Carlotta Vagnoli

ARTICOLO n. 29 / 2022

FORD ESCORT

Ricordo con precisione la prima volta in cui ho desiderato morire.

Avevo sette anni ed ero in vacanza con i miei genitori, sui Pirenei.

A loro piaceva molto girare l’Europa in macchina e tenda da campeggio e la Francia del Nord è stata una delle mete preferite di quegli anni d’infanzia.

Entrambi i miei genitori parlavano fluentemente il francese e si erano appassionati alle zone meno turistiche del paese. In più, la qualità dei campeggi d’oltralpe era innegabilmente migliore rispetto a quella italiana: le piazzole erano immerse nel verde, enormi, i servizi igienici erano puliti, il silenzio era quasi assordante. 

In Italia ricordo invece dei bagni pubblici che più che toilette erano armi batteriologiche con notevoli esempi di quella di dripping su tutti i muri e a discapito delle leggi della gravità, piazzole talmente piccole da poter sentire i vicini copulare o russare, autostrade sopraelevate passare sopra agli spiazzi dei campeggiatori.

Una volta, in un camping del centro Italia, andò a fuoco la tenda di un nostro vicino ed eravamo così appiccicati gli uni agli altri in quel minuscolo spiazzo che abbandonammo in fretta e furia la vecchia canadese, convinti che avremmo preso fuoco anche noi. Per fortuna non successe: il vento girava a favore, perciò andò a fuoco l’altro vicino, quello che si trovava sventuratamente dal lato opposto al nostro.

La vecchia tenda canadese comprata dai miei genitori nel lontano 1983 diventava per un mese la nostra dimora itinerante. Il rituale di montaggio e smontaggio di pali, tiranti e stoffa impermeabile pesantissima, era un gioco familiare che mi emozionava sempre.

Ognuno aveva un compito: mio padre picchettava, mia madre che da sempre ha una mente logica e pragmatica metteva i pali nel posto giusto, io sistemavo le stuoie e i materassini nell’interno. 

Era un esercizio di convivenza, una sorta di propedeutica alla cooperazione sociale: montando quella tenda imparavamo a darci dei ruoli diversi, quasi paritari, tutti egualmente essenziali nella catena di montaggio e che esulavano per qualche ora dalla gerarchia che la struttura familiare spesso impone.

La notte mi sembrava di essere di nuovo piccolissima. Dormivamo tutti e tre nella tenda, che era uno spazio molto grande. Io sul lato sinistro e, separati di qualche spanna, mia madre e mio padre con il loro materassino.

Ho imparato la sopportazione, in quei viaggi. Mio padre russa come un trattore ingolfato e mia madre è talmente precisa da far saltare i nervi. Io, che ho il sonno da sempre leggero e soffro molto la precisione, vivevo quelle giornate come se fossero delle sfide intense e al tempo stesso dei divertenti giochi a premi per capire come poter essere meno confusionaria e imparare ad addormentarmi seguendo il ritmo cadenzato del russare del mio babbo.

Con questo peculiare allenamento sviluppai un discreto senso del ritmo e una metodologia paramilitare di impacchettamento e spacchettamento delle valigie che mi sarebbe poi tornata utile (molti anni più tardi, davanti all’inevitabile tournée di promozione del primo libro, mi sarei ricordata di quell’insegnamento sull’arrotolare i vestiti per poter ottenere più spazio nello zaino).

Ma il vero nucleo del viaggio, la sua anima, si svolgeva nelle tratte in macchina.

La vecchia Ford Escort a diesel azzurrina, immatricolata nel 1986, era un concentrato di lamiere, interni in plastica nera e sedili di un tessuto che sotto al sole sapeva raggiungere la temperatura di fusione del piombo. Ai miei occhi però, sulle strade di montagna e quelle parallele al Mare del Nord, diventava un rifugio accogliente in cui il tempo si cristallizzava per ore e ore e tutto perdeva la sua contestualizzazione: che anno era? E noi, eravamo davvero mortali?

Si potevano fare un sacco di cose nell’abitacolo del vecchio motore dal design simil-sovietico.

Leggere, mangiare, distendersi nel baule spazioso come un divano, dormire, fare giochi di società e perfino fare i compiti per le vacanze che mi dava la maestra.

Nei sedili sul retro avevo creato uno spazio perfetto in cui ogni mia richiesta era a portata di mano, mia o di mia madre, a cui bastava passarmi ciò di cui avevo bisogno senza neanche girarsi.

Grazie al mio stoico sistema vestibolare, non ho mai sofferto il mal di macchina – o di mare o d’aereo.

Perciò ho imparato presto che potevo leggere i miei libri anche mentre la vecchia Ford si arrampicava su per i tornanti più impervi e le strade più tortuose dei Pirenei.

Ero – sono tutt’ora – impressionante, non ho mai avuto un solo momento di esitazione gastrica.

Questa abilità mi permetteva di leggere ad alta voce i libri che divoravo nel tempo libero, cosicché potessero sentirli anche i miei genitori, come se fossi una sorta di antesignano audiolibro da ascoltare mentre loro erano concentrati sul viaggio.

Non ero fan della fiction per bambini, perciò spaziavo da Calvino ad Agatha Christie, da Buzzati alle poesie del Pascoli. 

Decantavo versi o pagine di narrativa distesa con le gambe all’insù e la testa penzoloni dal sedile, i piedi nudi, nessuna preoccupazione.

Davanti avevo mamma e babbo che pensavano a tutto il resto. Tutto quanto. E il tempo per me cessava di esistere.

Spesso non mi interessava neanche la meta finale della tappa.

Un microcosmo perfetto per una bambina, un luogo in movimento in cui fare conoscenza in modo filtrato (dai vetri del finestrino) di ciò che avevo intorno e diretto (con i libri) per ciò che invece contribuiva alla mia emotività.

Il punto fisso, ciò che rendeva unica questa esperienza, era ovviamente la presenza dei miei genitori sui sedili davanti, in una simbolica posizione di guida, del veicolo ma anche della mia stessa esistenza.

Osservavo con amore infinito le gestualità di mia madre che apriva il finestrino a manovella della Ford, che scricchiolava furiosamente con il sole ma che scorreva agile e senza rumore con la pioggia. O il suo sfogliare le mappe cartacee che a me erano indecifrabili e che lei invece sapeva decodificare così bene che non ci siamo mai persi, in tutti quei viaggi, per tutti quegli anni.

