ARTICOLO n. 15 / 2021

Lo Stato in luogo

Se lo Stato fosse cosa avrebbe molta più decenza. Ma l’oggetto inanimato si è piegato a quel volere, si è lasciato intrappolare nei dintorni del controllo rimarcando il fallimento della specie. Il problema è che lo Stato si accavalla con gli averi, è tutto Suo, ogni bene gli appartiene, passa il tempo a cimentarsi in quel che mai conviene: l’inventario privo d’invenzione.  Non c’è nulla svincolato da ciò che lo governa. Lo Stato è il participio di ciò che non è più, e quello vero, quello con la scure in mano, non solo combacia con le cose, ma le amministra, se le prende, le frammenta a dismisura e le dispone a piacimento. Con errori che fanno barcollare: proibire a certi e ad altri no, decidere chi arriva e chi rimane, condannare il difforme, tutto è nelle pieghe di un ragionamento che aggroviglia su lui stesso. Lui è qualunque essere umano che non riuscendo a sviluppare l’Io, si è affannato a diventare lui per chi lo rifocilla, senza l’altro non lo fa, ogni lui è legittimo solamente se visto dall’esterno, non esiste un lui che pensa a sé in terza persona, nessuno si dà del lui da solo. Lui è chi si flette alle disposizioni dello Stare, perché lo Stato prima di ordinare Sta, è lo stesso delle epoche remote, non si è mosso, lo Stato in luogo rappresenta il complemento del potere perché si sedimenta dov’è già, non avanza né indietreggia, solido e imponente stabilisce che chi Sta dirige e chi non Sta sopporta. Se il sistema arreca il danno è tardi per capirlo, non esiste un periodo in cui l’umanità fosse felice. È l’inutile bisogno di chi è vivo, sentirsi pronto per il cambiamento, ma il passato cancella l’utopia. Lo Stato sta alle cose perché sopra già ci sta. Diventiamo persone quando ci ammaliamo, lì si risveglia l’interesse per la stirpe, ci si accorge all’improvviso che chi sta perisce, e chi non stava prende il posto di chi sta, una partita a scacchi dove lo Stato muove entrambi, il bianco, perché lo Stato è sempre stato bianco, e il nero perché chi non è Stato per lo Stato è nero. La legge razziale senza fare un passo, la discriminazione più feroce che passa inosservata: chi Sta distribuisce e il nero si accontenta. Il governante determina, e l’elettore concretizza, la disparità al timone, lo statuto della razza che si fonda sul comando. Tutte le prevaricazioni successive sono il corollario dell’ingiustizia originale: chi non Sta non può decidere e, se fa quel che non deve, c’è la legge a imperversare col bastone e la carota. Prima il bastone però, così la carota trova il percorso già battuto. E quando rimane solo il corpo, sul quale non c’è tassa da pagare, non è stata introdotta la detrazione di esistenza, io non verso nulla per la mia venuta, sono nato a spese mie, l’unica cosa da pagare è donata dal destino. Appena concepito pago tutto, esclusa la mia costituzione, quella è offerta dal ministero del tesoro. Sul corpo vorrei disporre io, è il mio modo di Stare, non mi soffermo sul bene o sul male, si sta, in principio si è, poi subentra il sentimento, ma se non si riesce neanche a essere, lo Stato d’animo rimane tutto Suo. Nel momento storico della fasulla tutela delle minoranze, mi sento opposizione non tutelata, io che non voto e diffido dell’ordine confezionato, non vengo protetto, si autorizzano leggi che non condivido, eppure non c’è accenno al mio scetticismo. Quale riluttanza più indifesa di quella che non crede nell’intimazione? Tuttavia non c’è sostegno nei confronti di chi non riconosce il fine dell’egemonia. Sono pochi, sicuramente meno rispetto agli sfruttati, agli stranieri, ai bambini maltrattati, alle donne vilipese, ai disabili, agli emarginati. Chi respinge l’esistenza del comando è il gruppo allogeno per eccellenza, una parte impercettibile di questa collettività, la minoranza più sparuta, un drappello che non vuole diventare masserizia nelle mani del dovere. Ma non c’è puntello per chi non ha barriere nella mente, si preferisce l’ingiustizia collegiale, l’odio per il diverso, uguale a se stesso ma dissimile dal resto, si antepone l’interesse di chi soffre allo strazio di chi pensa. Tutti atteggiamenti condivisi ma che offuscano la vera minoranza etnica, quella di chi non accetta il dispositivo del controllo.  E tutto germoglia in casa, nella trappola per topi dove stratifica il bacillo dell’insofferenza. Già alla nascita si sta dove è la madre, si viene al mondo perché si è accompagnati, non sbocciare da soli è la prima forma di possesso, da lì la strada è in ascensione. Nella dimora familiare due comandano, uno un po’ di più, l’altro quel che può: e i frutti della copula costretti ad abbozzare. Per parecchi anni il bambino intravede il potere nei due ex depravati, li idealizza, sa sempre dove sono, si lascia guidare, preferisce la loro alla sua, si piega ai rimproveri e accenna il compromesso. La casa è il primo Stato, la palestra per diventare qualcuno, niente di più; divenire qualcuno è confondersi, mimetizzarsi in mezzo al mucchio, come i soldati in battaglia che s’ingarbugliano con la vegetazione. Difficile capire chi è qualcuno insieme a tanta gente, ma uno lo è, forse proprio quello che saluto, oppure qualcun altro che