ARTICOLO n. 97 / 2026
Di Sara Ahmed
IL NO COME ELEMENTO DI APPARTENENZA
intervista di giacomo giossi
Non diciamo no da sole (Fandango, traduzione di Michela Baldo e feminoska) è l’ultimo saggio pubblicato in Italia da Sara Ahmed, scrittrice femminista la cui ricerca riguarda il modo in cui il potere viene assicurato e messo in discussione nella vita quotidiana e nelle culture istituzionali. Nel suo ultimo saggio insiste particolarmente sulla solitudine di chi denuncia un ente o istituzione segnalando un abuso o una privazione di diritti. Abbiamo incontrato l’autrice cercando con lei di affrontare i nodi alla base di una disuguaglianza che da sempre le istituzioni esercitano sulle donne abusando del loro potere di stampo patriarcale.
Giacomo Giossi: Denunciare per una donna significa trasgredire?
Sara Ahmed: Penso che in un certo senso le donne vengano incoraggiate a occupare meno spazio, anche nel modo in cui parlano. Quando usiamo l’espressione “parlare apertamente” (speaking out), spesso ci riferiamo a un uso politico della voce: devi parlare perché c’è stato silenzio o perché qualcuna è stata messa a tacere. Le istituzioni possono imporre il silenzio, perché spesso considerano le denunce come minacce alla propria reputazione. Quando ho lasciato il mio lavoro [fino alla fine del 2016 Ahmed è stata professoressa di Studi razziali e culturali presso la Goldsmiths University of London da cui si è dimessa per protestare contro la mancata gestione del problema delle molestie sessuali] a causa dell’incapacità di trattare le molestie sessuali come un problema istituzionale, ho scritto un post intitolato Speaking Out. È stato più facile parlare apertamente perché me n’ero andata: non avevano più nulla con cui minacciarmi! Ma molte delle studentesse che avevano subito molestie sessuali non potevano parlare apertamente senza rischiare di compromettere la possibilità di portare a termine i loro studi. Parlare apertamente è un atto coraggioso per chiunque si trovi in una posizione precaria. Ma a volte ci troviamo – o ci mettiamo – in situazioni in cui parlare apertamente è più fattibile. La speranza è che anche il fatto che una sola persona parli apertamente renda più possibile farlo anche per altre.
G.G. Quale tipo di spazio sociale deve essere creato per le donne che denunciano, affinché non siano lasciate alla mercé di un potere istituzionale dominato dagli uomini?
S.A. Ho imparato, parlando con varie donne di denunce di molestie sessuali e di bullismo sul luogo di lavoro, che è necessario creare i propri sistemi di sostegno. I sindacati e le reti di solidarietà possono aiutare fornendoti supporto. Ma spesso dobbiamo creare noi stesse collettivi o gruppi che ci diano la possibilità di parlare informalmente delle schifezze che succedono. Perché più denunci le molestie, più vieni molestata. Quindi hai bisogno di alleate, di amiche e amici.
G.G. Come può un’istituzione diventare capace di accettare la trasgressione?
S.A. Le istituzioni possono trattare le denunce come dati utili su ciò che non funziona, invece che come informazioni che potrebbero minacciare la loro reputazione. Il mio lavoro non è realmente rivolto ai leader o ai dirigenti delle organizzazioni – anche se sarei felice di scoprire che può essere loro utile – ma alle persone che hanno subito molestie e bullismo e hanno bisogno di trovare risorse per migliorare la propria situazione. Nella maggior parte dei casi, il cambiamento istituzionale nasce dal fatto che le persone spingono le istituzioni a cambiare, più che dal fatto che le istituzioni diventino spontaneamente più ricettive.
G.G. Denunciare significa esporsi: è possibile immaginare di costruire una rete di sicurezza attraverso la quale parlare apertamente possa, in un certo senso, diventare un fatto comune?
