ARTICOLO n. 65 / 2022

ARTHUR JAFA, “LIVE EVIL”

Un filo sottile che lega sofferenza e piacere

Ad Arles, nel sud della Francia, un vasto ex-sito industriale riqualificato è sede della LUMA, Fondazione dedicata al sostegno della creatività contemporanea. In due corpi che compongono il complesso edilizio è in corso una mostra di Arthur Jafa, Live Evil (che è anche il nome di un album di Miles Davis), curata da Vassilis Oikonomopoulos e Flora Katz, assistita da Claire Charrier.  

A 61 anni, l’artista di Tupelo, Mississippi, è diventato un’icona per la generazione Black Lives Matter, realizzando un corpus di opere avvincenti che sfidano le categorie e gli stili. Fin da piccolo, Jafa scruta famelicamente riviste, giornali e quant’altro, ritaglia le rappresentazioni della cultura nera incollando i materiali tra le pagine di quaderni, che non hanno ancora la solidità di lavori compiuti, ma addestrano Arthur al montaggio, aiutandolo a porre le basi di un’estetica nera del tutto personale. Portare alla luce foto e filmati d’archivio, ingrandendoli o modificandoli per ottenere risultati che rispondano ad un quesito ricorrente: “come realizzare opere che equivalgano alla potenza, alla bellezza, ma anche all’alienazione della musica nera?”, è substrato imprescindibile della pratica di questo artista. Nel 2016, Jafa realizza il video Love Is the Message, The Message Is Death, che ha avuto un impatto enorme sul mondo dell’arte e non solo. Il lavoro è composto da immagini assemblate, trovate online o create dallo stesso artista, accompagnate dal brano Ultralight Beam di Kanye West. Questa unione lirico/ritmica di brevi sequenze visive e musica esprime il violento malcontento di una società vettrice di mostruosità e la tragica esperienza dei neri d’America ereditata dalla schiavitù. Nel 2020, quando tredici musei di tutto il mondo hanno voluto lanciare un messaggio forte contro il razzismo, è stato questo il video selezionato per essere esposto contemporaneamente nei loro siti.

Le opere esposte nella mostra Live Evil ci spronano a non assecondare un sentimento populista, a non cercare alcun conforto lenitivo. Resta con il disagio e l’inquietudine, sembra dirci Jafa, immergiti nelle mie opere, non accettarle o tollerarle: in esse non troverai nulla di istruttivo, calmo o riposante, rispettoso o celebrativo. 

Il lavoro dell’artista americano è cinetico e ispido e si sviluppa attraverso un filo sottile che lega la sofferenza al piacere, l’inguardabile alla bellezza. Dentro la visione del mondo, nel suo continuum, per i neri d’America è impossibile separare completamente ciò che è miserabile, ontologicamente legato all’orrore, da ciò che è magnifico. In una conversazione con Jacob Holdt, autore, negli anni ’70, di un libro fotografico seminale American Pictures, Arthur Jafa così si esprime: «Io e uno dei miei carissimi amici, il poeta Fred Moten, abbiamo una divisione fondamentale nel nostro modo di pensare. Lui non ha la sensazione che la cultura nera e l’orrore siano indissolubilmente legati, crede che l’orrore e la cultura nera si informino istantaneamente e si sviino a vicenda, mentre io sento un indissolubile legame. Siamo in una dinamica in cui è come se vivessimo perennemente al pronto soccorso. La maggior parte delle persone va al pronto soccorso, noi neri è lì che viviamo, pur mantenendo le componenti di fondo dell’esistenza, che sono gioia e bellezza».

L’opera che apre la mostra arlesiana è un vero e proprio pugno nello stomaco: una fotografia fortemente ingrandita di scolari di colore che eseguono un saluto alla bandiera americana. Questo gesto, che, di primo acchito, ingannevolmente rimanda al saluto nazista, era l’hi Bellamy che accompagnò il Pledge of Allegiance negli Stati Uniti dal 1892 al 1942, smettendo di essere utilizzato quando fu adottato dal Terzo Reich.  

Jafa sviluppa efficacemente dispositivi che permettono di far emergere la complessità delle relazioni razziali, la tensione tra le differenti forme di espressione e le specificità della cultura dei neri americani, l’emergere e l’evoluzione del loro cinema e della loro musica nel XX e XXI secolo come prodotto culturale e artefatto ideologico. Sia potente che lirica, la pratica multimediale dell’artista combina immagini provenienti dalla personale memoria affettiva e da retroterra diversi, toccando i temi della violenza, della repressione, dei precari sistemi di sopravvivenza negli Stati Uniti, ma ogni sua opera resta sul confine sottile dell’astrazione, non cadendo mai nella sottolineatura. Jafa è consapevole che solo la costruzione di una rinnovata matrice sensoriale sia un valido lavoro di emancipazione. 

