ARTICOLO n. 46 / 2021

MI TROVO BELLISSIMO

INTERVISTA DI LAURA REGGIANI

Secondo un sondaggio Doxa, nel 1981 Dalla è il cantante più popolare d’Italia (un elemento che sarà al centro della trama di Borotalco di Carlo Verdone, nelle sale l’anno successivo). In estate parte l’ennesimo tour, e la routine del palco sembra ora farsi sentire. Se solo pochi anni prima il live era per Dalla il momento centrale del rapporto con il pubblico, ora «la vera comunicazione non la si crea al momento dei concerti, ma all’atto di scrivere una canzone». Ma d’altra parte Dalla ormai rilascia moltissime interviste, e come ammette lui stesso, «non c’è nessuna ragione per cui io, a tutti i costi, debba confermare quello che per me ieri era vero».

Lignano Sabbiadoro, agosto. Ama la gente e lo champagne. La gente, coloratissima e abbronzata, già poco prima del tramonto di un pomeriggio d’estate al mare sta ad aspettarlo nella piazza antistante lo stadio in cui si esibirà. Lo champagne, invece, è atteso con apprensione da cuoco e troupe al seguito. Perché il signor Dalla Lucio, di professione cantautore di successo, è «goloso» di champagne: soprattutto d’estate, in queste estenuanti tappe forzate canore che sono le tournée e che costringono lui, il suo gruppo e una ventina di tecnici a un giro d’Italia da forzati. «Mi corrobora, mi sollecita l’umore, è quasi un tonico» dice Dalla sorridendo, «lo champagne è uno dei pochi sfizi che si concede quella parte di me che ha scoperto i vantaggi del successo.» Trentotto anni, bermuda sfilato e collana rosa intorno al collo, l’eterno basco di lana blu e due occhialini piccoli, tondi, quasi a sfuggire uno sguardo diretto. Lucio Dalla, che un recente sondaggio Doxa ha dichiarato il cantante più popolare d’Italia, è di nuovo, a due anni di distanza dalla clamorosa tournée con De Gregori, in giro per concerti.

LAURA REGGIANI: Essere in tournée, affrontare quotidianamente un pubblico diverso: che significato ha per te?

LUCIO DALLA: Credo che le tournée ormai siano un fatto promozionale, un appuntamento che ci si dà, una stretta di mano, un contatto voluto e dovuto. Ci sono serate meglio riuscite in cui mi diverto e serate in cui non mi diverto. Le sere in cui mi diverto piaccio di più anche al pubblico, le altre un po’ meno, ma io credo che questi incontri siano una specie di replay, la vera comunicazione non la si crea al momento dei concerti, ma all’atto di scrivere una canzone.

E l’emozione? Il famoso «feeling» tra l’artista e il suo pubblico?

L’impatto col pubblico, almeno per quanto mi riguarda, non è mai diretto, avviene sempre per gradi, sempre un po’ dopo. L’emozione è una cosa che non provo più, forse non l’ho mai provata tranne in due o tre occasioni, non so, a Torino per esempio, con Banana Republic, davanti a sessantamila persone. Avrei dovuto essere una macchina per non provare niente. Ecco, io ero là su quel palco e pensavo ai calciatori e a quello che gli passa per la testa mentre giocano, la domenica, davanti a tanta gente; pensavo che nell’arco di un’ora noi avremmo potuto commettere cinquanta piccoli errori, e invece loro… Tutte considerazioni strampalate che facevo da solo io, ma al di là di fatti come questo, sporadici, la cosiddetta emozione del debutto non c’è più. Se mai c’è stata.

Il tuo pubblico, Lucio, quello che accorre ai tuoi concerti, che compra i tuoi dischi…

È un pubblico eterogeneo, senza età, ci sono ragazzi, ma anche adulti. Sino a quattro anni fa ero uno che aveva un certo seguito, un certo consenso, ora questo consenso s’è allargato. Qui, ai concerti, vengono tutti quelli che usano, che utilizzano le mie canzoni.

In che senso?

