Francesca d'Aloja

ARTICOLO n. 54 / 2021

LA SCATOLA

«Il signor Landolfi? Lorenzo Landolfi?…»
«Sono io, con chi parlo?»
«Commissariato di zona.»

Era una mattina lattiginosa e pesante, la cappa di calore che opprimeva da giorni la città non mollava la presa, come un serpente che soffoca piano piano la sua preda. Mi sentivo spossato e con i riflessi rallentati, dovetti chiedere alla voce nella cornetta di ripetere una seconda volta la frase asciutta e lapidaria che non lasciava dubbi alla sua interpretazione: «Dovrebbe recarsi nel nostro ufficio». Malgrado la perentorietà della richiesta, il tono era gentile e ciò fu sufficiente a stemperare lo stato di allerta che sentivo crescermi dentro. Provai a richiedere maggiori informazioni ma il funzionario replicò che si trattava di «una faccenda delicata» e che sarebbe stato meglio parlarne a voce, infine mi ricordò l’indirizzo del commissariato sottolineando che si trovava «a due passi dalla sua abitazione», il che significava: non perdiamo tempo al telefono, venga qui e saprà di cosa si tratta.

Nel breve tratto di strada che conduceva alla mia destinazione provavo a elencare i possibili motivi della convocazione. L’ultima volta che mi ero presentato in commissariato era stato per denunciare il furto dell’ennesimo motorino, l’avevano forse ritrovato? Scartai subito l’ipotesi, non solo perché erano già trascorsi due anni e ritenevo pressoché impossibile l’eventualità di un ritrovamento, ma perché definire «faccenda delicata» il recupero di un motorino suonava inappropriato oltre che ridicolo. Ero incuriosito e infastidito in eguale misura, diviso fra la certezza di avere la coscienza a posto e l’inconscia possibilità di non averla affatto.

Per misteriose ragioni l’ufficio era privo di aria condizionata e i due ventilatori impolverati piazzati all’interno risultavano inspiegabilmente spenti, sicché la temperatura raggiungeva picchi incommensurabili. Non era cambiato nulla dall’ultima volta, l’odore stantio, le pareti sudicie e le voci che rimbombavano da una stanza all’altra. Rimasi in attesa qualche minuto, poi l’usciere mi disse di salire al primo piano, «stanza 5, ufficio armi».

Ufficio armi?

Bussai alla porta socchiusa. L’uomo seduto alla scrivania fece cenno di entrare senza distogliere lo sguardo dal computer acceso che riverberava una luce bluastra sul suo volto. Diede un ultimo colpetto sulla tastiera e finalmente mi rivolse la parola. Riconobbi la voce che mi aveva parlato al telefono.

«Dunque, signor Landolfi» cominciò, come dando seguito a un discorso da poco interrotto, mentre con la mano frugava i fascicoli accatastati. «Il dottor Carlo Landolfi è suo padre, giusto?»

«Sì, certo…»

«Ecco. Ci risulta che suo padre possiede…» e qui prese a leggere: «una pistola semiautomatica Beretta, modello 31 calibro 7,65 con relativi proiettili…»

Lo interruppi esibendo un sorriso forzato: «Ci deve essere un errore, mio padre ha quasi novant’anni e sinceramente non credo…». Mi interruppe a sua volta: «È proprio questo il punto. La pistola è stata regolarmente denunciata dal signor Carlo Landolfi, suo padre, nel 1976, non si tratta dunque di detenzione illegale. Ora però il denunciante ha ottantanove anni e a questa età non è più consentito detenere armi nel proprio domicilio. Dobbiamo recuperarla il prima possibile.» Il tono si era fatto sbrigativo, il fascicolo «Landolfi» rappresentava solo una delle mille pratiche da sbrigare. Quello che c’era da dire era stato detto, ora la rogna passava a me. «Ci parli, gli spieghi la situazione e poi si metta in contatto con noi.» Accompagnò l’ultima frase con la mano tesa in segno di congedo. Avevo le mani sudate, ma le sue lo erano ancora di più.

Carlo Landolfi, classe 1929. L’uomo più mite che abbia mai conosciuto. Non l’ho mai sentito alzare la voce e men che meno le mani su noi fratelli, non ricordo una litigata degna di questo nome con mia madre, o un amico, un collega. Se dovessi associare mio padre a un’immagine mi viene in mente un laghetto di montagna, limpido, placido, immobile. Non riuscivo a trovare un motivo plausibile che giustificasse il possesso di una pistola. Mai stato cacciatore papà, ha sempre odiato la violenza e tutto ciò che la rappresenta. Per anni ha votato repubblicano evitando schieramenti e polemiche, si è visto surclassare da colleghi più scaltri senza mai provare risentimento, accontentandosi di una carriera lenta ma sicura alla Corte dei Conti che gli ha garantito stima, rispetto e una dignitosissima pensione: che diavolo ci faceva con quella pistola, e perché non ci ha mai detto niente? Aveva forse a che fare con il suo lavoro? Con il suo passato? L’ipotesi difesa personale (rapinatori/ladri) non l’ho presa in considerazione neanche per un secondo.

Decisi di andare a casa sua, la casa dove eravamo nati e cresciuti e che ora divideva con mia madre, che invece avrebbe voluto vivere altrove. «Troppo grande e troppo vuota» diceva sempre.

Stava seduto sulla sua poltrona, la stessa di sempre, con un plaid sulle gambe rinsecchite malgrado il caldo e lo sguardo rassegnato di chi sa che la sua unica, vera occupazione, consiste nell’attesa. Non è mai stato un tipo loquace mio padre, mai sprecato una parola. Un atteggiamento che ha trasmesso a noi figli e al quale nostra madre si è pervicacemente sottratta, lei ama parlare povera donna, quante volte l’ho sentita farlo da sola, tanto per assecondare la smania insoddisfatta di un interlocutore. Tempo fa le ho regalato una radio e da allora non è mai successo che entrando in casa la trovassi spenta. Passa il tempo così, e non se ne lamenta. Quel giorno le note del «Concerto del mattino», il suo programma preferito, aleggiavano per le stanze vuote insieme al profumo di un caffè da poco consumato.