Ero incantata dall’accendisigari – questo cimelio automobilistico mi manca tantissimo nelle nuove macchine, era un capolavoro per noi tabagisti – che mio padre azionava premendolo per poi accendersi una delle sue sigarette che in Italia erano le MS e in Francia diventavano le Gitanes Papier Maïs: dopo che bruciava la punta della sigaretta, il mio babbo mi permetteva di tenere in mano quell’aggeggio misterioso e io guardavo il filamento di metallo diventare incandescente e luminoso per poi pian piano spegnersi. 

Ricordo il mangianastri.

Era un rito nel rito.

Cassette con su inciso Battiato (credo di sapere a memoria tutto La voce del padrone proprio grazie a uno di quei viaggi lì) o De André (Non al denaro non all’amore né al cielo lo imparai come se fosse un’unica preghiera). Cassette che spesso si incastravano nel mangianastri e dovevano essere riavvolte nella bobina con una penna, facendole girare su loro stesse.

Perfino gli impedimenti più noiosi del quotidiano, come dover fare pipì o riavvolgere una cassetta, diventavano speciali.

Avevamo tutto: i nostri luoghi, la nostra velocità, la nostra colonna sonora, la nostra casa su ruote e quella con stoffa e pali, su terra.

Fu netto, il pensiero.

Arrivò intrusivo e lucido, tagliente come un foglio di carta preso di striscio con il polpastrello. 

«Io non voglio che finisca mai».

Subito dopo successe una cosa che capitava di rado, vista la prudenza alla guida dei miei genitori: mio padre dovette sterzare di colpo per evitare un’altra auto che stava uscendo dalla sua corsia.

Fu rapido, velocissimo, come il rush di adrenalina che dai polsi mi prese il viso e poi i piedi.

Dicono che quando hai paura il sangue confluisca tutto alle estremità per garantire la fuga.

Eppure io non avevo avuto nessun istinto, nessun movimento involontario che facesse intendere il mio desiderio di ripararmi da un eventuale impatto frontale.

Io rimasi ferma, seduta nel mezzo, sui sedili posteriori, con lo sguardo fisso a quella macchina che veniva dritta verso di noi. Ero calma. Ero pronta.

Fu allora che arrivò a farmi visita quel pensiero.

Fu allora che desiderai di morire per la prima, primissima volta in vita mia.

Pensai, lo ricordo con chiarezza, che sarebbe stato bellissimo morire in un incidente, tutti e tre insieme, sul colpo, nella nostra Ford Escort azzurrina dal design simil-sovietico e con Battiato in sottofondo che cantava Summer On a Solitary Beach.

Sarebbe stato bellissimo perché in quel modo la nostra vacanza perfetta, il nostro limbo di amore familiare, sarebbe durato in eterno e privato dall’inevitabile sofferenza di chi invece è, per come va la vita, costretto a rimanere.

Non sapevo da dove arrivasse quell’immagine, non pensavo di essere capace di saper pensare alla morte, che allora io non conoscevo: nessuno era ancora venuto a mancare nella mia famiglia e io non ero sicuramente quella che si può definire una bambina cupa. Ero estremamente silenziosa, questo sì, ma non triste o quantomeno non così pragmatica da pensare alla fine della vita. Soprattutto a quella degli altri.

Pensai però che sarebbe stato bello finire felice, con un bonus sorrisi per chi rimaneva: una famiglia che se ne va in coro alla fine è meno triste e dolorosa di una famiglia che si estingue man mano.

Pensai che se fossimo morti in quel preciso momento nessuno di noi avrebbe dovuto affrontare il lutto per la morte degli altri due. E io sapevo, sapevo già precisamente che se tutto fosse andato come previsto dalla vita che riteniamo «lineare», quella persona che avrebbe dovuto affrontare la perdita sarei stata prima o poi io.

Fui talmente folgorata da quella che credevo essere una rivelazione geniale che, poco dopo il frontale evitato da mio padre, sottoposi ai miei genitori quel bizzarro finale di stagione che avevo previsto per la nostra vacanza: perché, dissi, non moriamo tutti e tre insieme?

E lì accadde una cosa che non avevo previsto minimamente e che avrei capito soltanto molti anni dopo: i miei genitori, senza neanche girarsi, scoppiarono a ridere.

Una risata unanime e di pancia, irrefrenabile, pura, che mi sconvolse perché davvero, davvero non riuscivo a comprendere cosa ci fosse di assurdo in quella mia richiesta così seria e apparentemente così lucida.

Loro ridevano di quella che per me era la via più semplice per tutti, quella che avrebbe comportato il famoso lieto fine.

Sono passati ventotto anni da quell’estate in cui per la prima volta pensai alla morte.

Nel frattempo ho sperimentato tante volte il lutto sulla mia pelle.

Ho imparato cosa voglia dire sopravvivere al dolore, al tempo e allo spazio che divide i corpi di chi va e di chi rimane.

Ripenso spesso a quell’estate sui Pirenei, alla nostra Ford azzurrina a diesel dal design simil-sovietico, ai miei libri letti a testa in giù e al rituale della tenda canadese.

E penso ancora, quasi quotidianamente, al momento in cui, se tutto andrà come ahimè deve, rimarrò io quella che deve sedersi al posto di guida. 

Adesso ho capito il senso di quella risata.

Gianna e Valerio ridevano perché loro erano già grandi.

Io, quel giorno, sui Pirenei ho urlato chiaramente che non ero pronta a diventare grande. Che io, il dolore, non lo volevo proprio considerare come alternativa, che la mia sopravvivenza era legata a doppio nodo con la loro.

E che a me andava benissimo così.

Anche se non è così che la natura opera.

Ci sono momenti, poco prima di dormire, in cui il pensiero di sopravvivere ai miei genitori mi rende impossibile il sonno.

E di nuovo sento quel rush di adrenalina che parte dai polsi e si dirige veloce alle estremità del mio corpo, preparandomi alla fuga.

Eppure mi trovo a dover rimanere in quella posizione senza vie di fuga, stavolta neanche immaginarie.