Nel senso che io credo di scrivere delle canzoni rivolte a tutti, non dirette a un pubblico particolare. Una canzone nasce libera, si stabilisce un rapporto dal momento in cui io la scrivo al momento in cui la gente l’ascolta. Ma con ciò non voglio essere il padre o il fratello maggiore di nessuno. Posso raccontare delle cose, ma non lancio teorie o problematiche esistenziali. Una canzone nasce viva, leggera, affascinante, proprio per quello che è: la raccogli per strada, come un pacchetto di sigarette perdute da un altro o non la raccogli, ed è questo il suo aspetto più interessante.

Parliamo d’ispirazione. La tua da dove nasce? Da un bicchiere di champagne?

O da un bicchiere di vino, da un incontro felice, da un sorriso, è un miscuglio di tante componenti. Non che io creda nell’alcol o nella metodologia dell’alcol per avere ispirazione, ma metti una sera particolare, bevi un bicchiere in più e ti scatta uno stato di percezione che ti permette di fare. Oppure, una sera senza vino o un’altra di grande allegria o di grande tristezza; insomma tutto nasce dalle cose che si muovono, è la vita, il quotidiano che diviene in te sensazione. Ecco, io credo a questo tipo di cose: gli uomini si sono conosciuti raccontandosi, cantandosi delle storie, dei sentimenti: il problema non è quindi quello di essere poetico, quanto quello di farsi capire.

Tu hai risolto questo problema?

Credo di sì, cercando una maniera nuova, più profonda, di comunicare.

Chi è Lucio Dalla per Dalla?

Un inguaribile e incorruttibile voyeur. Decisamente, la mia visione della vita è voyeuristica. A me piace raccontare, manipolare quel che vedo. In realtà, sono le cose che vedo che parlano da sole. Ci può essere un’invenzione nella ricerca del linguaggio, del racconto, ma il racconto è quello che è, nella sua interezza.

Che cosa non ti piace?

I vecchi saggi, non ho mai avuto simpatia per loro. A un vecchio saggio del passato preferisco un uomo medio di oggi. E poi il passato non mi va…

Il passato, perché?

Perché è una cosa che brucia in un secondo e mezzo e poi ci sono i ricordi, la loro precisazione, più fastidiosa che altro.

Un tempo nelle tue canzoni parlavi di automobili. Oggi parli dell’uomo quasi a volergli infondere nuovo vigore, a differenziarlo dalle macchine, dal tecnicismo spinto

L’uomo, come me del resto, lo vedo sempre proiettato, nelle mie canzoni. Parlo sempre di futuro, ma un futuro legato all’uomo, non un futuro tecnico. E la differenza tra una macchina e l’uomo sta essenzialmente nella sua memoria, perché la memoria nella macchina esiste in quanto programmata, mentre quella dell’uomo è una memoria ideologizzata, fatta di rapporti tra date, sentimenti e ragioni di vita. Esiste in questo senso una percezione di coscienza collettiva per il passato che solo la memoria può tenere legato.

Parlavamo di futuro. O meglio ne parli spesso tu.

Il futuro mi esalta, c’è fascino in tutto quello che deve accadere. Un uomo a parer mio non vive per quello che sa ma per quello che ancora deve imparare. Se dovessi sintetizzare con una parola il mio atteggiamento nei confronti del futuro sarebbe «chissà»… perché il mio è un rapporto col mio domani divertito, possibilistico, interessato, forse un po’ infantile.

Il successo, Lucio. È stato difficile arrivarci?

È stato lento, almeno fino a un certo punto, ma mai difficile. Non ci sono stati slittamenti, nessun compromesso. Ho sempre fatto, cantato, scelto repertori che volevo io, e che ho vissuto nel modo che mi piaceva. I compromessi, se ne ho fatti, li ho fatti per amicizia. Allora sì, qualche volta è capitato di fare qualcosa controvoglia.

Il tuo miglior amico?

Me stesso. C’è una grossa complicità tra noi due, ci si conosce da tempo, ci si sopporta, ci si arrabbia, un rapporto vivo, dunque. Se poi esco dalla mia sfera, be’, ce ne sono parecchi, Ron soprattutto, di cui ho prodotto l’ultimo disco e con cui, da oltre dieci anni, c’è un’intesa perfetta, una simbiosi di gusti da sembrar magica.

Ti guardi mai allo specchio?

