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ARTICOLO n. 60 / 2021

BÉLA TARR, SANTITÀ SENZA DIO

Nella costruzione le cose restano a metà,
nella rovina tutto è fatto fino in fondo.
László Krasznahorkai

È un tardo pomeriggio di settembre, un viaggio nella profonda Irpinia, scenari tremolanti tra scure vallate e strade sassose. Odore di umido, menta e pioggia. È il tempo dell’estate morente, quando la malinconia inizia a pervadere ogni cosa. La disperata e dolce melanconia della resistenza.

Resiste ai colpi di vento la tovaglia bianca di cotone sul tavolo, sotto la grande quercia. All’improvviso la sua ombra è passata da prezioso ristoro a divenire un abbraccio cupo che mi traghetta verso la nuova stagione. Resistono i personaggi senza tempo che in queste lande desolate trovano rifugio o temporanea quiete. Come la donna apparsa sotto il cipresso, che parla da sola mentre cammina lentamente in cerchio, indossando leginocchiere. Lei davvero indossa le ginocchiere, il che la rende ancora più tragica e vulnerabile: colei che tende alla caduta. Vaneggia numeri e parole a pezzi, mentre io bevo limonata, le butto un occhio ma non me ne curo. Tutto il resto la ignora eppure al tempo stesso la accoglie perfettamente, come su un set impeccabile. Poi sparisce. Così come mille volti e storie che si susseguono senza lasciare traccia se non la religiosità del loro manifestarsi, del loro passaggio.

La luce è sempre filtrata da una spessa coltre di nuvole, una luce piatta spietata e bellissima.

La Nuova Inghilterra, l’Irpinia o l’Ungheria.

È un sentimento dello spazio che mi riporta alla memoria quando, anni fa, vidi un film di Béla Tarr. Al termine di una sequenza che pareva non avere fine – oltre 4 minuti – mi alzai in piedi battendo le mani, soffocando un grido. Ero turbata e mi sono sentita meno sola, riconoscendo ciò che il mio cuore e occhi hanno sempre saputo. E quando si riconosce, è sempre una grande epifania. Violenta ed emozionante, quindi bellissima. Era Il Cavallo di Torino.

Ho riconosciuto il presente amplificato perché anche io lo vivo così e lo capisco ogni volta che diventa lacerante, rivelatore ed infine santo. Ho riconosciuto l’ombra, la putrefazione, la costante dell’immutabilità, la disperazione che muove la vita. Ho visto raccontata nessun’altra legge se non quella del caos e del disordine, unica vera formula regolatrice del cosmo. Ho riconosciuto l’indifferenza degli elementi naturali – il vento, la pioggia – che nelle loro manifestazioni non rivelano mai niente, partecipando solo della distruzione.

Ho infine preso parte alle danze piene di miseria e poesia, ballando fino alla vertigine con quei personaggi disperati, gli stessi incontrati durante alcuni viaggi straordinari, commuovendomi ed emozionandomi, come accade quando, appunto, si riconosce.

E così Béla Tarr, provocatorio e profetico, quella sera d’inverno di tanti anni fa, divenne per sempre parte del mio Partenone. Padrino, patrono e protettore, Béla Tarr è come se mi avesse letto dentro l’anima.

La miseria che racconta è vicina a quella di Alì dagli occhi azzurri, della giungla piena di oscenità e fornicazione di Herzog, quella che si cela dietro a ogni cosa che io vedo e sento. La gloria di tale miseria sta nel suo essere sempre così prossima al disfacimento.

Béla Tarr, profondo osservatore della fragilità umana, ci restituisce il tempo del reale, asfittico e snervante eppure così ampio da stordirci. Ci trattiene nei luoghi che il più delle volte ci limitiamo ad attraversare senza mai realmente comprenderne la portata, così distratti dalla velocità del nostro tempo. Il suo è un mondo lento e apparentemente immutabile che tuttavia pullula di cose inquiete, sempre pronte al cambiamento continuo, che dialogano tra loro in un flusso caotico senza capo né coda. Finché si rivela quell’unica parabola che davvero regola il mondo vivente e che contiene in sé tutte le altre: la lotta, cioè, tra ciò che resiste e ciò che tenta di sconfiggere la resistenza.

L’umanità che popola l’universo/purgatorio di Béla Tarr è fatta di outsider, incapaci di contrastare lo sgretolamento del loro mondo circostante, a cui assistono inermi e a cui finiscono per soccombere. Gli spazi in cui si muovono sono sempre densi e carichi di grande materialità. Oltre quella della resistenza, c’è un’altra lotta, e cioè la tensione costante e disperata tra il bisogno di fare parte di un certo sistema di credenze e la spinta a distruggere tale sistema. Questa umanità, infatti, non prova mai vergogna né rimorso, tale è la dissoluzione di ogni moralità, tale è la rassegnazione e l’assenza di un fine. Tuttavia i suoi personaggi sembrano ancorati a un tipo di fede molto cupa, attenta ai segni e soprattutto all’apocalisse. L’intento è sempre la resistenza, ma resistere alla naturale tendenza alla rovina è appunto un tentativo inutile. Così come lo è affidarsi alla fede, che risulta sempre basata sull’illusione. L’esempio perfetto è l’apparizione del personaggio di Irimias/Jeremiah, il Messia/falso profeta di Satantango, né Satana né Dio, in quanto privo dello spessore richiesto ad adempiere ciascuno di questi ruoli. Malgrado le sue parole urgenti e quasi salvifiche, egli è semplicemente il risultato di un fraintendimento collettivo mosso dalla disperazione, rivelandosi infine per ciò che è: un’illusione, deludente e senza speranza, come tutto il resto. La dissoluzione del gruppo e il ritorno a un destino miserabile sono l’unica verità.

La natura della cinematografia di Béla Tarr rivela la stessa tensione dialettica tra stabilità e rottura; una coreografia impeccabile fatta di lentissimi movimenti di macchina, lunghi piani sequenza e la quasi assenza di montaggio, che libera il film dalla linearità, sfidando lo spettatore a stabilire le sue coordinate all’interno di un universo mentre ne contempla il suo prossimo sconvolgimento.

Nel mezzo di tutte queste lotte, c’è quella infine più importante: quella della vita che si riafferma e che chiede di essere osservata senza nessun’altra ragione che non il suo puro manifestarsi, nel suo tempo reale, denso, espanso e brutale.

Nel mezzo di queste lotte c’è dunque il presente. Il presente.

E nel presente tutto è santo, il futuro non esiste, Dio non esiste.

Bisogna saperla accogliere, però, questa santità. È alla portata di tutti ma in pochi, come Béla Tarr,hanno davvero il coraggio di fare spazio per tale esperienza. Cioè intuire il Nulla che esiste dietro il tessuto dell’Essere, e accettarlo. Solo così forse, è possibile, alleviare il tormento che viene dalla costante oscillazione tra la concretezza dell’essere e la possibilità dell’eruzione del Nulla.

Ci vuole il coraggio di essere aperti ad ospitare l’altro, il miracoloso, il caotico, il tragico nonsense della vita, le sue epifanie che ci lasciano sopraffatti. Quando si apre quella porta c’è un senso di riconoscimento; non ci si aspettano grandi rivelazioni ma piuttosto dialoghi pieni di amore e complicità con l’Altro, che sia una folata di vento, le crepe sui muri o il fango sulle scarpe. È l’istante – il presente – in cui è come se alla realtà, soprattutto nelle sue manifestazioni più banali, cadesse il velo… e all’improvviso si mostrasse per quello che è realmente: un Nulla, una misera immediatezza e nulla più, più nessun tentativo di concatenare eventi che prima o dopo di quella avranno creato un senso. No. Ogni singola cosa miracolosa il cui motivo di esistere è il suo stesso e unico esistere, così nella sua mancanza totale di ordire e senso. C’è così tanta santità nel presente.

Penso anche ad Emilia, la domestica di origini contadine di Teorema, il personaggio Pasoliniano più prossimo alla santità proprio per il suo essere:

tutta nel presente  
come gli uccelli del cielo e i gigli nei campi,  
tu non ci pensi, al domani.

Santi sono gli uomini, le donne, le bestie, non c’è nessuna distinzione.

Santi sono gli outsiders, messaggeri della terra del sacro, cioè quella al limite, aspra e selvaggia abitata dagli oppressi; santi sono i luoghi non luoghi, su cui si scivola senza mai soffermarsi, così gravi e potenti ma destinati sempre alla dissoluzione; sante sono le facce che contengono tutta la disperazione del mondo. Sante sono le vacche di Satantango, santo è l’occhio della balena e santo è il lacerante primo piano del muso del cavallo che sa di essere prossimo alla morte. Santa è la pioggia incessante. Santo è questo istante imperfetto eppure pieno di senso.

Esiste solo il presente. Dunque tutto santo nella sua caducità. Come se ogni cosa fosse solo un’apparizione, a cui ci si può accostare solo con timore reverenziale.

Per sfuggire al crollo del mondo o al diluvio in arrivo, non resta dunque altro che abbandonarci al presente. Come pare suggerire Béla Tarr, forse il miglior modo di farlo è danzando; nella danza tutti respirano allo stesso ritmo, tutti esistono nello stesso spaziotempo. Una lunga danza… e non importa che sia celebrativa o funebre, piena di speranza o disperata, inutile e dinoccolata come quella degli astri messa in piedi da Valuska. O che si tratti di un interminabile tango satanico.

Purché si danzi fino alla fine.

ARTICOLO n. 59 / 2021

LA LETTERATURA È NATURA

TRADUZIONE DI MARGHERITA PODESTÀ HEIR

Il testo che oggi vi presentiamo è una lectio che Karl Ove Knausgaard ha tenuto nel 2019 alla Fiera del Libro di Francoforte.

Eccoci qui a Francoforte, centro finanziario d’Europa noto per la sua Borsa, una delle più importanti al mondo, dove tutto ruota sulla capacità di agire rapidamente e guadagnare denaro con altrettanta velocità. Ora che ci troviamo alla Fiera del Libro, la più grande al mondo, dove analogamente si parla di vendita e acquisto, seppur di libri e limitatamente ai più recenti, di cui ogni anno se ne sfornano centinaia di migliaia, vorrei cogliere l’occasione per riflettere su una delle peculiarità più importanti della letteratura, e cioè la sua lentezza.

 Non mi riferisco alla quantità di tempo necessaria per leggere un libro, ma a quanto può durare il suo effetto nel tempo e allo strano fenomeno per cui persino opere letterarie scritte in altre epoche, con presupposti radicalmente differenti, a volte profondamente estranei ai nostri, siano ancora in grado di parlarci. Non solo, ma sono anche capaci di dirci qualcosa su chi siamo, qualcosa che altrimenti non avremmo visto, o avremmo colto in modo diverso.

 Non sono molte le caratteristiche che accomunano un villaggio spagnolo di inizio Seicento alla nostra epoca, eppure il romanzo di Cervantes Don Chisciotte della Mancia si lascia leggere anche oggi, pur per altri motivi. Quello più significativo è probabilmente il fatto che il conflitto di fondo sul quale verte l’opera è anche il nostro. Un vecchio nobiluomo che ha letto troppi romanzi cavallereschi interpreta tutto ciò che vede sotto la loro luce. Per esempio, parte all’attacco di un gregge di pecore, credendo che sia un esercito e fa lo stesso con un mulino a vento, convinto che si tratti di un gigante. Don Chisciotte è un’opera comica, ma il fenomeno, il modo in cui ciò che leggiamo o vediamo è in grado di creare una realtà propria che, se non viene corretta e in base alla quale agiamo di conseguenza, non è più comica poiché chi, seduto nelle proprie stanze, sviluppa una visione ristretta del mondo non assalta mulini a vento o pecore, ma esseri umani.

A questo punto perché non spingerci ancora più a ritroso nel tempo, all’Impero Romano, più o meno nel Sessanta avanti Cristo, quando Lucrezio scrisse la sua unica opera nota, il De rerum natura. In questo poema didascalico Lucrezio spiega come il mondo sia costituito da atomi, ma la realtà atomica di Lucrezio non è isolata, come invece ci viene presentata oggi negli articoli e nei libri di carattere scientifico, con i suoi elettroni e nuclei, campi elettromagnetici, particelle e onde. Nel poema di Lucrezio la dimensione atomica coesiste accanto al mondo così come lo vediamo ogni giorno, con le sue pianure erbose e i suoi fiumi, i suoi ponti e le sue case, le sue mucche e le sue capre, i suoi uccelli e il suo cielo. Sono due facce della stessa medaglia, senza l’una non esiste l’altra. Nel mio animo sussistono pochi dubbi sul fatto che oggi il mondo sarebbe apparso diversamente se la scienza fosse rimasta ancorata al mondo stesso e non l’avesse perso di vista, poiché in questo è implicito un obbligo, e di conseguenza una rettifica continua: non siamo più grandi del bosco, non siamo neppure più grandi dell’albero. E siamo fatti degli stessi elementi costitutivi.

Cervantes scrisse il suo primo libro quattrocento anni fa, un’opera che da quel momento in poi è stata trasportata lentamente dal fiume del tempo, comunicando cose diverse a epoche diverse. Il poema che Lucrezio scrisse più di duemila anni fa rimase a lungo nell’oblio, ma quando fu riscoperto all’inizio del Quattrocento, rappresentò un importante presupposto del nascente Rinascimento e, non solo lo si può leggere tuttora, ma continua a parlarci, a dirci cose che abbiamo dimenticato o che forse non abbiamo mai capito esattamente.

La letteratura non agisce lentamente soltanto nella storia, ma anche nel singolo lettore. Ricordo che la prima volta che ho letto la poetessa danese Inger Christensen, e in particolare il suo poema Alfabeto, era a metà degli anni Novanta, quindi venticinque anni fa. Alfabeto è un elenco di cose che ci sono nel mondo e comincia così:

Ci sono gli albicocchi, ci sono gli albicocchi

Ci sono le betulle; e le bacche, le bacche
e c’è il bromo; e l’idrogeno, l’idrogeno

ci sono le cicale; la cicoria, il cromo,
e ci sono le clementine; ci sono le cicale,
le cicale, i cedri, i cipressi, il cervelletto

ci sono i daini; i desideri, i dadi,
ci sono i delinquenti; i daini, i daini;
il deserto, la diossina e i dì; i dì
ci sono; i dì, i decessi; e le descrizioni
ci sono; le descrizioni, i dì, i decessi

Quella volta, venticinque anni fa, pensavo che questa poesia fosse bellissima, che da essa scaturisse un particolare ardore esistenziale, ma il mio non era stato che un infiammarsi momentaneo. Poi, qualche anno fa, mi è ritornata in mente. Non so perché, ma rileggendola, ha acquisito una nuova carica, un nuovo significato. Innanzitutto, perché in questo suo evocare cose, animali e piante ho percepito un dolore, come se adesso su di essi aleggiasse un’ombra. Poteva trattarsi della certezza che un giorno moriremo, lasciandoci tutto questo alle spalle, ma poteva anche trattarsi della certezza che un giorno potrebbero essere loro a morire e a lasciarci per sempre. Sono molte le specie di animali che con il passare del tempo non possiamo più dare per scontate. Secondariamente perché ho capito come la forma stessa del poema si muove intrecciando cultura e natura. Le cose che vengono elencate non sono enumerate in maniera casuale, da un lato sono strutturate in ordine alfabetico, dall’altro seguono la cosiddetta sequenza di Fibonacci, dove ciascun numero è il risultato della somma dei due precedenti: 1,1,2,3,5,8,13,21 eccetera. In natura questa serie numerica è presente ovunque, per esempio nella riproduzione delle api, nel modo in cui gli steli si ramificano, nel numero di petali dei fiori, nell’ordinamento delle spirali esistenti nelle pigne, negli ananas e nei girasoli.

Questa struttura latente, che è stata isolata dalla scienza e che la natura non conosce, ma che si limita semplicemente a seguire, appartiene tanto al misticismo quanto alla matematica e, insieme alle parole isolate dal poema che evocano singoli oggetti e singoli fenomeni, ci rende il mondo al tempo stesso familiare e alieno, sensoriale e astratto, tangibile e intangibile.

Christensen si rifà palesemente a Lucrezio. La parola che Lucrezio usava per «atomo» è la stessa che usava per «lettera dell’alfabeto». Questo valeva anche per i primi greci che scrivevano dell’atomo: anche loro utilizzavano la parola «atomo» per «lettera dell’alfabeto». Lucrezio paragona ripetutamente gli atomi alle lettere – allo stesso modo in cui le poche lettere dell’alfabeto si possono combinare secondo modalità infinite per esprimere tutto ciò che esiste tra cielo e terra, si possono combinare i pochi atomi esistenti per creare cielo e terra e tutto quanto si trova nel mezzo.

Scienza e letteratura leggono entrambe il mondo e, prima o poi, entrambe si imbattono nell’illeggibile, nel confine dove ha inizio l’incomprensibile. Una volta, in uno dei suoi saggi, Inger Christensen scrisse che questo confine sussiste dentro di noi e che nella scienza, il dialogo tra il leggibile e l’illeggibile conduce all’uso di termini come teoria del caos, frattali, superstringhe, soltanto perché ricorrere alla parola Dio parrebbe troppo pressante e invadente.

 Ogni cosa esiste una accanto all’altra
Gli atomi, le lettere dell’alfabeto, la letteratura, la scienza, il mondo.
E la conoscenza e la distruzione.

Anche il mondo, nel cui centro ci troviamo adesso, qui a Francoforte, con i suoi grattacieli e le sue automobili, il suo aeroporto gigantesco e le sue banche, si è creato lentamente e, se si vuole fissarne l’inizio, risulta fondamentale il periodo di grandi sconvolgimenti che ha contrassegnato l’Europa più o meno quando venne recuperata l’opera di Lucrezio. Fu l’umanista Poggio Bracciolini a ritrovare il testo, probabilmente l’unico esemplare esistente, e la scoperta ebbe luogo in un’abbazia tedesca a soli cento chilometri da qui, a Fulda, nel gennaio 1417. Trent’anni dopo, intorno al 1450, Gutenberg inventò il torchio tipografico. Anche questo avvenne in questa area geografica, a Magonza, a soli quaranta chilometri da Francoforte. Sempre in quest’arco di tempo in Germania prese forma la leggenda di Johan Faust, l’erudito itinerante che vendette la propria anima al diavolo e, come sapete, anche la Fiera del Libro che apre oggi risale a quel periodo: la sua primissima edizione è datata 1478.

Non è chiaro come sia nata la leggenda di Faust, ma esiste in ambito storico un Johan Faust che corrisponde alla descrizione. Si dice che sia nato due anni dopo la prima Fiera del Libro, quindi nel 1480, in un luogo chiamato Knittingen, a soli centoquaranta chilometri da qui. Johan Faust viene descritto dai suoi contemporanei come «un dotto ciarlatano che si spacciava per profondo conoscitore delle arti magiche» e che vagava da un’università all’altra della zona. Sappiamo che era a Würzburg nel 1506, a centodieci chilometri da qui, e a Kreuznach nel 1507, a centotrenta chilometri da qui. Sappiamo anche che nel 1509 conseguì un grado accademico all’Università di Heidelberg, a soli novanta chilometri da qui. Non si può quindi escludere che Faust abbia frequentato la Fiera del Libro di Francoforte.

Un altro candidato storicamente esistito sarebbe un certo Johan Fust, vissuto tra il 1400 e il 1466. Era orafo e socio in affari di Gutenberg a Magonza, a quaranta chilometri di distanza da dove ci troviamo adesso.

E il diavolo? Dov’era?

Sappiamo che almeno in un’occasione era al Wartburg, a centonovanta chilometri da qui. Intorno al 1520 il diavolo era stato visto in quel castello da un monaco che a tarda notte era intento a tradurre la Bibbia in tedesco. Il monaco si faceva chiamare Junker Jörg, in realtà il suo vero nome era Martin Lutero, che si arrabbiò a tal punto con il diavolo che lo aveva disturbato mentre lavorava da scagliargli addosso un calamaio.

È stato dunque qui, in questo mondo contrassegnato da una singolare mescolanza di superstizione e raziocinio, magia e scienza, roghi di streghe e stampa dei libri che si è costituita la realtà in cui viviamo adesso. La scoperta del torchio tipografico ha reso possibile accumulare e diffondere il sapere in un ordine di grandezza fino a quel momento sconosciuto. È stato questo il presupposto da cui è scaturita la lenta separazione della scienza dalla religione che ha mutato in modo così radicale la nostra visione del mondo e la nostra comprensione di noi stessi da risultare quasi inconcepibile l’idea che prima non fosse così.

Che cosa ci faceva qui il diavolo, cosa c’entrava nella creazione di ciò che sarebbe divenuto il nostro mondo? 

Naturalmente si potrebbe affermare che la leggenda di Faust rappresenti una narrazione protestante di carattere formativo nata durante il periodo della Riforma, dove la colpa di Faust non è necessariamente quella di ricercare il sapere, ma di farlo al di là di Dio. Per Goethe – originario anche lui di Francoforte – il peccato di Faust era profano: cercava la conoscenza senza conoscere l’amore.

È difficile però prescindere dal fatto che dove sussiste una brama di sapere, c’è anche il diavolo. È stato il diavolo, sotto forma di serpente, a tentare Eva, convincendola a mangiare il frutto dell’albero della conoscenza e determinando così la cacciata degli esseri umani dal Paradiso ed era sempre il diavolo l’entità evocata da   Faust nei suoi tentativi di penetrare i segreti della natura.

Ma questo cosa significa?

Con tutte le nostre innovazioni tecnologiche, dalla stampa a caratteri mobili all’aeroplano e alla centrale nucleare, è come se ci seguisse un’ombra, invisibile, eppure percettibile perché le sue conseguenze si manifestano davanti ai nostri occhi. Karl Benz, che nel 1885 aveva costruito la primissima automobile in un garage di Mannheim, a soli ottanta chilometri da qui, difficilmente sarebbe stato in grado di prevedere che l’automobile, che avrebbe unito luoghi e persone, aperto e messo in relazione culture diverse e ampliato in maniera radicale il raggio d’azione di una vita umana, in futuro avrebbe ucciso un milione e duecentocinquantamila persone all’anno. E non sapeva neppure che le emissioni di ossido di carbonio provenienti dalle automobili avrebbero causato l’aumento della temperatura globale, contribuito a causare lo scioglimento dei ghiacci, l’elevarsi del livello del mare, la devastazione degli incendi boschivi, l’espansione delle aree desertiche e l’estinzione di specie animali.

Questo fenomeno, per cui le azioni benintenzionate di uno si trasformano in un male incontrollabile quando l’uno diventa tanti, viene chiamato dal filosofo francese Michel Serres «peccato originale». Il diabolico consiste nel fatto che, per quanto ognuno di noi desideri soltanto il bene, tutti insieme commettiamo il male.

Il diavolo è associato alla trasgressione, sì, il diavolo ne è l’incarnazione stessa. Cercare di carpire alla natura i suoi segreti più reconditi è una trasgressione ed è per questo che Faust deve cercare l’aiuto del diavolo.

Il diavolo esiste perché per noi la trasgressione è perniciosa e questa conoscenza è antica quanto la cultura stessa. Faust era rilevante nel 1500 come nel 1800, quando Goethe scrisse di lui, e negli anni Quaranta del Novecento quando Thomas Mann fece lo stesso nel suo romanzo Doctor Faustus. L’opera si apre con una scena che è mi è rimasta impressa nella memoria quando ho letto questo libro all’età di diciannove anni. Due ragazzi, dagli strani nomi di Serenius Zeitblom e Adrian Leverkühn, crescono insieme nel profondo della Germania di fine Ottocento e, all’inizio del romanzo, il padre di Adrian mostra loro alcuni esperimenti di carattere scientifico che riguardano il modo in cui potrebbe comportarsi la materia morta, inanimata qualora fosse viva. Adrian, che in seguito venderà la propria anima al diavolo, ride della reverenza che il padre nutre nei confronti dei misteri della natura, mentre Serenius rimane inorridito.

Non so perché questa scena mi sia rimasta impressa nella memoria a diciannove anni, ma so perché continuo a ritornarci: lì, in quella stanza, si incontrano ciò che è vivo e ciò che è morto, ciò che è autentico e ciò non lo è, l’alchimia e la scienza, il diavolo e la modernità. Nessuno degli elementi presenti in quella stanza è scomparso dopo che li aveva riuniti Mann, anzi, si sono addensati perché da allora è stato scisso l’atomo ed è stato isolato e localizzato il DNA, schiudendo così la possibilità di manipolare il genoma. Le opportunità che si aprono alla scienza sono enormi, si possono migliorare le piante, aumentare la produzione di cibo, coltivare organi, sì, è addirittura possibile creare una nuova vita. Si potrebbe dire che gli esseri umani sono diventati finalmente come Dio, ma in un testo antico che ha richiesto più di tremila anni per giungere qui, possiamo leggere che cosa è successo a un altro che voleva diventare come Dio:

Eppure tu pensavi:
«Salirò in cielo,
sulle stelle di Dio
innalzerò il trono,
dimorerò sul monte dell’assemblea,
nelle parti più remote del settentrione.
Salirò sulle regioni superiori delle nubi,
mi farò uguale all’Altissimo».
E invece sei stato precipitato negli inferi,
nelle profondità dell’abisso!

O, per dirla con le parole del forse più grande poeta tedesco in assoluto, Friederich Hölderlin, nato a centosessanta chilometri da Francoforte: «Ciò che ha sempre reso la terra un inferno è stato proprio il tentativo dell’uomo di renderla un paradiso». D’altro canto, che la conoscenza e la distruzione si trovino una accanto all’altra non dice nulla sulla loro sequenza e, in una delle sue celestiali poesie, lo stesso Hölderlin scrisse anche qualcos’altro, di egualmente veritiero: «Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva».

Nota della traduttrice. In riferimento alla poesia di Inger Christensen e alla citazione di Friedrich Hölderlin si fa fede al testo norvegese proposto dall’autore. Nel caso specifico di Christensen, per mantenere il gioco letterario delle iniziali dei vocaboli sono state utilizzate parole italiane differenti da quelle originali ma allo stesso tempo affini dal punto di vista semantico.

© 2019 Karl Ove Knausgaard
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ARTICOLO n. 58 / 2021

COS’È UN LETTORE ONNIVORO?

Mi viene chiesto di parlare di lettori onnivori. Accetto subito. Poi mi fermo. Ci penso. Cos’è, poi, un lettore onnivoro? Sono io un lettore onnivoro? Di certo, se venissi colto da una simile domanda all’improvviso – che so, da un tizio che lo chiede in un caffè o alla fine di una presentazione –, risponderei di sì, anzi un deciso «Sì certo»,tale quasi da metterlo involontariamente in imbarazzo per aver posto una domanda dalla risposta così ovvia.

La mia biblioteca racconta però una storia differente: per quanto ancora capace di far produrre l’ospite occasionale nel solito «Ma li hai letti tutti?» (la risposta da dare, com’è noto, è: «No, li ho scritti tutti»), a ben guardare – anzi pure a un’occhiata superficiale – mostra una predominanza esorbitante della narrativa sul resto, e della filosofia su quel poco resto. Il che, forse, già mi esclude dai lettori onnivori; o forse no, dato che l’espressione si potrebbe interpretare in altro modo, ad esempio come indicante il lettore che legge autrici e autori da tutto il mondo, oppure sia classici che contemporanea, o sia alta letteratura sia narrativa commerciale, o ancora quello che alla biblioteca di narrativa ne affianca una di poesia, eccetera.

Ma usciamo dalle case, e dalle biblioteche delle case, giacché fatte in realtà per parlare, in un linguaggio privatissimo, solo a chi ci abita. Per trovare un lettore onnivoro, o anche solo immaginarlo, onde poi fornirgli qualche consiglio (se mai ne ha bisogno), è lecito pensare che si debba andare in biblioteca o in libreria. Riduciamo il campo: il lettore onnivoro può essere trovato in entrambi i luoghi, ma evidentemente si forma in libreria, dato che una biblioteca, per via della catalogazione, avrà parole solo per il lettore già avveduto, onnivoro o meno che sia. Riflessione che ne impone un’altra a corollario: il lettore onnivoro già formato è anche per forza di cose avveduto. Si può immaginare, volendo, un Moloch mostruoso che si nutra d’ogni libro senza badare a cosa ci sia scritto, ma sappiamo che si tratta di una chimera, e non solo perché il numero di libri che si possono leggere in una vita è limitato, ma soprattutto perché essi imporranno la loro legge, che sia essa al rialzo o al ribasso, prima ancora di arrivare al crivello dell’ampiezza, escludendo con essa ciò che si trova sopra o sotto una certa linea di galleggiamento.

Siamo allora d’accordo che il lettore onnivoro avrà il proprio habitat specifico e il proprio spawning ground in una libreria. Condizione, questa, che potrebbe essere peggiorata da quando nelle librerie, specie se di catena, è andato decadendo l’uso di ordinare i libri per editore, in favore dell’ordinamento alfabetico per autore (più, sui tavoli, esse pure tutte mischiate, «le novità»). Favorendo ciò il lettore che entra già sapendo cosa vuole acquistare, si limitano nascita e sviluppo dei lettori onnivori, ma nelle librerie più grandi i banchi delle novità sono talmente vasti (e c’è, magari, spazio per una zona classici o per una «selezione dei librai») da permettere ancora di nutrire l’infanzia di questo specifico animale.

Andiamo però ancora indietro. Perché un tempo, quando non esisteva ancora quella compartimentazione dei generi che è poi un’idea dei venditori di libri, e ancor prima dei loro distributori, tutti i lettori nascevano potenzialmente onnivori: tutto era letteratura, e da questo si partiva. In tale momento, in cui già esisteva l’editoria di massa ma non si era ancora specializzata, due grandi basi del lettore onnivoro, almeno stando alle testimonianze di scrittori e letterati (una predilezione in alcuni casi arrivata fino alla fine del Ventesimo secolo – la pensava così, ad esempio, Bolaño) erano quei sublimi zibaldoni che prendono il nome di Pensieri (di Pascal) e Saggi (di Montaigne). Portatori di visioni del mondo che risultano tanto più antitetiche quanto più li si rilegge, avevano e hanno tuttavia in sé un cuore centrale costituito da un’idea ovvia ma vieppiù perduta: per leggere bene (neanche per scrivere: non si era ancora a questo) è necessario aver letto, poiché la letteratura, e più in generale il pensiero, altro non è che rimaneggiamento, aggiornamento, ripresentazione, corollario e correzione (e a volte plagio e imitazione, certo), e senza una base solida atta a dirimere intuitivamente le letture prima ancora di sceglierle (e per capire, dopo, i riferimenti espliciti o impliciti) non si farà altro che andar per lucciole.

Ecco, forse, la differenza tra il potenziale lettore onnivoro di ieri e il potenziale lettore onnivoro di oggi. Un tempo era pacifico che qualunque vita di letture, al di là delle Scritture, prendesse le mosse dai classici, nel senso di classici greci e romani, andasse poi come andasse. Oggi il potenziale lettore onnivoro che non abbia ricevuto una formazione prettamente letteraria (ma chi, oggi, riceve una simile formazione? Forse solo chi ha la fortuna di nascere in una casa in cui c’era già un lettore onnivoro, e di ereditarne dunque volumi e approccio) rischia, soprattutto, di non saper da che parte cominciare.

È l’esperienza a confermarmi quest’impressione: capita spesso che un amico, lettore forte o almeno volenteroso (ma occupato in tutt’altre questioni che non gli permettono certo di seguire tutto quel coacervo di inserti, riviste e blog che rende possibile essere plausibilmente informati sulla cosiddetta attualità letteraria), mi mandi un messaggio che dice «sono in libreria: cosa compro?». Il lettore potenzialmente onnivoro si ritrova ogni volta ubriacato dall’apparente sovrappiù d’offerta, ammutolito dalla (dis)organizzazione dei volumi col loro assurdo ordine alfabetico, e ulteriormente confuso dalla quasi totale esplosione del rapporto tra collane e qualità attesa dei testi: ormai da tempo e volentieri i marchi più prestigiosi hanno accettato il do ut des con chi può garantire un certo venduto, e la collana di una major, a prescindere dalla sua gloria passata, può contenere di tutto, cosa che finisce per scoraggiare il potenziale lettore onnivoro qualora becchi – e può accadere – la sciocchezza invece del capolavoro. Forse viene da questo, e solo da questo, la reputazione scintillante del marchio Adelphi: è rimasta l’unica casa editrice in cui, anche pescando a caso, si può trovare un libro bello o meno bello, ma mai una sciocchezza.

Questo processo, nemico del lettore onnivoro, si sviluppa su più piani: non ci sono, infatti, soltanto libri pessimi che finiscono in buone collane o in buoni editori solo perché vendono (o perché potrebbero farlo), o quei romanzi rosa con packaging letterario che tanta fortuna hanno in questi anni. C’è anche un secondo livello, più insidioso (almeno per il potenziale lettore onnivoro): quello rappresentato dagli autori di medio rango che vendono e sembrano sufficientemente letteratura da non far vergognare chi li legge o se li porta in giro, e che verranno ineludibilmente presentati come i libri da leggere (e vale lo stesso per certa saggistica di divulgazione). Libri che per la maggior parte si leggono, si leggono eccome, ma in ultimo senza vero entusiasmo. E quando decade l’entusiasmo, il lettore onnivoro rischia di non nascere.

È forse allora necessario alzare presidî proprio in quel punto. Lì che dovrebbero agire le recensioni su giornali e riviste (spesso lo fanno, ma altrettanto spesso agiscono in favore delle dinamiche editoriali di cui sopra) e la critica accademica (che lo fa anche più spesso, ma muovendosi con tempi che non possono incidere su quelli ossessivi e assetati di turnover della distribuzione), o ancora le Classifiche di Qualità, per citare un dispositivo a me caro che cerca di dar mano a disincantare le fate morgane del midcult. Si sa però che il lettore (onnivoro o meno che sia) è sensibile prima di tutto al passaparola, e quindi, prima ancora che recensire, analizzare e classificare, è necessario parlare, parlare, parlare di quali sono i libri davvero belli, di dove si muova, oggi, il fronte d’onda della letteratura.

Chi non ha mai sentito questo o quello dire che «non si fanno più libri belli»? La stessa persona reagirà con stupore se le si fanno i nomi, che so, di Mathias Énard (appena uscito per E/O il suo, splendido, nuovo romanzo, Il pranzo annuale della confraternita dei becchini), Olga Tokarczuk (nonostante il Nobel!), Georgi Gospodinov, László Krasznahorkai o Mircea Cărtărescu, solo per citare cinque che questo fronte d’onda lo cavalcano in modo incontestabile (eppure, a parte il francese, fare i loro nomi, visto anche il suono esotico, verrà preso dai più come uno sketch sullo stile di quello di Aldo, Giovanni & Giacomo sul mattone polacco, minimalista, di scrittore morto suicida giovanissimo).

Insomma, se in questa sede si può affermare senza troppo tema di smentita che il libro più importante uscito quest’anno è Solenoide del succitato Cărtărescu (traduzione di Bruno Mazzoni), non sarà così facile far capire al potenziale lettore onnivoro che deve davvero andare in quella direzione. Che dire del più importante recupero dell’anno, Dizionario dei Chazari di Mirolad Pavić (nella nuova traduzione di Alice Parmeggiani)? Forse sto uscendo dai binari, sovrapponendo questo potenziale lettore onnivoro a tutt’altro: a uno specificamente avveduto lettore di narrativa; o forse a una sorta di mio lettore ideale.

Torniamo allora ai libri di pensiero capaci di traversare le discipline: che sia lì la risposta? Di certo alcuni autori ci stanno tornando: allora al lettore onnivoro si potrebbe consigliare, al posto di Pascal o Montaigne, Economia dell’imperduto di Anne Carson, portato in Italia da Utopia l’anno scorso (nella traduzione di Patrizio Ceccagnoli), in cui gli strumenti della poesia e della critica letteraria vengono usati per parlarci del rapporto tra beni e merci, o L’impensato – Teoria della cognizione naturale di N. Katherine Hayles, appena uscito da effequ (traduzione di Silvia Dal Dosso e Gregorio Magini), dove la scienza della mente si incrocia con la critica culturale per raccontarci le nuove modalità cognitive che definiranno il «mondo a esperire». Oppure, ancora da Utopia (che formare lettori onnivori sia utopico?), l’imminente Le cose che abbiamo visto di Luís Fernandez Mallo, che lettore onnivoro lo è di certo, vista l’ampiezza dei suoi riferimenti e delle sue citazioni, che lo portano, nei suoi vertiginosi giochi di rimandi e citazioni, a creare una letteratura onnivora. Il suo primo approdo in Italia, con una traduzione Neri Pozza del primo volume della sua «trilogia della Nocilla», non fu fortunato; speriamo che stavolta trovi i lettori che merita, e vedremo, poi, se saranno onnivori o d’altro genere.

ARTICOLO n. 57 / 2021

LA SOLITUDINE UCCIDE

TRADUZIONE DI LUIGI MUNERATTO

«Mi fa male la gola. Brucia. Mi fa davvero male. Non posso andare a scuola».

È il 1975. La radio trasmette «Bohemian Rhapsody», Margaret Thatcher è da poco diventata leader dell’opposizione, la guerra del Vietnam è appena finita e questo è il mio sesto attacco di tonsillite dell’anno.

Mia madre mi porta di nuovo dal dottore. Di nuovo mi fa prendere il Penbritin, quell’antibiotico stucchevole dal sapore di zucchero filato e semi di anice. Di nuovo mi schiaccia una banana e mi grattugia una mela – è tutto quello che posso mangiare con la gola in fiamme. Di nuovo non vado a scuola.

Per me il 1975 è l’anno dei continui mal di gola e dei nasi che colano, oltre che dei ripetuti attacchi di febbre. È anche l’anno in cui Sharon Putz spadroneggia nella mia scuola elementare. L’anno in cui mi sono sentita più isolata, esclusa, sola. Ogni giorno, durante l’intervallo, me ne stavo in disparte, a guardare dal lato opposto del cortile gli altri bambini che saltavano e giocavano a campana, sperando che mi chiedessero di unirmi a loro. Non l’hanno mai fatto.

A prima vista, collegare la solitudine che provavo allora con le mie ghiandole gonfie e la mia gola di carta vetrata potrebbe sembrare forzato. Ma si è scoperto che la solitudine ha manifestazioni corporee. E un corpo solo, come vedremo in questo capitolo, non è un corpo sano.

Corpi soli

Ripensate all’ultima volta in cui vi siete sentite soli. Può anche essere stato per un breve periodo. Come lo sentivate nel vostro corpo? Dove lo sentivate?

Spesso pensiamo che una persona sola sia passiva, calma, silenziosa. In effetti, quando molti di noi ricordano i periodi più soli della propria vita, non rievocano subito un cuore che batte forte, pensieri che si rincorrono o altri tipici segni di una situazione di forte stress. La solitudine evoca piuttosto l’idea di staticità. Eppure la presenza chimica della solitudine nel corpo – dove risiede e quali ormoni fa scorrere nelle vene – è essenzialmente identica alla reazione di «attacco o fuga» che abbiamo quando ci sentiamo minacciati. È questa risposta allo stress ad alimentare alcuni degli effetti più insidiosi della solitudine sulla salute. Possono essere profondi e, nei casi peggiori, anche mortali. Quando parliamo di solitudine, quindi, non stiamo parlando solo di menti sole, ma anche di corpi soli. Le due cose sono naturalmente interconnesse.

Questo non significa che i nostri corpi non siano abituati a reagire allo stress – ne facciamo esperienza abbastanza spesso. Un’importante presentazione di lavoro, un grosso rischio corso in bicicletta, guardare la nostra squadra subire un rigore, sono tutti comuni fattori di stress. Ma di solito, quando la «minaccia» si esaurisce, i nostri segni vitali – battito, pressione sanguigna, respirazione – ritornano alla normalità. Siamo al sicuro. In un corpo affetto da solitudine, invece, né la reazione allo stress né, soprattutto, il ritorno alla normalità avvengono come dovrebbero.

Quando un corpo solo subisce uno stress, i livelli di colesterolo si alzano più velocemente che in un corpo non solo; la pressione sanguigna si alza più velocemente; i livelli di cortisolo, «l’ormone dello stress», si alza più in fretta. Inoltre, questi momentanei aumenti di pressione sanguigna e colesterolo si accumulano nel tempo per coloro che sono cronicamente soli, con l’amigdala – la parte del cervello responsabile di quelle reazioni di «attacco o fuga» – che spesso mantiene attivo il segnale di «pericolo» molto più a lungo di quanto non farebbe normalmente. Questo porta a un incremento della produzione di globuli bianchi e di infiammazioni, che nei periodi di stress acuto può essere di grande aiuto, ma se mantenuto per periodi più lunghi ha effetti collaterali devastanti. Se infiammato cronicamente, infatti, e con il sistema immunitario sovraccarico e poco efficiente, un corpo solo è soggetto ad altre malattie che di solito sarebbe in grado di combattere molto più facilmente, tra cui il raffreddore, l’influenza e la mia antica nemesi del 1975, la tonsillite.

È anche più soggetto a malattie gravi. Se si è soli, si ha un rischio di malattie coronariche maggiore del 29%, un rischio di ictus maggiore del 32% e un rischio di sviluppare demenza clinica maggiore del 64%. Se ci si sente soli o si è socialmente isolati si ha quasi il 30% di probabilità in più di morire prematuramente rispetto a chi non lo è.

Se è vero che più a lungo siamo soli più l’impatto sulla nostra salute è dannoso, anche periodi di solitudine relativamente brevi possono avere un impatto negativo sul nostro benessere. Quando un gruppo di ricerca della Johns Hopkins University di Baltimora ha condotto uno studio negli anni ’60 e ’70 che ha monitorato dei giovani studenti di medicina per sedici anni, il gruppo in esame ha messo in luce uno schema rivelatore: gli studenti che erano stati soli durante l’infanzia, a causa di genitori freddi e distaccati, avevano più probabilità di sviluppare diversi tipi di cancro in seguito. Un più recente studio del 2010 condotto su persone che avevano vissuto un periodo di solitudine, in questo caso provocato da un evento specifico come la morte di un partner o il trasferimento in un’altra città, ha rivelato che anche se la loro solitudine era temporanea (in questo caso meno di due anni) la loro aspettativa di vita era diminuita. Considerando il periodo di isolamento forzato che la maggior parte di noi ha vissuto nel 2020, tutto questo fa suonare un campanello d’allarme.

Torneremo sul perché la solitudine provochi danni così gravi nei nostri corpi. Ma prima consideriamo quella che è per molti versi l’antitesi della solitudine – la comunità – e il suo impatto sulla nostra salute. Se la solitudine ci fa stare male, sentirci legati agli altri ci mantiene in salute?

L’enigma della salute haredi

Burroso, cremoso, salato, dolce. Il ruggaleh mi si scoglie in bocca. Come anche il mio primo morso di «jerbo», una torta tradizionale ebraico‑ungherese ricoperta di cioccolato, noci e marmellata di albicocche. Sono al Katz’s Bakery di Bnei Brak in Israele, una delle più celebri tappe del tour di cucina haredi.

Gli haredim sono un ramo ultra‑ortodosso dell’ebraismo, le cui origini risalgono alla fine del XIX secolo. Oggi questa comunità con il cappello nero, la camicia bianca e l’abbigliamento pudico rappre‑ senta circa il 12% della popolazione di Israele, un dato che potrebbe arrivare al 16% nel 2030. Trovo che tutti i dolci di Katz’s siano assolutamente deliziosi. Ma queste prelibatezze non sono certo salutari. In effetti tutto quel burro, quello zucchero e quei grassi aiutano a spiegare perché gli haredim abbiano una probabilità di obesità sette volte maggiori rispetto agli ebrei israeliani laici. Quando chiedo a Pini, lo spiritoso ebreo haredi che guida il tour, quanta verdura e fibre ci siano nella dieta tradizionale haredi, mi risponde che sono limitate. La dieta non è l’unico aspetto poco salutare del loro stile di vita. Pur abitando in un paese che ha una media di 288 giorni di sole all’anno, questo gruppo ha una grave carenza di vitamina D. Il loro codice di abbigliamento pudico fa sì che a malapena i polsi vengano esposti al sole. E per quanto riguarda l’esercizio fisico? Tutto ciò che richiede sforzo tende a essere evitato. Secondo tutti gli standard moderni, Pini e i suoi compagni decisamente non conducono una vita sana.

Non sono nemmeno finanziariamente stabili. La maggior parte degli uomini sceglie di abbandonare la forza lavoro per studiare la Torah, e se è vero che il 63% delle donne haredim ha un lavoro, spesso dovendo mantenere le rispettive famiglie, esse tendono a lavorare meno ore delle donne non ortodosse a causa delle loro considerevoli responsabilità in casa (la donna haredi media ha 6.7 figli, tre in più della media nazionale di Israele). Inoltre, spesso lavorano in ambiti quali l’insegnamento, dove la paga è relativamente bassa. Di conseguenza, più del 54% degli haredim vive al di sotto della soglia di povertà, rispetto al 9% degli ebrei non haredi; il loro reddito mediomensile pro capite (3500 shekel), è inoltre la metà di quello della loro controparte ebrea meno religiosa.

Considerati tutti questi fattori, ci si aspetterebbe che gli haredim abbiano un’aspettativa di vita più breve del resto della popolazione israeliana. Dopotutto, la stragrande maggioranza degli studi da tutto il mondo mostra una chiara e sicura correlazione tra dieta e longevità, attività fisica e longevità e anche tra condizione socio‑economica e longevità.

Eppure, in modo affascinante, gli haredim sembrano contrastare questa tendenza; il 73,6% degli haredim descrive la propria salute come «molto buona», rispetto ad appena il 50% degli altri gruppi. È una statistica che potremmo essere tentati di ignorare in quanto autodichiarata e frutto di un autoconvincimento, se non fosse per il fatto che la loro aspettativa di vita è effettivamente più alta della media. Le tre città in cui vivono la maggior parte degli haredim di Israele – Bet Shemesh, Bnei Brak e Gerusalemme – hanno tutte valori anomali per quanto riguarda l’aspettativa di vita. A Bnei Brak, la cui popolazione è per il 96% haredi, l’aspettativa di vita alla nascita è di ben quattro anni superiore di quanto suggerirebbe la classificazione socio‑economica della città. Nel complesso, gli uomini haredi in queste città vivono tre anni in più e le donne quasi diciotto mesi in più di quanto ci si aspetterebbe. Altri studi hanno rilevato che, anche in quanto alle misure di soddisfazione della vita dichiarate, ottengono un punteggio più alto rispetto agli ebrei israeliani laici o moderatamente osservanti o agli arabi‑israeliani.

Certo, potrebbe essere che questa comunità, in cui molti provengono dagli stessi shtetl in Polonia e in Russia e spesso si sposano tra loro, condivida un particolare corredo genetico che li predispone a una buona salute. Ma in realtà è molto più probabile che la limitazione di un patrimonio genetico nel tempo porti a disturbi genetici piuttosto che alla longevità della popolazione.

Si potrebbe anche supporre che gli haredim siano più sani grazie alla loro fede, dati i molteplici studi che suggeriscono che il credo religioso abbia un impatto positivo sulla salute. Tuttavia, si pensa che non sia tanto il credo in sé quanto la partecipazione alla comunità connessa a questo credo a portare a questo risultato. Come suggerisce uno studio molto citato, è la partecipazione alle funzioni religiose, non la semplice identificazione in quanto religioso, che può aggiungere ben sette anni all’aspettativa di vita.

La comunità, il cui valore è stato così ripudiato dall’accento che il capitalismo neoliberista ha posto sull’individualismo e sugli interessi personali, sembra avere di per sé un beneficio sulla salute. E, per gli haredim, la comunità è tutto.

Questo gruppo coeso trascorre virtualmente tutte le ore del giorno insieme a pregare, fare volontariato, studiare e lavorare. Il loro anno è scandito da giorni sacri e festivi in occasione dei quali la comunità si riunisce. Per il Sukkot, le famiglie accolgono gli ospiti nelle loro sukkah, costruzioni temporanee con tetti di foglie di palma in cui dormono e mangiano per una settimana. Per il Purim, le strade si riempiono di festaioli in costume – l’atmosfera è una combinazione tra Martedì grasso e Halloween. Per l’Hannukkah, i vicini, gli amici e gli amici dei vicini si riuniscono per accendere la menorah e mangiare ciambelle alla marmellata. Matrimoni, Bar Mitzvah e funerali riuniscono folle di persone per giorni e giorni. E naturalmente ogni venerdì sera una schiera di nipoti, cugini di primo e secondo grado e suoceri si raccolgono intorno alla tavola per spezzare il pane e dare inizio al Sabbath insieme.

Gli haredim non si limitano a pregare e giocare insieme, comunque. In tempi di crisi o necessità si prestano concretamente aiuto e sostegno l’un l’altro. Che si tratti di badare ai bambini, di cibo, di trasporto per visite mediche, di consigli, anche di aiuti economici se necessario, sono sempre presenti l’uno per l’altro quando i tempi sono duri e la vita è difficile. Non sorprende quindi che solo l’11% dichiari di sentirsi solo, rispetto al 23% della popolazione totale di Israele.

Dov Chernichovsky, professore di economia e politica sanitaria all’Università Ben Gurion del Negev in Israele, studia gli haredim da diversi anni. È convinto che se anche la fede gioca un ruolo nell’aspettativa di vita sopra la media degli haredim, i loro stretti legami familiari e comunitari ne giochino uno più cruciale. «La solitudine accorcia la vita e l’amicizia riduce la pressione», afferma concisamente il professore. Per gli haredim, la cura e il supporto che si forniscono l’un l’altro potrebbero effettivamente essere il segreto per una vita più lunga e più sana.

I benefici della comunità sulla salute

Gli haredim non sono l’eccezione in questo senso. I benefici della comunità sulla salute sono stati identificati per la prima volta negli anni ’50 nella piccola città di Roseto, in Pennsylvania, quando i medici locali hanno notato che gli abitanti avevano un tasso di malattie cardiache molto più basso di quello di una simile città vicina. Dopo ulteriori indagini hanno scoperto che gli uomini di Roseto di più di 65 anni avevano un tasso di mortalità che era la metà della media nazionale, anche se avevano un lavoro massacrante nelle vicine cave, fumavano sigarette senza filtro, mangiavano polpette intrise di lardo e bevevano vino ogni giorno. Perché? I ricercatori hanno concluso che erano i solidissimi legami familiari e il sostegno della comunità prevalentemente italoamericana di Roseto a fornire un maggior beneficio sulla salute. Uno studio successivo del 1992, che ha esaminato ben cinquant’anni di documentazione sanitaria e sociale, ha trovato ancora più prove a sostengo di questa tesi. Nel frattempo, il tasso di mortalità a Roseto era aumentato fino a raggiungere la media a causa dell’«erosione dei rapporti familiari e comunitari tradizionalmente coesi» dalla fine degli anni ’60 in avanti. Mentre i più ricchi iniziavano a mostrare la propria ricchezza in modo sempre più ostentato, mentre i negozi locali chiudevano a causa dell’arrivo di più grandi «superstore» fuori città e mentre spuntavano case monofamiliari con giardini recintati al posto delle abitazioni multigenerazionali, i benefici della loro comunità a protezione della salute si disperdevano. Altri esempi di comunità coese che preservano la salute dei propri membri includono gli abitanti della Sardegna e dell’isola di Okinawa in Giappone, nonché gli Avventisti del Settimo Giorno di Loma Linda, in California. Queste aree geografiche sono note come «Zone blu»: luoghi in cui non è solo la dieta a contribuire all’aspettativa di vita particolarmente lunga, ma anche il fatto che i legami sociali sono forti e durevoli. Luoghi come Bnei Brak o Roseto negli anni ’50 dove, come ha detto Dan Buettner, il membro di National Geographic che ha coniato il termine, «Non puoi uscire dalla porta di casa senza imbatterti in qualcuno che conosci».

È importante non essere troppo romantici quando si parla di comunità. Le comunità sono esclusive per definizione, e come tali possono essere sia eccessivamente chiuse che ostili nei confronti degli estranei. Spesso non ammettono diversità o anticonformismo, che si tratti di interessi diversi, strutture familiari non tradizionali o credenze e stili di vita alternativi. Nel caso degli haredim e degli Avventisti del Settimo Giorno, per esempio, chi non si attiene alle norme della comunità scoprirà che la scomunica può essere brutale e brutalmente rapida.

Eppure, per coloro che si trovano all’interno dell’enclave, la comunità apporta chiaramente dei benefici alla salute. Questo non deriva solo dal supporto pratico che la comunità fornisce o dalla garanzia di sapere che qualcuno ti copre le spalle, ma anche da qualcosa di più sostanziale che ha origine nel nostro profondo passato evolutivo: il fatto che siamo programmati per non stare da soli.

© Noreena Hertz, 2020

— Il testo che avete letto è un estratto dal secondo capitolo del Secolo della solitudine di Noreena Hertz (il Saggiatore, 2021)

ARTICOLO n. 56 / 2021

C’È ANCORA SPAZIO PER LE NOSTRE OPINIONI?

Quando non ci sono le opinioni, non c’è dibattito, e quando non c’è dibattito o c’è conformità o c’è indifferenza. Secondo me, in Italia, siamo in questa situazione: un misto di conformità e indifferenza. È proprio per questo che oggi voglio parlare di opinioni, della scrittura e dell’esprimersi più generalmente come un gesto di dialogo collettivo e quindi di impegno socio-politico.

Per arrivare a parlare di opinioni parto però da tre premesse, da esperienze personali che ho vissuto negli ultimi mesi, che mi hanno dato spunti di riflessione e mi portano oggi a scrivere un pezzo proprio su questo tema.

Pochi mesi fa ho pubblicato il mio primo libro, Volti d’Italia, un saggio di attualità basato su un viaggio che ho fatto nel 2019 attraverso la nostra penisola intervistando gli italiani più disparati alla ricerca della nostra italianità, dei problemi e soluzioni, di una direzione comune come Paese. Insomma, è un un libro che cerca di far parlare la collettività e di rispolverare la voglia di partecipazione per cambiare il nostro Paese. Un approccio che va in controtendenza all’individualismo che domina sempre più la nostra società. Un individualismo che condanniamo a parole ma in fondo ci sta comodo, visto che richiede meno coraggio e messa in discussione che un’implicazione vera nella società in cui viviamo. Ed infatti una prima premessa è questa: l’affermazione sempre più forte dell’individualismo come chiave predominante di scrittura, lettura e confronto nel nostro Paese.

Nella vita ho fatto tutt’altro finora, sono una manager, un’esperta di relazioni e politiche internazionali. Sono quindi nuova al mondo dell’editoria. Per capirci penso ancora che si stia parlando di qualcun altro quando le persone mi presentano come una scrittrice. Ho anche pubblicato negli ultimi anni alcuni articoli nelle testate dei gruppi GEDI e del Corriere della Sera, ma sono nuova anche al mondo del giornalismo: chiaramente non sono una giornalista, scrivo su temi a cui tengo e di cui sono esperta per creare un dibattito, una riflessione, un confronto e – nel mio piccolo – influenzare l’opinione pubblica e dei politici. E, oltre che al mondo dell’editoria e del giornalismo, mi posso dire anche nuova rispetto alla cultura lavorativa italiana in senso più largo. Ho fatto la maggior parte dell’università all’estero, mi sono formata nelle scuole di politica francesi e americane – Sciences Po e Harvard – e soprattutto ho lavorato fino a un anno fa, quando sono tornata in Italia per un ruolo all’interno della Presidenza italiana del G20, esclusivamente all’estero – tra Africa, Medio Oriente, gli Stati Uniti e vari Paesi europei.

Faccio questa seconda premessa perché aiuta a spiegare la mia confusione quando sono diventata parte del mondo del lavoro italiano, tra cui quello dei giornali e dell’editoria, e ho trovato un Paese fatto a scatole. «Sei giovane, quindi non sei una manager», «sei un’analista, quindi va bene la parte dei dati ma cancella la tua opinione», «sei un’intellettuale, quindi non dare opinioni politiche o partitiche sennò diventi di parte», «non sei una giornalista, quindi non puoi…» e così via. Insomma, da quando sono tornata percepisco un bisogno delle persone di «classificarmi» in qualche etichetta, con un ruolo e soprattutto dei limiti precisi: devi essere o carne o pesce e comportarti come si comportano gli altri della tua categoria. Sicuramente influenzata dalla mentalità americana e nordica dove ognuno può essere e diventare quello che desidera, tramite il lavoro duro, il merito e la competenza, ho imparato a essere quello che mi pare, senza dover scegliere tra carne e pesce. E sento che la mia forza sta proprio nel mio profilo ibrido, eclettico, non lineare – caratteristiche che invece disorientano molti in Italia perché non rientro nel rigido sistema settoriale. Ecco, da questo ne evinco un secondo concetto: la nostra cultura lavorativa è dominata da scatole, da settori rigidi e un po’ vecchio stampo, con poca ibridazione e dialogo tra di loro, il che impatta la nostra capacità di confronto e quindi di innovazione, di creatività, come italiani e come Paese.

La terza e ultima premessa ha invece a che fare con le opinioni e gli opinionisti. Mentre scoprivo confusa questo processo di inscatolamento mi sono accorta che – in qualsiasi scatola venissi messa – esprimere il mio impegno e la mia opinione su temi di cui sono esperta (nel senso di conoscenza o esperienza) o a cui tengo era una cosa da evitare due volte su tre: i giornalisti riportano e analizzano le notizie, gli analisti danno i dati ma non le policies, gli intellettuali danno idee alte e teoriche – rigorosamente pure per non cadere nei giochetti politici, i manager tendono a non esprimersi per non compromettere le loro aziende o posizioni, e i politici – loro sì – danno la propria opinione, ma grazie alla sfiducia accumulata negli anni si assume in genere che venga da chissà quale interesse egoistico e quindi non gli si dà una legittimità intrinseca. A parte qualche eccezione – di cui vi parlo tra pochissimo – ho l’impressione che in pochi danno (che si declina in: siano autorizzati a dare, gli sia dato lo spazio di dare, abbiano il coraggio di dare) la propria opinione o parlano del proprio impegno. Da questa terza premessa traggo un terzo concetto, il lusso o la rarità delle opinioni, o almeno di opinioni nel senso in cui le intendo io.

Insomma faccio queste premesse per arrivare quindi all’opinione in sé. Se si guarda ai pochi che hanno la legittimità, lo spazio e quindi una voce da dare alle proprie opinioni, ci sono vari aspetti che con la mia prospettiva forse un po’ da «esterna trovo problematici.

Il primo riguarda la mancanza di diversità. Questi pochi, chiamiamoli «i guru» dell’opinionismo che girano tra TV, radio e giornali, si contano sulle dita di due mani e sono – guarda caso – quasi tutti uomini, ultracinquantenni, etero e bianchi. Ne ammiro alcuni e altri meno, ma questo non toglie che sono un gruppo ristretto e omogeneo che detiene il potere dell’opinionismo: non sono rappresentativi della nostra società e tutt’oggi lo spazio in TV, sui giornali, o alla radio, non viene dato sufficientemente a donne, giovani, persone LGBTQ+, italiani di seconda generazione, migranti e cosi via. Precisiamo, non parlo di show di intrattenimento, ma di dibattiti sociali e politici di livello. Le donne (in parte io inclusa) sembrano relegate ai magazine femminili dove, nonostante il grande lavoro che stanno facendo varie direttrici di questi settimanali, rimane comunque un dibattito prezioso ma tra donne, e i giovani si sono costruiti un mondo dell’informazione parallelo sui social. E così il confronto tra generazioni, generi, gruppi di maggioranza e minoranza viene a mancare. E su questo ho un’opinione molto netta: senza questa diversità si ascolta metà della storia, si perdono prospettive e visioni fondamentali per discutere o risolvere qualsiasi tema che si affronta.

Il secondo aspetto problematico ha a che fare proprio con il concetto di opinione. Quando questi guru condividono le loro opinioni nei vari talkshow o sui giornali o quando gli influencer lo fanno sui social, ho l’impressione di trovarmi davanti ad un confronto il cui scopo non è dibattere, entrare in una dialettica per far avanzare la riflessione collettiva e sviluppare il senso critico, ma piuttosto dare spazio a un susseguirsi di affermazioni, ognuna rigorosamente distaccata dall’altra, che hanno l’obiettivo di dimostrare che si ha ragione e l’altro ha torto o semplicemente di mettersi in mostra.

E, non ultimo, vedo un terzo problema, una sorta di accanimento terapeutico: a poche personalità, quelle che spiccano, gli si chiede opinioni su tutto, dal governo che cade alla guerra in Afghanistan, dal rapimento di un bimbo all’ennesimo femminicidio, dal cambiamento climatico all’ultima partita di calcio. Ai miei occhi c’è un preoccupante distacco tra il mondo dell’opinione e quello della competenza.

Insomma, torniamo quindi al punto di inizio. Con delle opinioni nella maggior parte dei casi non rappresentative della nostra società, elargite non per dialogare ma per asserire l’individualità, e troppo spesso distaccate dalla competenza o dall’esperienza di chi le dà, ci ritroviamo in un Paese che ha un vuoto di opinionismo nel senso vero. Un Paese che ha troppa poca capacità di confronto e dialogo tra generazioni, tra generi, tra settori. Dove un gruppo ristretto e omologato detiene e mantiene il potere di influenzare l’opinione pubblica – spesso tramite scontri più che confronti, restituendo un modello e un ragionamento a cui manca la forza della dialettica intrinseco alla diversità. E il risultato è che una persona come me, come cittadina, come «giovane» (a 34 anni lo sono solo per gli standard italiani), come donna, come esperta di certe tematiche, come scrittrice, trova spazi per spiccare (e già questa è un’eccezione visto la situazione dei giovani in Italia) ma non trova facilmente occasioni per confrontarsi con altri e contribuire al dibattito intellettuale e politico.

Questo spazio rimane ostaggio di vecchi schemi e paradigmi. Tornando in Italia ho trovato infatti una cultura lavorativa, una cultura del pensiero e un sistema Paese disfunzionale, rotto. Ci sono tante eccezioni, tante persone che cercano di cambiare lo status quo, ma di fatto siamo ancora in un grande cortocircuito dove non si riesce a costruire ed evolvere insieme, dove non viene dato lo spazio che si meritano la competenza, i giovani, le donne, insomma gli esperti non-omologati per generare un confronto diverso, vero. Senza questo spazio di ibridazione, di riflessione collettiva e non individuale, di confronto tra gruppi diversi e non omologati, uno spazio che parte e passa dai libri, dai giornali, dai social, dalla TV, dai podcast e dalla radio, dalle scuole, dalle case e dai bar, rimarremo in questo grande corto circuito di immobilità ed indifferenza, di conformità e frustrazioni.

Lasciare il potere (è un potere grande quello di poter influenzare l’opinione pubblica e politica) per chi lo detiene, e pretendere di averlo per chi invece non lo ha mai avuto e non sa di meritarlo, è la dinamica più difficile da cambiare. Ma bisogna cambiare paradigma partendo proprio da questo punto: rispolverare il senso vero delle opinioni, dando spazio e legittimità a chi ha le competenze, la voglia di contribuire e dialogare, per immaginare insieme il futuro e costruire un Paese diverso.

ARTICOLO n. 55 / 2021

RIPENSARE LA MASCOLINITÀ

«Niente roba omo», afferma il ragazzo, appena visibile nella luce fioca della stanza, reggendo delicatamente il mio piede tra le mani. Con i suoi 1,88 m di altezza da riserva del basket di seconda divisione, è inginocchiato di fronte a me, che sto seduto sul suo letto, il piede sollevato poco sopra il tappeto. La testa piegata fa risaltare il ghirigoro della rosa tracciata dai capelli, il sudore tra i follicoli che cattura la luce del crepuscolo autunnale attraverso la finestra. Tutto è possibile, pensiamo, con il corpo. Con il linguaggio, però, non è sempre così. «Niente roba omo», ripete, prima di avvolgere la benda elastica una, due, tre volte intorno alla mia caviglia slogata. Lo scopo della frase oggi mi è chiaro: una password, un incantesimo, un salvacondotto per il contatto fisico. Perché due ragazzi potessero stare così vicini in un territorio regolato dalle leggi nebulose ma severe della mascolinità statunitense, serviva una magia.

Niente roba omo. Queste parole lo autorizzavano a reggermi il piede con l’attenzione e la delicatezza di un infermiere, dopo che, mezz’ora prima, mi ero slogato la caviglia giocando a nascondino a squadre nel giardino dei McIntosh. Correvamo, i corpi argentei nell’oscurità che calava veloce, ragazzini che giocavano alla guerra.

Il ragazzo, che chiameremo K, mi aveva aiutato a rialzarmi e mi aveva sostenuto mentre zoppicavo verso casa sua, che stava proprio dall’altra parte del giardino. La battaglia ferveva ancora tutto attorno a noi, con le voci degli altri ragazzi che ci giungevano sconnesse tra i rovi, mentre una battaglia ben più vasta, la guerra in Afghanistan (era il 2005), amplificava ciò che c’era in gioco nel mondo esterno, oltre il labile tramonto dell’infanzia.

Niente roba omo.

Discosto lo sguardo quasi non fosse una caviglia, quella che ha in mano, ma la carcassa di un animale investito. Mi metto a esaminare la stanza, le pareti coperte di trofei di baseball che rilucono alla luce tremolante dei lampioni appena accesi, fuori. Lo trovo attraente? Sì. Importa qualcosa? No.

«Sei molto bravo a nasconderti», dice rivolto al mio piede e, anche se si riferisce al nascondino, potrebbe benissimo parlare dell’essere maschio. In fondo, non è comunque qualcosa in cui e da cui mi sono spesso nascosto?

Non sono mai stato a mio agio come uomo, nell’essere un lui, perché tutta la mia vita da maschio è stata inestricabilmente legata a una mascolinità egemone. Ovunque guardassi, la maschitudine equivaleva a un atto di aggressione che percepivo come a me del tutto estraneo: peggio ancora, nelle città operaie del New England in cui sono cresciuto, la mascolinità autodistruttiva, ossia ciò in cui l’abbiamo trasformata negli Stati Uniti, spesso si realizza tramite la violenza. Qui celebriamo i nostri ragazzi, che a loro volta si incitano tra loro, ricorrendo al lessico della lotta, della conquista:

Spacchi, amico. Stendili. Falli neri. Li hai davvero messi K.O. Hai battuto tutti a quel concorso. Hai fatto una strage. Li hai proprio massacrati. Quel ragazzo è una bestia. È un panzer. Non se ne lascia scappare una. Passa da una conquista all’altra. Te la sei fatta? Gliel’ho sfondata. Quella tipa è una bomba. Una botta gliela darei comunque. Farei furore. Sono serio da morire.

Per certi versi, sono solo metafore, iperboli, figure retoriche, niente di più. Ma, a mio parere, ci sono forti legami tra questi modi di dire e il passato violento del paese. Dai Padri fondatori al Destino manifesto, l’identità degli Stati Uniti è stata plasmata direttamente dal mito del rivoluzionario che si è fatto da solo, trasformatosi in esploratore e in fondatore di un mondo nuovo, puro, terreno di potenziale colonizzazione. La figura del pioniere, del cercatore stoico e coraggioso, ignora e passa sotto silenzio il genocidio dei nativi americani che l’hanno resa tale. Il paradosso della mascolinità egemone americana è anche un paradosso identitario: poiché la vita negli Stati Uniti si fondava sulla morte, bisognava trasformarla in una prassi, celebrarla. E poiché la morte era considerata un progresso, le relative metafore sono diventate metro di riferimento della vita, della crescita dei futuri uomini. Li hai fatti secchi, per la miseria.

Anni più tardi, in un’altra vita, in occasione di una lettura pubblica, gli organizzatori mi chiesero con quale pronome volevo che mi si presentasse. Non sapevo di avere una scelta. «Maschile», dissi dopo un attimo di esitazione, le mie certezze scosse. Sentivo che si era aperta una porta, anche se di poco, a farmi intravedere una strada che non sapevo nemmeno esistesse. Avevo una via d’uscita.

Ma se non volessi lasciare questa stanza, solo renderla più ampia? I pronomi neutri [they/them in inglese] per i miei amici transgender costituiscono un rifugio, una destinazione raggiunta tramite la fuga e l’iniziativa personale. L’uso di questi pronomi consente di relazionarsi con gli altri presentandosi subito come individui non binari, nella speranza di evitarsi il fastidio e il disagio di una spiegazione o la fatica di rendersi comprensibili, quando il solo fatto di esistere può essere sfinente. Cambiando pronomi, avrei forse rischiato di appropriarmi di uno spazio che ad altri serve per sopravvivere?

Da rifugiato di guerra, so quanto anche una sola parola possa diventare un appiglio fondamentale a cui aggrapparsi.  E, dal momento che come maschio dall’aria cis non ho bisogno di rifuggire la mia maschitudine per essere visto per quello che sono, resterò qui. La fortezza della mascolinità, eretta tanto tempo fa tramite opere di morte e di conquista, potrà mai essere violata, abbattuta, rifondata, o addirittura sanata? In altre parole, ho intenzione di sfidare il concetto di maschitudine. Voglio complicarlo, espanderlo e modificarlo restandoci dentro. E rimango qui proprio per lo stesso motivo per cui, nei giorni no, penso che dovrei andarmene: perché non mi riconosco nelle fila degli uomini dominanti, ma penso che possano allargarsi per farmi posto. Forse, un giorno, la mascolinità diventerà così frammentaria, così malleabile, che non avrà più bisogno di rigidi confini per riconoscersi. Potrebbe addirittura non avere più bisogno di riconoscersi del tutto. Varrà anche questa come creazione di uno spazio queer? Mi chiedo se i ragazzi potranno mai fasciarsi i piedi feriti l’un l’altro in amicizia, senza bisogno di parole in codice, con un semplice contatto, senza alcuna vergogna.

Niente roba omo, ribadisce K, tranciando il bendaggio con i denti e accarezzando la mia caviglia gonfia in tutta la sua lunghezza. Mi rimette le Vans bianche, attento ad allentarne i lacci per far posto al gonfiore. Niente roba omo, ha detto. Ma quello che è arrivato a me, allora come oggi, è Niente più uomo. Come facciamo a non pretendere che il concetto di mascolinità cambi, quando rimanere nei suoi confini ci ferisce così tanto?

«Starai bene», mi dice, con una dolcezza così rara che sembra emersa da qualche parte sepolta nel profondo, dentro di lui. Gli prendo la mano.

Mi tira su e si dirige verso la porta della stanza. «Spegni le luci», mi fa, da sopra la spalla.

Le spengo.

Diventa così buio che potremmo essere qualunque cosa, ben più di ciò che viene stabilito per noi alla nascita. Potremmo essere umani.

© 2019 by Ocean Vuong, first published in The Paris Review. Used by permission of the author.

ARTICOLO n. 54 / 2021

LA SCATOLA

«Il signor Landolfi? Lorenzo Landolfi?…»
«Sono io, con chi parlo?»
«Commissariato di zona.»

Era una mattina lattiginosa e pesante, la cappa di calore che opprimeva da giorni la città non mollava la presa, come un serpente che soffoca piano piano la sua preda. Mi sentivo spossato e con i riflessi rallentati, dovetti chiedere alla voce nella cornetta di ripetere una seconda volta la frase asciutta e lapidaria che non lasciava dubbi alla sua interpretazione: «Dovrebbe recarsi nel nostro ufficio». Malgrado la perentorietà della richiesta, il tono era gentile e ciò fu sufficiente a stemperare lo stato di allerta che sentivo crescermi dentro. Provai a richiedere maggiori informazioni ma il funzionario replicò che si trattava di «una faccenda delicata» e che sarebbe stato meglio parlarne a voce, infine mi ricordò l’indirizzo del commissariato sottolineando che si trovava «a due passi dalla sua abitazione», il che significava: non perdiamo tempo al telefono, venga qui e saprà di cosa si tratta.

Nel breve tratto di strada che conduceva alla mia destinazione provavo a elencare i possibili motivi della convocazione. L’ultima volta che mi ero presentato in commissariato era stato per denunciare il furto dell’ennesimo motorino, l’avevano forse ritrovato? Scartai subito l’ipotesi, non solo perché erano già trascorsi due anni e ritenevo pressoché impossibile l’eventualità di un ritrovamento, ma perché definire «faccenda delicata» il recupero di un motorino suonava inappropriato oltre che ridicolo. Ero incuriosito e infastidito in eguale misura, diviso fra la certezza di avere la coscienza a posto e l’inconscia possibilità di non averla affatto.

Per misteriose ragioni l’ufficio era privo di aria condizionata e i due ventilatori impolverati piazzati all’interno risultavano inspiegabilmente spenti, sicché la temperatura raggiungeva picchi incommensurabili. Non era cambiato nulla dall’ultima volta, l’odore stantio, le pareti sudicie e le voci che rimbombavano da una stanza all’altra. Rimasi in attesa qualche minuto, poi l’usciere mi disse di salire al primo piano, «stanza 5, ufficio armi».

Ufficio armi?

Bussai alla porta socchiusa. L’uomo seduto alla scrivania fece cenno di entrare senza distogliere lo sguardo dal computer acceso che riverberava una luce bluastra sul suo volto. Diede un ultimo colpetto sulla tastiera e finalmente mi rivolse la parola. Riconobbi la voce che mi aveva parlato al telefono.

«Dunque, signor Landolfi» cominciò, come dando seguito a un discorso da poco interrotto, mentre con la mano frugava i fascicoli accatastati. «Il dottor Carlo Landolfi è suo padre, giusto?»

«Sì, certo…»

«Ecco. Ci risulta che suo padre possiede…» e qui prese a leggere: «una pistola semiautomatica Beretta, modello 31 calibro 7,65 con relativi proiettili…»

Lo interruppi esibendo un sorriso forzato: «Ci deve essere un errore, mio padre ha quasi novant’anni e sinceramente non credo…». Mi interruppe a sua volta: «È proprio questo il punto. La pistola è stata regolarmente denunciata dal signor Carlo Landolfi, suo padre, nel 1976, non si tratta dunque di detenzione illegale. Ora però il denunciante ha ottantanove anni e a questa età non è più consentito detenere armi nel proprio domicilio. Dobbiamo recuperarla il prima possibile.» Il tono si era fatto sbrigativo, il fascicolo «Landolfi» rappresentava solo una delle mille pratiche da sbrigare. Quello che c’era da dire era stato detto, ora la rogna passava a me. «Ci parli, gli spieghi la situazione e poi si metta in contatto con noi.» Accompagnò l’ultima frase con la mano tesa in segno di congedo. Avevo le mani sudate, ma le sue lo erano ancora di più.

Carlo Landolfi, classe 1929. L’uomo più mite che abbia mai conosciuto. Non l’ho mai sentito alzare la voce e men che meno le mani su noi fratelli, non ricordo una litigata degna di questo nome con mia madre, o un amico, un collega. Se dovessi associare mio padre a un’immagine mi viene in mente un laghetto di montagna, limpido, placido, immobile. Non riuscivo a trovare un motivo plausibile che giustificasse il possesso di una pistola. Mai stato cacciatore papà, ha sempre odiato la violenza e tutto ciò che la rappresenta. Per anni ha votato repubblicano evitando schieramenti e polemiche, si è visto surclassare da colleghi più scaltri senza mai provare risentimento, accontentandosi di una carriera lenta ma sicura alla Corte dei Conti che gli ha garantito stima, rispetto e una dignitosissima pensione: che diavolo ci faceva con quella pistola, e perché non ci ha mai detto niente? Aveva forse a che fare con il suo lavoro? Con il suo passato? L’ipotesi difesa personale (rapinatori/ladri) non l’ho presa in considerazione neanche per un secondo.

Decisi di andare a casa sua, la casa dove eravamo nati e cresciuti e che ora divideva con mia madre, che invece avrebbe voluto vivere altrove. «Troppo grande e troppo vuota» diceva sempre.

Stava seduto sulla sua poltrona, la stessa di sempre, con un plaid sulle gambe rinsecchite malgrado il caldo e lo sguardo rassegnato di chi sa che la sua unica, vera occupazione, consiste nell’attesa. Non è mai stato un tipo loquace mio padre, mai sprecato una parola. Un atteggiamento che ha trasmesso a noi figli e al quale nostra madre si è pervicacemente sottratta, lei ama parlare povera donna, quante volte l’ho sentita farlo da sola, tanto per assecondare la smania insoddisfatta di un interlocutore. Tempo fa le ho regalato una radio e da allora non è mai successo che entrando in casa la trovassi spenta. Passa il tempo così, e non se ne lamenta. Quel giorno le note del «Concerto del mattino», il suo programma preferito, aleggiavano per le stanze vuote insieme al profumo di un caffè da poco consumato.

«Ciao papà» dissi, sfiorandogli la testa con un bacio.

«Lollino…» (non ha mai smesso di chiamarmi così) «qual buon vento?».

Ero passato a trovarlo alcuni giorni prima e ogni volta mi accoglieva come fossero trascorsi dei mesi. Inforcò gli occhiali per guardarmi meglio, lasciando che la realtà degli affetti lo riportasse nel presente. Da tempo viveva in un mondo distante fatto di pensieri e forse di ricordi, e pur essendo ancora lucido e padrone di sé, non si interessava degli accadimenti mondani, ciò che avveniva fuori dalla sua stanza non aveva importanza, non l’aveva più. Mi capitava a volte di provare invidia per la condizione esistenziale nella quale si era rifugiato, considerando che gran parte degli affanni altro non sono che logorio, inutile consumo di energia. Forse il distacco è la vera intelligenza.

«Hai qualcosa da dirmi?» come avesse intuito che la mia presenza non era casuale.

Gli raccontai della telefonata e di ciò che ne era seguito. Ascoltava in silenzio, senza fare domande. Sembrava sereno, non manifestava alcun stupore. Fui io a stupirmi della sua reazione quando gli dissi che avrei contattato il funzionario per comunicargli l’assenso alla consegna dell’arma. Non so davvero perché lo ritenessi scontato.

«È fuori discussione. La pistola non si tocca.»

Esibì un tono perentorio che non ricordo avergli mai sentito, e addirittura la voce, la sua voce, pareva artefatta, come fosse incisa su un nastro. Provai a farlo ragionare, gli dissi che non poteva tenere in casa una pistola, era pericoloso. Mi guardava come fossi un estraneo, e continuava a fare no con la testa. Più insistevo più aumentava la sua insofferenza, cominciò ad agitarsi sulla poltrona, poi, per mettere fine alla discussione sussurrò: «Sono stanco, finiamola qui. Riferisci pure al tuo commissario che la pistola resta a casa.»

«Ma perché? Che cos’ha ’sta pistola di tanto speciale?…»

Lo vidi trasfigurare, stringeva le mascelle per non dire quello che avrebbe dovuto dire, dirmi. Gli occhi si fecero lucidi e l’insofferenza lasciò posto alla rabbia: «Non insistere Lorenzo, la questione è chiusa».

Soltanto in quel momento mi resi conto di quanto poco sapessi di lui, della sua storia. I nostri genitori non esistono prima del nostro arrivo, non riusciamo a immaginarli bambini, giovani. E nelle fotografie che li ritraggono ragazzi sono i nostri tratti che cerchiamo, non i loro. Chissà quante cose non conoscevo, e se è vero che mio padre ha omesso di raccontarci episodi della sua vita, altrettanto vero è che a nessuno di noi è venuto in mente di chiedere. E anche adesso, non chiesi nulla. Non feci più domande. Nonostante la curiosità decisi di rispettare il suo silenzio e mi pentii dell’arroganza dei miei anni.

Il giorno successivo chiamai Castelli, il funzionario dell’ufficio armi. Gli spiegai la situazione. A dire il vero spiegai ben poco, non avendo argomenti da sostenere. Mi limitai a riferire le intenzioni di mio padre. Forse condizionato dal mestiere del mio interlocutore, mi aspettavo una serie di domande alle quali non avrei saputo rispondere, ma quello non insistette, e anzi, mi offrì una soluzione: «Se suo padre ha intenzione di detenere l’arma è necessario inertizzarla». Confesso la mia ignoranza, non avevo mai sentito prima d’ora il verbo inertizzare. Castelli intuì la mia lacuna e si affrettò a colmarla:

«Deve farla disattivare, renderla inerte, appunto.»

«Ah… e come si fa?»

«È una faccenda piuttosto lunga, se mi dà la sua mail le invio il procedimento per gli adempimenti burocratici.»

Il termine adempimenti burocratici mi provocò un sentimento di sconfitta, la sensazione di trovarmi di fronte a una montagna da scalare a piedi scalzi. Quando lessi la mail lo sconforto fu definitivo:

La disattivazione delle armi da fuoco è regolamentata, per quanto concerne le procedure tecniche, dal Reg. UE 2403/2015 come da ultimo modificato dal Reg. UE 337/2018.

Per quanto concerne gli adempimenti burocratici, bisogna invece consultare il D.M. 08.04.2016, che all’art. 5 rubricato   Disposizioni procedurali e adempimenti per la disattivazione” dispone che il possessore dell’arma deve comunicare per iscritto alla questura competente che intende attivare la relativa disattivazione. La comunicazione deve indicare i dati identificativi e tecnici dell’arma medesima, ovvero tipo, marca, modello, calibro e numero di matricola, nonché i dati identificativi del soggetto che effettua la disattivazione (pertanto l’interessato avrà già preso contatti con l’armeria che poi effettuerà la disattivazione). Entro quindici giorni dalla ricezione della comunicazione, la questura informa il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, rivolgendosi alla Soprintendenza per i beni storici, artistici e demoetnoantropologici competente per territorio, al fine di verificare se si tratti di un’arma antica, artistica o rara d’importanza storica o comunque di interesse culturale e, all’esito degli adempimenti, la questura medesima provvede, entro i trenta giorni dalla ricezione della comunicazione, a rendere nota al richiedente la presa d’atto (quindi l’assenso a procedere alla disattivazione).

Eccetera eccetera eccetera…

Mi girava la testa. Rilessi un paio di volte senza riuscire a trattenere un sorriso di scherno riguardo allo stile grottesco dello scritto che raggiungeva il suo apice nell’espressione: «… che intende attivare la relativa disattivazione» o nel termine «demoetnoantropologici». Cristo santo, mi ero ficcato in una bella rogna.

Spensi il computer, mi accesi una sigaretta e rimandai il problema all’indomani, confidando sul potere dissuasivo dello spettro burocratico, forse più efficace, alle orecchie di mio padre, delle mie sagge ma inascoltate parole.

Lasciai passare due giorni. Volevo dare tempo a papà di riflettere sulla questione, sarei tornato da lui con spirito diverso rispetto alla precedente visita, più accondiscendente e meno intransigente. Pensavo inoltre che la proposta dell’inertizzazione, sebbene complicata, potesse ammorbidirlo nei miei confronti, avrebbe se non altro apprezzato le mie buone intenzioni.

Stava seduto al solito posto, nella penombra del pomeriggio, lo sguardo rivolto alla finestra. Appena mi vide entrare fece scivolare sul lato del cuscino un quadernetto scuro, poi mi rivolse un sorriso. «Ciao Lollino, che bello vederti». Non vi era traccia di ostilità nei suoi occhi, sembrava più rilassato del solito, e felice, sinceramente felice di vedermi. Si capiva, dai suoi gesti, il desiderio di cancellare l’amarezza del nostro ultimo incontro.

«Siediti qui» disse «accanto a me.»

Restammo in silenzio qualche minuto. Dalla cucina proveniva il sonoro ovattato della radio e dalla strada lo sfilare veloce di qualche automobile.

«Mi dispiace per l’altro giorno papà. Non volevo turbarti… io non so nulla di quella pistola, non so da dove viene né perché la tieni in casa, però ho capito che per te è importante e se davvero non vuoi consegnarla, esiste una possibilità… si tratta di riempire un modulo… tu non devi fare niente, me ne occuperò io…». Mi alzai per recuperare il foglio nella tasca della giacca e quando mi voltai, lui stava piangendo.

In oltre quarant’anni non lo avevo mai visto in lacrime.

Non smise di piangere fino alla fine del racconto.

«È successo tanto tempo fa… Avevo quattordici anni, ero un ragazzino. C’era la guerra, ma io quasi non me ne accorgevo perché vivevo nella grande casa che tu ben conosci, distante da tutto. All’epoca non avevano ancora costruito nulla intorno a noi e la villa pareva davvero isolata dal mondo. Passavo le mie giornate in giardino o chiuso nella mia stanza, dovevo fare silenzio, non potevamo disturbare mio padre… tuo nonno… Era molto malato. Leucemia… che brutta parola, vero? Vedevo i dottori che entravano nella sua stanza e subito si chiudevano la porta alle spalle e io li sentivo sussurrare e non capivo cosa stesse succedendo. Ogni tanto provenivano dei lamenti e io mi tappavo le orecchie o canticchiavo una canzone, per non ascoltarli. Non ho mai chiesto nulla a mia madre, non so se era per non sapere, o perché già sapevo. Non avevo voglia di entrare in camera di mio padre, non è bello per un figlio vedere il proprio padre indebolirsi, i padri non possono ammalarsi, non devono… Ero triste, certo, ma facevo finta di niente. Un giorno però fu lui a chiamarmi. Sentii distintamente pronunciare il mio nome, nonostante la voce flebile. Carlo!… vieni… e poiché non rispondevo alzò leggermente il tono. Entrai in punta di piedi. La stanza era semibuia. Ricordo un odore che non mi piaceva. Stava steso nel letto, il corpo avvolto dalle coperte, tranne un braccio che fuoriusciva dal lenzuolo. Era così magro, così… piccolo. Diede un paio di colpetti con la mano sul lato del letto, per invitarmi a sedere accanto a lui. E poi, la mano, la poggiò sul mio ginocchio. Devi fare una cosa per me Carlo. E non devi dirlo a nessuno. Promesso?… Dissi di sì, anche se preoccupato. Cosa stava per chiedermi? Ero incuriosito, e orgoglioso che avesse scelto me.

Vai nel mio studio, e apri il secondo cassetto a destra della mia scrivania… in fondo troverai una scatola, una scatola marrone… portamela. Non farti vedere da nessuno, mi raccomando, è un segreto fra te e me… È importante figlio mio, è una cosa importante… mi alzai dal letto, ubbidiente, ma lui mi afferrò la mano. Carlo, non dimenticarti mai le cose belle. Non dissi una parola, ricordo che il suo sguardo, quei suoi occhi dolenti e folli, e il suo corpo così fragile, mi facevano paura… ma al tempo stesso avevo una gran voglia di abbracciarlo… non riuscivo a mettere in ordine i sentimenti che mi stringevano la gola e mi paralizzavano.  Su, adesso vai, fai quello che ti ho detto. Per raggiungere lo studio dovevo attraversare il corridoio e passare dal salotto. Ci arrivai a passi felpati, come fossi un ladro. Non ci entravo quasi mai in quella stanza, la porta era sempre chiusa ma questo non aveva mai solleticato la mia curiosità. Era un luogo che non mi apparteneva e io sto bene attento a non sconfinare in territori altrui… era tutto in ordine, un ordine definitivo, che non aveva nulla di provvisorio, perché chi avrebbe potuto scombinarlo non ne aveva più facoltà. Frugai in fondo al cassetto e trovai la scatola. La soppesai, più per istinto che per calcolo. Uscii in fretta, ma quando arrivai in corridoio incrociai il dottore che si dirigeva, accompagnato da mia madre, verso la stanza di mio padre. Nascosi la scatola sotto al maglione, salutai il dottore, e mi avviai verso la mia camera, in attesa di un momento più propizio. Li osservai avanzare dalla mia soglia, non si curarono di me. Bussarono e scivolarono dentro la stanza. Mi rimase nell’orecchio il rumore secco della porta che si richiudeva. Se chiudo gli occhi lo sento ancora quel rumore. Non avevo intenzione di scoprire il contenuto della scatola, ma quando la posai sul mio letto, la curiosità fu più forte del mio senso del dovere. Si trattava in fondo di sollevare un coperchio… Penso tu abbia capito di cosa si trattava. Io invece non me lo sarei mai immaginato. Quando la vidi, quella piccola pistola lucente, capii immediatamente, e mi mancò il respiro. Provai un terrore freddo e benedissi il cielo per l’arrivo del dottore che aveva salvato mio padre, sì, ma anche me… Come gli era venuto in mente di chiedermi una cosa del genere? Come avrei vissuto il resto dei miei giorni con quel peso sul cuore? Ero arrabbiato, arrabbiato e disperato. Chiusi la scatola e la nascosi sotto il letto, ricordo che la seppellii sotto altri oggetti per cancellarne ingenuamente la presenza, e poi di notte, non riuscendo a dormire la spostai di nuovo e la ficcai in fondo a una cesta dove ancora erano conservati i miei giocattoli di bambino. Da allora, quella scatola non mi ha mai lasciato, e quel giorno, quel maledetto giorno, fu l’ultimo in cui vidi mio padre. Non sono mai più entrato in camera sua, mai più. Per tre lunghissimi mesi, il tempo che gli era rimasto. E sai perché non l’ho fatto? Perché, per quanto ritenessi giusta la mia azione, mi sentivo in colpa. Avevo paura di guardarlo negli occhi, di vedere la sua pena. Quei tre lunghi mesi di dolore hanno pesato sulla mia coscienza per tutta la vita. Lui voleva mettere fine alla sua sofferenza, era un suo diritto… E io gliel’ho impedito. Ero davvero nel giusto? Cos’era più importante, la sua salvezza o la mia? E poi, ci siamo forse salvati?…  Pensavo fossero i miei quattordici anni a impedirmi di capire, ma tutti questi anni non mi hanno illuminato. Io ancora non so… Ecco, adesso sai perché possiedo quella pistola. Sei la sola persona a cui l’ho raccontato.»

Non ebbi paura di abbracciarlo come accadde a lui tanti anni addietro, e lo strinsi forte fra le mie braccia. «Hai fatto la cosa giusta papà, la sola che potessi fare.»

Il primo pensiero che mi venne in mente fu associativo: padri che dividono un segreto con i figli, poi la simmetria mi parve ancora più incredibile dal momento che anche io, come lui, ero stato prescelto. Anche mio padre aveva dei fratelli. Tre, come me. Ieri lui, oggi io, entrambi depositari di un segreto. A quasi settantacinque anni di distanza si replicava una scena familiare analoga.

«Chiama il commissariato e di’ che possono venirsela a prendere. Adesso.»

Non provai a rilanciare l’ipotesi inertizzazione, e non perché volessi risparmiarmi una scocciatura, ma perché avevo capito. Quel racconto sofferto, tenuto a lungo nascosto nel profondo del suo cuore, lo aveva liberato. E furono le sue parole a rendere inerte la pistola. Non c’era più motivo di nasconderla.

I poliziotti arrivarono poco dopo. Erano in due, uno molto alto con mani affusolate da pianista, l’altro più tarchiato ma scattante, nervoso. Non indossavano la divisa e di questo fui intimamente grato. Si rivolsero a mio padre con garbo e gentilezza, lui disse loro che voleva fossi io a recuperare la pistola, poi mi diede una chiave, sfilata dalla tasca della vestaglia.

«Vai alla mia scrivania, e apri il secondo cassetto a destra. In fondo troverai la scatola marrone…». Di nuovo, la storia si ripeteva: la scrivania, il secondo cassetto, la scatola marrone.

Tutto si svolse in silenzio, come durante una cerimonia. Di questo si trattava, in fondo. Eseguii gli ordini di mio padre e consegnai la scatola nelle mani del poliziotto alto, il quale, dopo aver sollevato il coperchio e afferrato l’arma, mi chiese se fosse stato possibile trasferirsi in un posto riparato (disse proprio così) della casa, «magari all’aperto». Scambiai uno sguardo con mio padre, che abbassò la testa in segno di assenso. «Certo», risposi, e invitai l’uomo a seguirmi in terrazza.

Le tapparelle erano abbassate per via del caldo e quando aprii la porta finestra la luce abbacinante e il calore mi riportarono alla realtà di quei giorni infuocati.

«Rimanga dentro», mi intimò il poliziotto.

Osservai la scena dall’interno. L’uomo si guardò intorno alla ricerca del «riparo».  che individuò in un grosso vaso dietro al quale si accucciò. Vedevo la sua sagoma imponente stagliarsi fra le fronde dell’oleandro. Rimase lì ad armeggiare (è il caso di dirlo) qualche istante per poi rientrare in casa rivolgendomi un mezzo sorriso di soddisfazione. «C’era un colpo in canna».

Un colpo in canna, uno solo.

ARTICOLO n. 53 / 2021

ALICIA E LA STAMPA UNDERGROUND

TRADUZIONE DI SARA SULLAM

Gli unici giornali americani che non mi lasciano preda della profonda convinzione fisica che mi sia stato tolto l’ossigeno dalla materia grigia, con tutta probabilità da un telegramma della Associated Press, sono il Wall Street Journal, il Free Press di Los Angeles, l’Open City, sempre di Los Angeles, e l’East Village Other. Non ve lo dico per apparire come una persona stramba, eccentrica, perversa ed eclettica, per non dire all’ultima moda in tutti i suoi gusti; qui si tratta di qualcosa di più ottundente e curioso, ossia della nostra incapacità di parlarci in modo diretto, dell’incapacità dei giornali americani di «andare al punto.» Il Wall Street Journal mi parla in modo diretto (poco importa qui che molto di quanto dice abbia per me uno scarsissimo interesse), e così anche la stampa underground.

Free Press, East Village Other, Berkeley Barb, tutte le altre testate formato tabloid che riflettono gli interessi dei giovani e di chi non ha un’affiliazione hanno una virtù particolare: sono privi di quelle posture tipiche della stampa convenzionale, per lo più fondate su una falsa obiettività. Non fraintendetemi: tengo in grande conto l’obiettività, ma non riesco proprio a capire come possa essere conseguita se il lettore non capisce la parzialità di chi scrive. Se si taccia di esserne esente, lo scrittore conferisce all’intera faccenda una mendacità che non ha mai infettato il Wall Street Journal e che ancora non infetta la stampa underground. Un autore di stampa underground dice se disapprova qualcosa, spesso in luogo del chi, cosa, dove, quando, come.

Ovviamente i giornali underground non hanno nulla di particolarmente underground. New York, a sud della Trentaquattresima Strada, è tappezzata di East Village Other; a Los Angeles, durante la pausa pranzo sulla Strip, i contabili prendono una copia del Free Press. Replicare che si tratta di testate amatoriali e scritte male (lo sono), stupide (lo sono), noiose (non lo sono), non sufficientemente inibite dall’informazione finisce per essere un luogo comune.

Di fatto, il contenuto di un giornale underground è assai scadente. La notizia di una marcia per la pace o della defezione di un gruppo rock a favore delle forze dello sfruttamento (il gruppo ha fatto uscire un disco, dicono, o ha accettato un ingaggio per suonare al Cheetah), consigli di Patricia Maginnis su che cosa dire al medico specializzando dell’accettazione se si comincia a perdere sangue dopo un aborto in Messico («Sentitevi completamente libere di dire che Patricia Maginnis e/o Rowena Gurner vi hanno aiutato ad abortire. Siete pregate di non incriminare nessun altro. Noi stiamo cercando di farci arrestare. Altri no»), riflessioni di uno spacciatore quindicenne («Devi credere allo spaccio come stile di vita, altrimenti non ce la farai»), avvertenze che la velocità uccide: un numero di Free Press è pressoché identico ai cinque successivi e, per chiunque segua da lontano i vari scismi tra tossicodipendenti e guerriglieri rivoluzionari, non si distingue dall’East Village Other, dal Barb, da Fifth Estate, o dal Free Press di Washington. Non ho mai letto nulla di utile su un giornale underground.

Ma pensare che quei giornali vengano letti per i fatti significa non comprenderne l’interesse. Il loro genio consiste nel parlare in modo diretto ai lettori. Partono dal presupposto che il lettore sia un amico, che sia turbato da qualcosa, e che capirà le cose se gliele si espone in modo chiaro; questo presupposto di un linguaggio comune, di un’etica condivisa conferisce ai quei resoconti una considerevole forza stilistica. Di recente Free Press ha pubblicato un’indagine sull’università di Ann Arbor firmata da una lettrice di nome Alicia, la quale, in tre righe che sfiorano la perfezione di un haiku, dice tutto quel che c’è da dire su una comunità universitaria: «I professori e le loro mogli sono ex-Beatniks (Berkeley, classe ’57), vanno alle marce per la pace, e portano narcisi a U Thant. Certi studenti credono ancora a Timothy Leary e a Kahlil Gibran. Alcuni, tra i loro genitori, credono ancora al Rapporto Kinsey.»

Questi giornali ignorano il codice delle testate tradizionali, dicono quello che pensano. Sono stridenti, sfacciati, ma non suscitano irritazione; hanno i difetti di un amico, non di un monolite. (Monolite, naturalmente, è una delle parole preferite della stampa underground, una delle poche di quattro sillabe). Il loro punto di vista è chiaro anche al lettore più ottuso. Nella migliore stampa tradizionale persistono tacite abitudini, e il fatto che restino tacite, che non vengano ammesse, crea una barriera tra il lettore e la pagina tanto quanto il gas di palude. Il New York Times mi suscita solo sgradevoli aggressioni da contadina, mi fa sentire come la figlia scalza del mercante in fiera in Carousel, che guarda i bambini Snow che corrono alla cena della domenica con McGeorge Bundy, Reinhold Niebuhr, e il dottor Howard Rusk. La cornucopia esonda. La Croce d’Oro risplende. La figlia del mercante in fiera sogna l’anarchia e non si fida dei bambini Snow, quando le dicono che la sera prima era buio. Sotto il livello del New York o del Los Angeles Times, il problema non è tanto fidarsi della notizia, quanto trovarla; spesso sembra che una scimmia abbia preso l’assurda storia per com’è uscita dalla telescrivente e ci abbia buttato dentro un servizio di un altro giornale da una parte, un comunicato stampa dall’altra.

L’estate dei miei diciassette anni lavorai per un giornale nel quale il culmine dello sforzo quotidiano consisteva nel ritagliare e riscrivere il giornale dell’opposizione («Controlla che non sia una trappola,» mi consigliarono il primo giorno); ho l’impressione che questo genere di cose costituisca ancora un florido ramo d’industria locale: Il consiglio dei supervisori della contea elogia gli agenti immobiliari del comparto occidentale per il progetto di abbattimento degli slums, e la costruzione di un albergo Howard Johnson’s. Debuttanti attente al mondo della beneficenza esaminano un macchinario di recente acquisizione per la cura del cancro terminale. Cara Abby. Specchio della tua mente. La lingua penzola, la realtà retrocede. «Seminario, seminario, qui ci vuole un dizionario,» si legge a pagina 35. «PADUCAH, KY. (AP) – «Quando Kay Fowler ha chiesto alla sua classe della scuola domenicale di descrivere un seminario, un ragazzino se ne è venuto fuori con: “È dove seppelliscono le persone”». Se me lo dici a pagina 35, non ti crederò a pagina 1.

Le scimmie ai piani inferiori, il linguaggio in codice a quelli superiori. Quanto alle convenzioni della nostra stampa, ci riteniamo «ben informati» se conosciamo «la vera storia,» ossia quella che non si trova sui giornali. Ormai ci aspettiamo che la stampa rifletta l’etica ufficiale, che si comporti in modo «responsabile.» I giornalisti più ammirati non sono più avversari, ma confidenti, partecipanti; l’ideale è dare consigli ai presidenti, cenare con Walter Reuther e Henry Ford, ballare con la figlia di quest’ultimo al Le Club. Probabilmente Alicia non conosce nulla al di fuori di Ann Arbor. Ma su quello mi dice tutto quello che sa.

1968

Il testo di Joan Didion è ripreso dalla sua nuova raccolta di articoli Let Me Tell You What I Mean.

© 2021 by Joan Didion

ARTICOLO n. 52 / 2021

DEAR MR. JOYCE

A CURA DI SIMONE TICCIATI

Malta, 1899: lord Muskerry (al secolo Hamilton Matthew Tilson Fitzmaurice Deane-Morgan, 4° Barone Muskerry) nota la carena di un piroscafo del Lloyd Austriaco, priva di molluschi e alghe. Scopre che è verniciata con l’intonaco antivegetativo Moravia, prodotto dalla «Fabbrica Vernici e Intonaci Sottomarini Gioachino Veneziani» di Trieste, e non perde tempo. Adotta l’antivegetativo italiano per il suo yacht «Rita», e ne attesta la qualità in una lettera alla ditta che si chiude così: «sono persuaso che se la vostra pittura fosse meglio conosciuta in Inghilterra, i proprietari di yachts ne farebbero uso su larga scala. Pel bagnasciuga il vostro agente mi fornì una vernice grigia del pari eccellente. Con stima Lord Muskerry».

Verità o leggenda (altrove si parla di un ammiraglio inglese, e l’episodio è retrodatato al 1890), è certo che la vernice Moravia – il cui segreto è gelosamente custodito dai Veneziani – già copre gli scafi della più importante compagnia di navigazione del Mediterraneo, e di lì a poco proteggerà gli yacht degli Arciduchi Ludovico Salvatore e Carlo Stefano Absburgo, del Re d’Italia, del Sultano, nonché lo «Shamrock» di Sir Thomas Lipton. E l’agente di Malta della ditta Veneziani non è un semplice travet: è Arthur Kohen von Hohenland, console generale austroungarico a Malta e agente del Lloyd Austriaco. Muskerry con la sua lettera e il suo ruolo politico (come pari d’Irlanda nella Camera di Lord) e Kohen come console in un territorio appartenente alla corona britannica possono facilitare lo sbarco della Veneziani su quel mercato.

