ARTICOLO n. 61 / 2026
DISOBBEDIRE HA UN COSTO
In collaborazione con I Wonder Pictures pubblichiamo una lettura di L’Hangar Rosso di Juan Pablo Sallato, al cinema da domani, giovedì 9 luglio.
Il film L’hangar rosso si apre con una dichiarazione di obbedienza in fuoricampo – a parlare è una voce maschile, giovane. Le risponde una seconda voce più pacata e autorevole, che elenca delle regole: sono regole semplici e riguardano tempi, compiti da assolvere, modi in cui presentarsi – come l’orario in cui sono serviti i pasti, a chi spetta pulire la cucina, in che modo tenere l’uniforme. Per un attimo, siamo disorientati da informazioni di cui ci sfugge il senso perché è impossibile collocare l’azione o attribuirla a delle facce. Ci vuole qualche minuto prima di capire che tutto si svolge all’interno di un’accademia militare, è sera tardi, e un nuovo cadetto è appena stato accolto dal suo superiore. Allora tutto atterra in una cornice che permette di connettere le informazioni e lasciarsi andare alla storia.
Il Cile del ’73, 11 settembre, la notte che precede il colpo di stato, l’accademia di addestramento dell’aeronautica di Santiago, il caporale Hernandez – il cadetto – e il capitano Silva – il suo superiore: questa la cornice. A Silva, ex capo dell’Intelligence, formidabile paracadutista, eroe nazionale che qualche anno prima ha sventato un attentato ad Allende, è richiesto di trasformare un hangar dell’accademia in centro di detenzione per i cospiratori comunisti che durante il giorno sono stati rastrellati e arrestati ovunque nella città.
È un ordine, sono qui per obbedire, risponde Silva.
Come soldato, ha abbracciato la gerarchia del comando, senza cui nessun corpo militare starebbe in piedi. E come soldato, è il primo a essere testimone di cosa accade a chi è catturato – per anni i fatti saranno nascosti, manipolati. La notte stessa sente le urla, i pianti, i colpi contro i corpi delle persone rinchiuse nell’hangar. Come lui, anche noi li sentiamo. La violenza non è messa in scena in modo diretto, è sfuocata, in audio, il nitore del gesto è sottratto alla vista. Fa eccezione una scena. La prima camionetta arriva all’hangar con un carico di prigionieri. La guida un sergente, fedelissimo del colonnello che sta a capo dell’operazione di pulizia. I prigionieri scendono e sono spinti dentro l’hangar con i calci dei fucili. Uno di loro scappa. Il sergente intima al sottoufficiale Mujica, uomo agli ordini di Silva, di sparare alla schiena del fuggitivo. Mujica esita, guarda il ragazzo che corre, guarda il sergente. Il sergente gli urla di sparare. Il tempo si dilata nell’attesa di un’azione dell’uno o dell’altro. Un colpo. Il sergente ha ucciso il ragazzo, il corpo accasciato. Mujica è ancora in piedi, immobile. Allora, furioso, il sergente si lancia verso Mujica. Quando l’ha raggiunto alza la pistola verso la sua faccia, poi la scosta appena e gli esplode un secondo colpo accanto alla testa. I suoni si ingigantiscono, si distorcono, Mujica si butta a terra premendosi una mano sull’orecchio.
Questa scena sta all’inizio del film, dispiegata in tutta la sua potenza, come monito ai militari dell’accademia, e a noi: la disobbedienza ha un costo – Mujica sarà poi esonerato e dismesso.
Ora, che cosa faranno questi uomini con il loro giuramento di obbedienza? Come possono conciliarlo con l’ordine di mirare a un ragazzo che, di spalle, disarmato, scappa per salvarsi? Come restare fedeli a sé stessi e al sistema a cui hanno scelto di appartenere? È a queste domande che L’hangar rosso rimanda di continuo e a cui inchioda ogni personaggio.
