Marco De Vidi

ARTICOLO n. 51 / 2026

CERCANDO MARK FISHER

Un film per indicarci la via d'uscita dal capitalismo

Realizzare un film su uno dei più influenti intellettuali degli ultimi anni, cercando di dare una forma visuale ai suoi temi e al suo immaginario, mantenendo quanto più aperto e trasparente il processo creativo. È questa l’idea alla base di We are making a film about Mark Fisher, un lavoro ibrido tra documentario, finzione e metanarrazione, che in queste settimane sta girando tutta Europa per proiezioni organizzate tramite passaparola e contatti diretti, senza una casa di produzione alle spalle. In Italia da più di tre mesi continuano ad aggiungersi nuove proiezioni (anche in luoghi istituzionali, come le università di Siena e Bergamo e l’Accademia di Bologna, solo pochi giorni fa), mentre i luoghi raggiunti dal film si moltiplicano, con eventi anche in Brasile, Argentina, Guatemala. Solo in questa settimana, We are making a film about Mark Fisher sarà proiettato in Spagna, Regno Unito, Nuova Zelanda.

Il progetto, ideato dal collettivo britannico Close and Remote, formato dagli artisti visuali Sophie Mellor e Simon Poulter, è nato come account su Instagram, in un tentativo di ribaltamento della logica di monetizzazione a partire dai dati personali degli utenti tipica dei social network. «L’idea iniziale era di usare questo account come un mezzo di ricerca, una sorta di diario visuale», riflette Simon Poulter. «Poi è diventato anche uno strumento di produzione, realizzazione e, nell’ultima fase, di distribuzione. Noi abbiamo usato questa piattaforma per creare connessioni, cercando risorse collettive per fare le cose, mostrando una modalità differente di utilizzo. Molte persone coinvolte nel film sono arrivate attraverso l’account: è un lavoro collaborativo, in cui il social network ha continuato a essere un punto di creazione e di immaginazione collettiva». In più di settanta hanno collaborato alla realizzazione, musicisti che hanno composto la colonna sonora, grafici, produttori, ricercatori.

L’idea di raccontare in un film le profonde intuizioni di Mark Fisher, capace come pochi altri di analizzare l’apparentemente invincibile pervasività del capitalismo e la sua influenza in tutti gli ambiti delle nostre vite, è nata dallo spunto dello scrittore e giornalista culturale Tim Burrows, che appare come intervistato nel documentario, oltre a Jodi Dean, Simon Reynolds, Andy Beckett.

Il film si focalizza in particolare sugli anni della CCRU, la Cybernetic Culture Research Unit, gruppo di ricerca dell’università di Warwick nato alla fine degli anni Novanta, in cui l’autore e filosofo (ma anche acuto critico musicale con lo pseudonimo di k-punk) si confrontava quotidianamente con personalità come il musicista Kode9, Sadie Plant, fondamentale voce del  cyberfemminismo, e Nick Land, legato al concetto di accelerazionismo e diventato oggi tuttavia uno dei punti di riferimento dell’alt right per le sue derive sempre più razziste ed elitariste.

«Abbiamo cominciato il film senza sapere esattamente in che direzione saremmo andati», spiega Poulter. «Noi siamo aperti all’idea che il processo genererà la cosa per noi, non sappiamo esattamente cosa succederà ma ci fidiamo della nostra esperienza e delle idee che arrivano nel corso del processo. Fare arte in questo modo implica l’idea di indeterminatezza, dove non c’è un piano completo, esaustivo, della realizzazione». 

Uno dei principali ostacoli incontrati, che ha indirizzato la forma poi presa dal film, è legato alla difficoltà degli intervistati di aprirsi e raccontare le esperienze più personali vissute con Fisher. «C’è ancora un trauma molto grande tra il suo gruppo di amici e le persone che lo conoscevano», spiega Poulter. «Per questo non è stato facile arrivare a una situazione di confidenza e di apertura con queste persone. Quindi abbiamo deciso di mettere insieme il lavoro di interviste con una metafinzione».

