ARTICOLO n. 56 / 2026
ANDARE FUORI
TEMPO D'ESTATE
Camminare, passeggiare o comunque andare fuori. In città, quando si è liberi da impedimenti come auto, tram, bus o metropolitane, il camminare diviene l’unica vera possibilità di uscire. Nonostante il telefono in tasca non lasci spazio ad alcuna illusione, si è infatti sempre raggiungibili, e si è sempre desiderati nel senso di come questo verbo viene espresso in certi reparti ospedalieri, là dove l’andrologo, dice l’infermiere con neutra inflessione: «Il dottore la desidera». Un tono non diverso da quello delle segretarie scolastiche quando avvertono i genitori che: «La professoressa desidera parlarle». Un desiderio sempre vergato dal “lei”, un desiderare con distacco, ma deciso e a cui soprattutto non ci si può sottrarre. Che ce ne faremo mai di tutto questo desiderare, di tutto questo tenersi a distanza, ma pur sempre a portata di mano e di orecchio.
Camminare diventa quindi una forma lenta di fuga. La speranza che nessuno interferisca tra i propri passi e propri pensieri fino a dimenticarne la possibilità sempre imminente. Uscire fuori infatti contempla lo stare per davvero soli nel mezzo di una città, senza Spotify che tenga, o almeno l’obiettivo da raggiungere dovrebbe essere quello di abbandonarsi al caos urbano come fosse qualcosa di totalmente estraneo a noi, qualcosa che riguarda le ansie, i ritardi e gli insulti solo di altri. Scrive Rebecca Solnit in Storia del camminare (Ponte alle Grazie, 2018) a proposito di Kierkegaard: «Il suo grande piacere quotidiano era passeggiare per le vie della città. Un modo di essere tra le persone di un uomo che non poteva stare con esse».
Uscire fuori va inteso anche nel verso, nella direzione: dal centro verso la periferia, un movimento che va a diradare e ad aprire gli spazi. Un andamento che porta dall’affollamento verso uno spazio aperto e in parte probabilmente forse anche degradato e in semi abbandono, ma proprio per questo suo aspetto estremamente seducente e protettivo, perché privo di ogni pretesa di prestazione e di qualche più o meno pretenzioso immaginario imposto. In poche parole la forza liberatrice del délabré, Rozzano come il Tufello in salsa proustiana.
Andare fuori per prendere fiato, per prendere aria si diceva una volta, eppure oggi proprio i centri delle città sembrano offrire solo un altro modo di stare dentro. Un tipo di comodità-gingillo del tutto simile a quella della casa da cui si è appena usciti: il trionfo dell’arredo urbano come l’arredo di nonna. Sentirsi: “come a casa” esplicitano molti locali e spesso nemmeno tradiscono le aspettative anzi le migliorano, considerato come sono le case da cui solitamente si esce. Case che dopo la pandemia e milioni di ore di video call nessuno può più fingere di non avere: pareti con colori pastello, librerie spesso scarne in laminato, cucine personalizzate che era meglio se si lasciava perdere e in generale un festival Ikea ma con l’aggiunta del gusto particolare di ognuno, che non è quasi mai particolarmente un buon gusto.
La personalizzazione del mobile popolare e democratico di stampo Ikea è la seconda cosa che più ci ha terrorizzato in pandemia: dopo l’orrore arriva sempre il ridicolo. Qualcosa di simile capitò a Giancarlo De Carlo quando tentò di proporre con il Villaggio Matteotti a Terni case efficienti e moderne per gli operai e ricevette in cambio proposte dagli stessi il cui gusto e pure la cui sensatezza tradiva un tragico immaginario piccolo-borghese frutto della seduzione di rotocalchi e televisione che mostravano i rassicuranti ma kitsch ambienti borghesi del tempo (Berlusconi ha sicuramente mutato e peggiorato il carattere degli italiani, ma ci sarebbe molto da discutere su come lo ha plasmato anche Ettore Bernabei in Rai).
Uscire diventa essenziale così per vedere altro, un modo per ritrovare un equilibrio meno serrato e obbligato dagli oggetti attorno, che sono sempre più privi di storia personale e sempre più frutto di una condizione economica a cui peraltro sempre meno si ha la consapevolezza (e la voglia di consapevolezza) di appartenere. Uscire per immaginare liberamente se stessi e il mondo e per riscoprire con l’aria del mattino – come con le prime ombre della sera – un’ipotesi di sparizione dentro alla quale riformulare una nuova possibilità di esistere, che contempli meglio sé e contenga dignitosamente anche gli altri che ruotano attorno a noi. Prima che si tramutino ai nostri occhi solo in inciampi tra la veglia e il sonno, obblighi con cui non si ha nulla a cui spartire se non l’insolenza reciproca di baci, abbracci, auguri, a presto, a prestissimo, domani no ma dopodomani sì, che costellano ogni messaggio scambiato.
