ARTICOLO n. 40 / 2023

PRODAJE SE

Un viaggio jugoslavo

Il viaggio è stato lungo, più lungo del previsto. Ceniamo al Poema di Popovača. Il nome italiano non fa presagire nulla di buono. Intorno a noi il buio della notte, rare case con i mattoni forati a vista. Nella sala che sa di fumo, due tavoli più in là, sta una coppia. Si vede che è una delle prime uscite. Ci trasmettono una certa tenerezza: i due si tengono la mano, chiacchierano, si scambiano sguardi languidi mentre la pizza di fronte a loro si raffredda. La nostra invece no. Appena ce la portano, la ingurgitiamo con appetito, cercando di non curarci che al posto del pomodoro c’è l’ajvar, una salsa di peperoni leggermente piccante, e che il prosciutto non è tra i più saporiti.

Solo al mattino capiamo davvero dove siamo. La villetta di fronte al nostro alloggio, a Potok, ha due leoni azzurri ai lati del cancello; potremmo essere in Veneto, pensiamo subito, se non fosse che attorno non vi è nessuna azienda a conduzione familiare, con relativa flotta di furgoncini bianchi e magazzino strabordante, nessuna bandiera autonomista, nessuna statale congestionata dal traffico. Solo campi, rimesse agricole, galline, case senza l’intonaco o fatte di legno annerito come baite mancate. 

Arriviamo a Podgarić che è ancora presto, dopo aver percorso una strada piena di curve tra alti alberi e improvvise aperture nella campagna. Facciamo colazione in auto: biscotti e succo di frutta che abbiamo acquistato poco prima in un piccolo negozietto che ci aveva sorpreso per l’ampia selezione di lumini da cimitero esposti in ingresso. Come se la morte qui fosse più diffusa di altrove. 

Tra la pioggia sottile che non smette di cadere, avvistiamo il primo spomenik, parola croata che su per giù significa “memoriale” o “monumento”. È in cima ad una collina, in un luogo assai scenografico. Lo raggiungiamo superando una recinzione e avanzando in un campo mezzo allagato. L’erba è zuppa, piena di funghi. Solo successivamente scopriamo che una stradina seminascosta ci avrebbe permesso di raggiungerlo più agevolmente. Con le scarpe sulla terra bagnata, pensiamo alle migliaia di mine che ancora infestano le campagne circostanti. 

La struttura alata, alta dieci metri e larga venti, trasmette tutta la forza del béton brut, la concretezza del reale e insieme un senso di mistero e di spiritualità. Il suo colore grigio ricorda quello dei pilastri delle tante casupole qui intorno. Proviene da un altro mondo, il monumento, e noi ci sentiamo soli, lontani dal nostro tempo. La patina di passato che lo ricopre (insieme al muschio, nella parte esposta a Nord) ci affascina, un po’ come può avvenire per effetto dell’estetica giapponese del wabi-sabi. Da quassù, dominiamo un paesaggio brullo, un piccolo laghetto artificiale su cui si distende un breve pontile di legno. L’Hotel Garić che vi si affaccia dev’essere pieno d’estate; ora è chiuso e silenzioso, sembra anch’esso abbandonato. Si sente solo il belare delle pecore che pascolano a valle, il suono dei nostri passi. Sarà per la voluta asimmetria dell’arco che sorge poco distante, una sorta di Stargate, per come le forme del monumento dialogano con le colline circostanti o forse per la pioggia, ma l’atmosfera è disturbante, malinconica, greve. Podgarić è stata base logistica e ospedaliera della Resistenza iugoslava; ai nostri piedi sono tumulati i resti di centinaia di partigiani e a giudicare dalla presenza di una corona di fiori ormai spoglia, qualcuno se ne ricorda ancora. Eppure il sito ci sembra destinato all’abbandono o, peggio, a diventare icona pop, sfondo per video musicali e spot pubblicitari. A Houston ne esiste già una versione fatta interamente di Lego.

