ARTICOLO n. 92 / 2026
GREEN APPLE BOOKS
Il sottotitolo del pezzo che avevo immaginato di scrivere prima della partenza avrebbe dovuto recitare: Che cosa imparo dalla comunità delle librerie indipendenti statunitensi e come destrutturo questa esperienza. Al di là del verbo “destrutturo”, a cui avrei sicuramente sostituito un sinonimo meno pretenzioso, le cose sono andate altrimenti, il sottotitolo va cestinato per intero.
Back to Frisco
Roma, luglio 2026. Mentre comprimo nella valigia tutto ciò che posso, pregusto il piacere di quando tra venti giorni la imbottirò ulteriormente di libri, al ritorno da San Francisco. So già che proverranno dalla Green Apple Books, saranno muniti dell’iconico segnalibro fumettistico e spesso di un numero scritto a matita sull’ultima pagina. Conservo un ricordo epico della libreria – il labirinto di volumi nuovi e usati annunciati da grandi cartelli dipinti, le ripide scale di legno a suggerire alti e misteriosi livelli, l’improvviso scricchiolare del pavimento nel silenzio concentrato dei corridoi. E a rendere il sogno possibile, uno stuolo di librai affiatati, giovani e punk. Alla Green Apple di San Francisco ho comprato pietre miliari come Big Sur di Kerouac o Gasoline di Gregory Corso e scoperto per caso autrici contemporanee come Jennifer Egan o Chimamanda Ngozi Adichie. Considero con tenerezza le mie copie stropicciate di A Visit from the Goon Squad, letto d’un fiato smollicando panini pieni di coriandolo a bordo di un pullman coreano tra San Francisco e San Diego, e Americanah, pescato con curiosità inconsapevole a un mese dall’uscita. Non vedo l’ora.
Pochi giorni dopo: San Francisco. Sono passati oltre dieci anni dall’ultima visita. Non era la prima: tra il 2009 e il 2015 T. ha vissuto in questa città per lunghi periodi intervallati da brevi rientri in Italia. Oggi cammina in stato di esaltazione guardandosi intorno, non lo vedo tanto felice dal giorno della nascita del nostro secondo figlio che ora urla nel passeggino pretendendo lo scioglimento immediato delle briglie. L’aria è fresca, il cielo blu, dal saliscendi tra case pastello si intravede, pazzo e onnicomprensivo, l’oceano. Il nostro primo stupito commento è: dove sono finiti gli homeless? Ci eravamo preparati a un’estensione infera di Tenderloin e della sua popolazione elettiva su tutto il territorio centrale della città e invece la comunità dei senzatetto di San Francisco si è, o più probabilmente è stata, sparpagliata in altre aree dove ai carrelli e alle buste si alternano i corpi piegati in due dal fentanyl. Nella public library dove T., all’epoca, per confondersi con gli habitué esibiva un abbigliamento vagabondo e uno zaino da trekking in cui giaceva sepolto il computer, ovvero la tesi di dottorato, il disagio sociale è meno tangibile di un tempo. Tutto intorno è il nulla. I grandi negozi sono chiusi dall’anno del covid: niente pigiami da Old Navy né felpette da Gap. Qualcosa ci sfugge.
Il resto della città procede a pieno regime, nei parchi la gente pratica sport elaborati e gode di comfort a noi ignoti, i robotaxy elettrici sfrecciano a ogni incrocio inducendoci a girare video a bocca aperta mentre gli oriundi ridacchiano del nostro provincialismo. South of Market ospita l’headquarter delle aziende AI, chiunque lo menzioni commenta con scetticismo: dopo la bolla del tech, ecco la bolla dell’AI. Costa tutto il triplo rispetto ai tempi in cui passeggiavamo per Haight-Ashbury sulle tracce di una contestazione già estinta e, di quartiere in quartiere, un numero incredibile di case si presenta vuoto. Eppure il sole splende, le meraviglie geo-urbane della città restano intatte, lo spirito allegro e fricchettone ereditato dagli anni Settanta un po’ meno. Sento sempre più raramente urlare «thank you driver!» da chi scende dall’autobus, e solo una ragazza nel corso di tre settimane mi ferma per strada per dirmi «I love your style!» Il mio stile sarà forse in declino, sull’atmosfera di San Francisco non ci sono dubbi.