Nel padiglione Mécanique Générale, troviamo una gran parte di opere che sono state già esposte in Danimarca dal Louisiana Museum of Modern Art nella mostra Magnumb. Nell’ala della Fondazione francese possiamo vedere The White Album (2018), un’esplorazione della fragilità dell’uomo bianco che, alla Biennale d’Arte di Venezia 2019, ha ricevuto il Leone d’Oro. Qui, attraverso un ritmo visivo decelerato che predilige i primi piani, risuonano i brani di Iggy Pop e Oneohtrix Point Never. Tra i nuovi pezzi aggiunti in mostra, Slowpex, lavoro di quest’anno, il cui suono avvolge l’intero spazio espositivo. Ogni frame video, rallentato, diventa leggibile individualmente. Per l’artista, ora i tempi sono cambiati e la strategia dello shock non è più appropriata, i sensi sono offuscati, esausti per essere stati tenuti in massima allerta. Non si tratta più, quindi, di risvegliare le coscienze passive, quanto di riconquistare il tempo dell’introspezione, della speculazione. Slowpex va in un senso diverso rispetto al precedente lavoro, Apex, del 2013, opera tumultuosa che si confronta con il cinema delle avanguardie storiche, con le quali si connette per alcune strategie introdotte. Pensiamo a lavori di Dziga Vertov o di Sergei Eisenstein, ma ricontestualizzati all’interno dell’industria culturale contemporanea. In questo caso il lavoro di Jafa orienta la nostra attenzione verso i meccanismi di estetizzazione della politica e verso la manipolazione degli affetti. 

Sempre nel padiglione Mécanique Générale, tra le altre opere, vengono presentate una serie di fotografie e sculture come Ex-Slave Gordon 1863 (2017), una impressionante figura umana con la schiena sfregiata, Big Wheel II (2018) e Large Array (2020), che mappano la psicologia delle relazioni razziali oggi in America. Akingdoncomethas (2018), è un video di quasi due ore, costituito in gran parte da materiale trovato su YouTube. Nel film è centrale l’amore e il perdono attraverso l’energia vitale del canto gospel nelle chiese evangeliche americane, ma una vena amara attraversa la narrazione. Mentre Love Is the Message, The Message Is Death presenta principalmente persone che nella vita sono riuscite a realizzarsi completamente, Akingdoncomethas mette in luce il soffocamento di un potenziale espressivo, la difficoltà, negli Stati Uniti, per le persone di colore, di riuscire a “sfondare” anche quando il talento è particolarmente evidente. «Dentro l’essere nero, dentro le vite e la continuità dei neri d’America, esiste unsorta di condanna, che è quella di non potercela fare appieno, anche quando le capacità sono eccellenti e lo permetterebbero. Per ogni Aretha Franklin, nelle chiese ci sono venti altrettanto brave artiste che non hanno possibilità di emergere», sostiene Jafa. 

La Grande Halle, altro spazio della LUMA, viene trasformato in un ambiente unico. Le grandi installazioni visivo-sonore qui rivelano tutta l’inquietudine di un messaggio senza tempo, il rigore intellettuale del percorso visionario dell’artista americano. La complessità delle possibili associazioni fra le immagini è sorprendente. Al centro dello spazio, a testare i confini tra cinema e tecnologia, Arthur Jafa realizza un’installazione che ruota attorno ad Aghdra(2021), un’opera digitale di 85 minuti, realizzata con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale, 120 fotogrammi al secondo in 4K e costruita in 12 sequenze. Mettendo in risalto la trama visiva e i valori scultorei delle immagini, questo è il primo video dell’artista a rinunciare al referente reale. Siamo in un paesaggio dove flussi di onde scure si intensificano avendo un sole incombente all’orizzonte. In Aghdra, l’acqua è come asfalto o lava che si rompe: è, allo stesso tempo, materia liquida e solida, forma in continuo mutamento. Aghdra è un lavoro epico, presentato come costituente un’unica tesi: l’antisublime, l’oscurità alla fine dell’Antropocene; l’insondabile perdita e l’ineffabile dolore alla fine della civiltà, così come la conosciamo. Il clima post-apocalittico ci ricorda i pericoli del cambiamento climatico, ma anche l’ansia esistenziale di questo grande artista, ansia che pervade tutto lo spazio espositivo. 

La proiezione di Aghdra si giustappone a un’altra di un video inedito, Untitled del 2022, un omaggio a Greg Tate, caro amico di Jafa, recentemente scomparso. L’opera mostra una fluttuazione astratta e ipnotica, polverosa, di luci ed ombre, che cattura l’essenza e la profondità delle emozioni. 

Ancora, quattro grandi cartelloni pubblicitari evocano diverse figure di rilievo della Black Music: l’immagine di LeRoi Jones (Amiri Baraka), autore di Blues People. Negro Music in White America accompagna quella di Miles Davis ai tempi di In a Silent Way.

Dalla storia della musica alle composizioni scultoree e ai feticci Boliw (oggetti di potere, carichi di forza vitale, che hanno avuto un ruolo centrale nei rituali e nella vita spirituale della tradizione del Mali), Live Evil rifugge ogni genere e va oltre la teoria, facendo confluire il passato nel presente e questionando fortemente la nostra condizione attuale.

ARTICOLO n. 74 / 2022