«Ciao papà» dissi, sfiorandogli la testa con un bacio.

«Lollino…» (non ha mai smesso di chiamarmi così) «qual buon vento?».

Ero passato a trovarlo alcuni giorni prima e ogni volta mi accoglieva come fossero trascorsi dei mesi. Inforcò gli occhiali per guardarmi meglio, lasciando che la realtà degli affetti lo riportasse nel presente. Da tempo viveva in un mondo distante fatto di pensieri e forse di ricordi, e pur essendo ancora lucido e padrone di sé, non si interessava degli accadimenti mondani, ciò che avveniva fuori dalla sua stanza non aveva importanza, non l’aveva più. Mi capitava a volte di provare invidia per la condizione esistenziale nella quale si era rifugiato, considerando che gran parte degli affanni altro non sono che logorio, inutile consumo di energia. Forse il distacco è la vera intelligenza.

«Hai qualcosa da dirmi?» come avesse intuito che la mia presenza non era casuale.

Gli raccontai della telefonata e di ciò che ne era seguito. Ascoltava in silenzio, senza fare domande. Sembrava sereno, non manifestava alcun stupore. Fui io a stupirmi della sua reazione quando gli dissi che avrei contattato il funzionario per comunicargli l’assenso alla consegna dell’arma. Non so davvero perché lo ritenessi scontato.

«È fuori discussione. La pistola non si tocca.»

Esibì un tono perentorio che non ricordo avergli mai sentito, e addirittura la voce, la sua voce, pareva artefatta, come fosse incisa su un nastro. Provai a farlo ragionare, gli dissi che non poteva tenere in casa una pistola, era pericoloso. Mi guardava come fossi un estraneo, e continuava a fare no con la testa. Più insistevo più aumentava la sua insofferenza, cominciò ad agitarsi sulla poltrona, poi, per mettere fine alla discussione sussurrò: «Sono stanco, finiamola qui. Riferisci pure al tuo commissario che la pistola resta a casa.»

«Ma perché? Che cos’ha ’sta pistola di tanto speciale?…»

Lo vidi trasfigurare, stringeva le mascelle per non dire quello che avrebbe dovuto dire, dirmi. Gli occhi si fecero lucidi e l’insofferenza lasciò posto alla rabbia: «Non insistere Lorenzo, la questione è chiusa».

Soltanto in quel momento mi resi conto di quanto poco sapessi di lui, della sua storia. I nostri genitori non esistono prima del nostro arrivo, non riusciamo a immaginarli bambini, giovani. E nelle fotografie che li ritraggono ragazzi sono i nostri tratti che cerchiamo, non i loro. Chissà quante cose non conoscevo, e se è vero che mio padre ha omesso di raccontarci episodi della sua vita, altrettanto vero è che a nessuno di noi è venuto in mente di chiedere. E anche adesso, non chiesi nulla. Non feci più domande. Nonostante la curiosità decisi di rispettare il suo silenzio e mi pentii dell’arroganza dei miei anni.

Il giorno successivo chiamai Castelli, il funzionario dell’ufficio armi. Gli spiegai la situazione. A dire il vero spiegai ben poco, non avendo argomenti da sostenere. Mi limitai a riferire le intenzioni di mio padre. Forse condizionato dal mestiere del mio interlocutore, mi aspettavo una serie di domande alle quali non avrei saputo rispondere, ma quello non insistette, e anzi, mi offrì una soluzione: «Se suo padre ha intenzione di detenere l’arma è necessario inertizzarla». Confesso la mia ignoranza, non avevo mai sentito prima d’ora il verbo inertizzare. Castelli intuì la mia lacuna e si affrettò a colmarla:

«Deve farla disattivare, renderla inerte, appunto.»

«Ah… e come si fa?»

«È una faccenda piuttosto lunga, se mi dà la sua mail le invio il procedimento per gli adempimenti burocratici.»

Il termine adempimenti burocratici mi provocò un sentimento di sconfitta, la sensazione di trovarmi di fronte a una montagna da scalare a piedi scalzi. Quando lessi la mail lo sconforto fu definitivo:

La disattivazione delle armi da fuoco è regolamentata, per quanto concerne le procedure tecniche, dal Reg. UE 2403/2015 come da ultimo modificato dal Reg. UE 337/2018.

Per quanto concerne gli adempimenti burocratici, bisogna invece consultare il D.M. 08.04.2016, che all’art. 5 rubricato   Disposizioni procedurali e adempimenti per la disattivazione” dispone che il possessore dell’arma deve comunicare per iscritto alla questura competente che intende attivare la relativa disattivazione. La comunicazione deve indicare i dati identificativi e tecnici dell’arma medesima, ovvero tipo, marca, modello, calibro e numero di matricola, nonché i dati identificativi del soggetto che effettua la disattivazione (pertanto l’interessato avrà già preso contatti con l’armeria che poi effettuerà la disattivazione). Entro quindici giorni dalla ricezione della comunicazione, la questura informa il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, rivolgendosi alla Soprintendenza per i beni storici, artistici e demoetnoantropologici competente per territorio, al fine di verificare se si tratti di un’arma antica, artistica o rara d’importanza storica o comunque di interesse culturale e, all’esito degli adempimenti, la questura medesima provvede, entro i trenta giorni dalla ricezione della comunicazione, a rendere nota al richiedente la presa d’atto (quindi l’assenso a procedere alla disattivazione).

Eccetera eccetera eccetera…

Mi girava la testa. Rilessi un paio di volte senza riuscire a trattenere un sorriso di scherno riguardo allo stile grottesco dello scritto che raggiungeva il suo apice nell’espressione: «… che intende attivare la relativa disattivazione» o nel termine «demoetnoantropologici». Cristo santo, mi ero ficcato in una bella rogna.