Non esiste passeggiata o camminata che non contempli la necessità di un ritorno. L’Odissea non avrebbe alcun senso senza il ritorno dell’eroe, anche se il ritorno si può declinare come una generica ed ennesima possibilità di rinascita o come l’ultima volta possibile. In uno dei più bei film di Manuel de Oliveira, Ritorno a casa del 2001, dove il grande regista portoghese riformula l’Ulisse di Joyce, Michel Piccoli interpreta Gilbert Valence, un grande e famoso attore di teatro colpito da nefasti vuoti di memoria durante la sua ultima messa in scena. Al suo ritorno a casa ad attenderlo ci sarà il nipotino di otto anni, confortandolo dell’esistenza di un futuro possibile anche oltre di sé. Un conforto che lo tranquillizza e lo rilassa. Tornare vuol dire ritrovarsi e, nel caso di Gilbert Valence, andarsene senza alcun obbligo più a cui dare seguito.
Oggi però le città, proprio perché sempre più inclusive, appaiono dei percorsi-vita estremamente complicati da attraversare. L’obbligo, la regola, la giusta misura ha preso infatti o prende sempre più il sopravvento sull’intuito del passeggiatore, che come tale vive la città senza discontinuità alcuna. Un radicale capovolgimento che obbliga sempre a pensare prima di fare il passo successivo e che soprattutto ha mutato fortemente il significato di un marciapiede e di una strada; che prima, seppur evidentemente in maniera totalmente arbitraria, mischiava ogni differenza, mentre oggi proprio per garantire a ogni differenza uno spazio legittimo ecco che tutto viene nuovamente ri-separato: ognuno nella propria corsia come ognuno nella propria cameretta. Qui le bici, là i pedoni, i semafori per le auto e quelli per i velocipedi, lo spazio per il mercato e quello per i tavolini, i parcheggi blu, gialli e bianchi (a trovarli quest’ultimi), a ciascuno il suo.
Un alfabeto che distrae da ogni pensiero intimo e privato costringendo a un’attenzione continua. Il rischio è quello di ritrovarsi sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato. E così il flâneur rappresentante dell’ultimo romanticismo moderno vive un disagio non dissimile da quello di un uomo del primo Cinquecento mentre le strade vengono attraversate da inedite carrozze a cavalli. In parte per fortuna, perché nulla è più abusato della figura del flâneur e del suo incedere casuale, ma al tempo stesso sorprende come proprio il flâneur, da rappresentante di un’eclettica e dinoccolata minoranza, sia ormai un elemento della maggioranza urbana presente nelle strade. Un vagare diffuso e confuso frutto più del precariato, della frammentazione lavorativa e abitativa che della lettura de I «passages» di Parigi di Walter Benjamin. Una massa informe di stressatissimi nuovi flâneurs a rischio perenne d’investimento da parte di bici, monopattini e di tutto ciò che si muove per mezzo di silenziosissimi motori elettrici.
Se restano incolumi, i nuovi (e obbligati dal logorio della vita moderna, per dirla con il carciofo) flâneur si ritrovano a rincorrere tram e bus e metrò a ciclo continuo. Non hanno un luogo definito in cui andare, ma una serie di appuntamenti a macchia di leopardo sparsi ai punti cardinali della città. Non potendo permettersi un vero commercialista, attraversano la metropoli per raggiungere qualche CAF. Non avendo un lavoro seguono più progetti da un capo all’altro, ed essendo sostanzialmente collassata la sanità pubblica si dirigono quando serve (e serve ormai quasi tutto l’anno) verso ambulatori di specialisti più o meno a buon mercato in cerca di qualche conforto, che sia del ginecologo o del fisioterapista per non dire dell’analista, di solito un tipo umano taciturno e che tutto avrebbe dovuto fare nella vita, meno che l’analista. Un po’ come Dario allo psicologo dell’USL, interpretato da Diego Abatantuono nel bellissimo – e malamente dimenticato – Strana la vita (1987) di Giuseppe Bertolucci.
Tutti professionisti che tornano utili al momento dell’aperitivo o di uno dei dieci caffè quotidiani, quando divengono l’oggetto di discorso in quanto proprietà acquisite: il mio ginecologo, il mio analista, il mio proctologo (il coraggio non è mai un difetto per chi vive la metropoli). Tutti bravi, eccezionali e rassicuranti mentre attorno nella migliore delle ipotesi la guerra si avvicina e la pensione si allontana e Dario (Abatantuono) mormora: «Il problema è che non sono solo!».
La voglia di uscire è sempre più un valore difficile da recuperare, una fatica estrema, come se fuori non si palesassero più tutte le alternative di un tempo. Tutto, si dice infatti, si è ridotto e reso disponibile, direttamente sullo schermo di una televisione come di uno smartphone. Salvo praticare sport e farsi male dopo i quarant’anni, salvo inseguire un amore e farsi malissimo dopo i quarant’anni resterebbe solo sedersi per un aperitivo, che fa male anche prima dei quarant’anni.
