Noreena Hertz

ARTICOLO n. 57 / 2021

LA SOLITUDINE UCCIDE

TRADUZIONE DI LUIGI MUNERATTO

«Mi fa male la gola. Brucia. Mi fa davvero male. Non posso andare a scuola».

È il 1975. La radio trasmette «Bohemian Rhapsody», Margaret Thatcher è da poco diventata leader dell’opposizione, la guerra del Vietnam è appena finita e questo è il mio sesto attacco di tonsillite dell’anno.

Mia madre mi porta di nuovo dal dottore. Di nuovo mi fa prendere il Penbritin, quell’antibiotico stucchevole dal sapore di zucchero filato e semi di anice. Di nuovo mi schiaccia una banana e mi grattugia una mela – è tutto quello che posso mangiare con la gola in fiamme. Di nuovo non vado a scuola.

Per me il 1975 è l’anno dei continui mal di gola e dei nasi che colano, oltre che dei ripetuti attacchi di febbre. È anche l’anno in cui Sharon Putz spadroneggia nella mia scuola elementare. L’anno in cui mi sono sentita più isolata, esclusa, sola. Ogni giorno, durante l’intervallo, me ne stavo in disparte, a guardare dal lato opposto del cortile gli altri bambini che saltavano e giocavano a campana, sperando che mi chiedessero di unirmi a loro. Non l’hanno mai fatto.

A prima vista, collegare la solitudine che provavo allora con le mie ghiandole gonfie e la mia gola di carta vetrata potrebbe sembrare forzato. Ma si è scoperto che la solitudine ha manifestazioni corporee. E un corpo solo, come vedremo in questo capitolo, non è un corpo sano.

Corpi soli

Ripensate all’ultima volta in cui vi siete sentite soli. Può anche essere stato per un breve periodo. Come lo sentivate nel vostro corpo? Dove lo sentivate?

Spesso pensiamo che una persona sola sia passiva, calma, silenziosa. In effetti, quando molti di noi ricordano i periodi più soli della propria vita, non rievocano subito un cuore che batte forte, pensieri che si rincorrono o altri tipici segni di una situazione di forte stress. La solitudine evoca piuttosto l’idea di staticità. Eppure la presenza chimica della solitudine nel corpo – dove risiede e quali ormoni fa scorrere nelle vene – è essenzialmente identica alla reazione di «attacco o fuga» che abbiamo quando ci sentiamo minacciati. È questa risposta allo stress ad alimentare alcuni degli effetti più insidiosi della solitudine sulla salute. Possono essere profondi e, nei casi peggiori, anche mortali. Quando parliamo di solitudine, quindi, non stiamo parlando solo di menti sole, ma anche di corpi soli. Le due cose sono naturalmente interconnesse.

Questo non significa che i nostri corpi non siano abituati a reagire allo stress – ne facciamo esperienza abbastanza spesso. Un’importante presentazione di lavoro, un grosso rischio corso in bicicletta, guardare la nostra squadra subire un rigore, sono tutti comuni fattori di stress. Ma di solito, quando la «minaccia» si esaurisce, i nostri segni vitali – battito, pressione sanguigna, respirazione – ritornano alla normalità. Siamo al sicuro. In un corpo affetto da solitudine, invece, né la reazione allo stress né, soprattutto, il ritorno alla normalità avvengono come dovrebbero.

Quando un corpo solo subisce uno stress, i livelli di colesterolo si alzano più velocemente che in un corpo non solo; la pressione sanguigna si alza più velocemente; i livelli di cortisolo, «l’ormone dello stress», si alza più in fretta. Inoltre, questi momentanei aumenti di pressione sanguigna e colesterolo si accumulano nel tempo per coloro che sono cronicamente soli, con l’amigdala – la parte del cervello responsabile di quelle reazioni di «attacco o fuga» – che spesso mantiene attivo il segnale di «pericolo» molto più a lungo di quanto non farebbe normalmente. Questo porta a un incremento della produzione di globuli bianchi e di infiammazioni, che nei periodi di stress acuto può essere di grande aiuto, ma se mantenuto per periodi più lunghi ha effetti collaterali devastanti. Se infiammato cronicamente, infatti, e con il sistema immunitario sovraccarico e poco efficiente, un corpo solo è soggetto ad altre malattie che di solito sarebbe in grado di combattere molto più facilmente, tra cui il raffreddore, l’influenza e la mia antica nemesi del 1975, la tonsillite.

