ARTICOLO n. 49 / 2024

DECLINO CHE PASSIONE

anatomia del mito "era meglio prima"

Era meglio prima. Oggi non va bene niente. Siamo in declino. Il declino è diventato un genere: il declinismo. È più che una moda. In effetti, non esistono mode che durano in eterno. Il declinismo è un pensiero retrospettivo che spiega il presente a partire da un’origine perduta o dalla degradazione di una potenza organica, industriale, personale, militare.Questo pensiero è basato sulla psicologia collettiva, sulla condizione sociale di chi si sente personalmente in declino, sull’idea di progresso lineare ma anche sull’idea di società organica, gerarchica, automatica.

Nostalgia e risentimento

Il declino è una questione di prospettive. Non è solo il rimpianto di un’epoca. È anche la proiezione del presente in direzione di un’idea del passato da riattualizzare nel futuro. Questo doppio movimento sfugge all’attenzione. Di solito, infatti, si pensa che il declinista rimpianga il tempo della sua giovinezza, sia vittima della Caduta dal paradiso terrestre, rimpianga l’Età dell’Oro. È vero, ma non è tutto. 

La passione del declino è la nostalgia. La nostalgia può ribaltarsi in risentimento. Il declinismo è, in fondo, un idealismo. Il mondo è la degradazione dell’Idea, va riportato all’origine. E se il mondo va da un’altra parte, e non si lascia correggere, né risponde al bisogno di mettere ordine, allora si scatena l’apocalisse, il misantropismo, l’odio per chi non capisce la necessità di salvare la storia da se stessa e imporre la storia come dovrebbe essere ma non sarà. 

Non c’è un unico declino. Ce ne sono tanti quanti sono i declinisti per generazione, che siano della politica, dell’ideologia o della storia. Ciascuno ha il proprio modo di essere passivo, e di reagire. Il declino, in fondo, risponde a un’economia delle passioni. Oggi, nel cuore della controffensiva reazionaria, queste passioni sono spietate.  

Il declino inizia su Tik Tok

Ci sono i declinisti aggiornati. Quelli che si occupano di provocazioni scrivendo libri contro la scuola pubblica di massa, colpevole a loro dire di diseducare e non essere “meritocratica”. Dicono che il declino è iniziato con l’avvento di Internet e poi dei social network. Oggi i ragazzi non sanno scrivere, né parlare. Hanno la soglia di attenzione di un video su TikTok. È una catastrofe, signora mia. È la fine dell’età dell’oro, quando tutto sembrava più grande, gli alberi del paradiso terrestre erano gravidi di frutti promettenti. Tutto allora sembrava possibile. Oggi, quando abbiamo in effetti un problema con le mezze stagioni, ci troviamo sul piano inclinato verso il nulla. Se non reagiamo, il declino ci sommergerà.

C’era una volta: i “trent’anni gloriosi”

Il tempo delle mele è quello della giovinezza perduta. Se il declinista è di sinistra, la giovinezza coincide con i “trent’anni gloriosi” (1945-1973), cioè con il periodo del boom del neocapitalismo e di una narrazione mitologica di un Welfare idealizzato, una classe operaia eroica, un partito comunista frizzante, l’altra Chiesa che accoglieva e dava identità. Non occorre avere vissuto quegli anni. Si tramanda la loro idea. Oggi il declinista rimpiange quella idea di comunità, più che di classe. E in subordine il maggio ’68. I conflitti allora c’erano. Erano più vivi, tondi, sensati. Si capiva chi era il nemico. Bisogna salvare quella memoria ora che è finito tutto.

Io li capisco questi declinisti. Mi sento vicino a loro. Come dargli torto. Allora c’era la musica tra le più belle, un rito liberatorio, un’immaginazione politica. A un concerto dei Pink Floyd psichedelici ci sarei andato. Li ascolto oggi e sono favoleggianti. La scena finale di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni è una bomba, letteralmente. E avrei fatto un viaggio avventuroso. Non so se in India però.