L’intero territorio della ex-Jugoslavia è punteggiato da decine e decine di monumenti incredibili. Non stanno al centro delle piazze cittadine, ma là dove le battaglie, le stragi, le persecuzioni hanno avuto luogo (anche a opera di italiani, come a Podhum, vicino Fiume), quasi che la funzione del ricordare possa essere garantita anche, forse meglio, lontano dagli occhi della gente. 

Le forme e la simbologia di questi monumenti sono nuovi al nostro sguardo mediamente educato alla tradizione estetica occidentale; sono certamente vicini al brutalismo socialista e all’ideologia che promuoveva, ma in modo autonomo, come del resto relativamente autonoma è stata la Jugoslavia dall’Urss. Gli spomenik sono stati costruiti quasi tutti tra gli anni Sessanta e la fine dei Settanta, quando il governo titino cercava di rafforzare l’unità nazionale e di ricucire le ferite della guerra. Si trattava di ricordare le atrocità commesse durante l’occupazione nazi-fascista, ma anche, forse soprattutto, di dimenticare le divisioni etniche che di lì a poco sarebbero riesplose con tragiche conseguenze. Poi, a seguito del disgregamento della Federazione Jugoslava, queste testimonianze uniche sono state distrutte, vandalizzate o nel migliore dei casi abbandonate. Sono finite per parlare d’altro, ancora una volta. I memoriali eretti dal nuovo governo croato sono meno ambiziosi: piccole lapidi con una lista di nomi e il simbolo cristiano della croce.

Dopo pranzo (mangiamo un čobanac, il piatto dei pastori, uno stufato di carne tipico della Slavonia, un gulash più brodoso che scalda le ossa e l’anima), ci perdiamo nelle stradine secondarie verso il confine bosniaco. Case col tetto a spiovente curate in maniera maniacale (vasi di fiori coloratissimi disposti in ordine crescente, altrettanto ordinate cataste di legna da ardere), fienili e prati incolti scorrono nei finestrini. Prima veniamo seguiti dall’auto di una società di sicurezza privata, poi avvicinati da un furgone rosso di un bar (sic!) da cui scende un uomo che ci consiglia di andarcene: siamo in una zona calda, ci dice, è pieno di migranti che attraversano il confine proprio in questa strada. Siamo nel mezzo della cosiddetta “rotta balcanica” e non lo sappiamo. Premono sulle frontiere dell’Europa i disperati, mentre i potenti delle nazioni osservano il panorama imbarazzante delle migrazioni dai loro schermi. Li immaginiamo, gli oscuri burocrati, lavorare in sinergia per il nostro bene, per evitarci ogni seccatura; e gli agenti segreti che ascoltano con le cuffie lo stormire del vento, i fruscii delle foglie – le cimici sono state posizionate con cura – tentando di tracciare i movimenti di chi attraversa i fiumi, le montagne, i confini.

A Jasenovac l’impressione di sacralità è ancora maggiore; e molto più mesta, sarà anche per il treno posto poco distante che ricorda tante altre tragedie del Novecento. Il camminamento che conduce allo spomenik è fatto di traversine ferroviarie. Siamo nel luogo dove sorgeva uno dei più importanti campi di sterminio del collaborazionista Stato Indipendente di Croazia. Qui, per mano del regime degli ustascia, hanno trovato la morte un numero imprecisato, ma altissimo, di serbi, ebrei, zingari e comunisti. L’enorme fiore di cemento alto più di venti metri ideato da Bogdan Bogdanović ci pare bello soprattutto per come dialoga con il resto del paesaggio (il verde dei prati, la campagna). Sull’erba, cumuli e depressioni circolari sorgono in corrispondenza degli edifici del campo ora scomparsi – esempio ante litteram di land art? – come se la terra ribollisse e la vita potesse risorgere. È un monumento di resurrezione, quello che abbiamo di fronte, possente eppure armonico. Un inno alla vita celebrata in modo assai meno didascalico di quanto possa sembrare. In una sua intervista, Bogdanović racconta che la scelta del fiore è stata dettata anche da ragioni di opportunità politica: si trattava di ricordare, appunto, senza alimentare odi etnici e religiosi. Su internet vediamo delle foto dell’inaugurazione del 1966: una folla di persone, come mossa da un’invisibile mano, si accalca lungo le ali di cemento, quasi a volersi unire alla struttura. Il sito, questa volta, non è abbandonato. Ci sono anche delle indicazioni turistiche. Eppure siamo soli, ancora. 

