ARTICOLO n. 19 / 2022

KEROUAC IN TARDA ETÀ

Traduzione di Sarah Barberis e Leonardo Carra

Il Kerouac degli ultimi anni è considerato politicamente molto reazionario. C’è stata una buffa trasformazione nel suo atteggiamento nel passaggio da giovane a vecchio, perché in un primo momento quando era marinaio era stato un membro del Partito comunista. C’è una frase esilarante che dice: «Posso fare autostop su quella strada e oltre negli anni che mi rimangono da vivere sapendo che a parte un paio di risse da bar cominciate da qualche ubriaco della mia testa non mi è stato torto nemmeno un capello dalla crudeltà del totalitarismo». È la sua visione ottimista. C’era una vecchia tradizione di sinistra o anarchica a San Francisco, negli ambienti che frequentava. Era stato un comunista e poi aveva litigato con un portuale e aveva deciso che i comunisti erano un branco di noiosi. 

Fu un curioso piccolo cambiamento. Ho sempre pensato che una delle ragioni per cui Jack veniva percepito come il più puro dei puri, o in seguito americanista, era che si era reso conto di avere così tanta dinamite nel cuore e anche nella propria arte da catalizzare un grande cambiamento culturale. Non sapeva di cosa si parlasse quando si trattava del governo quindi c’era un piccolo limite, non avrebbe dovuto spingersi troppo in là politicamente né farsi coinvolgere, [meglio] evitare le autorità. Non si lasciò coinvolgere come feci io e il resto degli intellettuali comunisti ebrei. Pensava che stessimo escogitando nuovi motivi per malignare, diceva così, «nuovi motivi per malignare». Penso che fosse vero. Per tutto il tempo Kerouac si oppose all’aggressività, la rabbia, la malignità, il risentimento, l’antiamericanismo della generazione più giovane che stava crescendo. Ne fui davvero scosso perché pensavo che intendesse me e in effetti era così. Con il senno di poi penso che fosse una mente affilata, intelligente, da rozzo americano del Sud ma con un’opinione intelligente.

Quale fu la conclusione politica definitiva di Kerouac al riguardo? Questo potrebbe far emergere la sua posizione culturale e politica. È in ospedale con una flebite causata da un consumo eccessivo di benzedrina. 

«Difatti incominciai in quell’ospedale a riflettere su me stesso. Incominciai a capire che gli intellettuali cittadini del mondo avevano divorziato dalla vera gente della terra ed erano solo dei matti senza radici, i matti ammessi e tollerati, che veramente non sapevano come fare ad andare avanti. Incominciai ad avere una nuova visione illuminatoria mia di una tenebra più vera che sovrastava proprio tutto quel ricoprente-opprimente rifiuto mentale dell’«esistenzialismo» e dello «hipsterismo» e della «decadenza borghese» e tutte le altre definizioni che volete dare. 
Nella purezza del mio lettino d’ospedale, settimane senza fine, una dopo l’altra, io, con lo sguardo fisso sullo stinto soffitto mentre i miei poveri compagni russavano, vidi che la vita era una brutale creazione, bella e crudele naturalmente, che quando si vede un bocciolo primaverile ricoperto di pioggia di rugiada, come si può credere che sia bello e meraviglioso quando si sa che quella delicata umidità è lì solo per incoraggiare il bocciolo alla fioritura, e perché possa in fine ultimo cadere accartocciato e secco nella morte dell’autunno? Tutte le contemporanee teste acide all’lsd (del 1967) vedono forse la crudele bellezza della bruta creazione chiudendo soltanto gli occhi: io l’avevo scorta da allora: un maniaco cerchio di Mandala tutto a mosaico e denso con milioni di cose crudeli e scene meravigliose che si susseguono, come mettiamo, quella rapida visione di una notte, da una parte un maestro del coro in un qualche modo stretto al suo «Paradiso» tropicale che faceva piano con la sua bocca «Ooooo» temendo e sfiorando la bellezza di quello che si stava cantando, ma proprio vicino a lui c’è un porcellino dato in pasto a un alligatore da dei marinai crudeli sul molo e la gente che passeggia noncurante. Solo un esempio del tutto. O quella orrenda Madre Kalí della vecchia India e delle sue sagge eternità con tutte le braccia ingioiellate, le gambe e il ventre anche, ruotante e turbinante follemente per divorare attraverso la sola parte che non è ingioiellata, il suo yoni, o yin, tutto quello a cui ha dato nascita. Ha ha ha ha lei ride mentre danza sui morti a cui ha dato la luce. Madre Natura che ti dà alla luce e che ti rimangia.
E io dico che le guerre e le catastrofi sociali provengono […] non dalla «società», che dopo tutto ha delle buone intenzioni, se no come verrebbe chiamata «società»?»