Spensi il computer, mi accesi una sigaretta e rimandai il problema all’indomani, confidando sul potere dissuasivo dello spettro burocratico, forse più efficace, alle orecchie di mio padre, delle mie sagge ma inascoltate parole.

Lasciai passare due giorni. Volevo dare tempo a papà di riflettere sulla questione, sarei tornato da lui con spirito diverso rispetto alla precedente visita, più accondiscendente e meno intransigente. Pensavo inoltre che la proposta dell’inertizzazione, sebbene complicata, potesse ammorbidirlo nei miei confronti, avrebbe se non altro apprezzato le mie buone intenzioni.

Stava seduto al solito posto, nella penombra del pomeriggio, lo sguardo rivolto alla finestra. Appena mi vide entrare fece scivolare sul lato del cuscino un quadernetto scuro, poi mi rivolse un sorriso. «Ciao Lollino, che bello vederti». Non vi era traccia di ostilità nei suoi occhi, sembrava più rilassato del solito, e felice, sinceramente felice di vedermi. Si capiva, dai suoi gesti, il desiderio di cancellare l’amarezza del nostro ultimo incontro.

«Siediti qui» disse «accanto a me.»

Restammo in silenzio qualche minuto. Dalla cucina proveniva il sonoro ovattato della radio e dalla strada lo sfilare veloce di qualche automobile.

«Mi dispiace per l’altro giorno papà. Non volevo turbarti… io non so nulla di quella pistola, non so da dove viene né perché la tieni in casa, però ho capito che per te è importante e se davvero non vuoi consegnarla, esiste una possibilità… si tratta di riempire un modulo… tu non devi fare niente, me ne occuperò io…». Mi alzai per recuperare il foglio nella tasca della giacca e quando mi voltai, lui stava piangendo.

In oltre quarant’anni non lo avevo mai visto in lacrime.

Non smise di piangere fino alla fine del racconto.

«È successo tanto tempo fa… Avevo quattordici anni, ero un ragazzino. C’era la guerra, ma io quasi non me ne accorgevo perché vivevo nella grande casa che tu ben conosci, distante da tutto. All’epoca non avevano ancora costruito nulla intorno a noi e la villa pareva davvero isolata dal mondo. Passavo le mie giornate in giardino o chiuso nella mia stanza, dovevo fare silenzio, non potevamo disturbare mio padre… tuo nonno… Era molto malato. Leucemia… che brutta parola, vero? Vedevo i dottori che entravano nella sua stanza e subito si chiudevano la porta alle spalle e io li sentivo sussurrare e non capivo cosa stesse succedendo. Ogni tanto provenivano dei lamenti e io mi tappavo le orecchie o canticchiavo una canzone, per non ascoltarli. Non ho mai chiesto nulla a mia madre, non so se era per non sapere, o perché già sapevo. Non avevo voglia di entrare in camera di mio padre, non è bello per un figlio vedere il proprio padre indebolirsi, i padri non possono ammalarsi, non devono… Ero triste, certo, ma facevo finta di niente. Un giorno però fu lui a chiamarmi. Sentii distintamente pronunciare il mio nome, nonostante la voce flebile. Carlo!… vieni… e poiché non rispondevo alzò leggermente il tono. Entrai in punta di piedi. La stanza era semibuia. Ricordo un odore che non mi piaceva. Stava steso nel letto, il corpo avvolto dalle coperte, tranne un braccio che fuoriusciva dal lenzuolo. Era così magro, così… piccolo. Diede un paio di colpetti con la mano sul lato del letto, per invitarmi a sedere accanto a lui. E poi, la mano, la poggiò sul mio ginocchio. Devi fare una cosa per me Carlo. E non devi dirlo a nessuno. Promesso?… Dissi di sì, anche se preoccupato. Cosa stava per chiedermi? Ero incuriosito, e orgoglioso che avesse scelto me.

Vai nel mio studio, e apri il secondo cassetto a destra della mia scrivania… in fondo troverai una scatola, una scatola marrone… portamela. Non farti vedere da nessuno, mi raccomando, è un segreto fra te e me… È importante figlio mio, è una cosa importante… mi alzai dal letto, ubbidiente, ma lui mi afferrò la mano. Carlo, non dimenticarti mai le cose belle. Non dissi una parola, ricordo che il suo sguardo, quei suoi occhi dolenti e folli, e il suo corpo così fragile, mi facevano paura… ma al tempo stesso avevo una gran voglia di abbracciarlo… non riuscivo a mettere in ordine i sentimenti che mi stringevano la gola e mi paralizzavano.  Su, adesso vai, fai quello che ti ho detto. Per raggiungere lo studio dovevo attraversare il corridoio e passare dal salotto. Ci arrivai a passi felpati, come fossi un ladro. Non ci entravo quasi mai in quella stanza, la porta era sempre chiusa ma questo non aveva mai solleticato la mia curiosità. Era un luogo che non mi apparteneva e io sto bene attento a non sconfinare in territori altrui… era tutto in ordine, un ordine definitivo, che non aveva nulla di provvisorio, perché chi avrebbe potuto scombinarlo non ne aveva più facoltà. Frugai in fondo al cassetto e trovai la scatola. La soppesai, più per istinto che per calcolo. Uscii in fretta, ma quando arrivai in corridoio incrociai il dottore che si dirigeva, accompagnato da mia madre, verso la stanza di mio padre. Nascosi la scatola sotto al maglione, salutai il dottore, e mi avviai verso la mia camera, in attesa di un momento più propizio. Li osservai avanzare dalla mia soglia, non si curarono di me. Bussarono e scivolarono dentro la stanza. Mi rimase nell’orecchio il rumore secco della porta che si richiudeva. Se chiudo gli occhi lo sento ancora quel rumore. Non avevo intenzione di scoprire il contenuto della scatola, ma quando la posai sul mio letto, la curiosità fu più forte del mio senso del dovere. Si trattava in fondo di sollevare un coperchio… Penso tu abbia capito di cosa si trattava. Io invece non me lo sarei mai immaginato. Quando la vidi, quella piccola pistola lucente, capii immediatamente, e mi mancò il respiro. Provai un terrore freddo e benedissi il cielo per l’arrivo del dottore che aveva salvato mio padre, sì, ma anche me… Come gli era venuto in mente di chiedermi una cosa del genere? Come avrei vissuto il resto dei miei giorni con quel peso sul cuore? Ero arrabbiato, arrabbiato e disperato. Chiusi la scatola e la nascosi sotto il letto, ricordo che la seppellii sotto altri oggetti per cancellarne ingenuamente la presenza, e poi di notte, non riuscendo a dormire la spostai di nuovo e la ficcai in fondo a una cesta dove ancora erano conservati i miei giocattoli di bambino. Da allora, quella scatola non mi ha mai lasciato, e quel giorno, quel maledetto giorno, fu l’ultimo in cui vidi mio padre. Non sono mai più entrato in camera sua, mai più. Per tre lunghissimi mesi, il tempo che gli era rimasto. E sai perché non l’ho fatto? Perché, per quanto ritenessi giusta la mia azione, mi sentivo in colpa. Avevo paura di guardarlo negli occhi, di vedere la sua pena. Quei tre lunghi mesi di dolore hanno pesato sulla mia coscienza per tutta la vita. Lui voleva mettere fine alla sua sofferenza, era un suo diritto… E io gliel’ho impedito. Ero davvero nel giusto? Cos’era più importante, la sua salvezza o la mia? E poi, ci siamo forse salvati?…  Pensavo fossero i miei quattordici anni a impedirmi di capire, ma tutti questi anni non mi hanno illuminato. Io ancora non so… Ecco, adesso sai perché possiedo quella pistola. Sei la sola persona a cui l’ho raccontato.»