Dopo aver risolto qualche problema con i colori della Polaroid, piccolo vezzo vintage che ci permettiamo, ripartiamo verso Osijek. Come sempre amiamo perderci; è il nostro modo di comunicare con i luoghi, soprattutto con quelli più reticenti. Prendiamo una stradina sterrata che costeggia il fiume Sava che separa Croazia e Bosnia. Sul nostro percorso troviamo numerosi ostacoli: rami e tronchi caduti, strettoie, buche, fango. Ogni oggetto qui è un confine tra noi e il resto, tra noi e la natura che ci appare improvvisamente selvaggia e indomabile. Sulla sponda bosniaca del fiume si intravedono celati accampamenti, tende solitarie erette, immaginiamo, per riparare qualche povera provvista, i resti di un falò di chi nottetempo ha tentato la fortuna a nuoto.

Tra pochissimo il sole sarebbe tramontato. Ma a tratti la Sava compare tra le fronde placida e bellissima, del colore dell’oro, poi sempre più rossastra, come le foglie multicolori degli alberi. La conversazione tra noi si fa più rada. Osserviamo con ansia le mappe sui telefoni che non hanno campo. Il ponte che avrebbe dovuto immetterci nuovamente in una strada conosciuta è crollato. Ne rimangono solo i pilastri al centro di un canale secondario. Prendiamo in considerazione l’ipotesi di tornare indietro, ma la strada è troppo stretta. Non ci rimane che avanzare lungo questo confine, tra i versi lontani di animali sconosciuti.

Al crepuscolo, due cavalli ci sbarrano la strada. Uno è bianco, l’altro baio, maestosi si stagliano nello spazio. Fermiamo il furgoncino, spegniamo il motore, scendiamo. Loro non si muovono di un centimetro. Ci guardano con i loro occhi grandi, puri, non ci stanno giudicando, ci guardano come se fossimo due uomini e basta. 

Per la maggior parte di noi Croazia significa il mare di Krk, le spiagge di Pag, le feste a Novalja, le code al confine la settimana di Ferragosto, l’Istria e le gite in barca. Sappiamo però che i Balcani sono la porta tra la nostra casa e l’Est Europa, sempre misterioso e affascinante. Nei nostri ricordi d’infanzia portiamo le spore di guerre dimenticate, qualche nome, suggestioni che facciamo fatica a organizzare, ma che ci rendono questo mondo non del tutto alieno.

Il fiume è come tutti gli altri. Quali significati porta con sé l’idea di fiume? L’acqua appena rotta in superficie trasporta zolle di terra bruna, rami, cadaveri di piccoli animali. L’aria è umida. Una costellazione di boe lontane brilla come la schiena del mare alla luna. Ripensiamo all’organo marino di Zara: le brevi onde comprimono l’aria in canne invisibili; il suono è sublime, echeggia nel vuoto, una musica del tutto inumana, eppure così naturale. La stessa che sentiamo ora.

Nel bosco, dopo parecchi minuti di auto, la seconda epifania: vediamo una dozzina di uomini silenziosi fissare la foresta. La loro presenza incongrua ci inquieta. Sono disposti a circa venti metri uno dall’altro. Guardano tutti nella stessa direzione, non verso il fiume, il fiume che di solito è perfetto per le razzie dei pesci gatto che mangiano uccellini morenti, gatti, piccoli roditori per poi essere cucinati sulle braci, ma verso l’interno. Non capiamo il perché di questa postura. Abbiamo letto dei respingimenti illegali e inumani, di una bambina morta nel fiume Dragogna (stavolta tra Croazia e Slovenia) nel tentativo di oltrepassare un altro confine. Vicino a noi, una bambina ha lasciato la mano della mamma mentre era in mezzo al fiume, la corrente l’ha trascinata via, il suo corpo non si è neppure trovato, naviga sul Danubio o forse addirittura in mare aperto. Ci domandiamo: se un migrante sbucasse improvvisamente da quei rami laggiù, salisse rapidamente quest’argine e ancora bagnato, con occhi supplicanti ci chiedesse aiuto, che faremmo? Cominciamo a precisare: aiuto per cosa? Per raggiungere il primo villaggio o per raggiungere l’Italia? Un modo come un altro per aggirare la questione. Che faremmo se qualcuno ci chiedesse aiuto? Tenderemmo la mano a quella bambina? Quello che pensiamo di essere coincide con quello che siamo davvero?

