura, è stato definito da Luca Giordano la teologia della pittura. Per uno come me che è sempre stato legato alla pittura intesa come fenomenologia del linguaggio, è impossibile sfuggire al fascino di questa imprendibile e misteriosa magia. Li, in quel quadro esplode un universo da indagare.  

M. M. Mi interessava molto questa sua definizione della pittura «fenomenologia del linguaggio», che cosa significa? 

G. M. A volte, nella nostra contemporaneità e con un generico conformismo, si può pensare che aspetti di un linguaggio antico come la pittura siano esauriti e che esistano solo come retaggio archeologico. Si pensa, luogo comune diffuso ahimè anche nelle Accademie, che la pittura o la poesia siano inadeguate ad indagare la contemporaneità. Insomma ci sono degli schematismi ideologici animati da una visione critica all’ingrosso che si organizza attorno ad una sorta di progressismo linguistico: superata una fase se ne crea un’altra; nell’era delle nuove tecnologie è come se un linguaggio si esaurisse, venisse rottamato e se ne cercasse un altro più congruo. Invece non è così perché i linguaggi non sono tecnologie che sono e rimangono supporti e protesi.

La pittura, la scultura, come la poesia, la musica sono linguaggi antropologici di sempre, fondanti e primigeni, che all’occorrenza cambiano e si trasformano nel tempo utilizzando di volta in volta le tecnologie più funzionali all’espressività. Questi linguaggi hanno in sé una specie di mistero imponderabile perché resistono alla temporalità effimera delle mode e sono sempre diversi in ogni epoca, in ogni momento storico. Quindi non esiste un meglio o un peggio nel tempo, esiste solo una trasformazione e la pittura come la poesia ha la capacità di trasformarsi e reinventarsi nella temporalità. 

M. M. Enigma, mistero e soprattutto la reinvenzione, diciamo sono parole che si legano molto ad una definizione che spesso viene data della sua opera ossia di metafisica, di nuova metafisica.

G. M. La metafisica è indubbiamente legata a questo nume tutelare che è Giorgio de Chirico, grandissimo artista. Un grande critico come Maurizio Fagiolo dell’Arco era convinto che il fantasma della metafisica fosse ancora presente nella cultura del ‘900. Anzi, sosteneva che non tanto il linguaggio in sé di de Chirico, ma il pensiero della Metafisica fosse sostanza fondante della cultura artistica del ‘900. Ecco, lui ha curato, nel 1999 a Milano, la mostra De Metaphisica coinvolgendo alcuni artisti che avevano un pensiero di tipo metafisico nel loro linguaggio artistico: Carlo Guarienti, Giulio Paolini, Gianfranco Ferroni, Carlo Maria Mariani, artisti di una generazione più matura e poi più giovani c’erano Claudio Bonichi, Bernardino Luino e il Sottoscritto. Eravamo tutti artisti legati ad un’idea di imponderabile mistero, qualcosa di indefinibile e inafferrabile che si concretizza poi in forma colore luce

M. M. E a lei quanto le si confà e quanto le sta stretto il termine metafisica? 

G. M. Mah! Metafisica… diciamo bisogna intanto vedere…c’è una metafisicheria di genere quella legata agli epigoni di una cultura post-surreale e post-metafisica, e quella non mi appartiene. La metafisica è pensiero poetico che indaga le cose nel loro mistero, nella loro inafferrabilità: questo mi appartiene. Anche gli scritti di de Chirico sono straordinari da questo punto di vista. 

M. M. Certo, perché poi il problema è sempre la ricerca: ma come si fa? Nel suo lavoro sono presenti diversi studi come quelli legati ai piano-terra, agli androni condominiali, a questi luoghi un po’ disabitati, un’altra che invece riflette sulla dimensione della terrazza e la spazialità che c’è oltre, un’altra indaga le finestre. Una delle ultime indaga gli spazi che si creano all’intero di un tessuto urbano. Come si fa a costruire una nuova serie?

G. M. Le opere spesso non nascono da una programmazione voluta ma nascono da una casualità: tu osservi l’ambiente che ti circonda e che piano piano, comincia ad interessarti, e lo osservi e questa osservazione lenta e attenta pian piano entra nel tuo lavoro e così inizia l’indagine.

M. M. Come si gestisce l’ossessione?

G. M. Lei usa il termine ossessione, dietro a delle opere c’è davvero una ossessione, ci sono delle idee e dei pensieri che ritornano e li devi aspettare, far sedimentare, vedere se ritornano ancora. Insomma è un incontro, un dialogo con queste presenze che tornano e che devi indagare. 

M. M. Sono tutte presenze che nel suo atelier sono i veri padroni di casa.

G. M. Penso di si, penso di si. 

M. M. Volevo farle un giro di domande un po’ più assurde però per me molto importanti. Ma prima di questo c’era un’altra cosa che mi interessava indagare insieme a lei che è la dimensione del mediterraneo. Perché abbiamo parlato dell’azzurro, abbiamo parlato della prospettiva e abbiamo parlato di metafisica. A volte al termine metafisica è stato accostato anche l’aggettivo mediterraneo per parlare dei suoi lavori. Ma in che modo il suo lavoro, la sua pittura dialoga con l’aggettivo mediterraneo?

G. M. Mediterraneo per me è relativo ad un fatto di nascita, ai luoghi della memoria, alla luce che ho visto e alle memorie che sono legate al paesaggio, all’archeologia, alla vita vissuta. Queste luci e queste memorie indubbiamente condizionano la visione lo sguardo che è legato alle luci che si sono viste sin dall’infanzia, no? E quindi questo ha strutturato un po’ il sentire, l’immaginario e quindi la mediterraneità è il suolo. Come diceva Jean Clair, un tempo il nome dei pittori era spesso legato al loro luogo di provenienza: Antonio da Crevalcore, Leonardo da Vinci, Pietro da Cortona. Il luogo dove tu eri nato caratterizzava la strutturazione del tuo linguaggio e credo che questo sia ancora vero. Ogni autore ha una sua identità legata al luogo in cui è nato, che si trasforma e si evolve, con le varie acquisizioni ed esperienze.

M. M. Certo, certo, e lei in che modo oggi dipinge il mediterraneo? 

G. M. Il mediterraneo è evocato, lo vedo da mille chilometri di distanza, vero che io vado in Sicilia a raccoglierne la luce e l’emozione, mi piace osservarla anche dal vero. Quell’emozione la integro, la porto con me e la rivedo poi nel ripensarla, quindi è un po’ una rielaborazione del dato visivo, accade tutto dentro l’atelier come si diceva prima.  

M. M. Adesso invece le volevo fare quelle domande più assurde che però ci permettono di fare una riflessione collaterale. Una di queste prime domande è: se i colori non esistessero più, assoluto paradosso, lei come vivrebbe? 

G. M. Se non ci fosse il colore come materia in sé per poter dipingere, questo intende? O il colore…

M. M. Intendo proprio il colore per dipingere, se non esistessero più i colori, in un mondo in bianco e nero. 

G. M. Questa è una bella domanda, forse…se non esistessero più te li dovresti inventare attraverso il bianco e nero. Quando un incisore disegna, in fondo traduce in bianco e nero, pensa sempre al colore, no? quello che poi diventa profondità. Il bianco e nero in fondo è la traduzione del colore, la forza evocativa del colore che poi si traduce in questa profondità della luce e dei mezzi toni. Fino all’ombra profonda, fino agli scuri più profondi. Chissà, forse farei solo delle incisioni; lavorerei con i disegni in bianco e nero. 

M. M. Ma non smetterebbe di dipingere, diciamo? 

G. M. No, assolutamente non penso!

M. M. Altra domanda assurda è: può un siciliano non vivere la sicilitudine? Che è un po’ questo sentimento che lei diceva…

G. M. Io penso che ognuno di noi porta con sé un villaggio della memoria, come lo ha definito Ferdinando Scianna, non solo il siciliano, il villaggio è una angolazione dello sguardo che si è formata, proprio dalla prima infanzia, tu te la porti sempre dietro, qualsiasi cosa osservi la ritrovi in ogni cosa anche se vai nei paesi più lontani dall’area mediterranea.

M. M. È un destino? È un destino o una accidentalità?

G. M. Ma io penso che questa angolazione dello sguardo appartenga un po’ a tutti. Non solo ai siciliani, Quindi non è accidentale. 

ARTICOLO n. 70 / 2021

STORIA DEL TEST DI VERGINITÀ

traduzione di Alice Guareschi

Nel 2017, i ricercatori dell’Università del Minnesota hanno pubblicato una sistematica revisione di tutte le ricerche peer-reviewed disponibili sull’affidabilità dei cosiddetti «test di verginità» in cui viene esaminato l’imene, e anche sull’impatto che hanno sulla persona che viene esaminata. Il gruppo di lavoro ha identificato 1269 studi. Le testimonianze sono state ricapitolate e valutate, per giungere a questa conclusione:

Lo studio ha scoperto che l’esame di verginità, conosciuto anche come delle «due dita», dell’imene, o esame per-vaginale, non è uno strumento clinico utile, e può essere fisicamente, psicologicamente e socialmente devastante per l’esaminata. Dal punto di vista dei diritti umani, il test di verginità è una forma di discriminazione di genere, così come una violazione dei diritti fondamentali, e, quando eseguito senza consenso, una forma di aggressione sessuale.

L’anno seguente, nel 2018, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e l’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile hanno diffuso una dichiarazione che chiedeva la soppressione dei test di verginità. Il comunicato affermava che «il “test di verginità” è una violazione dei diritti umani delle ragazze e delle donne, e che può incidere in modo negativo sul loro benessere fisico, psicologico e sociale. Il “test di verginità” consolida concetti stereotipati rispetto alla sessualità femminile e alla diseguaglianza di genere». Non esistono test di verginità attendibili. Si può dire se uno ha fatto sesso guardando tra le sue gambe, quanto si può dire se uno è vegetariano guardando il suo ombelico. Ciò nonostante, il fatto che la verginità non possa essere provata, testata o localizzata nel corpo non ha scoraggiato la gente dal sostenere il contrario.

Oggi, purtroppo, la verginità di una donna è ancora altamente quotata in giro per il mondo, il che ha portato, di conseguenza, alla creazione di dannosi rituali legati al mantenimento e alla prova della purezza sessuale, tuttora in vigore ai giorni nostri. Di solito questi test comportano la ricerca dell’imene intatto, o quello che è conosciuto come il «test delle due dita», cioè la verifica della strettezza vaginale. Questa pratica è stata segnalata in molti paesi, tra cui Afghanistan, Bangladesh, Egitto, India, Indonesia, Iran, Giordania, Palestina, Sudafrica, Sri Lanka, Swaziland, Turchia e Uganda. Il fgm National Clinic Group afferma che la mutilazione genitale femminile viene considerata «un mezzo per preservare la verginità di una ragazza fino al matrimonio (per esempio in Sudan, Egitto e Somalia). In molti di questi paesi, la mgf è vista come un prerequisito per il matrimonio, e il matrimonio è vitale per la sopravvivenza sociale ed economica di una donna». L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che, su scala globale, duecento milioni di ragazze siano state sottoposte a mutilazione genitale, in buona parte per preservare la loro verginità fino al matrimonio.

L’idea della purezza sessuale femminile come prerequisito per il matrimonio sta alla base di molte culture e religioni nel mondo. In Indonesia, ad esempio, il test di verginità rimane un requisito per le donne che vogliono arruolarsi nell’esercito o nelle forze di polizia. In tutta America vengono organizzati i cosiddetti «Balli della purezza», dove i padri portano le proprie figlie adolescenti a un «appuntamento»; la ragazza si impegna a rimanere vergine fino al matrimonio, e il padre, a sua volta, si impegna a proteggere la verginità di sua figlia fino a che non si sarà sposata (presumibilmente con un fucile e un qualche tipo di sistema d’allarme). Le donne possono ora farsi ricostruire l’imene per il mercato matrimoniale, e il business dell’imenoplastica va a gonfie vele. Nel 2016, la provincia sudafricana del KwaZulu-Natal ha introdotto una borsa di studio accademica per giovani donne che possono provare di essere vergini. E, nel 2017, il Comitato Investigativo russo e il ministro della salute, Vladimir Shuldyakov, hanno suscitato una grande indignazione ordinando ai medici di eseguire il «test di verginità» sulle studentesse, e di segnalare alle autorità chiunque venisse trovata senza imene.

Non solo la verginità è impossibile da provare, è anche piuttosto difficile da definire. Sembrerebbe molto semplice capire cosa sia, ma la certezza non regge poi così bene quando si comincia a titillarla un po’. Per essere più chiari, definire cosa vuol dire fare sesso per la prima volta può risultare più complicato del previsto. Se due ragazze fanno sesso, perdono la loro verginità? E se usano un dildo strap-on? Se una coppia eterosessuale colpisce la prima, la seconda e la terza base, ma viene eliminata alla quarta, in un caos sudato e soddisfatto, i due sono ancora vergini? Si può perdere la verginità da soli? Il rapporto deve per forza implicare una penetrazione pene-vagina? Se sì, questo esclude i rapporti omossessuali? Il gay pride è davvero un raduno di massa di vergini? E se una coppia eterosessuale fa solo sesso anale? Lui perde la sua verginità, ma tecnicamente lei conserva la sua?

Nonostante le numerose ricerche sull’argomento, l’imene è tuttora circondato da molte leggende. Ancora oggi la gente crede che fare ginnastica e andare a cavallo possano provocarne la rottura (non è vero), e fino alla fine degli anni ‘90 Tampax non ha smesso di rassicurare le giovani donne sul fatto che un assorbente interno non avrebbe «colto il loro frutto» (1988).

Persino il linguaggio che circonda la verginità è tendenzioso. Il concetto stesso di «perdere» o «conservare» la propria verginità suggerisce che, una volta persa, a noi tutti mancherà qualcosa e non saremo più interi. Suggerisce anche che la verginità è qualcosa di tangibile che è stato nostro sin dall’inizio. In senso metaforico, si può «dare» a qualcuno la propria V-card, ma questo non vuol dire che uno può appendersela sopra al caminetto di casa, o rivenderla su ebay (anche se molte donne in realtà ci hanno provato). 

Il concetto di verginità è innegabilmente legato al genere, e la ragione per cui pensiamo di sapere cosa vogliamo dire quando parliamo di «perdere» quel suddetto «frutto» (1933) è perché inconsciamente assumiamo che la verginità sia legata al sesso pene-in-vagina. Ecco cosa si intende per «eterosessualità obbligata». Questo non vuol dire che l’eterosessualità sia obbligatoria nel vero senso della parola, ma che i nostri copioni culturali relativi alla sessualità si concentrano di più sul sesso eterosessuale che su qualsiasi altro tipo di sesso: è diventato la nostra «normalità». Ora, non c’è dubbio che questo sia un privilegio cisgender, ma è il risultato di migliaia di anni di condizionamenti culturali. È solo grazie allo straordinario lavoro svolto negli ultimi cinquant’anni dagli attivisti lgbtq se abbiamo iniziato a creare uno spazio per discutere forme alternative al sesso uomo-donna. Ma c’è ancora molta strada da fare.

Quando qualcuno si preoccupa della verginità, quasi sempre si tratta della verginità di una donna. La stessa parola «vergine» viene dal latino virgo, che significa ragazza o donna non sposata. I ragazzi e gli uomini non sono mai stati valutati in base al loro status di vergini come succede invece alle donne. In vari momenti della storia, le donne sono state ripudiate, imprigionate, multate, mutilate, frustate e persino uccise come punizione per aver perso la verginità al di fuori del matrimonio, mentre sui quarantenni maschi vergini vengono fatti dei filmetti comici.

La ragione per cui la verginità femminile, e non quella maschile, è stata così rigidamente punita è oggetto di qualche dibattito, ma alla fine probabilmente è solo una questione di eredità paterna. Non è giusto, eppure nel mondo pre-pillola la gravidanza fuori dal matrimonio era un problema fisico e finanziario molto più impellente per la madre che per il padre; di conseguenza, erano gli intrallazzi di lei a venire controllati, piuttosto che quelli di lui. Ma non solo: in una società paternalista, dove ricchezza e potere vengono tramandati per linea maschile, la castità femminile è fortemente sorvegliata per garantire una discendenza legittima, e perché i beni terreni di tua proprietà passino ai tuoi figli (e non a quelli del lattaio). Questa teoria ha un certo peso se si considera che nelle poche società matriarcali in giro per il mondo, la ricchezza si trasmette per linea femminile. In queste culture, la sessualità femminile è guardata in modo molto diverso.

Oggi, la prova più famosa del test di verginità è il sangue prodotto dalla rottura dell’imene. Ma i nostri antenati non usavano neanche la parola «imene», e di certo per trovarne uno non andavano a frugare all’interno delle vagine come se stessero scavando alla ricerca di un tesoro. I testi di medicina, infatti, cominciano a parlare di imene solo nel xvsecolo. Nessuno dei medici classici (Galeno e Aristotele, per esempio) ne fa menzione. Il medico greco Sorano suggerisce che ogni sanguinamento vaginale post-coito è il risultato dello scoppio di vasi sanguigni, e nega categoricamente ogni tipo di membrana all’interno della vagina. Molti testi antichi riconoscono che le vergini possono sanguinare quando fanno sesso per la prima volta, ma la cosa non veniva ricollegata all’imene. Al contrario, si pensava che il sanguinamento fosse provocato dal trauma della penetrazione del pene e non bastasse come prova di verginità. È stato il medico italiano Michele Savonarola, nel 1498, ad usare per primo la parola imene, descrivendolo come una membrana che «viene rotta nel momento dello sverginamento, così che fuoriesce del sangue». Da questo momento in poi, i riferimenti all’imene e al suo legame con la verginità diventano sempre più comuni. Ma il fatto che i nostri antenati non verificassero l’integrità dell’imene non significa però che la verginità non fosse soggetta a test rigorosi, prima che l’imene diventasse il parametro di riferimento della manomissione.

Le più antiche vergini dell’antichità sono le vergini vestali romane, sacerdotesse consacrate a Vesta, la dea della terra e della famiglia. Scelte in giovane età, dovevano dedicare trent’anni di preghiera e castità alla città di Roma e prendersi cura della fiamma del tempio di Vesta; se una vestale aveva rapporti sessuali, per punizione veniva sepolta viva e lasciata morire di fame. Come verificare quindi la verginità di una vestale? Bene, entra in gioco qualche preghiera. Si credeva che le sacerdotesse avessero un legame speciale con gli dei, così quando la vestale Tuccia venne accusata, le fu data l’opportunità di compiere un miracolo per provare che era ancora vergine. Secondo Valerio Massimo, Tuccia provò la propria verginità trasportando dell’acqua in un setaccio, invocando la dea: «Vesta, se ho sempre accostato mani pure ai tuoi sacri corredi, ottieni che con questo crivello attinga acqua al Tevere e la porti al tuo tempio». Da allora il setaccio è diventato un simbolo di verginità, tanto che la regina Elisabetta I è stata spesso ritratta con un crivello in mano, a simboleggiare che nessuno aveva mai dato un morso alla sua ciambelletta con ciliegia. Ma nel caso non aveste avuto un setaccio a portata di mano, c’erano altri test di verginità a vostra disposizione — bastava avere un serpente, qualche formica e una torta. Lo scrittore romano Eliano (175–235 d.C.) descrive un rituale per verificare la verginità che si svolgeva nei giorni sacri:

Nel bosco vi è una tana vasta e profonda, dove dimora un mostruoso serpente. In determinati giorni dell’anno entrano nel bosco delle giovinette ancora vergini, che recano nelle mani una focaccia e hanno gli occhi bendati. Le conduce direttamente alla tana di questo mostro uno spirito divino; esse avanzano passo passo, senza inciampare, come se avessero gli occhi scoperti. Se sono veramente illibate, il serpente accetta le loro offerte di cibo, poiché le ritiene pure e adatte a un animale prediletto dagli dei. Altrimenti i cibi restano intatti, perché esso conosce in anticipo e indovina la loro impurità. La focaccia della giovinetta deflorata viene allora sminuzzata dalle formiche per renderne facile il trasporto; successivamente le formiche la portano fuori dal bosco e ripuliscono così il luogo. Gli abitanti, venuti a conoscenza dell’accaduto, indagano sulle giovinette che hanno preso parte alla cerimonia e quella che ha disonorato la sua verginità viene punita secondo la legge.

