ARTICOLO n. 17 / 2021

Cos’è la libertà per un giornalista?

Adesso fanno tutti finta di niente. Il procuratore aggiunto dice che l’indagine lui l’ha trovata già bella e fatta quando è arrivato a Trapani e non sapeva nulla. Il pm che ha disposto le intercettazioni non c’è più, un altro è laggiù, nel Perù. Il sostituto dopo di lui confessa che questo faldone gli è cascato addosso e non sapeva bene che pesci prendere. I giornalisti di casa in Procura corrono ai ripari: ma vedete che la Procura di Trapani fa anche le inchieste a favore dei migranti, scrivono. Come se fosse una questione politica, di pro e contro, e non ci fosse in ballo qualcosa di più grande e importante.

Si è scoperto, grazie alle rivelazioni del quotidiano Domani, che una serie di giornalisti sono stati intercettati dalla Procura di Trapani durante un’inchiesta sul ruolo delle navi delle Ong, le Organizzazioni Non Governative, nel salvataggio di naufraghi nel mar Mediterraneo. La tesi della Procura, in un’indagine che va avanti da anni, che, per sì e per no, ha tenuto sotto sequestro una nave da soccorso, la Iuventa (bloccata dal 2017 al 2020, e che prima di allora aveva salvato 14.000 persone nelle varie missioni) è che non si tratti di veri e propri salvataggi, ma di «clandestini» presi in consegna dalle navi delle Ong, con un accordo con le autorità libiche, e poi portati in Italia. Sulla base di questa congettura, la Procura ha disposto intercettazioni a tappeto, tra le cui maglie sono finiti anche diversi giornalisti che da tempo si occupano del tema dei migranti, degli accordi Italia-Libia, di ciò che accade nel Mediterraneo. Sono stati ascoltati, mentre parlavano con delle fonti, ascoltavano dei testimoni. E non sono stati ascoltati per sbaglio: le loro telefonate sono state trascritte, stampate, depositate agli atti dell’inchiesta.

La vicenda in Italia ha suscitato i soliti tre minuti di sdegno. Poi si è passato a parlare d’altro. Ma a livello internazionale l’eco è stata ben diversa. Agli occhi di un osservatore esterno, infatti, è inconcepibile che un giornalista venga intercettato mentre compie il suo lavoro, parla con delle fonti (che per legge sono tutelate dal segreto), e che queste conversazioni vengano addirittura trascritte e conservate.

Negli stessi giorni, in Grecia, un giornalista di inchiesta, Giorgos Karaivaz, è stato ucciso davanti alla propria abitazione ad Atene. Anche in quel caso se ne è parlato poco, quasi fosse la cosa più normale del mondo.

Ma i giornalisti sono liberi? Liberi davvero?
Me lo chiedono spesso. Quando capitano vicende come queste (che sono più frequenti di quanto si possa immaginare), o quando si parla di querele pretestuose, mega richieste di risarcimento danni al solo scopo intimidatorio, possibilità di carcere per i giornalisti.

Io ho risolto a modo mio il problema della libertà.

Sconto la mia pena di giornalista vivendo.

Quest’anno io e mia moglie festeggiamo dieci anni di matrimonio. Nozze di plastica, le dico, prendendola in giro. Allora come oggi, posso dire di essere molto innamorato di lei. Un amore da quarantenne, senza furori giovanili, placido ma profondo. La conosco da quando eravamo ragazzini. Per me fu un vero e proprio colpo di fulmine, lei ci arrivò con i suoi tempi, appena quindici anni dopo (la goccia scava la roccia, spiego ai nostri figli, oggi, fiero). Quando uscivamo insieme, in quella nostra friendzone (io innamoratissimo, lei nel ruolo atroce di migliore amica), al mio ritorno a casa, prendevo un calendario da tavolo che custodivo, piegato nel cassetto della mia scrivania, e annotavo accanto alla data, con un pennarello, il tempo passato insieme. Quattro ore un intero pomeriggio di un sabato, viva. Oppure solo mezz’ora la domenica perché avevamo litigato (era un rapporto tempestoso già nella sua fase primigenia). E via dicendo. Ogni mese sommavo tutti i minuti e le ore e tiravo una somma. Vivevo così la mia storia d’amore unilaterale.

La stessa cosa oggi potrei fare con i carabinieri. O con i finanzieri, i poliziotti, gli ufficiali di polizia giudiziaria, i messi notificatori. Annotare in un calendarietto tutto il tempo passato con loro. Tre ore un pomeriggio per un interrogatorio, appena mezz’ora un altro giorno per una notifica.