Non ebbi paura di abbracciarlo come accadde a lui tanti anni addietro, e lo strinsi forte fra le mie braccia. «Hai fatto la cosa giusta papà, la sola che potessi fare.»

Il primo pensiero che mi venne in mente fu associativo: padri che dividono un segreto con i figli, poi la simmetria mi parve ancora più incredibile dal momento che anche io, come lui, ero stato prescelto. Anche mio padre aveva dei fratelli. Tre, come me. Ieri lui, oggi io, entrambi depositari di un segreto. A quasi settantacinque anni di distanza si replicava una scena familiare analoga.

«Chiama il commissariato e di’ che possono venirsela a prendere. Adesso.»

Non provai a rilanciare l’ipotesi inertizzazione, e non perché volessi risparmiarmi una scocciatura, ma perché avevo capito. Quel racconto sofferto, tenuto a lungo nascosto nel profondo del suo cuore, lo aveva liberato. E furono le sue parole a rendere inerte la pistola. Non c’era più motivo di nasconderla.

I poliziotti arrivarono poco dopo. Erano in due, uno molto alto con mani affusolate da pianista, l’altro più tarchiato ma scattante, nervoso. Non indossavano la divisa e di questo fui intimamente grato. Si rivolsero a mio padre con garbo e gentilezza, lui disse loro che voleva fossi io a recuperare la pistola, poi mi diede una chiave, sfilata dalla tasca della vestaglia.

«Vai alla mia scrivania, e apri il secondo cassetto a destra. In fondo troverai la scatola marrone…». Di nuovo, la storia si ripeteva: la scrivania, il secondo cassetto, la scatola marrone.

Tutto si svolse in silenzio, come durante una cerimonia. Di questo si trattava, in fondo. Eseguii gli ordini di mio padre e consegnai la scatola nelle mani del poliziotto alto, il quale, dopo aver sollevato il coperchio e afferrato l’arma, mi chiese se fosse stato possibile trasferirsi in un posto riparato (disse proprio così) della casa, «magari all’aperto». Scambiai uno sguardo con mio padre, che abbassò la testa in segno di assenso. «Certo», risposi, e invitai l’uomo a seguirmi in terrazza.

Le tapparelle erano abbassate per via del caldo e quando aprii la porta finestra la luce abbacinante e il calore mi riportarono alla realtà di quei giorni infuocati.

«Rimanga dentro», mi intimò il poliziotto.

Osservai la scena dall’interno. L’uomo si guardò intorno alla ricerca del «riparo».  che individuò in un grosso vaso dietro al quale si accucciò. Vedevo la sua sagoma imponente stagliarsi fra le fronde dell’oleandro. Rimase lì ad armeggiare (è il caso di dirlo) qualche istante per poi rientrare in casa rivolgendomi un mezzo sorriso di soddisfazione. «C’era un colpo in canna».

Un colpo in canna, uno solo.

ARTICOLO n. 33 / 2021

Io me ne frego dell’empatia

RITRATTO DI RICHARD YATES

Rientro in quella categoria di maniaci che quando gli piace uno scrittore ne divorano l’opera completa. Di Richard Yates ho letto tutto l’esistente, fosse stato possibile avrei sbirciato volentieri anche la sua lista della spesa, certa di trovarvi annotazioni interessanti (anche se in parte posso immaginarmela, la spesa di Yates, composta prevalentemente di spirits, alcolici…). Dovendo formulare le ragioni del mio indiscusso amore per lo scrittore americano, comincerei proprio dal termine spirito, inteso come essenza, anima, se vogliamo. Quella caratteristica che ci fa riconoscere all’istante lo stile di un autore.