Rimane solo lo scoglio dell’inglese ma un neoassunto trentottenne della Veneziani, Aron Hector Schmitz, sembra portato per le lingue; ha insegnato per molti anni corrispondenza commerciale tedesca alla Scuola Superiore «Pasquale Revoltella», e legge senza problemi il francese. Comincia così a prendere lezioni di inglese da Philip Francis Cautley, suo collega al «Revoltella», dove è professore straordinario di lingua e letteratura inglese. Schmitz è cugino di Olga Moravia, moglie del titolare Gioachino Veneziani, e ne ha sposato la figlia, Livia Veneziani.

Nel frattempo c’è bisogno di un agente commerciale in Gran Bretagna e la ditta comincia a sondare il terreno in più direzioni. Si mette in moto lo stesso Schmitz: a marzo 1901 un suo parente che lavora a Venezia gli presenta Salvatore Arbib, console onorario della Liberia e membro della vasta famiglia di mercanti ebrei sefarditi originari di Tripoli. Il fratello e il cugino di Salvatore sono Edoardo ed Eugenio, titolari di una importante ditta di import-export e pionieri del commercio tra Gran Bretagna ed Egitto e Sudan. Ma quello degli Arbib si rivela un abboccamento senza esito e Schmitz se ne lamenta con la moglie: «sono andato in città a parlare fino a sfiatarmi con due impiastri i quali non sanno che cosa io voglia da loro e dei quali non so neppure io che cosa vogliano da me. Mi viene persino il sospetto che mi accettino in loro compagnia per passare meglio una mezz’ora della loro stupida vita».

Ma il tempo stringe perché a giugno bisogna essere a Londra per discutere con la Marina britannica i termini e le condizioni dell’accordo. Così, la ditta Veneziani trova un primo agente (un certo Frantzen) che accoglie Schmitz a Londra, ma che al momento cruciale non può accompagnarlo all’Ammiragliato perché impegnato agli arsenali militari di Portsmouth. Così, Schmitz – che appena arriva in Gran Bretagna si rende conto che il suo inglese non è sufficiente («L’inglese va maluccio, sai. Non solo io non capisco loro, ma essi non capiscono me»; «La più semplice parola d’inglese che dico crea dei malintesi e dei dubbî. Se ne dico poi di più complicate allora rinunziano di comprendere e mi lasciano») – si ritrova da solo a Whitehall, nel cuore del potere politico e militare dell’Impero britannico.

L’avventura però – nel suo divertito racconto agli amici triestini – risulta assai più semplice di quanto temesse: in una stanza «squallida e disadorna», un ufficiale della marina britannica in borghese lo invita a sedersi, gli offre «una sigaretta molto profumata» e gli dice che l’affare è «virtualmente concluso». Nella lettera alla moglie del 21 giugno le conseguenze dell’accordo stipulato con la Royal Navy sono subito chiare: «L’essenziale per noi è che assolutamente pretendono la fabbrica in Inghilterra. All’ammiragliato sono stato accolto magnificamente; tutto va bene ma bisogna fare la fabbrica! Ne sono molto agitato perché certamente la famiglia che verrà a stabilirsi qui sarà la nostra, o molto probabilmente».

Per la succursale della fabbrica di vernici, i Veneziani scelgono Anchor and Hope Lane a Charlton, un quartiere di Londra nei pressi del Royal Arsenal. Poco distante dalla fabbrica, al 67 di Charlton Church Lane, affittano una casa per le esigenze dei membri della famiglia che si recano in Gran Bretagna per lunghi periodi per sovrintendere alla realizzazione e commercializzazione della pittura sottomarina. Schmitz continua a seguire le lezioni di Cautley ancora per qualche anno, forse fino al 1903: i frequenti soggiorni a Charlton (una o due volte l’anno per almeno un mese) sembrano bastare per il momento a colmare le sue lacune linguistiche.

Certo è che dalla primavera del 1907 si è trasferito a Trieste un certo James Augustine Aloysius Joyce. Non è ancora quel Joyce: è appena riuscito a pubblicare a maggio, con fatica, il suo primo libro, Chamber music, e sbarca il lunario insegnando inglese alla Berlitz School e poi a partire dall’autunno facendo ripetizioni private, diventando in breve «l’insegnante di moda presso la ricca borghesia triestina». Schmitz che «oltre ad apprendere la lingua, desiderava trovare un’esperta guida per la migliore conoscenza della moderna letteratura anglosassone» diventa uno degli allievi di quel «mercante di gerundi» (la definizione è sua). E nel corso del 1908 ciascuno dei due svela all’altro il proprio segreto: la scrittura. Schmitz ha già pubblicato a sue spese due romanzi nel 1892 (Una vita) e nel 1898 (Senilità), sotto lo pseudonimo di Italo Svevo, che non hanno avuto pressoché circolazione al di fuori di Trieste; Joyce sta lavorando ai racconti di Dubliners, nonché al Ritratto dell’artista da giovane (che rielabora parte del materiale di Stephen Hero).

Svevo e Joyce si scambiano le opere: Svevo regala le copie dei romanzi, ricevendone un giudizio più che lusinghiero, specialmente per Senilità, e Joyce dà in lettura il manoscritto dei primi tre capitoli del Portrait che Svevo legge tra la fine del 1908 e l’inizio del 1909, e ne scrive – come esercizio di scrittura – una lettera-recensione in inglese il 9 febbraio 1909 («Dear Mr. Joyce, Really I do not believe of being authorised to tell you the author a resolute opinion about the novel which I could know only partially…»).

È l’inizio di un rapporto di circospetta amicizia e di reciproca stima e riconoscimento che si interromperà solo con la morte di Svevo nel 1928; un rapporto che, specialmente per la sua prima fase, può essere ricostruito solo indirettamente. Svevo, oltre a pagare in anticipo le lezioni di Joyce, offre spesso il suo sostegno non solo economico all’amico insegnante che specialmente negli anni a cavallo tra il 1908 e 1915 è in difficoltà. Nel maggio 1909 gli facilita l’incontro con il capocomico di una compagnia teatrale, perché Joyce vuole mettere in scena la sua traduzione italiana di un dramma irlandese; nel giugno 1910 scrive un biglietto di raccomandazione per il «Prof. James Joyce». Ancora nel giugno 1915, quando Joyce – in quanto cittadino britannico – è costretto con tutta la famiglia a lasciare il territorio dell’Impero austroungarico per rifugiarsi a Zurigo, Svevo gli presta 250 corone. Joyce tornerà nuovamente a Trieste dopo la prima guerra mondiale per un breve periodo, tra l’ottobre 1919 e il luglio 1920, quando lascerà definitivamente l’Italia per Parigi.

Ma il rapporto non è affatto sbilanciato: Joyce tenta (inutilmente) di promuovere l’opera dell’amico-allievo tra i suoi studenti triestini, e probabilmente nel suo breve ultimo soggiorno triestino avrà avuto modo di incrociare Svevo e di parlare nuovamente con lui di letteratura, essendo i due scrittori impegnati rispettivamente nella stesura di Ulysses e di La coscienza di Zeno. È Joyce a spedire a Svevo i suoi libri appena pubblicati, come Dubliners nel giugno 1914, e a fornire nel febbraio 1926 due biglietti per la prima rappresentazione a Londra di Exiles. È Joyce, infine, ormai divenuto quel James Joyce, a mettere in contatto Svevo prima con Valery Larbaud nel 1924 e poi con i più importanti letterati contemporanei, promuovendo l’opera dello scrittore italiano senza risparmiarsi e contribuendo a creare il «caso Svevo» che dal 1925 in poi rallegrerà col suo portato di successo e relazioni gli ultimi anni di Ettore Schmitz.

È a questa fase che risale giocoforza la maggior parte delle lettere superstiti tra Svevo e Joyce (14 delle 19 complessive): ed è comunque un epistolario limitato non solo dai problemi di vista dello scrittore irlandese ma anche dal fatto che Svevo, oltre a non voler disturbare («A Joyce non scrivo mai se non ho argomenti importanti», come scrive a Montale nell’agosto 1926), preferiva incontrarlo a Parigi, da dove passava andando a Charlton o tornandone in Italia. La sorte di queste lettere, scambiate in italiano, inglese e dialetto triestino, una delle tante lingue praticate da Joyce, è stata curiosa: la maggior parte è conservata al Fondo Svevo di Trieste (comprese alcune lettere di Svevo che Joyce due anni prima di morire inviò alla vedova); il resto è disperso, come è successo all’intero epistolario joyciano, che ammonta a quasi 4000 lettere conservate in circa cinquanta fondi archivistici in Europa e Nord America.

Durante il lavoro per la nuova edizione dell’epistolario di Svevo, che uscirà a fine anno per Il Saggiatore, ho cercato di mettere ordine in questa che è forse la sezione più importante (insieme a quella delle lettere scambiate con Eugenio Montale). Grazie alla disponibilità ed efficienza delle biblioteche statunitensi che ho contattato, sono riuscito a recuperare non solo l’originale di una lettera già pubblicata sulla base di una trascrizione erronea, ma soprattutto cinque documenti inediti di Svevo: tre lettere, una cartolina e un biglietto da visita usato come lettera di raccomandazione per Joyce. Sono importanti sia per il contenuto (perché illuminano aspetti finora sconosciuti del rapporto Svevo-Joyce), sia per il periodo cui appartengono, tra il 1909 e il 1912, che è quello in cui quel rapporto si consolida e del quale finora possedevamo solo tre lettere, oltre a un altro esercizio di scrittura inglese, il noto ritratto di Joyce (Mr. James Joyce described by his faithful pupil Ettore Schmitz).

I documenti sono stati pubblicati integralmente sulla Nuova Rivista di Letteratura Italiana e compariranno anche nell’edizione delle Lettere: ne presento qui una scelta.

Simone Ticciati

Italo Svevo a James Joyce (5 agosto 1909, Vallombrosa)
James Joyce collection, #4609. Division of Rare and Manuscript Collections, Cornell University Library.

How are you dear Mr. Joyce? Here are two Englishmen who do not speak at all. I hope you enjoy your holydays among your family.

Arrivederci in Settembre

Suo aff.o

E. Schmitz

[Come sta caro signor Joyce? Qui ci sono due inglesi che non parlano affatto. Spero che si goda le vacanze con la sua famiglia.]

Nell’agosto 1909, mentre Joyce è in Irlanda presso la famiglia, Svevo gli spedisce a Dublino una cartolina illustrata da Vallombrosa dove è andato in vacanza con la moglie su consiglio di un collega della ditta Veneziani, Ario Tribel. L’inglese di Svevo è ancora malcerto (holydays) – ed è impossibile fare esercizio con i due inglesi che soggiornano a Vallombrosa, ma il grado di confidenza tra i due scrittori è già alto. Va registrato qui che Joyce non si stava affatto godendo le vacanze: era a Dublino, oltre che per far conoscere il figlio Giorgio alla famiglia, per cercare di pubblicare Dubliners e per tentare di ottenere una cattedra di italiano (che poi si rivelerà un semplice lettorato di italiano commerciale) all’Università Nazionale d’Irlanda. Ma soprattutto il 6 agosto incontra un vecchio amico d’infanzia, Vincent Cosgrave, che gli fa credere che la compagna, Nora Barnacle, lo abbia tradito con lui cinque anni prima. Joyce ne è sconvolto, e arriva a dubitare che il figlio nato nel luglio 1905 sia suo. La crisi si ricomporrà nel giro di pochi giorni e a settembre Joyce rientrerà a Trieste.

Italo Svevo a James Joyce (15 giugno 1910, Charlton)
Beinecke Rare Book and Manuscript Library, Yale University; James Joyce Collection

Charlton 15.6.1910

My dear Mr. Joyce, I am sorry indeed that I could not take leave from you in a proper manner. On Saturday I did not know yet that I had to start so soon. Be so kind to excuse me. You were so excited over the cynematograph – affair that during the whole travel I remembered your face so startled by such wickedness. And I must add to the remarks I already have done that your surprise at being cheated proves that you are a pure literary man. To be cheated proves not yet enough. But to be cheated and to resent a great surprise over that and not to consider it as a matter of course is really literary. I hope you are now correcting your proofs and not prepared to be cheated by your publisher. Otherwise the book could not be a good one.

We are here in good health. I am working and my wife is enjoying the new surroundings.

By and by she will be caught by her Anglomania and you will have a hard live to speak to her against your oppressors.

Please remember me most kindly to your brother.

I am, dear Mr. Joyce

Yours very truly

Ettore Schmitz

[Mio caro signor Joyce,

mi dispiace davvero di non essermi congedato da lei in modo adeguato. Sabato non sapevo ancora che dovevo partire così presto. Sia così gentile da scusarmi.

Lei era tanto agitato per la vicenda del cinematografo che per tutto il viaggio ho avuto sempre davanti agli occhi il suo volto sconvolto da tanta cattiveria. E devo aggiungere alle osservazioni che ho già fatto che la sua sorpresa per essere stato imbrogliato dimostra che lei è un letterato puro. Essere imbrogliati non prova niente. Ma essere imbrogliati e serbare risentimento per la sorpresa non considerandola una cosa tanto ovvia, è veramente cosa da letterati. Spero che ora lei stia correggendo le bozze e che non sia disposto a farsi imbrogliare dal suo editore. Altrimenti non ne verrebbe fuori un buon libro.

Noi siamo qui in buona salute. Io lavoro e mia moglie si gode il nuovo ambiente. Presto sarà presa dalla sua anglomania e lei avrà vita dura a parlarle male dei vostri oppressori.

La prego di ricordarmi molto caramente a suo fratello.

Sono, caro signor Joyce

il suo molto affezionato

Ettore Schmitz]

Quando Joyce rientrò a Trieste a metà settembre, decise di portare con sé una delle cinque sorelle, preoccupato per la situazione difficile in cui si trovavano. Eva Joyce, appena arrivata a Trieste, fece notare al fratello che la città era piena di sale cinematografiche, tutte frequentatissime, mentre Dublino ne era completamente priva. Joyce si lanciò immediatamente nell’impresa di portare il cinema in Irlanda, proponendo l’apertura di un cinematografo a quattro imprenditori triestini: Giuseppe Caris e Giovanni Rebez che gestivano già il «Cineografo Americano» in Piazza della Borsa e il «Salone Edison – Cinematografo Ideal» in via del Torrente; Antonio Machnich, proprietario di un cinematografo ambulante; e il commerciante Giovanni Rebez. La società, creata il 16 ottobre 1909, e il «Cinematograph Volta» di Dublino, inaugurato il 20 dicembre 1909, ebbero vita brevissima: il 18 aprile 1910 i soci deliberarono la vendita dell’attività a causa delle ingenti perdite, dovute alla cattiva gestione e alla scelta di titoli non graditi dal pubblico dublinese, e il 14 giugno il «Volta» venne ceduto al «Provincial Cinematograph Theatre». Joyce – pur non avendo investito personalmente nell’impresa – lamentò il mancato introito di 1000 corone.

In questa lettera Svevo chiosa l’appena conclusa avventura dell’amico: alla rabbia dell’irlandese oppone una morale che si intuisce essere non solamente personale ma – se così si può dire – imprenditoriale. Svevo, forte della sua esperienza, sa che in affari questi rovesci sono merce comune; e mostra all’amico la lezione che è necessario ricavarne. Non bisogna serbare risentimento (to resent a great surprise over that) proprio perché si tratta di una cosa così ovvia (a matter of course); ma anzi, è bene far tesoro subito dell’esperienza, e dimostrare coi fatti di non essere più disposti (prepared) ad essere imbrogliati. Proprio resent e prepared sono due delle lezioni ristabilite sull’originale manoscritto della lettera; mentre le precedenti (present e frightened) proiettavano una luce di taglio sulla personalità di Svevo, queste – oltre a denotare il suo livello di competenza linguistica, sia pur tra incertezze e costruzioni sintattiche ardite – indicano anche la qualità della lezione che Svevo offre a Joyce a partire dallo sfortunato affare del cinematografo.

Forse non si può credere fino in fondo a certe affettazioni di modestia («Io non sono un letterato», Lettera ad Attilio Frescura del 10 gennaio 1923); Svevo era certamente un letterato, ma altrettanto certamente un letterato «sa sempre di essere composto di due persone». Una di quelle due persone, Schmitz, era uno scaltro commerciante e industriale che, ad esempio, durante la prima guerra mondiale riuscì a opporsi con successo alla pretesa da parte della Marina da guerra austro-ungarica di requisire la ditta Veneziani e di farsi consegnare la ricetta della vernice sottomarina. Molte delle lettere di Svevo sono andate perdute: ma quelle di cui forse più posso lamentare la scomparsa sono proprio quelle che l’impiegato Schmitz inviava alla ditta e ai colleghi-cognati (due mariti delle sorelle della moglie erano impiegati nella Veneziani). Se si eccettuano alcuni accenni all’interno di alcune lettere alla moglie, se ne può avere un’idea dall’unica integralmente sopravvissuta, quella spedita da Charlton al cognato Marco Bliznakoff il 24 febbraio 1924; qui Schmitz spiega con dovizia di particolari e altissima precisione la modalità di realizzazione di un sistema per ridurre i fumi prodotti dalla fabbrica: «Il fumo delle caldaie ha da passare per tre torri irrorate d’acqua, quadrate, alte 10 piedi larghe 6; tutte di legno meno la bacinella su cui poggiano ch’è di una pietra resistente ad acidi e che costa Lst. 3»…

Italo Svevo a James Joyce (13 marzo 1912, Charlton)
James Joyce collection, #4609. Division of Rare and Manuscript Collections, Cornell University Library

Charlton, Kent,
Church Lane, 67

Dear Mr. Joyce,

I am a little late in writing to you and present you my best compliments for the lectures you have hold at Trieste. Here in this country are – I am told – about 1.000.000 of workers unemployed. Unhappily I am not one of them and I have to work every day.

I thaught very often of my Irish friend delivering lectures surely a bit at a higher level than the audience but I never reached a pen to tell him that I did. That bit is put there only in order to indulge in my patriotic feelings.

You will know by the papers that we are here starving and freezing. If you have some spared coal you may make a splendid bargain by sending it to Newcastle where is at present the greatest need. I must say I am here curiously watching what this people will do to stop all the disorders which threaten the Empire. And then we shall discuss quietly the question if they did well or not. I shall deliver speaches on the question which will bore you and Mrs. Schmitz (who reads what I am writing and wants to be remembered to you most kindly).

I hope, dear Mr. Joyce, we shall meet within three weeks.

I remain yours truly

E. Schmitz

[Caro signor Joyce,

con un po’ di ritardo le scrivo e le presento i miei migliori complimenti per le conferenze che ha tenuto a Trieste. Qui in questo paese ci sono – mi dicono – circa 1.000.000 di lavoratori disoccupati. Purtroppo io non sono uno di loro e devo lavorare ogni giorno.

Ho pensato molto spesso al mio amico irlandese che teneva conferenze sicuramente a un livello un po’ più alto di quello del pubblico ma non ho mai preso la penna per dirglielo. Quel po’ è messo lì solo per assecondare i miei sentimenti patriottici.

Saprà dai giornali che qui stiamo morendo di fame e di freddo. Se ha del carbone da parte potrebbe fare uno splendido affare spedendolo a Newcastle dove c’è al momento il maggior bisogno. Devo dire che sto qui a osservare con curiosità cosa farà questo popolo per fermare tutti i disordini che minacciano l’Impero. E allora discuteremo tranquillamente se hanno fatto bene o no. Terrò dei discorsi sulla questione che annoieranno lei e la signora Schmitz (che legge quel che scrivo e domanda di esserle ricordata cordialmente).

Spero, caro signor Joyce, che ci incontreremo di qui a tre settimane.

Resto il suo devoto

E. Schmitz]

La chiave di questa lettera è nello sciopero nazionale che i minatori britannici avevano indetto il 1° marzo 1912 per ottenere un salario minimo garantito. In pochi giorni un milione di lavoratori perse il lavoro e ci furono pesanti conseguenze sui trasporti e quindi sugli approvvigionamenti di generi alimentari (oltreché ovviamente di carbone). Lo sciopero si concluse con successo il 6 aprile 1912, perché il Parlamento approvò il Coal Mines Act che per la prima volta fissava un salario minimo garantito per i minatori. In questa lettera Svevo, oltre a scherzare sulla situazione, approfitta dell’occasione per complimentarsi con Joyce per le conferenze su Daniel Defoe e William Blake da lui tenute il 27 e 28 febbraio per l’Università popolare di Trieste, e insieme per alludere allo scarso livello dell’uditorio, sicuramente non all’altezza dell’oratore.

Qui (I shall deliver speaches on the question which will bore you and Mrs. Schmitz), come nella precedente lettera (you will have a hard live to speak to her against your oppressors), è evidente il riferimento all’abitudine presa da Svevo e Joyce di conversare sui più diversi argomenti, in italiano, inglese e triestino, nei caffè di Trieste, a Villa Veneziani, o nelle molte case che Joyce prese in affitto; e di cui resta in queste frasi e in queste lettere una debole, scolorita traccia.

Le informazioni e le citazioni sono tratte sia dalle lettere di Svevo sia dai seguenti volumi:

Fulvio Anzellotti, Il segreto di Svevo, Pordenone, Studio Tesi, 1985.

Umberto Saba, Italo Svevo all’Ammiragliato britannico, in Prose, Milano, Mondadori, 2001.

Livia Veneziani Svevo, Vita di mio marito, Trieste, Edizioni dello Zibaldone, 1958.

Brian Moloney, Friends in Exile: Italo Svevo and James Joyce, Leicester, Troubadour Publishing, 2018.

Italo Svevo, Racconti e scritti autobiografici, Milano, Mondadori, 2004.

Le lettere inedite di Svevo a Joyce sono state pubblicate integralmente in Simone Ticciati, Cinque lettere inedite di Italo Svevo a James Joyce (e una nuovamente edita), «Nuova Rivista di Letteratura Italiana», a. XXIV, n. 1 (2021), pp. 119-136.

ARTICOLO n. 51 / 2021

CHE COS’È L’AMORE

Il mio interesse per il tema «amore» è sempre stato tiepido. Al punto che, per quel che mi riguardava, la faccenda poteva essere liquidata con un paio di citazioni ad hoc.  La prima è il folgorante incipit de L’erotismo di Georges Bataille, libro che lessi nel 1979, a diciassette anni: «Dell’erotismo possiamo dire, innanzitutto, che è l’approvazione della vita sin dentro la morte». La seconda è una frase del Viaggio al termine della notte di Céline, letto nel 1995 a trentadue: «L’amore – Arturo – è l’infinito messo alla portata dei cani».

Parto da Bataille, dunque. Di L’erotismo mi colpì molto, al di là di quella frase, la riflessione che sempre nelle pagine introduttive Bataille sviluppa attorno al concetto di «continuità», asserendo che noi umani, esseri discontinui, non smettiamo proprio per questo di desiderare una «continuità perduta». Ebbe un effetto simile, quell’osservazione sulla continuità, all’«Io è un altro» della Lettera del veggente di Rimbaud: una di quelle cose che a diciassette anni sembrano cambiare all’improvviso e in modo definitivo il tuo sguardo non solo sulla realtà ma anche – senti con un misto di entusiasmo e allarme – su te stesso. Ecco dunque cosa cercavamo, io e la mia fidanzata Cristina, quando amoreggiavamo per finire avvinghiati in un abbraccio che presto rivelava un’urgenza erotica, un bisogno di sconfinamento e di fusione: la continuità perduta. Ma allora perché il nostro primo rapporto sessuale mi era parso così difficile, macchinoso, il piacere finale un lampo che non pareva giustificare il protratto travaglio? E perché anche nei seguenti compiuti senza più timori, pudori, goffaggini, ancora quel residuo di perplessità: «Tutta qui, la faccenda per cui gli umani spasimano e a volte perdono la testa, tutto qui l’esito del desiderio più potente, fuoco che continua ad ardere sotto la brace della vita sociale, sotto il lenzuolo lindo e stirato delle sue forme?».

L’aveva dunque sparata grossa, Bataille? Non è che la «continuità perduta» era qualcosa che stava solo nella sua testa di mistico intemperante, di asceta intermittente? Uno che voleva tutto e il contrario di tutto: il bordello e l’altare, la preghiera e l’orgasmo, la bestemmia e la benedizione?

Seconda scena. Dopo le prime, deludenti, esperienze sessuali ho l’occasione, nell’estate del ’79, di passare un periodo in totale solitudine, a casa. Animato dal desiderio di assomigliare il più possibile alla figura eletta a mio alter ego, David Bowie, provo il digiuno vero, radicale, ad oltranza. E scopro che alla mattina del quarto giorno, spariti di colpo spossatezza e affanno, in una sorta di gioioso commercio d’amore mente e corpo si sono scambiati parti e connotati: il corpo è più che mai etereo ma al tempo stesso traboccante di energia, la mente così potente da riuscire a scartare come regali a lei destinati le cose che le si manifestano – oggetti, finestre, pareti – per guardarci dentro e attraverso.

Alla fine dell’estate rivedo la mia fidanzata – «Cris, ho un segreto pazzesco da rivelarti» – e così cominciamo a digiunare insieme, inventandoci di volta in volta scuse per fugare sospetti e sotterfugi per depistare controlli. Finché un giorno, fuori dal liceo, le vado incontro sventolando un libro: «Cris, ho finalmente capito chi siamo!» e apro il libro – Dopo Nietzsche di Giorgio Colli – nel punto di un aforisma cui l’autore ha dato un titolo intrigante: «Aristofane e Freud».

Partendo dal mito dell’androgino contenuto nel Simposio di Platone, in poche righe folgoranti Colli confronta il sentimento d’amore dei Greci con quello di noi moderni influenzati dalla lettura di Freud, confronto a tutto vantaggio dei primi. Per chi non conosca il mito, ecco una sintesi: racconta Aristofane che anticamente i mortali appartenevano a tre generi – maschile, femminile e androgino – e che tutti erano di forma sferica come gli astri loro progenitori: il sole del maschio, la terra della donna, la luna dell’androgino. Avevano dunque ciascuno quattro braccia, quattro gambe, una testa con due facce rivolte ai lati e due organi sessuali rivolti anch’essi all’esterno. Allarmato dalla loro sfrenata ambizione, Zeus decide un giorno di tagliarli in due, ed ecco apparire gli umani così come li conosciamo: due gambe, due braccia, un volto. Ma, come impazzite, le metà separate cominciano disperatamente a cercarsi e quando hanno la fortuna di ritrovarsi e riconoscersi si abbracciano per non staccarsi più, ricomposte e felici. Al punto che, perse nell’estasi dell’unità ritrovata, dimenticano persino di mangiare e muoiono. Ecco allora il secondo intervento di Zeus, questa volta pietoso: volge all’interno gli organi genitali in modo che quando le metà si ritrovano l’abbraccio sia in grado di generare. La specie umana è salva e, con lei, le offerte e i sacrifici destinati agli Dei.

Giorgio Colli, con micidiale affondo, commenta che l’eros non ha nulla a che fare con la sessualità perché «la precede e la sovrasta». Più nello specifico, eros è desiderio di oltrepassare l’individualità e, se possibile, estinguerla in quanto ostacolo alla pienezza del Tutto, mentre la sessualità evocata da Freud come presunta regista di ogni nostra azione e omissione, semplice artificio per consentire la conservazione della specie e ribadire la subalternità – diciamo pure la sudditanza – dell’umano al divino. Ero troppo acerbo per capire che quell’analisi spiegava con implacabile esattezza il mio controverso rapporto con la sessualità, sicché a Cristina dico solo che noi siamo le due metà di un androgino, metà che si sono ritrovate per non lasciarsi più nel segno di David Bowie, il nostro androgino ideale di bellezza. E mentre lo dico penso a certi pomeriggi passati insieme, al terzo o quarto giorno di digiuno: io e lei distesi sulla moquette – arredo tipico, in quegli anni, delle case dei borghesi benestanti – che ascoltiamo Bowie o il suo selvatico doppio Iggy Pop. Siamo seminudi dopo esserci scambiati vestiti e biancheria intima, leggiamo frammenti dell’Eliogabalo di Antonin Artaud e, pur strusciandoci l’un l’altro come due gatti, non sentiamo il bisogno di fare l’amore: ci basta l’abbraccio, la penetrazione delle nostre anime, di cui il corpo è ormai pura appendice. Non siamo mai stati così felici. Non potevo immaginare che presto nemmeno la sublime unità erotica non carnale rivelata dal digiuno, unità che secondo Colli «precede e sovrasta» la sessualità, mi sarebbe bastata. E che il dio del digiuno avrebbe lasciato il posto a un dio ancor più immediato e potente: quello della droga.

Terza scena. Agosto 1981: è più di un anno che m’inietto eroina, ma avendolo fatto saltuariamente, mai più di due giorni di seguito, non ho ancora sviluppato una dipendenza fisica. Psichica però sì, e più di quanto non immaginassi. Trangugiato l’enorme rospo di una mia passeggera infatuazione per la ragazza che mi avrebbe iniettato la prima dose, Cristina, pensando mi sia pentito di colpe ed errori – il tradimento e la droga – mi convince a partire per una vacanza in Grecia con gli amici del liceo. Grecia è nome che non mi lascia indifferente: è infatti in Grecia, tre anni prima, che ho vissuto la mia prima vacanza per così dire in libertà condizionata, affidato ad amici dei miei. Per la prima volta, sull’isola di Skiathos, ho incontrato le meraviglie della solitudine crogiolandomi in emozioni che risuonavano come mai prima, specchi della mia profondità e unicità. È iniziato lì, il narcisismo tragico che connota alcune adolescenze e che di certo ha segnato la mia. Fatto sta che per quaranta giorni rigo dritto, anche perché non è facile trovare eroina a Paros, Ios o in altre isole delle Cicladi. Ma durante il viaggio di ritorno, mentre il traghetto attraversa lento lo Stretto di Corinto, accade uno di quei fatti che dividono la vita in un prima e in un dopo. Cristina mi chiede che cosa intenda fare una volta rimesso piede a Milano, visto che ho perso un anno e ne devo recuperare ormai due per conseguire la maturità. «Ci penserò, ancora non lo so, Cris – le dico affettando impazienza – una cosa però so di certo: appena arrivo a Milano vado a comprare un po’ di roba perché ho una voglia matta di farmi». Scoppia il finimondo: Cristina prima mi copre d’insulti, poi m’insegue impugnando una forbice da parrucchiere. Alla fine, stremata, si accovaccia in un angolo del traghetto, lontano dagli amici e dai turisti che hanno osservato la scena esterrefatti. Mi avvicino cauto, ma prima ancora che spiccichi parola mi blocca: «No, non dirmi nulla, Fabio. Tanto a questo punto non mi restano che due possibilità». «E quali sarebbero, se posso sapere?». «Ti lascio… Oppure ti seguo fino in fondo». Quindici giorni dopo, il 13 settembre 1981, timorosa e trepidante Cris mi porge il braccio sinistro e si fa iniettare la prima dose d’eroina: aveva deciso di seguirmi fino in fondo, pur di non perdermi. Cristina non c’è più: è morta di Aids il 9 aprile 1995. Ma sarà sempre in me, con me, finché non ci riabbracceremo e, pur dimenticandoci di mangiare non moriremo d’inedia, abbracciati per l’eternità come le due metà dell’androgino nel mito di Platone.

Cristina è stata la prima – non l’ultima, per mia fortuna – a mostrarmi l’amore incondizionato. L’amore che ama l’altro integralmente, per quello che è e anche, a volte, nonostante quello che è. La prima ad avermi mostrato che non può esserci amore senza rischio, messa in gioco, coraggio. Un altro che mi ha amato coraggiosamente è stato Vincenzo Muccioli. Ci vuole un enorme coraggio per assumersi la responsabilità di un reato grave come il sequestro di persona per cercare di salvare una persona in pericolo di vita, tanto più se non hai con lei legami di sangue o amicizia. Solo l’amore incondizionato te lo fa fare. L’amore di chi ama l’altro non come sé stesso – secondo precetto evangelico – ma al di là di sé stesso.

E qui vengo al punto cruciale di questa mia spericolata riflessione sull’amore. «Amore» – per quello che la mia limitata esperienza mi ha fatto capire – è parola che sta al posto di un’altra, e quest’altra parola che dice davvero l’essenza dell’amore è: autotrascendenza. L’amore è quella sensazione di pace, beatitudine e cosmica compiutezza che proviamo quando andiamo oltre noi stessi, quando la baldanzosa corrazzata dell’io diventa il «battello ebbro» di Rimbaud. È il bene che ci pervade quando ci abbandoniamo alla vita che c’incarna e ci attraversa, l’estasi del divenire – del ritornare – «aria nell’aria, acqua nell’acqua», come diceva Bataille. Vita nella vita, mi permetto di aggiungere… L’amore, in tal senso, ha a che fare col sacrificio, a patto di non intendere la parola come una privazione o una rinuncia ma, letteralmente, come un «rendere sacro» o meglio rendere al sacro, cioè riportare l’io che s’abbandona alla sua sorgente e alla sua foce, alla sua origine e destinazione divine, come la vita.

Non ci può essere insomma compatibilità tra l’amore e l’io: l’amore senza autotrascendenza non è amore ma possesso e, fatalmente, violenza. È assoggettamento dell’altro da parte di chi non ha compiuto il passo decisivo per accedere alla conoscenza fondamentale, base di ogni altra: riconoscere l’altro in sé, l’altro che noi stessi siamo, come scrisse Rimbaud. 

Chiudo tornando alle due citazioni iniziali. Bataille e l’erotismo come «approvazione della vita sin dentro la morte». Affermazione forte, affascinante e profondamente vera a patto di comprendere che, per chi ha trasceso l’io, l’opposizione vita e morte non sussiste più. È solo per l’«io» che vita e morte si contrappongono. Per chi è andato al di là dell’«io» l’essere esplode come divenire, metamorfosi, evento che muore e proprio perciò rinasce a ogni istante. A costui, come allo Zarathustra di Nietzsche, è accaduto nell’«ora senza voce» di ascoltare la voce del silenzio chiedergli: «Che importa di te, Zarathustra!». A costui è capitato di tornare alla solitudine e ai silenzi dell’adolescenza, dove in embrione c’era già tutto.

Infine Céline: l’amore come «infinito alla portata dei cani». Ci sono foto meravigliose che ritraggono Céline a Meudon, negli ultimi anni di vita, insieme ai suoi cani danesi. Céline amava molto gli animali, li amava più degli uomini, si sarebbe tentati di dire: cani, gatti, il pappagallo del Gabon che pure visse con lui e la compagna Lucette, insegnante di danza, a Meudon. Mi piace dunque pensare che quel «a portata dei cani» sia da intendere come un «all’altezza» o «alla capacità di». Come un innalzamento e non un abbassamento o, peggio, una riduzione. Mi piace pensare che nell’amore – anch’esso incondizionato – che un cane arriva a sentire per un essere umano, il solitario, scorbutico ma generoso Louis Ferdinand Auguste Destouches detto Céline – quante visite mediche gratuite ai poveri del circondario! – abbia visto l’amore di cui ogni umano dovrebbe essere capace.

ARTICOLO n. 50 / 2021

DONNE E UOMINI

TRADUZIONE DI ANDREW TANZI

Ricordiamo già cosa succede.

Il come è un altro discorso.

Non è un’ombra quella là sulla strada che corre parallela a noi o al nostro sogno? È carica?—arriva pure da una qualche direzione opposta, in cerca di una luce da far sua. Dategli un’occhiata. È da condividere e, così ci pare, con noi. Meritiamo di sapere cosa si avvicina da fuori? Davvero, non ricordiamo se faceva parte delle profezie, c’è così tanto da fare ora.

Una volta una madre che non raccontava storie mandò via i due figli. Per essere umana, disse di sicuro a uno di loro. Ma ciascun figlio sentiva che ad andarsene era stata lei, non lui. Anche se il suo movimento verso il futuro era concreto: per cui relativo a quello della madre come quello della madre al suo.

Per continuare, una volta c’era questo vuoto di potere. Un vuoto ancora indefinito che implorava al potere di riempirlo alla svelta. Questo era pacifico. Tra persone sedute insieme, tutte con le gambe accalcate sotto un tavolo. Di mese in mese, di anno in anno, il tavolo assumeva una certa forma—rotondo oblungo ovale rotondo—di secolo in secolo, ci capitò di sentire—mentre sotto il tavolo tutte le gambe definivano i protocolli. Un nuovo modo di sgambettare. Si trattava, così fu stabilito, di un livello di energia elevato. E non ne siete responsabili? ci domandammo—e la risposta fu, Delle gambe o delle persone? (Sgambettate, disse uno). Ma mentre una parte di questo era da discutere a tavolino, in linea di massima si concordava sull’eventualità di un vuoto di potere. Come la coscia umana, si era evoluto nella mente. Come femore per «coscia». Ma un vuoto di potere—pensateci.

Le parole attecchirono. Una figlia aveva tra queste parole un nome per Padre. Ma pensate che, nel bel mezzo di un’epoca che ci avrebbe fiondati nella bastardaggine, pure noi avevamo un nome tutto per noi che ci fece decollare bam bam uuushh grazie-babbo; giacché da vuoto di potere si ricavò Power Vac che divenne l’etichetta cui aspiravamo per vendere il nostro sogno. E allora fallo questo viaggio per smerciare, o almeno fanne una tratta, tesoro. Il Vuoto di Potere era l’unico appiglio cui ci serviva aspirare.

Ah appiglio per cosa?

So cos’è successo, dice un figlio ignoto a un adulto in via di cambiamento. Del tipo, non credere che non sappia.

Maneggiare con cura. L’ombra sulla strada, la strada maestra, è quella di un Carico Pesante, lo dice il cartello stesso, e questo Carico Pesante (una casa o altro recipiente) che credevamo viaggiasse parallelo a noi sembra che non riusciamo a superarlo né a non superarlo. Eppure dopo un sorpasso tanto audace quanto pericoloso, non ce l’abbiamo di nuovo lì davanti? Esatto. Non poteva fermarsi per noi quindi, così come non potevamo fermarci noi? Aveva le finestre e le persiane semiaperte. Aveva i cartelli con la scritta CARICO PESANTE e il ricordo del retro è così vivido che quasi ce lo vediamo davanti ed era largo quanto il paesaggio oscuro che attraversavamo sul nostro veicolo indigeno di ultima generazione, le bici fissate come montagne sul tettuccio con i raggi sfolgoranti come le immense ruote posteriori gemellate di questo Carico Pesante ora davanti a noi che pian piano girano all’indietro come nel riflesso degli uffici specchiati ai piani bassi di una compagnia di simil-assicurazioni appena fuori da un villaggio nuovo.

Ricordiamo cosa succede. Ricordiamo già quanto si trova qui con noi da così tanto che abbiamo avuto il tempo di vederlo ma ora pare che aspettiamo di ricordarlo. Giacché chi siamo per non farlo? Eppure ci concediamo anche di dimenticare.

Dunque, un pensatore del secolo in questione, il ventesimo tra i tanti secoli recenti che lo circondano e respinti a volte dal ventesimo stesso, disse che Significare qualcosa è come avvicinarsi a qualcuno. Se è così, cos’è questo che intendiamo trasmettere, e già che ne abbiamo qui un altro, chi è questo qualcuno che intendiamo condividere, noi che probabilmente non siamo stati i primi qui ma che siamo altrettanto indigeni almeno in rapporto a questo movimento. Meritiamo di sapere cosa ci viene incontro.

C’è una pausa qui? O è il nostro respiro congiunto? È quel che c’è tra noi, o che condividiamo. Un congiunto, lo siamo tutti. E che tempismo questo respiro o questa pausa. E abbiamo a malapena iniziato. Cosa che facciamo sempre, no? È il momento migliore. Un attimo di respiro ora.

Ecco, sentiteci cadere. Verso l’orizzonte per quanto obliquo, giacché immaginiamo non sia la nostra condizione naturale. Che potenza che siamo per essere qui e per aver deviato verso la vita riuscendo persino a pensare in modo distinto da questi angeli che ultimamente sentiamo speculare dentro di noi come se imparassero a sperare. Meritiamo di sapere cos’abbiamo dentro.

Ora, allontanati da una madre quando sembrava lei a essersene andata, quei due figli ricordati erano di nascosto sia uno sia due. Ossia, proseguiamo ma non proseguiamo; ce ne andiamo ma siamo ancora lì. Mayn si chiamavano, e dei due figli quello che alla fine se ne andò davvero si chiamava James.

E per continuare: un vuoto di potere su misura trovato da una figlia al posto del padre ancor prima di sentirne parlare là fuori nell’hinterland restò fisso con lei e in tarda età divenne fonte d’ispirazione. Cos’avrebbe fatto con un padre meglio definito? Chiamatela Grace Kimball e lei vi udirà.

Uditeci mentre cadiamo verso l’orizzonte. È il vento dall’altro lato di un ostacolo che ci tira verso di sé. Ma il vento è nostro tanto quanto l’ostacolo che abbiamo sentito come semplice preludio di qualunque cosa ci aspetti dall’altra parte. Udite cosa c’è nel vento. Una canzone, dice qualcuno (di sicuro un adulto). Ma, intessuto nella canzone, udite il rumore. Il rumore, di per sé una città dove non tutti si conoscono. E ogni secolo è una persona che giunge in quella città. Del tipo, per ogni riferimento futuro, una donna sempre giovane, sposata una volta, divorziata una volta, senza figli ma con i suoi seguaci, di nome Grace Kimball, che inevitabilmente si sarebbe fatta sentire; e da un altro punto di vista, per ogni riferimento (leggasi insediamento) futuro, un uomo di famiglia e viaggiatore, pure lui sposato una volta, divorziato una volta, un uomo di nome Mayn, James Mayn, ha udito il rumore. E se anche non dovessero mai incontrarsi, siamo stati invitati lo stesso: come se in ogni caso fossimo noi la notizia—incontro o non incontro—così come siamo i loro anelli di congiunzione. E non ci sembra di essere qualcosa di più?

Gli angeli incaricati di farsi sentire ogni tanto da qui dentro all’inizio non c’erano. A volte non sappiamo bene cosa siano.

Una volta tanto tempo fa una madre disse a uno dei due figli che doveva andarsene ed era ancora giovanissimo sebbene fosse un ragazzone forte e maturo. Ma poi fu lei ad andarsene prima di lui e così gli sembrò che fosse stata lei a partire, non lui.

Di storie sua madre non ne raccontava mai, sua nonna invece sì e le storie della nonna s’ispiravano a un’avventura di tanto tempo prima, addirittura del secolo precedente. Questi vecchi resoconti sembravano riflettere a volte la vita del nipote ma lui non ci faceva troppo caso e si fidava delle storielle della nonna.

Lui fa parte di tutto questo, dove amore e separazione vanno a braccetto e si distinguono a fatica. Purtroppo ha lasciato moglie e figli. Ma non ha vissuto, quindi, un po’ come aveva sempre fatto? È un periodo in cui cambiamenti del genere si susseguono. Dei cambiamenti nella vita si parla tanto e lo sentiamo e lui probabilmente vi dà più peso del dovuto, quindi deve guardare piuttosto avanti— forse è troppo tonto per spaventarsi, dice scherzoso. Persone importanti di passaggio che più o meno conosce vanno e vengono qui—fanno forse parte del suo lavoro? Sono notizie?—su nascita, innamoramento, tenacia, vita privata, i figli?

Di tutto questo fa parte anche una donna che lui forse non incontrerà mai. Se non tramite altri. Al contrario di lui, lei questi altri li considera parte del suo lavoro: non stanno, infatti, scoprendo il proprio corpo e il proprio sé? non progettano la propria vita? non esplorano le varie possibilità? Giacché il mondo intero va e viene intorno a lei come tanti mercanti. La storia passa dalla sua voce e dalle sue mani servizievoli, le viene rivelata ventiquattro ore al giorno cosicché nei ginecei che ha creato e con cui si guadagna da vivere a metà degli anni settanta del secolo in questione lei gestisce le cose con una fede frutto del potere più che il contrario. La si può far fessa ma non a lungo.

Tutto questo si verbalizza. In tanti corpi oppure, come hanno detto i nostri condottieri, su base individuale. E da quel che abbiamo capito si verbalizza anche in questo «noi» che abbiamo udito. Cos’è? una specie di comunità? La nostra. Va a regime ridotto e poi di colpo si supera. Cosicché nel framezzo abbiamo questa voce dei congiunti—è così?—anche dei congiunti possibili.

Una verità qui è che gli angeli esistono nel pensiero. In grandi numeri, pare, ed entro un raggio limitato, a quanto ci risulta. Ma poiché gli angeli vengono invocati per fungere da custodi o messaggeri, intermediari vascolari o luce fine a se stessa, sembra sia concesso loro più potere che potenziale. Eppure, gli angeli non hanno il diritto o quantomeno l’abilità di essere altro oltre a se stessi, o meno, o di più, in quanto accasati nel pensiero? Cosa succede se pian piano s’infilano dentro, s’infiltrano, si trapiantano, trovano l’essere già presente lungo la curva dell’umano che si dice sia la loro nuova curva evolutiva—ma per diventare noi oppure gli angeli che, di fatto, possono essere?

Ma questi angeli sono nostri e basta? S’infilano e si defilano dai nostri discorsi come una specie di consiglio avanzato che riconosciamo perché ne serbiamo il ricordo. E cos’è questa comunità— questo grande Noi cui siamo noi stessi a dar voce? Sarà anzitutto una comunità capace pure di accogliere angeli veri abbastanza da crescere tramite mezzi umani.

Dio, l’interferenza! Non la udiamo come in passato, quel che abbiamo udito una volta—il dio che si libera, suona le sirene, come la nostra nave meteorologica sotto la livrea bianca della Guardia Costiera.

Il dio, s’era udito? Il dio? Non la dea, quindi. La sirena che risuona quindi con il soffio del dio o della dea; il soffio che si fa soffiata—la nostra soffiata. Le soffiate fanno notizia. Ma erano tutte notizie. Il vento che articoliamo per produrre il suono delle caverne. Suoni sulla pelle. Lo sapevamo, il suono di ossa che vivono sotto la superficie, visibili come la caviglia e la mascella e poi tutto quello che collega le ossa del collo a quelle delle cosce che maschili o femminili sono comunque i soliti femori sotto la pelle. Non possiamo trovare quindi, per esempio, una domanda che possa accogliere due o più risposte? Non c’è abbastanza respiro perché tutti noi possiamo tirarne uno qui?

Dunque, se maschile sta a femminile allora morale sta a femorale, ma poi ci trovammo subito con la testa scagliata oltre tutto questo verso un luogo dove, ad ascoltare la coscia del divino (la carne non è d’ostacolo) cogliamo—meno tendiamo l’orecchio, più ci sentiamo—le vibrazioni di un modo d’agire migliore—costato, a rischio costo—cogliamo cos’altro se non la volontà di un verme lì dentro che si muove pian piano. Nella coscia divina (e carne sia).

Tuttavia cogliamo solo l’impronta della tenia, l’impronta lasciata dall’eco derivante dal suo progresso altrove, ben lontano da qui. Vibrazioni che risalgono dalla pancia dove il verme è agganciato, ebbene sì, oltre il divario a volta dell’inguine.

E questa tenia stazionaria assorbe grazie alle molteplici microunità che costituiscono i segmenti del sistema nervoso il menù omogeneizzato della dieta suprema—leggasi sacra—divina—leggasi all’improvviso diva che nel linguaggio della lirica sta per dea. Aspettate però: che dieta è questa? Dobbiamo saperlo. Ah è il cibo digerito che ospita la tenia il cibo poi trasformato dalla tenia ospite con l’aggiunta di una nuova paraplacenta che riveste le pareti dello stomaco di questa diva—leggasi uccellina canterina—leggasi cantante lirica: e così, mentre il verme si fa strada e la strada fa il verme, la diva va per la sua strada, una strada che consuma l’eccedenza conferendole il potere del calo ponderale, varie fonti parlano di oltre cinquanta chili insensati. Tanto meglio allora, con la sua estensione sbalorditiva può andare in scena da soprana muscolosa e teatrale qual è, da madre, amante, barista, principessa o se stessa, per la musica—se quella musica la chiamate rumore vero.

E così la tenia mangiò a lungo e data l’abbondanza di cibo continuò a mangiare incurante del rumore delle acque, acque correnti, acque correnti lontane e vicine, con le molecole che cozzavano, speravano, si attaccavano e si combinavano, giacché quanto poteva far presa lo faceva e il verme volenteroso tutto preso con il pasto giunto dall’ambiente circostante non fa mai caso al rumore sovrastante costituito da divari di potere bruciato, bruciato fino a diventare musica, bruciato per espellere la canzone di questa cantante attiva ben felice di mettere all’opera la propria volontà tanto ventilata, dopo aver introdotto un mese fa questa tenia specialissima nel suo organismo, il suo peso, la sua fame, il suo desiderio, attraverso la carne di un pesce predatorio—un luccio del Mille Lacs nel Minnesota—un luccio giratosi dalla parte sbagliata al momento sbagliato, catturato, identificato quale portatore di tenia e trasportato vivo in aereo per mille miglia fino al ristorante giapponese preferito della diva presumibilmente sovrappeso, trasportato da uno stregone ojibway con gli occhi a losanga—una tenia (di provenienza ittica) prescrittale dal suo medico di New York, tanto affezionato ma in gran segreto molto schizzinoso e comunque consapevole di dover fare qualcosa o lasciare il posto a qualcuno capace.

Credeva di poterla leggere come un libro. Ma quale libro?

«Confusa», così una volta aveva firmato un bigliettino consegnatogli a mano una mattina, un bigliettino in cui implorava un consiglio: significava «innamorata» e due mesi più tardi gli avrebbe confidato che era solo una storia di sesso. Quando lui le diceva più d’una volta «Sono confuso» era chiaro che significava «morale» e «arrabbiato» ma anche (non dichiarato, come sempre) «innamorato» (ma di lei, la sua paziente, la sua cara amica), anche se lei a volte i suoi umori si rifiutava di coglierli. Conta qualcosa lui tra questi elementi elementari? Ne sappiamo abbastanza perché la domanda sia lecita. Sapeva di contare per lei ma non come il pubblico nel teatro buio, un pubblico che contava al punto di essere quasi invisibile e quindi importava quasi più della sua famiglia (se ne avesse avuta una in quest’America straniera—aveva un padre assai lontano).

Sulla vita privata la lirica sensazionalistica ne getta poca di luce, ma come si fa a pesare la luce gettata dai suoi soli e paradisi battuti dal vento dove l’avrà scordato per ore, il suo medico, eppure sapeva, come il più adorabile impaccio infantile all’interno di questo corpo bellissimo e amabile, che questo amico amorevole era lì. Né era nostra intenzione gettare luce sulla vita privata della grand opéra. Accadde, in buona fede, che ricontrollammo il dio e proseguimmo da lì; ci facemmo guidare dai suoni, lungo una coscia divina e su fino a un verme solitario che scoprimmo essere bisessuato. A sua volta, la volontà di vivere e crescere di questo verme solitario faceva a sua insaputa la volontà dell’ospitante (la ospitante) di snellirsi. Eppure anche lei cedette a una volontà o a una sensazione di vuoto più grande. Che non è, qualche potere fresco dentro di noi lo intuisce, il vento oltre l’ostacolo bensì un ostacolo oltre il vento.

Ispirati. Sbucati dal nulla. Con un occhio girato da quella parte come per collocarci non solo dentro a chi riceve le nostre onde di congiunti ma addirittura come ricevitori. Si tratta, dunque, di una vera e propria reincarnazione? Grandiosa, di sicuro; forse abominevole, questa vaga incarnazione intimataci. Era angelica, animale, minerale, chimica, chemioterapica? Domanderemo di nuovo.

Per continuare, un ostacolo. E motivati dal tentativo di recuperare quel che abbiamo scelto di scordare. Queste parole appartengono a un parlante di quel secolo e di quello prima e forse in virtù di quello che tenne per sé si dimostrò consapevole della luce gettata dall’oblio. Ma come? domandiamo. E una risposta ce la troviamo dentro: la luce piegata dalla passione supera gli ostacoli concepiti dalla luce stessa: sì, nel vuoto finissimo della nostra possibile intelligenza che un giorno d’un certo peso annuncia come un gufo che non sapevamo cosa fosse la luce ma che ci era stato promesso un certo potere e pensavamo servisse per scoprire che nei giorni giusti quella luce eravamo o potevamo essere noi.

Se c’è bisogno di risolverlo, parlatene durante il simposio. La primadonna del nostro vuoto, Grace Kimball, che a quanto ci viene riferito ha gli zigomi da nativa americana, ci vede lungo e intuisce che c’è un modo migliore di fare le cose, di fare noi. Ricordiamo già che Grace Kimball ha trovato la storia nelle donne: nelle donne contenute dagli uomini e negli uomini che conservano un fluido femminile segreto di cui non volete assumervi la responsabilità e questo in tutte le persone che lei ha aiutato, sicché a volte nei suoi sogni (perché lei e questa storia passavano tutto il tempo a farsi a vicenda) era invisibile quanto il grido d’aiuto degli stuprati e a volte accadeva pure nei suoi sogni non-importanti come un futuro mostruosamente spalancato e non pianificato (e da altri non-stessi). Grace ci vedeva lungo fin dentro a un futuro che le ricambiava lo sguardo attraverso lo stesso occhio con cui lo vedeva lei, in una stanza senza mobili. L’avrebbe chiamata la sua Sala del Corpo, come se gli altri locali dell’appartamento non fossero dedicati anch’essi al corpo, ma se in quest’epoca gli spazi lunghi impariamo a conoscerli grazie a capsule brevi, poiché abbiamo inteso che eguagliano gli spazi lunghi ai tempi brevi e altre volte semplicemente, tesoro, lasciando (ossia lasciando che accada—come nella vita) lasciando (già dimentichiamo) lasciando che un manico di scopa sia uguale a una palla da baseball perché se non riusciamo a costruire a tavolino la nostra vita su misura allora non dobbiamo forse guardare oltre quello che crediamo di sapere e semplicemente dire che questa curva dalla molteplicità accecante eguaglia quelle diverse brevità lunghe una vita? Ma cosa l’abbiamo domandato a fare?

La Sala del Corpo, ecco come l’avrebbe chiamata. Ma pure gli altri locali dell’appartamento servivano a quello. Sala del Corpo. Rinominata dai tempi in cui transitiamo, celebrata da Grace, oscura come Mayn e trasformata nella sua «Sala del Corpo» svuotata del fardello del viaggio, lo strappo da una vecchia casa lontana verso una casa nuova. E quanto ai mobili di famiglia rimasti nella vecchia casa nel bel mezzo del Middle West, scordateveli: giacché al pari del leggendario Carico Pesante a norma lungo le nostre highway ha tenuto saldo al momento del lancio ma con una differenza: scordatasi subito dell’inerzia lei era partita a razzo una volta trasferito quel paesaggio interiore della sua vita senza mobili di famiglia da uno dei tanti mid americani alla New York d’un tempo.

Ma già dimentichiamo il suo matrimonio avvenuto tra un fatto e l’altro e responsabile di tutti i mobili moderni se non a New York almeno nel suo appartamento in città; lei aveva cercato di percorrere la via più breve, di fare tutto per bene, ma stavolta lontano da casa; poi, in un sogno, aveva colto il suo matrimonio come se, nel ricordo, fosse l’acqua o la pietra semipreziosa che filtrava la luce e aveva avuto luogo non nella città di New York ma nel suo paese (leggasi paesino) natio dove potevi appartenere a qualcuno e non accorgertene finché non ti trasportavano alla tomba dopo averti ridotto a un segnale o a un messaggio (leggasi letteralmente massaggio) impossibile da consegnare e suo padre tornò a casa dal lavoro ed era papà e la chiamava Gracie e, le venne un giorno in mente, non le aveva mai davvero domandato nulla di lei (a parte il quasi sempreverde «Dov’è che sei stata?»—ora? oggi? negli ultimi anni!). Ma questo è quanto sappiamo di cosa lei provava. Era monotono lui? È solo l’inizio. Lo trovava nel salotto attaccato allo spazio vicino alla porta della sala da pranzo, immobile tra i mobili della povera madre come un passeggero su un treno e fuori dalla finestra il paesaggio si sposta pressoché alla tua stessa velocità e nella tua stessa direzione.

E così una successiva Sala del Corpo a New York si svuotò della poltrona bassa quadrata massiccia e iperimbottita di suo padre che se ai tempi lì dov’era cresciuta entravi dalla cucina e dalla sala da pranzo dovevi superarla per usare gli altri mobili in quel salottino, la coppia di sedie di Grand Rapids con lo schienale a lira e la sedia verde e la sedia rossa, il divano-letto grigio che non si apriva e, di fronte, il divano-letto azzurro nuovo che invece si apriva, i tavoli che raramente si riusciva a passar sotto e dovevi invece girarci intorno, il portariviste a V «appeso» tra un piano del tavolino e un ripiano basso di pari dimensioni; una poltrona di cuoio brunito con i bottoni in ottone, fresco nei pomeriggi d’estate quando il calore proveniente dalle miglia—o verste, come le chiamava il professore di Chicago al Browning Club—di campi appiattivano la città e i colori e si gonfiava come una piena che esondava intorno alle case fino a vent’anni più tardi quando lei ormai se n’era andata da così tanto che era tornata da New York ed era andata diverse volte a trovare i genitori e poi la madre, l’esondazione sovraccaricava tutti i circuiti dei condizionatori e capitava che la corrente saltasse alle quattro del pomeriggio in tutto il quartiere così all’improvviso che ti accorgevi dell’erba ferma là fuori. Grace aveva svuotato la sua futura Sala del Corpo nella sua adottiva New York anche di—non era andata così?—un divario che risiedeva in quel vecchio spazio abitativo lì a metà degli Stati Uniti da dove proveniva lei stessa con il suo trentaduesimo di sangue pawnee, dove suo padre se ne stava seduto nella poltrona bassa qualunque fosse il tempo e sempre con in mano una bottiglia marrone di birra o un bicchiere rastremato di blended whiskey finché un anno non si materializzò un televisore, piazzato a volte sul tavolo accanto così non c’era mai bisogno di guardarlo né serviva distogliere lo sguardo dal giornale locale fino a quando il bicchiere prendeva il posto del nasone del bevitore al momento di essere svuotato e questa era l’Ora delle Decisioni—così come papà non aveva mai bisogno di respirare («respira» disse lei diversi anni più tardi a un uomo vestito a rombi che aveva sposato); ma suo padre cantava ad alta voce nella vasca da bagno, molesto nel garage buio; cantava un successone americano: «Oh what a beautiful morning… The corn is as high as an elephant’s eye» dopo aver attraversato in auto con tutta la famiglia settantacinque miglia di campi di granturco per vedere uno spettacolo itinerante del musical Oklahoma!, uno stato confinante. Ma non cantava in salotto, dove c’era il pianoforte, in quel vuoto di potere menzionato solo a metà da lei che era in tutta la casa, era lui o era la stanza?, un nome o un altro, per anni, ricordava che si apriva un varco tra tutti i mobili della madre disseminati per il salotto per raggiungere il padre che in realtà non era in fondo alla stanza soprattutto perché per infilarsi dentro quel quadro dove non ballavano nemmeno le pulci non si finiva con lui ma semmai s’iniziava, s’iniziava uscendo dalla sala da pranzo superando papà e i suoi silenzi imprevedibili e i rombi color rosso e marrone tenue che lei gli aveva cucito una volta per Natale, completando l’opera così come aveva fatto con il matrimonio e con l’eccezione delle due gravidanze (a seconda del nostro punto di vista) aveva completato tutto quello che aveva iniziato—uno di due paia di calze cucite a parte qualche esperimento artigianale nei rapidissimi anni settanta.

Piuttosto grande come paese. City limits, «confine urbano» recitavano i cartelli. Fai le cose una per volta, diceva sua madre, prima questa e poi la prossima; c’è tempo per tutto. Era sua madre a dire tutto questo, seduta ben dritta al tavolo in cucina con il ripiano metallico dipinto di bianco. Suo padre stava cambiando l’olio all’auto. La lattina di birra accanto allo pneumatico anteriore, il sedere in aria mentre trascinava la ghiotta piena da sotto l’auto, poi in ginocchio prendeva un sorso di birra, si sdraiava di schiena e s’infilava di nuovo sotto l’auto per avvitare il tappo. Era questo modo di fare le cose una per una, ciascuna con i suoi tempi, lei non poteva pensarci sempre se non per rendersi conto di dover trovare un modo non per fare le cose in ordine ma per girarci intorno così come un giorno centinaia di donne appresero di lei a spizzichi e multipli della sua storia come Eleanor Roosevelt o Helen Keller. Come Curie, giacché, l’aveva sempre saputo, le cure erano un pericolo. (Sempre, Grace? Anche alle superiori, anche davanti al lavandino con qualche ragazzo, anche durante le nuotate notturne nel Middle West prima di New York?) Come la leggendaria Donna Gufo che secondo un’esplosiva professoressa di sociologia di nome Ruby Foote presso la scuola superiore frequentata da Grace curava gli abitanti del deserto sudoccidentale con materiale terreo e una magia d’intesa (ecco cos’è la magia, in fondo!) e con parole canterine che spesso proseguivano pure in assenza della cantante e compositrice (la Donna Gufo) la quale si trasformava in un gufetto del deserto con la stessa facilità con cui dilatava il tempo passato insieme, sempre secondo Ruby Foote, lei stessa una specie di missionaria solitaria dalla zona costiera sudorientale, transitata per il North Carolina (dove una volta si era sposata); ora nel vero Midwest una sessantenne che sfrecciava su una Cadillac lungo il viale del tramonto (così lo chiamava); un’abile nuotatrice notturna che studiava gli indiani (quelli rimasti) e filosofa dello stupro già nel 1950—sì, come la Donna Gufo, cui Grace pensava sempre finché un giorno anni più tardi la pensò al punto da promettere di proteggerla in un futuro in cui la Donna Gufo fosse sbucata come un doppio reincarnato.

Da prendere comunque a modello e Grace sapeva che in una certa misura sarebbe stata la via stessa a venirle incontro. Si trasferì nella magica Manhattan—e nuotava in piscina; incontrò «suo marito» (così lei e un’intervistatrice lo chiamarono facendo dietrologia) e lui aveva le iniziali RR sul lucchetto della ventiquattrore (prima che l’autodistruzione divenne di serie); sfrecciava con gli occhi fissi sulla sua corsia dipinta sulle piastrelle sul fondo della piscina ma a volte virava oltre il divisore come un motore senza barca; lavorava nel commercio, era (no) lavorava nelle ricerche di mercato, ecco come si divertiva lui, e vendeva—leggi viaggiava—e nei fine settimana studiava per diventare un agente immobiliare accreditato a Long Island; ma come ricercatore di mercato era bravo; lei lo sapeva; ne era sicura e il tempo finiva sempre per darle ragione.

© 1986 by Joseph McElroy

Oggi abbiamo voluto pubblicare un estratto di Donne e uomini. Lo troverete in libreria, nelle sue 1984 pagine, dal 23 settembre.

ARTICOLO n. 49 / 2021

CARMELO BENE: IL PULPITO E IL FOGLIO

Non si può parlare, per C.B., di «lettura» nel senso classico della parola, né di «recita» né di «proferazione», anche se c’è tutto questo. Con lui, «dire un testo» diventa un atto, un «fatto in proprio», un evento definitivamente occasionale che continuamente ritraccia e risitua elementi disparati colti in nuove configurazioni, quasi conflittuali, tutte esteriorizzate.

Tali elementi sono numerosi e bisognerebbe cominciare col descrivere appunto l’esteriorità, spinta al suo grado estremo, dei luoghi in cui la performance avviene, in quanto spazi di affabulazione creativa: Torre degli Asinelli a Bologna o Théâtre de l’Odéon a Parigi col pieno sala per la Divina Commedia, Palasport di Milano per Majakovskij, l’Accademia di Santa Cecilia o la Basilica di Massenzio a Roma o la Scala di Milano o il Teatro greco di Taormina per Manfred, il Campidoglio di Roma per Egmont, ancora la Scala per Adelchi di Manzoni, la Piazza Centrale di Recanati per i Canti di Leopardi, l’Arena di Verona per Hamlet Suite. Luoghi certo importanti, ma il cui interesse non risiede nelle possibilità di sfoggio dell’individualità particolare di un «personaggio-attore», né nella volontà implicita di un accesso più largamente popolare o populista, né nella spettacolarità di una folla-marea in ascolto o dei riferimenti poetici la cui classicità è incontestabile. L’esempio stesso dei Canti orfici di Dino Campana testimonia questa capacità intrinseca a «far sorgere dall’ombra» il dimenticato e lo sconosciuto a forza di essere dimenticato. Si può anche dire che, grazie a lui, l’«opera» impegnata «esce fuori di sé». Ogni volta, l’opera viene strappata alle reclusioni, libresche, accademiche, di costrizione e di oppressione – in tutti i suoi lavori, del resto, la «cosa» testuale è mostrata materialmente, in quanto «illeggibilità» dalla quale scartarsi, o piuttosto da eliminare «divorandola», letteralmente.

L’opera dev’essere liberata dalla sua intimità laconica e spossata e scagliarsi nella potenza di una massa pulsionale che non le si supponeva, che essa stessa non supponeva in sé, forse perché taciuta. È già trasformarla in atto, dato che in questo passaggio da un supporto all’altro, dallo scritto alla voce, ha cambiato natura, si offre ormai in una nuova resistenza materiale, fino ad allora sconosciuta. Da qui la «stupefazione» del pubblico che ascolta, non più attraverso il filtro passivo di un vano gesticolare della parola infinitamente detta, ridetta e ri-conosciuta – della «dimostrazione» altamente accademica e classica (si pensi a Gassman, ad Albertazzi, a tutti coloro contro cui C.B. si è messo in gioco) –, gesticolare incluso ormai in un percorso di cui non sa più determinare il punto di arrivo né l’a priori. La voce che «legge» o «proferisce» o che «recita» si transustanzia in un vero e proprio corpo che non ha più niente a che vedere con la «persona» dell’attore, né col testo: è diventata, diventa, nell’istante occasionale del suo passaggio, la totalità esteriore che dà a vedere la sua elaborazione immediata, l’inarcarsi che costruisce la spina dorsale della sua nuova vita, vita nuova instancabilmente ripresa.

All’esteriorità del luogo colto nella sua più grande ampiezza corrisponde dunque la vastità dell’esteriorizzazione, l’ostensione della materia creata in cui il testo non è più testo, l’attore non è più attore: ciò che viene captato è allora la singolarità dell’opera materializzata nel proprio fabbricarsi, per mezzo di una testura o tessitura vocale ancora in-audita, che offre a un immaginario qualunque, con una modestia eroica e potente, la possibilità di ascoltare e intendere l’evento proprio della creazione dell’opera, e che ritende momentaneamente l’integralità della sua capacità plastica, privata, dallo stesso gesto, della sua natura apparentemente definitiva, immersa nel magma dei suoi imprevisti. Nel momento stesso in cui il testo nella voce e la voce nel testo perdono la loro configurazione espressivamente storica – quella, per lo meno, che veniva loro assegnata o che si prestava loro, che era a loro destinata a ogni istante: Dante e La Divina Commedia, Byron e Manfred, Majakovskij e Majakovskij, Laforgue e Hamlet Suite – la stessa voce e lo stesso testo perdonoin realtà la strettezza, sempre in agguato, della narrazione e dell’ascolto che ne deriva, la falsa apparenza di «giustezza» attribuita loro in a priori imperiosamente controllati, per acquisire l’insieme delle velocità che li riferiscono. L’opera non appartiene più che nominalmente al suo autore, è diventata una «situazione secondo C.B.». In questo senso va perfino al di là della stretta riconfigurazione di un puro significante sorto da un significato ormai inattivo; va al di là, con la sua pratica capace di riconoscere che la materia di cui dispone e in cui si ridispone non può essere sottomessa o assoggettata a una ennesima trasformazione dualistica della forma, ma che (l’uno o l’altra) è slittato, invece, in uno spazio e in un tempo in cui la voce è ormai sprovvista di quantità e di segni. Non è più che pura potenza in opera.

Il problema della lettura si trasforma allora in una questione di affetti e di percetti, di vibrazione sonora, di ricezione traumatizzante, di ampiezze e amplitudini mirate in un costante andare e venire dell’atto di «dire», all’infinito, all’interno dell’esteriorità dei luoghi, cioè nella costruzione progressiva della sonorità e del suono come emissione e come ascolto, l’una nell’altro, all’interno del tempo e dello spazio di quell’occasione specifica, ma all’esterno dei meccanismi che ne hanno costruito il passato. È questo forse mirare al suono come a un presente. Si capiscono allora i sovvertimenti operati dall’amplificazione strumentale, la volontà acustica, il sistema che rende conto, con una precisione meticolosa e maniaca, delle minime pulsioni nell’esercizio vocale che si mette in movimento, o in posta, più che in gioco. La costruzione classica, che si dava come definitivamente compiuta – e dunque conforme alle norme –, viene impegnata nella deliberazione dell’inachèvement costante, dell’incompiuto continuo, contro tutte le conformità possibili, dell’incompiuto dell’opera che, spaccata, non riesce più a richiudersi – su cosa del resto? Dove il finale e l’applauso non sono più che l’accettazione di una semplice misura musicale, di un semplice accordo. D’altronde: leggeva forse, recitava a memoria o in spirito? Avrebbe potuto dire che «era letto».

L’affondare nel nero vasto degli esterni che si connettono, la notte fonda del teatro, l’inseguire se stesso in immagine fissa, il volto incompiuto nelle mezze tonalità di ciò che è compiuto solo perché fa qualcosa, il pulpito e il foglio dove giacciono i testi, lo sguardo e l’infinità del «dire»: l’impressione è grande, oggi ancora e a cose fatte, che non c’era lettura possibile. Lasciar sorgere una voce come potenza vocale che sprofonda nelle materie della lingua per «manifestarne» il fondamento tellurico, la forza minerale, la tensione presa nello sgomento. Ad ogni altra «dimostrazione» faceva posto il gesto «in proprio» dell’attore, la voce diventata gesto.

LE RADICI DEL GHIACCIO

Sono sveglio prima degli altri, come spesso accade. Il silenzio attorno a me è assoluto.

Le notti nell’Artico hanno qualcosa di speciale. Non dimenticherò mai la prima volta che ho dormito qui: l’emozione di essere a diretto contatto con il ghiaccio maestoso, la luce del Sole che non sparisce mai, vera e propria compagna di vita di chi fa il mio mestiere. Ho sempre avuto l’abitudine di svegliarmi presto e una volta sveglio non sono in grado di riaddormentarmi; un’inclinazione che con la paternità si è acuita ancora di più e che non mi ha più abbandonato.

Il primo «esercizio» mattutino in mezzo ai ghiacci dell’Artico è quello di vestirsi, e non è così semplice come si potrebbe pensare. Per affrontare il mondo che ci attende al di fuori della tenda occorre infatti indossare più di uno strato. Qualcuno la chiama vestizione a cipolla: diversi strati dal diverso spessore e dalla diversa funzione, uno per il vento, un altro che serve come base a contatto con il corpo, un altro ancora come strato intermedio.

È un esercizio di contorsionismo puro: la tenda non è più alta di mezzo metro, perciò tutte le operazioni devono essere coordinate. I pantaloni vanno infilati dondolandosi sulla schiena, quindi, seduti a gambe incrociate, si infilano i diversi strati superiori; poi, è la volta dei calzini, doppi e spessi, che fanno fatica a scivolare sui piedi ormai freddi. Primo comandamento: mai usare cotone. I nostri abiti ci tengono al caldo perché intrappolano l’aria calda vicino alla pelle, ma quando il cotone si bagna cessa di funzionare poiché le sacche d’aria nel tessuto si riempiono d’acqua. Quando camminiamo e sudiamo l’indumento di cotone assorbe il sudore come una spugna e se l’aria è più fredda della temperatura corporea (come accade in Groenlandia), sentiremo un certo freddo, con i vestiti ormai saturi e incapaci di fornire l’isolamento necessario. Ecco perché i nostri abiti sono sempre di materiale isolante, che sia lana, oppure sintetico.

Mi avvicino alla cerniera lampo dell’ingresso della tenda. Ci metto un’attenzione estrema per non svegliare i miei compagni di viaggio e di ricerche: quel fruscio metallico in una situazione normale sarebbe quasi impercettibile, ma qui ogni piccolo rumore viene amplificato. Le nostre tende sono quelle da campeggio, «quattro stagioni» come si dice in gergo. Sono leggere e si montano in meno di venti minuti, con il materiale esterno impermeabile che ci protegge dalla pioggia, presente anche in Groenlandia. Molti pensano che le tende siano fredde, ma in generale, non è così. Specialmente quando il cielo è limpido, il forte Sole della Groenlandia ne riscalda l’interno a tal punto che dobbiamo tenerle aperte per favorire la circolazione dell’aria fredda prima di andare a dormire. Ciò è ancora più vero in piena estate, quando il Sole non tramonta mai. Il nostro accampamento, come dicevo, è immerso in un silenzio siderale; il sibilo del vento – a volte costante, a volte ritmato – è l’unica sorgente di inquinamento acustico, se di inquinamento possiamo parlare. Tiro infine giù la cerniera e il rumore che fa mi sembra quasi quello di un’esplosione. È normale: il suono in fondo non è altro che la trasmissione di onde di pressione che, una volta raggiunto l’orecchio, vengono ricodificate dal cervello; in Groenlandia la rarefazione dell’aria e l’assenza di altre fonti sonore danno l’impressione che i suoni più comuni della quotidianità acquistino un timbro differente, altrove inaudibile. Forse è la stanchezza, forse solo un’allucinazione sonora; forse il freddo che gioca con i nostri sensi.

Esco carponi, mi allungo sullo stuoino di materiale impermeabile che abbiamo lasciato all’ingresso. Mi siedo. Serve un ultimo sforzo, quello di infilare gli stivali sui calzini di lana, troppo spessi, ma necessari. Mi sento già stanco. Stanco, e però allo stesso tempo eccitato all’idea di ciò che ci aspetta: ogni avventura, ogni imprevisto dovrà essere risolto solo ricorrendo agli oggetti che abbiamo portato con noi. Quando si è in mezzo al ghiaccio della Groenlandia non si ha il lusso di andare al supermercato o dall’elettricista nel caso qualcuno avesse dimenticato di portare un cacciavite o un rotolo di spago.

Se gli altri si sono svegliati non lo danno a vedere; sotto la tenda si percepisce solo il ritmo di respiri diversi. È stata una di quelle notti che mi piace definire «interessanti», quando qualcuno si sveglia e ti sveglia, ponendo a bruciapelo una domanda, facendo balenare un’idea o – più frequente – avendo sentito qualcosa che lo ha messo in allarme. Questa notte è toccato a Patrick. È stato uno dei miei studenti di dottorato, non ha mai lasciato New York e ha studiato la Groenlandia esclusivamente dai satelliti o sui modelli. L’ho invitato a unirsi a noi non solo per offrirgli una (meritata) possibilità di crescita professionale ma anche perché la potesse sperimentare dal vivo. Sono convinto che tutti coloro che studiano questa immensa e meravigliosa distesa polare debbano, almeno una volta nella vita, visitarla di persona. Patrick mi ha svegliato che saranno state le tre. Era un po’ agitato, mi ha domandato se avessi sentito un forte rumore, come un rombo, qualcosa di strano proveniente dal ghiaccio sotto di noi. «Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno non farti scrupoli, svegliami anche fosse notte fonda» gli avevo detto appena atterrati. Ed ecco che lui mi aveva preso in parola.

Ho cercato di rassicurarlo, gli ho spiegato che spesso il ghiaccio genera rumori, che a volte, visto il silenzio assoluto che ci circonda, si tratta solo d’impressioni. Ciò che si sente, di solito, è un rumore cupo, come ci fosse qualcosa che si sta spaccando sotto di noi; ricorda il suono di una pietra enorme che atterra su un terreno montuoso. Gli ho detto di tornare a dormire, che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Non che io fossi convinto al cento per cento delle mie parole, ovviamente: in mezzo all’Artico occorre stare attenti a qualsiasi piccola cosa. Dopo pochi minuti dalla chiacchierata con Patrick ho iniziato a sentirlo anch’io, il rumore di cui parlava: è il ghiaccio che scorre sotto di noi, potente, inesorabile, con una velocità che in estate, in superficie, può raggiungere anche diverse centinaia di metri al giorno. Per intenderci su quanto sia rapido tale spostamento, è come se stessimo a Roma, piantassimo la tenda in piazza di Spagna e ci svegliassimo il giorno dopo a piazza del Popolo. Patrick ha colpito nel segno. Io non sono più riuscito a prendere sonno: da un lato sono preoccupato, dall’altro eccitato. Ho i muscoli tesi, l’udito attento a ogni rumore, anche il più impercettibile. Mi sembra quasi di stare auscultando il respiro di un dinosauro, solo con i miei pensieri.

Il fluire del ghiaccio è un fenomeno poco noto; molti credono che il ghiaccio della Groenlandia (così come quello degli altri ghiacciai) sia immobile, statico. Materiale inanimato. In realtà è il contrario. Come gli antichi greci ci insegnano, panta rei: tutto scorre. E anche il ghiaccio scorre, come un fiume denso che fluisce per effetto del proprio peso. Rallenta d’inverno, quando è più freddo ed è meno fluido. Ma d’estate è come discendere una collina su una strada bagnata, non c’è freno che tenga. Durante la stagione «calda», l’acqua penetra nel ghiaccio attraverso crepe e fratture e, una volta raggiunta la roccia sulla quale quest’ultimo scivola, ne lubrifica la superficie, favorendone un’ulteriore accelerazione.

A questo stavo ripensando mentre guardavo gli stivali che finalmente sono riuscito a infilarmi. Quelli che indosso adesso non sono gli stessi che userò per la nostra escursione, sono alti fino al polpaccio e poco adatti a camminare, ma perfetti per la vita al campo. Hanno un’imbottitura tale da proteggere i piedi da temperature fino a −40 gradi centigradi. I miei, di piedi, non sentono ragioni e sono freddi dal momento in cui esco dalla tenda fino a quando rientro a fine giornata. Spesso mi sento dire: «Tu devi essere abituato al freddo e non ci fai caso». Ahimè, è invece vero il contrario: io sono di costituzione longilinea e ho poca massa che mi può aiutare a mantenere il calore del corpo. Gli stivali che utilizziamo durante l’escursione sono scarponi da montagna o da ghiaccio. Hanno una struttura più rigida che favorisce la stabilità delle caviglie e riduce il pericolo di distorsioni ma, al tempo stesso, proteggono meno contro il freddo.

Una volta fuori mi accomodo sulla sedia pieghevole vicino l’ingresso della tenda. Ho una gran voglia di una bella tazza di caffè bollente, ma meglio aspettare che siano tutti svegli. Continuo a vagheggiare, quasi fossi ancora tra veglia e sonno. Penso a come sia impossibile quantificare, dandole un valore economico, la fortuna – non trovo una parola migliore per definirla – che ho nel ritrovarmi al cospetto del paesaggio che sto osservando. Qui, in silenzio, circondato da neve e ghiaccio.

Chi non è mai stato nell’Artico avrebbe di certo delle sorprese, anche solo a un primo sguardo. Quello che mi trovo di fronte è tutt’altro che un paesaggio monotono o piatto. Dune di neve dalle dimensioni di pochi metri sono allineate lungo la direzione principale del vento, più o meno come in un deserto. Quando abbiamo sistemato le tende siamo stati costretti a tenere conto anche di questo: capire da dove soffiava il vento, per evitare che riempisse i nostri alloggi con la neve che luccica, come fosse ricoperta di piccoli preziosi diamanti. Il luccichio, che mi ricorda le grandi onde cavalcate dai surfisti nelle Hawaii o sulle spiagge di Rio de Janeiro, nasce dalla frammentazione dei fiocchi di neve dopo che sono caduti al suolo. È dovuta al vento e ad altri fattori che li spezzano, letteralmente, in piccole parti e li orientano in maniera del tutto casuale. Questi fiocchi di neve – o meglio ciò che ne rimane – agiscono quasi fossero una moltitudine di minuscoli specchi che, sparsi sulla superficie, riflettono la luce del Sole in tutte le direzioni. Ecco perché vediamo il luccichio.

Continuo a osservare ammirato. Il velo di neve che è stato soffiato via dal vento dipinge figure circolari che seguono il profilo della brezza polare. È come se dietro di me ci fosse un pittore che avesse deciso di aggiungere questi dettagli al quadro che sto guardando. Qualcuno che, dopo aver posto del colore su alcuni punti dell’orizzonte, abbia deciso di stenderlo usando il pennello come una spatola. Il cielo turchese – un turchese unico a causa dell’atmosfera più sottile e meno umida rispetto alle latitudini meridionali – fa da sfondo ai miei pensieri: è un colore maestoso, che seppure non sia dotato della potenza delle nubi cariche di pioggia nelle campagne inglesi o di quella repentina violenza tipica dei temporali equatoriali, si manifesta come una grande onda di colore. Maestoso ma fermo, consapevole della propria grandezza e della propria forza senza alcuna necessità di ostentarla.

La vastità che il cielo abbraccia in queste zone è ciò che lo definisce. I due elementi, il cielo e il ghiaccio, condividono lo spazio, autocrati cromatici che non lasciano il campo che al blu e al bianco. Ho un flashback. Mi viene in mente quando, tornando in elicottero dal mio primo viaggio tra i ghiacci della Groenlandia, ho rivisto – dopo tante settimane – il verde della tundra, il rosso e le varie sfumature del terreno brullo. È stato in quel momento che ho capito, che mi sono sentito come se, durante quei lunghi giorni passati sul ghiaccio, fossi stato in grado di ascoltare e pronunciare solo alcune parole. Come se qualcuno avesse tagliato una parte del mio vocabolario cromatico e della mia stessa persona.

È una piacevole desolazione quella che il ghiaccio mi propone di fronte agli occhi. Infonde un senso di pace, di tranquillità. Mi lascio avvolgere da questo stato a metà tra il sogno e la veglia, come fossi su una scialuppa che dondola in un mare calmo. Qui non esiste il tempo come lo intendiamo altrove; è qualcosa che mi ricorda il tempo «geologico» della mia terra d’origine. Non mi serve un orologio; non posso e non ha senso controllare le ultime notizie, scaricare un nuovo album. Qui lo scorrere delle ore per come siamo abituati a viverlo non ha nessun valore.

Il ghiaccio è un elefante, io una cellula. Quello della Groenlandia impiega migliaia di anni a formarsi: anno dopo anno, la neve che si ammassa e che non fonde durante l’estate viene letteralmente sommersa da altra neve. La Groenlandia nasce e si sviluppa grazie all’azione di milioni di minuscole particelle, grazie ai fiocchi di neve che si accumulano gradualmente con il passare del tempo. Sotto il proprio peso la neve si comprime, espellendo l’aria e trasformandosi in ghiaccio fino a raggiungere la densità il cui valore è dogma per gli addetti ai lavori: 917 chili per metro cubo. Novecentodiciassette. Questo è il numero magico, cabala polare: la struttura geometrica del ghiaccio lascia meno del 10 per cento del volume all’aria, mentre il resto è occupato da acqua in stato solido. È un processo costante quello della formazione del ghiacciaio, che va avanti per decenni, per secoli, per millenni. Non appena raggiunta una massa «critica», il ghiaccio comincia letteralmente a «fluire» sotto il proprio peso. Ancora una volta la gravità, questa misteriosa e affascinante forza naturale, forgia il mondo che ci circonda.

A fondersi il ghiaccio impiega poco tempo: il lavoro lento e certosino della natura viene reso vano in una giornata, forse anche meno. La vasta distesa congelata si muove seguendo un ritmo naturale, a dispetto di noi, cellule impazzite nella società moderna, che ci spostiamo frenetiche, cercando di afferrare tutto prima che il prossimo stimolo digitale appaia sullo schermo del nostro telefonino. Come un virus che attacca tutto e tutti, noi, piccoli esseri umani, siamo riusciti, con le emissioni di gas serra e il riscaldamento globale, a minacciare e mettere in ginocchio persino la maestosa Groenlandia.

Al centro di questa terra polare, lì dove è più spesso, il ghiaccio ha un’altezza che può arrivare fino a circa 3 chilometri, per poi ridursi fino ad alcune centinaia di metri lungo la costa, dove confluisce verso l’oceano come un fiume di lava perlato. Le sezioni di ghiaccio più profonde sono le più antiche, quelle che hanno subito la maggiore pressione e che giacciono sulla roccia granitica da migliaia di anni. A mano a mano che il ghiaccio scorre verso l’oceano, e si prepara a tornare alla propria fonte d’origine, fonde in superficie, diluendo una parte della sua memoria con il mare stesso. Gli strati di ghiaccio depositati in periodi diversi vengono deformati, ondulati, fusi insieme dal continuo scorrere, così che la superficie si confonde con le radici.

Ripenso agli ultimi dettagli degli esperimenti, ripetendo a mente le diverse azioni da fare e non fare. Stiamo per raccogliere i dati che ci aiuteranno a capire quanto il cambiamento climatico stia influenzando la fusione di questi ghiacci e come ciò stia, a sua volta, influenzando l’innalzamento del livello dei mari. Studieremo non solo l’impatto dell’aumento delle temperature sulla formazione e sull’evoluzione dei sistemi di fiumi e laghi contenenti l’acqua derivata dalla fusione, ma anche come il Sole – e il fatto che il ghiaccio stia diventando più «scuro» – giochi un ruolo fondamentale. Sappiamo, però, che la Groenlandia è molto più di tutto questo. Noi siamo qui anche per scoprirla, per assaporarla, per assorbirla.

Guardo e sogno, sogno e penso. Penso alle mie origini, alle mie radici, che a volte temo siano state sradicate quando ho lasciato l’Italia. Ripenso a quella parte del Sud dalla quale provengo: terra dura, ricca, dove le radici – per tutti coloro che vivono ancora lì o che sono rimasti legati a doppio filo pur non vivendo più là da molto tempo – van‑ no in profondità. Radici che rappresentano un punto cardine della mia esistenza: qualcosa che mi definisce e mi influenza anche nel mio paese d’adozione, gli Stati Uniti, dove risiedo da ormai molti anni. Le radici legano, trattengono, avvolgono, stritolano; ci danno più stabilità, ma ci rendono anche più difficile concepire un vero cambiamento. Ci si trasforma lentamente, a poco a poco, come seguendo il pulsare di una linfa che dal terreno inerte irrora il tronco, i rami e le foglie.

Il torpore del mattino, la stanchezza accumulata e quella grande voglia – o meglio, quel bisogno – di caffè, per un brevissimo istante, mi rendono quasi allucinato. Immagino radici che sprofondano nel terreno gelato, radici mobili, che si spostano seguendo lo scorrere del ghiaccio e insieme lo scorrere del tempo. In questa mattina fredda dell’Artico mi sento a mio agio seguendo questo pensiero: anch’io in fondo mi sono spostato lontano dal mio luogo d’origine. Un movimento necessario per far nascere nuovi rami e nuove fronde che, a loro volta, hanno potuto crescere succhiando la linfa dalle radici originali, irrobustendosi e allargandosi grazie a spore e altri materiali seminali.

Il ghiaccio, con il suo statico dinamismo, mi ricorda un po’ me stesso.

— Il testo di Marco Tedesco con Alberto Flores d’Arcais è ripreso dalle pagine di Ghiaccio. Viaggio nel continente che scompare

ARTICOLO n. 47 / 2021

IL BACIO DEL PESCE RAGNO

Tutto questo blu da vicino è trasparente e una volta dentro, multicolore.

Ci conoscevamo appena quando ti portai nell’oasi. Quel tratto di sabbia lasciata allo stato brado da chi si erge a protettore della natura. Senza una pulizia quotidiana attenta a lasciare al suo posto solo frammenti di conchiglie e alghe putrescenti, plastica, vetro e ferro la fanno da padroni. Frequentata da gente che per stare nuda si fa largo tra gli umani rigurgiti del mare e gente come noi: estranei ai cui occhi nuovi il mondo sembra da scoprire per la prima volta.

Non ci eravamo parlati molto e neanche il mare grigio accompagnando i granchietti morenti a riva faceva rumore.

Mano nella mano camminammo per più di un chilometro a balzi come fanno le coppie di pattinatori sul ghiaccio e, a grandi falcate, sorridendoci l’un l’altro, prendemmo il largo.

Ti fidasti di me da subito come se con me non potesse succederti nulla di male, anzi come se insieme potessimo affrontare qualunque cosa uscendone incolumi. Trovavi romantiche le avventure che ti proponevo. Mi trovavi romantico, fino a quando tutto questo non diventò patetico ai tuoi occhi e finì per diventarlo anche ai miei. Avrei dovuto iniziare a capirlo molto tempo fa ma ero troppo concentrato su me stesso per vedere che la tua vita andava avanti anche senza di me e che il mio sogno d’amore era soffocante e granitico, un macigno che non volevi ti trascinasse a fondo.

Come quella volta che mi ero incaponito e avevo organizzato tutto per portarti a dormire nella capanna del pastore sulla scogliera. Avevo provato a chiamarti al telefono quattro, cinque, sei volte perché se non fossimo partiti prima che avesse fatto buio non saremmo mai riusciti a percorrere il ripido sentiero di pietra e sterpi che portava al piccolo casolare a picco sul mare. Ti eri trattenuta in laboratorio fino a tardi come altre molte volte e la cosa mi aveva fatto infuriare. Non ti risparmiavi, per te il lavoro era una questione personale e rimanevi lì ben oltre l’orario concordato. Prendevi appunti minuziosi, stendevi relazioni accurate fino a notte fonda, e sono certo che fossi molto brava. Schietta e sincera, pragmatica. Mi era chiaro quanta importanza avesse per te il tuo lavoro. Ma era un’altra delle cose che rubava tempo a noi.

Quella sera ti aspettai in auto; mi dicesti, uscendo dalla Luccicante, che volevi passare in foresteria un momento, e dentro di me prese subito a montare la rabbia per il tuo ritardo. Mi sentivo messo da parte eppure, stolido e ostinato al limite dell’infantile com’ero, non rinunciai al mio progetto di portarti alla capanna. Perché tu non perdessi troppo tempo a cambiarti, ti seguii fin dentro, ma non eravamo soli. Ti infilasti nella stanza lavanderia e mi dicesti di aspettare, ancora. Io, spazientito, giravo intorno trattenendomi a stento dallo spalancare la porta socchiusa. Dallo spiraglio sbirciavo le tue mani massaggiare le mani dure della donna delle pulizie che intanto con voce sottile farfugliava qualcosa di indistinto tra i singhiozzi. Basta la nostra avventura ci aspetta! dicevo tra me e me. Attraverso la fessura della porta rifuggivi il mio sguardo impaziente e invece posavi il tuo, amorevole, su quello della donna. Una signora alta e secca, con i capelli raccolti malamente tinti di un rosso bordeaux che alle radici aveva sbiadito in arancione, più giovane di quanto la sua fatica potesse rivelare, trasandata e vestita con gli abiti che usava per andare a servizio, pantacalze fiorate, t-shirt con la pubblicità di un autolavaggio e ciabatte di plastica.

Ruppi quel raccoglimento urlandoti che ti avrei aspettato in macchina.

Lamentava la sparizione di sua figlia, mi avresti detto dopo. Di quella sua unica figlia bionda, preadolescente, longilinea e cavallina come lei, che non sarebbe più tornata.

Con il mio urlo a ogni modo raggiunsi lo scopo: la donna si era distratta, aveva staccato le sue mani dalle tue, ripreso possesso del carrello con secchio e detersivi e tu mi raggiungesti.

Appena saliti in macchina rimasi in silenzio e anche tu non pronunciasti una parola. Una volta arrivati nel punto in cui incominciava il sentiero, parcheggiai e scendemmo. Bisognava camminare e, mentre seguivi la luce della torcia qualche passo indietro, arrancando per il crinale del costone litorale profumato di erbe selvatiche e spruzzi di mare, mi urlasti il tuo disprezzo per me, insensibile e noncurante anche del dramma della giovane scomparsa e del dolore di quella madre perduta. Mi dicesti che ero egoista e insensibile, disinteressato al tuo lavoro e ai tuoi progetti. Che ero incapace di dedicarmi a qualcosa, di impegnarmi in qualcosa. Nullafacente senza aspirazioni. Fosti feroce e rabbiosa, e forse avevi ragione; forse per questo rimasi in silenzio senza controbattere.

Poi, una volta arrivati, piangesti e ti facesti abbracciare e consolare. Ti promisi che le tue parole non mi avevano sfiorato ma mentivo. Rimanemmo nella capanna di pietra fino alla mattina seguente, avremmo visto sorgere il sole.

Affondavano i piedi nella sabbia, a tratti dura e compatta, a tratti increspata dalle onde, a tratti molle come melma.

Volevo portarti nel posto più lontano in cui ancora potevamo toccare. Non era più possibile riconoscere i nostri vestiti lasciati a riva, né vedere davanti a noi la sponda opposta a decine di miglia oltre. In piedi in mezzo al mare come in un’enorme piscina, solo noi.

Fu allora, quando cauti iniziammo a staccare i piedi da quel limite di sabbia così lontano da tutto, che fui colpito. Il dolore lancinante rimase bloccato, concentrato, nel punto esatto in cui l’aculeo era entrato scattando come il meccanismo di una trappola dall’esile groppa dell’essere nascosto sotto la rena. In quello spazio sconfinato il mio piede lo aveva trovato e lui, sempre proteso in difesa verso l’alto, non si era tirato indietro.

Annaspai, e fosti tu a portarmi a riva, ad adagiarmi sulla sabbia, a trascinarmi all’asciutto.

Intanto il dolore mi riempiva, gonfiando il mio piede sinistro di veleno, lo strazio che si stava irradiando da sotto il secondo dito fino al cervello si sarebbe trasformato in un dolore mangia-carne. Sempre di più da lì alle prossime ore, lo sapevo. Fosti tu a passarmi la fiamma dell’accendino bic scovato scuotendo i miei pantaloni a rovescio per tentare di neutralizzare il termolabile fluido tossico. Sempre tu a recepire le mie indicazioni studiate sui libri o per sentito dire su come affrontare la situazione. Tu a reggere il mio peso a stampella fino alla macchina. Tu a guidare fino alla farmacia prima, alla guardia medica poi in quella domenica di fine settembre. Tu a prendere le mie chiavi dal cruscotto.

Varcammo così la soglia di casa mia per la prima volta insieme.

Rimasi a letto tre giorni e tre notti.

In preda alle dracotossine deliravo e facevo sogni agitati, ma quando aprivo gli occhi c’eri tu. O il tuo volto, i tuoi occhi bellissimi che mi scrutavano da vicino erano parte dei miei sogni? Avrebbe forse dormito placido per millenni non visto da nessuno il triste pesce drago nascosto in fondo al mare, se con il mio tocco di bacchetta magica non lo avessi risvegliato dal suo atavico torpore.

Più simile a un’iguana per la pancia schiacciata a terra, le pinne laterali con le quali sembra tenersi stretto alla sabbia e la nera cresta dorsale velenifera che incornicia il grosso volto di rana come una corona, gli occhi a palla sempre socchiusi e la smorfia della bocca verticalmente rivolta all’ingiù più che pauroso lo fanno sembrare triste e ottuso. Come cane alla catena se ne sta in perenne attesa, raggomitolato a guardia dei suoi piatti fondali pronto a scacciare chiunque non ne voglia capire la regalità. Con la sua aggressività ostentata, unico suo modo di essere, che cosa vuole proteggere? A chi porge i suoi meschini servigi? È di suo dominio il regno della melma?

Sei rimasta ad accudirmi per tutto il tempo, per te un quasi estraneo, muovendoti liberamente in casa in una casa in cui non avevo fatto in tempo a invitarti.

Mentre imparavo il cerimoniale del duello col pesce ragno fatto di affronti fieri e spettacolari danze intimidatorie, di sguardi fissi, balzi e contorsioni, tu trovavi dove tenevo il caffè, prendevi le misure con i serramenti e gli interruttori, curiosavi forse nei miei cassetti, riempivi il frigo con fugaci uscite verso l’alimentari di paese. Eri bella in casa mia.

Se quando aprivo gli occhi non incontravo i tuoi, bastava volgere l’orecchio verso la cucina per sentire il rumore di qualcosa che stavi preparando o della tv che tenevi a fil di voce per non svegliarmi.

Così, mimetica, ti sei infilata in una vita non tua per amor mio. Così, mimetica, sei entrata nella mia vita e nelle mie stanze facendole tue. Mi crogiolavo nel piacere di averti lì con me, premurosa e preoccupata per il mio stato di salute.

L’incubo del pesce ragno non mi ha più abbandonato per giorni, sdraiata al mio fianco, mi tamponavi la fronte madida di sudore a causa del veleno e io ti raccontavo la sua storia. Me lo immaginai custode del grande vulcano e iniziai dicendoti che c’era una volta il luogo remoto in cui giace addormentato un colosso degli abissi e che io una volta volli andarlo a trovare. Tu, la mia piccola attenta con gli occhi spalancati dalla curiosità, io il tuo cantore di storie.

Al centro esatto del mare, protetto della curva dolce che la punta della penisola forma con l’isola grande, nel punto più remoto un colosso degli abissi giace addormentato.

Andai a incontrarlo qualche tempo prima di conoscerti, quando il mio unico interesse era capire come e quanto e perché appartenessi al mare. 39°15’00″N 14°23’40″E centoquaranta chilometri dalla costa est, centocinquanta dalla costa sud, le coordinate precise che da allora per abitudine recito a memoria neanche fosse una cabala o una formula magica. Andai sfruttando un viaggio organizzato dal Centro per rilasciare i brevetti istruttori. Eravamo quindici tra esaminatori e esaminati, per congedarci decidemmo di raggiungere la città sommersa; era dicembre.

Arrivammo con un pullman affittato apposta, troppo grande per noi, viaggiammo di notte e all’alba ci facemmo largo nelle strade strette ricavate tra antichi templi e i moderni impianti di depurazione dei molluschi fino a fermarci davanti alla sbarra di accesso.

Avevamo tre giorni; i primi due li avremmo passati a completare le esercitazioni per il rilascio del brevetto professionisti, il terzo avremmo partecipato alla realizzazione del presepe subacqueo. Ma io avevo altri piani, avrei disertato la deposizione della Madonna per raggiungere il mio centro del mondo.

E così al porto trovai qualcuno che potesse accompagnarmi e mi misi d’accordo per un’escursione in barca.

La Sirena dei Mari, così si chiamava, non aveva grandi attrezzature e trovare il punto corrispondente all’apice non fu semplice. La giornata era tiepida e l’energia che sentii avvicinandomi fu enorme. Mi preparai come se dovessi incontrare il mio Dio: una forza magnetica mi attirava e mi tratteneva. Scesi in immersione sapendo che sarebbe stato un incontro virtuale, eppure mi bastava. Cinquecento metri sopra la sua testa, non vidi neanche un granello della roccia che lo formava, ma sentii comunque forte la potenza del magma solidificato nei millenni che si innalzava mastodontico dal fondo per quasi quattro chilometri.

Il più grande vulcano d’Europa, cuore nascosto del nostro mare, probabilmente il maggiore responsabile delle fattezze della porzione di mondo in cui le vite nostre e dei nostri antenati hanno proliferato. Divinità dormiente posta nel punto più profondo, tana magica e incarnazione del pesce-incubo che avrebbe animato i miei deliri di fine settembre. Giorni sospesi in cui tu facevi incursioni salvifiche nei miei sogni e soprattutto nella mia realtà.

Un dito mi sei costata.

Il secondo dito del piede sinistro, che da allora non posso più piegare, ho sacrificato al pesce-drago, dio di tutti i fondali che osai calpestare, per ricevere le tue cure e i tuoi baci d’amore.

L’immersione sulla sommità del vulcano durò poco, il cielo bianco di dicembre di colpo si rannuvolò e il mare viola e opaco in cui ero iniziò subito ad agitarsi. Tornammo al porto sulla più che traballante Sirena dei Mari. Sapevo di essermi avvicinato all’essenza salvifica dell’acqua, l’origine delle cose. Arrivai giusto in tempo per rituffarmi nelle placide acque della città sommersa.

Con gli allievi istruttori ci muovemmo in bassi fondali antropomorfi incontrando gli sguardi di marmoree popolazioni a guardia della città balneare più in voga dell’antichità che, complice un’esplosione di fuoco del mio padre vulcano, il mare volle fare sua. Ci infilammo nei discorsi bloccati da secoli di creature ibride, ormai colonizzate da attinie e alghe, crostacei e policheti fissili, coralli e gorgonie; esseri curiosi di carpire gli umani segreti forse nascosti nelle espressioni di quei volti fieri e nelle gestualità auliche di statisti e guerrieri valorosi. E soprattutto tra i riccioli scolpiti delle splendide capigliature di divinità terrestri.

