ARTICOLO n. 59 / 2023

IL GIARDINO DEI CILIEGI IPOTECATO

La temperatura dell’estate

24 giugno 1993. L’estate è appena iniziata, ma a Firenze già si suda. Qui è sempre così: estati torride e inverni intollerabili, e tutto perché ci sono ancora queste antiche convenzioni chiamate “stagioni”, che agli ambientalisti ricordano un mondo migliore. E tutto sommato anche a me, ma solo perché mi fanno tornare in mente Four Seasons of Love di Donna Summer.

La gente passeggia per strada e ammazza il tempo in attesa dei fuochi d’artificio. Oggi è la festa di san Giovanni Battista, patrono locale e simbolo di rettitudine morale e correttezza politica. In una città chiusa come questa le occasioni di mondanità scarseggiano e, pur di avere una scusa buona per festeggiare, gli tocca riesumare la leggenda di un povero santo fatto decapitare per un capriccio di Salomè, la più grande socialite della Giordania.

Sono invitato a una festa in terrazza, in un palazzo a Oltrarno. La padrona di casa è una discendente di Machiavelli, ma l’astuzia politica evocata da quel cognome non è che un ricordo: Firenze non è più un crocevia di intrighi internazionali, ma un dormitorio per ricchi americani che vogliono vedere quel che resta della città che ha inventato gli interessi bancari.

Avrei dovuto vestirmi più leggero, questa camicia rosa – una Vivienne Westwood dal colletto largo anni Settanta – comincia a pesarmi. Ho appena sedici anni, ma mi sento già come uno dei personaggi del Giardino dei ciliegi di Čechov, un aristocratico decaduto e costretto a ipotecare l’ultimo pezzetto di terra che gli dà gioia. Ho la sensazione che la mia riserva di serenità sia rinchiusa in un passato idealizzato e inesistente, un periodo aureo in cui – passato l’inverno – riuscivo ancora a trovare conforto nell’arrivo della primavera e dell’estate, quando potevo raccogliere le mie simboliche ciliegie, rinascere e trovare sprazzi di felicità.

Non è necessario grande intuito per capire che sono gay: il primo paio di scarpe in vernice con tacco a spillo l’avevo comprato a Londra a quattordici anni e a quindici, a Parigi, avevo preso delle zeppe argentate e una pelliccia ecologica (solo perché non potevo permettermi lo zibellino). All’estero non mi faccio problemi a dichiarare la mia omosessualità, e durante le mie estati in Sardegna parlo addirittura di me al femminile. “Sono pronta per la prima colazione” dico ogni giorno al mio risveglio, verso le tre del pomeriggio. Perché su quell’isola mi sento più libero? Forse perché lì fa più fresco e posso sfoggiare i frutti del mio shopping, raccolti in giro per mercatini nei cupi mesi invernali.

Il resto dell’anno e nel resto d’Italia, invece, vivo da omosessuale non dichiarato. Non ho fatto coming out neanche con la mia famiglia, anche se loro – avendo fatto le scuole dell’obbligo – hanno già capito tutto. Non mi chiedono niente solo per eccesso di discrezione. Temono che una parola fuori posto possa frantumare come un cristallo di Boemia il mio cuore adolescente.

Ma chi voglio prendere in giro? Guarda che camicia che ho! Se avessi un triangolo rosa cucito addosso, darei meno nell’occhio. Eppure, niente, proprio non riesco a dirlo, non per codardia ma perché mi sono convinto che devo aspettare il traguardo formale della maggiore età. Come dicono tutti: “Quando avrai diciott’anni potrai fare quello che vorrai”. Mi sono illuso che in quel preciso istante, un attimo dopo aver soffiato sulle candeline, potrò finalmente pronunciare un liberatorio: “Sono frocio”. Ma fino a quel momento, niente. Dio solo sa cosa potrebbe succedere se lo dicessi prima. E per Dio intendo le forze dell’ordine.

Arrivato alla festa, scopro con piacere che si tratta di una di quelle rare circostanze in cui gli invitati non sono una cricca compatta. Delle ottanta persone presenti, infatti, ne conosco giusto una quarantina. Per evitare la noia, volteggio tra la gente con la grazia di uno Jury Chechi, schivando gli sguardi dei soliti noti, fino a quando vengo intercettato dalla padrona di casa.

“La vedi quella?” mi fa, indicando timidamente una splendida signora un po’ sperduta. “È Barbara Hershey”.

