ARTICOLO n. 15 / 2026
CIÒ CHE LA FOTOGRAFIA TRATTIENE
Linda Fregni Nagler
Il ragazzo al centro è seduto al contrario.
Indossa una maglietta chiara e dei pantaloni altrettanto chiari, appoggia le braccia allo schienale palesando fierezza, ma non è questo che mi colpisce. A colpirmi è il volto. Attraversato da colature scure che partono dalla fronte e scendono sugli zigomi, sul naso, fino alla bocca.
Sanguina.
Sanguina e sorride.
Intorno a lui ci sono altri uomini e ragazzi in giacca e cravatta, il berretto da uniforme; l’aria ordinata di chi porta dentro di sé il premio del vigore. Tutti guardano l’obiettivo con complicità mista a orgoglio.
La fotografia appartiene a Vater (2025), la serie dedicata al Mensur presentata da Linda Fregni Nagler nella sua personale alla GAM di Torino (a cura di Cecilia Canziani, visitabile fino al 1 marzo 2026).
Il Mensur è un rito accademico ottocentesco praticato – ancora oggi –nelle confraternite universitarie dell’Europa centrale, in particolare in Germania. È un duello di scherma che ha un solo bersaglio: il volto dell’avversario.
La cosa interessante è che le immagini di questa serie non raccontano l’azione – del duello non si vede praticamente nulla – ma insistono sull’assetto. I partecipanti al Mensur appaiono coordinati non tanto dallo scontro, quanto dalle operazioni di sutura delle ferite, inflitte e poi curate in modo da durare, da risaltare nel tempo, da fiorire. Segni destinati a restare, a testimoniare un’appartenenza e il riconoscimento reciproco tra simili.
Il titolo della serie, Vater, nasce invece da un dettaglio quasi accidentale; proviene da un album fotografico acquistato dall’artista, che in copertina riporta una sola parola: “Vater”, padre.
Dal contesto e dall’estetica delle immagini – organizzate su due efficaci strutture espositive, disposte in altrettante sale – emerge la sensazione di trovarsi davanti a un mondo sospeso sull’orlo di un abisso imminente. Un mondo che si prepara, senza saperlo, alla propria dissoluzione violenta: la guerra mondiale è vicina, pronta a trasformare quei corpi in materiale sacrificabile.
È uno dei punti emotivamente più intensi della mostra.
Guardando oggi questi giovani uomini, immersi in una concezione sentimentale della lotta, colpisce la loro inconsapevolezza. Continuano a posare, a sorridere, a prendere parte a un rituale che scambia la violenza per formazione, ignari di essere già dentro il conflitto che li consumerà.
Girando per le sale di Anger Pleasure Fear ho la sensazione che le fotografie di Fregni Nagler non coincidano mai del tutto con ciò che rappresentano. Ogni immagine lavora per sottrazione e per eccedenza, soprattutto su ciò che resta fuori dal campo visivo ma continua, ostinatamente, ad agire.
«La fotografia non è uno strumento neutro. È un oggetto carico, capace di attraversare epoche, persone, archivi», dichiara a tal proposito l’artista in un’intervista.
In effetti, l’archivio è indispensabile per comprendere la pratica artistica di Fregni Nagler. Un archivio che, mai come in questo caso, si comporta come un organismo in continua trasformazione: non serve a fissare i soggetti nel ruolo che il passato ha loro assegnato, ma a liberarli dalle tassonomie in cui sono stati collocati, aprendo nuove relazioni e nuove direzioni di senso.
Osservando Vater e le altre serie in mostra, ho l’impressione di trovarmi davanti a fotografie che hanno cominciato a muoversi molto prima di arrivare qui, alla GAM: immagini avvicinate e separate, messe in tensione, fatte entrare prima in conflitto e poi in dialogo, fino a trovare una disposizione sempre provvisoria sulla parete o dentro una teca.
Se volessi cercare dei riferimenti, potrei guardare agli Atlas di Aby Warburg e di Gerhard Richter, tra i primi a comprendere che non è necessario costruire un racconto lineare e coerente. Il montaggio può fondarsi sull’attrito e sulla contraddizione e, proprio per questo, assumere un valore politico.
Ma Vater non è l’unica serie a occupare un ruolo centrale nella mostra. Poco più in là, nel mezzo di una grande sala, compare la doppia teca di The Hidden Mother (2006–13).
A prima vista le immagini sembrano ripetere sempre la stessa scena: bambini molto piccoli, spesso appena in grado di stare seduti, fotografati in posa. Solo guardando meglio ci si accorge che non sono soli. Qualcuno li sorregge, li tiene fermi, impedisce loro di cadere. Quella presenza, però, è stata cancellata in modo sommario: coperta da un drappo, mimetizzata nello sfondo, talvolta tagliata dall’inquadratura.