Marco Giallini recentemente, durante il podcast De Core, ha ironicamente dichiarato: «A Roma non ci stanno più manco le edicole. Roma senza le edicole è una merda, voglio che voi lo sappiate». Ironicamente ma fino a un certo punto, perché l’edicola da sempre rappresenta una presenza viva di possibilità, dall’infanzia fino all’età adulta. Inutile stare a disquisire sui motivi evidenti e anche ovvi del loro declino, resta comunque l’evidenza della fine di un’abbondanza totalmente gratuita che si palesava davanti agli occhi con la leggerezza e l’ingenuità di cui forse fra qualche anno ci racconterà lo scroll del fu Instagram.
Non contava infatti se si era lettori o meno, contava il colore, la luce e la possibilità di un luogo che era capace di contenere alta finanza e fumetti, modellismo e cucito, giardinaggio e arte culinaria. La perdita dell’edicola è la perdita di un immaginario che fu giocoso ed esplosivo, ma anche estremamente meno invasivo di tutto quello che oggi accende ostinatamente e ostilmente i nostri sguardi. L’edicola occupava più spazio urbano di un reel, ma decisamente meno spazio nella testa di ognuno di noi. La differenza è quella che passa tra una sorpresa e un’ossessione. Ed è da questo sentimento – a tratti realmente patologico – che si dovrebbe fuggire.
Invece ora l’uscire, il camminare, l’attraversare la città sembra moltiplicare solo l’ossessione di un’inevitabile sensazione di pericolo. Tutti sono alla ricerca della migliore pasticceria, del miglior forno, del miglior ristorante, tutti puntano all’obiettivo vivendo ogni altra occasione come un inciampo fastidioso, votati verso un’assurda e inutile ricerca che tenga lontani dagli altri pensieri ma soprattutto dai propri. Non si tratta solo di consumo, ma di un’accelerazione priva di ogni direzione utile. C’è qualcosa di animalesco e di selvatico in questa urbanità consumistica che stanca e strazia e lascia attoniti e un po’ a disagio. Come se non fosse mai possibile una tregua, un momento di liberi tutti dentro al quale ristorarsi senza porsi troppe domande. In questo quadro divengono ormai isole di salvezza le chiese, dove quando non si è in orario da turista è possibile entrare senza dichiarare alcunché, senza pagare e senza obiettivo dato.
Al di là dell’afflato religioso sempre possibile, è lo spazio fisico a restituire una possibilità finalmente diversa di se stessi. E pazienza se la modernità ultra-securitaria toglie quasi dappertutto il gusto di una candela di cera in cambio ormai di lampadine in forma di candela brutte da vedere e bruttissime da accendere. La chiesa, il sacro ormai proprio perché desacralizzato, offre uno splendore inedito per la sua gratuita e ammirevole inutilità apparente. La chiesa, perché spesso disabitata, si offre a essere riabitata senza impegno e anche – e forse soprattutto – laicamente. Una volta spinte le ante di legno delle porte laterali della chiesa, come se si uscisse da un vecchio armadio, ci si ritrova invasi da una luce improvvisa e piacevole anche in una giornata grigia. Ci si ritrova nel mondo con un fiato diverso, e con un tempo addosso più lungo che aiuta a difendersi almeno per un po’ dalle ossessioni che piano piano – come rampicanti – salgono dalle gambe fino alla testa.
Uscire fuori, camminare in città è divenuto così l’attraversamento di quel labirinto che appartiene ai nostri più oscuri e reconditi pensieri di paura, spesso indicibili. Un sottile panico che vorrebbe solo affollamento fino a soffocarci pur di non affrontare quel terrore che risale e ci sovrasta.
I principali dati basati sui rapporti Istat (BES 2024) mostrano che, nonostante la fine delle restrizioni, il tempo trascorso con gli altri non è più tornato ai livelli pre-pandemici, delineando quella che gli esperti definiscono una recessione sociale. Negli Stati Uniti, il tempo dedicato alla socializzazione è sceso da circa 5,5 ore a settimana nel 2003 a 4 ore nel 2021, rimanendo invariato anche nel 2023 e 2024, e gli adolescenti trascorrono oggi circa 40 minuti al giorno con gli amici di persona, contro i 140 minuti di vent’anni fa. In Italia questo determina anche una riduzione di partecipazione nel sociale, con un calo delle attività di volontariato che passa dal coinvolgere il 33,1% delle persone nel 2014 al 28,9% del 2024. Nel 2025, si stima che le persone passino online ancora più tempo rispetto a quando vigeva il lockdown. In Italia, circa il 73% della popolazione è attivo sui social media, con un uso trasversale delle piattaforme che permette di mantenere relazioni solo a distanza. Ritrovare lo spazio per una passeggiata, per un incontro non programmato, progettato, stabilito e vidimato è ormai una necessità. La ricerca di un’amicizia e di una relazione che vada oltre il prevedibile permette di andar oltre se stessi, ritrovandosi. Ci vuole pochissimo, come disse quel tale fuori dal mondo: «Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità».
Balzare oltre la bolla con la leggerezza di Neil Armstrong, superando i vincoli e gli obblighi che ci hanno trasformato nei primi controllori di noi stessi, ritrovando la sorpresa in tutto quello di cui – ed è moltissimo – non ci siamo mai accorti prima, non abbiamo mai visto e notato prima. Quasi come andare sulla Luna.