Dopo un’ora di sterrato, sbuchiamo in un piccolo villaggio di stalle, trattori e di case a un piano. Siamo inseguiti da un’auto grigia, che poco dopo accende i lampeggianti. Il primo contatto con il mondo lasciato il fiume è la polizia in borghese. L’agente in tuta da ginnastica grigia scende dall’auto. Ci chiede un sacco di informazioni: chi siamo, dove andiamo, che cosa fotografiamo. In effetti non siamo venuti per i migranti, non siamo venuti nemmeno per gli spomenik. Perché allora siamo venuti? Ci fa aprire le borse, il cruscotto. Alla fine l’uomo, serio, ci intima di andarcene. Questo non è un buon posto dove stare.

Proseguiamo verso Osijek allora, via da quel confine. Alloggiamo in una casa a un piano, fuori città. La proprietaria per l’occasione si è trasferita dalla figlia nella casa a fianco. È una donna grassa e rubiconda. Ci dona delle merendine a forma di orsetto ripiene di latte condensato appena ci vede, forse le sembriamo sciupati. Alle pareti della casa ci sono i ritratti di quelli che immaginiamo essere i suoi figli e i nipoti (in uno scatto, uno indossa la divisa jugoslava da marinaio); qualche libro, qualche vecchissima guida del parco naturale lì vicino, una serie di amari e liquori pieni di polvere nella vetrinetta della cucina che non assaggiamo. La signora esce da casa della figlia con un modem in mano, da cui pende un cavo. Internet! Internet!, ci dice, come fosse una ricchezza inestimabile. Si vede che ci tiene a darci un buon servizio.

Il giorno dopo, ci perdiamo a Nord della città capoluogo della Slavonia, tra campi percorsi da una rete di canali e le paludi del parco naturale. Non possiamo non sentirci a casa: potremmo essere tra le barene della nostra laguna, sugli argini del Delta del Po. Pescatori in giubbotto mimetico sono in fila sulla riva di un canale. Visti da lontano, con il binocolo, fanno impressione. Sembra sia in corso una manifestazione sportiva, un torneo. E poi rane, ricci, lontre, casette per il bird watching dappertutto.

Nel vicino paese di pescatori, Kopačevo, ogni casa ha una carpa disegnata sulla porta. Le campane della chiesa bianca, appena vicino all’unico bar, la domenica suonano per dieci minuti almeno. La carne grassa del pesce gatto sfrigola nella cucina di qualche taverna. Edifici fatiscenti o non finiti recano non sappiamo con quale speranza la scritta Prodaje se (si vende), mentre incongrui e sbiaditi cartelli turistici punteggiano questa desolazione. Passeggiamo per il paese: un’unica strada su cui si affacciano case e anziani sospettosi. Ci accompagnano due cani randagi: uno è grande e slanciato, l’altro più tozzo si muove a fatica. Istintivamente ci è simpatico. Il posto ci sembra allegro, con le sue case basse, colorate, con le sue carpe disegnate, con le campane che suonano per un tempo lunghissimo.

Invece Vukovar è scura e seriosa; città martire della guerra di indipendenza croata del ’91. La torre idrica, quasi distrutta dalle bombe, è stata conservata per ricordare la passata devastazione. Al centro, un enorme albergo abbandonato conserva i segni della battaglia, come molte altre abitazioni. Il Danubio è bellissimo a quest’ora, il confine con la Serbia si accende dei colori del tramonto. Immaginiamo di percorrerlo tutto, di arrivare a Belgrado e poi proseguire fino al mar Nero. I pescatori in riva al fiume si scaldano accedendo piccoli fuochi sui massi dell’argine artificiale. A giudicare dalla loro età, tutti hanno vissuto giorni terribili, non riusciamo a non pensarci. Da noi sono ormai pochissimi quelli che possono dire di aver visto direttamente la guerra. Come può vedere il mondo, o anche solo un fiume che è un confine, chi ha vissuto un assedio di ottantasette giorni?  