Scrivo per un giornale che si chiama Il Manifesto. Una delle creature del Sessantotto. Spesso vado in archivio a leggere il quotidiano che facevano le madri e i padri fondatori e gli altri che li hanno seguiti. I primi furono espulsi dal PCI perché, tra l’altro, scrissero: “Praga è sola”. Denunciavano lo stalinismo che invase la Cecoslovacchia nel ‘68. Altro che riconciliazione. Altro che passato ideale. Violenza, repressione, negazione. La critica al Partito Comunista italiano era ruvida. La ricerca di un’altra rivoluzione era difficile. C’era allora però un’intuizione di fondo che dura ancora oggi. Gli studenti, gli operai, le donne, i movimenti di liberazione dal colonialismo e dall’imperialismo a cui si rivolgeva quel giornale formavano allora la parte emersa di un altro tipo di rivoluzione. Questa è la politica che resta da pensare, e da fare, ancora oggi. È il futuro. Si direbbe che il “declino” sia stato inventato per cancellare la sua intuizione. E per annegarla nella nostalgia del presente. Il genealogista vede invece la realtà in prospettiva. Le rivoluzioni, quando ci sono, lasciano il segno. 

All’origine dei guai

Tra i declinisti di “destra”, ma le parti si confondono perché sono in molti a pensare lo stesso a sinistra, si pensa che il “Sessantotto” sia stato l’inizio della decadenza e della perdita di autorità. A pensarlo c’è sia chi ha partecipato a qualche collettivo in quegli anni e poi si è messo a scrivere libri, trovando una popolarità tra i “nuovi filosofi”, sia i qualunquisti, populisti o fascisti veri e propri. In cinquant’anni di odio per il Sessantotto hanno trovato un’idea comune: chi allora si è opposto – i movimenti della contestazione studentesca e della protesta operaia, il femminismo – sarebbe stato un agente del capitalismo. Gli anti-autoritari avrebbero desiderato in realtà più autorità sostituendo i loro padri al potere e gli anti-capitalisti avrebbero desiderato più capitale auspicando una società liberata. 

L’esempio di questa posizione è la credenza basata su una considerazione ingenua della critica: se Karl Marx si è occupato di capitalismo, questo significa che è un sociologo capitalista; se Michel Foucault ha parlato di neoliberalismo, allora è un neoliberale. E Herbert Marcuse? Era l’ideologo di un movimento neo-capitalista composto da anarchici pulsionali che volevano godere dei privilegi della società dei consumi. La criticavano? Erano schiavi del capitale. Gilles Deleuze e Félix Guattari? Figuriamoci: teorici dei fondatori di Google e Facebook. Al di là delle stupidaggini che si scrivono alla base di questa idea del declino della critica c’è l’immaginazione di un soggetto pieno, bello e fatto, che si trova in natura. Uno nasce e, se è fortunato, lo trova nella culla. Dipende però dove e quando. Se nasce nel paese e nel movimento sbagliato non godrà della stessa fortuna. 

“Riarmamento demografico della popolazione”

Ci sono i declinisti natalisti. Un agghiacciante capolavoro di retorica declinista è stato realizzato dal presidente francese Emmanuel Macron quando ha detto che «bisogna riarmare demograficamente la nazione». Non lo ha detto Giorgia Meloni, o Viktor Orbán, di solito considerati tra i campioni dell’estrema destra europea al potere. Lo ha detto il liberal-qualcosa Macron che, quanto ad autoritarismo, non scherza nella civilissima Francia. Basta parlare con chi ha perso un occhio a causa dei flash ball sparati dalla sua polizia in piazza. Discorso patriarcale, guerriero, machista, teso a militarizzare il corpo delle donne, considerandolo una risorsa della nazione nella guerra, pardon nella competizione. 

L’ossessione contemporanea per la demografia implica l’idea inconfessabile che le donne producono forza lavoro. La Nazione ha bisogno dei loro grembi per riarmarsi. Se le donne non fanno figli, la colpa è loro. Non delle condizioni materiali che impediscono anche di amare un figlio. È la popolazione che non reagisce al proprio declino, non i suoi leader che invitano a riprodursi. Se le donne non fanno figli disertano dall’esercito della Nazione. Le metafore hanno una logica atroce. Macron, nella sua stupida brutalità, ha esplicitato ciò che è stato osservato a suo tempo da Michel Foucault: esiste un discorso che attraversa le teorie del capitale umano, l’economia della famiglia, la storia sociale, la geografia e altre discipline. Oggi il posto di questo discorso è occupato dal declinismo. E serve a disciplinare e controllare la popolazione.