Lo spirito di Yates, inconfondibile, pervade una per una le migliaia di pagine che ha scritto, tanto che non ci sarebbe bisogno di una copertina a rivelarne l’identità. Per farsene un’idea, basta pescare a caso uno dei formidabili dialoghi in cui sono incessantemente impegnati i suoi personaggi (tanto che non si capisce come mai non sia diventato un grande sceneggiatore, ma questo è uno dei tanti quesiti che lo riguardano). Gli si potrebbe rimproverare di aver raccontato, in fondo, sempre la stessa storia. La struttura dei suoi romanzi si ripropone quasi identica, i personaggi sono quasi intercambiabili, idem gli ambienti e i luoghi, eppure è in questa ripetitività che si nasconde la sua forza: nulla si esaurisce davvero e la stessa vicenda può essere raccontata e sviscerata all’infinito. È artista colui che ripete senza replicare, e così facendo approfondisce: un metodo che si ritrova di frequente, ad esempio, nella pittura.

I protagonisti di Yates (ma anche gli antagonisti, o le semplici comparse) sono tutti condannati dallo stesso inesorabile destino: si illudono di non essere quello che sono e ciecamente vanno incontro alla sconfitta. Perdenti che si affannano per andare avanti restando in realtà fermi, e verso i quali lo stesso autore non prova nessuna compassione. Una lotta per la sopravvivenza che non possiede la nobiltà del soldato in trincea, del povero diseredato o del naufrago. Sono uomini qualunque: pavidi, bugiardi, invidiosi. Pessimi genitori, coniugi fedifraghi, compagni di scuola bastardi. Gente con cui non vorremmo mai avere a che fare. Eppure… eppure non possiamo fare a meno di amarli. Eccolo qui il prodigio ordito da Yates, la ragnatela sottile nella quale ci imprigiona. Gli strumenti di tale incantamento vanno senza dubbio attribuiti alla perizia della sua prosa che pare semplice ma non lo è affatto (è nota la precisione parossistica con la quale selezionava gli aggettivi o controllava la punteggiatura, per non parlare delle infinite riletture dei suoi testi che avrebbero reso superflui gli eventuali interventi degli editor), ma il segreto, se abbiamo voglia di conoscerlo, ce lo rivela l’uomo Richard Yates. Il suo è infatti uno dei rari casi in cui l’opera non può essere separata dalla vita del suo autore, poiché essa ne sta all’origine, è la fonte primaria di ogni racconto. La vita, la durissima vita di Richard Yates era nient’altro che una scusa per scrivere, e l’unico senso che lui le attribuiva era l’ispirazione che poteva fornire ai suoi libri.

Naturalmente si possono leggere le opere di Richard Yates ignorando i dettagli della sua biografia, la loro bellezza risulterebbe comunque lampante, ma sapere che dietro ogni personaggio, dentro ogni appartamento, lungo i viali delle periferie suburbane o davanti agli innumerevoli banconi dei bar si nasconda lo stesso Yates, rende il racconto vivido e oltremodo straziante. Inoltrandomi nella monumentale biografia scritta da Blake Bailey (quasi 700 pagine, ma l’ho detto che sono maniacale…) è scattato lo stesso straniante meccanismo già provato nei confronti di Frank e April Wheeler di Revolutionary Road, o delle sorelle Emily e Sarah Grimes di Easter Parade, o di John Wilder in Disturbo della quiete pubblica, solo per citarne alcuni, e cioè quell’inspiegabile trasporto sentimentale nei confronti di esseri umani respingenti, che non fanno nulla per sedurti, e che nonostante questo, come ho già detto, non puoi impedirti di amare.

Richard Yates era un ubriacone, pazzo, misogino, sprezzante, eternamente in guerra con il mondo, e tuttavia chi ha avuto a che fare con lui lo ha molto amato. Forse perché, malgrado tutti gli sforzi per tentare di offuscarla, scintillava una natura gentile e vulnerabile, messa a dura prova da un irriducibile impulso autolesionista del quale probabilmente non si sarebbe mai liberato, neanche se le cose fossero andate diversamente. Certo è che quell’esordio folgorante, amaramente definito da Yates «la mia maledizione», ha pregiudicato il suo cammino di scrittore di successo. Nel 1962, un anno dopo la pubblicazione di Revolutionary Road, accolto da critiche entusiastiche (che tuttavia non servirono a fargli vincere l’ambito National Book Award né tantomeno a scalare le classifiche di vendita), Yates dà alle stampe la sua seconda prova, la raccolta di racconti Undici solitudini: ma le reazioni, seppur benevole, risultano tiepide. È chiaro sin dall’inizio che da lui ci si aspetta un romanzo altrettanto potente, i racconti vengono considerati interlocutori. È la prima di una lunga serie di delusioni, ciascuna delle quali verrà annaffiata con spaventosi quantitativi di alcool che comprometteranno il suo già instabile equilibrio psichico. Il primo episodio pubblico di escandescenza è a suo modo spettacolare (e naturalmente sarà raccontato per filo e per segno nel penultimo romanzo, Il vento selvaggio che passa). Durante un prestigioso convegno di scrittori (la Bread Loaf Writers Conference), Yates, invitato a seguito del successo di Revolutionary Road, si ubriaca fino a perdere il controllo: seminudo, sale sul tetto dell’antico edificio e si mette a gridare a squarciagola «Sono il Messia!». Gli increduli colleghi lo vedranno uscire di scena a bordo di un’ambulanza con la camicia di forza al posto del blazer. 

Il bisogno commovente di far parte di una comunità che lo esclude si riflette nel destino dei suoi personaggi sui quali incombe la minaccia del fallimento, e che Yates descrive con l’apparente distacco della terza persona dietro cui si nasconde, sempre, un riferimento intimo: Yates non ha bisogno di dire io per parlare di sé. «Gli esseri umani sono irreparabilmente soli, e lì c’è la loro tragedia». Nella bellissima prefazione a Cold spring harbor, Luca Rastello sottolinea il senso di moralità di Richard Yates, a torto considerato un cinico. La rabbia e il disincanto (Yates ricorda e racconta con rabbia) si rivolgono a un mondo che non corrisponde al suo modello etico.