Dovrei scrivere e appuntare tutte le ore e i minuti passati in una caserma umida a guardare un appuntato che scrive le mie generalità dopo che mi ha appena notificato una querela, l’attesa per la copia che l’unica stampante (sempre in fondo al corridoio) non fornisce perché manca il toner/la carta/la sta usando un collega. Il tempo trascorso nel pancaccio di una Procura prima di essere interrogato da un pm per i gravi crimini per i quali sono indagato, dalla diffamazione al procurato allarme. L’attesa di ore con decine di giovani immigrati in una stanza affollata di un commissariato, loro per rinnovare il permesso di soggiorno, io per essere interrogato su un articolo ritenuto lesivo della dignità / privacy di una persona.  E poi le attese in aula per i processi, l’udienza segnata alle nove e chiamata alle tredici, i viaggi in macchina con il mio avvocato per i tribunali lontani di Caltanissetta/Barcellona Pozzo di Gotto/Lamezia Terme. Le notti insonni a ragionare su una richiesta di risarcimento danni da 50mila / 100mila / 500mila euro.

Ecco, se io scrivessi in un calendario le ore e i minuti passate così, solo perché cerco di fare bene e liberamente il mio mestiere, ne verrebbero fuori dei giorni, questi giorni sommati farebbero anni ed è come scontare una pena a piccoli sorsi, una galera ambulante, una privazione della libertà a intermittenza.

E non conto, perché mi piace pensarle come pene accessorie, le telefonate le chiamate in disparte, i cazziatoni di questo o del politico, le pubbliche accuse nei comizi dei politici, le lettere minatorie e la gente che ti leva il saluto. Un venerdì pomeriggio, di poco tempo fa, ad esempio, due ore della mia libertà perse per un appuntamento con il sindaco neoeletto che mi convoca al comune, mi fa ricevere da sua moglie, e sua moglie mi dice tra le altre cose: «Noi non ci rimaniamo male per le cose che scrivi, i nostri amici sì».

(Mi sembra di tradire mia moglie quando mi capitano queste cose qui, è un tempo che potrei dedicare a lei. E invece.)

La vicenda più singolare. Quella volta che dai microfoni della radio dove lavoro, RMC101, a Marsala, lanciai un’operazione dal titolo «Foto di scambio». Si votava per le elezioni amministrative in città, era il 2012, e in tanti entravano in cabina elettorale con il cellulare, per fotografare la scheda votata e avere magari la ricompensa promessa, senza che i presidenti di sezione dicessero alcunché per fare rispettare la legge. E avevo fatto anche l’esempio, perché accadeva nella mia sezione, invitando i cittadini a segnalare tutte le sezioni dove la pratica di ingresso in cabina con il cellulare in mano era consentita.  E mesi dopo mi arriva un decreto di citazione diretta a giudizio, e scopro che proprio il presidente della mia sezione mi ha denunciato, addirittura per «voto di scambio». Denunciato per il reato che io stesso ho raccontato. E sono stati interrogati tutti: gli scrutatori, il segretario, i rappresentanti di lista. Ricordo ancora il passaggio di una testimonianza di una persona informata dei fatti in un fascicolo che era di oltre cento pagine: «Non conosco Di Girolamo» mette a verbale la scrutatrice «ma ricordo di aver sentito distintamente un clic provenire da una cabina elettorale».

Io non so se sono un giornalista libero – e forse chissà, la libertà ha il suono di un clic. Cerco di esserlo, ma è difficile. Anche perché tante cose accadono, che minano alla base la libertà di chi fa informazione, a cominciare dai compensi. L’ho denunciato tempo fa in un mio libro, la situazione da allora è solo peggiorata: ci sono giornali nazionali che pagano un articolo tre euro, cinque, dieci se c’è la foto. Ci sono richieste di risarcimento danni che ti seppelliscono e che devi affrontare da solo. Ci sono spalle voltate e amicizie che si interrompono. Molti giornalisti che conosco vivono di sponsorizzazioni più o meno occulte, scrivono a gettone, fanno razzia di uffici di stampa di parlamentari come di sagre, pur di campare.

Tutto ciò non fa altro, poi, che alimentare un meccanismo perverso, che vede oggi la professione del giornalista come la più vituperata. Peggio degli avvocati, per dire. Ogni cosa che dico e che scrivo è soggetta al vaglio di persone che si sentono in dovere di dire pubblicamente che non capisco nulla / dico falsità / sono un cretino. O gente che ti minaccia, senza neanche tanto pudore. «Prima o poi ti veniamo a prendere a casa» è un messaggio che ho ricevuto non molto tempo fa.

Lo strumento delle querele, poi, è mostruoso perché anche se chi querela un giornalista ha la certezza di perdere la causa, si utilizzano lo stesso a scopo intimidatorio. E finché c’è un sistema che consente di non pagare nulla a chi fa esposti o denunce ai giornalisti, ogni dibattito sulla libertà dei giornalisti sarà stucchevole.