S.A. Penso che il femminismo possa consistere nel sostenere altre donne, così che quando parlano apertamente non siano così esposte. Ma parlare apertamente non è mai il punto di partenza. Si parla apertamente di qualcosa – per esempio delle molestie sessuali, che rimangono ancora normalizzate in tante istituzioni, nonostante le leggi e le politiche che potremmo avere contro di esse. Abbiamo visto come gli uomini delle élite (la “classe Epstein”) si proteggano a vicenda dalle conseguenze. La lotta consiste probabilmente nel rendere meno necessario parlare apertamente, piuttosto che nel renderlo più comune.
G.G. Denunciare un abuso è un atto intimo che diventa pubblico. È possibile immaginare il potere potenziale dell’intimità femminile come forza politica per il cambiamento?
S.A. Nella ricerca ho imparato che, quando si denuncia un abuso, spesso si impedisce che le segnalazioni o le denunce diventino pubbliche. Le organizzazioni usano spesso la riservatezza per impedire che si venga a sapere delle denunce. Molte denunce finiscono negli archivi. Una persona li ha definiti “il cimitero delle denunce”. Denunci, la denuncia finisce in un fascicolo, ed è una sorta di morte. Perciò gran parte del lavoro femminista consiste proprio nel far uscire quelle denunce dagli archivi, nel riportarle in vita. Non è che le donne non abbiano denunciato, ma che ci è stato impedito di saperlo. Ecco perché non userei la parola “intimità” per descrivere questo attivismo. Anche se una denuncia riguarda qualcosa che è accaduto a una persona, l’azione è istituzionale tanto quanto personale. E lo scopo è far uscire le informazioni dalle istituzioni, quindi si tratta più di extimità che di intimità.
G.G. Può il “No” diventare una forma di appartenenza?
S.A. Sì, penso di sì. Ricorderò sempre un momento di una delle mie interviste. Andrea mi stava raccontando perché ci fosse voluto così tanto tempo (e così tanto lavoro) per riconoscere che il professore del suo corso si comportava in modo abusante. All’inizio dubitava di se stessa. Mi raccontava come fosse arrivata al punto in cui aveva capito che c’era qualcosa di sbagliato in ciò che lui faceva. Quando la violenza entra, esce un no. E così quel no è entrato nell’intervista. E quando Andrea ha detto no, lo ha ripetuto; lo ha detto quattro volte, ogni volta più forte della precedente. Quando un no riesce a uscire, forse anche un piccolo no solitario, può portare con sé altri no, quei no quasi soffocati che prima non avevi pronunciato. Basta che ne esca uno perché altri lo seguano. Altri può riferirsi ad altre persone, non soltanto ad altri no! E finirai per trovarti in compagnia di coloro che hanno detto no, che hanno rifiutato di accettare l’abuso. No può essere il modo in cui trovi le persone a cui appartieni.
G.G. Che cosa occorre perché denunciare un abuso venga accettato come un atto di liberazione?
S.A. Avevamo bisogno di un movimento politico. Ne abbiamo ancora bisogno.
G.G. Come possiamo andare oltre la cultura istituzionale che rende difficile per le donne denunciare?
S.A. Dobbiamo semplicemente continuare, continuare a spingere, affinché sempre più persone continuino a spingere, per tutto il tempo necessario. E dobbiamo ricordare il costo del mancato cambiamento delle istituzioni. Dobbiamo ricordare il costo del non denunciare, dell’accettare le cose così come sono. Dobbiamo ricordare tutte le persone che hanno dovuto andarsene a causa di ciò che non è cambiato. Facciamo questo lavoro per loro.
G.G. Che cosa diresti a una donna che non ha il coraggio di denunciare un abuso, e che cosa diresti a una donna che lo ha denunciato?
S.A. Direi che nessuna è obbligata a denunciare un abuso. L’abuso funziona rendendo difficile denunciarlo! Il potere funziona rendendo difficile contestarlo! Se non ti senti in grado di denunciare ciò che è accaduto, puoi comunque fare qualcosa. Puoi parlarne con altre persone, trovare dei modi per far sapere ciò che sta accadendo, puoi metterlo per iscritto, così che ne rimanga una traccia, almeno per te. Non lasciare che siano loro a farti sentire più piccola. Se riesci a denunciarlo, lo stai facendo per tutte noi. Grazie. Solidarietà.