Trovai i miei compagni sul fondo, in uno spiazzo mosaicato più o meno circolare rubato al moto naturale della rena nello sforzo coprire tutto ciò che era stato il pavimento di una villa imperiale, adagiati come le statue che contemplavano e mi aggiunsi a loro, mentre dall’alto, ben imbragata, la statua della Madonna veniva lentamente calata in mezzo a noi.

Vorrei essere tornato con te nell’abisso, averti portata a conoscere l’energia vulcanica sommersa che dà vita alla terra e al mare, perché tu per me sei stata quella precisa forza vitale, il mio vulcano sommerso, la mia tana magica.

Ho provato a trattenerti, a offrirti la bellezza e l’immortalità dell’esistenza, ma ti mentivo come fanno tutti gli innamorati perché nulla è immortale qui. Per qualche tempo tu sei stata la mia eroina salvifica ma poi sei andata via con forza, hai reagito in modo così poderoso all’aborto ricoprendo di lava incandescente il nostro rapporto, scuotendo con violenza la mia esistenza. Forza che genera e che distrugge. Tu sei sempre stata la forza mentre io evidentemente non ho mai saputo dimostrartene. Ma se riuscissi a trovare la ragazza scomparsa in questa profondità che ribolle di energia mortifera, forse potrei provarti che anche io so reagire ma che la mia energia è simile a quella delle onde che poi si disperdono, inafferrabile come la fissità del mare.

— Il testo di Caterina Mazzucato è ripreso dalle pagine di Io sono il mare.

ARTICOLO n. 46 / 2021

MI TROVO BELLISSIMO

INTERVISTA DI LAURA REGGIANI

Secondo un sondaggio Doxa, nel 1981 Dalla è il cantante più popolare d’Italia (un elemento che sarà al centro della trama di Borotalco di Carlo Verdone, nelle sale l’anno successivo). In estate parte l’ennesimo tour, e la routine del palco sembra ora farsi sentire. Se solo pochi anni prima il live era per Dalla il momento centrale del rapporto con il pubblico, ora «la vera comunicazione non la si crea al momento dei concerti, ma all’atto di scrivere una canzone». Ma d’altra parte Dalla ormai rilascia moltissime interviste, e come ammette lui stesso, «non c’è nessuna ragione per cui io, a tutti i costi, debba confermare quello che per me ieri era vero».

Lignano Sabbiadoro, agosto. Ama la gente e lo champagne. La gente, coloratissima e abbronzata, già poco prima del tramonto di un pomeriggio d’estate al mare sta ad aspettarlo nella piazza antistante lo stadio in cui si esibirà. Lo champagne, invece, è atteso con apprensione da cuoco e troupe al seguito. Perché il signor Dalla Lucio, di professione cantautore di successo, è «goloso» di champagne: soprattutto d’estate, in queste estenuanti tappe forzate canore che sono le tournée e che costringono lui, il suo gruppo e una ventina di tecnici a un giro d’Italia da forzati. «Mi corrobora, mi sollecita l’umore, è quasi un tonico» dice Dalla sorridendo, «lo champagne è uno dei pochi sfizi che si concede quella parte di me che ha scoperto i vantaggi del successo.» Trentotto anni, bermuda sfilato e collana rosa intorno al collo, l’eterno basco di lana blu e due occhialini piccoli, tondi, quasi a sfuggire uno sguardo diretto. Lucio Dalla, che un recente sondaggio Doxa ha dichiarato il cantante più popolare d’Italia, è di nuovo, a due anni di distanza dalla clamorosa tournée con De Gregori, in giro per concerti.

LAURA REGGIANI: Essere in tournée, affrontare quotidianamente un pubblico diverso: che significato ha per te?

LUCIO DALLA: Credo che le tournée ormai siano un fatto promozionale, un appuntamento che ci si dà, una stretta di mano, un contatto voluto e dovuto. Ci sono serate meglio riuscite in cui mi diverto e serate in cui non mi diverto. Le sere in cui mi diverto piaccio di più anche al pubblico, le altre un po’ meno, ma io credo che questi incontri siano una specie di replay, la vera comunicazione non la si crea al momento dei concerti, ma all’atto di scrivere una canzone.

E l’emozione? Il famoso «feeling» tra l’artista e il suo pubblico?

L’impatto col pubblico, almeno per quanto mi riguarda, non è mai diretto, avviene sempre per gradi, sempre un po’ dopo. L’emozione è una cosa che non provo più, forse non l’ho mai provata tranne in due o tre occasioni, non so, a Torino per esempio, con Banana Republic, davanti a sessantamila persone. Avrei dovuto essere una macchina per non provare niente. Ecco, io ero là su quel palco e pensavo ai calciatori e a quello che gli passa per la testa mentre giocano, la domenica, davanti a tanta gente; pensavo che nell’arco di un’ora noi avremmo potuto commettere cinquanta piccoli errori, e invece loro… Tutte considerazioni strampalate che facevo da solo io, ma al di là di fatti come questo, sporadici, la cosiddetta emozione del debutto non c’è più. Se mai c’è stata.

Il tuo pubblico, Lucio, quello che accorre ai tuoi concerti, che compra i tuoi dischi…

È un pubblico eterogeneo, senza età, ci sono ragazzi, ma anche adulti. Sino a quattro anni fa ero uno che aveva un certo seguito, un certo consenso, ora questo consenso s’è allargato. Qui, ai concerti, vengono tutti quelli che usano, che utilizzano le mie canzoni.

In che senso?

Nel senso che io credo di scrivere delle canzoni rivolte a tutti, non dirette a un pubblico particolare. Una canzone nasce libera, si stabilisce un rapporto dal momento in cui io la scrivo al momento in cui la gente l’ascolta. Ma con ciò non voglio essere il padre o il fratello maggiore di nessuno. Posso raccontare delle cose, ma non lancio teorie o problematiche esistenziali. Una canzone nasce viva, leggera, affascinante, proprio per quello che è: la raccogli per strada, come un pacchetto di sigarette perdute da un altro o non la raccogli, ed è questo il suo aspetto più interessante.

Parliamo d’ispirazione. La tua da dove nasce? Da un bicchiere di champagne?

O da un bicchiere di vino, da un incontro felice, da un sorriso, è un miscuglio di tante componenti. Non che io creda nell’alcol o nella metodologia dell’alcol per avere ispirazione, ma metti una sera particolare, bevi un bicchiere in più e ti scatta uno stato di percezione che ti permette di fare. Oppure, una sera senza vino o un’altra di grande allegria o di grande tristezza; insomma tutto nasce dalle cose che si muovono, è la vita, il quotidiano che diviene in te sensazione. Ecco, io credo a questo tipo di cose: gli uomini si sono conosciuti raccontandosi, cantandosi delle storie, dei sentimenti: il problema non è quindi quello di essere poetico, quanto quello di farsi capire.

Tu hai risolto questo problema?

Credo di sì, cercando una maniera nuova, più profonda, di comunicare.

Chi è Lucio Dalla per Dalla?

Un inguaribile e incorruttibile voyeur. Decisamente, la mia visione della vita è voyeuristica. A me piace raccontare, manipolare quel che vedo. In realtà, sono le cose che vedo che parlano da sole. Ci può essere un’invenzione nella ricerca del linguaggio, del racconto, ma il racconto è quello che è, nella sua interezza.

Che cosa non ti piace?

I vecchi saggi, non ho mai avuto simpatia per loro. A un vecchio saggio del passato preferisco un uomo medio di oggi. E poi il passato non mi va…

Il passato, perché?

Perché è una cosa che brucia in un secondo e mezzo e poi ci sono i ricordi, la loro precisazione, più fastidiosa che altro.

Un tempo nelle tue canzoni parlavi di automobili. Oggi parli dell’uomo quasi a volergli infondere nuovo vigore, a differenziarlo dalle macchine, dal tecnicismo spinto

L’uomo, come me del resto, lo vedo sempre proiettato, nelle mie canzoni. Parlo sempre di futuro, ma un futuro legato all’uomo, non un futuro tecnico. E la differenza tra una macchina e l’uomo sta essenzialmente nella sua memoria, perché la memoria nella macchina esiste in quanto programmata, mentre quella dell’uomo è una memoria ideologizzata, fatta di rapporti tra date, sentimenti e ragioni di vita. Esiste in questo senso una percezione di coscienza collettiva per il passato che solo la memoria può tenere legato.

Parlavamo di futuro. O meglio ne parli spesso tu.

Il futuro mi esalta, c’è fascino in tutto quello che deve accadere. Un uomo a parer mio non vive per quello che sa ma per quello che ancora deve imparare. Se dovessi sintetizzare con una parola il mio atteggiamento nei confronti del futuro sarebbe «chissà»… perché il mio è un rapporto col mio domani divertito, possibilistico, interessato, forse un po’ infantile.

Il successo, Lucio. È stato difficile arrivarci?

È stato lento, almeno fino a un certo punto, ma mai difficile. Non ci sono stati slittamenti, nessun compromesso. Ho sempre fatto, cantato, scelto repertori che volevo io, e che ho vissuto nel modo che mi piaceva. I compromessi, se ne ho fatti, li ho fatti per amicizia. Allora sì, qualche volta è capitato di fare qualcosa controvoglia.

Il tuo miglior amico?

Me stesso. C’è una grossa complicità tra noi due, ci si conosce da tempo, ci si sopporta, ci si arrabbia, un rapporto vivo, dunque. Se poi esco dalla mia sfera, be’, ce ne sono parecchi, Ron soprattutto, di cui ho prodotto l’ultimo disco e con cui, da oltre dieci anni, c’è un’intesa perfetta, una simbiosi di gusti da sembrar magica.

Ti guardi mai allo specchio?

Sì, a volte mi guardo allo specchio e mi trovo bellissimo, o perlomeno piacevole. Non sto scherzando, sai? Non possiedo, certo le physique du rôle classico, ma sono convinto di avere un certo fascino. Al di fuori comunque di questo rapporto tra me e me, puramente narcisistico, la mia concezione estetica è completamente diversa, mi piace il contrario, siccome però amo e mi piace il contrario del contrario che sarei poi io, mi piaccio anch’io!

A che cosa attribuisci il successo che ti accompagna da anni?

Credo che sia da attribuire alle mie canzoni, alla mia comunicazione col pubblico. Quando compongo è come se avessi tutta la gente davanti a me, con me, insieme a me, in un rapporto assolutamente diretto: il momento di scrivere è l’autentico rapporto con gli altri, ed è in quel momento che mi emoziono, che vivo ansie, esaltazioni. È lì che il mistero nasce, quando scrivi, e poi fai il disco, e il missaggio. È tutto qui, non ci sono sotto, nel mio caso, grandi operazioni promozionali; io vado pochissimo in televisione, la mia casa discografica non ha mai speso una lira per propormi come personaggio del momento; per quel che mi riguarda, il successo è solo forza, la forza trainante delle mie canzoni.

C’è, secondo te, un requisito essenziale che si deve possedere per raggiungere la popolarità?

Non essere stupidi, questo credo sia il requisito fondamentale e primario per fare qualsiasi cosa.

Oltre a non essere stupido, come sei?

Incoerente. Mi piace moltissimo esserlo e mi piacciono le persone che lo sono. Non c’è nessuna ragione per cui io, a tutti i costi, debba confermare quello che per me ieri era vero; al contrario, vivo nell’attesa quotidiana di cambiamenti, di novità. L’incontro di domani, se ci sarà, la scoperta di un posto nuovo, l’incerto di un’ora prossima, questo è il mio mondo. Il presente è come sabbia nelle mani, fugge via, scivola. Il domani te lo immagini, lo costruisci, è un’incognita. Non posso perdere le innumerevoli possibilità di vivere in modo diverso solo per darmi connotati precisi, certezze che non ho e non vorrò mai avere.

Torniamo alla canzone: quest’estate ricca di tournée tasta il polso a un’Italia canora in fermento…

Non so bene chi ci sia in tournée, sono stato in sala sino al mio debutto, il 31 luglio scorso, ma è innegabile, c’è una continua evoluzione sul piano musicale, ci sono molte situazioni, diverse tra loro, ma tutte contribuiscono ad arricchire il pubblico…

Non pensi che ci siano comunque situazioni anomale? Che forse ci sono stati o ci sono artisti che meriterebbero più successo e altri meno?

Secondo me il pubblico, anche se ripeterò la solita frase che sembra scontata, ha sempre ragione. Sono convinto che oggi non esista un grande talento che non abbia la possibilità di arrivare. E se questo talento non arriva, vuol dire che ha sbagliato qualcosa. Tra l’altro, il pubblico italiano è uno dei pubblici più attenti e colti; in Germania, dove io, come molti colleghi, vado spesso, sono attentissimi alla nostra musica, per loro è cultura.

Non credi però che il pubblico vada ai concerti non solo per la musica, ma anche per un fatto di moda, perché il cantante del momento è un divo che balla o che fa spettacolo?

Io ho un gran rispetto per il pubblico, non credo che sia così sensibile a certi dati esteriori come può anche sembrare. C’è di vero che tu puoi fronteggiarti col pubblico anche attraverso la bellezza, il divismo, attraverso messaggi più labili, più esteriori, ma in questo caso sono convinto che il canale di comunicazione sia di breve durata, limitato. Quella che aggancia l’artista al pubblico è un’operazione sui sentimenti, la corrente sotterranea di certe sensazioni, di certi linguaggi: la gente lo avverte e ti amerà sempre. Non che tutto il pubblico sia così, c’è anche una fascia, quella di supergiovanissimi o degli indifferenti alla musica, che può pretendere o accontentarsi di meno, c’è la molla della curiosità che stimola alle novità, di qualsiasi tipo siano, c’è il fatto promozionale, importantissimo. Tutte queste cose sfornano realtà musicali non propriamente affini alle mie o a quelle di un De Gregori, di un Venditti, ma sono realtà anche queste. Se un fenomeno musicale esiste, per il tempo che esiste, vuol dire che in parte il pubblico ne aveva bisogno.

Quindi fenomeni come quello di Zero…

Fenomeni imposti, è il caso di dirlo, dal pubblico. Zero ha una corte di giovanissimi coi quali ha trovato la complicità di un linguaggio, di un atteggiamento. Anche questo fenomeno, sempre musicale se pur legato a una forma di divismo, è cultura.

A proposito di Zero, c’è stata la sciagura di Milano.

Ti riferisci a quanto è accaduto al Castello Sforzesco. Mi ha addolorato vedere come Zero sia stato coinvolto e responsabilizzato in questa vicenda. Lui era là, insieme ad altri venticinque artisti come lui, in una situazione di cui non era minimamente responsabile. E, invece, giornali e televisione l’hanno fatto apparire quasi come un colpevole. Zero ha sofferto per questo; è un artista che organizza concerti da cinque anni e gli è sempre filato tutto liscio.

Però a Milano c’è scappato il morto…

Quello che più mi impressiona non è solo il fatto che si muoia ai concerti, perché disgraziatamente si muore dappertutto, ma l’utilizzazione che la stampa fa di un fenomeno così spaventoso come la morte, associandola necessariamente alla musica. In quello che è successo a Milano c’è stata secondo me una faciloneria che è perlomeno sorprendente. E che non è da attribuire a Salvetti, che è uno che organizza da dieci anni l’Arena di Verona e il Festivalbar senza aver mai avuto incidenti.

Evidentemente ci sono responsabilità di gente che non sa organizzare questo tipo di spettacoli, se non altro per aver relegato una manifestazione così imponente, zeppa di nomi famosi, in un luogo come il Castello, disadatto a ospitare questo tipo di concerti.

Tre anni fa, ricordo che andai anch’io al Castello, c’era moltissima gente e un ragazzino tirò una bomba molotov sul palco, ne parlarono anche i giornali. Fortunatamente si era alla fine dello spettacolo, all’ultimo bis, il pubblico stava sfollando, nessuno si accorse di nulla. Ma se l’avesse fatto prima sarebbe dilagato il panico, tutti sarebbero corsi verso una delle porte dell’uscita di sicurezza e sarebbe successa una catastrofe analoga a quella di quest’anno.

A me, fortunatamente, in tanti anni di spettacoli non è mai successo niente, sto attentissimo all’organizzazione e poi forse non ho un pubblico così esuberante, ma la fatalità esiste dappertutto. Dopo questi ultimi fatti sono nati molti problemi: sindaci che ci rifiutano gli stadi, una specie di caccia alle streghe che non giova a nessuno.

Come vivi in tournée?

Come una mosca su una fetta di carne, nel senso che non mi stacco mai dal luogo in cui mi fermo. Ci sono cantanti che arrivano all’ultima ora o anche in ritardo, io no. Non so se questo sia dovuto al fatto che mi annoio oppure se è perché mi reputo un professionista pignolo e controllo ogni particolare prima dello spettacolo. Comunque quando sono in città di mare in genere vado anche a fare i bagni oppure leggo o vado a giocare al flipper.

E al di fuori della tournée?

Sono forse più impegnato. A parte il momento dello spettacolo, la tournée è un momento di svago, di riposo. Negli altri mesi lavoro continuamente, in modo ossessivo, sono quasi sempre in sala di registrazione.

Quindi, hai poco spazio per il tuo privato.

No, no, riesco a non crearmi angosce e a vivere abbastanza normalmente: vado allo stadio, seguo il basket che dopo la musica è la mia grande passione, vado spesso al cinema. L’unico problema, ma è cosa da poco, è fare in modo che non mi riconoscano per strada, non so mai cosa dire alla gente che mi ferma, non so cosa scrivere sui pezzetti di carta di chi chiede un autografo, m’imbarazzano la curiosità, le occhiate, i sorrisini degli altri. Io sono uno che fa un mestiere, il cantautore, per il resto sono un tipo comune, con interessi comuni.

E la televisione? La guardi spesso?

Sono un maniaco della televisione, la guardo continuamente quando non lavoro; mi piace tutto, dai cartoni animati ai vecchi film, alle inchieste.

I giornali, li leggi?

Fino a qualche mese fa li leggevo tutti, adesso li sfoglio, se proprio sono costretto, ma mi annoiano, penso sia di gran lunga meglio la televisione come mezzo di comunicazione. Anche se, in definitiva, credo che si sarebbe potuto fare a meno dell’una e degli altri. Certo, tv e giornali danno un’accelerazione vertiginosa ai fatti, ormai è inimmaginabile un mondo senza di loro, troppo tardi…

Quanto guadagna Lucio Dalla?

Che Dio lo benedica! No, senti, anche lì bisogna vedere il parametro. Sembra assurdo, ma io non mi posso permettere tante cose che vorrei permettermi. La ricchezza addosso non me la sento, non mi sento un uomo ricco. Sono già molto contento di potermi permettere tutto quello che mi chiedo, ma mi rendo conto che mi chiedo poi poco: che so, se devo andare in un albergo o al ristorante vado nel migliore, se devo andare al mare scelgo il più bello, ma finisce lì. Di mio, ho una «132» e una casa a Roma e una a Bologna che mi sono comprato quest’anno. C’è gente molto più ricca di me, ma non mi sento un frustrato per questo. Credo che tra l’altro fare il cantante non faccia arricchire come si dice. Le tournée, ad esempio, sono fatti promozionali più che investimenti economici. Un apparato rischioso e con tali spese che ti va bene se ne esci in pareggio.

Tornando un attimo al panorama musicale italiano, c’è un fenomeno, quello delle donne protagoniste della musica

Credo che la situazione delle cantanti donne fosse sicuramente migliore anni fa con personaggi quali la Vanoni, la Ferri, la stessa Patty Pravo. Oggi, nonostante che ci siano ottime cantanti, la Nannini per esempio, non mi pare si sia alla stessa altezza. Io stesso, se volessi provare un’emozione ascoltando una cantante, andrei a risentirmi la Vanoni o la Ferri. Mina no, non mi è mai piaciuta granché.

L’amore, per te, che cos’è?

È soprattutto tenerezza e incontro con gli altri, rapporto immediato, sensazione. Io vivo l’amore ogni giorno, comunico ogni giorno, mi esalto ogni giorno. Ed è attesa del giorno dopo, del nuovo incontro, della prossima sensazione…

Nella tua vita hai avuto un grande amore, tua madre…

Sì, è sempre stato un rapporto bellissimo, di tenerezza e di grande stima, di rispetto e di fiducia. È una donna che mi ha sempre fatto fare quel che volevo, sin dall’età di quattordici anni, quando cominciai a lavorare e ad andare via da casa: un rapporto ideale.

E tuo padre?

Mio padre è morto quand’ero piccolo, avevo sette anni. Oggi non so dirti se sia meglio o peggio non aver avuto un padre, ma sicuramente la sua mancanza non mi ha creato vuoti o traumi. Sono troppo proiettato verso il futuro per guardarmi indietro.

Hai una casa a Roma e una a Bologna, ma stai spesso a Milano. Dove vivi in realtà?

Se ci sono le ragioni valide per vivere bene, vivo bene dappertutto: Bologna è la mia città, un fatto sentimentale più che altro; Roma è bellissima e ci sto bene; Milano è il posto dove lavoro, faccio dischi. Poi c’è Napoli che adoro perché mi piace il Sud, e poi le Tremiti che in assoluto è il luogo dove sto più volentieri. Insomma, ci sono riferimenti dovunque. E poi ci sono le piazze, come stasera: un pezzetto di vita se ne va anche qui, davanti a migliaia di persone.

Sei un assertore della libertà, dell’indipendenza. T’è mai venuta voglia di fermarti, di smettere di fare il «senza famiglia»?

Sono un voyeur, l’ho detto, mi piace di più stare a vedere che fare il protagonista. E poi la solitudine non è ancora un momento di aggressione verso me stesso, forse perché vivo così poco da solo, la solitudine mi piace. Non credo, oggi, di essere in grado di pensare a una situazione stabile: un’emozione al giorno e via.

Ma c’è qualcosa di fermo, di stabile in cui credi?

In Dio. Sono un cristiano praticante.

Un’indagine Doxa ti ha definito il cantante più popolare d’Italia. Sei anche il più bravo?

Chissà…

 – Questa intervista, apparsa su La Domenica del Corriere il 29 agosto 1981, è ripresa dal volume E ricomincia il canto, a cura di Jacopo Tomatis.

© il Saggiatore S.r.l., Milano 2021

ARTICOLO n. 45 / 2021

ARRASSUSIA

ESTATE A NAPOLI

Arrassusìa. Formula scongiurativa.
Si usa all’inizio della frase per dire
speriamo non accada. Speriamo
che resti lontano. A volte invece
è scaramantico, e significa
magari non accade, magari
non resta lontano, ma se arriva
se accade, poi vedi se accade
che succede, noi cosa facciamo.

Negli ultimi mesi ho guardato spesso di notte la schiera di gabbiani sopra il tetto verde di Santa Chiara. Con un po’ di sorpresa, da qualche mese riesco a osservarli senza troppa angoscia. Ho sempre avuto paura di ciò che vola e di ciò che sembra pensato per farlo. Adesso però è più facile, perché oltre i vetri delle finestre ci sono le impalcature che la pandemia ha lasciato davanti al palazzo. Tre piani di ponteggi, forse quattro, e una rete azzurra a ricoprire tutta la facciata. Nei primi mesi di confinamento: marzo, aprile, maggio duemilaventi, la gabbia in metallo acuiva il senso di claustrofobia, alimentava fantasie di arrampicate, di evasioni notturne. Poi la sensazione d’estate si è attenuata, con il caldo si poteva comunque uscire sui balconi e sistemare il basilico sui ponteggi accanto alla malvarosa. Si poteva soprattutto vedere meglio tra le linee di tubi e le lamine forate lo spazio che si apre tra le case e le vetrate della basilica. Un’eccezione lasciata dalla guerra nel dedalo dei vicoli. Nel silenzio dei mesi di confinamento, in un centro storico imploso, di case vuote senza turisti, ho iniziato a studiare nel cielo le forze nemiche, soprattutto i piccioni e gabbiani che la mancanza di cibo, cioè di rifiuti, costringeva a continui scontri aerei.

Nello spazio d’aria che sorvegliavo dal balcone puntellato, gli inseguimenti tra le due specie erano all’ordine del giorno, e i piccioni alla fine avevano la peggio. La partita dei pedoni bianchi e neri finiva sempre allo stesso modo. Marcature in volo della preda, accelerazioni in picchiata e poi brandelli di ali lasciati cadere da decine di metri sulle auto ferme da mesi. E ogni volta che accadeva, che assistevo alla scena, posso dire di non aver sentito pena o disgusto. L’impressione che i piccioni fossero tutti uguali, che uno in meno non contasse nulla. La consapevolezza che era solo la legge di natura. Che non aveva senso averne paura.

Penso a questo, mentre è luglio e guardo i piccoli stormi di turisti tornati nell’afa di una città che per un’altra estate sarà più vuota del solito. Percepisco la stessa indistinzione tra gli individui in sandali e pantaloncini. Guardo gli ambulanti aggressivi che provano a vendergli qualcosa, a prendergli dei soldi, ai camerieri che fanno i buttadentro, con lo stesso distacco con cui ho assistito alle manifestazioni aeree delle leggi di natura. La negoziazione di uno spazio a un certo punto invaso. La prova di forza degli uccelli più grossi e più veloci, che hanno abbandonato l’approvvigionamento di pesce in mare, e adesso mangiano rifiuti o i loro simili più lenti, più stupidi.

Decido che però è gioco facile parlare male dei turisti d’estate, e che invece voglio saperne di più di loro, i gabbiani, mentre sono ancora protetta da reti e ponteggi. Cerco un libro preso molti anni fa su una bancarella, e che non avevo mai aperto per paura delle figure. L’Atlante degli uccelli nidificanti e svernanti nella città di Napoli. Solo che il libro è degli anni Novanta, e probabilmente leggerò la mappa di un cielo che non esiste più, che è già cambiato. Ma non è molto diverso da ciò che fanno gli astronomi con le stelle, dunque forse vale la pena. Mentre cerco notizie sui pedoni bianchi, scopro che la popolazione aviaria della città è piuttosto complessa. La città storica in cui vivo, e che si estende da Posillipo a Sant’Erasmo, ospita colombi, rondoni, balestrucci, merli, codirossi, spazzacamini, capinere, taccole, e fringuelli. Il balestruccio, si legge, è la novità più interessante perché prima di allora non era mai stato schedato. La situazione è ancora più variopinta e per me spaventosa nell’area industriale di San Giovanni a Teduccio e dintorni dove invece abbondavano poiane gheppi, scriccioli, tordi, usignoli di fiume, occhiocotti, beccamoschini, luì piccoli, passere varie, cardellini, verzellini. Su tutti dominano i colombi, tantissimi dall’immediato dopoguerra, forse forme randagie sfuggite al controllo diretto dell’uomo (allevamenti, attività sportive, ecc.). E poi, eccoli, ci sono i gabbiani, comuni e reali.

I gabbiani comuni come i turisti sono estivanti, oltre che nidificanti e migratori. Trascorrono cioè l’estate in Campania. A Napoli frequentano le aree più antropizzate della costa, come i porti, gli sbocchi fognari, e le aree di mare dove i venti e le correnti concentrano i rifiuti galleggianti. Si trovano lungo il litorale, e anche intorno alle vasche per il raffreddamento degli impianti dismessi dell’Ilva di Bagnoli e nei prati dell’aeroporto di Capodichino. Ogni tanto si spingono all’interno dove si alimentano nelle discariche e i campi coltivati nelle piane del Casertano e dell’agro-sarnese.

I gabbiani reali invece non sono estivanti, ma sedentari, e svernano alla foce del Sele. Non si incrociano mai con i gabbiani comuni, come hanno dimostrato le indagini sul dna (c’è anche un classismo aviario, pare). Prima si trovavano solo su piccole isole del Tirreno, della Sicilia e della Sardegna, ma la specie ha subito una forte espansione demografica grazie alle risorse alimentari che sono i centri storici urbani pieni di rifiuti. A differenza del gabbiano comune, forma stormi di centinaia di esemplari nei porti, alla foce dei fiumi e di altri sbocchi a mare come le fogne.  Hanno una straordinaria adattabilità a nidificare in ambiente urbano. Non nidificano solo in posti irraggiungibili della costa, a Capri, nella penisola sorrentina, e a Nisida, che è poco distante dallo scolo fognario di Coroglio, ma anche in pieno centro storico. Negli anni Novanta, una coppia nidificava sul campanile della Chiesa di Sant’Agostino alla Zecca (nella strada dove è cresciuta mia madre), e altri nidi si trovavano sul tetto di Santa Croce al Mercato e ancora a San Gregorio Armeno, Santa Maria La Nova, San Marcellino, Piazza del Gesù. «È probabile che in quest’area si siano già verificati dei tentativi di nidificazione, come farebbero supporre atteggiamenti di tipo territoriale da parte degli adulti come l’allontanamento degli immaturi, grida e altri atti aggressivi osservati». Decido che questa frase ha qualcosa di profetico, e senza nessun riscontro scientifico mi convinco che i gabbiani che vedo di fronte non sono gabbiani comuni estivanti, ma gabbiani reali, sedentari, che si radunano in centinaia e che nidificano lì, sul tetto di rame ossidato di Santa Chiara. Forse gli attacchi ai colombi non sono allora per il cibo, che non scarseggia più, ma per segnare il territorio, per difendere il loro spazio aereo e l’esclusiva sui rifiuti nell’area. Improvvisamente li riconosco come abitanti di questa città, e nonostante i vetri adesso chiusi della finestra, e i ponteggi ancora al loro posto, mi fanno per un attimo di nuovo molta paura, e con loro la spietata legge del difendere e del sopraffare. E non so più se augurarmi che restino lontani, ancora per un po’, dietro l’armatura di ferro che mi protegge. O se invece sperare che lo schermo che ci separa venga rimosso, e che impari anche io a proteggere e negoziare il mio spazio con le altre specie bipedi di questa città, sia le estivanti che le sedentarie. Arrassusìa che questa pandemia continua ancora. Arrassusìa che finiscono i lavori sulla facciata. Magari non accade, però se accade.

ARTICOLO n. 44 / 2021

TESTIMONI

ESTATE A TORINO

Il portico è uno spazio a due dimensioni1. Le volte grigie lasciano entrare il cielo e la notte. Il marmo pavimentato, liscio, granuloso nelle pozze scheggiate, gelido quando febbraio sembra crudele. Le colonne del portico sono un riparo per nascondere i cartoni, il piumone sudicio. Al buio, quando la dimensione del giorno è scomparsa, i corpi stesi sul marmo diventano sagome che tossiscono, che si asciugano le labbra bagnate dal vino acido, dalla birra bruna, dall’acqua nella bottiglia di plastica spanciata. Le ronde entrano nelle parentesi di sonno, chiedono documenti e nomi comunicati via radio alla centrale. Sagome coperte dal buio ascoltano i passi allontanarsi: un’altra notte in cui è concesso restare. Gli schermi illuminano le coperte finché il respiro diventa profondo e materico: fiato nella notte ghiacciata.

Il fronte popolare di liberazione senza liberazione, in una città da mille miliardi di euro, dove i clan acquistano proprietà e congelano beni. Nei sotterranei ci siamo noi, che elemosiniamo per un trancio di pizza. Senza soldi, affamati di tabacco e aspirine.

Queste potrebbero essere le parole sognate da un mio omonimo, un uomo sui quarant’anni che mi viene a trovare in libreria tutti i giorni, tra le 12 e le 13. Gli offro una presa di tabacco e lo ascolto. Parla degli eventi accaduti nella notte precedente, degli uomini che barcollano ubriachi e si addormentano con le gengive scoperte sul selciato. Parla delle zuffe, mi racconta dei furti tentati e di quelli riusciti. Spesso subiti. Un giorno, a metà giugno, lo incrocio in una zona d’ombra magnifica accanto agli scalini della galleria Subalpina, un punto da cui mi godo spesso la vista sulla piazza e sulle facciate che rigurgitano luce. Il naso è tagliato da uno squarcio, una crosta di sangue già raggrumato, un minuscolo lago rosso. Una testata inferta a metà del naso, a metà della notte, dopo un diverbio assurdo con un uomo che conosce da anni, un tizio che accusava una donna – stesa come tutti gli altri su cartoni e coperte – di avergli rubato i documenti.

Scrivo queste pagine in un momento in cui il dolore si diffonde nel corpo che mi ha generato. Il dolore fisico della persona amata si riflette nella mia psiche, entra come brace nei sogni, scava nelle ossa e pungola l’epidermide fino a farla sanguinare. Rifletto sulla natura egualitaria del dolore, su quanto possa essere universale e individuale allo stesso tempo. La faglia che divide molti esseri umani può essere collegata da un ponte che conduce il dolore dell’uno al dolore dell’altra. La lontananza, la protezione, l’annullamento e la rimozione del dolore non aiutano a comprendere che ogni essere vivente è destinato a farci i conti, a misurarsi con il buio e con il vuoto. Il dolore tramutato in linguaggio assume forme che non siamo in grado di decifrare, spettri geometrici che rigettiamo.

La città vive il dolore nella sua scomposizione, nelle sue fratture che si ricompongono tra una distanza e l’altra. I singoli corpi devastati non comunicano, o lo fanno soltanto in un insieme strettamente sorvegliato, quasi monastico, che conduce il vicino al vicino, il segmento al segmento. La tifoseria del dolore non compiange l’avversario, ma lo deride. Invece di creare una comunità del dolore, montagne di divisioni fanno retrocedere ogni etica possibile, quasi tutti gli spazi bianchi in cui alcuni si occupano degli altri. Eppure i casi personali contano qualcosa. Se possiamo immedesimarci nel trauma di una persona amata possiamo farlo anche con lo sconosciuto, con il corpo dell’altra.

«Da molto tempo mi sembra che l’unica cosa che valga la pena descrivere sia la luce, le sue trasformazioni e la sua eternità», scrive Andrzej Stasiuk ne Il mondo dietro Dukla. Attraversare la luce e contarne i particolari, ho pensato una volta varcato un ponte che mi ricorda le acque del fiume dell’infanzia, un’ansa che si flette dolcemente e che non rivedo da anni. I particolari che fluttuano come particelle invisibili nel tempo, che indicano i luoghi contaminati dalla memoria finché qualcuno ne abbraccia il ricordo. Nella non linearità del tempo, in un ipercubo possibile, non riusciamo a decifrare i messaggi perché ascoltiamo una frequenza diversa.

Dieci giorni fa, a qualche chilometro da dove scrivo, in una stanza abitata dal caos dell’abbandono, silenziosa come tutte le case in cui qualcuno è vissuto finché è stato possibile, F. ha trovato uno scatolone di cui aveva sentito parlare. Negli anni del dopoguerra l’area in cui si trova la casa è diventata una zona industriale. La scatola conteneva lettere e cartoline dall’Etiopia, un paese devastato dai coloni fascisti. In una di quelle lettere si comunica il decesso del soldato. In un’altra lettera, di qualche settimana prima, il soldato scrive ai genitori e alla sorella raccontando la vita al fronte. In un’altra lettera, a metà strada tra le due missive, i commilitoni scrivono alla famiglia riferendo di una pallottola prodotta dagli autoctoni, un corpo esterno che avrebbe ferito di striscio il soldato.

Le cartoline, nota la donna che sta aprendo una dopo l’altra le lettere vergate con una splendida e minuscola calligrafia, sono fotografie di ragazzine e donne che trasportano acqua da una fonte al villaggio, che sorridono, che cantano, che saranno schiave domestiche e sessuali dei colonizzatori fascisti2 nell’assurda follia imperialista.

Cosa rivelano delle lettere scritte intorno alla morte di un soldato inviato a uccidere civili nel 1936?

Cosa significano quelle lettere per una persona nata e cresciuta nel posto del ritrovamento?

Cosa significano quelle lettere per una persona nata e cresciuta nel posto del ritrovamento ma legata alle radici di quei fatti, di quegli eventi?

Che cosa possono dirsi queste persone, che hanno in comune eventi macroscopici e ricordi differenti?

Il 26 ottobre del 2020 sono comparsi video su Instagram, Twitter, Facebook e TikTok. Le immagini sgranate, riprese dai notiziari e dai talkshow, hanno in sottofondo le sirene e un vociare indistinto che cresce e diminuisce in base all’intensità degli eventi. Quella sera, in piazza Castello, gli esercenti protestano per le chiusure, per la lunga sequenza di dpcm, per le norme anti Covid e per il destino crudele. La foschia avvolge Torino, nasconde gli angoli e dimentica la visuale limpida che collega una retta alla sua perpendicolare. Per lunghi mesi il centro cittadino si è rivelato nudo e impotente, non irrorato dai flussi di passaggio, dai corpi che rendono vitali le architetture disegnate nel passato. Le abluzioni quotidiane si sono spostate nelle aree periferiche, nei quartieri che hanno assaggiato le potenzialità del centro scomposto e frazionato in nuove identità provvisorie. Se prima del Covid la dicotomia centro/periferia era obsoleta e inefficace, con l’avvento della crisi epidemiologica le città sono state costrette a reimmaginarsi.

«Hai scambiato il congedo di un’epoca per l’inizio/di una nuova,/L’afflato dell’odio per bellezza lirica,/La forza cieca per forma compiuta.»

In questi versi di Czesław Miłosz si nascondono domande che è lecito porre. Se la memoria è fallace, contano molto i particolari, le interazioni che riusciamo ad avere, le connessioni che conducono tra ciò che sappiamo e ciò che ignoriamo.

Durante gli scontri della sera fumosa, mentre gli esercenti tornavano a casa e decine di giovani vestiti con tute, piumini e sneakers entravano nell’area protetta dei negozi di lusso, i vetri sono stati frantumati, la merce rubata, i colpi inferti, la rabbia è esplosa e si è materializzata nei lacrimogeni lanciati dalle squadre della polizia.

Non sembrava una protesta simbolica, né una violenza che puntasse a dare voce alle ingiustizie che separano i figli dei precari, dei marginalizzati, dei nuovi schiavi dai figli degli abbienti, né sembrava soltanto un riflesso condizionato dal desiderio di avere qualcosa e di averlo subito. Il giorno dopo e in quelli a venire, sui giornali e nelle reti tv, è comparso lo sconforto di quelli che hanno pagato un prezzo molto alto in termini economici. Subire violenza e fare violenza: in questa storia di oggetti ritrovati o distrutti e di persone che fuggono o piangono, entra anche la breve assenza di una targa. Quasi tutti i testimoni ammettono che quella targa, dedicata ad Andrea Piumatti (partigiano ventiduenne ucciso dai fascisti all’imbocco della galleria Subalpina il 16 marzo 1944), sia stata in effetti divelta durante gli scontri. Altri testimoni, lettori e commentatori delle pagine locali, dicono il contrario.

Passo tutte le mattine in quel punto e credo di ricordare che anche quel giorno, il 26 ottobre 2020, la targa fosse al suo posto, esattamente nel punto in cui Andrea Piumatti fu colpito da due colpi di rivoltella alla tempia. Se la memoria è fallace e chiunque potrà sempre dichiarare il contrario di ciò che ricordiamo, contano molto i particolari e le riflessioni che siamo in grado di fare sugli eventi che dividono.

Quindi qualcuno ha deciso di sradicare una targa dedicata a un ventiduenne assassinato dai fascisti, un giovane uomo che da marinaio in servizio si era rifiutato di arruolarsi nella repubblica di Salò e che si era unito alla Brigata S. Magnoni della 43a Divisione «De Vitis».

Ci si chiede se a compiere un gesto del genere siano stati i nostalgici del duce, i fascisti che abitano il nostro tempo e che non hanno mai fatto i conti con le conseguenze del loro mito, con gli strascichi terribili che sono stati concessi da generazioni di cerchiobottisti della memoria. 

Se fosse vero potremmo darne una giustificazione politica. Se fosse falso dovremmo ripartire dal significato di quella lapide in un contesto in cui la polarizzazione della storia italiana non conta nulla, in un paesaggio in cui fascisti e partigiani non esistono più.

Quello spazio neutro dipende dal nostro modo di guardare e da quanto sia difficile esercitare una pressione sulle nostre certezze. Quella targa non è stata sradicata per ragioni politiche, ma soltanto perché un facile bersaglio. Un oggetto privo di significato per la folla nella sera fumosa. Materia e basta.

Possibile che sia andata in questo modo? Possibile che qualcuno che vive e cresce nello stesso spazio in cui mi muovo e respiro sia così lontano da ciò che sento?

Possibile che la sua distanza non sia motivata da ragioni politiche ma da differenze identitarie? Possibile che una persona nata e cresciuta in un luogo non dia nessun significato particolare a una targa e che ne dia invece a oggetti e date di cui, nello stesso tempo, ignoriamo l’esistenza?

Possibile, scrive Martin Pollack3. Lo scopre quando viene invitato a leggere dei brani tratti da un suo libro nel teatro cittadino di Hallein. Davanti a lui ci sono 300 studenti con un grado di istruzione piuttosto basso, lo informano i suoi ospiti. Quei ragazzi hanno una storia di migrazioni che collegano la Turchia agli stati dell’ex Jugoslavia fino a terre e lingue di cui l’autore ammette di saperne poco. Mentre legge la storia del padre, ufficiale delle SS e capo della Gestapo a Linz, si rende conto che la maggior parte del suo pubblico lo ascolta annoiato, senza nessun tipo di coinvolgimento. Pollack si rende conto di aver parlato e letto di avvenimenti che non avevano nessuna connessione con le storie di quei ragazzi. Le loro memorie famigliari non avevano punti di contatto con il suo novecento europeo, con eventi che sembrano monoliti identitari. Le loro esperienze erano legate ad altre date, ad altre vicende. Nessuno, neanche l’autore, si era posto il problema di differenziare il discorso su memoria e identità a seconda dell’interlocutore, in relazione all’altro.

Gli Altri.

A distanza di mesi, Pollack conosce un giovane austriaco di origine libanese. La sua famiglia è fuggita dal Libano tre generazioni prima, per salvarsi dalla grande carestia che durante la prima guerra mondiale uccise 200.000 persone. Il trauma storico in cui si sono identificati i componenti della sua famiglia, generazione dopo generazione, è sempre stato ignorato da tutti gli interlocutori con cui hanno parlato nel corso degli anni. Lo stesso Pollack ammette di non averne mai letto, né sentito parlare. Il giovane austriaco di origine libanese è abituato all’ignoranza dei suoi connazionali. Pollack risponde a questa mancanza con riflessioni che vale la pena condividere: «La frammentazione della nostra società è uno dei grandi problemi che dobbiamo affrontare, cela dei pericoli, ma anche grandi opportunità. Ricoprirà un ruolo importante anche il nostro atteggiamento nei confronti dei vari ricordi all’interno della società frammentata, se non ne prenderemo atto e li negheremo, o se li accetteremo e ci confronteremo con essi in modo aperto e non prevenuto».

Si può essere lontani da chi è altro nella tua terra natale, nel luogo in cui dimori, lavori, sopravvivi, ti ammali e ti curi. Siamo legati da fili che non riconosciamo, e ignoriamo chi ci circonda perché non abituati ad ascoltare le altrui memorie, quelle degli Altri.

Mentre aspetto di incontrare S., un attivista del comitato di quartiere Aurora, rileggo le pagine scritte da Luca Rastello4 nel corso degli anni. Siedo sotto la volta dei portici interrotti, in via Po, davanti a un bar che ricorda la fine degli anni ottanta e le insegne luminose dell‘epoca. L’ombra accoglie i piccioni che passeggiano tra i tavolini e nasconde i fagotti dei senzatetto agli angoli delle colonne. Leggo le pagine preziose, incise con ironia e grazia, e penso che a Torino Rastello non è ricordato abbastanza.

Le sue parole mi ragguagliano sul perché: «Ho l’impressione che si trovino centinaia di professionisti della cultura disposti a mobilitarsi per la vita, la libertà, la circolazione delle idee, ma che se ne trovino ben pochi interessati concretamente alla vita, alla libertà, alla circolazione degli umani (soprattutto se appartenenti ad altri ceti)»5.

S. appoggia la bicicletta a una colonna del portico e mi raggiunge al tavolino. Lo ascolto parlare di Barriera, Aurora, della zona nord di Torino, di quartieri in cui la dimensione multiculturale è vista e immaginata (da chi non la frequenta, da chi non la vive) come un territorio irrecuperabile. La realtà, mi dice, è che l’associazionismo in quelle aree è una risorsa preziosa, capace di creare aggregazione e socializzazione. La spinta dal basso di cittadine e cittadini, persone che si battono per migliorare il quartiere in cui vivono, mi ricorda centinaia di esperienze simili nel mondo democratico e autoritario, dal Brasile alla Grecia. Le amministrazioni comunali hanno smantellato il presidio ospedaliero Maria Adelaide, hanno eliminato la zona franca del commercio cittadino al Balôn – l’area di libero scambio – e hanno eradicato quell’eversione che durava da secoli e che rappresentava un moto libertario e salvifico per la moltitudine che non riesce a sopravvivere altrimenti. Inoltre stanno cedendo spazi a società che hanno un’idea piuttosto singole del concetto di ospitalità6.

Nella dicotomia decoro/indecenza traspare tutta l’ipocrisia di un modo di concepire la varietà di cui si compone il tessuto umano: se è vero che decorum significa vestirsi e agire in modo conveniente alla propria condizione sociale, allora è anche vero che ignorare la maggioranza della popolazione che non può permettersi decoro e lusso o privilegi equivale ad accettare l’ingiustizia sociale e l’abbruttimento lavorativo che si abbattono sul cuore pulsante del paese. Si aggiunga il prezzo che pagano i lavoratori precari, le aule scolastiche tradotte in lavoro nero, l’inchiostro simpatico che riempie le prime pagine dei giornali e che racconta le faglie di un’epoca attraversata da crisi complicate, dai crolli vertiginosi del valore salariale, dai tassi di occupazione viziati da statistiche incomplete, fasulle, fallaci.

Vale quindi la pena di ignorare ogni cosa e portare una bandiera qualsiasi. Torna la fretta di richiudersi, di riaffermare un ego collettivo, un nazionalismo da manuale, violento e ricorrente con i più deboli, con gli ultimi della fila, che vomita bile su ogni minoranza e che riafferma ogni volta, ad ogni occasione, un’incompleta visione della storia umana, del travaglio che conduce Neanderthal al Rinascimento: la scena artistica italiana, tanto decantata da politici in trasferta in zone oscurate da poteri dispotici, è stato un esempio della potenza delle aperture e della bellezza dell’ignoto.

O. è nato a Belgrado alla fine degli anni settanta. L’ospedale in cui ha visto la luce, GAK Narodni front, è rimasto operativo durante gli anni della guerra e nelle fasi difficili della transizione. Lo incontro in una calda giornata di luglio da Parola, l’enoteca di via Cesare Battisti:  

«L’Italia è stata molto affettuosa con noi, nel 1987. C’era una certa curiosità verso chi veniva da fuori: ero un bambino a cui doveva essere insegnato tutto da capo e mi scontravo per la prima volta con termini e usi che tutti si preoccupavano di spiegare con molta pazienza: la prima comunione; il panino con la mortadella; la Juventus; il carnevale. Le donne si scambiavano le ricette, i compagni di scuola ci portavano in giro per la città e ci coinvolgevano in ogni attività sportiva, perché era facile, eravamo jugoslavi. Tutto cambiò nel 1994, quando tornammo a Torino. L’immigrazione era esplosa, proprio come era accaduto all’Europa dell’Est, e noi ci trovammo ad avere a che fare con pregiudizi e paralisi sociale: i torinesi sostituirono la curiosità col dubbio e i valori umani con i luoghi comuni. Questo mi manca della fine degli anni ottanta: con mio fratello sperimentavamo la conoscenza di un’intera città, senza nessun tipo di pressione sociale, politica o culturale. Eravamo immuni dai pregiudizi perché eravamo bambini e perché la gente apprezzava e abbracciava il nuovo, coltivava la passione per tutto quello che non aveva ancora visto, sentito, annusato. 

Non posso dimenticare, però, che cosa ha fatto questa città per me. Nei momenti più bui, tra il 1992 e il 1993, quando a Belgrado andavo a scuola in un‘atmosfera tetra, fatta di disagio e code per il pane, nei miei pensieri esisteva un solo angolo di paradiso su questo pianeta e si chiamava Torino». 

ARTICOLO n. 43 / 2021

COMPARSE

ESTATE A ROMA

Spettri, miraggi, riflessi del passato nella città svuotata di agosto. Nel silenzio elegante del pomeriggio di via Giulia dove ormai hanno dimora solo stranieri e ricchi, tra gli angeli di pietra del Gonfalone e i putti di gesso di Santa Maria del Suffragio, ho visto galleggiare nell’aria bollente la lupa della bandiera della Roma campione d’Italia 2001. Lontano, il canto eroico di una voce ormai roca per lo sforzo e la solitudine: «Siamo noi, siamo noi, i campioni dell’Itaglia siamo noi…». Un uomo magrissimo in costume da bagno, berretto e canottiera giallo-rossa. Agita lo stendardo, avanza al passo della vittoria, mi guarda. Ha gli occhi rossi. Forse per la soddisfazione di quelli che non sono abituati a vincere e che ancora non si è sciolta nel calore estivo, forse per lacrime di nostalgia: il campionato è finito da molti mesi. Per un attimo ha vergogna. Scompare in un vicolo verso la Moretta. Di quell’uomo e della sua magrezza rimane il canto che torna ad alzarsi, a rimbalzare sulle mura dei palazzi del Seicento sino a degradarsi in un’eco, in un sussurro, e finalmente nel silenzio per lasciare il palcoscenico sonoro all’urlo dei gabbiani che seguono il corso stanco e secco del Tevere.

Pochi passi più a Nord, in via del Consolato, ho visto una coppia di giovani, lei italiana e bianca, lui straniero e nero. Soli nel cuore della solitudine di agosto, appoggiati al cofano di un’automobile incandescente. Il ragazzo piangeva. Scosso dai singhiozzi, il viso lucido di lacrime. La ragazza tentava di consolarlo, una carezza sulla nuca, un braccio sulla spalla. Con un fazzoletto gli asciugava il pianto nella speranza che coagulasse nel silenzio della rassegnazione. Ma li ragazzo non riusciva ad arginare il lamento del suo cuore spezzato. Dall’amore finito? Da un’offesa? Da un tradimento? Non lo saprò mai. Per pudore, per non turbare l’intimità di quel mistero anch’io sono scomparso perdendomi in un vicolo.

Sul ponte degli Angeli ho visto comitive di stranieri sfuggire per curiosità al controllo della guida turistica, abbandonare il sentiero di sicurezza della fila indiana per affacciarsi sul Tevere: nel fiume qualcosa attira la loro attenzione. E non capiscono se sia verità o l’ennesima, patetica attrazione di questa Roma Disneyland con gladiatori e antichi romani in costume che sudano sotto gli elmi e gli scudi, fumando e addentando pizza bianca farcita. Un corpo a faccia in giù galleggia nella corrente annoiata di agosto. Le canne emerse per l’assenza di piogge lo rallentano, lo fermano, e, a contrastare la corrente, gli impongono evoluzioni, capriole, giravolte.

I turisti pensano al partigiano del film Paisà ucciso dai nazisti trascinato dalla corrente del Po. Immaginano un set, si guardarono intorno, cercano le cineprese, le comparse, il regista. No, non è finzione.

Altra gente si accalca sul ponte Vittorio Emanuele. Accolgono il corpo che avanza su un versante e poi si allontana sull’altro. Attraversa le campate dei ponti Principe Amedeo, Mazzini, del ponte Sisto, Garibaldi. Indugia all’altezza dell’isola Tiberina non sapendo se scegliere il ponte Cestio o il Fabricio, per qualche attimo scompare tra le rapide delle cascate per poi tornare in superficie e continuare la sua lenta corsa attraverso tutta Roma con la testarda volontà dei cadaveri che vogliono arrivare sino al mare per trovare pace. Il raccapriccio della città a poco a poco diventa semplice curiosità. Al tramonto si è ormai spento nella noia mentre il fiume continua a scorrere per versarsi nel Tirreno.

Li ho visti. Si offrono agli sguardi solo per sottrazione degli altri diversivi nella città che si svuota e per moltiplicazione nello sconforto demografico. Sono gli anziani, i vecchi di Roma, fossili come le pietre dei Fori, silenziosi come le catacombe chiuse ai turisti, forastici come i gatti di Torre Argentina. Animali mimetici che si confondono nella città operosa. Come tutti i consumatori certificano l’esistenza in vita sugli scontrini degli acquisti nei supermercati glaciali di aria condizionata e nelle botteghe di quartiere. Solo nella luce piena di agosto, senza altri nascondigli e distrazioni, è possibile registrare la loro presenza. Soli di una solitudine che lievita e tutto inghiotte durante la giornata nella città estiva: dall’illusione della luce del mattino all’estasi del pomeriggio soffocante, dal pasto serale al tavolo della cucina con il balcone spalancato per invitare a cena le voci della città, sino al sonno come un anticipo di morte. Ma i vecchi vivono l’esistenza dei fantasmi in carne e ossa, spettri senza trasparenza.

Li ho scoperti a villa Celimontana mentre cercano fresco e riparo sotto i salici piangenti, li ho notati per contrasto con i bambini privi di villeggiatura che giocano a rotolare come cadaveri senza governo dalle pendici del parco giù giù sino alla pista di pattinaggio. I vecchi osservano i bambini e i bambini guardano i vecchi dai vertici opposti dell’esistenza. Riflessi nello specchio dell’altro ciascuno contempla il mistero di essere al mondo nella parabola indicibile e assurda della vita. I vecchi sopportano i bambini solo nello spazio neutrale dei giardini pubblici.

Proprio per le ferie di agosto i figli tornano dalle residenze lontane per un breve soggiorno di visita e di saluto nelle acque morte delle ferie agostane. Si appoggiano nella casa del nonno in attesa della coincidenza del volo, per comprare i costumi e i giochi d’acqua ai nipoti, per una cena di commiato alla pizzeria ai Marmi di Viale Trastevere che in romano chiamano l’Obitorio.

In casa c’è solo il nonno perché la nonna è morta. È lui che nell’accudimento degli ospiti si sbraccia nei servizi di casa, lava i piatti, rassetta. E quando la nuora gli grida «Papà, riposati», lo invita  a mollare la presa sulle attività quotidiane, lui risponde che invece è contento di quella fatica perché da quando è vedovo lava solo un piatto, una padella e una piccola pentola.

Ma è troppo prossima la convivenza con i nipoti bambini, troppo pervasivo il fracasso dei loro giochi, dei litigi e delle zuffe. I bisogni  e le speranze della famiglia del figlio non gli appartengono più.

Nemmeno il loro odore. Colonie e deodoranti, il sudore dei bambini, hanno cancellato il profumo della moglie che ancora riesce a riconoscere a folate di pochi istanti. Lo ha sentito appena sveglio al mattino. Il rumore del ventilatore gli ricordava l’elica del Fokker del viaggio di nozze. Costiera amalfitana. Un’altra estate. Sotto il lenzuolo l’erezione fastidiosa di istinti abbandonati, sogni che non ricorda più. E il profumo della moglie nel sentore di sudario dei cuscini.

Lo ha sentito ancora, a ora di pranzo, sventolando la tovaglia sul tavolo della cucina. E ancora, aprendo l’armadio per cambiarsi: l’odore dei vestiti della moglie che non ha cuore di regalare. «Potresti portali alla Caritas per chi ne ha davvero bisogno: papà, sono ancora in ottimo stato», suggerisce la nuora.

Coglie ogni scusa per uscire, per fare la spesa, per attività di fantasia inventate al momento. Per sottrarsi, per fuggire. Non ama che quella donna, la moglie del figlio, in fondo un’estranea, lo chiami papà. Ricorda i commenti della moglie sul letto a pochi giorni dalla morte: quella non era la donna adatta per il figlio, così formale, così altezzosa negli sguardi, così diversa.

Al supermercato scopre di avere dimenticato la lista della spesa. Attraversa i corridoi con gli scaffali domandandosi: cosa mi manca? Il pensiero della spesa era il pensiero della moglie. Lei regolava tempi e modi degli acquisti. Lui spingeva il carrello e guardava il mondo. Adesso deve governarsi da sé, inventariare, stabilire la gerarchia delle necessità, distribuire gli acquisti dei generi più pesanti nella misura accettabile per le sue forze. Ma la memoria è sgomenta: nessuna lista della spesa, nessun acquisto riuscirà a riempire il vuoto, a ripristinare la routine della sua vita.

Oggi ha comprato solo una busta di biscotti secondo il consiglio della pubblicità in tv: una donna anziana, una nonna, che sforna per i nipotini la fragranza della sua pasta frolla. Sarà il suo pranzo.

Non vuole tornare nella casa assediata dalla famiglia del figlio, dai loro odori, dai loro rumori, dalle loro urgenze, dai loro progetti che hanno il respiro del futuro. Lui ha solo la contingenza. E la memoria. Con la confezione dei biscotti in una mano sale sull’autobus. Eccola la città vuota. Stremata dall’assenza, dalla fatica delle carovane dei turisti, dalle saracinesche abbassate. I compagni di viaggio sono come lui: anziani con una sporta in mano. Non sopporta quel riflesso della propria condizione. Gli sembra esausto, così prossimo al capolinea che non arriva mai. Scende alla fermata della Chiesa Nuova, in corso Vittorio Emanuele. Il mercato di Campo de’ Fiori sussulta di calore e di folla: si addensano stranieri e romani che ad agosto possono permettersi di non lasciare la Capitale e di acquistare mazzi di tuberose. È troppo anche per il suo bisogno di distrazione.

Piazza Navona sembra congelata di calore nei suoi riverberi di luce. Si spinge sino a piazza del Popolo che sembra ricoperta d’asfalto bollente. Poi il Pincio nella fatica della salita, incrociando in processione turisti e ragazzi. I ragazzi. Quanto volte, proprio lì, tra i viali di villa Borghese senza malizia li ha osservati pomiciare, baciarsi a bocca aperta come a sfamarsi, toccarsi e abbracciarsi simulando l’accoppiamento. Con tenerezza avrebbe voluto avvertirli, avvisarli che l’amore, la vita, è una caduta senza ritorno, un volo senza paracadute, un’equazione senza soluzione. «Vecchio sporcaccione» gli ha urlato il ragazzo cogliendolo assorto nelle effusioni con la fidanzata. Ha minacciato di chiamare i carabinieri. Adesso sta alla larga dalle coppiette di giovani.

Attende l’autobus del ritorno in viale Washington. C’è un altro anziano all’ombra del tiglio. Come lui. Uguale a lui. Gli chiede se riesce a vedere il numero del bus che sta arrivando. Quello gli risponde: «Perché, c’è un autobus?». È quasi cieco. Un naufrago d’agosto. Ha perso la strada del ritorno. Senza rotta come una tartaruga di mare. Le porte si aprono ma nessuno dei due sale a bordo. Ha deciso: accompagnerà lui stesso quel vecchio più vecchio di lui.

Li ho visti stanchi, claudicanti, uno accanto all’altro avanzare lungo Muro Torto, sfiorati dalle automobili che cercano refrigerio nella velocità a ogni costo. Ai guidatori sembravano un’allucinazione nel deserto di Roma. Li ho visti mano nella mano entrare nella galleria all’altezza di Via Veneto, nel buio sotterraneo del tunnel. Finalmente liberi dalle illusioni e dalle promesse della città. E non avevano paura.

ARTICOLO n. 42 / 2021

RESTI

ESTATE A PALERMO

Ho ritrovato guanti da giardinaggio e una cesoia, una vanga e sacchi condominiali. Ho cominciato dalla strada di casa. Ho prelevato immondizia, rasato aiuole, spalato escrementi di cani e guano di strada, quelle stratificazioni di rifiuti da asporto che sole e pioggia impastano e solidificano, qui, fino a farne una crosta, una seconda pavimentazione a bordo marciapiede, dove pure fiorisce una flora informe, sterile e furiosa di vivere. A fine giornata, la strada di casa era sgombra di tutto.

Ho dormito come il primo giorno, dopo la fatica di nascere. Oggi ho attaccato le vie circostanti, le traverse. In poco tempo, ho riempito tutti i sacchi: dieci in un giorno e mezzo! Ma ovunque, agli angoli, agli incroci, si accatastano ante dismesse, divani in attesa di prelievo, stazionano cassoni di camion zeppi di detriti, braccia e gambe di stoffa fuori dai contenitori e il resto a mucchi a terra, fra reflussi di fogna e rami di palma venuti giù da cinquanta metri e rimasti a impedire il transito, come barricate. Prima camminavo a testa bassa, adesso che non c’è più nessuno da cui difendermi ho aperto gli occhi.  

I primi ad andarsene sono stati quelli di casa. È già successo. Aspetta e vedrai, gridano. Hai il potere di allontanare tutti! E  spariscono. Tre, cinque, dieci ore. A tarda notte rientrano, i grugni, gli occhi a terra. Ognuno in camera sua. Così non mi sorprende più trovare la casa deserta, rientrando dal lavoro. Tardi, come sempre.

Dopo il lavoro, vado nell’unico posto della città senza città: il Tribunale. Qua, finestre senza voci e senza panni. Strade lisce. Auto niente. Niente fantasmi d’alberi, stracci di aiuole, balconi carichi, colori, immondizia niente qua, e i rancori del traffico arrivano lontani. Pochi passanti, tra un corpo e l’altro degli uffici. Simulazioni di strade: via del Lume, via dell’Altare, via dei Quattro Coronati. Sono corridoi a cielo aperto, li interrompono doppie porte a vetro per l’accesso controllato alle aule. In via dei Quattro Coronati si può arrivare fino al cancello. Sono contento di trovarmi di qua, come si guarda il leone dentro la gabbia.

Di là, auto sequestrate fatte tana e cassonetto. Frigoriferi a bocca aperta, lavelli e water divelti, accanto a lattine mezze vuote con la cannuccia dentro, carcasse di bestie maciullate da un’auto in corsa o integre, le pance enfiate, le zampe stecchite, ronzanti nugoli di insetti. Di qua, attendo che il ringhio si plachi, che la città si faccia di nuovo percorribile. E torno a casa.

A casa, apro il mio barattolo e la mia bottiglia, poi annego. In piena notte rumori di chiave, di porta. Tornano, mi dico. Ma i rumori non concludono, così mi alzo. Nessuno, all’ingresso. Allo spioncino inquadro i vicini che, senza accendere la luce, carichi, lasciano il pianerottolo.

Tempo di ferie. In ufficio siamo in due da una settimana. Una mattina una mail mi avvisa che il collega è in malattia. È stato male fuori città, e ci resta. Seguono istruzioni su come aprire, attivare e disattivare l’allarme, dove lasciare le chiavi. Non posso fare io tutto il lavoro, ho replicato. Nessuna risposta. Ma la mia non era una domanda. Neanche una mail. L’ho detto al muro, ad alta voce.

Non sono più tornati. Neanche i vicini. Il palazzo sembra deserto. Tempo di ferie. O merito mio. Prendo il mio barattolo e la mia bottiglia e la pulsazione torna regolare, il cervello è imbottito di silenzio. Poi all’improvviso un lampo mi taglia la testa. Mi sveglio. Mi guardo intorno. La solitudine mi assale sotto forma di euforia. Mi precipito al supermercato sotto casa. Dentro, solo una commessa alle casse, una guardia giurata poco aitante al cellulare si fa gli affari suoi. Prendo il primo barattolo e la prima bottiglia che mi capitano e li faccio passare sul nastro: – Che fa stasera? – La donna solleva le palpebre cariche di nero, la stoppa bionda. – Roba pronta. Non ho tempo, io.  – E alza il piombo sulle palpebre: – Parto. Lei no? – Così pago e l’aspetto all’uscita del personale. Il fragore delle saracinesche in chiusura copre il fracasso che facciamo, perché all’inizio reagisce, e il mio barattolo e la mia bottiglia vanno a terra. 

Non ho voglia di tornare a casa, dopo. Ho daccapo la nausea e l’ovatta nel cervello. Barcollo fino al Tribunale. Fisso gli ultimi passanti, di ciascuno pensando che stia per aggredirmi. Poi non passa più nessuno, si accendono le luci sui nomi dei caduti per mafia, sulle colonne in acciaio e granito che stanno a rappresentare le ferite dello Stato. Fino a quando non noto un movimento ai piedi di una vetrata. Scatto in guardia. Un grosso uccello. Un gabbiano? Ci minacciano a stormi, ci gridano furiosi, scendono in picchiata in cerca di cibo. Lo fisso. Non ne so nulla di pennuti. Ma è troppo grigio, picchettato, il capo spelacchiato, gli occhi tutta pupilla: precipitato da un’era aborigena. La punta ricurva del becco tocca la vetrata. A ogni soffio di vento, ogni sospetto di vita, zampetta, si assesta. Non accenna a volare, ma non pare infortunato, piuttosto instupidito davanti a quell’altro riflesso nello specchio. Grrrgnau, faccio. Lui trema, zampetta, non si leva, incantato. M’incanto anch’io. Non può finire così. 

Così ho preso l’auto. Ho cominciato dal quartiere. È vero che è notte, ma i palazzi hanno le orbite cave, tutti. Non una festa, un insonne. Sono andato oltre, verso i quartieri nuovi. Qua e là ancora qualcuno, pochi. Così riprovo l’indomani, e l’indomani ancora. Mi acquatto agli angoli. Passo la notte a controllare, prendere nota. Tengo il conto. Hai il potere di allontanare tutti, tu. 

E notte dopo notte i conti tornano, soltanto loro. Le luci che si spengono nel buio corrispondono alle auto in meno, ai parcheggi disponibili, ai negozi serrati, gli uffici chiusi. Ai semafori che cambiano solo per me. Fortuna che esistono i distributori automatici, mi dico ogni notte, facendo rifornimento. Di diesel, cibo. Di bibite e caffè. Farmaci. Sigarette. Fortuna o questione di tempo. Ho perlustrato la città quattro volte in modo da ripercorrere le stesse zone in quattro fasce orarie diverse. Ci ho impiegato dieci giorni e adesso ci credo. Il silenzio per le strade su cui la mia auto fila senza intoppi mi sfila la garza dal cervello: Palermo emofiliaca, finalmente.

Così ho ritrovato vanga e sacchi, e ho incominciato dalla strada di casa. Il mio lavoro inizia adesso! Ma oggi mi vien voglia di morire come ieri l’ebbi di nascere. La città vuota mi appare aumentata, ingigantita, elevata a potenza dalla merda che la ricopre a strati da secoli e lasciata lì a seccare, a farsi nuovo cemento, contro me solo. Getto vanga e guanti. Mezzogiorno di sole implacabile e di sega nel cervello. Se almeno fossimo in cento, penso, in dieci, o anche in due… Poi ripenso all’uccello incantato dal suo riflesso e accelero verso il Tribunale.

Ma sono passati giorni ed è ancora là. Non ha bevuto, né mangiato. Non ha lasciato lo specchio che lo incanta e con la punta del becco sfiora come se scottasse. In fondo al buco nero della pupilla registra la mia presenza, e zampetta avanti e indietro, avanti e indietro come in un nastro che s’inceppa, un singhiozzo del presente. Così prendo una pietra da un’aiuola, la liscio, la scaglio, un’altra, un’altra ancora. Il buio sbarrato nella pupilla lo fa zampettare freneticamente avanti e indietro ma niente, non vola e non lo prendo. No, non può finire così. E mi rialzo come un albero che cresca a vista d’occhio: se fossimo in cento, in dieci o in due, sarebbe solo peggio.

Non dispongo di camion e ruspe, e i corpi bozzoluti dei sacchi che ho riempito nereggiano agli incroci. La città sulla città, l’architettura di scarti umani, vegetali e minerali che ha costruito edifici sugli edifici, che rovescia le case sulle strade e popola i marciapiedi di carcasse di plastica e latta è lì immobile, come avesse messo radici, come un’immensa blatta letargica, sorda, morta su tutto. Ma l’ultima pietra che avevo raccolto e non ho scagliato la lascio andare e rotola. La fisso. Palermo è in discesa.

Così cerco su internet, ma su internet si trova poco o niente. Decido di entrare negli uffici dell’Amap, è un edificio antico e dopo tre calci ben assestati spacco un’anta, ci entro. Ci passo giorni a fracassare vetrine di archivi, rovesciare tutto. A trovare, leggere, capire.

Il secondo atto è procurarmi una chiave di manovra. Entrare in un centro commerciale non è come all’Amap. Quando spacco il vetro d’ingresso aiutandomi con un ferro e l’allarme scatta, corro in un angolo a tremare. Vengo fuori mezzora dopo che tace, e tacciono gli ululati dei cani tornati randagi, tutto intorno. Ne prendo di varie misure. Ora devo solo studiare la mappa trovata e aspettare.

Il giorno lo deciderò incrociando le previsioni meteo di tutti i siti: non posso permettermi di sbagliare. Comincerò dalle periferie di nord-ovest, quelle ai piedi di Monte Pellegrino e della Piana dei Colli. Poi correrò a Passo di Rigano, che è ai piedi di Bellolampo, e in via Pitrè, che è ai piedi di Baida, e in corso Calatafimi, che scende da Monreale. Da Altofonte e Villagrazia invaderò Pagliarelli, da Monte Grifone Falsomiele, da Gibilrossa Ciaculli e la Bandita, da Villabate Acqua dei Corsari e Ficarazzi. La mappa parla chiaro, e i punti di attacco li so fradici, è il caso di dirlo. E allora rido. Palermo ai miei piedi, finalmente.

Ma la notte prima non ho dormito. Alle cinque ero pronto, e anche il cielo lo era, carico, furibondo. Mappa alla mano, ho raggiunto uno a uno gli idranti indicati, soprasuolo, sottosuolo, quartiere per quartiere. Il primo di ogni tipologia mi ha richiesto uno sforzo da levarci mano e buttarsi a mare, per la smania di rinfrescarsi e farla finita. Poi ho capito il verso. E ho acceso una a una le luci. Palermo incoronata. Ogni polla schizza come una fontana imbizzarrita, una cascata invertita, una gioia pazza di devastare. Ma non c’è tempo per contemplare. Corro in auto, schivo il lago che cresce, slitto sul fango, attacco il prossimo. Il cronometro mi insegue, minuti 54 secondi 35, incluso il tempo per mettermi in salvo, ma ce la faccio, sì. È quando apro l’ultimo a Villabate che trasalgo.

E guido contro la fiumana che cresce, sbando e riprendo, sbatto fiancate e me ne fotto, solo bado a non morire, devo arrivare, adesso. 

Al Tribunale risaia e palude fermo l’auto. L’uccello aborigeno è ancora là, mezzo sommerso, ma non vola e non nuota, è l’uccello del non. Ho l’acqua alla cintola quando senza esitare piego un braccio, lo prendo, e lui ritira le zampe, si accovaccia come se lo aspettasse. 

Contro l’acqua del cielo, che adesso scende sempre più fitta sull’acqua di terra, scavalco onde e mi schermo, schermo lui che non fugge. Raggiungo il rifugio preparato nei giorni come un nido: è in cima al grattacielo INA che scopro accarezzandolo che sotto le piume grigie ne spuntano di bianche, che anche la testa sbianca e il becco si fa giallo. Guarda con me, cucciolo.

Ai nostri piedi, l’acqua del cielo gonfia l’acqua di terra e tutte insieme insorgono le acque di ogni tempo, i cinque fiumi che questa città interrò premono contro il tetto d’asfalto, sboccano dalle fogne mentre la città romba sotto il loro straripamento. E mentre il temporale infuria, la pressione sotto si fa incontenibile, come uno spirito evocato in pieno sonno eterno si adiri d’essere destato e s’infoia di tornare al mondo, non fosse che per rabbia, per portarci via tutti. E tutto freme intorno: crolli e voragini erano nel conto. Ma lo spettacolo migliore non è questo: l’acqua che ora scende a marosi dalle colline trascina con alberi e case frigoriferi e cassonetti, strappa radici alla jungla di netturbe, gratta l’antico fondo di scorie e fecce, e il galoppo delle correnti va dove tutto va quando non sa dove, a mare. Se fossimo stati in cento, in dieci, anche in due, non si sarebbe fatto. 

E tu crescerai, bianco e potente, le zampe ferme, il becco giallo, il candido piumaggio, e imparerai senza paura a volare sul Cassaro rinnovato, sulla Cattedrale splendente, sui tetti che specchiano il cielo, sulle facciate ritinte, sulla città spogliata fra il mare e la Conca, ora timida e linda sotto il sole che spunta, che ho cambiato per te, Palermo appena nata, lucida e salva.

ARTICOLO n. 41 / 2021

GUERRA

ESTATE A VENEZIA

Sei arrivato a Venezia che faceva già caldo, era inizio giugno. Venivi da Milano che non ti rispondeva più al telefono, venivi da quella piatta e desolata città priva di sentimenti dove nulla accade e nulla si muove, ma l’avevi imparato troppo tardi. Milano è ferma, statica, perenne nella sua immobilità, l’unico modo per darle vita è agitarsi, muoversi, avanti e indietro in continuazione, dentro e fuori in continuazione, come un massaggio cardiaco, l’unico modo possibile per darle vita, un cuore. Te l’eri immaginata come Parigi dove è possibile stare fermi e guardare, dove è possibile vedere il mondo che invecchia mentre tu nemmeno te ne rendi conto. I caffè a Parigi servono a quello, a guardare cosa succede, dimenticandosi finalmente di se stessi, ma lasciando se stessi sopra al palco.

Sei venuto a Venezia che l’estate già si palesava nell’umidità ossessiva che non ti abbandona mai, nemmeno quando sembra che una leggera brezza possa salvarti la camicia. Prima, poco prima, venivi da Roma. Caterina ti parlava a voce bassa e sorriso sempre aperto e dolce, avevi amato il suo tono di voce, elegante e accogliente. Quella sera nel trambusto del Perù lei parlava con quel movimento tranquillo delle labbra e tu invece ti domandavi se i suoi genitori l’avevano chiamata così per quella canzone, quella di De Gregori, l’età dei suoi corrispondeva, pensavi e intanto non l’ascoltavi più.

A Venezia è impossibile mettere a fuoco, ma è obbligatorio guardare, mai come lì osservare e capire corrispondono, mai come a Venezia nulla è mai del tutto comprensibile, tutto è sempre aperto e passibile di correzione e cambio di rotta. Dipende dal tempo, dalla marea, dal fatto che qui tutto si muove, tutto è vivo e in mutazione. Faceva caldo e tu avevi trovato un posto dove stare, una casa dove vivere. La città verso sera tornava vuota e il bacino di San Marco all’imbrunire ti ricordava una natura morta di Giorgio Morandi, nessun contorno definito, solo oggetti sospesi. Pensavi di sentirti libero, ma sapevi di aver scelto un posto dove terraferma e campagna, Mirano e New York sono sinonimi. Per sentirti libero quell’estate avevi scelto di essere esterno e altro, solo con gli occhi.

A Venezia non ci si perde, anzi ci si ritrova sempre al punto di partenza. Lo avevi capito dopo pochi giorni, giravi e giravi, ma giravi troppo, tanto che sempre in quelle quattro calli finivi, ma senza mai capirne il senso. E così stremato dal caldo che da sempre ti ammazza, tu uomo di montagna (negato per la montagna) ti sei seduto e sei tornato da dove eri partito, lontano da chiese e da musei, lontano dalle persone se possibile. Già perché non capivi nulla di quello che ti dicevano. A Venezia il dialetto è lingua, è corpo puro. E prima di arrivare alla lingua la strada è lunga e passa quasi sempre per le mani.

Ti sei seduto in un posto perché era vuoto, non che i turisti non ci fossero, ma se inizi ad abitare a Venezia scompaiono come umani e restano come ingombri, fastidiosi come i piccioni. Elementi di una guerra in corso che non lascia tregua. D’estate Venezia diventa una città in perenne resistenza, non che i turisti siano gli invasori, ma ricordano molto i sacchi di sabbia alla finestra, il segnale più evidente di una lotta che vada come vada farà più male che bene.

Ti sei seduto e non hai capito più niente, hai smesso per una volta nella vita di lottare contro i mulini a vento che girano come pazzi in vestaglia nella tua mente. Pensavi di bere acqua e hai bevuto vino, pensavi di mangiare insalata e hai mangiato pesce, pensavi di non prendere nessun dolce e lo hai preso. Ti sei imposto per avere il caffè e hanno riso come fosse uno scoppio e te lo hanno offerto. Ma sei restato, hai provato a non badare a tutta questa confusione a non confondere l’accoglienza con l’ostilità. E hai imparato a guardare le mani che a Venezia sono legni grossi, di quelli che si trovano alla deriva sulle spiagge, legni contorti, ma buoni per fare barche. Erano mani grosse che avevano movimenti leggeri, buone per accarezzare, per cucinare e offrire, per darti improvvisamente – non richiesto, ma ben compreso – rifugio, che sia per mezz’ora che sia per la notte.

Sei stato fermo e hai iniziato a capire che dovevi mettere distanza per mettere un po’ a fuoco prima che il movimento ti sorprendesse nuovamente e ti lasciasse ancora una volta perduto. Avevi capito che non dovevi inseguire che dovevi lasciar scorrere perché a fissare le cose, a dargli un nome e una casella rischiavi solo di costruirti schemi e pregiudizi, e a Venezia in calle chi ha pregiudizi poi cammina solo.

Poi un giorno è arrivata Eleonora, non la vedevi da mesi, ti è sempre piaciuto il suo sorriso. Non tanto quando ride e subito chiunque capisce che è di Roma, ma quando sta come sul tram e la linea della sua bocca diventa irregolare come quella che Schulz disegna come bocca ai suoi Peanuts. Di solito quando Eleonora è così o si è dimenticata qualcosa o qualcosa la sorprende. Subito ti ha fatto l’elenco delle cose che avevi visto in oltre un anno che eri lì, ma tu non avevi visto nulla e giusto per non incorrere nella classica domanda, «Ma allora cosa hai fatto?», hai finto e anche se lei probabilmente se ne è accorta ha fatto finta di niente e ti ha trascinato alla Scuola Grande di San Rocco.

Era passato un anno dal tuo arrivo, e ora la pandemia iniziava a mollare un poco la presa, ma la città restava straordinariamente deserta e i piccioni con cui avevi ingaggiato – secondo te – una relazione emotiva e sensoriale erano sempre più affamati e aggressivi. La Scuola Grande era vuota, ci eravate solo tu, Eleonora e pochi altri. Tu vagavi, lei sembrava più sistematica, a te piacevano le sedie rosse.

Vi siete trovati entrambi a fissare il pavimento e avreste voluto attraversarlo a quattro zampe, almeno tu avresti voluto, come quando d’estate a casa giocavi sul pavimento di marmo freddo e liscio al giro d’Italia con dei piccoli ciclisti in plastica e un paio di dadi. Attraversavi dalla sala alla cucina, dalla camera da letto alla lavanderia e sudavi fino a scivolare e a restare stremato a «fine tappa» con il caldo addosso e tutto madido di sudore.

Siete usciti, lei ti ha parlato e tu l’hai ascoltata, ma fino a quando non siete entrati in una vecchia bottega di carte marmorizzate non è che hai capito molto, tuo solito. Di fronte alle carte ebru Eleonora ha iniziato a perdere la testa, il signore, l’artigiano che le faceva era elegante e affilato, le parlava con un tono di voce lento e accarezzava con delicatezza i fogli. Le ha mostrato dei quaderni rilegati e anche delle cornici. Non le diceva più di quanto fosse necessario e lei sembrava essere in apnea, mentre tu iniziavi a capire cosa lei ti aveva tentato di dire per tutto il giorno, ma hai deciso comunque di tacere. Eleonora ha comprato due quaderni e una piccola cornice, era felice come una bambina e si vedeva. «Mi chiamo Alberto», ha detto il signore, tu gli hai stretto la mano, Eleonora ha detto «Mi chiamo Eleonora» e gli ha baciato la guancia come fosse in un tempo eterno.

I nomi a Venezia sono sempre i nomi propri così che anche i cognomi, se proprio servono diventano nomi propri. I nomi a Venezia resistono e pesano, si riconoscono subito e si sa subito a chi appartengono. Non ci possono essere dubbi. E non perché siano nomi strani o particolarmente originali, ma perché in mezzo alla laguna il suono di un nome diventa subito anima. Anche qui ci è voluto tempo, ma poi hai capito.

Hai capito con il tuo passo lento che inciampa comunque, con la tua espressione ottusa che concede sempre così poco all’allegria. E allora Agnese che è Agnesetta, Alberto, Alberta e poi Albertina, Gigi e Toni, Giorgio e Carlo e poi certo Franca e Franco e poi ancora una volta come se non ti fosse bastato Enrica ed Enrico. Hai lasciato a santa marghe Eleonora che partiva. La stazione non ti piace, in stazione non ci vai, Venezia è in mezzo alla laguna e di vie di fuga non ne vuoi più sapere.

I nomi quindi, quelli che ti hanno fatto ridere come quando eri bambino: Aldo Strasse, Denti d’oro. Bisogna stare attenti con il passato a Venezia perché è ineluttabile quanto il futuro, qui tutto è in equilibrio non si parteggia per una parte o per l’altra se no si finisce in acqua. E il passato è numeroso a Venezia e procura quel sottile e irresistibile piacere che non è altro che annegamento, il piacere sottile che arriva poco prima del soffocamento totale.

E tu che sei venuto a Venezia per non farti corrodere dall’euforia di futuri fatti di parole e di corpi vecchi, hai iniziato a giocare pericolosamente con il passato, fino ad innamorarti delle schiene: un uomo alto che ti precedeva tutte le mattine a comprare i giornali e che seguivi lungo le calli, un ponte e poi un altro.

Lo riconoscevi dall’odore del fumo della sua sigaretta, lo sentivi arrivare fino a te e stranamente non ti infastidiva. Non hai mai avuto la curiosità di guardarlo in faccia, ma ti piacevano le sue camicie ampie e a scacchi e il rumore dei suoi passi: un giorno siete andati a tempo con i piedi e hai temuto che si voltasse, non l’ha fatto e hai avuto l’impressione che anche lui fosse del gioco.

E poi la schiena di bambino che avevi visto neonato e poi crescere inseguendolo per farlo ridere, prima i suoi passi incerti poi sempre più veloce. E poi hai smesso, non sai perché, ma hai smesso. 

Se hai mai abbandonato qualcuno, quelli sono stati sempre i figli non tuoi: li hai visti crescere o in alcuni casi li hai fatti crescere con pazienza e parole inusuali per il tuo carattere, ma poi arriva sempre un punto che diventi estraneo e li lasci. Lo hai già fatto troppe volte e lo hai fatto anche a Venezia dove ti salva giusto la luce, dove è sempre possibile coltivare una distanza ottica accettabile, sai che non lo perderai di vista anche se hai perso il suo affetto. Chiedi di lui in continuazione come fosse un parente lontano mentre corre a qualche centinaia di metri da te lungo le Zattere, esagitato ed euforico come ricordi di essere stato tu alla sua età. E questo ti fa nuovamente paura.

Altro che Parigi, Venezia sì che non finisce mai e hai imparato cosa è il Lido, cosa sono le isole e cosa è quel lungo viaggio lento che è stare in barca in mezzo alla laguna. Hai imparato come impari tu: addormentandoti mentre altri remano, coprendoti quando c’è il sole e scoprendoti quando tutti sanno che pioverà. Hai capito, hai capito male, ma qualcosa in testa ha iniziato a suturare e poi piano piano le cicatrici si sono levigate fino a lasciarti solo un’ombra sul corpo. Quando hai iniziato a comprendere che non è sempre necessario ferirsi per capire qualcosa, sei arrivato in piazza San Marco, avevi bisogno dello stupore, avevi bisogno di vederla come per caso. L’hai lasciata per ultima pur sapendo che ci sarà sempre altro ancora, ma intanto sei arrivato come si arriva al desiderio, con concitata noncuranza. Ci sei arrivato e per te è stato come tornare a casa, senza bisogno di ribadire a te stesso chi sei perché tutto è lì da vedere. Che è anche l’unico modo possibile per stare in mezzo ad una piazza senza occuparne lo spazio, diventando tu stesso quella pietra o quel coppo, quella porta o quella maniglia. Eccola lì piazza San Marco con la sua bottiglia dal collo lungo, con la brocca panciuta e l’anfora con le curve sinuose, la tazzina senza manico davanti a tutto. Ecco la linea del mare su cui si stagliano tutti questi oggetti, slegati da te, dalla tua storia e dalle tue ridicole noie quotidiane. Vorresti un kipferl come ti ha spiegato in un vecchio documentario Goffredo Parise che forse in maniera un po’ troppo compiaciuta, ma divertente se ne mangia più d’uno tra i piccioni e l’orchestrina in una giornata di fine anni Settanta. Vorresti capire come si fa a restare senza ingombrare, ad amare senza opprimere, a domandare senza pretendere una risposta. Guardi l’orizzonte, ascolti i rumori e tutto riconduce all’acqua, anche il caldo che proprio ora sembra darti un po’ di tregua. Chiudi gli occhi e li riapri, sei a Venezia e non hai visto nulla, puoi esserne felice.

ARTICOLO n. 40 / 2021

LEGGERE È UN GESTO POLITICO?

C’è un piacere segreto che deriva dal leggere i diari degli scrittori. Non è quello intrusivo di chi scava nel dolore degli altri. È piuttosto quello della coincidenza, della sincronicità, del potersi rispecchiare non tanto nelle vite di chi scrive, quanto nelle sue letture. Questo senso di meraviglia per me ha raggiunto un picco nei diari di Susan Sontag che vanno dal 1947 al 1963, raccolti nel volume Rinata. In quasi ogni pagina, dai 13 ai 30 anni, Sontag registra soprattutto le sue letture e il rapporto con gli autori. Scoprire di aver letto o di stare leggendo, proprio ora, lo stesso libro che in un certo momento ha letto anche Susan Sontag è una gioia indescrivibile. I suoi diari sono anche pieni di liste: libri da comprare, libri letti, libri da leggere. Anche io, scrivendo Il capitale amoroso, sono partita da una lista. Le liste di libri sono uno strumento imprescindibile per lo scrittore, a patto di non seguirle per davvero. Si comincia con il primo volume, che rivelerà una verità inaspettata, che a sua volta richiede una lettura inaspettata. Così ho scritto questo libro, ma soprattutto così mi sono sempre rapportata con le cosiddette letture di impegno: dall’una dipendono tutte le altre.

In Italia, il dibattito su letteratura e impegno sta conoscendo una nuova fioritura, testimoniata anche dall’uscita del dibattuto libro di Walter Siti Contro l’impegno, che mette in discussione l’uso del bene in letteratura a partire dalla critica di alcuni autori impegnati, come Roberto Saviano e Michela Murgia. In un momento di transizione (e polarizzazione) come quello che sta vivendo la società italiana, con qualche anno di ritardo rispetto agli Stati Uniti, è normale e necessario che gli scrittori prendano posizione riflettendo sulla propria funzione. Ma ben poca attenzione si rivolge al di fuori del perimetro della finzione: che ne è di tutti quegli autori e delle autrici che hanno come unico fine, dichiarato e inequivocabile, quello dell’impegno? Se qualcuno percepisce come un problema il fatto che non esista più una letteratura nuda, capace di esistere senza alcun secondo fine, allora bisogna riconoscere anche l’assenza della sua controparte, una saggistica militante che sceglie da che parte stare.

Oggi le letture che faceva Susan Sontag a vent’anni non sono affatto comuni (ma non ho dubbi che lo stesso valesse anche in passato) e il piacere della sincronicità si è fatto più raro. Le motivazioni di questo fenomeno sono tante e complesse: la più immediata è che è venuta meno la necessità di maturare una coscienza politica. La mia generazione è cresciuta nella convinzione di avere a portata di mano tutti gli strumenti necessari per affrontare il mondo, missione tutto sommato facile se si è ben organizzati e volenterosi. Nonostante le continue evidenze di questa fallacia, siamo portati a credere che il nostro destino, di esseri umani e di società, dipenda esclusivamente dalla responsabilità individuale. In questa prospettiva di progettualità, dove all’apparenza non esistono ostacoli se non quelli che ci auto-imponiamo, è chiaro che maturare una coscienza politica non serva a granché.

Le occasioni di confronto e di dibattito politico a partire dai testi sono poi diventate sempre più rare, persino in ambito accademico, dove il ritmo delle lezioni è talmente serrato da non lasciare alcuno spazio per questioni che esulino dal programma d’esame. Tralasciando l’ormai proverbiale «corso sul marxismo» promosso dagli inarrendevoli militanti fuori dalle facoltà umanistiche, non riesco a ricordare un solo momento in cui mi sia stata proposta una lettura impegnata al di fuori della bibliografia d’esame all’università. Può darsi che sia stata sfortunata io, ma non ho motivo di dubitare che questa versione possa essere confermata dalla maggior parte delle persone che hanno frequentato l’università negli ultimi anni.

L’assenza di questi momenti di confronto pesa anche al di fuori dell’ambito accademico. Gli unici luoghi che mi vengono in mente che sono adibiti a un ruolo simile sono i club del libro, che sempre più di frequente scelgono di analizzare la saggistica, e gli spazi militanti, soprattutto femministi, dove l’analisi dei testi teorici ha un ruolo imprescindibile per l’attivismo politico. A questo proposito, non posso che ripensare alla mia storia di coscienza politica femminista, che di fatto è coincisa con la lettura d’impegno. Il mio primo incontro con il femminismo non è stato con qualche femminista o con qualche circolo, ma con i libri. E ho cominciato proprio dal libro più difficile, non per pretenziosità, ma perché era il primo della lista, di ogni lista: Il secondo sesso di Simone de Beauvoir. Mi ero consapevolmente imbarcata nella più impegnativa delle letture femministe perché sentivo che senza la direzione che de Beauvoir poteva indicarmi da sola non ce l’avrei mai fatta. E infatti ancora oggi quel libro faticosissimo per me rappresenta l’unico punto di partenza possibile.

Il rapporto particolare tra il femminismo, l’impegno politico e le letture d’impegno si riflette in ciò che il femminismo, di fatto, è: una teoria che è anche prassi, e viceversa. La teoria femminista è parte integrante dell’essere femministe e, allo stesso tempo, è l’esperienza delle donne e dei soggetti marginalizzati che informa la teoria femminista. Le letture che il femminismo mi ha permesso di fare rispecchiano la concezione di letteratura impegnata che Elio Vittorini formulò sul primo numero del Politecnico: «Non più una cultura che consoli nelle sofferenze, ma una cultura che protegga dalle sofferenza, che le combatta e le elimini». Questo è possibile perché le sofferenze che hanno innescato l’elaborazione teorica delle donne – non solo personali, ma collettive, sistemiche – non sono mai state considerate come un torto da riparare o come una pena da alleviare, ma come un «tentativo di evadere dalla sfera loro finora assegnata», come scriveva Simone de Beauvoir. Ciò che non smetterà mai di stupirmi e affascinarmi della letteratura femminista è proprio questo senso di trascendenza: non è mai fine a se stessa, non è mai proiettata verso l’interno, non è mai solipsistica, pur partendo dalle questioni più intime e marginali della vita delle donne.

Forse è proprio questa tensione verso l’esterno a rendere le letture di impegno così inattuali in un momento in cui la saggistica mainstream consiste quasi del tutto in libri di self help e manuali di crescita personale. I libri sui temi sociali non mancano, ma spesso finiscono col ricadere nella trappola del sé, costruendo un rapporto verticale tra autore e lettore che non ammette spazi di condivisione. I conflitti politici, dalle questioni di genere a quelle razziali, vengono letti solo nell’ottica dell’autorealizzazione: cosa posso fare per essere meno razzista? Quali comportamenti adottare per essere meno sessista? Interrogativi legittimi, ma dalla prospettiva molto limitata. In fondo, è letteratura che consola nelle sofferenze: prendo coscienza di un problema (ed è già qualcosa) che nuoce agli altri ma soprattutto a me, che mi rendo conto così di essere una cattiva persona, e provo a rimediare nell’orizzonte del privato. A volte, anche solo leggere un determinato libro che parte da queste premesse, ci sembra un atto politico eccezionale.

Molti libri femministi muovono da questa prospettiva, ma hanno anche la capacità di oltrepassarla criticamente. Un ottimo esempio è Tutto sull’amore di bell hooks, uno dei libri che più mi sono stati utili nella stesura de Il capitale amoroso. bell hooks è un’autrice prolifica che ha scritto più di trenta libri su femminismo, razza, classe, marginalità, pedagogia. In tutti vi è un punto di partenza imprescindibile: bell hooks parla sempre di sé, della sua famiglia, del suo matrimonio, della sua educazione, delle sue condizioni economiche. Ma lo fa per instradare la lettrice verso un discorso molto più vasto, dove il personale è solo un pretesto e mai un punto di arrivo. Nei suoi libri, hooks usa il suo piccolo vissuto per parlare dei problemi più grandi che ci siano. Tutto sull’amore a prima vista sembra un libro di self help, a maggior ragione perché tratta dell’argomento che in quelle pubblicazioni va per la maggiore, ma finisce con l’essere tutt’altro, un libro militante che rivendica la centralità dell’amore come azione e come pratica quotidiana di resistenza.

Scrivendo Il capitale amoroso, hooks mi ha ispirata non solo nei contenuti, ma forse ancora di più nella postura. Mi ha mostrato, pur senza mai dirlo esplicitamente, come rompere il meccanismo della singolarità, confutando l’idea che il mondo inizia e finisca con la propria esperienza e l’ha fatto proprio a partire dalla sua. Se la letteratura contemporanea, e la non fiction in particolare, non riesce più nell’intento di incidere sulla collettività e di orientare il cambiamento, è perché spesso manca di questa visione necessaria per uscire dall’impasse dell’antipolitica. Già solo il risvegliare una presa di coscienza, non nell’ottica della crescita personale ma della politica nel senso più ampio, è il miglior intento che un pamphlet, un manifesto, un saggio possa darsi al giorno d’oggi. 

Scriveva Susan Sontag il 20 settembre 1963, in una delle ultime annotazioni di Rinata: «Leggere per me è fare incetta, accumulare, immagazzinare per il futuro, riempire il vuoto del presente. Fare sesso e mangiare sono attività completamente diverse – piaceri in sé, per il presente – che non sono al servizio né del passato né del futuro. A loro non chiedo niente, neppure un ricordo».

ARTICOLO n. 39 / 2021

FANTASMI

ESTATE IN GIAPPONE

Nagoya, Giappone centrale. Primo mattino.

Il caldo aumenta attimo dopo attimo e la luce che oltrepassa i vetri è intensa: il sole sorge presto da questa parte del mondo. Ogni cosa che tocco è già tiepida, il piano di acciaio della cucina, la caraffa di vetro, il miscelatore del lavandino e persino l’acqua che apro fredda. Esco sul balcone per annaffiare le piante e Ōtake san, il mio vicino di casa, sta facendo lo stesso. Ci salutiamo attraverso l’intreccio di gelsomino che ci separa. Lui sta per andare a dormire dopo aver trascorso la notte a suonare malinconiche melodie blues alla chitarra e ad accendere molte sigarette. Il suo locale, un piccolo bar notturno frequentato prevalentemente da musicisti, è chiuso a causa dello stato di emergenza, il più severo dall’inizio di questa pandemia. Dichiarato a Nagoya a partire dal 12 maggio 2021, si aggiunge a una serie di disposizioni che hanno interessato il Paese nel tentativo di limitare la diffusione del contagio. Il Giappone non ha mai previsto veri e propri lockdown, preferendo per lo più misure che si basano sulla cooperazione dei cittadini e delle attività. Ci sono però alcune restrizioni imposte che riguardano in particolare ristoranti e locali, come nel caso di Ōtake san. Nonostante il riposo obbligato, il suo bioritmo resta uguale, mentre la mia giornata inizia ora: voglio andare al mercato che allestiscono nello spazio del santuario a fare un po’ di spesa. Mentre mi preparo, realizzo che questo è il primo anno – dei nove trascorsi qui – in cui ho presenziato a tutti gli appuntamenti ortofrutticoli mensili: la pandemia ha reso la dimensione del quartiere la mia dimensione. E se da un lato ha ridotto il mio raggio di esplorazione dall’altro mi ha fornito una sorta di lente, capace di ingrandire dettagli finora ignorati.

Varcato il grande torii di legno, mi accoglie la bandiera delle buone pratiche in fase di pandemia: oltre ai classici «distanziamento», «indossare la mascherina», «parlare a bassa voce», il divieto di mangiare in loco è sancito dal pittogramma di un omino con un onigiri nella mano destra, uno spiedino nella sinistra e la bocca spalancata, il tutto barrato da una diagonale stentorea. In effetti, rispetto alla consueta moltitudine – soprattutto nella stagione estiva – di banchi dedicati allo street food come yakisoba, dango, taiyaki, e rinfrescanti cetrioli crudi sullo stecchino (!) ce n’è solo uno di takoyaki che non ha nemmeno acceso le piastre. Se fosse un normale mese di giugno non solo le mandibole dei visitatori sarebbero già in azione, ma tra il verde brillante degli aceri vedrei i giochi dedicati ai bambini, come la pesca di pesci rossi o di piccoli palloncini che galleggiano sull’acqua, accerchiati da un mattiniero e nutrito pubblico.

La venditrice del banco delle verdure per un attimo dimentica la consueta compostezza, si sbraccia, vuole che mi affretti perché sono rimasti gli ultimi germogli di bambù. Oltre che buoni, i germogli di bambù freschi, hanno una sinistra bellezza: sembrano corni di un qualche animale fantastico. «L’anno prossimo vieni con noi a raccoglierli,» mi dice lei, nascosta da un cappello di paglia e da una mascherina con motivi floreali. «È un po’ faticoso ma dà molta soddisfazione, vedrai. Speravamo di poterti invitare già questa volta, ma con il covid…» reclina la testa e stringe gli occhi in segno di vero rammarico.

Io sorrido, sperando che lo capisca dal mio sguardo.

I germogli di bambù si raccolgono tra aprile e maggio, periodo in cui il Giappone ha vissuto una delle fasi peggiori per la diffusione del virus COVID-19. I contagi giornalieri, che dopo un incremento acuto a gennaio erano andati scemando grazie alle restrizioni, sono aumentati in modo lento e inesorabile in marzo e aprile, costringendo il governo a intervenire nuovamente: il 16 maggio si è raggiunto il picco di casi attivi nel Paese. Imprudente quindi organizzare uscite di gruppo nelle foreste di bambù per raccogliere e degustare germogli grigliati. Nonostante la pandemia in Giappone non abbia mai raggiunto i numeri spaventosi di Europa, Stati Uniti, o di altri Paesi del mondo, la situazione, in un alternarsi di restrizioni e riaperture che si susseguono ormai da più di un anno, non è mai stata davvero sotto controllo. Anche in questo principio d’estate, a causa del numero dei contagi, della pressione sul sistema ospedaliero, dei vaccini iniziati con serio ritardo, non è possibile dimenticare l’emergenza e provare il tanto atteso sollievo.

Carica di mele, germogli e radici, attraverso il santuario e raggiungo il parchetto adiacente: aiuole curate, una tigre da cavalcare, una sfera di esagoni su cui arrampicarsi, il saliscendi, la sabbiera. Una donna vestita d’azzurro spinge la sua bambina sull’altalena: visto l’orario e lo sguardo assonnato di entrambe più che un gioco sembra un modo per cullarsi al fresco delle canfore. La panchina accanto a loro è occupata da una bottiglia vuota: è una rarità incontrare immondizia abbandonata e attira la mia attenzione. Mi avvicino, è una ramune, bevanda gassata al sentore di limone, oggetto iconico e simbolo dell’estate giapponese. Creata in Giappone nel 1884 da un medico-farmacista scozzese, venne in origine promossa per la sua capacità prevenire il colera. Credo che la sua imperitura popolarità sia dovuta più che al gusto al design particolare della bottiglia in vetro. Brevemente: a sigillare l’imboccatura c’è una biglia; per aprirla bisogna usare un aggeggio apposito che spinge all’interno la biglia e lascia uscire il gas; al termine della bevuta la biglia rimane nel collo della bottiglia (grazie a una doppia strozzatura) trasformandola in un simpatico sonaglio. Lì, vuota e sola sulla panchina, è così bella che decido di fotografarla. E appena riguardo lo scatto l’effetto reverie si attiva: se ai mercati si è soliti mangiare passeggiando, durante le sere estive, soprattutto dopo un matsuri – celebrazione tradizionale che coinvolge la popolazione con feste, rituali e cortei –, la ramune rappresenta un classico rinfrescante e tintinnante. Ma neanche quest’estate con tutta probabilità ci saranno matsuri, se non in versione ridotta. E si sentirà – di nuovo – la mancanza di questi eventi solenni, conviviali, danzanti, affollati, talvolta selvaggi e sempre ricchi di fascino. Ricordo ancora, durante il mio primo anno a Kyoto, la grandiosa sfilata dei carri e dei palanchini sacri del Gion matsuri, uno dei più importanti del Paese, iniziato nell’869 come evento propiziatorio per scacciare le epidemie. Era il mese di luglio, le vie colme di persone, colori, simboli, flauti e percussioni. Un’umanità che si ritrovava nella celebrazione di un mondo per me ancora indecifrabile ma la cui vitalità dirompente riusciva a coinvolgermi in profondità. Lo scorso anno è stato il primo da parecchio tempo senza i grandi festeggiamenti, e anche in questo luglio 2021 la manifestazione si terrà in forma molto limitata.