Dietro la natalità, l’ossessione xenofoba

Ci sono i declinisti razzisti. Il demografo Hervé Le Bras lo aveva osservato nel 1998 nel libro  Le Démon des origines. Démographie et extrême droite: «La demografia sta diventando un mezzo per esprimere il razzismo». “Grande sostituzione” o “sostituzione etnica” sono i concetti in cui tale processo si è condensato. Questa espressione è stata importata anche in Italia. Ce ne siamo accorti quando il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, cognato della Presidente del Consiglio Meloni, ha parlato di “sostituzione etnica” e della necessità di “incentivare le nascite”. 

Idea-guida dellestrema destra, la grande sostituzione” è un pilastro anche del discorso declinista. Uno dei suoi ispiratori è il francese Renaud Camus. In un libro omonimo ha parlato della Francia, e per estensione l’Occidente, che stanno subendo un “cambiamento di popolo” a causa dell’immigrazione. Gli “autoctoni” saranno “sostituiti” da persone provenienti dall’Africa, in particolare dal Maghreb. Lo stesso dice oggi Trump a proposito dell’immigrazione dal centro e dal Sud America. Questo processo di “sostituzione” è paragonato da Camus a una “occupazione del territorio”, persino a una “colonizzazione”. Chi vive nelle periferie delle città, e del mondo, è un “soldato” del campo nemico che punta sulla “demografia” che è “uno degli strumenti di questa conquista”, “il suo braccio armato”. L’obiettivo è la “conquista attraverso l’utero”. Deriverebbe da un aumento del tasso di fertilità delle donne che non sono “autoctone”, ma cittadine acquisite di fede musulmana. 

Questo discorso permette di comprendere l’orizzonte coloniale in cui si muovono in discorsi che parlano di “reagire” a un “declino” calcolato in base all’uso natalista delle statistiche. In questa prospettiva un problema ricorrente in tutti i paesi del capitalismo in crisi è vincolato all’evocazione di un aumento della produttività dei corpi delle donne, alla divisione razzista tra le donne autoctone e quelle immigrate, alla gerarchia tra donne “cristiane” e donne “musulmane”, alla divisione tra donne “bianche” contro “donne nere”, e così via. “Reagire al declino” implica il potenziamento di queste tecniche di governo, e di oppressione, in un discorso trasversale.

L’apocalisse

Il declinismo è un racconto fondato sull’apocalisse. Quello delle nascite, rappresentato per Renaud Camus dalla “grande sostituzione”, sarebbe «il fenomeno più cataclismatico nella storia della Francia da 15 secoli». 

C’è poi l’apocalisse ambientale. Se oggi nei paesi capitalisti ci si concentra sul calo delle nascite “bianche”, fuori da essi si parla della sovrappopolazione del pianeta. E si evoca la necessità di una “denatalità”. I due discorsi non sono estranei. Stanno in un rapporto stabilito dal neomalthusianesimo in cui si sviluppa il declinismo. L’ecologista Jason W. Moore ha ricostruito questo nesso nella sua critica radicale al concetto di Antropocene e ha evidenziato come la riduzione dell’ecopolitica al problema del governo della popolazione sia stato un modo per rendere l’ambientalismo compatibile con il capitalismo. Se un problema esiste, allora è quello del modo in cui si produce e della distribuzione più equa della ricchezza. Visto che vivremo in dieci miliardi sulla Terra, allora come minimo bisognerebbe evitare che 2.400 miliardari e 100.000 milionari possiedano la stragrande maggioranza della ricchezza impedendo che le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche siano messe al servizio di tutti, compreso il mondo animale, vegetale e minerale. Il declinismo invece serve a giustificare l’estrattivismo (non c’è tempo, arriva la fine, troviamo i rimedi!). E poi ad accelerare la “crescita”, a rafforzare il fascismo fossile, radicando le divisioni e l’ostilità. In questa prospettiva dire che stiamo vivendo l’apocalisse, o dire che l’apocalisse c’è già stata, significa rafforzare lo schema prevalente, non profetizzare una rivoluzione che non c’è.