In cosa consistesse esattamente questa «punizione» non viene chiarito, e visto che i serpenti non sono noti per essere proprio amanti delle focacce, questo test sembra piuttosto ingiusto. 

Ma per confermare davvero che il sigillo non era stato rotto, serviva una bottiglia di pipì. Il testo del xiii secolo De Secretis Mulierum spiega che l’urina delle vergini è «chiara e limpida, a volte bianca, a volte frizzante». Il motivo per cui «le donne corrotte» hanno «un’urina torbida» è per via della «lacerazione» della pelle e «dello sperma maschile che compare sul fondo». Pisciare Perrier è un gran bel trucchetto da party, ma ci sono altri indizi a cui fare attenzione. Guglielmo da Saliceto (1210–1277) ha scritto che «una vergine urina con un sibilo molto più acuto» e, se solo si potesse avere un pratico cronometro a portata di mano, «impiega invero più tempo di un bambino».

I test di verginità medievali sono particolarmente concentrati sulle urine; anche il fisico italiano Niccolò Falcucci è stato un profeta del piscio, aveva però qualche altro asso nella manica.

Se si copre una donna con un pezzo di stoffa fumigata con il miglior carbone, se è vergine non ne percepisce l’odore né con la bocca né con il naso; se invece lo sente, non è vergine. Se assume il carbone con una bevanda, se non è vergine immediatamente espellerà urina. Una donna corrotta urinerà subito anche se la fumigazione è preparata con il gittaione. In merito alla fumigazione con il lapazio, se è vergine diventa pallida all’istante; se invece non lo è, il suo umore cade nel fuoco e su di lei vengono dette altre cose.

Il testo ebraico anonimo del xiii secolo intitolato Book of Women’s Love dice: «La sera la ragazza deve urinare sopra dei marshmallow, e riportarli al mattino; se sono ancora freschi, è pudica e buona, se invece non lo sono, non lo è.» Prima che cominciate a pisciare in un sacchetto di toffolette multicolore: il marshmallow a cui si fa riferimento qui è una pianta officinale [l’altea comune]. 

Ma forse vi state sforzando di ispezionare, ascoltare o cronometrare i vostri intenzionali giochi d’acqua. In tal caso, sarà necessario esaminare l’aspetto generale di una ragazza per trovare gli indizi che rivelano se il suo fiore è stato colto. Prima di spiegare che la pipì di una vergine fa le bollicine, il De Secretis Mulierum di Alberto Magno precisa cosa bisogna cercare. «I segni di castità sono i seguenti: la vergogna, la modestia, la paura, un passo e un eloquio impeccabile, l’abbassare lo sguardo davanti agli uomini e alle loro azioni.» (Per la cronaca, se una ragazza avesse ordinato e mangiato il menu formato famiglia di Pizza Hut da sola, e stesse pregando che non vengano trovate le prove nel cestino della spazzatura, i segni sarebbero gli stessi). Magno continua: 

Se il seno di una fanciulla è orientato verso il basso, è un segno che è stata corrotta, perché al momento dell’inseminazione le mestruazioni risalgono verso l’alto verso il seno e il peso supplementare fa sì che si affloscino. Se un uomo ha un rapporto sessuale con una donna e non avverte alcun dolore al pene e nessuna difficoltà ad entrare, è un segno che è già stata corrotta. Infatti, il vero segno della verginità di una donna è la difficoltà di compiere l’atto e il fatto che questo provochi dolore al suo membro.

Naturalmente, da quando l’imene è diventato il test di verginità di riferimento, controllare se la pipì è frizzante e emette un sibilo, cercare tette sode e verificare la capacità di annusare carbone senza farsela addosso sono per lo più caduti in disgrazia. Verificare la verginità è diventata tutta una questione di strettezza e di sangue. Anche se raramente, in giro per il mondo capita ancora oggi che, come prova della verginità della moglie, vengano esibite le lenzuola insanguinate. In alcune regioni della Georgia, la sposa ha una «Yenge», di solito una donna di famiglia più anziana, che la istruisce su cosa l’aspetta la prima notte di nozze. Per tradizione, era responsabilità della Yenge prendere le lenzuola macchiate di sangue dal letto nuziale e mostrarle a entrambe le famiglie per «provare» che la sposa era una novizia della scopata. Nonostante al giorno d’oggi il ruolo della Yenge sia per lo più rituale, in alcune zone la pratica dell’esibizione delle lenzuola insanguinate continua ancora.

Anche il test delle lenzuola insanguinate ha un pedigree molto antico. Lo si trova nella Bibbia, nelle vecchie romanze medievali, e si dice anche che Caterina d’Aragona sia stata in grado di esibire le lenzuola macchiate di sangue per provare di aver sposato Enrico viii da vergine. Inutile dire che sin dal momento in cui è stato sottoscritto un test così profondamente sbagliato, ci sono stati modi per falsificarlo. Vista la posta in gioco nel caso in cui il dono della verginità della sposa fosse già stato spacchettato da qualcun altro prima del «sì», potete capire perché una ragazza potesse mentire sulla propria passera nella prima notte di nozze; e da che i testi medici hanno cominciato a spiegarci come provare la verginità, ci hanno anche fornito consigli su come ripristinarla. Trotula è il nome dato a tre testi italiani del xii secolo sulla salute femminile. Autrice di almeno uno dei tre era una donna, Trotula da Salerno, che praticava la medicina a Salerno, città costiera del sud Italia. Alla ragazza che ha perso la verginità, Il Trotula offre questo consiglio particolarmente subdolo:

Di questo rimedio avrà bisogno ogni ragazza che si sia ridotta ad aprire le gambe e abbia perso la propria verginità per la follia della passione, di un amore segreto e delle sue promesse… Quando arriva il momento del matrimonio, per evitare che l’uomo lo venga a sapere, la falsa vergine ingannerà per bene il marito in questo modo. […] Prendi dello zucchero macinato, l’albume di un uovo, dell’allume, e mescolali in acqua piovana in cui sono stati fatti bollire menta puleggio, nepitella e altre erbe simili. Dopo aver immerso un panno di lino morbido e poroso in questa soluzione, con esso si lavi ripetutamente le parti intime […] Ma il migliore di tutti è questo inganno: il giorno prima delle nozze, fa che inserisca delle sanguisughe in vagina (ma si faccia attenzione a che non penetrino troppo in fondo), così che ne venga fuori del sangue e si trasformi in un grumo. E così l’uomo sarà ingannato dall’effusione di sangue.

Per ripristinare la verginità, il Book of Women’s Love raccomanda quanto segue: «prendete delle foglie di mirto e fatele bollire per bene in acqua fino a che non ne rimane che un terzo; prendete poi delle ortiche senza spine e fatele bollire nella stessa acqua finché ne resta solo un terzo. La ragazza dovrà lavare le sue parti intime con quest’acqua al mattino e prima di coricarsi, per nove giorni.» Tuttavia, se avete molta fretta, «prendete della noce moscata e macinatela in polvere; mettetela in quel posto e la sua verginità sarà immediatamente ripristinata». Nicolas Venette (1633–1698), l’autore francese de L’amour Conjugal, a chi volesse simulare la verginità dà questo consiglio:

Preparate un bagno con ornamenti di foglie di malva e di calderugia, qualche manciata di semi di lino e di semi di erigeron, atriplice, branca ursina o elleboro puzzolente. Fatele sedere in questo bagno per un’ora, dopo di che fatele uscire ed esaminatele due o tre ore dopo il bagno, osservandole nel frattempo da vicino. Se una donna è signorina, tutte le sue parti amorose saranno compatte e ben serrate una con l’altra; se non lo è, saranno cadenti, allentate, e non più rugose e strette com’erano quando aveva in mente di sceglierci.

Come sostiene Hanne Blank nel suo meraviglioso Virgin: The Untouched History, molti degli ingredienti qui elencati sono astringenti o antinfiammatori che si pensava restringessero la vagina. Anche se Venette non lo inserisce nella sua lista, uno dei più noti restringitori era l’acqua di allume. Nel suo Dictionary of the Vulgar Tongue (1785), Francis Grose cita «un’acqua che raggrinza» come «un’acqua impregnata di allume, o altri astringenti, usata da vecchi trafficanti esperti per contraffare la verginità». L’allume è un tipo di composto chimico ampiamente usato oggi nei conservanti e nell’industria alimentare. Incredibilmente, ci sono in circolazione molti siti web che raccomandano ancora l’allume per restringere la vagina. Approfitterò dell’occasione per dire una cosa: per favore, santo Dio, non fate una cosa simile alla vostra povera passera; fate i vostri esercizi di Kegel e abbiate fede.

Oltre a voler fingere nella sua prima notte di nozze, un’altra ragione per cui una ragazza poteva voler passare per novizia è che la verginità era un bonus extra. Nel viii secolo le vergini erano un’attività redditizia, e ogni ragazza del mestiere o tenutaria di bordello sapeva come falsificare un imene per trarne il massimo profitto. Nocturnal Revels (1779) fornisce dettagli espliciti di donne che rivendono la propria verginità più di una volta, e cita una frase della famosa maitresse Charlotte Hayes: la verginità «è facile come fare un pudding». Charlotte continua dicendo di avere venduto la sua «migliaia di volte». L’eponima eroina del primo romanzo erotico, Fanny Hill (1749), racconta con precisione al lettore come veniva falsificata la verginità nell’industria del sesso.

In ciascuna delle testiere del letto, al di sopra dell’intelaiatura, c’era un piccolo cassetto così abilmente nascosto negli intagli del mobile che sarebbe sfuggito anche alla ricerca più attenta; erano cassetti che si potevano aprire e chiudere facilmente pigiando una molla e contenevano entrambi una fialetta di vetro già piena di sangue e una spugnetta pronta per l’uso. Tutto quello che dovevo fare era raggiungerla, tirarla fuori e spruzzarmi in modo opportuno il liquido tra le gambe, un liquido rosso che si trovava lì in quantità molto maggiore di quella necessaria per salvare l’onore di una ragazza.

Altri suggerimenti subdoli comprendevano il fare sesso durante le mestruazioni per assicurarsi la presenza di sangue, e posizionare all’interno della cavità vaginale il cuore di un uccello o una vescica di maiale ricucita con dentro del sangue, così che «sanguinasse» al momento giusto.

Nonostante una credenza storica profondamente radicata nella vergine che sanguina, la cosa non è mai stata accettata all’unanimità dalla comunità scientifica. Ci sono sempre state isolate voci della ragione che hanno riconosciuto che si trattava di un mucchio di idiozie. Un medico come Ambroise Paré non solo ha negato che si potesse provare la verginità con un imene, ma sosteneva che una cosa come l’imene non esisteva nel 1573. Da allora ci sono stati mormorii occasionali sul fatto che l’imene non fosse esattamente quel tanto sbandierato certificato di autenticità. Nel xix secolo, questi bisbigli sono diventati un percepibile brontolio. Il dott. Blundell ha messo in discussione il valore di questa «membrana mistica», e nel 1831 Erasmus Wilson ha affermato che l’imene «non dovrebbe essere considerato un complemento necessario della verginità». Edward Foote ha scritto che «l’imene è un test di verginità crudele e inaffidabile» e che «i medici sanno che è un test di verginità altamente fallibile». Nel xxsecolo il brontolio è diventato un grido assordante e nel xxi secolo le grida sono state rimpiazzate da plateali alzate di occhi al cielo e esplosioni esasperate di «porca puttana! Basta con queste stronzate!» La ricerca a cui ho fatto riferimento all’inizio di questo capitolo ha identificato qualcosa come 1296 studi nelle banche dati elettroniche che indagano la validità del test di verginità e l’attendibilità dell’imene e, nella stragrande maggioranza, arrivano alla conclusione che non si può «provare» che qualcuno è vergine, e che gli imeni non dicono un bel niente sul passato sessuale delle loro proprietarie. Eppure il mito persiste, e le donne sono sistematicamente sottoposte a esami inutili e invasivi per cercare di stabilire la loro esperienza sessuale. Oggi gli esami di verginità sono in gran parte effettuati su donne non sposate, spesso senza consenso o in situazioni in cui le singole non sono in grado di darlo. Test di verginità sulle studentesse sono stati segnalati in Sudafrica e Swaziland, come deterrente per l’attività sessuale prematrimoniale. In India, il test fa parte dell’accertamento di aggressione sessuale per le donne vittime di stupro. In Indonesia, l’esame fa parte della procedura di candidatura per le donne che vogliono entrare nelle forze di polizia. Ma se anche si potesse dimostrare la verginità di qualcuno, il problema in realtà non è l’esame in sé (benché già abbastanza brutto) — il problema sono gli atteggiamenti culturali che valutano le donne basandosi principalmente sul loro essere sessualmente attive o meno. Non è possibile «provare» se qualcuno ha fatto sesso esaminando i suoi genitali, perché la verginità non è qualcosa di tangibile. L’imene è semplicemente un tessuto elastico all’interno della vagina, ma non la sigilla come il coperchio di un Tupperware. Gli imeni hanno forme e spessori diversi — alcuni sanguinano quando vengono lacerati, altri no. L’imene di certo non fa un botto quando viene rotto e non è in grado di provare la storia sessuale di qualcuno più di quanto non possa farlo un gomito. Non si può «perdere» la verginità perché la verginità non è un fatto fisico, è un’invenzione — a prescindere da quanto può essere frizzante la tua pipì.

© 2020, Kate Lister

ARTICOLO n. 69 / 2021

THE OLD MAN IN THE PIAZZA

traduzione di Gianni Pannofino

Ogni giorno, più o meno alle quattro del pomeriggio, quando il caldo del sole comincia a dar tregua, il vecchio si presenta in piazza. Cammina lento, strascicando i piedi calzati in impolverati mocassini marroni. Il più delle volte indossa una giacca blu scuro abbottonata fino al collo e pantaloni blu navy tenuti su da una cordicella annodata in vita. Ha i capelli bianchi e un basco in testa. Raggiunge l’unico caffè della piazza, il Caffè della Fontana, si accomoda su una sedia di legno a un tavolino di legno e ordina un caffè ristretto e forte. Alle sei ordina una birra e un sandwich. Alle otto si alza in piedi, si pulisce la bocca e si allontana, strascicando i piedi, presumibilmente verso casa. Non è indispensabile sapere dove abita. Tutte le cose anche solo minimamente significative della sua vita sono accadute e accadranno qui, in questa piccola piazza.

Prende posto. Lui è il pubblico, unico spettatore. Lo spettacolo sta per cominciare.

Nella piazza sboccano sette anguste stradine, una per ogni angolo e una dal punto centrale di tre dei quattro lati; il lato su cui sorge la chiesa è l’unico che non sia interrotto da una viuzza di ciottoli. Dovrebbe essere un posto tranquillo, una sonnacchiosa piazza di provincia, ma non è così. Tutt’intorno, per sei giorni alla settimana, si sente il clamore di gente che battibecca. Nella maggior parte dei casi, il numero dei presenti in piazza è superiore a quello degli abitanti del luogo. Sembra quasi che la gente arrivi nella pacifica piazzetta di questo pacifico paesino per litigare. Dalla grande città, distante quindici chilometri, arrivano lì per dar sfogo ai loro malumori. Alzano la voce, picchiano il pugno destro sul palmo della mano sinistra; battono i piedi a terra (indifferentemente, l’uno e l’altro in pari misura). Se sono in sella a una moto, suonano il clacson per l’esasperazione o per soffocare le voci avverse. Se litigano seduti sulle rispettive auto con i finestrini abbassati, suonano il clacson come i motociclisti, ma mandano anche su di giri il motore e, quando l’irritazione supera la soglia della sopportazione, chiudono i finestrini.

Il loro disaccordo non ha mai fine. Litigano sulla probabilità degli uragani e sul caso di corruzione legato all’assegnazione delle Olimpiadi estive a una città situata oltre il Circolo Polare Artico, sull’impossibilità dell’amore, sulla futilità della politica e sugli affetti segreti e illegali di eminenti personalità della chiesa cattolica. Si scornano sulla piattezza della Terra e sull’efficacia dei vaccini per il morbillo, la parotite e la rosolia. Sono in disaccordo su quale sia il gusto migliore per un gelato e hanno opinioni nette e inconciliabili sulla bellezza delle dive del cinema. Se hanno letto romanzi di uno scrittore e di una scrittrice che sono – o sono stati – tra loro sposati, prendono con decisione le parti dell’uno o dell’altra, e non c’è verso che cambino idea. Sembra che nulla accomuni la nostra gente se non la passione per il diverbio, il diverbio inteso come forma d’arte pubblica, come cuore ed essenza della nostra civiltà. Il baccano è terribile, si intensifica quanto più il giorno sprofonda nella sera e va avanti fino a tarda notte. Quando arriva la mezzanotte, la gente ha ormai consumato anche un discreto quantitativo di alcolici e questo rende le discussioni in piazza ancora più accese. E non è così raro che voli qualche pugno.

Il vecchio si siede al Caffè della Fontana e ascolta. Poiché, però, se ne va alle otto di sera, si risparmia le ore successive, quando l’alcol fa il suo effetto e iniziano le risse.

Le domeniche sono tranquille. Di domenica, se ne stanno tutti a casa e mangiano oppure vanno in chiesa, chiedono perdono, tornano a casa e mangiano.

Di domenica il vecchio non frequenta la piazza.

Così vanno le cose nella piazza da quando è finita la cosiddetta era del «sì». Quell’età buia ebbe inizio quarant’anni fa, o giù di lì, e per cinque anni discutere divenne illegale. Si era obbligati a essere d’accordo, sempre. Non esisteva enunciato, per quanto risibile – che il pane e il vino possono transustanziarsi in carne e sangue, che gli immigrati si trasformano di notte in mostruosi e sbavanti violentatori, che l’aumento delle tasse per le classi più povere ha effetti positivi, che le anime possono trasmigrare o che la guerra è necessaria – di cui fosse ammessa la confutazione, anche se gli immigrati gestivano la migliore pasticceria del paese e la nostra enoteca preferita, e i più tra noi erano poveri, e nessuno ricordava di aver vissuto vite precedenti sotto forma di tartarughe o stranieri o anguille, e solo un’infima minoranza di noi era di natura bellicosa. Era obbligatorio assentire, sempre e comunque.

Persino la nostra lingua – la lingua con cui tanta grande poesia è stata creata! – finì per uscirne alterata. Non le era più concesso l’uso del «no». C’era solo il «sì», con tutte le sue varianti: «naturalmente», «certo», «senz’altro», «assolutamente», «eccome», «chiaro», «d’accordo». Quando qualche incauto estremista ricordava la parola «no», l’effetto era più che scioccante, più che peccaminoso: era arcaico. Una parola rotta, di un’epoca antica ormai in rovina, come i resti di un tempio costruito per onorare un dio in cui nessuno crede più da migliaia di anni. Il dio del «no». Che dio ridicolo doveva essere stato! In ogni caso, a noi appariva tale.

