ARTICOLO n. 29 / 2026
LA POLITICA DELLA CURA
INTERVISTA DI LUCIA ANTISTA
Sophie K. Rosa, giornalista e saggista britannica, nel suo Intimità radicale (effequ) analizza come l’immaginario contemporaneo attribuisca ai rapporti umani un compito preciso: essere utili.
La connessione diventa un’estensione del lavoro, il legame affettivo si riduce spesso alla coppia come unico punto di riferimento, e la cura personale viene trattata come un dovere individuale. È una struttura che molti vivono senza convincimento, più per adeguamento che per scelta.
Le conseguenze non assumono forme eclatanti, ma si riconoscono con facilità: relazioni che faticano a trovare continuità, una distribuzione diseguale del carico emotivo, un senso di solitudine che non deriva dall’assenza di persone, bensì dalla mancanza di spazi in cui potersi sostenere a vicenda.
In questa dinamica si inseriscono alcuni tentativi di ridefinire ciò che significa «stare insieme» — e Rosa li legge non come esperimenti marginali, ma come pratiche politiche a pieno titolo.
Lucia Antista: La vulnerabilità condivisa è al centro della tua argomentazione. In che modo l’esposizione reciproca e l’apertura possono diventare una pratica politica, anziché restare confinate alla sfera privata?Sophie K. Rosa: Credo che la vulnerabilità come pratica politica abbia a che fare con il rischio. Cosa siamo disposti a rischiare per perseguire fini liberatori? Parlare comporta già un rischio, figuriamoci compiere determinate azioni. La resistenza all’oppressione implica diversi tipi di vulnerabilità a seconda di come le persone si collocano rispetto a quell’oppressione — per alcune comporta rischi maggiori che per altre. Penso anche che la vulnerabilità nella sfera politica implichi l’assunzione di responsabilità: verso la cura, verso il cambiamento, e rispetto ai modi in cui noi stessi perpetuiamo l’oppressione.
L.A. In Radical Intimacy colleghi l’intimità all’immaginazione politica. In che modo l’elaborazione di forme relazionali alternative alle norme dominanti può produrre trasformazioni concrete all’interno delle strutture sociali esistenti?
S.K.R. È una domanda importante, e il mio pensiero al riguardo continua a evolversi. Non credo certamente che le forme relazionali normative — come la monogamia o la famiglia biparentale — perpetuino di per sé strutture sociali oppressive. D’altra parte, penso che andare oltre queste forme sia essenziale per i progetti di cura collettiva, perché i cambiamenti tangibili nelle strutture sociali esistenti richiedono di organizzare la cura in modi nuovi. Credo che l’intimità radicale abbia più a che fare con una profonda etica femminista della cura che con la forma superficiale delle relazioni.
L.A. Colleghi il concetto di intimità alle pratiche di rifugio e resistenza. C’è un’esperienza storica o collettiva che ritieni esemplare di questa connessione tra legami intimi e azione politica?
S.K.R. Mentre scrivo mi trovo in un’impresa sociale vicino a casa mia, da cui io e circa altri quindici vicini organizziamo un gruppo di acquisto solidale. Il gruppo ombrello si chiama Cooperation Town, a sua volta ispirato a Cooperation Jackson negli Stati Uniti. Il nostro GAS si organizza per acquistare collettivamente cibo di qualità e per accedere a eccedenze alimentari che altrimenti andrebbero in discarica. Chiunque può aderire, su base di «solidarietà, non carità». Il beneficio più evidente è soddisfare i bisogni alimentari delle persone – ma la sua vera forza risiede nella costruzione di relazioni e quindi di cura e resilienza comunitaria locale. Per esempio, il gruppo ha sostenuto la resistenza allo sfratto di un membro e ha organizzato assistenza quando altri erano malati. Unirsi per soddisfare i bisogni fondamentali – che è una forma di intimità – genera davvero un potere dal basso.
L.A. La salute mentale e la cura di sé non possono essere ridotte a responsabilità individuale. Qual è il rapporto tra benessere collettivo e pratiche di intimità radicale?
S.K.R. In modo piuttosto semplice, credo si riduca alla cura; al fatto che non possiamo sopravvivere gli uni senza gli altri – dalla nascita fino alla morte, abbiamo bisogno delle altre persone. Certamente la cultura capitalista organizza la cura in modi atomizzati e alienati, fondati sullo sfruttamento di genere. Il benessere collettivo deve necessariamente poggiare su una cura più comunitaria, che è, a mio avviso, un amore femminista, un amore queer. E riorganizzare la cura implica anche riorganizzare le psiche – gli uomini, per esempio, come gruppo, devono imparare a orientarsi verso la cura.
L.A. Sostieni che trasformare le relazioni intime possa contribuire a un cambiamento sociale più ampio. Quali pratiche o sperimentazioni concrete ritieni più promettenti in questo senso?
S.K.R. Penso all’idea di ripensare di chi siamo responsabili – o meglio, alle nostre responsabilità condivise. Spesso coloro che sono esclusi e marginalizzati dalla società – tagliati fuori dalle forme sociali normative — sono tra quanti meglio dimostrano il potere della cura collettiva. Le comunità di sex worker, per esempio, costruiscono spesso reti di cura solide e affidabili per sostenere la sicurezza e il benessere reciproco. Nel Regno Unito, il Sex Worker Advocacy and Resistance Movement organizza pasti condivisi, eventi di condivisione di risorse e sostiene iniziative che diffondono informazioni sui clienti pericolosi.
L.A. Guardando al futuro, come potrebbero evolversi i nostri concetti di amore, amicizia, cura e comunità se l’intimità radicale fosse presa sul serio come quadro sociale e politico?
S.K.R. Non ne sono sicura, ma credo che sarebbe un bene! Le possibilità sono infinite, spero. Sotto il capitalismo, credo sia molto difficile che qualcosa di diverso da piccole sperimentazioni di intimità radicale riesca a sopravvivere, ma vale comunque la pena di farle. Per me, la domanda è piuttosto: come potrebbe essere l’amore al di fuori o al di là del capitalismo? E potrebbe il desiderio di questo mondo alimentare le nostre lotte per la liberazione?