ARTICOLO n. 39 / 2026
AMERICAN PSYCHO
Patrick Bateman ha una routine mattutina che dura venti minuti e prevede una lunga serie prodotti. Li applica nell’ordine giusto, con la concentrazione di chi sa che i dettagli sono tutto. Si allena. Mangia bene. Prenota nei posti giusti. Porta biglietti da visita stampati su carta color crema e quando vede quelli di un collega leggermente più belli sente qualcosa che assomiglia al panico (ma è più preciso del panico) ed è la percezione esatta della propria posizione nella gerarchia, millimetro per millimetro.
In American Psycho, il film di Mary Harron, la cosa che forse colpisce di più non è la violenza. È la temperatura. Tutto è trattato con la stessa piattezza emotiva – le tentate prenotazioni al Dorsia, la scelta del vino, gli omicidi, la riunione in cui nessuno ascolta nessuno perché sono tutti troppo occupati a controllare se gli altri li stiano guardando. La violenza arriva e passa esattamente come arriva e passa tutto il resto. Quella che potrebbe confondersi con una banale scelta stilistica, nel senso decorativo del termine, a me pare più una tesi.
Una tesi che dice che per un certo tipo di uomo, in un certo tipo di sistema, non esiste una soglia oltre la quale le cose diventano inaccettabili. Tutto è già nel registro del normale, tutto è già assorbito, tutto scivola via sulla superficie di una vita organizzata con tanta cura da non lasciare spazio a niente che non sia stato già previsto e catalogato. E questa impermeabilità non è una caratteristica di Bateman come individuo ma della posizione che occupa, della gerarchia che lo produce e che lui, a sua volta, riproduce ogni mattina nell’ordine giusto appena si sveglia.
Bateman è un uomo del Novecento, nel senso più preciso possibile, non un dato anagrafico ma un prodotto culturale ed economico di un secolo che ha costruito una versione molto specifica di cosa significhi essere un uomo di potere. Bianco, anglosassone, protestante, ricco di una ricchezza che non puzza più di lavoro perché si tramanda da abbastanza generazioni. Wall Street, Reagan, il decennio in cui il vocabolario del merito individuale diventa il linguaggio ufficiale di un sistema che si tramanda l’accesso come si tramanda il cognome. Non è anomalo in quell’ambiente. È il suo esemplare più onesto. Gli altri filtrano, mediano, mantengono la forma. Lui no. E nessuno intorno a lui trova questa cosa particolarmente strana.
Una delle caratteristiche delle gerarchie è quella di non dichiarare mai le proprie coordinate, perché farlo le renderebbe vulnerabili all’analisi, e la cosa più importante che un sistema del genere deve fare è sembrare naturale, inevitabile, l’unico modo in cui le cose possono continuare a esistere e ad avvicendarsi. Non basta essere ricchi. Bisogna essere ricchi nel modo giusto, con la storia giusta, i nomi giusti nella rubrica, il tipo di soldi che non escono mai da un certo perimetro e di certo passano di mano attraverso il DNA. Gli uomini che la abitano non si riuniscono per decidere come proteggersi a vicenda, non ne hanno bisogno, lo fanno per riflesso, perché ognuno di loro sa, in modo non formulato ma perfettamente interiorizzato, che il sistema che protegge l’altro è lo stesso sistema che protegge lui. Le donne nel film spariscono e non le cerca nessuno, raccontano e non le ascolta nessuno, e questo non è un dettaglio della trama ma la descrizione esatta di come il cerchio gestisce chi non ne fa parte: rendendolo invisibile con la struttura, con la logica ordinaria di un ambiente che non ha mai dovuto giustificare a nessuno le proprie regole di ammissione.
È in questa logica che va letta la scena che sembra il momento più assurdo del film e che invece trovo il suo punto più drammaticamente realistico. Bateman chiama il suo avvocato e confessa tutto. Ogni omicidio, ogni dettaglio, con la voce piatta di qualcuno che ha già capito che non cambia niente. L’avvocato ride. Pensa sia una battuta. L’indomani lo incontra a pranzo e lo chiama con il nome sbagliato.
