ARTICOLO n. 45 / 2026
IL DOVERE DI SCRIVERE BENE
INTERVISTA DI GIACOMO GIOSSI
Giorgio Fontana è uno dei più rilevanti autori italiani contemporanei, laureatosi in filosofia alla Statale di Milano con una tesi su Hilary Putnam, ha esordito con Buoni propositi per l’anno nuovo (Milano, Mondadori 2007), fino a trovare nella casa editrice Sellerio un approdo che dal 2011 ha visto uscire tutti suoi libri, da Per legge superiore tradotto in Francia, Germania e Paesi Bassi, a Morte di un uomo felice, vincitore nel 2014 del Premio Campiello. Suo penultimo romanzo, l’impegnativa e ambiziosa saga famigliare Prima di noi, da cui è stata tratta una serie Rai. Il suo ultimo libro è un denso e illuminante saggio su Franz Kafka, Kafka. Un mondo di verità (2024). La scrittura, come nel caso dei pezzi di Francesco Pacifico e di Louise Glück, è al centro di questo dialogo.
Giacomo Giossi: Lei ha esordito nel 2007 con il romanzo, Buoni propositi per l’anno nuovo. A quasi vent’anni di distanza da quel suo primo lavoro, è cambiata la sua visione della letteratura? Sono cambiate le sue ambizioni rispetto alla scrittura e al pubblicare? Rivedendo il Lei scrittore di allora cosa pensa?
Giorgio Fontana: Quasi vent’anni, già. Non ho bei ricordi di quell’esordio, ma posso dire con certezza che i miei desideri — non parlerei di “ambizioni” — sono rimasti i medesimi: scrivere meglio, immaginare storie migliori, studiare di più. Sono cambiato in tante cose ma in questo no: quando mi metto sulla pagina tutto svanisce, conta unicamente il testo, il testo, il testo: contano la tenuta strutturale, la complessità dei personaggi, i rapporti causa-effetto, il ritmo della frase, la visibilità delle immagini, la varietà lessicale. Poi il mondo là fuori ha sempre il suo peso e sarei ipocrita a dire che non mi interessa affatto; mi interessa eccome, come a chiunque, ed è sempre meglio vincere un premio rispetto a perderlo. Allora se ripenso a questi vent’anni, a parte gli inevitabili errori, sono abbastanza contento di quel che ho fatto e penso lo sarebbe anche il me stesso dell’epoca. Ma c’è ancora da fare.
G.G. Ritiene che la letteratura oggi sia un elemento marginale nella vita delle persone? E nel caso, questa marginalità come va letta e interpretata?
G.F. I dati dell’editoria sono quelli che sono, abbiamo un tasso di lettura tra i più bassi d’Europa, e gli interventi pubblici in tal senso hanno un carattere rapsodico e poco efficace. C’è anche un problema economico: qualche anno fa Nicola Lagioia metteva in relazione, giustamente, “approccio al libro e potere d’acquisto”; ma pur rilevando anch’egli lo scarso numero di lettori in Italia diceva, ancora giustamente secondo me, che “quei “pochi” lettori non lo sono abbastanza da risultare irrilevanti, e si danno un gran daffare”. Lo si vede bene alle presentazioni o nei gruppi di lettura, ma anche nel lavoro straordinario di certe biblioteche rionali e certe insegnanti. C’è un grande entusiasmo che sfida ogni luogo comune e andrebbe raccontato di più. Quanto a come rafforzare tale minoranza attiva e profondamente innamorata della letteratura, non è compito mio dare risposte. Vorrei però che nel discorso pubblico si parlasse un po’ meno delle virtù civili e morali dei libri e un po’ più della gioia che dà leggere. Auden diceva che il piacere “è ben lungi dall’essere una guida critica infallibile: è però la meno ingannevole”: mi pare un buon punto da cui ripartire, se inteso in maniera non banalizzante. Anche per spiegare come il gusto possa essere coltivato e raffinato; non per sentirsi migliori o “più colti”, ma per provare piaceri più sottili e allargare i confini di ciò in cui si è disposti a credere.