E se osserva ciò che lo circonda con sarcasmo è per sottolineare l’insensatezza della vita: «Adesso, però, che se ne stava lì sdraiato senza dormire ad aspettare che la giornata trascorresse, si sentiva incapace di mettere insieme anche un solo pensiero coerente che non fosse l’idea sconsolante e tenace che niente aveva senso. Non si poteva ricavare un senso dalle forze e dagli avvenimenti che aveva sotto gli occhi». È la conclusione a cui arriva il tredicenne Phil Drake, ennesimo alter ego di Richard Yates nell’amaro Cold spring harbor, suo ultimo romanzo.

Ci si chiede come mai uno scrittore di un simile talento, da alcuni considerato un maestro (Carver e Cheever devono molto a Yates), non sia mai stato davvero riconosciuto nonostante la stima di molti suoi colleghi e il plauso di alcuni importanti critici. Le vendite dei suoi libri non hanno mai superato le diecimila copie e molti hanno subito l’oltraggio del fuori catalogo. Al di là dell’imperscrutabile legge del successo si può ipotizzare che la pervicacia con la quale Yates ha sistematicamente infranto il sogno americano gli sia stata fatale. Non ha mai strizzato l’occhio al lettore, né fatto sconti («Io me ne frego dell’empatia»).

L’happy ending nelle sue storie non esiste, le illusioni sono un inganno e persino i luoghi non mantengono le promesse: la scuola privata, i quartieri residenziali, le villette a schiera, non sono altro che facciate. Ogni tentativo di uscire dal seminato, ogni azzardo verrà inevitabilmente punito. Non c’è scampo, sembra dirci Yates (senza per questo risparmiarci grasse risate, ci sono pagine esilaranti nei suoi romanzi), e ce lo dice col disincanto di chi la sa lunga e può permettersi di scherzarci sopra. Un’altra ragione va cercata nella personalità complicata e contraddittoria dello scrittore, al tempo stesso affabile e detestabile, disciplinato e autodistruttivo, generoso ed egoista, liberale e bigotto. «Non stava mai bene nemmeno quando stava bene» ricorda la figlia Monica.

Incapace di adattarsi al mondo, Yates ha messo a dura prova la pazienza di chiunque, anche e soprattutto quella degli affetti più cari. Due divorzi, tre figlie lontane e dunque amatissime, amici fedeli che hanno fatto di tutto per aiutarlo fino al punto di arrendersi di fronte a un’inesorabile deriva autodistruttiva: cinque pacchetti di sigarette al giorno inflitti a polmoni provati dalla tubercolosi contratta in guerra (il fantasma della guerra aleggia su ogni vicenda raccontata da Yates, è nascosto nel passato di qualcuno o nel futuro imminente di qualcun altro), litri di whisky ingollati dalla mattina alla sera (tutti i suoi personaggi hanno sempre un bicchiere tintinnante nelle mani), innumerevoli ricoveri in ospedali psichiatrici (altro tema ricorrente, prima o poi uno dei suoi personaggi finisce in manicomio), e costante bisogno di soldi (che il suo editore, sant’uomo, anticipava sapendo che non li avrebbe mai rivisti).

Mi sono chiesta tante volte come diavolo sia stato capace, in quelle condizioni pietose e perseveranti, di scrivere in maniera così lucida e precisa (sono sette i romanzi prodotti e due raccolte di short stories). Per un periodo ha lavorato come ghost writer dei discorsi di Robert Kennedy il quale, pur conoscendo le abitudini poco ortodosse dello scrittore ha comunque confermato il suo incarico, a dimostrazione che l’abilità riusciva a emergere in ogni caso. Fino all’ultimo, Yates ha scritto. Si può dire che non abbia fatto altro nella vita insieme a bere e fumare. Tre diverse forme di addiction, due gli hanno distrutto il fisico, la terza lo ha fatto impazzire di rabbia e risentimento. Posso immaginare il suo sconforto il giorno che si trovò, solo, di fronte a una sala completamente vuota per un reading di Bugiardi e innamorati. O quando la critica stroncò ferocemente il bellissimo Il vento selvaggio che passa (l’amico Kurt Vonnegut, gli scrisse: «Immagino la tua tensione per l’uscita del libro, e credo sia per te più dura che per chiunque altro, perché tu sei tu e per te le cose sono più difficili»). O ancora, quando per la quindicesima volta gli venne rifiutato un racconto sul New Yorker. La faccenda del New Yorker, capitolo tristissimo, rappresenta un esempio di perfidia editoriale da manuale, soprattutto se si considera che quando, finalmente, la rivista si decise a pubblicare un suo racconto, Yates era morto da nove anni.

Gli anni ottanta sono il decennio più triste, gli anni dell’oblio. Solo, sempre ubriaco, Yates non può più permettersi di insegnare e non ha più un soldo. Il suo editore non ha intenzione di elargire altri anticipi e dubita che lo scrittore possa onorare il contratto che lo vede impegnato per un altro libro (cosa che invece farà, il caro, onesto Richard).

Trascorre gli ultimi anni della sua vita a Tuscaloosa, in Alabama. Ogni giorno trascina il suo lungo corpo fra il locale Crossroads dove mangia poco e beve molto, e il miserabile appartamentino in cui vive, e scrive. Seduto al suo tavolo da lavoro ricoperto di fogli, portacenere e bottiglie di birra, osserva le fotografie delle figlie appese al muro mentre alterna una boccata di sigaretta a una di ossigeno, rischiando di farsi saltare per aria. Ma a lui della vita poco importa.

Una volta diede fuoco al suo studio per aver dimenticato di spegnere l’ennesima cicca lasciata in giro. Incurante della propria incolumità, fece di tutto per mettere in salvo il manoscritto di Una buona scuola, ustionandosi le mani e intossicando ulteriormente i polmoni. Quell’episodio segnò un punto di non ritorno: ricoverato di nuovo al Belleville, la clinica psichiatrica di New York (onnipresente nei suoi libri), Yates ha le allucinazioni, è convinto di essere circondato da truppe tedesche, si nasconde sotto il letto. La sua sembra una causa persa, ogni tentativo di rimettersi in carreggiata è destinato a fallire. Nessuno va più a trovarlo tranne uno suo ex studente (Yates ha tenuto corsi di scrittura in varie università americane, conquistandosi l’ammirazione e l’affetto dei suoi allievi che lo ricordano come uno dei migliori insegnanti possibili), che uscendo dal Belleville dirà: «Non immaginavo che un uomo potesse degenerare a quel modo».

