Sylvie Richterová

ARTICOLO n. 42 / 2022

ORIZZONTI DENTRO E FUORI

In una via stretta e buia cammino sola. La strada, deserta e lunga, fatta di muri di palazzi, alti e lisci. Privi di finestre, di porte, di forme. Fa nero dappertutto. Da dietro mi si avvicina un rumoroso gruppo di ragazzi. Giungono veloci, uno di loro mi rivolge due parole. Forse ho risposto, forse no. Mi mette un braccio intorno alle spalle, come se fossimo amici, la mano destra sulla mia spalla destra. Sembra condurmi. In fondo alla strada adesso ne appare un’altra, anche essa nera, perpendicolare al nostro canyon urbano. Formano una T di muri senza occhi. Il ragazzo sta svoltando verso la strada che si trova dalla sua parte, io mi sottraggo al suo consolante abbraccio e prendo la via nella direzione opposta. La riconosco, è qui che una volta si trovava la casa del vecchio saggio. Anche questi edifici sono ormai mutati in muri ciechi. L’angoscia ha murato ogni apertura. 

L’ambiente nero scompare, di fronte a me si estende un prato verde, luminoso sotto il sole. In lontananza vedo persone che sembrano allegre. Danzano? Mangiano? Semplicemente stanno insieme? Mi sveglio.

L’idea di orizzonte mi turbò nel momento preciso in cui un amico mi propose di pensarci sopra per scrivere un racconto. Invece di immaginare orizzonti nuovi, reali o comunque raggiungibili, provai angustia. La scacciai, ma tornò e prese a occuparmi, a irritarmi, a tormentarmi, fino a farmi scrivere un piccolo trattato su orizzonti chiari, scuri, auspicabili o terrificanti. Il trattato terminava con l’esclamazione: «Mutate mente!» 

Da anni, da decenni, da una vita non ho pronunciato quella parola. Ne sono sicura. Non mi è mancata, la consideravo improponibile. Salvo in una vecchia barzelletta che circolava una sessantina d’anni fa nella mia terra, e anche in quelle vicine. Era una barzelletta rivelatrice, anzi, era una rivoluzione in forma di barzelletta perché l’orizzonte lo cambiava.

Nel paese dove vivevo all’epoca, l’orizzonte svolgeva un ruolo molto importante e per giunta doppio: storico e magico.Quello storico derivava dal fatto che il nostro territorio era scrupolosamente delimitato e severamente sorvegliato. I confini, non li si oltrepassa, diceva il codice penale. Nella zona della frontiera poi si sparava direttamente. Di cambiare la vista, la vita o solo l’orizzonte, era meglio non parlare. Il ruolo storico e quello magico erano complementari, inscindibili, legati da una precisa logica. Solo un orizzonte fisso e immutabile poteva esibire le qualità che manifestava il nostro.

Solidamente sistemato tra il cielo e la terra, faceva concorrenza persino al paradiso. Lo poteva vedere chiunque, tranne qualche carcerato in isolamento. Era pieno di cose utili e buone, ma purtroppo inarrivabili per i cittadini provati da penurie di vario genere. Facevano venire l’acquolina in bocca, quei beni da paradiso, anzi, facevano montare la saliva in bocca come fosse crème Chantilly. Il nostro era uno dei paesi migliori del mondo proprio per la qualità dell’orizzonte. Lo asserivano uomini politici, ufficiali dell’esercito, professori e poeti laureati. Che mai ebbero un benché minimo sospetto che il paese nostro (come quelli vicini) potesse un giorno essere definito totalitario. La strana schiuma che ci si condensava in bocca non aveva il gusto di panna montata, sembrava piuttosto di plastica e abbiamo imparato a sputarla. Già che mandarla giù faceva venire la nausea. 

La fonte principale di informazioni eversive era costituita da “Radio Jerevan”. La quale probabilmente non esisteva, in compenso diffondeva barzellette che facevano scintille: «Ho letto sul giornale del Partito», confessava un ascoltatore modello, «che il benessere è all’orizzonte. Potreste spiegarmi gentilmente, l’orizzonte, che cos’è?» Gentilmente e correttamente, la Radio Jerevan rispondeva: «L’orizzonte, compagno, è la linea a forma circolare, lungo la quale il cielo sembra toccare la terra o il mare. Nella misura in cui cerchiamo di avvicinarla essa si allontana.»

Avevo diciassette anni a quei tempi, e affrontavo ardue questioni teoriche alla stregua dei piccoli rompicapo quotidiani, in modo pratico. Avevo anche due amici pronti a partire con me, Lubos e Zeno. Andremo a conoscere un altro orizzonte sui Monti Tatra, e più lontano ancora. Dalla montagna più alta della catena dei Carpazi avremmo potuto vedere non solo la Slovacchia, che faceva parte del nostro paese, ma anche la Polonia, la quale non solo costituiva un paese straniero, provvisto di un orizzonte diverso dal nostro, ma era anche il primo che nella nostra vita avremmo visitato.

Partimmo muniti di piccoli zaini. Per arrivare dal capolinea del tram fino a Poprad ci vollero due giorni sulle strade, a salire su un camion, a scendere e ad aspettarne un altro. Più una brevissima notte che passammo in un campo falciato di fresco, su covoni odorosi, sotto una volta celeste che reclamava preghiere. I Monti Tatra, visti per la prima volta dal Nord polacco, riempivano monumentali il cielo e la terra, ma per vedere un orizzonte davvero diverso dal nostro ci voleva ben altro. 

