ARTICOLO n. 99 / 2026
I RAGAZZI DI MILANO
Mio padre comprava la merenda anche per la mia compagna di scuola. Era marocchina, frequentavamo le medie e sua sorella più piccola riceveva i vestiti che a me non andavano più. Non ricordo quando avessi capito che a casa sua mancavano cose che nella mia, con fatica, riuscivamo ancora a permetterci. Ricordo che lo sapevo. A quell’età si sanno moltissime cose che gli adulti preferiscono immaginarci incapaci di comprendere.
Avevo compagni che non avevano l’elettricità in casa. D’inverno lavarsi poteva significare andare dai vicini, perché l’acqua era fredda e il freddo, quando non puoi scegliere di interromperlo, occupa molto più spazio di quanto ne occupi nei racconti sulla povertà. Arriva a scuola con te, entra nei rapporti con gli altri, ti costringe a cercare una spiegazione per qualcosa di cui non hai nessuna colpa. Poi qualcuno scopre questi ragazzi durante una manifestazione e si domanda se abbiano davvero coscienza del disagio sociale o se siano usciti soltanto per fare casino.
Io avevo sei anni quando mia madre mi lasciava a casa da sola per andare a lavorare in fabbrica. Non perché considerasse l’autonomia infantile un metodo educativo particolarmente promettente, ma perché doveva lavorare e io dovevo imparare a stare senza di lei. Ho interrotto danza perché non c’erano soldi e l’ho ripresa più tardi. Ho conosciuto i limiti economici della mia famiglia attraverso le cose che smettevano di essere possibili, prima ancora di possedere le parole per discuterne. Per questo provo un fastidio fisico quando sento dire che certi ragazzi non sanno nemmeno perché sono arrabbiati. Può darsi che non sappiano spiegarlo nel linguaggio che rende una rabbia presentabile. Io stessa ho impiegato anni a trovare alcune parole. Nel frattempo, però, sapevo già perché mia madre non era a casa.
Il 17 ottobre, a Milano, una manifestazione contro il carovita è stata attraversata da scontri e devastazioni. Nel racconto del Corriere della Sera compaiono ragazzi giovanissimi, molti minorenni, arrivati anche da altre province lombarde attraverso il passaparola sui social; il titolo li descrive come «non politicizzati», una definizione sulla quale continuo a fermarmi. Non conosco quei ragazzi, non ero nelle loro teste e non posso assegnare a ogni gesto un’intenzione politica, ma mi domando quali forme di consapevolezza siamo disposti a riconoscere prima che qualcuno impari a parlare come noi.
Nei ragazzi di Milano non riconosco automaticamente i miei amici, perché sarebbe un’altra maniera di cancellare le differenze, usando la mia biografia per spiegare persone che non conosco. Riconosco invece lo sguardo che li raggiunge, quella fretta di stabilire che genere di persone siano prima di domandarsi dentro quale paese siano cresciute.
Io sono nata e cresciuta in Italia. Mia madre è nigeriana. Ho avuto la cittadinanza grazie alla discendenza italiana dalla parte di mio padre, attraverso una storia familiare le cui premesse non hanno niente di particolarmente nobile. Quel documento mi è arrivato per una genealogia che non avevo scelto, mentre altri ragazzi con cui condividevo la scuola, il quartiere e i pomeriggi dovevano ancora dimostrare di appartenere al posto in cui stavano crescendo.
Avevo un privilegio reale, che non mi proteggeva dalla discriminazione ma mi risparmiava ostacoli che per altri organizzavano la vita. La differenza fra me e loro poteva stare in un ufficio, in una scadenza, nella possibilità di partire; al campo da basket eravamo insieme.