Sì, a volte mi guardo allo specchio e mi trovo bellissimo, o perlomeno piacevole. Non sto scherzando, sai? Non possiedo, certo le physique du rôle classico, ma sono convinto di avere un certo fascino. Al di fuori comunque di questo rapporto tra me e me, puramente narcisistico, la mia concezione estetica è completamente diversa, mi piace il contrario, siccome però amo e mi piace il contrario del contrario che sarei poi io, mi piaccio anch’io!

A che cosa attribuisci il successo che ti accompagna da anni?

Credo che sia da attribuire alle mie canzoni, alla mia comunicazione col pubblico. Quando compongo è come se avessi tutta la gente davanti a me, con me, insieme a me, in un rapporto assolutamente diretto: il momento di scrivere è l’autentico rapporto con gli altri, ed è in quel momento che mi emoziono, che vivo ansie, esaltazioni. È lì che il mistero nasce, quando scrivi, e poi fai il disco, e il missaggio. È tutto qui, non ci sono sotto, nel mio caso, grandi operazioni promozionali; io vado pochissimo in televisione, la mia casa discografica non ha mai speso una lira per propormi come personaggio del momento; per quel che mi riguarda, il successo è solo forza, la forza trainante delle mie canzoni.

C’è, secondo te, un requisito essenziale che si deve possedere per raggiungere la popolarità?

Non essere stupidi, questo credo sia il requisito fondamentale e primario per fare qualsiasi cosa.

Oltre a non essere stupido, come sei?

Incoerente. Mi piace moltissimo esserlo e mi piacciono le persone che lo sono. Non c’è nessuna ragione per cui io, a tutti i costi, debba confermare quello che per me ieri era vero; al contrario, vivo nell’attesa quotidiana di cambiamenti, di novità. L’incontro di domani, se ci sarà, la scoperta di un posto nuovo, l’incerto di un’ora prossima, questo è il mio mondo. Il presente è come sabbia nelle mani, fugge via, scivola. Il domani te lo immagini, lo costruisci, è un’incognita. Non posso perdere le innumerevoli possibilità di vivere in modo diverso solo per darmi connotati precisi, certezze che non ho e non vorrò mai avere.

Torniamo alla canzone: quest’estate ricca di tournée tasta il polso a un’Italia canora in fermento…

Non so bene chi ci sia in tournée, sono stato in sala sino al mio debutto, il 31 luglio scorso, ma è innegabile, c’è una continua evoluzione sul piano musicale, ci sono molte situazioni, diverse tra loro, ma tutte contribuiscono ad arricchire il pubblico…

Non pensi che ci siano comunque situazioni anomale? Che forse ci sono stati o ci sono artisti che meriterebbero più successo e altri meno?

Secondo me il pubblico, anche se ripeterò la solita frase che sembra scontata, ha sempre ragione. Sono convinto che oggi non esista un grande talento che non abbia la possibilità di arrivare. E se questo talento non arriva, vuol dire che ha sbagliato qualcosa. Tra l’altro, il pubblico italiano è uno dei pubblici più attenti e colti; in Germania, dove io, come molti colleghi, vado spesso, sono attentissimi alla nostra musica, per loro è cultura.

Non credi però che il pubblico vada ai concerti non solo per la musica, ma anche per un fatto di moda, perché il cantante del momento è un divo che balla o che fa spettacolo?

Io ho un gran rispetto per il pubblico, non credo che sia così sensibile a certi dati esteriori come può anche sembrare. C’è di vero che tu puoi fronteggiarti col pubblico anche attraverso la bellezza, il divismo, attraverso messaggi più labili, più esteriori, ma in questo caso sono convinto che il canale di comunicazione sia di breve durata, limitato. Quella che aggancia l’artista al pubblico è un’operazione sui sentimenti, la corrente sotterranea di certe sensazioni, di certi linguaggi: la gente lo avverte e ti amerà sempre. Non che tutto il pubblico sia così, c’è anche una fascia, quella di supergiovanissimi o degli indifferenti alla musica, che può pretendere o accontentarsi di meno, c’è la molla della curiosità che stimola alle novità, di qualsiasi tipo siano, c’è il fatto promozionale, importantissimo. Tutte queste cose sfornano realtà musicali non propriamente affini alle mie o a quelle di un De Gregori, di un Venditti, ma sono realtà anche queste. Se un fenomeno musicale esiste, per il tempo che esiste, vuol dire che in parte il pubblico ne aveva bisogno.