È anche più soggetto a malattie gravi. Se si è soli, si ha un rischio di malattie coronariche maggiore del 29%, un rischio di ictus maggiore del 32% e un rischio di sviluppare demenza clinica maggiore del 64%. Se ci si sente soli o si è socialmente isolati si ha quasi il 30% di probabilità in più di morire prematuramente rispetto a chi non lo è.

Se è vero che più a lungo siamo soli più l’impatto sulla nostra salute è dannoso, anche periodi di solitudine relativamente brevi possono avere un impatto negativo sul nostro benessere. Quando un gruppo di ricerca della Johns Hopkins University di Baltimora ha condotto uno studio negli anni ’60 e ’70 che ha monitorato dei giovani studenti di medicina per sedici anni, il gruppo in esame ha messo in luce uno schema rivelatore: gli studenti che erano stati soli durante l’infanzia, a causa di genitori freddi e distaccati, avevano più probabilità di sviluppare diversi tipi di cancro in seguito. Un più recente studio del 2010 condotto su persone che avevano vissuto un periodo di solitudine, in questo caso provocato da un evento specifico come la morte di un partner o il trasferimento in un’altra città, ha rivelato che anche se la loro solitudine era temporanea (in questo caso meno di due anni) la loro aspettativa di vita era diminuita. Considerando il periodo di isolamento forzato che la maggior parte di noi ha vissuto nel 2020, tutto questo fa suonare un campanello d’allarme.

Torneremo sul perché la solitudine provochi danni così gravi nei nostri corpi. Ma prima consideriamo quella che è per molti versi l’antitesi della solitudine – la comunità – e il suo impatto sulla nostra salute. Se la solitudine ci fa stare male, sentirci legati agli altri ci mantiene in salute?

L’enigma della salute haredi

Burroso, cremoso, salato, dolce. Il ruggaleh mi si scoglie in bocca. Come anche il mio primo morso di «jerbo», una torta tradizionale ebraico‑ungherese ricoperta di cioccolato, noci e marmellata di albicocche. Sono al Katz’s Bakery di Bnei Brak in Israele, una delle più celebri tappe del tour di cucina haredi.

Gli haredim sono un ramo ultra‑ortodosso dell’ebraismo, le cui origini risalgono alla fine del XIX secolo. Oggi questa comunità con il cappello nero, la camicia bianca e l’abbigliamento pudico rappre‑ senta circa il 12% della popolazione di Israele, un dato che potrebbe arrivare al 16% nel 2030. Trovo che tutti i dolci di Katz’s siano assolutamente deliziosi. Ma queste prelibatezze non sono certo salutari. In effetti tutto quel burro, quello zucchero e quei grassi aiutano a spiegare perché gli haredim abbiano una probabilità di obesità sette volte maggiori rispetto agli ebrei israeliani laici. Quando chiedo a Pini, lo spiritoso ebreo haredi che guida il tour, quanta verdura e fibre ci siano nella dieta tradizionale haredi, mi risponde che sono limitate. La dieta non è l’unico aspetto poco salutare del loro stile di vita. Pur abitando in un paese che ha una media di 288 giorni di sole all’anno, questo gruppo ha una grave carenza di vitamina D. Il loro codice di abbigliamento pudico fa sì che a malapena i polsi vengano esposti al sole. E per quanto riguarda l’esercizio fisico? Tutto ciò che richiede sforzo tende a essere evitato. Secondo tutti gli standard moderni, Pini e i suoi compagni decisamente non conducono una vita sana.

Non sono nemmeno finanziariamente stabili. La maggior parte degli uomini sceglie di abbandonare la forza lavoro per studiare la Torah, e se è vero che il 63% delle donne haredim ha un lavoro, spesso dovendo mantenere le rispettive famiglie, esse tendono a lavorare meno ore delle donne non ortodosse a causa delle loro considerevoli responsabilità in casa (la donna haredi media ha 6.7 figli, tre in più della media nazionale di Israele). Inoltre, spesso lavorano in ambiti quali l’insegnamento, dove la paga è relativamente bassa. Di conseguenza, più del 54% degli haredim vive al di sotto della soglia di povertà, rispetto al 9% degli ebrei non haredi; il loro reddito mediomensile pro capite (3500 shekel), è inoltre la metà di quello della loro controparte ebrea meno religiosa.