Nonostante sia appesantita dalle borse e accaldata, decido di allungare di poco la strada per passare davanti a una delle case tradizionali che preferisco: ha delle bellissime ortensie blu appena fiorite, un albero di cachi e una lanterna di pietra. La proprietaria è l’anziana signora Ikeda, e non esce spesso. L’ultima volta che ci siamo incontrate era appena passato il Capodanno, lei era sul marciapiede, intenta a sistemare il suo sacchetto della spazzatura per il ritiro settimanale: conteneva una manciata di resti, quasi vivesse di nulla. Faceva molto freddo e, rimanendo distanti, ci siamo scambiate gli auguri e poche parole – i suoi famigliari, giustamente prudenti, non erano venuti a trovarla dalla capitale per le celebrazioni di hatsumode, ma le avevano comprato un cellulare con lo schermo grande. Ogni volta che raggiungo l’ingresso con i bassi gradini di muschio, mi fermo e do uno sguardo al giardino della signora Ikeda – le piante, le ombre, la parete tutta finestre. E ogni volta immagino la casa come poteva essere un tempo, abitata da una giovane famiglia – padre, madre e due bambini – che si riunisce sulla veranda a guardare le stagioni cambiare. Nel rovente pomeriggio estivo i due bambini sono seduti con le gambe penzoloni e mangiano spicchi di costosa anguria. Appena cala il buio accendono stelline scintillanti, candele magiche che rendono ampi e luminosi i loro sorrisi. E poi, insieme ai genitori, si avventurano al porto per lasciarsi incantare dai fuochi d’artificio.

Il forte rumore pneumatico e metallico che sento prima di svoltare l’angolo dovrebbe allertarmi e invece no, avanzo spensierata con il blu delle ortensie già negli occhi.

Ecco, qualcosa che questa pandemia non ha per nulla rallentato in città è il moto distruzione-ricostruzione: vecchie case per nuove case o vecchie case per terra in vendita o vecchie case per parcheggi. Nel quartiere sono diverse le dimore addormentate, chiuse, inghiottite dai rampicanti, coperte dalla polvere e consumate dalla ruggine. Qualcuna è abitata da persone sole, anziane, spesso invisibili, qualcuna è abbandonata. La loro presenza non è una prerogativa del tempo della pandemia ma credo che ultimamente le cose stiano andando un po’ troppo veloci. Solo negli ultimi due mesi ho assistito alla demolizione di un ryokan, di uno storico ristorante di udon, di un complesso di mini appartamenti, di due case signorili, di un barbiere vintage ma ancora in attività, di una pasticceria e di una grande villa con un vecchio ciliegio. Al ciliegio hanno concesso un’ultima fioritura fra le macerie, ma poi è sparito anche lui.

La casa delle ortensie, dell’albero di cachi e della lanterna di pietra è sventrata, posso vedere le piastrelle bianche del bagno, il wc sradicato, i tatami per metà sospesi nel vuoto. Distolgo lo sguardo il più rapidamente possibile e accelero il passo: è un’intimità rivelata con troppa crudezza. E la signora Ikeda? Ad agosto in Giappone si festeggia Obon – occasione in cui le famiglie si riuniscono per onorare gli spiriti degli antenati che tornano fra i vivi – e voglio pensare che i suoi figli abbiano colto l’occasione per portarla a vivere con loro a Tokyo. Mentre io scopro la forma dei suoi lampadari di vimini, lei si troverà in un appartamento al tredicesimo piano di un grattacielo, immersa nella densità urbana di Shinagawa, oppure in una villetta della tranquilla e residenziale Minami-Nakano. Immagino la signora Ikeda rivedere Tokyo dopo tanti anni e ritrovare la megalopoli in un frangente così particolare, senza turisti, con il traffico umano ridotto.

Non vado a Tokyo da molti mesi, è uno dei periodi più lunghi di separazione dalla capitale pur trovandomi a poche ore di Shinkansen. Questa estate avrebbe dovuto finalmente essere quella dei Giochi olimpici e paralimpici, e invece, nella migliore delle ipotesi, si terranno a porte chiuse o con pubblico contingentato. Un danno economico, una ferita. A marzo 2020, quando è stato deciso il rinvio dei Giochi al 23 luglio 2021, eravamo tutti convinti che le cose, arrivati a questo punto, sarebbero state molto, molto diverse. E invece no, o almeno non proprio. A oggi circa l’80% della popolazione non vuole le Olimpiadi, e da più parti sono state avanzate richieste di posticiparle nuovamente o addirittura cancellarle. Tra queste spicca una petizione proposta da Utsunomiya Kenji, avvocato e più volte candidato sindaco di Tokyo, che in soli due giorni ha raccolto più di 200.000 firme. I motivi riguardano principalmente la sostanziale impossibilità di garantire la sicurezza di atleti, personale coinvolto, e popolazione durante un evento che, anche senza pubblico (straniero e forse nemmeno giapponese), mobiliterebbe comunque migliaia di persone, e il fatto che il sistema sanitario del Paese, già sotto grande stress per la carenza di medici impegnati nella gestione dei pazienti covid e nella campagna vaccinale, non potrebbe coprire anche le esigenze derivanti dai Giochi.

Matsuri, street food, caldo umido, ramune, anguria, fuochi d’artificio. Per completare in maniera soddisfacente il quadro dei simboli dell’estate giapponese ne manca almeno uno, per me imprescindibile, ed è il frinire delle cicale. Colonna sonora di ogni scena estiva, sia in campagna sia in città, la loro voce è insistente, esasperante e bellissima. Le cicale che stanno per nascere e che sanciranno l’inizio della stagione, hanno trascorso gli ultimi due o tre anni sotto terra a sperimentare la trasformazione. Vivranno poche settimane durante le quali, come sempre si nutriranno, canteranno e daranno origine a nuovo ciclo. Mentre mi allontano dal fragore della demolizione e dal pensiero di un’olimpiade così complessa, mi fermo sotto i ciliegi e resto in ascolto: le chiome sono ancora silenziose.

Nagoya, Giappone centrale. Al tramonto.

I germogli di bambù li cucino seguendo le indicazioni della signora del mercato: prima bolliti interi nell’acqua torbida di lavaggio del riso, poi sbucciati, tagliati a spicchi e cotti in brodo dashi, salsa di soia, mirin, e infine cosparsi di fiocchi di bonito essicato. La loro consistenza tenera mi sorprende sempre e anche il loro sapore, simile a un profumo da inghiottire. Intanto la sera avanza, calda e densa. Appena sento Ōtake san uscire sul balcone per una sigaretta lo raggiungo e gli chiedo quando, secondo lui, arriveranno le cicale.

«Manca poco» mi risponde attraverso il gelsomino. Il verde è quasi nero nel buio, e il bianco dei fiori è opalescente.

«Sarà un’estate di nuovo strana, di nuovo a immaginare la prossima» dico io.

Lo sento aspirare fumo, espirare, esitare «Però le cicale del prossimo anno, da qualche parte, ci sono già» aggiunge.

E allora speriamo di ascoltarle con un animo più lieve, durante una stagione in cui le icone tutte si manifesteranno pienamente, senza più rinvii, cancellazioni e troppe solitudini.

Ōtake san sta per rientrare, fa scorrere la zanzariera.

«Credo che tu abbia dimenticato un simbolo, uno importante» mi dice. «L’estate è la stagione dei fantasmi. Non hai mai partecipato a un hyakumonogatari kaidankai? Cento storie per cento apparizioni soprannaturali, una candela viene spenta a conclusione di ogni racconto. E al termine dell’ultimo, forse il più spaventoso, si resta nella completa oscurità.»

Questa notte nel cielo non ci sono stelle, non si vede la luna. Ōtake san lascia il balcone. Riprende la chitarra, le note sono quelle di Rambling on my mind.

ARTICOLO n. 38 / 2021

PIETÀ

ESTATE A MILANO

«Ah… gli intellettuali» pensò Ransom.
«Devono essere loro, anche se in modo occulto, a comandare.»

C.S. LEWIS, LONTANO DAL PIANETA SILENZIOSO

Seduto per terra con le spalle al muro, origlio i vicini.

«Sei sicura?»

«Senza» dice lei. «Scopami senza…»

Ma non è il profilattico. La parola deve riferirsi a un’altra specie di premura. Naturalmente, la mascherina non può essere.

Anche se a Milano c’è chi per fare sesso occasionale, dall’inizio della pandemia, se la mette.

È il neurologo a ragguagliarmi su certe stramberie meneghine, durante i nostri colloqui via Skype.

Quando non fa il lombrosiano non lo ascolto. Il suo mestiere e la sua milanesità si riassumono in un empirismo cui non consento nessun commento sussidiario, nessuna superstizione psicanalitica. Che scherzi pure sulle crisi fobantropiche post-quarantena e sui tic freudiani degli altri reclusi. Che interpreti pure l’ininterpretabile. Che si occupi di lubrificare il torcolo dei neurotrasmettitori nel mio cervello, di cambiare le gomme, di lucidare il parabrezza – ma di giri turistici, nell’Area 51 della mia mente, non se ne fanno.

È preoccupato perché sono rimasto da solo a Milano con una terapia psichiatrica di cinque farmaci al giorno durante tutto il lockdown, e sono dipendente dalla marijuana. Spacciatori di erba buona non ne troverò nemmeno adesso, anche se in città i delivery della coca hanno ricominciato a fare quelle che lui chiama, con insoffribile sarcasmo, consegne a «domicidio». Purtroppo, l’aumento dei posti di blocco li ha costretti a una scelta precauzionale delle sostanze, e l’erba è sacrificabile perché ci si guadagna meno (o, forse, perché gli Dèi la preferiscono nelle libagioni loro rivolte).

Come se non bastasse, il mio nuovo romanzo è uscito il giorno prima che chiudessero le stazioni del mondo e le librerie. Sebbene sia passato un anno, io sono rimasto là. A quel marzo marziano che mi ha pestato sotto il tacco come un ciuffo di capelli in una macumba africana, ma ad ammazzarmi non ci è riuscito.

«Dovresti toglierti subito la dopamina» mi aveva detto sempre lui, il neurologo, già il secondo giorno di clausura, spaventato come ogni medico più per sé stesso che per questo sfigato.

Sarei potuto ricadere nell’alcol, nell’autolesionismo, o avrei potuto gettarmi dalla finestra. La coincidenza del libro appena uscito non ci voleva. «Potresti avere un eccesso di energia e una slatentizzazione delle psicosi» non ha fatto altro che ripetermi. «Almeno aumenta lo stabilizzatore dell’umore. Potresti non reggere, potresti fissionare.»

Potresti, potrebbe, potrà. Più di un secolo di teorie scientifiche, di congetture e ricognizioni subito smentite, di «poi» che assassinano il «prima», e abbiamo cominciato a renderci conto solo su Facebook e su Twitter, nel 2021, che la scienza è un’ipotesi, a prescindere dal fatto che una tantum riesca a ottenere risultati.

È il Dio Covid, sconosciuto, a farci svegliare nell’ignoto che si apre al di là del sogno scientifico.

È per questo che la città italiana tecnologica per eccellenza non si sveglia per niente con la fine del lockdown, ma si riaddormenta nel bosco. Nel grottesco di una selva irreale, dove le prospettive della logica sono diventate paraconsistenti.

Per paura di togliere il farmaco, tuttavia, ho preferito allenarmi a casa, scaricandomi per sfinimento alla vecchia maniera.

Quattro ore di esercizi al giorno, davanti ai workout total body di YouTube.

Nel mondo di prima avevo due personal trainer che cinque volte a settimana si davano il turno per addestrarmi alla stabilità umorale, poi avevo un’ora di sauna e bagno turco al giorno. Ero uno di quei milanesi americanizzati al grado massimale dell’americanità, una cavia degna di Palahniuk. Per non morire, mica per diventare un culturista. Se non mi massacrassi di piegamenti e trazioni, non saprei come smaltire questa quantità di eccitanti e andrei in giro a prendermi a botte con tutti. In caso contrario, se cioè non assumessi i farmaci, dormirei diciotto ore al giorno o forse per sempre, come Rosaspina in attesa del suo bacio necrofilo, e sarei vessato dalle ossessioni per il tempo restante (un tempo che percepisco da sempre come un vettore dalle spirali infinite, piuccheterno, ma dal quale sento che di tempo può avanzarne ancora, e ancora…).

I virologi nel frattempo hanno stipulato accordi di fortuna con gli economisti, e Milano si desta al suono abietto di un corno davanti al quale io mi tappo le orecchie, perché non ci credo.

Credo fermamente nel Covid-19, nelle sue sataniche varianti, nelle polmoniti interstiziali e nella carenza di ossigenazione, nei vaccini e nella distanza di due metri, credo nel lavarsi le mani a fondo e nel fatto che su di me gli psicofarmaci hanno «quasi» sempre fatto effetto. Ma non ripongo la benché minima fiducia negli individui che me li hanno prescritti e in quelli, appartenenti alla stessa genia, che adesso tripudiano per il ritorno alla normalità.

È una lunga storia quella dei medici spaventati più per sé stessi che per me, imparanoiati dal giuramento di Ippocrate, indecisi sulla diagnosi di depressione maggiore, bipolarismo, paranoia, che mi hanno rimbalzato ogni responsabilità addosso con un colpetto di ciglia, oppure l’hanno cordialmente inoltrata a un altro medico; ed è una lunga storia anche quella dei loro tripudi davanti ai miei miglioramenti spontanei, magari perché avevo letto un libro illuminante di Chatwin o avevo rivisto Il posto delle fragole.

La storia della medicina è, per quella che è la mia esperienza, una storia di tentativi a casaccio che ha fatto acqua da tutte le parti, di scarichi e tubature ostruite che, prima ancora che sulla fragilità di anima e corpo, ha agito nella mia immaginazione un calcio in culo alla volta, fino al marzo dell’anno scorso.

Ora che ci penso, dentro di me questa storia aveva cominciato a schiudere le sue illascivendole uova di serpente già con la scemenza dei medici online. Non si può fare una diagnosi online, mi sono sentito rispondere per anni a ogni richiesta telematica d’aiuto, come se questa non fosse una deliberata ammissione di inutilità da parte loro. E poi il matto sarei io.

La dopamina non l’ho tolta per protesta, anche se Milano è rimasta fuori dalla mia stanza non ho ascoltato il medico e non ho smesso di folleggiare al ritmo indiavolato della vecchia città.

Ora che c’è il rituffo nelle strade, continuo a stare a casa per allenarmi, per nascondermi dalle plaghe del cielo infetto e per leggere le poesie di Magrelli che tento di imitare, seduto per terra con le spalle al muro, mentre i vicini…

«Senza» continua lei.

A causa del chiasso esterno, riesco a capire solo che la parola finisce con una «a» accentata. I suoni più pungenti, acuiti da una neuropatia cronica, hanno ricominciato a diluirsi nello stridio del tram sulle rotaie, che a sua volta si fonde con i versi dei piccioni, che a loro volta si amalgamano con lo squittio dei sorci nel solaio in un intreccio di fischi simili a una lamentazione paleolitica.

Immagino allora di diventare così grande da sovrastare il palazzo, di prendere la mia Milano con le mani dall’alto, di metterla in un sacco durante il concerto del Primo Maggio, di intrappolare il suo impero senza fine e la sua sete di avere sete in una piccola città di provincia come Macerata.

Come è successo alla città, il lockdown ha scagliato anche me post mediam noctem, nell’ora immobile in cui i sogni diventano reali. Ha chiuso Golia in un guscio di noce, e amen.

Avvinto nella penombra delle latebre di un bilocale, tra gli zufoli incessanti delle sirene e le astinenze rapinose, ricolmo di energia come una parete di uranio, sono stato tra i primi sifni che la Metropoli-Pizia ha messo in guardia dagli araldi della scienza: un po’ perché sono avvezzo da un decennio, e a ragione, all’ipocondria, un po’ perché, dovendo fare a meno della droga, la reclusione forzata mi ha costretto a svegliarmi subito dal sonnambulismo, a rimanere lucido come un matematico davanti alla mia follia.

In fondo è per questo che adoro Milano, perché da quando sono arrivato la mia follia si è sempre mossa alla stregua della sua.

Milano è una città che si muove e si è mossa sempre anche da ferma, dettando a chi la abita il suo folle scopo. I milanesi sono convinti di abitare una città, invece abitano uno scopo. Per questo non ha importanza se Milano è bella o brutta, se piove sempre o se ci sono quaranta gradi. Lo scopo non è quello di fare soldi, o carriera, o bella figura con gli altri. Non è nemmeno lo scopo di avere potere o di guarire dalle malattie. Il nostro scopo è quello di avere scopi.

Ecco perché c’è chi continua a urlare «ce la faremo» e a sventolare falde di stoffa scarabocchiate di cazzate dai balconcini malsicuri, uomini e donne sconturbati da ogni retorica possibile che ancora abbaiano allo smog come cani da punta, impossibilitati a catturare qualsiasi altra cosa che non sia una porzione di sostanze venefiche. Uomini e donne che non ce la faranno mai, nemmeno se sparissero tutti i virus del mondo.

E io?

Nemmeno io ce la farò mai, penso mentre mi tiro il pisello fuori dai boxer e ne verifico le reazioni nervine in risposta ai boccheggi dei due sconosciuti. Sono terrorizzato che da un momento all’altro non mi si drizzi più. Il neurologo ha precisato anche questo: tornando a uscire, potresti avere un incremento di… Come quando mi sono chiuso dentro, in sostanza.

Sul cellulare, mentre i vicini indugiano nei loro ansimi, ripasso gli effetti collaterali del Lamictal, del Wellbutrin, del Sereupin… li so a memoria. Sono la mia tabellina del due, la mia prima declinazione.

«Scopami senza pietà» sento che dice la donna.

Era la pietà, ma tu pensa.

Chissà poi come si fa ad amare qualunque cosa senza provare un minimo di pietà per lei.

Nel mio palazzo di via Plinio, oltre la finestra, un nuovo cordone di voci conduce alla portineria.

Dopo un’assenza gestazionale di nove mesi è tornata Nella, mi dico, e dispenserà buste e pacchi ai rimproveranti.

Anch’io dovrei scendere.

Cinque piani a piedi senza ascensore.

Devono essermi arrivati dei libri. Comunque sia, il box della guardiola è vuoto.

Un tizio spiaccica il naso sul vetro per guardare dentro.

Un sole extraterrestre spazza il patio e la fontanella per metà. Questo sole che dalla fine di marzo si affaccia dagli smerli dei tetti e si congeda imbarazzato, come un esattore delle tasse, come un assicuratore timoroso.

L’anno scorso, proprio oggi, c’era uno scatolone per terra, addossato alla parete, sigillato da quattro giri di scotch.

Altra posta lo circondava. Altra posta arrivata per gli altri, come ogni giorno, come sempre. Una posta fiscale, come si conviene alla quiete dei tempi profani.

Tasse, affitti, ricette mediche, pubblicità e libri che non è affatto scontato siano per me.

Perché nel palazzo c’è un altro scrittore. Abita due piani sotto il mio e più di una volta mi ha chiesto di abbassare la musica, altrimenti non riesce a concentrarsi.

«Sei un maleducato» mi ha detto l’anno scorso, credendo che il pacco fosse destinato a lui e non a me.

Così patetica, la vendetta di dirgli che dentro c’erano le copie del mio libro, che soprassiedo.

Mesi fa l’ho sentito confidare al tipo dell’Amsa che scrive poesie. Con una faccia come la sua, ho pensato. A una cena Moresco lo disse di uno scrittore che lo perseguitava: “Vuole scrivere, ma come si fa a scrivere con una faccia come la sua?”.

Per tutto l’inverno ho provato a impedire, con ogni mezzo in mio potere, che lo scrittore si permettesse di scrivere versi con una faccia come la sua. Ho ascoltato Thom Yorke al massimo volume, ho cantato i Cure a squarciagola nella notte nutrendomi di canapa legale come una capretta. È così che scrivo io, come un ragazzo normale andrebbe a una festa al Macao, facendo il possibile per non assomigliare a uno scrittore.

Forse, se non prendessi tutti questi farmaci, farei meno fatica a definirmi tale. Ma di fronte ai libri che ho scritto, come d’altronde di fronte a questa città, si erge una piramide di disappartenenza, perché gli psicofarmaci sono chiavi, ma per porte sconosciute che danno su aree altrettanto sconosciute di spazio, dalle architetture inedite, e alla fine non si è più in grado di riconoscere chi è entrato dove e da dove.

Le mie passioni, le mie conoscenze, le mie capacità l’anno scorso sono diventate di colpo un mattatoio di animali morti e di alimenti inscatolati. Poi scaduti.

E più che su un virus, è su una psiche che può esserci una data di scadenza.

A quanto pare, la mia scadeva il 21 marzo del 2020.

Vado a cercare il mio libro per la città. Copro chilometri a piedi in preda alle rimanenze psichiche di un meccanismo motore.

È passato troppo tempo dall’uscita. È troppo tardi per trovarne più di due copie a scaffale.

Chi scrive non ha che questo desiderio: cercarsi, come in uno specchio, sulle vetrine e sui tavoli delle librerie. Oltre al desiderio di vendere. Ma vendere, in questa città, è molto meno importante che stare sul mercato. Quello che conta è esserci. Quando non si lavora, si esce e ci si incontra o per scopare o per millantare, le sole due azioni che a Milano sembrano non coincidere mai. Il fatto di risiedere nell’unica città italiana in cui succedono realmente le cose è in fondo un possente scudo. Soprattutto quando non succede niente. E a me, col nuovo libro, non è successo niente.

Certo, mi sono risparmiato l’inutile tortura del confronto con i colleghi, e ho la scusa che se non ho venduto abbastanza la colpa è del virus. Posso anche pensare che il libro non sia mai uscito, posso anche pensare di essere già morto.

Ai milanesi in fondo – e io mi sento tale – basta trovarsi sempre a un passo dal plauso altrui, dai big money e dal successo, basta raccontarti cos’hanno in programma per l’anno prossimo, quali novità sbalorditive all’orizzonte, e credono di guadagnarsi così la tua ammirazione (e se la guadagnano). Tanto il tempo qua è più veloce che altrove, e nessuno verrà mai a controllare davvero se ti hanno promosso in azienda o se hai recitato in quel film. Ai milanesi piace dire «pazzesco» proprio perché la pazzia spensierata è del tutto estranea a questa città. Milano è una città dove succedono molte più cose che a Roma, o a Parigi, o a Londra, è una città che si regge su un’illazione cronica dei propri obiettivi e delle proprie capacità, su una follia lugubre e imperturbata, ma di «pazzesco» non ha proprio niente. Soprattutto adesso che dovrebbe sprizzare gioia da tutti i pori, Milano è semplicemente irreale, e l’irreale non si merita di essere ridotto alla banalità del «pazzesco».

Al parco Montanelli, ad esempio, si rincorrono i cani. Confusi, tentennanti, non compiono più gli ampi cerchi dell’abitudine. I padroni si sono tolti le magliette ed espongono la pelle lattiginosa, di un bianco sclerotico, alla luce pietosa, vischiosa, ultravioletta e puntinata di moscerini. Apparentemente non c’è niente di insolito rispetto a due anni fa. Ma l’insolito, come un virus, non è mica detto che appaia. Bisogna saper guardare per capire cos’è che trasgredisce dal solito.

A una prima occhiata, mi sembra che vittime e proscritti della Realtà reiterino le annose abitudini più per partito preso che per diritto di natura. La fila stracca alla cassa del bar Bianco, il sassolino scagliato sull’anatra del laghetto, il fitto degli alberelli rossi dove gli universitari si danno appuntamento per fumare non fanno altro che confermarmi la dimensione oniromantica di sempre, il congegno genetico che spinge tutti a vivere anche il tempo libero come se fosse un meeting aziendale.

Adesso i movimenti sono dettati dalla labirintite, certo, dalla mancanza d’ossigeno dovuta alle Ffp2, dalla pressione degli elastici contro le trombe di Eustachio, dalla secchezza delle mucose. Ma prima, non era forse la stessa scena di Stalker?

Fortunatamente l’edicolante davanti all’Oberdan non parlava ancora di scienza.

Tutti, persino il prete di Santa Francesca, che adesso parlano della miracolosa concretezza della scienza.

Divinità monocentriche, senza volto e appena sorte, vengono invocate in un groviglio di nomi futuristici.

AstraZeneca dalle dita di rosa.

Pfizer dai lunghi pepli.

Moderna che mai si stanca di combattere.

Johnson & Johnson.

Un cicaleccio insostenibile, un politeismo d’accatto, un fantaolimpo giocato tra i negozi di corso Buenos Aires al solo scopo di difenderci dalla potenza del fantastico (questo, però, è un complotto troppo galileiano per allarmare i giornalisti, e lo vedo solo io).

C’è una ragazza che legge un libro di Walter Siti con la schiena appoggiata al monumento di Montanelli e vorrei dirle di spostarsi subito perché con la quantità di ratti che ci pisciano attorno potrebbe prendersi la leptospirosi. È peggio del Covid.

C’è un arabo principesco con un involto di tappeti in spalla e crede di essere reale. Come se fosse realistico essere un figo che se ne va in giro con dei tappeti persiani addosso in una città post apocalittica.

C’è un altro, un palese ubriacone (e un palese sondrasco) in astinenza che non crede nel virus, nei vaccini, nel potere tecnocratico e nella classe dirigente – ma crede di essere reale. Anche se, al pari del sottoscritto, non si è mai realizzato in altro che nei suoi squallidi abusi. Per realizzarsi bisogna entrare in seno alla realtà, ma dalla porta di quale mondo?

Di sicuro la statua di uno che ha scritto la storia d’Italia non aiuta. Il complottismo, che è poi lo scetticismo, è una scienza che mette in discussione qualunque avvenimento storico, ma mai la possibilità che non ci sia stata alcuna Storia.

Che vana speranza è stata credere che, da ingenua, l’idiozia di chi ha trascorso un anno a blaterare sui social sarebbe diventata più tollerabile. Come no. Mi appare semplicemente ignobile, irrimediabile. Ancora più circoscritta dalla mancanza di pensiero profondo.

La cosa peggiore sono quelli che, tra un’omelia e l’altra ancora vogliono renderci partecipi della propria abominevole quotidianità. Prima la quotidianità veniva spacciata solo sui social, tra una gattomachia e l’altra, adesso è a voce: «Sì, con il lievito madre… un’oretta di lavoro e poi Netflix… mi fai una foto mentre ordino il deca?». Se facessi io la stessa cosa, se mi mettessi pornograficamente in piazza, dovrei commentare il dosaggio dei miei psicofarmaci o il mio ultimo ricovero in un reparto psichiatrico. Se aderissi con l’anima alle povere cose di ogni giorno che mi circondano, a questa povera nostra vita, impazzirei del tutto.

In uno spettacolo del Cabaret Voltaire, o al Circo Orfei, o in una delle Bizzarrie di Bracelli, l’Irreale non è esplicito. Così come non è esplicito in un reparto d’ospedale infestato dal Covid.

L’irreale si esplicita meglio al centro di Milano, al bar Basso, quando sento invocare da un signore incravattato di Lugano prima la necessità di una ripresa economica e poi la Madonna di Lourdes perché gli arriva un sms che lo avvisa della morte di un suo conoscente.

Anche dal barbiere, l’Italiano, l’economista in attesa della tinta vorrebbe vendere l’aria un tanto al chilo, e il prof. di fisica e chimica del liceo Volta, seduto sul divano a due metri d’ordinanza, gli dice che l’aria non si tocca; allora l’economista, uno che lavora coi supermercati francesi, accampa un ragionamento da politico anni Ottanta per vendergliela lo stesso, e il prof gli dice che, una volta venduta tutta, l’economista non respirerà.

L’unico ragionamento non irreale che sento dopo un anno di social, l’unico esempio che significa qualcosa.

L’irreale, infatti, se è tale, è proprio perché non significa nulla. E la gran parte di quello che viene detto in questi giorni, per come la vedo io, ha l’unico pregio di non significare nulla, di essere il commentario non già del nulla (il che rappresenterebbe una svolta epocale), ma di un significato nullo, di un’interpretazione nulla, e perciò inutile, della realtà concreta attorno a noi.

Se è vero che tutti se ne vanno in giro per dire la loro, la pandemia fa a pezzi ogni contributo personale, ogni opinione che vuole essere sensata, ogni interpretazione catechistica alla Agamben, ogni soluzionismo immediato e, fortunatamente, ogni magniloquenza sulla nostra presunta libertà. L’essenziale si riduce al discorso dei due signori in attesa dal barbiere e basta.

Di solito quello che ci uccide non resta con noi, ma se ne va. A Milano, però, a Brescia e a Codogno è avvenuto qualcosa di culturalmente enorme. Qualcosa che ha fatto afflosciare la realtà del sogno imperialistico, e che è impossibile rimuovere con un massaggio thailandese. Qualcosa di vicario dell’assetto abitudinario del mondo. Qualcosa che va oltre l’aleggiare intermittente del virus, la tragicità della morte e le congetture del clan dei virologi. Sono stati questi i primi a dare a piena testa contro il capitale, senza manco accorgersene. Il problema è che se metti quattro scienziati a parlare della scienza non stanno facendo scienza, ma filosofia, e se metti quattro imprenditori a parlare di economia non stanno facendo economia, ma filosofia.

D’altra parte non potrebbero fare altro, visto che del virus non sanno niente. Credere che si sappia qualcosa di un evento solo perché in una certa misura, e per un certo periodo, si riesce a gestirlo è come credere che un pompiere conosce i meccanismi fisici del fuoco. Sono i virologi a confermare al mondo l’inattendibilità della scienza e di sé stessi, e di questo gli va reso merito, anche se chi tra loro alza le mani lo fa più per deresponsabilizzarsi che altro. È però fondamentale che agiscano, perché è da loro che gli idolatri dell’economia pretendono una soluzione, e immediata. Come se un ragazzino chiedesse al papà di uccidere qualcuno se la cosa gli farà aumentare la paghetta settimanale. Vagli a spiegare, a Sala e a Zingaretti, che la medicina non è la verità e che la cosa non implica l’inesistenza di un’altra verità. Pur trovandosi davanti al valico di frontiera tra due visioni contrapposte del mondo, ti risponderebbero che non c’è tempo di perdersi in chiacchiere, di disperdere le forze in litanie inutili, e che il paese non può permettersi un fermo ulteriore.

Loro si sono permessi di fare a pezzetti il pianeta, di trasformarlo in una discarica invivibile per i loro porci comodi e per i prossimi trentamila anni, ma il virus non può permettersi di fare la stessa cosa con noi. E poi il matto sarei io.

Anche i filosofi professionisti si piegano al riduzionismo più villano, pena l’ammutinamento. Non mi fido più nemmeno di Massimo Cacciari: se non semplificasse ogni suo pensiero fino all’osso, Lilli Gruber non saprebbe che farsene. Gli scrittori si limitano a fare figure di merda. Una scrittrice esordiente scrive un tweet per gridare al mondo che il nostro paese non può abbassare le serrande per evitare la morte di quattro vecchi. Dall’alto della sua malvagità, non si rende conto di essere l’unica a non delirare. Per quanto bastarda e nazistica, invera l’unica etica possibile. L’etica dello sterminio, dell’andare avanti tanto per andare avanti, tanto per navigare a vista dentro un fiume di contraddizioni. Anche se non si sa a che scopo, è fondamentale avere altri scopi, avanti marsch. Come dire che se non ammazzi qualcuno per arrivare a fine mese sei un immorale, e, fino a prova contraria, per il mondo in cui viviamo è esattamente così.

Milano, però, non è solamente così. Ci sono posti che, se uno volesse usare la più orrificante delle parole in voga, definirebbe «resilienti».

C’è solo un locale che è rimasto quasi identico a prima, e dove apologie d’olocausto non se ne sentono, e dove quindi non c’è etica, tranne quella del bicchiere.

È il Picchio, dove risiedono gli industriali dell’immaginazione.

Può arrivare Perseverance su Marte, può riaccendersi il corium dentro il Sarcofago di Chernobyl possono verificarsi fenomeni di spillover e ibridazioni di specie, ma il Picchio resta il wormhole di sempre. L’unico vero locale di Porta Venezia. L’omphalòs degli artisti, dei musicisti e degli studenti di cinema, la ribellione emotiva alle insufficienze immaginali dei lounge bar attorno e, in un certo senso, di tutta la città. Lounge bar che stanno al Picchio come un cantante di pianobar sta a Amy Winehouse.

Il Picchio è Leopardi. Leopardi e Amy Winehouse sono le persone che più stimo al mondo. La cortina-tripode utilitarie parcheggiate davanti ai tavolinetti esterni è la siepe. La siepe non cela le basse colline recanatesi, ma i sorseggiatori di cocktail del Botanical, la boulangerie parigina, e le allucinazioni di chi è convinto davvero che si ricomincia e che il virus è sparito. Quelli che bevono oltre il Picchio sono invecchiati di due anni e si vede. Hanno due anni di più, hanno sprecato due anni e li hanno persi per sempre.

Il Picchio, invece, è un mitologema, potrebbe essere il Caffè Giubbe Rosse o il Leoncavallo. E, in quanto tale, un mitologema non invecchia, anzi, con lo scorrere del tempo si salda ancora di più. Due mondi separati da un’arcadia di cinque metri, che non si incontreranno mai, che non devono incontrarsi mai.

Vado a mettermi al centro della strada, a metà tra questi due mondi, e provo a concentrarmi sul punto a mezz’aria dove cozzano le voci. Il caldo zanzaresco si impregna di suoni molesti per l’urto dei contenuti espressi.

Da una parte i monoglotti dal contenuto nullo di cui sopra, gli archeologi della pratica che usano frasi come «hai bisogno di uno bravo», ma se dici «frocio» o «puttana» sgranano il rosario e gli occhi credendo sia più offensivo. La pandemia li ha colpiti nel fatturato e nella convivenza con il partner, ma, visto che il mito del «lavorare» è notoriamente l’altra faccia della poltroneria, hanno saputo procrastinare meglio degli altri. Hanno fatto yoga, hanno letto I leoni di Sicilia, hanno infornato pagnotte buone solo per essere mipiaciute da altri dodici fornai avventizi. Gli altri, invece, i picchi, sono gli sfaccendati che per i consimili davanti «avrebbero bisogno di uno bravo», salvo che se esiste non puoi che trovarlo fra loro. Gli infermieri e gli studenti del San Raffaele vengono qui, per mischiarsi agli studenti di Brera.

L’unico rischio, tra un artista naïf e l’altro, è quello di incontrarne uno che fa lo scettico, e che a sua volta si incontri con uno scienziato.

Gli artisti scettici mettono in discussione tutto ciò che produce risultati «concreti», proprio come me, ma se si scagliano contro il metodo scientifico non sono diversi dagli altri. E io mi fido più dei virologi, dei carabinieri e di De Luca. Mi rendo conto che il virus ha invertito la rotta del realismo fino all’estenuazione anche per loro, e che non è facile lavorare sull’astratto quando non si sa più cosa è il concreto (De Luca? Concreto?); ma hai voglia a ignorare che un virus è un animale, un alieno in terra che disperde le proprie cellule nell’invisibile. Perché invece di blaterare non ci fanno un’opera d’arte?

Insetti che crediamo ci si posino addosso per caso, dico a Carmen quando passa a raccogliere i bicchieri vuoti, l’unica che mi dà ragione. Insetti che ci scelgono, desiderano, si muovono, volano, ripeto a un mio amico osteopata. Non essendo attaccati ad alcuna presa di corrente, sono animali animati che «fanno anima». Se provi a dire una cosa così al barista sul lato opposto della strada indovinate che risponde?

Che avresti bisogno di uno bravo.

In palestra, intanto, per me sono i giorni della rivalsa. I finti pompati sono riemersi dalla quarantena ischeletriti e facendo mostra dei loro immensi occhi bovini. Alzano trenta chili di bilanciere sulla panca piana, non reggono nemmeno una trazione senza il supporto dell’elastico.

Nello spogliatoio si coprono il pacco con la mano. Prendere il testosterone a cicli regolari e poi lasciarlo quando non ci si può allenare equivale a distruggersi il pene, uno dei drammi peggiori di questa città, dove le diete detox convivono tranquillamente con cocaina e steroidi ma nessuno pensa di avere bisogno di uno bravo.

Quando poi arriva Carlo, che per due anni non ha fatto altro che ripetermi «secco», gli scoppio a ridere in faccia. Peserà sessanta chili, ma mi dice «stecchino» lo stesso, per un automatismo. Anche se sulla bilancia a gettoni della farmacia proprio stamattina facevo novanta chili. Non avendo mai usato il Diana, il mio corpo non si è modificato di una virgola, e nemmeno i miei organi riproduttivi, di cui ora come ora non saprei che farmene.

Quanto mi mancano gli animali. L’unica cosa che mi manca dell’Abruzzo.

E tutte le sere, prima di addormentarmi, ne abbraccio uno immaginario nel letto.

Un animale a caso, un cane o un puma perché come farò a reggermi con tutti questi farmaci se un animale non mi proteggerà?

Un animale che mi aiuti a restare in equilibrio tra questi due mondi in combutta, e che d’ora in poi battaglieranno ancora di più. Un animale che sia la forma biologica di un dio bipolare come me, destinato a morire come Pan. E come me.

Stanotte, comunque, ho fatto un sogno.

Ero con la piccola Greta in Abruzzo, ad attaccare pomodori in un campo assolato tra centinaia di uccellini canori. Lei indossava l’impermeabile giallo, non capivo come facesse a non sentire caldo, ed era triste. Io mi ero tagliato i capelli a zero e le ho chiesto se per settembre mi sarebbero ricresciuti. «Secondo te mi saranno ricresciuti fino a qua?» le ho chiesto toccandomi un orecchio.

«No, secondo me fino a qua» mi ha rassicurato lei con un sorriso, toccandosi una spalla.

E io mi fido. Non saprei di chi altro fidarmi.

ARTICOLO n. 37 / 2021

TRAGICOMMEDIA

ESTATE A FIRENZE

Tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate 2021, a Firenze è andata in scena una bislacca tragicommedia attorno alla basilica brunelleschiana di Santo Spirito, e specificamente attorno al suo sagrato. Da anni sagrato e scalinata, tradizionali punti di ritrovo della socialità popolare cittadina, sono al centro di polemiche alzate ora dal priore della basilica, ora da certi «comitati di cittadini» molto ristretti rispetto alle migliaia di cittadini che quotidianamente vivono la piazza, per via degli schiamazzi e di occasionali pisciate, che si potrebbero eliminare d’un colpo installando dei bagni pubblici ma che evidentemente torna più utile strumentalizzare, andate avanti finché il comune non ha deciso di limitare l’accesso al sagrato.

 Lo ha fatto con dei grossi blocchi parallelepipedoidali di cemento, sui quali sono stati installati dei pilastrini – è stata anche l’occasione per la cittadinanza di scoprire che si chiamano «chiodi fiorentini» –, dall’uno all’altro dei quali sono state tese delle gomene; infine il quadro è stato completato con delle fioriere – refugium peccatorum dell’urbanista, per dirla con lo scrittore Filippo Tuena, intervenuto per commentare lo scempio. Il fatto che ciascuno di questi elementi sia stato aggiunto a distanza di un giorno ha conferito alla vicenda, di per sé soltanto triste, visto che si andava a togliere ai fiorentini uno spazio da loro vissuto da cinquecento anni riuscendo al contempo a deturparlo, tratti d’involontaria comicità. Non sono mancate le contestazioni, sia organizzate sia spontanee, ma il Comune ha fatto capire che non intende cambiar direzione e quarantatré ragazzini, colpevoli di aver ribaltato simbolicamente i pilastri, sono stati denunciati con accuse piuttosto pesanti, come se il loro fosse stato un atto di vandalismo e non una legittima protesta.

La prima occasione per alzare la tensione rispetto alla piazza erano stati gli assembramenti della notte del 25 aprile 2021, in seguito alle celebrazioni per la Liberazione che tradizionalmente si svolgono proprio in Santo Spirito. Occasione ghiotta, come tutte quelle in cui si può usare la pandemia come un martello selettivo, ma anche paradossale, visto che il giorno dopo, riaperti i dehor di bar e trattorie, in ognuno di essi vi erano assembramenti di gente priva di mascherina. A prima vista sembrerebbe quindi solo un’altra ordinaria storia di decoro, anche perché Firenze non è nuova a simili operazioni: si pensi agli scalini del Duomo, «cordonati» già dal 2003, o al surreale caso dell’acqua gettata su quelli di Santa Croce nel 2017 –, solo che in genere avvenivano col pretesto dei «bivacchi» dei turisti, presenza mai particolarmente gradita ai fiorentini. Nel caso di Santo Spirito, e del 2021, la questione è tuttavia differente. Lo è perché Santo Spirito è una delle poche piazze ancora frequentate dai residenti, e alla luce di quanto si è visto in un anno di lockdown ci si aspetterebbe che la prima preoccupazione dell’amministrazione fosse quella di riportare i fiorentini in centro, piuttosto che di continuare ad allontanarli.

Con la pandemia, Firenze si è infatti scoperta vuota. Muta, desolata, battuta dal vento: disabitata. L’attesa riapertura dopo il lockdown ha rivelato un centro città deserto. Che i turisti fossero una parte consistente della popolazione, lo sapevamo: solo, non immaginavamo così consistente. Oppure, come in un sogno confortante, a noi sparuti, residui abitanti del centro piaceva immaginare che almeno una parte di quella massa umana che ogni giorno dava alla Firenze che attraversavamo l’apparenza di una vera città, le appartenesse veramente. Non era così, e il risveglio è stato brusco: non solo per le strade e le piazze vuote, ma perché la città si è scoperta pure in bancarotta. Solo qualche mese senza tassa di soggiorno e introiti turistici, e il sindaco ha paventato il default. Musei civici e biblioteche chiuse, eventi annullati (a farne le spese sono stati per primi quelli sorti dal basso, come il festival letterario Firenze RiVista, che costava al Comune circa un quarantesimo del prezzo dei pilastri – pardon, «chiodi fiorentini» – di Santo Spirito) e appelli a ipotetici benefattori che per non si sa per quale motivo, se non un tornaconto a livello d’immagine, avrebbero dovuto prendersi a cuore il destino di una città la cui rete di legami internazionali non si era mai scoperta così superficiale.

Al di là dell’indignazione social per certi tentativi di pezza peggiori del buco, come l’appello a popolare i locali del centro, che suonava un po’ come «studenti, cittadini, venite a sostenere chi vi ha cacciato», ciò che si è rivelato già alla prima uscita dalla quarantena è stato il fallimento di un modello di città orientato solo al turismo (o al massimo, più recentemente, a cercare di favorire il turista ricco rispetto a quello povero). Che il centro perdesse un migliaio di abitanti l’anno, era noto. Che i proprietari di immobili preferissero, per ragioni di comodità e profitto, le locazioni turistiche temporanee agli affitti di lungo termine, pure. Che pezzi di città, come recentemente in Costa San Giorgio, venissero svenduti a chi intendeva farne ulteriori resort turistici, anche. Era però necessario questo svuotamento per capire l’esizialità della situazione. Perché normalmente, a Firenze, in quel centro la cui prima apparenza è un brulicare di vita, c’è solo una teoria infinita di schiacciaterie, bancarelle di souvenir, mercatini di souvenir, trattorie finto-tipiche, a perdita d’occhio e in ogni direzione. Se il turismo di massa è – secondo la definizione di «Lisboa does not love», associazione nata per contrastare l’overtourism nella capitale portoghese – inquinamento umano, la città turistica ineludibilmente diventa junkspace, spazio-spazzatura, secondo la definizione di Koolhaas. Quando il junkspace si svuota dalla sua fauna naturale – i turisti mordi-e-fuggi – ecco svelarsi un deadspace: una necropoli.

L’impatto della rivelazione tanatologica è stato così forte che anche il subconscio dell’amministrazione lo ha registrato. Sui tanti spazi per le affissioni istituzionali, normalmente destinati a mostre ed eventi, e vuoti in assenza di mostre ed eventi, sono apparsi, durante il primo lockdown, dei manifesti arancioni con piccole vedute a matita di una Firenze dall’aria speranzosa (e per lo più immaginaria, vista l’assenza, nei quadretti, di turisti e siti a loro destinati) e la scritta RINASCE FIRENZE. Il sottotitolo era «ripensiamo la città», e poco più in basso c’era un link che rimandava a un pdf che, dopo un inizio un filo sgrammaticato – «Firenze sembra risvegliata dal sonno della pandemia come un bellissimo animale che ha visto il mondo cambiare intorno alla città e ai suoi abitanti» – e un avvilente rimando alla resilienza, proponeva una serie di interventi su vari punti piuttosto generici, come policentrismo, rinnovamento del centro storico, mobilità green, sviluppo economico, cultura diffusa, che nella loro incontestabile condivisibilità parevano soprattutto tradire il percolaggio, anche nel centrosinistra, di una retorica messa a punto in questi anni dalle destre: atteggiarsi come se al governo, in questo caso della città, ci fosse qualcun altro. Le proposte appaiono per lo più plausibili: le si attuino… Detto ciò, un’analisi semantica suggerisce qualcos’altro. Rinasce solo ciò che è morto; si reinventa solo ciò che è si è scoperto sbagliato. In un modo o nell’altro anche a Palazzo Vecchio ci si è accorti che la situazione è questa. Dato che a margine della pagina web non mancava il form in cui il cittadino poteva inviare le sue proposte, così da vivere il brivido illusorio della partecipazione, proviamoci, anche alla luce di quanto accaduto nel frattempo.

Il primo punto è rendersi pienamente conto che una simile situazione non è casuale, ma frutto di scelte che da almeno vent’anni vanno in una sola direzione. Il caso emblematico è quello dello spostamento di tante facoltà in periferia o fuori città, in «poli didattici» il cui nomignolo in alcuni casi dice tutto: quello di Novoli, che ospita oggi le facoltà di Scienze Politiche, Giurisprudenza ed Economia, è noto agli studenti come «Mordor», tutto questo mentre le università americane si affrettavano a prender possesso dei migliori palazzi – poiché sanno bene che vivere il patrimonio artistico di Firenze è parte integrante dell’esperienza di studiarci. Fu forse hybris: lapresunzione di pensare che il centro di Firenze potesse dirsi vivo e vitale anche senza i suoi studenti (e i servizi da essi tenuti in vita). Non era così.

Il secondo è capire che una situazione d’emergenza – letteralmente la morte di una città – richiede misure, ma soprattutto attenzioni, d’emergenza. Quello che a Firenze è mancato in questi anni, e che il piccolo form pare sottolineare in un gesto d’involontaria autoironia, è stata proprio la capacità di ascolto: non tanto di progettare, quanto di capire, almeno, dov’è che la città mostra ancora segni di vita che andrebbero intercettati e valorizzati. Oltre alla già citata kermesse Firenze RiVista, c’è un piccolo caso che ha assunto valenza paradigmatica: quello della Polveriera e del complesso di Sant’Apollonia. Negli stabili di proprietà della Regione Toscana, in cui ha storicamente sede la mensa universitaria, un gruppo di studenti e cittadini ha riqualificato alcune stanze abbandonate, trasformandole in uno spazio che in otto anni ha organizzato un paio di centinaia di eventi culturali, tra cui il partecipato Festival della Letteratura Sociale, ed è diventato sede di una trentina di progetti artistici permanenti. Quando il Consiglio d’Amministrazione dell’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio ha approvato, con il voto contrario delle rappresentanze studentesche, lo sgombero, è seguita una mobilitazione che ha rapidamente superato i confini cittadini, facendosi nazionale, e la Regione ha lanciato un progetto di «percorso partecipato» che ha dato indicazioni di tutt’altro segno, e i cui risultati restano per ora disattesi (più di una volta il chiostro, usato dai cittadini per molte attività, è stato nuovamente chiuso senza motivo). Ciò che più colpisce nella vicenda di Sant’Apollonia è il silenzio dell’amministrazione cittadina. Nonostante ci fosse in ballo il più attivo laboratorio culturale del centro di Firenze, oltre che una decisiva area verde, i suoi rappresentanti non si sono visti agli incontri del «percorso partecipato» né hanno rilasciato dichiarazioni in merito. Facile immaginare che dietro a un atteggiamento del genere ci sia una questione di sovranità: «è della Regione, se la veda la Regione». In una situazione normale sarebbe politicamente comprensibile. La situazione, però, non è normale. Proprio come in un ambiente al collasso vanno preservati gli ecosistemi residui, in una città che vive un’emergenza di queste proporzioni, la tutela, e magari la valorizzazione, degli ambiti in cui i cittadini spontaneamente si ritrovano, vivono, producono cultura, arte e partecipazione, deve diventare prioritaria.

Il terzo punto è la necessità di un cambio di mentalità: un altro fatto – se vogliamo speculare alla vicenda di Sant’Apollonia –, la recente assegnazione di uno stabile in comodato d’uso gratuito a un’organizzazione pro-decoro, una delle cui più recenti imprese è stata la cancellazione di opere d’arte da una facciata privata (e se invece dessimo spazi a chi l’arte la fa?), dimostra che la città è ancora legata a logiche «anti-degrado» funzionali alla gentrificazione – e quindi alla turistificazione e allo svuotamento dei quartieri.

All’apparenza casi individuali, quelli elencati sono in realtà segnali di uno scollegamento: quello tra chi il centro città lo vive, e chi lo amministra. Nonostante quanto è accaduto nell’ultimo anno, non c’è ancora piena coscienza dell’urgenza di un cambio di paradigma. Tant’è che un tal cambio non pare imminente: se nel 2016 l’Unesco inviava un richiamo alla città per il rischio di vendita di parti rilevanti del patrimonio artistico cittadino, oggi la soluzione che rischia di profilarsi all’orizzonte è la svendita di molti immobili di proprietà del Comune. E se invece si riconoscesse il peccato di hybris, e in quegli immobili si provassero a riportare associazioni, aziende e università (e chi le popola, giacché l’unica fauna reale che la città ha saputo attirare negli ultimi decenni, piaccia o meno, resta quella studentesca), ovvero le sole ricchezze di una Firenze che, senza di loro, ha scoperto di essere, più che un «animale bellissimo», solo il guscio vuoto di quell’animale? Alcune operazioni, come il progetto di rilancio del complesso di Santa Maria Novella, con una biblioteca e delle residenze artistiche, vanno in questa direzione, ma gli habitat hanno anche bisogno di una fauna, e tale fauna verrà attirata solo con una totale inversione di rotta, che cominci a valutare come positiva, auspicabile e da sostenere qualunque manifestazione di vita e aggregazione in questo centro svuotato e deserto.

ARTICOLO n. 36 / 2021

D. H. Lawrence: Un canone inesatto

Ricordo molto chiaramente la prima volta che mi sono imbattuto in D. H. Lawrence come scrittore di qualcosa di diverso dalla fiction. A scuola stavamo studiando Amleto, e leggevamo le solite analisi critiche di A. C. Bradley, G. Wilson Knight e quella, un po’ più di moda, di Jan Kott (Shakespeare nostro contemporaneo). Ma il mio professore mi ha indirizzato anche su uno strano scritto di Lawrence intitolato Il Teatro, in Crepuscolo in Italia 1, che riguardava una rappresentazione di Amleto. Volevo ridurre il saggio alla stretta utilità dell’esame ma non sapevo cosa fosse né come doveva essere letto. Ovviamente era su Amleto (una «dichiarazione della più importante posizione filosofica del Rinascimento»)2, ma era anche una sorta di racconto, una reinvenzione di un’esperienza e di un luogo reali. I saggi critici che avevo letto fino a quel momento sembravano tutti degli esempi accurati e compiuti di ciò per cui li stavo leggendo, ovvero i compiti a casa. Eppure, in Teatro non c’era ombra dell’accuratezza forzata dei compiti a casa, e se ciò aveva un certo fascino, sollevava però dubbi sulla legittimità e sul valore dello scritto. Riflettendoci, quello che mi mancava, penso, era la monotonia istituzionalizzata che pervadeva così tanto la critica giunta a definire lo studio dell’Inglese all’università. Era davvero enorme il distacco, in termini di divertimento, tra i romanzi e le poesie e le cose che ci si aspettava di leggere su di loro. Almeno fino a quando, nella settimana dedicata a Thomas Hardy, Lawrence non irruppe di nuovo e improvvisamente non ci fu più alcun distacco. Prima sottolineava, nel suo modo piuttosto semplice, che i personaggi di Hardy «scoppiano inaspettatamente e fanno qualcosa che nessuno farebbe», e dopo faceva dichiarazioni metafisiche sul «grande potere tragico» di Egdon Heath. Ho letto Study of Thomas Hardy per la luce che riversava su Hardy ma anche come espressione rivelatoria del suo autore: tanto specchio quanto finestra. Fino ad allora la non-fiction esisteva o come una disciplina completamente diversa (la Storia, per esempio) oppure come una sorta di scaletta per aiutare a padroneggiare poesie e romanzi. Questi lavori di Lawrence rappresentarono il primo barlume di un rapporto più ambiguo tra critica e fiction, tra le necessarie restrizioni della disciplina accademica e la vita nomade della mente. (Lawrence si è spinto notoriamente oltre, rifiutando l’angusta vita della mente per «un credo nel sangue, nella carne, perché più saggi dell’intelletto»).

La combinazione di commento e scrittura creativa raggiunse la piena espressione – o, in lawrencese, «fu consumata» – in Classici americani che resta una delle imprese più selvagge di mappatura critica mai tentate – non solo dei maggiori rappresentanti di un canone nazionale ma dell’anima di un’intera nazione. Questi primi scritti su Amleto e su Hardy – relativamente precoci nella vita di scrittore di Lawrence e molto precoci nella mia vita di suo lettore – furono rivoluzionari. Quarant’anni dopo resta sempre sorprendente la vicinanza dei saggi di Classici americani con la mia vita adulta. A venticinque anni Philip Larkin era troppo giovane per sapere se fosse valida la sua prematura affermazione per cui «nessuno che sia davvero trasalito per Lawrence potrebbe mai abbandonarlo»; ma si è dimostrata esatta nel mio caso.

Poco prima di scrivere questo saggio ero ospite a casa di un amico a Joshua Tree. Nel tardo pomeriggio abbiamo fatto una passeggiata su una collina nelle vicinanze, sotto il sole cocente, fino a un camper abbandonato dal suo proprietario. Dentro c’erano escrementi di topi e di ratti ovunque, sul pavimento, sul letto e su tutta la cucina. I resti sparsi di ciò che un tempo era stata una vita domestica si mescolavano ai detriti della successiva dipendenza da droghe fino a trasformare i diversi spazi di quella casa in «un’orribile galleria sotterranea dell’animo umano». Immutati per milioni di anni, il paesaggio dorato circostante e il profondo blu del cielo erano incredibili. Su un tavolo da picnic fuori da quella discarica di camper, c’erano le pagine di un’edizione tascabile degli scritti di Edgar Allan Poe. Era impossibile sapere ‘quale orribile storia dell’animo umano nei suoi violenti spasmi’ avesse preso luogo lì ma, per me, il mistero stesso aveva preso forma nei pensieri di Lawrence su Poe. Due settimane prima, nel Colorado, avevo visto il film western Hostiles – Ostili, che riprende la sua epigrafe dal saggio di Lawrence su Fenimore Cooper: «Il vero animo americano è duro, isolato, stoico e omicida». Entrambe le esperienze – una volutamente, per mano del regista Scott Cooper, l’altra per caso – erano state plasmate da ciò che Lawrence aveva scritto.3

C’era un tempo in cui ciò non era affatto insolito. Nel 1945 Larkin con entusiasmo diceva a un amico che Lawrence era «il più grande scrittore del secolo, e per molti aspetti il più grande scrittore di tutti i tempi». Nato cinque anni dopo Larkin, il narratore di Il Mago (1965), scritto da John Fowles alza ancora l’asticella e lascia la scuola considerando Lawrence «il più grande essere umano del secolo». E non erano soltanto ragazzi. Visitando il ranch e il santuario di Lawrence a Taos, nel 1939, W. H. Auden notò come «auto di donne in pellegrinaggio arrivavano ogni giorno per starsene lì in ossequio e immaginare come sarebbe stato andare a letto con lui».

La risposta, secondo Kate Millett in La politica del sesso (1970), era probabilmente spiacevole e sicuramente deludente. La sua analisi devastante e arguta mise a nudo le sciocchezze stucchevoli e il «fasto liturgico» proprio di ciò che rese Lawrence famoso, ossia scrivere di sesso. Aggiungiamo la sua deplorevole – sebbene temporanea infatuazione per un culto protofascista del «leader con seguito» ed è facile capire perché la reputazione di Lawrence abbia avuto un declino più o meno stabile dagli anni Settanta. Per un periodo che è durato tanto quanto la sua breve vita, Lawrence è riuscito a restare pervicacemente fuori da qualsiasi fascinazione critica del momento – ma questo non significa che non abbia avuto i suoi devoti.  Da qui la frustrata passione di Tony Hoagland, nella sua poesia Lawrence, in cui ricorda come

In due occasioni negli ultimi dodici mesi

non sono riuscito, quando qualcuno a un party

ha parlato di lui con sdegnoso disprezzo,

a difendere D. H. Lawrence.

Qualsiasi tentativo di difendere quest’«uomo che bruciò una torcia ad acetilene / da una parte all’altra della sua vita» dovrebbe cominciare dall’ammettere non solo la bassa qualità di romanzi come La verga di Aronne o Il serpente piumato ma anche che alcune dell’opere canonizzate sono, nelle incomprese parole di George Orwell, «difficili da finire». Come romanziere, potremmo dire che Lawrence ha raggiunto l’apice precocemente, con Figli e amanti. Il suo ex-amico amico John Middleton Murry si spinse più lontano sostenendo in una recensione di Donne innamorate che Lawrence fosse uno di quei romanzieri che «sembrano aver superato il proprio apice ben prima di averlo raggiunto». Da lì in poi, come ha detto Raymond Williams con commozione, «ciò che ha perduto lungo la strada – ciò che penso lui sapesse aver perso e tentò di recuperare – potrebbe in effetti essere tanto importante quanto ciò che indubbiamente guadagnò». Un modo per ribilanciare i conti è quello di estendere l’area di interesse critico oltre i canali fittizi della «grande tradizione» di F. R. Leavis per includere forme di scrittura che sono considerate secondarie e minori. Se Lawrence oggi rimane un grande scrittore, ciò è dovuto in gran parte alla freschezza duratura e alla forza che si trova nei suoi libri di viaggio, nelle poesie che erano a malapena poesie, e nei suoi saggi sparsi. Per Lawrence il romanzo, «l’unico luminoso libro della vita», era la sfida suprema; ciò su cui aveva giocato la propria vita. Ma molti dei suoi doni spiccavano meglio altrove. Sotto questo aspetto, nella sua incapacità di confinare se stesso nell’arena a cui più teneva, appare come uno scrittore chiaramente contemporaneo: Lawrence visto come canone inesatto, per così dire.

Un curatore di una selezione di saggi di Lawrence, Richard Aldington, aveva deciso che «Saggi» fosse una «parola piuttosto povera per questi scritti così brillantemente vari».

In realtà, Aldington forse sottostima la questione, perché brillantezza e varietà spesso coesistono all’interno di un singolo saggio. (Dean Young, nel suo poema Shield of Moon Dust, restringe ancora di più il campo e rappresenta Lawrence come qualcuno capace di scrivere orribilmente e magnificamente nella stessa frase). Saggi sugli scrittori sono anche saggi sui luoghi; saggi sui luoghi sono anche pezzi di autobiografia e così via. Rebecca West, nella sua Elegy, composta dopo la morte di Lawrence, ricorda il loro incontro in Italia dove lui stava «battendo a macchina un articolo sulla condizione di Firenze». Più tardi lei si accorse che in realtà stava «scrivendo sulla condizione della propria anima in quel momento», usando la città come simbolo di comodo. Persuasiva e in parte vera, l’analisi di West rischia di sminuire l’inquietante capacità di Lawrence di rendere ciò che Mabel Dodge Sterne ha chiamato «l’atmosfera, il contatto e l’odore dei luoghi» – che è la ragione per cui lei lo invitò in New Mexico nel 1921. Durante il viaggio tortuoso che dalla Sicilia doveva condurlo lì e poi in Australia nel maggio successivo, lui sembrò intuire immediatamente un altro mondo, una sorta di tempo del sogno: «una ‘quarta dimensione’ e i bianchi vi nuotano come ombre sulla superficie». Sebbene menzioni solo di sfuggita la politica, la sua Lettera dalla Germania registra qualcosa – qualcosa «che non è ancora accaduto» – soffiare tra gli alberi della Foresta Nera nel 1924: «Dalla stessa aria arriva un senso di pericolo, uno strano sentimento che sussurra un inquietante pericolo». Sensazioni guizzano e accendono idee, esposte come fossero dati di qualche strumento calibrato su una frequenza di percezione così estrema da essere anormale o addirittura patologica. Il divario tra l’oggetto apparente della ricerca e la direzione presa dall’investigazione spesso è vasto, le conclusioni di solito drastiche. Ogni cosa ha la possibilità di diventare qualcos’altro. Le parti migliori di Art and Morality non riguardano l’arte o la morale ma – attraverso una incredibile divagazione intellettuale sulle vite degli antichi Egizi – descrivono come la moda ‘Kodak’ di fotografare se stessi in continuazione abbia fondamentalmente cambiato la percezione di noi stessi: una profetica diagnosi del malessere distintivo dell’era dell’iPhone. In una nota editoriale a Introduction to Pictures (da non confondere con Introduction to these paintings) lo studioso James T. Boulton giustamente puntualizza che il saggio «non prende in esame nemmeno una volta le immagini». Questa tendenza a deviare dalle intenzioni annunciate fu espressa nel modo migliore da Lawrence stesso il 5 settembre 1914. «Per pura rabbia ho iniziato il mio libro su Thomas Hardy. Tratterà di tutto tranne che di Thomas Hardy, temo, roba strana – niente male».

Pensato come parte di una serie chiamata Writers of the Day, il manoscritto, che si era molto allontanato da qualsiasi modello, non fu accettato per la pubblicazione. Lawrence, da parte sua, voleva distanziarsi ancora di più dall’obiettivo originale e cominciò a rimodellare qualcosa che era stato «perlopiù filosofeggiante, vagamente collegato ad Hardy» in favore di una più esplicita dichiarazione della sua «filosofia (perdonate la parola)». Il risultato, molto rivisto, fu La Corona ma anche alcuni dei «bozzetti» da cui ebbe origine Crepuscolo in Italia furono ridefiniti per veicolare questo carico filosofico maggiore. Versioni dello stesso tema sorgono in forme disparate e sovrapposte, alcune incomplete o inedite. Quelli che cominciano come «saggi» o «bozzetti isolati» si trasformano in capitoli all’interno di un libro.

Lawrence aveva indubbiamente una propria filosofia, che era sempre entusiasta di condividere con il mondo (per usare un eufemismo), anche se con questa non aveva alcuna dimestichezza.

Amo il modo in cui criticò Bertrand Russell per essere incapace di «accettare nella sua filosofia l’Infinito, lo Sconfinato, l’Eterno, come vero punto di partenza», ma nonostante i propositi di «impartire delle lezioni sull’Eternità» Lawrence dava sempre il meglio quando si occupava del finito e del particolare. Per quanto risultino poco stuzzicanti per i lettori contemporanei, le sue Reflections, mantengono il loro fascino per il modo in cui sono radicate non solo nella «morte di un porcospino», ma nell’agonia del cane con le spine di porcospino nel naso con cui comincia lo scritto. Lawrence si faceva spesso trasportare da discorsi riguardo a un metaforico «fiume di dissoluzione» ma notava, con sorprendente chiarezza di visione, tutta la flora e la fauna della riva letterale. Ritraendosi istintivamente davanti all’Ulisse di Joyce («Ma che sforzo! Che prova!»), Lawrence spesso dava il meglio quando andava a braccio, anche se ciò garantì a sua volta la bassa opinione di Joyce: «Quell’uomo scrive davvero, davvero male». A questo proposito, nonostante abbia riscritto più volte i romanzi più famosi, l’uomo che snobbò Joyce per essere «completamente privo di spontaneità», è come un proto-Kerouac. Poteva predicare senza sosta sull’uomo, la donna e la necessità per loro di essere, come insiste Birkin in Donne innamorate, «due stelle ben distinte, eguali e in perfetto equilibrio, in congiunzione…» (Bur 2009, trad. Adriana Dell’Orto), ma la cosa migliore che abbia scritto su una moglie o una compagna di vita si trova in un verso trascurato nella poesia For a Moment nella quale, mentre si siede e aspetta sulla terrazza di un hotel, lui vede «la donna che cerca me nel mondo». Nessuno ha mai espresso con più chiarezza di quella donna, Frieda 4, ciò che continua ad attrarre i lettori che sarebbero altrimenti stanchi dei lombi delle tenebre di Lawrence, delle fiamme dure come gemme, eccetera: «Per me il suo rapporto, il suo legame con ogni parte della creazione era incredibile, non c’era idea preconcetta, soltanto un incontro tra lui e la creatura, un albero, una nuvola, qualsiasi cosa. Io lo chiamavo amore, ma era qualcosa di diverso – Bejahung in tedesco, il dire sì». 

In effetti, ci sono momenti come questo in tutto ciò che ha scritto, a prescindere dal genere: dalla descrizione dei cipressi in Crepuscolo («Come abbiamo candele per illuminare l’oscurità della notte, così i cipressi sono candele che tengono l’oscurità accesa nel pieno splendore del sole») al canguro con le sue «cadenti spalle vittoriane» nell’eponimo poema, fino a numerose scene e passaggi in ogni suo romanzo. Non puoi mai sapere, con Lawrence, quando o come si manifesterà il prossimo lampo di genio. L’ossessione di calpestare i soliti imperativi dell’autocontrollo editoriale è un piccolo prezzo da pagare per il flusso senza ostacoli di improvvisazioni che otteniamo quando racconta di un sabato pomeriggio passato a Malta in compagnia di Maurice Magnus, in cui esplora «questa isola terribile», «questa sconcertante isola bruciata, essiccata dal sole», «questa isola orribile e smunta», «questa isola bestiale». In passaggi come questo la scrittura di Lawrence galleggia libera dal periodo di composizione, dalle prerogative dell’epoca condivise con angoscia, in una maniera che raramente si trova nei modernisti a lui contemporanei.

L’inizio di Whistling of birds sembra un passaggio da The Peregrine di J. A. Baker: «Il gelo rimase per molte settimane, al punto che gli uccelli cominciavano a morire rapidamente. Ovunque nei campi e sotto le siepi stavano i resti raggrinziti di pavoncelli, storni, passeri, tordi, sperduti mantelli di insanguinati uccelli raggrinziti…» Piuttosto che enumerare potenziali paragoni attraverso il tempo, può bastare questo solo esempio. L’inchiostro sulla prima pagina di Taos pare abbia a malapena avuto il tempo di asciugarsi nei 95 anni da quando Lawrence l’ha scritta.

Molti dei saggi successivi furono realizzati per denaro, quando Lawrence era a corto di energia e voglia di concentrarsi su un duraturo lavoro creativo. «Io penso sia forse uno spreco scrivere ancora romanzi», scrisse a Nancy Pearn dell’ufficio del suo agente letterario Curtis Brown. «Potrei probabilmente vivere di piccoli lavori, per esempio sulle riviste.» La paziente Ms Pearn si dimostrò altrettanto capace nel trovare destinazioni adatte per questi pezzi e di assicurare offerte per scrivere ulteriori «piccoli articoli per i giornali» che lui considerava «il modo di gran lunga migliore per fare soldi».

A dispetto di come abbiano avuto origine queste cose, o delle ragioni di Lawrence nel comporle, l’atto di scrivere invariabilmente restituisce qualcosa – e questa è la parola che usa Hoagland per concludere la sua tardiva difesa – di magnifico. Da nessuna parte ciò è più evidente che nell’introduzione che ha offerto a Memorie della Legione Stranieradi Magnus. Incentrata per lo più sul denaro, fu scritta per estinguere i debiti di Magnus e riguadagnare dei soldi che Lawrence stesso aveva perso, ma la grande estensione del pezzo in effetti ripulisce – o cancella – la ragione di partenza. Più in generale, quando Lawrence buttava giù questi ‘piccoli lavori’ stava in qualche modo giocando a suo vantaggio, alleggerendosi, perché si esprimeva liberamente, anche senza il peso psichico dell’ambizione che aggrava invece L’arcobaleno o Donne innamorate.

In una lettera che riguardava la collocazione di manoscritti dispersi la sua amica Dorothy Brett ha notato intelligentemente che «quando un uomo trascurato come Lawrence diventa accurato – e non dimostra alcuna traccia della sua trascuratezza – è propenso a perdere le staffe». La serena attitudine che lo animava nella scrittura dei saggi aveva dei vantaggi inaspettati. Lungo tutta la sua carriera Lawrence ha gettato bottiglie con dentro messaggi che disdegnavano con forza ciò di cui professava non curarsi in un determinato momento. In uno degli ultimi pezzi che ha scritto, un’introduzione su The Dragon of the Apocalypse di Frederick Carter – un altro esempio di un pezzo che è cresciuto oltre il suo obiettivo iniziale, visto che Lawrence finì per scrivere la sua propria Apocalisse – egli ha esposto alcune delle ragioni e dei modi in cui continuiamo a occuparci di lui. «Non m’importa cosa un uomo tenta di dimostrare, fintanto che riesce ad interessarmi e trasportarmi. Non m’interessa per niente se lui [Carter] raggiunge il suo scopo o meno, fintantoché è riuscito comunque a offrirmi una vera esperienza immaginativa, e non un altro cumulo di idee gonfiate.» E quindi va ad anticipare le nostre potenziali obiezioni: «Che importa se è confuso? Che importa se è ripetitivo? Che importa se in alcune parti non è molto interessante, quando in altre lo è così intensamente, quando d’improvviso apre le porte e lascia entrare lo spirito dentro un mondo nuovo, anche se è un mondo davvero vecchio!».

Pagina dopo pagina i saggi di Lawrence lo rivelano come uno scrittore in eterno rinnovamento: il nostro perpetuo contemporaneo.

© 2019, Geoff Dyer

La traduzione è a cura di Marco Marino

ARTICOLO n. 35 / 2021

Per un mondo parallelo pieno di speranza

INTERVISTA DI MARCO MARINO

M.M. Sara, nel tuo nuovo podcast, Prima, hai voluto ricostruire la storia di Maria Silvia Spolato, la prima donna che ha fatto coming out pubblico in Italia. È molto bella la descrizione che ne fai nella sigla: «è la storia di come stavano le cose prima e di come, grazie al coraggio di Maria Silvia e di persone che come lei hanno lottato, sono diventate più semplici. Anche per me». Quando senti per la prima volta quell’«anche per me» ti spiazza, perché ti dà subito modo di capire che chi sta raccontando la storia non è una semplice narratrice.

S.P. L’aderenza con la storia che si racconta è molto importante. Soprattutto se utilizzi uno strumento come il podcast. È possibile raccontare storie lontane da te, ma il racconto per voce, per sua stessa natura, deve possedere un’autenticità che solo con pochissimi altri mezzi riesci a replicare. C’è la voce in primo piano, che instaura una relazione molto intima fra te che parli e chi ti ascolta. Che in quel momento spesso vive un’esperienza solitaria. I podcast di solito si sentono da soli, in cuffia. Desideravo mettere in chiaro da subito, in un punto importante come la sigla, che ricorre in ogni episodio, quell’«anche per me», perché si capisse che c’era un motivo profondo e personale per cui stavo raccontando quella storia. Non ero una semplice osservatrice, ma una persona che ha potuto avere un certo tipo di vita anche grazie a quella storia che stavo raccontando. A tutto ciò che era avvenuto prima. Non so quanta consapevolezza ci sia stata nel farlo, ma c’è stata sicuramente una necessità nella scrittura. Sottolineare quell’aderenza.

M.M. Si intrecciano, nel podcast, la storia di Maria Silvia Spolato e la tua. Ne esce fuori un racconto di due vite parallele che vivono e affrontano, a distanza di molti anni, comuni esperienze – la paura di essere sbagliate; le letture e la coscienza di non essere sole; il coming out e il coraggio di dirsi. Potresti raccontarci la prossimità e la distanza fra la tua storia e quella di Maria Silvia?

S.P. Me ne sono resa conto mentre ci lavoravo, di questo forte intreccio che si è venuto a creare, quando ero quasi arrivata alla fine. Sai, la mia è una generazione di mezzo, e per questo penso di aver avuto un punto di osservazione privilegiato. Ci sono degli elementi di enorme distanza, storica e sociale, rispetto a quella che poteva essere stata l’esperienza di Maria Silvia Spolato, nata nel ’35, e delle altre donne che racconto nella serie. Però, allo stesso tempo, la mia esperienza, confrontata con quella di un ventenne di oggi che si scopre gay, o non-binary, o trans, è altrettanto diversa. Probabilmente quello che legava la me ventenne alla Maria Silvia Spolato ventenne era la totale assenza di rappresentazione. Anzi, se pensiamo alla generazione di Maria Silvia, l’unica rappresentazione che veniva data dell’omosessualità era qualcosa di terribile, lo racconta bene Stefano Bolognini, il giornalista che intervisto nella seconda puntata: l’omosessualità era legata esclusivamente ai fatti di cronaca; gli omosessuali venivano descritti come malati, persone da curare. E al di fuori di questa narrazione aberrante, per le donne omosessuali dell’epoca non c’era alcun tipo di rappresentazione; e io che ho avuto vent’anni negli Ottanta posso dire che nemmeno noi disponevamo di alcun tipo di rappresentazione. Infatti, mi ha reso molto felice, ma non mi ha sorpreso, che io e la poetessa Edda Billi, che ha novant’anni e intervisto nella prima puntata, avessimo in comune lo stesso libro letto da ragazzine che ci ha fatto pensare «ah, allora non sono l’unica donna omosessuale sul pianeta terra!». Era Il pozzo della solitudine di Radclyffe Hall. Forse chi adesso ha vent’anni questo problema non ce l’ha, fortunatamente basta guardare una serie su Netflix. Adesso i problemi sono altri.

M.M. C’è un’altra trama sotterranea di Prima che mi piace pensare ti leghi a Maria Silvia. Mi riferisco al tuo podcast precedente, Carla, in cui presti la voce alle pagine del diario di tua nonna, una ragazza del Novecento recita il sottotitolo. Anche Maria Silvia era una ragazza del Novecento, ed entrambe hanno vissuto il secondo dopoguerra cercando di affermare – certo, in modi diversi – la propria indipendenza. Trovo nella sigla di Carla un altro passaggio incredibilmente significativo, nelle tue parole nonna Carla «non ha mai smesso di guardare al futuro piena di un’incrollabile speranza». Secondo te, pure Maria Silvia era animata da quell’incrollabile speranza?

S.P. Per Maria Silvia non ci avevo mai pensato. Però, certo, lei era figlia dello spirito del tempo degli anni Settanta. Parlando e conoscendo le sue compagnie di lotta, tutte mi raccontano di un sentiero che abbracciavi, e percorrerlo da donna significava avere un coraggio straordinario, era come se entrassi in un universo parallelo in cui tutto era pieno di speranza: perché le cose succedevano, le cose cambiavano, lo spirito di comunità era fortissimo. È questo lo sguardo che mi hanno restituito le compagne di Maria Silvia. Che a quel tempo sarà stato sicuramente anche il suo.

M.M. Un’altra domanda che desidero farti: per rintracciare quell’incrollabile speranza, in un tempo come il nostro che sembra non possederne, di speranze, è necessario guardare al passato?

S.P. Personalmente sì, per me, guardare dietro a quei momenti storici, mi aiuta a trovare la speranza nel presente, nel futuro, nella possibilità che le cose cambino: se il nostro passato è stato popolato da personalità eccezionali come Maria Silvia, non c’è dubbio che avremo figure come lei anche oggi e domani. Credo che questo continuo sguardo all’indietro abbia anche una funzione salvifica sul presente. Non è tanto uno sguardo nostalgico ma qualcosa che ricarica l’ottimismo. Parlo per me, attenzione, non so se è così per tutti. Io penso di essere una persona tendenzialmente ottimista, e queste storie mi aiutano, mi hanno aiutato.

M.M. Adesso che hai terminato il podcast chi è per te Maria Silvia Spolato? Come continua a seguirti?

S.P. Sono partita da una figura bidimensionale, una fotografia che avevo visto on-line, che la ritraeva mentre teneva stretto un cartellone, e da una pagina Wikipedia piena zeppa di notizie sbagliate. Ma proseguendo le ricerche, Maria Silvia mi si è mostrata come persona estremamente complessa. Ineffabile, in qualche modo. Infatti, sono rimaste insolute tantissime domande che hanno a che vedere proprio con quella sua complessità. Quello che riesco a dirti è che, ricomponendo pazientemente i tasselli della sua storia, mi sono accorta che Maria Silvia non era solo una foto o una pagina Wikipedia. E non era nemmeno soltanto un simbolo, la prima donna scesa in piazza a dichiarare la propria omosessualità. Era molto, molto di più.

M.M. Abbiamo discusso dell’istanze di cambiamento che hanno mosso Maria Silvia e le sue compagne di lotta a scendere in piazza negli anni Settanta. Una militanza necessaria, che ha costruito la società più aperta in cui viviamo oggi. Però, troppo spesso, quando si tratta di proposte necessarie come il ddl Zan, il nostro Paese sembra essere un muro di gomma: una società aperta, sì, ma solo moderatamente. Perché?

S.P. Perché purtroppo l’Italia è un Paese ancora estremamente provinciale, e deve fare tantissimi passi avanti. Probabilmente, se torno alla mia esperienza, quello che mi porto dietro come retaggio della mia generazione è un senso di relativismo. Di accettazione, forse troppo estrema, di cose che dovrebbero essere diverse. Io dico che mi sono sposata, ma in realtà io mi sono potuta unire civilmente, con tutta una serie di differenze rispetto al matrimonio. Però dico: «ah, cavoli, almeno l’ho potuto fare!». Oppure: «Mai avrei pensato di poterlo fare». Invece, se poi mi fermo a pensare davvero, capisco che no, io dovevo avere il diritto di farlo prima e in altri termini. Eppure, c’è una parte di me che si accontenta dei microcambiamenti che ci sono stati o che ci saranno. Sul fatto che l’Italia sia così restia a certe cose di buon senso, lo imputo al fatto che siamo un Paese che subisce fortemente un’influenza cattolica. E spero davvero che le cose cambino.

ARTICOLO n. 34 / 2021

Esiste un modo italiano di raccontare le storie?

«Questo discorso è proprio da norvegesi!» esclamò il mio compagno, quasi infastidito, una sera che guardavamo una puntata di una serie norvegese su Netflix.

L’episodio che ha provocato la reazione di Luigi era una discussione di coppia fra due protagonisti: lei lasciava lui con la spiegazione, ovvero, con le parole «non ce la faccio più». Lui, l’uomo, che stava per essere lasciato da moglie e figlia, né protestava né si difendeva. Lei se ne è andata e la scena è finita lì.

Io, da norvegese, non reagii particolarmente alla brevissima e poco emotiva conversazione che al mio compagno sembrava quasi surreale e, anche se provocato da una serie tv piuttosto banale, l’accaduto mi fece riflettere sulle differenze culturali nel nostro modo di raccontare storie – in un mondo non solo globalizzato da tempo, ma ormai unito anche da Netflix.

Ci sono differenze culturali identificabili e riconoscibili che ci permettono di distinguere fra uno stile italiano e uno stile norvegese o nordico, o uno stile giapponese e così via? È visibile anche nella letteratura contemporanea?

Un salto al jazz

Un amico mio, Luca Vitali, un grande conoscitore di jazz norvegese, una volta che lo intervistai, mi spiegò che un musicista norvegese, prima di iniziare a suonare, ascolta. Solo dopo aver ascoltato, cerca di prendere il suo posto in quella musica e farne parte.

«Il jazz norvegese è musica con più spazio» diceva Vitali, poi mi avvertì: «Un compositore norvegese non si mette seduto accanto al fiordo e compone. Lo spazio riflette un modo di essere che esiste in lui già prima di diventare compositore, che è indipendente dal fatto che compone musica».

Secondo Luca Vitali, le caratteristiche della musica norvegese derivano in parte dal fatto che un norvegese d’istinto cerca silenzio e solitudine, mentre un italiano per esempio cerca la compagnia e il caos.

Vitali illustrava tutto questo paragonando il modo di parlare dei norvegesi con quello degli italiani. «Se ti siedi a un tavolo pieno di italiani», diceva, «il tuo posto nella conversazione lo devi quasi conquistare, interrompendo, parlando più alto, più convincente, più interessante», sottolineava Vitali.

Infatti, tante volte io mi sono trovata in difficoltà in questi discussioni vivaci, silenziata dalle chiacchiere degli altri che non mi lasciavano nessuno spazio, tanto che più di una volta sono passata per una persona di poche parole, mentre in realtà era solo che non capivo come fare.

Non capivo perché non ero abituata. In un gruppo di norvegesi invece, come ricordava anche Vitali, uno aspetta il suo turno, si interrompe poco o niente, si ascolta e poi si prende la parola. Se ci sono attimi di silenzio, non fa niente.

Ma queste differenze musicali sono riconoscibili anche nella letteratura?

Lo stile nordico

Un po’ di tempo fa ho intervistato Cristina Gerosa, direttrice editoriale della casa editrice Iperborea, che pubblica esclusivamente letteratura nordica. Ho chiesto a Gerosa quali sono le caratteristiche della cosiddetta letteratura nordica, rispetto a quella europea continentale.

«L’uso dell’ironia, una certa tendenza avanguardista nella scelta di argomenti da trattare, e il ruolo della natura», fu, in poche parole, la risposta (quella di Gerosa era molto più elaborata). Seguendo lo stesso ragionamento, è possibile identificare tratti comuni anche della letteratura italiana?

Quella italiana potrebbe allora essere una letteratura vivace, piena di parole, quasi vistosa, lirica, concentrata più che altro sugli incontri umani, sullo stare insieme, un riflesso, insomma, del modo d’essere degli italiani. È così?

La mia risposta, francamente, è no.

È da qualche anno che recensisco libri per Internazionale, il settimanale. Tutti i libri che recensisco sono di autori italiani, quasi tutti sono romanzi.

Sebbene la scelta di argomenti (la sceneggiatura?) dipenda spesso dalla terra che ha nutrito lo scrittore, non credo ci siano degli elementi comuni abbastanza dominanti per poter identificare uno «stile narrativo italiano».

Ascetismo narrativo

Prendiamo Lorenzo Alunni, un giovane scrittore italiano, che si muove in un territorio decisamente (e più esplicitamente) italiano nel suo Nel nome del diavolo. Il viaggio da Lampedusa in su attraversa un’Italia mitica, misteriosa, occulta, quasi una sfida culturale e popolare all’Italia ufficiale.

Come letteratura, però, il romanzo di Alunni riporta molto più alle tradizioni sudamericane, al famosissimo realismo magico degli scrittori del nuovo continente, da Marquez ad Allende, piuttosto che a uno stile letterario italiano vero e proprio.

Un libro, non uno stile, italiano

Tutto diverso, invece, per Niccolò Ammaniti. La sua fantasia immisurabile sì che ha qualcosa di infinitamente italiano. A chi verrebbe in mente di inventarsi una banda di sardi vestiti di arancione che vanno in giro in India, o figli giganti di atleti russi scappati dagli Olimpiadi del ’60 che vivono sotto Villa Ada, se non a un italiano, come lui ha fatto in Branchie o in Che la festa cominici?

Uno si potrebbe immaginare un gruppo di scrittori italiani che, ispirati da Ammaniti, spingono le loro rispettive fantasie, già ben sviluppati semplicemente perché sono cresciuti qui, a nuovi limiti come esercizio di gruppo, una sorta di una nuova avanguardia letteraria.

Se esistesse un gruppo così in grado di produrre libri al livello di quelli di Ammaniti, ne sarei, e sicuramente non solo io, incantata. Purtroppo, almeno che io sappia, non ci sono, e lo stile di Ammaniti rimane un marchio suo personale.

In Norvegia si fa pure il noise

«Musicisti norvegesi fanno anche musica noise (musica rock ispirata dal rumorismo dei futuristi, ndr)», diceva Luca Vitali, mentre parlava del jazz norvegese, come per sottolineare che il legame fra uomo e natura non si traduce sempre in musica contemplativa e spaziosa, e che anche se i norvegesi tendono al silenzio, non è un valore assoluto nel paesaggio musicale norvegese.

Ho pensato molto alle sue parole mentre leggevo Ultimo parallelo di Filippo Tuena.

C’è poco del solito caos romano nel capolavoro del romano Tuena. La storia della fatale spedizione dell’inglese Scott nell’Antartide, in cui Scott e i suoi uomini non solo persero la gara per arrivare primi al polo, sconfitti da una spedizione norvegese, ma persero anche la vita.

Tuena racconta la loro storia, ma il vero protagonista del libro non sono gli esploratori, è la vasta, durissima imperdonabile natura dell’Antartide:  

«[e] se questo labirinto di ghiaccio fosse la meta ti dici mentre la mia immagine riflessa come in uno specchio appare dietro la crosta lucida e azzurra e se questa fosse la via, il sentiero che conduce al regno di sotto».

E di seguito:

«mangiasse fiori di loto che fanno dimenticare la nostalgia di casa e la via del ritorno tutto sarebbe più facile ma perché rendere le cose più facili che senso ha renderle più facili quando sono impossibili».

Branding

Il libro di Tuena, infatti, rientra quasi perfettamente nello stile nordico proposto da Iperborea e altri, il che fa inevitabilmente riflettere.

Anche se ho tantissimo rispetto per Iperborea come casa editrice, credo nello stesso tempo che nutra un’immagine del nord più che altro costruita. 

Lo stile nordico, in realtà, è diventato un marchio che gli stessi nordici cercano di rafforzare tramite migliaia di iniziative culturali, letterarie e non, promosse dalle varie ambasciate in tutto il mondo. È poco altro che un marchio, e i loro tentativi di rafforzare questo stile costruito sono poco altro che una semplice strategia di marketing. 

Pertanto non ci sono, nella scelta degli autori di Iperborea e di altri editori come loro, tantissimi scrittori nordici che, anche se molto seguiti nel paese d’origine, non seguono questo stile lucidato del brand nordico.

Ma sembra una limitazione, non un punto di forza.

Una patria letteraria

C’è un altro scrittore che, pure lui, spesso sembra avere più in comune con un silenzioso e pensieroso nordico che con un vivace italiano. Penso a Claudio Magris, che ha uno stile quasi meditativo, sia quando racconta una favola basata sulla vita di un gabbiano, sia quando insegue le storie vere dei mitteleuropei immigrati in Argentina.

Più che nordico, però, lo stile di Magris mi sembra figlio del mondo universitario-letterario dello scrittore. Magris utilizza una saggezza e una cultura che piazza pienamente in una tradizione non tanto italiana, che intellettuale e globale.

«la patria di un uomo – il luogo in cui ci si sente a casa nella vita e i cui colori, paesaggi, venti sono la familiare musica dell’esistenza – è la terra in cui vivono i suoi figli o quella in cui sono sepolti i suoi genitori?» chiede Magris in Croce del Sud.

La sua domanda mi sembra valida anche nella letteratura: sono le nostre origini o le nostre storie di vita che condizionano la nostra scrittura?

Un discorso continuo

Forse può rispondere Nicola Lagioia.

La città dei vivi è un pugno nello stomaco, racconta fatti reali così crudeli e surreali che uno stenta a crederci. Nel farlo, però, Lagioia riesce a raccontare una città, Roma, com’è oggi e come probabilmente è sempre stata – il motivo per cui è realmente la città eterna. Roma non può morire perché c’è troppa vita incontrollabile, non regolare, per il bene ma anche per il molto male.

Il libro di Lagioia l’ho letto più come un inno a Roma che come il racconto di un accaduto terribile.

Lagioia non è romano, è pugliese, ma ogni tanto ci vuole qualcuno di esterno per tirare fuori certe verità di un luogo. Qualcuno che abbia abbastanza conoscenza di un posto per poterlo decifrare, ma con sufficiente distanza da poter vedere le cose come sono realmente.

Allora la nostra casa letteraria si costruisce con un continuo movimento mentale fra le nostre origini e le nostre destinazioni, reali e/o immaginarie.

La costruzione di un mito

In una riflessione pubblicata su Financial Times, il giornalista Janan Ganesh parla dello «myth-making», la costruzione dei miti, che accompagna le nostre nazioni. «Senza questi miti», scrive, «semplicemente non credo che la nazione esiste». 

Ganesh non parlava della letteratura, parlava del nazionalismo in generale, ma sono due cose parallele. Uno stile letterario nazionale necessiterebbe di un concertato «myth-making» letterario, come è accaduto con lo stile nordico.  

Detto in un altro modo: uno stile letterario italiano potrebbe sicuramente esistere però bisognerebbe crearlo. Ma vale veramente la pena, considerando tutti quei libri e quegli autori che non sono conformi a quello stile e che, di conseguenza, rimarrebbero esclusi?  

ARTICOLO n. 33 / 2021

Io me ne frego dell’empatia

RITRATTO DI RICHARD YATES

Rientro in quella categoria di maniaci che quando gli piace uno scrittore ne divorano l’opera completa. Di Richard Yates ho letto tutto l’esistente, fosse stato possibile avrei sbirciato volentieri anche la sua lista della spesa, certa di trovarvi annotazioni interessanti (anche se in parte posso immaginarmela, la spesa di Yates, composta prevalentemente di spirits, alcolici…). Dovendo formulare le ragioni del mio indiscusso amore per lo scrittore americano, comincerei proprio dal termine spirito, inteso come essenza, anima, se vogliamo. Quella caratteristica che ci fa riconoscere all’istante lo stile di un autore.

Lo spirito di Yates, inconfondibile, pervade una per una le migliaia di pagine che ha scritto, tanto che non ci sarebbe bisogno di una copertina a rivelarne l’identità. Per farsene un’idea, basta pescare a caso uno dei formidabili dialoghi in cui sono incessantemente impegnati i suoi personaggi (tanto che non si capisce come mai non sia diventato un grande sceneggiatore, ma questo è uno dei tanti quesiti che lo riguardano). Gli si potrebbe rimproverare di aver raccontato, in fondo, sempre la stessa storia. La struttura dei suoi romanzi si ripropone quasi identica, i personaggi sono quasi intercambiabili, idem gli ambienti e i luoghi, eppure è in questa ripetitività che si nasconde la sua forza: nulla si esaurisce davvero e la stessa vicenda può essere raccontata e sviscerata all’infinito. È artista colui che ripete senza replicare, e così facendo approfondisce: un metodo che si ritrova di frequente, ad esempio, nella pittura.

I protagonisti di Yates (ma anche gli antagonisti, o le semplici comparse) sono tutti condannati dallo stesso inesorabile destino: si illudono di non essere quello che sono e ciecamente vanno incontro alla sconfitta. Perdenti che si affannano per andare avanti restando in realtà fermi, e verso i quali lo stesso autore non prova nessuna compassione. Una lotta per la sopravvivenza che non possiede la nobiltà del soldato in trincea, del povero diseredato o del naufrago. Sono uomini qualunque: pavidi, bugiardi, invidiosi. Pessimi genitori, coniugi fedifraghi, compagni di scuola bastardi. Gente con cui non vorremmo mai avere a che fare. Eppure… eppure non possiamo fare a meno di amarli. Eccolo qui il prodigio ordito da Yates, la ragnatela sottile nella quale ci imprigiona. Gli strumenti di tale incantamento vanno senza dubbio attribuiti alla perizia della sua prosa che pare semplice ma non lo è affatto (è nota la precisione parossistica con la quale selezionava gli aggettivi o controllava la punteggiatura, per non parlare delle infinite riletture dei suoi testi che avrebbero reso superflui gli eventuali interventi degli editor), ma il segreto, se abbiamo voglia di conoscerlo, ce lo rivela l’uomo Richard Yates. Il suo è infatti uno dei rari casi in cui l’opera non può essere separata dalla vita del suo autore, poiché essa ne sta all’origine, è la fonte primaria di ogni racconto. La vita, la durissima vita di Richard Yates era nient’altro che una scusa per scrivere, e l’unico senso che lui le attribuiva era l’ispirazione che poteva fornire ai suoi libri.

Naturalmente si possono leggere le opere di Richard Yates ignorando i dettagli della sua biografia, la loro bellezza risulterebbe comunque lampante, ma sapere che dietro ogni personaggio, dentro ogni appartamento, lungo i viali delle periferie suburbane o davanti agli innumerevoli banconi dei bar si nasconda lo stesso Yates, rende il racconto vivido e oltremodo straziante. Inoltrandomi nella monumentale biografia scritta da Blake Bailey (quasi 700 pagine, ma l’ho detto che sono maniacale…) è scattato lo stesso straniante meccanismo già provato nei confronti di Frank e April Wheeler di Revolutionary Road, o delle sorelle Emily e Sarah Grimes di Easter Parade, o di John Wilder in Disturbo della quiete pubblica, solo per citarne alcuni, e cioè quell’inspiegabile trasporto sentimentale nei confronti di esseri umani respingenti, che non fanno nulla per sedurti, e che nonostante questo, come ho già detto, non puoi impedirti di amare.

Richard Yates era un ubriacone, pazzo, misogino, sprezzante, eternamente in guerra con il mondo, e tuttavia chi ha avuto a che fare con lui lo ha molto amato. Forse perché, malgrado tutti gli sforzi per tentare di offuscarla, scintillava una natura gentile e vulnerabile, messa a dura prova da un irriducibile impulso autolesionista del quale probabilmente non si sarebbe mai liberato, neanche se le cose fossero andate diversamente. Certo è che quell’esordio folgorante, amaramente definito da Yates «la mia maledizione», ha pregiudicato il suo cammino di scrittore di successo. Nel 1962, un anno dopo la pubblicazione di Revolutionary Road, accolto da critiche entusiastiche (che tuttavia non servirono a fargli vincere l’ambito National Book Award né tantomeno a scalare le classifiche di vendita), Yates dà alle stampe la sua seconda prova, la raccolta di racconti Undici solitudini: ma le reazioni, seppur benevole, risultano tiepide. È chiaro sin dall’inizio che da lui ci si aspetta un romanzo altrettanto potente, i racconti vengono considerati interlocutori. È la prima di una lunga serie di delusioni, ciascuna delle quali verrà annaffiata con spaventosi quantitativi di alcool che comprometteranno il suo già instabile equilibrio psichico. Il primo episodio pubblico di escandescenza è a suo modo spettacolare (e naturalmente sarà raccontato per filo e per segno nel penultimo romanzo, Il vento selvaggio che passa). Durante un prestigioso convegno di scrittori (la Bread Loaf Writers Conference), Yates, invitato a seguito del successo di Revolutionary Road, si ubriaca fino a perdere il controllo: seminudo, sale sul tetto dell’antico edificio e si mette a gridare a squarciagola «Sono il Messia!». Gli increduli colleghi lo vedranno uscire di scena a bordo di un’ambulanza con la camicia di forza al posto del blazer. 

Il bisogno commovente di far parte di una comunità che lo esclude si riflette nel destino dei suoi personaggi sui quali incombe la minaccia del fallimento, e che Yates descrive con l’apparente distacco della terza persona dietro cui si nasconde, sempre, un riferimento intimo: Yates non ha bisogno di dire io per parlare di sé. «Gli esseri umani sono irreparabilmente soli, e lì c’è la loro tragedia». Nella bellissima prefazione a Cold spring harbor, Luca Rastello sottolinea il senso di moralità di Richard Yates, a torto considerato un cinico. La rabbia e il disincanto (Yates ricorda e racconta con rabbia) si rivolgono a un mondo che non corrisponde al suo modello etico.

E se osserva ciò che lo circonda con sarcasmo è per sottolineare l’insensatezza della vita: «Adesso, però, che se ne stava lì sdraiato senza dormire ad aspettare che la giornata trascorresse, si sentiva incapace di mettere insieme anche un solo pensiero coerente che non fosse l’idea sconsolante e tenace che niente aveva senso. Non si poteva ricavare un senso dalle forze e dagli avvenimenti che aveva sotto gli occhi». È la conclusione a cui arriva il tredicenne Phil Drake, ennesimo alter ego di Richard Yates nell’amaro Cold spring harbor, suo ultimo romanzo.

Ci si chiede come mai uno scrittore di un simile talento, da alcuni considerato un maestro (Carver e Cheever devono molto a Yates), non sia mai stato davvero riconosciuto nonostante la stima di molti suoi colleghi e il plauso di alcuni importanti critici. Le vendite dei suoi libri non hanno mai superato le diecimila copie e molti hanno subito l’oltraggio del fuori catalogo. Al di là dell’imperscrutabile legge del successo si può ipotizzare che la pervicacia con la quale Yates ha sistematicamente infranto il sogno americano gli sia stata fatale. Non ha mai strizzato l’occhio al lettore, né fatto sconti («Io me ne frego dell’empatia»).

L’happy ending nelle sue storie non esiste, le illusioni sono un inganno e persino i luoghi non mantengono le promesse: la scuola privata, i quartieri residenziali, le villette a schiera, non sono altro che facciate. Ogni tentativo di uscire dal seminato, ogni azzardo verrà inevitabilmente punito. Non c’è scampo, sembra dirci Yates (senza per questo risparmiarci grasse risate, ci sono pagine esilaranti nei suoi romanzi), e ce lo dice col disincanto di chi la sa lunga e può permettersi di scherzarci sopra. Un’altra ragione va cercata nella personalità complicata e contraddittoria dello scrittore, al tempo stesso affabile e detestabile, disciplinato e autodistruttivo, generoso ed egoista, liberale e bigotto. «Non stava mai bene nemmeno quando stava bene» ricorda la figlia Monica.

Incapace di adattarsi al mondo, Yates ha messo a dura prova la pazienza di chiunque, anche e soprattutto quella degli affetti più cari. Due divorzi, tre figlie lontane e dunque amatissime, amici fedeli che hanno fatto di tutto per aiutarlo fino al punto di arrendersi di fronte a un’inesorabile deriva autodistruttiva: cinque pacchetti di sigarette al giorno inflitti a polmoni provati dalla tubercolosi contratta in guerra (il fantasma della guerra aleggia su ogni vicenda raccontata da Yates, è nascosto nel passato di qualcuno o nel futuro imminente di qualcun altro), litri di whisky ingollati dalla mattina alla sera (tutti i suoi personaggi hanno sempre un bicchiere tintinnante nelle mani), innumerevoli ricoveri in ospedali psichiatrici (altro tema ricorrente, prima o poi uno dei suoi personaggi finisce in manicomio), e costante bisogno di soldi (che il suo editore, sant’uomo, anticipava sapendo che non li avrebbe mai rivisti).

Mi sono chiesta tante volte come diavolo sia stato capace, in quelle condizioni pietose e perseveranti, di scrivere in maniera così lucida e precisa (sono sette i romanzi prodotti e due raccolte di short stories). Per un periodo ha lavorato come ghost writer dei discorsi di Robert Kennedy il quale, pur conoscendo le abitudini poco ortodosse dello scrittore ha comunque confermato il suo incarico, a dimostrazione che l’abilità riusciva a emergere in ogni caso. Fino all’ultimo, Yates ha scritto. Si può dire che non abbia fatto altro nella vita insieme a bere e fumare. Tre diverse forme di addiction, due gli hanno distrutto il fisico, la terza lo ha fatto impazzire di rabbia e risentimento. Posso immaginare il suo sconforto il giorno che si trovò, solo, di fronte a una sala completamente vuota per un reading di Bugiardi e innamorati. O quando la critica stroncò ferocemente il bellissimo Il vento selvaggio che passa (l’amico Kurt Vonnegut, gli scrisse: «Immagino la tua tensione per l’uscita del libro, e credo sia per te più dura che per chiunque altro, perché tu sei tu e per te le cose sono più difficili»). O ancora, quando per la quindicesima volta gli venne rifiutato un racconto sul New Yorker. La faccenda del New Yorker, capitolo tristissimo, rappresenta un esempio di perfidia editoriale da manuale, soprattutto se si considera che quando, finalmente, la rivista si decise a pubblicare un suo racconto, Yates era morto da nove anni.

Gli anni ottanta sono il decennio più triste, gli anni dell’oblio. Solo, sempre ubriaco, Yates non può più permettersi di insegnare e non ha più un soldo. Il suo editore non ha intenzione di elargire altri anticipi e dubita che lo scrittore possa onorare il contratto che lo vede impegnato per un altro libro (cosa che invece farà, il caro, onesto Richard).

Trascorre gli ultimi anni della sua vita a Tuscaloosa, in Alabama. Ogni giorno trascina il suo lungo corpo fra il locale Crossroads dove mangia poco e beve molto, e il miserabile appartamentino in cui vive, e scrive. Seduto al suo tavolo da lavoro ricoperto di fogli, portacenere e bottiglie di birra, osserva le fotografie delle figlie appese al muro mentre alterna una boccata di sigaretta a una di ossigeno, rischiando di farsi saltare per aria. Ma a lui della vita poco importa.