Riprendendo un concetto usato da Fisher (derivato e reinterpretato a partire da Spettri di Marx di Derrida), «il nostro film è una hauntology della vita di Mark Fisher, in questo clash tra finzione, interviste, musica, immagini delle proteste».

Questa dimensione spettrale ha le sembianze di una storia di fantasmi, Oh Whistle and I’ll come to you, my lad, scritta nel 1904 da uno degli autori innovatori dell’horror, Montague Rhodes James. Nel film a narrarla è il personaggio del professor Parkins, che fisicamente ricorda molto la figura di Fisher, interpretato dallo scrittore Justin Hopper. Appare anche lo stesso Mark Fisher, con estratti di video interviste, dove elabora i suoi concetti con parole precise, cercate con attenzione, con un tono calmo e pacato.

Ad alternarsi alle interviste e al racconto di finzione, come una sorta di controcanto alle riflessioni più teoriche, ci sono le immagini delle proteste che hanno attraversato il Regno Unito in questi anni, facendo irrompere la realtà concreta da cui partono gli scritti di Fisher.

«A partire dal 2012 abbiamo cominciato a filmare diverse proteste a Londra, avevamo un sacco di riprese nei nostri hard disk di cui non sapevamo cosa avremmo fatto», racconta Poulter. «E quando abbiamo cominciato a pensare al film, ci siamo resi conto di avere molto materiale che corrispondeva allo stesso periodo di tempo di cui Mark Fisher stava scrivendo». 

Le manifestazioni contro la crisi economica globale, le proteste degli studenti, arrivano fino a oggi, per una scelta precisa degli autori. «Non ci fermiamo al 2017, quando Mark muore, ma andiamo avanti, perché non è finita lì, la merda in cui eravamo immersi sta continuando. Siamo tutti parte di quello che sta succedendo, e tutti abbiamo potere d’azione. Un punto chiave riguardo al nostro film è far tornare consapevoli le persone di avere un potere».

L’inaspettato successo di un film sperimentale su un autore come Mark Fisher, tra festival, centri culturali e cinema indipendenti in tutta Europa, in qualche modo fa capire che questa consapevolezza stia tornando. «A nove anni dalla sua morte, è interessante osservare come molte persone stiano entrando in contatto con le idee di Mark Fisher, e in particolare la cosiddetta Gen Z, che hanno tra i 20 e i 30 anni. Si tratta di un gruppo di persone che sperimenta modi differenti di fare le cose, è alla ricerca di vie d’uscita dall’austerità, dal capitalismo, dal fascismo tornato popolare», riflette ancora Simon Poulter.

Il riavvicinamento a Mark Fisher è dovuto forse anche alle possibilità emancipatorie che i suoi testi descrivono, a partire per esempio dall’incompiuto Comunismo acido, che immagina nuovi legami comunitari riformulando il rapporto tra desiderio in chiave postcapitalista e rivendicazioni sociali.

Francesca Coin, sociologa e scrittrice che oggi lavora all’università di Parma, attorno al 2010 era appena tornata in Italia, a Ca’ Foscari, dopo più di dieci anni negli Stati Uniti. In quel momento gli effetti degli sconvolgimenti economici partiti dalla crisi dei mutui subprime del 2008 si stanno riverberando in tutto il mondo. È in quel periodo che scopre Realismo capitalista e decide di invitare Mark Fisher a Venezia.

«Cerco Mark perché mi sembrava che lui ci dicesse qualcosa che al dibattito italiano mancava, e che invece era molto più in linea con l’oscurità dei tempi», ricorda. «Mark aveva alcune caratteristiche inusuali: una grande sensibilità, una grandissima conoscenza musicale e culturale, era un’esperto di media studies, e aveva una chiara conoscenza dell’economia politica, dunque la sua analisi non era mai scissa dalla comprensione della struttura economica della società. Lui non parla mai infatti di depressione ontologica, ma parla di depressione sociale come risposta a un tentativo di sottomissione, di risoggiogamento della realtà».