Ciò che la scena vuole imprimere (e che a quasi trent’anni dell’uscita del film mi pare palese, specialmente se lo guardiamo con gli occhi di adesso) è che Bateman non viene scoperto perché il dubbio sulla sua innocenza non è qualcosa che deve guadagnarsi.
È già lì.
Gli è stato assegnato.
È la condizione di partenza di chiunque occupi quella posizione.
Non si nasconde, grida tutto a gran voce, più volte, a persone diverse. Ma il male, nella mappa cognitiva di chi lo circonda, non ha la sua faccia, non abita quei posti, non porta quei vestiti. Il dubbio non viene concesso, a Bateman. Gli appartiene per classe.
Harron lascia aperta la domanda sul fatto che Bateman abbia davvero ucciso qualcuno o se tutto esista solo nella sua testa e questa ambiguità è incredibilmente onesta perché la risposta, dentro quella logica, non conta. Se ha ucciso, il sistema lo ha protetto per pura inerzia strutturale, senza nemmeno doverci provare. Se non ha ucciso, il sistema ha prodotto un uomo che vive nella fantasia della violenza come unica forma di potere reale che riesce a immaginare per sé, e nessuno se n’è accorto lo stesso. In entrambi i casi la gerarchia funziona esattamente come deve. In entrambi i casi, niente si scalfisce o si sposta.
Il film esce nel 2000, è ambientato negli anni Ottanta, e a guardarlo adesso ci si sente permeati da una sensazione precisa, il riconoscere qualcosa che pensavamo di aver lasciato indietro e invece è ancora seduto al suo tavolo, con il tovagliolo sulle ginocchia. Siamo stati molto bravi, come cultura, a raccontarci il tramonto di quell’uomo lì. Ne abbiamo fatto serie televisive, saggi, dibattiti, analisi sulla crisi della mascolinità che avevano il tono di chi descrive un’estinzione imminente. E nel frattempo, da qualche parte, gli Epstein files continuavano ad accumularsi, in attesa di uscire a frammenti, come fanno sempre le cose che la macchina non riesce a digerire del tutto ma non vuole nemmeno espellere.
La mole di quei file è un documento e dovremmo proprio smetterla di catalogarli come aberrazioni o, più facilmente, come l’ennesimo scandalo. Sono la dimostrazione che il ritratto di Patrick Bateman non era una metafora di altro o un’esagerazione satirica ma la banale, insulsa e funzionante descrizione di un meccanismo reale che nel frattempo non aveva smesso di operare: il potere protegge il potere, l’accesso si compra con l’accesso, i fratelli proteggono i fratelli. Presidenti, principi, miliardari – fotografati, documentati, nominati da testimoni in deposizioni rimaste sigillate per anni – uomini che non avevano bisogno di accordarsi esplicitamente su niente perché l’accordo è scritto e sancito per nascita. Il sistema che protegge l’altro è lo stesso sistema che protegge me. Lo sapeva Bateman. Lo sapevano loro.
Le donne che hanno raccontato gli abusi si sono trovate davanti esattamente quello che le donne nel film di Harron trovano, ovvero un sistema che non nega con la forza ma riduce il peso della voce fino a renderla inaudibile. Questo tipo di dubbio funziona così: è una proprietà già assegnata, che rende la parola di chi accusa oggettivamente meno rilevante del nome di chi è accusato, indipendentemente da quello che ha fatto, indipendentemente da quante volte lo si racconta.
L’avvocato ride.
Il procuratore firma l’accordo giusto.
Nessuno deve coordinarsi. La coordinazione arriva per inerzia, perché è così che funziona da abbastanza tempo e nessuno deve più spiegare il perché. Che sollievo deve essere un’esistenza in cui tutto si incastra sempre nel modo giusto, e in cui sei sempre, incredibilmente, salvo.