Considerati tutti questi fattori, ci si aspetterebbe che gli haredim abbiano un’aspettativa di vita più breve del resto della popolazione israeliana. Dopotutto, la stragrande maggioranza degli studi da tutto il mondo mostra una chiara e sicura correlazione tra dieta e longevità, attività fisica e longevità e anche tra condizione socio‑economica e longevità.

Eppure, in modo affascinante, gli haredim sembrano contrastare questa tendenza; il 73,6% degli haredim descrive la propria salute come «molto buona», rispetto ad appena il 50% degli altri gruppi. È una statistica che potremmo essere tentati di ignorare in quanto autodichiarata e frutto di un autoconvincimento, se non fosse per il fatto che la loro aspettativa di vita è effettivamente più alta della media. Le tre città in cui vivono la maggior parte degli haredim di Israele – Bet Shemesh, Bnei Brak e Gerusalemme – hanno tutte valori anomali per quanto riguarda l’aspettativa di vita. A Bnei Brak, la cui popolazione è per il 96% haredi, l’aspettativa di vita alla nascita è di ben quattro anni superiore di quanto suggerirebbe la classificazione socio‑economica della città. Nel complesso, gli uomini haredi in queste città vivono tre anni in più e le donne quasi diciotto mesi in più di quanto ci si aspetterebbe. Altri studi hanno rilevato che, anche in quanto alle misure di soddisfazione della vita dichiarate, ottengono un punteggio più alto rispetto agli ebrei israeliani laici o moderatamente osservanti o agli arabi‑israeliani.

Certo, potrebbe essere che questa comunità, in cui molti provengono dagli stessi shtetl in Polonia e in Russia e spesso si sposano tra loro, condivida un particolare corredo genetico che li predispone a una buona salute. Ma in realtà è molto più probabile che la limitazione di un patrimonio genetico nel tempo porti a disturbi genetici piuttosto che alla longevità della popolazione.

Si potrebbe anche supporre che gli haredim siano più sani grazie alla loro fede, dati i molteplici studi che suggeriscono che il credo religioso abbia un impatto positivo sulla salute. Tuttavia, si pensa che non sia tanto il credo in sé quanto la partecipazione alla comunità connessa a questo credo a portare a questo risultato. Come suggerisce uno studio molto citato, è la partecipazione alle funzioni religiose, non la semplice identificazione in quanto religioso, che può aggiungere ben sette anni all’aspettativa di vita.

La comunità, il cui valore è stato così ripudiato dall’accento che il capitalismo neoliberista ha posto sull’individualismo e sugli interessi personali, sembra avere di per sé un beneficio sulla salute. E, per gli haredim, la comunità è tutto.

Questo gruppo coeso trascorre virtualmente tutte le ore del giorno insieme a pregare, fare volontariato, studiare e lavorare. Il loro anno è scandito da giorni sacri e festivi in occasione dei quali la comunità si riunisce. Per il Sukkot, le famiglie accolgono gli ospiti nelle loro sukkah, costruzioni temporanee con tetti di foglie di palma in cui dormono e mangiano per una settimana. Per il Purim, le strade si riempiono di festaioli in costume – l’atmosfera è una combinazione tra Martedì grasso e Halloween. Per l’Hannukkah, i vicini, gli amici e gli amici dei vicini si riuniscono per accendere la menorah e mangiare ciambelle alla marmellata. Matrimoni, Bar Mitzvah e funerali riuniscono folle di persone per giorni e giorni. E naturalmente ogni venerdì sera una schiera di nipoti, cugini di primo e secondo grado e suoceri si raccolgono intorno alla tavola per spezzare il pane e dare inizio al Sabbath insieme.

