ARTICOLO n. 98 / 2026
L’EGEMONIA DEL BUON SENSO
Nello strillo in quarta di copertina di La società senza rispetto, il nuovo saggio di Byung-Chul Han, uscito per Einaudi il 15 settembre nella traduzione di Armando Canzonieri, compare una frase apparsa su Vogue: «I libri di Byung-Chul Han sono i manuali del malessere contemporaneo». Che sia proprio Vogue a dirlo dà già la misura del curioso statuto raggiunto da Han. Un filosofo pienamente entrato nei circuiti della cultura pop, forse perfino più trasversalmente di Slavoj Žižek, che conserva però qualcosa di irriducibilmente novecentesco, bohémien, vagamente rock, l’aria del cattivo ragazzo della filosofia che si tocca nevroticamente il naso mentre spiega Hegel.
Han no. Han è ordinato.
Ed è soprattutto la parola manuali a sembrarmi esatta. L’aspetto manualistico è uno dei tratti più riconoscibili del suo modo di procedere. Libri brevi, snelli, leggibili, concetti immediatamente riconoscibili, parole semplici. Finalmente la filosofia per tutti, verrebbe da dire, senza che necessariamente questo debba suonare come una diminutio, anzi. Han ha una capacità straordinaria di prendere qualcosa che avvertiamo confusamente e consegnarcelo già formulato. Il malessere è lì, ci viviamo dentro, ma non sappiamo bene dove cominci, da cosa dipenda, come chiamarlo. Lui arriva, gli dà un nome, lo dispone, lo rende leggibile. Società della stanchezza, psicopolitica, infocrazia, crisi della narrazione, società senza rispetto. Ogni volta il presente sembra diventare improvvisamente maneggevole, ed è una qualità enorme.
Nei suoi scritti non vediamo quasi mai il costrutto del pensiero mentre si produce. Non assistiamo alla deviazione, al dubbio, all’ipotesi che si incrina, al linguaggio che cerca qualcosa senza sapere ancora esattamente che cosa. Il pensiero arriva già depurato dal travaglio che lo ha prodotto. Nessun rumore di fondo, nessuno scarto, nessuna frase lasciata a metà perché ha imboccato la strada sbagliata, una specie di pensiero senza spreco.
Nella spassosa intervista di Carlo Pizzati uscita sul Venerdì di Repubblica il 25 settembre, Han racconta di non incontrare praticamente mai i giornalisti e liquida la faccenda con una frase perfettamente haniana: «I miei scritti sono più brillanti di me».
È una battuta, naturalmente, ma dice qualcosa della sua postura filosofica. Il pensiero non inciampa nella persona. Arriva lucidato.
Han racconta le idee quasi come qualcosa da cui si viene visitati. E leggendo i suoi libri si ha a volte la sensazione di trovarsi davanti allo stesso processo che oggi sperimentiamo nel rapporto con l’intelligenza artificiale: si pone una domanda e, dall’enorme mare magnum del sapere disponibile, arriva una risposta: chiara, pertinente, sintetica e utilizzabile.
La filosofia di Han riguarda dunque profondamente il nostro tempo non soltanto come critica sociale, nei suoi contenuti, ma anche come metodologia. E forse persino come performatività.
Penso ai nuovi campioni dello sport. Alla progressiva scomparsa del vecchio binomio genio e sregolatezza. Alimentazione, allenamento, sonno, mindfulness, recupero, concentrazione: tutto è predisposto perché il corpo e la mente raggiungano la prestazione migliore. Non c’è più bisogno dell’atleta maledetto che esce dal locale alle cinque del mattino e alle tre del pomeriggio compie il gesto impossibile, perché abbiamo scoperto che dormendo otto ore, mangiando bene e andando dallo psicologo si vince di più. Ma attenzione, si vive meglio o si vince di più?
Anche il pensiero di Han sembra funzionare così.
Niente pennellata distratta, nessuna sregolatezza, pochissimo spazio per l’inciampo fecondo, per la divagazione, per quella specie di intuizione orgasmica che improvvisamente manda all’aria tutto quello che avevamo pensato fino a quel momento. Persino quando Han difende ciò che la nostra società tende a espellere — la contemplazione, l’inattività, l’alterità, il mistero — lo fa attraverso una macchina argomentativa di impressionante efficienza.
Non fallisce quasi mai, Han funziona magnificamente.
La società senza rispetto è un esempio particolarmente evidente di questo dispositivo. Han parte da un gruppo di parole talmente semplici da sembrare quasi estranee al vocabolario teorico contemporaneo: rispetto, tatto, riguardo, cortesia, ascolto. Parole che sembrano appartenere più alla sfera dell’educazione quotidiana e della convivenza che a quella della grande filosofia politica. Eppure il punto del libro è precisamente restituire loro peso politico.
La tesi è lineare: garbo, educazione e formalità non sono inutili decorazioni della vita sociale, ma costituiscono le condizioni del dialogo e dunque della democrazia. In una società della prestazione e dell’esposizione continua del sé, secondo Han, abbiamo progressivamente perduto la capacità di prestare ascolto, di riconoscere l’altro e perfino di conservare quella distanza che rende possibile il rispetto. Il saggio arriva così a proporre una «politica dell’amicizia», fondata sulla coesistenza e sul riconoscimento reciproco nella differenza. Il rispetto, in questa prospettiva, non è qualcosa che si guadagna grazie al successo, al prestigio o alla performance: appartiene alla persona in quanto tale.