I suoi testi sono molto influenzati dalle vicende personali, ma l’esporsi in questo modo non è mai un ripiegamento solipsistico, è invece il punto di partenza per denunciare le dinamiche cui tutti siamo sottoposti, spesso inconsapevolmente.

«Aveva una biografia peculiare», continua Coin, «una storia di vicinanza con le istituzioni psichiatriche, che gli consente comunque di riconoscersi nel clima emotivo dell’epoca e di spacchettarlo a partire dalla sua esperienza personale. Aveva una capacità che secondo me è tipica del movimento femminista, di partire da sé. La forza degli scritti di Mark nasce anche dal fatto che non si vergogna di definirsi una persona depressa e che non credeva in sé: questo senso di inadeguatezza è un riflesso emotivo di una violenza economica, che però riesce a tradurre molto bene, a divulgare, e a fare una cosa che secondo me è profondamente politica, e cioè usare la propria vulnerabilità come grimaldello della ricomposizione di classe».

«La sua sensibilità così fragile era la sua principale forza, e nella nostra epoca le sensibilità fragili si nascondono, e invece purtroppo domina un certo narcisismo, una certa volontà di dominio, di oppressione dell’altro, lo vediamo nei rapporti di genere o in quelli che si generano lungo la linea del colore. Le relazioni di classe si misurano proprio sulla capacità di creare alleanze alla pari, e forse uno degli insegnamenti più importanti di Fisher oggi è proprio quello di ricordare che i nostri traumi possono essere socializzati e possono essere curati collettivamente».

Anche secondo Coin questo approccio è estremamente politico, e per questo capace di parlare a moltissime persone oggi, e a creare sempre più interesse verso il lavoro di Mark Fisher. «Credo che questo sia anche uno dei principali fraintendimenti della figura di Fisher», riflette la sociologa, «perché lui non ha mai parlato di sé alla luce di una qualche resa di fronte alla violenza del mondo. Al contrario, la sua onestà, la sua trasparenza, erano una potenza riorganizzativa: forse si rendeva conto che uno dei modi per ricomporre la classe era proprio permettere alle persone di risuonare con sé. Con le sue parole, il suo corpo, con la sua sensibilità, lui riverbera nei processi di riorganizzazione e ricomposizione di classe, e usa parole sublimi ogni qualvolta percepisce una capacità dei desideri inespressi di convergere. È una sensibilità squisitamente politica, che usa la scrittura come strumento di organizzazione di classe».

La critica feroce e al contempo il senso di impotenza che traspare in Mark Fisher rispetto alla politica istituzionale, in quegli anni ancora rappresentata a sinistra dalle idee del New Labour e da Tony Blair (oggi nel consiglio del Board of Peace, l’organo voluto da Trump per appropriarsi di Gaza aggirando l’ONU), è dovuta a quell’idea, mai messa in discussione nemmeno in quella fase, che non ci sia alternativa al capitalismo, o come dichiarava Margaret Thatcher: «There is no alternative».

«Io penso che ora non ci sia alternativa non tanto al capitalismo, quanto al suo superamento, qualsiasi cosa questo significhi», riflette Francesca Coin. «Perché non c’è alternativa al superamento di un mercato violento, privo di protezioni, comandato da una classe oligarchica che vede nel darwinismo sociale la propria utopia. Io credo che non ci sia alternativa oggi al superamento di tutto questo: non c’è più alternativa a un immaginario egualitario, emancipatorio, ecologista, capace di riconoscere il ruolo delle lotte migranti e transfemministre in quel che è oggi il socialismo democratico».

Per cambiare l’inerzia delle cose, forse serve davvero poco, anche se appare ancora difficile rendersene conto. «Se noi guardiamo all’orizzonte, siamo con i piedi nel fango di un’epoca che affonda nella guerra», spiega Coin. «Uscire da queste sabbie mobili non sarà facile, ma richiede semplicemente di volerci provare. Non c’è una strategia unica, ce ne sono decine, ci sono decine di cose che si possono fare ogni giorno, per esempio dicendo la verità, cercando alleanze, con un mutualismo conflittuale, che forse è la strategia più grande che abbiamo. E credo che giustamente ci sia paura: la nostra è un’epoca di ricatto, di controllo, di criminalizzazione. La domanda non è come, perché già lo sappiamo. La questione è: quando? Io dico: subito».