Il quartiere
Ma torniamo all’arrivo. Atterriamo, non dormiamo e ci svegliamo nell’Inner Richmond, stessa casetta di un tempo, solo più affollata di bambini. I primi giorni in città esigono un recupero immediato delle sue remote bellezze e una riproduzione fedele dei rituali mitizzati dal ricordo. Non sono sicura che abbia già aperto quando vado, anzi corro alla Green Apple Books col cuore in gola. Da anni monitoro lo stato di salute della libreria sui social network; so già che la struttura commovente di un tempo – due ingressi, FICTION e NON FICTION – è stata compattata in un unico negozio, e che un secondo punto vendita è stato inaugurato dall’altro lato del Golden Gate Park. Scopro senza stupore che anche la bella Browser Book di Fillmore è di proprietà di Green Apple e trovo invece bizzarro che esista un presidio della libreria al terminal 1 dell’aeroporto. Novità o meno, confido ciecamente nella resistenza di Green Apple come avamposto culturale della città. Pochi block e sarò lì, mi guardo intorno.
Richmond è un quartiere bellissimo. Nel suo cuore troneggia il Golden Gate Park, polmone verde e caleidoscopico che contiene molti e incoerenti mondi, come è tipico di San Francisco: il palco per i concerti del tramonto su cui troneggia l’invito inscritto nella pietra Lift Every Voice, l’Academy of Sciences di Renzo Piano, il giardino del tè giapponese e quello botanico, il roseto, i playground spaziali, il lago, l’altro lago. La popolazione del quartiere è eterogenea. Si va dai fichetti del tech alle famiglie medio-borghesi, dalla comunità cinese, che qui ha una sua area residenziale storica, a quella russa che è facile indovinare dalle gastronomie, dalle sale da tè, dalle librerie tematiche. Mentirei se dicessi di trovarmi sempre a mio agio, di sentirmi a casa. Resto a bocca aperta quando ci negano l’ingresso in un bar per via della presenza dei bambini – il solito puritanesimo bigotto nordamericano che poi sfocia in dipendenza da tutto, sentenziamo indignati –, non mi riconosco, forse sbagliando, nelle coppie di mezza età in tenuta da corsa né nelle comitive di vagabondi che dormono nel parco e ciondolano davanti ad Amoeba Music, non riesco a farmi comprendere dalla ragazza dietro al bancone della migliore rosticceria cinese in cui abbia mai mangiato e sono certa di ordinare i piatti sbagliati nel rinomato birmano che tutti consigliano. Ma da Green Apple so di sapere, sono certa di potermi esprimere.
Green Apple
La libreria è aperta, entro, non mi accolgono con i festoni e la medaglia della lettrice fedele d’Oltreoceano come avevo previsto, ma con un asciutto welcome in che pure fa simpatia, mi chiedono di lasciare lo zaino, in cambio ricevo una molletta con su scritto un numero. All’ingresso le novità, ovviamente, e altri muretti di libri con gli staff picks e i bestseller della libreria dalla fondazione nel 1976 al 2026: 50 anni. Lascio T. in assetto da guerra nel settore infanzia e vado sparata alla letteratura usata. Individuo subito uno Styron e una Gallant mancanti nella mia libreria Leroy Merlin che aspetta a Roma nuovi carichi con atteggiamento industriale – prose giornalistiche per il primo, racconti uncollected per la seconda –, poi mi sbizzarrisco con elementi meno prevedibili. Non girovago quanto avrei ambito per l’ansia dei bambini indemoniati e sgraffigno qui e lì con una certa autoindulgenza. Cento dollari di libri dopo neanche un sorriso alla cassa. Ma come, mi chiedo, dove sono i walkie talkie con cui i librai si chiamavano da un piano all’altro, perché nessuno propone due chiacchiere a commento delle mie eclettiche letture?
Prima di uscire scorgo una locandina: tra qualche giorno Dave Eggers sarà in libreria per il suo ultimo romanzo. Nel giorno x sappiamo di dover tornare nel quartiere in tempo per sentirlo parlare. Eggers non è il mio scrittore preferito, ho letto solo L’opera struggente di un formidabile genio tanti anni fa, ma lo stimo per il suo progetto 826 Valencia che pure ci fiondiamo a visitare e troviamo più marketizzato di come lo ricordassimo. Fondata a Mission – quartiere messicano alternativo, oggi un po’ più stropicciato da un lato (Mission Street) e gentrificato dall’altro (Valencia street, la parallela) – la scuola di scrittura creativa per ragazzi in difficoltà oggi si è espansa sul territorio cittadino. Mentre Valencia diventava una strada di caffè carini e boutique fancy, sono nate due nuove sedi, a Tenderloin e a Mission Bay.