La nostra lingua, però, era imbronciata. Andava a sedersi da sola in un angolo della piazza e scrollava spesso la testa con aria desolata. Diventò pedestre. Annunciò di non essere disposta, per il momento, a volare o a elevarsi e neanche a viaggiare in treno, in bicicletta o in corriera. Diceva che si sentiva i piedi pesanti come il piombo e che preferiva starsene seduta in silenzio a contemplare le cose che le lingue sono solite contemplare quando sono da sole e si sentono bistrattate. Se avesse avuto bisogno di muoversi, ci disse, avrebbe arrancato. Aveva un atteggiamento ostile. Indossava abiti stretti, che limitavano i suoi movimenti, e scarpe scomode. Rinunciammo a qualsiasi tentativo di approccio.

La nostra lingua non si univa mai al vecchio seduto al Caffè della Fontana. Se ne stava da sola nel suo angolo. Non parlavano.

All’epoca del «sì» universale, nella piazza regnava la quiete. Si sentiva il canto degli usignoli, delle allodole, non ancora decimati dalle battute di caccia del fine settimana. Al centro della piazza sorge una piccola fontana – la fontana da cui il caffè prende il nome, ovviamente – e a quei tempi il silenzio permetteva di ascoltare l’acqua, che dava sollievo ai cuori in pena. Il vecchio era più giovane, allora, e il suo cuore era spesso in pena, per come certe giovani donne dai capelli di svariati colori respingevano ripetutamente le sue sincere profferte sentimentali.

Anche allora, quando il «no» era proibito, quelle donne trovavano il modo di fargli sapere che i suoi sentimenti non erano ricambiati. «Sei carinissimo» dicevano «ma quella sera devo occuparmi dei miei capelli biondi/castani/rossi/neri.» Magari un’altra sera, allora, osava insistere lui, e quelle rispondevano: «La tua generosità è davvero toccante, ma credo che, per quel che posso prevedere, andrò ogni sera dal parrucchiere; a parte la domenica, quando resterò a casa a mangiare o, in qualche caso, andrò magari prima in chiesa per chiedere perdono e poi tornerò a casa a mangiare.»

Dopo un po’, il vecchio smise di chiedere. Non smise, però, di andare a sedersi, quasi tutti i pomeriggi, sulla sua sedia di legno dallo schienale diritto al Caffè della Fontana, ad ascoltare lo scroscio dell’acqua. Invecchiava precocemente, consumato, come un mobile finto-antico, dalla scoperta che anche l’età del «sì» sottintendeva un «no». I capelli gli diventavano bianchi, e lui se ne stava sulla sua sedia di legno a guardar passare il mondo.

Passarono cinque anni. Alla fine, fu la nostra lingua a ribellarsi contro il «sì». Si alzò dall’angolo della piazza dove aveva meditato in silenzio per un lustro e lanciò uno stridio lungo e penetrante che trafisse le nostre orecchie come uno stiletto. Si propagò dappertutto, alla velocità del fulmine. Non c’erano parole nel grido, ma bastò quello a scatenarle tutte. Le parole semplicemente eruppero dalle persone e non ci fu modo di trattenerle. Tutti sentivano enormi groppi di vocaboli che salivano in gola e pulsavano dietro i denti. I più cauti tenevano le labbra strette per impedire che le parole sgorgassero, ma i torrenti verbali riuscivano ugualmente ad aprirsi un varco e traboccavano come bambini all’uscita da una scuola elementare omogenea alla fine di un lungo e faticoso semestre. Le parole rotolavano alla rinfusa nella piazza come bambine e bambini desiderosi di tornare a mescolarsi. Era uno spettacolo a vedersi.

Erano rudi, le parole di questi primi pronunciamenti – «Stronzate!», ad esempio, o «Va’ al diavolo», fino al troppo enfatico «Va’ a farti fottere!» – e una tale crudezza era forse spiacevole, ma queste parole dure, da scaricatori di porto, erano efficaci, bisogna ammetterlo. Erano come mazzate o esplosioni che, abbattendosi tutt’intorno a noi, condussero rapidamente il predominio del «sì» a un’amara conclusione. Il «sì» e i suoi compagni di viaggio (i summenzionati «naturalmente», «certo», «senz’altro», «assolutamente», «eccome», «chiaro», «d’accordo») furono appesi a ganci da macellaio nella piazza, e quella fu la loro fine.

Fu allora che ebbe inizio l’età della diatriba. «Ma!» «Fesserie!» «Fuffa!» «Assurdo!» «Balle!» «Bugiardo!» «Idiota!» «Come ti permetti!?» «Questa è una cagata da fanatico ignorante!» «Togliti dai piedi! Nessuno ha voglia di starti a sentire!» Chi poteva immaginare che sarebbero state queste parole ostili a occupare il proscenio a quel punto: queste, e non la poesia meravigliosa e giustamente celebrata della nostra lingua, cui facevamo prima riferimento? La poesia lirica e quella epica, le odi e i sonetti, pur cercando di mettersi in posa, gesticolavano impotenti, ignorati da tutti.

La nostra lingua rimase nel suo angolo della piazza a guardare, ma si era tolta il corsetto e i deturpanti zoccoli, e i lunghi capelli e la gonna le ondeggiavano intorno, liberi. La gonna era lunga fino a terra, ragion per cui non si vedevano le scarpe, anche se noi avevamo l’impressione che stesse battendo i piedi a terra al ritmo di una sua musica interiore.

Anche il vecchio sentì dentro di sé la pressione delle parole che cercavano di emergere. Provò a frenarle, perché non sapeva quali potessero essere o che cosa avrebbero fatto o reso possibile o generato o distrutto, ma gli uscirono ugualmente, come vomito: parole che a stento riconosceva come proprie traboccavano da lui rabbiose, sprezzanti, accusatorie. Fortunatamente, tutti stavano sperimentando una personale versione di questo stesso fenomeno, e nessuno gli prestava attenzione, e fu così che lui stesso dimenticò presto quelle prime parole e si risistemò sulla sedia di legno per osservare la vita della piazza qual era diventata.

Terminata l’epoca del «sì», cominciarono le liti che sopraffecero i canti delle allodole e il rasserenante gorgogliare della fontana, la quale, da parte sua, se ne sbatteva dei cambiamenti sociali e si teneva occupata, alla sua maniera noncurante, con il suo fontaneggiare. Il vecchio – l’uomo reso vecchio dalla propria tristezza – aveva smesso con le richieste romantiche alle donne, perché già conosceva le risposte, che oltretutto potevano ormai essere formulate in modo esplicito, senza girarci intorno o inventarsi appuntamenti dal parrucchiere.

All’inizio, per un po’, ebbe nostalgia del silenzio dei cinque anni del «sì». C’era qualcosa di rincuorante nel vivere in quel costante stato affermativo, scartando la negatività, accentuando il positivo. C’era un che di – qual era la parola? – un che di umile nell’astenersi da qualsiasi giudizio, per quanto forte fosse la tentazione. E persino un che di rilassante nel potersi esimere da una vita di obiezioni, critiche o addirittura proteste. Ci era voluta una certa riorganizzazione del cervello, questo è vero. Il vecchio aveva dovuto imbrigliare la sua naturale tendenza al dissenso, alla formulazione di frasi che cominciavano con: «D’altra parte…» o «Non è forse vero, però, che…?» o anche «Come puoi…?». Risparmiate il fiato: questa era stata la linea di condotta dell’epoca. Tenete per voi le vostre parole ripugnanti. Per un certo periodo era riuscito a trovare un certo conforto nell’accettazione del «sì». Nel dire l’impronunciabile «no» al «no».

Tutto questo accadeva molto tempo fa. Oggi, il vecchio – vecchio anche di anni, non solo per la tristezza – va ancora a sedersi al Caffè della Fontana, ma è sereno, gli è passata la paura di quelle parole dimenticate che gli uscivano dalla bocca. Osserva la nostra cittadinanza litigiosa come si potrebbe guardare una soap opera in TV o un circo a tre piste o una partita di calcio professionistico.

La nostra lingua è ancora lì, nel suo angolo della piazza, il più lontano possibile dalla sedia del vecchio. Da qualche tempo, lei ha spesso dei compagni, e questi compagni sono immancabilmente molto più giovani di lei, giovanotti di una bellezza fisica quasi oscena. Queste creature byroniane la venerano apertamente, e lei – pensa il vecchio – forse si concede al loro spasimare, in privato, le volte che si allontana per un po’ dalla piazza. I suoi compagni cambiano continuamente. Non si può escludere che la nostra lingua abbia comportamenti promiscui. Può darsi che la sua morale sia fin troppo lasca. Quando gli viene in mente questo pensiero, il vecchio ha l’impressione che sia stato il diavolo a sussurrarglielo all’orecchio. Nessun altro, però, sembra aver avuto quel pensiero: se il diavolo ha sussurrato anche all’orecchio di altri, questi devono averlo liquidato con una scrollata di spalle. Che si comporti pure come le va! Che faccia come le garba! Questa è la mentalità prevalente, al giorno d’oggi. Il vecchio si rende conto di essere in minoranza e tiene la bocca chiusa.

In così tanti anni, non si sono mai scambiati neanche il più frettoloso dei saluti, il vecchio e la nostra lingua. Eccoli lì seduti, in angoli opposti della piazza, lui con la sua sedia di legno, lei su uno sgabellino imbottito, donatole da uno di quei giovani oscenamente attraenti che lei, poi, dopo non molto, ha smesso di favorire, cancellandolo dalla propria mente. Di lui non rimane più nulla, a parte quello sgabello. Di recente, però, il vecchio ha avuto, un paio di volte, l’impressione che lei, la nostra lingua, gli facesse piccoli cenni. Ma potrebbe essersi trattato di un miraggio.

L’eleganza architettonica della piazza è innegabile. La facciata barocca della vecchia chiesa è splendida, e molti degli altri edifici a uso misto affacciati sulla piazza – con negozietti al livello della strada e appartamenti ai piani superiori – sono strutture degne di nota, fatte di pietra dorata, con persiane bordò alle finestre. Sono perlopiù vecchie, le case dorate, e in qualche caso non esattamente ben tenute, ma si reggono, solide, attraenti, con i coppi rossi sui tetti, e conferiscono alla piazza un’aura di grandeur sbiadita, come di nobile decaduta che abbia sperperato il patrimonio di famiglia. A dire il vero, la piazza sembrerebbe appartenere a un contesto più importante di quella piccola cittadina. Sembra quasi presa e trapiantata in blocco da una delle nostre belle città, forse addirittura dalla capitale, distante appena quindici chilometri.

Dirimpetto alla chiesa, sui due angoli della viuzza di ciottoli che sfocia nella piazza, sorgono due strutture che, se fossimo in Italia, potremmo chiamare «logge» – balconate coperte, con arcate e colonnine dal delicato intaglio – e in queste logge il comune ha collocato statue di marmo, imitazioni di statue famose ubicate altrove, copie più o meno riuscite a seconda dell’abilità degli imitatori. Godiamo di questi facsimili come se fossero gli originali. Se il genio latita, la sua imitazione è un surrogato ammissibile. Per il tramite di quelle copie, rendiamo omaggio ai capolavori che non vedremo mai. Tra noi c’è chi arriva a sostenere che gli originali non esistano e non siano mai esistiti, che proprio queste presunte repliche sarebbero i grandi capolavori, e che si debba loro un rispetto corrispondente alla loro grandezza. Questo è uno dei temi di discussione più frequenti, in piazza. La questione resta irrisolta.

(Qui occorre un chiarimento. Non siamo in Italia. Se fossimo in Italia, la nostra lingua, seduta laggiù, sarebbe quella italiana. Assomiglierebbe magari ad Anna Magnani o a Sophia Loren. Ma non è questo il suo aspetto, perché, ripeto, non è italiana, e non è italiana la lingua che noi parliamo. Questa è la nostra lingua, quella che stiamo parlando ora, e noi siamo qui, non lì. Il vecchio in piazza porta un basco, ma questo non vuol dire che sia francese. È uno di noi.)

Ora che ha smesso di provare nostalgia per la pace e la quiete degli anni del «sì», il vecchio ha cominciato a trarre diletto dalla litigiosità dei suoi concittadini. La vanità delle certezze, che danno a chiunque dibatta motivo di insistere con dito ammonitore su una tesi o sull’altra, pare al vecchio la prima fons et origo della commedia. Il fervore con cui molte delle persone presenti nella piazza sostengono opinioni la cui falsità è dimostrabile: il sole, signora mia, non sorge a occidente, per quanto lei si incaponisca ad affermare il contrario, e la luna, caro signore, non è fatta di gorgonzola, e questo non equivale a essere d’accordo con il suo avversario, che la descrive come un elaborato artificio di cartapesta inchiodato in cielo per darci l’impressione di vivere in un universo tridimensionale, fatto di stelle, pianeti e satelliti, invece che su un disco con sopra un gran coperchio, un coperchio simile a un colapasta capovolto, pieno di buchi da cui di notte filtra quella cosa brillante che ci hanno ingannevolmente indotto a chiamare «luce stellare». La piazza è ricolma di insulsaggini come questa, e il vecchio pensa: ma sì, che parlino pure, non fanno male a nessuno, in fondo.

Anche questo tema è oggetto di molte animate discussioni: i concetti erronei sono dannosi per il cervello, per la comunità, per la salute del corpo politico o sono banali errori che vanno tollerati in quanto prodotto di menti semplici? Dato che tutte le persone coinvolte in questa discussione hanno la testa piena di fesserie di ogni tipo, i dibattiti finiscono per non risultare granché fecondi. Il vecchio ha l’impressione che alla fine della giornata la gente se ne torni a casa, ubriaca di vino e di dubbi, sapendone ancora meno che al mattino. In ogni caso, pensa il vecchio, la favella liberata è una gran bella cosa. La nostra lingua, seduta sul suo sgabello imbottito nell’angolo più lontano della piazza con quegli uomini divini ai suoi piedi, è chiaramente più felice di quanto non fosse ai tempi asserviti e acquiescenti del «sì».

Arriva, però, il giorno in cui si presentano dal vecchio, appostato sulla sua sedia di legno, due persone particolarmente polemiche – marito e moglie, a quanto risulta, felicemente sposati da trent’anni – che gli si rivolgono all’unisono: «Non ne possiamo più! Deciderai tu per noi!». Il loro disaccordo, si scopre, è un’inezia. Dove devono andare a trascorrere le loro vacanze estive? Nella isola di A., baciata dal sole e non tanto distante, o nel lontano paese di B., che sarebbe sicuramente una scelta più avventurosa, ma meno riposante. «Non riusciamo proprio a metterci d’accordo» dicono in coro. «Perciò faremo quello che suggerirai tu.»

«Molto bene» dice il vecchio, e con queste due parole abbandona la neutralità di tutta una vita, e la piccola sedia di legno su cui ha trascorso decenni, accontentandosi di osservare il tumulto circostante, diventa – di colpo! – lo scranno di un giudice. «Molto bene» ripete. «In questi tempi faticosi e stressanti, raccomando tanto riposo. Andate ad abbronzarvi sull’isola di A., baciata dal sole.»

Marito e moglie restano lì immobili. Poi si girano e si guardano in faccia. «Assurdo!» esclamano a una sola voce. «Noi vogliamo una vita avventurosa!» E se ne vanno in quel lontano paese di B. Dopo qualche settimana si ripresentano a ringraziare il vecchio per il suo consiglio. Hanno visto enormi coccodrilli, che attaccano svariati bambini ogni anno e se li portano nelle paludi dove poi li sbranano; giraffe che hanno raggiunto altezze da record; axolotl giganti. Hanno sentito parlare lingue che non conoscevano e assistito agli spettacoli più sconvolgenti, una valanga che ha sepolto un intero villaggio e un colpo di stato militare che ha seminato cadaveri per la strada. Per alcuni giorni, nel corso di un safari, si sono entrambi trasformati in ippopotami, ma poi sono ridiventati umani, e gli è stato spiegato che avrebbero dovuto leggere meglio il dépliant informativo per turisti e farsi vaccinare per proteggersi dalle zanzare locali, famigerati insetti che trasmettono molti ceppi del virus della metamorfosi. Dicono: «Fa niente, è stata un’esperienza forte, perciò ne è valsa la pena! Un’esperienza unica! Quanto a rotolarsi nel fango… ci saremmo probabilmente abituati!». Insomma, avevano fatto la vacanza più bella della loro vita.

«Grazie, grazie» dicono commossi, e la loro gratitudine è sincera. Il vecchio fa notare, con pacatezza, che lui aveva consigliato di andare sull’isola più vicina per riposarsi, e loro ridono deliziosamente: «È così che ci regoliamo!» esclamano. «Sempre! Siamo dei bastian contrari! Domandiamo alle persone quello che pensano, e poi facciamo l’opposto. Pensa pure che siamo contorti! Per noi, però, ha funzionato, e siamo felicemente sposati da trent’anni.»

In piazza si sparge la voce: il vecchio seduto sulla sedia di legno al Caffè della Fontana è un giudice che ha la saggezza di un Salomone. Una folla accorre da tutta la piazza per chiedergli altri verdetti. Il vecchio non è mai stato tanto richiesto, in nessuna circostanza della sua lunga e anonima vita. È, lo ammette, un fatto che lo lusinga. Cede.

Chiede ai postulanti di mettersi ordinatamente in fila, dopo di che, ogni pomeriggio tra le quattro e le sei, quando le ore più calde della giornata sono passate, dispensa giudizi, proclamando con un tono di crescente autorità che no, la terra non è piatta, e no, gli immigrati, per la stragrande maggioranza, non sono mostruosi violentatori, non più di voi o di me, e sì, al cento per cento, Dio esiste, così come l’inferno e il paradiso.

La voce si diffonde a macchia d’olio. Nella città vicina si sparge la notizia che nella piazzetta di quella cittadina c’è un sapiente dotato di una profondità che gli permette di risolvere all’istante ogni diatriba. La folla in piazza diventa sempre più numerosa. Ci vuole la polizia per mantenere l’ordine. Ci sono le troupe della televisione. Il vecchio prolunga l’orario delle sue udienze fino alle sette di sera, per poter dirimere più contenziosi ogni giorno (domenica esclusa). Dopo le sette, la seduta è tolta, e lui si rifiuta di rispondere ad altre domande, perché gli piace godersi un’oretta in solitudine, con la sua birra e il suo sandwich. E alle otto, puntuale, lascia il Caffè della Fontana e, strascicando i piedi, se ne va chissà dove.

Si vocifera che i principali esponenti del governo e dell’opposizione starebbero discutendo se presentarsi in visita dal vecchio, per vedere se riesce a risolvere anche le loro divergenze. Per questa gente, però, a sinistra e a destra, è difficile accettare il rischio che il saggio li dichiari in torto. La visita dei politici resta nel novero delle mere ipotesi.