ARTICOLO n. 84 / 2024

LA SCRITTURA SURREALE DI VAIVA GRAINYTÉ

bip degli scanner che leggono i codici a barre continuano a suonare, monotoni, fino a che tutto il pubblico si è seduto in sala. Le luci si spengono e nel frattempo una delle interpreti sul palcoscenico comincia a cantare, con tono dolce. «Dorme tranquilla la panna, gli yogurt non chiudono occhio»: è una ninna nanna, dedicata ai prodotti, ai magazzinieri, ai registratori di cassa, mentre il negozio chiude e viene inserito l’allarme per la notte. Comincia così, Have a Good Day!, «opera per dieci cassiere, suoni del supermercato e pianoforte», in cui attraverso brani ironici e surreali scopriamo la vita interiore delle lavoratrici di un supermercato, tempio contemporaneo sempre uguale a se stesso, che nasconde una concitazione di cui spesso, evidentemente, non ci accorgiamo.

Lo spettacolo è frutto di una collaborazione nata tra tre artiste lituane, la scrittrice Vaiva Grainyté, la compositrice Lina Lapelyté e la regista Rugile Barzdziukaité, ed è stato inizialmente presentato nel 2013. Un lavoro di grande successo, capace di vincere diversi premi, trasmesso dalla Bbc e dalla radio nazionale lituana e portato in tournée ovunque, e da poco tornato in scena in Italia, alla Biennale Teatro (durante l’ultima edizione diretta da Stefano Ricci e Gianni Forte, prima della nomina a direttore artistico dell’attore Willem Dafoe).

Spicca, per la sua originalità e leggerezza, la scrittura di Vaiva Grainyté, alla sua prima esperienza in un lavoro di questo genere, creato collettivamente. Il libretto di Have a Good Day! è stato tradotto in dieci lingue. «Lo spettacolo è nato dal desiderio di lavorare insieme» racconta l’autrice lituana, «e ci è sembrato che l’opera contemporanea fosse il genere perfetto per noi per una collaborazione, in cui potessimo incontrarci». 

Le dieci cassiere, con età e personalità molto diverse, raccontano dei loro acquisti e di quello che non possono permettersi, pensano al rinnovo del contratto, si preparano per andare a trovare i figli all’estero, immaginano la vita con un lavoro diverso, migliore, anche se poi «vado a dormire e non sogno niente». «Ogni personaggio deriva dall’osservazione, a partire dalle persone che ho incontrato, oppure dalla mia esperienza», spiega Grainyté. «Io tendo a prestare attenzione ai dettagli, a osservare come le persone parlano e si comportano: così ho una specie di archivio di personaggi e storie nella mia testa. C’è un personaggio, ad esempio, la critica d’arte, che riflette sul fatto di lasciare il paese, magari per fare il dottorato, oppure continuare a lavorare come cassiera. Riflette anche sulla politica culturale, sul fatto che la cultura non viene supportata abbastanza: è un personaggio molto vicino al mio alter ego, perché ho studiato storia e critica teatrale e quando ho finito i miei studi ho avuto anch’io questa sorta di crisi su cosa fare dopo, è una connessione autobiografica». In qualche caso, è stato l’incontro con le attrici durante la audizioni a suggerire personaggi e storie, poiché «il processo creativo si è svolto tutto insieme, ispirato anche dalle persone con cui abbiamo collaborato». 