Una volta diede fuoco al suo studio per aver dimenticato di spegnere l’ennesima cicca lasciata in giro. Incurante della propria incolumità, fece di tutto per mettere in salvo il manoscritto di Una buona scuola, ustionandosi le mani e intossicando ulteriormente i polmoni. Quell’episodio segnò un punto di non ritorno: ricoverato di nuovo al Belleville, la clinica psichiatrica di New York (onnipresente nei suoi libri), Yates ha le allucinazioni, è convinto di essere circondato da truppe tedesche, si nasconde sotto il letto. La sua sembra una causa persa, ogni tentativo di rimettersi in carreggiata è destinato a fallire. Nessuno va più a trovarlo tranne uno suo ex studente (Yates ha tenuto corsi di scrittura in varie università americane, conquistandosi l’ammirazione e l’affetto dei suoi allievi che lo ricordano come uno dei migliori insegnanti possibili), che uscendo dal Belleville dirà: «Non immaginavo che un uomo potesse degenerare a quel modo».

La tenacia del suo corpo lo ha tenuto in vita fino a 66 anni, fosse morto molto giovane o molto più vecchio avrebbe conosciuto la gloria, chissà.

Qualche giorno prima di morire telefona a un vecchio amico: «Vuoi sapere cosa ho fatto stanotte? Mi sono seduto sul letto, ho letto ad alta voce il primo capitolo di Revolutionary Road e mi sono messo a piangere come un bambino».

Ecco perché è importante sapere chi fosse Richard Yates, e ancora più importante è leggere le sue opere, in Italia pubblicate da minimum fax: se non ci è più possibile risarcire l’uomo, possiamo almeno rendere onore al grande scrittore e commuoverci a nostra volta sapendo che il Times, nel 2005, ha inserito Revolutionary Road fra i cento migliori romanzi in lingua inglese di tutti i tempi.

ARTICOLO n. 32 / 2021

CRUDO

Kathy, e con lei intendo io, si stava per sposare. Kathy, e con lei intendo io, era appena scesa da un volo proveniente da New York. Aveva ottenuto un upgrade in prima classe, si sentiva molto chic, aveva comprato al duty free due bottiglie di champagne in confezione cartonata arancione, d’ora in poi era questo il tipo di persona che sarebbe stata. All’aeroporto era venuto a prenderla l’uomo con cui Kathy viveva, che presto sarebbe diventato l’uomo che avrebbe sposato e che presto, presumibilmente, sarebbe diventato l’uomo che lei aveva sposato e avanti così fino alla morte. In macchina, lui le raccontò che era stato a cena con l’uomo con cui lei, Kathy, andava a letto, insieme a una donna che conoscevano entrambi. Avevano anche bevuto champagne, le disse. Risero un sacco. Kathy smise di parlare. Questo era il punto in cui la sua vita faceva una brusca svolta, anche se di fatto l’uomo con cui andava a letto non avrebbe rotto con lei per altri cinque giorni, su carta intestata. Lui pensava che due scrittori non dovessero stare insieme. Kathy aveva scritto diversi libri: Great Expectations, L’impero dei non sensi, immagino che ne abbiate sentito parlare. L’uomo con cui andava a letto non aveva scritto nessun libro. Kathy era arrabbiata. Voglio dire, io. Io ero arrabbiata. E poi mi sono sposata.

Due mesi e mezzo dopo, pre-matrimonio, post-decisione di sposarsi, Kathy si ritrovò in Italia. Aveva fatto il colloquio all’Ufficio di stato civile, non conosceva la data di nascita di suo marito ma nessuno aveva pensato che lei, o lui, potesse essere vittima di tratta. Erano educati, avevano scelto le canzoni, lei aveva insistito per Maria Callas perché la sobrietà non era nel suo stile. Adesso, 2 agosto 2017, era seduta sotto un nido di calabroni in Val d’Orcia. C’erano tanti altri posti in cui avrebbe potuto sedersi, ma si era affezionata ai calabroni. Ieri gliene erano cascati due sulla gamba, ancora avvinghiati a scopare. È di buon auspicio, aveva detto il suo amico Joseph quando lei glielo aveva raccontato per mail.

Aveva ingranato una bella routine. Per prima cosa si faceva venti vasche in piscina per svegliarsi come si deve. Poi beveva il caffè, poi piazzava una sdraio sotto l’albero dei calabroni. Alle dieci si faceva portare un altro caffè da suo marito. Non aveva mai avuto un marito prima, ma sapeva quali erano le dinamiche. Kathy era gentile? Mah. A Kathy interessava l’abbronzatura, interessava Twitter, interessava vedere se qualcuno dei suoi amici stava facendo una vacanza più bella della sua. Accanto a lei, suo marito si stava sfilando il costume bagnato sotto un asciugamano verde. Tutto era più bello rispetto a casa. Non un pochino più bello, ma profondamente, come se ogni materiale fosse stato reinventato da una specie più intelligente. Kathy e suo marito erano finiti per caso in vacanza con i super ricchi.

Ovviamente non si mimetizzavano per nulla. E neanche ci provavano. Mangiarono spuma di patate con aria contrita, schizzarono la passata di pomodoro e il gelato alle prugne e cardamomo su ogni maglietta che possedevano. C’era un servizio di lavanderia ma erano preoccupatI dal costo. Magari avrebbero potuto vestirsi di scuro o cercare una tintoria a Roma.

Era la giornata più luminosa che si potesse immaginare. C’era un che di strano nel cielo, non era né sereno né nuvoloso, una via di mezzo. La luce non era tutta concentrata nel cerchio del sole, ma ovunque, contemporaneamente, come stare dentro una lampadina alogena. Kathy aveva mal di testa. Internet era in fibrillazione perché il presidente aveva appena licenziato qualcuno. Assunto, mollato dalla moglie, diventato papà e licenziato nel giro di dieci giorni. Come un moscerino della frutta, aveva scritto qualche burlone. Piace a 56152 persone. Niente di tutto ciò era divertente, o forse sì.

Kathy non aveva i genitori, ma ciò non impediva loro di turbarla. Ci pensava parecchio. Sua madre si era suicidata, suo padre era sparito prima ancora che lei nascesse. Era un’orfana, in puro senso dickensiano. Infatti suo marito la chiamava Pip, a volte «la Pip». Lui era un uomo molto gentile, indiscutibilmente gentile, piaceva a tutti, impossibile che non piacesse. L’ho sempre considerato un amico al di fuori della cerchia dei poeti, aveva scritto Paul Buck congratulandosi per il matrimonio che ancora non c’era stato per poi raccontare l’aneddoto di quella volta che lui e Kathy non erano riusciti a fare sesso.

Faceva sempre più caldo. Trentuno gradi, trentasei gradi, trentotto gradi. Divampavano incendi in tutta Europa. Uno era cominciato perché qualcuno aveva lanciato un mozzicone di sigaretta dall’auto. Kathy era in piedi in piscina con l’acqua alla gola e non pensava a niente. Le sue voglie sono così radicate che non c’è modo di estirpargliele, aveva scritto nel paragrafo finale del suo ultimo libro. Le si era tappato un orecchio e ogni ora o giù di lì si liberava per un attimo ma poi ecco, qualcosa risaliva di corsa, tipo un grosso pezzo di gomma da masticare, tipo un calzino. La sensazione che qualcosa le premesse dentro era fastidiosa, la buttava giù. Al bar suo marito lesse l’elenco dei clienti famosi dello chef dell’hotel. Chi è Rachael Ray, diceva, chi è Gloria Estefan, chi è Peyton Manning? Lei non sapeva chi fosse Peyton Manning, ma rispose sugli altri.

Ecco cosa mangiarono. Mangiarono porchetta arrosto e porchetta su rucola. Mangiarono una specie di crema allo yogurt con una spolverata di lavanda e minuscole meringhe. Mangiarono carré di agnello e carbonaro dell’Alaska e pici al ragù di maiale. Stavano decisamente ingrassando. Hai notato, gli chiese, che qui tutti hanno la moglie più giovane? Sembrava il club delle seconde mogli. Lei era una terza moglie, quindi almeno su quel piano si integrava alla perfezione.

Ciò che Kathy voleva al momento era complicato da spiegare. Voleva tre o quattro case in modo da potersi spostare dall’una all’altra. Era al massimo della felicità quando viaggiava, come un giocattolo a molla, forse addirittura più felice quando disfaceva i bagagli o comprava un biglietto del treno. Le piaceva entrare e sistemarsi, le piaceva chiudersi dietro la porta. Voleva scrivere un altro libro, ovviamente, e voleva trovare un modo per non ambientarlo da nessuna parte. Da nessuna parte come gli spazi interni del corpo, da nessuna parte come le zone morte di una città. Era una newyorkese, non era fatta per l’Europa né tantomeno per un umido giardino inglese. L’erbaccia era un’insidia, aveva il terrore delle tarme e della muffa. Invece le piacevano le lucertole, non solo per le loro minuscole zampette guizzanti ma perché erano incredibilmente aride. Kathy amava l’aridità, nella vita era stata quella che rincorre ma ora che finalmente si era sistemata stava scoprendo in lei un’anomala predisposizione per la reticenza, come se si fosse trasformata in uno dei tanti uomini che aveva inseguito a Berlino, a Londra, a San Diego. Negli anni novanta, quando era giovane, si metteva a piangere e si dilaniava le membra in un batter d’occhio, le piaceva toccare il fondo dell’umiliazione, ma adesso si era inaridita, era fredda, bruna e piatta come una fetta di toast scartata, non esattamente appetitosa, non desiderabile, ma valida come mangime per qualcuno, quanto meno per un piccione.

Stava invecchiando? Kathy era preoccupata dall’invecchiamento, non si era resa conto che la giovinezza non è uno stato permanente, che non sarebbe stata in eterno un’adorabile scapestrata a cui si perdona tutto. Non era stupida, solo avida: voleva che fosse sempre la prima volta. Quando pensava alle persone con cui aveva popolato la sua giovinezza rabbrividiva di vergogna. Avrebbe potuto viverla in modo molto più glamour, molto più disinvolto, avrebbe potuto risparmiarsi il taglio di capelli a scodella, avrebbe potuto risparmiarsi la salopette, i minuti passavano, non era riuscita a bloccare il tempo nella presa della morte. Adesso era cool, ma vecchia; adesso era sexy, ma con le rughe. La mia vita è delicata (più della mia fica), aveva scritto a un ragazzo non molto tempo fa. Ho abortito undici volte, aveva detto a un altro, ma non era vero. Kathy mentiva sempre, mentiva sin da quando era una bambina con degli insulsi capelli rossi. E quando cominciarono a caderle, per lo stress della convivenza con sua madre, disse alle compagne di classe che glieli aveva mangiati il coniglio. Nel cortile di scuola si giocava a un gioco dove tutte cercavano di ipnotizzarsi e poi di sollevare il corpo di un’altra con la sola forza dei mignoli. La ragazza da sollevare doveva stendersi a terra e tutte dovevano spingerla più forte che potevano. A questo punto era facile sollevarla. L’assenza di gravità era un’altra prerogativa esclusiva dei giovanissimi. Col tempo si comincia a cigolare come lattine attaccate a una macchina.

Quello che Kathy avrebbe dovuto fare erano i preparativi per il matrimonio. Li faceva guardando foto su Instagram e commentando con frecciatine poco benevole. È molto volgare, dicevano lei o suo marito. Sedie, tavoli, tovaglioli, tutto molto volgare. Di questo passo avrebbero finito per sposarsi in un parcheggio.

Kathy amava suo marito. La sera prima erano stati costretti a fare una lettura insieme, una roba che non la faceva impazzire, eppure si era scoperta contenta di ascoltare le poesie di lui, come se qualcuno rigirasse una chiave nella serratura della lingua – è inceppata, è inceppata – e poi di colpo la spalancasse. Chissà perché, alla lettura presenziavano tre psichiatri, uno dall’aria molto eminente e due di Sheffield, ancora in costume da bagno. Un aristocratico seduto in fondo fece delle domande. C’è speranza per tutti noi, disse inspiegabilmente. Quella sera Kathy si ritrovò seduta a tavola accanto a lui. Felicia, Felicia, disse lui, ecco la scrittrice. Felicia aveva il trisma tipico dei veri snob. Kathy si ritirò nel suo amuse-bouche, una scheggia bianca di pesce, e aspettò che quel momento passasse.

Domani ci saranno quarantuno gradi, disse suo marito. Centosei tradotto in Fahrenheit. Allora quando in India e nei Paesi del Golfo la temperatura arriva a cinquanta, fa caldissimo. Non c’è da stupirsi se muoiono. Parliamo di quasi trenta gradi Fahrenheit al di sopra della normale temperatura corporea. Lui indossava una t-shirt rosa e la gamba sinistra, che si era scottato all’inizio della settimana, aveva cominciato a spellarsi. Da qualche parte si azionò un trapano. Kathy stava annotando tutto sul suo taccuino, e all’improvviso le era venuta l’ansia di esaurire il presente e di ritrovarsi in prima linea, sola sulla cresta del tempo – assurdo, ma ci pensi a volte che non possiamo muoverci tutti insieme, attraversare tutta quanta la verdeggiante simultaneità della vita, come squali che si rivelano all’improvviso in un’onda che si infrange? Forse quei pensieri accelerati presagivano un’emicrania, forse. Su Twitter era scomparsa una fotografa cinese. L’ultima volta era stata vista al funerale del marito, che aveva vinto il premio Nobel per la pace per poi trascorrere il resto della sua vita in prigione. Kathy aveva visto una foto di lei, trincerata dietro i suoi occhiali da sole. Comunque era scomparsa. E c’era stata una dichiarazione del governo che le era rimasta impressa, qualcosa a proposito di ceneri disperse in mare, giusto? Quando le accuse su Jimmy Savile erano diventate plausibili, la sua lapide era stata rubata nottetempo, ridotta in ghiaia e utilizzata per asfaltare le strade. Anche questo non le suonava troppo, ma Kathy ricordava così. Le ceneri di Jimmy Savile potevano essere ovunque ormai, appiccicate alle gomme delle auto, in rotta lenta e irrevocabile lontano dall’isola, soprattutto e ovviamente sui traghetti. Il male era un soggetto interessante, Kathy non era schizzinosa, aveva lavorato per anni in uno strip club di Times Square, conosceva gli appetiti e gli occhi da triglia. Faceva un numero in stile Babbo Natale, qualsiasi cosa pur di non annoiarsi, mostrando agli occhi del mondo le sue tettine piatte come uova fritte. Nessuno sa niente della vita se non ha respirato appieno quell’aria di piscio e faccia tosta, oh e Kathy aveva visto davvero di tutto. Voglio sapere perché il presidente è sempre un puttaniere e mai una puttana, scrisse Zoe Leonard in una poesia famosa e molto citata, e Kathy pensava che fosse una domanda valida ancora oggi, perché certe persone compravano e non vendevano mai?

Aveva quarant’anni. Aveva affrontato due volte il cancro al seno, aveva evitato per un soffio di prendersi una malattia sessualmente trasmissibile, aveva passato più tempo al reparto malattie veneree che a casa sua. Aveva posseduto svariati appartamenti in diversi paesi, li vendeva e li comprava cercando di guadagnare dalle fluttuazioni di mercato, per lo più perdendoci. La gente la fotografava spesso, aveva abbandonato il vecchio look, non aveva più i capelli rasati, adesso era una vera bionda ossigenata. In camera sua era appeso un vestito Chanel di seconda mano, troppo pesante per il clima di qui, era stato da stupidi metterlo in valigia, anche se nutriva qualche speranza per Roma. Fa caldo a Roma? chiese al marito e lui rispose con un grugnito. Quindi forse era solo uno spreco di spazio, e vabbè. L’indomani dovevano andare a cena con un famoso cantante d’opera, proprio qui, sulle colline toscane. L’aristocratico passò davanti a loro sciabattando. «Non male come vita» disse. Insparring. Aveva organizzato un toga party per quella sera ed era preoccupato per il rumore. Kathy si era già lamentata con il proprietario dell’hotel perché degli ospiti avevano fatto volare un drone sopra la sua sdraio. Non le piaceva essere osservata e non le piaceva il rumore, che all’inizio aveva scambiato per quello di un’ape particolarmente su di giri. Il proprietario si era detto d’accordo con lei, aveva molti ospiti famosi, nomi di quelli che si riconoscono subito, quindi questo non era il posto per i droni. Allora Kathy pensò che anche lei era una sorta di drone e forse ciò che stava facendo, riportare tutto sul suo taccuino, non era proprio di buon gusto.

© 2018 by Olivia Laing

— Questo estratto è ripreso dalle prime pagine del nuovo libro di Olivia Laing, Crudo, tradotto da Francesca Mastruzzo, in libreria dal 24 giugno.

ARTICOLO n. 31 / 2021

TUTTE LE FAMIGLIE SI SOMIGLIANO, PUNTO E BASTA

INTERVISTA DI MARCO MARINO

M.M. Per cominciare la nostra conversazione, vorrei partire da Philip Roth. Autore da lei molto amato. Non mi voglio soffermare, però, sulla querelle della biografia, o sulla questione del politicamente corretto. Mi piacerebbe partire parlando di Roth soltanto come scrittore, e soprattutto del rapporto che intrattenuto con i suoi libri. A diversi anni dalla lettura del Lamento di Portnoy (se ricordo bene fu questo il primo libro che lesse di Roth, o sbaglio?), quanto si sente vicino e quanto lontano dal primo fascino che le suscitarono quelle pagine? Più in generale, quando le capita di rileggere Roth, come si pone di fronte ai suoi romanzi? Un classico a cui riferirsi, un padre da uccidere / ucciso, un autore di cui non ha ancora compreso qualcosa o una sorta di sillabario letterario?

A.P. Anche nella vita del lettore (tanto più se il lettore in questione è uno scrittore) arriva il tempo di storicizzare i propri idoli letterari. C’è stato un lungo periodo della mia vita – inaugurato trentacinque anni fa con la scoperta sullo scaffale più inaccessibile della libreria dei miei genitori di un certo libretto incredibilmente sboccato e licenzioso e strepitosamente divertente, Portnoy, appunto – in cui Roth ha rappresentato per me una specie di ispirazione costante. Come nei grandi amori non corrisposti ho avuto i miei alti e i miei bassi, ma di fondo sono restato fedele al suo magistero. Oggi non è più così. E da un bel po’, direi. La mezza età sopraggiunta e l’abbandono delle scene di Roth e la sopraggiunta morte a stretto giro di posta hanno spezzato l’incantesimo.  Ormai Roth appartiene alla mia piccola storia letteraria interiore, a fianco, che so, a Montaigne o a James. Il suo fraseggio incredibilmente denso e sexy è ancora capace di incantarmi alle lacrime ma non modifica di un punto e virgola ciò che scrivo. Ho faticato a trovare la mia voce. Non consentirò neppure a uno spettro così amato di portarmela via.

M.M. Ha chiuso la sua risposta dicendo: «Ho faticato a trovare la mia voce». Mi interesserebbe molto soffermarmi sul tema della voce. La parola voce si potrebbe tradurre semplicemente con originalità, ma forse è qualcosa di più dell’originalità. Ma cos’è per lei la voce? Cosa l’ha spinta a faticare così tanto per trovarla?

A.P. Non confonderei la voce con l’originalità. Sebbene fatichi a parlare di una questione così specifica in termini generali, astratti, se non addirittura metafisici, mi vien da dire che si può avere una voce senza essere originali, e viceversa. Ha mai notato che i passi delle persone che amiamo hanno un certo rumore – un ritmo, una cadenza – che solo noi siamo in grado di riconoscere? Talvolta sono così peculiari e inconfondibili che quando la persona amata per qualche ragione viene meno ci sentiamo doppiamente orfani. Molto spesso quel modo di camminare è del tutto inconsapevole al camminatore in questione, e tuttavia trova una strana corrispondenza nel suo carattere e nel suo temperamento.  Ci sono camminate nervose, ce ne sono di indolenti e di circospette. Ci si può sforzare di imitare l’incedere altrui ma è molto più sano arrendersi al proprio. Ecco, uno scrittore che cerca la voce deve fare lo stesso faticoso itinerario: capire qual è il suo passo (non è affatto facile) e abbandonarvisi, non opporre resistenza. Proust dall’alto del suo magistero parlava di «patria interiore». Nel mio piccolo mi contento di avere un passo. Ossia, un ritmo, una postura e, visto che ci siamo, anche una meta sicura da raggiungere. Quando le dico che ormai conosco la mia voce, intendo proprio questo: le mie frasi sono articolate, aspirano, non sempre con successo, a una certa flessuosa densità, il tono è ironico e auto-denigratorio, il lessico forbito trova il suo contraltare in espressioni grevi e colloquiali. Sono frasi che scontano un debito con la tradizione, certo, ma a loro modo la rinnovano in una forma che appartiene solo a me.

M.M. Una domanda collaterale: per uno scrittore la voce è tutto?

A.P. Sarebbe bello crederlo. Amerei che fosse così. Ma purtroppo le cose funzionano altrimenti. Affidarsi totalmente alla voce fa di te un ottimo prosatore. Come sa, i buoni prosatori in Italia non sono mai mancati. Sono i buoni romanzieri a scarseggiare. Purtroppo, scrivendo romanzi da più di vent’anni, so che per un narratore la voce è la conquista preliminare, le fondamenta sui cui costruire l’edificio. E, ahimè, un edificio romanzesco è fatto di molte altre cose: e non tutte necessitano di materiali nobili. Bisogna essere allo stesso tempo geometri, ingegneri e architetti. Bisogna essere falegnami, carpentieri e marmisti. Le prometto che la metafora edile finisce qui. Diciamo che una buona tecnica narrativa deve tenere conto di molti fattori. Bisogna capire che ciò che è facile da leggere è molto difficile da scrivere. Per suggestionare un lettore devi mettere in campo parecchi trucchi e mescolare un numero impressionante di ingredienti. Per quanto mi riguarda, riservo grande attenzione ai personaggi e ai cosiddetti ritorni. Creare un personaggio non significa offrire al lettore tutte le informazioni possibili. Significa cogliere quei due o tre tratti caratteristici e trovare il modo di metterli in scena con naturalezza e discrezione, come se non fossero inventati. Per quanto riguarda i ritorni (e qui parliamo di bassa cucina), mi dà grande soddisfazione suscitare nel lettore il brivido che dà solo un cerchio che si chiude. È la famosa pistola di cui parla Hitchcock: se la inquadri all’inizio del film devi sapere che prima o poi dovrai trovare il modo di farla sparare. Tornando alla sua domanda, sarebbe bello che la narrativa potesse esaurirsi in una successione di frasi eleganti e necessarie, come la immaginava un parnassiano come Flaubert. Disgraziatamente, me lo faccia ripetere, non è così che funziona. I romanzi migliori, anche quelli di Flaubert, sono pieni di zeppe, furbizie, volgarità da mestierante. Emozionare un lettore, farlo piangere, ridere, indignarlo e avvincerlo, è un lavoro sporco, un esercizio subdolo.  Mi lasci aggiungere un’ultima cosa su un argomento che mi sta a cuore. Per molto tempo ho prestato attenzione alla plausibilità. Fomentato dagli occhiuti editor mondadoriani e da un sacro fuoco moralista, ho lavorato affinché nella storia che stavo approntando i conti tornassero. Oggi so che è uno scrupolo inutile. Bisogna fidarsi delle proprie invenzioni. Non occorre spiegare tutto, né stare lì a giustificare ogni cosa. Pensi alle città dei film western ricostruite dagli Studios. Ogni spettatore consapevole sa che le facciate degli edifici sono posticce, che dietro non c’è niente. È un’illusione. Un trucco. Ma che importanza ha? Se il film ti prende, tale maldestra mistificazione architettonica viene acquisita con leggerezza e subito dimenticata.

M.M. Sempre a proposito di voce, e cominciando a entrare nelle sue pagine. Di un autore riusciamo a riconoscere, ad apprezzare, chiaramente la sua voce già dagli incipit, e mi piacerebbe infatti riprendere le prime righe di Persecuzione: «Era il 13 luglio 1986 quando un imbarazzante desiderio di non essere mai venuto al mondo s’impossessò di Leo Pontecorvo». L’accento, che segna la vita del protagonista, finisce inevitabilmente sull’aggettivo «imbarazzante». Che nella sua produzione non è affatto un aggettivo trascurabile, anzi: parole come imbarazzante, vergogna, partecipano a un campo semantico che lei indaga molto. Vorrei chiederle di questa sua indagine dei sentimenti di vergogna e, citando Nabokov, domandarle inoltre se questa indagine è per lei il suo «piccolo bagaglio ornamentale personale».

A.P. Niente titilla più il mio sadismo come mettere in imbarazzo un personaggio, infilarlo in qualche situazione difficile da cui io stesso stenterei a riavermi. Insomma, lei ha messo il dito sulla piaga. Nel mio immaginario, sentimenti come imbarazzo, vergogna, inadeguatezza, colpa, ipocrisia appartengono alla medesima area semantica. Non c’è personaggio da me inventato e messo in scena che prima o poi non provi disagio per ciò che è, e in virtù di questo non sia portato a fingersi un altro. Provo invidia per chiunque abbia imparato a indossare i propri panni con naturalezza, e a cuor leggero. Per me l’identità è un enigma inestricabile. Forse non è così strano che tale disfunzione caratteriale s’incarni nei miei personaggi.

M.M. Lei dice: «Niente titilla più il mio sadismo come mettere in imbarazzo un personaggio». Ma questo sadismo non si limita a un singolo personaggio, perché in realtà finisce sempre per comprendere tutta la sua famiglia. Nei suoi romanzi sembra quasi ancestrale, una sorta di richiamo alla tragedia greca, questa ereditarietà della vergogna.

A.P. Diciamo che, come per altri romanzieri amati, ho un debole per le famiglie e per le genealogie.  Non a caso le mie frasi non disdegnano l’uso di tempi e modi un po’ demodé, come il passato remoto i trapassati, sia all’indicativo che al congiuntivo. Immagino che tali abusi verbali denuncino un’insana ossessione per il passato. Di solito mi sforzo di non conferire a questa passione passatista accenti nostalgici, o ancor peggio, antiquariali. Come lei dice, credo negli atavismi. Ritengo che lo spazio di libertà di cui ciascun individuo può godere, rispetto al peso dei cromosomi, sia piuttosto risicato. Sebbene molti sociologi registrino ogni volta che possono i cambiamenti occorsi alle nuove strutture sociali, in cui la famiglia occupa un posto sempre più marginale, constato che nella realtà le cose funzionano altrimenti. Sia che tu voglia liberartene, sia che tu ne tenga conto, è impossibile sottrarsi al giogo delle famiglie. Se mi leggo dentro, registro che le opere narrative che mi hanno più persuaso negli ultimi anni hanno tutte a che fare con famiglie disfunzionali. I libri di Roth, per l’appunto, ma non solo. Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz, gli splendidi romanzi di Eugenides (un autore che ammiro parecchio), l’intera opera di Eshkol Nevo. O pensando all’Italia, i romanzi di tre maestri alle soglie della canonizzazione come Domenico Starnone, Michele Mari e Emanuele Trevi (anche se il caso Trevi è un po’ più complesso e sfumato). Non se ne esce, le famiglie sono una maledizione. Normale che continuino a fomentare la fantasia degli scrittori. L’ereditarietà postulata da Zola è una prigione da cui è impossibile evadere.

M.M. Una mia curiosità da lettore. Lei si sente più vicino all’incipit di Anna Karenina di Tolstoj («Tutte le famiglie felici si somigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo») o di Ada di Nabokov («Tutte le famiglie felici sono più o meno diverse tra loro; le famiglie infelici sono tutte più o meno uguali»)?

A.P. Credo che Nabokov abbia parodiato il celebre incipit tolstoiano per decostruirlo. Non perché ritenga che la frase di Tolstoj vada per forza ribaltata ma per mostrarci come ogni assioma apodittico possa essere invertito. È evidente che l’incipit di Tolstoj funzioni non meno bene di quello di Nabokov. Questo ci dice che non bisogna cercare nella letteratura buoni consigli per vivere o precetti eterni per affrontare i casi della vita. Le belle frasi (come quella di Tolstoj) servono a suggestionare il lettore. A emozionarlo. Non a insegnargli qualcosa. Per quanto mi riguarda, e sebbene m’imbarazzi mettermi tra quei due giganti, io direi che tutte le famiglie si somigliano, punto e basta.

M.M. Con la famiglia Pontecorvo nel 2012 ha vinto il Premio Strega. Ecco, mi chiedo, vincere un premio così importante per lei cosa ha significato? La conferma che anche gli altri riconoscevano la sua voce, che la sua produzione aveva il posto che si meritava? Altra domanda che terrei a farle è questa: quanto è annichilente e pericoloso un premio così importante?

A.P. I premi letterari, anche i più prestigiosi, sono una cosa carina, frivola e mondana che poco hanno a che fare con la letteratura. Servono più agli editori che agli scrittori. Fanno bene al conto in banca del romanziere, non certo alla sua vena o alla sua reputazione. Sottoporre un manufatto artistico a una gara è un gesto incauto e maldestro. Non compro un libro perché ha vinto un premio. Mi ferisce quando qualcuno, per presentarmi, non avendo idea di ciò che ho fatto di buono o di cattivo, mi definisce un Premio Strega, come se fossi un cibo DOC.  Ho ricordi vaghi e non tutti piacevoli della cavalcata che mi portò alla vittoria, mi è rimasto poco della notte in cui fui proclamato vincitore per un pugno di voti, se non per il fatto di essermi ubriacato e di essere finito in ospedale per un intervento di colecisti. Ciò detto, l’idea che qualcuno stia lì a indignarsi per l’eventuale corruzione di un premio mi fa un po’ sorridere. Ripeto: non sono una cosa seria. La lista di geni che non hanno avuto il Nobel è troppo cospicua per non gettare una luce di discredito sull’intera istituzione.

M.M. Abbiamo parlato del suo interesse narrativo per la famiglia e per quel sentimento di vergogna contro cui combattono (o sotto cui soccombono) i suoi personaggi. Adesso vorrei chiederle come guarda ciò che c’è al di là della famiglia: la società civile, il pubblico. In che modo si approccia con chi guarda la sua storia e partecipa lateralmente: all’interno del suo romanzo, da spettatore. E fuori dal suo romanzo, da lettore.

A.P. Non so bene cosa sia la società civile. Mi sono spesso imbattuto in questa espressione in contesti giornalistici che miravano a celebrare compositi drappelli di individui dediti al civismo e animati dal mito della «buona politica». Temo che questa roba non faccia per me. Altro discorso vale per il cosiddetto pubblico di lettori. Purtroppo o per fortuna, non ho molte occasioni di scambio con chi legge i miei libri. Al netto dell’infinita gratitudine che provo per loro, ho imparato sulla mia pelle a non tenere conto dei giudizi che esprimono, sia che siano benevoli sia che mi inchiodino alle mie inettitudini. Di norma mi rivolgo al «lettore implicito» teorizzato da Wolfgang Iser: una specie di lettore ideale con cui condivido gusti severi e bizzarre idiosincrasie. Sarei un ipocrita se dicessi che non tengo conto delle sue diuturne sollecitazioni. È lui che vorrei persuadere e sedurre.

M.M. Altro tema che segna – e forse lega – i suoi lavori è sicuramente il tema della memoria, del ricordo. Ci riallacciamo in qualche modo alle sue riflessioni sulla vergogna. Per lei memoria e ricordo non sono territori neutri a cui riapprodare di tanto in tanto, tranquille soste nel proprio passato. La percezione da lettore è che memoria e ricordo siano quasi delle aberrazioni dell’esistente, delle prigioni da scontare. Qual è il suo rapporto con la memoria? È possibile pensare di vincere questa battaglia contro la memoria?

A.P. Credo che la ragione per cui di norma – anche se non mancano illustri eccezioni – i romanzieri raggiungono la massima potenza espressiva a una certa età vada cercata nella relazione indissolubile tra la prosa narrativa e memoria. I romanzi che amo sono quelli che riescono a scolpire il tempo in modo plausibile. Niente è più toccante di un personaggio che invecchia pagina dopo pagina: la ciocca di capelli bianchi di Madame Arnoux, il piombo nelle scarpe del povero Barone di Charlus. Ecco perché la memoria, nel cosiddetto romanzo borghese, ha un ruolo centrale. Parte del piacere che traiamo dalla lettura dei   Buddenbrook risiede nella strana sensazione di disfacimento che grava su ogni pagina. Pare incredibile che Thomas Mann lo abbia scritto poco più che ventenne. Evidentemente ci sono ricordi, per esempio quelli di certe vecchie famiglie borghesi, talmente gravosi da suggestionare anche i giovani rampolli. Più passa il tempo più capisco il verso di Baudelaire: «Ho più ricordi che se avessi mille anni». La memoria ha un peso specifico imbarazzante. Personalmente ho un rapporto complicato con i miei ricordi. So che in buona parte costituiscono il fulcro della mia ispirazione. Vorrei solo che fossero più lieti. Comunque, se è vero ciò che diceva John Cheever – «la narrativa deve illuminare, esplodere e ristorare» – bisogna dire che essa riesce a farlo soprattutto quando è implicata, se non addirittura compromessa, con il tempo.

M.M. Mi piacerebbe discutere del suo recente incarico alla direzione dei Meridiani Mondadori. E domandarle, innanzitutto, qual è la sua idea di editoria. Chi è e che cos’è per lei un editore? Crede, come scrive Roberto Calasso nell’Impronta dell’editore, che l’editore sia una sorta di artista delle forme, che l’editoria sia il genere letterario in cui si esprime? Oppure, che l’editore sia solo il veicolo, il tramite, Giangiacomo Feltrinelli scriveva «una carriola», che permette di colmare la distanza tra il lettore e il libro?

A.P. I nomi che ha menzionato appartengono alla gloriosa storia dell’editoria italiana, implicati con la macchina molto più di quanto io non potrò mai essere, neanche se mollassi tutto e mi mettessi in proprio, aprendo una mia casa editrice. Per questo mi perdonerà se non raccolgo le sue sollecitazioni e non azzardo definizioni definitive che sarebbero velleitarie. Il mio punto di vista sulla questione è quello di uno scrittore. Mi lasci dire, allora, che, a dispetto di parecchi colleghi, ho sempre avuto una certa difficoltà a lamentarmi degli editori. Riconosco loro una folle generosità.  Ci vuole una bella fiducia nell’umanità per investire quattrini nel magro business dei libri. Occorre una forma di altruismo – di cui sono francamente incapace – per imbarcarsi nella lettura di migliaia di pagine scritte da romanzieri alle prime armi o da vecchie glorie in dismissione. Del resto, venendo da una famiglia di commercianti, mi affascina il lato artigianale delle grandi imprese editoriali. Il mio editore ideale è un raffinato connaisseur che coniuga fiuto, scaltrezza e buongusto, ossessionato dalla cura dei testi, degli apparati paratestuali e iconografici.  Ahimè, non sono molti gli editori in circolazione che corrispondano a questo identikit. Temo che il mestiere, la consuetudine, la routine, la permalosità egotista degli scrittori, la volubilità dei lettori e la grettezza della macchina promozionale (giornali, premi, classifiche) alla lunga contribuiscano a rendere il funzionario editoriale medio un individuo cinico, risentito e disperato.  Ciò detto, come non apprezzare il mazzo che si fanno per la causa?

M.M. In che modo ha accolto la proposta di guidare i Meridiani?

A.P. Con stupore, imbarazzo, fierezza ed entusiasmo (in questo preciso ordine di apparizione). Sono grato a Enrico Selva, Francesco Anzelmo e Luigi Belmonte di aver pensato a me, ma mi chiedo quale balzana idea li abbia ispirati. I Meridiani, figuriamoci. Sono una cosa bella, seria e difficile. Per non parlare della gravosa eredità di Renata Colorni che ha svolto questa mansione per tanti anni con abnegazione e rigore assoluti. Grazie al cielo ho trovato una redazione incredibilmente competente, entusiasta e sollecita. Marco Corsi, il vero Deus ex Machina dei Meridiani, è un giovane editor con un’impeccabile formazione filologica che sa dove mettere le mani e come rassicurarmi. Il mio lavoro, almeno per il momento, consiste nel provare a immaginare Meridiani futuri: verificare se ci sono le condizioni per metterli in piedi. Il che significa identificare autori canonizzati o degni di canonizzazione e trovare curatori e traduttori adeguati. Tra queste belle ambizioni e la realizzazione del progetto si frappongono una serie di complicazioni ineludibili: diritti contesi, agenti, editori concorrenti, eredi, eccetera.

M.M. Lei è un accademico, uno scrittore, uno degli intellettuali italiani più apprezzati: il suo arrivo ai Meridiani è un ritorno all’idea dei letterati editori?

A.P. Questo proprio non so dirglielo. Se allude a figure come Calvino, Sereni e Vittorini, temo che stia volando troppo alto. Come le dicevo, non sono un uomo generoso, né abbastanza curioso e aperto alle nuove tendenze. Sono pigro e scostante. I Meridiani fanno al caso mio proprio perché mi mettono a contatto con i classici che amo e su cui mi sono formato. Avrei serie difficoltà ad accollarmi una collana di contemporanei. Non ho il polso della situazione. Sono un lettore occasionale e distratto, con gusti molto capricciosi, se non addirittura settari. Insomma, un pessimo editore.

M.M. Che idee ha per i futuri Meridiani, e per il futuro dei Meridiani?

A.P. Con il passare dei mesi mi vado facendo un’idea sempre più precisa, non così diversa da quella tradizionale perseguita da Renata Colorni, ma per così dire più adeguata ai miei gusti. Vorrei concentrarmi sui classici e tenere un po’ in salamoia i contemporanei. Insomma, d’ora in poi sarà assai più difficile per uno scrittore vivente entrare nel canone dei Meridiani. Ce ne sono di morti, taluni fin troppo trascurati, che meritano una nuova ribalta. Naturalmente ho diversi autori in testa i cui nomi (per i motivi che le accennavo) non posso ancora menzionare.

M.M. Davvero un’ultima domanda. Ritornando al punto di inizio della nostra conversazione, ovvero a Philip Roth. E se fossero vere tutte quelle accuse che lo macchiano delle peggiori nefandezze, la mia domanda è: per continuare a leggere i romanzi di Roth, bisognerebbe ipotizzare la solita dicotomia tra letteratura e vita, tra lo scrittore e l’uomo; oppure basterebbe leggerlo nonostante tutto?

A.P. È difficile dirle quanto me ne infischio. Forse solo se conoscessi l’aramaico potrei riuscire a esprimere quanto poco mi avvincano le passioni veneree di Philip Roth, per non dire delle sue beghe coniugali e adulterine. Lascio volentieri il gossip ai maccartisti che infestano la scena letteraria contemporanea. La sola moralità che richiedo a uno scrittore è racchiusa nelle sue frasi. Non se a questo punto Roth dovrà scontare il purgatorio della damnatio memoriae inflitto da qualche comitato etico del menga. So che finirà. Si figuri che c’è stato un tempo in cui alcune università non studiavano più Mallarmé e Proust perché troppo decadenti e non abbastanza comunisti. Alla lunga hanno stravinto Mallarmé e Proust. Vincerà anche Roth. Dopotutto è morto, cosa vuoi che gliene importi? Ha l’eternità dalla sua.

ARTICOLO n. 30 / 2021

Polvere, cenere, fuga

TRADUZIONE DI CAMILLA PIERETTI

Mercato

I

Avrebbero iniziato a disseppellire le ossa l’indomani. Alfonso rimase fuori dalla prigione, a guardare il piatto panorama della base militare di Addis Abeba. Era andato lì perché voleva vedere il sito prima che Lara e gli altri scienziati forensi iniziassero il loro lavoro, voleva che il suo occhio di fotografo potesse posarsi con calma sul terreno che avrebbero scavato. Si chiese se sarebbe stato capace di distinguere un femore da un omero, o di capire cosa differenziava le ossa giovani dalle vecchie. Gli scienziati argentini erano in Etiopia alla ricerca dei resti di prigionieri che erano stati sottratti alle loro famiglie e di cui non si era saputo più nulla. Lui era lì per fotografare quei resti, per intrappolare tra otturatore e apertura frammenti di detenuti come quelli che era stato costretto a immortalare in Argentina. Regolò la macchina fotografica in modo da zoomare su un piccone appoggiato a una staccionata di legno. Qualcosa, in quello scialbo complesso, avrebbe mai potuto ricordargli il terreno erboso della Escuela de Mecánica de la Armada di Buenos Aires?

È diverso da quello a cui sei abituato tu, gli aveva detto Lara il giorno in cui aveva finalmente accettato che Alfonso si unisse al team che sarebbe andato in Etiopia. I tuoi soggetti non saranno vivi, aveva continuato, gli occhi nocciola che scrutavano penetranti la sua giacca inamidata, i gemelli graffiati. Non c’è alcuna arte in questo, aveva aggiunto, il disgusto evidente nel sorriso che aveva posato sulla sua attrezzatura fotografica e sul suo portfolio ancora intonso. Era una donna spigolosa, dall’ossatura delicata. Durante tutto il colloquio aveva tenuto con sé un taccuino, senza però scriverci una sola parola mentre lui parlava, preferendo invece piantargli addosso uno sguardo deciso. Aveva l’aria stanca, gli occhi infossati quasi a voler deviare la luce, se avessero potuto, per rimanere a crogiolarsi nell’ombra. Non può non sapere chi sono, avrebbe voluto dirle. Sono stato l’ultimo volto che tanti hanno visto prima di sparire. Chi meglio di me potrebbe fotografare quel che resta?

Gli altri potrebbero chiederti notizie di parenti rinchiusi all’ESMA quando eri là, aveva aggiunto lei alla fine, mentre erano sulla porta del laboratorio al termine del colloquio, la mano di lui tesa ma totalmente ignorata. È meglio lasciare quel genere di discussioni a lavoro concluso, non mischiare le due cose. Aveva fatto un cenno d’assenso ed era tornata alla scrivania.

Alfonso impostò il grandangolo per inquadrare la terra secca e fessurata. Vide due etiopi che lo osservavano attenti, poco lontano. Ognuno di loro teneva una foto all’altezza del petto, l’immagine rivolta nella sua direzione. Sentì lo stomaco contrarsi. Conosceva quel rituale, riconosceva le speranze che cercavano di riporre nelle sue mani. Aveva visto compiere gli stessi identici gesti in Argentina. La gente lo fermava per strada e gli domandava: Non sei quello di cui hanno parlato i giornali? Il fotografo rinchiuso all’ESMA, che ha scattato quelle foto? Poi, dal nulla, un’immagine. Questa è mia madre, mia sorella, mia zia, mio padre, mio nipote. Erano così tanti. Una processione di facce e corpi, in posa o al naturale, che lo fissavano, chiedendo di essere ritrovati, di uscire dal mondo dei desaparecidos per essere reclamati.

Alfonso abbassò la macchina fotografica e alzò entrambe le mani verso i due etiopi che si avvicinavano. Si mise a camminare all’indietro, scuotendo la testa. Yekerta, ripeté, una volta e ancora, ringraziando silenziosamente la guida che aveva insegnato a lui e agli scienziati quella che sarebbe diventata la parola più importante di tutto il viaggio, in questo paese pieno di persone ancora in attesa di poter piangere a dovere i propri morti. Scusate. Mi dispiace.

Fu Lara a proporre di andare al polveroso tej bet vicino all’hotel, alla vigilia del primo scavo. Gli altri membri della squadra, provati da una giornata di riunioni e briefing, si scusarono e andarono a dormire, per cui rimase solo Alfonso.

«Bevo sempre una birra la sera prima di iniziare a lavorare in un posto nuovo», gli disse lei mentre si dirigevano là. «Da domani saprà tutto di terra».

Il bar era un piccolo edificio male illuminato, costruito con quelli che sembravano mattoni d’argilla. Era dipinto di azzurro, con una porta verde chiaro che girava mollemente su cardini arrugginiti. Dietro il bancone, costituito da un’asse di legno tutta rigata, una cameriera di particolare bellezza, gli abiti aderenti alle forme morbide, sorrise e tese loro due birre mentre ancora si sedevano.

Bevvero in silenzio, mentre Alfonso tentava di fingersi del tutto disinteressato alla busta che Lara aveva tirato fuori dalla borsetta e teneva cautamente ai bordi.

Fu allora che entrò Gideon. Lara diresse la sua attenzione alla porta, osservando con interesse il vecchio che si fermò a guardarli stupefatto, per un momento, prima di sedersi all’altra estremità del bancone.

Lei lo fissava come se stesse esaminando un documento. Quando parlò, non sembrava diretta a nessuno in particolare. «Ha perso qualcuno», disse. I capelli, neri e ondulati, le ricaddero sul viso; li ricacciò indietro e bevve un sorso di birra.

Alfonso le lanciò un’altra occhiata. Nonostante ciò che gli era stato detto durante il colloquio, gli altri scienziati lo avevano sommerso di domande sulle persone che conoscevano e che erano state rinchiuse all’ESMA. Lara era l’unica a non avergli mai chiesto niente.

Appoggiarono le birre al bancone e si misero a osservare Gideon, al quale la cameriera aveva iniziato a rivolgersi animata, con voce dolce. Il vecchio sedeva dritto, attento e privo di espressione. Sembrava rifiutarsi di guardare nella loro direzione, sempre più schiacciato sulla sedia, la birra stretta tra le dita, annuendo alle chiacchiere della ragazza. Il modo in cui si fissava le mani spinse Alfonso a guardare le proprie. Che ci faceva ad Addis Abeba?

Era difficile dire quanti anni avesse. Dall’aspetto potevano essere sessanta, ma era segnato da una spossatezza che li faceva sembrare almeno il doppio. Nella luce soffusa che ne sottolineava il naso dritto e la pelle incartapecorita, Gideon aveva l’area di un profeta stanco, un uomo che avrebbe dovuto essere illuminato soltanto da candele morenti.

Tenastilign. Alfonso provò a ripetere nuovamente il saluto. Non sarebbe mai riuscito a imparare le dure consonanti dell’amarico, la cadenza della lingua. Abbassò il capo in un rapido inchino e attese che Gideon ricambiasse. Sorrise, già consapevole, dopo solo quattro giorni ad Addis Abeba, della riservatezza degli etiopi.

Gideon bevve un lungo sorso di birra e si girò dall’altra parte.

Dopo un secondo tentativo di conversazione andato a vuoto, la bella cameriera dallo sguardo da cerbiatta spiegò ad Alfonso che Gideon non parlava. «Cantava», disse nel suo inglese dall’accento marcato. «Famoso. Tanto tempo fa. Ora…». Si mise una mano attorno alla gola e strinse. Lo smalto rosso vivo creava un netto contrasto con la tenue luce della lampadina sopra la sua testa.

«Non può parlare?» chiese Lara chinandosi verso il bancone, animata da un improvviso interesse. «Come mai?».

La giovane scosse la testa. «Ha smesso e basta. Beve una birra ogni sera». Si fermò, imbarazzata, quasi volesse dire altro ma non sapesse come.

Alfonso si accorse che lo osservava, incuriosita dalla loro presenza in un bar lontano da qualunque percorso turistico. Le sorrise e lei si girò di scatto per inserire una cassetta in uno stereo malandato. Una voce dolente emise una nota su una tromba jazz, scendendo la scala a passi lenti.

Il cambiamento in Gideon fu immediato, ma forse lo notò solo lui. Forse solo un uomo che era stato testimone di tanti momenti di terrore era in grado di riconoscerli. Il vecchio si accartocciò su se stesso, divenendo l’ennesimo uomo il cui petto cede, incurvandosi finché la schiena non riesce a piegarsi oltre, solo un altro corpo nella lunga linea di corpi che Alfonso era stato costretto a fotografare, un’altra faccia piena di paura che guardava dritto nell’obiettivo, supplicandolo silenziosamente per una salvezza che soggetto e fotografo sapevano non sarebbe mai arrivata.

«¿Dónde?» domandò Alfonso al comandante, ben sapendo quale fosse il punto in cui la luce che entrava dalla finestra illuminava al meglio lo stanzino della Escuela de Mecánica de la Armada. «¿Aquí?». Deglutì a fatica e puntò il dito, disgustato dall’impulso che lo spingeva comunque a voler scattare una foto nella luce migliore. «Qui va bene».

Il prigioniero si trascinò contro lo spoglio muro bianco e rimase in piedi nella debole lama di luce. Era un ragazzo dal viso allungato, con una massa di capelli ricci ora tutti arruffati. Tremava nelle catene, le braccia sottili coperte di tagli e lividi, gli occhi quasi chiusi da quanto erano gonfi.

«Señor». Alfonso parlò a bassa voce per evitare il gesto improvviso che in genere accompagnava il movimento della macchina fotografica. Lo siento, disse con lo sguardo. «Alzi il mento e guardi verso l’obiettivo», disse con la bocca. Il giovane invece guardò lui, come facevano tutti, e incurvò il petto come per schivare un colpo al cuore. Alfonso udì un lieve piagnucolio, vide le labbra che tremavano e poi si costrinse a incontrare lo sguardo del ragazzo. Percepì il momento in cui l’incredulità lasciò il posto al puro terrore. Mi dispiace, avrebbe voluto dire, ma il comandante era proprio dietro di lui, con il suo respiro pesante e il suo sudore, a mormorare: «Bueno. Bueno, il generalissimo apprezzerà questa foto per la sua collezione. La prossima settimana devi scattarmene una per il nuovo passaporto». Il comandante gli fece l’occhiolino. «Mi farai apparire come un uomo nuovo, ¿sí?».

Stava al quarto piano della Escuela de la Armada. Era stato catturato a San Isidro, poco fuori Buenos Aires, tre mesi prima. Lo avevano fermato ad armi spianate, nella sua auto. La macchina fotografica era appoggiata sul sedile accanto a lui, i finestrini abbassati per godersi quel poco di aria che riusciva a fendere la calda umidità della sera. I soldati erano tre, ma nessuno gli spiegò perché lo trascinavano fuori dalla macchina. Era l’Argentina del 1978, in carica c’era il generale Jorge Videla e le persone sparivano a migliaia. Forse quelle erano ragioni sufficienti. L’unica cosa a cui riuscì a pensare dal buio sedile posteriore della macchina senza targa che percorreva l’Avenida del Libertador a tutta velocità, però, furono i tanti anni in cui si era allontanato dalla madre, una donna così affamata d’affetto che Alfonso era sicuro fosse stato il cuore a ucciderla, non l’asma.

La musica andava scemando. La cameriera canticchiava, la voce esitante sulle ultime note prima di perdersi in un sospiro lieve. Aveva un’espressione sincera, gli occhi dolci. Alfonso avrebbe potuto rimanere a osservarla per un’altra ora, tenendola sotto lo sguardo impassibile dell’obiettivo finché il suo corpo non avesse ondeggiato nel modo giusto, fino a farla diventare null’altro che una figura delineata da una spessa lama d’ombra e da una linea di luce calante.

La giovane alzò gli occhi verso di lui. «Tizita. Una canzone famosa», disse, spegnendo lo stereo con delicatezza per poi inclinarsi verso di lui in modo da appoggiare le braccia vicino alle sue, sul bancone. «Significa memoria. Una bella canzone da ascoltare in Etiopia». Gli lanciò uno sguardo timido da sotto le ciglia, evitando Lara, che intanto aveva estratto dalla busta un articolo di giornale ripiegato con cura.

Alfonso si schiarì la gola e sorrise, incerto. «Birra». Puntò verso di sé, verso Lara e verso Gideon. «Che cos’è quello?», chiese infine a Lara, indicando il pezzo di carta.

«Per me basta, grazie». Lara allontanò la seconda birra. Fece scivolare il ritaglio di giornale verso di lui. «Così capisci cosa andremo a fare domani».

Alfonso diede un’occhiata all’articolo. In un luogo chiamato El Mozote, tra le montagne di Morazán, in El Salvador, era stato sterminato un intero villaggio di uomini, donne e bambini. Erano stati ritrovati centinaia di corpi, inclusi neonati e anziani. Gli abitanti delle aree vicine avevano dichiarato che, dopo la matanza compiuta dall’esercito salvadoregno, il fantasma di una donna aveva iniziato ad aggirarsi tra le montagne circostanti. Nuda, i capelli scarmigliati, la si vedeva accovacciata sulla riva del fiume sotto la luna, a piangere i figli morti con un pesce in fin di vita che le si dibatteva tra le mani. Gli scienziati argentini arrivati sul luogo del massacro per riesumare i corpi erano stati avvertiti dell’apparizione sia dai locali sia dai militari.

Alfonso esaminò attentamente l’immagine di Lara, ritratta insieme a quattro colleghi nei pressi di un’area recintata, mentre indicava tre piccoli teschi sfondati.

«Quanto tempo fa è successo?», chiese. «Sembri molto più giovane».

«Non è importante», fu la risposta. Lara gli prese l’articolo dalle mani, lo ripiegò con precisione e lo rimise nella busta. «Lo spettro che la gente dichiarava di aver visto», disse, girandosi a guardarlo. «Non c’era nessun fantasma. Non esistono queste cose». Si era chinata verso di lui, voltando la schiena alla cameriera e a Gideon.

Alfonso assentì, confuso: «La gente tende a inventarsi di queste storie».

Lara scosse la testa. Parlò con una certa insistenza. «Non c’era nessun fantasma perché, anche se l’esercito aveva ucciso neonati, bambini e donne indifese, anche se aveva bruciato vivi gli uomini, anche se era tornato sui propri passi per accertarsi di non aver tralasciato nessuno… una era sopravvissuta. Più di mille morti, ma una era ancora viva. Si era nascosta tra i cespugli e poi era corsa verso le montagne. L’ho incontrata durante gli scavi. Quando ci ha visto riesumare le ossa, è scesa dai monti. Voleva trovare i suoi figli». Lara si interruppe, gli occhi fissi sulla busta. «Era viva. È ancora viva».

La cameriera porse la seconda birra ad Alfonso, che scosse la testa. Aspettò, senza sapere cosa dire. Lara non gli aveva mai parlato tanto a lungo di qualcosa che non fosse il loro lavoro in Etiopia.

«Solo perché qualcuno è disperso», continuò lei, guardandolo negli occhi, «non significa che lo troveremo. Non c’è niente di certo, finché non se ne hanno le prove». Aveva lo sguardo puntato sulla macchina fotografica. «Se una cosa non la puoi vedere, non hai nulla».

Alfonso si aspettava che dopo quella frase lei si alzasse e se ne andasse, il silenzio sempre più pesante tra loro. Ma non lo fece. Al contrario, fissò la sua macchina fotografica così a lungo da spingerlo a sollevarla all’altezza degli occhi. Quando lei non reagì, tolse il tappo all’obiettivo e regolò l’esposimetro. Improvvisamente, ebbe l’impressione di poterla vedere meglio in questo modo, incorniciata in quel riquadro che lasciava fuori tutto eccetto gli occhi infossati e le guance scavate, il rapido sfarfallio delle ciglia e il lento oscillare della testa. Le dita, lunghe e sottili, salirono ad asciugarle un occhio, per poi ridiscendere lasciando di nuovo spazio al suo sguardo piatto e severo. La inquadrò.

«No», disse lei, decisa. Alfonso trasalì nel vedere il modo in cui Lara aggrottò le sopracciglia, sollevando rapidamente le mani a nascondere il viso.

«No, no… no foto», esclamò la cameriera, allungando la mano come per prendergli la macchina fotografica. «No».

Fu allora che Alfonso si accorse che Gideon si era alzato e si era coperto il capo con un braccio. La cameriera si era spostata in modo da mettersi davanti a lui, il corpo rigido e teso, la schiena dritta, forte. Il viso aveva perso tutta la sua amabilità.

Il vecchio diede loro la schiena e uscì, rapido. La porta cigolò sui cardini, prima di richiudersi. Lara si alzò in piedi.

«Domani cominceremo presto», dichiarò. Poi ringraziò la cameriera e uscì.

Una volta rimasti soli, la giovane si rilassò. «È un brav’uomo, è mio amico», disse, indicando la sedia lasciata vuota da Gideon. «Ma in Qey Shibir…», schioccò le dita, in cerca della parola giusta. «Terrore rosso. La rivoluzione del 1974. Non era buono. Era famoso, molte foto di lui ad Addis Zemen».

Alfonso annuì. Conosceva la storia del Terrore rosso, l’intenso periodo di violenze inflitte al popolo etiope da un dittatore dal pugno di ferro.

La giovane indicò di nuovo la sedia di Gideon. «Era un cantante».

«In un gruppo?» chiese Alfonso, ricordandosi di una piccola brochure del Ghion Hotel che raccontava la storia della celebre band dell’albergo. «Quale?».

Il volto della cameriera si rabbuiò e la ragazza gli porse di nuovo la seconda birra. «Ai funerali».

«Le famiglie lo adoravano, quindi?», chiese Alfonso. «Come Alberto Cortez nel mio paese».

La giovane asciugò l’interno di un bicchiere con uno strofinaccio e lo alzò verso la debole luce per esaminarlo. Poi lo appoggiò con delicatezza. «Era un cantante del Derg». Quando Alfonso scosse la testa, mostrando di non aver capito, continuò: «Cantava per celebrare le morti dei nemici del Derg. Le famiglie lo odiano. Anche adesso, certe persone non dimenticano mai». Lanciò un’occhiata verso la porta, sopra la sua spalla, lo sguardo assente. «Come si può dimenticare? Aveva una voce meravigliosa». Agitò graziosamente le dita di una mano.

A causa delle birre, la stanza cominciava ad assumere contorni sfumati: Alfonso aveva bevuto a stomaco vuoto. La fragile porta in legno, che non riusciva a impedire agli odori di Addis Abeba di penetrare nel bar, iniziò a pulsare lentamente, al ritmo di un’altra canzone che usciva dal vecchio stereo consunto. Gas di scarico, letame, fumo, berbere e, sotto sotto, il profumo dolce e pungente della mirra, misto all’aroma intenso che veniva dalla cameriera o dalla brocca in plastica del tej che non era stato abbastanza coraggioso da assaggiare, preferendo una birra etiope in bottiglia al vino al miele della casa.

«Sei ad Addis Abeba in visita?», chiese la cameriera, il sorriso freddo e lo sguardo acuto che lo costrinsero a riportare gli occhi dai suoi fianchi al viso.

Non sapeva quando l’orrore era diminuito e lui si era ritrovato a mettere in posa i suoi soggetti, aggiustando loro i vestiti e usando le ombre per nascondere i lividi. Era un impulso sviluppatosi a poco a poco, tra rapporti e punti focali. Il leggero movimento per includere l’intero volto nell’inquadratura si trasformò in attenzione all’espressione e alla composizione. Non avrebbe mai chiesto a nessuno di sorridere, si diceva, ma con i prigionieri dall’aspetto migliore, i cui tagli partivano da sotto lo scollo della tunica, si scoprì incapace di resistere. Incurvi un poco la bocca, señorita, ammorbidisca un po’ il viso, sussurrava. Solo per me, non pensi ai soldati. Lo sguardo che gli rivolgevano era pura impotenza.

A un certo punto, dopo aver scattato centinaia di foto a centinaia di prigionieri che erano usciti dall’inquadratura per finire in una sala interrogatori o davanti al plotone di esecuzione, Alfonso aveva cominciato a nascondere al comandante alcuni rullini incriminanti. Aveva sognato la madre, con il suo disprezzo per la fotografia, per quella scelta così borghese in una famiglia di operai. Ti trasformerà in qualcos’altro, gli aveva detto una volta, non sarai più mio figlio. Nel sogno, la madre si era trasformata  in un uccello che aveva becchettato incessantemente il soffitto del quarto piano della Escuela de la Armada fino a fare un buco nella stanza, per poi volare sulla sua macchina fotografica, appollaiandosi sul flash. Gli occhi sgranati, che andavano da lui al lenzuolo che aveva fissato al muro, lo avevano spinto a svegliarsi, la mano che fendeva vanamente l’aria.

«Ci penso io a tenerglieli, Comandante», aveva detto Alfonso il giorno dopo, di fronte all’uomo dal respiro pesante che sudava profusamente, un fazzoletto umido sempre in mano. «Lei non ne ha bisogno, sono solo un impiccio». Si era messo un rullino usato nella tasca dei pantaloni sudici che indossava fin dal giorno dell’arresto. Aveva infilato le pellicole esposte prima nelle tasche davanti, poi nelle tasche dietro, poi nella tasca della camicia e, quando lo spazio era finito, aveva fatto un gran sorriso innocente e se ne era messa qualcuna anche nei calzini.

Ogni volta che poteva, nascondeva una manciata di rullini nella sua cella, uno stanzino squadrato e freddo in cui erano rinchiusi una ventina di prigionieri, a rotazione. Raul, uno studente universitario con un viso infantile e una determinazione incrollabile, aveva scavato un buco nel muro per nasconderli, dormendoci o posizionandocisi davanti, finché un giorno anche lui fu chiamato a posare davanti all’obiettivo. Alfonso incise una R sul contenitore della pellicola che racchiudeva il sorriso indulgente di Raul. Quattro anni più tardi, quando venne rilasciato di prigione dopo la caduta della junta, fu la prima cosa che prese e si fece scivolare nella tasca della camicia.

Se esisteva qualcosa di simile a una redenzione, pensò, avrebbe dato alle famiglie di quei prigionieri la dimostrazione che, una volta, un uomo aveva guardato in faccia i loro cari e ci aveva visto una vita degna di essere ricordata. Sperava che nessuno avrebbe sottolineato il fatto che non aveva mosso un dito per risparmiare loro l’onta di essere fotografati appena prima di morire.

«Sei un turista, in visita?», domandò nuovamente la cameriera.

«Sono qui per lavoro», disse lui, accennando alla sua macchina fotografica.

«Giornalista?», chiese lei, l’espressione improvvisamente curiosa e interessata. «Per il processo agli ufficiali del Derg?». Pronunciò le ultime parole quasi sputando, il viso contorto in una smorfia adirata. «Devono morire per quello che ci hanno fatto. Ci uccidevano, i corpi lasciati in strada. Mia sorella…». Si interruppe e fece un profondo respiro. «È un bene che sei qua», concluse semplicemente e gli diede le spalle, come imbarazzata.

Dopo la rivoluzione che aveva detronizzato Hailé Selassié nel 1974, il regime del Derg aveva regnato fino a tre anni prima, nel 1991. Menghistu Hailé Mariàm aveva dichiarato il Terrore rosso per liberarsi di tutta l’opposizione, costituita da un segmento della popolazione che ad Alfonso era fin troppo familiare: giovani istruiti, idealisti e innocenti, il cui unico crimine era la speranza. Il Terrore rosso aveva quasi privato l’Etiopia di un’intera generazione, mantenendola nelle salde grinfie di una violenza caotica e sanguinosa dal 1977 al 1978. Le violenze, però, erano cominciate ben prima e non si erano fermate fino alla fuga di Menghistu. Molti non erano riusciti a piangere degnamente i propri morti. Altri non avevano neanche mai ritrovato i corpi. Una delle prime iniziative del nuovo governo fu di avviare la procedura per processare gli ufficiali del Derg. Ma il tribunale aveva bisogno di prove.

La squadra di scienziati forensi era arrivata dall’Argentina con competenze affinate nella propria terra, sulle ossa della propria gente. Erano venuti a riaprire le fosse comuni di Addis Abeba per dimostrare ciò che gli ex ufficiali del Derg tentavano di negare. Il gruppo era stato anche in altri paesi ─ Kurdistan, i Balcani, El Mozote, Croazia ─ prima dell’Etiopia, per cui era consapevole del potere che i morti erano ancora in grado di esercitare. Tutti loro lavoravano nella convinzione che i testimoni, i documenti e persino le fotografie potessero ingannare, ma che un teschio ricomposto, un frammento d’ossa, uno scheletro recuperato da una fossa piena di resti di decine di altri raccontassero una verità da cui non ci si poteva difendere.

Alfonso, per parte sua, era andato in Etiopia perché voleva trovarsi davanti a quelle spoglie e fingere che quelle ossa potessero sostituire i prigionieri argentini che sapevano a cosa stavano andando incontro, quando si giravano a guardare il suo obiettivo. So come fotografare i morti, aveva detto a Lara durante il colloquio. Ci conosciamo. Alla fine, lei aveva ceduto.

«Come si chiama il cantante?», chiese alla cameriera, sbattendo rapido le palpebre per trattenere le lacrime. Si sorprendeva ancora di quanto gli capitasse facilmente di piangere, da quando era uscito di prigione. Indicò la porta dietro di sé, come se l’uomo fosse ancora lì.

«Gideon», rispose la giovane. «Un tempo aveva un figlio», aggiunse, scuotendo tristemente la testa.

II

Tornando verso casa sua, vicino al mercato affollato, Gideon non sapeva cosa pensare dei ferenjoch seduti nel suo bar preferito, a parlare con Konjit. Vedere quegli stranieri lo aveva sorpreso a tal punto che aveva mandato giù la sua birra in soli tre sorsi. Forse Konjit aveva messo su quella canzone per i turisti. Forse era il suo modo di chiedergli perché non era andato a trovarla per un’intera settimana. Forse era il suo modo di punirlo. Molti, ad Addis Abeba, trovavano dei modi, per quanto piccoli, di fargli pagare ciò che aveva fatto. Una gomitata ben assestata in mezzo alla folla. Calci sulle gambe. Ritrarsi da lui neanche fosse un lebbroso. Il linguaggio utilizzato in quei momenti lo capiva, se lo aspettava. A volte, quando pensava al figlio, lo desiderava addirittura. Ma la canzone, Tizita, gli aveva fatto l’effetto di uno schiaffo, forte e carico di amarezza: l’improvvisa comparsa della voce di Tilahun Gessesse che si innalzava nella scarsa luce del tej bet era stata come un pugno nel petto. Quella era la canzone che sceglieva sempre per concludere le sue esibizioni a palazzo, prima del Derg.

Samson, avrebbe invocato se avesse avuto una voce, tanto era stato lo shock di risentire quella canzone. Avrebbe invocato il nome del figlio e, nel mondo in cui avesse avuto ancora una voce, avrebbe avuto ancora un figlio, che sarebbe arrivato di corsa. Samson, figlio mio.

Abbaba.

Il canto di un muezzin si alzò nel vento dalla moschea di Anwar, leggero e vibrante. Come faceva ogni giorno quando sentiva la chiamata alla preghiera, pur avendo abbandonato qualsiasi religione molto tempo prima, Gideon si toccò la gola e maledisse il suo dono, deciso a tenerlo intrappolato lì dove l’aveva rinchiuso ormai da anni. Passò davanti a un piccolo caffè, accanto a uno dei negozi stracolmi di gente della zona, e vide un gruppo di uomini chini sopra i giornali, l’aria corrucciata. Un giovane strillone corse verso di lui con i sandali impolverati, agitandogli il giornale in faccia.

«Sono iniziati gli scavi al complesso militare», disse, gli angoli delle labbra secche segnati dall’abitudine di masticare le foglie di qat dall’effetto stordente. Aveva occhi come di vetro, uno sguardo sfocato che un tempo Gideon aveva invidiato e di cui aveva persino creduto di avere bisogno.

Cercò di mandare via il ragazzo e di continuare per la sua strada, ma lui gli infilò una mano in tasca e ne estrasse un piccolo involto di qat. «E queste?» chiese.

Gideon aveva provato le foglie per la prima volta poco dopo la scomparsa di Samson, alla ricerca di qualcosa che alleviasse la solitudine che lo tormentava come una lama piantata nel fianco. Le masticava da solo, in un angolo buio della sua casupola, dove il letto del figlio giaceva sfatto, così come era stato lasciato settimane prima. Era il 1978. Lui non era più un cantante della popolare band tanto amata dall’imperatore Hailé Selassié. L’imperatore era morto. Centinaia di persone avevano lasciato il paese. Cubani e sovietici sembravano essere comparsi dal nulla. C’erano soldati ovunque.

Due poliziotti erano arrivati alle cinque del mattino e avevano portato via Samson per interrogarlo. Avevano promesso che glielo avrebbero riportato a casa. Gideon sapeva di questa popolare menzogna, atta a zittire i genitori costringendoli all’ubbidienza. Aveva afferrato il figlio alla vita con entrambe le braccia e si era lasciato cadere in ginocchio. Uno dei poliziotti aveva preso il fucile e si era messo a colpirlo alla nuca, una volta e poi ancora, finché non aveva mollato la presa. Si era precipitato subito alla prigione, ma gli era stato detto di tornare il giorno dopo. Aveva passato la notte sui gradini, fuori dalla porta e, quando era rientrato con la foto del figlio, un agente dall’aria stanca lo aveva indirizzato all’obitorio dell’ospedale. Provi lì, aveva detto, li hanno portati tutti là ieri notte.

Due settimane dopo, senza essere riuscito a trovare traccia di Samson, si era presentato a un chioschetto del mercato, chiedendo del qat.

«Gideon», gli aveva detto il proprietario, «non è da te. Aspetta, vai in chiesa, vedrai che tuo figlio tornerà». Ma non era riuscito a guardarlo negli occhi e alla fine aveva fatto scivolare verso di lui un piccolo involto di foglie, rifiutando il denaro che gli aveva allungato in cambio.

L’unica cosa che il qat riuscì a fare fu di dare forma al suo dolore rendendolo più vivo, una creatura che gli si annidò nel petto, pelo, denti e tutto, rodendogli la gabbia toracica. Gli pareva di avere il torace teso come un tamburo. La voce che invocava il figlio sembrava quella di sua moglie, ma, quando si girava, non trovava altro che la sua mano che si dimenava invano nell’aria, alla ricerca della donna che gli aveva insegnato ad amare per poi morire di parto.

«Sono iniziati gli scavi», ripeté lo strillone, agitandogli il giornale in faccia. «Leggi, leggi. Stanno lavorando laggiù». Indicò le colline ondulate dove si trovava una base militare. «Se hai perso qualcuno nel Qey Shibir, dovresti leggere l’articolo».

Gideon pagò il giornale e diede una scorsa alla prima pagina. Lì, a lato di una fila di uomini e di una donna dall’aria seria, c’era il turista del bar di Konjit.

Indicò la foto, guardando il giovane strillone con aria interrogativa.

«Non lo sai?», rispose il ragazzo. «Ci sono delle tombe nella base militare. Queste persone», indicò l’immagine sul giornale, «sono venute qui per dissotterrare i corpi. Sanno come si fa».

La mano di Gideon tremò. Suo figlio era stato portato in quella prigione: aveva seguito il camion a piedi, finché aveva potuto, poi aveva preso un taxi fino al cancello. Aveva memorizzato la targa e aveva rivisto lo stesso camion, vuoto, nel parcheggio. Gideon si strinse il giornale al petto e si appoggiò con tanta veemenza sulla gamba buona da rischiare quasi di finire contro lo strillone, il ricordo dei giorni passati a cercare il suo unico figlio che lo schiacciava come una mano greve.

I soldati lo avevano guardato da dietro il banco, la foto di Samson spinta verso di loro da mani tremanti. Si erano rifiutati di rispondere alle sue domande. Avevano cercato di ignorarlo. Gli avevano dato la schiena e lasciato che la voce gli diventasse roca a furia di chiedere dove avessero portato il figlio. Lo avevano fatto restare lì, davanti al bancone, a piangere per lui. Poi avevano iniziato a stancarsi di quel suo dolore senza fine. Uno di loro lo aveva minacciato. Un altro lo aveva supplicato di tornarsene a casa. Quando lui non si era mosso, con quella postura inclinata che lo obbligava ad appoggiare un gomito al banco, lo avevano ricacciato indietro a calci e pugni. Gli avevano colpito la gamba più corta con i fucili e lo avevano guardato cadere. Avevano insultato il nome di suo padre, la sua band, la moglie morta. Eppure, la mattina dopo Gideon si era alzato ed era tornato alla prigione, la foto di Samson tra le mani.

Alla quarta visita, uno dei soldati aveva tirato fuori un foglietto, aveva indicato Gideon e aveva detto: «Forse è lui quello che il generale sta cercando».

Quando lo avevano portato in un altro edificio, accanto alla prigione, non aveva protestato, perché loro sapevano dov’era suo figlio e a lui interessava solo quello. I soldati lo avevano spinto fino davanti a una grossa scrivania in legno, dove un uomo sottile come uno stecco tossiva sulla sua sedia, tenendosi la pancia. L’uomo lo aveva esaminato a partire dai piedi, le labbra che si arricciavano mentre passava da una gamba all’altra, per distendersi in un ampio sorriso quando arrivò al volto.

«La grande voce dell’Etiopia, con un talento degno di un imperatore, è qui nel mio ufficio, a offrirsi di cantare per la nostra causa?», aveva chiesto. «A cosa dobbiamo tanta fortuna?».

Tornando a casa, Gideon si era ricordato di una storia che aveva imparato a scuola. C’era una volta una capra che credeva di essere un re. Fu catturata da un contadino, che scambiò il re per una capra. Devi solo cantare, si disse. Le cose non cambiano perché le si chiama con un altro nome. Una canzone non è altro che una canzone, ma un figlio, pensò una volta e ancora, un figlio… Si fermò e sospirò per tutto ciò che un figlio può significare.

Il suo primo funerale era stato per l’unico figlio di una coppia che non riusciva a smettere di scuotere la testa alla vista della tomba del proprio bambino. «È tutto vero? È lui? Mio figlio?», gemeva la madre, stretta al petto del padre in lutto. Gideon maledisse la propria voce, la propria gola, l’aria che respirava. Tenne le labbra serrate finché non sentì il fucile di un soldato nel fianco. Iniziò con un brano dolce, triste, pieno di dolore e nostalgia, ma i soldati levarono le armi, dichiararono il cadavere un nemico e lo costrinsero a cantare del valore del presidente Menghistu. Dopodiché, puntarono i fucili contro la madre e dissero: «Balla, Emama, non si piange per coloro che odiamo».

Ogni giorno, per una settimana, Gideon andò al bar di Konjit ad aspettare i due ferenjoch. Indossava il suo unico completo, di quando ancora suonava con la band. Era un gessato dal bavero ampio e con un fazzoletto blu cucito nel taschino della giacca. Nella tasca della camicia, invece, teneva la foto di Samson. Ordinava una birra e la beveva lentamente, a piccoli sorsi. E aspettava, ignorando le occhiate interrogative di Konjit e i suoi tentativi di parlargli.

Durante la seconda settimana, una sera, verso l’orario di chiusura, l’uomo arrivò da solo, proprio mentre Konjit stava cercando di convincere Gideon a tornarsene a casa. Il vecchio sentì il palato seccarglisi di colpo, anche se aveva appena mandato giù un po’ di birra. Si girò di scatto, a bocca spalancata, e, per la prima volta in tanti anni, si pentì di aver ingoiato la propria voce, di averla fatta sparire.

L’uomo aveva gli occhi segnati da profonde ombre scure. Era coperto da un sottile strato di polvere e il peso della macchina fotografica che portava su una spalla sembrava farlo pendere di lato. Non guardò né Gideon né Konjit, concentrando lo sguardo sulle lettere amariche dell’etichetta di una bottiglia di birra posata sul bancone. Respirava con la bocca aperta, in brevi singulti. Gideon non riuscì a capire se fosse sul punto di mettersi a piangere o semplicemente esausto.

«Birra?» chiese Konjit, allungandogli una bottiglia fresca. «Sei stanco?». Sorrideva, ma il sorriso le morì sulle labbra quando l’uomo non le restituì lo sguardo. Appoggiò la birra davanti a lui e si girò a impilare i bicchieri puliti su uno scaffale.

Gideon tastò la foto di Samson, i contorni premuti contro la camicia, marchiati a fuoco sulla sua pelle nuda. Il cuore gli martellava contro quel pezzo di carta, facendogli rimbombare il nome del figlio nel petto e su, fino in gola. Aprì e richiuse la bocca in parole silenziose.

L’uomo allontanò da sé la birra e prese a respirare in modo più regolare. Teneva le mani piatte sul bancone, fissandole intensamente. Si mise a svuotare la macchina fotografica, e labbra gli tremarono un poco mentre toglieva il rullino e se lo faceva scivolare nel taschino della camicia. Si asciugò gli occhi con il dorso della mano.

Gideon estrasse la foto di Samson dalla tasca e la appoggiò delicatamente sul bancone di fronte a lui. Gli toccò una spalla, lasciando lì la mano in segno di conforto, e guidò lo sguardo dell’uomo prima verso la foto e poi verso se stesso. Ripeté il gesto: Samson e poi lui. Il viso di Samson e poi il suo.

Konjit scosse la testa, lo sguardo triste. L’uomo si voltò dall’altra parte, portandosi entrambe le mani alla faccia come a proteggersi da una luce troppo intensa.

«Please», disse, una delle poche parole inglesi che Gideon era in grado di comprendere. «Per favore, basta». Mosse il capo avanti e indietro e sussurrò qualcosa a Konjit, gli occhi incollati al bancone, fissi sulle mani che stringevano la birra come se quella bottiglia fosse l’unica cosa in grado di tenerlo in piedi.

«Lascialo in pace», disse Konjit a Gideon, gli occhi fissi sulle labbra dell’uomo. «Ha detto che sono arrivate troppe famiglie, oggi».

Gideon scosse la testa e spinse la foto ancor più verso di lui. Gli bussò di nuovo sulla spalla, indicando di nuovo la foto. Samson, scandì, disperato. Samson. Lo guardò e attese.

L’uomo disse qualcosa in inglese a Konjit e poi accennò col capo nella sua direzione.

La giovane fece un profondo respiro e parlò con tono gentile: «Ci sono soltanto ossa ora, Gideon. Non c’è modo di identificarle da una foto».

Ma le ossa non sono tutte diverse? Avrebbe voluto chiedere lui. La forma del volto di mio figlio non è diversa da quella di chiunque altro? Guardate la sua mascella, così forte, con quelle linee decise. Chi altro può averla così, se non il mio Samson? Guardatelo! Gideon avrebbe voluto urlare. Non c’è nessuno come lui. Anche dopo che la carne è diventata polvere, anche dopo che tutto si è trasformato in cenere. Rimane ancora lui.

III

Gideon viene a guardarci scavare tutti i giorni, da una settimana. Si mette sotto un albero e rimane lì tranquillo, reggendo una foto all’altezza del cuore. Indossa un vecchio completo ben stirato. Le scarpe sono lucide come quelle di un soldato e, anche da lontano, noto che una ha un tacco più alto dell’altra. Quando il sole cala e accendiamo le luci per continuare a scavare, Alfonso va a sedersi con lui. Non parlano, ma li vedo lì, seduti vicini, quasi appoggiati l’uno all’altro. Non se ne va finché non mettiamo via l’attrezzatura e saliamo in macchina. Alfonso resta finché Gideon si alza per andare a casa, aiutandolo a tirarsi su e dicendo parole che non riesco a sentire da dove sono accovacciata, a catalogare pezzi di quelli che un tempo erano uomini.

All’inizio avevo negato la richiesta di Alfonso di venire con noi in Etiopia. È solo un peso e un costo in più, avevo detto, cercando di addurre ragioni professionali per il mio rifiuto. Diego mi aveva presa da parte e aveva sussurrato: Lara, non te lo ricordi ai notiziari? Lo hanno tenuto prigioniero per anni. Le cose che gli hanno fatto. Lascia che venga. E poi, ha dato alla mia famiglia l’ultima foto di mio fratello.

Non voglio chiedergli se si ricorda di mia sorella. Non ne ho il coraggio. Alicia è sfuggita alla polizia la notte in cui hanno cercato di arrestarla. Era sempre stata la più veloce della scuola, capace di superare anche i ragazzi. Sarà corsa fin fuori Buenos Aires e si sarà lasciata galleggiare fino a un posto nuovo. Tornerà, quando avremo finito con tutte queste ossa.

Abbiamo quasi terminato. Le spoglie sono state esumate e adagiate su tavoli di metallo, cercando di restituire loro una forma umana. Abbiamo impacchettato ed etichettato vestiti, gioielli e documenti di identità. Tutti i corpi sono stati identificati. Ora il lutto può davvero avere inizio. Il nostro lavoro è finito. Presto ripartiremo per l’Argentina, finché non ci richiameranno, qui o in un altro posto colmo di orrori ancora senza nome.

Ho diviso le informazioni sull’Etiopia tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo. Tra fatti e ipotesi. Non c’è posto per gli scomparsi. Nel mio rapporto non ci sarà spazio per le speranze di coloro che hanno sentito la storia di Lazzaro e ci hanno creduto. Tutto ciò che abbiamo è quello che possiamo disseppellire, osservare controluce e rimettere dov’era.

Questo è ciò che sappiamo di quest’ultimo scavo: quaranta maschi adulti sono stati portati in un angolo boscoso della base militare e strangolati con una corda di nylon. Alcuni recavano anche i segni di forti colpi al cranio, nasi rotti, fratture a mani e piedi. Ogni pezzo di corda era tagliato esattamente a 159 centimetri, le estremità sigillate con il calore per evitare che si sfilacciassero. I carnefici (una sola persona avrebbe mai avuto la forza di uccidere quaranta uomini che volevano vivere?) avevano praticato dei nodi semplici a ciascuna estremità, per facilitare la presa. Dopodiché, avevano girato la corda attorno al collo dei prigionieri.

Questo, invece, è ciò che possiamo solo ipotizzare: alcuni dei prigionieri avranno provato a ribellarsi, ma non tutti. Era una lotta inutile. Sono morti tutti per strangolamento da corda. Mi chiedo quali abbiano resistito più a lungo e se ogni alito di vita in più sia valso la pena di lottare.

Erano sepolti sotto diversi metri di calce e sassi. Li abbiamo trovati sotto pietre e cenere. Erano vestiti. Tutti, tranne uno, erano avvolti in una coperta: sarà stata una notte fredda. Tutti, tranne quell’uno, avevano ancora la corda di nylon stretta attorno al collo. Quel prigioniero morto senza coperta, la corda lanciata lontano, quale storia potrebbe raccontarci, quale segreto nascondono i suoi resti? Me lo domando mentre copio i dati su carta, registrandoli di modo che, la prossima volta che ci troveremo a scavare, la storia di queste ossa rimanga a guidarci.

Sto prendendo gli ultimi appunti, appoggiata a un albero poco lontano dagli scavi, quando Alfonso e Gideon vengono verso di me. Appena alzo lo sguardo, sembrano esitare.

«¿Sí? Posso aiutarvi?», chiedo ad Alfonso, cercando di non essere scortese, per rispettare quello che deve aver visto e subito alla Escuela de la Armada. Mi accorgo che lo sguardo tormentato che aveva quando è venuto da noi la prima volta non è cambiato. È permanente, come una cicatrice.

«Gideon. Ha qualcosa da farti vedere». Indica il vecchio, che tira fuori una fotografia dalla tasca e la tende verso di me, tenendola tra le mani a coppa come un uccello ferito. «Questo è suo figlio Samson», spiega Alfonso. «È scomparso anni fa, era rinchiuso qui».

Scuoto la testa, sapendo già cosa vuole chiedermi. «Abbiamo trovato tutti. Non è rimasto nessun altro. Digli che mi dispiace». Mi meraviglio di fronte a quest’uomo che vuole trovare le ossa del figlio, che preferisce non credere alla possibilità della fuga.

«Per favore, dai un’occhiata», insiste Alfonso. Si interrompe. «Per il suo bene, dai almeno un’occhiata alla foto. Poi glielo puoi dire».

Vedo un giovanotto, quasi un ragazzino, con lo sguardo attento e un ampio sorriso. Vedo la mascella forte e gli zigomi alti del padre, un dente davanti scheggiato e la fronte spiovente. È carne e sangue, questo ragazzo, così vivo. Noi riesumiamo solo i morti.

«No», dico «non è qui».

— © 2021 Maaza Mengiste

ARTICOLO n. 29 / 2021

La pantera che visse tre volte

UNA FAVOLA

Aveva sbranato schiavi, liberti, prigionieri, soldati stranieri dell’esercito romano, per qualche ragione, reietti. Insomma, non-cittadini della Roma imperiale condannati non sapeva nemmeno per quali colpe alla damnatio ad bestias. Il sommo supplizio. Essere dati in pasto alle fiere. Uomini che non erano degni nemmeno delle sue zanne. Pure qualche donna, ma di rado.

Certi giorni, prima di essere spinta dentro l’arena con quelle torce spaventose che le fiammeggiavano alle spalle, aveva visto portar via resti di carcasse. A centinaia, persino a migliaia in qualche occasione. Felini nobili: tigri, leoni, pantere come lei, ma anche lupi e orsi dalla Gallia, cinghiali o mangiatori-di-erba: cervi dalla Britannia, giraffe e antilopi dall’Egitto, bisonti dalla Germania, alci, camosci, daini, o ancora pollami di basso rango: ridicoli struzzi sgambettanti sui trampoli delle loro zampe.

Tutto l’Impero di Roma concentrato in quell’arena sotto forma di bestie catturate e sopravvissute al trasporto da ogni angolo del mondo conosciuto e vinto. Occidente e Oriente. «Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma; quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma; quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo», diceva la profezia, perché l’impero era tutto, era ovunque, era l’inizio e la fine.

Ha ancora nelle narici l’odore di acqua e zafferano spruzzato nell’aria dopo che l’arena era stata ripulita delle carcasse di tutte le bestie che si erano fatte uccidere dalle lance dei venatores o si erano sbranate tra loro in lotte feroci, per sopravvivere l’uno all’altro o forse per il tuono che arrivava dalla cavea, il vociare elettrizzato, martellante, di senatori, vestali, cavalieri, il boato che calava dagli ordini più alti delle gradinate. Decine e decine di migliaia d’umani impazziti di sangue e lotte. Impazzita pure lei.

Avanzava con passo silenzioso immersa nel nero vellutato del suo manto che rifrangeva scaglie di sole. Per buona sorte, per paura o forse perché si erano resi conto di quanto già fossero maestose le schegge verdi degli occhi immerse nel nero della testa, era successo solo una volta che un umano si fosse permesso di costringerla a presentarsi in pubblico con un cinto stretto al collo adorno di borchie. Chi lo aveva fatto si era a malapena salvato da un colpo mortale della sua zampa possente. Nessuno ci aveva più provato.

E comunque… dopo che gli umani portatori di torce la spingevano dentro, lei avanzava silenziosa. Poi si fermava in mezzo all’arena infuocata in attesa che il vocio si facesse boato, che nella cavea nessuno, nemmeno l’ultimo degli ultimi schiavi, continuasse il proprio pranzo… per assistere al suo. Un pasto che soltanto il suo incedere felino, lento, cadenzato, incurante, prolungato e poi scattante in uno slancio improvviso rendeva degno d’ammirazione. Perché l’umano, schiavo o liberto, straniero o prigioniero che fosse, alla fine quasi cominciava a sperarci che gli andasse come Androculos, per il quale un leone aveva sbranato un’altra fiera pronta ad azzannarlo pur di difendere quello schiavo che anni addietro gli aveva sfilato la spina dalla zampa. Le idiozie cui amano credere gli uomini. Era a quel punto, proprio quando l’umano la fissava in attesa di un qualche miracolo, che lei cominciava a stringergli intorno il cerchio dei passi, mentre quello prendeva ad arretrare, costretto a gesti storti dalle mani legate dietro alla schiena.

Non ha esattamente idea di cosa le accadesse nel profondo della sua felinità, selvatica catturata sopravvissuta al viaggio verso la sua sorte d’animale da circo, non ha idea di quale fuoco le ardesse dentro improvviso quando il boato della cavea diventava così potente che lei doveva scattare e assecondare la richiesta di sangue. O forse era quell’umano ingobbito di paura, nudo, che prendeva a dimenarsi per scappare dai lacci stretti ai polsi e dai suoi occhi vitrei a farsi improvvisamente preda. Era così inerme, e talvolta così implorante un qualche dio perché tutto si compisse che a lei bastava un assalto istantaneo per divorare carni e ossa, lasciando per terra il sangue invocato da migliaia di respiri e sguardi, insieme a rimasugli di niente.

Per il resto, la sua esistenza era un andare avanti e indietro prigioniera tra le sbarre, e pasti di carne-morta consumati dentro la gabbia, finché non era stata lei, ormai vecchia, a finire in pasto durante uno scontro con un grande felino giovane. Troppi combattimenti su muscoli e ossa, centinaia di condannati a morte divorati nei supplizi dell’ora di pranzo in attesa del grande spettacolo di umani in lotta contro umani. Era caduta con onore, comunque, dopo un combattimento diventato leggenda per giorni.

Quando si è ritrovata gatta nella su seconda vita, all’inizio non le è sembrato una reincarnazione degna del suo passato di pantera. Una piccola gatta nera sperduta tra rovine monumentali del Colosseo. Non immaginava ci fossero tanti ordini di gradinate da salire e scendere. Né che quel luogo potesse essere così immobile e silenzioso in certe ore del giorno e soprattutto nelle notti, spalancate di cielo e stelle tra le gradinate della cavea. Le prime notti in cui era tornata a muoversi nel buio come un felino libero. Non era la savana certo, ma un’immensità di pietra e cielo di cui aveva conosciuto solo il frastuono tonante, il dimenarsi concitato del pubblico, il boato che accompagnava i supplizi dei condannati durante l’esistenza in cui era stata catturata, chiusa dentro un serraglio, strappata all’Africa, e poi costretta a vivere la vita di una pantera da circo.

Ci è voluto un bel po’ prima di prendere coraggio e allungare i suoi piccoli passi felpati verso l’ombra portentosa dei fornici, i resti di colonne, i muretti, e infine la strada: tra gli ambulanti che vendevano il sogno di Roma e i gladiatori finti che assomigliavano a certi fondali mitologici in cui si era ritrovata a compiere le sue esecuzioni, ma privi di ogni magnificenza. Una volta che si era soffermata a guardare due legionari bardati di latta mettersi in posa per le foto, la sua anima di pantera da combattimento aveva avuto un sussulto di disprezzo.

Tornare a calpestare l’arena era un desiderio profondo che a lungo però si era negata, tanto le incuteva paura. Anche nei confronti degli umani che durante il giorno si aggiravano in gruppi tra le pietre archeologiche provava, se non vero e proprio timore, un sentimento di diffidenza. Per questo i primi tempi se ne teneva alla larga. Non si sa mai cosa può fare un umano, per quanto addomesticato e in apparenza mansueto.

Una notte però era accaduto. La luna era talmente piena e gialla che ambrava di luce-calda cielo, gradinate, colonne. Anche l’arena era di un giallo-sabbia che evocava antichi splendori. Dalla cima della cavea lei aveva scorto tre felini maculati come linci che si aggredivano in assalti, fuggivano, poi tornavano a battersi rompendo il silenzio. Non sa esattamente quale forza le avesse attraversato il pelo lucido. Aveva rivisto i marmi, le toghe bianche dei senatori, il palco dell’imperatore, il tripudio, e si era slanciata giù dall’ultimo ordine di gradini destinato alla plebe per tornare a incedere sulla sabbia, e lottare, i muscoli tesi sotto il manto nero splendente.

Una volta piombata dentro l’arena, il legno nudo sotto le zampe l’aveva riportata al tempo di quella sua seconda vita e alla realtà. Le linci erano tornate a essere gatti, non diversamente da lei, solo ancora più gialli e maculati nel chiarore lunare. Gatti randagi che si azzuffavano sopra quel che restava in un angolo della sabbia di un tempo.

Da quella notte, aveva appreso un modo mai immaginato prima di muoversi sulle assi di legno di quella che era stata l’arena. Passeggiava in quell’immensità e, quando c’era il sole, si stiracchiava, abbandonandosi sul legno tiepido per godersi il calore. Né, da allora, si era più acquattata pronta a predare uccelli, topi, lucertole. Aveva scoperto piuttosto il gioco d’agguati della vita da gatti domestici, i finti assalti alle gambe degli umani che col tempo aveva imparato a conoscere e che ogni giorno le davano da mangiare, da bere, e caute carezze. Imparò anche le fusa. Si mise a seguire docile i gruppi di umani che si aggiravano ignari tra i resti del Colosseo, con la silenziosa presenza di chi sa e custodisce memorie di cui conosce e ha sperimentato la ferocia del sangue agognato.

L’anima selvatica del suo passato di pantera da esecuzione delle damnatio adesso si manifestava improvvisa in graffi che lasciavano il segno sui turisti occasionali che provavano a toccarla. O forse era la memoria della cattura e del serraglio, della vita prigioniera che affiorava e la faceva scattare in difesa. Don’t touch me era stampato sul collarino che una delle responsabili del sito archeologico si era decisa a stringerle al collo per mettere in guardia i turisti. Non l’aveva graffiata solo perché era una creatura docile che ogni giorno le riservava cibo e carezze ma, dopo non molto, era riuscita a strapparselo via. Nessuno doveva permettersi di stringerle cinghie alla gola. Nemmeno adesso che era solo una gatta sempre più mansueta. La «guardina» del Colosseo. Così era stata infine denominata in quella seconda vita: un profilo nero che per dieci anni aveva custodito le rovine monumentali finché il pelo non era diventato opaco e rado, le forze si erano affievolite e la malattia non l’aveva infine lasciata esanime tra le pietre della Roma imperiale e il cielo.

«Ciao Nerina… Le fusa, i graffi, l’incedere su e giù per le scale ci mancheranno ogni giorno e ci sembrerà di vederti ancora stiracchiarti felice al sole, sull’arena… Con amore, da tutti noi». In questo modo era stata salutata dai responsabili del Parco archeologico.

La seconda vita infine non era stata poi così male.

La terza vita durò quel che durò. Non avrebbe mai immaginato di finire in un porto di un’isola in mezzo al mare tra il puzzo di pesce marcio: avanzi di teste, branchie, visceri, fegati, scaglie di merluzzi, saraghi, sardine, orate su cui si lanciavano famelici i gatti del porto, rognosi e grassi. Non lei che aveva ancora il profilo reale di un tempo, una gatta nera, solo più smagrita e con il pelo opaco di salsedine. La sua vita era fatta di puzzo di nafta che fuoriusciva dal motore del gozzo, di reti calate in mare alla sera e ritirate all’alba, di urla di pescatori, bestemmie quando c’era il mare grosso o si levava il maestrale, e pedate che non la colpivano ma la facevano sloggiare quando si posizionava dove non doveva stare, intralciando il lavoro. Adesso era insomma una gatta di bordo. Si era intrufolata minuscola tra i legni di un gozzo ed era rimasta lì, a prendersi di tanto in tanto qualche carezza ruvida dal pescatore che l’aveva adottata, chiamandola «Gatta» e basta.

Non scendeva a terra nemmeno quando si ritornava in porto. Se ne stava piuttosto sulla prua a osservare ora il mare oleoso che ondeggiava pesante ora la fanghiglia del basolato con i piccoli banchi del pesce dove si accalcava la gente. Aveva assistito a risse per accaparrarsi una cassa di totani o di gamberi ancora vivi. Aveva visto mani frantumare il carapace di crostacei e bocche masticarne la polpa rosata. E aveva provato disprezzo, perché non c’era nessuna grandezza in quei gesti, nessuna lotta fatale, e nemmeno ferocia. Solo il fare noncurante degli umani.

Quel che più le pareva insensato era il modo furibondo in cui i pescatori si accanivano sui corpi molli dei polpi vivi, azzannando la testa o battendola violentemente contro il legno del gozzo finché i tentacoli non smettevano di dimenarsi, afflosciandosi.

Certe notti di luna piena tornava a sognare l’arena, le pietre monumentali, e la quiete della seconda vita, o quel che le rimaneva ormai nella memoria dell’Africa con le sue notti d’ebano che esplodevano di stelle, le corse senza orizzonti nella savana, gli alberi possenti su cui si inerpicava, il cibo cacciato con passo silenzioso e occhi pronti. Anche adesso, a volte, saltava da un gozzo all’altro per arrivare all’albero di una barca a vela ormeggiata nel porto. Gli artigli non erano quelli di un tempo. La voglia di salire in cima sì. Ma il mare è una brutta bestia. La salsedine scrosta la pelle. Il sole cuoce il pelo. E anche la vita lì ha i suoi rischi. Un colpo di arpione, durante una pesca concitata tra onde alte come muraglie, le aveva bucato uno dei suoi occhi di smeraldo.

Fu con un solo occhio dunque che una mattina all’alba vide ribollire il mare in mezzo alle reti. Creature confuse che si dimenavano. Pesci che dovevano essere tanti e alcuni molto grossi. Non c’era modo di issarli a bordo né di liberare le reti. Porcodio bestemmiava il pescatore, mentre il gozzo imbarcava acqua, rischiava di colare a picco. Aveva raschiato la vernice azzurra e il legno del gozzo per darsi da fare anche lei, con i suoi artigli da gatta che cercava il vigore del suo passato di pantera. L’aveva fatto d’istinto. Per salvare se stessa, il pescatore o forse pure quegli esseri che levavano braccia nere dal fondo del mare, gorgogliando, urlavano di paura con voci che parevano scavalcare secoli e arrivare dal tempo remoto in cui lei era stata un grande felino dell’Africa. Alla fine erano arrivati altri gozzi e altri pescatori. Dopo ore, tra le reti lacerate, erano riusciti a tirare a bordo non sa quanti corpi di umani che parevano d’ebano, piccoli, grandi, femmine, maschi, catturati nelle maglie di nylon che serravano le carni contorte e inerti.

Era stato allora che aveva sentito salire dalle viscere un miagolio potente come un ruggito. Era accaduto esattamente quando il suo occhio smeraldo si era trovato dinanzi a un collo strozzato da una maglia della rete, la testa piccola, riccia e nera, riversa sul legno.

I pescatori la guardarono increduli azzannare quel collo, e scuoterlo, videro i denti accanirsi sul nylon che lo stritolava, per allentarne la stretta, spezzarlo. Poi si era acciambellata accanto a quel collo ferito, ripiegato e infine libero, abbandonandosi a un miagolio che sembrava emergere da un qualche abisso.

Da allora, per il resto degli anni, le era rimasto in gola solo un miagolio rognoso da gatto di porto. Non era mai più salita sul gozzo. Se ne stava acquattata sotto lo scafo di una vecchia barca sfondata tirata a secco e lasciata sulla banchina a marcire.

E quella fu l’ultima vita che volle vivere. Nessun desiderio di tornare al mondo, né gatta né pantera, né qualsiasi altro animale, e meno che mai da umano. Per lei il mondo era caduto per sempre così: stritolato in una rete in mezzo a un mare lontano dai fasti feroci della Roma imperiale.

ARTICLE n. 28 / 2021

Are books still a community?

Long-gone are the days where we waited for stuffy adult critics to drop the verdict on literature. Nowadays, the kids are in the drivers’ seat.

In March of this year, the New York Times reported that a new TikTok community— BookTok—was responsible for boosting several novels back onto the bestsellers’ list, resulting in the sale of tens of thousands of units. Barnes & Noble was quick to dedicate an entire section of their website to the phenomenon, and articles about the community started popping up everywhere.

(For those not in the know, BookTok is a group of creators and viewers, unified on the TikTok social media platform under the #booktok tag, who discuss, recommend, and gush over books.)

To many, this came as a great shock. Aren’t we in the middle of a great reading slump?

Between 25% to 50% of adults don’t read at all, a third of teens don’t either, and literature in particular has been the worst-affected. As social media becomes ever-more visual and less text-based, a «post-literate society»—a theoretical future where the ability to read won’t be necessary any more—is starting to look less and less theoretical. For this book boost to come from TikTok—the «crack cocaine» of apps blamed for destroying our attention spans— seemed like a hilarious miracle.

But as someone active on BookTok, these staggering numbers weren’t shocking at all. The power of youth is, after all, uncontested, and to me these results are a natural consequence of letting young people talk about literature on their own terms. In every aspect, readers on BookTok control the narrative, barricading themselves behind a wall of ever-evolving slang and metatextual memery, and are largely unconcerned with how the outside world perceives them.

By taking a look at BookTok, we can learn a lot about the young readers of today, the topics they care about, and the language that they use to discuss them. Three things, examined below, stand out to me: the prominence of young women in this space, the way that they discuss literature in a political context, and the value they place on being authentic and real.

THE FUTURE IS (STILL) FEMALE

From Star Trek to the Beatles, women have always been a prominent force in fandom, and despite efforts to erase their presence, young girls are still loudly and proudly in love with all kinds of media. BookTok is no exception.

Young women dominate BookTok—a study published in April 2021 showed that 87% of the sampled #booktok content was made by women, with the majority of them being in the 16-21 age bracket. Female authors also outnumbered male ones, with John Green and Rick Riordan sticking out in a sea of female authors like Cassandra Clare, Sarah J. Maas, E. Lockhart, Leigh Bardugo, and Susanne Collins.

In such a feminine environment, books aimed at young women are naturally the most popular. Serial works that have female protagonists (like A Court of Thrones and Roses, The

Hunger Games, Shadow & Bone and Throne of Glass) or feature significant, well-developed female characters (like Harry Potter and Percy Jackson) make up the grand majority of books that are discussed and recommended. On the less fantastical side, there are stories that retell traditionally male myths (Circe) or touch on current political events (The Hate U Give) from a female perspective. Books that don’t feature either a female protagonist or strong female characters but that are written by women (The Secret History) and/or tackle traditionally feminine themes like romance (The Song of Achilles) also enjoy popularity.

Of course, it’s not just young women who read nowadays, but young women are the ones coming together en-masse to define the new literary canon, and this is the greatest lesson BookTok can teach us. Young women are driving sales and building up new genres to suit their tastes, to address issues they find important, and they are are shaping up to be the long-term sculptors of what literature looks like in the twenty-first century. This is in sharp contrast to previous literary movements, which have almost always been shaped and directed by men. The future of literature is here, and she’s a teenage girl.