Il passaggio all’età adulta è smettere di cercare scappatoie dallo spazio ma soprattutto dall’andamento lineare del tempo, da cui non possiamo evadere, anche se a volte ci sembra possibile grazie a quei momenti di incredula bellezza che sappiamo vivere soprattutto nella prima, primissima infanzia.

Ricordo chiaramente la prima volta in cui ho desiderato di morire. 

E quando adesso ci ripenso mi viene da ridere. 

Di gusto, in modo cristallino e puro, proprio come Gianna e Valerio fecero ventotto anni fa in quella Ford Escort.

E capisco, tra una risata e un nodo alla gola, di essere diventata, finalmente e mio malgrado, un’adulta anche io.

Se stai vivendo situazioni di disagio psicologico, non sottovalutarle. Per informazioni e supporto visita: Telefono Azzurro o Telefono Amico.

ARTICOLO n. 14 / 2022

Sympathy for the devil

Un bel po’ di tempo fa ho avuto una relazione brevissima, di quelle che chiamarle relazioni mi fa quasi sorridere, che hai giusto il tempo di dire, «Ehi, sembra molto interessante!», ma poi si rivelano essere solo una costruzione inesistente poggiata su fondamenta di pancarré inzuppato d’acqua.

Ci conoscevamo da anni: io vivevo ancora a Milano, avevo i capelli rosso fuoco e non soffrivo gli hangover. Stiamo parlando, dunque, di una vita fa. 

Mi era amico, appariva e spariva a intervalli regolari ma era una persona su cui potevo sicuramente contare quando mi succedeva qualcosa che mi faceva stare male. 

Bella testa, penna così così: aveva quella cosa tipica delle persone intelligenti, che non si applicano perché alla fine «massima resa e minima spesa» è più allettante: un potenziale così pigro non l’ho mai visto in tutta la mia vita e me ne sono sempre dispiaciuta. 

Una persona davvero interessante, ma che non ero mai riuscita a incrociare per una relazione o anche solo una scopata occasionale. Solo una volta ci eravamo quasi andati vicino ma poi, sul più bello, lui scelse una modella svedese al posto mio e io finii fidanzata con un ragazzo delle mie parti. Tutto tacque per anni, ma non la nostra amicizia: lui si subì stoicamente le mie lacrime per altri uomini e io le sue ansie per altre donne.

Ci siamo rincorsi a più riprese senza mai concretizzare, complice anche la mia attenzione che non resta troppo a lungo sulle cose: mi distraggo, dimentico, non rispetto le scadenze (e qui la redazione di The Italian Review lo sa bene), sparisco per giorni, ho un pessimo rapporto con Whatsapp, inizio a trovare più attraente stare in casa che uscire, odio le sorprese e tante altre meraviglie che mi fanno passare da sociopatica. Quando in realtà sono solo piuttosto svampita.

Poi, però, in questo gioco di apparizioni e sparizioni, io e lui abbiamo incrociato i nostri flussi. Per caso. Una sera in un locale.

Con un limone da sedicenni e un postumo da sbornia degno di ogni bella serata. E la relazione ha dunque preso forma.

Iniziata con il botto, con uno slancio di romanticismo che solitamente è presagio di poca sostanza (come quelle feste piene di decorazioni glitterate che riescono a mascherare il pessimo alcol e la musica di merda in filodiffusione) ma a cui non ho voluto dare il peso che in realtà meritava: una relazione ibrida, tra un film di Muccino (urlano tutti, si corre un sacco, ci sono tremila comparse e fidanzate nascoste) e una canzone di Lucio Dalla (ancora lacrime, un sacco di lacrime, «un sacco di capelli che non si riescono a contare»). Il suo declino è  iniziato presto.

Certo, all’inizio era bello. 

Poesie, libri, note scritte sul telefono e inviate mentre l’altra persona dorme, treni, stazioni, litri di vino – postilla per il futuro: se beve più di me può esserci la non così remota possibilità che abbia un problema con l’alcol – viaggi, libri, auto, case, fogli di giornale: tutto da manuale e una tenerezza bambina che non lasciava spazio ai discorsi da adulti.

Ci sono volute poche settimane infatti per capire che la mia, più che la figura dell’amante, era la figura della madre. 

Con tutti i mali che questa cosa può comportare.

Divento presto la nemica, colpevole di andare veloce e avere una vita caotica (si chiama lavoro, ma tant’è). 

I miei consigli diventano presto armi, la mia richiesta di maturità diventa impertinenza, il mio essere concreta diventa segnale di stronzaggine. 

Il bisogno di confronto costruttivo sui temi a noi cari diventa anch’esso un fardello dal quale liberarsi e la mia immagine, da divinità greca scesa in terra avvolta in una veste di lino bianco, si trasforma nella figura della matrigna di Cenerentola.

La capacità di reciproco arricchimento e crescita che qualsiasi relazione dovrebbe dare assume di colpo l’aspetto di una minaccia che mina la tranquillità dell’altro. E l’altro comincia a essere screditato in modi più o meno bizzarri, più o meno maturi («stai a fa’ la punta ar cazzo» assurge a frase emblematica di questa mia seconda opzione).

Di colpo la voglia di risolvere i problemi era diventata una cosa di cui non parlare, le mie necessità erano di troppo, esistevano solo le sue. Ogni mio bisogno – dal semplice dormire insieme al mio desiderio di confrontarmi su aspetti che i nostri lavori ci portano quotidianamente ad affrontare – era visto come pesante, come motivo di ansia, come qualcosa che si poteva evitare perché non serviva, a detta sua, per assicurare la riuscita della relazione. La mia paura di essere invisibilizzata nella storia era diventata una bambinata. Fino a quando questa paura non si è realizzata e io, di punto in bianco, sono stata divorata dalla sua necessità di non affrontare le cose. E da un giorno all’altro mi ha fatta sparire. Come se fossi un pezzo di un programma elettorale che era appena stato spuntato e su cui non tornare più. Non avevo più voce in capitolo su di noi, su di me in quel primordiale agglomerato sociale che è la coppia, su quelle che erano le mie richieste. Non c’ero più. 

Ho smesso presto di piangere per il fallimento di questa relazione che tanto desideravo e ho ritrovato la lucidità. 

E ho capito che non era lui, proprio lui, solo lui a essere così: era tutto il sistema.

Tutto il fottuto sistema in cui viviamo.