I gesti e i suoni che si ripetono, l’atmosfera claustrofobica, l’interazione non sempre facile con colleghi e clienti, che si risolve sempre in quell’augurio forzato di una buona giornata, ben esprimono l’alienazione che vive quotidianamente chi fa questo tipo di lavori. Ricorda, per molti aspetti, la ricerca sul rapporto tra corpo e lavoro portata avanti dalla danzatrice e performer Anna-Marija Adomaityté, anche lei lituana, che con workpiece ha creato una coreografia intensissima basata sui movimenti ripetitivi di un addetto al banco di un fast food (portata al festival di Santarcangelo nel 2023).

Ma è chiaro che, se in fondo stiamo parlando degli effetti che il sistema capitalista ha sugli aspetti più intimi e ordinari delle nostre vite, si tratta di qualcosa che non è più locale, ma riguarda tutti, dappertutto. «Credo che il successo di Have a Good Day! derivi dal fatto che non parla solo di cassiere che si lamentano dei loro lunghi turni o dei loro bassi stipendi, ma riguarda la loro esperienza umana», riflette Vaiva Grainyté. «Tutti posso riconoscersi in un personaggio. È sorprendente scoprire che un lavoro che ha più di dieci anni sia ancora rilevante. Questo spettacolo è stato in tour in molti posti, dagli Stati Uniti all’Asia, e in tutta Europa: persone di culture molto differenti sono riuscite a trovare un modo per relazionarsi a questo lavoro, quindi credo che comunichi qualcosa di molto universale».

A colpire, nel percorso di Vaiva Grainyté, è l’enorme versatilità, fin dall’inizio, con la scrittura sempre al centro. Con i racconti, le pagine di diario e le poesie, scritte fin da giovanissima, che assumono diverse forme, come negli esperimenti musicali dei Regina Band, in cui l’autrice recita i suoi testi e suona la tastiera in un gruppo di free jazz. 

La prima pubblicazione risale al 2012. «Sono stata in Cina per un anno per studiare il cinema cinese e nel frattempo tenevo un diario», elaborando i piccoli saggi di non fiction che hanno dato forma a Beijing Diaries, in cui racconta con il suo sguardo sempre ironico e un po’ stralunato l’incontro con la medicina tradizionale mentre stava male, oppure un viaggio in Mongolia in solitaria, «ed è così che la mia carriera di scrittrice è iniziata».

L’ultimo libro, uscito nel 2022, è Roses and Potatoes, un romanzo collage in lituano e in inglese, che vuole decostruire gli stereotipi sulla felicità. Nel mezzo ci sono stati due lavori scritti per la radio, Witches Don’t Eat Gummies e Axis Deviation, un libro di poesie, l’adattamento per marionette dell’Ubu roi di Jarry, la band concettuale The Cuckoos, formata da due coppie di gemelli, che si è esibita all’interno di un museo con testi che dibattono su pezzi originali e copie. 

«Lavoro in solitudine, quando scrivo prosa, saggi o poesie», racconta Grainyté. «Quando scrivi poesie non sei tu a decidere, ma sono loro che arrivano, semplicemente. Può suonare forse un po’ romantico, ma è così». Per i lavori collettivi, invece, il processo è differente. «Sono progetti che nascono da inviti o da idee che mettiamo giù insieme», spiega, «penso molto alle persone con cui mi piacerebbe lavorare, anche senza avere un testo preciso in mente. Discutere le proprie idee con altre persone ti mette molto alla prova e ti prende molte energie, ma è sempre molto emozionante. Ogni tanto mi accorgo però che mi manca lavorare da sola e stare solo con me stessa. Ma a volte quando scrivo da sola mi mancano le collaborazioni. Credo sia un’ottima cosa per me poter variare tra questi due canali, è qualcosa che mi fa sentire privilegiata». 

Quanto al suo stile così peculiare, al contempo ironico e profondo, straniante e capace di arrivare a tutti, trova ispirazione lontano dalla letteratura, grazie a uno sguardo allenato a indagare il mondo dell’arte. «Credo di essere stata davvero influenzata dalla pittura e dal cinema surrealista» riflette Vaiva Grainyté. «Mi piace moltissimo Max Ernst, per esempio. C’è una sua citazione molto famosa che parla di un «incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio»: parla dell’interazione tra oggetti molto diversi in uno stesso spazio e credo che questo tipo di paradosso sia molto comune alla mia poesia e alla mia scrittura in generale. Quindi può trattarsi di una situazione molto comune, quotidiana, in cui c’è però qualcosa di strano, di bizzarro, di paradossale. Credo che tutto ciò venga dal mio grande interesse verso il surrealismo». 

