ARTICOLO n. 30 / 2026
DELIO JASSE. ESCASSES, MANCANZA
La cianotipia è una delle tecniche fotografiche più antiche che esistano: prendi della carta, la tratti con dei sali di ferro, la esponi alla luce del sole, e l’immagine appare da sola, in bel blu intenso. Non ti serve né la camera oscura né la pellicola. Insomma, affari dell’Ottocento. In pochi la praticano ancora, e tra questi pochi c’è Delio Jasse: angolano, formatosi anche in Portogallo, che da qualche anno vive a Milano. Nel 2024 ha esposto alla Tate, nella collettiva A World in Common. Contemporary African Photography; eppure la sua prima personale in Italia è arrivata solo lo scorso febbraio, alla AF Gallery di Bologna. Si intitola The Angolan File, ed è curata da Marco Scotini.
Jasse ha una parola per definire la cianotipia, e viene dal portoghese: escasses, mancanza. La mancanza di risorse, l’aridità; ma anche l’idea che proprio nell’aridità, quando trovi una fonte, si possono aprire strade che non ti aspettavi. Per lui funziona così: trova delle storie, individuali e collettive insieme, e le racconta con una tecnica artistica che può applicare quasi ovunque, dalla carta alla tela e al legno.
Una cosa vale la pena dire subito: la cianotipia di Jasse non ha alcun rapporto simbolico con i soggetti. Quel bel blu intenso non allude a nulla, non sottintende nulla di nascosto; è una reazione chimica, punto. Tuttavia, davanti alle opere, succede qualcosa che non sai bene come spiegarti: volti, documenti, frammenti di storie che conosci o che non hai mai sentito perdono la loro patina di archivio, smettono di essere reperti, e riaffiorano con una presenza che non ti aspettavi. Non è nostalgia. Anzi. È qualcosa di più vivo: la sensazione che quelle immagini ti stiano guardando per prime.
Jasse ha quarantacinque anni e già un corpus di lavoro che giustifica una piccola retrospettiva: la mostra, infatti, copre l’ultimo decennio, e ciò che colpisce, entrando, è quanto la fotografia possa allontanarsi da se stessa: le stampe sono alte più di te, occupano il centro della sala, e puoi girarci intorno, guardarle da davanti e da dietro; le trovi su pannelli di legno, caldi nella loro essenza, con scritte sovrapposte alle figure. E ancora, più in là, in fondo alla galleria, trovi anche una grande tela grezza con timbri e immagini impressi in blu arancione verde. A un certo punto ti fermi e ti accorgi che stai guardando tante cose insieme: fotografie, sculture, installazioni.
Il cuore della mostra è As colónias vão ser países (2023): quelle stampe su seta che hai già visto appena entrato, i telai di legno disposti nel mezzo della sala. È Scotini a descriverle meglio di chiunque nel testo che accompagna la mostra: la serie «rilegge l’uscita dei coloni portoghesi dall’Angola attraverso fotografie provenienti da album familiari recuperati nei mercati di seconda mano, oggi ridotte a residui di scarso valore di una storia irrisolta».
Mi fermo davanti a una di queste: c’è un ragazzo africano in pantaloni eleganti e petto scoperto; uno sguardo che ti trafigge. La seta è quasi trasparente, e dall’altra parte una ragazza più giovane di me sta guardando la stessa immagine. A un certo punto ci accorgiamo entrambi che non stiamo guardando solo la foto: stiamo guardando la nostra faccia sovrapposta a un corpo muscoloso del passato. Ci viene da ridere anche se il contenuto è drammatico. Ecco, questo è il momento in cui capisci cosa sta facendo l’artista: gioca con i piani dell’immagine esattamente come gioca con i piani della storia.
Jasse è ossessionato dai mercatini, e si vede, perché li vive come archivi a cielo aperto, luoghi dove la memoria si deposita per caso, e appartiene a quella generazione di artisti convinti che riattivare il passato attraverso i materiali d’archivio sia una cosa urgente, necessaria. Il suo luogo preferito è a Lisbona, si chiama Feira da Ladra, il mercato dei ladri, e ci trovi di tutto: vestiti fuori moda, soprammobili, chiavi di serrature che non esistono più, fotografie di persone che non reclama nessuno. Lì ha trovato uno dei materiali più iconici della mostra, un album che sembra provenire dal Mozambico, almeno così gli è parso riconoscendo in alcune immagini una chiesa del posto. Dentro ci sono fotografie private; coppie, gruppi di persone in posa, il tipo di immagini che raccontano il passato coloniale senza saperlo, o senza volerlo.
Il processo con cui le tratta, me lo spiega lui stesso: sceglie immagini che contengono una narrazione implicita – niente fatti storici precisi, niente eventi eclatanti – e poi le sovrappone, una sull’altra, finché non si crea un cortocircuito.