Quindi fenomeni come quello di Zero…

Fenomeni imposti, è il caso di dirlo, dal pubblico. Zero ha una corte di giovanissimi coi quali ha trovato la complicità di un linguaggio, di un atteggiamento. Anche questo fenomeno, sempre musicale se pur legato a una forma di divismo, è cultura.

A proposito di Zero, c’è stata la sciagura di Milano.

Ti riferisci a quanto è accaduto al Castello Sforzesco. Mi ha addolorato vedere come Zero sia stato coinvolto e responsabilizzato in questa vicenda. Lui era là, insieme ad altri venticinque artisti come lui, in una situazione di cui non era minimamente responsabile. E, invece, giornali e televisione l’hanno fatto apparire quasi come un colpevole. Zero ha sofferto per questo; è un artista che organizza concerti da cinque anni e gli è sempre filato tutto liscio.

Però a Milano c’è scappato il morto…

Quello che più mi impressiona non è solo il fatto che si muoia ai concerti, perché disgraziatamente si muore dappertutto, ma l’utilizzazione che la stampa fa di un fenomeno così spaventoso come la morte, associandola necessariamente alla musica. In quello che è successo a Milano c’è stata secondo me una faciloneria che è perlomeno sorprendente. E che non è da attribuire a Salvetti, che è uno che organizza da dieci anni l’Arena di Verona e il Festivalbar senza aver mai avuto incidenti.

Evidentemente ci sono responsabilità di gente che non sa organizzare questo tipo di spettacoli, se non altro per aver relegato una manifestazione così imponente, zeppa di nomi famosi, in un luogo come il Castello, disadatto a ospitare questo tipo di concerti.

Tre anni fa, ricordo che andai anch’io al Castello, c’era moltissima gente e un ragazzino tirò una bomba molotov sul palco, ne parlarono anche i giornali. Fortunatamente si era alla fine dello spettacolo, all’ultimo bis, il pubblico stava sfollando, nessuno si accorse di nulla. Ma se l’avesse fatto prima sarebbe dilagato il panico, tutti sarebbero corsi verso una delle porte dell’uscita di sicurezza e sarebbe successa una catastrofe analoga a quella di quest’anno.

A me, fortunatamente, in tanti anni di spettacoli non è mai successo niente, sto attentissimo all’organizzazione e poi forse non ho un pubblico così esuberante, ma la fatalità esiste dappertutto. Dopo questi ultimi fatti sono nati molti problemi: sindaci che ci rifiutano gli stadi, una specie di caccia alle streghe che non giova a nessuno.

Come vivi in tournée?

Come una mosca su una fetta di carne, nel senso che non mi stacco mai dal luogo in cui mi fermo. Ci sono cantanti che arrivano all’ultima ora o anche in ritardo, io no. Non so se questo sia dovuto al fatto che mi annoio oppure se è perché mi reputo un professionista pignolo e controllo ogni particolare prima dello spettacolo. Comunque quando sono in città di mare in genere vado anche a fare i bagni oppure leggo o vado a giocare al flipper.

E al di fuori della tournée?

Sono forse più impegnato. A parte il momento dello spettacolo, la tournée è un momento di svago, di riposo. Negli altri mesi lavoro continuamente, in modo ossessivo, sono quasi sempre in sala di registrazione.

Quindi, hai poco spazio per il tuo privato.

No, no, riesco a non crearmi angosce e a vivere abbastanza normalmente: vado allo stadio, seguo il basket che dopo la musica è la mia grande passione, vado spesso al cinema. L’unico problema, ma è cosa da poco, è fare in modo che non mi riconoscano per strada, non so mai cosa dire alla gente che mi ferma, non so cosa scrivere sui pezzetti di carta di chi chiede un autografo, m’imbarazzano la curiosità, le occhiate, i sorrisini degli altri. Io sono uno che fa un mestiere, il cantautore, per il resto sono un tipo comune, con interessi comuni.

E la televisione? La guardi spesso?

Sono un maniaco della televisione, la guardo continuamente quando non lavoro; mi piace tutto, dai cartoni animati ai vecchi film, alle inchieste.

I giornali, li leggi?