Sono cresciuta con figli di persone arrivate dal Sud e da altri paesi, con genitori che lavoravano per ore interminabili e stipendi che non bastavano. Ci incontravamo negli skate park, nei campetti, nei luoghi accessibili senza dover comprare qualcosa; usavamo bonus per i libri e aiuti per la spesa, sapevamo chi poteva permettersi cosa e imparavamo a non chiedere troppo, anche quando nessuno ci aveva esplicitamente ordinato di farlo.
La scuola avrebbe dovuto allargare quel perimetro. Invece ricordo quanto facilmente, per alcuni di noi, il futuro assumesse già la forma di un mestiere. Elettricista, meccanico, parrucchiera. Lavori necessari, dignitosi, che diventavano un problema nel momento in cui sembravano essere le sole possibilità che qualcuno riuscisse a immaginare per noi. Il figlio di un operaio può voler fare l’operaio, ma vorrei sapere quanto liberamente lo desidera se nessuno gli ha mai fatto sentire praticabile un’altra strada. C’è un modo di scoraggiare che non richiede un insulto: basta abbassare un’aspettativa, scambiare una difficoltà per un limite definitivo, chiamare realismo la rinuncia che stai suggerendo a un bambino. A forza di ricevere previsioni prudenti sul proprio futuro, si può finire per considerarle una descrizione delle proprie capacità. Ho visto ragazzi diventare operai nello sguardo degli adulti molto prima di entrare in fabbrica.
I nostri genitori conoscevano abbastanza bene quel futuro da cercare il modo di sottrarcene. Nel mio paese ho visto partire figli di famiglie marocchine, nigeriane, ghanesi, senegalesi, diretti in Francia o in Inghilterra, dove c’erano parenti e amici ai quali affidare un pezzo di possibilità. A volte una madre o un padre rimanevano in Italia a lavorare e mandavano i soldi necessari perché i figli studiassero altrove; l’Italia continuava ad avere le loro ore, la loro fatica, la loro disponibilità a fare lavori pagati poco, mentre la possibilità di una vita diversa veniva cercata fuori. Anche mio padre ha deciso di investire sulla partenza. Ho consumato la sua pensione per studiare all’estero, costringendolo a continuare a lavorare a sessantasette anni suonati. Scriverlo mi mette a disagio, perché nella parola investimento c’è una pulizia che il denaro di una pensione non possiede: sono anni di lavoro già fatti, tempo del corpo già speso, al quale abbiamo dovuto aggiungerne altro. La mia istruzione è stata pagata così. Mio padre ha passato una vita a lavorare all’estero, tra lavori e turni interminabili. Se andava bene lo vedevo quattro volte l’anno. Così per una vita intera. Faccio fatica a parlare delle possibilità che mi ha dato senza pensare al tempo insieme che ci è costato, perché anche la mia partenza, che avrebbe dovuto permettermi di vivere diversamente, gli ha chiesto di continuare. Io studiavo per avere un futuro e lui rimandava ancora il momento di riposarsi.