READING AS A POLITICAL ACT

BookTok’s origins in broader online fan culture are uncontested. Not only is there a similarity in demographic—mostly comprised of and led by young women—but there is also an overlap of themes, motifs, and tastes. Just like BookTube, a YouTube-based bibliophilic community that started around 2010, BookTok adores Young Adult fiction, fantasy, the enemies-to-lovers trope, and female power fantasies. It also shows roots to the more amorphous fandoms found on Tumblr, the Archive of Our Own, Wattpad, and older sites such as FanFiction.net and Livejournal. These communities are defined by discursive and transformative acts: building connections and content around existing works rather than encouraging the creation of originals. Books that have extensive worldbuilding and a large cast of characters, therefore, tend to be popular because they give fans a sandbox in which to play in.

Most importantly, though, just like many of these communities, BookTok views the discursive dissection of media as a political act. It is not enough to just like something—you must interrogate its themes and messaging, and whether those are harmful or helpful to society. Gen Z are shaping up to be the most politically-active generation to date, and their literature does not and cannot exist in a vacuum separated from real life.

BookTok’s creators come from all over the world and regularly engage in discussions about racism, homophobia, misogyny, and societal oppression both within their favourite books and outside of them. They recommend books to educate yourself and talk about problems in the publishing industry. They hold authors accountable too: popular BookTok author Sarah J. Maas was recently castigated for using the BLM movement to promote her latest book, and J.K. Rowling has been whole-heartedly disowned for her transphobic views. BookTok readers not only praise but expect literary discussion to be nuanced in regard to social issues.

Naturally, diverse books are preferred as well. Though straight Caucasian women are the majority on BookTok, the BookTok literary canon prominently features queer stories such as The Song of Achilles, The Seven Husbands of Evelyn Hugo, and Honey Girl; stories inspired by non-western cultures such as the uber-popular Shadow and Bone and Cinder trilogies;

Black stories such as The Hate U Give and Cinderella is Dead; and stories by authors from all over the world. Though it’s not perfect, it’s heartening to see that younger generations care enough about inclusion to act on it and vote with their choices.

The idea that politics don’t belong art is dead, and on BookTok, having a voice means being held responsible for what you say. It helps that many of BookTok’s popular authors are alive—rest in pieces, Henry Miller—and on social media, meaning that reaching them for a comment is a matter of typing @ on twitter. This is the second lesson of BookTok: far from being uncaring and illiterate, young readers today are probably more aware of politics than you are. If you want them to listen, make sure you have something to say.

AUTHENTICITY RULES

Time is money, time is precious, and Gen Z knows that better than anyone: «Youth culture is feeling like if you don’t succeed by 25 someone will literally come kill you», reads a viral tweet by comedian @jaboukie. In a society that is increasingly competitive and fast- paced, directness is a golden virtue. TikTok is the embodiment of that, with videos capping at a minute and attention spans maxing out at 8 seconds—if you want to capture attentions, you better get to the point.

Gone, too, are the days of photoshopped perfection and impeccable presentation— authenticity is the new cool. This is doubly true for BookTok, where success rests on emotional openness and honesty. Creators talk frankly about their preferred kinky lit, post videos of them sobbing to a book’s ending, and humorously embrace the unglamorous realities of nerdery. Viral videos are filmed in people’s bedrooms, stuffed chock full of hilarious pop-culture references, intra-BookTok jokes, and riffs on popular TikTok content styles like storytimes. These kinds of videos are impossible to make unless you have a deep and authentic understanding of the community, as well as the courage to show the real person behind the screen.

This demand for emotional commitment extends to the books themselves. The Song of Achilles, an expansive retelling of the Illiad, would not be what it is without its earnest, tender philosophising on the beauty of love. The text believes in itself when it has Patroculus say about Achilles, «I would know him blind, by the way his breaths came and his feet struck the earth. I would know him in death, at the end of the world». It leans whole-heartedly into its own romanticism and doesn’t shy away from its fairytale-like style. We’re growing up in a media environment where love conquers all rings as an outdated catchphrase from the seventies and happy endings are for chumps, so it’s incredibly refreshing to read a book that not only goes all in but boldly depicts love, specifically queer love, as defeating death itself. It’s hopeful, it’s enchanting, and it fits square into BookTok’s niche.

Young people today value and celebrate the courage it takes to speak your truth. That truth can be embarrassing and risqué, like talking about your questionable crushes, or it can be profound, like talking about what makes you cry, what you find beautiful, what gives you hope and what breaks your heart. BookTok is no exception, so here is the third lesson it gives us: speak from the heart, and you will earn our respect.

As with many great creative moments, the BookTok phenomenon is destined to be bright but fleeting. As the publishing industry takes note of and capitalises on this

opportunity to boost sales, the authenticity and ease that made BookTok thrive will start to fade. Outsiders are also likely to vilify and downplay the nuanced political discussions, seeing them as marketing risks. No doubt the community will continue to exist for many years to come, but it will probably never achieve the heights it has again.

This is not a tragedy.

The one great thing BookTok can do—the lasting impact it can have—is to foster a new generation of literati. It can spark connections between like-minded creators and then transforms them, as they transformed for the Romantics and the Beats, into a new literary movement. Among today’s BookTok cohort are a future generation of authors, critics, and curators. They are gathering tools and creating a language for modern literary discussion on their own turf, uninterrupted by adults and traditional constraints. Their works may not come for years, but when they do, they will be fresh and invigorating, uniquely theirs, echoing the values held on BookTok today.

That is a triumph.

Regardless of how much time BookTok has left, its presence (and power) shows us something wonderful—literature as a human tradition, a political tool, and an artform is as alive and as beloved as ever.

ARTICOLO n. 27 / 2021

Istanti di felicità

TRADUZIONE DI GALA MARIA FOLLACO

La felicità, e le cose che le assomigliano, secondo me sono proprio come le uova. Sono preziose, ma se le stringiamo troppo forte si rompono, e se le trattiamo con eccessiva delicatezza cominciano a pesarci. Ecco perché, come si è sempre detto in ogni parte del mondo, il metodo migliore per accostarsi alla felicità è sicuramente quello della casalinga che, infilata la confezione delle uova nel cestino della sua bicicletta, pedala verso casa a gran velocità e senza pensieri. Se una volta a casa si accorge che due o tre uova si sono rotte, non se ne cruccia più di tanto, dice: «Oh no, si sono rotte! Mah, pazienza, le posso sempre ricomprare», quindi si mette all’opera con quelle che le sono rimaste. A me questo sembra l’atteggiamento migliore.

L’infelicità di solito deriva da una mancanza di equilibrio. L’infelicità cui mi riferisco non è quella materiale, ma interiore. Ecco perché, a mio avviso, non si può essere realmente felici se si cerca continuamente di riconoscere i cosiddetti «istanti di felicità». E in fondo che importa?

Ho l’impressione che gli istanti di felicità siano una cosa leggermente diversa. Il passato è pieno zeppo di quelle che ci sembrano «splendide giornate», ma si tratta per lo più di ricordi abbelliti dal tempo, mentre i momenti di felicità così intensa da farti pensare «Ecco, adesso potrei anche morire» non si ripetono mai e a poco a poco inevitabilmente sbiadiscono. Sono combinazioni di elementi a determinarli, è il clima, lo stato d’animo, le condizioni fisiche, le relazioni interpersonali, i luoghi: sono tutte queste cose messe insieme. I tipi un po’ malinconici, come me, confidano nella «forza». Non possiamo farci niente: più ancora della felicità, ad attirarci è l’intensità di certi istanti. Ma forse è così perché sono ancora giovane, quindi non mi do per vinta. Sogno il momento in cui mi accorgerò di essere diventata «la casalinga con le uova».

Vi faccio qualche esempio di istante che ho vissuto.

Al secondo anno di università c’era un ragazzo per il quale mi ero presa una bella cotta. Mi piace tutt’ora, ma non come a quei tempi. Era un tipo veramente strano, molto intenso. Quando l’ho conosciuto tutte le mie certezze sono crollate, è stato come rinascere. Era una persona forte, per sottrarmi alla sua influenza e riprendere il controllo della mia vita ci sono voluti due o tre anni, lui stesso all’epoca era giovane e totalmente irrazionale, un vero spasso.

In quel periodo uscivamo spesso in gruppo, restavamo a bere per tutta la notte, quindi i miei ricordi sono piuttosto confusi, ma quanto sto per raccontare dev’essere capitato poco dopo il nostro primo incontro. Quella sera eravamo tutti su di giri, non so perché. Era molto tardi ed era evidente che non avremmo fatto in tempo a rincasare, tuttavia saremmo morti se avessimo mandato giù anche solo un altro goccio. A un certo punto lui, completamente ubriaco, disse: «E va bene, tutti a casa mia! Vi fermate a dormire da me». Per me era una specie di divinità, quindi non mi sembrava vero che all’improvviso mi avesse invitato a casa sua. Mi sentivo come un ragazzino patito della chitarra che si fosse appena preso un complimento dal mitico Chabo degli RC Succession.

A casa della divinità avremmo incontrato il padre, la madre e la sorella. Non direi che ne ero innamorata, più che altro ero affascinata dalla vita che conduceva, lo guardavo e pensavo «C’è gente che vive in questo modo incredibile», quindi ero felicissima di poter andare a casa sua. Certo, ero l’unica ragazza del gruppo, per di più ubriaca, e non mi posi affatto il problema: «Chissà, forse agli occhi dei suoi familiari risulterò un po’ sfacciata». Non stavo nella pelle, ero come i primi giapponesi che solcarono i mari alla scoperta di terre straniere.

Camminavamo tutti insieme nel tepore di una notte di primavera al suono di grosse risate. A metà strada ci fermammo in un convenience store per mangiare onigiri e inari sushi, e continuavamo a chiacchierare allegramente. Ricordo che proprio in quel momento mi fece un gran sorriso e, porgendomi un inari sushi, disse: «Yoshimoto, prendine un altro». Se ancora oggi mi ricordo un episodio così insignificante è perché in quell’istante, a notte fonda in quel quartiere residenziale, ho pensato: «Sono felice!». E forse, prima di allora, non mi ero mai resa conto di quanto lo fossi.

Da quel momento ho cominciato a riflettere proprio sulla nostra percezione della felicità.

A seconda delle persone, può essere un buon esercizio.

Lo scorso Natale, di ritorno da un concerto che si era tenuto ad Asakusa, mi sono fermata al ristorante dove lavoravo part-time. Ero andata al concerto con le mie colleghe, le quali mi avevano detto che quella sera ci avrebbero dato un bonus. La cameriera del primo turno aveva in mano una busta chiusa di colore marroncino al cui interno, dicevano, c’era il bonus. «E aprila allora», le avevamo detto, e con nostra grande sorpresa – credevamo che ci fossero sì e no duemila yen – ci trovò diecimila yen. La somma era così spropositata rispetto alle mie previsioni che andai a prendermela tutta felice. Quel giorno era una certa Yumi a coprire l’ultimo turno, una ragazza bellissima, molto socievole e un po’ bizzarra. Dopo essermi fatta dare la busta dal capo, le domandai: «Yumi, hai ritirato il bonus?».

«Sì, ma non ho ancora guardato nella busta. Quanto ci sarà?»

«Diecimila yen! Ecco, guarda».

Nel ristorante non c’era neanche un cliente, Yumi spalancò gli occhi e gridò: «Eeeh!?». Poi cominciò a ripetere che era fantastico, arrossendo visibilmente.

«Giusto adesso che avevo un gran bisogno di soldi, oh, che gioia, chi si aspettava una cifra del genere? Ah, il proprietario è stato veramente generoso, accidenti, sono così felice che sono diventata tutta rossa!», disse dandosi dei colpetti sulle guance. Mi sembrò di aver fatto qualcosa di buono. Non dicemmo una parola, ma sentii che era Natale. In quel momento, l’intero ristorante fu testimone dell’istante carico di gioia che Yumi stava vivendo.

Ancora: a casa ho un gatto.

Ne ho diversi, in verità, ma tra loro ce n’è uno che si chiama San-chan, adora i gamberetti e gli basta vederne uno per tirar fuori un «Mi-aaaao!!» differente da tutti gli altri. Lo fa nell’istante in cui gli mostro il gamberetto. Poi, quando glielo metto davanti come a dire «Ecco, è tutto tuo», lui mi guarda per un momento e, con le movenze e l’espressione, sembra chiedermi «Posso mangiarlo per davvero?». È così buffo che qualche volta mi diverto a tenerlo sulle spine, ma quando poi gli do il permesso lo divora in un sol boccone. Nessun indugio. Pura felicità.

Vorrei concedermi anch’io piccole gioie come queste.

Sugli istanti di felicità
Penso che anche i più inclini all’infelicità, prima o poi, riescano a trovare la pace. Forse perché, nel bene o nel male, con il passare degli anni si impara a conoscersi. Io stessa sono molto più serena rispetto a quando avevo diciassette o diciotto anni. La vita è lunga, ma per un diciassettenne è facile pensare che «l’oggi equivale al sempre», ed è una sensazione di disagio che mi ricordo a ogni lettera ricevuta da qualche liceale. È come se ognuna di loro pensasse di dover essere felice, come se si sentissero in dovere di rincorrere una felicità esteriore. A queste ragazze, soprattutto, vorrei donare almeno un istante di felicità intensa.

KOFUKU NO SHUNKAN by Banana YOSHIMOTO
Copyright © 1989 by Banana Yoshimoto
All rights reserved
Japanese original edition publishedby Kadokawa Shoten Publishing Co., Ltd., Japanas a part of the book “Painatsupurin”
Italian language translation rights arranged with Banana Yoshimoto through ZIPANGO, S.L.

ARTICOLO n. 26 / 2021

La musica, per me

DIARIO DI UNA NOTTE

Stamattina mi sono svegliato ai quatrur (le 4 in milanese) e sono andato in via Muratori, in pellegrinaggio davanti a quella che negli anni Settanta è stata la casa di Alberto Camerini.

Alcuni cenni topografici per chi non è de Milàn: il mausoleo si trova in una rientranza della via dove ci sono i numeri subalterni, ma quello che mi ha colpito è che di fronte alla strada in cui ha abitato il grande musicista si trova la cascina Cuccagna, e già il nome la dice lunga sulle energie mistiche di quella zona. Più avanti però, girato l’angolo, c’è viale Umbria e sul muro si vede una targa commemorativa che riporta il luogo dove il magistrato Emilio Alessandrini è stato ucciso da un commando di Prima Linea, siamo sempre negli anni Settanta: qualcuno ha in mano un mitra, qualcun’altro la chitarra. 

Nella vita, comunque, alle cose non ci si arriva per caso; per esempio, a me quando avevo cinque anni fu regalato un M16, il fucile d’assalto dei Marines. Ne andavo molto fiero e lo usavo a mo’ di roncola sulla testa di mio fratello, poi un giorno ebbi la malaugurata idea di prestarlo ad Amos, il mio amichetto del cuore, che dopo una settimana me lo restituì rotto. A titolo di indennizzo la madre di Amos mi regalò una chitarrina comprata alla UPIM e da quel giorno mi si aprì una strada. All’inizio mi venne in mente di usarla come racchetta da tennis, poi come paletta per recuperare le palline finite nei tombini e infine come culla per la Barbie e solo verso i dodici anni incominciai a considerarla per quello che era. Il vero incontro con la musica, quindi, non è avvenuto per via strumentale, bensì per via orale. 

Tutto ha avuto inizio all’asilo in uno stanzone buio, dove proiettavano un film sui tre porcellini oppure arrivava un signore cieco che si metteva al piano e ti faceva cantare «la pigrizia andò al mercato ed un cavolo comprò». Alle elementari invece un compagno di classe, Luca Salerno, ebbe l’immenso privilegio di partecipare allo Zecchino d’Oro e conoscere Lindo Ferretti, futuro cantante dei CCCP. Luca passò la selezione e lo vedemmo in TV, mentre Ferretti che era stato accompagnato dal suo insegnante di canto e mentore, una suora, tornò a casa smadonnando. 

Siccome mio padre progettava giradischi, radio e televisori in casa oltre al pane non è mai mancata la musica. Il karma ha voluto farmi nascere in un momento in cui in Italia si viveva il boom economico e i dischi erano un bene di consumo abbastanza ambito e alla portata di tutti, soprattutto i 45 giri. Altro colpo di culo è che a cavallo tra gli anni Sessanta/Settanta, sul pianeta l’umanità stava vivendo un periodo musicale d’oro e io passavo le ore sul divano di casa ad ascoltare musica.

All’inizio mia madre pensava che fossi un po’ autistico perché rimanevo in trans (anche lì al buio) e mi dondolavo con la schiena, un po’ come fanno gli ebrei quando pregano. Non vi dico quando arrivarono le radio libere e la scelta musicale divenne esponenziale… Prima ti dovevi solo accontentare di Alto Gradimento o della Hit Parade della Rai, adesso bastava girare la rotellina della radio e avevi tutta la musica a disposizione.

Andavo alle medie e ascoltavo Radio Popolare perché mi reputavo di sinistra; poi arrivò il sesso e così scoprii che musica, sesso ed autismo in me combaciavano perfettamente: mi dondolavo così tanto su quel divano che a furia di rimanere un po’ curvo con la schiena mi è venuta la scoliosi. Poi siccome a ’sto punto sapevo pure leggere, compravo le riviste musicali, una su tutte Il mucchio selvaggio, ma mi piaceva anche Ciao2001. La cosa che più mi attraeva erano le foto. Eravamo in un mondo fatto di musica ascoltata e parlata, ma ancora poco visiva quindi era bello associare un po’ di immagini a così tante parole e suoni, le copertine dei dischi, infatti, le contemplavo fino allo sfinimento. 

Per osmosi divenne quasi naturale passare dalla grammatica alla pratica e mi ricordai della chitarrina con dentro la Barbie.

Siccome andavo a catechismo adocchiai subito il maestro di chitarra, un giovane scapestrato che mi fece scoprire Santana. Una volta impadronitomi del giro di Do e scavallato l’insormontabile ostacolo del barré, la musica non aveva più segreti per me. Il primo repertorio che sviscerai furono le canzoni di Bennato, abbordabili per qualsiasi chitarrista inetto, ma soprattutto perché mi veniva bene la voce, essendo anch’io affetto da paperinite acuta.

Il primo incontro duro con la realtà lo ebbi al liceo: fintantoché ero l’unico ragazzino nella compagnia che suonava, potevo anche illudermi di essere capace, ma i nodi vennero al pettine durante un’occupazione al Berchet quando un ragazzo fece John Barleycorn Must Die dei Traffic e rimasi di sasso. Mai però come quella volta al Parini in cui vidi il figlio di Ostellino (suo padre era il direttore del Corriere della Sera) suonare con la chitarra elettrica I go home dei Ten Years After. Dovevo prendere atto che mi rimanevano solo due strade: o smettere di suonare o passare all’eroina e scelsi la seconda.

Avevo 16 anni, Milano era tappezzata di un manifesto che pubblicizzava una festa all’Odissea 2001 con su scritto «Fatti una pera» e c’era in effetti un capellone accovacciato che al posto della siringa si iniettava sul braccio appunto una pera. Era forse il periodo degli indiani metropolitani e dello slogan «La fantasia al potere», tant’è che io decisi di provare l’eroina, così … senza avere mai fumato neanche una sigaretta. Al parco Sempione ovviamente oltre ai tossici c’erano anche un sacco di ragazzi che suonavano e ricordo che mentre aspettavo il pusher mi misi a parlare di Jimi Hendrix con un ragazzo anche lui in attesa del messia e fu un bello scambio. Per mantenermi il vizio andai a lavorare nella cristalleria di mio zio in Paolo Sarpi e per quell’anno di chitarra e musica non se ne parlò più. 

Poi tutto d’un colpo, grazie a Dio, arrivò il punk e smisi di farmi, perché in quel contesto una chance come chitarrista ce l’avevo anch’io. Lasciai il ramo cristallerie e tornai a scuola, tra una vicissitudine e l’altra avevo perso due anni e si avvicinava la temuta maggiore età e con essa l’incubo dell’anno di militare che bisognava a tutti i costi evitare. Mi iscrissi a una scuola di recupero anni ed ero lì, tutto annoiato come un fagiano, quando un giorno non sapendo come passare il tempo, col pennarello scrissi sul banco «The Who». Alla ricreazione si fa avanti un bel giovanotto, anche lui della mia stessa classe e mi chiede: «Ti piacciono gli Who?». Quella frase fu come un segno di riconoscimento tra massoni, lui era Alex Marcheschi, futuro batterista dei Ritmo Tribale, ragazzo psicologicamente molto più strutturato di me, ma con una insana passione per la musica. Poi scoprimmo che in classe oltre alla figlia di Giorgio Scerbanenco c’era uno col giubbotto di pelle nero, tale Mauro Greppi, che oggi dirige una banca, ma allora suonava negli Allegri Pinoli che fu il primo gruppo di un altro scioperato, Ferdinando Masi, futuro batterista dei Casino Royale. Insomma, la musica tornò così prepotentemente nella mia vita che sull’onda dell’entusiasmo un giorno feci anche un pompino a Mauro, non so perché, spero per sbaglio, ma l’importante era essere tornato a suonare. 

Nonostante il passaggio intercorso da tossico, per chissà quale miracolo non mi ero venduto la Strato che papà mi aveva regalato per i 14 anni al posto del motorino. Questa chitarra esiste ancora, la comprai perché volevo la leva del tremolo ma non avevo mai visto una Stratocaster dal vivo, quindi andai in negozio ne scelsi una e quando tornai a casa cercai la leva ma non c’era. Avevo scambiato l’imboccatura del jack per il buco della leva. Va be’… ma che ti serve la leva del vibrato se suoni punk?! 

Come chitarrista facevo talmente cagare che andavo benissimo, ma avevo anche capito che siccome la musica degli altri era difficile da eseguire o creavo le mie canzoni o potevo andare a fare il soldato. Così per frustrazione, ma anche per tenere in vita il sogno iniziai per caso a scrivere le prime canzoni.

Tutto questo succedeva prima dei 18 anni, quest’anno ne compio 58 e allora facciamo il punto della situazione, anche perché bisogna mettere le basi per la prossima vita: come mi vedo tra vent’anni? Prima di tutto diciamo che molte cose sono cambiate: non sono più di sinistra e d’altronde non faccio neanche più i pompini, ma una cosa però è rimasta inalterata: suono sempre di merda. Sì, è vero, ma ho intenzione di migliorare, scrivere canzoni d’altronde è un talento che manco sapevo di avere e non è poco.

Qualcuno potrebbe dire che pure le mie canzoni fanno cagare, non lo metto in dubbio, ma ognuno può solo spendere i soldi che ha e io questo ho. Avrei potuto smettere di fare musica, il mondo non ne avrebbe sofferto, ma io sì. Le sono rimasto fedele nonostante la mia scarsitudine.

Vi lascio con alcuni cenni biografici sulla vita di Jimi Hendrix, di cui ho anche scritto un’agiografia apocrifa, solo per farvi capire di come la realtà è soggettiva. Il genio di Seattle, poverissimo, ebbe la sua prima chitarra verso i 16 anni, in 5 anni raggiunse un livello che altri musicisti ci impiegano decadi, ammesso che ci arrivino, poi rischiò anche di finire paracadutato in Vietnam e fu congedato perché si dichiarò omosessuale (vedi che a volte anche i pompini possono servire). Il risvolto di questa bella storia è che Hendrix all’apice del suo successo non trovava più stimoli, così pensò di passare al jazz o alla chitarra acustica oppure addirittura di smettere. Come nella canzone di Vecchioni che dice «ed il più grande conquistò nazione dopo nazione e quando fu davanti al mare si sentì un coglione perché più in là non si poteva conquistare niente». Ecco oggi sono arrivato fino in via Muratori e da Milano prima di raggiungere il mare ce ne vuole di strada. Diciamo che sono partito, speriamo almeno di essere in direzione sud. Se no sarà ancora più lunga. 

Un’ultima cosa: Frank Zappa non era un grande estimatore di Hendrix, una volta arrivò a dirgli di mettersi a studiare musica, della serie al meglio non c’è mai fine. Su Bob Dylan invece non aveva dubbi, gli faceva letteralmente cagare e su questo siamo tutti d’accordo, mezz’ora di standing ovation per il compagno Frank!

ARTICOLO n. 25 / 2021

Dove sono oggi i corpi?

Mio questo mio nome…
e degli amici, ovunque siano,
e mio il mio corpo provvisorio,

presente o assente…
MAHMUD DARWISH, MURALE

Dove sono, oggi, i corpi? E cosa ne è stato del corpo della polis? Non credete anche voi, lettrici e lettori, che, per provare a rispondere a queste domande, ci si debba affidare agli indizi, ai segni che con la loro presenza possono indicare altre cose più nascoste o non ancora avvenute? Sì, vi propongo di pensare allo scenario in cui – variamente disorientati, impauriti, confusi, malati o già bell’e morti – tutti ormai siamo, puntando lo sguardo sull’esistente così come è (come è stato fatto diventare) e sulle parole e le immagini che lo raccontano.

Operazione non facile, direte voi, visto che l’esistente è, oggi, metamorfico come un’anguilla, sovraccarico di interpretazioni, pronto a sgusciarci tra le mani come una donnola.

Allora, per evitare le secche più ovvie, mi servirò esclusivamente delle parole, rimandando al mittente quella spaventosa degenerazione figurativa che da oltre un anno mette fotograficamente in scena solo la rimozione dei corpi oppure la loro uniforme mortificazione o, più raramente, la loro colpevolizzazione.

Mi riferisco, nell’ordine, alle immagini sinistre delle città evacuate, dei cumuli di bare (oggi banditi dai media, come dalle testate statunitensi nei primi mesi della guerra in Iraq), degli anziani di là dai vetri delle RSA, dei malati intubati e attaccati a fili, macchine, monitor, delle code ai drive-in per tamponi e test antigenici e, più di recente, delle file dei vaccinandi, della vaccinazione in atto su corpi chissà quanto coscienti, consenzienti, condiscendenti, dei più o meno rassegnati, stoici VIP della politica, quelli che devono dare il buon esempio, in attesa del miracoloso vaccino-che-toglie-il-virus-del mondo, e infine delle aggregazioni selvagge, sleali, disobbedienti, incivili e tuttavia vitalissime di giovani e meno giovani che non intendono morir vivendo o vivere da morti.

Avrete notato che, accanto ai corpi esposti, letteralmente messi a nudo, di vecchi, malati e in corso di vaccinazione, a rendere ancor più chiara la loro impotenza e/o abdicazione alla libertà di scegliere o libertà tout court, è sempre presente il dominante corpo macchina corazzato del curante. E così un atto privato reso spudoratamente pubblico si carica di connotazioni che fino a non molto tempo fa erano riservate agli altri: i diversamente abili, i migranti, i rifugiati, i poveri, i senzatetto.

Cerchiamoli dunque qui gli indizi.

Da un lato nelle città desertificate, silenziose, spettrali, rese tali dalla negazione/interdizione dello spazio pubblico. Dall’altro in interni domestici gremiti, saturi, rumorosi, invasi dal lavoro e dalla didattica a distanza, e dunque non più privati. Spopolate e spogliate della loro funzione connettiva le prime, collegati a tempo pieno e ingarbugliati da cavi, fibre, schermi i secondi.

Città infestate, necrotizzate e narcotizzate. Abitazioni ridotte a loculi più o meno accoglienti e attrezzati, adibite a proteggere come bunker o fortini.

Medicalizzazione imponente e impotente, talora militarizzata, del territorio. Sconfinamento delle pratiche mediche dagli spazi ad esse preposti ai luoghi un tempo destinati all’arte, alla cultura, allo scambio commerciale, al tempo libero.

Una rincorsa affannata in attesa del miracolo che ci salverà, annunciato con toni profetici o variamente apocalittici, utile – quantomeno fino a oggi – solo ad ottenere uno strano misto di obnubilamento e passività: una delega di massa che passa proprio dai nostri rimossi e offesi corpi, pronti a confinarsi, murarsi vivi, uscire a tempo entro perimetri designati come nei paesi in guerra, farsi utilizzare alla cieca per sperimentazioni vaccinali su larga scala che neanche il più pazzo dei maghi merlini di vonnegutiana memoria avrebbe sognato di poter compiere in mezzo al gaudio riconoscente dei più.

E cerchiamoli in quel non-tempo o stasi che è diventata la nostra dimensione quotidiana: temporalità esplosa e frammentata, improgettabile, che soffoca e seda, costringendo a rimpiangere il passato, il tempo mitico della normalità.

Nel 2015, mentre osservavo il nostro paese attraverso la lente ad alta definizione della pubblicità cartacea, il paesaggio desolato in cui siamo oggi definitivamente immersi era già perfettamente a fuoco.

«I muri delle città contemporanee ripetono ossessivamente uno slogan senza trascendenza: il bene è nelle merci, la felicità nel potere d’acquisto, la libertà nel consumo.

E tuttavia i versatili corpi della pubblicità, ormai totalmente smaterializzati, come simulacri di plastica, astratti, seriali, identici tra loro, non sembrano parlare a noi e di noi, della nostra fragile umanità, dei nostri desideri e dei nostri bisogni reali. Invadendo con sbalorditiva prepotenza (finanche con la scusa di risanarlo) uno spazio che pubblico non è più, sovrappongono al paesaggio concreto un paesaggio apparente. Ecco perché decodificarlo pedissequamente, scambiando per corpi e situazioni reali queste malleabili effigi del nulla, mi pare fuorviante. A chi va a caccia di pubblicità sessiste, per esempio, propongo di indossare lenti multifocali e provare a vedere se questi pornografici corpi/guscio fatalmente privi di eros (la forza vitale che muove il pensiero, i sensi e gli affetti) non parlino d’altro, in particolare di due passioni tristi: il non amore di sé per quel che effettivamente siamo e una furibonda invidia sociale pronta a trasformarsi in depressione, amarezza, impotenza e rancore.

Se il corpo sociale della città, lo spazio un tempo condiviso da cittadini e cittadine, si è trasformato in merce, va da sé che ad aggiudicarselo sarà chi ha maggiore potere d’acquisto o maggiore potere tout court. Le raffigurazioni con cui lo riempie – importa davvero che siano sessiste, razziste, etaiste o altro? – non potranno che essere il riflesso spettrale di quella mutazione. A dispetto di qualsiasi progetto di illuminazione notturna, taxi rosa e altri proclamati antidoti, le vie delle città che si sono arrese alla necrofilia del capitale non saranno più sicure per nessuno: privatizzato e commercializzato, il comune terreno urbano si è convertito in territorio di rapina, in luogo che produce terrore.

Guardiamoli dunque ad occhi ben aperti questi giganteschi necrologhi. Oltre a proporci l’immagine di corpi senz’ombra che si riflettono in se stessi, ci dicono che, dove tutto è in vendita, i primi ad essere in pericolo sono i corpi reali, ridondanti, diseconomici, obsolescenti, spendibili.

E che il pericolo più grave consiste nella violenza che proprio i corpi reali portano inscritta su di sé: un’esposizione totale, una nudità indifesa. Lo riassumono con brutalità le immagini fotografiche che arrivano dalle zone colpite dal virus Ebola, da Gaza, Guantanamo, Lampedusa: spogli corpi malati, feriti, incatenati, stremati da un lato e superaccessoriati corpi-macchina (umanitari e/o bellici) dall’altro. I manifesti pubblicitari che a quel repertorio iconografico attingono con sublime imperturbabilità non ne sono che la perversa enfatizzazione.

Dirsi dalla parte dei deboli per vendere ai ricchi è la loro ultima, incomparabile degenerazione.» (Maria Nadotti, Necrologhi: Pamphlet sull’arte di consumare).

Difficile, tuttavia, immaginare allora una conversione così rapida e capillare. Arduo, anche solo due anni fa, supporre che tra il coincidente con l’altrove delle zone colpite dal virus Ebola, di Gaza, Guantanamo, Lampedusa e il nostro qui, tra il loro degli abitanti di quei luoghi o di chi da quei luoghi era in fuga e il noi, non ci sarebbe più stata soluzione di continuità. Che il mondo sarebbe diventato un continuum frastagliato di incertezza, precarietà, paura, illusione, stordimento, inganno. Che, per rinnovarsi, il sistema economico che è andato imponendosi ovunque – dal liberismo occidentale al socialismo di libero mercato cinese – avrebbe trovato una sorta di miccia ideale capace di sfoltire e disciplinare la popolazione mondiale terrorizzandola e inducendola ad accettare nuovi consumi e un inedito – e tuttavia tecnologicamente maturo – stile di vita.

Credo che in ognuna/o di noi, già dagli anni Ottanta, si fossero affacciati un paio di interrogativi inquietanti, ma il festino occidentale era talmente all’apice che farsi avanti con qualche perplessità sulle magnifiche sorti e progressive del mondo avrebbe richiesto un’audacia o un’abnegazione in conflitto con lo spirito di quei tempi sazi e storditi. L’arte, spia meravigliosa dell’a venire, stava già da anni indicando con precisione la via che avremmo imboccato. Videoarte, arte elettronica, videoinstallazioni stavano irreversibilmente soppiantando materiali, mezzi, forme, spazi e fruizione dell’arte tradizionale. Nelle biennali (quinquennali o decennali) d’arte contemporanea, già verso la metà degli anni Novanta la pittura pareva una forma pateticamente obsoleta, incapace di tenere il passo dei nuovi linguaggi. La digitocrazia aveva trovato la sua avanguardia e si preparava a usarla come cavallo di Troia per fare di tutti noi gli arresi, garruli e disincarnati consumatori di beni virtuali ad alto contenuto di onnipotenza: il narcisistico dappertutto in nessun luogo della telefonia mobile e della rete.

Più connessi dunque più liberi, più fermi dunque più mobili, più soli dunque più insieme.

Abbiamo abboccato e, quando la tecnologia digitale e relativo mercato hanno raggiunto il punto di compimento necessario a sostenere l’onda d’urto di una connessione contemporanea universale, aerei e treni si sono fermati, uffici, università e scuole si sono smaterializzati, negozi, ristoranti, musei, cinema, teatri, stadi & Co. sono evaporati.

I corpi, però, persistono e resistono. Troppi (numericamente) e troppo pochi (detentori di potere d’acquisto). Avrete notato che da circa un anno, nel nostro panorama mentale oltre che nel discorso pubblico, sono ricomparsi temi e termini che credevamo definitivamente spurgati dal nostro habitus (inteso nel senso di condivisione di uno spazio sociale e percettivo omogeneo: italiani, residenti, bianchi, produttivi, preferibilmente maschi o maschilizzati).

Tornati in auge – stavolta riferiti a noi, non a migranti illegali o fuoricasta – concetti e parole quali triage, confinamento, passaporto sanitario. Per il nostro bene, direte voi, eppure la storia insegna che certe pratiche tendono, una volta liberate, a uscire dal loro alveo.

Nel frattempo è accaduta una cosa strana, anch’essa appartenente alla sfera delle definizioni che, come si sa, sono l’anticamera della messa in atto. Sul piano lessicale la nostra società è stata spezzettata in categorie inedite. Senza dubbio a fin di bene – ma talora il bene (di chi?) può fare più danno del male (per chi?) –, i nostri corpi sono stati incasellati per età, abilità, funzione, utilità sociale o essenzialità rispetto ai bisogni della comunità nel suo complesso. E si è stabilito che alcuni mestieri sono essenziali e altri no, che alcune attività possono essere sospese e altre noi, che alcuni soggetti sono intercambiabili e altri insostituibili.

Di un certo numero di impieghi, attività e soggetti (o dovremmo chiamarli oggetti?) si è preferito non fare parola. Eppure sappiamo tutti che in questi mesi gli addetti alle pulizie, i trasportatori, i fattorini, le commesse dei supermercati, i conducenti dei mezzi pubblici… sono stati infinitamente più essenziali di qualsiasi giudice o docente universitario e che le donne hanno avuto un ruolo e carichi di lavoro da tempi delle caverne. Quando si è trattato di decidere chi vaccinare per primo, avete per caso visto qualcuno alzare timidamente una mano e dire: loro, per la buona ragione che sono stati e continuano a essere proprio i mestieri umili, precari, malpagati o non pagati affatto a far girare il mondo?

E invece no. Forse perché questi essenziali non sono soggetti di diritto, bensì corpi a perdere, ridondanti, sostituibili a costo zero, vera e propria carne da macello per democrazie che rifiutano la guerra, ma non i suoi ristori (nuovo, irresistibile lemma messo in uso da governi palesemente stanchi e assetati). Sì, i ridondanti sono diventati essenziali, ma un ridondante vale l’altro, e l’offerta è infinita.

Non è, questa logica, la stessa sottesa alla gestione necropolitica di un virus combattuto allarmando, isolando, confinando, svuotando le città, disciplinando, prima ancora che trattandolo medicalmente? Come se chi decide per tutte e tutti avesse paura di chi, sempre più numeroso, non ha niente da perdere ed è ben cosciente che l’annunciata immunità di gregge crea il secondo senza garantire la prima.

Quello che i fiori del prato raccontano in questa primavera esiliata va ascoltato con tutto il corpo, con la tenerezza delle mani e la durezza del cuore.

«Alla popolazione parrà infatti che sia andata totalmente distrutta l’ultima speranza di un qualunque ordine sociale. Prende quindi il sopravvento l’impulso a garantirsi la sopravvivenza personale e iniziano i saccheggi. Niente di più semplice e di più terribile. Tuttavia i nuovi tiranni non sanno nulla di come si comporti un popolo ridotto allo stremo. La paura impedisce loro di saperlo; sono soli su questo pianeta; anche i morti li hanno abbandonati.» (John Berger, «Pensiamo alla paura», in Abbi cara ogni cosa. Scritti politici 2001-2007).

ARTICOLO n. 24 / 2021

Solenoide

CAPITOLO UNO

Ho preso di nuovo i pidocchi, la cosa nemmeno mi sorprende più, non mi spaventa più, non mi provoca più disgusto. Mi prude soltanto. Lendini ne ho in continuazione, li faccio cadere sempre quando mi pettino in bagno: piccole uova di color avorio, che luccicano nerastre sulla ceramica del lavandino. Ne restano parecchi anche tra i denti del pettine, che poi pulisco con un vecchio spazzolino da denti, quello con l’impugnatura ammuffita. È impossibile non prendere i pidocchi: insegno in una scuola di periferia. Metà dei ragazzi hanno pidocchi, glieli trovano alla visita medica, a inizio scuola, quando l’infermiera separa i capelli con i gesti esperti degli scimpanzé, salvo che non schiaccia sotto i denti le croste chitinose degli insetti catturati. Raccomanda invece ai genitori una soluzione biancastra, simile a liscivia, dall’odore chimico, la stessa che usano alla fine anche i professori. In pochi giorni tutta la scuola arriva a odorare di soluzione contro i pidocchi.

In fondo non è così male, almeno non abbiamo cimici, è da tanto che non si sono più viste. Mi ricordo pure di queste, le ho viste con i miei occhi quando avevo tre anni, nella villetta di Floreasca dove abbiamo abitato verso il ’59-’60. Il babbo me le mostrava quando spostava bruscamente il materasso del letto. Erano come dei granellini rosso scuro, duri e lucenti come i frutti di bosco o come le bacche nere di edera, che sapevo di non dovere ingoiare. Solo che i granellini tra il materasso e il telaio del letto scappavano via verso gli angoli bui, così agitati che scoppiavo a ridere. Non aspettavo altro che papà sollevasse l’angolo pesante del materasso (quando si cambiavano le lenzuola) per vedere ancora gli animaletti grassottelli. Ridevo allora con tale gusto che la mamma, che mi voleva con i capelli lunghi e tutti riccioletti, mi prendeva sempre tra le braccia e fingeva scaramanticamente di sputacchiarmi addosso. Poi il babbo portava la pompa con l’insetticida e faceva una bella doccia puzzolente alle cimici annidate nelle giunture del legno. Mi piaceva l’odore del legno del letto, l’abete che sapeva ancora di resina, mi piaceva persino l’odore dell’insetticida. Poi il babbo sistemava il materasso e veniva la mamma con le lenzuola. Quando ne stendeva uno sul letto, si gonfiava come un grosso bombolone in cui mi piaceva tantissimo infilarmi. Aspettavo quindi che il lenzuolo si stendesse lentamente su di me, che prendesse la forma del mio corpicino, ma non di ogni sua parte, bensì che disegnasse complicate pieghe piccole e grandi. A quel tempo le stanze erano grandi come capannoni, e vi si affaccendavano quei due giganti che, non si sa perché, si prendevano cura di me: la mamma e il babbo.

Non mi ricordo però delle punture delle cimici. La mamma mi diceva che erano come dei circoletti rossi sulla pelle, con un puntino bianco al centro. E che piuttosto bruciavano anziché prudere. Non so, fatto sta che continuo a prendere pidocchi dagli scolari quando mi chino sopra i loro quaderni, è come una malattia professionale. Porto i capelli lunghi sin dai tempi in cui sarei potuto diventare scrittore. È tutto ciò che mi è rimasto di questa carriera, i capelli lunghi, la zazzera. E i maglioni dolcevita di filanca, come li portava il primo scrittore che ho visto in vita mia e che mi è rimasto nella mente come un’immagine, gloriosa e intoccabile, dell’autore: quello di Colazione da Tiffany. I miei capelli sfiorano sempre quelli arruffati e pieni di nastrini delle bambine. Su queste funi cornee, semitrasparenti, salgono gli insetti. I loro uncini seguono la curvatura del capello, che afferrano a meraviglia. Passeggiano poi sul cuoio capelluto, e vi lasciano gli escrementi e le uova. Pungono la pelle, mai toccata dal sole, di un bianco immacolato, come fosse pergamena, e questo è il loro cibo. Quando i pruriti diventano insopportabili, riempio la vasca di acqua bollente e mi accingo a sterminarli.

Mi piace lo scroscio dell’acqua nella vasca, quell’impetuoso vortice prorompente di miliardi di gocce e rivoli a spirale, la risonanza del getto verticale nella gelatina verdognola dell’acqua che cresce poco a poco, conquistando le pareti della vasca fra rigonfiature ostacolanti e scorrerie repentine, simili a innumerevoli formiche trasparenti che brulicano nella giungla amazzonica. Chiudo il rubinetto e si fa silenzio, le formiche si dissolvono e lo zaffiro molle come gelée si acquieta, mi guarda come un occhio sereno e mi aspetta. Nudo, entro nell’acqua voluttuosamente. Immergo subito la testa, sento come le pareti dell’acqua salgono simmetricamente lungo le mie guance e la mia fronte. L’acqua mi stringe, la sento pesante intorno a me, mi fa levitare in mezzo a essa. Sono il nocciolo di un frutto dalla polpa azzurro-verde. I capelli mi si stendono fin sul bordo della vasca, come un uccello nero dispiegherebbe le sue ali. I capelli tra di loro si respingono, ciascuno è indipendente, ciascuno galleggia, improvvisamente bagnato, fra gli altri, senza sfiorarli, simili ai tentacoli dei gigli di mare. Muovo la testa bruscamente a destra e a sinistra per sentire come i capelli diventano tesi, si stendono nell’acqua densa, acquistano peso, un peso inaspettato. È difficile strapparli dai loro alveoli stando in acqua. I pidocchi si appigliano ben bene ai tronconi spessi, diventano un tutt’uno. Le loro espressioni inumane mostra- no una sorta di perplessità. Le loro carcasse sono della stessa sostanza dei capelli. Si ammorbidiscono anch’esse nell’acqua bollente, ma non si dissolvono. I tubicini respiratori disposti simmetricamente intorno all’addome goffrato sono ben serrati, come le narici socchiuse delle foche. Galleggio nella vasca passivamente, rilassato come un prodotto anatomico, la pelle delle dita mi si gonfia e s’increspa. Sono anch’io molle, come se fossi ricoperto di chitina diafana. Le braccia, lasciate libere, galleggiano in superficie. Il sesso tende pure lui a sollevarsi, come un tappo di sughero. È così strano avere un corpo, essere dentro un corpo.

Mi metto seduto nella vasca e comincio a insaponarmi i capelli e il corpo. Per tutto il tempo che ero stato con le orecchie sottacqua avevo sentito distintamente discussioni e rumori dagli appartamenti vicini, ma come in sogno. Ora avevo tappi di gelatina nelle orecchie. Passo i palmi delle mani pieni di sapone sul corpo. Il mio corpo non è per me erotico. È come se passassi le dita non sul mio corpo, ma sulla mia mente. La mia mente vestita di carne, la mia carne vestita di cosmo.

Come nel caso dei pidocchi, non sono granché sorpreso quando arrivo con le dita piene di sapone all’ombelico. È da un bel po’ di anni che mi capita. All’inizio mi sono spaventato, ovviamente, perché avevo sentito che può capitare che l’ombelico ti scoppi. Non mi ero però fatto mai problemi col mio, visto che il mio ombelico non era altro che un incavo sul mio addome «appiccicato alla colonna vertebrale», come diceva la mamma. In fondo a questo incavo c’era qualcosa di spiacevole al tatto, che non mi aveva mai più di tanto preoccupato. L’ombelico non era altro che la parte incavata della mela, da dove spunta il pippolo. Siamo cresciuti pure noi come dei frutti su un picciolo percorso da venuzze e arterie. Ma un po’ di mesi fa, mentre passavo le dita frettolose sopra questo accidente del mio corpo, soltanto perché non restasse mal lavato, ho sentito qualcosa d’insolito, qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì: una specie di piccola sporgenza che mi ha graffiato la punta del dito, qualcosa d’inorganico, che non faceva parte del mio corpo. Era incastonata nel groppo di carne smorta che stava sbarrata lì, come un occhio tra due palpebre.

Per la prima volta ho guardato più attentamente, sotto l’acqua, e ho dischiuso con le dita i bordi del crepaccio. Poiché non vedevo bene, mi sono alzato dalla vasca, e la lente d’acqua dell’ombelico è gocciata lentamente via. Oddio, mi dicevo sorridendo, sono arrivato a contemplare il mio stesso ombelico… Sì, era una specie di nodo pallido, che ultimamente era diventato più sporgente del solito, perché a quasi trent’anni i muscoli dell’addome si erano rilassati un po’. Un’incrostazione grande come un’unghia di bambino, in una delle volute del nodo, si rivelò essere semplice sporcizia. Dall’altra parte, però, rigido e dolente, sporgeva il piccolo moncone nero-verdastro che avevo sentito con la punta del dito. Non mi rendevo conto di cosa potesse essere. Ho cercato di afferrarlo con le unghie, ma ho sentito, tirando, una piccola dolenzia che mi ha spaventato: poteva essere una specie di neo che non era saggio stuzzicare. Ho cercato di non badarci più e di lasciarlo stare, lì dov’era comparso. Nel corso della vita spuntano tante macchie cutanee, nei, ossa necrotizzate e altre porcherie che ci portiamo dietro pazientemente, per non dire di unghie, capelli, e di denti che ci cadono: parti di noi che non ci appartengono più e che acquistano una vita tutta loro. Grazie alla mamma, conservo tuttora, in una scatolina di tic tac, tutti i miei dentini da latte e sempre grazie a lei le mie treccine di quando avevo tre anni. Le nostre foto con la lacca screpolata e la dentellatura sui bordi, simile a quella dei francobolli, lo testimoniano: il nostro corpo si è realmente interposto un tempo tra il sole e la lente della macchina fotografica, lasciando la propria ombra impressa sulla pellicola, non diversamente da come la luna, durante l’eclisse, depone la sua ombra sul disco solare.

Dopo una settimana, però, sempre nella vasca, ho sentito di nuovo il mio ombelico insolitamente irritato: il pezzetto non identificato si era allungato un po’ e si avvertiva in maniera diversa, una sensazione inquietante più che dolorosa. Quando ci fa male un molare lo stuzzichiamo con la lingua pur rischiando di provocare alla fine un dolore acuto. Qualsiasi cosa insolita appaia sulla mappa sensibile del nostro corpo ci esaspera e c’inquieta: dobbiamo a ogni costo liberarci della spiacevole sensazione che non ci dà pace.

A volte, la sera, quando vado a letto, mi tolgo i calzini e sento che la pelle carnosa, giallo-traslucida della parte laterale dell’alluce si è ispessita a dismisura. Afferro con le dita il rigonfiamento compatto, lo tiro anche per mezz’ora finché riesco a romperne un pezzetto, e continuo a tirare con i polpastrelli delle dita dolenti, sempre più irritato e più preoccupato, finché stacco una crosta spessa, vetrosa, come rigata da papille digitali, un intero centimetro di pelle morta, che pende ora sconciamente dal dito. Non posso tirare oltre, poiché arrivo già alla membrana innervata che c’è sotto, a quel me che percepisce il dolore, devo tuttavia liberarmi dal prurito, da quella inquietudine. Prendo le forbici e la taglio, poi la contemplo per un po’: una crosta bianca che ho prodotto io, senza sapere come, così come non mi ricordo come ho prodotto le mie ossa. La piego tra le dita, la odoro, sa vagamente di ammoniaca: il pezzetto organico, eppure morto, morto già da quando faceva parte di me e aggiungeva qualche grammo al mio peso, continua a esasperarmi. Non me la sento di buttarlo via, spengo la luce e mi corico, tenendolo sempre tra le dita, per dimenticarmene completamente l’indomani. Tuttavia per un po’ zoppico leggermente: mi fa male il punto da dove l’ho strappato.

Così mi sono messo a tirare leggermente il moncone rigido che spuntava dal mio ombelico finché, inaspettatamente, mi è rimasto in mano. Era un cilindretto lungo mezzo centimetro e grosso come uno zolfanello. Sembrava annerito precocemente, muffito e sporco e scurito dal trascorrere del tempo. Era qualcosa di antico, mummificato, saponificato, il demonio soltanto lo sa. L’ho messo sotto il getto d’acqua del lavandino e lo strato di sporcizia se n’è andato via, lasciando vedere che una volta quella cosina era stata, forse, giallo-verdognola. L’ho messo in una scatolina vuota di fiammiferi. Sembrava la capocchia bruciata di uno zolfanello.

Qualche settimana dopo dall’ombelico ammollato dall’acqua bollente ho poi estratto un altro frammento, questa volta due volte più lungo, della stessa sostanza dura e allungata. Stavolta mi sono reso conto che si trattava dell’estremità flessibile di uno spago, ho potuto anche notare l’insieme delle fibre ritorte che lo componevano. Era uno spago, un semplice spago, da pacchi. Lo stesso con il quale, ventisette anni prima, avevano legato il mio ombelico nel misero reparto maternità dell’ospedale per povera gente dov’ero nato. Adesso il mio ombelico lo espelleva, come fosse un aborto, lentamente, un pezzetto ogni due settimane, un pezzetto al mese, poi un altro dopo altri tre mesi. Quello di oggi è il quinto e me lo tolgo con cura e voluttà. Lo raddrizzo, lo pulisco con l’unghia, lo lavo nell’acqua della vasca. È il pezzo più lungo fino a ora, e l’ultimo, spero. Lo dispongo nella scatolina da fiammiferi, accanto agli altri: se ne stanno tranquilli, mezzi curvi, di un giallo-verdognolo-nero, con le estremità leggermente sfilacciate. La canapa, la stessa canapa con cui si fanno le retine per le massaie, che gli tagliano le dita quando sono piene di patate, la stessa usata per legare i pacchi. A Ferragosto, per l’Assunzione, ricevevamo un pacco dai parenti di mio padre del Banato: dolci con semi di papavero e miele. Lo spago disfatto, verde-marrone, era la mia gioia: ci legavo le maniglie delle porte, perché la mamma non facesse un altro bambino. A ogni maniglia facevo decine, centinaia di nodi.

Allo spago dell’ombelico non ci penso più ed esco dalla vasca, con l’acqua che mi scivola addosso. Prendo la bottiglia con la soluzione contro i pidocchi che sta dietro il cesso e mi verso in testa un dito del suo contenuto puzzolente. Mi chiedo da quale classe li ho presi questa volta, come se contasse qualcosa. O forse conta, chissà. Forse in strade diverse del quartiere e in classi diverse della scuola i pidocchi sono di altre specie, di altre dimensioni.

Risciacquo più volte quella sostanza schifosa e poi comincio a pettinarmi sopra il lavandino con la porcellana splendente di pulizia. E a un tratto i parassiti cominciano a cadere, due, cinque, otto, quindici… Sono piccolissimi, ognuno contenuto nella sua goccia d’acqua. A fatica riesco a scorgere i loro corpi con l’addome dilatato e tre zampine, che ancora si muovono, su ogni lato. Il loro corpo e il mio, così come mi ritrovo, nudo e bagnato, chino sul lavandino, sono fatti degli stessi tessuti organici. Hanno organi e funzioni analoghi. Hanno occhi che vedono la stessa realtà, hanno piedi che li portano nello stesso mondo infinito e incomprensibile. Vogliono vivere, così come lo voglio anch’io. Li allontano dalle superfici del lavandino con un getto d’acqua. Scendono giù attraverso i tubi, arrivano nelle canalizzazioni sotterranee.

Vado a dormire con i capelli bagnati vicino ai miei miseri tesori: la scatolina di tic tac con i dentini da latte, le foto di quando ero piccolo e i miei genitori erano giovani, la scatola dei fiammiferi con lo spago tagliato dal mio ombelico, il mio diario. Rovescio, come faccio tante volte alla sera, i dentini nel palmo della mano: sassolini levigati, ancora bianchissimi, che una volta sono stati nella mia bocca, con cui un tempo ho mangiato, ho pronunciato parole e ho morso come un cagnolino. Tante volte mi sono chiesto come sarebbe avere da qualche parte un sacchetto di carta con le mie vertebre dell’età di due anni o con le falangi delle mie dita di quando ne avevo sette… Rimetto i denti a posto. Vorrei guardare anche qualche foto, ma non ce la faccio più. Apro il cassetto del comodino e metto tutto dentro, nella scatola di «pelle di serpente» ingiallita, che una volta conteneva un rasoio, un pennello e una confezione di lamette da barba Astor. Ora ci tengo i miei poveri tesori. Mi copro la testa con la trapunta e cerco di addormentarmi quanto più in fretta, se possibile definitivamente. Il cuoio capelluto non mi prude più. Inoltre, visto che è capitato di recente, mi auguro che non capiti anche stanotte.

— Traduzione di Bruno Mazzoni, dal 20 maggio in libreria.

© 2015, Mircea Cărtărescu/Paul Zsolnay Verlag Wien

ARTICOLO n. 23 / 2021

Quale futuro per i festival?

Dazed and confused. Così ci siamo sentiti. Ancora lo siamo. Come nella canzone dei Led Zeppelin, involontaria colonna sonora di questa lunga e inconclusa pandemia. Tuttavia, da pochi giorni, anche in Italia le sale cinematografiche hanno ottenuto il via libera alla riapertura, seppure con molte restrizioni. Pochi Paesi ci avevano preceduto, anche se di poco (Spagna, Inghilterra, Stati Uniti), altri seguiranno (la Francia).

Gli interrogativi legati a questa ripartenza che ci si augura definitiva – dopo quella illusoria dello scorso settembre, vanificata dalla seconda e dalla terza ondata del virus – sono numerosi e alimentati da un’aura d’inquietudine neppur troppo sottile. Tornerà il pubblico a frequentare le sale dopo la lunga abitudine alla comodità che le piattaforme hanno generato e continueranno a sfruttare con cinica determinazione? Saprà l’industria cinematografica risollevarsi dopo essere stata messa in ginocchio dalla pandemia, al pari di tutti gli altri settori dedicati alla creazione artistica?

Altri interrogativi riguardano le possibilità di sopravvivenza dei distributori, soprattutto quelli indipendenti, che hanno garantito il funzionamento di un modello di diffusione dei film che dura da più di un secolo; o la capacità di tenuta delle produzioni tradizionali a fronte dell’enorme potenziale d’investimento dei nuovi soggetti che sono i veri padroni delle piattaforme web. Alcuni iniziano anche a chiedersi quale futuro si stia ridefinendo per i festival di cinema.

Tra i molti a farsi queste e altre domande, anche Paul Schrader, grande sceneggiatore e regista (American Gigolo, Mishima, il recente First Riformed), molto attivo sui social e la sua pagina Facebook.

Anche lui, come altri, ritiene che il cinema così come abbiamo imparato a conoscerlo, ad appassionarcene e ad amarlo, sia in remissione. Che la pandemia abbia disabituato lo spettatore alla tradizionale forma di spettacolo della durata canonica di 90-120 minuti. Che sia in atto una sorta di mutazione antropologica messa in moto dalla dipendenza dalle serie, caratterizzate dalla loro lunghezza indefinita e dal rituale episodico della narrazione. Che il futuro dello spettacolo in sala sia legato alla capacità di dar vita a esperienze basate su eventi per i quali si renda necessario e inevitabile uscire dalla propria casa, o alla costruzione di un vincolo come quello che s’induce in uno spettatore quando è spinto a diventare membro di un cineclub.

Ascoltiamolo: «Penso che questa trasformazione corrisponda al terzo cambiamento tettonico nella storia del cinema. Il primo avvenne dopo Nascita di una nazione, quando ci si rese conto che si potevano fare un sacco di soldi mettendo una moltitudine di persone dentro una grande sala buia senz’aria condizionata. Così nacquero i grandi cinema dell’epoca del muto, e tutte quello che ne seguì. Il secondo cambiamento si produsse quando il cinema dovette fare i conti con la televisione e, ironicamente, ciò avvenne nello stesso momento della comparsa dei film intelligenti, i film seri che da noi John Frankenheimer e Arthur Penn furono tra i primi a realizzare, mentre in Europa tutto era iniziato con il Neorealismo italiano. Improvvisamente, c’era stata data un’altra ragione per andare al cinema. Quanto al terzo cambiamento…beh, tutto mi è risultato più chiaro quando, parlando con un mio parente che abita nel Michigan, alla domanda “Che tipo di film guardi?”, mi sono sentito rispondere: “Io guardo Netflix”. In quel momento ho compreso il genio di Reed Hastings (il fondatore di Netflix, ndr.)».

Detto in estrema sintesi, la grande intuizione di Hastings consiste nell’aver ribaltato una consuetudine durata alcuni decenni, che consisteva per lo spettatore nella scelta del film per il quale avrebbe deciso di uscire di casa per andare al cinema.

Con Netflix, oggi è sufficiente accendere il proprio televisore e scegliere da un menù vastissimo, che contiene film per tutti gusti (polizieschi, commedie, film di guerra, documentari, persino grandi film d’autore – Martin Scorsese, Alfonso Cuaron e, a breve, Jane Campion – con la produzione dei quali il colosso del web sembra volersi vendicare degli studios hollywoodiani che gli avevano dichiarato guerra agli inizi). Paul Schrader muove considerazioni interessanti in merito ai cambiamenti che questo modello di consumo induce nell’estetica del cinema. Per esempio, il fatto che l’arte del film consista «nella capacità di comporre storie concise che atterrano come un pugno in faccia», mentre nel caso della serialità televisiva il primo episodio serva a costruire un modello che i registi successivi (che possono essere persone diverse) si limitano a seguire e a duplicare.

Un’altra differenza consiste nel fatto che il cinema è un director’s medium (cioè il frutto della creatività di un regista, che controlla l’intero processo), mentre la serie è un writer’s medium, cioè il risultato del lavoro di uno sceneggiatore (salvo eccezioni, come nel caso di David Fincher, ideatore regista e produttore della serie Mindhunter). Anzi di una writers’ room, cioè un gruppo di sceneggiatori che sono costretti a lavorare insieme e debbono per forza scendere a compromessi tra di loro: «così viene meno l’idea di una voce forte, singolare, ciò che rende un film di Woody Allen, per esempio, una sua inconfondibile creazione. Non puoi guardare un film di Allen senza renderti conto che stai guardando un film di Allen, mentre un sacco di serie rivelano l’impronta della committenza».

Ancora. Vedere Nomadland (da poco premiato con l’Oscar per il miglior film) al cinema non è la stessa cosa che vederlo sulla piattaforma che pure lo ospita in contemporanea. Perché se hai scelto di andare a vederlo in una sala provi un diverso tipo di coinvolgimento: resti a vederlo fino alla fine anche se non ti piace, mentre a casa puoi mollare la visione in qualunque momento, se non ti soddisfa fino in fondo.

Facciamo un passo indietro, anzi di lato. Abbiamo seguito sinora Schrader nella conversazione con Richard Brody, pubblicata su The New Yorker il 22 aprile scorso (ci torneremo fra poco). Proviamo ora a domandarci che cosa sia cambiato invece nell’universo parallelo dei festival cinematografici in seguito alla pandemia. Moltissimi sono stati costretti a cancellare la loro edizione, alcuni per due volte di seguito. Lo sappiamo dall’assillante bollettino delle perdite non solo umane con il quale i media ci hanno tenuto costantemente informati, durante il lockdown totale o parziale che dura da quindici mesi. Sappiamo anche che molti di questi non troveranno la forza e le risorse per ripartire, una volta che saremo ritornati a una qualche forma di normalità.

Pochissimi si sono potuti svolgere «in presenza», benché costretti a rinunce e limitazioni imposte dai protocolli di sicurezza, con meno film in programma e la capienza delle sale ridotta alla metà. Poi c’è il caso, molto interessante, di numerose altre manifestazioni che hanno scelto la via del web, affidandosi alle risorse della virtualità pur di non scomparire o, in alcuni casi, optando per soluzioni ibride in grado di garantire una qualche forma di fruizione in presenza per un numero limitato di spettatori, mentre agli altri potenziali fruitori veniva offerta la possibilità di collegarsi in streaming per vedere i film che altrimenti sarebbero stati loro negati.

Doveroso chiedersi, a questo punto, se quest’ultimo sia destinato a diventare il paradigma festivaliero del futuro, se sia possibile e/o auspicabile una coesistenza di diversi modelli di fruizione a vantaggio di tutti, o se non sia invece necessario un grande sforzo collettivo per garantire la sopravvivenza di spazi reali, fisici, non virtuali, destinati alla tutela e alla valorizzazione dei prodotti artistici.

La risposta non può che essere plurima, a seconda delle diverse tipologie di festival con cui si ha a che fare. Non credo ci possano essere dubbi sul fatto che l’enorme quantità di piccole e medie manifestazioni specializzate, destinate alla circolazione e alla promozione di cortometraggi, documentari e film minori che difficilmente possono contare su di un mercato in grado di garantire loro una circolazione ampia e uno sfruttamento commerciale di dimensioni significative, siano enormemente avvantaggiate dalla possibilità di servirsi delle risorse offerte dallo streaming per mostrare i film selezionati.

A fronte di una diminuzione dell’effetto di promozione territoriale (il legame con la città o la regione di svolgimento), l’occasione di aumentare in maniera significativa il numero degli spettatori virtuali risulta alquanto allettante e potenzialmente remunerativa. Recenti esperienze in questo senso suonano a conferma di quanto affermato: gli spettatori, abituati ad utilizzare le piattaforme, sembrano assai più propensi a connettersi da casa con un festival, piuttosto che affrontare spostamenti impegnativi a fronte di costi non indifferenti e incertezza sulla qualità delle proposte.

L’ampliamento della platea potenziale, che si affianca a quella reale, non ha solo un effetto di promozione dell’immagine di un festival e di gratificazione degli obbiettivi culturali della proposta, ma può tradursi in un ritorno economico che risuona positivamente a vantaggio di tutti i soggetti coinvolti: organizzatori, produttori dei film e gestori delle piattaforme utilizzate.

Diversa la situazione dei grandi appuntamenti che si suole definire con il termine di «generalisti», come Venezia, Cannes, Berlino, Toronto, San Sebastian, Telluride, New York, Locarno, Busan e Tokyo (per citare solo i festival più noti e di maggior prestigio). In questi casi, le funzioni principali che ne presiedono e giustificano l’esistenza – celebrare l’arte e la creatività cinematografica, contribuendo alla sua affermazione al di là delle ragioni economiche e produttive sottese, e servire nello stesso tempo alla giusta causa della promozione dei film in vista della loro imminente distribuzione nei circuiti esistenti (quello tradizione delle sale cinematografiche e quello nuovo rappresentato dalle piattaforme) – non possono prescindere dallo spazio fisco entro il quale interagiscono tutti i soggetti che partecipano alla sua realizzazione: autori, critici, giornalisti, operatori professionali, cinefili e semplici spettatori occasionali, attirati dalla curiosità dell’evento e dalla presenza delle star.

È una cerimonia complessa e articolata, affidata a riti che si ripetono sempre uguali, ciascuno dei quali (pur nella diversità dei pesi e dell’importanza che gli si vuole attribuire) svolge una funzione essenziale per il conseguimento del risultato finale: il tappeto rosso, la conferenza stampa, photo TV e radio call, la successione interminabile delle interviste, l’incontro con il pubblico, il rituale degli autografi, le master class, la cerimonia della consegna dei premi. E, naturalmente, su tutto e prima di tutto, l’esperienza della proiezione in una sala perfettamente attrezzata, che presuppone la garanzia delle migliori condizioni di visione possibili e la partecipazione all’emozione della scoperta di un film inedito con altri spettatori: elemento, questo, che nessun succedaneo virtuale è in grado di surrogare, né tantomeno di sostituire. La prevalenza del fattore umano: se mai la pandemia è servita a qualcosa, il suo apporto è consistito anche nell’aver favorito la riscoperta del valore insostituibile della condivisione dal vivo di uno spettacolo, di un evento.

Tutt’al più, nell’immediato futuro – in cui assisteremo all’istaurazione di una normalità nuova che avrà alcuni tratti in comune con quella a cui eravamo abituati e altri inediti – i festival impareranno a sfruttare al meglio le risorse che la tecnologia e l’intelligenza artificiale mettono a nostra disposizione per migliore la qualità dei servizi offerti ai partecipanti (conferenze stampa e interviste online, panel con protagonisti da tutto il mondo che non si sarebbero altrimenti potuti spostare, potenziamento delle occasioni di promozione degli autori e delle loro opere, anche proiezioni in streaming per i film ancora privi di distribuzione).

Una certa qual forma di contaminazione o, se si preferisce, di integrazione fra la dimensione fisica e quella virtuale sarà dunque inevitabile e persino auspicabile. Ma poiché si è fatto ripetutamente ricorso a termini quali cerimonia riti e rituale, conviene concludere con Paul Schrader che «in un certo senso, andare al cinema in passato era come andare in chiesa. Non esci dalla chiesa perché ti annoi. Ci sei andato per annoiarti». Diciamocelo allora, restando nella metafora: se la vita è noia (Sartre, Leopardi, Moravia), il cinema è pur sempre il miglior modo di annoiarsi, e un festival in presenza, in totale condivisione con una moltitudine di altri esseri umani, è la più alta forma di celebrazione di questo insondabile e insostituibile mistero noioso che è il culto della Settima Arte.

ARTICOLO n. 22 / 2021

Tentare l’Impossibile

Quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra,
ciascuno nella sua misura,
su per giù gli stessi sentimenti che io nutro verso l’oceano
HERMAN MELVILLE, MOBY DICK

C’è una grande chiglia che mi aspetta sempre attraccata al porto. La sensazione di essere pronti a salpare è pura vitalità. Opera viva è detta la parte della nave immersa in acqua, quella che scandaglierà gli abissi. Opera morta è chiamata quella che resterà all’asciutto. Basterebbe questo per raccontare il cammino di ogni nuova creazione.  

Partire per un nuovo progetto, per un film, per un romanzo è cercare qualcosa che non conosco e che non voglio conoscere prima. Non ho nessun appiglio a cui far riferimento, sono fragile ma ho una certezza: al ritorno di ogni viaggio non sarò più come prima.

Sono sola di fronte a quello che conosco da sempre, in compagnia dei fantasmi e cerco di farli apparire esattamente come potrebbe accadere una seduta spiritica. Non posso voltarmi verso quello che ho già fatto. Anzi, il conosciuto, l’avvenuto, tutti i film che ho già girato e più di tutto il successo, grande o piccolo che sia stato ogni volta, inteso più come participio passato che come evento, mi soffoca in una rete da cui devo liberarmi per tornare all’oceano.

Il successo è l’altra faccia della persecuzione, diceva Pasolini. Ma non sono gli altri che ti imprigionano che lo si creda o no, sei tu che perseguiti te stesso obbligandoti a una forma vecchia e certa e dunque non più pericolosa e fertile. Facile o difficile che sia, in ogni caso, conoscere l’effetto di questa distanza è possibile. Scomparire ogni volta e ritrovare una forma sempre vergine è il miraggio a cui tendo. Non essere ri-conoscibile e dunque ri- conosciuta, ma invece conoscermi di nuovo è l’ambizione.

Tentare l’impossibile mentre si cerca, siano immagini per un film o parole per un romanzo, si tramuta in quello che è un viaggio dove il naufragio è uno degli esiti possibili, e dove sia sempre possibile naufragare insieme al progetto; senza pericolo, senza l’abisso non c’è nemmeno il viaggio. All’inizio, mentre giravo i primi film, cortometraggi, dipingevo la pellicola.

Era pellicola 35 millimetri, il grande fotogramma era un quadro che aggredivo con colori e smalto, Senti Amor Mio: un film di nove minuti, la storia beckettiana di due postini e di un pacco che non sarà mai recapitato per i vicoli stretti e dalla luce sontuosa di una Palermo incantata, l’opera lirica e le voci del mercato di Ballarò, una delle tante dichiarazioni d’amore fatte a quella città. Il colore sul fotogramma che riempiva l’immagine era il tentativo di andare oltre l’immagine, di aprirla per scoprire che cosa c’era dentro, interrogarla fino a quando non avveniva una trasformazione alchemica grazie al colore. Quando lo proiettarono al cinema i colori sovrastavano il girato, lo avevano cancellato e cambiato completamente la drammaturgia della storia. Il mondo che avevo immaginato era un grande testo e i colori l’avevano riscritto emotivamente.

Se quello che guida è la bussola dell’esploratore, può sempre succedere che la bussola impazzisca, che le traiettorie sulla carta si confondano e all’improvviso ti trovi nel mezzo della foresta, o peggio ancora: nel mezzo del nulla, del perfettamente ignoto.

La vertigine del nulla è indescrivibile. Non perché sia liricamente romantico farlo e l’emozione ti sovrasti, piuttosto perché non ne conosci le parole, l’unica cosa a quel punto è inventarle, inventare un linguaggio con cui il nulla possa prendere a parlare. E il linguaggio è creatura viva che scaturisce dalla visione. La vista per me è il senso della meraviglia. I territori dell’inesplorato non hanno ancora parole per essere raccontati e non hanno immagini per essere visti, almeno non quelle esistenti. A quel punto del sentiero si aprono due strade: la poesia o la profezia, facoltà data all’arte che coincide con l’ignoto.

Aggredire l’ignoto è un gioco che comincia da bambini e poi, può continuare fino a quando nessuno ti ferma. C’erano certe mattine luminose di cui ricordo solo i riflessi della luce bianca spalmata sul marmo del pavimento di casa, sarà stato quel baluginare luccicante, quell’idea di flutti marini a farmi balenare in testa l’idea di permettere al pesce rosso di tramutarsi in un terrestre. Se noi ce la facevamo perché lui non poteva provarci? Avevo preso la boccia piena d’acqua e accuratamente avevo tracciato due solchi, due piccoli ruscelli sul pavimento del salotto, poi infilato le mani e preso il piccolo pesce che si dimenava ignaro del suo destino, l’avevo appoggiato delicatamente in quel ruscello. L’animale percorreva affannato il solco d’acqua e poi terminava miseramente la sua corsa agitandosi disperatamente sul pavimento. L’intervento misericordioso di mia madre che portava in salvo la creatura, come la botticelliana Madonna del Mare è conservato al riparo nella mia memoria, salvandomi da un senso di colpa che mi avrebbe perseguitato.

Ma subito dopo, quando la tragedia era scongiurata, tornava ad affacciarsi prepotente una questione.  Perché non era stato possibile condividere con il pesce rosso la mia esistenza terrestre? Non c’era limite che mi dissuadesse dal credere che se solo il ruscello fosse stato più lungo, se solo la traiettoria fosse stata più accurata, se solo qualche dettaglio dell’operazione fosse stato curato meglio, avrei potuto raggiungere il risultato.

Conservo di quell’esperimento la precisa sensazione che ricorre in me adulta ogni volta che di fronte a un divieto apparentemente logico mi ripeto: tutto è possibile. La gamma dei possibili si amplia a dismisura o si assottiglia per sempre se gli permettiamo di farlo. La soglia può variare e le variabili sono la misura del nostro spirito d’avventura. È una vita che della ricerca fa il suo stesso cammino, non anela alla meta, ma al percorso fatto. L’animo da pioniere mi porta a credere che ci sia sempre altro da scoprire.  E in questo la fantasia è strumento indagatore, al contrario di quanto potrebbe sembrare. In questo periodo storico si è portati ad attribuire alla fantasia la connotazione di fuga dalla realtà.

L’artista, in tutti i campi ma nel cinema in particolare, ha più ascolto come lacchè della cronaca, la dittatura del realismo ci attende con i suoi militari schierati. Ma davvero il realismo nulla ha a che vedere con la realtà. Il realismo è funzionale a una visione artistica che fa della propaganda il suo fine e ne condivide i presupposti ideologici. Secondo Arshile Gorky l’arte nasce dove la fantasia sostituisce la memoria.  Sua madre gli raccontava storie mentre lui bambino schiacciava la faccia a occhi chiusi sul suo lungo grembiule. Le storie e i ricami sul grembiule si confondevano nella sua testa e per tutta la vita hanno continuato a dipanare immagini. Così la fantasia come creatrice di una realtà mi porta a disfare in continuazione la tessitura della narrazione.

Ho necessità di partire per immaginare ogni racconto da una storia vera, per vera intendo realmente accaduta. Voglio che quella storia trovi riscontro in un corpo, in una voce, in un testimone. Poi a poco a poco riavvolgo il filo, la srotolo come farei con un gomitolo fino a quando la storia che ritrovo si è modificata attraverso la fantasia.

Quando ho scritto il mio primo film, Tano da Morire, avevo per le mani una storia di mafia classica, quella di un piccolo boss di quartiere, avevo letto tutti gli atti del processo, seguito la cronaca sulla sua vita, maneggiato a lungo le fotografie della sua famiglia. Ma dopo tutto questo ho abbandonato la strada che ogni traccia mi suggeriva e sono andata alla deriva. La realtà mi era servita da banchina, da attracco, per farmi navigare in acque sconosciute. Così ho fatto un musical su quella storia di mafia.

Ricordo perfettamente la prima volta che sono entrata in una sala cinematografica, avrò avuto più o meno sei anni, ero con mio padre a Milano in una grande sala di Viale Abruzzi. Era un pomeriggio estivo. Due cowboy seduti a un tavolaccio mangiavano avidamente da un piatto bianco candido dei fagioli. Quella visione meravigliosa suscitava il desiderio di partecipare e di sedermi allo stesso tavolo per mangiare con loro, la mano calda e rassicurante di mio padre non era bastata a trattenermi, volevo entrare di corsa nello schermo e andare dall’altra parte, agguantare quei fagioli.

Non era possibile, mi era stato detto. Non era possibile passare dall’altra parte dello specchio, come dice Monk nella Rosa Purpurea del Cairo: «Va’ vai a vedere com’è il mondo: quello non è cinema, è vita vera! È vita vera e qui tornerai» ma io non potevo crederci. Ma intanto l’emozione di quella visione si era stampata intatta nella memoria che comunemente viene definita a lungo termine (mentre quella a breve termine viene chiamata in modo molto significativo memoria di lavoro). Se ricordare non significa semplicemente replicare, ma ogni volta ricreare le esperienze, raccontarle secondo una nuova narrazione, diventa altrettanto fondamentale dimenticare. La necessità di dimenticare ogni volta e il richiamo della memoria sono il filo teso su cui camminare.

In questo gioco a sfuggire la memoria e in questa ossessione a non perderla, vincitore a volte è il primo, a volte la seconda. Cammino in mezzo con l’impossibile desiderio di meravigliarmi ogni volta e lo struggente attimo in cui perché succeda devo abbandonare quello che conosco. Il mio prossimo film è infatti la storia di una donna che perde la memoria. 

La grande chiglia è pronta a salpare, meglio alleggerire il carico. In mare aperto anche un solo ricordo ti fa provare il desiderio di tornare indietro mentre poche miglia più in là in mezzo al nulla potrebbe aspettarti la meraviglia.

ARTICOLO n. 21 / 2021

Credere ancora nella scrittura?

La domanda mostra (inconsapevolmente) non solo di credere nella scrittura, ma anche di subirne tuttora completamente l’ipnotica efficacia. Infatti «la scrittura» non esiste, salvo per coloro che sono stati alfabetizzati. Cerco di spiegarmi (muovendomi fatalmente in un contesto «alfabetizzato»).

La pratica espressiva originaria dei discorsi non procede per nomi, verbi, avverbi, aggettivi ecc. ecc. La sua «grammatica», per dir così, è di altra natura. Ricordo un aneddoto famoso. Aleksandr Lurija chiede a un contadino russo analfabeta (siamo negli anni ’20) in che differiscano la sega, l’accetta e il tronco dell’albero. Non differiscono affatto, è la risposta. La sega sega l’albero, l’accetta lo divide in tanti pezzi che vengono poi bruciati nel camino. In sostanza il contadino considera l’unità di senso dell’azione complessiva, profondamente intrecciata con gli abiti verbali propri della comunità di appartenenza. L’oralità, la scrittura, l’accetta isolatamente intesi per lui non esistono. Sono abiti vocali il cui significato accade e fa corpo con l’esercizio del fare legna per l’inverno.

Che cosa fa invece la scrittura alfabetica? Se chiedi «che cosa», la scrittura alfabetica è già entrata in azione ed è lei che risponde, di fatto nascondendosi allo sguardo di quel soggetto alfabetizzato dalla prima infanzia che noi siamo. Cerchiamo nondimeno di dirci che cosa fa, evitando le banalità consuete del tipo: trascrive i suoni della voce in grafemi o segni scritti (o meraviglia! E come fa a produrre questo miracolo?).

Prendiamo le mosse dall’idea di pratiche complesse in azione, come appunto andare a fare legna nel bosco: l’uomo dell’oralità primaria (come diciamo noi, lui non ha alcun motivo né possibilità di pensarsi così) svolge di fatto un’azione intelligente che si snoda in moduli operativi eminentemente finalizzati e pratici; la loro dinamica dà vita a un corpo in azione coerente con l’espressione «andare a far legna», azione articolata in altre azioni e correlativi strumenti ed espressioni (l’accetta, la sega, il ceppo ecc.).

La scrittura alfabetica non traduce affatto il tutto in tracce scritte su un supporto; piuttosto sostituisce l’antico corpo integrato operativo ed espressivo in tutt’altra pratica, in tutt’altro corpo operativo, all’interno del quale emergono appunto i segni scritti, le «vocali», le «consonanti», le «sillabe»: «cose» esistenti solo all’interno di questa pratica scrittoria. Essa analizza il cosiddetto nastro vocale, preso isolatamente in sé, secondo una logica esecutiva «musicale», propria appunto della pratica alfabetica. Vedi questo circoletto con la gambina? Bene, apri la bocca ed emetti un suono corrispondente: «aaa…». Poi nascerà col tempo la lettura silenziosa, quella di Sant’Ambrogio che suscitò lo stupore e l’ammirazione di Agostino. Come possiamo pensare che questa pratica sia sorta e che si sia imposta, per quali motivi, secondo quali sensi e ragioni progressive ho cercato di chiarire in un saggio («Phrasikleia: corpi e voci della scrittura», in Inizio, Jaca Book, Milano 2016).

Qui mi concentro sugli esiti ultimi di questo lungo processo legato al diffondersi della pratica alfabetica, nel mondo antico e poi nel medio evo e nella modernità.

La pratica scrittoria dell’alfabeto (lettera dopo lettera su una linea progressiva di punti idealmente infiniti) esibisce tratti di parole separate (ricordo che la separazione tra le parole fu un procedimento scrittorio ellenistico; prima si badava unicamente alla lettura musicale del testo, il cui senso suggeriva da sé, ancora oralmente per così dire, gli intervalli del discorso concretamente incarnato e tradotto dal lettore vocale). È così che le parole cominciano a stagliarsi singolarmente, divenendo appunto «cose-parole»: esse acquisiscono in tal modo una inedita consistenza onto-logica, divenendo segni di «cose» corrispondenti, ovvero supposte tali dal lettore alfabetizzato. Evento la cui portata non potrebbe essere più grande e profonda, poiché è all’origine di tutta la «scienza europea».

Su questa base, un uomo cominciò a interrogare i suoi concittadini analfabeti chiedendo per esempio: che cosa è «il coraggio»? Che cosa dici che sia? E l’interlocutore ovviamente rispondeva secondo la sua «logica»: coraggio è quello che fa Ettore, nell’affrontare l’invincibile Achille… No, non è questo che ti ho chiesto; non volevo che tu mi riferissi un’azione, un comportamento, una storia, un racconto (mythos); ti sto chiedendo che cosa è il coraggio, ti chiedo una «definizione» (cosa per l’interlocutore sconosciuta e inimmaginabile), non un’azione ma una nozione. Quindi una «essenza», un «concetto», una «idea»; non Eroi, Dei e Personaggi coinvolti in una vicenda. L’Occidente è in cammino.

Divenute segni di cose corrispondenti sul piano della supposta realtà in sé del «mondo» e dei suoi «enti», le parole innescano il sapere fondamentale della scienza, della episteme filosofica, fondamento dei saperi rappresentati dalle scienze particolari. Infatti Aristotele coerentemente distingue: «filosofia prima» (la «metafisica»: lo studio dell’ente in quanto tale e dell’ente in totalità) e «filosofie seconde» (le scienze o saperi particolari, a partire dalla «fisica»).

Ha osservato Heidegger: oggi la filosofia è morta. Se chiedi che cosa sono le cose, gli enti reali del mondo, da tempo non è più il filosofo che risponde; risponde lo scienziato naturalista (il fisico galileiano, il chimico, il biologo ecc.). Tuttavia, dice Heidegger, questa fine della metafisica e della filosofia tradizionale è piuttosto il suo compimento, è la realizzazione di un compito che sin dalle origini la filosofia si era dato: la conoscenza della «causa» degli enti e delle loro trasformazioni, quella conoscenza che, nel tempo, si è sviluppata grazie al lavoro delle scienze particolari. È questo lavoro che ha di fatto realizzato il fine della conoscenza filosofica, vedi appunto Aristotele; quindi la sua fine. Tutto bene allora? Adagio…

Anzitutto c’è un passaggio problematico. Se ci siamo fatti intendere, la «logica degli enti», la «mentalità logica» dell’uomo occidentale, ha la sua premessa e condizione nel diffondersi di una pratica, complessa e sempre storicamente determinata, che è la pratica nata nell’alveo del discorso alfabeticamente organizzato. Se è vero che l’uomo della cosiddetta oralità fa le cose in un certo modo tradizionale, è altrettanto vero che la pratica alfabetica ha insegnato a ragionare invece per «enti in sé», che nondimeno resterebbero impensabili, «letteralmente» inconcepibili, senza l’educazione alla scrittura e alla lettura alfabetiche e alle loro grandi conseguenze culturali e mentali. Questo fatto resta però inavvertito. La mentalità scientifica diffusa (e così quella del cosiddetto senso comune) ritiene fermamente di parlare semplicemente della «realtà», cioè di come sono fatte universalmente le cose del mondo, esseri umani compresi. La soglia della grande rivoluzione alfabetica dell’Occidente e delle relative, immense conseguenze per il tipo di vita sul pianeta restano di fatto sconosciute.

Poi c’è un secondo problema: la stessa «scrittura alfabetica» non è affatto intesa nella sua complessità storico-pratica. Ricordo il bellissimo libro di Ivan Illich, Nella vigna del testo, Cortina, Milano 1994. Ogni scrittura e, correlatamente, ogni lettura si è sviluppata come una pratica complessa, ricca di fattori contingenti e transeunti. È appunto questa serie di differenti pratiche storiche e dei loro esiti sociali a esistere, non «la scrittura». Come si leggeva alla corte di Carlo Magno, come si cantavano in chiesa le grandi e pesanti pergamene del libro sacro, come il monaco rimuginava tutto il giorno, mentre era al lavoro, le righe mandate a memoria, quando l’alfabeto era unicamente pensato come tecnica applicabile alla sola lingua latina (per il fatto che non se ne conoscevano altre applicazioni)? E poi la trasformazione delle pratiche scrittorie, innescate dall’Oriente: la carta, gli inchiostri, le colle, la copertina, l’organizzazione inedita del materiale, ovvero la grande invenzione del testo: indici, paragrafi, capitoli, sommari. Infine la decisiva rivoluzione della stampa e il suo percorso straordinario, da Venezia al mondo: vera matrice della rivoluzione della cultura moderna e delle grandi trasformazioni politiche e sociali in Europa e, un po’ alla volta, in tutto il globo.

Ecco, questa è la scrittura di cui si chiede conto nel titolo di questo scritto. Non vi è né vi fu una sola scrittura; la sua pratica si è intramata con innumerevoli innovazioni tecniche, economiche, ideologiche e sociali e non ha smesso di farlo. Quello che si ha l’impressione che perda terreno, specialmente tra i giovani, è la scrittura del testo «letterario», della «saggistica» filosofica e non solo. Avanzano inarrestabili altri intrecci, altre pratiche scrittorie, sempre più diffuse e potenti.

C’è del resto una osservazione molto semplice per convincersi della estrema attualità della scrittura alfabetica: la presenza ormai ovunque della «tastiera» (che costituisce un grande e ancora attuale problema per le scritture orientali basate sugli ideogrammi). La logica della tastiera (con la relativa presenza di messaggi e messaggini) governa sovrana l’espressione internazionale dell’uomo contemporaneo. La scrittura alfabetica non è mai stata così viva.

Da tempo immemorabile ciò che chiamiamo «scrittura» ha incarnato la soglia dell’umano. Essa era là quando si dipingevano il volto e le membra, quando si mutilavano il corpo, quando orientavano le tende, le tombe e le capanne, istoriavano le caverne, intagliavano gli strumenti e le armi, organizzavano il rito e il sacrificio, eseguivano danze festive, disegnando i labirinti del destino. Essa è ancora qua, sui nostri schermi che avvicinano e rendono presente il lontano, nella nostalgia dolorosa dell’assenza. Così la scrittura alfabetica ha conservato i pensieri dei morti, grandi e piccini, perché il corpo degli umani è da sempre un corpo «scritto». La scrittura cambia con noi. Essa custodisce una figura della verità che non è mai compiuta e il cui senso risiede sempre, enigmaticamente, in un’altra scrittura.

ARTICOLO n. 20 / 2021

Sapete chi è Tamino?

Perché il bello non è
che il tremendo al suo inizio
RAINER MARIA RILKE

La prima volta che sono entrata nel teatro Olimpico di Vicenza mi sono sentita male. Era pomeriggio, il teatro deserto e silenzioso.

Ho aperto una porticina dopo aver percorso un lungo corridoio, e di colpo, vertigini, spaesamento, lacrime. Forse la consuetudine nel frequentare i palcoscenici mi aveva tratto in inganno. Pensavo di sapere dove mi trovavo.

L’Olimpico è un monumento prima ancora di essere un teatro, e questo ne contraddice l’essenza: le scene fisse progettate dal Palladio, sontuose e inamovibili, fagocitano qualsiasi rappresentazione, diventando protagoniste esclusive della scena: il tradizionale vuoto del palcoscenico, necessario all’impianto delle scenografie, lì è già riempito. Tutt’altro che facile recitare in quel contesto. La ragione del mio mancamento non aveva tuttavia niente a che fare con il mestiere che ho svolto per tanti anni, non c’entrava nulla il timore reverenziale verso le tavole del palcoscenico.

Mi era accaduto ciò che notoriamente si racconta accadde a Stendhal, in visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze. Nel suo caso, mi si conceda l’azzardo, sentirsi sopraffatto di fronte a tali espressioni artistiche risulta alquanto scontato, se si possiede un animo sensibile. Ho visitato centinaia di luoghi da «togliere il fiato» (per il semplice fatto di vivere in Italia), e sarei in serio pericolo se mi fossi lasciata travolgere da tanta meraviglia. Ciò che mi trafigge è lo splendore inaspettato, è ciò che si nasconde dietro la porticina anonima. Mi è successo a Istanbul, scendendo gli scalini che conducevano alla cisterna Yerebatan, il meraviglioso palazzo sommerso, o lungo le rive del Gange, quando la nebbia del mattino, diradandosi, svelava lo spettacolo irreale della città di Varanasi.

Colpisce all’improvviso, come un temporale estivo, cogliendomi impreparata, perciò più vulnerabile. Ecco, sì, la vulnerabilità è la chiave di tutto. È causa dell’evento e al tempo stesso ne diviene effetto.  La crudeltà della bellezza infierisce sui più deboli, i quali soffrono e ringraziano. Mi fa male, ma sono felice, come quando massaggiando una parte dolente del corpo si prova quello strano miscuglio di dolore e sollievo…

E poi, di nuovo il nulla. L’apatia delle emozioni sopite che non vedono l’ora di essere risvegliate. Ringrazio iddio di non aver ancora perduto la capacità di farmi stupire malgrado il mio senso estetico si sia fatto sempre più esigente, e di conseguenza costantemente insoddisfatto. Le forme della bellezza sono per fortuna molteplici e talvolta ci vengono offerte, regalate, da chi ci conosce e sa dove colpire. È successo giorni fa.

Un sms: «Hai mai sentito Tamino?».

Chi mi scrive è l’amico più caro che ho e per ciò stesso so che in quel messaggio è contenuto un dono. La risposta «No» è contemporanea alla ricerca su Google, che in pochi istanti mi illumina e mi rivela chi sia questo Tamino.

Un ragazzo di appena venticinque anni, praticamente l’età di mio figlio. Nato ad Anversa (città che non conosco ma sulla quale fantasticavo da giorni, curiosa coincidenza, per via di un mio articolo sullo scultore Rembrandt Bugatti, che in quella città ha vissuto) da madre belga e padre egiziano. È molto bello Tamino, il cui nome mozartiano si deve a sua madre; possiede quello splendente e raro fascino frutto di fortunati incroci, e certamente è la sua avvenenza a colpire per prima: il viso scavato, gli zigomi alti, i grandi occhi mediorientali e tristi cerchiati da folte ciglia che paiono linee di kajal, i capelli forti di ventenne e il corpo magro ed elegante. Ma dal momento che nel messaggio mi si chiedeva se lo avessi «sentito», l’interrogativo riguardava l’udito più che la vista.

Infatti Tamino Amir Fouad è un cantante. Polistrumentista e compositore. E allora ascoltiamolo questo giovane fiammingo che canta in inglese.

È difficile, se non inutile descrivere l’udibile ma mi auguro facciate ciò che ho fatto io immediatamente dopo aver ricevuto il messaggio del mio amico Sandro, avendo l’accortezza di accedere ai video disponibili, perché è proprio dall’unione dei due sensi, vista e udito, che si produce l’incanto (anche se sarebbe meglio ascoltarlo prima di vederlo, e godersi la doppia sorpresa… da una voce così bella non si pretende un volto alla sua altezza, ci si accontenta, sapendo quanto sia poco generoso il Dio che la dispensa la bellezza, un Dio che con Tamino ha infranto le sue regole…). La voce ricorda Jeff Buckley, stessa dolenza e intensità. Stessa giovinezza prestata a un timbro adulto e profondissimo, a cui si aggiunge un’antichissima eco orientale. Comincio con Indigo Night e mi sembra di riconoscere sonorità a me care introdotte da un accordo di chitarra, semplice, lento ed essenziale che si stempera su immagini di una città ripresa dall’alto da un drone che vola su tetti e terrazze ricoperti di parabole, pochi secondi per capire che si tratta del Cairo. Poi Tamino comincia a cantare e sono sufficienti le prime note per intuire che Sandro ci ha preso. Non ho idea da dove arrivi quella voce, ma a me pare abbia attraversato continenti e spazi e tempo.

«Non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore» diceva Baudelaire. Anche io riesco a malapena a concepirla una bellezza senza malinconia, ho sempre detestato le canzoncine allegre, mi fanno tristezza. La voce di questo ragazzo è quanto di più struggente abbia mai ascoltato, è davvero difficile non farsi trascinare dal suo canto, e allora mi ci tuffo in quella malinconia e vado avanti cercandola negli altri suoi brani fino ad arrivare al più commovente di tutti: Habibi, «Amore mio». Non è a una ragazza che si riferisce il titolo, bensì al padre, che così lo chiamava quando Tamino era bambino (nulla è mai banale nei suoi testi), un padre egiziano figlio del più celebrato attore-musicista del suo paese a cui il nipote somiglia nei tratti e nel talento.

Scavando nella rete in cerca di informazioni che lo riguardano (ormai stregata dal suo incantesimo) capisco che è proprio la bellezza l’elemento che gira intorno alla famiglia Fouad, basta guardare le foto del famoso nonno (lo chiamavano «la voce del Nilo») ma soprattutto quelle del fratello minore Ramy, che ricorda l’efebico Tadzio di Morte a Venezia di Visconti, biondo, lineamenti minuti in contrasto con quelli del fratello, ma altrettanto impressionanti. E anche nel suo caso l’avvenenza non è fine a se stessa (e lo ripeto, già sarebbe sufficiente), ma si accompagna a un talento imprevedibile. Ramy, ventun anni (ventuno…) è infatti il regista dei video di suo fratello. Anche lui dotato di una maturità artistica sorprendente. Esemplare nella semplicità, e dunque nella perfezione, del video che accompagna il lamento dolente di Habibi: un impercettibile movimento di macchina che da un primo piano di Tamino dolcemente si allontana, discreto ed elegante, a piccoli passi, come se non volesse disturbare l’esecuzione della canzone…

Viene voglia di conoscerli i genitori che hanno messo al mondo tanta meraviglia, mi piacerebbe incontrare la madre, così importante nella formazione artistica dei figli. È lei che ha insegnato a suonare il pianoforte a Tamino, lei ha avuto l’intuizione, appena nato, di dargli il nome del giovane principe che combatte le forze del male con il suo flauto magico (Tamino Amir significa il principe Tamino), un nome da predestinato.

Lei che lo ha lasciato libero di andare ad Amsterdam, a soli diciassette anni, per frequentare il conservatorio. «Ero solo e non conoscevo nessuno, passavo le mie giornate in camera a scrivere canzoni» racconta Tamino nelle interviste dove non manca mai di ringraziare la madre, per «avermi fatto scoprire il mio destino».

I suoi riferimenti sono singolari per un ventenne di oggi, Leonard Cohen è un punto fermo così come i Radiohead, che il caso ha voluto mettere sulla sua strada. Di passaggio ad Anversa, il bassista della band Colin Greenwood, è andato ad ascoltarlo in un locale e ne è rimasto folgorato, tanto da voler collaborare alla registrazione di Indigo Night (ecco da dove venivano quelle sonorità a me familiari…). Avrebbe tutte le ragioni per montarsi la testa Tamino, prima fra tutte la giovane età, ma leggendo o ascoltando le sue interviste, emerge una peculiarità rara quanto la sua bellezza (o forse ne è l’origine?): l’umiltà.  Senza alcuna superbia, ma anzi con timidezza (quando scende dal palco torna a essere giovanissimo), Tamino dichiara il suo amore per la letteratura e cita Dostoevskij, Kundera, Keats come numi tutelari. Ciò che colpisce è la semplicità con cui si presenta davanti al pubblico: nessun artificio, non indossa costumi appariscenti, niente giochi di luce o trucchi scenografici. Non ne ha bisogno. Sul palco lui e la sua chitarra, tastiere e batteria lo accompagnano con discrezione. Vale la pena andare a vedere, su YouTube, il concerto dato all’Olympia di Parigi un paio di anni fa, nel quale Tamino invita il suo vecchio maestro di musica (da lui ha imparato a suonare l’Oud, il liuto mediorientale), il siriano Tarek Al Sayed, e gli rende omaggio lasciandogli la scena. L’umiltà.

Fra i tanti commenti sul concerto parigino, il più preciso è senza dubbio questo: «Painfully beautiful…».

Nell’album d’esordio, Amir, Tamino ha fortemente voluto la partecipazione dell’orchestra Nagham Zikrayat, composta da rifugiati siriani e iracheni, perché anche se è nato in Belgio e non parla una parola di arabo, sa che le sue radici affondano nella sabbia del deserto.

Non so cosa mi faccia credere con tanta certezza che la sua stella brillerà a lungo, forse l’incrollabile fiducia nel potere della bellezza (che non salverà il mondo, non lo salverà affatto) a cui mi aggrappo ingenuamente pur sapendo che gli ostacoli da superare, le trappole da aggirare, si affacceranno implacabili sul suo cammino. Il luminoso cammino di Tamino.

(L’avete mai sentito Tamino…?)

ARTICLE n. 19 / 2021

The Ghost On The Street

One evening a few months ago, I opened up Google Maps on my iPad, and entered my own address in Dublin. I wanted to explore my neighbourhood on Street View. I can’t quite remember what put me in the mood to do this, but I suppose it had to do with the pandemic. This was late January; Ireland had experienced an explosion of cases over the Christmas period, and what followed was a lockdown of unprecedented strictness and duration. The city was becalmed and silent. There was nobody out there, and nothing happening. I wanted to remind myself, I suppose, what my neighbourhood had been like before Covid, when the cafes and the bars and shops were all open, and the streets filled with people coming and going, stopping and chatting.

I dragged the icon of the little yellow man from the bottom corner of the screen, dropping him gently onto the map, in the general vicinity of my house. I found myself peering in the window of the cafe across the street from my front door. There was a man inside the door, right where they keep the sugar sachets and the plastic covers for the takeaway coffee cups. His face was pixellated, making it impossible to tell whether he was wearing a mask, but then I noticed a poster in the window advertising a «small plates» evening the cafe used to run when such things as restaurants were viable, and so I knew that this digital rendering of my neighbourhood had been recorded before the pandemic.

I clicked and dragged myself up the street, idly imagining myself a sort of disembodied time traveler from the not-very-distant future, returned to a familiar place that had been frozen in time. I looked at my house, and zoomed in on the front window, trying and failing to see into my own living room. Our car was parked out front, and I got up as close to it as I could, and was surprised to find myself taking a small, bourgeois satisfaction in seeing that it had been recently cleaned – an extremely rare occurrence for our car at the best of times – and that it had thereby avoided being immortalised by Google in its customary unwashed state.

I drifted the length of the street, down to an intersection with a much busier thoroughfare. I noted the open bars with tables outside, the food trucks, the small shops that had shut since the start of the pandemic, but which had been preserved on Street View in their former state. Then I turned around and headed back toward my house again. As I approached the corner of the terrace I live on, I saw something that made me stop in my tracks. Standing on the street, right by my front gate, were two people I had not originally noticed: a man and a woman, their heads bent toward each other in conversation. Their faces were blockily pixelated, but it was obvious from their general bearing, and from the fact that they were both holding walking sticks, that they were quite old. I recognised them immediately. The woman was Joan, who lives with her grandson a few doors up from my family and I. The man was Willy, who had lived alone in the house beside ours, until he had died about a year and a half previously.

Though I did not know Willy all that well, we spoke quite regularly, and shared a garden wall. I remember now, a little shamefully, that I often avoided him. This was not because I didn’t like him – I did like him, he was a very nice man – but because I often tended to encounter him when I had no time to talk. (As I type these words, I am conscious of a small but insistent question: when do you ever have time to talk?) He would emerge out of his front door as I was parking the car, and I would greet him somewhat distractedly as I was unstrapping my son from his child seat in the back, and even though my son was eager to get inside to his mother, and possibly already beginning to complain, Willy would come over and start to chat about one thing or another.

He was quite deaf, and so the conversation could be a little one-sided. He was also, I remember, zealously preoccupied with the question of parking on our street – with the insufficient number of spaces, and with who should and should not be taking them. There was an apartment building across the road, for instance, whose residents he felt had far less claim to on-street parking than people who lived in the houses, and he would take a grim pleasure in pointing out which of the cars belonged to those apartment dwellers. As often as not, all the parking spaces on our terrace were taken, and you would have to park far up the street and walk a few hundred yards to the house. Because of reduced mobility after his hip operation, Willy had acquired special permission from the city authorities to park on the street around the corner. He was always reminding me that if I couldn’t get a parking space outside the house, all I had to do was knock on his door and he would come out and move his car around the corner so that I could take his spot. He was very kind like that. He restated the offer many times, usually as I was getting into or out of the car, always as an opening gambit for a monologue on the topic of parking.

Though he always seemed pretty cheerful, it often struck me that he must have been quite lonely. He had never married, and had no children. When he died I went to the funeral home, where I met the nieces and nephews who were his next of kin. One of the nephews introduced me to a woman he referred to as Willy’s partner. I had lived next door to Willy for almost seven years, yet had never laid eyes on this woman, nor had he ever alluded to having a partner. Then again, why would he have. Our conversations rarely moved beyond parking.

In theory, seeing him on Google Street View should have been unsettling. It strikes me, after all, as almost a text-book definition of the uncanny, in the sense of being an encounter with the familiar made strange. It felt much closer to seeing a ghost than looking at a photograph. And yet it was not particularly unsettling. It was a strangely touching experience, in fact, whose poignancy derived, at least in part, from the thought of Willy being frozen in time in an immersive 360º model of the street he had once lived on. It was as though he were somehow still alive in there, a vivid simulacrum of what he had once been. There he was, one hand on the walking stick he had taken to using after a hip operation he’d had in the last year of his life, the other hand resting on the low wall in front of the house on the corner. There was such strange and yet simple pathos in this stasis, this state of preservation between life and death.  Despite how little I had known him, I felt something close to loss in that moment; I felt the strangeness of his once having been there, and now being gone.