La tenacia del suo corpo lo ha tenuto in vita fino a 66 anni, fosse morto molto giovane o molto più vecchio avrebbe conosciuto la gloria, chissà.

Qualche giorno prima di morire telefona a un vecchio amico: «Vuoi sapere cosa ho fatto stanotte? Mi sono seduto sul letto, ho letto ad alta voce il primo capitolo di Revolutionary Road e mi sono messo a piangere come un bambino».

Ecco perché è importante sapere chi fosse Richard Yates, e ancora più importante è leggere le sue opere, in Italia pubblicate da minimum fax: se non ci è più possibile risarcire l’uomo, possiamo almeno rendere onore al grande scrittore e commuoverci a nostra volta sapendo che il Times, nel 2005, ha inserito Revolutionary Road fra i cento migliori romanzi in lingua inglese di tutti i tempi.

ARTICOLO n. 20 / 2021

Sapete chi è Tamino?

Perché il bello non è
che il tremendo al suo inizio
RAINER MARIA RILKE

La prima volta che sono entrata nel teatro Olimpico di Vicenza mi sono sentita male. Era pomeriggio, il teatro deserto e silenzioso.

Ho aperto una porticina dopo aver percorso un lungo corridoio, e di colpo, vertigini, spaesamento, lacrime. Forse la consuetudine nel frequentare i palcoscenici mi aveva tratto in inganno. Pensavo di sapere dove mi trovavo.

L’Olimpico è un monumento prima ancora di essere un teatro, e questo ne contraddice l’essenza: le scene fisse progettate dal Palladio, sontuose e inamovibili, fagocitano qualsiasi rappresentazione, diventando protagoniste esclusive della scena: il tradizionale vuoto del palcoscenico, necessario all’impianto delle scenografie, lì è già riempito. Tutt’altro che facile recitare in quel contesto. La ragione del mio mancamento non aveva tuttavia niente a che fare con il mestiere che ho svolto per tanti anni, non c’entrava nulla il timore reverenziale verso le tavole del palcoscenico.

Mi era accaduto ciò che notoriamente si racconta accadde a Stendhal, in visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze. Nel suo caso, mi si conceda l’azzardo, sentirsi sopraffatto di fronte a tali espressioni artistiche risulta alquanto scontato, se si possiede un animo sensibile. Ho visitato centinaia di luoghi da «togliere il fiato» (per il semplice fatto di vivere in Italia), e sarei in serio pericolo se mi fossi lasciata travolgere da tanta meraviglia. Ciò che mi trafigge è lo splendore inaspettato, è ciò che si nasconde dietro la porticina anonima. Mi è successo a Istanbul, scendendo gli scalini che conducevano alla cisterna Yerebatan, il meraviglioso palazzo sommerso, o lungo le rive del Gange, quando la nebbia del mattino, diradandosi, svelava lo spettacolo irreale della città di Varanasi.

Colpisce all’improvviso, come un temporale estivo, cogliendomi impreparata, perciò più vulnerabile. Ecco, sì, la vulnerabilità è la chiave di tutto. È causa dell’evento e al tempo stesso ne diviene effetto.  La crudeltà della bellezza infierisce sui più deboli, i quali soffrono e ringraziano. Mi fa male, ma sono felice, come quando massaggiando una parte dolente del corpo si prova quello strano miscuglio di dolore e sollievo…

E poi, di nuovo il nulla. L’apatia delle emozioni sopite che non vedono l’ora di essere risvegliate. Ringrazio iddio di non aver ancora perduto la capacità di farmi stupire malgrado il mio senso estetico si sia fatto sempre più esigente, e di conseguenza costantemente insoddisfatto. Le forme della bellezza sono per fortuna molteplici e talvolta ci vengono offerte, regalate, da chi ci conosce e sa dove colpire. È successo giorni fa.

Un sms: «Hai mai sentito Tamino?».

Chi mi scrive è l’amico più caro che ho e per ciò stesso so che in quel messaggio è contenuto un dono. La risposta «No» è contemporanea alla ricerca su Google, che in pochi istanti mi illumina e mi rivela chi sia questo Tamino.

Un ragazzo di appena venticinque anni, praticamente l’età di mio figlio. Nato ad Anversa (città che non conosco ma sulla quale fantasticavo da giorni, curiosa coincidenza, per via di un mio articolo sullo scultore Rembrandt Bugatti, che in quella città ha vissuto) da madre belga e padre egiziano. È molto bello Tamino, il cui nome mozartiano si deve a sua madre; possiede quello splendente e raro fascino frutto di fortunati incroci, e certamente è la sua avvenenza a colpire per prima: il viso scavato, gli zigomi alti, i grandi occhi mediorientali e tristi cerchiati da folte ciglia che paiono linee di kajal, i capelli forti di ventenne e il corpo magro ed elegante. Ma dal momento che nel messaggio mi si chiedeva se lo avessi «sentito», l’interrogativo riguardava l’udito più che la vista.

Infatti Tamino Amir Fouad è un cantante. Polistrumentista e compositore. E allora ascoltiamolo questo giovane fiammingo che canta in inglese.