Il percorso che ha preso questa vicenda sentimentale al sapore di un film con Laura Morante (si fuma un sacco e si urla, si urla sempre anche lì) mi era infatti davvero familiare. 

Ho avuto come l’impressione di aver già visto questo meccanismo più volte ma non in altre relazioni, bensì in una pratica quotidiana a cui assisto con rassegnazione ormai da tempo: quella con cui la bolla conservatrice liquida le istanze progressiste e le tematiche sociali che ultimamente prendono spazio nell’editoria, sui giornali e sui social media. 

Per capirci: se fate divulgazione, scrivete o anche semplicemente ricondividete un contenuto altrui su un diritto civile o sociale che vi tocca o vi sta particolarmente a cuore, sono più che convinta che tra i commenti o gli inbox da voi ricevuti troverete almeno tre, «eh, ma che pesante», oppure, «ci sono cose più importanti», ma anche dei «ecco che arriva la maestrina».

Non è un vizio di forma dei social media, ma una prassi culturale sistemica di mantenimento del controllo.

Chi detiene il potere, infatti, per poter continuare a fare un po’ quello che vuole, usa da sempre dei metodi di retorica piuttosto standardizzati e talmente diffusi da essere entrati di prepotenza nel nostro uso quotidiano.

Prendiamo il dibattito sul ddl Zan per fare un esempio.

Lega e Fratelli d’Italia per mesi hanno cercato di liquidare le istanze previste dal decreto originale affermando che fosse superfluo, inutile, che ci fossero ben altri problemi, che esistessero già leggi ad hoc per le situazioni specificate nella bozza, che fosse divisivo, problematico, contro natura, una potenziale rovina della calma e della tranquillità del Belpaese.

Invalidare le istanze civili non è sicuramente cosa nuova e recente come l’affossamento del ddl Zan.

Pensiamo allo ius soli. O alla richiesta di riconoscimento da parte del SSN di vulvodinia e neuropatia del pudendo come malattie croniche e invalidanti. O ancora alla legalizzazione della cannabis: tutte cose che sono reputate pericolose, o inutili, o fuori dal tempo.

Ogni volta in cui si propone un’istanza, questa viene liquidata dall’intero sistema come superflua, come viziata, come potenzialmente rovinosa.

L’ultimo caso, in questo senso, è tutta la polemica su schwa e linguaggio inclusivo, che ha animato i conservatori di tutto lo Stivale che hanno perfino creato una petizione su change.org (diretta a chi?) per vietare (come?) l’uso della schwa (perché?) che avrebbe, secondo loro, distrutto la lingua italiana (quando?).

E questo smisurato terrore davanti all’inevitabile cambiamento linguistico, civile e sociale, si porta dietro un’infinita tenerezza che coincide con la smania di detenere il potere e il controllo in ogni modo possibile, anche schiacciando gli altri, i loro bisogni, il loro linguaggio, i loro desideri. 

In più, piccolo off topic, fare leva sulle paure ataviche della gente è l’unico modo in cui la destra del giornalismo – che si finge di sinistra perché altrimenti non tirerebbe manco tre copie in croce – ha per vendere: la paura come forma di controllo è la cosa più vecchia che ci sia, talmente vecchia da far quasi pena.

«Pesantoni», «pericolosi», «maestrine», «rompicoglioni», «viziati», «rancorosi» sono tutti termini che vengono affibbiati a chi è esigente di cambiamento.

Un cambiamento che per sua stessa natura deve mettere in crisi. Perché  – spoiler! – senza crisi non esiste crescita. 

Il problema è che questo modo di invalidare le istanze altrui, a forza di vederlo replicato all’infinito in ogni nostro sistema di riferimento, lo abbiamo portato anche tra le mura di casa.

Nelle nostre relazioni. Nelle interazioni con chi troviamo su internet. 

Nell’amore e in tutti gli altri demoni che ci permettono di vivere nel mondo.

Abbiamo disimparato il confronto preferendo la fuga, ma prima di fuggire preferiamo screditare il nemico. Quando spesso questo nemico neppure lo è.

Riprendendo il mio incipit: se anche una persona cosi sveglia e a noi vicina adotta il metodo del sistema per silenziarci o sviare dalle giuste richieste che apportiamo per le nostre necessità, allora vuol dire che non siamo più in grado di sostenere una conversazione su larga scala.

Se anche il più piccolo agglomerato sociale, ovvero la coppia, crolla davanti alla necessaria spinta verso l’accrescimento reciproco, come pensiamo che possa funzionare un dibattito così esteso?

Abbiamo disimparato a fare le cose insieme. Crescere, innanzitutto. 

Abbiamo dimenticato la cooperazione, sia questa tra due, tre, quattro o quattro milioni di persone.

Individuiamo da sempre le proposte di crescita, scontro e confronto come pesanti, non necessarie, invadenti, superficiali. Perfino diaboliche, alle volte.

Eppure io ho sempre avuto una certa simpatia per quel diavolo lì.

Quello che ti smembra le fondamenta e ricostruisce la casa dal primo mattone, con il fervore di chi crede davvero in chi ha davanti: sia una istanza sociale che una singola persona, un compito, un lavoro, un amore. 

Ho sempre avuto a cuore quel gioco di tacita sfida e fiducia che porta alla crescita, senza il bisogno di liquidare l’interlocutore come inadatto o di serie b.

È proprio questa la natura della crescita stessa: farsi del male per creare nuovi spazi, finalmente abitabili, preferibilmente in compagnia (che brutto demolire da soli).

Trovare interlocutori – in qualsiasi campo della vita – che non abbiano timore della sfida costruttiva e distruttiva è stimolante e lo stiamo dimenticando, facendo strada a gossip da rotocalco e benaltrismo.

Ricominciare a giocare, mettendosi in gioco a nostra volta, è la parte centrale del percorso di crescita. E spesso è proprio la più divertente.

Dopotutto, qualcuno diceva: 

What’s puzzling you is the nature of my game.
Pleased to meet you, hope you guess my name.

ARTICOLO n. 6 / 2022

VIETATO FUMARE

C’è questa foto, che è stata scattata a Palermo, in cui rido e ammicco girata verso la macchina fotografica.