Il vecchio in piazza sta facendo esperienza di una cosa per lui totalmente nuova: la notorietà. Nel gruppo sempre più vasto di bambini e adulti seduti ai suoi piedi, intorno alla sua sedia di legno, nota alcune facce conosciute e capisce che si tratta di alcuni dei giovani bellissimi che fino a poco prima erano tra i più ardenti discepoli della nostra lingua. Quest’ultima, che all’improvviso è quasi sola nel suo angolo della piazza, abbandonata dai sui ex seguaci, che attendono in fila al Caffè della Fontana, non è contenta di questi sviluppi. Annuncia ai suoi due soli discepoli ancora fedeli che quella storia finirà male. Loro la ascoltano con rispetto, ma il suo ammonimento appare dettato dall’invidia. I tempi sono cambiati. La gente, più che della nostra lingua bella e complessa, si interessa delle grandi e raccapriccianti questioni di cosa sia corretto o scorretto. Non siamo più gli amanti della poesia che eravamo in passato, affezionati all’ambiguità e devoti del dubbio, per diventare, invece, moralisti da bar. Il pollice punta verso l’alto? O è voltato verso il basso? Il vecchio in piazza è il nostro arbitro, e i suoi pollici sono diventati questione di interesse nazionale. Ora siamo tutti gladiatori nel Colosseo del Pollice.

La nostra lingua non è interessata al verdetto dei pollici del vecchio (opponibili, ma – almeno per il momento – senza opposizione). Si cura soltanto delle parole dalla bellezza stratificata, delle espressioni raffinate, della sottigliezza di ciò che viene detto e della risonanza di ciò che conviene tacere, dei significati tra le parole e della delucidazione di quei significati, che solo i suoi massimi discepoli sanno offrire. Trova vergognose le dozzinali sentenze del vecchio e ancor più vergognoso il crescente piacere che lui prova nell’essere accolto come giudice di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, di cosa è così e di cosa è cosà. Un tempo rideva della vanità delle certezze, dell’ostinazione degli sciocchi e delle enfatiche affermazioni degli svitati. Ora è lui il dispensatore di certezze prive di sfumature, e diventa ogni giorno più vanitoso.

Il tema delle frontiere è da molto tempo assai controverso da queste parti. Nella storia recente, l’introduzione di confini sul nostro territorio a opera di ignoranti forestieri è stata causa di tanto dolore e gravi lutti. Nella nostra mente, le parole «confine» e «ignorante» sono inestricabilmente connesse. Nelle rare occasioni in cui abbiamo provato a superare uno dei pochi checkpoint che ora esistono lungo la nostra frontiera intrisa di sangue, o siamo stati respinti o, se lasciati passare, siamo finiti, dall’altra parte, tra le grinfie degli spacciatori di valuta contraffatta, che ci sapevano incapaci di distinguere la valuta falsa da quella autentica. Nella nostra mente, i termini «confine» e «valuta falsa» sono inestricabilmente connessi.

Ci sono, naturalmente, molte frontiere oltre a quelle che ci separano dai nostri vicini, trasformandoli in nostri nemici. C’è una frontiera invisibile tra ciò che noi, come individui o come gruppi, consideriamo accettabile e ciò che si colloca al di là di quella linea, nel dominio dell’inaccettabile. Quella frontiera è disseminata di pericolose mine antiuomo, e la maggior parte di noi non osa neanche avvicinarsi. C’è poi anche la frontiera invisibile fra azione e contemplazione. Ci sono quelli che fanno e quelli che li guardano. Il pubblico è qui seduto; il palcoscenico è laggiù. La quarta parete è una forza poderosa.

Il vecchio della piazza ha un bel ricordo delle proprie esperienze a teatro, ma non gli è mai venuto in mente di arrampicarsi sul palco e, in quei momenti d’avanguardia in cui gli attori sono scesi in platea, è sempre rimasto deliziosamente scioccato, in una maniera un po’ rétro. Tempo fa, da giovane, andò a vedere uno spettacolo in cui un attore, fingendosi spettatore, se ne stava seduto in prima fila per tutto il primo atto. Nell’intervallo tra il primo e il secondo atto, un telefono cominciava a squillare sul palco senza che nessuno rispondesse, e a un certo punto il finto spettatore saliva sul palco per rispondere. (Era sua moglie.) Mentre questo attore era sul palco, al telefono, cominciava il secondo atto, e lui si ritrovava intrappolato nella commedia. Al vecchio questa trovata parve deliziosa: assolutamente implausibile, ma stupenda a vedersi. Non aveva mai pensato di poter diventare, un giorno, colui che rispondeva al telefono tra un atto e l’altro. Non si era mai sognato di poter diventare lo spettatore intrappolato nella commedia.

Ora che ha varcato quel confine, si è calato con gioia nel suo nuovo ruolo. Non ha nulla contro le frontiere in quanto tali. Anzi, ha cominciato a considerare doveroso da parte sua definire nuove zone di ammissibilità, separando gli atteggiamenti inaccettabili e raccogliendoli nella categoria delle Cose Proibite, mentre gli atteggiamenti ammissibili restano qui, tra noi, nella libertà del nostro paese indubitabilmente libero. Non vuole più limitarsi a rispondere semplicemente a domande binarie, sì o no, bensì cerca di determinare quale delle parti in conflitto sia la più virtuosa, per dare la palma del suo favore a chi ha condotto una vita più lodevole. Nasce addirittura il sospetto che in molte occasioni egli deliberi a vantaggio di un querelante, che è chiaramente in torto, soltanto perché il suo avversario risulta aver avuto un’esistenza meno retta. Insomma, il vecchio diventa giudice non solo in tema di diritto, ma anche di rettitudine. Alcuni di noi sono preoccupati da questo sviluppo, ma nessuno è disposto a manifestare i propri timori, per via della grande popolarità del vecchio.

La nostra lingua langue nel suo angolo, turbata. Prova a far presente che il vecchio ci sta forse conducendo verso una nuova età del «sì», in cui sempre più parole potrebbero essere vietate. Questa è giustizia di frontiera, avverte. Ricordatevi delle mine antiuomo. State alla larga.

E rivela di essere preoccupata anche per sé. Da quando la conosciamo, è sempre stata esuberante, piena di energia, vivace, la migliore delle lingue, ma ammette di aver cominciato, ultimamente, a non sentirsi troppo bene. Certi giorni è febbricitante; altre volte ha disturbi e dolori. Spera che non sia nulla di grave. Potrebbe essere soltanto un effetto dell’età che avanza, perché pur presentandosi giovanile e bella – ci ringrazia per questi complimenti sul suo aspetto! Si mostra riconoscente per il nostro apprezzamento! – è senz’altro una lingua molto vecchia, una delle più vecchie e ricche, anche se lei preferisce non ostentare la sua ricchezza, non ambisce a un trono su cui sedersi e si accontenta del suo semplice sgabello imbottito. Ma è comunque la nostra lingua e, quindi, ritiene sia suo dovere informarci sulle sue condizioni di salute. Teme di essere in declino. È addirittura possibile – anche se per lei è difficile ammetterlo, persino con se stessa – che sia destinata a morire.

Nessuno la ascolta.

A nessuno interessa.

E allora, a un certo punto, si alza in piedi, come solo un’altra volta è accaduto, e lancia uno strillo. Uno strillo ancora più acuto del precedente. Che si innalza sempre di più oltrepassando le capacità uditive umane. In quel momento, tutte le finestre delle case affacciate sulla piazza vanno in frantumi, e cade una pioggia di schegge che feriscono tanta gente, nella piazza affollata, e queste ferite suscitano altrettanti strilli. Si tratta di strilli di un ordine inferiore, rispetto allo strillo d’angoscia lanciato dalla nostra lingua, e non rompono niente.

Vediamo la nostra lingua eretta, con la bocca aperta, ma non riusciamo a sentire il suo strillo, giunto a un tale livello di intensità da crepare i coppi sui tetti e persino la pietra di cui sono fatti i palazzi. Una delle statue delle logge, un’elaborata copia di un originale che si trova in Vaticano e che raffigura il sacerdote troiano Laocoonte con il capo cinto di feroci serpenti, esplode in centomila frammenti.

Ma crollano, quei palazzi a uso misto? E le logge finiscono tutte in macerie? La piazza ne è demolita?

No, questo non si verifica. Malgrado tutti i nostri difetti, non siamo creature melodrammatiche. Preferiamo il dramma, puro e semplice.

La piazza, quindi, resta in piedi. Ma le crepe ci sono. Le vediamo tutti. I palazzi sono fissurati dal tetto alla strada. Le tegole cadute, le persiane bordò che penzolano storte. Questa è la verità. La piazza è rovinata, e noi, forse, anche.

Intanto, lei è ancora lì in piedi, la nostra lingua, a gridare il suo grido silenzioso. E al Caffè della Fontana il vecchio sente che alle sue parole sta succedendo qualcosa. Gli si stanno prosciugando. Si ritirano sempre di più in fondo alla bocca, per rituffarglisi giù per la gola e finire dissolte dai vari succhi gastrici che si trovano laggiù. C’è una folla che attende di sentire quel che lui ha da dire, ma lui non ha più parole.

Le persone che affollano la piazza sono contrariate. Vogliono quello per cui sono lì – essere giudicate – e aprono la bocca per protestare contro il vecchio che non sa più pronunciare i suoi verdetti. Ma le parole con cui protestare non ci sono più. Tutti si volgono verso l’angolo occupato per tanto tempo dalla nostra lingua, la lingua che negli ultimi tempi hanno completamente ignorato, e vedono che ha raccolto le sue vesti e lascia la piazza, abbandonando per sempre l’angolo che era suo da tempo immemorabile. Tiene la testa alta, la nostra lingua, e se ne va. Dopo la sua dipartita, nessuno in piazza è più in grado di parlare. Le bocche emettono suoni, ma sono suoni informi, privi di significato. Il vecchio si alza impotente dalla sua sedia di legno, con la birra in una mano e il sandwich nell’altra. Protende le braccia verso la folla, come se volesse offrire il sandwich e la birra, Tutti gli volgono le spalle e si allontanano. È ridiventato quello che era un tempo: un vecchio insignificante.

Ora, non è chiaro quel che si debba fare. Che ne sarà di noi? Non abbiamo idea di come procederanno le cose.

Le nostre parole non ci aiutano.

© Salman Rushdie 
Used by permission of The Wylie Agency (UK) Limited

ARTICOLO n. 68 / 2021

UNA STAGIONE ALL’INFERNO

Traduzione di Carlo Vidotto

Nel suo capolavoro in forma di confessione, Una stagione all’inferno, Arthur Rimbaud rivela la formula per la trasformazione alchemica dell’anima, pur riconoscendo nel contempo la futilità della sua messa in atto. Nessuno più del poeta stesso potrebbe esigere un’analisi più brutale di questo scarto sublime di coscienza irradiata.

Nel suo personale giardino del Getsemani Rimbaud è a un tempo salvatore e traditore, tende una mano mentre ritrae furtivo l’altra. Sputa su fogli d’oro, sputa di quei veli osceni su cui giacque con l’angelo caduto, Verlaine. Osserva i suoi antenati; deplora i suoi antenati. Alle prese con la guerra civile della sua personalità, supplica amaramente di essere buono, ma non riesce. Deride la sua inventiva, il suo sfinimento, il suo cuore fiorente. Ma non credete! Non è una posa; è uno smarrimento. Ha diciannove anni e all’interno della sua cosmologia rose ed escrementi oltraggiano allo stesso modo. Mentre rotola nel piscio e tra le spine si oltraggia consapevolmente. È Amleto, butta lì soliloqui abbaglianti come non fossero altro che mugugni di collera. Essere consumato, spremuto: è il suo sogno. E come potrà consumarsi? Rimbaud conosce fin troppo bene la spiacevole risposta.

L’alchimista è tenuto a discendere in se stesso, in un viaggio più terrificante dell’attraversamento del White Pass o dell’ascesa alle vette immense e tragiche del Bhutan. Solo navigando il caos del suo essere Rimbaud può iniziare a definire questa piccola guida profana. È un’eruzione di promesse! Sussulta mentre scrive, mutando le pelli in maniera superba e oscena. Travolto da un’onda di nulla, è come un vecchio che non sa più distinguere le lacrime dalle risa. Parla di abbandonare tutto, e infine lo fa, in accordo con chi si confessa, si volta e poi dà alle fiamme le proprie poesie, per purificarsi nel fuoco della sua stessa follia. Acceso dai fuochi d’artificio della sua disperazione, ci strema di bellezza, ma è anche la giovinezza sferzata, una ienaecc. Dà voce ai bastioni dell’anima assediata. Ciò di cui ha più paura è che Dio lo giudichi un impostore. 

Una stagione all’inferno gli ha portato nient’altro che miseria. E in compagnia della miseria lo troverete, mentre, con tutte le sue contraddizioni intatte, calpesta le fogne luminose del proprio sistema circolatorio. Una volta distillato il suo inferno – rubini sparpagliati in luoghi impervi – egli arriva, col suo passo pesante e demoniaco, e si prostra ai cancelli del paradiso. Pensate a me, lamenta – e noi dobbiamo farlo – immergendoci in una relazione infinita. Noi preghiamo per lui, gli offriamo amore. La storia lo acclama, gli offre l’alloro. La pietà canta di lui, gli offre assoluzione. Arthur Rimbaud, con la sua duratura sofferenza, ha ottenuto in ultimo il favore di Dio. 

Introduzione a Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno, tr. it. il Saggiatore, Milano 2021.

© 2011 by Patti Smith. Reprinted by permission of New Directions Publishing Corp.

ARTICOLO n. 67 / 2021

SCRIVERE L’APOCALISSE

Giorgio Manganelli l’aveva a suo tempo spiegato: «La parola stessa, “Apocalisse”, pare essersi staccata dal libro che designa, come una delle belve volanti che lo affollano, e si muove nel nostro cielo con un messaggio ferreo e angoscioso, è una belva dell’intelligenza, non cerca di colpire le nostre carni, ma introdurre nella nostra mente una immagine rovinosa e sacra, il sigillo di una catastrofe che non è biologica, né ecologica, né nucleare, né epidemica: è l’idea della fine come significato, della morte totale di questo mondo come atto dotato di senso, anzi idoneo a conferire senso a tutto ciò che, fino al momento finale, si vestiva dei panni fastosi della “storia”». 

È il passaggio forse più intenso e vorticoso dell’abbagliante introduzione vergata dall’autore di Letteratura come menzogna per un’edizione oggi introvabile del libro dell’Apocalisse, arricchito dalle xilografie del grande Albrecht Dürer. La pervasività che l’apocalisse ha da sempre registrato nell’immaginario degli scrittori sarebbe dunque legata, a detta di Manganelli, all’idea della fine come atto corredato di senso, in grado di trasmettere tale significato a quello che continua a sembrarci, nonostante tutto, scandalosamente insensato, ossia al momento estremo della Storia, a quell’attimo ferale in cui calerà risolutivamente il sipario sulle nostre spoglie mortali. 

Si tratta, insomma, di una sorta di legittimazione logica. Da qui, probabilmente, il fascino che sprigiona ogni crepuscolo, come rilevava Borges: «Perché ci attrae la fine delle cose? Perché più nessuno canta l’aurora e non v’è chi non canti l’occaso? Perché ci attrae più la caduta di Troia che le vicissitudini degli Achei? Perché istintivamente pensiamo alla sconfitta di Waterloo e non alla vittoria? Perché la morte ha una dignità che la nascita non possiede? Perché la tragedia gode di un rispetto che la commedia non ottiene? Perché sentiamo che il lieto fine è sempre fittizio?». 

Se il lieto fine risulta ingannevole, artefatto, simulato, tremendamente svenevole, il finale tragico ha invece un che di irresistibile e insieme irriducibile, di misteriosamente attraente: esso è l’accordo non risolto in musica che scongiura la più banale armonia empatica, che mette in scacco l’eufonia dei destini e dei sentimenti. 

Il finale tragico piomba alla stregua di un meteorite inarrestabile. A maggior ragione, aggiungiamo noi, quando la parola fine fa rima con catastrofe, sciagura, calamità indifferibile. Il disastro conclusivo ai danni dell’uomo e della natura dove abita, del resto, nel tempo ha attecchito come l’edera nelle opere di diversi autori. Con una progressione inquietante, in ragione probabilmente del grido d’allarme che da più parti si è alzato, e che adesso, trasmutatosi in consapevolezza seppure tardiva, tallona le nostre coscienze. 

Anche se eravamo stati avvisati: dalla sacra scrittura per esempio, sulla base della quale sappiamo già che, a ridosso della fine dei tempi, le acque diventeranno «amare», le creature dell’oceano periranno, si abbuieranno la luna e le stelle e infine il sole, arroventatosi ormai parossisticamente, incenerirà l’umanità l’intera. È chiaro come questo passaggio della Bibbia abbia già a suo tempo enfatizzato la responsabilità umana per la degradazione ecologica, la sua rassegnazione dinnanzi alla catastrofe ambientale, annunciandone oltretutto un’imminente punizione. Lo ha spiegato di recente Carla Benedetti col suo La letteratura ci salverà dall’estinzione: si è creduto che la natura, a lungo avversaria dell’uomo, sarebbe stata ammaestrata dalla nascente tecnologia, della quale sarebbe inevitabilmente diventata serva. In realtà stanno da tempo davanti ai nostri occhi gli esiti effettivi e nefasti di tale convinzione, pur non provocando la reazione adeguata, l’unica possibile: cioè quella di cambiare definitivamente rotta, di non perpetrare, in merito soprattutto alle scelte politiche, l’ennesimo fallimento (Glasgow docet).

Ma torniamo a Manganelli: l’apocalisse è innanzitutto il sigillo di una catastrofe tout court, prima di essere biologica, ecologica, nucleare, epidemica. Certo, ne sappiamo di più oggi, viene da dire, riguardo alla distruzione infettiva: gli uomini si isolano gli uni dagli altri, come aveva messo già in evidenza Elias Canetti in Massa e potere; non c’è miglior modo di difendersi che scongiurare l’avvicinamento perché chiunque potrebbe farsi latore del contagio. C’è chi fugge dalla città, chi si chiude in casa: ognuno schiva l’altro. È il disastro della socialità, il naufragio del vivere in comune. 

A proposito poi della calamità nucleare, sempre Canetti aveva rilevato (riferendosi al disastro di Hiroshima) un aspetto generale, di natura assai inquietante e paradossale: forse solo nella loro massima sventura ci è possibile capire intimamente gli uomini. «È soprattutto la sventura – si chiedeva l’autore di Autodafé – ciò che ci accomuna?». 

Ne era convinto Guido Morselli: «Soffro, dunque sono» è del resto la massima emblematica, l’epigrafe totale della sua produzione, vergata dall’autore di Roma senza papa il 24 novembre 1950. Il più alto addensamento immaginabile, nell’epidermide di uno stringato e tagliente aforisma (ricavato da Cartesio). «Soffro, dunque sono»: Morselli scrive questa dolente verità nel periodo in cui sta leggendo non a caso Il libro di Giobbe, cui dedicherà il capitolo più intenso del suo saggio intitolato Fede e critica (1977), messo assieme tra il 1955 e l’anno successivo, dando in un certo senso ordine e completezza a materiali e chiose raccolti appunto in anni antecedenti. 

La sofferenza, lo sa bene Morselli, è legata al prevalere del negativo sul positivo. Come viene fuori dal bilancio approntato dal protagonista di Dissipatio H.G., un ipocondriaco esponenziale, un inguaribile fobantropo che la notte favolosa tra il I e il 2 giugno di un anno imprecisato decide di farla finita: tale negativo ha «una prevalenza del settanta per cento. Motivazione banale, comune? Non ne sono certo». 