È difficile, se non inutile descrivere l’udibile ma mi auguro facciate ciò che ho fatto io immediatamente dopo aver ricevuto il messaggio del mio amico Sandro, avendo l’accortezza di accedere ai video disponibili, perché è proprio dall’unione dei due sensi, vista e udito, che si produce l’incanto (anche se sarebbe meglio ascoltarlo prima di vederlo, e godersi la doppia sorpresa… da una voce così bella non si pretende un volto alla sua altezza, ci si accontenta, sapendo quanto sia poco generoso il Dio che la dispensa la bellezza, un Dio che con Tamino ha infranto le sue regole…). La voce ricorda Jeff Buckley, stessa dolenza e intensità. Stessa giovinezza prestata a un timbro adulto e profondissimo, a cui si aggiunge un’antichissima eco orientale. Comincio con Indigo Night e mi sembra di riconoscere sonorità a me care introdotte da un accordo di chitarra, semplice, lento ed essenziale che si stempera su immagini di una città ripresa dall’alto da un drone che vola su tetti e terrazze ricoperti di parabole, pochi secondi per capire che si tratta del Cairo. Poi Tamino comincia a cantare e sono sufficienti le prime note per intuire che Sandro ci ha preso. Non ho idea da dove arrivi quella voce, ma a me pare abbia attraversato continenti e spazi e tempo.

«Non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore» diceva Baudelaire. Anche io riesco a malapena a concepirla una bellezza senza malinconia, ho sempre detestato le canzoncine allegre, mi fanno tristezza. La voce di questo ragazzo è quanto di più struggente abbia mai ascoltato, è davvero difficile non farsi trascinare dal suo canto, e allora mi ci tuffo in quella malinconia e vado avanti cercandola negli altri suoi brani fino ad arrivare al più commovente di tutti: Habibi, «Amore mio». Non è a una ragazza che si riferisce il titolo, bensì al padre, che così lo chiamava quando Tamino era bambino (nulla è mai banale nei suoi testi), un padre egiziano figlio del più celebrato attore-musicista del suo paese a cui il nipote somiglia nei tratti e nel talento.

Scavando nella rete in cerca di informazioni che lo riguardano (ormai stregata dal suo incantesimo) capisco che è proprio la bellezza l’elemento che gira intorno alla famiglia Fouad, basta guardare le foto del famoso nonno (lo chiamavano «la voce del Nilo») ma soprattutto quelle del fratello minore Ramy, che ricorda l’efebico Tadzio di Morte a Venezia di Visconti, biondo, lineamenti minuti in contrasto con quelli del fratello, ma altrettanto impressionanti. E anche nel suo caso l’avvenenza non è fine a se stessa (e lo ripeto, già sarebbe sufficiente), ma si accompagna a un talento imprevedibile. Ramy, ventun anni (ventuno…) è infatti il regista dei video di suo fratello. Anche lui dotato di una maturità artistica sorprendente. Esemplare nella semplicità, e dunque nella perfezione, del video che accompagna il lamento dolente di Habibi: un impercettibile movimento di macchina che da un primo piano di Tamino dolcemente si allontana, discreto ed elegante, a piccoli passi, come se non volesse disturbare l’esecuzione della canzone…

Viene voglia di conoscerli i genitori che hanno messo al mondo tanta meraviglia, mi piacerebbe incontrare la madre, così importante nella formazione artistica dei figli. È lei che ha insegnato a suonare il pianoforte a Tamino, lei ha avuto l’intuizione, appena nato, di dargli il nome del giovane principe che combatte le forze del male con il suo flauto magico (Tamino Amir significa il principe Tamino), un nome da predestinato.

Lei che lo ha lasciato libero di andare ad Amsterdam, a soli diciassette anni, per frequentare il conservatorio. «Ero solo e non conoscevo nessuno, passavo le mie giornate in camera a scrivere canzoni» racconta Tamino nelle interviste dove non manca mai di ringraziare la madre, per «avermi fatto scoprire il mio destino».

I suoi riferimenti sono singolari per un ventenne di oggi, Leonard Cohen è un punto fermo così come i Radiohead, che il caso ha voluto mettere sulla sua strada. Di passaggio ad Anversa, il bassista della band Colin Greenwood, è andato ad ascoltarlo in un locale e ne è rimasto folgorato, tanto da voler collaborare alla registrazione di Indigo Night (ecco da dove venivano quelle sonorità a me familiari…). Avrebbe tutte le ragioni per montarsi la testa Tamino, prima fra tutte la giovane età, ma leggendo o ascoltando le sue interviste, emerge una peculiarità rara quanto la sua bellezza (o forse ne è l’origine?): l’umiltà.  Senza alcuna superbia, ma anzi con timidezza (quando scende dal palco torna a essere giovanissimo), Tamino dichiara il suo amore per la letteratura e cita Dostoevskij, Kundera, Keats come numi tutelari. Ciò che colpisce è la semplicità con cui si presenta davanti al pubblico: nessun artificio, non indossa costumi appariscenti, niente giochi di luce o trucchi scenografici. Non ne ha bisogno. Sul palco lui e la sua chitarra, tastiere e batteria lo accompagnano con discrezione. Vale la pena andare a vedere, su YouTube, il concerto dato all’Olympia di Parigi un paio di anni fa, nel quale Tamino invita il suo vecchio maestro di musica (da lui ha imparato a suonare l’Oud, il liuto mediorientale), il siriano Tarek Al Sayed, e gli rende omaggio lasciandogli la scena. L’umiltà.

Fra i tanti commenti sul concerto parigino, il più preciso è senza dubbio questo: «Painfully beautiful…».

Nell’album d’esordio, Amir, Tamino ha fortemente voluto la partecipazione dell’orchestra Nagham Zikrayat, composta da rifugiati siriani e iracheni, perché anche se è nato in Belgio e non parla una parola di arabo, sa che le sue radici affondano nella sabbia del deserto.

Non so cosa mi faccia credere con tanta certezza che la sua stella brillerà a lungo, forse l’incrollabile fiducia nel potere della bellezza (che non salverà il mondo, non lo salverà affatto) a cui mi aggrappo ingenuamente pur sapendo che gli ostacoli da superare, le trappole da aggirare, si affacceranno implacabili sul suo cammino. Il luminoso cammino di Tamino.

(L’avete mai sentito Tamino…?)