Al parco Dudik c’è l’ennesimo spomenik. Cinque coni alti 18 metri, sormontati da una punta di rame e circondati da monoliti a forma di barca, quasi che sotto l’erba ci fosse una città sommersa di cui restano appena visibili pinnacoli misteriosi, come il campanile del lago di Resia. Non vi è alcuna indicazione. Il sito, recentemente restaurato su pressione della comunità serba, è in evidente stato di abbandono. Qui è avvenuta una delle più cruente esecuzioni di civili per rappresaglia contro la Resistenza partigiana. Nel boschetto di gelsi (Dudik) dove siamo, c’erano le fosse comuni. Per terra, giacciono i resti di qualche passata commemorazione, una corona distrutta con scritte in cirillico (che qui è sempre più mal sopportato). Stando alle indicazioni di Bogdanović, il progettista è ancora lui, il visitatore dovrebbe arrivarci come arriverebbe alla leggendaria tomba di Porsenna. Tutti questi monumenti, in effetti, implicano una esplorazione e una scoperta. Se fosse voluta, l’assenza di indicazioni sarebbe geniale. 

Vicino, in un campo di calcio non recintato, si gioca una partita. Il silenzio è irreale. Anche il pubblico tace assorto nel sole freddo. Sentiamo i calciatori ansimare. Poi un urlo improvviso: la squadra di casa ha segnato. La partita finisce poco dopo, pacche sulle spalle. Più in là, il muro di una casa è perforato da numerosi proiettili, una barca giace sul ciglio della strada non si sa da quanto.

A cena mangiamo un pesce gatto che non avremmo mai mangiato in altre occasioni. A casa, osserviamo con un certo disgusto i pochi pescatori che si affacciano sul Fratta Gorzone, il corso d’acqua più inquinato d’Italia, denso e grigio, per pescare questi bestioni infestanti che hanno la carne grassa con un riconoscibilissimo sentore di fango. Prima di ripartire tentiamo di acquistare una zucca; sono esposte in una carriola appena fuori dal nostro alloggio. Ma le kune mancano e non c’è modo di pagarla in altro modo. 

Attraversiamo la frontiera bosniaca a Bosanska Gradiška, superando un ponte sulla Sava, il fiume che avevamo precedentemente costeggiato. La fila infinita di Tir in attesa dei controlli doganali ci fa capire che stiamo uscendo dall’area Schengen. Giungiamo a Banja Luka, capitale della Republika Srpska, una delle due entità territoriali in cui è stata divisa la Bosnia ed Erzegovina dopo la guerra, quella a maggioranza serba. Durante la cena, in un locale fumoso, ubriachi in tuta da ginnastica e giovani donne vestite di tutto punto ridono sguaiatamente. Pensiamo che qui morte e vita debbano presentarsi in forme estreme, grottesche. Le famiglie non possono che essere quelle descritte da Danilo Kiš.

Scendiamo verso Sud. La strada si distende tra montagne rocciose, boschi, verdissime colline. La natura forte e impenetrabile non pare adatta ad ospitare l’uomo. Eppure avvistiamo, uno dopo l’altro, piccoli fuochi ardere tra le valli apparentemente disabitate, colonne di fumo che ci fanno percepire l’umano per indizi. Nei rari centri abitati, altri fumi. Sono quelli dei fuochi accesi per distillare la rakija, bevanda nazionale, quasi sempre prodotta da prugne o mele fermentate. Enormi alambicchi in rame stanno sui cortili delle case, come delle piccole locomotive ferme alla stazione. Uomini sono accovacciati attorno alle fiamme, come i pescatori di Vukovar.