Sulle prime il nome non mi dice un granché. So che è un’attrice importante, ma non sono così vecchio da sapere che nel 1973, quando aveva venticinque anni, Barbara è stata una pioniera dell’allattamento in diretta TV. Lo ha fatto davanti alle telecamere del talk show di Dick Cavett (visibilmente inorridito), perché non sopportava di sentire Free, suo figlio di otto mesi, che piangeva dietro le quinte. Né sono abbastanza fricchettone da sapere che nel 1969 aveva scelto di farsi chiamare Barbara Seagull, in onore di un gabbiano morto durante le riprese di Last Summer. Ci tengo a precisare che il film in questione non fu girato a Ostia, come certe opere di Sergio Citti, altrimenti al posto del gabbiano morto ci sarebbe stato un volatile molto più casalingo, come il pollo di Herzog in Stroszek, e Barbara Chicken avrebbe avuto una carriera alla David Byrne, tutta incentrata sulla poetica del quotidiano.

“Fammi un favore” mi chiede l’erede Machiavelli, “parlaci un po’ te che sai bene l’inglese, sennò resta tutta sola…”

Che cosa potrà mai dire un sedicenne a una signora over40 con un brillante (e difficile) curriculum hollywoodiano alle spalle?

“Ehi! Ma tu sei quella che muore di cancro in Spiagge?”

Non è il modo migliore per attaccare bottone, ma devo pur dirle qualcosa e Spiagge è l’unico film in cui sono certo di averla vista, una sob story per famiglie dove lei muore e lascia i figli all’amica Bette Midler, un film sull’amicizia tra donne ricche. Nel 1993 non è esattamente il mio genere. Barbara sorride e, chiacchierando, mi fa capire che ha fatto molto di più. Ha lavorato con Peter O’Toole, Carrie Fisher, Sally Field, Shelley Winters, Willem Dafoe, Harvey Keitel, David Bowie, Gene Hackman, Michael Caine, Sam Shepard, Robert Redford, Robert Duvall, Glenn Close, Dennis Hopper… e, soprattutto, è stata diretta due volte da Martin Scorsese. La prima nel 1972 in America 1929, un piccolo film prodotto da Roger Corman grazie al quale il semi-esordiente Scorsese si fa notare dalla critica americana. La seconda nel 1988 nell’Ultima tentazione di Cristo, uno caso cinematografico internazionale.

L’ultima tentazione di Cristo?” Non ci posso credere. “Io venero Scorsese, ma quel film ha fatto talmente incazzare i cattolici che qui in Italia non è riuscito a vederlo quasi nessuno!”

“Sai, sono stata io a passare a Marty il romanzo di Nikos Kazantzakis”, mi dice. “Gliel’avevo dato sul set di America 1929, gli ci sono voluti sedici anni per trovare i soldi e il coraggio per ricavarci un film. Non hai idea delle cose orribili che hanno scritto su di me…”.

E comincia a raccontarmi di quanto sia stata dura per lei affrontare il bigottismo degli americani, che non le hanno mai perdonato la sua giovinezza hippie, la lunga esperienza da madre single, lo stile di vita indipendente, il ritocco alle labbra (all’epoca una cosa inaudita)* e il suo ruolo di Maria Maddalena in un film maledetto come L’ultima tentazione di Cristo.

Barbara non è il tipo di donna che si guadagna immediatamente l’ammirazione di un sedicenne da cabaret come il sottoscritto, ma non sa di avere un asso nella manica.

“Poi c’è un regista che vorrebbe tanto mettermi nel suo prossimo film… ma è un ruolo po’ troppo rischioso per me.”
“E chi sarebbe?” le chiedo, mentre le mie antenne vibrano sovraeccitate.
“Sono anni che continua a mandarmi questo copione, Cecil B. Demented, si chiama John Waters…”
“John Waters? Ma è il mio eroe!”
“Ah sì? Allora quando torno a casa ti faccio mandare il copione”.

Non ci crederete, ma Barbara avrebbe mantenuto la promessa. Il copione di Cecil B. Demented, che sarebbe stato realizzato solo molti anni dopo, nel 2000, con Melanie Griffith nel ruolo che Waters aveva pensato per Barbara, è ancora nascosto da qualche parte in casa mia. Ricordo che sfogliandolo mi sono soffermato su una sua annotazione: a un certo punto, nelle note di regia, c’è scritto che uno dei personaggi fa “pocket pool” e Barbara ha appuntato a matita “che vuol dire?”. Questa anima innocente non sapeva che vuol dire stuzzicarsi il cazzo attraverso la tasca dei pantaloni.