Potete così constatare il [periodo] inventivo e di scoperta che stava attraversando; e il bisogno di comunicare, che è poi il cuore della questione. Provava a comunicare all’America le ineffabili visioni dell’individuo. Gli schizzi sono cruciali per un’intera scuola di poetica, perché qua abbiamo la teoria, o meglio abbiamo la lunga prosa che precede la teoria; poi abbiamo la teoria, e gli esempi sono nelle pagine di apertura di Visioni di Cody

Sostanzialmente quello che [teneva] insieme tutti questi schizzi era Kerouac che vagava per la Bowery a New York e metteva a confronto quel paesaggio con l’affresco dei barboni di Larimer Street a Denver. Interpretava New York attraverso gli occhi di Neal, predisponendo la scena per le proprie osservazioni sul barbone, sul vagabondo, sul padre perduto, sull’infanzia negata, sull’esperienza di strada di chi si perde, sugli infelici, sui rifiuti senza speranza della terra: quello che rende chiunque riesca a sopravvivere un genio dell’empatia.

C’è una descrizione abbastanza valida di una cena. È il primo schizzo formale che ha introdotto in [Visioni di Cody].

«Questo è un vecchio ristorante come quelli in cui, tanto tempo fa, mangiavano Cody e suo padre: il soffitto uso carrozza ferroviaria vecchiostile, le porte scorrevoli. L’asse dove affettano il pane è consunto e levigato, come a pialla, a furia di briciole. La ghiacciaia («Ohé, Cody, c’è una bella frittura casareccia per stasera!») è un affare enorme, di legno greggio, con le maniglie come s’usava una volta, con oblò, con le pareti di piastrelle, piena di uova fresche e panetti di burro e gran tocchi di pancetta. In questi vecchi ristoranti non manca mai un piatto di cipolle crude bell’e affettate, per guarnire gli hamburgers.»

Sono solo semplici, osservazioni estemporanee e dirette da americano. Gli schizzi di Kerouac sono rilassati, come quando Cézanne usciva con il blocchetto di appunti e si sedeva in strada davanti al Mont Sainte-Victoire. Si accorge di tutto ciò che è necessario, lo butta giù e trova piccole pianure archetipiche e superfici e curvature della montagna. Kerouac fa lo stesso: lo connette emotivamente, nostalgicamente con Cassady e questo gli offre una corrente sotterranea di amore o affetto o empatia a cui ricongiungersi.

In un certo senso, devi avere una visione nobile del mondo quando lo osservi per riportare questa nobiltà negli schizzi. Nessuno ti può dare quella visione nobile del mondo. Possono offrirti dei suggerimenti su come articolarla, ma nessuno può dirti che è questa l’eternità se non lo sai già di tuo. Se non sai che sei nell’eternità e che quello che scrivi è la tua consapevolezza della presenza dell’eternità, non c’è modo di insegnarlo.

Il commento finale nelle ultime pagine [di Vanità di Duluoz] sarà il suo ultimo commento altamente letterario sull’esistenza.

«Dimenticati tutto però, moglie. Va’ a dormire. Domani è un altro giorno, ancora.
Hic Calix!
Leggi queste parole in latino, significano «Ecco qui il calice», e sii sicura che c’è del vino dentro.»

Quella è l’ultima frase e poi ha continuato a bere fino a morirne (quindi siamo nel 1967 o 1968). Secondo il critico letterario del New York Times, Anatole Broyard, Kerouac era ormai uno scrittore finito e rimbecillito. Nella mente di William Buckley era solo un ubriacone. Nella propria mente era stato tutto per nulla, solo ceneri, solo ceneri. Pensava di essere stato il miglior scrittore inglese dopo Shakespeare. Se lo chiedete a me, seppure nella malattia, scriveva opere angeliche. Penso che chiunque fosse interessato a quel tipo di letteratura abbia compreso che ha fatto qualcosa di immenso e indelebile.

© il Saggiatore, 2019

ARTICOLO n. 38 / 2022