Siamo a Crisopoli, città dell’oro: il suicidio programmato non va a buon fine ma, nel frattempo, è accaduto qualcosa di inatteso e colossale. Il protagonista infatti, ironico e spietato alter ego di Morselli che voleva annegarsi nel laghetto di una caverna, cambia idea alla fine e ritorna sui suoi passi, ma non incontra più anima viva per strada, le edicole sono chiuse, non ci sono treni sui binari. «Tentavo di realizzare la situazione, più specialmente la mia, senza allarmismo, senza illazioni fantasiose. Questa non è l’Antartide, è un fondovalle dove si accalcano quattromila individui». La città con la più alta concentrazione di ricchezza che si conosca adesso risulta deserta, immersa in un «silenzio cimiteriale». 

L’idea di un’apocalisse inevitabile aveva già sfiorato Morselli, poco prima di mettere mano al romanzo in questione. Un’idea che si può dire di matrice leopardiana: del Leopardi, beninteso, avverso alle «umane sorti e progressive» (al cui magistero si sono abbeverati non pochi autori, nel Novecento), autore tra l’altro di due dialoghi significativamente apocalittici: quello di un folletto e di uno gnomo, dal quale si affaccia un mondo deserto, in cui non c’è più traccia del genere umano; e quello che vede confrontarsi Atlante e Ercole: quest’ultimo si accorge che la Terra si è fatta particolarmente leggera e silenziosa, immersa in un torpore simile alla morte. 

Torniamo a Morselli: della sua idea di un’inevitabile, antimoderna, apocalisse, c’è traccia in due pagine del diario, all’altezza cronologica del 26 febbraio 1969: «L’umanità deve finire in una disastrosa apocalisse. Scienza e religione, e del resto anche gli ignari dell’una e dell’altra, concordano in questa previsione catastrofica. (Fanno eccezione soltanto i filosofi; il loro professionale ottimismo non si occupa che del progresso di questo ottimo fra i mondi possibili: non ammette di occuparsi della sua fine). Dunque scomparsa catastrofica e più o meno rapida e improvvisa, della nostra razza, vuoi per cause naturali, ci si immaginava sino all’estate 1945, vuoi per cause artificiali, ossia prodotte dalla forza distruttiva scatenata dall’uomo stesso». 

In realtà questa è l’idea corrente, particolarmente legata alla contingenza storica del secondo conflitto mondiale: il 1945 è l’anno in cui vengono sganciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Ma Morselli la pensa in maniera diversa: «Per conto mio, direi invece che l’uomo non è destinato a vedere la propria fine. Non precisamente che io condivida la tesi degli idealisti moderni (la razza umana eterna in quanto di fatto identificata con l’eterna Idea, con lo Spirito). Direi che la fine della nostra razza sarà registrata, a modo loro, dai nostri successori. Ossia dalle scimmie. O dai successori di queste, mammiferi inferiori. Perché (ed è strano che nessuno ci abbia pensato, col chiacchierare che pur si è fatto di “ritorni”) l’evoluzione non è un processo ascendente all’infinito, non è un meccanismo che debba seguitare per sempre, a meno che non si ammetta, appunto, che percorra una parabola, nel senso matematico del termine. E che a un certo momento non volga “all’ingiù”. Non si trasformi in involuzione. È l’ipotesi più giudiziosa, come la più normale».

Qui lo scrittore mostra senza infingimenti il suo sembiante anti-darwiniano: l’umanità regredirà progressivamente, una sorta di sindrome del gambero costringerà l’uomo a ripercorrere all’indietro le tappe del suo glorioso cammino: «Secondo questa ipotesi, niente catastrofe finale per chiudere la carriera dell’homo sapiens, o oeconomicus (o comunque si scelga, fra i tanti appellativi che si è inventato). […] Un bel giorno, senza che nessuno se ne accorga, né abbia più voglia o attitudini per rifletterci e impressionarsene, ci rimetteremo a camminare a quattro zampe. Potrebbe essere il ritrovamento dell’età dell’oro. Poi scenderemo ancora, ci sorprenderemo (per modo di dire) a strisciare per terra: rettili. Il mare primordiale ci aspetta, o piuttosto, i laghi o le paludi o le lagune, che nel frattempo si saranno redenti dalle nostre perfide polluzioni. Da ultimo, i protozoi, e le “macromolecole”. Qualche cosa degli antichi istinti (umani) sornuoterà? È probabile o se non altro possibile, così come oggi c’è abbastanza dell’animalesco, residuo, in noi. Saremo tutti solo lucertole, ma qualcuna di quelle lucertole, presa da ataviche nostalgie estetiche, indugerà amorosamente al sole sui muri scrostati dove qualche milione di anni prima c’era la Cappella Sistina. […] Perché no? (Mi accorgo di essere, in fondo, ottimista anch’io)». 

È un vero e proprio apologo infarcito di tragica ironia: l’umanità non avrà la possibilità di assistere alla propria fine. Sadico, Morselli nega all’uomo il podio sospirato. Nessuna onorificenza a fine «carriera». Da quadrupedi a rettili a macromolecole: al diavolo il progresso, la sopravvivenza e il benessere della razza umana sulla terra. Sarebbe, quella preconizzata da Morselli, un’età dell’oro sui generis: quanto meno, a unico senso, relativamente alla duplice metamorfosi immaginata da alcuni filosofi: l’uomo che può trasformarsi in animale e viceversa, senza posa e senza limiti. Qui l’uomo abbandonerebbe la scena definitivamente, ripercorrerebbe all’indietro le tappe del suo cammino evolutivo. Il miracolo stupefacente della civiltà si sbriciolerà rovinosamente e dell’uomo non rimarrà traccia alcuna. Forse sopravvivrà la larva di un sentimento, l’ombra di un empito estetico. L’autore di Fede e critica qui sbandiera trionfante il suo umorismo, si fa vessillifero di un grottesco antiumanesimo.

Quest’idea apocalittica Morselli la innesta nel suo Dissipatio H.G.: «La fine del mondo? Uno degli scherzi dell’antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli. Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima ma non che possano finire dopo di noi. […] Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro». 

In Dissipatio H.G. l’apocalisse silenziosa è oramai compiuta, avendo però risparmiato un unico essere umano, il quale inizialmente stenta a prendere atto della sparizione del genere umano. Ma di questa latitanza la natura non può che gioire: gli animali sembrano riappropriarsi dei loro spazi senza gli antichi timori. E questo, agli occhi del protagonista, si staglia come la prova che l’evento non sia una chimera, un’invenzione, un sogno. In mezzo ai binari scorge sfilare una famiglia di camosci: due femmine, un maschio e i cuccioli. Ma non è l’unico segno di buon auspicio: gli uccelli fanno baccano, si sono moltiplicati, si vedono le strigi, i gufi, gli allocchi e le civette (è, del resto, quanto abbiamo registrato di recente grazie al lockdown imposto per via del Covid: si è saputo di caprioli che osservavano straniti le vetrine dei negozi del centro in un paesino della pianura piemontese, di lupi stiracchiati sui marciapiedi, di aquile reali sui cieli di alcune metropoli). «L’istinto li avverte di una novità in cui certo non speravano: il grande Nemico si è ritirato. Non ci sono più fumi nell’aria, a terra non ci sono più puzzi e frastuoni. (O genti, volevate lottare contro l’inquinamento? Semplice: bastava eliminare la razza inquinante)». 

Forse l’umanità tutta (tranne uno) è scomparsa perché non ha osservato le leggi della madre Terra? Perché ha diffuso nell’aria fumi, puzzi, ha riempito il mondo di frastuoni? Se la letteratura non ci salverà dall’estinzione, per dirla con Benedetti, soltanto l’estinzione dell’uomo, sembra incalzare Morselli, potrà salvare il nostro pianeta. Non sappiamo se la silenziosa apocalisse che si è consumata a Crisopoli da cosa sia stata generata: verrebbe da pensare a un disastro inevitabile. 

Come quello che prova a immaginare Primo Levi ragionando sugli scarabei, sulla loro diversità irriducibile rispetto a noi umani. Nel caso di una catastrofe nucleare, rivela il chimico scrittore, questi coleotteri sarebbero i migliori candidati alla nostra successione grazie alle mirabili capacità di adattamento a tutti i climi che hanno dimostrato, colonizzando tutte le nicchie ecologiche e mangiando ogni cosa (alcuni di essi sono in grado, si meravigliava lo stesso Levi, di perforare pure il piombo e la stagnola). «Da quando il pianeta sarà loro, dovranno ancora passare molti milioni di anni prima che un beetle particolarmente amato da Dio, al termine dei suoi calcoli, trovi scritto sul foglio, in lettere di fuoco, che l’energia è pari alla massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce». 

ARTICOLO n. 66 / 2021

ESISTE IL NUOVO CINEMA ITALIANO?

Nuovo cinema italiano

Nel corso degli ultimi cinque anni a quasi tutti i registi e sceneggiatori italiani, soprattutto a quelli più giovani, è stata fatta la stessa domanda: «Il nostro cinema è cambiato?». Alcuni hanno risposto in modo approfondito e sincero; altri hanno evitato, e altri ancora, invece, sono stati lapidari. Sì, no, forse. Chi lo sa. Qualcuno ha azzardato: il cinema italiano non cambierà mai. 

Quando parliamo di rivoluzione interna dell’industria, scegliamo gli ultimi cinque anni come periodo di riferimento per un motivo particolare. Perché cinque anni fa – quasi sei, in realtà – in sala sono arrivati dei film che hanno cambiato – anche se per pochissimo – l’equilibrio del nostro cinema: Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari; Veloce come il vento (2016) di Matteo Rovere; Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) di Gabriele Mainetti e Suburra (2015) di Stefano Sollima. 

Tre di questi film sono ambientati tra Roma e la sua periferia, uno è ambientato in Emilia. In Non essere cattivoLo chiamavano Jeeg Robot e Suburra si sono fatti notare due degli attori più famosi e seguiti degli ultimi anni: Luca Marinelli e Alessandro Borghi. E in Veloce come il vento ha fatto il suo esordio Matilda De Angelis, comparsa anche nella serie internazionale The Undoing. Quando questi film sono stati distribuiti, l’età media dei registi era di circa 45 anni, e anche questa è stata una novità piuttosto importante per l’ecosistema italiano.

Ovviamente non è stato un cambiamento radicale. Nei mesi e negli anni precedenti, altri film hanno preparato il terreno. Uno su tutti: Smetto quando voglio (2014) di Sydney Sibilia, all’epoca poco più che trentenne. Questi quattro film hanno in comune un’altra cosa: raccontano tutti, ognuno con le dovute differenze e con le proprie caratteristiche, storie di genere. 

Il genere all’italiana

Il genere, in Italia, non è mai scomparso veramente. Ma nel 2015 (e nel 2016) l’arrivo di questi film l’ha riportato alla ribalta. A parte Lo chiamavano Jeeg Robot, che è un film che contiene elementi fantastici, un altro punto in comune tra questi titoli è l’estremo realismo presente sia nelle immagini, sia nella costruzione del racconto. In questi film si muore, si soffre e soprattutto si affrontano i problemi di ogni giorno: debiti, dolore, malattia, povertà, droga, corruzione. 

Ognuno di questi film prende una strada diversa, è vero. Ma nonostante l’assenza di un vero coordinamento e di una regia a monte sono comunque riusciti a portare una ventata di novità e di speranza nell’industria italiana. C’è stata poi l’incapacità del sistema di approfittarne, e di innalzare questo nuovo sentimento a un altro livello (non ci sono stati sequel, per esempio; e chi ha provato a utilizzare il genere non è stato in grado di ripetere gli stessi risultati, con lo stesso apprezzamento di pubblico e di critica). Questo, però, è ancora un altro elemento, che approfondiremo a breve. Per ora, soffermiamoci su una riflessione più ampia: quella sul nuovo cinema italiano.

«A che ora è la rivoluzione?»

Prima di tutto: è mai esistita? Alla fine, questa rivoluzione è andata in porto? Risposta breve: in parte. Gli autori e gli attori di questi quattro film hanno avuto un momento di estrema visibilità, e sono andati avanti con le loro carriere. Ma molte delle novità che hanno introdotto si sono perse, e l’Italia – intesa come cinema e come industria – è tornata a un approccio più autoriale: con una figura unica al centro di scrittura e regia, e con una diversificazione molto limitata tra le produzioni.

Tutto è cominciato con Non essere cattivo di Claudio Caligari, presentato in anteprima alla 72° Mostra d’arte cinematografica di Venezia. Il percorso intrapreso da Caligari, dagli sceneggiatori, Francesca Serafini e Giordano Meacci, e dai produttori, tra cui Valerio Mastandrea, è stato un percorso piuttosto atipico: fatto di tantissime rinunce, di tantissimi sacrifici e di un’alchimia straordinaria tra il regista e gli interpreti principali, Luca Marinelli e Alessandro Borghi. 

Con Non essere cattivo è nato un fortissimo sodalizio tra cast tecnico e cast artistico, e ancora oggi, a distanza di anni, è possibile ritrovarli insieme in attività, incontri e su altri set (Marinelli ha collaborato nuovamente con Serafini e Meacci per Principe Libero nel 2018). La trama di Non essere cattivo si concentra su due amici che provano a resistere e a sopravvivere, sul loro rapporto, sulle difficoltà che devono superare e sulla decisione – presa da uno dei due – di voltare pagina. È un racconto estremamente potente e tra i più belli del cinema italiano contemporaneo. 

Suburra di Stefano Sollima ha fatto un’altra cosa: ha preso Roma e ne ha mostrato i lati più oscuri, tra criminalità e politica. Anche qui uno dei protagonisti è interpretato da Alessandro Borghi, affiancato da una bravissima Greta Scarano e da un cast di prim’ordine (su questo, però, torneremo più avanti). Il tema principale del film non è la profondità della corruzione e del malaffare nell’amministrazione della capitale e nel Vaticano (sì, si parla anche di Vaticano). Sono i rapporti di potere. Sollima, dopotutto, li ha sempre raccontati: a partire da Romanzo Criminale (2008), primissima serie tv di Sky, altra rivoluzione made in Italy.

Le persone, in Suburra, sono appunto persone: non sono personaggi di un poliziottesco piatto e prevedibile; non sono solo luoghi comuni e cliché. In Suburra c’è la complicatezza della vita quotidiana: l’imprevedibilità delle scelte e le incredibili conseguenze che possono avere. Il più forte mangia il più debole: ma il più debole, a volte, riesce ad avere la meglio sul più forte. E anche questa è una delle lezioni contenute nel film di Sollima.

Veloce come il vento di Matteo Rovere è arrivato come un fulmine a ciel sereno: un film di corse, con riprese dal vivo su piste vere, con due personaggi interessanti e mai banali, che ha messo d’accordo pubblico e critica. Stefano Accorsi ha uno dei ruoli più belli della sua carriera; e Matilda De Angelis, che canta anche la canzone dei titoli di coda, Seventeen, dà una grandissima dimostrazione del suo talento. Rovere, come pochi altri registi, ha saputo lavorare con i suoi attori, e ha soprattutto saputo su quali elementi e su quali spunti insistere. 

Il mondo di Veloce come il vento è un mondo sospeso, e tuttavia estremamente credibile. Anche qui, come in Non essere cattivo, gli sceneggiatori hanno giocato un ruolo fondamentale: Rovere ha firmato la storia con Filippo Gravino e Francesca Manieri, ed entrambi in questi anni sono diventati due delle firme più cercate e apprezzate dell’ambiente, dai lungometraggi alla serialità televisiva.

Lo chiamavano Jeeg Robot è stato, tra questi film, quello più inatteso e sorprendente. Gabriele Mainetti e lo sceneggiatore Nicola Guaglianone hanno creato una storia semplicemente unica. Di più: hanno plasmato un cattivo iconico, così particolare e innovativo da diventare uno dei personaggi più amati dal grande pubblico nel giro di pochissimo tempo: Lo Zingaro, interpretato da Luca Marinelli. Claudio Santamaria è il protagonista, ed è lui a dover rispondere alla chiamata dell’eroe. Ilenia Pastorelli ha un altro ruolo molto importante: è quasi una guida.

Ma Mainetti e Guaglianone non si sono limitati a giocare con i generi, a costruire un nuovo immaginario; sono andati oltre, hanno reso appassionante un tipo di storia fino ad allora piuttosto inedito tra le produzioni italiane, e hanno valorizzato al massimo i loro attori. Mainetti, in particolare, ha trovato il suo posto e la sua visione. Lo chiamavano Jeeg Robot è stato il suo primo film, e fino alla fine, fino all’ultimo giorno in sala, è sembrato una promessa: questo è solo l’inizio. E in un certo senso sì, è stato proprio un inizio. Perché Lo chiamavano Jeeg Robot, più degli altri tre film, è stato in grado di richiamare una parte di pubblico riportandola al cinema. Ma tanto è stato sufficiente?

Non ci sono solo protagonisti

Abbiamo parlato dell’importanza degli sceneggiatori e della divisione necessaria tra la figura del regista-autore e quella dello scrittore. Ma c’è anche un’altra cosa che questi quattro film, così “nuovi” per il panorama italiano, hanno fatto. Hanno dato spazio e spessore ai personaggi secondari. 

Da Non essere cattivo a Lo chiamavano Jeeg Robot, ogni sequenza e ogni battuta hanno il loro ruolo e ogni personaggio che compare in scena è un personaggio memorabile, da ricordare. Con Lo chiamavano Jeeg Robot è stato particolarmente evidente, per la bravura e il talento di Luca Marinelli. Ma vanno citati anche: Antonia Truppo, Ilenia Pastorelli e Salvatore Esposito nel film di Mainetti; Silvia D’Amico e Roberta Mattei in Non essere cattivo; Paolo Graziosi e Mattei, di nuovo, in Veloce come il vento; Claudio Amendola, Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Adamo Dionisi e Giacomo Ferrara in Suburra.

Insomma, in questi quattro film il lavoro della regia e della scrittura è stato così profondo ed efficace da rendere ogni cosa, anche la più piccola, necessaria e determinante. Per il cinema italiano, questa non è sicuramente una novità. In passato è successo altre volte, certo. Ma un allineamento così forte di intenzioni e di punti di vista è, a suo modo, abbastanza unico. E va tenuto in altissima considerazione. Anche perché non stiamo parlando di film particolarmente ricchi, con super budget o con il sostegno deciso di grossi distributori. Parliamo di progetti pensati e scritti per bene, con una loro identità, con una loro forza, capaci di attirare e di tenere insieme talenti. E nient’altro. Ma cosa hanno fatto, alla fine, questi film?

Il vero cambiamento

Sono riusciti ad appassionare il pubblico; sono riusciti, soprattutto, a superare le dinamiche classiche della promozione, e a essere spinti dal passaparola. In alcuni casi, come in quello di Non essere cattivo e di Lo chiamavano Jeeg Robot, ci siamo ritrovati davanti a dei cult istantanei, ancora oggi apprezzati e consigliati dagli spettatori. Ma c’è stato anche un intervento deciso, da non dimenticare, da parte di chi si occupa della promozione. O meglio: di chi cura i materiali come poster, teaser e trailer. 

Federico Mauro e la società Vertigo, per fare un esempio, hanno giocato – anche perché liberi dai soliti dettami delle distribuzioni – con film come Veloce come il vento, e hanno usato Lo chiamavano Jeeg Robot per fare qualcosa di più: per raccontare la loro storia. I trailer, per la prima volta, non sono stati solo e semplicemente dei biglietti da visita: hanno creato e alimentato l’eccitazione e la curiosità del pubblico; sono stati, a loro volta, dei piccoli momenti rivoluzionari. Ogni nuovo contenuto ha fatto la differenza: ed è stato atteso, ripreso, condiviso.

