ARTICOLO n. 26 / 2026
Di Simona Dolce
QUAL È IL TUO PIÙ GRANDE SEGRETO?
In collaborazione con I Wonder Pictures pubblichiamo un pezzo su The Drama, scritto e diretto da Kristoffer Borgli, nei cinema dal 1 aprile.
Qual è il tuo più grande segreto? Entro in sala per l’anteprima di The Drama, il nuovo film scritto e diretto da Kristoffer Borgli, con Zendaya e Robert Pattinson – nel film Emma Harwood e Charlie Thompson. Prendo posto e sulla poltrona di velluto scarlatto trovo una shopper di tessuto con dentro un bigliettino e una penna Bic. La domanda: Qual è il tuo più grande segreto?
Ci penso. Sono certa di essere una persona molto trasparente, mi dico che non ho alcun grande segreto. Ci ripenso, in effetti non ne trovo… Chiedo ai miei vicini di posto. Loro sembra che ne abbiano almeno uno significativo ma ovviamente non sono intenzionati a rivelarlo così all’improvviso, a una sconosciuta, in una sala affollata per la prima di un film. Li guardo con un po’ di ammirazione perché quella sicurezza mi fa capire che loro sanno chi sono. Che in una manciata di secondi siano riusciti a trovare nel mucchio di ricordi il proprio segreto inconfessabile, per me è stupefacente. Io sono normalmente indecisa fra moltissime cose banali, per esempio non so quale sia il mio colore preferito – certi giorni il blu, poi il giallo, poi il verde – o il gusto del gelato – pistacchio o nocciola o cioccolato fondente o forse uno insolito come mango? – figuriamoci se riesco ad afferrare in un attimo dalla memoria il mio più grande segreto.
Entrano gli attori e il regista, sono belli, divertenti e ridono a ogni battuta, chissà se in questo momento il loro desiderio segreto è scappare da lì. Poi le luci si spengono. Il film inizia e mi dimentico completamente della domanda sul bigliettino. Entro nella storia d’amore. Emma è dolcissima. Charlie è un po’ impacciato ma carino. Sono complici, si capiscono all’istante senza doversi spiegare. Sono ironici, divertenti. C’è chimica. Perfetti. Tutto fila liscio ma non come accade nei film che banalizzano e appiattiscono le trame. Tutto fila liscio come accade nel nostro fortunato Occidente pacifico e pacifista quando lei e lui si incontrano in una caffetteria ed entrambi hanno un lavoro normale, non hanno vissuto traumi sconvolgenti, non sono tossicodipendenti, non vogliono fare proselitismo politico o religioso, non sono invasati di fitness o di padel o di yoga o di meditazione, non vanno nemmeno in terapia (e qui sì, la sospensione d’incredulità un po’ cade perché in effetti tutto il mondo oggi va in terapia). Sono spensierati come adolescenti ma centrati come trentenni.
Mi ritorna in mente quella domanda: Qual è il tuo più grande segreto?
Ripenso ai miei, di segreti. Stavolta me ne vengono in mente almeno tre. Sono momenti in cui ho espresso il peggio di me stessa. Non sono episodi edificanti e uno di quelli è sicuramente classificabile come reato.
Mi chiedo: se il mio partner mi raccontasse un segreto indicibile, lo guarderei in modo diverso? Se mi confessasse di aver desiderato fare qualcosa di aberrante, di aver organizzato il piano, essersi procurato il necessario, ma di aver poi cambiato idea senza un vero motivo, io lo giudicherei una persona peggiore?
Probabilmente sì.
Nonostante la lunga relazione, la frequentazione quotidiana, il rapporto autentico e la verità del nostro stare insieme, penserei di non conoscerlo abbastanza?
Sicuro.
Avrei accesso a un livello d’intimità così profonda da essere persino oscena, quella dei pensieri.
Desidero quell’accesso? Sono capace di sopportarne le conseguenze?
L’individuo di fronte a noi si compone essenzialmente di due elementi che si bilanciano in modi variabili a seconda delle emozioni, delle prospettive future, e anche dell’umore della giornata. Un conto è il partner per com’è davvero, un conto è chi crediamo che sia.