È sera, fa caldo e ho una canotta nera con le spalline sottili, la borsa bianca di tela sulla spalla e un bicchiere, di quello che sembra essere gin tonic, stretto nella mano destra.

Collanina azzurra al collo, capelli raccolti, sudore sul viso.

Intorno ho degli amici, chiacchierano tra di loro, una persona alla mia destra è mossa, sta ballando.  

Io strizzo un occhio, e rido, a bocca spalancata. Porto degli occhiali da sole bianchi, non so di chi.

Dovrebbe essere l’ingresso di un locale, ma non si capisce bene: tutto intorno è molto buio, si intravede della carta da parati in lontananza. 

Io rido al centro della scena e sono completamente bruciata dal flash della macchina fotografica analogica. 

I contorni non sono a fuoco, anzi, quasi tutta la mia figura non lo è, si distinguono a malapena la borsa di tela e le mie stesse mani.

Sto partecipando all’evento di una rassegna culturale, sono gli ultimi giorni di settembre e fa ancora caldissimo.

Non si nota subito ma se si strizzano un po’ gli occhi si vede che tra le mani ho una sigaretta, anch’essa totalmente fuori fuoco. 

Io stessa c’ho messo un po’ per individuarla.

Non si vede il fumo, la sovraesposizione ne impedisce la permanenza sulla pellicola: il bianco del flash e quello del fumo si annullano a vicenda.

Il ragazzo che ha scattato la foto me l’ha mandata qualche settimana fa e io ne sono stata particolarmente felice: sotto Natale, nel pieno della quarta ondata, con una serie di dubbi su ciò che saranno tour, festival ed eventi culturali da qui a maggio, il ricordo di un momento di quasi-libertà mi fa apparire un bel sorriso sulla faccia.

Ritaglio la foto, la raddrizzo, scrivo una caption in cui si capisce che quella era una festa, che era ottobre, che era bellissimo, che spero che ricominci presto la voglia di assembramento e premo «posta sul profilo». La foto adesso si trova su Instagram. 

Quando posto le foto che mi piacciono spesso dimentico che i social sono, sì, finestre sulle nostre quotidianità, ma hanno un valore assolutamente parziale.

Ahimè, ci metto ben poco a ricordarmelo.

Succede infatti che la foto inizia a ricevere commenti e il sentimento di claustrofobia di questo secondo anno di coronacene risulta assai – mi perdonerete il gioco di parole – pandemico

Chi ricorda con tristezza i giorni estivi. Chi ha mancanza della normalità. Chi sente nostalgia per Palermo e per «i sorrisi, l’alcool e l’amore», come scrive il mio amico Ignazio.

Ci sono commenti su quanto la foto sia sfocata ma ugualmente intensa, c’è chi chiede da dove vengano gli occhiali da sole e chi invece si sente contagiato dalla mia felicità impressa sulla pellicola.

Tra questi commenti, però, ne intercetto uno piuttosto lungo, che sembra non aver molto a che fare con il mood generale, bensì con ciò che stringo tra le dita: la famosa sigaretta.

È un blocco piuttosto lungo in cui questa persona mi accusa di promuovere «sostanze dannose, pericolose, che creano dipendenza» e aggiunge che «come scelta personale va benissimo ma fare pubblicità gratis alle multinazionali che campano sulla distruzione della salute è brutto». Più sotto la sua arringa continua, ribadendo che «quanto fumi sono cazzi tuoi (…) hai un potere e questo deve essere considerato quando è usato».

In tutto ciò, io, sulle prime, continuo a non capire a cosa si riferisca, dal momento che la sigaretta nella fotografia, come dicevo, non riuscivo a vederla. Poi, metto più a fuoco, e mi scappa quasi da ridere.

Insomma, quello rivoltomi, è un rimprovero per la presunta superficialità con cui avrei mostrato il vizio del fumo, vizio che mi porto dietro da ormai un paio di decadi e che appare e scompare periodicamente grazie a momenti esistenziali rilassati e senso di colpa: fumare è la mia personale sfida con cui spesso, non lo nego, mi sollazzo, premiandomi o punendomi a seconda dei giorni sul calendario. 

L’accusa della persona che evidentemente non è aficionada alla mia pagina – altrimenti avrebbe saputo che ho smesso di fumare subito dopo quel tour palermitano e che il vizio del fumo, comparato ai vizi che ho portato avanti per una vita, è davvero una bazzecola da educande – verte sul fatto che io, in quello scatto, inneggerei al tabagismo facendo da supporter alle multinazionali che commerciano in nicotina. 

Insomma, ciò che questa critica voleva dire è che rendere cool – ma come poi? – un gesto che uccide le persone è una cosa che chi come me ha un certo seguito non dovrebbe fare e, nel caso, che lo faccia di nascosto, al riparo dagli occhi dei bambini, sia mai che qualcuno pensi a questi maledettissimi bambini. 

La prima reazione che mi è sorta spontanea è stata cercare di capire quando io mi sarei tramutata in madre di un popolo invisibile denominato con il termine collettivo e ben poco identitario di followers, che l’autore del commento reputa incapace di comprendere – secondo una personalissima scala di valori morali – la differenza tra bene e male, giusto e sbagliato, su una cosa così elementare.

Ma la seconda osservazione che questo commento mi ha portato a fare è stata di carattere più ampio e mi ha ricordato che su internet corrono brutti tempi. 

No, non sono una di quelle persone che condanna il mezzo social dicendo che tutto sta andando a puttane per colpa dei dispositivi mobili e che moriremo soli sbranati dai gatti o investiti dagli autobus perché non sappiamo più comunicare e non contempliamo il mondo intorno a noi: io credo davvero che internet e i social media siano un mezzo assimilabile al progresso più che all’autodistruzione del genere umano.

È infatti proprio grazie ai social che molte delle istanze sociali e civili, che per anni sono state insabbiate, trovano oggi un luogo di dibattito e un mondo in cui confrontarsi.

Categorie da sempre silenziate possono prendere per la prima volta parola e alzare la loro voce. Non è poco, anzi: è l’abc dell’inclusività.

Penso però che il coronacene abbia accelerato qualche processo e che, dopo un isolamento prolungato in cui l’unico mezzo possibile per la socializzazione era ed è quello digitale (che è privo di regole e limiti), le urgenze civili e sociali stiano andando un pochino oltre a quella che è la capacità stessa del metamondo.