In Jorge Luis Borges’s story The Aleph, the narrator encounters an impossible object in the basement of an acquaintance. The object, called the aleph, is a «small iridescent sphere of almost unbearable brilliance», is a single point in space that contains within it all other points in space, and allows the narrator to see the universe in its entirety from every conceivable angle. «The Aleph’s diameter», he writes, «was probably little more than an inch, but all space was there, actual and undiminished. Each thing (a mirror’s face, let us say) was infinite things, since I distinctly saw it from every angle of the universe. I saw the teeming sea; I saw daybreak and nightfall; I saw the multitudes of America; I saw a silvery cobweb in the center of a black pyramid; I saw a splintered labyrinth (it was London); I saw, close up, unending eyes watching themselves in me as in a mirror…» the list continues, with its combined radomness and specificity, seeming itself to offer a glimpse of the infinite.

In its banal and flimsy way, there is something about Google Street View as a technology that recalls this aspect of Borges’s aleph. It offers the prospect of the infinite, seeming to grant the viewer a kind of God’s eye view. You can be in any place, a silent and watchful presence in an immersive simulation of the world.

When I saw Willy on that corner beside my house, I started going back and forth, viewing him from various positions along the street, approaching him from different angles. When I occupied a position a little away from him, up the street or a further down, he was perfectly visible, bent in conversation with our mutual neighbour Joan, the arrangement of their bodies slightly altered according to where I happened to be viewing them from. This gave the apparition a sense of duration and movement, so that at first it put me in mind of a crude form of animation. More than this, though, the effect seemed to me to be reminiscent of tableau vivant, the popular 19th century form of entertainment whereby audiences would watch actors posed in perfect stillness inside elaborately staged scenes.

Just recently, I returned again to the same corner on Street View, to see Willy again, or his ghost. This time, I noticed an odd glitch. When I occupied a position on the street right beside them, Willy and Joan disappeared completely. They could only be viewed from a slight distance, and at an angle, a fact which somehow added to the ghostliness of their presence in this splintered labyrinth. It also seemed to me to represent, in some way I could not quite account for, the impenetrable strangeness of death. One moment he was there, leaning against a wall and talking about the sorts of things living people talk about –the weather, the news, the deplorable parking situations in their neighbourhoods – and then he was gone.

ARTICLE n. 18 / 2021

The Future is over

How capitalism will end is really clear. It’s still cool, in the entry exams for elite universities, to claim that «capitalism is the greatest system ever invented». But even the most confident voices now betray a tremor when asked if capitalism must survive.

Because climate change has placed a ticking clock into all future scenarios. If we do not get carbon emissions to net zero across the planet – and well before the official target of 2050 – the environmental and social feedback loops will destroy what’s left of the world order.

Paradoxically, during the entire history of Marxism, anti-capitalism was a non time-specific proposal. From Edouard Bernstein to Vladimir Lenin, the original thinkers of both communism and social democracy shared the belief that they had time to spare.

The social democrats thought capitalism would grow over slowly into socialism, through the state-isation of industrial control and planning, through welfare systems, and through the slow self-education of the working class.

The revolutionaries believed, as Rosa Luxembourg wrote on the eve of her murder in 1919, that «revolution is the only form of war … in which the ultimate victory can be prepared only by a series of defeats». Each defeat would wear away the illusions of the workers, diminish the middle ground between the workers and the bourgeois, and its lessons would be codified in meticulous after-action reports by the revolutionary cadres. Crisis would do the essential work of radicalisation and destruction, but its timing was beyond human control.

Climate change short-circuits the calculations of both the revolutionaries and reformists. The future of humanity revolves around the single question: can industrial capitalism – which has been for 250 years the ultimate «complex adaptive system» – adapt quickly enough to deliver a circular economy, stabilise the biosphere, and stop burning carbon?

I think it could – in theory. The state would need to take command of energy production, re-engineer housing and transport systems, indeed the entire geography of the modern city, and manage all industries based on individualised fossil fuel consumption – from the oil industry to the automobile industry – towards extinction.

The costs would be enormous. The 2008 crisis hiked global debt-to-GDP levels to 320% of GDP. The Covid crisis of 2021 has hiked them some more. But capitalism is already living in the oxygen tent of central bank money creation and unpayable debt – so it is conceivable that part of the policy elite might accept the need to hike debts, deficits, borrowing and spending even higher, in pursuit of the zero net carbon goal.

However, in practice it is not likely that capitalism saves the world. Because in every major country, policy has become captured by the short-term self-interest of existing capitalists: not just the oil and energy giants but the airlines, the plastic dumpers, the forest destroyers and the property developers – all of whose interests run counter to the rapid flattening of carbon output on this planet.

Unfortunately, in addition, the aging populations of the democratic world have grown to love carbon and the lifestyle of wasteful consumption: to date, in the states that matter, the elderly have mobilised against the interests of the planet and the people who will still be alive on it in 2050.

As social democracy shrivels, all that its leading intellectuals offer is the prospect of «decent jobs» or the «dignity of work» – without considering for a single moment the transition beyond compulsory work, and work-based lifestyles, that must happen if the planet’s climate is to be stabilised.

So the transition we must envisage is threefold: beyond carbon, beyond the market and beyond work.

To achieve zero net carbon the state must allocate and own resources. To transition beyond the market, the commons must be massively expanded. Leisure time must grow into the space created by the rapid automation of work.

If we can be honest about this vision, we will not find it alien to the radical tradition. I am not only talking about Charles Fourier and his phalansteries, or the brief flurry of freedom that took place during the Paris Commune. Even as late as the Belle Époque human culture was capable of encapsulating our dreams of a low-work, sustainable future – albeit only in the science fiction of socialists like Alexander Bogdanov and William Morris, or in the aestheticism of the Bloomsbury Group.

However, there is nothing belle about the époque we’re living through. The dangers are all too clear. Climate change, the economic dysfunction of neoliberalism, the breakdown of the rules based international order, and the emergence of massive power asymmetries between tech corporations and people: each has combined to create a «general crisis of capitalism», similar to the «general crisis of feudalism» which opened up in the late 14th century after the Black Death. The onset of Covid-19, the latest but not most devastating of the zoonotic viruses to cross from our devastated forests into our slum-ridden global cities, simply tells us that capitalism is reaching the limits of its compatibility with the earth’s biosphere.

So the next 20 years look like a funnel, through which all the geopolitical tensions will get channelled, speeding up the flow of the general crisis while creating turbulence and unpredictability within it.

We should expect classic moments of «overdetermination» – in which crises break out that are so clearly multicausal that the existing system has no solution. As I write, with Russian troops massing at the Ukrainian border, and closing off parts of the Black Sea, it is hard even now to say what Putin actually wants: is it water for Crimea from the River Dnieper, or to provide a sideshow while he kills Alexei Navalny, or simply to feel better as he completes his morning swim. Most future crises will feel like this – a mixture of climate, economics, nationalism and mercurial egotism.

No backward-looking ideology will survive a crisis on the scale I expect for the western world in the next 20 years: not liberalism, not social democracy, not the Leninist re-enactment industry, not even the new Green technocratic centrism that is filling the political void in northern Europe.

Because the political threat we face is new. An oligarchic conservatism has appeared which regards democracy as decorative, the central bank as a machine for driving asset values upwards, and the state as a conveyor belt of profits to the owners of now-privatised public services.

If you need convincing, look at Britain during the Covid-19 epidemic, where some $11 billion worth of contracts were given, without adequate competition, to companies aligned to Conservative ministers, many with no track record of providing the goods and services suddenly needed.

Like all elites, oligarchic conservatism needs a mob to support it, and what feeds that mob is the racism, xenophobia, misogyny and exultant lying that have become routine political practice for Britain’s Tories, Italy’s Lega and Fratelli, the US Republicans and the Spanish Partido Popular.

From Matteo Salvini with his Pivert-branded hoodie, to Trump with his blatant appeals to the Proud Boys, the oligarchic right is giving open signals to its violent racist base. For now, they operate in synergy. The oligarchs create a space for the fascists to operate within, the fascists stay away from political power, content to wield power through the YouTube algorithm and the anti-migrant riot.

The right wing populist parties were once touted as a firewall, to contain racist sentiments within respectable political formations, preventing the revival of fascism. But today the firewall is on fire.

In the future, if the oligarchs fail, the fascists stand ready to implement the ultimate nightmare of the 21st century: a climate-inspired global ethnic civil war. This project is the sole subject of the Tolkien-length books the elderly «new right» theorists churn out, from Carvalho to Faye to Dugin to Linkola.

In the face of these new threats, and the urgency of climate change, both liberalism and the left look lost. Each has become a form of nostalgia – for the Blair/Clinton/Schroder world or for the industrial struggles of the 1970s.

It seems lost on many progressive people that, as the Nobel laureate Ilya Prigogine insisted, historical time is an arrow: it moves forward, creating complexity out of simplicity, through irreversible processes.

The end of history delusion may have died on 9/11 – and should certainly be dead and buried after the Capitol Hill riots. But the most pernicious legacy of the neoliberal ideology is the technocratic delusion of reversibility: that if we create a problem there must be a bureaucratic or market solution that allows us to reverse out of it.

There is not. The only way to escape climate change is to move forward – with a radical and immediate upheaval in the way we live. The only way to escape the new great game of power politics between Russia, China, Europe and the USA is to spread revolutionary democracy to all states governed by oligarchic elites. The only way to end the stranglehold of Google, Amazon, Facebook and Alibaba is to break them up and start the Internet again, with intellectual property destroyed as a concept. There is no possibility of «reversing out» of these crises as one would a parking space.

The sociological material for such a revolutionary change is at hand. It is no longer simply the «proletariat» – though it exists in vast numbers across Asia and the global south. It is, as Brecht suggests in the final scene of his movie Kuhle Wampe, «those who don’t like the world as it is». The network has given us the means to communicate and a new model of organisation. Rising education and access to information have created the most educated generation in the history of the world.

The philosopher Alisdair MacIntyre, when he was still a Marxist, wrote that capitalism represses the human potential so fully that we never really know how close we are to a great advance. Yet in the mass movements – the revolts in Belarus, Myanmar, the Indian farmers movement, #BlackLivesMatter and #MeToo – we can feel how close we might be.

In the space of 50 years Western culture has exploded with the voices and dreams of women, ethnic minorities, LGBTQ+ people and those from the most marginalised working class. The communard Louise Michel dreamed that «the poetry of the unknown» would one day be heard: today it is heard loudly.

So we are closer than we think. The tasks can be enumerated briefly. Defeat the new fascism with an alliance of the centre and the left, as in France in 1936. Radically expand democracy. Commit all democratic countries to rapid decarbonization plans. Unleash the soft power of these renewed democracies towards the aim of democratising Russia, India and China.

What should be the name for such a project? Postcapitalism would be the one-word summary. A more explanatory term might be the one adopted by the exiled reformists of Germany after their defeat by Hitler in 1933: revolutionary social-democracy.

ARTICOLO n. 17 / 2021

Cos’è la libertà per un giornalista?

Adesso fanno tutti finta di niente. Il procuratore aggiunto dice che l’indagine lui l’ha trovata già bella e fatta quando è arrivato a Trapani e non sapeva nulla. Il pm che ha disposto le intercettazioni non c’è più, un altro è laggiù, nel Perù. Il sostituto dopo di lui confessa che questo faldone gli è cascato addosso e non sapeva bene che pesci prendere. I giornalisti di casa in Procura corrono ai ripari: ma vedete che la Procura di Trapani fa anche le inchieste a favore dei migranti, scrivono. Come se fosse una questione politica, di pro e contro, e non ci fosse in ballo qualcosa di più grande e importante.

Si è scoperto, grazie alle rivelazioni del quotidiano Domani, che una serie di giornalisti sono stati intercettati dalla Procura di Trapani durante un’inchiesta sul ruolo delle navi delle Ong, le Organizzazioni Non Governative, nel salvataggio di naufraghi nel mar Mediterraneo. La tesi della Procura, in un’indagine che va avanti da anni, che, per sì e per no, ha tenuto sotto sequestro una nave da soccorso, la Iuventa (bloccata dal 2017 al 2020, e che prima di allora aveva salvato 14.000 persone nelle varie missioni) è che non si tratti di veri e propri salvataggi, ma di «clandestini» presi in consegna dalle navi delle Ong, con un accordo con le autorità libiche, e poi portati in Italia. Sulla base di questa congettura, la Procura ha disposto intercettazioni a tappeto, tra le cui maglie sono finiti anche diversi giornalisti che da tempo si occupano del tema dei migranti, degli accordi Italia-Libia, di ciò che accade nel Mediterraneo. Sono stati ascoltati, mentre parlavano con delle fonti, ascoltavano dei testimoni. E non sono stati ascoltati per sbaglio: le loro telefonate sono state trascritte, stampate, depositate agli atti dell’inchiesta.

La vicenda in Italia ha suscitato i soliti tre minuti di sdegno. Poi si è passato a parlare d’altro. Ma a livello internazionale l’eco è stata ben diversa. Agli occhi di un osservatore esterno, infatti, è inconcepibile che un giornalista venga intercettato mentre compie il suo lavoro, parla con delle fonti (che per legge sono tutelate dal segreto), e che queste conversazioni vengano addirittura trascritte e conservate.

Negli stessi giorni, in Grecia, un giornalista di inchiesta, Giorgos Karaivaz, è stato ucciso davanti alla propria abitazione ad Atene. Anche in quel caso se ne è parlato poco, quasi fosse la cosa più normale del mondo.

Ma i giornalisti sono liberi? Liberi davvero?
Me lo chiedono spesso. Quando capitano vicende come queste (che sono più frequenti di quanto si possa immaginare), o quando si parla di querele pretestuose, mega richieste di risarcimento danni al solo scopo intimidatorio, possibilità di carcere per i giornalisti.

Io ho risolto a modo mio il problema della libertà.

Sconto la mia pena di giornalista vivendo.

Quest’anno io e mia moglie festeggiamo dieci anni di matrimonio. Nozze di plastica, le dico, prendendola in giro. Allora come oggi, posso dire di essere molto innamorato di lei. Un amore da quarantenne, senza furori giovanili, placido ma profondo. La conosco da quando eravamo ragazzini. Per me fu un vero e proprio colpo di fulmine, lei ci arrivò con i suoi tempi, appena quindici anni dopo (la goccia scava la roccia, spiego ai nostri figli, oggi, fiero). Quando uscivamo insieme, in quella nostra friendzone (io innamoratissimo, lei nel ruolo atroce di migliore amica), al mio ritorno a casa, prendevo un calendario da tavolo che custodivo, piegato nel cassetto della mia scrivania, e annotavo accanto alla data, con un pennarello, il tempo passato insieme. Quattro ore un intero pomeriggio di un sabato, viva. Oppure solo mezz’ora la domenica perché avevamo litigato (era un rapporto tempestoso già nella sua fase primigenia). E via dicendo. Ogni mese sommavo tutti i minuti e le ore e tiravo una somma. Vivevo così la mia storia d’amore unilaterale.

La stessa cosa oggi potrei fare con i carabinieri. O con i finanzieri, i poliziotti, gli ufficiali di polizia giudiziaria, i messi notificatori. Annotare in un calendarietto tutto il tempo passato con loro. Tre ore un pomeriggio per un interrogatorio, appena mezz’ora un altro giorno per una notifica.

Dovrei scrivere e appuntare tutte le ore e i minuti passati in una caserma umida a guardare un appuntato che scrive le mie generalità dopo che mi ha appena notificato una querela, l’attesa per la copia che l’unica stampante (sempre in fondo al corridoio) non fornisce perché manca il toner/la carta/la sta usando un collega. Il tempo trascorso nel pancaccio di una Procura prima di essere interrogato da un pm per i gravi crimini per i quali sono indagato, dalla diffamazione al procurato allarme. L’attesa di ore con decine di giovani immigrati in una stanza affollata di un commissariato, loro per rinnovare il permesso di soggiorno, io per essere interrogato su un articolo ritenuto lesivo della dignità / privacy di una persona.  E poi le attese in aula per i processi, l’udienza segnata alle nove e chiamata alle tredici, i viaggi in macchina con il mio avvocato per i tribunali lontani di Caltanissetta/Barcellona Pozzo di Gotto/Lamezia Terme. Le notti insonni a ragionare su una richiesta di risarcimento danni da 50mila / 100mila / 500mila euro.

Ecco, se io scrivessi in un calendario le ore e i minuti passate così, solo perché cerco di fare bene e liberamente il mio mestiere, ne verrebbero fuori dei giorni, questi giorni sommati farebbero anni ed è come scontare una pena a piccoli sorsi, una galera ambulante, una privazione della libertà a intermittenza.

E non conto, perché mi piace pensarle come pene accessorie, le telefonate le chiamate in disparte, i cazziatoni di questo o del politico, le pubbliche accuse nei comizi dei politici, le lettere minatorie e la gente che ti leva il saluto. Un venerdì pomeriggio, di poco tempo fa, ad esempio, due ore della mia libertà perse per un appuntamento con il sindaco neoeletto che mi convoca al comune, mi fa ricevere da sua moglie, e sua moglie mi dice tra le altre cose: «Noi non ci rimaniamo male per le cose che scrivi, i nostri amici sì».

(Mi sembra di tradire mia moglie quando mi capitano queste cose qui, è un tempo che potrei dedicare a lei. E invece.)

La vicenda più singolare. Quella volta che dai microfoni della radio dove lavoro, RMC101, a Marsala, lanciai un’operazione dal titolo «Foto di scambio». Si votava per le elezioni amministrative in città, era il 2012, e in tanti entravano in cabina elettorale con il cellulare, per fotografare la scheda votata e avere magari la ricompensa promessa, senza che i presidenti di sezione dicessero alcunché per fare rispettare la legge. E avevo fatto anche l’esempio, perché accadeva nella mia sezione, invitando i cittadini a segnalare tutte le sezioni dove la pratica di ingresso in cabina con il cellulare in mano era consentita.  E mesi dopo mi arriva un decreto di citazione diretta a giudizio, e scopro che proprio il presidente della mia sezione mi ha denunciato, addirittura per «voto di scambio». Denunciato per il reato che io stesso ho raccontato. E sono stati interrogati tutti: gli scrutatori, il segretario, i rappresentanti di lista. Ricordo ancora il passaggio di una testimonianza di una persona informata dei fatti in un fascicolo che era di oltre cento pagine: «Non conosco Di Girolamo» mette a verbale la scrutatrice «ma ricordo di aver sentito distintamente un clic provenire da una cabina elettorale».

Io non so se sono un giornalista libero – e forse chissà, la libertà ha il suono di un clic. Cerco di esserlo, ma è difficile. Anche perché tante cose accadono, che minano alla base la libertà di chi fa informazione, a cominciare dai compensi. L’ho denunciato tempo fa in un mio libro, la situazione da allora è solo peggiorata: ci sono giornali nazionali che pagano un articolo tre euro, cinque, dieci se c’è la foto. Ci sono richieste di risarcimento danni che ti seppelliscono e che devi affrontare da solo. Ci sono spalle voltate e amicizie che si interrompono. Molti giornalisti che conosco vivono di sponsorizzazioni più o meno occulte, scrivono a gettone, fanno razzia di uffici di stampa di parlamentari come di sagre, pur di campare.

Tutto ciò non fa altro, poi, che alimentare un meccanismo perverso, che vede oggi la professione del giornalista come la più vituperata. Peggio degli avvocati, per dire. Ogni cosa che dico e che scrivo è soggetta al vaglio di persone che si sentono in dovere di dire pubblicamente che non capisco nulla / dico falsità / sono un cretino. O gente che ti minaccia, senza neanche tanto pudore. «Prima o poi ti veniamo a prendere a casa» è un messaggio che ho ricevuto non molto tempo fa.

Lo strumento delle querele, poi, è mostruoso perché anche se chi querela un giornalista ha la certezza di perdere la causa, si utilizzano lo stesso a scopo intimidatorio. E finché c’è un sistema che consente di non pagare nulla a chi fa esposti o denunce ai giornalisti, ogni dibattito sulla libertà dei giornalisti sarà stucchevole.

E sotto un tappo – sì, un tappo – di giornalisti griffati e telegenici, di grandi firme e punzecchianti penne, c’è tutto un amalgama di poveri cristi che cercano di fare bene il solo che mestiere che sanno fare, come me, e che sanno che la libertà se la devono conquistare ogni giorno. E che sono vittime del grande cancro di chi fa informazione oggi: l’autocensura.

Non scrivo perché perdo l’inserzionista.

Non scrivo perché faccio arrabbiare il ministro.

Non scrivo perché risulto antipatico, anche.

Non scrivo perché faccio arrabbiare mia suocera, che poi si lamenta con mia moglie, e li sento i loro discorsi nel tinello dopo i pranzi domenicali. Ma perché non la finisce, ma non lo sai che è così, ma tu non gli parli, ma che gli parlo a fare … (poi mia moglie una volta ha detto una cosa bellissima, anzi, l’ha incisa, è in un podcast che ho pubblicato da poco, e c’è lei che fa capolino e risponde a chi le fa la solita domanda su di me: io una volta glielo dicevo di piantarla, di cambiare mestiere, poi ho capito che lui è felice e che non può fare questo mestiere in altro modo, e allora va bene così).

Se ci fosse davvero, un minimo di ragionamento, su giornalisti e libertà, questo riguarderebbe non tanto e non solo le intercettazioni selvagge della Procura di Trapani, ma altre vicende. Come quella di Antonello Montante. È stato leader di Confindustria Sicilia, alfiere dell’antimafia. Aveva in mano il Ministero degli Interni, agenzie governative, la Dia. Si è poi scoperto che eravamo di fronte a un’impostura. Montante è stato condannato a 14 anni con l’accusa di avere creato una rete di talpe che lo informava delle indagini a suo carico. E adesso è indagato anche per associazione a delinquere, corruzione, abuso d’ufficio e finanziamento illecito ai partiti.  Nella sua rete c’erano diversi giornalisti, che scrivevano sotto dettatura e compenso. Un piccolo esercito di stampa amica pronta a coccolarlo alla bisogna, disseminando le tossine della disinformazione per alimentare la grande impostura della sua «svolta legalitaria», fare inchieste farlocche su personaggi non graditi a  Montante o esaltare le sue gesta.

Che cos’è allora la libertà per una categoria che ha già ceduto nel tempo pezzi di libertà, quando ha scelto di fare il cane da compagnia del potere, anziché il cane da guardia della democrazia, quando ha cavalcato le veline delle procure, masticando vite, quando si è piegata ai desiderata degli inserzionisti?

Oggi il giornalista nell’epoca della d’intermediazione è il mestiere meno calcolato e difeso, e quindi siamo carne da macello, anche per le procure, non sapete quante volte vengo interrogato per rivelare la fonte di un articolo, e ogni volta che mi oppongo c’è quasi l’offesa, la minaccia di un «aprire un fascicolo».

Non c’è più neanche il museo del giornalismo. Si chiamava «Newseum», orribile crasi, e aveva sede a Washington. Leggo che il pezzo più venduto nel suo bookshop era una maglietta con la frase: «La libertà di parola non è una licenza per dire cose stupide». C’era il memoriale con le foto di 2.344 giornalisti morti in prima linea, uccisi dalla mafia, come dai narcos o dalle dittature.

Lo hanno chiuso perché, semplicemente, non ci andava nessuno.

Eppure la libertà di stampa è stata una conquista. E pure recente.  Con prezzi altissimi.  Ci siamo illusi che la rete avrebbe ampliato la circolazione di idee e di notizie senza più alcun vincolo di spazio, superando regimi e censure. Oggi sappiamo che non è così.  Anzi, viviamo una fase di manipolazione delle notizie e delle fonti, la richiesta ossessiva di risposte semplici a problemi che invece sono complessi, con un linguaggio che si impoverisce e un profluvio quotidiano di false notizie.

Io non ci voglio finire in un museo.

E se alla fine sono libero, la mia libertà è poter lavorare di sottrazione, resistere al tempo perso e ai saluti mancati e alle ingiurie, trovare una nicchia, un punto originario dove tutto questo non ti avvolge.

E allora quando arrivo a casa, stremato, la sera, gonfio di qualche umiliazione, con un mare di cose che vorrei urlare, appena cazziato da un pm, o sotto il colpo d’ascia di un’ennesima querela, do un bacio a mia moglie, penso alla bellezza del nostro stare insieme, cerco anche di dare un bacio ai miei figli sfuggenti, ma non importa. Basta guardarli negli occhi. Sostengo il loro sguardo. Non ho nulla da vergognarmi. Sono libero.

ARTICOLO n. 16 / 2021

Il corpo è politico?

La prima volta che ho letto la parola «troia» abbinata al mio nome ero in terza media e fumavo una delle mie prime, stupide sigarette nascosta dietro al muro della palestra, quello pieno di scritte fatte con il pennarello.

Noi ragazze andavamo ogni giorno a controllare che nessuno ci avesse lasciato messaggi d’amore o di ingiuria, in un misto di ansia ed eccitazione che finiva quasi sempre in una repentina disillusione: i temi più gettonati erano la Fiorentina o i professori. Le poche ragazze citate erano sempre le stesse, bellissime, che facevano palpitare i miei compagni ma che non erano minimamente interessate al primo, goffo, approccio al sesso prepuberale.

Quel giorno – era verso la fine della scuola, prima degli esami – vidi il mio cognome, con una bellissima grafia, scritto con un pennarello rosso a punta morbida: «Vagnoli troia». Tutto in stampatello, senza pretese di grandezza – era una scritta piuttosto piccola, ma terribilmente potente nel suo significato.

Non capii come fosse giusto reagire. Una parte di me voleva essere considerata una brava persona senza epitaffi di questo tipo, su quella che a tutti gli effetti era la più grande bacheca a nostra disposizione prima dell’avvento del digitale. Ma qualcosa dentro di me scalpitava.

Non ho mai saputo chiamarlo per nome, quel sentimento di rivalsa che ti esplode dentro quando ti danno della troia: è qualcosa che parte da dentro e risponde al vecchio adagio che fa più o meno «ora ti faccio vedere io di cosa sono capace». Anni dopo, davanti a quel plotone di esecuzione (semicit.) che fu la mia prima shitstorm sui social media, in cui ricevetti tantissime volte tutte insieme la parola troia riferita al mio corpo e alla mia persona, mi sarei ricordata di quel giorno davanti al muro della scuola, arrivando a capire la stretta connessione che intercorre tra il corpo e la morale patriarcale che divide le donne e chi si identifica nel genere femminile in sante e, appunto, puttane. Contribuendo a eliminare le seconde dai giochi di potere e dal tavolo della discussione.

Troia è infatti uno slur sessista.

Per slur intendiamo una parola che nel corso del tempo acquisisce un significato ghettizzante e che si riferisce ad un preciso target e a una determinata categoria marginalizzata. Avremo dunque slur omofobi, razzisti, transfobici, abilisti e, in questo caso, sessisti. Si distinguono dai normali insulti proprio per il loro indirizzo collettivo.

Il potere degli slur è ovviamente quello di veicolare un’emozione negativa.

Gli slur sessisti sono principalmente variazioni peggiorative del termine «prostituta» e non pensiamo che siano poche le parole in esame: Edgar Radtke nel 1980 sintetizzò che all’epoca esistevano ben 645 epiteti corrispondenti alla parola «puttana», quindi avoglia a depotenziarle tutte.

Il punto focale di questa interconnessione tra parola e significante è però un altro, quello del valore morale che si porta dietro e della norma da cui nasce. Perché ogni donna ha ben presente cosa succede quando qualcuno le rivolge la parola troia contro, come se fosse un proiettile: ci si sente immobili, nude, private di un valore che non capiamo bene da dove arrivi.

Ma come si diventa, per il mondo tangibile, delle troie?

Semplicissimo: fottendo la norma che si accosta allo stereotipo.

Per prassi secolare, infatti, per essere sante bisogna corrispondere a un modello ben preciso, edulcorato, educato, che occupi poco spazio e sia riverente e devoto.

Questo accade perché le regole che disciplinano gli stereotipi individuano una sottomissione eterna al male-gaze («sguardo maschile») del genere femminile, che deve ricevere una precisa educazione basata proprio sulle qualità sociali che ci si aspetterebbe da una donna.

Perciò viene da sé che le qualità che si accostano agli stereotipi di genere debbano essere preservate.

Esemplare in questo senso è il lavoro di Elena Gianini Belotti che nel suo Dalla parte delle bambine del 1973 estrapola proprio questi meccanismi –consci o replicati in maniera autonoma ed involontaria, che si applicano nella crescita delle figlie femmine.

Il procedimento di stereotipizzazione, come spiega Belotti, non si ferma nell’infanzia ma prosegue durante tutto il corso della nostra vita e implica che in ogni momento, chiunque tradisca queste norme, verrà punito fino al proprio pentimento (in questo caso abbiamo come perfetto exemplum, fino alla rilettura in chiave storica della sua figura alla fine degli anni ’60, Maria Maddalena che da prostituta si redime e abbraccia la Fede diventando così icona della redenzione).

È qui che dunque si incastra la forma mentis della troia: una persona che tradisce – ecco che abbiamo il famoso senso morale: il tradimento è onta di virtù e permane nella sfera delle emozioni –; una regola fissa tramite la sovversione del suo proprio corpo – ecco qui la dimensione terrena – alla legge patriarcale.

Le dimostrazioni in cui questo accade sono molteplici, ma hanno tutte un comune denominatore: l’autodeterminazione.

Si può infatti chiamare troia una persona con una gonna troppo corta, una sex worker, chi ha partner occasionali o chi esplora il sesso nella vita pratica o semplicemente nella teoria (aiutatemi a dire «sex columnist»). Ma anche chi si discosta dal senso comune, chi flirta per prima, chi apre le gambe per piacere e non si chiama Bocca di Rosa: insomma, se lo scegli sei nella sfera del dolo, non della colpa.

Questo perché la prassi millenaria vuole che il sesso per la donna sia passività, un mezzo con cui dare e mai ricevere. Quest’ottica di accessorietà rispecchia perfettamente il ruolo sociale che il genere femminile ha nel mondo e la sua invisibilità (formidabile in questo senso il lavoro di Criado-Perez, Invisibili) che passa soprattutto dalla conoscenza del proprio corpo e dal suo utilizzo come strumento politico.

Già, ma perché chiamiamo il corpo femminile un corpo politico?

Un corpo è politico quando si fa carico di messaggi, riappropriazioni e rivoluzioni in una società che ne vuole il controllo, etico e pratico, sviluppando leggi che ne limitino la libertà, ignorandolo a livello rappresentativo e cancellandolo quando non rispecchi l’assoggettamento a cui dovrebbe sottostare.

In questo caso, la riappropriazione del nudo, della sensualità, della malizia, della pornografia e del sex work vanno a trasgredire le standardizzazioni patriarcali creando una narrazione diretta e non più secondaria, annullando il male-gaze di cui sopra e ponendosi come SOGGETTI del desiderio, ribaltando il paradigma che Karley Sciortino sintetizza come «presumibile predatorietà della sessualità maschile» in contrapposizione alla «presumibile passività di quella femminile» (Karley Sciortino, Generazione Slut).

La ridefinizione dei ruoli sessuali in ottica sex positive e postpornografica ha avuto origine nelle sex wars di fine anni ’80 in cui il movimento femminista ebbe una scissione: da una parte le radicali (e puttanofobiche) capitanate da Dworkin e MacKinnon e dall’altra il movimento sex positive che rivendicava una nuova libertà di fare del sesso mettendo al centro il corpo e la persona, non il desiderio maschile e le regole imposte dal binarismo di genere.

La riappropriazione del nudo, delle pratiche come il BDSM e dell’industria del porno si inserivano in un nuovo modo di narrare l’educazione sessuale ed i corpi, cercando di distruggere il tabù legato al corpo femminile.

Su questo, cito il lavoro di Annie Sprinkle che, nella sua performance del 1990 intitolata Public cervix announcement, inseriva uno speculum in vagina ed invitava gli spettatori ad osservare la sua cervice: fu rivoluzionario e provocatorio, mostrava cosa si nascondesse dietro a ciò che tutti vogliono ma non vedono mai, perché nel porno mainstream il corpo femminile è tutto tranne che umanizzato.

Rimettendo al centro la scelta della singola persona e l’autodeterminazione dei corpi si procede quindi a una liberazione sia in termini etici depotenziando gli slur che vengono usati nei confronti di chi non sottostà alla fruibilità fallocentrica che diventa dunque ininfluente; sia in termini prettamente economici con la creazione di nuove industrie del porno etico, sex work de-stigmatizzato, maggior consapevolezza e sicurezza e creazione di un’alternativa lavorativa per chi fa o vuole fare sex work.

Con il boom dei social media, la capacità di rappresentazione del singolo, della sensualità e anche del sex work è aumentata esponenzialmente.

Il dibattito sul corpo nella immediata contemporaneità è ai massimi storici e include ogni tipo di corpo: con disabilità, grasso, non binario, non bianco.

Insomma, la discussione sembra essere di nuovo centrale in materia di femminismo intersezionale tanto da essere finita in kermesse sanremese in una Rai boomer e assolutamente non pronta a certe discussioni.

La frase di un brano in gara, che si domandava cosa c’entrasse twerkare con la lotta contro il patriarcato, ha scatenato nella bolla social un boato piuttosto unanime di critiche che sottolineavano come il corpo sia invece centrale nella ridiscussione delle regole preimposte. Nonostante il passaggio si riferisse all’idolatria, è stato comunque indicativo vedere l’onda di rivendicazione che ne è scaturita, dando un chiaro metro di paragone di quanto il corpo e la sua libera espressione siano argomenti essenziali e reputati intoccabili, soprattutto dalla GenZ.

Faccio un altro esempio. Ha scatenato un dibattito di proporzioni mai viste prima anche una puntata del programma RAI  sempre lei! – Detto Fatto, andata in onda il 25 novembre scorso, che suggeriva un tutorial su come fare la spesa «in modo seducente». Ovvero: su come essere prede perfette e sensuali tra gli scaffali di un supermercato.

È impossibile, ormai, che un caso del genere passi inosservato.

Perché è ai massimi storici la distruzione del sapere precostituito su ciò che un corpo femminile dovrebbe fare. E a essere investiti sono proprio i canali di diffusione mainstream che sembrano ancora non aver compreso la velocità di un movimento che sta distruggendo a colpi di culo politico tutto ciò che ci ha sempre ingabbiate, dentro a scatole da noi mai scelte bensì subite.

In battuta finale, nei progetti per il futuro, io mi figuro una rivoluzione del linguaggio che coincida nella riappropriazione del termine che ha dato vita a questa mia riflessione, il termine «troia».

Rivendicarne la maternità diventa infatti un modo sublime per depotenziare lo slur sessista per antonomasia e che ancora oggi ha il potere di escluderci dai giochi e rimetterci in un angolo, declassando chi mostra il proprio corpo ad un essere politico di serie B.

Nel 2018 la struttura della mia scuola media è stata demolita per essere poi ricostruita, con nuove forme e spazi più ampi e finalmente liberi dall’amianto.

Il muro davanti al quale per la prima volta mi sono sentita donna, nuda, fragile è stato fatto a brandelli e con lui ogni scritta, ogni onta, ogni ricordo.

Questo, a mio avviso, dobbiamo fare con la parola troia: buttarla giù, farla a pezzi, ricostruirla e farla nostra per poi poterla vedere finalmente per quello che è: una parola senza più alcun potere.

ARTICOLO n. 15 / 2021

Lo Stato in luogo

Se lo Stato fosse cosa avrebbe molta più decenza. Ma l’oggetto inanimato si è piegato a quel volere, si è lasciato intrappolare nei dintorni del controllo rimarcando il fallimento della specie. Il problema è che lo Stato si accavalla con gli averi, è tutto Suo, ogni bene gli appartiene, passa il tempo a cimentarsi in quel che mai conviene: l’inventario privo d’invenzione.  Non c’è nulla svincolato da ciò che lo governa. Lo Stato è il participio di ciò che non è più, e quello vero, quello con la scure in mano, non solo combacia con le cose, ma le amministra, se le prende, le frammenta a dismisura e le dispone a piacimento. Con errori che fanno barcollare: proibire a certi e ad altri no, decidere chi arriva e chi rimane, condannare il difforme, tutto è nelle pieghe di un ragionamento che aggroviglia su lui stesso. Lui è qualunque essere umano che non riuscendo a sviluppare l’Io, si è affannato a diventare lui per chi lo rifocilla, senza l’altro non lo fa, ogni lui è legittimo solamente se visto dall’esterno, non esiste un lui che pensa a sé in terza persona, nessuno si dà del lui da solo. Lui è chi si flette alle disposizioni dello Stare, perché lo Stato prima di ordinare Sta, è lo stesso delle epoche remote, non si è mosso, lo Stato in luogo rappresenta il complemento del potere perché si sedimenta dov’è già, non avanza né indietreggia, solido e imponente stabilisce che chi Sta dirige e chi non Sta sopporta. Se il sistema arreca il danno è tardi per capirlo, non esiste un periodo in cui l’umanità fosse felice. È l’inutile bisogno di chi è vivo, sentirsi pronto per il cambiamento, ma il passato cancella l’utopia. Lo Stato sta alle cose perché sopra già ci sta. Diventiamo persone quando ci ammaliamo, lì si risveglia l’interesse per la stirpe, ci si accorge all’improvviso che chi sta perisce, e chi non stava prende il posto di chi sta, una partita a scacchi dove lo Stato muove entrambi, il bianco, perché lo Stato è sempre stato bianco, e il nero perché chi non è Stato per lo Stato è nero. La legge razziale senza fare un passo, la discriminazione più feroce che passa inosservata: chi Sta distribuisce e il nero si accontenta. Il governante determina, e l’elettore concretizza, la disparità al timone, lo statuto della razza che si fonda sul comando. Tutte le prevaricazioni successive sono il corollario dell’ingiustizia originale: chi non Sta non può decidere e, se fa quel che non deve, c’è la legge a imperversare col bastone e la carota. Prima il bastone però, così la carota trova il percorso già battuto. E quando rimane solo il corpo, sul quale non c’è tassa da pagare, non è stata introdotta la detrazione di esistenza, io non verso nulla per la mia venuta, sono nato a spese mie, l’unica cosa da pagare è donata dal destino. Appena concepito pago tutto, esclusa la mia costituzione, quella è offerta dal ministero del tesoro. Sul corpo vorrei disporre io, è il mio modo di Stare, non mi soffermo sul bene o sul male, si sta, in principio si è, poi subentra il sentimento, ma se non si riesce neanche a essere, lo Stato d’animo rimane tutto Suo. Nel momento storico della fasulla tutela delle minoranze, mi sento opposizione non tutelata, io che non voto e diffido dell’ordine confezionato, non vengo protetto, si autorizzano leggi che non condivido, eppure non c’è accenno al mio scetticismo. Quale riluttanza più indifesa di quella che non crede nell’intimazione? Tuttavia non c’è sostegno nei confronti di chi non riconosce il fine dell’egemonia. Sono pochi, sicuramente meno rispetto agli sfruttati, agli stranieri, ai bambini maltrattati, alle donne vilipese, ai disabili, agli emarginati. Chi respinge l’esistenza del comando è il gruppo allogeno per eccellenza, una parte impercettibile di questa collettività, la minoranza più sparuta, un drappello che non vuole diventare masserizia nelle mani del dovere. Ma non c’è puntello per chi non ha barriere nella mente, si preferisce l’ingiustizia collegiale, l’odio per il diverso, uguale a se stesso ma dissimile dal resto, si antepone l’interesse di chi soffre allo strazio di chi pensa. Tutti atteggiamenti condivisi ma che offuscano la vera minoranza etnica, quella di chi non accetta il dispositivo del controllo.  E tutto germoglia in casa, nella trappola per topi dove stratifica il bacillo dell’insofferenza. Già alla nascita si sta dove è la madre, si viene al mondo perché si è accompagnati, non sbocciare da soli è la prima forma di possesso, da lì la strada è in ascensione. Nella dimora familiare due comandano, uno un po’ di più, l’altro quel che può: e i frutti della copula costretti ad abbozzare. Per parecchi anni il bambino intravede il potere nei due ex depravati, li idealizza, sa sempre dove sono, si lascia guidare, preferisce la loro alla sua, si piega ai rimproveri e accenna il compromesso. La casa è il primo Stato, la palestra per diventare qualcuno, niente di più; divenire qualcuno è confondersi, mimetizzarsi in mezzo al mucchio, come i soldati in battaglia che s’ingarbugliano con la vegetazione. Difficile capire chi è qualcuno insieme a tanta gente, ma uno lo è, forse proprio quello che saluto, oppure qualcun altro che ancora non ostacola. Anche la casa sta, è l’eccellenza dell’Essere, la cappa catastale che sancisce il principato, il luogo dove il capofamiglia spadroneggia a sera senza nemmeno profumarsi, foderato di olezzo come la moglie appena riesumata dal travaglio. Arrivano al crepuscolo puzzolenti e battaglieri, i due colonnelli in pensione. E fuori c’è lo Stato, che all’inizio è delle cose, poi intrallazza con le chiese e alla fine è nelle case. Il presente che viviamo lo ravvisa tra gli arnesi, ma in passato, quando entrava negli alloggi, faceva pure più impressione. Oggi accede sotto forma di strillone, non c’è mai chi aspetta al palo per suonarti la carcassa, questa volta il culo è dentro, in ogni casa e in tutti i casi. L’unico luogo sicuro è l’infisso che separa il domestico dal fuori, un’isola felice che ci vede di passaggio, nessuno ha mai capito che per battere il potente occorre arrestarsi sull’uscio, un po’ all’interno e un po’ all’esterno, per generare il malinteso, per confonder l’oppressore che non capisce se il morale va schiacciato sottovuoto o se è meglio imperversare all’aria aperta in attesa che anche il gallo faccia il suo. L’infisso è lo Stato cuscinetto, una sorta di ambasciata a mezza strada. Che poi l’idea delle ambasciate fu diabolica, qualunque Stato riesce a stare in un altro grazie all’ambasciata, una specie di pettegolezzo oltre confine, ogni paese ne ha una all’estero e le rimanenti da lui. Lo Stato si priva di alcuni punti del suo Stare per andare a farsi grosso in un posto più lontano. E’ la miseria dell’abitazione secondaria, del domicilio al mare, avere un pied-à-terre altrove, questo è in realtà lo Statarello, un borghesuccio di infimo profilo che vuole la seconda casa sulla spiaggia. In cambio affitta agli stranieri pezzi del suo territorio, così anche i Paesi confinanti fanno le vacanze, divenendo Stati ove non sono. E quindi mi domando: può detenere lo scettro un participio passato? Nel linguaggio scritto qualunque participio, soprattutto se trascorso, non ha legami con il tempo che trotta; invece, nella ritorsione del dominio, siamo schiacciati da ciò che non è s’è fatto Stante per paura di essere identificato. Lo Stato è un errore linguistico. Oppure è il frutto dell’ubiquità, è Stato, Sta e Starà, sotto ogni forma, mai ci libereremo dalla prepotenza di chi appare per sempre. Lo Stato va chiamato È, lo È dovunque, reduce da ciò che era e inconsapevole di chi sarà. Magra consolazione. L’unica salvezza è che il potere cada in mano al futuro anteriore con io sarò Stato a generare quantomeno una piccola incertezza, il dubbio dei ricordi proiettato nel futuro, l’insicurezza che culla la speranza di un abbaglio, il sogno miserabile di aver capito male; o forse io sarò Stato vostro malgrado, questo sembra dirci il prepotente indaffarato, una volta si affacciava minaccioso ed acclamato, adesso ti trafora di nascosto, prima nella Camera perché la casa è la sua, e poi coi Senatori poiché la festa è appena cominciata: poco dietro quel balcone c’è lo stare dello Stato, c’è lo stallo di chi Sta. Sulle cose, senza scuse, come scrofe tra le case, nelle strade, nelle teste di chi sosta e non può dire sono stato perché il posto è già assegnato. Lo Stato è la prosecuzione del tempo, è il passato che ci scorre sopra dopo averci seppellito, parte da lontano e attracca oltre il raziocinio, non trova terra bruciata perché l’uomo invece di avvampare muore. Si è ricavato uno spazio che scorre parallelo a Dio. Lo Stato è Onnipotente sotto mentite spoglie, s’inventa Dio per simulare un comprimario, ogni Stato si rimette al Signorotto pur sapendo che non c’è, brevetta la panzana e la dilata nella storia. Allo Stato fa comodo un Altissimo che tergiversa affievolendo il peccato extrauterino. Per essere creduto, lo Stato finge Dio e lo protocolla nelle menti della folla. Non esiste Regno senza Protettore, non s’è mai visto un Paese agnostico, il tiranno ha sempre millantato qualcuno per difendersi dalla sommossa. Chi non crede in trascendenze può provare a non arrendersi a chi Sta. Ma se al contrario la mente si organizza per la vita successiva, anche la precedente va a finire tra le braccia di chi strozza. Che è colui che ancora È. Mentre l’uomo trapassa l’Istituzione avanza e fa brandelli. Rovesciarla non si può, ce n’è sempre un’altra sotto. Lo Stato è come la vecchiaia, una piaga sociale, non ci libereremo mai dai vecchi perché invecchiamo insieme a loro, il tempo non guarisce le ferite ma apre il boccaporto a chi è arrivato dopo. Lo Stato cresce nel passato di un participio che non ha nessuna intenzione di abdicare. Ecco cos’è l’Organizzazione, una lama conficcata in una fistola che non si cicatrizza, un ciclo mestruale perpetuo da dove cola il sangue del piccolo risparmiatore, mai così piccolo e così colluso con l’Inganno. Eppure sarebbe facile una repressione del comando, basti pensare che lo Stato del domani sarà fatto da chi ancora non è nato, o da chi si attarda ad allattare. Erode potrebbe essere la soluzione, se tornasse all’attacco. In attesa dell’Eroe consoliamoci con l’illusione che la lingua ci permette: se è già Stato non è detto che ritorni. Almeno questo.  

ARTICOLO n. 14 / 2021

Lo stato dello Stato

Appunti dal carcere dorato.

Sono anni che lo stato delle cose caotico frena l’evoluzione e il tuffo nel caos, togliendoci l’opportunità di un capovolgimento verso la scoperta dell’ignoto.

Il passato acerbo potrebbe riaffacciarsi nel presente con le sembianze del futuro. La detenzione forzata, nel mio organismo nomade, innesca un vortice di pensieri, mi guardo da lontano e rivedo i ricordi in una sequenza logica che prima mi sfuggiva.

Prima e dopo affiorano, insieme a malsani sogni, rivelazioni, associazioni di idee senza ordine temporale. Questa bolla di vuoto mi ha costretto all’introspezione. L’uso del nome dei colori per indicare i livelli di pericolosità del virus vede l’utente (la Persona) avvicinarsi ai colori e apprendere una brutta notizia, il colore rosso significa STOP, vietato, apre l’immaginario a un semaforo, alla paletta dei poliziotti, all’interruttore della prolunga, agli estintori.

Questa lieve deviazione del significato verso visioni urbane, mi ha cambiato l’immagine nel significato di rosso. Quando penserò il rosso vedrò per prima cosa i morti della pandemia: addio alla fascinazione di un tramonto, ai petali vellutati delle rose, alle poltrone dei teatri.

Mi piacerebbe sapere chi ha pensato ai colori per segnalare le difficoltà regionali e perché dove si muore è zona rossa? Perché non hanno usato i numeri?

Sopravvissuta all’abbrutimento culturale degli ultimi anni, mi sento una vittima consapevole del contesto nazionale monoteista e maschiocentrico, che giudicava i comportamenti umani come calcoli matematici, protocolli, convenzioni. E nella convenzione ho dovuto fronteggiare spesso la freddezza di chi mi trattava in base alle statistiche senza possibilità di riscatto.

Ricordo altri eventi traumatici che mi sono passati sulla pelle, all’epoca del rapimento di Aldo Moro i posti di blocco piantonavano tutte le arterie stradali secondarie e di campagna, amori calibrati durante l’AIDS, Chernobyl, la guerra in Bosnia, il terrore del futuro dopo il crollo delle Twin Towers. Chiaramente il controllo sociale in quei tempi, si svolgeva con dinamiche quasi ingenue, diverse da quelle attuali.

Ci troviamo implicati in un abbandono, un cambiamento cultural-genetico indotto, poi divenuto volontario. Abbiamo la possibilità di plasmare la nostra immagine, uscire dal femminile, dal maschile, dall’ermafrodito, generi che ci impone la natura, possiamo coniare un genere spersonalizzato con l’aiuto degli algoritmi. Questo sconfinamento dell’organismo e del pensiero originario, nel corpo su misura con la mente pilotata, rende la persona immaginifica: l’entità si illude di essere coinvolta nell’atto della (sua) creazione, una mansione che prima spettava solo alla natura o alla divinità.

Ma se il corpo diventa un territorio mutante e rappresentativo, quale potrà essere lo sviluppo del teatro, dello sport, delle arti? Come raccontare le emozioni del corpo riflesso trionfatore nel mondo digitale, il connubio malattia e incorporeo, che non è inconseguente perché l’organismo è riposto in un contenitore?

In risposta ai virus, i potenti, ci hanno rifilato l’isolamento. Dove è la scienza che doveva preservare l’umanità? Come mai è più facile il trasferimento su Marte o lo scudo spaziale che curare questa malattia?

In ogni nazione europea la maggior parte della popolazione prende i ristori, qui ci trattano come bambini, hanno favorito l’acquisto di eco monopattini in società con lo Stato, hanno inventato il gioco della lotteria degli scontrini, ma il lavoratore non tracciato non riesce ad accedere a nulla, va avanti a giornate sottobanco. Per aiutarci offrono i soliti finanziamenti narcotizzanti, ci chiedono (o siamo noi a decidere così, per comodità) di trasporre l’arte predigitale in digitale, con risultati deprimenti non troppo diversi da quelli televisivi. Provo disagio nei confronti delle normative statali che non prevedono un percorso logico tra la disciplina teatrale (in presenza) e le attività teatro virtuali in DaD.

Si parla di cambiamento, il reset è in corso. È come se avessimo scoperto il fuoco. I primitivi davanti alle fiamme avranno provato lo stesso nostro sgomento, la paura indistinta, l’ansia per il futuro, il fuoco facilitava nel quotidiano ma era anche una tremenda arma di sterminio come tutte le grandi scoperte relative all’energia.

Ora gli avvenimenti ricalcano le emozioni del paleolitico, però il fuoco sta sparendo dalla nostra vita, anche sotto forma di fornello, in molte città non si può accendere il camino e sono vietati i fuochi estivi sulle spiagge. L’allontanamento dal fuoco è avvenuto lentamente, dell’elemento sono stati messi in luce solo i lati pericolosi, dimenticando le forme che creano le fiamme nel camino, il piacevole caldo e la luce tremula e intima che diffondono.

Nella civiltà pre-Covid la crisi delle attività teatrali galoppava, gli autori si orientavano a realizzare “prodotti culturali” col metodo taglia e incolla a scapito dei classici: in realtà, lo sfaldamento della logica dei copioni tranquillizzava lo Stato e gli operatori, ma portava gli spettatori alla disperazione, anno dopo anno sempre meno persone frequentavano il teatro, i gestori non offrivano programmazioni coraggiose, non rischiavano. La crisi, infatti, era dovuta alla mancanza di incassi, i teatri, i musei, le biblioteche, erano quasi vuoti, lo Stato li finanziava, ma a nessuno era permesso di riesumare la cultura, né di raccontare il presente nel piccolo evento non catastrofico ma significativo. L’intelligenza e l’ironia erano bandite a favore di un distaccato sarcasmo, dell’attualità si raccontavano solo le tragedie global, i migranti, le catastrofi ecologiche, i femminicidi, ecc. Repliche piene di correttezza, affrontate con una falsa tristezza che possono raggiungere solo attori e autori delle confraternite culturalmente facoltose. 

Quelli che provavano a uscire dai canoni giornalistici (che avevano invaso tutta l’arte) erano scoraggiati. Molti artisti non volevano essere cloni di un sistema creativo ufficiale. Spesso pagando l’affitto della sala, erano accolti in teatri, in centri sociali e lavoravano, riuscendo a suscitare gradimento nel pubblico e un buon incasso. Molte associazioni risiedevano in locali occupati o comunali, uno degli ultimi a crollare a Roma è stato il Cinema Palazzo dove proiettavano film, mettevano in scena spettacoli e concerti, e già dai primi bagliori della crisi gli occupanti avevano organizzato l’assistenza alle famiglie del quartiere diventando un punto di riferimento per gli abitanti.

 Lo Stato aveva dimezzato i fondi a quei luoghi che escogitavano soluzioni brillanti per andare avanti e le forze dell’ordine iniziarono a sgomberare i centri sociali e le associazioni culturali che agivano per la diffusione e lo scambio di idee.

Un progetto realizzato tramite qualunque disciplina artistica lo chiamavano “prodotto culturale”, la parte creativa era racchiusa in dieci righe dove si dovevano scrivere cose sommarie, due fogli per il progetto e cinquanta per i conti. I fondi copiosi li prendevano sempre gli enti più ricchi, i piccoli operatori culturali, quelli che avrebbero dovuto creare la continuità della cultura, non erano finanziati a sufficienza e promuovevano un solo autore e pochi altri che spesso erano anche nel direttivo. Non c’era ricambio.

È per questo che il teatro già nel pre-Covid rischiava la morte.

Il web brulicava di influencer (figure arcaiche destinate a condurci fin dentro la cultura digitale), timonieri del quotidiano scatenavano i desideri, la curiosità e vivevano l’attimo. The Influencer propagava verità accessorie banali, appagando con le chiacchiere e grandi gesta filmate i seguaci, che tentavano di imitare le imprese eroiche e la video serenità della sua immagine.

Il covid è giunto a dare il colpo finale, alla cultura rappresentativa, ma anche alla sensibilità umana in ribasso già nel pre-Covid. I rapporti tra umani, soprattutto negli ambienti lavorativi, erano pessimi, le persone cercavano di screditarsi l’un l’altro agli occhi del dominante, senza stima, zero spirito di gruppo.

Intanto nel mondo terrestre le autostrade sembravano tratturi più adatti al gregge (che poi siamo diventati) che alle automobili, le città si scrostavano, i ponti crollavano, le chiese odoravano di muffa e solo in una piccola percentuale del territorio urbano di molte metropoli italiane si edificavano grattacieli che svettavano sul vecchiume, scintillanti, artificiali come il 3D.

Nel post-Covid (pre-digitale) l’opera di ricostruzione urbana terrena renderà il pianeta ecosostenibile e provocherà un boom come è accaduto con l’automobile, la tv, la plastica, l’amianto, la lavatrice e il computer, la rinascita somiglierà al consumismo?

Il progresso lotta contro i vecchi prodotti per imporci elaborati bio, (il benessere) lo Stato appoggia e il resto dell’umanità, con i ristori Statali, tenta di rincretinirsi in ogni modo, per non vedere il buco finanziario e politico che li inghiotte.

Con Antonio Rezza avevamo realizzato Anelante che racconta la trasformazione e il caos mentre avvengono. E la reazione della comunità umana nel momento in cui il crollo culturale è inevitabile, frana e precipita verso l’ignoto per poi sparire. Anelante ha una struttura mutante sostenuta in equilibrio da forze contrastanti e non teme la pendenza dei palchi più antichi. Gli Habitat, Mondi traballanti, sono visioni forti capaci di imporsi in ogni tipo di spazio, strutture leggere, rapide da montare, l’ottimizzazione totale era la pratica necessaria per andare incontro ai ritmi del teatro velocizzato e in crisi economica permanente, la dinamica dell’Habitat era ed è sempre legata alla tecnologia disponibile.

Aspetto regole e tecnologie nuove per trovare altri limiti e capire meglio l’immaterialità.

La sofferenza della cultura pre-digitale, forse si trasformerà in tragedia per il teatro, gli abbonati, grossi sostenitori, in gran parte over-ottanta, ingiustamente accusati di gusti classici, erano in realtà quasi sempre competenti, pronti ad abbandonare ogni pregiudizio pur di vedere qualcosa di interessante.

A Palermo al Biondo, una coppia di habitué parlando dopo lo spettacolo, lamentò la mancanza di vitalità nei programmi dei teatri: avevano l’abbonamento a tre teatri palermitani, erano degli autentici finanziatori.

Tra la prima e la seconda ondata del virus, per trasporre il non-tempo, lo spavento, i presentimenti, ho sperimentato la scansione e la stampa 3D per arrivare a fondere in bronzo una scultura del 1990 dalla serie Implosioni, ottenuta plasmando rifiuti plastici, trovati sulle spiagge e cartapesta. I materiali si polverizzavano, come le isole di plastica negli oceani. Il bronzo argentato ha consolidato e dato un altro peso comunicativo e sociale alla scultura. Grazie alla cultura digitale ho operato una trasmutazione della materia – il sogno degli alchimisti – l’opera originale era leggera e instabile, e adesso, attraverso la tecnologia, la scultura è solida e rigida, riproducibile in varie materie, vive insieme ai suoi replicanti nella realtà materiale, nel web come file, da vera è diventata verissima, come per noi fa lo SPID.

Ma questa interazione col 3D non chiarisce quale è la dimensione più stabile e tranquillizzante da seguire. La città digitale non ha bisogno dei punti di riferimento, l’urbanizzazione sarà interiore, impalpabile, più vicina alla struttura divina che all’edificazione, ma statisticamente sarà più reale della religione.

Non riesco a immaginare una città che non si vede da lontano.

Ci siamo orientati, con Antonio, verso una forma impura di rappresentazione, autoportante, materica, non trasferibile, per ora, in un monitor incorporeo, abbiamo dedicato questo anno di reclusione all’audiovisivo, affrontando nuovi linguaggi e realizzato lavori individuali. Vari teatri hanno perlustrato gli archivi e pubblicato on line spettacoli realizzati tra il 1960 e il 2019, letture e monologhi nel web hanno avuto successo, ma una narrazione live contemporanea più complessa o una mostra al Palazzo Reale potrebbero essere verosimili solo con il viaggio virtuale. Mi piacerebbe trasporre il teatro in digitale, programmando un viaggio virtuale quando sarà diffuso e progettabile.

Per imparare potrei saltare da una piattaforma all’altra indossando corpi su misura molto potenziati, capirei i meccanismi basilari del linguaggio navigando in posti artificiali, sentire profumi, provare emozioni, e gonfiare le situazioni all’estremo fuggendo le conseguenze.

A quel punto la realtà umana inizierà a sembrare scolorita e lenta.

Adesso nel terzo focolaio Covid comincia a delinearsi la visionomia della cultura digitale, eterea, ancora mezza vuota. I colori e gli aggiornamenti, la libertà scambiata per presunzione, i cospiratori senza obiettivo rivoluzionario, per non raccontare e non alterare lo stato delle cose.

Spero tanto di stupirmi positivamente all’inizio dell’era digitale e non di ricominciare come prima.

ARTICLE n. 13 / 2021

Make me, Break me

  1. The world is full of promise, of promises.
    1. 1.0 (empty)
    2. 1.1 The world is the totality of promises made, kept or broken through time
      1. 1.11 The stuff of pop songs, the substance of art, the foundation of society.
    3. 1.2 Promise can also be taken – violently, surreptitiously – deliberately, unwittingly.
      1. 1.21 Potential, resources, capacity – of an individual, a people, a planet – seized, used, abused.
      2. 1.22 a.k.a. colonialism: the promise of some siphoned for the profit of others
        1. 1.221 Progenitor of another promise: capitalism.
          1. 1.2211 A system that swears to equalize by emptying there to fill here.
          2. 1.2212 The balance sheet of oppression.
    4. 1.3 Where in the world are you – literally, metaphorically, historically
      1. 1.31 (I am in Europe, and elsewhere. In mid-­‐life. In love. Indecision. In between.)
    5. 1.4 Does it feel like options are limited, like the horizon has shrunk, hope shattered? Like everything is suddenly limitless, the impossible possible? Or, like things could shiver either way – and back – in an instant?
    6. 1.5 The world divides into promising and unpromising.
      1. 1.51 Beware such distinctions.
    7. 1.6 The world divides.
      1. 1.61 Beware.
    8. 1.7 I give you my word.
      1. 1.71 Sometimes, to give a word is to give a world.
  2. A promise is everything that is not (yet) the case.
    1. 2.1 This moment too, was once mere promise, waiting to become something better or worse than it turned out to be.
      1. 2.11 Your better may be my worse. Or, vice versa. What does that make of promise?
        1. 2.111 A breach?
    2. 2.2. Promises exhaust reality.
  3. What is the case – a fact – is the existence of states of affairs (as Wittgenstein put it).
    1. 3.1 A promise is never the actual thing, it is finally only a kind of larva, from which, possibly, a butterfly emerges. In any case, a promise is, at best, an intermediate state, at worst an empty husk, mere verbiage.
    2. 3.2 Wait and see, says the promise that knows a reckoning is imminent. Wait and see is a time-honoured strategy on which promises have long depended, a way of deferring without refusing and thus maintaining a semblance of integrity. This pose persuades those who don’t know better, as well as those who have been let down often and are desperate for any scrap of hope, and sometimes also those who have rarely known disappointment and are unable to imagine it might be headed their way.
      1. 3.21 Wait and see. When I hear that I want to tap the promise with a little hammer, hold a stethoscope to its chest and check how many worm holes it has.
        1. 3.211 Except, with some promises (those made to myself?), I am more patient. In truth, I prefer not to examine them too closely.
  4. Affairs include private or public interests.
    1. 4.1 And (brief) intense love relationships.
      1. 4.11 Literature is my love affair with the world.
        1. 4.111 To read is to feel the breath of worlds on my neck, in my ear, the heat of other lives on my skin.
          1. 4.1112 To write is to extend my arms, embrace the world, hold it close, closer, until its heart beats next to mine.
            1. 4.1113 To know the voluptuous ache of a gap between us that can never be fully closed; a space of infinite promise.
    2. 4.2 Business and financial interests.
      1. 4.21 Capital: endless accumulation, growth at any cost.
        1. 4.212 A promise in numbers.
        2. 4.213 Made with contracts, signatures, handshakes, winks, nudges.
          1. 4.2131 With multiple sub-clauses designed to protect best interests. (Whose?)
        3. 4.214 A zero-sum game.
    3. 4.3 There are also affairs of state.
      1. 4.31 Collective (inter-)national promises made in law, constitutions, conventions, treaties. Made in oaths of office, citizenship tests, anthems.
        1. 4.311 Be embraced, Millions!
          1. This kiss to all the world!
        2. 4.312 Ideals sworn in song, while promise sinks under the waves, washes up dead on shore.
      2. 4.32 The seduction of promise, the way it can make you feel chosen, special, honoured.
        1. 4.321 No matter who else is included, or excluded.
          1. 4.3211 Millions? Billions.
    4. 4.4 Legal handcuffs may be put on promises to keep them accountable.
      1. 4.41 No article of law alone can guarantee a pledge. It requires us. You. Me.
        1. 4.411 The only witness a promise needs is a conscience.
    5. 4.5 People (and states) need promises like street signs, like banisters, like goal posts – to give direction, to hold on, to score with.
      1. 4.51 Or blame, rebel against, overpower.
      2. 4.52 Laws of nature have been bent to human will (gravity defied!), and still it can be a feat to honour your own words or slip another’s expectations.
  5. All interests and relations intersect with promise(s).
    1. 5.1 A tangle of connections called the world; a messy state of affairs.
      1. 5.11 Promises like borders whose coordinates keep shifting. For better, for worse.
    2. 5.2 A promise is a proof. It shows what you (claim to) value.
      1. 5.21 Does it follow that what you are promised (or not) shows your worth?
      2. 5.22 Is a promise also a falsification?
        1. 5.221 Where do proof and falsification meet to linger over cold coffee and argue? Take me there.
    3. 5.3 All promises are not of equal value.
      1. 5.31 How is value determined?
    4. 5.4 If something is easily achieved, with minimal effort, does committing to it qualify as a promise?
      1. 5.41 Is there a promise-hierarchy? The more challenging a pledge the more cherished?
        1. 5.412 What does it mean that I find it easy to love you?
        2. 5.413 It means, every day, I still have to activate this emotion. Decide for you. For love.
        3. 5.414 Actually, it’s not easy. Love never is. But at times it feels so, and that is its grace.
        4. 5.415 Love is a promise I break again and again, and still keep honouring.
          1. 5.4151 What does this prove?
  6. Most promises have an unstable relationship with reality.   
    1. 6.0 (empty)
    2. 6.1 Is it possible that promises take themselves less seriously than some of us do? Even the most serious seem to have a mischievous streak, a taunting quality, as if they are always silently chanting make me, break me; as if they know you’re making a wager that’s as easily won as lost. 
    3. 6.2 Few broken promises seem to have any sense of guilt. They retreat briefly into the crowd of disappointments that shadow every life; eventually they re-emerge, freshly coiffed, and set off, once more, in search of the gullible.
      1. 6.22 Political promises are especially talented at this.  
      2. 6.23 Everyone chooses to be gullible, now and then.
    4. 6.3 Promises are how we try to tame the future.
    5. 6.4 The limits of our promises are not the limits of the world.
    6. 6.5 The limit of a promise is not the limit of the word.
  7. What is not promised may nevertheless be desired, demanded, offered, realized.
    1. 7.0 (            )

© Priya Basil

ARTICOLO n. 12 / 2021

La mia barba

Storia della maschera che mi difende

Sono diverse le cose per cui provo vero amore, ma si contano sulle dita di una mano. La mia fidanzata, la mia famiglia, i libri, i miei amici, la barba.

Qualcuno può trovare strano un attaccamento del genere verso qualcosa che volgarmente non è nient’altro che pelo; apprezzato, per di più, oltre che dal gusto individuale, anche in base al determinato periodo storico. È quindi una cosa che non ha poi chissà che potenza; oppure ce l’ha, ma potrebbe non averla più domani, esattamente come non ne aveva ieri.

È quindi una cosa che ha una potenza straordinariamente precaria. Eppure, in me, questa potenza esplode massiccia.

Per capirne le motivazioni, bisogna ovviamente dare un po’ di contesto, perché ce n’è uno incredibile dietro ogni grande storia d’amore.

Partiamo dagli inizi: ho sempre guardato con molto interesse gli uomini che ho incrociato nel corso della mia vita, in particolare quelli che ai miei occhi risultavano belli.

Non sono omosessuale – non mi reputo tale al momento, poi, nella vita, chi lo sa -, pertanto non li ho mai guardati con desiderio, ma solo spinto da una morbosa curiosità. Non è sempre stato uno sguardo comprensibile e cosciente, anzi, solo con il tempo ne ho capito il motivo: è che anch’io sono un uomo.

Nemmeno questo fatto si è presentato da subito come un’ovvietà, come può succedere a tante persone, che nascono e poi crescono con un’identità di genere che non sentono mai il bisogno di mettere in discussione.

Per me è stato diverso, perché ho vissuto quasi vent’anni della mia vita nei panni di una donna e mi sono conosciuto anche come Francesca.

Non ho mai percepito questa parte come veramente mia, a volte sentendomi intrappolato in una definizione e ruoli che non mi rappresentavano, altre volte osservando quelli degli altri, degli uomini, e provando un forte senso di appartenenza.

Scrutavo i commessi, gli operatori dell’università, i miei compagni di liceo, guardavo la loro estetica e le loro relazioni e li vedevo distanti come sono distanti le cose che ci sembrano irraggiungibili, non diverse. Per diversi anni, insomma, essere uomo è stato un po’ il mio sogno nel cassetto.

E la barba faceva parte di questo strano pacchetto.

Quando poi ho iniziato il percorso di transizione, ho parlato tantissimo con la psicologa di questo mio desiderio; non perché volevo validasse ai suoi occhi le mie sensazioni, ma perché era autentico. L’avevo tenuto dentro per così tanto tempo, in un modo talvolta molto criptico, che buttarlo fuori per la prima volta, a ripetizione, mi permetteva di analizzarlo, di confrontarlo e di smetterla, finalmente, di lasciarlo sopire come si farebbe con un segreto vergognoso.

Per un po’ ho pensato di desiderarla solo perché potesse farmi risultare uomo agli occhi degli altri, poi ho capito che un uomo si definisce tale per una lunghissima serie di motivi, nella quale i peli giocano un ruolo davvero poco determinante.

Allora ho accettato una volta per tutte che il bisogno nascesse da ragioni ancestrali, forse imperscrutabili, e che in quanto tale fosse semplicemente nato e cresciuto insieme a me, con l’idea che avevo ed ho di me stesso.

Iniziata la parte ormonale del percorso, ad aprile 2018, ovviamente mi sentivo sulle nuvole ed oltre: era un sogno. Mia madre, la sera della mia prima puntura, mi ha chiamato e mi ha detto: «Come ti senti? Ti sono cresciuti i baffi?».

Mi ha fatto sorridere, visto che, ovviamente, non era cosa possibile in un tempo così breve; ma soprattutto perché esorcizzava le paure di entrambi, parlandone con i termini di qualcosa di reale. Per lei, il pensiero che «a sua figlia» potessero crescere i peli era ancora insidioso, ma l’aveva ormai messo in conto e questo le permetteva di scherzarci su, come si farebbe con qualsiasi cosa che s’impara a destreggiare, al punto da poterla girare e rigirare a proprio piacimento.

Per me, al contrario, era spaventoso pensare che potessero non crescermi mai, ma sentirle dire quella cosa mi ha fatto riflettere: lo diceva perché, in effetti, sarebbe potuto succedere.

E perché mai, allora, dovevo sentirmi così frustrato e crucciato, come se ogni possibilità fosse già persa?

A volte sono persino riuscito a mettermi davvero il cuore in pace, ripensando a quella semplice frase.

Ma, chiaramente, non è una storia tutta rose e fiori, anzi: facendo parte di una realtà molto semplice, è altrettanto semplice capire che non potessi scappare così facilmente dalla tristezza e dalle debolezze – che insieme aiutano a creare le ossessioni, che a loro volta costituiscono un vortice difficilissimo da congedare.

Così, per i primi mesi di ormoni mi sono controllato in maniera martellante e maniacale, alla ricerca di quel pelo che potesse finalmente gridare «sono un uomo!» alle persone che non erano mai riuscite a credermi – o che non avevano mai voluto farlo.

Perché, se per me la barba non fa automaticamente l’uomo, ho scoperto a mie spese che per tanti altri, invece, funziona proprio così.

Durante un’estate, nel 2017, ho lavorato come cameriere in un pub. È stata la mia prima e ultima stagione da ragazzo transessuale «pre-T» (aka «pre-testosterone»), perciò, in quei mesi, mentre la mia identità di genere andava via via consolidandosi come maschile, la mia esteriorità non era in grado di rifletterla e chi mi guardava dall’esterno spesso non si accorgeva di star parlando con un ragazzo.

Le volte in cui qualcuno mi chiedeva allora «di che sesso» fossi, o quanti anni avessi, rimaneva poi sbalordito dalla risposta. «Impossibile!» diceva «con quella faccia pulita?», oppure «hai problemi di crescita?», oppure «ma non hai neanche mezzo pelo».

La barba diventava per loro uno uomometro, un valido strumento di riconoscimento, per provare a dare una risposta a qualcosa che proprio volevano e dovevano capire, ossia la mia identità.

Eppure, quanti uomini glabri avranno conosciuto, in tutta la loro vita? Ma questo non sembrava contare, e per tanto tempo non ha contato più neanche per me.

Tanto che, così concentrato sul cercare quel “mezzo pelo”, a quasi un anno di ormoni non mi rendevo del tutto conto di stare già cambiando, di essere già cambiato, sotto tantissimi altri aspetti.

A fine 2018, agli occhi degli altri risultavo già, finalmente, un ragazzo, il che si riscontrava nel modo in cui gli sconosciuti si rivolgevano a me (il «cosa posso fare per te, caro?» di un barista, o il «c’era prima lui» di una persona in fila dal dottore) e piano piano, a furia di vedere validata la mia persona nel mondo di tutti i giorni, cominciavo a sentirmi più tranquillo nei miei riscoperti panni, e nella mia vita tutta; ma qualcosa ancora mancava, e il problema si era spostato dall’essere non sono abbastanza uomo all’essere non sono abbastanza me.

D’altronde, mi sono visto con la barba fin da piccolo: da bambino pregavo Dio perché mi facesse risvegliare con i peli, evidentemente influenzato dalle figure maschili, a cui ambivo assomigliare, che vedevo in televisione o in altre occasioni e che assumevo come modelli; da adolescente rivendicavo il diritto di essere barbuto, perché «con la barba è facile, stanno bene tutti», scrivendolo sui social con l’innocenza e leggerezza di chi non ha gli strumenti per capire cosa stia davvero provando, e cosa davvero significhi ciò che dice.

Come ogni sogno che si rispetti, è arrivato quando quasi non l’aspettavo più, tanto che non ho notato il primo pelo, come mi ero invece immaginato, ma solo l’insieme dei primi peli. Li ho visti quando erano già parecchi, eppure non erano certo cresciuti dal giorno alla notte; ma per la prima volta vedevo anche altro di me e la barba mi si è presentata, a quel punto, come la ciliegina sulla torta.

Trovarla su di me, proprio sulla mia faccia, è stato incredibile. Non mi ero mai sentito così fiero, così bello, così pieno di buoni sentimenti nei miei confronti come in quel momento; e ad oggi è una sensazione che ricordo ancora con dolcezza e nostalgia, perché è stata fugace, una felicità passeggera, come passeggere sono tutte le grandi novità, prima di essere assorbite dal circolo vitale della quotidianità.

Adesso la mia barba è una sicurezza, una certezza, una delle figure femminili che amo. Non devo più temere che non ci sia, il che mi permette di concentrarmi su altri miei punti deboli, sulle altre mancanze che percepisco dentro di me; ma anche di guardare con più attenzione cos’ho di altro, dentro e intorno. La barba, in un certo senso, mi ha permesso di espandere la mia persona in modo che fosse davvero un’entità nello spazio e non più solo l’ombra di se stessa, alla continua ricerca di un valido nascondiglio, troppo impegnata a non farsi vedere per potere vedere il resto. Ha una forza diversa, ora che è una parte strutturale di me; è la maschera che non temo di portare, perché anziché nascondermi mi rivela agli altri.

A volte poi, quando la guardo, penso a quanto è strano il fatto che ognuno di noi abbia bisogno di cose così diverse rispetto all’altro, per sentirsi felice.

ARTICOLO n. 11 / 2021

Il Maestro Fellini

TRADUZIONE DI CAMILLA PIERETTI

EST. 8th STREET – TARDO POMERIGGIO (ca. 1959)

CAMERA IN MOVIMENTO CONTINUO alla spalla di un giovane di neanche vent’anni, che procede assorto verso ovest lungo una strada trafficata del Greenwich Village.

Sotto un braccio porta dei libri, nell’altra mano ha una copia di The Village Voice.

Cammina rapido, superando uomini con cappotti e cappelli, donne con il capo coperto da foulard intente a spingere carrelli portaspesa, coppie che si tengono per mano e poeti e spacciatori e musicisti e barboni ubriachi e drugstore, liquorerie, gastronomie, palazzi.

Il giovane però punta a una cosa sola: l’ingresso dell’Art Theatre, dove danno Ombre di John Cassavetes e I cugini di Claude Chabrol.

Se lo annota mentalmente e attraversa la Fifth Avenue sempre diretto a ovest, oltrepassando librerie e negozi di dischi e studi di registrazione e negozi di scarpe, fino ad arrivare all’8th Street Playhouse: Quando volano le cicogne e Hiroshima Mon Amour, mentre Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard è tra i prossimi arrivi!

Restiamo su di lui mentre gira a sinistra sulla Sixth Avenue, facendosi strada rapido oltre ristoranti, altre rivendite di alcolici, edicole e un negozio di sigari, e attraversa la strada per vedere da vicino l’ingresso del Waverly: Cenere e diamanti.

Taglia a est sulla 4th Street, passando davanti al Kettle of Fish e alla Judson Memorial Curch sul lato sud di Washington Square, dove un uomo dall’abito consunto distribuisce volantini: introdotto da un’Anita Ekberg impellicciata, La dolce vita verrà trasmesso in un vero cinema di Broadway, con posti a prenotazione obbligatoria in vendita a prezzi da Broadway!

Il giovane scende lungo LaGuardia Place fino a Bleecker Street, oltre il Village Gate e Bitter End fino al Bleecker Street Cinema, che trasmette Come in uno specchio, Tirate sul pianista e L’amore a vent’anni, mentre La Notte è rimandato per il terzo mese di seguito!

Si mette in coda per il film di Truffault, apre la sua copia di The Voice alla sezione cinema, e una lunga fila di titoli si stacca dalla pagina e comincia a vorticargli intorno: Luci d’invernoDiario di un ladroThe Third LoverThe Hand in the Trap… le proiezioni di Andy Wharol… Porci, geishe e marinai… Kenneth Anger e Stan Brakhage agli Anthology Film Archives… Lo spione… e, in mezzo a tutto questo, a caratteri più grandi degli altri: Joseph E. Levine presenta 8½ di Federico Fellini!

Mentre è intento a leggere, L’INQUADRATURA SI SPOSTA SOPRA DI LUI e alla folla in attesa, come spinta dall’onda del loro entusiasmo.

Avanti veloce fino al giorno d’oggi, in cui l’arte del cinema viene sistematicamente messa all’angolo, svalutata, sminuita e ridotta al suo minimo denominatore comune, il “contenuto”.

Appena quindici anni fa, il termine “contenuto” veniva usato solo quando si parlava di cinema a livello molto tecnico, in opposizione alla “forma”. Poi, a poco a poco, ha cominciato a essere impiegato sempre più spesso dai nuovi dirigenti delle aziende di telecomunicazioni, molti dei quali non sapevano nulla della storia di questa forma d’arte e non se ne curavano abbastanza da volerlo sapere. Il “contenuto” è diventato parte del lessico aziendale per riferirsi a qualunque immagine in movimento: un film di David Lean, un video di gattini, uno spot del Super Bowl, un sequel sui supereroi, l’episodio di una serie. Il tutto, ovviamente, riferito non alla visione nelle sale ma da casa, sulle piattaforme in streaming che hanno finito per soppiantare l’esperienza di andare al cinema, così come Amazon ha soppiantato i classici negozi. Da un lato, questa evoluzione è stata positiva per i cineasti, me incluso. Dall’altro, ha dato origine a una situazione in cui lo spettatore vede tutto sullo stesso piano, cosa che può sembrare molto democratica ma non lo è. Se i suggerimenti su cosa guardare vengono da un algoritmo che si basa su ciò che si è già visto, quindi unicamente su soggetto o genere, che effetti potranno mai avere sull’arte del cinema?

Le curatele non sono antidemocratiche o “elitiste”, termine ormai talmente abusato da aver perso qualunque significato. Al contrario, sono un atto di generosità, la condivisione di qualcosa che piace e che ispira (le migliori piattaforme di streaming, come Criterion Channel o MUBI, e le emittenti tradizionali come TCM si rifanno alle curatele, per cui ogni contenuto è selezionato con cura). Gli algoritmi invece, per definizione, si basano su calcoli che trattano lo spettatore come un semplice consumatore, niente di più.

Le scelte fatte da distributori come Amos Vogel di Grove Press negli anni Sessanta non erano atti di semplice generosità ma, spesso, anche di coraggio. Dan Talbot, espositore e programmatore, fondò la New Yorker Films per poter distribuire una pellicola che amava: Prima della rivoluzione di Bertolucci… insomma, non proprio una scommessa sicura. I film che arrivarono negli Stati Uniti grazie all’iniziativa di questi e altri distributori, curatori ed espositori portarono alla nascita di un movimento straordinario. Le circostanze che resero possibile quel momento sono ormai sfumate per sempre, dalla predominanza dell’esperienza nelle sale alla trepidazione condivisa per le tante possibilità offerte dal cinema. È per questo che torno spesso su quegli anni. Mi ritengo fortunato a essere stato giovane, vivo e aperto a tutto ciò che succedeva in quel periodo. Il cinema è sempre stato molto più che contenuto, e lo sarà sempre: gli anni in cui spuntavano film da ogni parte del mondo, dialogando l’un l’altro e ridefinendo l’arte cinematografica da una settimana per l’altra, ne sono la prova.

In sostanza, quegli artisti si trovavano continuamente alle prese con la domanda: «Che cos’è il cinema?», che si ripresentava ad ogni nuovo film. Nessuno lavorava isolato, anzi, sembrava che si rispondessero l’un l’altro, alimentandosi a vicenda. Godard e Bertolucci e Antonioni e Bergman e Imamura e Ray e Cassavetes e Kubrick e Varda e Wharol reinventavano il cinema ad ogni nuovo movimento della macchina da presa e ogni nuovo ciak, mentre registi già più affermati come Welles e Bresson e Huston e Visconti attinsero nuove energie dall’impennata di creatività attorno a loro.

Al centro di tutto questo c’era un regista che tutti conoscevano, un artista il cui nome era sinonimo di cinema e di ciò che il cinema poteva fare. Un nome che evocava immediatamente un certo stile, un certo atteggiamento nei confronti del mondo, al punto da essersi trasformato in un aggettivo. Poniamo che si volesse descrivere l’atmosfera surreale di una cena, un matrimonio, un funerale o un congresso politico, o, se è per quello, la follia dell’intero pianeta: bastava usare la parola “felliniano” e la gente capiva subito di cosa si stava parlando.

Negli anni Sessanta, Federico Fellini divenne ben più di un regista. Come Chaplin e Picasso e i Beatles, era un uomo che trascendeva la sua arte. A un certo punto, non fu più questione di questo o quel film, ma di tutte le sue opere combinate a tracciarne le gesta nella galassia. Andare a vedere un film di Fellini era come ammirare la Callas cantare, Olivier recitare o Nureyev danzare. Si arrivò al punto che i titoli cominciarono a includere il suo nome: Fellini Satyricon, Il Casanova di Fellini. L’unico che reggeva il confronto nel settore era Hitchcock, che però era un’altra cosa ancora: un marchio, un genere a sé e per sé. Fellini era il maestro del cinema.

Ormai sono trascorsi quasi trent’anni dalla sua scomparsa. Il periodo in cui la sua influenza sembrava permeare ogni aspetto della cultura è ormai passato. Ecco perché il cofanetto messo insieme da Criterion Channel lo scorso anno per il centenario della sua nascita, Essential Fellini, è più che gradito.

Fellini arrivò a padroneggiare completamente la forma visiva nel 1963 con , film in cui la macchina da presa si libra, aleggia e si innalza tra scenari interiori ed esteriori, secondo gli umori altalenanti e i pensieri segreti dell’alter ego di Fellini, Guido, interpretato da Marcello Mastroianni. Mi capita di guardare dei pezzi di quell’opera, su cui sono tornato più volte di quante sia in grado di contarne, e di trovarmi ancora a chiedermi: Come avrà fatto? Com’è possibile che ogni movimento, ogni gesto, ogni refolo d’aria sembrino inserirsi perfettamente al loro posto? Com’è che tutto pare prodigioso e inevitabile, come in un sogno? Com’è possibile che ogni movimento sia così denso di inesprimibile desiderio?

In questo contesto, il suono svolge una funzione fondamentale. Fellini sapeva essere creativo con il sonoro quanto lo era con le immagini. Il cinema italiano ha una lunga tradizione di doppiaggio, iniziata sotto Mussolini, il quale decretò che tutti i film importati da altri paesi dovessero essere doppiati. In molti film italiani, quindi, persino tra i più celebri, il divario tra sonoro e labiale può risultare spiazzante. Fellini sapeva usare questo spaesamento come uno strumento espressivo. Il suono e le immagini, nei suoi film, cozzano e si amplificano l’un l’altro, in modo tale che l’intera esperienza cinematografica si articola come un brano musicale, o come una lunga pergamena che si srotola. Oggi, la gente si lascia affascinare dalle ultime tecnologie e da quello che sono in grado di fare, ma non sono le telecamere digitali leggere e le tecniche di postproduzione come lo stitching e il morphing a fare il film: dipende tutto dalle scelte compiute nella realizzazione della pellicola nel suo insieme. Per i grandi artisti come Fellini, nessun elemento è mai insignificante: tutto ha una sua importanza. Sono sicuro che le telecamere digitali sarebbero state per lui un’esaltante novità, ma non avrebbero influito sul rigore e sulla precisione delle sue scelte estetiche.

È importante ricordare che Fellini iniziò dal neorealismo: cosa particolarmente interessante se si considera che, per molti versi, ha finito per rappresentare l’esatto opposto. In realtà, è stato proprio tra gli inventori del movimento, in collaborazione con il suo mentore Roberto Rossellini. Quel momento riesce ancora a sorprendermi: è stato una fonte di ispirazione talmente importante per il cinema, che dubito che gli anni Cinquanta e sessanta sarebbero stati animati dalla stessa creatività e dalle stesse sperimentazioni, senza il realismo da cui partire. Più che di un movimento, si è trattato di un gruppo di cineasti che hanno reagito a un periodo inimmaginabile nella vita della propria nazione. Dopo vent’anni di fascismo, dopo tanta crudeltà, terrore e distruzione, in che modo si poteva andare avanti, come individui e come paese? I film di Rossellini e De Sica e Visconti e Zavattini e Fellini e altri, film in cui estetica, moralità e spiritualità erano così legate le une alle altre da risultare indistinguibili, hanno svolto un ruolo fondamentale nel redimere l’Italia agli occhi del mondo.

Fellini è stato coautore di Roma, città aperta e Paisà (per il quale pare che, mentre Rossellini era malato, abbia anche diretto qualche scena dell’episodio di Firenze), oltre ad aver partecipato alla stesura e alla recitazione del Miracolo. Il suo percorso artistico si è chiaramente discosto molto presto da quello di Rossellini, ma i due hanno sempre mantenuto un grande rispetto e affetto reciproco. Un giorno, poi, Fellini fece un’osservazione particolarmente acuta: che quello che la gente descriveva come neorealismo in realtà esisteva davvero soltanto nei film di Rossellini. Al di là di Ladri di biciclette, Umberto D. e La terra trema, credo che Fellini intendesse dire che Rossellini era l’unico ad avere una fiducia così profonda e duratura nella semplicità e nell’umanità, l’unico a lavorare in modo da lasciare che fosse la vita stessa a raccontare quanto più possibile la propria storia. Fellini, al contrario, era uno stilista e un affabulatore, un mago e un cantastorie, ma le basi di etica e di esperienza vissuta che ricevette da Rossellini furono essenziali per lo spirito dei suoi film.

Entrato nella maggiore età proprio mentre Fellini raggiungeva la sua maturità di artista, ho sempre avuto un particolare riguardo per le sue opere. Vidi La strada, la storia di una povera giovane venduta a un forzuto e brutale saltimbanco, quando avevo circa tredici anni e ne rimasi particolarmente colpito. Pur ambientata nell’Italia del dopoguerra, la pellicola si svolgeva come una ballata medievale, se non addirittura qualcosa di precedente, un’emanazione del mondo antico. Lo stesso si può dire della Dolce vita, che però era un panorama, uno spaccato di vita moderna e scissione spirituale. La strada, uscito nel 1954 (e due anni più tardi negli Stati Uniti) è un quadro più piccolo, una favola che ha le sue radici in concetti elementari: terra, cielo, innocenza, crudeltà, devozione, distruzione.

Ai miei occhi, poi, aveva una dimensione aggiunta. Lo vidi per la prima volta insieme alla mia famiglia, alla televisione, e ricordo che per i miei nonni la storia rispecchiava fedelmente le difficoltà che si erano lasciati alle spalle nel vecchio mondo. La strada non ricevette una buona accoglienza in Italia. Alcuni lo considerarono un tradimento del neorealismo (metro di giudizio per molti film italiani dell’epoca), e suppongo che molti spettatori locali abbiano trovato strana l’idea di presentare una storia così dura come se fosse una fiaba. Nel resto del mondo, però, ebbe un successo straordinario, dando a Fellini la notorietà internazionale. Era la pellicola su cui sembrava aver lavorato e sofferto di più: la sceneggiatura era talmente dettagliata da raggiungere le seicento pagine e, verso la fine di una produzione davvero complessa, il regista ebbe un esaurimento nervoso e dovette sottoporsi alla prima (credo) di numerose sessioni di psicanalisi per poter terminare le riprese. Fu anche il film che, per il resto della sua vita, considerò a lui più caro.

Le notti di Cabiria, una serie di episodi fantastici nella vita di una prostituta romana (fonte di ispirazione per il musical di Broadway e film di Bob Fosse Sweet Charity), ne consolidò la reputazione. Come tutti, lo trovai emotivamente travolgente. Ma la grande rivelazione successiva fu La dolce vita. Vederlo appena uscì, in una sala completamente gremita, fu un’esperienza indimenticabile. La dolce vita arrivò negli Stati Uniti nel 1961, tramite la Astor Pictures, e fu trasmesso come evento speciale in un vero cinema di Broadway, con biglietti costosi e posti numerati, da prenotare via posta: il tipo di attenzioni generalmente riservate a leggendarie pellicole a sfondo biblico come Ben Hur. Prendemmo posto, le luci si spensero e, nel guardare questo maestoso, tremendo affresco cinematografico dipanarsi sullo schermo, tutti provammo la sensazione scioccante del riconoscimento. Di fronte a noi c’era un artista che era riuscito a esprimere l’ansia dell’era nucleare, la sensazione che nulla avesse più importanza perché tutto e tutti avrebbero potuto essere annientati in qualsiasi momento. Oltre allo shock, però, percepimmo anche l’euforia suscitata dall’amore di Fellini per l’arte del cinema e, di conseguenza, per la vita stessa. Qualcosa del genere si stava verificando anche nel rock and roll, con i primi album elettronici di Dylan e poi con The White Album e Let It Bleed: pur parlando di ansia e disperazione, erano esperienze elettrizzanti, trascendenti.

Quando presentammo la versione restaurata della Dolce vita a Roma, dieci anni fa, Bertolucci insistette per presenziare. Allora già faticava ad andare in giro, perché era costretto in sedia a rotelle e in preda a incessanti dolori, ma disse che non se la poteva perdere. Al termine della proiezione, mi confessò che La dolce vita era la ragione per cui aveva cominciato a fare cinema. Ne fui sinceramente sorpreso, perché non me ne aveva mai parlato prima. Ma, in fondo, non c’era niente di cui meravigliarsi. Quel film era stata un’esperienza galvanizzante, che aveva scosso un’intera cultura.

Le due opere di Fellini che mi hanno influenzato di più, quelle che mi hanno davvero segnato, sono state I vitelloni e . I vitelloni perché ha saputo cogliere qualcosa di così reale e prezioso da ricollegarsi alla mia personale esperienza; perché ha ridefinito la mia idea di cinema, di cosa fosse e di dove potesse portare.

I vitelloni, uscito nel 1953 in Italia e tre anni più tardi negli Stati Uniti, è il terzo film di Fellini, ma il primo di un certo rilievo. È anche una delle sue opere più personali. Composto da una serie di scene, racconta le vite di cinque amici sulla ventina a Rimini, città dove Fellini è cresciuto: Alberto, interpretato dal grande Alberto Sordi; Leopoldo, interpretato da Leopoldo Trieste; Moraldo, l’alter ego di Fellini, interpretato da Franco Interlenghi; Riccardo, interpretato dal fratello di Fellini; Fausto, interpretato da Franco Fabrizi. I cinque trascorrono le giornate a giocare a biliardo, fare la corte alle ragazze e andarsene a spasso prendendo in giro chiunque incontrino. Tutti sono animati da grandi sogni e progetti. Si comportano come bambini e i genitori li trattano di conseguenza. E la vita va avanti.

Io mi sentivo come se li conoscessi, quei ragazzi, come se facessero parte della mia vita, del mio quartiere. Riconoscevo addirittura parte del loro linguaggio del corpo, del loro umorismo. Anzi, a un certo punto sono stato uno di loro. Capivo cosa provava Moraldo, la sua voglia disperata di andarsene. Fellini riusciva a rappresentare tutto in maniera così perfetta: l’immaturità, la vanità, la noia, la tristezza, la ricerca della prossima distrazione, del prossimo picco di euforia. Era in grado di trasmettere il calore, il cameratismo, le battute, ma anche la tristezza e la disperazione che nascondevano, tutto in un colpo. I vitelloni è una pellicola dolceamara e dolorosamente lirica, che ha svolto un ruolo decisivo nella genesi di Mean Streets. È un grande film sulla propria città natia. Qualunque essa sia.

Per quanto riguarda ,tutti quelli che conoscevo e che cercavano di fare film, all’epoca, avevano una loro pietra miliare, un termine di paragone. Per me era, ed è ancora, .

Cosa si fa dopo aver prodotto una pellicola dal successo travolgente come La dolce vita? Tutti pendono dalle tue labbra, in attesa di scoprire quale sarà il tuo prossimo passo. Un po’ come è successo a Dylan a metà degli anni Sessanta, dopo l’uscita di Blonde on Blonde. Fellini e Dylan erano nella stessa situazione: avevano raggiunto ampie schiere di persone, e tutti pensavano di conoscerli, di capirli e, spesso, di avere dei diritti su di loro. Insomma, era una pressione continua. Pressione dal pubblico, dai fan, dai critici e dai nemici (dove nemici e fan spesso sembrano essere una cosa sola). Pressione per produrre ancora. Pressione per andare avanti. Pressione da se stessi, su se stessi.

Per Fellini, come per Dylan, la risposta fu l’introspezione. Dylan cercava la semplicità, nel senso spirituale attribuitole da Thomas Merton e, dopo il suo incidente in moto, la trovò a Woodstock, dove registrò The Basement Tapes e scrisse i brani di John Wesley Harding.

Fellini partì invece dalla propria situazione dei primi anni Sessanta, girando un film sulla sua crisi artistica. Così facendo, intraprese una pericolosa spedizione in un territorio ancora inesplorato: quello del suo mondo interiore. Il suo alter ego, Guido, è un celebre regista, affetto dall’equivalente cinematografico del blocco dello scrittore e in cerca di un rifugio, di pace e di una guida, come artista e come essere umano. Recatosi in una lussuosa stazione termale per sottoporsi a una “cura”, viene presto assediato dall’amante, dalla moglie, dall’ansioso produttore, dai potenziali attori, dalla troupe e da un’eterogenea processione di ammiratori, parassiti e di altri frequentatori delle terme. Tra loro vi è un critico, il quale afferma che la nuova sceneggiatura «manca di un conflitto centrale o di una premessa filosofica» e si riduce a «una serie di episodi ingiustificati». La pressione aumenta, ricordi di bambino, desideri e fantasie arrivano inattesi ad animare i suoi giorni e le sue notti e lui attende la sua musa ─ che va e viene, eterea, nella persona di Claudia Cardinale ─ per «mettere ordine».

è un arazzo intessuto con i sogni di Fellini. Come in un sogno, tutto sembra solido e ben definito da un lato, ma evanescente ed effimero dall’altro: il tono continua a cambiare, talvolta anche bruscamente. Il flusso di coscienza visivo che si viene a creare mantiene lo spettatore in uno stato di allerta e di sorpresa, in una forma che va ridefinendosi di continuo, man mano che il film va avanti. È come guardare Fellini girare il film davanti ai propri occhi, perché la struttura è il processo creativo stesso. Molti altri registi hanno provato a fare qualcosa sulla stessa linea, ma credo che nessuno sia mai riuscito a ottenere ciò che Fellini è riuscito a fare qui. Solo lui ha avuto l’audacia e la fiducia in sé necessarie per giocare con ogni strumento creativo, per sfruttare la plasticità delle immagini al punto che tutto pare esistere a un livello inconscio. Anche le inquadrature apparentemente più neutre, se esaminate più da vicino, rivelano un qualche elemento della luce o della composizione che spiazza, che in qualche modo è permeato dalla coscienza di Guido. Dopo un po’ uno smette di cercare di capire dov’è, se si tratta di un sogno, di un flashback o della semplice realtà. Vuole solo continuare a perdersi e a vagare con Fellini, arrendendosi all’autorità del suo stile.

La pellicola raggiunge un picco di creatività nella scena in cui Guido incontra il cardinale alle terme, un viaggio in un mondo sotterraneo alla ricerca di un oracolo, un ritorno all’argilla da cui siamo stati plasmati. Come in tutto il resto del film, la macchina da presa è in movimento, irrequieta, ipnotica, si libra nell’aria come se stesse andando incontro a qualcosa di inevitabile e rivelatore. Man mano che Guido scende nei sotterranei vediamo, dal suo punto di vista, una serie di persone che gli vanno incontro, chi consigliandolo su come ingraziarsi il cardinale, chi chiedendogli qualche favore. Entrato in un’anticamera piena di vapore, egli si avvicina all’alto prelato, i cui assistenti lo coprono con un telo di mussola mentre si sveste, lasciandone intravedere soltanto l’ombra. Guido rivela al cardinale di non essere felice e questi risponde semplicemente, memorabilmente: «Perché dovrebbe essere felice? Il suo compito non è questo. Chi le ha detto che si viene al mondo per essere felici?». Ogni sequenza di questa scena, ogni parte dell’allestimento e della coreografia tra attori e macchina da presa è straordinariamente complessa. Non riesco nemmeno a immaginare quanto debba essere stata difficile da realizzare. Sullo schermo, si svolge tutto con tale leggerezza da sembrare la cosa più facile del mondo. Per me, l’udienza con il cardinale è l’emblema di un’importante verità su : Fellini ha fatto un film a proposito di un film che poteva esistere solo come film e nient’altro. Non come un brano musicale, né come un romanzo, una poesia, una danza: poteva essere solo un’opera cinematografica.

L’uscita di scatenò dispute senza fine, tanto era il suo effetto drammatico. Ognuno di noi aveva una sua interpretazione e facevamo le ore piccole a discuterne, a sviscerarne ogni scena, ogni secondo. Ovviamente, non raggiungemmo mai un’interpretazione definitiva: l’unico modo per spiegare un sogno è seguire una logica onirica. Il film non termina in maniera definita, cosa che infastidì molte persone. Un giorno, Gore Vidal mi ha raccontato di aver detto a Fellini: «Fred, meno sogni la prossima volta, devi raccontare una storia». Ma la mancanza di un finale in è in linea con il resto del film, perché è il processo artistico stesso a non terminare: bisogna andare avanti. E quando si finisce si è spinti a ricominciare, come Sisifo. E, proprio come accadde a Sisifo, presto spingere il masso su per la collina, ancora e ancora, diventa l’obiettivo di una vita.

Il film ebbe un enorme impatto sugli altri registi, fungendo da fonte di ispirazione per Il mondo di Alex di Paul Mazursky, in cui Fellini interpreta se stesso, Stardust Memories di Woody Allen e All That Jazz di Fosse, per non parlare del musical di Broadway Nine. Come ho già detto, ho perso il conto del numero di volte in cui ho visto e non sto nemmeno a dire in quanti modi mi abbia influenzato. Fellini ci ha mostrato cosa volesse dire essere un artista, soggetto all’impellente bisogno di creare arte. è la più pura espressione di amore per il cinema che io conosca.

Andare avanti dopo La dolce vita? Difficile. Andare avanti dopo ? Non riesco nemmeno a pensarci. Con Toby Dammit, un mediometraggio ispirato a un racconto di Edgar Allan Poe (nonché terza e ultima parte del film collettivo Tre passi nel delirio), Fellini portò il suo immaginario allucinatorio a un livello di raffinatezza estrema. La pellicola è una viscerale discesa negli inferi. In Fellini Satyricon, invece, creò qualcosa di mai visto prima: un affresco del mondo antico, un «saggio di fantascienza del passato», come lui stesso lo ha definito. Amarcord, film semi-autobiografico ambientato nella Rimini dell’era fascista, è oggi una delle sue opere più amate (per esempio, è tra i preferiti di Hou Hsiao-hsien), pur essendo molto meno coraggiosa delle pellicole precedenti. Eppure, è comunque un’opera ricca di punti di vista straordinari (personalmente sono rimasto affascinato dall’ammirazione che Italo Calvino provava per questo film in qualità di ritratto della vita nell’Italia di Mussolini, cosa a cui io non avevo pensato). Dopo Amarcord, ogni film contiene qualche frammento di genio, ma mai quanto Il Casanova di Fellini. Opera glaciale, più fredda dell’ultimo dei gironi infernali danteschi, è un’esperienza straordinaria, delineata con uno stile audace, ma davvero sinistra. Una pellicola che parve segnare una svolta nella carriera del regista. A dire il vero, la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni ottanta sembrano essere stati un periodo di trasformazione decisivo per molti cineasti in tutto il mondo, me incluso. La sensazione di cameratismo che avevamo provato, vera o immaginaria che fosse, parve dissolversi e ognuno di noi finì per isolarsi nel proprio universo, lottando per mettere insieme il film successivo.