Naturalmente partire costa e non tutti possono farlo. Anche molti ragazzi bianchi italiani emigrano perché qui non trovano uno stipendio dignitoso, un contratto stabile o un lavoro vicino a ciò che hanno studiato; conosco quella precarietà e non ho nessun interesse a organizzare una competizione per stabilire chi abbia più diritto di esserne schiacciato. So però che nella mia partenza e in quelle che ho visto intorno a me entrava anche un’altra paura, perché i nostri genitori temevano che, rimanendo, avremmo ereditato il loro posto molto più facilmente di quanto avremmo potuto sceglierne uno nostro. Alcuni sono rimasti. Ho visto ragazzi con cui sono cresciuta spostare panetti, altri finire in carcere, altri ancora lavorare in condizioni nelle quali il bisogno rendeva difficile perfino protestare. Non erano persone identiche e non hanno fatto tutte le stesse scelte; le ricordo abbastanza da sapere che trasformarle in vittime senza volontà sarebbe falso quanto descriverle come delinquenti per natura. La povertà non rende innocenti. Uno spaccio non diventa meno reale perché conosco chi lo pratica, e chi subisce una violenza non è tenuto a comprenderne le condizioni sociali prima di avere diritto a essere protetto. Ma la responsabilità di una persona non può diventare il dispositivo attraverso cui assolviamo tutto ciò che la circonda, perché le scelte esistono dentro possibilità distribuite male, e vorrei che si riuscisse a tenere aperta questa frase anche quando rende più difficile il discorso. Quando leggo certi ritratti delle periferie mi sembra che il racconto cominci sempre troppo tardi. Il ragazzo ha già un cappuccio, sta già correndo o ha già qualcosa in mano; prima dell’inquadratura non c’è quasi niente, non c’è la casa senza elettricità, il consiglio scolastico, la domanda di lavoro rimasta senza risposta. Poi l’immagine si interrompe e noi restiamo a discutere soltanto di ciò che è riuscita a contenere. Dentro quell’inquadratura ci sono anche le vetrine, e davanti alle vetrine, improvvisamente, diventiamo tutti esperti di povertà. «Se avessero davvero fame andrebbero alla Coop», si sente dire, mica da Hermès. È una frase che pretende di essere concreta e non capisce nemmeno l’economia degli oggetti di cui parla. Alcune borse Hermès hanno un valore tale da essere accettate come garanzia per ottenere prestiti, attraverso operatori che anticipano denaro prendendole in pegno; per chi le possiede possono essere beni da convertire in liquidità, oltre che oggetti da indossare. Un mercato della rivendita esiste anche per le sneakers: su StockX un paio di scarpe può essere offerto a ottocento dollari, e anche di più, a persone disposte a comprarlo per collezionarlo o rivenderlo ancora. Prezzi richiesti e ricavi effettivi non coincidono automaticamente, ma parliamo comunque di oggetti con un mercato, non di scarpe che qualcuno prende soltanto perché gli piacciono le TN. Non so che cosa volesse fare ogni persona entrata in un negozio, ma chi pretende di dimostrare l’assenza del bisogno indicando il valore della merce dovrebbe almeno ricordare che quella merce si può rivendere. Per chi ha denaro è normale attribuire a un oggetto una funzione economica; davanti a un ragazzo povero, improvvisamente, riusciamo a immaginare soltanto la vanità. Questa ignoranza mi colpisce soprattutto in chi ci descrive sui giornali e in televisione con tanta sicurezza, perché basta letteralmente una tuta per assegnarci un’identità, mentre conoscere il mondo nel quale circolano quelle scarpe sembra uno sforzo eccessivo. Se ho fame, poi, non ho fame soltanto oggi. Domani dovrò mangiare ancora, e dopodomani anche; ci sono l’affitto, le bollette, le persone che dipendono da me. Che cosa dovrei risolvere con due cose prese alla Coop? La domanda su quanto possa valere una borsa nasce anche da questa durata del bisogno, dalla possibilità immaginata di pagare mesi di spesa e di togliere per un po’ un peso alla propria famiglia. Non dimostra che sia questo il motivo di ogni furto, ma dimostra quanto sia stupido pensare di aver smontato ogni spiegazione sociale perché qualcuno ha preso qualcosa che vale più di un pacco di biscotti. Sono stanca di questa visione liberale della fame, una fame composta, che chiede il necessario e ringrazia, senza diventare ingorda agli occhi di chi ha molto più del necessario.