Fino a qualche mese fa li leggevo tutti, adesso li sfoglio, se proprio sono costretto, ma mi annoiano, penso sia di gran lunga meglio la televisione come mezzo di comunicazione. Anche se, in definitiva, credo che si sarebbe potuto fare a meno dell’una e degli altri. Certo, tv e giornali danno un’accelerazione vertiginosa ai fatti, ormai è inimmaginabile un mondo senza di loro, troppo tardi…

Quanto guadagna Lucio Dalla?

Che Dio lo benedica! No, senti, anche lì bisogna vedere il parametro. Sembra assurdo, ma io non mi posso permettere tante cose che vorrei permettermi. La ricchezza addosso non me la sento, non mi sento un uomo ricco. Sono già molto contento di potermi permettere tutto quello che mi chiedo, ma mi rendo conto che mi chiedo poi poco: che so, se devo andare in un albergo o al ristorante vado nel migliore, se devo andare al mare scelgo il più bello, ma finisce lì. Di mio, ho una «132» e una casa a Roma e una a Bologna che mi sono comprato quest’anno. C’è gente molto più ricca di me, ma non mi sento un frustrato per questo. Credo che tra l’altro fare il cantante non faccia arricchire come si dice. Le tournée, ad esempio, sono fatti promozionali più che investimenti economici. Un apparato rischioso e con tali spese che ti va bene se ne esci in pareggio.

Tornando un attimo al panorama musicale italiano, c’è un fenomeno, quello delle donne protagoniste della musica

Credo che la situazione delle cantanti donne fosse sicuramente migliore anni fa con personaggi quali la Vanoni, la Ferri, la stessa Patty Pravo. Oggi, nonostante che ci siano ottime cantanti, la Nannini per esempio, non mi pare si sia alla stessa altezza. Io stesso, se volessi provare un’emozione ascoltando una cantante, andrei a risentirmi la Vanoni o la Ferri. Mina no, non mi è mai piaciuta granché.

L’amore, per te, che cos’è?

È soprattutto tenerezza e incontro con gli altri, rapporto immediato, sensazione. Io vivo l’amore ogni giorno, comunico ogni giorno, mi esalto ogni giorno. Ed è attesa del giorno dopo, del nuovo incontro, della prossima sensazione…

Nella tua vita hai avuto un grande amore, tua madre…

Sì, è sempre stato un rapporto bellissimo, di tenerezza e di grande stima, di rispetto e di fiducia. È una donna che mi ha sempre fatto fare quel che volevo, sin dall’età di quattordici anni, quando cominciai a lavorare e ad andare via da casa: un rapporto ideale.

E tuo padre?

Mio padre è morto quand’ero piccolo, avevo sette anni. Oggi non so dirti se sia meglio o peggio non aver avuto un padre, ma sicuramente la sua mancanza non mi ha creato vuoti o traumi. Sono troppo proiettato verso il futuro per guardarmi indietro.

Hai una casa a Roma e una a Bologna, ma stai spesso a Milano. Dove vivi in realtà?

Se ci sono le ragioni valide per vivere bene, vivo bene dappertutto: Bologna è la mia città, un fatto sentimentale più che altro; Roma è bellissima e ci sto bene; Milano è il posto dove lavoro, faccio dischi. Poi c’è Napoli che adoro perché mi piace il Sud, e poi le Tremiti che in assoluto è il luogo dove sto più volentieri. Insomma, ci sono riferimenti dovunque. E poi ci sono le piazze, come stasera: un pezzetto di vita se ne va anche qui, davanti a migliaia di persone.

Sei un assertore della libertà, dell’indipendenza. T’è mai venuta voglia di fermarti, di smettere di fare il «senza famiglia»?

Sono un voyeur, l’ho detto, mi piace di più stare a vedere che fare il protagonista. E poi la solitudine non è ancora un momento di aggressione verso me stesso, forse perché vivo così poco da solo, la solitudine mi piace. Non credo, oggi, di essere in grado di pensare a una situazione stabile: un’emozione al giorno e via.

Ma c’è qualcosa di fermo, di stabile in cui credi?

In Dio. Sono un cristiano praticante.

Un’indagine Doxa ti ha definito il cantante più popolare d’Italia. Sei anche il più bravo?

Chissà…

 – Questa intervista, apparsa su La Domenica del Corriere il 29 agosto 1981, è ripresa dal volume E ricomincia il canto, a cura di Jacopo Tomatis.

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ARTICOLO n. 60 / 2021