Nel 1961, Stanley Milgram ha 28 anni, è psicologo e insegna a Yale. Come molti americani, assiste in diretta televisiva al processo contro Eichmann e rimane impressionato dalle sue fattezze da burocrate, dalla calma e dalle risposte con cui motiva lo sterminio: ho eseguito degli ordini. Dal violento turbamento di Milgram nasce il suo famoso, e parecchio discusso, esperimento.
Pubblica un annuncio per reclutare volontari che collaborino a uno studio sulla memoria: 4 dollari per un’ora di tempo. A chi si presenta è assegnato il ruolo di insegnante, dall’altra parte di un vetro – che a volte è trasparente, a volte opaco, a volte è un muro che impedisce la vista – è seduto l’allievo. Al braccio dell’allievo è collegato un cavo. Il ricercatore di Yale chiede all’insegnante di leggere coppie di parole all’allievo, che è tenuto a ricordarle e ripeterle. Il compito è sempre più difficile, quindi l’allievo sbaglia. Quando succede, il ricercatore chiede all’insegnante di dare una scarica elettrica all’allievo, premendo un pulsante. All’inizio si tratta di 25 volt, procedendo con l’esperimento, e con gli errori, il ricercatore chiede che la scarica aumenti di intensità. Naturalmente il congegno è finto e l’allievo è un attore che si contorce e geme a comando. Il soggetto dell’esperimento è il volontario, è su di lui che si concentra l’osservazione.
Il primo risultato sconvolge Milgram più delle parole di Eichmann, oltre la metà dei partecipanti arriva a infliggere la scossa più alta nella scala, 450 volt – negli anni i dati di Milgram saranno sottoposti a revisioni e critiche, la percentuale si abbasserà. Non sarà mai azzerata.
Cittadini di uno stato libero, democratico, con figli, genitori amorevoli, professioni dignitose, nel giro di un’ora hanno accettato di essere strumento di tortura per un altro essere umano. È bastato loro dirsi che se un ricercatore di Yale – con il suo carisma scientifico, la sua autorevolezza, il prestigio dell’istituzione – gli chiede di dare una scossa elettrica a qualcuno che non hanno mai visto, quel ricercatore avrà le sue ragioni. Non è necessario essere cattivi per fare il male. Le stesse persone, poco dopo, se dovessero vedere per strada un animale che soffre, si rattristerebbero, perché non hanno perso la propria capacità di commuoversi. L’hanno “sospesa” di fronte alla legittimità di un’autorità. L’hanno delegata.
Ora, si pensi a questo fenomeno moltiplicato dentro una struttura militare o burocratica, dove gli ordini sono trasmessi lungo una catena gerarchica: c’è chi decide le regole, chi le trasmette, chi sorveglia che siano rispettate, chi le fa eseguire, chi le esegue. Un insieme di persone che collaborano. In questa architettura reticolare dell’obbedienza si creano le condizioni perché la responsabilità si frammenti e si diluisca: ognuno si convince che sia qualcun altro – o l’istituzione in sé – a rispondere delle conseguenze delle sue azioni, della violenza causata, della sofferenza inflitta.
Tutti presi dall’eseguire i compiti in modo efficiente e dal risolvere i problemi organizzativi, ci si aliena dal proprio sentire e si finisce per assassinare migliaia di persone seduti a una scrivania, mandando delle e-mail. E quando la gestione diventa un fine in sé, dimenticando lo scopo, la strada per la dissociazione della società è aperta. Subito dopo, ci sono le masse in piazza con il braccio alzato, incantate da una follia comune.
Forse la chiave per fermarsi prima sta nella capacità di integrare ciò che va separandosi, senza rinunciare a nessuna parte, anche se è faticoso, anche se ha un costo. E, nel Cile di Pinochet o nella Spagna di Franco o nella Russia di Stalin, il costo è la fuga, la prigionia, la tortura, la morte sommaria, il suicidio. Dove l’assoggettamento e la fedeltà sono assoluti, tutti i destini diventano possibili, anche i più atroci.