Conoscevo Federico abbastanza da definirlo un amico. Ci incontrammo per la prima volta nel 1970, quando arrivai in Italia con una serie di cortometraggi che avevo selezionato per presentarli a un festival cinematografico. Contattai l’ufficio di Fellini e mi fu concessa una mezz’ora del suo tempo. Fu estremamente affabile e cordiale. Gli confessai che, in quello che era il mio primo viaggio a Roma, avevo tenuto lui e la cappella Sistina per ultimi. Rise. Il suo assistente commentò: «Vedi Federico, sei diventato un noioso monumento!». Lo assicurai che avrebbe potuto essere tutto tranne che noioso. Ricordo anche che gli chiesi dove avrei potuto mangiare una buona lasagna e mi consigliò un ottimo ristorante: conosceva sempre i locali migliori, ovunque andasse.

Diversi anni più tardi mi trasferii a Roma per un periodo e cominciammo a vederci abbastanza spesso. Ci capitava di incontrarci per caso e di pranzare insieme. Fellini era sempre e comunque un uomo di spettacolo, e lo spettacolo non si fermava mai. Guardarlo girare un film era un’esperienza eccezionale. Era come se dirigesse una dozzina di orchestre contemporaneamente. Portai i miei genitori sul set di La città delle donne, dove Fellini schizzava da una parte all’altra a blandire, supplicare, simulare parti, scolpire e sistemare ogni elemento della scena fin nei minimi dettagli, per trasformare la sua visione in realtà in un turbine di movimento inarrestabile. Mentre ci allontanavamo, mio padre disse: «Pensavo che avremmo fatto una foto con Fellini». E io risposi: «Ma l’avete fatta!». Era successo talmente in fretta che non se ne erano neanche accorti.

Negli ultimi anni della sua vita, cercai di aiutarlo a far distribuire La voce della luna negli Stati Uniti. Il film gli aveva causato qualche contrasto con i produttori: loro volevano una tipica stravaganza felliniana, mentre lui girò qualcosa di molto più cupo e meditativo. Nessun distributore osava metterci mano e rimasi davvero scioccato nello scoprire che nessuno, neanche tra i principali cinema indipendenti di New York, era interessato a inserirlo in cartellone. I vecchi film sì, ma non quello nuovo, che si rivelò anche l’ultimo. Qualche tempo dopo, lo aiutai a trovare dei finanziamenti per un documentario che aveva in mente, una serie di ritratti di tutti coloro che collaborano alla realizzazione di un film: gli attori, il direttore della fotografia, il produttore, l’addetto ai sopralluoghi (mi ricordo che, nel canovaccio di quell’episodio, il narratore spiegava che la cosa più importante in assoluto era organizzarsi in modo che i luoghi scelti fossero vicini a qualche buon ristorante). Purtroppo, morì prima di poter avviare il suo progetto. Ricordo l’ultima volta che gli parlai al telefono. Aveva una voce molto flebile, capivo che non gli rimaneva più molto da vivere. Fu triste vedere quell’incredibile energia vitale spegnersi a poco a poco.

Oggi tutto è cambiato: sia il cinema sia l’importanza che riveste nella nostra cultura. Ovviamente, è naturale che artisti del calibro di Godard, Bergman, Kubrick e Fellini, che un tempo regnavano su questa grande forma d’arte come dèi, con il passare del tempo cadano nel dimenticatoio. Tuttavia, non possiamo dare più niente per scontato. Non possiamo fare affidamento sull’industria cinematografica odierna perché si prenda cura del cinema. Nell’industria cinematografica, che oggi è diventata l’industria dell’intrattenimento visivo di massa, l’enfasi è sempre sulla parola «industria» e il valore è determinato dalla quantità di denaro che si riesce a ottenere da una data proprietà. In quel senso, ogni film da Aurora a La strada a 2001: Odissea nello spazio è ormai stato spremuto fino all’ultimo centesimo ed è pronto per finire nella categoria “Film d’autore” sulle piattaforme di streaming. Quelli di noi che conoscono il cinema e la sua storia devono condividere il loro amore e le loro conoscenze con quante più persone possibile. E dobbiamo far capire una volta per tutte agli attuali titolari dei diritti legali su queste pellicole che si tratta di ben più di semplici beni da sfruttare per poi metterli sottochiave. Al contrario, sono tra i più grandi patrimoni della nostra cultura e andrebbero trattati di conseguenza.

Suppongo che dovremmo anche affinare la nostra percezione di cosa è cinema e cosa no. Federico Fellini è un buon punto di partenza. Si possono dire molte cose sui suoi film, ma una cosa è certa: quelli sì che sono cinema. Il suo lavoro è stato fondamentale nel definire questa forma d’arte.

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ARTICOLO n. 10 / 2021

Vivere a Sud delle Stelle. Un Manifesto

Che cos’è il Sud

Sud è molto di più di una posizione geografica.

Sud è qualcosa che va oltre lo spazio e il tempo: una goccia d’acqua dell’oceano, un lotto di case popolari di una metropoli, il finito dell’infinito.

È una comprensione sottile delle tracce originarie di ogni cosa: a Sud della sua vita, del suo cammino, della sua luce evolutiva, nasce l’uomo.

La sua fede, la sua devozione, nascono a Sud delle stelle.

Energia di terra, di sangue e anima, un istinto che aspira al sincronismo tra il sentire e il pensare, la tradizione in una civiltà di cemento che ha coperto tutto.

Disperdere, ignorare tutto questo significherebbe per noi un vero e proprio impoverimento.

Potrebbe essere, questa, una riflessione o una considerazione di tipo antropologico ma certamente anche un sentimento vissuto fino in fondo con profonda coscienza.

C’è una tendenza che vive il Sud come se fosse una moda, distaccando l’arte dall’esistenza, riducendola ad una vera e propria farsa, una caricatura che nasce da un tipico atteggiamento borghese.

Come personaggi in cerca d’autore schiavi e oppressi dalle loro preoccupanti contraddizioni tanti vanno avanti con il loro monotono, puntuale partecipare ad ogni festa popolare, vestiti e confezionati per l’evento, ma lontani da quella sensibilità estetica più raffinata e naturale del popolo, che da secoli coltiva i suoi rituali e li consuma in una danza atavica, che salda il legame tra la vera tradizione e quella che nasce ogni giorno che passa.

«L’eredità di un Sud parla da sola». Ha scritto il poeta Ignazio Buttitta:

Un popolo
Mettetegli la catena
Spogliatelo
Tappategli la bocca
È ancora libero
Toglietegli il lavoro
Il passaporto
La tavola dove mangia
Il letto dove dorme
È ancora ricco
Un popolo
Diventa povero e servo
Quando gli rubano la lingua
Adottata dai padri
È perso per sempre…

Usa la parola popolo, il poeta Ignazio Buttitta.

Popolo, il raggruppamento più antico della terra è il punto di partenza della società umana e d’ogni tipo d’estetica. Tra il formalismo europeo apollineo e quello dionisiaco incentrato sull’emozione, l’estetica popolare vive nel presente, perché il passato e il futuro esistono unicamente nel presente come evoluzione dell’essere e della realtà stessa.

Il popolo, lavoratore naturalmente povero, continua a cantilenare i suoi canti proibiti e non proibiti, nelle situazioni e nelle forme più disparate, provando a creare nuovi codici espressivi nello stesso modo in cui si sono sviluppati i dialetti in passato.

Ritorna alla mente il vizio storico dei padroni di mettere in risalto la sua incapacità di parlare. Anche se poi gli stessi padroni restano impressionati nel prestare attenzione a quelle manifestazioni incomprensibili, ma piene di pathos, che solo il Sud vive.

I dialetti, le forme indigene, le somiglianze tra le musiche, le mescolanze, i cambiamenti, le trasformazioni, i fenomeni creano un’estetica ribelle presa a prestito nei secoli anche dalle forme d’arte più seriose come la musica classica, antica, la pittura e il teatro. È una conseguenza naturale che un linguaggio conosciuto da gran parte della gente venga poi utilizzato anche per la fede cristiana. Basta cambiare le parole: spesso la differenza è sottile tra le manifestazioni di protesta popolare e le devozioni dialettali, preghiere spontanee e confidenziali nelle quali il popolo sì allarga con il Signore, a volte fin troppo, tanto da trasformarle in vere e proprie rivendicazioni.

Lo spirito, il respiro che aspira alla vita suona il tamburo mentre il sole nasce dentro di noi; dentro e fuori, notte e giorno, va e viene a ritmo dell’universo.

Ecco l’importanza della musica sia dal punto di vista scientifico che storico-culturale: il trasporto, il possesso dell’anima che ricombina il singolo con il Tutto diventa una via d’accesso alla coscienza del cosmo così come cosmopolita è la tradizione popolare quando è aperta e raccoglie con curiosità le diverse espressioni che si manifestano da tutte le parti del mondo, senza alcuna discriminazione ma contribuendo a renderle storicamente rintracciabili.

La cultura popolare è innanzitutto una coscienza sensoriale, non è teoria ma il sentimento che diventa forma, cambiamento, contenuto.

Il
dialetto
va
approfondito,
evoluto …
e
utilizzato.

L’eco di voci lontane, tesori immensi e segreti immersi nel passato hanno contribuito al processo d’evoluzione della terra, aperta finalmente alle realtà di tutte le minoranze etniche rimaste nell’oscurità voluta dal mondo occidentale.

La memoria storica è coscienza volontaria di contrapporsi all’espropriazione e alla dominazione culturale…contaminati ma non colonizzati.

La contaminazione è unione, interscambio culturale, processo evolutivo. La prevaricazione è l’annullamento dell’altro, del diverso, è l’uomo che prevale sull’uomo.

La contaminazione è l’ibrido che prende vita come nuovo linguaggio.

La dominazione è il mondo che ripete in fotocopia i suoi errori. Negli ultimi decenni alle armi da guerra si è aggiunta la nuova tecnologia della comunicazione che con la sua industria dell’effimero raggiunge con apocalittici risultati l’Everest della negatività.

Il nuovo
giorno
nasce
nel giorno
che
muore.

La cultura popolare genera un’estetica che non è e non sarà mai d’assoggettamento.

Chi non conosce la propria storia deve inventarsene una, comprarsela o prenderla in prestito; se non c’è memoria non c’è identità, un vaso vuoto è riempito da altri. Il recupero della tradizione è il simbolo d’appartenenza alle proprie radici, un ritorno alla fonte, la meta come punto di partenza, la consapevolezza di una comprensione che va da cuore a cuore oltre i confini del già detto, già visto e già fatto.

L’antico che diventa nuovo, il nuovo che sa d’antico, il comune che diventa straordinario. Il pensiero nuovo si muove sempre dall’altra parte della strada, fuori di vista, come un viandante in pellegrinaggio sulla via del futuro.

L’estetica popolare non contempla mai una non evoluzione del linguaggio, è sempre il risultato di un’esperienza e di uno sviluppo comune anche se le sintesi avvengono spesso per opera di singoli individui. Il ritorno al passato? Il passato con gli occhi del futuro senza alcuna sottomissione psicologica e senza imbalsamazioni.

Gli stadi iniziali di un linguaggio e le forme nuove si muovono nel tempo senza riferimenti circoscritti, racchiudendo l’essenza dell’antichità che rivela l’umanità della vita mista ad una ricerca più profonda che nasce dalla paura della morte.

La perdita dell’espressione originale diventa una mancanza d’autonomia e di libertà, la rinuncia alla più gran ricchezza, le chiavi della porta dell’anima per poter volare anche nel disagio, nella sofferenza, nella mancanza e nell’aridità di una realtà incapace di intravedere un futuro.

Credere nei sogni e nelle probabilità a cui segue l’azione è l’unica vera risposta alla sudditanza e all’omologazione che appiattisce e livella gli uomini ad una bassa coscienza e alla nostalgia del ricordo.

Che consola ma non guarisce.

Che cos’è la tradizione

Oggi la tradizione è una vera e propria mappa dei movimenti popolari, tendenti all’universalità in una dimensione ampiamente umana; diventa una risposta stilizzata pur conservando le preoccupazioni sociali ed emotive del linguaggio primitivo. La società divisa si mette al passo con il resto del mondo.

Ogni età della tradizione nasce dal proprio ambiente sociale e psicologico; il tema base è il nucleo d’appartenenza e le vicende collaterali.

C’è sempre un confine culturale che il popolo non può valicare. Non può diventare padrone, e questa forse è la sua vera forza; può avvicinarsi alla cultura dominante ma deve servirsi d’altre risorse: popolane o esoteriche che siano. In questa terra di nessuno riesce a coltivare logica, bellezza e verità.

Quella che è stata definita tradizione popolare è, più d’ogni altra cosa, il risultato d’esperienze plurime sociali e culturali.

È doveroso fare una distinzione tra popolaresco e popolare. Il primo erroneamente definito con aggettivi come ‘semplice’, ‘schietto’, ‘genuino’, in contrapposizione netta alla complessa realtà urbana, spontaneamente dedito ad uno status di finzione che nega quello culturale. Il secondo sempre militante, senza filtri, un linguaggio che permette ad ogni uomo di rapportarsi e confrontarsi con il suo mondo interiore e quello esteriore; l’uomo, il mondo e viceversa.

La consapevolezza sociale della crescente importanza della tradizione e dello sviluppo della sua accettazione ci fa capire com’è impossibile metterla fuorilegge, visto che il popolo non potrebbe mai creare senza questa risposta metafisica al suo naturale desiderio di libertà. Possiamo a questo punto tranquillamente dire che l’incontro etnografico con i gioielli del passato è fondamentale perché ci offre la possibilità di nuovi sviluppi linguistici ed espressivi.

Un
povero
non
ha
che
da
studiare
tanto
se
vuole
credere
nei
sogni
e
nelle
probabilità.

La povertà crea la tradizione. Dire semplicemente questo è impossibile. Così come sembra impossibile che una dichiarazione del genere abbia senso. Questo effetto ha creato una vera e propria condizione intellettuale d’interesse per la tradizione anche come fenomeno sociale come qualsiasi altro tipo di fenomeno.

L’amore, il sesso, il sogno, la solitudine, sono cose, idee, una realtà che crea forme e contenuti anche dove il degrado neutralizza qualsiasi tipo d’emancipazione. Il decentramento della plebe nel tempo ha creato un enorme numero di poveri.

Il popolo, depositario di una conoscenza antica, la saggezza popolare, essendo da sempre proprietà di qualcuno e dovendo dare per dovere tutto ciò che può, che ha e che è, svolge da sempre una funzione integrante della tradizione tra le classi sociali.

La storia di milioni d’uomini provoca enormi cambiamenti anche in quelli che comandano.

Il potere si diverte sulla strada, Il principe e il povero; il popolo sogna il palazzo, Cenerentola.

I padroni attingendo dalla tradizione usanze antiche ed antiche passioni hanno cercato spesso di governare con una mentalità da popolo. Anni di costrizioni e repressioni, di riti liberatori e santi protettori, hanno lasciato un segno indelebile anche nei cuori dei potenti, se di cuore si può parlare.

I demagoghi assumono la leadership del popolo e contribuiscono al conflitto di classe tra i ricchi e i nuovi poveri che fanno da capro espiatorio confondendosi con i ricchi per l’istruzione acquisita e per le pari opportunità che il sistema falsamente fa intravedere con storielle da «saranno famosi». 

Naturalmente l’ondata di molti istruiti, ambiziosi ed entusiasti del consumismo, rispetto alla questione della tradizione si è lavata le mani.

I poveri che si sono arricchiti non amano ricordarsi e si rifugiano in cose futili per vivere e sentirsi sicuri di non perdere la loro tranquillità. La ricostruzione della tradizione così diventa caotica perché è interrotto quel ciclo metodologico basato sull’interrogazione dei testimoni. 

La classe media, nata dopo lo sviluppo economico, si è indirizzata invece su due corsie parallele: da una parte, non dà mai abbastanza importanza alla propria provenienza; dall’altra, ancora peggio, sperimenta l’abbandono di quelle tradizioni e usanze considerate volgari o troppo popolari. Folklore? Il filo è sottile. Non sono state però scelte ideologiche, ma una cosciente affiliazione alla società capitalistica. L’eroe per loro è un povero fortunato, una carrozza per gente comune nel viaggio dell’affermazione-accettazione di una realtà che imitano, annullando se stessi.

Da un punto di vista strettamente artistico i fatti mostrano chiaramente come i vinti si sono appropriati di molti elementi della classe egemone, in particolare di quelli legati al teatro, alla musica e alle rappresentazioni. Chiaramente in questo passaggio una particolare maestria elaborata si dissolve in uno stile essenziale ed imprevedibile. Da un punto di vista strettamente sociologico invece segna l’ingresso dei diseredati nel mondo dell’arte, dello spettacolo, con tutte le implicazioni che un fenomeno del genere comporta.

La Vox Populi è una necessità di gruppo, anche se si pensa che ciascuno abbia la propria voce.

L’arte è un fatto privato e personale circoscritto a piccole comunità, spesso è girovago e quindi di quando in quando ha un pubblico occasionale, cibo, vestiti e, a volte, anche denaro in regalo.

Da sempre si ritiene che tutti possano essere artisti ed è dato per scontato che l’educazione artistica non fa parte della tradizione popolare; il talento è considerato il risultato di un’inclinazione naturale. Data la predisposizione veramente personale non c’è nessun metodo per impararlo. La cosa più importante sono le motivazioni che devono nascere dalla vita.

Anche adesso quando l’arte popolare acquista un certo grado di professionismo diventa qualcosa di radicalmente diverso: non allevia più la fatica, le sofferenze ma dall’occasionale riflessivo personale diventa intrattenimento ufficiale. Nasce così l’artista professionista che, del suo ex modus vivendi, ne fa un modo per guadagnarsi da vivere; muovendosi dal folk, dalla tradizione, con una gestualità emotiva controllata, sfiora l’immaginario collettivo ed entra nella rappresentazione pubblica, nel gusto popolare che favorisce questa trasformazione graduale.

La tradizione artistica popolare è stata riletta oggi molto più di quanto sia successo in passato diffondendosi un certo stile che è ormai divenuto un modello che contribuisce a non standardizzare l’arte popolare.

Proprio come i primi comunicatori hanno diffuso un nuovo codice d’appartenenza oggi da qualsiasi punto della terra arrivano segnali iniziatori del nuovo linguaggio universale che abbracciano uomini d’ogni razza e colore.

L’intercultura è lo sbocco per le nuove realtà sociali, il pane fresco della nuova alba del nostro pianeta.  Soltanto salvando la lezione dei nostri predecessori la società di domani può creare valore aggiunto alla storia.

Questa era, se eredita dalla tradizione tutto quello che incredibilmente ha di bello e d’insegnamento, sarà un’era di carne e ossa ma lascerà il suo spirito che illumina il cammino dei nuovi giorni.

Avanguardia, tradizione ed evoluzione sono il fenomeno di due tendenze umane parallele, una conservatrice e una evolutiva, una primitiva magico-superstiziosa e una sperimentale fantastico-intuitiva.

Le nuove idee spesso nascono dalle forme conservate delle idee precedenti fuse con l’esperienza passata. La contaminazione della fase iniziale cede il posto ad una fenomenologia evolutiva del tutto originale. Un modulo di processo ideale che genera segni stilistici su un piano assolutamente extra storico; la cultura antica si fonde alla moderna.

Il concetto di comunità umana e la semplicità popolare stanno all’origine di tutte le metamorfosi della tradizione.

Bisogna fare attenzione invece alle cartoline folkloriche entrate ormai nei cliché mentali della gente che identifica i gruppi etnici nella cadenza del parlare, nelle eccitazioni sensuali e religiose, nella faziosità del gergo, nel dilagare di una filosofia furbesca o vittimistica. Il pericolo può essere di rientrare in una categoria definita semipopolare che non è né carne né pesce e che è molto lontana dalla novità che nasce dall’alchimia sociale e multirazziale.

La nobiltà vera, la nobiltà di cuore indubbiamente è un elemento distintivo di un popolo che trionfa per motivi, ispirazioni e aspirazioni. La passione, la volontà e la dedizione creano correnti di diverso interesse estetico, associativo e assistenziale, predestinate al miracolo di essere dalla parte di un progresso edificante e veramente applicato da una politica sociale equa e lungimirante, consanguinea della comprensione e della tolleranza.

La primitività moderna surroga un convenzionale spirito di devozione con un realismo d’impatto. Una dimensione psicologica in cui si è devoti, dritti, libidinosi, diabolici e complessi. Una rabbia-rifiuto di tutto il veleno che il vendicativo, il grossolano, consuetudinariamente porta.

Lo sviluppo e la diffusione della cultura, pur non rasentando la perfezione da un punto di vista metodologico, sono interessi specifici per la vita. Il problema è generale, ma nel disordine una ricostruzione dal basso è l’unica risposta.

La repressione e il complesso della miseria creano una cultura di rivalsa in rapporto stretto con la storia popolare e la rivendicazione dialettale; un allargamento quantitativo e qualitativo del campo sociologico.

La tradizione popolare è anche realtà visiva, nel senso che si può comprendere in modo totale solo se si è in grado di assistere al suo svolgimento. Essendo a volte anche espressione di realtà corporea è realizzata con tutto il corpo.

I cultori della tradizione sono perfettamente consci da tempo di quest’elemento visivo o per lo meno l’avvertono inconsciamente. Perciò esistono così tanti libri d’immagini e fotografie.

I responsabili dei programmi televisivi dovrebbero finalmente capire che nessuna realtà è più ottica di tutto ciò che la tradizione popolare offre, e che è necessario per poter convertire la vita in immagine.

Susan Sontag, saggista americana, osserva che si può prendere un oggetto e impossessarsene, dominarlo, semplicemente facendogli una foto, ancora più di quanto non si possa fare con le parole.

Potrebbe naturalmente anche essere un disegno ma la fotografia mostra chiaramente e con assoluta evidenza la bellezza e la temporaneità della vita di una simile realtà. La fotografia, e naturalmente il cinema, è tra le nuove arti il mezzo più potente per avvicinare le esperienze del passato a chi altrimenti non avrebbe la possibilità di venirne a contatto, creando una possibilità percettiva di suoni ed atmosfere vive oggi e domani. La conseguenza è la facoltà di poter giudicare ancora quell’esperienza.

La fotografia ci permette di superare il limite proveniente dalla mancanza di ciò che è rappresentato le cui qualità e caratteristiche valgono di per sé a riassumere e a fornire un immediato colpo d’occhio della situazione che si vuole rivivere.

La maggior parte dei cultori della tradizione vuole solamente la musica. Tutto il resto gli è indifferente. Questo si capisce benissimo ma bisogna sapere anche ciò che implica: chiudere gli occhi davanti alla realtà.

La musica è impensabile senza un ambiente circostante, senza la società nella quale vivono i musicisti, senza il tempo in cui si trasformano i suoi stili, senza i paesi, i luoghi in cui sono cresciuti molti di loro; uomini che vivono coscientemente il loro secolo e che vogliono apprendere qualcosa dei tempi che vivono e qualcosa dai tempi che furono. Naturalmente si sa che con la musica si può apprendere un intero mondo di sensazioni e realtà molto intensamente e spontaneamente più che con altre metodologie.

I testi popolari vogliono contenere solo lo stretto necessario, in quanto l’accento è posto innanzitutto sul lato vero e devono anche per motivi di memoria essere più brevi possibili.

Ciò nondimeno riporteranno tutto quello che è ignoto all’utilizzatore, ossia tutto ciò che non appare nelle altre pubblicazioni. Da un lato non si può rinunciare all’impalcatura di ciò che è già noto, infatti il testo deve orientare un’opera perché s’inserisca nell’adeguato contesto storico-artistico, dall’altro gli autori essendo avvezzi all’arte di scrivere vorrebbero dare molto di più.

La cultura popolare è un collage di citazioni, aneddoti, dichiarazioni originali, atlanti di feste e interviste provenienti da fonti importanti che riportano il pensiero e l’anima irrinunciabile per la continuità della scienza della tradizione.

Il carattere del collage spesso evita le valutazioni eccessivamente personali rappresentando semplicemente le cose come stanno e consentendo così l’accesso ad un mondo vario e multiforme.

La rivisitazione, la rielaborazione o l’invenzione nella composizione degli eventi e dei fenomeni, richiedono una cernita e una predisposizione naturale, che rimane l’opera di un singolo che è conscio della soggettività delle sue idee e d’ altre possibili esposizioni, interpretazioni e opinioni.

World Culture: tradizione e religione del mondo

Si è spesso cercato di definire e di descrivere la cultura del mondo nei modi più disparati: formale, storico, sociologico, sentimentale, innovativo, ma nessuno è mai apparso appagante, del resto ogni definizione statica non da un ritratto rilevante e significativo della cosa ma ne sfiora semplicemente la superficie.

È un fenomeno legato eminentemente alla realtà urbana e al nuovo tempo. Il ricco patrimonio popolare, definito arcaico, è quasi una preistoria della World Culture. Una vera e propria anticipazione i cui successivi sviluppi si sono protratti fino ad oggi, miscelandosi talvolta con alcune delle sue forme più indicative; ora puro folklore, ora semplice parente prossima di una nuova conoscenza. Difficilmente prima d’ora una realtà si è rivelata così feconda sul piano culturale.

Le radici della contaminazione si possono ricercare in qualsiasi paese dove più culture crescono insieme. Nessuna radice è più importante dell’altra o è di minore spessore.

La religione rappresenta qualcosa di sensibilmente importante per il popolo del mondo: essa non è solamente creduta ma anche sentita, in una tale dimensione da penetrare in tutte le forme e sfaccettature della vita.

La vita è per il popolo religione vissuta.

La religione è la coscienza interiore di un rapporto autentico, dinamico: l’individuo, la natura, l’universo. Per questo motivo alcuni eventi dell’arte non sono possibili senza il sentimento della religione.

Deve essere chiaro dall’inizio che il dialogo dell’uomo con Dio o con gli dèi è un mezzo di comunicazione con la natura e con il creato. Una forma che di conseguenza è l’espressione originaria che si rafforza e si materializza in un dialogo tra il singolo e la comunità, tra gli uomini della medicina e gli abitanti del villaggio. I mondi rituali africani, dell’Islam, del Buddismo, dell’Induismo, del Cristianesimo, si svolgono in forma dialogica: invocazione e replica, domanda e risposta.

Il singolo invoca e domanda; la comunità risponde.

I rituali sono perciò d’estrema importanza, non solo perché appartengono a un patrimonio tradizionale ma anche perché essi sono un vero e proprio carattere distintivo, al punto che hanno accompagnato l’evoluzione della tradizione fino ai nostri giorni, sviluppandosi contemporaneamente loro stessi. In questo modo hanno alimentato la contaminazione al punto tale che oggi sono una componente fondamentale nella stilizzazione. Una rete di rapporti fitta tra stili diversi, nuovi e antichi, una ragnatela di scambi e incroci.

È difficile rinvenire nelle storie etnologiche un’evoluzione sempre coerente, limpida e organica. Di contraddizione in contraddizione si può arrivare però ad una sintesi valida per la cultura popolare contemporanea, schieratasi per scelta con le minoranze etniche.

La World culture ama e narra la libertà, la libertà di tutti i popoli: morire e lasciare qualcosa che resti significa tornare di giorno in giorno nel cuore di chi resta.

Il mito, la verità, il richiamo della vita con il suo dolore, la speranza, le terre promesse.

La colpa verso un popolo e verso la storia è estraniarsi in un sogno personale a discapito di una profonda coscienza dell’evoluzione delle masse.

La tradizione popolare continua la sua opera, sia pure con tutte le contraddizioni, le incertezze dell’epoca in cui vivono e le diverse influenze che arrivano da tutte le parti. Dare al mondo ciò che si aspetta è il proclama ufficiale di questo secolo, che però non appartiene a coloro che da sempre vivono agognando il mutamento ed il rinnovamento.

La conoscenza ha milioni di radici ma la radice più forte che dalla sua terra ha dato più frutti è quella della vita. La riscoperta di questa gran verità è stata forse uno degli avvenimenti più interessanti di questi ultimi anni.

Le nuove intuizioni, le grandi idee, non si possono rinchiudere entro i limiti di una frontiera qualsiasi.

Le scoperte individuali devono porre con urgenza il problema di inserire la voce del singolo in un coro che non dà fastidio e non circoscrive la portata degli effetti di un messaggio in un’interpretazione limitatrice. Da quest’esigenza riduttrice hanno avuto origine i tentativi di incapsulare e ritardare la crescente diffusione e influenza della tradizione popolare che grazie ad organizzazioni a volte clandestine, militanti e migranti proveniente dalle correnti progressiste riesce a difende la propria identità in un clima d’agitazione e indignazione.

Le associazioni culturali che oggi ne sono tante e meno slegate di ieri agiscono spesso in sintonia e in collaborazione sui territori recuperando e approfondendo il proprio vissuto. Una ricerca colta fatta di nuove eccitazioni, stimoli e nuovi mezzi tecnici; influenze surrealiste, idee personificate, una foresta di simboli e tendenze decorative.

Il tentativo di utilizzare tutti i mezzi, innanzitutto la scuola per elevare la tradizione popolare ad un’altezza mai conosciuta prima.

La società moderna vive nel caos, nell’alienazione e nell’estraniamento del mondo ormai in crisi totale. I simboli ed i nuovi miti non riescono a frenare quest’eutanasia percepita con animo spaventato ed estraneo.

Una realtà che può essere compresa e dominata solo dalla ragione e dalla volontà che crea un sentimento nuovo della vita, un modo speciale, unitario, di aprire la porta della prigione in cui tutti gli uomini di poca fede quotidiana mente sono costretti a vivere. Una nuova dimensione che nasce dalla consonanza delle dissonanze, dall’armonia sulle disarmonie della società di domani.

La tradizione popolare non può abbracciare tutto quello che non cambia. Questa brutale sincerità svela il senso profondo delle cose della vita.

Una continuità indiscutibile lega gli esordi di ieri ai recentissimi risultati d’oggi che confluiranno nelle conquiste future. Da sempre si ruota intorno ad un manipolo di realtà-chiave: amore, guerra, pace, tempo, gioia, paura, dolore. La civiltà popolare le delimitata all’inizio in un perimetro di linguaggio, nel tempo si è arricchita d’infinite loro variazioni, facendo prevalere a volte l’accanimento civile, la sensualità più sfrenata, altre l’incantesimo mistico, il sarcasmo dell’abbattimento cronico, l’ironia superstite della rassegnazione.

Si avanza per passi, per contrapposizioni, per accumulazioni sulle quali domina la forza della tradizione con il coraggio della sperimentazione. La trasformazione della creta in oro; il tempo, il mondo, tutto il tempo del mondo. La rivolta individuale, l’uomo perennemente in rivolta anche quando le rivoluzioni s’imborghesiscono.

La trasmissione della comprensione è e sarà sempre impegnata in un continuo confronto/scontro che ha come ricompensa quelle verità ultime irraggiungibili o inesistenti circa l’esistenza.

L’uomo cerca un porto sicuro dove non gli sfugge tutto, dove tutto non diventa incontenibile, irremovibile, dove non perde il senso dell’esistere. Ciò nonostante, la battaglia continua, l’umanità è condannata ad alleviare con invenzioni sempre più sorprendenti l’eterno gioco della vita.

L’unico obiettivo è condurre nel migliore dei modi questa continua ricerca, apparentemente senza sbocco.

I Sud del mondo

Il rapporto con il corpus della tradizione popolare e con l’insieme dei saperi etnologici cresciuti attorno ad essa, è una questione ampiamente sentita dai ricercatori della configurazione culturale mondiale contemporanea. La loro profonda erudizione in materia, quanto l’originalità e la varietà dei loro punti di vista ha dato ampie risposte e chiarificazioni sul tema.

Le tradizioni popolari mondiali sono onerose sulle spalle della World Culture. Una montagna di materiale a proposito della tradizione. Nel confrontarsi con essa non bisogna essere precari altrimenti si sprofonda nel buio. Il tema del rapporto tra pensiero della cultura del mondo e saperi delle tradizioni è trattato da un’angolazione particolare: l’educazione.

A differenza del sapere antico, costituito interamente di quesiti sul cosmo, la World Culture non usa direttamente la forma interrogativa ma scioglie una serie di nodi riguardanti il rapporto tra conoscere e ricreare.

L’apprendimento delle lingue, dei dialetti, le opere dei maestri, le invenzioni popolari sono alla base di un’educazione che alimenta il vento leggero del progresso.

Sul tema educativo la scelta è radicale: la memorizzazione della conoscenza antica non basta certo a coglierne l’essenza; l’esercizio non deve essere ridotto a pratica disciplinare ma comparato ad un’attività di chiarore creativo e di rarità espressiva.

La funzione del maestro non deve essere ambigua, né devono più esserci confini nazionali ad un’educazione multipla. Così come essa scivola fuori dalle frontiere nazionali, allo stesso modo le verità scivolano fuori dai saperi.

È proprio sul terreno dell’educazione che, agli occhi di un cittadino del mondo d’oggi, lo statuto intellettuale del conoscere risulta colpito da una crisi radicale.

Guai se la tradizione popolare dovesse contare solo sull’educazione. Le resterebbero oggi ben poche speranze: perdita della memoria, rinuncia e cessazione del desiderio di ricerca.

La cultura non può fare a meno dei saperi della tradizione, problema come si è detto cruciale per l’intera configurazione della comunicazione contemporanea.

La soluzione è una riappropriazione diretta della trasmissione orale saltando qualsiasi mediazione educativa. Tale soluzione è praticata da tutti i cultori del popolare, che pur essendo profondi conoscitori della tradizione, sono tutti degli autodidatti o in ogni modo hanno svolto la loro formazione al di fuori delle istituzioni educative.

L’esigenza è quella di reinventare lo spazio di un sapere a partire dall’odierna ristrettezza. In quest’indigenza, nella condizione di degrado dello spazio culturale d’oggi, può esserci nuovamente conoscenza, anche se circondata da un’immensa palude.

La luce rarefatta, il chiarore naturale della cultura del mondo è capace ancora di illuminare da angoli diversi l’intero pianeta. La precarietà congenita di un’esistenza dall’ossatura fragile come un sogno trova in quest’orizzonte di riferimenti lontani, in quest’impalcatura non ancora smantellata, l’energia necessaria ed inevitabile per cancellare le tracce della sterminata palude che riappaiono come macchie sul foglio della vita.

La posta in gioco è alta: ripulire la storia da quel fango o trasformarlo in materia prima della storia stessa.

Dalla questione affrontata fin qui una parte del mondo ha istituito una forma di distanza. Da questo distanziarsi intrinseco prende forma un nuovo dubbio che saremmo abituati a considerare prettamente filosofico: la relazione tra l’essere e l’apparire. Quale dei due è l’elemento portante della nuova cultura?

L’apparire non può mai essere vero visto che vive nel vuoto intermedio condiviso dall’essere e dal significare. Infatti, in questo spazio immaginario ha origine il vero apparire. L’uomo di domani vorrà essere, sapere ed apparire profondamente vero.

L’insieme delle culture popolari del mondo alla ricerca d’ un codice comune aspirano innanzitutto a cogliere l’essenza dei messaggi singolari personali e oggettivi. I sentimenti terreni, i pensieri celesti; la verità corregge la vita, la vita corregge l’uomo. Molte lingue volano in questo mondo, che sia sempre amore. Questo è il contenuto della World Culture che non si ferma alla fonte degli eventi ma si muove nella corrente del divenire.

Il cuore del popolo sotto milioni di mattoni. I libri nell’acqua per lavare, eliminare, tenere dentro quello che serve e sbarazzarsi dei feticci.

Qualcuno dice che se non si soffre non s’inventa niente, forse è vero perché quando si sta troppo bene le idee sono come arcobaleni, spariscono troppo in fretta. Ecco perché la tradizione popolare che è nata nel disagio e spesso nella disperazione oggi è ancora viva.

Di fronte al progressivo degrado della situazione culturale, il pericoloso deterioramento delle città e il rischioso decadimento delle periferie non si può non restare sorpresi dall’impegno civile e morale della World Culture che con alcuni giornali e radio specializzate riesce a creare e preparare grandi eventi che hanno una diffusione sorprendente anche via internet. Questa posizione ispira in maniera diretta e immediata una cultura di taglio politico immersa nell’attualità. Una scelta che aiuta ad illuminare il nesso profondo tra il cittadino e il mondo, tra l’uomo e la vita.

Dalla riscoperta del passato viene fuori un’idea di ricomporre, passo dopo passo, una sorta di realtà-verità, discipline-attività, episodiche e autonome ma al tempo stesso indissolubilmente connesse. Un movimento caratterizzato da un’energia nuova, da una viva tensione morale e dalla nitidezza di un linguaggio dai contorni netti e forti che dà vita ad una comunicazione felicemente immediata. Il segnale più autentico e più profondo delle culture indigene itineranti. Gli splendori e le tragedie dell’esistenza dei popoli nella voce che riecheggiano sulla terra.

Nel chiuso dei lager costruiti ai margini della civiltà urbana l’unico messaggio è vivere.

L’anima, inglobata ed estraniata, offesa e ghettizzata, riesce a ritrovare ancora l’orgoglio e la dignità che riscatta e l’appaga. La società capitalistica non potrà disintegrare l’universo mitico dell’uomo del popolo che emerge nel silenzio dello squallore. Le culture delle comunità minoritarie, sempre in bilico tra assimilazione e indifferenza ritrovano la condizione per non scomparire.

Investire sulle risorse umane e intellettuali, sulle loro possibilità di sviluppo, significa coinvolgere l’area geografica, puntare sulla fantasia, sull’ingegno.

La consapevolezza delle proprie radici, delle proprie capacità espresse ed inespresse riesce sicuramente ad articolare progetti e percorsi sostanzialmente di valore culturale.

Un profondo rinnovamento democratico e progettuale all’interno della comunità nazionale ed internazionale sta sviluppando un organico e dinamico effetto di crescita destinato a generare sempre più risorse e strumenti appropriati per sostenere una creatività ed una vitalità collettiva.

Nell’era discussa della globalizzazione la cultura tende a tradurre in linguaggio immediato e universale le aspirazioni di tanti che non sono disposti ad accettare il globale, facendo propria una dimensione imparziale e rispettosa delle diversità.

L’intelligenza riesce con fatica a sopravvivere nonostante la grande fabbrica dell’alienazione. Alcuni cultori della tradizione popolare sono diventati promotori delle diverse espressività della terra.

Tutto
il
mondo
è
paese
e
il
grande
villaggio
globale
è
stato
dichiarato
tale
dalle
diverse
culture
del
mondo.

ARTICOLO n. 9 / 2021

La mia patria è la poesia

INTERVISTA DI TOMMASO DI DIO

Tommaso Di Dio. La prima domanda che desidero farle, Adam, è sul rapporto tra la parola e lo spazio. Lei è un uomo abituato a viaggiare: fin da bambino ha sempre vissuto tra culture diverse, tra lingue diverse. Sente che la sua vocazione alla poesia abbia a che fare con questa dimensione nomade? Con l’idea di una parola sradicata, senza confini, disposta a migrare, a muoversi da paese in paese, di voce in voce?

Adam Zagajewski. Direi sì e no. Penso che essere nato in Ucraina, cresciuto in Polonia, aver abitato in tanti altrove, siano elementi molto importanti della mia scrittura. Ciò nonostante, sono sempre rimasto fedele a una sola lingua, la lingua polacca: ho vissuto e appreso molte altre lingue, ma solo la mia mi rassicura. Ho abitato a Berlino, conosco bene il tedesco, leggo i poeti tedeschi, ho abitato in Francia, negli Stati Uniti, ho provato a entrare dentro queste lingue, ma non tanto da sentire che la mia fosse minacciata, mai tanto da metterla in discussione.

T.D.D. L e sue parole mi riportano a quel passo del Libro dell’Inquietudine in cui Fernando Pessoa appunta: «La mia patria è la lingua portoghese». E anche in Czesław Miłosz sembra trasparire lo stesso sentimento quando negli anni Sessanta, risiedendo da tempo in America, scrive: «Mia lingua fedele, ti ho servito […] / Sei stata la mia patria perché un’altra è mancata». Anche per lei la lingua può essere considerata una patria?

A. Z. Sono molto legato alla mia lingua, ma non sento il bisogno di dirlo in una poesia. Ammiro Mia lingua fedele di Miłosz, e ricordo anche il passo di Pessoa, ma per me è come se fosse scontato. Esiste un’esperienza condivisa che va oltre la lingua. C’è la musica, c’è la pittura, c’è la poesia. Per me la poesia è un atto comunicativo, una sorta di comunione. Provo a spiegarmi, quando leggo le poesie di Osip Mandel’štam, uno dei miei poeti preferiti, sento una comunione con lui: ammiro la sua poesia, provo compassione per la sua vita. Ecco, nella poesia c’è un’intesa tra le persone, che va oltre la lingua. E anche se la lingua è fondamentale, nella poesia è come se per un attimo potessimo dimenticarcene.

T.D.D. In questo senso, la poesia diventa un vero e proprio linguaggio universale.

A.Z. Esatto, pensi soltanto a come è iniziata la letteratura moderna in Europa: c’è stato un momento in cui tutti leggevano la poesia latina. All’origine della nostra cultura condivisa c’è un linguaggio universale ed è la poesia di Ovidio e di Virgilio: una comunione, come dicevamo prima, che poi si è scissa in diversi frammenti, certo, ma una traccia evidente è rimasta.

T.D.D. Questi frammenti sono finiti inevitabilmente per creare dei confini. Ha mai sperimentato con dolore l’esperienza dei confini: tra una lingua e l’altra, tra uno stato e l’altro?

A.Z. No, al contrario, ho sempre avvertito un senso di unità, di unità dell’Europa: vivendo in Germania, in Francia, ma anche negli Stati Uniti che per me sono parte dell’Europa, e leggendo i poeti tedeschi, francesi, italiani, ho preso coscienza di questa unità. Ovvio, le lingue dividono, ma c’è un’immaginazione comune che le lega, un’immaginazione segnata più dai punti di contatto che dalle fratture.

T.D.D. Prima parlavamo di Czesław Miłosz. Qual è il suo legame con i maggiori esponenti della poesia polacca? Hanno lasciato in lei un’eredità linguistica che riconosce? Hanno avuto quella «voce che trema» che lei indica essere la voce dei veri maestri?

A.Z. Sì, assolutamente. Il paradosso di questi giganteschi autori polacchi come Miłosz, Herbert, Różewicz, Szymborska, è che le lingue che usano non sono molto distanti tra loro. Questo non significa che siano esattamente identiche – Miłosz è legato alla tradizione, Różewicz è molto prosastico: delle differenze ci sono -, ma non si tratta di universi differenti. È come se fosse un unico universo poetico, e in un certo senso mi sembra di esserci dentro anch’io, in questo universo. Ho imparato molto da loro. E sono sicuro che i miei lettori lo sanno molto meglio di me…

T.D.D. Pensando a questo universo comune, mi piacerebbe far notare questa curiosa corrispondenza: nel 1968 lei aveva 23 anni, Miłosz viveva in America, Jerzy Grotowski pubblicava il manifesto per il suo Teatro Povero, l’anno dopo sarebbe morto Witold Gombrowicz. Mi chiedo come guardasse, in quegli anni, queste espressioni artistiche così complesse. Sentiva già che facevano parte di un kosmos unitario?

A.Z. Un paio di anni fa fui invitato dalla Trinity University Press a fare un’antologia di riflessioni di vari autori polacchi sulla letteratura, all’interno della serie Writers on writing. E raccogliendo questi saggi e pensieri di carattere metaletterario, mi accorgevo di come tutti dialogassero tra loro: mi viene in mente adesso il celebre dialogo tra Gombrowicz e Bruno Schulz, ad esempio. La letteratura era uno spazio di conversazione comune, ma credo che anche gli uomini di teatro seguissero questo dialogo, così come gli uomini del cinema. So che il compositore Witold Lutosławski leggeva molta poesia. Potremmo dire che c’era un’agorà per tutti gli artisti di teatro, cinema, musica.

T.D.D. Spostandoci oltreoceano, vorrei farle una domanda sul suo rapporto con la cultura americana. Ricordo alcuni versi della sua raccolta Dalla vita degli oggetti: «Solo nella bellezza altrui/ vi è consolazione, nella musica/altrui, e nei versi stranieri./ Solo negli altri vi è salvezza…». Lei insegna in America: cosa significa parlare di poesia con un popolo, con «altri» che non condividono la sua storia?

A.Z. Io non sono un americanista. Ho la sensazione di non capire completamente la cultura americana, posseggo solo la mia esperienza personale. Per quanto riguarda la sua domanda, invece: non ce ne ricordiamo, ma soprattutto sulla costa orientale, a New York o a Boston, il pubblico poetico è composto di molti emigranti europei, e loro capiscono perfettamente quella storia. Anche le comunità ebraiche hanno una memoria diversa da quella degli americani. Paradossalmente, credo che sia un ottimo pubblico, e non solo per me, ma per la poesia polacca in generale, perché capisce perfettamente queste nostre poesie, ne capisce l’esperienza. Ed è un paradosso curioso che i poeti polacchi tradotti in inglese abbiano una ricezione molto più forte negli Stati Uniti che in Inghilterra. Sembrava che l’Inghilterra fosse più europea, eppure è negli Stati Uniti che hanno maggiore eco.

T.D.D. Bisogna anche ricordare che l’America è indissolubilmente legata alla sua poesia. Infatti, il suo testo Prova a cantare il mondo mutilato è diventato famosissimo nella versione inglese di Clare Cavanagh (Try to Praise the Mutilated World) perché considerato simbolo del dolore e della tragedia dell’11 settembre. Cosa ha significato per lei vedere i suoi versi assorti a specchio dell’esperienza di così tante persone?

A.Z. Inizialmente sono rimasto stupito. È stato un puro caso che questa poesia sia stata presa e resa una sorta di manifesto. Per me era legata alla mia infanzia, al paesaggio del secondo dopoguerra. Poi all’improvviso gli è stata data una dimensione universale. Qualunque poeta, in una situazione del genere, sarebbe felice di vedere che questo è possibile. Che il linguaggio della poesia può davvero oltrepassare i confini.

T.D.D. In questa nostra conversazione abbiamo ripercorso i suoi viaggi tra nazioni di terra e di carta. In questo nostro peregrinare non possiamo trascurare il peso che l’Italia ha nella sua opera. Dalla poesia alla pittura alla musica. Che ruolo ha avuto l’arte italiana nella sua formazione, quali poeti italiani l’hanno segnata?

A.Z. Quando ero piccolo e cominciavo ad aprire gli occhi sul mondo, la cultura italiana era qualcosa di straordinariamente importante. Penso alla cultura classica italiana, prima di tutto alla pittura, all’architettura, ma anche alla poesia di Dante, di Leopardi. E non era importante soltanto per me. In generale, durante il comunismo, il vostro Paese era una specie di sogno, perché allora non si poteva viaggiare molto: l’Italia, la Francia, erano dei paradisi in cui desideravamo andare. Tra i poeti italiani del XX secolo, il più importante per me è Montale, la cui opera richiama il modernismo europeo; è come se si staccasse dalla nazione della sua lingua di provenienza: Montale è uno dei più grandi modernisti europei, ed è più vicino forse a Gottfried Benn che ad altri poeti italiani. Gli devo molto. Da solo non riesco a riassumere in cosa consista esattamente questo tipo di influenza su di me… Posso dirle che seguo con molta attenzione quello che succede in Italia.

T.D.D. Mi restano le ultime domande da porle, ho necessità però di fare una breve premessa. Nella sua poesia sembra che tutto il dramma profondo e doloroso delle questioni esistenziali trovi un paesaggio musicale, una quiete musicale. Ebbene, in questi giorni stavo rileggendo i suoi libri, e mi sono imbattuto in una poesia dedicata a Friederich Nietzsche, filosofo che lei apprezza molto, e che mi ha fatto venire in mente una piccola provocazione: il filosofo dell’Anticristo sostiene che la Natura ha creato l’uomo come animale capace di fare promesse; lei, al contrario, nella sua prosa Tradimento scrive che tutti quelli che hanno anima mortale sono dei traditori. Ne nasce un principio di contraddizione, tra lei e Nietzsche, un paradosso, tra il credere e il no, tra il fare promesse e il disattenderle. Mi sembra che in tutto il suo lavoro ci sia il tentativo di bilanciare queste due forze opposte: da una parte la fede e dall’altra la libertà, il cambiamento di ogni cosa e l’eternità dell’essere. Nella sua poesia c’è sempre questo contrasto. Adesso arrivo alla mia domanda: mi chiedo se la musica, nei suoi versi, sia lo strumento che usa per ricomporre questo contrasto, questa massima sfida.

A.Z. È una domanda molto complessa. Sento una tensione salutare tra filosofia e musica. La filosofia suscita sempre nuove domande e rende la nostra vita difficile, quasi improbabile. La musica, invece, arriva direttamente. Nella musica non c’è esitazione. C’è melodia, melodia che crea l’essere, un essere vivente, una creatura. Quindi ho bisogno di entrambe le cose: l’incertezza che viene dalla filosofia mi dà una strana ispirazione; e poi quando sono stanco, vado dalla musica che mi propone qualcosa di positivo, una melodia che dona significato.

T.D.D. Vorrei salutarla recuperando la parte finale del suo saggio L’ordinario e il sublime, in cui cita una poesia di Zbigniew Herbert che si chiude con questo verso: «Sii fedele e va’». La poesia di Adam Zagajewski a che cosa chiede di essere fedele?

A.Z. Per me la poesia è essere fedeli all’esperienza interiore. E a tutte le sue complicazioni. La poesia deve sempre essere vicinissima all’esperienza interiore. Non deve tradirla. L’unica fede che esercito è questa. Per me non mentire significa non andare oltre questo. 

Questa conversione con Adam Zagajewski (1945 – 2021) è stata registrata a Bologna il 6 giugno 2019. A Linda Del Sarto, Riccardo Frolloni e Giuseppe Nibali Guzzetta vanno i nostri ringraziamenti.

ARTICOLO n. 8 / 2021

Esercizi di solitudine. Tornare a scoprire noi stessi

Isolato dal mondo, più che mai a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia, cerco di scrivere nuove canzoni e rileggo la prima stesura di un libro a cui sto lavorando. Fuori dalla finestra la primavera comincia a dare segnali di sé, annunciata da un maestrale sferzante che fa sbattere le persiane del condominio. I contagi sono in aumento, così come i ricoveri nelle terapie intensive e i morti. Sono avvezzo ormai da un anno a rimanere arroccato nel mio studio, questi quaranta metri quadrati in cui sono ammassati libri, strumenti musicali, oggetti utili o inutili, feticci accumulati nel tempo. Mi sono abituato da un anno a vivere passando più tempo dentro le mura di casa che altrove, avendo dovuto oltretutto rinunciare alla parte sociale e itinerante del mio mestiere di musicista rock, mestiere che è fatto anche di viaggi e cambi di scenario frequenti. In opposizione a questo stile di vita a cui la professione mi costringeva, mi viene da pensare che forse la mia indole è sempre stata quella di adorare più la stasi del movimento, di provare piacere soprattutto nei momenti in cui potevo fermarmi e concedermi il lusso di rinchiudermi nel mio home studio. Non a caso l’isolamento nella turris eburnea è sempre stato creativo. I miei occhi, attraverso le finestre della mia stanza di lavoro, non hanno certo accesso a panorami da cartolina: vedo da qui muri grigi di altri palazzi, e altre finestre affacciate su un cortile. Non ho distrazioni: riesco così a concentrarmi sulla scrittura, musicale o meno, a essere produttivo. Durante il primo lockdown, con la prima brusca interruzione della vita sociale, per la prima volta il soggiorno nello studio ha assunto carattere coercitivo e qualcosa, come per incanto, è cambiato: mi trovavo in fin dei conti a stare nel mio posto preferito, ma il fatto stesso che ci dovessi stare come Napoleone a Sant’Elena ha avuto come risultato un totale blocco creativo. Non sono riuscito a scrivere niente: né una canzone, né una poesia, un raccontino scemo o un aforisma. Non avevo voglia neanche di suonare. Trovavo ripugnante l’idea di organizzare degli streaming casalinghi, cosa che tanti miei colleghi hanno fatto. Io non ci sono riuscito: chiuso dentro queste mura mi sono chiuso anche dentro la mia testa, in silenzio.

Il virus, la pandemia, si diceva. Si dà la colpa al virus. La «vita prima del virus», «come saremo dopo tutto questo», ci si interroga su come sarà il mondo che verrà. Il problema non è il virus, è proprio il mondo. Non era forse mio piacere massimo, prima che esplodesse tutto questo, creare nella mia testa un teatro di apocalisse da cui prendere riparo, e sfruttare questo rifugio di fiction come motore per il mio lavoro creativo? Non ho forse sempre dovuto inventarmi una mia privata pandemia, una peste, una guerra termonucleare globale da cui ripararmi a fini di scrittura? Non ho forse mai fatto altro che inscenare miei Decameron mentali? Non sono mai riuscito a scrivere del mondo standoci dentro, questa è la verità. Ho sempre dovuto distaccarmene, per poterne scrivere.

Bisogna avere il coraggio di ammettere che il mondo è orribile, indipendentemente dalle pandemie, dalle catastrofi naturali, e persino dalle sciagure create per mano dell’uomo. Credo che ci sia un’energia, una forza irrazionale e distruttrice che guida la vita nel mondo; la pulsione vitale in sé è così incatenata alla logica della sopravvivenza da implicare, più o meno in absentia, la morte e l’autodistruzione. Il mondo, la vita nel mondo, l’uomo, gli animali, i vegetali, tutto è animato dal volere, dice il protagonista di Memorie dal Sottosuolo; ciò che guida il mondo è il volere, che è un voler vivere e sopravvivere ma anche, per l’appunto, un volere a tutti i costi, anche a costo di sospendere la razionalità e autodistruggersi. Non si spiegherebbero la seconda guerra dello Schleswig, quella di Secessione americana e altri irrazionali distruttivi accadimenti, dice in quel racconto Dostoevskij, se non col trionfo della volontà individuale sopra ogni altra cosa. Ecco perché il voler vivere della vita è anche un voler morire.

Se assumiamo che il mondo fa schifo, cerchiamo di farci almeno tornare utile questo concetto. Ad esempio l’insensato e orribile funzionamento del mondo, gettando nell’angoscia esistenziale tante vite umane, ha creato da sempre, nella Storia, visioni e produzione di linguaggi non convenzionali.

Credo che si possa affermare senza problemi una correlazione fra presa di coscienza della repulsione verso il mondo e instaurazione di codici espressivi originali. Non è una novità che questa presa di coscienza può certo generare isolamento, depressione, volontà di uscire di scena volontariamente praticando il suicidio, ma anche febbrile produzione artistica. Ciò che chiamiamo «arte», semioticamente parlando invenzione di codici (o, come succede già da un po’ sul Pianeta Terra, semplice rimescolamento dei preesistenti), ha sempre a che vedere con una individuale illuminazione del mondo, e molto spesso questa illuminazione scaturisce da una presa di distanza fra il rappresentante e il rappresentato.

La pittura è stata per secoli realistica e figurativa, ma è sempre stata altresì segno di una volontà individuale di rappresentazione. È difficile tenere nascosto l’autore in ogni tipo di quadro, anche in quelli di maggior realismo. Anche i dipinti che ci sembrano «solari» e ci danno un bel senso di pace per come rappresentano un volto di dama o un paesaggio di campagna non sono altro che la volontà di qualcuno di rapportarsi al mondo. Qualcuno ha scelto, invece, di vivere quel prato verde o quella donna, di mettersi alla debita distanza e ritrarlo. C’è sempre un allontanamento, anche nelle migliori intenzioni.

Si allontanavano i religiosi, praticando l’ascetismo, secoli orsono, in Oriente e in Occidente. Prendevano le distanze dal mondo gli Stoici e i Cinici, e in fondo tutta la filosofia greca dell’età classica era un’istigazione alla fuga e al disprezzo delle cose terrene. Ma ci si allontana dal mondo per andare dove? Qual è la destinazione? La cima di una colonna, come gli stiliti? La botte di Diogene? La casa al numero 918 della Trentacinquesima Strada Ovest di New York, dalla quale si controlla tutto via telefono e via Archie Goodwin come Nero Wolfe? Il deserto, un eremo? È più probabile pensare che la destinazione, l’unica possibile, perché dal mondo materialmente non si fugge, sia un luogo mentale. Dentro la mente allora, tutto si compie: è lì che il bodhisattva cerca il vuoto, è lì che Giacomo Leopardi trovò l’infinito, è lì che Sri Aurobindo, chiuso in una stanza dal 24 novembre 1926 al 5 dicembre 1950 – giorno della sua morte – incontrò Dio («Non è contro il governo britannico che ora devo battermi, questo chiunque può farlo, ma contro l’intera Natura universale!», disse).

Si crea in questi casi volontariamente e inevitabilmente uno stato di solitudine.

Ma la solitudine portata dall’isolamento artistico porta vantaggi. È un isolamento che ridiviene sociale, genera visioni che poi vengono comunicate a un destinatario di qualche tipo, qualcuno che è altro dal loro creatore; vengono reinserite nel mondo, a lui restituite perché diventino di tutti, e da tutti interpretabili. Lo stato di solitudine artistica genera il fenomeno che chiamiamo «ispirazione», quello che secondo alcuni piove magicamente «dall’alto» e che invece non è altro che il risultato di viaggi-vacanze tematici, di percorsi guidati all’interno delle nostre autostrade sinaptiche. L’ispirazione è una grande fuga dal mondo che ha per meta il grande deposito di detriti di mondo (ricordi, psico-fotografie, sogni, impressioni, materiale d’archivio del Magazzino Inconscio) e genera sempre proficue raccolte. Nel viaggio ispirato si collezionano sassolini, funghi, briciole, frammenti, fossili, tessere di mosaico, figurine sfuse, ritagli di universo, e li si fanno scontrare secondo logiche combinatorie non convenzionali: in poche parole, si fanno invenzioni. Si creano altri mondi.

Isolandosi, l’artista pratica una sorta di working solitude. La sua solitudine diventa una fabbrica che produce e fa rumore.

Deve aver fatto parecchio baccano la solitudine di Georges Bataille, che notoriamente fu antisociale e scontroso a livelli estremi. A un ricevimento mondano organizzato da Gallimard, tutti gli scrittori presenti col cocktail in mano si voltarono di scatto verso di lui (che vi era stato trascinato a forza) non appena lo videro entrare, ammutoliti come se avessero visto il diavolo.

Hanno sicuramente fatto rumore le solitudini di Salinger e Lucio Battisti, scomparsi in casa propria dopo aver lasciato il mondo a emozionarsi con Il giovane Holden e con una manciata di dischi indecifrabili, oltre che col mito stesso della loro scomparsa.

H.P. Lovecraft si isolava e volontariamente inventava universi fantastici perché, come diceva lui: «il mondo è banale». Anche la sua solitudine fu produttiva: odiando il mondo perché già noto e conosciuto nel dettaglio, ripudiò la letteratura del reale per rifugiarsi nel  fantastico. Finì per costruire mondi di orrore irreale che erano più reali della realtà: mondi paralleli abitati da esseri disgustosi, fetidi, dementi. Chi ha fatto la conoscenza delle sue creature scalpiccianti e melmose sa bene quanto esse tornino volentieri a tormentare gli uomini nelle notti insonni, a libro già chiuso.

È importante tenere in considerazione però che dare una voce alla solitudine, una voce che sia produttiva e pura, non è impresa facile. Persino i grandi possono fallire.

Rimbaud scrisse tutto ciò che doveva scrivere a proposito del e contro il mondo nei suoi primi diciannove anni di vita. Dopodiché il mondo lo riarruolò. L’isolamento mentale creativo cessò, dalla poesia passò all’avventura, e oscenamente (come tutte le cose del Regno del Reale) si fece negriero e mercante d’armi.

D’altronde anche Salgari si suicidò disperato facendo harakiri perché il mondo lo riportava continuamente a sé: i debiti da pagare, le cartelle da consegnare all’editore senza neanche poter rileggere, la moglie finita in manicomio, la vita grama e squallida nella casetta di Corso Casale. Il mondo lo riportava alla realtà, e quei pirati e quelle giungle immaginate divennero un lusso da non potersi più permettere. Mompracem diventò soltanto una fatica insopportabile.

La pandemia che stiamo vivendo non è altro che un evidenziatore fosforescente dell’orrore del mondo. L’artista, oggi più che mai, può approfittare della condizione di isolamento forzato per tuffarsi dentro di sé e affrontare i propri demoni.

Gli esseri umani dell’Occidente da almeno due secoli hanno esacerbato una contraddizione: hanno vissuto in funzione del fuori, cercato il fuori per imporre sul fuori il proprio potere, il proprio dominio. Si sono dedicati alla conquista del mondo, con l’illusione di sottometterlo, o renderlo meraviglioso e conforme ai propri criteri etici ed estetici.

Questo grave errore ha generato una deprecabile Età dell’Individualismo, un’epoca popolata di cultori del sé, ma dal punto di vista del solo «guscio esterno». Gli uomini si sono dedicati alla pratica dell’ossessiva ed esclusiva comunicazione di questo guscio. La conseguenza, come denuncia il filosofo Byung-Chul Han nel suo La salvezza del bello è una estetizzazione diffusa, dovuta alla veloce proliferazione di immagini levigate da consegnare al consumo. Tutto è levigato. I corpi sono forzatamente resi sani, muscolosi, puliti e piatti per poter durare in eterno nel mondo del fuori. In questa chiesa della forma, in questa spiaggia assolata cosparsa di gusci smerigliati però nulla più accade, nulla più ci tocca nel profondo.

Siamo finiti a curare troppo il nostro fuori per vivere per sempre, nel fuori, dimenticando il dentro.

È giunta l’ora della riconquista del dentro.

L’arte nuova, sconvolgente, il segno che travolge e cambia la vita verrà da chi avrà il coraggio di chiudersi in sé stesso, vivere nel film dell’orrore della propria psiche.

D’ora in poi, quando ci relazioneremo col mondo, sarà necessario imparare a tralasciare l’Ego, che è un po’ il nostro psico-amministratore e gestore degli apparati di difesa e comunicazione, e abbandonarvisi piuttosto in quei momenti in cui lui stesso si abbandona al delirio dell’Es. Dovremo non governare l’inconscio, ma esserne governati.

L’artista pandemico e post-pandemico dovrà affinare questa capacità e renderla insegnamento.

Non si potrà più permettere di essere soltanto razionale, e di agire solo in superficie, calcolando semplicemente i vantaggi e gli svantaggi del proprio agire come fosse un agente di commercio. Non basterà più.

E così, una volta riconquistato il nostro proprio dentro saremo forse capaci di proiettarlo all’esterno per migliorare il fuori.

Nella riconquista del dentro qualcuno si farà male, ma è il prezzo che va pagato. Ogni atto eroico porta con sé il rischio del sangue.

ARTICLE n. 7 / 2021

Meditation On Sale

I’m standing on an undulating field of hyper-saturated purple and turquoise. Pockmarked hills rise around me. I am entirely hairless, and my silver skin shines, even in the diffuse light. I have just been running, in my pink shoulder armor and green thong bodysuit, following the arrows, picking up the juicy peaches that float and spin along the paths.

A digital facsimile of the Canadian singer Peaches, whose lo-fi, angry, sexy feminist record The Teaches of Peaches underscored many nights of my youth, now stands before me in the Transformation Temple. She too has unnaturally shiny skin, as well as extra arms and a surrealist, vaguely crustacean ensemble. A court of equally bizarre minions bob behind her. The Temple appears to have mandibles. «Namaste», she says. «And welcome to the guided meditation… into your groin.»

With that, Peaches begins to lead me us – in a breathing exercise, and then a visualization, as electronic music pulses behind her. «Feel the love you have for yourself», she directs, in misty, Laurie Anderson-esque tones. «Believe it. Believe it. Imagine you are in a phone booth. Isolation. No one can hear you. You can say and do whatever you want. Imagine. What would you do? If no one could hear you. If no one could see you. And you knew this was your time, your time to say I love you. I love me

As you may have gathered, all this is part of a meditation-based video game. The game, Fill the Whole, was created by Peaches and digital artists Pussykrew and recently debuted as one of the headliners of the recent CTM festival, which is usually held in Berlin, but like everything else, took place online this year. The creators describe the game, which can be played directly in your browser, as a «transformative live gaming experience, traversing sensations, emotions, material, and ethereal synergies». The aim is to allow users to «explore the fluid virtual universe and listen to what it has to say» and «embrace the surreal state» and «meditate and grow with Peaches».

Certainly, Fill the Whole is hypnotic. Elsewhere, Peaches delivers self-effacing pep talks and positive affirmations as I run around, kicking rocks that seem to be made out of distorted human heads, hearing out and then dodging an angry avatar, a self-destructive avatar. I’ve certainly never seen anything like it before. As a work of digital art and music, it’s fascinating. But while it is soothing, in a certain way, it doesn’t have much to do with meditation.

In January, a guided meditation tv show called Headspace Guide to Meditation debuted on Netflix, narrated by Andy Puddicombe, who created the popular meditation app Headspace. Like Fill the Whole, it is artful, beautiful even, and sometimes even surprising. The animation is flexible and mesmerizing. Like Fill the Whole, the show can at least claim to be relaxing. Each of the eight episodes is about twenty minutes long, and is split between a short discussion, covering topics like «how do deal with anger» and «how to let go», and a guided meditation.

Puddicombe is an ordained Tibetan Buddhist monk; he knows what he’s talking about, and his presentation is straightforward and gentle. As an introduction to meditation, the show – especially the first episode – isn’t bad. But still I have to wonder: why does it exist?

Meditation is extraordinarily simple – to teach, if not to do. Meditation requires no props or tools. There is nothing to buy. You need nothing outside yourself. And yet, over the last decade, the business of mindfulness has boomed. Maybe you’ve encountered the apps, the podcasts, the corporate retreats, the stretchy pants, the cascade of books, the 11 Mindfulness Products Under $20 To Help You With Your Practice. Meditation has been credited – sometimes with scientific backing – with everything from increased circulation to relaxed muscles to a stress-free existence for the rest of time. Meditation, and its gentler cousin “mindfulness” (gentler because it is less suggestive of having to actually do anything), is everywhere now. And while it’s been a product for years, but only lately have I noticed that it has begun to be marketed as entertainment. It’s not enough to sell it as a tea – now it has to be a television show, a video game, a podcast, an app.

Meditation is not the only ancient practice that Western society has co-opted in the name of self-help (or “self-care”). But it is odd, because meditation, the way I learned it, is the anti-entertainment. «We are talking about how on earth, how in the name of heaven and earth, we can actually become decent human beings without trying to entertain ourselves from here to the next corner», Chögyam Trungpa Rinpoche, the Tibetan lama who brought Buddhism to the West, wrote in Shambhala: The Sacred Path of the Warrior. «The constant search for immediate entertainment is a big problem.»

(That book was published in 1984; I can’t imagine what he’d think of us today.)

In fact, contrary to popular Western belief, meditation is not even supposed to be relaxing. It is not, I am sorry to tell you, a stress relief tool. In a certain sense, we could say that meditation is actually about heightening neurosis, at least temporarily, because it requires you to look directly at your neurotic thoughts, in order to become more aware of them. Meditation teaches you that the story of you that you’ve been telling yourself your entire life is a fiction. Ultimately, it should lead to more clarity, but in the meantime, it’s not exactly a chill experience.

Dzongsar Khyentse Rinpoche once described the primary goal of meditation as being to «loosen the grip that our emotions have on us, and the obsessions we have because of them». It’s hard to even fathom this, because we are so used to feeling that we are our emotions, our obsessions, and yes, our minds—a feeling that is only intensified by isolation. But we’re not. And once you’ve watched your mind for hours and hours, you start to be able to see the patterns, and then, maybe, break them. Or at least not get so completely caught up in them.

When I was growing up, I never heard anyone talk about meditation, much less “mindfulness”, and I especially never heard it used in relation to “self-care”. This was the 80s. The old hippies were (my) parents now, and plastic was king. But my father had been a follower of Chögyam Trungpa Rinpoche, and so I learned to sit and watch my breath from an early age.

(Here’s all you need to know, for the record: sit somewhere, with your back straight. Notice your breath. Let thoughts arise and fall away. Notice what happens. Come back to your breath.)

Now, this simple, centuries-old practice has gone the way of feminism, pinked and branded and sold back to us with its mouth sewn shut, heavily diluted for mass consumption. Again, it’s not just meditation – as a culture, we have become increasingly babyish in our need to have everything brightly colored, candy-coated, and, most importantly: easy.  

But wait, you may be saying. What’s wrong with easy? If the meditation apps and television shows and video games help people relax, isn’t that good?

Well, sure. If people need to take some deep breaths, and all this helps them do it, that’s very nice for them. But even if we take out the capitalist component (which we can’t) and give all of these companies the benefit of the doubt by imagining that their actual goal is to make meditation accessible and available for everyone – spread the good word, as it were – I have to wonder: does selling a watered down version of meditation, turning it into the trendy workout you know you should do because it’s good for you, but only manage a couple times a month, really accomplish this goal? I don’t want to take stress relief away from anyone, but reducing meditation to a relaxation technique removes what is actually transformative about it. It might be temporarily calming to take some deep breaths, but if there isn’t enough meat there, so to speak, newcomers won’t stick around.

I want to compare this to something I hear a lot as someone who works in the literary world: that if a kid is reading something with no literary value, let’s say Twilight, it’s still a good thing, because «at least they’re reading». The underlying suggestion is not only that the act of scanning words on a page is somehow intrinsically valuable, regardless of content, but also that reading bad books will be a gateway into reading good books. I’m not at all convinced that either is true. Reading Twilight has no more intellectual value than watching reality television. Which doesn’t mean it shouldn’t be done! I’ve got no beef with reality television, or with Twilight. It just means that you shouldn’t expect it to transform your (child’s) mind in a positive way, the way that complex literature can. The same is true for playing a meditation video game, I suppose.

I’ll be straight with you: Meditation is work. Boring work – at least at first. True meditation practice is a codified system of working with your mind – a useful technique for getting through life at the best of times; even more so now. Though my family is Buddhist, meditation is not necessarily religious, or even spiritual. It’s almost mercenary. It’s a tool, not a lifestyle. It helps you to see your mind – and by extension, the world around you – as it is. No more, no less. If you learn to watch your mind, you can see what it does, how it responds to things, the loops it creates. If you watch it enough, eventually you can create a little space where there was none before. Maybe you can catch your mind before it responds to stimuli. Wouldn’t it be nice if, when something annoying entered your experience – a screaming child, a blithering troll – you had one brief moment between your experience and your reaction? Maybe even enough space that you could change the nature of that reaction? Or, to speak to the present moment a little more directly: wouldn’t it be nice if you could recognize the moment when you were about to get sucked into bad news sinkhole – leading to obsession, anxiety, and rage – and just… step aside instead? That’s the “muscle” you work when you meditate.

It’s possible that I am unduly protective over meditation practice. In the course of my lifetime, it has gone from being something esoteric, something that felt like a secret kept by my family, to something sold to me on every platform, preached by every self-help blog and ladies’ magazine. Therefore, I admit that my reaction may be slightly petty.

But, well – is nothing sacred?

(This is a rhetorical question; as a Buddhist, I know that nothing is.) 

Ultimately, there’s probably no reversing the capitalist drive. Part of the problem is that it’s not just about those who want to sell us pre-packaged, watered down ancient practices. We want to buy them. We want them made easy for us. If we could buy them in a pill and take them with our coffee, we would. I only hope that some people will decide to go a little further, to discover what’s beneath the shiny surface.

Pointing at the night sky, the Buddha supposedly said, «Don’t mistake the finger for the moon». The finger may be well scrubbed and manicured now (at home, of course, considering), but we should still stop to hear the message.

ARTICOLO n. 6 / 2021

Non c’è abisso tra verità e finzione

Intervista di Andrea Romeo

Andrea Romeo. Werner, vorrei cominciare la nostra conversazione ricordando com’è nata l’idea del tuo nuovo film, Family Romance, LLC. Mi raccontavi che c’è dietro un articolo di cronaca.

Werner Herzog. L’idea è partita da un amico, Roc Morin, che mi ha mandato un suo articolo in cui raccontava la storia di questa straordinaria agenzia giapponese che affitta familiari, fidanzati e amici.  Dopo averlo letto, gli ho consigliato di farne un film, ma lui mi ha risposto che non si sentiva pronto. «Se non lo fai tu, lo faccio io», ho detto. Ed è stato così che abbiamo subito iniziato a girare, io come regista e Roc come produttore. Sin dall’inizio è stato chiaro che non doveva essere un documentario: doveva essere un film a tutti gli effetti, con un copione e degli attori.

A.R. Ma per costruire questa fiction sei partito dai protagonisti reali?

W.H. Già, per prima cosa ho contattato il fondatore e proprietario della società «Family Romance», Yuichi Ishii, e gli ho chiesto due cose: di raccontarmi molti aneddoti sull’attività quotidiana della sua agenzia, soprattutto le cose più strane e memorabili; e poi, di aiutarmi con la selezione del cast. Volevo trovare gli attori del film all’interno dello stesso gruppo di collaboratori dell’agenzia, quelli che vengono chiamati ogni giorno quando qualcuno si sente solo e vuole un amico o desidera trascorrere un pomeriggio diverso dal solito. Oppure quando bisogna sostituire un familiare, magari durante un matrimonio.

A.R. Loro soddisfano il bisogno del cliente, assolvendo allo stesso tempo a una certa utilità sociale…

W.H. Esatto, proprio così. Proviamo a soffermarci sui matrimoni, che in Giappone sono cerimonie estremamente importanti e formali. Attraverso «Family Romance», se una donna che non vuole sposarsi teme di dispiacere i suoi genitori tradizionalisti, può scegliere dal catalogo dell’agenzia un uomo «da sposare»: l’uomo parteciperà veramente ad un matrimonio formale ma finto; e i genitori della sposa, appagati dalla cerimonia, potranno dire: «Finalmente si è sposata!». Ecco, in termini di benessere sociale, l’agenzia aiuta molto.

A.R. Questo è solo uno dei tanti casi che hai esplorato per costruire il tuo film.

W.H. Nel mio film ho immaginato una ragazza di undici anni, Mahiro, a cui manca il padre. I suoi genitori hanno divorziato quando lei aveva soltanto un anno, perciò di lui non ricorda nulla ma ne percepisce l’assenza, sente un vuoto. La madre, allora, decide di affittare un padre, che confessa a Mahiro di avere nuova famiglia, una famiglia che non accetterebbe questo rapporto con la prima figlia. I due cominciano a frequentarsi, a conoscersi, e instaurano un legame molto intenso che fa bene alla ragazza.

A.R. Per me è comunque molto divertente che molti critici, forse ingannati dal realismo, dai diversi livelli di finzione, abbiano creduto si trattasse di un documentario.

W.H. Ma in verità sono tutti attori. La ragazza è un’attrice, la madre della ragazza è un’attrice dell’agenzia, e il padre è il fondatore della vera «Family Romance» …

A.R. Che ti ha pure aiutato per i casting. Come hai gestito questo abisso tra verità e finzione?

W.H. Non c’è abisso tra verità e finzione. È un tutt’uno. Avevo una struttura molto chiara della mia storia e una bozza del copione già scritta. Ti ricordi, però, la scena della donna che ha vinto alla lotteria? Quando ho visto l’attrice ai provini ho pensato immediatamente che dovesse far parte del film, ho deciso che avrei immaginato un episodio apposta per lei e così ho iniziato a inventare sul momento partendo dalla sua straordinaria espressione di disagio. Ho capito che avrebbe interpretato una donna che non era mai stata fortunata in vita sua. Per caso ha sbancato alla lotteria una volta e ora desidera rivivere l’istante di quell’unica vittoria, perciò si rivolge alla Family Romance, LLC perché le permetta di rimettere in scena quell’istante e quell’emozione. Molto nel film è nato così, in corso d’opera.

A.R. A proposito di quella scena, vorrei farti una domanda tecnica. Quando l’agenzia fa rivivere alla donna l’istante della sua vittoria, usi lo slow-motion. Mentre giravi, sapevi già che l’avresti usato per quella scena o ci hai pensato dopo, al momento del montaggio?

W.H. Sì, sapevo già da prima di volerlo fare. E volevo farlo in un momento preciso: quando la vincitrice della lotteria viene circondata dalle ragazze pompon che esultano e ballano per festeggiarla, noi vediamo il suo volto ma la sua reazione è ancora enigmatica, ecco, in quel preciso punto, passo al rallentatore, per riprendere l’improvviso, nascente impatto emotivo. Ho usato lo slow-motion anche in altri film, ad esempio in Woyzeck con Klaus Kinski, nella scena in cui uccide la sua amata, ho fatto vedere l’uccisione con un rallenty molto spinto. È un effetto strano e potente, io sento sempre a istinto quando usarlo.

A.R. Nel film è affascinante questo tuo racconto del Giappone in filigrana: i ciliegi in fiore, una scena di samurai nel parco. Anche questa sottotrama l’hai costruita in corso d’opera, con le persone che lo animavano il giorno che hai girato?

W.H. La scena con i samurai è stata davvero una coincidenza: li ho visti nel parco e mi sono subito precipitato a filmare. Ma trenta secondi dopo di me è arrivato il guardiano e li ha fermati; non è servito a niente spiegargli che le spade erano finte, non ha voluto sentire ragioni. Allora mi sono accostato a loro e ho chiesto se potessero rifare per me la loro coreografia, ma senza spade. Quindi il loro seppuku, il suicidio rituale dei samurai, non viene più commesso con la spada finta, la spada è proprio scomparsa.

A.R. Così è scomparso l’ostacolo oggettivo tra verità e finzione.

W.H. Infatti, e questo più tardi mi ha portato all’idea che il finto padre, sopraffatto dall’amore di Mahiro e di sua madre, dovesse desiderare di morire, dovesse inscenare la propria morte, le procedure funebri, per sfuggire alla finzione da lui stesso creata. Senza però morire realmente. Lo vediamo, infatti, chiedere informazioni in un’agenzia di pompe funebri, provare una bara. Come notavi, il film si sviluppa su molti livelli sovrapposti, e non sempre sintonici.

A.R. Solo in apparenza può sembrare una storia semplice.

W.H. In superficie è illusoriamente semplice, ma è un film che prova a scavare a fondo e indagare la condizione umana. Penso che Family Romance, LLC sia uno dei miei film essenziali, tanto quanto Aguirre, furore di Dio o L’enigma di Kaspar Hauser.

A.R. Credi sia possibile considerarlo anche un film sulla famiglia e sulle sue estreme implicazioni sentimentali?

W.H. Certo, è un film sulla famiglia, racconta di una famiglia spaccata, di un padre scomparso, però apre molte altre questioni e soprattutto è attraversato da diverse domande. Quella che mi angoscia di più è questa: quanto della nostra vita è una performance? Perché anche quando non ce ne accorgiamo, recitiamo tutti tantissimo. Interpretiamo sempre un ruolo sia quando siamo in chiesa, magari durante un matrimonio, sia quando siamo allo stadio. Tutta la nostra vita è una continua performance. Pensa solo a quanto mettiamo in scena di noi stessi mentre stiamo sui social. Cos’è Facebook se non una riscrittura di noi stessi? Una sorta di pantomima; tutto può essere abbellito, falsificato: d’altronde, è naturale voler provare a mostrare agli altri il nostro lato migliore. Ma quanto ci mentiamo a vicenda? Sarebbe banale pensare che sia sbagliato; al contrario, penso sia un meccanismo assolutamente naturale: per sopravvivere nella nostra società dobbiamo accettare questa rappresentazione. Dobbiamo tutti accettare il compito di recitare una parte. Per questo motivo non è poi così assurdo che qualcuno o qualcosa, ogni tanto, ci sostituisca. È già una pratica comune nella nostra quotidianità.

A.R. Ti riferisci a qualche occasione in particolare?

W.H. Quando affittiamo un baby-sitter, ad esempio. È il rimpiazzo di un familiare assente, che affittiamo magari quando vogliamo andare al cinema col nostro compagno. Ma anche l’orsacchiotto di peluche che regaliamo ai nostri figli è un modo per delegare le nostre emozioni a un giocattolo. Molto di tutto questo verrà sostituito presto dai robot, ormai ne siamo circondati, si occupano di noi, sono disponibili, capiscono quello che diciamo, ci rispondono.

A.R. In Family Romance, LLC dedichi una scena molto interessante all’uso dei robot. Secondo te, perché oggi sentiamo così tanto il bisogno di essere sostituiti? Di usare i robot come nostri possibili alter ego?

W.H. Perché stiamo attraversando una stagione di solitudine esistenziale. In questi anni le solitudini si sono esacerbate, sono diventate più profonde, perché viviamo in un tempo che ci spinge di continuo verso la solitudine. In parte è dovuto sicuramente ai social media; ogni giorno deleghiamo le esperienze del mondo reale ad applicazioni del cellulare. Deleghiamo i nostri incontri con altri esseri umani ad uno schermo. Sono convinto che il XXI secolo sarà un’epoca di solitudini, che ci obbligherà ad assistere a un curioso paradosso: a causa di questo enorme incremento di mezzi di comunicazioni, diventeremo più soli. Non saremo isolati, ma saremo profondamente, filosoficamente ed esistenzialmente soli.

A.R. Il protagonista del tuo film dice che abbiamo bisogno di avere molti dettagli per mettere in scena quello che siamo davvero. Vorrei chiederti allora se il cinema, che è un’arte fatta di dettagli, può essere il mezzo attraverso cui capire qualcosa in più di noi. Quanto ha a che fare Family Romance, LLC con il cinema?

W.H. Sì, ovviamente ha a che fare con la vita ma anche con il cinema. Innanzitutto, lo spettatore vede gli strumenti di realizzazione del film, li sente, li percepisce. C’è una sorta di approccio fisico, diretto. Però, ha a che fare soprattutto con quanto del cinema è illusione, proiezione di desideri. Il cinema – l’arte in genere – non ti consente solo di raccontare i fatti, ti dà l’opportunità di arrivare a coglierne le verità profonde. Penso sempre al lavoro che fece Michelangelo quando realizzò la Pietà Vaticana: il volto di Gesù è il volto tormentato di un trentatreenne; il volto della madre Maria è il volto di una quindicenne. Michelangelo ha raccontato una fake news? Ha imbrogliato, ha mentito? No, voleva soltanto offrirci una verità profonda.

A.R. Parlando dell’importanza che ha per te il tuo film, hai evocato alcuni due tuoi capolavori, Aguirre, furore di Dio e L’enigma di Kaspar Hauser, che hanno formato la nostra passione cinefila. Quanto sei legato alla tua passata produzione? Senti ancora quei film come tuoi, del regista e dell’uomo che  sei oggi?

W.H. Penso di essere sempre rimasto coerente con la mia visione. Non c’è dubbio. Sono sempre stato alla ricerca di una comprensione profonda della condizione umana. Credo di aver mantenuto la rotta, ma in un certo senso adesso sono ritornato ai miei primi tempi, proprio quelli di Aguirre, quando non c’erano soldi, a malapena una troupe con cui girare, e io mi avventuravo comunque nell’impresa di fare un film.

A.R. Che consigli daresti oggi ad una/un millennial che vuole diventare regista?

W.H. Se volete fare un film, potete farlo. È questo il mio consiglio per i giovani registi o aspiranti tali. Gli strumenti che servono sono pochi ed economici: si può realizzare un documentario di un’ora e mezza con meno di dieci mila euro, e un film di qualità con circa ventimila euro. Oggi potete farlo! Per Family Romance, LLC ho comprato una telecamera che costava pochissimo, ma era in 4K e aveva un ottimo sistema audio. Il film, alla fine, nonostante le sue dimensioni è stato selezionato a Cannes. Alcune cose che mi piace ripetere sempre alla mia Rogue Film School, che è una scuola di cinema sui generis che ho creato: mentre girate, fate tutto quello che è possibile fare, nei limiti del lecito. Non derubate una banca, vi prenderanno sicuramente. Ma se lo sentite, filmate pure senza permesso. Siate audaci. Bisogna avere una mentalità criminale per fare un film.

A.R. Werner, durante questa nostra conversazione abbiamo volutamente evitato la parola pandemia. Una domanda, però, tengo a fartela: cosa ti manca di più della sala cinematografica?

W.H. Il cinema al cinema è la madre di tutte le battaglie, ed è ciò a cui aspiro. Voglio stare al cinema. Voglio stare lì, in sala, per sentire quando la gente ride e la cascata di risate arriva fino al mio posto. Voglio sentire i respiri, l’attenzione, la tensione. Al momento stiamo trasferendo tutto sulle piattaforme di streaming: è un processo iniziato ben prima della pandemia, ma il cinema non morirà. Dobbiamo difenderlo in quanto spazio pubblico. Dobbiamo difenderlo come luogo di incontro, dove le persone sono collettivamente curiose. La curiosità intellettuale collettiva, il fermento collettivo delle menti: per me è questa la vera definizione di cultura.

A.R. Questo film è indissolubilmente legato al tuo rapporto con il Giappone. Non resisto a chiederti di raccontare ai nostri lettori di The Italian Review di quella volta che ti hanno proposto di incontrare l’imperatore del Giappone.

W.H. Tu la conosci già perché, come ho avuto occasione di dirti, è uno dei più grandi errori della mia vita. Stavo allestendo la prima mondiale di un’opera moderna scritta da un compositore giapponese. Questo compositore teneva che la allestissi io personalmente e visto che mi piaceva la sua musica ho accettato di andare in Giappone. Un giorno, durante le prove, si diffonde la voce che sia successa una cosa incredibile: l’imperatore del Giappone aveva manifestato l’intenzione di incontrarmi in un’udienza privata. E lì ho fatto una cosa stupida, di cui mi vergogno ancora ora: ho rifiutato. Ho detto che non ci sarei andato. A mia discolpa posso dire che pensai sarebbe stata un’occasione molto formale, piena di frasi di circostanza, e priva di un valore reale. Tutte cose che all’epoca sentivo che non erano sostenibili per me. Ma alla mia reazione tutte le persone presenti in quel momento nel teatro sembravano raggelate, sconvolte dal mio gesto. Rifiutare un invito dell’imperatore è una cosa inaudita: forse la cosa peggiore che si possa fare in Giappone, e oggi mi pento di averlo fatto. D’un tratto qualcuno però mi ha chiesto: «Ma se non vuoi incontrare l’imperatore qual è allora il giapponese che sogneresti di poter incontrare?».

A.R. Eh eh, vedi allora che ti sei fatto un regalo? Perché la tua risposta è stata…

W.H. Hiroo Onoda. Lui è stato l’ultimo soldato giapponese asserragliato in un’isola filippina ad arrendersi, ventinove anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Pensava che la guerra non fosse ancora finita. Aveva continuato a vedere gli aerei militari volare verso le Filippine, ma si trattava della guerra in Corea. Negli anni Sessanta, poi, aveva visto passare un grande bombardiere B-52, ma si trattava della guerra in Vietnam. Lui credeva che fosse sempre la stessa guerra che stava combattendo lui: che la Seconda Guerra Mondiale non fosse mai terminata. E così l’ho incontrato davvero. Ho instaurato con lui un ottimo dialogo, e da allora ci siamo ritrovati molte volte. Ora ho da poco finito di scrivere un libro sulle nostre conversazioni, si intitola The last days, e verrà pubblicato l’anno prossimo.

A.R. Un’ultima domanda prima di salutarci. La pandemia cambierà il nostro modo di raccontare le storie?

W.H. Ancora non riesco a dirtelo. Non sono un profeta, sono un regista. Ritengo, però, che questo periodo ci stia riportando alle cose essenziali. Ci stia indicando ciò a cui dovremmo tornare: riscoprire i valori della famiglia, riscoprire il nostro rapporto con la Natura. Ci sta riconnettendo con la lettura dei libri. Vedi, credo specialmente che i giovani comincino a dubitare. Credo che molti non vogliano più leggere solo i tweet, solo gli scambi nelle chat, dove ci sono frasi di due righe o di due parole. Confrontarsi con la letteratura dà accesso alla poesia, al pensiero concettuale, ti connette al mondo in un modo strano e profondo. Ecco, riguardo ai consigli che mi chiedevi per i giovani registi aggiungerei questo: se volete diventare validi registi, dovete leggere, leggere, leggere.

ARTICOLO n. 5 / 2021

Dopo Sanremo: meditazioni sul silenzio

Veronica Lucchesi & Dario Mangiaracina

Il silenzio, da solo, è tutto silenzio. Il silenzio, se ci sono io ad ascoltarlo, diventa significato. C’è bisogno di uno spettatore, di qualcuno che proclami di fronte a quella quiete: «Madonna che silenzio c’è stasera!».

Non basta un polo elettrico a suscitare una scintilla, ce ne vogliono due. Peter Brook ci ha insegnato che la tensione tra chi è in scena e chi sta in platea è come una corda di violino. Solo la giusta tensione fa sì che la corda possa risuonare. Da soli non c’è incontro, non c’è vita, non c’è lotta, non c’è genesi, non c’è speculazione, non c’è arte.

Sembriamo nati per questo ruolo, siamo interpreti e spettatori. Abbiamo imparato parole e suoni per esprimerci e raccontare a chi c’è dopo di noi o a chi non sa ancora vedere, il senso che diamo alla natura delle cose.

In teatro ci hanno insegnato ad andare in scena anche quando c’era un solo spettatore in sala, due occhi, due orecchie, un corpo.

Il teatro si realizza ogni qual volta ci sia una relazione tra almeno uno che agisce dal vivo in uno spazio scenico e uno spettatore che dal vivo ne segue le azioni. La parola singola “agisce” solo quando ne incontra una seconda che la provoca, diceva Rodari, costringendola a uscire dai binari dell’abitudine, a scoprirsi nuove capacità di significare. Ma allora, se diamo per assodato che quando performiamo davanti a una telecamera uno spettatore è tale anche dall’altra parte di uno schermo, cosa cambia anche se la platea è vuota?

Cambia tutto. Manca il rito, il silenzio, la terza fila che ti dice di fare silenzio se ti distrai, mancano gli sbadigli, i colpi di tosse, le celebri caramelle alla menta contro la tosse scartate nei momenti salienti del monologo, manca l’attenzione che accompagna il ritmo, manca il ritmo, l’attesa trepidante di coloro che saranno con te parte integrante dello spettacolo. Perché sì, il pubblico è parte dello show.

All’Ariston i fonici hanno dovuto ripensare completamente l’acustica del teatro per sopperire alla mancanza di pubblico. Credo che abbiano aggiunto teli e pannelli in platea. Farà ridere, ma il pubblico è anche il miglior materiale fonoassorbente che un teatro possa avere.

Il teatro è un’esperienza di vita. Vedere dal vivo un’opera ti cambia la vita. Sentire gli attori, le attrici, le musiciste, i musicisti vibrare, sudare, ti fa tremare le ginocchia. La potenza degli strumenti che risuona nella tua cassa toracica è musica da toccare, sono corpi da odorare, se sei in prima fila, è carne viva che ti parla.

Come un atto sacrificale, chi è sul palco si dona, in pasto. I dettagli dal vivo sono fatti per essere sviscerati, sono sangue caldo.

Mi raccontarono una volta che De Filippo, durante una replica, rispose così a uno spettatore che dal loggione urlò di alzare la voce: «Non si permetta! Quello che sto dicendo è qualcosa di intimo che deve rimanere tra me e mia moglie».

Nel rito dello spettacolo dal vivo c’è un momento per tutto. C’è il “dopo-spettacolo” che non ha nulla a che vedere con i commenti live mentre stai cantando in diretta streaming. Durante il lockdown, gli spettacoli in streaming, senza la ritualità codificata nei millenni dal teatro, ci restituivano la solitudine e l’alienazione stessa della quarantena, senza riuscire a sublimare il dolore di quei giorni, la crisi, nel più catartico degli ingegni umani, la messa in scena.

Ma dal vivo, c’è un focus su quello che stiamo vivendo insieme che non distrae, a meno che quello che senti e vedi non ti piaccia e allora ti alzi e te ne vai e anche questa azione non passa inosservata. E invece sui social entri ed esci a tuo piacimento. Lo spettatore è invisibile, è un numero on line, che interviene solo attraverso reazioni codificate, reactions che non sono altro che il surrogato delle emozioni che potremmo provare. Nel mondo dello spettacolo dal vivo, se te ne vai è un fatto. La gente si volta a guardarti, si fa delle domande, l’attore e l’attrice lo sanno, la regista lo vede, tutti capiamo qualcosa. In una stanza virtuale la porta che sbatte non fa rumore.

Poi c’è l’applauso. Lo scoppio finale. Il pubblico diventa un corpo solo come direbbe Canetti. Partecipa attivamente al rito. Durante una delle più celebri esecuzioni della Callas di Una voce poco fa, uno spettatore applaudì e gridò di gioia prima della fine dell’aria, e il pubblico lo ammonì per aver rotto quella magia. Le regole del loggione sono ferree. Si respira insieme, si capisce quando tacere, si cambia idea, si applaude insieme oppure si sta in silenzio rispettoso. Si incrociano le braccia per dissenso. Ci si alza in piedi come massima espressione di plauso, se le mani non bastano più.

C’è un attimo da vivere ancora quando la scena va al buio. A volte passano secondi prima che il pubblico capisca che lo spettacolo è finito. Quel tempo è il pensiero. Quegli attimi sono teatro nudo, sono musica.

I nostri maestri di teatro Civilleri/Lo Sicco erano affascinati e allo stesso tempo terrorizzati da quei momenti di silenzio. Hanno studiato il silenzio in teatro fino a cercare di cancellarlo inserendo dei bordoni invisibili all’orecchio che accompagnano tutta la pièce.

Dentro il rito c’è dell’altro. Si esce fuori dal luogo deputato allo spettacolo. E lì come il vento che sparge i semi di un soffione, lo spettacolo si sparge per le strade. C’è il dopo-concerto, il dopo-cinema, il dopo-teatro, il momento di incontro tra spettatori, che dibattono su quello appena visto, con forza, carichi della necessità di un confronto. Ci sono le attrici e gli attori, musicisti e musiciste da incontrare in carne ed ossa. Non ci si nasconde e ci si mette la faccia e si risponde a tono oppure si cambia idea.

È vecchio tutto questo? È già morto? Stiamo piangendo un defunto? Gli dei del teatro sono su tutte le furie. Le maschere adesso si occupano di beauty, e non vediamo altro che maschere di bellezza, i costumi li tiriamo fuori solo a carnevale, il corpo di ballo, l’abbiamo lanciato su Tik Tok, la dizione e il birignao ci hanno detto ciao, Dario Fo, a chi lo do? Carmelo Bene, benino, De Filippo, a casa Cupiello, Romeo… Castellucci di sabbia in spiaggia, Motus? Fermus. Emma Dante? in Via Castellana Bandiera, in barba a Eugenio Barba, Kantor, Grotowsky e Peter Brook li leggiamo sugli e-book.

Perché lo facciamo? Per uscire di casa, per mettere il naso fuori dalla nostra comfort zone, per metterci in discussione, per condividere un’idea, un punto di vista sulla vita e la società. Si riceve consenso o dissenso. Si cresce, si cambia punto di vista, ci si incontra, ci si innamora ai concerti. Sì, ai concerti ci si innamora e noi ne abbiamo le prove.

Si fa l’amore nei bagni del locale, ti vedo ballare e sei bellissimo, mi vedi piangere e ho voglia di farlo anche io, possiamo ridere insieme, scambiarci opinioni sulla vita. Ti posso toccare, sfiorare per sbaglio, cercarti in mezzo alla folla, perdermi, trovarmi, volare.

Dal vivo posso vedere rappresentato un mondo che mi appartiene o di cui voglio fare parte. Posso abitare un’utopia, stare dentro al mio sogno. Trovare una comunità.

Spesso ci siamo chiesti quanto gli artisti contribuiscano a formalizzare dubbi e punti di domanda drammatici nella vita della gente. Tantissime volte ci siamo soffermati a pensare quanto, con i nostri versi insinuanti nei confronti delle relazioni, della vita, degli altri, abbiamo potuto creare crisi difficili da superare. Scrivere, come abbiamo detto più volte, significa fornire a chi ti ascolta un vocabolario più o meno complesso di emozioni, significa costringere chi ti ascolta a ripercorrere il percorso interiore che hai fatto quando hai scritto quei versi. L’arte è maledizione, il teatro ti rovina, la musica ti consuma e noi non metteremo mai, né limiti né filtri, a questa carneficina.

Ma c’è un luogo dove questa scanna (per dirla con le parole di un drammaturgo Palermitano, Davide Enia) avviene in un setting protetto e regolamentato, c’è un solo spazio dove il respiro di una collettività, la violenza di chi è contrario, si esprimono nel rispetto come massima espressione della nostra umanità: quel luogo è il teatro (e tutti i luoghi dove l’arte avviene). Ed è per questo che non possiamo rinunciare alle platee e ai parterre, perché i corpi e la voci vive di chi si incontra in quei luoghi sono un’architettura fondamentale per costruire una società libera, critica, solidale e consapevole.

ARTICLE n. 4 / 2021

Some Can’t, Others Don’t

WRITTEN WITH PATRICIJA MALIČEV

I’m not special,
but I’m different.

All autobiographies begin with a sense of solitude –  that feeling simply cannot be escaped. I was born in a bomb shelter in 1943. It is one of the things that happened to me in my life that defined me the most; perhaps it was the most important thing. That shelter. Although it was a sort of unconscious memory, it absolutely informed the way I think and feel about the world.

The world, hollow, populated with a million pairs of eyes, the eyes of both people and animals, gazing at each other without even knowing why.

Finality is announced and imposed on humanity. And here is also the unrelenting and arbitrary nature of things—one minute you’re alive, the next minute you may be dead. In between some shivering, and also, of course, confident decisions that mean that our lives are in our own hands.  Ha! What a feeling! Expectations? Never completely fulfilled. Because always, but always, it is unbearably difficult to live with what you are, and even harder to be something that others believe you have to be.

Some can’t, others don’t.

This happened to me very early on: my parents expected a girl. They even had a name ready—some Scandinavian  name, Silke. But I was a boy so they called me Frank. Not long after, two more Franks were born near the place where we lived, so they renamed me Uwe. It rhymes, almost like poetry. Eventually I realized it was difficult later for others to pronounce. So I changed it to Ulay.

I was a wild child. When I was eleven, despite the disapproval of my parents, I simply refused to go back to school because they wanted to make me part of the system. A decision like this changes your expectations of life. You have a different outlook, an outlook that keeps getting stronger and stronger. You become more distinct—I don’t want to say better or more intelligent—but you become different. For myself, as an artist, I think this difference was essential throughout my entire career.

I’ve never conformed. Over time I believe that I created or generated a logic in myself that is based on a different outlook in relation to many of the things in the Western society where I live. But I am stuck here. I cannot ignore it. I have to deal with it every single day. But how?

Other opinions don’t easily excite me. If asked, I express my particular opinion. But if I am not asked, I seldom feel the need to egotistically proclaim my own truth and logic. It is an issue of truth and reality. In German, these words are Wahrheit and Wirklichkeit, and sound so beautiful. To me: everything is true. Even a lie is true especially if it is an effective lie. I’ve always merged truth and reality and this has brought me to a kind of ethics of reality.

Have I ever failed? Of course I have, but that is part of the package. If you can allow yourself to fail, you won’t have any problems. Failure is hard for many people. It can knock you out mentally, emotionally, socially, professionally. Failure isn’t considered a positive concept for those who strive politically, economically, socially, scientifically. However, if you’re honest with yourself when you fail, you’ll discover extra space within yourself. Failure is a great experience.

I’m not special, but I’m different.

I lived with my parents on a street called Lindenbaumstrasse on the outskirts of Solingen. There was a big garden that belonged to a convent opposite the place where we lived. I remember that I often climbed the fence to steal rhubarb. I still really like rhubarb. Just outside, to the left and the right, there were ruined houses with only cellars and basements left. They were overgrown with weeds, grass, scrubs, things like that. Apart from the garden, that was the closest I got to nature. I had two friends. One was named Frank. He was small and he would scramble over this third kind of landscape, over the bombed houses. A lot of water and heating systems remained. We were fascinated by this and would try to rip out the pipes. Later, we did it with more intention, because pipes, especially copper ones, were very valuable. During the postwar era, you could get money for collecting and selling metal by the kilo. It  was a hustle and not really a suitable activity for children. The area was soon fenced off but we figured out how to get under the perimeter. We would take things and pass them back under the fence. 

There was a park a little further down, behind my first school, and there was a bomb shelter in this park. The bomb shelter had huge steel doors that were no longer locked anymore so we could go inside and explore. It was smelly because people used to shit in there. Then, from this place, across the fields, you could go into a forest. It was incredibly idyllic, romantic and beautiful, because, down that hill, you were already a kilometre from home. In the forest, there were brooks, little streams, and a beautiful watermill with huge wheels that powered a great hammer mechanism. People hammered steel there and it made a really amazing sound. We found more friends, and together, we went into the forest and picked blueberries, dropping them into our buckets.

I would love to go there again and do that. Ja. I want to put the blueberries on my porridge.

Later, even though we were hardly experts, we would go further into the forest and collect mushrooms. They looked magical, as if they came from fairy tales. We would collect mushrooms and bring them home. Of course, my mother always threw them away, but the joy was in harvesting them with the other children, dropping them in our buckets.

Once I was walking the same way through the fields—already lush with tall and yellow corn, not long before it was set to be harvested—and I heard a shot. I heard the shot and then the bullet hit me. It went through my rubber boo