Quando entriamo alla Green Apple Eggers è alla cassa e firma con espressione apatica le copie di chi acquista il suo libro. Le due parole, se pure ci sono state, sono state pronunciate da un pezzo e ora c’è solo questo: una specie di prestazione impiegatizia. La delusione si vena di ironia, ci scappano altri due o tre tascabili usati, ma i calcoli dei chili in valigia cominciano a porre un limite. Inizio a segnarmi i titoli in sospeso per i quali dovrò pensarci due volte: On Morrison di Namwali Serpell, l’ultimo di Valeria Luiselli. Ma, forza comunità della libreria indipendente di Frisco, riconquistami!
Alla seconda visita, più tempo per ripercorrere tutte le aree della libreria. Storia asiatica, storia latinoamericana, studi afroamericani, scienze politiche, storia militare, storia degli USA, storia del mondo, LGBTQ, studi di genere, sociologia, California e Bay Area, filosofia, scienza, psicologia, religioni, arte, architettura, memoir, fotografia, fiction, mistery, lingue straniere. Girovago nel labirinto ligneo di settore in settore e mi sembra di essere in paradiso. Stavolta compro anche una canotta, una tote bag, mi autonomino testimonial. Spero che questo apra a una conversazione con la libraria dal caschetto argentato a cui provo a chiedere dei cambiamenti intervenuti negli ultimi anni senza particolare successo. Mi saluta educatamente, ma non ha voglia di chiacchierare, forse perché deve lavorare o forse perché la mia idea di libreria come comunità di amici è un tantino naïf.
La Green Apple non è la sola libreria nei paraggi ammantata da un’aura mitica. C’è la City Lights a North Beach, dove nel 2008 T. ed io intervistammo Lawrence Ferlinghetti senza chiedergli nulla di interessante sprecando un’occasione irripetibile. C’è Moe’s, a Berkeley, dove torniamo con meraviglia nostalgica, forti dell’idea di una possibilità conoscitiva ed estetica pressoché infinita. Eppure la sensazione che qualcosa si sia ridotto, non tanto nell’offerta quanto nella spinta di base, permane e inquieta questi pellegrinaggi.
I segnali di una decadenza irrimediabile sono ovunque. In libreria pesco tra le riviste The Atlantic e London Review of Books. Sul primo, nel numero di Agosto, è stato pubblicato un articolo molto discusso sulla fine dell’era della lettura – forse, a conti fatti, una modesta parentesi tra l’era preverbale e quella digitale. I commenti online sono feroci, severi, e anche a me sulle prime la scelta del giornale è parsa sensazionalistica, ma gli scricchiolii del mio tempio librario inducono a una nuova cautela.
Per le scale della Green Apple c’è la foto di un uomo che ruba un libro. È stato catturato dalle telecamere a circuito chiuso e sul frame del girato stampato su un A4 campeggia il titolone THIEF, a risveglio di una coscienza collettiva forse smarrita. Non si rubano i libri, non in una libreria indipendente. Non negli USA in questo momento, verrebbe da aggiungere. Il clima più depresso sarà dovuto a questa fine dei giochi, al limite imposto dai tagli del governo Trump a qualunque possibilità di ricerca umanistica. È una disgrazia che coinvolge tutta la società e suscita enorme tristezza. Ma quello che un tempo mi aveva stupita – la radicalità degli avamposti culturali in un Paese che spaventa per la combinazione tra egemonia e inconsapevolezza – oggi non mi rassicura quanto avrei voluto. Siamo cambiati noi o sono cambiati loro? E chi siamo noi? Loro chi?
Le ore scorrono e il legno scricchiola, la valigia è ormai esplosa. In venti giorni riesco a leggere solo un Bioy Casares portato da Roma e l’ultimo di Ben Lerner che regalo a un amico appena ultimato. All’ingresso della libreria, tra i banchi di usato a prezzi stracciati, c’è una mascotte, un clown con una mela verde in mano che sembra sfidare l’ordine delle cose. Non potrete ottenere fondi per la vostra ricerca né superare la frontiera, non potrete evitare che i soldi delle vostre tasse siano investiti in armi né ambire a una sanità pubblica o vagamente accessibile, ma potrete continuare a leggere, ci dice telepaticamente, e la promessa pare farsi minaccia. Finalmente la libraria col caschetto si avvicina, sarà la decima volta che ci incrociamo, devo farle tenerezza. Le dico che oggi è l’ultimo giorno, che tra poche ore il nostro volo decollerà e torneremo a Roma. Si arrende a un sorriso, sarà ammirazione per la fedeltà di una lettrice europea o sollievo per non dover più fingere che la migliore libreria indipendente di San Francisco goda di ottima salute mentale? Ai posteri la destrutturazione.