La stessa severità con cui esaminiamo i bisogni degli altri scompare davanti alla ricchezza esposta in una vetrina, perché il lusso lo difendiamo con una partecipazione che facciamo fatica a trovare per il vicino di casa. Non ne possediamo nemmeno una briciola, ma ci sentiamo personalmente offesi da un vetro rotto, mentre il vicino costretto a scegliere fra il pane e i biscotti deve sottoporsi a un’indagine. Come spende? Quanto lavora? Ha davvero cercato aiuto? Quanto ci hanno addomesticati, per farci sentire custodi della ricchezza altrui mentre facciamo fatica a proteggerci a vicenda? Passiamo davanti a negozi nei quali non entreremo mai e finiamo per considerarli una parte del nostro benessere; il loro contenuto resta inaccessibile, ma quando viene danneggiato dobbiamo sentirci tutti derubati. Quando un salario non basta a vivere, invece, il problema rimane di chi lo riceve. È proprio dentro questa sproporzione che vorrei collocare il discorso sulla violenza che ancora oggi delimita la morale di ognuno di noi. Voglio fermarmici poco, ma non per nascondere da che parte sto… non lo rendo particolarmente difficile da capire, e non me ne vergogno. Mi interessa parlare, piuttosto, dell’ipocrisia con cui la collochiamo nel tempo, perché nella storia delle libertà di cui godiamo ci sono insurrezioni, incendi, sabotaggi, espropri, persone letteralmente uccise in modo atroce. Quella storia contiene conflitti che celebriamo dopo averne ottenuto i risultati, quando possiamo raccontarne il sacrificio senza doverne sopportare il disordine, e la distanza ci rende generosi con chi si è ribellato. Al presente chiediamo invece di essere impeccabile, possibilmente pacifico anche mentre viene reso invivibile. Una vetrina rotta non diventa per questo una conquista politica, ma neppure può diventare il nostro alibi per non parlare delle vite che si consumano senza interrompere una strada, rallentare un acquisto, disturbare nessuno.
Quando qualcuno dice che è stato rotto il patto sociale, continuo a cercare di ricordarmi di quando quel patto sia stato mantenuto con noi. Le nostre famiglie lavoravano, pagavano, imparavano ad arrangiarsi e finanziavano perfino la possibilità dei figli di andare via; quando chiedevano qualcosa dovevano avere pazienza. La nostra parte dell’accordo aveva obblighi precisi, la protezione promessa poteva essere rimandata senza fine. Per questo non riesco a datare la rottura al momento in cui arriva in centro a Milano. La cercherei anche prima, nelle scuole, nelle case, nei luoghi di lavoro; la cercherei nella facilità con cui ci abituiamo alla rinuncia degli altri, finché quella rinuncia continua a essere silenziosa. E quando lo Stato risponde con la forza, il fatto che lo faccia in nome della nostra sicurezza non chiude la questione, secondo me la rende ancora più urgente. Non posso accettare che la parola “protezione” basti a rendere irrilevante la paura di chi dovrebbe riceverla, e vorrei poter chiedere conto di tutto questo senza dover prima dimostrare di essere abbastanza scandalizzata da una borsa rubata. Quella borsa ha già un prezzo, un proprietario e qualcuno potrà quantificarne il danno l’indomani stesso. Mi interessa molto di più – se permettete- sapere chi sta contando tutto il resto.
Il 19 ottobre, durante il presidio del centrodestra a Milano seguito ai disordini, è comparso uno striscione con scritto «Vi remigreremo tutti». Lo ha riportato L’Espresso. Mi colpisce quel “tutti”, la facilità con cui una responsabilità individuale si allarga fino a diventare una minaccia rivolta a un’intera categoria, perché per stabilire chi debba sentirsi chiamato in causa, a quel punto, basta molto meno di una condanna. Dentro quel “tutti” riconosco qualcosa con cui sono cresciuta. Puoi aver passato qui l’infanzia, frequentato le scuole, lavorato, costruito legami, e ritrovarti comunque a rispondere di persone che non conosci; la tua vita non basta a descriverti, mentre il gesto di uno sconosciuto può diventare una domanda alla quale devi rispondere anche tu. Me ne sono andata anche per la stanchezza di doverlo fare. In Olanda ho scelto, per anni, di costruire la mia vita soprattutto dentro una comunità di persone con esperienze vicine alla mia, perché avevo bisogno di relazioni nelle quali non dovessi ogni volta fornire il contesto. Volevo scoprire quanto spazio sarebbe rimasto per me se avessi smesso di impiegarne tanto a spiegarmi, e ho potuto studiare, fare politica e conoscermi con una libertà che qui avevo faticato a trovare. Tornare ha significato mettere alla prova anche quella libertà. Mi sono ritrovata a misurare le parole e a riprendere conversazioni che credevo di aver finito anni prima… ci sono giorni nei quali mi domando chi me l’abbia fatto fare. Penso alle possibilità che avevo altrove e mi pesa ammettere che avrei potuto sceglierle, poi penso alle persone per cui sono tornata e per cui continuo a esserci.