ancora non ostacola. Anche la casa sta, è l’eccellenza dell’Essere, la cappa catastale che sancisce il principato, il luogo dove il capofamiglia spadroneggia a sera senza nemmeno profumarsi, foderato di olezzo come la moglie appena riesumata dal travaglio. Arrivano al crepuscolo puzzolenti e battaglieri, i due colonnelli in pensione. E fuori c’è lo Stato, che all’inizio è delle cose, poi intrallazza con le chiese e alla fine è nelle case. Il presente che viviamo lo ravvisa tra gli arnesi, ma in passato, quando entrava negli alloggi, faceva pure più impressione. Oggi accede sotto forma di strillone, non c’è mai chi aspetta al palo per suonarti la carcassa, questa volta il culo è dentro, in ogni casa e in tutti i casi. L’unico luogo sicuro è l’infisso che separa il domestico dal fuori, un’isola felice che ci vede di passaggio, nessuno ha mai capito che per battere il potente occorre arrestarsi sull’uscio, un po’ all’interno e un po’ all’esterno, per generare il malinteso, per confonder l’oppressore che non capisce se il morale va schiacciato sottovuoto o se è meglio imperversare all’aria aperta in attesa che anche il gallo faccia il suo. L’infisso è lo Stato cuscinetto, una sorta di ambasciata a mezza strada. Che poi l’idea delle ambasciate fu diabolica, qualunque Stato riesce a stare in un altro grazie all’ambasciata, una specie di pettegolezzo oltre confine, ogni paese ne ha una all’estero e le rimanenti da lui. Lo Stato si priva di alcuni punti del suo Stare per andare a farsi grosso in un posto più lontano. E’ la miseria dell’abitazione secondaria, del domicilio al mare, avere un pied-à-terre altrove, questo è in realtà lo Statarello, un borghesuccio di infimo profilo che vuole la seconda casa sulla spiaggia. In cambio affitta agli stranieri pezzi del suo territorio, così anche i Paesi confinanti fanno le vacanze, divenendo Stati ove non sono. E quindi mi domando: può detenere lo scettro un participio passato? Nel linguaggio scritto qualunque participio, soprattutto se trascorso, non ha legami con il tempo che trotta; invece, nella ritorsione del dominio, siamo schiacciati da ciò che non è s’è fatto Stante per paura di essere identificato. Lo Stato è un errore linguistico. Oppure è il frutto dell’ubiquità, è Stato, Sta e Starà, sotto ogni forma, mai ci libereremo dalla prepotenza di chi appare per sempre. Lo Stato va chiamato È, lo È dovunque, reduce da ciò che era e inconsapevole di chi sarà. Magra consolazione. L’unica salvezza è che il potere cada in mano al futuro anteriore con io sarò Stato a generare quantomeno una piccola incertezza, il dubbio dei ricordi proiettato nel futuro, l’insicurezza che culla la speranza di un abbaglio, il sogno miserabile di aver capito male; o forse io sarò Stato vostro malgrado, questo sembra dirci il prepotente indaffarato, una volta si affacciava minaccioso ed acclamato, adesso ti trafora di nascosto, prima nella Camera perché la casa è la sua, e poi coi Senatori poiché la festa è appena cominciata: poco dietro quel balcone c’è lo stare dello Stato, c’è lo stallo di chi Sta. Sulle cose, senza scuse, come scrofe tra le case, nelle strade, nelle teste di chi sosta e non può dire sono stato perché il posto è già assegnato. Lo Stato è la prosecuzione del tempo, è il passato che ci scorre sopra dopo averci seppellito, parte da lontano e attracca oltre il raziocinio, non trova terra bruciata perché l’uomo invece di avvampare muore. Si è ricavato uno spazio che scorre parallelo a Dio. Lo Stato è Onnipotente sotto mentite spoglie, s’inventa Dio per simulare un comprimario, ogni Stato si rimette al Signorotto pur sapendo che non c’è, brevetta la panzana e la dilata nella storia. Allo Stato fa comodo un Altissimo che tergiversa affievolendo il peccato extrauterino. Per essere creduto, lo Stato finge Dio e lo protocolla nelle menti della folla. Non esiste Regno senza Protettore, non s’è mai visto un Paese agnostico, il tiranno ha sempre millantato qualcuno per difendersi dalla sommossa. Chi non crede in trascendenze può provare a non arrendersi a chi Sta. Ma se al contrario la mente si organizza per la vita successiva, anche la precedente va a finire tra le braccia di chi strozza. Che è colui che ancora È. Mentre l’uomo trapassa l’Istituzione avanza e fa brandelli. Rovesciarla non si può, ce n’è sempre un’altra sotto. Lo Stato è come la vecchiaia, una piaga sociale, non ci libereremo mai dai vecchi perché invecchiamo insieme a loro, il tempo non guarisce le ferite ma apre il boccaporto a chi è arrivato dopo. Lo Stato cresce nel passato di un participio che non ha nessuna intenzione di abdicare. Ecco cos’è l’Organizzazione, una lama conficcata in una fistola che non si cicatrizza, un ciclo mestruale perpetuo da dove cola il sangue del piccolo risparmiatore, mai così piccolo e così colluso con l’Inganno. Eppure sarebbe facile una repressione del comando, basti pensare che lo Stato del domani sarà fatto da chi ancora non è nato, o da chi si attarda ad allattare. Erode potrebbe essere la soluzione, se tornasse all’attacco. In attesa dell’Eroe consoliamoci con l’illusione che la lingua ci permette: se è già Stato non è detto che ritorni. Almeno questo.  

ARTICOLO n. 23 / 2021