E sotto un tappo – sì, un tappo – di giornalisti griffati e telegenici, di grandi firme e punzecchianti penne, c’è tutto un amalgama di poveri cristi che cercano di fare bene il solo che mestiere che sanno fare, come me, e che sanno che la libertà se la devono conquistare ogni giorno. E che sono vittime del grande cancro di chi fa informazione oggi: l’autocensura.

Non scrivo perché perdo l’inserzionista.

Non scrivo perché faccio arrabbiare il ministro.

Non scrivo perché risulto antipatico, anche.

Non scrivo perché faccio arrabbiare mia suocera, che poi si lamenta con mia moglie, e li sento i loro discorsi nel tinello dopo i pranzi domenicali. Ma perché non la finisce, ma non lo sai che è così, ma tu non gli parli, ma che gli parlo a fare … (poi mia moglie una volta ha detto una cosa bellissima, anzi, l’ha incisa, è in un podcast che ho pubblicato da poco, e c’è lei che fa capolino e risponde a chi le fa la solita domanda su di me: io una volta glielo dicevo di piantarla, di cambiare mestiere, poi ho capito che lui è felice e che non può fare questo mestiere in altro modo, e allora va bene così).

Se ci fosse davvero, un minimo di ragionamento, su giornalisti e libertà, questo riguarderebbe non tanto e non solo le intercettazioni selvagge della Procura di Trapani, ma altre vicende. Come quella di Antonello Montante. È stato leader di Confindustria Sicilia, alfiere dell’antimafia. Aveva in mano il Ministero degli Interni, agenzie governative, la Dia. Si è poi scoperto che eravamo di fronte a un’impostura. Montante è stato condannato a 14 anni con l’accusa di avere creato una rete di talpe che lo informava delle indagini a suo carico. E adesso è indagato anche per associazione a delinquere, corruzione, abuso d’ufficio e finanziamento illecito ai partiti.  Nella sua rete c’erano diversi giornalisti, che scrivevano sotto dettatura e compenso. Un piccolo esercito di stampa amica pronta a coccolarlo alla bisogna, disseminando le tossine della disinformazione per alimentare la grande impostura della sua «svolta legalitaria», fare inchieste farlocche su personaggi non graditi a  Montante o esaltare le sue gesta.

Che cos’è allora la libertà per una categoria che ha già ceduto nel tempo pezzi di libertà, quando ha scelto di fare il cane da compagnia del potere, anziché il cane da guardia della democrazia, quando ha cavalcato le veline delle procure, masticando vite, quando si è piegata ai desiderata degli inserzionisti?

Oggi il giornalista nell’epoca della d’intermediazione è il mestiere meno calcolato e difeso, e quindi siamo carne da macello, anche per le procure, non sapete quante volte vengo interrogato per rivelare la fonte di un articolo, e ogni volta che mi oppongo c’è quasi l’offesa, la minaccia di un «aprire un fascicolo».

Non c’è più neanche il museo del giornalismo. Si chiamava «Newseum», orribile crasi, e aveva sede a Washington. Leggo che il pezzo più venduto nel suo bookshop era una maglietta con la frase: «La libertà di parola non è una licenza per dire cose stupide». C’era il memoriale con le foto di 2.344 giornalisti morti in prima linea, uccisi dalla mafia, come dai narcos o dalle dittature.

Lo hanno chiuso perché, semplicemente, non ci andava nessuno.

Eppure la libertà di stampa è stata una conquista. E pure recente.  Con prezzi altissimi.  Ci siamo illusi che la rete avrebbe ampliato la circolazione di idee e di notizie senza più alcun vincolo di spazio, superando regimi e censure. Oggi sappiamo che non è così.  Anzi, viviamo una fase di manipolazione delle notizie e delle fonti, la richiesta ossessiva di risposte semplici a problemi che invece sono complessi, con un linguaggio che si impoverisce e un profluvio quotidiano di false notizie.

Io non ci voglio finire in un museo.

E se alla fine sono libero, la mia libertà è poter lavorare di sottrazione, resistere al tempo perso e ai saluti mancati e alle ingiurie, trovare una nicchia, un punto originario dove tutto questo non ti avvolge.

E allora quando arrivo a casa, stremato, la sera, gonfio di qualche umiliazione, con un mare di cose che vorrei urlare, appena cazziato da un pm, o sotto il colpo d’ascia di un’ennesima querela, do un bacio a mia moglie, penso alla bellezza del nostro stare insieme, cerco anche di dare un bacio ai miei figli sfuggenti, ma non importa. Basta guardarli negli occhi. Sostengo il loro sguardo. Non ho nulla da vergognarmi. Sono libero.

ARTICOLO n. 23 / 2021