Gli haredim non si limitano a pregare e giocare insieme, comunque. In tempi di crisi o necessità si prestano concretamente aiuto e sostegno l’un l’altro. Che si tratti di badare ai bambini, di cibo, di trasporto per visite mediche, di consigli, anche di aiuti economici se necessario, sono sempre presenti l’uno per l’altro quando i tempi sono duri e la vita è difficile. Non sorprende quindi che solo l’11% dichiari di sentirsi solo, rispetto al 23% della popolazione totale di Israele.

Dov Chernichovsky, professore di economia e politica sanitaria all’Università Ben Gurion del Negev in Israele, studia gli haredim da diversi anni. È convinto che se anche la fede gioca un ruolo nell’aspettativa di vita sopra la media degli haredim, i loro stretti legami familiari e comunitari ne giochino uno più cruciale. «La solitudine accorcia la vita e l’amicizia riduce la pressione», afferma concisamente il professore. Per gli haredim, la cura e il supporto che si forniscono l’un l’altro potrebbero effettivamente essere il segreto per una vita più lunga e più sana.

I benefici della comunità sulla salute

Gli haredim non sono l’eccezione in questo senso. I benefici della comunità sulla salute sono stati identificati per la prima volta negli anni ’50 nella piccola città di Roseto, in Pennsylvania, quando i medici locali hanno notato che gli abitanti avevano un tasso di malattie cardiache molto più basso di quello di una simile città vicina. Dopo ulteriori indagini hanno scoperto che gli uomini di Roseto di più di 65 anni avevano un tasso di mortalità che era la metà della media nazionale, anche se avevano un lavoro massacrante nelle vicine cave, fumavano sigarette senza filtro, mangiavano polpette intrise di lardo e bevevano vino ogni giorno. Perché? I ricercatori hanno concluso che erano i solidissimi legami familiari e il sostegno della comunità prevalentemente italoamericana di Roseto a fornire un maggior beneficio sulla salute. Uno studio successivo del 1992, che ha esaminato ben cinquant’anni di documentazione sanitaria e sociale, ha trovato ancora più prove a sostengo di questa tesi. Nel frattempo, il tasso di mortalità a Roseto era aumentato fino a raggiungere la media a causa dell’«erosione dei rapporti familiari e comunitari tradizionalmente coesi» dalla fine degli anni ’60 in avanti. Mentre i più ricchi iniziavano a mostrare la propria ricchezza in modo sempre più ostentato, mentre i negozi locali chiudevano a causa dell’arrivo di più grandi «superstore» fuori città e mentre spuntavano case monofamiliari con giardini recintati al posto delle abitazioni multigenerazionali, i benefici della loro comunità a protezione della salute si disperdevano. Altri esempi di comunità coese che preservano la salute dei propri membri includono gli abitanti della Sardegna e dell’isola di Okinawa in Giappone, nonché gli Avventisti del Settimo Giorno di Loma Linda, in California. Queste aree geografiche sono note come «Zone blu»: luoghi in cui non è solo la dieta a contribuire all’aspettativa di vita particolarmente lunga, ma anche il fatto che i legami sociali sono forti e durevoli. Luoghi come Bnei Brak o Roseto negli anni ’50 dove, come ha detto Dan Buettner, il membro di National Geographic che ha coniato il termine, «Non puoi uscire dalla porta di casa senza imbatterti in qualcuno che conosci».

È importante non essere troppo romantici quando si parla di comunità. Le comunità sono esclusive per definizione, e come tali possono essere sia eccessivamente chiuse che ostili nei confronti degli estranei. Spesso non ammettono diversità o anticonformismo, che si tratti di interessi diversi, strutture familiari non tradizionali o credenze e stili di vita alternativi. Nel caso degli haredim e degli Avventisti del Settimo Giorno, per esempio, chi non si attiene alle norme della comunità scoprirà che la scomunica può essere brutale e brutalmente rapida.

Eppure, per coloro che si trovano all’interno dell’enclave, la comunità apporta chiaramente dei benefici alla salute. Questo non deriva solo dal supporto pratico che la comunità fornisce o dalla garanzia di sapere che qualcuno ti copre le spalle, ma anche da qualcosa di più sostanziale che ha origine nel nostro profondo passato evolutivo: il fatto che siamo programmati per non stare da soli.

© Noreena Hertz, 2020

— Il testo che avete letto è un estratto dal secondo capitolo del Secolo della solitudine di Noreena Hertz (il Saggiatore, 2021)