Lo fa per esempio in The Place to Be (2015), che racconta come l’Angola coloniale sia un paese seduto su riserve di petrolio enormi, dove, una volta arrivati i soldi, le città sono cresciute in fretta, e quella crescita si legge ancora oggi nell’architettura, nell’espansione urbana, nelle facciate. Scrive ancora Scotini: «Jasse rivela come l’aspetto esteriore della sua terra d’origine sia stato profondamente trasformato, accostando volti umani e facciate architettoniche, due marcatori di identità e di storia, di africanità ed europeità».
Ma l’archivio non è tutto. In Pontus II (2025) c’è anche la fotografia dal vivo: persone in movimento, colte in strada o su un marciapiede, scene che potresti vedere da qualsiasi finestra. La differenza con il reportage è che Jasse non cerca l’attimo irripetibile; piuttosto, cerca il momento ordinario, e poi ci mette le mani, per esempio dipingendo dei particolari di giallo: un copricapo, una gonna, un oggetto che senza quel colore non avresti mai notato. E quel giallo ti entra negli occhi come una specie di allerta: sai che qualcosa sta per succedere, ma non sai quando, non sai cosa. È la stessa sensazione di un semaforo che lampeggia; prima o poi diventerà rosso, ma il momento esatto non te lo dirà nessuno.
Tirando le somme: se il passato è fisso, in posa, il presente invece è in movimento, all’erta, sul punto di scattare da qualche parte. Basta guardarsi intorno per capirlo: le opere hanno timbri, scritte, numeri di protocollo impressi sopra le immagini, quel tipo di segni burocratici su cui di solito ci scivoli sopra senza accorgerti.
Jasse me lo racconta con la placidità di chi ha già fatto pace con una storia complicatissima: l’Angola è in guerra civile dal 1975, da quando, appena ottenuta l’indipendenza dal Portogallo, l’MPLA e l’UNITA di Jonas Savimbi hanno cominciato a farsi fuori a vicenda, con la Guerra Fredda a fare da fiamma e i capitali del petrolio e dei diamanti a tenerla accesa. Tutto finisce solo nel 2002. Nel frattempo, lui lascia l’Angola per sfuggire alla leva obbligatoria e arriva a Lisbona, dove trova uno zio che fa serigrafie, e allora comincia a lavorare lì, nello studio, imparando tutto quello che c’è da imparare. La cittadinanza portoghese, però, non arriva. Passano sette anni. Ed è proprio durante quegli anni che trova il suo campo d’azione: lo spazio tra fotografia e burocrazia, tra documento ufficiale e scatto privato, tra vicende di persone comuni e grandi convulsioni delle nazioni. Tra digitale e analogico. Tra fare arte a partire dalla propria vita e il non cadere mai nell’autobiografismo.
In una delle prime opere che incontri entrando, la fotografia in bianco e nero di una strada angolana, c’è una parola stampata in giallo che riassume tutto: liquidado. Non è facile tradurla, perché significa tante cose insieme: sistemato, licenziato, saldato, chiuso, archiviato, e molto altro ancora. È il tipo di parola che trovi su un timbro della dogana o dell’anagrafe: qualcuno ti ha guardato, ti ha valutato e, infine, ha deciso. Jasse la stacca dal documento a cui appartiene, la stampa sopra palazzi e palme di una città, e fa in modo che in quel gesto qualcosa si capovolga: i valori di merito del colonialismo, gli standard, restano lì, ma adesso riguardano il presente. Adesso riguardano te.
A un certo punto glielo chiedo: «Cos’è per te il colonialismo?». Lui scrolla le spalle, sorride: «È un progetto fallito.» Ci beviamo su. Poi spiega: paesi come l’Angola sono stati colonizzati ma non decolonizzati, e quella roba lì non sparisce, rimane nelle strutture, nelle forme di potere, negli strati della pelle, e crea attriti tra le generazioni che ancora non si sono risolti. L’arte serve a capire come ci siamo arrivati fin qui: non la storia ufficiale, quella la conosciamo già, ma quello che sta sotto, le connessioni che non vedi subito. Non a caso, Scotini paragona la sua fotografia a «un campo di conflitto, un’arena che registra narrazioni egemoniche, gerarchie razziali e rapporti di potere».
Allora gli chiedo come viene recepito il suo lavoro in Africa, visto che in occidente le cose gli vanno bene. Dice che tra gli addetti ai lavori c’è interesse, ma che per il grande pubblico è ancora troppo presto: mancano le informazioni, e c’è sempre la guerra sullo sfondo. Ed è proprio lì, in quello spavento, che a lui piace affondare le mani: prende il trauma, lo porta nel lavoro, lo rimodella, e ne fa qualcosa che punge abbastanza da non consolare né abbellire.
Gli chiedo da dove viene tutto questo. Sorride ancora una volta, come se fosse la domanda più inutile del mondo. Poi dice: «Dagli odori e dai suoni della mia terra».