Quanto conta l’immagine che abbiamo costruito? Troppo.
E non è raro sentirsi ingabbiati da quell’immagine stereotipata di sé. Anche se è positiva, anche se è lusinghiera.
Quanto sia difficile – a volte frustrante – restare all’altezza delle aspettative è un’esperienza che tutti conoscono. In un attimo, le voci esterne entrano nella testa e ci dicono come vivere: cosa penserebbero i miei amici se conoscessero il suo segreto? E i miei genitori, come lo guarderebbero? Il giudizio collettivo arriva come una scure che costringe a scegliere fra l’amore e la reputazione.
The Drama mi ha fatto venire in mente Perfetti sconosciuti, il film di Paolo Genovese uscito nel 2016. L’abbiamo visto tutti: sette amici a cena decidono di mettere i propri telefoni al centro del tavolo e leggere ad alta voce ogni messaggio e ogni chiamata che arriva nel corso della serata. L’idea è di dimostrare di non avere nulla da nascondere. Ovviamente è una catastrofe. Non perché tutti abbiano necessariamente dei tradimenti clamorosi da nascondere, ma perché nelle complesse identità umane fatte di narcisismo, desiderio, vigliaccheria, ciascuno tende a rivelare strati di sé e a nasconderne altri.
La domanda che pone Perfetti sconosciuti – e che The Drama riprende da un’angolazione diversa – non è “sei una persona cattiva?” La domanda è: “reggeresti all’esposizione totale?”
E la risposta, quasi universalmente, è no.
Perché il doppio può essere oscuro, può essere incompreso e giudicato fuori dalla normalità.
La letteratura lo sa da sempre. Dostoevskij ci aveva già pensato nel 1846 con Il sosia. Il protagonista, Goljadkin, incontra un suo doppio che fa esattamente quello che lui non osa fare: è disinvolto, socialmente abile, sfacciato. È il lato di sé che la vergogna ha relegato nell’ombra. La follia di Goljadkin è la follia di chi non riesce a integrare le due metà di sé stesso, chi non sopporta di riconoscersi in ciò che ha dovuto reprimere. La scissione è il prodotto diretto di una società che impone maschere.
E se le conseguenze della doppiezza si riversano sulla relazione? Di nuovo: se il mio partner mi raccontasse un segreto indicibile, deciderei di lasciarlo?
Allontanarsi dal doppio significa ucciderlo. Non affrontare il groviglio interiore che tutti, come esseri umani, condividiamo, in cui le meschinità, le invidie, le bassezze, gli istinti violenti e di vendetta coesistono con l’empatia, la capacità di comprensione, l’intelligenza.
Borgli rende visibile questo processo. Mette in scena il momento in cui lo spettro del doppio emerge e la facciata comincia a scricchiolare. E lo fa con due persone ordinarie che si innamorano in una caffetteria. La loro questione privata diventa sociale, dunque esplosiva – drama in inglese ha anche il senso di teatralità, di esagerazione.
Il film esplora la pressione delle aspettative deluse e del giudizio sociale e familiare: essere visti fuori dalla norma a causa dei propri pensieri.
Ma qual è il confine accettabile? Quanto conta ciò che pensiamo e quanto quello che abbiamo agito davvero?
Quanto c’è di violento in questo?
Nel finale di Il processo ai Chicago 7 – il film di Aaron Sorkin sul processo ai sette manifestanti accusati di cospirazione dopo i fatti della Convention democratica di Chicago del 1968 – Abbie Hoffman, interpretato da Sacha Baron Cohen, interrogato sulle sue presunte intenzioni di agire in modo violento, si volta verso la corte e dice: «Non sono mai stato sotto processo per i miei pensieri prima».
Quante volte ho tradito la fiducia di amici, famigliari o del mio partner, non per quello che hanno fatto ma per ciò che hanno confessato di desiderare, di temere, di immaginare?
Quante volte sono stata io quel tribunale?