Attenzione, però: se questi quattro film sono andati bene, e hanno incassato e sono piaciuti così tanto, non è stato merito unicamente delle distribuzioni e di chi ha seguito la fase promozionale. Erano anomalie, e come anomalie sono state trattate. Non c’era un disegno preciso; non c’era l’intenzione particolare di insistere. Il successo è arrivato, ma è arrivato per caso. E anche per questo la promessa di un nuovo cinema italiano sembra essere stata tradita. 

Non abbiamo saputo, in questi cinque anni, costruire un sistema capace di autosostenersi e di autoalimentarsi; non abbiamo trovato una terza via. Continuiamo ad attivarci sempre con una grande fatica. Si produce tanto, e anche oggi, dopo due anni di incertezze e difficoltà, ci sono novità e nuovi titoli ogni settimana. Ma il pubblico lo sa? E soprattutto: il pubblico è intenzionato a vedere questi nuovi film? Questo atteggiamento, questo approccio così vago e largo, ha ancora senso? 

Disney e Marvel, e gli altri colossi hollywoodiani, hanno mostrato chiaramente una cosa: il pubblico va al cinema se è convinto, se sa di potersi fidare; se c’è un brand conosciuto e riconosciuto. In Italia siamo riusciti a fare una cosa simile? Il genere, così tanto apprezzato e ricercato, ha avuto il suo spazio?

Il secondo film di Gabriele Mainetti, Freaks Out (2021), non ha ricevuto la giusta attenzione; ci si è mossi tardi, e questo è un fatto. E anche nel ritardo, non è stata trovata una strategia vincente e condivisa. Mainetti ha finito per spingere e per promuovere Freaks Out quasi da solo, con i suoi social. Aiutato unicamente dal comparto digital.

Punto e a capo

Torniamo alla domanda iniziale. Il cinema italiano è cambiato? Se parliamo di intenzioni, di voci, di nuovi autori, assolutamente sì. Ci sono produttori pronti a rischiare, oggi; produttori che hanno visto, o anche solo notato, il potenziale di determinate storie. Ma sono pochi. Si contano, forse, sulle dita di una mano. Matteo Rovere è un esempio. 

Il sistema, di fatto, è rimasto lo stesso. E quindi un nuovo cinema italiano, una rivoluzione, non ci sono mai stati. Siamo ancora in attesa. La nostra industria, in questi anni, non è stata in grado di fare autocritica, di cambiare, di correggere errori strutturali che vengono ripetuti da decenni. A monte, c’è un’idea da grande editore: questo è il film, questa è la data d’uscita; venite al cinema. Purtroppo però questa visione non basta più. Perché il pubblico e i suoi gusti non sono più gli stessi. 

Serve anche un’inclusività diversa, maggiore e ragionata: bisogna dare libertà alle registe e ai registi, alle sceneggiatrici e agli sceneggiatori; bisogna superare gli schemi tradizionali, ed essere pronti – non a rischiare ma – a investire. Ci sono talenti come quelli di Alice Rohrwacher, di Francesca Mazzoleni e di Susanna Nicchiarelli che si stanno facendo largo a forza, spinte dal successo dei loro film e da un apprezzamento internazionale. Non è una questione quantitativa, ma qualitativa: ci sono ancora molte resistenze, anche sotto questo punto di vista, in Italia.

Per molto tempo la colpa della crisi delle sale è stata data allo streaming: è colpa della loro offerta; è colpa del loro modo di fare e farsi pubblicità; è colpa di un catalogo insuperabile. Ma il resto – e quindi i cinema, intesi come strutture fisiche, la promozione e anche il processo di selezione di nuovi progetti – è rimasto perfettamente identico. Davanti alla minaccia dell’estinzione, il nostro istinto di sopravvivenza non ha fatto niente. Siamo in un nuovo mondo, ma abbiamo la stessa mentalità dell’inizio degli anni 2000.

Il nuovo cinema italiano, forse, arriverà: fa parte della natura ciclica delle cose, e anche dell’inevitabilità di certi cambiamenti. Oppure questa fase verrà completamente saltata, e l’eredità di film come Lo chiamavano Jeeg RobotNon essere cattivoVeloce come il vento e Suburra sarà condannata a rimanere in secondo piano. Diventerà un promemoria per il futuro, e sarà un ricordo con cui consolarsi.

In questo articolo non vengono citati grandi successi commerciali come Perfetti sconosciuti (2016) di Paolo Genovese ed esperimenti come Mine (2016) di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, e nemmeno l’esordio dei fratelli D’Innocenzo (2018). Abbiamo preferito concentrarci su questi quattro film e su questo periodo (2015-2016) non solo per ridurre il campo di indagine, ma pure per rendere più lineare il nostro ragionamento: Lo chiamavano Jeeg Robot, Suburra, Non essere cattivo e Veloce come il vento sono stati apprezzati dalla critica (recensioni positive) e dal pubblico (buoni incassi); sono tutti racconti di genere (con le dovute differenze, come abbiamo già detto) e hanno tutti dato spazio a nuovi talenti – attori, attrici, registi, sceneggiatori – del cinema italiano. Ancora una cosa: per Lo chiamavano Jeeg Robot va segnalato l’importante lavoro fatto dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti.

ARTICOLO n. 65 / 2021

VEGETARIANI, PERCHÉ?

Vegetariani, perché? Gli animali soffrono, ecco perché. Gli animali soffrono, anche se noi siamo così ciechi e così sordi da non rendercene conto, e da non volerlo sapere.

Sappiamo bene che la dieta vegetariana è di gran lunga più salutare di quella onnivora. Sappiamo anche, ormai, che il pianeta non è più in grado di sopportare l’alimentazione carnivora di molti miliardi di umani. Eppure queste consapevolezze non bastano. La ragione potente, e sconvolgente, della scelta vegetariana è e rimane sempre questa: gli animali soffrono, e la loro sofferenza è una ferita irrimediabile per le nostre coscienze.

Quando ero un giornalista alle prime armi, il capocronista del quotidiano per cui lavoravo, a Bologna, mi mandò un giorno a fare un’inchiesta sul mercato-macello della città. Ordine, pulizia, quel grande campo di uccisione di bovini mi apparve subito come una macchina efficiente e perfetta. C’erano dei lunghi corridoi delimitati da sbarre di metallo, che dal piazzale di sbarco degli animali immettevano nell’edificio della mattanza. Gli addetti sospingevano i bovini nei corridoi, e quelli docilmente s’incamminavano verso la morte. Ma a quel punto qualcosa accadeva, sempre. La macchina perfetta s’inceppava. Dopo alcuni passi, gli animali capivano. Sentivano l’odore del sangue e della morte.  S’impuntavano, recalcitravano, muggivano, e nei loro occhi si dipingeva il terrore. Era come se implorassero pietà. Gli adulti cercavano di proteggere i vitellini. Uno degli addetti mi confessò: «Anche se ormai li abbattiamo sparandogli il chiodo nella fronte, e la loro morte è istantanea, a queste scene non ci si può comunque abituare.»

Era l’aprile del 1975, e fu da allora che la mia decisione di diventare vegetariano divenne irrevocabile. Sono passati quarantasei anni, e non me ne sono mai pentito. Si può vivere magnificamente senza mangiare carne! Senza farsi complici di quell’orrore, di quella sofferenza. Perché gli animali sono nostri fratelli, hanno anima, sensibilità e intelligenza. Chi lo nega non sa, semplicemente, quello che dice. E chi afferma che, comunque, il sacrificio degli animali è necessario, è indispensabile, semplicemente afferma il falso. Non mi pongo sul piano dell’ideologia: sto solo parlando di un dato di fatto. Ignoro e detesto ogni forma di fanatismo, di estremismo fondamentalista. Mi appello unicamente al puro principio della non violenza. Principio che, strano a dirsi, non è affatto ideologico, ma fondato su un pragmatismo etico elementare.

Approfondiamo dunque il tema, perché è questo l’unico argomento che, in fin dei conti, veramente conta. C’è nel saggio La persona e il sacro, di Simone Weil, una pagina stupenda, che pone in modo perfettamente concreto la questione della violenza. La Weil si chiede: «Che cosa, esattamente, m’impedisce di cavare gli occhi a quell’uomo, se ne ho il permesso e ciò mi diverte?» E la risposta è di una semplicità disarmante: «Ciò che riuscirebbe a trattenere la mia mano è il fatto di sapere che se qualcuno gli cavasse gli occhi la sua anima sarebbe straziata dal pensiero che gli viene fatto del male.» Ma una forma di questo “pensiero”, di questa consapevolezza del male, esiste anche negli animali: quando quelle povere bestie vengono sospinte al macello, la loro mente percepisce in modo estremamente chiaro la prossimità di quel male, di quella sofferenza, e dell’annientamento della loro vita.

In ciò consiste l’abominio della violenza. Nella negazione di un diritto elementare che non solo gli esseri umani posseggono, ma tutte le creature senzienti e in vario grado coscienti: il diritto a ricevere il bene, e a non subire il male. Il diritto a non soffrire. Estendere questo diritto agli animali non può definirsi un’utopia. Altrimenti che senso avrebbe dichiararsi veramente “umani”? E a chi protesta paventando il rischio di cadere in un “animalismo deviato”, potenzialmente disumano – la tipica obiezione di chi immancabilmente ricorda che Adolf Hitler era vegetariano –  si può sempre rispondere con la dolce ironia francescana di un Aldo Capitini, che alludendo appunto a quel sospetto di ambigua utopia invitava al rigore dell’impegno etico col sorriso: «perché non siamo maniaci e sappiamo la differenza che c’è tra la vicinanza che possiamo stabilire con una persona e la vicinanza con un animale: sorridiamo, ma procediamo con fermezza.»

Ed è questo un pensiero ben presente in tutta la tradizione filosofica fautrice del vegetarianismo, dall’antichità fino ai nostri giorni. Pensiamo solo alle pagine terribili che un Plutarco, o un Tolstoj, ci hanno lasciato per descrivere lo strazio degli animali nei momenti del massacro e dell’agonia. Ecco Plutarco: «Noi crediamo che i suoni e le strida che gli animali emettono siano voci inarticolate, e non piuttosto preghiere, suppliche e richieste di giustizia… che crudeltà!» Ecco Tolstoj, testimone inorridito di una macellazione: «Quando il colpo falliva, il bue s’impennava, muggiva e grondante sangue cercava di liberarsi dalle mani dei macellai… Ogni volta che si prendeva un bue e lo si tirava per una corda attaccata alle corna, il bue, fiutando il sangue,  s’inarcava, muggiva e indietreggiava, sì che due uomini non avevano la forza di tirarlo; allora uno dei macellai gli tirava la coda, gliela torceva fino a spezzarla e la bestia avanzava.»

Eppure è in Porfirio di Tiro, nel suo trattato sulla Astinenza dagli animali – scritto in greco a Lilibeo verso la fine del terzo secolo – che questo tema cruciale trova la sua esposizione più compiuta e forse insuperata. Quello che Porfirio ci vuol dire è che la pietà per gli animali non può derivare solo dalla convinzione che nelle loro anime alberghino delle forme di razionalità, per quanto inferiori alla ragione umana. La pietà di Porfirio travalica la visione antropocentrica; non è soltanto intellettuale, ma deriva essenzialmente da una profonda e viva empatia verso le creature viventi che sentono, vedono, comprendono, e soffrono e gioiscono coscientemente come noi, e patiscono terribilmente il dolore fisico, e l’umiliazione e la paura, il terrore della morte violenta, delle percosse e della lacerazione delle loro membra.

Ecco un passo rivelatore dell’Astinenza: «Gli animali sono per natura così costituiti da avere percezione, soffrire, avere paura, subire danni, e perciò anche l’ingiustizia… Ma quando vediamo molti uomini vivere soltanto guidati dal senso senza far uso dell’intelletto e della ragione, e inoltre molti superare le bestie più terribili in crudeltà, in collera, in avidità… come non è assurdo pensare che abbiamo rapporti di giustizia con essi, mentre non ne abbiamo nessuno con il bue aratore, il cane che partecipa della nostra casa, le pecore che ci nutrono con il loro latte e ci vestono con la loro lana? Come non è tutto ciò assolutamente contrario alla ragione?»

Oltre la pietà, la giustizia, dunque. Come nel nostro tempo diranno Peter Singer (Liberazione animale, 1975) e Tom Regan (I diritti animali, 1983). L’ecologismo, la dietologia, e perfino la gastronomia, possono fornire armi potenti, e ormai forse indispensabili, alla causa vegetariana. Ma senza pietà, e senza giustizia, quella bella utopia continuerà a vivere come un sogno senz’anima.

ARTICOLO n. 64 / 2021

CIBO È CULTURA

Il cibo intelligente non è onnivoro, vegetariano o vegano. Il cibo della nostra strana epoca, l’Antropocene, un soffio umano incastonato nelle età geologiche gigantesche, un intervallo in cui siamo noi a influenzare gli eventi della Terra, è un cibo consapevole. Ne sappiamo abbastanza di scienze della nutrizione per essere certi che la salute dipenda anche da pranzi e cene. E come potrebbe non essere, considerato che in un’esistenza media l’intestino è un filtro attraversato da quel che resta di 30 tonnellate di alimenti e di 50 mila litri di liquidi.

«Siamo quello che mangiamo», rifletteva il filosofo Ludwig Feuerbach. Ma quello che mangiamo, e che non mangiamo, ormai sappiamo anche questo, può cambiare il mondo. A marzo del 2021 la rivista Nature ha pubblicato un’analisi cristallina: le tavole mondiali pesano a spanne per un terzo sulle emissioni di gas serra, cioè di quei gas che avvolgono il nostro globo come una coperta. Gli esperti dell’Onu hanno scritto che il riscaldamento globale non potrà arrestarsi se non si provvederà anche a modificare il sistema alimentare.

La domanda, legittima, è in che maniera pranzi e cene siano collegati alle follie del clima. In diversi modi, ma soprattutto tramite il tipo di digestione dei ruminanti, il disboscamento in favore di agricoltura e pascolo, la lavorazione industriale. Il trasporto ha un’incidenza piccola, con tutto il rispetto per la filosofia del chilometro zero.

Un primo problema è il metano, gas serra potentissimo. Lo producono certi ceppi di batteri che se ne stanno acquattati negli stomaci delle mucche, delle capre e delle pecore: sono loro coinquilini e sopravvivono fermentando i residui della digestione. Per questo ha un senso paragonare le macchine al meteorismo di ovini e bovini. Le quantità di emissioni provenienti dal bestiame sono pari più o meno a quelle di camion, auto, aerei e navi messi insieme, stando alle stime della Fao. Come se non bastasse, ci sono i danni causati dalla deforestazione praticata per ricavare aree destinate alle mandrie o ai mangimi. E gli allevamenti intensivi consumano suolo, energia, acqua.

Nell’ipotesi che tutta l’umanità rinunciasse a ogni tipo di fonte animale, le emissioni legate al cibo scenderebbero del 70% in trent’anni. Ma questo argomento non dovrebbe essere usato come arma contro gli onnivori. La sostenibilità è anche sociale ed economica. La zootecnia impiega oltre un miliardo di lavoratori e bisogna pensare che in alcuni Paesi carne, uova e latte sono vitali per persone con diete limitate.

Diversa è la questione etica, il vero confine che separa carnivori e veg. Non mi meraviglia che i teorici di una scelta o dell’altra discutano, e a volte infiammando i toni, proprio perché in gioco c’è un punto di vista sul mondo, sulla nostra superiorità o meno rispetto agli altri animali, sul loro benessere, sul domani del pianeta. L’empatia ha a che fare con il soggetto prima ancora che con l’oggetto. «Vi sono persone che hanno la capacità di immaginarsi nei panni di qualcun altro, vi sono persone che non ce l’hanno e vi sono persone che questa capacità ce l’hanno ma scelgono di non esercitarla», scrive John Maxwell Coetzee nel suo libro La vita degli animali. Un bel libro, in cui la protagonista, un’anziana romanziera, riflette con scienziati, filosofi e poeti sui diritti degli esseri viventi.

Disinteressarsi al tema «carne sì o no» è diventato impossibile. Per un motivo o per l’altro, prima o poi, veniamo chiamati a prendere posizione: lo richiedono i figli ambientalisti, l’amica che rinuncia al manzo, il dibattito sull’ultimo documentario di Netflix, quel nuovo libro, la crisi climatica, le ricerche sul rapporto tra salute e consumo di bistecche.

All’onnivoro non basta più dire che mangia agnelli e polli perché «è normale». Riannodando i fili della storia, troviamo le nostre cugine, le grandi scimmie antropomorfe, nella sostanza vegetariane, diversamente dai nostri antenati del genere Homo. Per alcuni antropologi, è la masticazione di brandelli di carne ad aver potenziato le mandibole e allargato il cranio, con l’evoluzione che ha fatto il resto e ha premiato lo sviluppo di un cervello strutturato, rendendoci quelli che siamo: intelligenti, dotati di parola, creatori di opere d’arte.

Dunque, continuiamo a nutrirci di bistecche perché lo prevede la natura umana? «Secondo questa logica», come ha notato Isaac Singer, premio Nobel per la letteratura, «non dovremmo neppure impedire l’omicidio, perché anch’esso è sempre stato praticato dall’inizio dei tempi».

Noi non viviamo solo del retaggio di un destino biologico, perché noi siamo cultura, nel senso di appartenenza a una civiltà, a un popolo, nel senso di conoscenze condivise e di patrimonio di idee individuali. Se il Dna e le tradizioni ci ancorano al passato, la cultura può renderci liberi di immaginare il futuro. Decidere di evitare carne e pesce, come nei menù dei vegetariani, o tutti i prodotti di origine animale, com’è per i vegani, fa parte delle possibilità.

Per un occidentale medio, la carne non è indispensabile. È un’ottima fonte di una gamma di nutrienti essenziali, ma di alternative se ne trovano. Per esempio, il consumo di quattro-cinque porzioni alla settimana di legumi contribuisce al raggiungimento del fabbisogno di ferro, che si trova pure in molluschi, sardine, ortaggi, cioccolato o frutta a guscio. La vitamina B12 si prende da uova e pesce (mentre ai vegani è consigliata l’integrazione o il consumo di alimenti fortificati). Quanto alle proteine, è vero che un etto di filetto di vitello ne contiene 20,5 grammi, ma la stessa quota si raggiunge mangiando un piatto di pasta e fagioli, un contorno di spinaci e un frutto. E non è un rimpiazzo triste. Se l’uomo «è un animale che cucina», secondo la definizione (geniale) dello scrittore scozzese James Boswell, si deve soprattutto alle soluzioni che s’è inventato per trasformare in ingredienti commestibili qualcosa come quattromila specie vegetali, dal grano alle patate, dal peperoncino alla borragine.

Non intendo criminalizzare chi ama il gusto dell’arrosto e non vuole rinunciarvi. Tra l’altro, stando alle conoscenze attuali, un po’ di carne non fa male alla salute. È l’eccesso a essere correlato a un aumento del rischio di alcune patologie, come lo è l’eccesso di calorie. D’altro canto, se ancora qualcuno dubitasse che sia possibile rimpiazzare senza danno ogni tipo di prodotto animale con le proteine vegetali, dovrebbe leggere il documento con la presa di posizione dell’Accademia americana di nutrizione e dietetica: ritiene che le diete vegetariane, compresa quella vegana, possano essere benefiche «se opportunamente pianificate dal punto di vista nutrizionale».