Il punto che mi interessa comprendere, in un flusso di pensieri che vomito qui sopra, è quanta responsabilità stiamo addossando al singolo avatar e soprattutto in che modo.

Ripartendo dall’antefatto della sigaretta invisibile mi ritrovo a pensare a quanto ci dia pena l’azione altrui, come se questa potesse e dovesse sopperire alle mancanze sociali che sono invece responsabilità di un sistema educativo statale, di sovrastrutture politiche universali.

E questo vuoto culturale e istituzionale si manifesta davanti ai miei occhi in un duplice modo, con due diverse fazioni che agiscono esattamente nella stessa maniera: nel punire, senza rieducare, ogni singolo individuo che commette l’imperdonabile errore del giorno.

Quindi da una parte abbiamo i conservatori, la parte della comunità intellettuale e politica che si appella al passato, che condanna la vacuità delle istanze delle nuove generazioni e le azioni dei singoli rappresentanti delle stesse, che propone un linciaggio basato sul mero gossip e cerca di sputtanare gli esponenti del movimento progressista invalidandone le tesi con giochi che sono più simili al bullismo che alla vera e propria critica politica e sociale.

Persone che chiedono che certe cose si facciano a casa nostra, a porte chiuse, non davanti ai bambini perché poi «la teoria del gender come ce li farà crescere?», «dove andremo a finire, signora mia?», le battaglie vere sono altre e questa gente passa il tempo a farsi i tatuaggetti a forma di cuore sulla pelle e a usare asterischi e cancelletti.

Dall’altro lato, vista la più totale mancanza di una politica che sia giovane e consapevole del paese reale, la giusta rabbia del progressismo spesso si arena in baggianate e rivolte di massa verso singoli comportamenti. Che lasciano spazio solo a personalismi e quindi a nessuna dimensione di complessità, finendo con l’imporre divieti senza spiegare per cosa si venga effettivamente puniti.

Spesso succede anche una cosa bizzarra, tanto da fare il giro: come nel caso della sigaretta di cui sopra, si finisce per incolpare il singolo di una sua scelta personale – discutibile, come ogni vizio, dopotutto – chiedendo a gran voce di nasconderla, perché altrimenti «che modello educativo dovrebbe venirne fuori?».

Questo procedimento mi ricorda proprio quello proibizionista e perbenista che tanto vogliamo smantellare e usa proprio i mezzi punitivi del conservatorismo per generare silenzio e terrore.

Ecco, in entrambe le situazioni da me appena citate il problema è proprio il modello educativo: non lo dovrebbero dare i singoli e non si dovrebbe imputare ad altri in uno slancio di idolatria. Sentimento che nasce proprio dall’assenza di reali sistemi educativi di riferimento.

Non dovremmo cercare la perfezione in un sistema parallelo, ma in quello che abbiamo e che dovrebbe guidarci e che si sta dimostrando sempre più incapace nello stare al passo con i tempi della rivoluzione culturale nata sui social.

Gli stessi social sono diventati, da palestra di dibattito prolifico quale erano, dei giganteschi contenitori di frustrazione. Una frustrazione più che legittima, che nasce dall’essere costantemente inascoltati, ignorati, invisibilizzati. 

Ma che non trovando sfogo e ascolto adotta gli unici mezzi che conosce, ovvero quelli del padrone.

Nei talk che accompagnano le presentazioni dei miei libri mi viene chiesto spesso cosa si possa fare per convincere i nostri amici, vicini di casa, parenti, ad abbandonare posizioni fasciste o retrograde ed escludenti. E ogni volta che mi viene posta questa legittima domanda io mi sento terribilmente affranta perché un sistema che da sempre ci ignora, ci fa anche credere che la responsabilità ricada su di noi, sulle categorie marginalizzate, sui singoli, come se dovessimo istruire le persone con devozione e abnegazione.

Ridendo, dunque, rispondo sempre a questo quesito che a convertire le persone una ad una ci ha già provato una persona nata a Betlemme. E infatti non è andata a finire troppo bene.

Nell’ansia di frenare il vomito biliare delle personalità tory del nostro panorama politico e culturale finiamo per scordarci che è al sistema che dobbiamo rivolgerci o perderemo totalmente la complessità del nostro pensiero. È al sistema che dobbiamo imporre di educare e sensibilizzare.

E la complessità è essenziale quando si battono dei nuovi sentieri, come quello della rivoluzione culturale in cui stiamo ampiamente entrando, perché senza comprendere limiti e potenziali si finisce per applicare le teorie con confusione (come, ad esempio, richiedendo una donna qualsiasi al Quirinale. Ma se quella donna fosse antiabortista, razzista o con posizioni politiche liberali andrebbe davvero bene? Dove perdiamo la logica, tra la teoria e la pratica a ogni costo?).

Mi ritrovo spesso a confrontarmi con canali di informazione e media che fanno dei disservizi giganteschi: basti pensare a come viene trattata la violenza di genere dai canali mainstream e come non si sappia ancora scrivere di femminicidio, deresponsabilizzando il sistema culturale che ne è la sua stessa, chiarissima, matrice.

Mi trovo anche a dover ricordare a redazioni televisive e personalità di spicco che stanno davanti alle telecamere e a milioni di spettatori che la propaganda antiabortista in prima serata dovrebbe essere vietata. Mi trovo, di base, ad interagire con quelle che sono le fonti secondarie di informazione e apprendimento, il cui carattere universale ha quindi una portata catastrofica nella sopravvivenza di stereotipi e bias culturali. È in questi sistemi che dobbiamo inserisci esigendo dialogo e cambiamento.

Questi sono infatti ambienti ottimali per poter intavolare un discorso di applicabilità della rappresentazione corretta delle categorie marginalizzate.

Ma prendere le foto di una influencer di otto anni fa in cui usa una terminologia che oggi sappiamo essere senza dubbio alcuno razzista e darle della stronza traditrice non è altrettanto intelligente, anzi: la punizione esemplare non interviene qui, perché stiamo applicando retroattivamente cose che purtroppo sappiamo soltanto oggi e grazie alle voci di chi si sobbarca un peso enorme e che non dovrebbe essere suo.