Vaiva Grainyté ha anche vinto un Leone d’Oro, assegnato al padiglione lituano per la miglior partecipazione nazionale alla Biennale Arte nel 2019, per l’opera performance Sun & Sea, realizzata ancora insieme a Lina Lapelyté e Rugile Barzdziukaité. 

Il lavoro, che non ha mai smesso di girare i festival dopo l’esordio a Venezia, presenta alcune persone, viste dall’alto, in una spiaggia, in costume e asciugamano. Cominciano a cantare e a raccontare, in uno stile molto vicino a quello di Have a Good Day!, affrontando questa volta, in modo molto singolare, il cambiamento climatico. 

«Una volta in tour con Have a Good Day! abbiamo pensato che forse era tempo di lavorare a qualcosa di nuovo», ricorda la scrittrice. «Avevamo questa immagine, delle persone in costume osservate dal punto di vista del sole, ma non sapevamo ancora cosa avrebbero cantato. Abbiamo raccolto idee per un paio d’anni, partendo da questi corpi mezzi nudi, pensando alla loro fragilità, alla mortalità, a quella della terra, e dunque alla crisi climatica. Ma è un tema così grande, come si fa a parlarne, a scriverne?». 

«È importantissimo occuparsene», continua l’autrice, «ma volevamo evitare una retorica minacciosa, le immagini di morte, le notizie sui mari pieni di plastica. Stavo leggendo molto riguardo al cambiamento climatico, mi faceva molta ansia e non sapevo cosa fare. Ma a poco a poco ho capito che poteva funzionare, come in Have a Good Day!, l’idea di fare un ingrandimento su alcune micro storie, raccontarle da una prospettiva personale, per prendere i temi ecologisti e renderli più vicini, più concreti». C’è un personaggio, the Complaining Lady, che si sorprende quando va a camminare in un bosco e trova dei funghi a dicembre, totalmente fuori stagione. C’è il maniaco del lavoro, che è esausto e sorride fingendo che vada tutto bene. E anche qui, alcuni brani sono stati ispirati direttamente dagli attori coinvolti, perché le audizioni si sono svolte prima che il libretto nascesse. «In quel periodo stavo leggendo della barriera corallina che muore e degli esperimenti di alcuni scienziati che per ricreare i coralli stavano usando delle stampanti 3D», ricorda Vaiva Grainyté. «Abbiamo incontrato due sorelle gemelle, venute alle audizioni, e quando le ho viste ho pensato: “Ma forse una di loro è stampata!”, e così, per la combinazione casuale di articoli scientifici e immaginazione, improvvisamente sapevamo di cosa avrebbe parlato la canzone che avrebbero cantato loro due».

Nel frattempo, Vaiva Grainyté continua a sviluppare nuove idee, esplorando ambiti sempre diversi. Per l’autunno sarà pronto un nuovo progetto per la radio, una storia d’amore queer realizzata tramite interviste, un lavoro che sarà presentato in Lituania. E poi, entro la fine dell’anno, l’autrice sarà in Francia per un periodo di residenza, ospitata dalla Fondazione Camargo, all’interno di un parco nazionale in Provenza, per continuare le sue riflessioni sul clima che cambia. «Ancora non so esattamente su cosa lavorerò», racconta la scrittrice, «ma avrò l’opportunità di stare a contatto con alcuni scienziati e conoscere le loro ricerche, con l’idea di trasformarle in forma poetica. In questo momento non voglio avere un progetto preciso, ma avere il tempo per pensare con calma a cosa succederà, ai prossimi passi. Questi anni sono stati molto intensi».