Per quanto io adori Waters, uno dei registi più divertenti della storia del cinema, capisco la titubanza di Barbara: dopo la gogna mediatica subita per il suo ruolo di Maria Maddalena, è comprensibilmente sul chi vive e lavorare con il più scandaloso dei filmmaker americani non sarebbe una mossa molto astuta. In quella fase così delicata della sua vita, Barbara non può permettersi il lusso di fare una follia come Nicole Kidman con Lars von Trier: le sue uniche preoccupazioni sono rimettersi in piedi, riconquistare la sua privacy, riprendersi la sua carriera di attrice e la sua quotidianità. È una persona pratica, concentrata sul suo lavoro fin da quando aveva diciassette anni. È bellissima, certo, ma non è una mezza calza e non bada molto all’apparenza. Quando viaggia, mi confessa, si porta dietro solo vestiti che non necessitano di essere stirati. Forse perché il ferro da stiro evoca un feudale codazzo di servette e Barbara, invece, ama viaggiare leggera. Vent’anni dopo capirò di somigliare più a Donatella Versace, che per un weekend si porta dietro l’intero guardaroba, un arsenale degno di una vera Iron Man della moda, ma in quel momento mi sento in profonda sintonia con Barbara. Io, un sedicenne “eterosessuale”, convinto di essere schiacciato dal peso del mondo, mi illudo di capire il suo dolore, l’ostracismo subito da Hollywood durante la prima fase della sua carriera (dal 1965 ai primi Ottanta) e la tempesta di fango, insulti e lettere minatorie che l’aveva travolta all’indomani dell’Ultima tentazione di Cristo. Da quando era poco più che una ragazzina, ogni aspetto della sua vita privata è stato gettato in pasto al pubblico.

Qualcosa mi dice che i miei (inesistenti) problemi sono paragonabili a quelli della donna che, prima dell’avvento di Facebook, ha ricevuto valanghe di minacce di morte da ogni angolo del pianeta. Da drama queen quale sono, mi sento capito da questa donna che ne ha davvero passate di tutti i colori: non poteva mettere piede fuori di casa e c’era sempre qualcuno che andava a rovistare nei suoi bidoni della spazzatura. È come se su quella terrazza, sotto il cielo appesantito dal caldo, ci fossimo solo noi due. Sarà che stiamo parlando in inglese e quindi posso scordarmi di essere in Italia, sarà che tutti – come la Blanche DuBois di Tennessee Williams – confidiamo nella gentilezza degli sconosciuti, sarà che anche io voglio contribuire alla conversazione ingigantendo ad arte qualche mio mini-dramma adolescenziale, fatto sta che non riesco a trattenermi. E glielo dico.

“Sai, Barbara, io sono gay”.

È la prima volta che lo dico a qualcuno, qui in Italia. E glielo confesso abbassando la voce, riducendola a un tono circospetto, come se la stessi mettendo a parte di chissà quale segreto di Stato. Come se la mia camicia non avesse già svelato il mio “segreto” prima ancora che aprissi bocca.

Barbara mi sorride, mi rassicura. Dice che è normale aver paura di venire allo scoperto, a prescindere da quale sia il tuo segreto, perché nel momento in cui ti esponi devi essere pronto al peggio. “Soprattutto se finirai a lavorare nello showbusiness” mi dice, dandomi una dritta fondamentale per quello che diventerà il mio mestiere. “In questo giro le persone sono incattivite e disilluse, ti vogliono male anche quando le aiuti, perché credono che tu le abbia aiutate solo per poi tenerle in pugno”. Ma per fortuna non siamo mai soli al mondo, mi rassicura: c’è sempre qualcuno in cui riconoscersi, qualcuno che capisce le tue paure, e non perché le ha superate, ma perché come te non può fare altro che affrontarle.

Siamo diversi, Barbara e io, ma all’ombra delle sue parole posso trovare riparo e sentirmi felice, anche solo per un attimo, con la consapevolezza che in futuro dovrò contare su altre persone come lei. È una sensazione calda, disarmante, un assaggio di cameratismo che mi ottunde i sensi. Sono le dieci e mezza, i fuochi d’artificio si arrampicano in cielo, ma io sento solo piccoli scoppi lontani. La terrazza si anima, gli invitati alzano lo sguardo e fanno “Oooh…”, mentre il sorriso di Barbara si perde nella mischia.            Qualche ora dopo, tornando a casa, l’adrenalina del coming out comincia a scemare. Mi sento di nuovo pesante, come sempre. Non c’è leggerezza per chi ha ipotecato il suo giardino dei ciliegi.


* Sette anni dopo l’incontro con Barbara, forse subconsciamente in suo onore, mi sono fatto un piccolo ritocco alle labbra.

ARTICOLO n. 46 / 2024