G.G. Quale ruolo ritiene che dovrebbe avere oggi uno scrittore nella società? Oggi può avere anche un ruolo oltre i libri visto che quasi tutta la vita pubblica sembra vive in forma di scrittura, seppure sui social?
G.F. Penso che lo scrittore in quanto tale abbia soltanto un dovere: scrivere bene. Quando compro un romanzo mi aspetto una bella storia scritta bene. Non ho mai amato le pose sacerdotali o l’idea che fare letteratura comporti diritti o doveri particolari al di là, appunto, del lavoro sulla lingua. Di solito idee di questo tipo si tirano dietro accuse di disimpegno, ma per quanto mi riguarda non è affatto così: molto semplicemente, ritengo che l’impegno per una società più equa e libera sia compito di chiunque, e quindi anche del sottoscritto, ma non in quanto scrittore. Da un lato perché l’idea di una letteratura politicamente o moralmente orientata mi fa ribrezzo, e dall’altro perché delegare il compito ad altri è deresponsabilizzante. È già darsi un capo, in qualche misura, e a me non piace né obbedire né comandare. Poi con le mie competenze posso contribuire a chiarire i termini del discorso, questo sì: invitare alla diffidenza verso le formulette, gli slogan, i trucchi della lingua; esigere e dare limpidezza, disambiguare, eccetera.
Ma c’è anche, mi pare, una pericolosa tendenza a svilire l’impegno attraverso la scrittura quotidiana sui social e l’invettiva automatica. Penso all’abuso del termine “gesto politico” fino all’ultimo cuore messo a una foto su Instagram: così si svuota di senso non tanto l’aggettivo — che è già stato stiracchiato oltremisura — ma il sostantivo. Occupare un capannone sfitto è un gesto, volantinare è un gesto, così come donare soldi a una causa o coltivare un orto solidale o partire per una missione, eccetera eccetera. Limitandosi alla comunicazione ci si accontenta di aver fatto la propria parte con qualcosa di piccolo, volatile e non rischioso (nonostante sia talora presentato come un’audacissima sfida a chissà quali poteri).
Forse è strano sentirlo dire da me, ma la parola scritta non è una medicina onnipotente e soprattutto non basta ad assolvere chi la usa — specie quando la si usa troppo e male. Se l’idea di “impegno” che si ha è la ripetizione di solenni astrazioni o la polemica senza fine, non faremo molti passi avanti.
G.G. Come è nato il suo impegno nell’associazione MIA che si occupa di emarginazione sociale e disagio a Milano?
G.F. Proprio perché sentivo di non fare abbastanza in concreto, e il problema della homelessness mi tormentava da sempre: è una delle forme più palesi e insieme più “invisibilizzate” della diseguaglianza sociale. Avevo conosciuto MIA facendo un reportage a fumetti su Pagina99, per l’inserto curato da Alessandro Leogrande (a proposito di intellettuali, lui era senz’altro il migliore della mia generazione: una perdita incolmabile). Dopo qualche tempo ho ripreso i contatti e da allora, ormai sono sette anni, svolgo attività come le unità di strada serali, gli accompagnamenti in ambulatorio, il disbrigo della burocrazia, eccetera; curo anche la newsletter mensile dell’associazione, ma — per tornare al punto — le parole che scrivo non sono certo più utili del resto. Fra l’altro stare sulla strada e conversare con persone in un contesto di grave emarginazione ti spinge in fretta a diffidare dei grandi principi univoci: stanti le medesime difficoltà di fondo ognuno ha la propria storia, i propri bisogni, le proprie aspirazioni, le proprie ferite; ogni volta occorre un po’ inventarsi da capo il modo giusto per aiutarla. Allo stesso tempo non si dovrebbe dimenticare la società sullo sfondo, altrimenti il volontariato diventa — lo ripeto spesso — supplente della politica: ciò che non dovrebbe accadere.
G.G. Per legge superiore (2011) e Morte di un uomo felice (2014) rappresentano un dittico sulla magistratura italiana, in particolare su un’idea civile di letteratura. Avverte una crisi democratica in Occidente? La cultura può ancora avere un ruolo di mobilitazione?