Epstein muore in cella e anche la sua morte diventa, nella sua forma, coerente con tutto quello che è venuto prima. Le circostanze restano irrisolte. Il dubbio si chiude su se stesso un’ultima volta (si è impiccato, è stato strangolato, le telecamere non funzionavano, non sapremo mai come è andata) con la stessa naturalezza con cui ha funzionato per decenni, come se la gerarchia sapesse, anche in quel momento, come lasciare aperto lo spazio giusto. I file continuano a uscire a frammenti. I nomi continuano a non produrre conseguenze nell’unico senso che conta. Puoi vedere tutto. Sapere tutto. Leggere ogni deposizione, ogni nome, ogni data.
Niente cambia.
Il Novecento non ha insegnato niente a nessuno. E chi stava al tavolo giusto non aveva nessun motivo per imparare altro. Trump non arriva dopo Epstein come conseguenza o come punizione, ma come passo successivo logico in un ingranaggio che dai file ha capito una cosa sola: che si può sopravvivere a tutto, che la visibilità non è pericolosa, che il dubbio regge anche quando tutti sanno. Quello che non vediamo definendo ogni cosa scandalo è la sua natura fondante: sono prove di tenuta. E, ogni volta, la tenuta ha retto.
Leggo i media nostrani e non, e noto come il riflesso istintivo sia sempre lo stesso: diagnosticare. Narcisismo, sociopatia, disturbo di personalità. Nominiamo la patologia per contenerla, diamo un nome al mostro per non guardare la stanza in cui vive. È il linguaggio che usiamo quando qualcosa ci sfugge e non vogliamo ammetterlo perché se classifichiamo il male possiamo non riconoscerci nel sistema che lo ha prodotto. Ma Bateman non è il problema. Il problema è l’avvocato che ride.
Un sistema che sopravvive ai propri mostri sa anche come sopravvivere ai propri volti. Obama è stato la prova più elegante di questa capacità e ciò che ha dimostrato, e che è rimasto intrappolato nella narrazione del progresso invece di essere letto per quello che era, è che la gerarchia era abbastanza solida da assorbire un presidente che non gli assomigliava esteticamente senza toccare niente di strutturale. Ha cambiato il linguaggio. Ha reso visibili aspettative che non si aveva nessuna intenzione di soddisfare. E ha prodotto così, aprendo una porta senza sapere cosa c’è dall’altra parte, la domanda a cui Trump è la risposta: qualcuno che non promettesse niente, che fosse esplicitamente e orgogliosamente quello che era, che portasse il marchio dorato sul palazzo invece della patina istituzionale. Biden è stato il tentativo più costoso e meno convincente di far finta che quella domanda non fosse mai stata posta: un uomo della stessa generazione, della stessa classe politica, dello stesso Novecento, proposto come antidoto a qualcosa di cui era parte integrante.
Il colpo di coda non è solo Trump. È l’intera generazione che Trump e Biden rappresentano insieme, quella che ha costruito e abitato quella gerarchia nel momento del suo massimo splendore, che l’ha attraversata mentre il mondo fuori cambiava forma, e che adesso la difende con stili opposti e con lo stesso identico istinto: tenere il tavolo, tenere il sistema, tenere il dubbio strutturalmente assegnato a chi lo ha sempre avuto.
La storia giudiziaria di Trump non ha impedito la candidatura. Le accuse sono diventate solo altro combustibile elettorale. La persecuzione percepita si è trasformata in titolo di merito perché in un mondo che ha sempre trasformato la confessione in battuta, l’unica accountability (e non trovo un termine in italiano che mantenga la stessa precisione di sfumatura) che il potere sa come assorbire senza conseguenze è quella che riesce a raccontare come attacco. Bateman-Trump non chiama più nemmeno l’avvocato. Confessa in pubblico, davanti a tutti, sapendo che non importa. E ha ragione. Il dubbio era già lì prima che servisse.
Ed è qui che l’equivalenza diventa semplicemente quello che è: una descrizione che non ha bisogno di una somiglianza caratteriale o di un parallelo biografico. Una mera funzione matematica. La stessa funzione, in momenti diversi dello stesso sistema. Uno come ritratto, l’altro come conferma che il ritratto era accurato.
Trump è Bateman. Bateman è Trump.
Il Novecento non ha interrotto niente. Ha solo cambiato il biglietto da visita.