Io credo che onnivori di buon senso, vegetariani e vegani, invece di battibeccare tra loro, dovrebbero muovere guerra alla cosiddetta western diet, il modello alimentare occidentale che mezzo mondo ha importato dagli americani. Dilaga in un frullatore di unto, colesterolo e sciatteria culturale che è pari solo ai danni inflitti alla salute e all’atmosfera. Il passato e il futuro sono persi in un mondo in cui i bambini non conoscono il sapore di una pesca perché al posto della frutta scartano merendine, in cui la cena dei loro genitori si riduce al solito hamburger e al pane col salame.

La rivista scientifica The Lancet ha pubblicato un rapporto che ha fatto clamore: se la popolazione dei Paesi industrializzati riuscisse a raddoppiare entro il 2050 i consumi di vegetali e dimezzasse quelli di zuccheri, farine raffinate e carni rosse e trasformate, si frenerebbe il riscaldamento globale e si eviterebbero almeno 11 milioni e mezzo di decessi prematuri all’anno dovuti ad abitudini alimentari malsane.

Il cibo consapevole, qualsiasi sia l’etica a monte, onnivora o vegetariana, rispetta allo stesso tempo la salute, il pianeta e la cultura. Siamo di materia affine a ogni altro organismo, collegati dalle origini, in una comunanza di atomi. In alcuni testi di Platone, pare già affiorare la chiarezza del legame: «Quel piccolo frammento che tu rappresenti, uomo, ha sempre il suo intimo rapporto con il cosmo e un orientamento a esso, anche se non sembra che tu ti accorga che ogni vita sorge per il tutto e per la felice condizione dell’universa armonia».

ARTICOLO n. 63 / 2021

VEGANI E NO

Parliamo di veg, ovvero di vegetarianesimo e di veganesimo. Ma devo fare due premesse:

1) Sono onnivoro, del tutto, non c’è piatto che non mangio o assaggio. A patto che… siano «buoni» ovviamente, qualunque cosa voglia dire.

2) Da giovane «scoprii» uno dei più alti testi mai scritti, l’Antigone di Sofocle: che tanto mi colpì che lessi, poi, anche quella di Brecht e di Anouilh. L’anomalia fu che «tenevo» per Creonte! Non per Antigone, come fanno la più parte dei lettori. Fin da allora mi convinsi che le leggi, l’insieme delle leggi fatte dagli uomini e fatte rispettare da un’autorità, siano la base del contratto sociale. E logica conseguenza divenni legista (senza h mi raccomando!) ovvero un devoto seguace delle teorie di Shen Buhai e di Shang Yang che nel IV secolo a.C. le teorizzarono, cambiando per sempre il destino della Cina.

Ma veniamo al tema in oggetto. Quanti siano i vegetariani, in Italia e nel mondo, non si sa bene, in genere chi raccoglie questi dati non è mai obbiettivo del tutto: tanti attivisti e pochi «giornalisti» oserei dire. Sono comunque una minoranza: anche in India dove il vegetarianesimo ha antiche tradizioni per ragioni religiose, l’induismo attribuisce non solo all’uomo ma a tutti gli animali un’anima, si stima una percentuale di vegetariani che va dal 15 al 20%: meno di quanto si pensi, quindi.

Ma una cosa è sicura: In Italia anzi in Europa sono in crescita, negli ultimi anni. Crescono i vegetariani, quelli che non mangiano carne e pesce ma accettano derivati animali come latte, uova e miele ma sono in crescita anche, se non di più, i vegani, che non accettano neanche latte e affini.

Poi, se è vero che in alcuni casi questa scelta è basata sul gusto, sul fatto che gli alimenti animali ad alcuni smettono di piacere, la più parte delle volte la scelta è del tutto etica: non si accetta il principio di uccidere un animale per cibarsene.

Per questo motivo, per me anzi per tutti, non è mai facile dialogare con un veg etico. Da un lato resto convinto che le leggi civili in essere che autorizzano la macellazione di animali per nutrimento siano comunque, per me, prevalenti rispetto a quelle etiche, da buon legista. Poi, sia chiaro, rispetto assolutamente chi fa questa scelta etica. Però se l’etica, detta anche diritto naturale, per qualcuno, per molti, si pensi anche a temi come l’aborto o la fecondazione in vitro, viene prima delle leggi fatte dagli uomini, non sono d’accordo ma capisco quanto per un veg, spinto da un assoluto rispetto verso tutte le forme di vita, sia difficile accettare le leggi in essere, me e la mia scelta onnivora e carnivora.

E quindi cerco, come sempre nella vita, come è giusto fare, un compromesso fra le nostre opposte esigenze. Però non sempre il compromesso è possibile, per esempio proprio in questo caso. Di certo, come io rispetto chi ha fatto questa libera scelta, altrettanto chiedo a un veg di rispettare la mia: se non la rispetta e si considera «superiore» a me in quanto non «contaminato» da proteine animali, non lo accetto e non resta che la lotta. Ma so che è, per lui, oggettivamente difficile. Mentre per me è facile, lo so proprio.

Poi più che mai sono contro chi cerca di imporre il veganesimo per legge, tipo, se n’è parlato, far dichiarare dal Parlamento alcuni animali che si mangiano «animali da compagnia» come lo sono cani e gatti, che come tali non possono essere mangiati, appunto per legge civile. Anche se un agnello di compagnia, che dorma sul letto, anche no…

Ma comunque, qualche compromesso si può sempre fare: lo so che la parola compromesso per alcuni sia uguale a inciucio, quindi intrallazzo, ma senza compromessi le vita sociale si ferma, in un tutti contro tutti foriero del peggio. Per me il compromesso è una buona cosa – anche se non lo si può fare su tutto.

Questo detto, una delle cose che indigna di più i vegetariani e i vegani, ma non solo loro, è l’orrore dell’allevamento intensivo. Come le galline ovaiolo costrette in spazi limitati, le stalle dove i bovini non possono praticamente muoversi, le oche e le anatre ingrassate a forza e tanti altri. Bene, questo è un problema, anzi una lotta, che può essere condivisa da tutti. Dai vegetariani per motivi etici ma anche dai carnivori per motivi di gusto. È certo che esiste una strettissima correlazione fra la vita dell’animale, da come e quanto si è mosso, da come ha mangiato eccetera, e la qualità della sua carne. Più un animale è vissuto libero e si è nutrito bene, più buona sarà la sua carne: non c’è nessun possibile confronto fra un pollo di batteria e uno cresciuto libero in un ampio spazio, fra un maiale che ha visto solo la sua stalla e uno che è andato a caccia di ghiande nei boschi. Per non parlare della cacciagione.

Certo, l’allevatore che ha deciso di cambiare modo di allevamento va incontro a extra-costi, è inevitabile, e quindi noi consumatori finali dobbiamo accettare di pagare i suoi prodotti di più. Ma comunque in linea di massima di proteine animali se ne mangiano sempre troppe, mangiarne meno ma più buone è vantaggioso, integrando poi la nostra dieta con le ottime proteine vegetali, dei legumi ma non solo, di cui se ne mangiano sempre pochi.

Quindi la lotta per dare agli animali una qualità di vita e di cibo migliore potrebbe essere una lotta condivisa da tutti, ed è giusto farla, se i veg accettano di farla: sì, per loro però sarebbe un compromesso…

Comunque sia, benvenute a tutte le leggi propositive che vanno in questa direzione. Ma devono indicare una via, che è al contempo (parzialmente) etica e di qualità. Senza estremismi, senza fughe in avanti che poi, per reazione, riportano indietro. Ma una cosa è importante: la bontà non si deve imporre per legge, deve essere una nostra libera scelta. Bisogna educare ma non imporre. A mio parere, è sacrosanto il diritto di chi vuole di contentarsi di un prodotto non di qualità, sanitariamente – e legalmente – ineccepibile naturalmente.

Siamo da ben poco tempo usciti dalla fame plurisecolare, solo oggi il cibo, carne inclusa, è abbondante e a buon mercato se si pensa che fino a fine Ottocento si spendeva metà del reddito, in media, per mangiare. Limitare questo diritto, più che sbagliato, sarebbe un errore, grave. E come disse il grande Joseph Fouché, ministro degli interni di Napoleone, un errore è peggio di un crimine.

Tutto questo detto, ribadisco che è solo la mia opinione in proposito, di più è solo un piccolo mio contributo a un problema di immensa complessità. Mi piacerebbe che chi è d’accordo con me ma anche chi non lo è intervenissero in questa discussione, con i loro contributi. Sempre con garbo, però…

ARTICOLO n. 62 / 2021

ORA FACCIAMO TUTTI SHOPPING NEL CYBERSPAZIO?

Per il consumismo, c’è un’ultima possibilità di sopravvivere in un mondo che smetterà di fare shopping, ovvero preservare la cultura del consumo nella sfera digitale. Detestate farvi vedere in pubblico con gli stessi indumenti in più di un’occasione? In un videogioco, si può cambiare il proprio aspetto – nel gergo del gaming, la «skin» – tutte le volte che si vuole, per non parlare del diventare un coniglio guerriero o uno zombie in fiamme che balla come Michael Jackson. In un mondo virtuale, si possono possedere e guidare un centinaio di automobili, o indossare un migliaio di paia di scarpe, o costruire una ventina di castelli, tutto usando soltanto una minuscola frazione delle risorse del pianeta che sarebbero necessarie nel mondo reale.

Lo faremmo? Voltare le spalle a supermercati, negozi, ristoranti, stadi, spa, resort e diventare consumatori virtuali? La vita in quarantena a causa della pandemia sembra dare una risposta, ed è un enfatico sì.

La grande espansione dell’attività online durante la pandemia ha preso il nome di «digital surge». In parte era un risultato quasi inevitabile, come per il lavoro da remoto, le videochiamate con gli amici, o la didattica a distanza. Ma improvvisamente, persone che prima non avevano mai fatto cose del genere giocavano anche a poker in casinò virtuali, partecipavano a gare in bici con il loro avatar sullo schermo connesso alle cyclette, o guardavano negli occhi la Gioconda – che di solito è nascosta dalla folla e reclusa sotto una teca di vetro al Louvre – grazie agli occhiali VR. Hanno assistito a concerti di rapper con animazione extralarge su Fornite, DJ set in live streaming e lezioni di pittura ad acquarello, e hanno anche fatto il cosiddetto «shopstreaming», ovvero hanno guardato video di altre persone che fanno shopping per avere consigli sugli acquisti. Le visite private alle case d’asta su Zoom hanno portato alla vendita di alcuni gioielli a prezzi da record; un braccialetto Tutti Frutti di Cartier (che sembrano caramelle Skittles sciolte tra i diamanti, tranne che le Skittles sono zaffiri, rubini e smeraldi) è stato battuto a 1,34 milioni di dollari all’apice del primo lockdown, a quasi il doppio del prezzo stimato.

Abbiamo passeggiato per le strade di lontane città con Google Earth. Abbiamo imparato ad accettare di ordinare frutta e verdura online, senza vederle, annusarle o tastarle. Il videogioco Animal Crossing ha venduto più velocemente di qualsiasi altro videogame nella storia, poi è diventato una piattaforma di moda virtuale, con code di ore nel gioco per partecipare a vendite esclusive – usando la valuta virtuale – di stilisti famosi. Quando la società di oggetti da collezione online CryptoKitties ha pubblicato una tiratura limitata di gatti virtuali dell’artista cinese Momo Wang, questi sono andati esauriti in tre minuti. I nostri beni di prima necessità sono cambiati velocemente: abbiamo comperato meno telefoni e più console e televisori di fascia alta, più sfondi di realtà aumentata che ci mettono ali d’angelo e l’aureola quando facciamo le nostre videochiamate. Abbiamo trasferito talmente tanto tempo della nostra quotidianità online che, mentre l’economia in generale affondava nella recessione, il tasso di occupazione in alcuni tipi di lavoro digitale ha sorpassato i livelli precedenti alla pandemia.

Soprattutto, abbiamo guardato. Maratone televisive, buchi neri di riproduzioni automatica, canali di news ventiquattro ore su ventiquattro. Alla fine di aprile 2020, in seguito al più netto aumento della storia, tre quarti delle famiglie statunitensi si erano iscritte a un servizio di streaming. Un sondaggio sui consumatori inglesi e americani durante la primavera in lockdown ha scoperto che l’80 per cento utilizzava più media del solito, la maggior parte dei quali, di gran lunga, erano televisione e videostreaming. Il tempo trascorso davanti allo schermo è cresciuto così tanto che l’Unione Europea ha chiesto a Netflix e YouTube di peggiorare la qualità delle immagini in modo da ridurre la quantità di dati trasmessi ed evitare che Internet collassasse. L’americano medio guardava ben un quarto di televisione in più rispetto a prima della pandemia, arrivando a quarantun ore alla settimana di fronte – e questo senza considerare il tempo speso a fissare lo schermo di altri dispositivi.

Anche prima della pandemia, stava diventando evidente che il consumo digitale poteva sostituire il consumo di beni materiali. Kenneth Pike, un professore di filosofia del Florida Institute of Technology che ha scritto dell’argomento, mi ha detto di essersi ispirato dalle camere da letto dei suoi quattro figli. «Mi colpisce quanto meno disordinate fossero le loro stanze rispetto a quando ero un bambino io negli anni ottanta», mi ha detto. «Talvolta entro e mi sembrano vuote, come se i miei figli dovessero avere più roba. Ma poi penso che, be’, non è così».

La cameretta che Pike aveva da piccolo era piena di ceste di giocattoli di plastica (lui ricorda le action figure di He‑Man e dei Superamici), ricoperta di poster, piena di libri, adornata di trofei. I giochi dei suoi figli sono per lo più digitali, leggono soprattutto sul Kindle, e molti dei loro trofei e premi esistono solo nei mondi online. Il loro gioco preferito quando ho parlato con Pike era Roblox; cercate online, e troverete facilmente dei video in cui giocatori di Roblox spendono centinaia di dollari veri e propri per comprare, ad esempio, un monster truck virtuale, una Mustang e una Ferrari durante una singola sessione di gioco. «Loro sono decisamente consumatori digitali», dice Pike. La maggior parte di noi ora lo è. Quasi nessuno ascolta ancora principalmente musica dal vivo, per esempio; i servizi di musica in streaming sono diffusi anche nelle parti più povere del pianeta, inclusa l’India rurale e l’Africa intera. La rivoluzione digitale ha lasciato le case meno ingombre di orologi, torce, timer, hi‑fi, calcolatrici, fax, stampanti e scanner, per non parlare di collezioni di libri, album, enciclopedie e mappe. Al contrario, ben prima della «digital surge», le case in tutto il mondo era piene di – o meglio vuote di – app, ebook, videogiochi e album fotografici che esistono solo nel vaporoso spazio del cloud.

Nel luglio 2020, Vili Lehdonvirta, uno studioso di sociologia economica di origini finlandesi e britanniche che si occupa di come la tecnologia digitale influenzi le economie, ha avuto un’esperienza che indicava un futuro più profondamente virtuale. Lehodonvirta viveva a Tokyo, all’epoca una città con poche restrizioni dovute al coronavirus ma con una persistente cautela nei confronti della malattia, quando, una notte, uno dei suoi artisti preferiti ha inizato a fare lo streaming di una mostra in tempo reale su Instagram.

L’artista Taro Yamamoto crea arte moderna basandosi sulla tradizione giapponese: il suo pezzo più famoso emula un paravento di quattrocento anni fa che ritrae le divinità classiche del vento e del tuono, ma li sostituisce con i Super Mario Brothers della Nintendo. Riccamente decorato e prodotto con materiali come la foglia d’oro, che riflette la luce in maniera diversa a seconda dell’angolazione da cui la si osserva, la sua opera d’arte è difficile da apprezzare piena‑ mente nelle fotografie online, e Yamamoto si lamentava che la galleria fosse vuota.

Lehdonvirta, che di solito lavora all’Oxford Internet Institute, improvvisamente si è reso conto che poteva andare a tenere compagnia a Yamamoto; dopo tutto, erano nella stessa città in cui aveva luogo la mostra. Ha attraversato la tranquilla megalopoli in metropolitana, si è presentato alla galleria, e ha trascorso due ore con l’artista. Tuttavia, non hanno discusso se gli spettatori dal vivo sarebbero tornati presto in galleria, o di come riportarli nel mondo fisico. Invece, mi ha detto Lehdonvirta, hanno parlato della possibilità che Yamamoto trasferisse la propria arte sullo spazio tridimensionale della realtà virtuale, come il mondo di Animal Crossing, frequentato da molte più persone di quante se ne potessero trovare quella sera a Tokyo – e nel resto del mondo. La scena era pittorescamente surreale: due sagome che conversavano dal vivo, faccia a faccia, accettando la fine di quell’era.

Questa è potenzialmente una bella notizia, dice Lehdonvirta, che ha imparato a scrivere in codice BASIC a metà degli anni ottanta, quando aveva cinque o sei anni. All’inizio del XXI secolo, lavorava in un laboratorio finlandese per creare abiti e accessori virtuali che si potevano guardare grazie a dispositivi di realtà aumentata come i cellulari con la videocamera. Ricorda che un’altra azienda locale stava studiando come fare lo stesso con i mobili virtuali. Oggi, le app che permettono di fare esattamente queste cose – ad esempio provare una tinta di rossetto con la realtà aumentata, o vedere come dei nuovi scaffali starebbero nell’angolino del salotto prima di comprarli – sono la norma.

Nella realtà virtuale, il «problema economico» di Keynes è stato completamente risolto. È un mondo di totale abbondanza, dove un’infinità di novità, mode passeggere e obsolescenza programmata sono rese praticamente inoffensive. «Si può accelerare il consumo. Si possono buttar via cose. Il ciclo della moda può andare sempre più veloce senza aumentare il fabbisogno dei materiali o l’impronta ecologica», dice Lehdonvirta. L’unica cosa che accade quando si trasforma un abito virtuale in un altro è uno «spostamento di bits», cambiando un tipo di informazione digitale con un’altra.

Lehdonvirta non intende abbandonare la realtà fisica per Matrix. Come molti finlandesi, trascorre parte dell’anno in un rustico capanno («anche se la connessione alla rete mobile è meglio che a Oxford»). Sa distinguere i funghi commestibili da quelli velenosi, e porta con sé in Inghilterra mirtilli e selvaggina finlandesi così da evitare di mangiare cibi prodotti industrialmente. Ciò che lui immagina è un mondo in cui molto di quello che ora facciamo con l’economia materiale – dire al mondo chi siamo, esplorare la nostra identità, mostrare i nostri gusti o le nostre capacità e così via – viene fatto attraverso il consumo virtuale, mentre il consumo del mondo reale si riduce fino a concentratasi soprattutto sui bisogni materiali.

«Si può avere questa condizione stabile dove ognuno ha la connessione, uno schermo e un metodo di input; ed è tutto ciò che serve per il consumo virtuale», dice. «Avrete bisogno di alimentare questi dispositivi con l’elettricità. Dovrete rimpiazzarli quando moriranno. Ma la crescita vera e propria potrebbe accadere tutta all’interno di quello schermo».

Quando, negli anni novanta, una piccola parte della popolazione iniziò a comperare beni virtuali, venne ampiamente criticata. «Soldi buttati», li sbeffeggiavano le stesse persone che avevano senza problemi pagato un extra per una maglietta diversa dalle altre solo per il suo marchio puramente simbolico. «Del tutto inutile», dicevano i critici che stavano già spendendo buona parte dei propri guadagni in settori dell’economia spinti in sostanza da piacere, ansia o status – in altre parole, nulla di tangibile. Un decennio più tardi, quando gli utenti di mondi virtuali come Second Life hanno accumulato collettivamente proprietà digitali (abiti, automobili, case, giocattoli) per un valore stimato di 1,8 miliardi di dollari, la possibilità che il consumo materiale dannoso per l’ambiente potesse essere sostituito sembrava essere una vera promessa. «Sto risparmiando davvero tanto nella vita reale, perché ottengo soddisfazione spendendo in Second Life e questo non mi costa quasi niente», ha detto un consumatore virtuale al Sacramento Bee, un quotidiano californiano, nel 2006.