Entriamo nella cosiddetta Federazione croato-musulmana. A Donji Vakuf i cimiteri islamici sono a bordo strada. Lapidi semplici a forma di piccolo obelisco riportano solo il nome del defunto. Nessuna foto. Sono dappertutto: vicino ai cortili delle case, sul ciglio della strada; i cimiteri sono diffusi e non protetti da alcuna barriera visiva – muretto, recinto, alberi – quasi che fosse inutile nascondere la morte, radunarla in luoghi specifici per toglierla dalla vista. Il sepolcro è elemento del paesaggio che però ci appare tutt’altro che mortifero. Nei pressi di una moschea, alcuni ragazzi grigliano la carne a pochi passi dalle sepolture. Ridono e scherzano e sorprendentemente non ci sembra irrispettoso.

Sulla collina Smetovi si gode della vista completa sulla città di Zenica. Da quassù brillano al sole le finestre dei lontani palazzi e le colonne di fumo bianchissimo che escono dalle tante ciminiere della zona industriale. Alle nostre spalle, l’ennesimo spomenik: una sorta di enorme cavatappi costruito nel ’68 e poi ricostruito in anni più recenti dopo essere stato distrutto. Qui i cetnici massacrarono più di trenta combattenti partigiani impegnati contro l’occupante nazi-fascista. La collina oggi è un luogo di aggregazione: troviamo decine e decine di famiglie, ciascuna con tavolo, sedie, asciugamani. Tanti sono i musulmani: le donne portano il velo e gli uomini non bevono birra. Un gruppo di amici sta cucinando fagioli e stinco di vitello. Uno di loro, che ha vissuto per venticinque anni in Texas, ci informa che il tempo di cottura è stimato in 4 ore. 

La notte è tesa, un vestito appena stirato pieno di strappi. Nel piccolo paese che attraversiamo, la locanda è illuminata a fatica, i morsi delle tenebre non lasciano scampo alle lampare. Entriamo trattenendo il respiro. Un solo tavolo dove quattro uomini mangiano stancamente (occhi acquorei per il fumo, braccia possenti e sporche, bocche deformate da sorrisi alcolici, una è deturpata da una cicatrice). Ci avviciniamo al bancone. Un cameriere anziano e panciuto sta lustrando posate e bicchieri. È possibile mangiare qualcosa? La fame ci attanaglia, ci morde lo stomaco, un modo come un altro per sentirsi umani e mortali. Seduta ad un tavolo, persa nell’ombra, una donna fuma silenziosa. Il cameriere ci pensa un po’, poi fa un cenno affermativo con la testa. Ci fa accomodare ad un tavolo tra gli altri sparecchiati. Dalla finestra vediamo la strada che si perde nel vuoto, la nostra immagine riflessa sul vetro. La sovrapposizione delle immagini è perenne, il mescolamento impossibile. Più in fondo, i resti di una gru dimenticata, un paio di vagoni ferroviari trasformati in stalle. L’oste arriva poco dopo. Ci apre il menù sotto gli occhi, non parla. Lo scambio è ridotto ai minimi termini. Questo, almeno, bisognerebbe imparare: adottare una comunicazione sostenibile, amica dell’ambiente. Decifriamo solo in parte le lettere che compongono una lingua straniera; le pagine sono unte, le sfogliamo con due dita. Antipasti, piatti di pesce, piatti di carne, contorni. Non riusciamo a deciderci, non abbiamo voglia di leggere. Quando torna, dieci minuti dopo, ordiniamo la prima cosa che ci viene in mente. Lui dice che non c’è scuotendo la testa. Indichiamo un’altra pietanza. Non c’è neppure quella. Allora interviene indicandoci un piatto, un singolo piatto, l’unico disponibile. Ci arriva una brodaglia rossastra nella quale pezzi di carne galleggiano qua e là come scogli perduti, iceberg fumanti. Mangiamo lo stufato con il pane, sollevati, finalmente, dall’assenza di scelta. 

Il giorno seguente, facciamo colazione all’Hotel Pino di Sarajevo; è un albergo di lusso immerso nella natura. Potremmo essere in Alto Adige. Lì vicino ci sono i resti del villaggio olimpico che ospitò i giochi invernali del 1984. La pista da bob abbandonata è diventata un’attrazione per turisti; noi la vediamo di sfuggita, nascosta testimonianza dell’esistenza di un paese che non esiste più e che non abbiamo conosciuto. L’intera città, la capitale multietnica e affascinante, non ci si svela. Sembra nascondere le tracce di quell’assedio sanguinosissimo e logorante di cui abbiamo solo letto.