Fregni Nagler raccoglie queste fotografie, realizzate tra Ottocento e Novecento, e ne fa emergere la serialità. Non si tratta di eccezioni, ma di una convenzione diffusa, condivisa.
Il soggetto era il bambino.
Tutto il resto – cioè la madre – doveva sparire.
Oggi accade l’opposto. Proprio perché queste immagini nascono da una convenzione così rigida, osservandole con attenzione finisco per essere attratto da ciò che avrebbe dovuto restare sullo sfondo. La “madre nascosta”, spesso dissimulata in modo goffo, diventa il vero centro dell’immagine. Lo sguardo si allontana dal bambino e si sposta sul trucco stesso del nascondere, su quella presenza costretta a farsi supporto e a rinunciare a ogni visibilità.
Questo slittamento rende evidente una contraddizione propria dell’immagine fotografica in generale: nel tentativo di fissare una presenza, finisce per produrne un’altra, più inquieta, fatta di assenze rese percepibili. È in questo scarto che qualcosa si incrina, aprendo un punto cieco che riguarda soprattutto il nostro modo di guardare, ciò che siamo abituati a considerare degno di attenzione e ciò che, invece, accettiamo di cancellare.
In Blind Brazilians, vetro per lanterna magica realizzato dopo il 1860, un gruppo di non vedenti posa per una fotografia di gruppo. È un’immagine nata per essere proiettata, mostrata a un pubblico, e già questo ne amplifica l’ambiguità. Al centro, un uomo guarda dritto in macchina: è l’unico sguardo attivo, circondato da occhi spenti o coperti da occhiali scuri.
Il ritratto fissa una contraddizione elementare: chi è fotografato non potrà mai rivedersi. Qui la cecità non assume un valore simbolico, ma funziona come uno strumento critico che mette in tensione il nostro ruolo di osservatori. Davanti a uno sguardo che non può restituire nulla, la visione diventa monodirezionale e, proprio per questo, mostra il suo limite.
Nessuno ci guarda mentre guardiamo.
Nessuno ci rimanda un’immagine di noi stessi.
Nessuno corregge o incrina la nostra posizione.
Lo sguardo procede a senso unico e intanto perde profondità: vede di più, ma capisce meno. È in questa asimmetria che la realtà si incrina e rende visibile una cecità che non riguarda più chi è fotografato, ma chi osserva.
Cioè noi.
In sintesi: ogni immagine porta con sé una zona d’ombra.
La stessa instabilità attraversa Pour commander à l’air (2014).
Qui Fregni Nagler lavora su fotografie di corpi sospesi, colti nell’istante che precede una caduta, un salto, una possibile scomparsa. Sono immagini nate in contesti molto diversi tra loro (cronaca, documentazione tecnica, archivi anonimi), legate a incidenti, fughe, gesti estremi, e poi sottratte a quella funzione originaria per essere rifotografate e riallestite.
Private della loro cornice narrativa, ingrandite e isolate, queste figure restano bloccate in una sospensione che sembra durare all’infinito.
Persino il vuoto, intorno a loro, appare trattenuto.
A questo proposito Geoff Dyer parla di una “quiete vertiginosa”: le immagini sono immobili, ma cariche di una tensione che non si scioglie, fissate in un presente che non evolve né si risolve.
In questo arresto del tempo, la caduta non avviene mai. Resta solo l’attesa. E con essa, la consapevolezza che la fotografia può fermare il corpo, ma non l’inquietudine che lo circonda.
Giorni dopo, ripensando alla mostra, sento che nelle fotografie di Linda Fregni Nagler c’è qualcosa che supera ciò che mostrano o nascondono.
Riguarda ciò che pretendono da chi le osserva: sostare dentro a delle immagini che non offrono riparo né scorciatoie interpretative, che non aiutano a voltare pagina in fretta.
In Vater questo meccanismo è evidente. Le fotografie del Mensur – che mi hanno scosso più di quanto credessi – vanno oltre la funzione documentaria e la riflessione sulla mascolinità ritualizzata. Agiscono come prove di tenuta. Restano lì, spigolose, sanguinolente, prive di indicazioni morali.
Mi chiedono di restare a guardarle per farmi delle domande.
Lo stesso accade in molte altre opere della mostra, dove emerge con chiarezza che il punto centrale è l’ambiguità. Un’ambiguità fertile, che mantiene aperto il significato e sottrae l’immagine a ogni semplificazione.
In questo senso, il lavoro di Nagler assomiglia a una palestra retinica: un luogo in cui ciascuno è chiamato ad allenare la propria capacità di cogliere ciò che la fotografia trattiene, anziché spiegare.