Sono concetti quasi disarmanti nella loro evidenza, eppure, non è affatto irrilevante doverli riaffermare.
Perché Han torna, ancora una volta, all’individuo contemporaneo: esposto, performante, connesso, continuamente impegnato a produrre una rappresentazione di sé. E il luogo nel quale questo individuo si manifesta nella sua forma più pura resta naturalmente il social network. Lì l’altro è vicinissimo e insieme quasi completamente privo di consistenza. Possiamo guardarlo, desiderarlo, giudicarlo, insultarlo, approvarlo, smettere di seguirlo, bloccarlo. Tutto in una frazione di secondo. La distanza è abolita e, proprio per questo, rischia di scomparire anche quella forma minima di distanza necessaria a riconoscere davvero qualcuno come altro da sé.
Qui emerge uno dei paradossi più interessanti del libro e, più in generale, del pensiero di Han. La società contemporanea viene criticata perché orizzontale, priva di trascendenza, incapace di produrre vere distanze e vere alterità. Ma Han stesso la racconta attraverso una forma di pensiero straordinariamente orizzontale: accessibile, immediata, priva quasi completamente di attrito. Usando paradossalmente gli strumenti del mondo che critica.
Ed è forse per questo che lo capiamo così bene.
Non so se avete mai provato a parlare con l’intelligenza artificiale dei vostri problemi sentimentali. Fatelo, ve lo consiglio. Riceverete spesso risposte di grandissimo buon senso. Vi verrà suggerito di evitare la scenata delle due di notte, di considerare che forse quel messaggio poteva avere un significato differente da quello catastrofico che gli avete attribuito, di provare a distinguere ciò che sapete da ciò che state immaginando, di tenere presente anche il punto di vista dell’altro.
Han compie un’operazione non così diversa con i malesseri del contemporaneo. Li prende, li scioglie, li rende comprensibili. Riduce l’aggrovigliamento. Ristabilisce proporzioni. Ci consegna quasi sempre una posizione dalla quale le cose tornano ad avere senso, un pensiero altamente funzionale.
E qui, però, sta anche il suo limite più interessante.
Perché il buon senso è formidabile quando bisogna capire dove siamo. Molto meno quando bisogna immaginare un luogo che ancora non esiste.
L’intelligenza artificiale, almeno nella forma nella quale oggi la utilizziamo, funziona essenzialmente attraverso ciò che già esiste. Ricompone, connette, riconosce strutture, individua probabilità, restituisce una forma intelligibile all’enorme deposito di linguaggio che abbiamo prodotto. Può mostrarci magnificamente il nostro mondo. Ma proprio perché nasce dalla sua sedimentazione, difficilmente può essere il luogo dal quale quel mondo viene radicalmente tradito.
Han produce talvolta la stessa sensazione.
La sua è una filosofia quasi perfettamente capace di attestare lo stato delle cose. Ci dice dove siamo finiti, perché ci sentiamo così, quali dispositivi ci stanno governando. E lo fa con una precisione tale che leggendo viene continuamente voglia di dire: certo. È proprio così.
Ma la filosofia è soltanto questo?
Forse il pensiero serve anche a produrre qualcosa che nel presente non trova ancora conferma. Un errore. Un eccesso. Una deviazione. Una possibilità improbabile. Una via di fuga.
E queste vie di fuga, per definizione, non possono essere completamente ragionevoli. Se fossero già comprese nel buon senso del tempo, non sarebbero vie di fuga.
È questo che manca talvolta nella perfezione di Han: l’illuminazione dell’errore, l’inciampo della ricerca, la ferocia di un’intuizione che invece di ordinare il mondo lo rende improvvisamente più instabile.
E tuttavia sarebbe troppo facile fermarsi qui.
Perché resta una domanda molto più scomoda: che cosa è successo a una società nella quale abbiamo bisogno di uno dei filosofi più letti del mondo per ricordarci che bisogna ascoltare gli altri, avere riguardo, riconoscere dignità alle persone indipendentemente dalla loro prestazione e possibilmente non comportarsi sempre come degli stronzi?
Forse l’operazione di Han consiste precisamente nel mostrare quanto ciò che abbiamo liquidato come banale sia diventato urgente.
La cortesia, il tatto, il rispetto, l’ascolto, il buon senso. Tutte cose pochissimo sexy e dannatamente necessarie.
Per questo La società senza rispetto finisce per confermare perfettamente la definizione di Vogue. Sì, i libri di Han sono manuali del malessere contemporaneo. Manuali lucidissimi, eleganti, efficienti. Un pensiero senza spreco, perfettamente adeguato a una società che pretende ormai performance anche dalla filosofia.
Forse non ci indicano davvero come uscirne, ma ci dicono con impressionante precisione dove siamo finiti.
E comunque, almeno per ora, anche solo di questo abbiamo dannatamente bisogno.