Mio cugino ha diciassette anni e l’università non gli sembra una possibilità concreta. Mi fa male soprattutto il punto in cui una difficoltà economica comincia a restringere il desiderio, perché prima ancora di dover rinunciare impari a non immaginarti lì, a risparmiarti la delusione convincendoti che in fondo non ti interessava. Qualcuno ti crederà, e magari, a forza di ripeterlo, finirai per crederci anche tu. È anche con questo pensiero che torno negli spazi politici e culturali, cercando interlocutori, alleanze e qualcosa che produca conseguenze nella vita delle persone, anche se mi ritrovo spesso a spiegare ancora una volta ciò che speravo fosse già stato compreso. So però che la mia disponibilità a farlo non è condivisa da tutti e mi fido poco di chi parla delle comunità come se avessero una voce sola, perché nella mia ci sono stanchezze, conflitti, posizioni diverse, persone che non vogliono più discutere con nessuno e altre che continuano a provarci. Capisco chi si sottrae, perché ho visto abbastanza promesse da sapere che concedere fiducia comporta un lavoro e che quel lavoro può essere consumato inutilmente. Dopo il 2020 ho sperato anch’io che l’attenzione alle nostre esperienze aprisse possibilità diverse e in molti abbiamo provato a costruirle attraverso la cultura, le manifestazioni, gli incontri pubblici, le iniziative nei territori e il dialogo pacifico con le istituzioni. Abbiamo scritto, organizzato, spiegato e partecipato a tavoli di confronto, spesso gratuitamente, incastrando quell’impegno con il lavoro che ci permetteva di mantenerci, nella convinzione che rendere visibili certe esperienze potesse cambiare il modo in cui questo paese prendeva le decisioni. Se guardo alle condizioni delle persone per cui mi sono spesa, però, la distanza fra tutta quell’attività e ciò che è cambiato mi sembra il nulla cosmico, e faccio fatica a trovare un’espressione più educata che sia altrettanto onesta. Non considero inutile ogni incontro, né penso che nessuno abbia fatto niente, ma dopo anni di ascolto dichiarato continuo a vedere persone alle quali viene chiesto di avere pazienza con gli stessi problemi, e vorrei poter domandare che cosa abbia prodotto quella pazienza senza dover prima ringraziare per l’opportunità di essere stata ascoltata. A crescere sono state soprattutto le carriere di chi si era avvicinato alle nostre lotte dichiarando di voler fare politica, divulgazione, o informazione. Parlo di chi ha trovato nelle nostre istanze un patrimonio di idee da trasformare in autorevolezza, libri, articoli, newsletter e reddito, mentre molti di noi continuavano a produrre sapere gratuitamente, mettendo sul tavolo i propri volti, le proprie esperienze vivendo con le conseguenze dell’esporsi. È questo passaggio che mi fa arrabbiare, vedere ciò che abbiamo condiviso per rendere possibile un cambiamento diventare una risorsa professionale per altri, ripulita dei riferimenti e riconoscibile soprattutto attraverso il nome di chi ha saputo venderle meglio. Chi aveva portato quelle esperienze è rimasto esattamente dov’era, ai margini, mentre chi le raccontava diventava l’interlocutore autorevole al quale chiedere di spiegarle. La sensazione è quella di assistere a un furto seguito da un cambio di marchio, e di ritrovarsi poi a dover chiedere spazio dentro un discorso che si è contribuito a costruire. Non mi scandalizza che qualcuno venga pagato per scrivere, ma mi interessa sapere chi riesce a farsi pagare, chi