G.F. Mi permetto di correggere, anche alla luce di quanto dicevo sopra: non mi sono minimamente concentrato “su un’idea civile di letteratura” (al riguardo più di dieci anni fa tenni un intervento dal titolo L’equivoco del romanzo civile cui rimando). Quanto alla “crisi democratica in Occidente”, è un’espressione un po’ troppo forte e poco maneggevole, quindi non ho risposte univoche. Certo vediamo una sovversione dei principi di responsabilità e controllo democratico in diversi Paesi di questa parte del mondo, fino a produrre esiti criminali: gli Stati Uniti di Trump ne sono l’esempio evidente. E poi c’è forse la perdita di un sentimento più elementare e immediato, una sorta di sensibilità libertaria di base, per cui — come dicevo sopra — appaltare le proprie scelte, anche morali, è quasi un tic. Anche sulla parola “cultura” occorre intendersi. Non sarà certo un romanzo a mobilitare le masse; è richiesto un lavoro di tutt’altra caratura, più generoso, disposto a confrontarsi con chi per varie ragioni è completamente escluso dalla cultura istituzionale. Esperienze come il Clemente Course valgono mille volte la conferenza urbi et orbi del noto autore. Nella mia quotidianità questo compito è rivestito dai laboratori di scrittura, lettura e fumetto nelle scuole, in particolare nelle zone più difficili.
G.G. Come è nata la collaborazione con Topolino?
G.F. Grazie a Tito Faraci, che mi ha insegnato tutto quello che so al riguardo. Avevo collaborato con lui per alcuni lavori editoriali, e nel 2014 mi chiese se mi andasse di provare a sceneggiare Topolino. Ovviamente dissi di sì — sono un lettore del Topo da sempre — ma sapevo che avrei dovuto studiare. Lavorare per Topolino richiede una buona dose di umiltà: non solo si trattava, per me, di imparare un tipo di scrittura molto diversa da quella letteraria, ma anche di avvicinarsi con discrezione a un patrimonio di personaggi e storie che è appunto parte dell’immaginario collettivo. Ah: può far sorridere, visto che avevo appena pubblicato due romanzi con protagonisti magistrati, ma la mia primissima storia approvata ebbe come protagonista Gambadilegno.
G.G. Lei ha esordito come detto nel 2007, ma sembra spesso rifarsi al secolo precedente nei suoi lavori anche a sfondo storico, cosa per altro comune a tutta una generazione non solo di scrittori. Riusciremo mai a emanciparci dal mito del Novecento?
G.F. Con una battuta: io fatico ancora a credere di essere nel 2026. Mi sono formato per intero nella cultura novecentesca, e nel bene e nel male sento di appartenere a quel secolo, benché sia nato nella sua fase terminale. Non ho alcun rimpianto nei confronti delle aberrazioni del passato ma mi viene difficile “emanciparmi” da ciò che ha prodotto in termini spirituali, per così dire: in musica, in letteratura, in politica. Forse anche per questo sono la persona meno indicata a rispondere. Ci sono però due cose molto contemporanee, poco novecentesche se vogliamo, che mi stanno a cuore e che considero cruciali: il veganesimo e la lotta ecologico-sociale al riscaldamento globale.
G.G. Con quali libri è cresciuto? E con quali vorrebbe che crescesse o vede crescere sua figlia?
G.F. Ho avuto la fortuna di crescere in una casa con molti libri ed è una fortuna che trasmetterò a mia figlia. Lei sceglierà quel che vorrà, e anche se vorrà leggere o meno. Quanto a me, faccio qualche nome alla rinfusa tra vecchi e recenti amori: Kafka, Joseph Roth, Proust, Hemingway, Woolf, Fenoglio, Stendhal, Dagerman, Malamud, Berberova, Keroauc, Philip Roth, molti fumetti — Topolino, ovviamente, e poi Dylan Dog, Devil e Batman su tutti — e ancora Camus, Čechov, Drigo, Dostoevskij, Arpino, Testori, Kiš, Némirovsky, Yourcenar, Luzi, Sereni, Rimbaud e tanti altri e altre. Ma il primo libro che ricordo con affetto è I tre moschettieri di Dumas.