Second Life ora è in buona parte dimenticato e, finora, la maggior parte di noi non ha sostituito gli oggetti reali con quelli virtuali. Magari proviamo i mobili nello spazio digitale, ma alla fine comperiamo sedie su ci possiamo sederci, scaffali che possono reggere libri stampati e rilegati. Tuttavia, saltare completamente al consumo virtuale potrebbe essere solo questione di progresso tecnologico. Durante la pandemia, quando la quantità di persone che gioca ai videogiochi aumentava in tutte le fasce d’età, molti non si sono resi conto di essere diventati acquirenti regolari di beni virtuali. «Il modello di guadagno di almeno metà dei videogiochi è saldamente legato alla vendita di cose all’interno del gioco stesso», dice Lehdonvirta. Quasi tutto il resto per cui le persone potrebbero spendere quei soldi – cibo, abiti, sport, viaggi – creerebbe più danni ambientali al «mondo corporeo», come alcuni giocatori chiamano la strana terra in cui vivono i loro corpi fisici.

Possiamo già vedere oggetti virtuali nello spazio materiale: la realtà aumentata può fornirci una scultura digitale, una pianta da appartamento che non muore mai, o pitture da parete che cambiano tonalità in un istante. Per ora, tuttavia, possiamo vedere queste cose solo indossando ingombranti occhiali. Se invece potessimo utilizzare lenti leggere, o meglio ancora lenti a contatto, potremmo adottare i beni virtuali con tanto entusiasmo quanto ne abbiamo avuto più di un secolo fa per le voci registrate e incorporee grazie a tecnologie come la radio, il fonografo, e la linea telefonica fissa.

Quando lo faremo, la cultura del consumo sarà lì ad aspettarci. «È così che funziona il capitalismo: vai dove ci sono le persone, e vendi in quello spazio. Se lo spazio è come questo» – Lehdonvirta traccia con le dita la cornice rettangolare in cui è apparso nella nostra videochiamata – «allora c’è molto che le aziende possono fare per rendere quello spazio più commerciale. Non necessariamente migliore, ma di certo più commerciale».

Finora, il consumo digitale ha dimostrato di comportarsi in modo identico al consumo normale, quello che avviene nel mondo reale. È cresciuto illimitatamente. Divora sempre più risorse ogni anno. E sorpassa sistematicamente ogni tentativo di farlo diventare ecologico. Per adesso, è più corretto dire che il consumo digitale è il consumo del mondo reale.

I miglioramenti nell’efficienza energetica per la tecnologia digitale sono leggendari. Il primo computer costruito secondo gli stessi principi che usiamo oggi, chiamato Electronic Numerical Integrator and Computer, o eNIAC, fu sviluppato dall’esercito statunitense negli anni quaranta. Di certo non era possibile acquistarne uno. Il macchinario era lungo come una balenottera azzurra e pesante quanto un carro armato della Seconda guerra mondiale. Secondo i calcoli dello scienziato ambientale Ray Galvin, se costruissimo un computer tanto intelligente quanto il tipico computer odierno, ma usassimo la tecnologia eNIAC, peserebbe cinque milioni di tonnellate e, se iniziassimo a costruirlo a Londra in direzione ovest, alla fine attraverserebbe l’oceano Atlantico fino a raggiungere il cuore delle foreste canadesi. Nel momento in cui lo accendessimo, divorerebbe il 70 per cento dell’energia usata nel Regno Unito.

I computer di oggi ovviamente consumano energia in maniera molto più efficiente, e necessitano di molte meno risorse nella loro produzione. Tuttavia, negli scorsi due secoli sia l’efficienza sia il consumo energetico sono aumentati costantemente, fianco a fianco. Quando i computer e il resto delle cose che chiamiamo «tecnologia» sono diventati meno costosi da acquistare e utilizzare, si sono diffusi in ogni campo della società globale – un effetto rebound trasfromazionale.

«L’efficienza energetica nelle infrastrutture è importante», dice Kelly Widdicks, una ricercatrice di computing science alla Lancaster University in Inghilterra, «ma è resa insignificante dalla vertiginosa crescita della domanda».

Nel 1992, Internet ha trasportato 100 gigabyte di dati al giorno. Nel 2007, quando venne rilasciato l’iPhone, trasportava 2000 gigabyte al secondo. Oggi, muove oltre 150000 gigabyte al secondo. Misurato sulla lunghezza di un anno, si tratta di quasi cinque zettabyte, una quantità che è incomprensibile come sembra. (In forma estesa, si tratta di 5 000 000 000 000 000 000 000 000 bytes).

Negli ultimi anni, il consumo di dati annuale è cresciuto con un tasso composto di circa un quarto, e – ancora una volta in comune con il consumo materiale – i modi in cui consumiamo stanno diventando più, e non meno, dispendiosi in termini di risorse. Il futuro prossimo prevede un’onda crescente di tecnologie che necessiteranno di dati, inclusa l’intelligenza artificiale, la realtà aumentata, la realtà virtuale, le criptovalute, la demotica, le autovetture autonome e «l’Internet delle cose», che mette in rete tra loro tutti i nostri dispositivi connessi a Internet.

Non sappiamo ancora, davvero, quanto dannoso – o non danno‑ so – tutto ciò sia per il pianeta, dice Widdicks. Ironicamente, i dati sui costi ambientali dei dati non sono ottimi. Tuttavia, ci sono alcuni modelli a cui ha senso prestare attenzione. Uno è un ciclo di feedback: nuovi dispositivi digitali e servizi aumentano la domanda di dati, il che richiede network più ampi e più veloci, il che spinge la crescita delle infrastrutture Internet, come cavi in fibra ottica, centri di elaborazione dati, tralicci e dispositivi mobili. Con l’espansione dell’infrastruttura in atto, lo schema si ripete. Il risultato è un costante aumento della domanda materiale ed energetica del mondo digitale.

Internet è ancora pensato come una cornucopia, un pozzo senza fondo di abbondanza. «Molte persone non pensano davvero al fatto che Internet utilizza energia», dice Widdicks. «La gente si preoccupa di più del consumo di energia quando carica il cellulare». Nel frattempo, la domanda elettrica dell’infrastruttura digitale e dei no‑ stri dispositivi è cresciuta all’incirca del sette percento l’anno su scala globale, oltre due volte più veloce rispetto alla crescita economica. Stime prudenti indicano che circa un quinto dell’elettricità globale sarà utilizzata dalla tecnologia dell’informazione e della comunicazione prima della fine del decennio in corso, il che significa, ancora una volta, che per combattere il cambiamento climatico dovremmo non solo produrre abbastanza elettricità rinnovabile per sostituire quasi tutta quella che attualmente pompiamo nelle nostre vite digi‑ tali, ma che dovremo farlo sempre di più in futuro.

Widdicks suggerisce timidamente un approccio alternativo:

«Dobbiamo ridurre la domanda di connettività Internet». Un modo per farlo, abbastanza curioso, è quello di smettere di acquistare beni materiali: da un giorno all’altro, il mercato si restringe per telefoni aggiornati e dispositivi, nuove luci e docce e tostapane e automobili connessi a Internet, e anche per gli stessi dati consumati attraverso lo shopping online. Un’altra parte della soluzione è avere meno esperienze online ma di maggiore qualità.

Deve ancora essere quantificato, eppure molto di quello che facciamo online è «spreco digitale», incluse le attività che noi stessi riconosciamo come inutili o addirittura deleterie per la nostra salute o interesse personale. Combattiamo il vuoto dei sogni ad occhi aperti di quando, per esempio, aspettiamo un amico al ristorante, con la noia distratta di Internet. La nostra terminologia cattura questa condizione: siamo risucchiati in «buchi neri» di «doomscrolling» o diamo linfa vitale al «vampiro temporale» dei video in riproduzione automatica. Non ci siamo limitati a inquinare per guardare video di gatti: ora guardiamo video in streaming da mostrare ai nostri gatti.

Alcuni decenni fa, molte famiglie possedevano un solo televisore; oggi, la tendenza è il «multi watching», in cui persone differenti – o addirittura singoli individui – guardano contemporaneamente diversi programmi su dispositivi diversi. Un’altra pratica recente è il multitasking multimediale: guardare video in streaming mentre si fa shopping online, fare shopping online mentre si controllano i social media, controllare i social mentre si gioca online. Inoltre c’è il «trivial watching», ovvero guardare cose che aggiungono poco o nulla alle nostre vite – che non sono nemmeno un piacere colpevole o evasione dalla realtà. Widdicks e nove dei suoi colleghi hanno fatto un esercizio che consisteva nel «vivere con meno» sul piano digitale. Per due settimane, si sono impegnati a connettersi a Internet solo quando necessario, tramutando il consumo digitale in qualcosa di più vicino a un bisogno che a un desiderio. Ciascuno di loro ha riscontrato che parte del proprio consumo digitale – mettere musica in streaming a casa, guardare video mentre si fanno le faccende domestiche, ascoltare podcast mentre ci si allena, controllare continuamente i social media o cercare cose sul web – potrebbe essere eliminato senza alcun inconveniente o sofferenza, spesso occupando il tempo in più con la lettura, la cucina, le chiacchiere, progetti creativi o addirittura riposando o facendo il bagno. «La gente si adatta alla disconnessione da Internet», dice Widdicks.

Tuttavia ci perdona per non scegliere di astenerci. Una volta, in un periodo in cui stava scrivendo un articolo sui modelli di streaming non sostenibili sul piano ambientale, ha anche guardato in streaming nel tempo libero tutti e sessantadue gli episodi della serie televisiva Breaking Bad. «Davvero bella», mi ha detto. «E ovviamente uno dei fattori chiave dello streaming video è il modo in cui è progettato – in termini di riproduzione automatica – cosicché guardi un episodio e il successivo si carica da sé, e allora pensi, be’, magari me ne guardo un altro.»

I nostri dispositivi e servizi digitali potrebbero essere «sprogettati» per aiutarci a usare meno Internet, dice Widdicks. Invece della riproduzione automatica, ad esempio, le app potrebbero avere l’opzione di spegnimento automatico, o concedere alle persone di scegliere, durante la configurazione, un tempo massimo di utilizzo. Alcuni video streaming potrebbero essere mandati in onda dalla Tv, il che richiede molto meno dispendio energetico, e si potrebbe eliminare tutto il marketing che promuove il binging digitale. («Com’è possibile che l’eccesso in questo contesto sia valutato come neutro o addirittura positivo?», si chiede Widdicks.) Potremmo addirittura scegliere di limitare la domanda di dati per ragioni di salute o di protezione del clima. Tutte queste e molte altre idee votate al rallentamento del consumo digitale implicano lo stesso reindirizzamento della società richiesto se si smettesse di fare shopping; un allontanamento da un infinito di più, verso un senso di sufficienza.

Forse il primo luogo in cui impareremo il senso di sufficienza sarà proprio l’online. Lehdonvirta dice che il ritmo stesso della crescita e del cambiamento possibile con un consumo del tutto virtuale – quello che si verifica interamente nello spazio virtuale – potrebbe portarci a non desiderare sempre più cose.

I progettisti di videogiochi e di altri regni virtuali hanno già notato che agli utenti non piace essere sommersi da troppi beni o troppe opzioni. A differenza degli economisti del mondo reale, che si focalizzano sull’espandere il PIL, i creatori di mondi digitali sono più interessati alla soddisfazione e al divertimento degli utenti. Come risultato, tendono a mantenere stabile il PIL piuttosto che a farlo cre‑scere illimitatamente. L’eccesso di una cosa la rende meno speciale, troppe novità rendono ogni cosa nuova insignificante, e troppe cose smettono di renderci felici. Ciò che accade dopo è che non vogliamo più giocare a quel gioco.

«Il rallentamento non starà nella nostra capacità di produrre beni virtuali o di distruggerli quando non servono più, ma nel continuare a produrre beni virtuali che in qualche modo diano inizio a un nuovo ciclo do consumo», dice Lehdonvirta. «Bisogna che ci sia una sorta di limite alla capacità dei consumatori di seguire nuove mode e tendenze e di esserne entusiasti – credo che ci debba essere un qualche equilibrio. Magari si possono superare i limiti ecologici, ma dubito che ci sia, anche se in un’economia del tutto virtuale, immateriale, un desiderio di crescita infinita.»

Il giorno in cui si smetterà di fare shopping, forse potremmo davvero spostare la cultura del consumo nello spazio digitale, dove può crescere e accelerare finché non saremo finalmente pronti ad abbandonarla. Ma ecco un avviso: forse dovremo aspettare ancora un po’. L’idea che l’avidità dei consumatori un giorno arriverà al suo limite naturale, dopo tutto, non è nuova. Willian Stanley Jevons disse lo stesso sull’economia materiale, più di centocinquanta anni fa.

— Il testo che avete letto è un estratto da Il giorno in cui il mondo smette di comprare di J.B. MacKinnon.

© 2021 by J.B. MacKinnon Published by arrangement with The Italian Literary Agency and Sterling Lord Literistic, Inc.

ARTICOLO n. 61 / 2021

FATHER TONGUE

father tongue (noun).

  1. separate language for expressing ideas, as opposed to the vernacular (mother tongue) which is employed for everyday speech
  2. The form of language acquired through education and reading, as opposed to the dialect one grows up speakingeducated or formal language. 
  3. second language that one speaks fluently
  4. The language spoken by one’s father, when it differs from that spoken by one’s mother

Italian is my father tongue.

According to the pioneering applied linguist Wolfgang Butzkamm, we only learn language once. In his article with John A.W. Caldwell The Bilingual Reform. A Paradigm Shift in Foreign Language Teaching he argues that the mother tongue is the greatest asset people can bring to learning a foreign language: “As we grow into our mother tongues (1) we have learnt to conceptualize our world, we have become world-wise; (2) we have become skilled intention-readers and communicators, we have learnt to combine language with body language; (3) we have learnt to articulate fluently and use our voice effectively; (4) we have acquired an intuitive understanding of grammar; (5) we have acquired the secondary skills of reading and writing. In acquiring a first language, we have in fact constructed our selves.” Having learned Italian as an adult I find this last statement fascinating. I can’t help but wonder who I’d be and how my life would be different had Italian been in fact my mother tongue.

Italian was never my father’s tongue.

When he was a boy, he came home one day find his own father arguing in some strange language with various workers who’d been hired to build an addition on the house.

Eavesdropping on the angry dispute, my father was astonished: he didn’t know his own father could speak any language other than English, let alone Italian. Who was his father? And by extension, who was he himself? “I’m Canadian,” his father told him when he asked, “you’re Canadian.”

My father’s mother tongue had been silenced.

Growing up, I knew that my great-grandfather Osvaldo had emigrated with his brothers Giacomo, Giovanni and Luigi to Fort William, Ontario, Canada (now Thunder Bay) from Azzano Decimo, Friuli around 1910, but three generations later not a word of Italian was spoken in our house. I vaguely remember helping my father’s cousin make wine once but my grandfather Bruno (who went by Bernie) frowned upon maintaining these Italian traditions. Instead, he’d adopted other, more North American pleasures: he loved to make pecan pie and didn’t complain when his wife Mary, of mostly British ancestry, used ketchup to season the spaghetti sauce. They named their children David, Marilyn, Donald (my father) and Susan. The vicious bigotry Italian immigrants faced in North America is well documented, and the assimilation of their descendants was thus inevitable. Somewhere along the way, perhaps out of shame or simply a wish to make life easier, our family name of “Del Bel Belluz” was shortened to just “Belluz.” It was a kind of self-mutilation, a scar that lasted generations. If a tongue can’t pronounce its own name, how can it cry out? How did we completely lose our identity as Italians? These are two questions I cannot adequately address here. In his elegiac book Danubio, Claudio Magris aptly describes Paul Celan’s poetry this way: “it is a word torn from wordlessness…it is the gesture of one who puts an end to a tradition and at the same time erases himself.”

I left Thunder Bay at age 18 to study violin at the University of Toronto, soon switching my major to vocal performance in my second year. I was drawn to the linguistic aspect of singing, interpreting text in different languages and portraying operatic characters on stage. I rounded out my course schedule with English literature classes and an introductory course in Italian studies where I read translations of Boccaccio, Dante, Petrarch and Machiavelli. Their voices sparked an interest but I was too busy trying to master the art of Bel Canto to let it be kindled. A large part of my rigorous vocal training included a lyric diction class where we learned the International Phonetic Alphabet and language-specific repertoire courses in French, German, Italian and English where we honed our pronunciation of the predominant languages in the classical art song and operatic tradition. I loved trying to get my tongue and lips to shape the vowels and articulate the nasal, fricative, and plosive consonants to capture the nuances of each language. And while I’d go on to perform entire operatic roles in Italian, pouring over Nico Castel’s word-for-word translations of libretti (or producing my own rough translations) to prepare these roles, the Italian language remained elusive to me for many years – a contrived phonetic performance.

Many years pass. I begin to feel an acute yearning whenever I hear someone speaking Italian. Strange voices are whispering in my veins: traditore. I can no longer ignore the (inherited?) shame I feel. I obsessively embed myself in the Italian language: podcasts, language apps, and YouTube videos. A kind of conversion happens. I start following Italian writers and musicians on social media, picking up slang and idiomatic expressions no textbook would print. I sign up for private conversation lessons and watch the classics of Italian cinema. To learn grammar, I translate the lyrics of songs by Battiato, Battisti, Dalla, Mina and contemporary artists from Francesco Bianconi and Giorgio Poi to M¥SS KETA and Mahmood.

On a trip to New York City, I make a pilgrimage to Rizzoli Bookstore, summoning the courage to approach a seller to ask in Italian for her beginner novel recommendations. Back in Los Angeles, I begin to read, frequently pausing to look up unknown words and record them in my notebook. The process is painstaking but I slowly develop a recollection of the meaning of words. The first novels to come alive for me in Italian are Natalia Ginzburg’s epistolary novel Caro Michele and Cesare Pavese’s La luna e i falò – their common exploration of identity and the longing to belong triggers a tsunami of recognition inside me.

I start to follow the contemporary literary scene in Italy and am strangely compelled to buy Luciano Funetta’s 2016 novel Dalle rovine (“From the ruins”). The voice of the narrator, a disquieting “we,” is so riveting that I quietly begin working to render it into English. I stumble through the ruins of my own Italian, each sentence a brick in this new home I’m building for myself. Or is it a prison? Either way, I find profound pleasure in the painstaking discipline of translation. 

The philosopher Paul Ricoeur’s essay Translation as Challenge and Source of Happiness articulates his concept of translation as “linguistic hospitality where the pleasure of dwelling in the other’s language is balanced by the pleasure of receiving the foreign word at home, in one’s own welcoming house.” In his article Linguistic Hospitality: Paul Ricoeur and Translation, Francisco Díez Fischer adds: “translating also means to exile oneself, to inhabit the place of the other in order to understand him. Ricoeur analyzed this paradoxical hospitality by extending it beyond the work of the translator and by turning the question of foreign languages into a question about identity.”

As an emerging translator, I spend my days tirelessly reading and translating Italian literature and navigating the impostor syn