ARTICOLO n. 95 / 2026
OGNI LETTURA È UNA STORIA PERSONALE
I LIBRI COME MEDIATORI
Pubblichiamo un estratto dal saggio di Chiara Faggiolani, Lettura, appartenenza e senso di comunità contenuto nell’ultimo numero della rivista Il Mulino. Ringraziamo l’autrice e l’editore per la disponibilità.
Assumo una concezione della conoscenza non come qualcosa che si possiede o si trasferisce, ma come qualcosa che accade tra le persone. La conoscenza prende forma nelle relazioni, negli scambi e nelle pratiche condivise. È, prima di tutto, un fatto sociale.
In questa prospettiva, la lettura socializzata rappresenta uno dei dispositivi privilegiati attraverso cui tale processo si realizza. I libri diventano occasioni di incontro, le storie luoghi di confronto, la lettura un’esperienza profondamente trasformativa con ricadute sociali misurabili.
Tra le molte storie raccolte in questi anni, ce n’è una che più delle altre mi ha aiutato a
comprendere la forza delle comunità della conoscenza come dispositivi di appartenenza; una storia che arriva da Bologna e che ha segnato per me un prima e un dopo.
Amedeo Granelli aveva ventidue anni, studiava Cooperazione internazionale a Milano e coltivava una passione profonda per le parole. Da bambino diceva a sua madre, Rossana, di sentirsi fortunato perché amava leggere.
A lei, in risposta, dicevano che lo aveva cresciuto «troppo umano»: un’espressione che richiama le parole dello psicologo Jerome Bruner, per il quale la narrazione è una dimensione fondamentale della nostra essenza di umani, al pari della posizione eretta o del pollice opponibile.
Amedeo appare immerso fin da piccolo in questa dimensione narrativa dell’esistenza: leggere, annotare parole, raccogliere frammenti di senso non è un’abitudine, ma una forma di relazione con il mondo. Annotava tutto su un quadernone a quadretti: parole sconosciute, testi rap, pensieri che gli si attaccavano al cuore e al cervello. Non scriveva per essere letto, ma per trattenere l’intensità con cui viveva le cose. Lo facciamo in tanti.
Nell’agosto del 2016 muore in un incidente in Colombia, dove stava svolgendo un’esperienza di volontariato. Ciò che accade dopo è difficile da contenere in un saggio senza lasciarsi sopraffare dall’emozione. Vale però la pena provarci, perché intorno a questa perdita prende forma qualcosa che va molto oltre la vicenda individuale e che ci aiuta a capire come nascono le comunità della conoscenza, il loro potere straordinario e i motivi che spingono le persone a farne e a restarne parte.
Gli amici di Amedeo chiedono ai genitori, Stefano e Rossana, se avessero ritrovato il quadernone. Non era andato perso. Le pagine vengono trascritte e diventano un libro, Verso estro sul quaderno a quadretti. Tutti i testi rap, pubblicato nel 2018 dalla casa editrice Pendragon. Ma il libro, in questa storia, è soltanto l’inizio. Attorno a quelle parole e alla memoria di Amedeo prende forma nel tempo una rete di relazioni sempre più ampia. Gli amici organizzano concerti rap, camminate sugli Appennini, giornate commemorative (gli «Amedays»).
Nel 2017 viene piantato un ginkgo biloba in sua memoria nel parco di Chiesanuova, a Bologna, lo stesso dove Amedeo da bambino andava a scuola e si appartava a scrivere sul quadernone. Il ginkgo non è un albero qualunque: è un «fossile vivente» – pare che Darwin lo definì così per le sue antichissime origini – capace di sopravvivere a condizioni estreme. Per questo viene associato alla resilienza, alla continuità e alla speranza. Due anni più tardi, a pochi passi dall’albero, viene inaugurata una piccola casetta per il bookcrossing. L’idea è semplice: un luogo fisico dove le parole, che tanto stavano a cuore ad Amedeo, potessero stare, essere toccate, prese, lasciate. Da allora circa 600 libri ogni anno – ognuno timbrato con il logo «Amebookcrossing» – passano di mano in mano facendo percorsi imprevedibili. La casetta diventa presto un punto di riferimento per molte persone. Non soltanto per chi aveva conosciuto Amedeo, ma anche per chi s’imbatte casualmente in quei libri.
Qualcuno prende un volume e ne lascia un altro; qualcuno torna; qualcun altro si ferma semplicemente a osservare. Dal 2021, ogni giovedì sera da aprile a settembre e la domenica pomeriggio da ottobre a marzo, persone diverse si ritrovano sotto il ginkgo per leggere ad alta voce un breve brano. Si arriva, ci si dispone in cerchio, ciascuno legge per circa due minuti un frammento di un libro che ha scelto. Non esistono criteri di selezione particolari: si legge ciò che si è amato, ciò che si sta attraversando, ciò che si sente il bisogno di condividere in quel momento. Quasi nessuno riesce a stare nei due minuti: la condivisione ha bisogno di più spazio di quanto pensiamo.
La struttura è semplice: non esistono gerarchie, non ci sono esperti o facilitatori, la parola circola da una persona all’altra. Eppure proprio questa semplicità rende possibile qualcosa di raro. Ogni lettura porta con sé una storia personale, un’emozione, una domanda, un passaggio di vita. Chi arriva per la prima volta spesso resta colpito dalla semplicità del rito. Si può partecipare una sola volta oppure tornare ogni settimana. Anche qui alcuni hanno conosciuto Amedeo, altri no. Alcuni arrivano per curiosità, altri perché cercano un luogo in cui sentirsi meno soli, altri ancora perché desiderano condividere una passione che altrove non trova spazio. Nel tempo, attorno al ginkgo e alla casetta dei libri, si è formata una rete di relazioni che continua ad allargarsi.
Attraverso il libro, ciò che appartiene all’esperienza individuale viene condiviso e accolto dagli altri. Raramente si parla direttamente di sé. Quasi nessuno conosce quale lavoro fa l’altro. Sono i libri a farsi mediatori dell’incontro.