C’è l’apocalisse dell’identità nazionale. L’Italia, per esempio. Un caso di scuola. Si potrebbe dire che lo Stato unitario non era ancora nato e già si parlava del suo declino. Non sono riusciti a fare gli italiani. In compenso hanno creato e rinvigorito un paese disfunzionale, depredato, i servizi a pezzi, con i salari al palo da trent’anni e una totale sfiducia in tutti e in tutto. Il declinismo è il lato oscuro della Nazione. Un concetto, quest’ultimo, caro agli eredi del Movimento Sociale Italiano al governo. La Nazione la mettono dappertutto. È come il tofu. Sta bene con tutto. Insapore, prende quello del piatto che condisce. La usano come il crocefisso contro i vampiri. E tuttavia ciò non basta ad allentare il declino. Quest’ultimo è uno spettro. Insegue la Nazione. E smentisce i suoi protettori.

Lo strano caso del debito pubblico

Il declinismo è una costante nel racconto del debito pubblico in Italia. Ne Lo strano caso del debito pubblico italiano, Danilo Corradi e Marco Bertorello hanno spiegato un mito diffuso nella storiografia post-risorgimentale: l’Italia anello debole dello sviluppo capitalistico, eccezione incorreggibile, cicala e spendacciona, ostaggio di imprenditori levantini, di uno Stato inefficiente in un paese dove la «modernizzazione» è stata mancata. Il debito pubblico, e l’incapacità di governarlo, sarebbero la prova di una storia arcaica che non passa. Al contrario l’Italia è un paese moderno, e non solo perché altri paesi europei come la Francia oggi sono avviati a produrre un debito paragonabile. 

Il record italiano non è stato tanto generato da apprendisti stregoni senza cultura economica, ma da un progetto politico che ha usato il debito pubblico per garantire un modello di sviluppo profondamente ingiusto e radicato sulla bassa pressione fiscale sui capitali che ha favorito, già dagli anni Ottanta del XX secolo, il blocco sociale dell’individualismo proprietario composto da professionisti, commercianti, piccole e grandi aziende che non investono, risparmiano sui salari, non fanno innovazione, evadono o eludono il fisco. 

Certo, errori enormi ne sono stati fatti. Certo, c’è la corruzione e il clientelismo. Ma il grosso dell’aumento è stato una risposta pragmatica all’esaurimento del modello keynesiano-fordista, quello dei rimpianti “Trenta gloriosi” che ha associato l’aumento della produttività con quello dei salari, ma non ha garantito una crescita sociale coerente con le sue premesse moderatamente riformistiche. L’uso compensativo del debito pubblico ha posticipato le contraddizioni che si ritrovano immutate nel nuovo modello, il “keynesismo finanziario”. Il declino è una giustificazione a posteriori di un modello economico ingiusto che continua ad essere applicato in condizioni diverse. 

Di cosa, allora, il declino è il nome? Dell’estenuazione di un paradigma economico fondato sulla centralità della finanza: bassa crescita e aumento delle diseguaglianze pagate da lavoratori precari e cittadini senza tutele.

Il rinvio a un futuro negato

I declinisti sono una famiglia. Ci sono i progressisti, i reazionari e i conservatori. I primi pensano di tornare indietro per fare due passi in avanti. I secondi voltano le spalle al presente e in sostanza rimpiangono il tempo quando le donne erano disuguali rispetto agli uomini, quando il mondo era diviso tra colonie e imperialismo, o l’omosessualità era criminalizzata. Gli ultimi, i conservatori, vogliono conservare il meglio che la storia per loro ha tramandato. Tutti hanno una memoria selettiva. Per loro la storia è la discesa in un pozzo.

Il declinismo è una delle formule che sono riemerse in un nuovo campo di battaglia. Quello dell’egemonia neoliberale il cui scopo è assorbire e canalizzare le richieste di una profonda discontinuità politica in una progressiva, continua e flessibile restaurazione di un ordine senza giustizia. Da quasi mezzo secolo le controriforme che hanno costellato la storia di questa egemonia non hanno riformato nulla se non le condizioni che rendono praticabile la vita dei dominanti e spingono gli oppressi ad adattarsi a una vita parossistica e servile in una crisi senza sbocchi né alternative. Nella rivoluzione al contrario in cui viviamo, la vita è un rinvio a un futuro negato, a una pratica separata dalle sue potenze e dalla concreta possibilità di esercitarle in maniera democratica e generativa, al ricordo di un’epoca dell’età dell’oro che non è mai stata tale.

ARTICOLO n. 55 / 2024