I giornali, il sistema, le fonti, i ragionamenti sono da portare nei luoghi di comando perché è lì che sono sempre mancati ed è il sistema educativo stesso che deve sobbarcarsi una nuova visione del mondo che sia comprensiva di tutte le persone.

La guerra tra poveri, la chiamo io.

Quella lotta tra persone che si menano virtualmente dimenticandosi del sistema e appigliandosi a minchiate di controllo serve solo a perdere tempo gratificando nel breve periodo ma lasciando intatto un meccanismo che procede imperterrito con i suoi anacronistici e goffi ragionamenti e in cui difesa si schierano dei veri e propri bulli di professione, impauriti dal nuovo che avanza.

Il fulcro di questa mia rubrica a cadenza mensile sarà quello di analizzare i limiti di un sistema vetusto, chiuso, crudele e comprendere dove inizi la complessità del progressismo, che spesso perdiamo davanti al fumo di una sigaretta, un divieto troppo netto e privo di senso, alla voglia di rendere retroattivo qualcosa che retroattivo non può essere e a porre dei dubbi sul perché una infografica sia il nuovo mostro invisibile del giorno.

Sento che ci stiamo perdendo via la complessità.

Nel dubbio ci penso un po’ su, accendendomi una paglia.

Non vogliatemene, nel caso mi permetto di ricordarvi, però, che il fumo uccide.

ARTICOLO n. 16 / 2021

Il corpo è politico?

La prima volta che ho letto la parola «troia» abbinata al mio nome ero in terza media e fumavo una delle mie prime, stupide sigarette nascosta dietro al muro della palestra, quello pieno di scritte fatte con il pennarello.

Noi ragazze andavamo ogni giorno a controllare che nessuno ci avesse lasciato messaggi d’amore o di ingiuria, in un misto di ansia ed eccitazione che finiva quasi sempre in una repentina disillusione: i temi più gettonati erano la Fiorentina o i professori. Le poche ragazze citate erano sempre le stesse, bellissime, che facevano palpitare i miei compagni ma che non erano minimamente interessate al primo, goffo, approccio al sesso prepuberale.

Quel giorno – era verso la fine della scuola, prima degli esami – vidi il mio cognome, con una bellissima grafia, scritto con un pennarello rosso a punta morbida: «Vagnoli troia». Tutto in stampatello, senza pretese di grandezza – era una scritta piuttosto piccola, ma terribilmente potente nel suo significato.

Non capii come fosse giusto reagire. Una parte di me voleva essere considerata una brava persona senza epitaffi di questo tipo, su quella che a tutti gli effetti era la più grande bacheca a nostra disposizione prima dell’avvento del digitale. Ma qualcosa dentro di me scalpitava.

Non ho mai saputo chiamarlo per nome, quel sentimento di rivalsa che ti esplode dentro quando ti danno della troia: è qualcosa che parte da dentro e risponde al vecchio adagio che fa più o meno «ora ti faccio vedere io di cosa sono capace». Anni dopo, davanti a quel plotone di esecuzione (semicit.) che fu la mia prima shitstorm sui social media, in cui ricevetti tantissime volte tutte insieme la parola troia riferita al mio corpo e alla mia persona, mi sarei ricordata di quel giorno davanti al muro della scuola, arrivando a capire la stretta connessione che intercorre tra il corpo e la morale patriarcale che divide le donne e chi si identifica nel genere femminile in sante e, appunto, puttane. Contribuendo a eliminare le seconde dai giochi di potere e dal tavolo della discussione.

Troia è infatti uno slur sessista.

Per slur intendiamo una parola che nel corso del tempo acquisisce un significato ghettizzante e che si riferisce ad un preciso target e a una determinata categoria marginalizzata. Avremo dunque slur omofobi, razzisti, transfobici, abilisti e, in questo caso, sessisti. Si distinguono dai normali insulti proprio per il loro indirizzo collettivo.

Il potere degli slur è ovviamente quello di veicolare un’emozione negativa.

Gli slur sessisti sono principalmente variazioni peggiorative del termine «prostituta» e non pensiamo che siano poche le parole in esame: Edgar Radtke nel 1980 sintetizzò che all’epoca esistevano ben 645 epiteti corrispondenti alla parola «puttana», quindi avoglia a depotenziarle tutte.

Il punto focale di questa interconnessione tra parola e significante è però un altro, quello del valore morale che si porta dietro e della norma da cui nasce. Perché ogni donna ha ben presente cosa succede quando qualcuno le rivolge la parola troia contro, come se fosse un proiettile: ci si sente immobili, nude, private di un valore che non capiamo bene da dove arrivi.

Ma come si diventa, per il mondo tangibile, delle troie?

Semplicissimo: fottendo la norma che si accosta allo stereotipo.

Per prassi secolare, infatti, per essere sante bisogna corrispondere a un modello ben preciso, edulcorato, educato, che occupi poco spazio e sia riverente e devoto.

Questo accade perché le regole che disciplinano gli stereotipi individuano una sottomissione eterna al male-gaze («sguardo maschile») del genere femminile, che deve ricevere una precisa educazione basata proprio sulle qualità sociali che ci si aspetterebbe da una donna.

Perciò viene da sé che le qualità che si accostano agli stereotipi di genere debbano essere preservate.

Esemplare in questo senso è il lavoro di Elena Gianini Belotti che nel suo Dalla parte delle bambine del 1973 estrapola proprio questi meccanismi –consci o replicati in maniera autonoma ed involontaria, che si applicano nella crescita delle figlie femmine.

Il procedimento di stereotipizzazione, come spiega Belotti, non si ferma nell’infanzia ma prosegue durante tutto il corso della nostra vita e implica che in ogni momento, chiunque tradisca queste norme, verrà punito fino al proprio pentimento (in questo caso abbiamo come perfetto exemplum, fino alla rilettura in chiave storica della sua figura alla fine degli anni ’60, Maria Maddalena che da prostituta si redime e abbraccia la Fede diventando così icona della redenzione).

È qui che dunque si incastra la forma mentis della troia: una persona che tradisce – ecco che abbiamo il famoso senso morale: il tradimento è onta di virtù e permane nella sfera delle emozioni –; una regola fissa tramite la sovversione del suo proprio corpo – ecco qui la dimensione terrena – alla legge patriarcale.