Il momento era propizio, nascevano barzellette, motti di spirito, risate, ironia e persino qualche libertà. Quella che ci aveva portati fino ai Tatra, l’aveva introdotta un accordo bilaterale firmato tra i due paesi confinanti e denominato “piccoli contatti frontalieri”. Concedeva ai cittadini cecoslovacchi di penetrare nel territorio polacco fino a una trentina di chilometri. 

«Non partiamo per scalare picchi montuosi e nemmeno per contrabbandare Wodka Wyborowa. Dei trenta chilometri di libertà di movimento non ci accontentiamo!» Su questo punto eravamo d’accordo prima ancora di trovarci sul capolinea del tram a Brno.  

L’ontologia dell’orizzonte presuppone l’esistenza di un centro. A occhio e croce, il centro dell’orizzonte polacco si trovava a metà strada tra Poznan e Varsavia.

L’autostop polacco si rivelò un mezzo di trasporto naturale, più animato e svelto di quello cecoslovacco. Sui cassoni dei furgoni salivano giovani e vecchi, a volte in compagnia di due, tre capre, o pecore, le quali venivano issate sopra con l’aiuto di autostoppisti compagni di strada. Noi tre, finalmente stranieri in una terra sconosciuta, decidemmo di recitare il più spesso possibile la parte di muti, per ridurre ragionevolmente il pericolo di dover tirare fuori i documenti. E di farci giustamente arrestare. La linea di confine, che avevamo attraversata sui Tatra ridendo e scherzando, sulla strada per Varsavia riprese a esercitare la sua autorità di frontiera di Stato. Più ci si allontanava, più seria si faceva. 

L’importanza della scoperta che Varsavia mi aveva riservato, non la poté sminuire la paura di venire arrestati da qualche pattuglia, e nemmeno la fame dovuta alla scarsità delle nostre riserve finanziarie. Nelle strade, nelle piazze e nei parchi, gli uomini e le donne camminavano come signori, a passo leggero, agili, veloci e come privi di peso. La testa alta, lo sguardo attento. Come se si aspettassero di incontrare una persona amata o come attraversando il palco di un giardino pubblico per unirsi all’orchestra e mettersi a suonare. I loro occhi incontravano i nostri. Si muovevano liberi! 

Eppure, anche loro, vivevano in un paese totalitario. E io, trovandomi dopo tanta fatica in un parco di Varsavia, capii che l’orizzonte può cambiare in qualsiasi luogo. E che ero cambiata anche io. 

Il vero perché di un viaggio, lo si capisce solo quando lo si compie. Il mio triangolo avventuroso e temerario non ha mai smesso di esistere, né di essere equilatero. Nemmeno quando abbiamo smesso di fare l’autostop e di vivere nella stessa città. E nemmeno quando abbiamo abbandonato, ognuno per conto suo, anche la verginità. Lubos visse per molti anni a Toronto, io a Roma e Zeno, pur abitando sempre a Brno, fece migliaia chilometri in bici girando prima l’intero nostro paese e poi tutta l’Europa. L’ho incontrato sotto la casa di mia madre il giorno del mio ritorno nella città natale mentre rientrava con la sua bici da un tour per l’Europa. Di noi tre, la prigione se l’era fatta solo lui, non in Polonia, bensì nel nostro paese, prima della caduta del Muro. Per qualche parola di troppo. 

Ogni racconto potrebbe continuare all’infinito. Però, dato che la nostra vita infinita non è, ogni racconto deve restituire un orizzonte e una fine. E presto l’avranno anche le nostre vite. Lubos era un mimo di grande talento, in Canada faceva spettacoli per bambini, guadagnandosi da vivere come assistente in un istituto di ricerca. Era il più preciso di tutti a preparare campioni da esaminare con microscopi elettronici. Come mimo era molto di più, ma l’arte non paga. Zeno ha studiato canto, ma più della sua bella voce di tenore l’appassionava la storia. Le dedicò tutta la sua vita di studioso e di docente. Da ricercatore faceva scoperte intriganti, rischiando a volte di farne racconti troppo lunghi. Io mi ero esercitata in diversi mestieri, rimanendo sempre e comunque fedele a uno solo. L’ultima volta che ci incontrammo tutti e tre insieme fu nel giardino del vecchio signore saggio. 

Sul tavolo di legno poggiava una riproduzione della famosa incisione Oltre il firmamento di Flammarion. Osservai l’uomo raffigurato mentre fa uscire la sua testa coperta da un cappuccio fuori dal firmamento, appena sopra l’orizzonte. Anche la sua mano destra fuoriesce, salutando chi si trova dall’altra parte, che noi però non vediamo. Appoggiato sulle ginocchia il suo corpo esprime un moto energico, come se avesse usato notevoli forze fisiche per infrangere con la testa la cupola contenente la terra, il sole, la luna e le stelle. 

«Non basta perforare la volta del nostro mondo con la sola testa», disse il saggio. Per gli iniziati, l’orizzonte vuol dire la soglia del mondo spirituale. La si raggiunge solo mutando la mente. «Metanoia» in greco, disse ancora, a voce bassa.

Il sogno sulle strade buie a forma di T, l’ho fatto molti anni dopo la sua morte. All’inizio del periodo di angoscia. 

Estratto dall’ultimo numero di The Florence Review Horizon / Orizzonte Copyright © 2022, Editoriale Le Lettere – Firenze