viene citato, chi viene considerato capace di produrre pensiero e chi continua a essere chiamato soltanto per fornire una storia. Negli ambienti che si dicono dalla nostra parte ho incontrato persone capaci di riconoscere la mia esperienza finché rimaneva una testimonianza; diventava più complicato quando da quell’esperienza pretendevo di ricavare una proposta, un giudizio sul loro modo di lavorare, una decisione che non desideravo fosse presa al posto mio. Io non campo di quello che vedete sui miei social. Ho un lavoro, grazie a Dio. Quello che faccio l’ho portato avanti con l’illusione, o con la convinzione ostinata, che potesse contribuire a un cambiamento, provando a diventare un’interlocutrice fra chi siede nei palazzi delle istituzioni, magari con quattro case intestate, e chi in periferia ha la carogna perché deve mandare giù l’ennesimo rospo. Conosco quella rabbia e conosco la fatica di provare a farla arrivare intera dall’altra parte, senza tradirla e senza interrompere ogni possibilità di confronto.
So parlare, quindi posso spiegare e trovare il punto nel quale chi ascolta non si sentirà costretto ad andarsene. A volte questo lavoro serve e sono disposta a farlo; altre volte mi accorgo che stiamo spendendo tutto il tempo a preparare le condizioni di una conversazione che non arriva mai alle sue conseguenze, mentre la mia rabbia deve superare un esame di ammissione e raramente qualcuno si domanda quanta disponibilità sia rimasta alle persone che aspettano. Dopo tutte quelle conversazioni, mio cugino continua comunque a pensare che l’università non sia per lui. È a lui che penso quando mi viene chiesta un’altra mediazione, perché vorrei sapere che cosa possiamo spostare, concretamente, affinché quella possibilità diventi reale: chi mette le risorse, chi prende un impegno, chi accetta di perdere una parte del proprio controllo. Non mi basta che dalla conversazione tutti escano più consapevoli, soprattutto se a tornare nelle stesse condizioni sono sempre gli stessi.
Non voglio una sinistra che debba approvare ogni gesto di chi vive ai margini, ma vorrei una sinistra capace di restare presente anche quando quelle persone la deludono, la contraddicono, non le somigliano; capace di lavorare sulle condizioni che dice di voler cambiare senza aspettare che chi le subisce diventi prima un interlocutore ideale – e vorrei che fosse possibile discutere di chi decide senza che ogni richiesta di spazio venga accolta come un’ingratitudine verso chi ci ha invitati.
Da ragazzina i miei amici mi dicevano che avevo una fortuna, quella di saper parlare, e ridevano dicendo che un giorno ci avrei salvati tutti. Mi è rimasta addosso quella frase, con l’affetto e il peso delle cose che si dicono per scherzo e che qualcuno finisce per prendere sul serio.
Non penso che scrivere questo testo possa salvarci. Posso però evitare di usare le loro vite soltanto per dimostrare che io sono riuscita ad allontanarmene. Mio padre ha speso la pensione perché potessi studiare. Il padre o la madre di qualcun altro sono rimasti qui a lavorare mentre un figlio partiva. Mio padre comprava una merenda in più perché una bambina potesse mangiare durante l’intervallo.
La domanda che porto alla politica comincia da quei soldi, da quelle ore, da quella merenda. Quanto deve continuare a pagare una famiglia perché a suo figlio venga riconosciuto un futuro? E quando quel figlio cresce arrabbiato, quanto è comodo cominciare a raccontarlo soltanto da lì?