Le dimostrazioni in cui questo accade sono molteplici, ma hanno tutte un comune denominatore: l’autodeterminazione.

Si può infatti chiamare troia una persona con una gonna troppo corta, una sex worker, chi ha partner occasionali o chi esplora il sesso nella vita pratica o semplicemente nella teoria (aiutatemi a dire «sex columnist»). Ma anche chi si discosta dal senso comune, chi flirta per prima, chi apre le gambe per piacere e non si chiama Bocca di Rosa: insomma, se lo scegli sei nella sfera del dolo, non della colpa.

Questo perché la prassi millenaria vuole che il sesso per la donna sia passività, un mezzo con cui dare e mai ricevere. Quest’ottica di accessorietà rispecchia perfettamente il ruolo sociale che il genere femminile ha nel mondo e la sua invisibilità (formidabile in questo senso il lavoro di Criado-Perez, Invisibili) che passa soprattutto dalla conoscenza del proprio corpo e dal suo utilizzo come strumento politico.

Già, ma perché chiamiamo il corpo femminile un corpo politico?

Un corpo è politico quando si fa carico di messaggi, riappropriazioni e rivoluzioni in una società che ne vuole il controllo, etico e pratico, sviluppando leggi che ne limitino la libertà, ignorandolo a livello rappresentativo e cancellandolo quando non rispecchi l’assoggettamento a cui dovrebbe sottostare.

In questo caso, la riappropriazione del nudo, della sensualità, della malizia, della pornografia e del sex work vanno a trasgredire le standardizzazioni patriarcali creando una narrazione diretta e non più secondaria, annullando il male-gaze di cui sopra e ponendosi come SOGGETTI del desiderio, ribaltando il paradigma che Karley Sciortino sintetizza come «presumibile predatorietà della sessualità maschile» in contrapposizione alla «presumibile passività di quella femminile» (Karley Sciortino, Generazione Slut).

La ridefinizione dei ruoli sessuali in ottica sex positive e postpornografica ha avuto origine nelle sex wars di fine anni ’80 in cui il movimento femminista ebbe una scissione: da una parte le radicali (e puttanofobiche) capitanate da Dworkin e MacKinnon e dall’altra il movimento sex positive che rivendicava una nuova libertà di fare del sesso mettendo al centro il corpo e la persona, non il desiderio maschile e le regole imposte dal binarismo di genere.

La riappropriazione del nudo, delle pratiche come il BDSM e dell’industria del porno si inserivano in un nuovo modo di narrare l’educazione sessuale ed i corpi, cercando di distruggere il tabù legato al corpo femminile.

Su questo, cito il lavoro di Annie Sprinkle che, nella sua performance del 1990 intitolata Public cervix announcement, inseriva uno speculum in vagina ed invitava gli spettatori ad osservare la sua cervice: fu rivoluzionario e provocatorio, mostrava cosa si nascondesse dietro a ciò che tutti vogliono ma non vedono mai, perché nel porno mainstream il corpo femminile è tutto tranne che umanizzato.

Rimettendo al centro la scelta della singola persona e l’autodeterminazione dei corpi si procede quindi a una liberazione sia in termini etici depotenziando gli slur che vengono usati nei confronti di chi non sottostà alla fruibilità fallocentrica che diventa dunque ininfluente; sia in termini prettamente economici con la creazione di nuove industrie del porno etico, sex work de-stigmatizzato, maggior consapevolezza e sicurezza e creazione di un’alternativa lavorativa per chi fa o vuole fare sex work.

Con il boom dei social media, la capacità di rappresentazione del singolo, della sensualità e anche del sex work è aumentata esponenzialmente.

Il dibattito sul corpo nella immediata contemporaneità è ai massimi storici e include ogni tipo di corpo: con disabilità, grasso, non binario, non bianco.

Insomma, la discussione sembra essere di nuovo centrale in materia di femminismo intersezionale tanto da essere finita in kermesse sanremese in una Rai boomer e assolutamente non pronta a certe discussioni.

La frase di un brano in gara, che si domandava cosa c’entrasse twerkare con la lotta contro il patriarcato, ha scatenato nella bolla social un boato piuttosto unanime di critiche che sottolineavano come il corpo sia invece centrale nella ridiscussione delle regole preimposte. Nonostante il passaggio si riferisse all’idolatria, è stato comunque indicativo vedere l’onda di rivendicazione che ne è scaturita, dando un chiaro metro di paragone di quanto il corpo e la sua libera espressione siano argomenti essenziali e reputati intoccabili, soprattutto dalla GenZ.

Faccio un altro esempio. Ha scatenato un dibattito di proporzioni mai viste prima anche una puntata del programma RAI  sempre lei! – Detto Fatto, andata in onda il 25 novembre scorso, che suggeriva un tutorial su come fare la spesa «in modo seducente». Ovvero: su come essere prede perfette e sensuali tra gli scaffali di un supermercato.

È impossibile, ormai, che un caso del genere passi inosservato.

Perché è ai massimi storici la distruzione del sapere precostituito su ciò che un corpo femminile dovrebbe fare. E a essere investiti sono proprio i canali di diffusione mainstream che sembrano ancora non aver compreso la velocità di un movimento che sta distruggendo a colpi di culo politico tutto ciò che ci ha sempre ingabbiate, dentro a scatole da noi mai scelte bensì subite.

In battuta finale, nei progetti per il futuro, io mi figuro una rivoluzione del linguaggio che coincida nella riappropriazione del termine che ha dato vita a questa mia riflessione, il termine «troia».

Rivendicarne la maternità diventa infatti un modo sublime per depotenziare lo slur sessista per antonomasia e che ancora oggi ha il potere di escluderci dai giochi e rimetterci in un angolo, declassando chi mostra il proprio corpo ad un essere politico di serie B.

Nel 2018 la struttura della mia scuola media è stata demolita per essere poi ricostruita, con nuove forme e spazi più ampi e finalmente liberi dall’amianto.

Il muro davanti al quale per la prima volta mi sono sentita donna, nuda, fragile è stato fatto a brandelli e con lui ogni scritta, ogni onta, ogni ricordo.

Questo, a mio avviso, dobbiamo fare con la parola troia: buttarla giù, farla a pezzi, ricostruirla e farla nostra per poi poterla vedere finalmente per quello che è: una parola senza più alcun potere.