Il mercato di Džemala Bijedića è un tumulto di persone di tutte le età ed etnie. La gente si accalca tra bancherelle di montagne di vestiti, scarpe, cappelli, cinture, orologi, attrezzi di ferramenta. Qualcuno si prova un vecchio cappotto in vendita per pochi marchi. Tre donne stendono un lenzuolo al sole per tastarne la qualità. Sorrisi sdentati, mani tremanti, qualcuno azzanna le solite salsicce ficcate dentro a panini scaldati sulla griglia. Ci sembra impossibile comprare qualcosa, eppure in questo mercato, tra questi volti, c’è quello che stiamo cercando. Allontanandoci, incontriamo una signora dall’aria dignitosissima; espone su un telo ciò che ha da vendere: due paia di calzini, una bambola sporca, qualche forcina per capelli.

A Vogošća l’ennesimo monumento. La città è stata una delle più colpite dalla guerra civile che ha dilaniano il paese tra il ’92 e il ’95. Nessuna informazione, solo una struttura rettangolare di cemento con incisioni e bassorilievi. Al centro si apre una ferita, uno squarcio: potrebbe rappresentare il dolore che non si rimargina o forse la forza vitale che continua a uscire da quella che è a tutti gli effetti una cripta. Da sopra la collina dove sorge lo spomenik si vede la nuova moschea, bianca, col minareto di vetro. Assomiglia a una piscina. Un gruppetto di giovani che fumano marijuana ci osserva indifferente.

Ritorniamo verso Nord. Lungo la strada le presenze antropiche sono come al solito scarse. Il terreno è pieno di doline e depressioni. Qualche venditore di miele o di cavoli cappucci. Arriviamo a Bihać che è sera, dormiamo in un appartamento vicino a un fiumiciattolo e una piccola cascata. La memoria, ancora. Bihać è stata protagonista di episodi particolarmente cruenti durante la Seconda Guerra mondiale (è stata liberata e poi riconquistata dall’Asse) e poi durante la guerra civile, quando in lungo assedio morirono migliaia di persone. 

La mattina raggiungiamo la collina di Garavice, appena fuori città, dove c’erano le fosse comuni. La nebbia è fitta. L’erba cresce alta, libera, come da noi non succede più. Parcheggiamo il furgone e raggiungiamo il monumento camminando sull’erba, come era successo a Podgarić. L’emozione è forte, intensa. Dalla nebbia, una dopo l’altra, emergono alcune colonne fatte di blocchi di cemento giustapposti. Tredici in tutto. Ci ricordano le enormi statue dell’Isola di Pasqua. Un sentiero ci passa in mezzo, creando così quello che ci sembra un percorso di ascesa e purificazione. L’aria fredda ci riempie i polmoni. Bogdanović (il progetto è ancora suo) le chiamava “le sue donne”, figure in lutto, meste, sebbene prive di connotati umani. Anche qui mancano pannelli informativi, qualsiasi simbolo religioso o nazionale. La salvezza, se esiste, è fuori dall’identità, dal senso di appartenenza. È nelle cose, nella loro silenziosa presenza. In questa sorta di Stonehenge della morte sono le forme a parlare. Tornando, notiamo i resti di un falò, qualche bottiglia di vodka. 

Il viaggio, come ogni viaggio, non si conclude una volta tornati a casa, anzi. Le immagini accumulate lievitano nel cervello. Portiamo con noi la disarmante malinconia emanata da questi luoghi, diffusasi come un vento radioattivo, i colori così diversi da quelli mediterranei, una piantina che morirà poco dopo e un sacchetto di cioccolata con i canditi, dolcissima e indigesta, che pure non abbiamo il coraggio di buttare. Proseguiamo, quindi, a camminare guardinghi tra i nostri pensieri inesplosi.

ARTICOLO n. 42 / 2024