ARTICOLO n. 80 / 2026
LA VISIONE DI COCTEAU
Pubblichiamo un’estratto dalla prefazione di Matteo Marchesini alla nuova edizione de I ragazzi terribili di Jean Cocteau in uscita da Rizzoli (traduzione di Giovanni Fattorini). Ringraziamo l’editore per la disponibilità.
Nella modernità, uno dei modi in cui la metafisica scende nella fisica è il poliziesco o il noir. Un genere che, se trattato con una certa ironia, mostra il rapporto stretto stabilitosi tra il macabro e il frivolo. Dalla sua tradizione Cocteau trae sia alcune scene sia alcune metafore molto caratteristiche; oppure ne estrae lo schema dai grandi testi classici: così riadatta la tragedia greca, e ci parla di ragazzi o di parenti terribili. Quanto ai paragoni, ecco un passo significativo del Mistero laico: «De Chirico usa il trompe-l’oeil così come un criminale rassicura la vittima: “Non abbia paura. Ecco, qui c’è un campanello, la finestra è una vera finestra, la porta è aperta, basta chiamare…”». Altrove, Cocteau riflette più in generale sugli equivoci del giudizio estetico con queste immagini: «Il bello è sempre il risultato di un incidente. Di una caduta violenta tra abitudini acquisite e abitudini da acquisire. Disorienta, disgusta. Capita pure che faccia orrore. Quando la nuova abitudine sarà poi consolidata, l’incidente smetterà di essere tale. Diventerà qualcosa di classico e perderà la sua capacità di shockare. Un’opera, dunque, non è mai capita. È accettata […] Chi ha visto davvero l’incidente, si allontana, sconvolto, incapace di spiegarlo. Chi non l’ha visto ne dà testimonianza. Con la scusa di farsi bello ne rivela tutta la sua incomprensione. L’incidente resta lì, sotto gli occhi, insanguinato, medusizzato, atroce nella sua solitudine, ostaggio delle chiacchiere e dei verbali di polizia».
Dalla storia di Thomas l’impostore alle variazioni transmediali su Orfeo, vale sempre ciò che Cocteau dice del solito de Chirico: «La morte è il solo pezzo che circoli liberamente e in tutte le direzioni sulla scacchiera». Più volte il francese paragona il proprio modo di procedere a quello di uno scacchista: e sapendo che è ormai impossibile sia realizzare un’arte classica collettiva, sia abbandonarsi a una confessione romantica, rappresenta in primo luogo la sua mano che muove i pezzi, con un’ironia che svuota il gesto di ogni pathos individualistico.
Nell’arte che resta ancora possibile, il deus ex machina esibisce sfacciatamente l’inverosimiglianza del tutto come autore (è il tempo di Pirandello). La visione di Cocteau implica la consapevolezza del fatto che il mondo è disgregato, e che dunque la religione – quando non diventa un cattolicesimo en travesti – può essere soltanto un’intuizione privata delle coincidenze, un racconto di miracoli e sciagure in apparenza immotivati. Ma dopo aver preso avvio da questo arbitrio, gli eventi e gli atti del plot si svolgono con una consequenzialità inesorabile. Nella Prefazione ai Parenti terribili l’autore parla di «concatenazione logica di circostanze illogiche», e in quella alla Voce umana dice di voler tornare «alle algebre viventi di Sofocle, di Racine e di Molière», ovviamente truccate da pièce di boulevard o da operetta. Cocteau è un Racine onirico e fantasmatico. La sua musa è un Fato arcaico divenuto novecentescamente fatuo, pronto a servirsi di incidenti d’auto e barbiturici. L’innesco delle sue trame ha la casualità della cronaca, il resto la solennità del rito. Posto un fatto deciso da dèi invisibili, tutto deve discenderne come in un’espressione matematica. E la matematica gestisce enti diversi solo dal punto di vista quantitativo: «Abbiamo tutti la stessa anima, o meglio, siamo fatti della stessa anima», spiega Cocteau in una delle sue dichiarazioni “averroiste”. Perciò è sempre in cerca di oggetti che illustrino le equivalenze o le simmetrie. I suoi celeberrimi specchi si potrebbero considerare simboli di un’omosessualità che allude alla fine universale delle differenze; e un po’ ovunque, ci muoviamo tra i suoi personaggi come in un labirinto di sosia. A un certo punto dei Ragazzi terribili Paul si accorge che Agathe, la ragazza orfana appena introdotta nel santuario fraterno, somiglia moltissimo all’amato compagno Dargelos travestito da Athalie; e sua sorella Elisabeth, a partire di qua, scopre un’uguaglianza più vasta: «Per effetto di un’illuminazione improvvisa, si accorse che tutti i delinquenti, tutti gli investigatori, tutte le dive americane appuntati da Paul sui muri della camera assomigliavano all’orfana e a Dargelos-Athalie».
Siamo negli anni in cui il Fato, o il Caso, che animava le vicende premoderne, s’intreccia con le peripezie dello sport e del cinema, si presenta con le maschere del surrealismo e di un comportamentismo che ha già ucciso la psicologia romanzesca. Cocteau tiene insieme lo slapstick di Voltaire e quello del film muto, i poemi cavallereschi del Graal e gli objets trouvés. Sergio Solmi ha parlato per lui di «fiera trascendentale», ossia di un atteggiamento che (col dolore come un basso di fondo) oscilla virtuosisticamente tra mistificazione e scherzo. Tutto ciò contribuisce a riunire nella narrativa cocteauiana gli ingredienti di un piatto squisitamente parigino, dove quel che è tragico diventa leggerissimo e però tanto più sinistro, senza smettere di essere struggente o amabile. È il piatto offerto da libri come Nadja o La schiuma dei giorni, dove una tradizione secolare viene decantata e chiusa in un guscio di noce. O da libri come I ragazzi terribili, queste Relazioni pericolose per burattini.
Quando compone narrazioni di un certo respiro, più che un romanziere Cocteau sembra un regista che mette in scena un romanzo. Il risultato è un misto di feuilleton e “antiromanzo”. Oppure: il presupposto è saggistico, la trama ironicamente romanzesca, l’esecuzione lirica. Prima di assaggiare i Ragazzi terribili, credo sia utile citare Thomas l’impostore, che fa pensare a Stendhal o forse addirittura a Kleist. Siamo nel pieno della Grande guerra. Qualcuno scambia l’adolescente Guillaume Thomas per un nipote del generale Fontenoy, e lui, volubilissimo e sognante, si limita ad accettare l’equivoco. È la sua mancanza di timore e dunque di esitazione a convincere tutti – la “stella di menzogna” che, secondo Cocteau, protegge chi come unica dote ha quella di apparire ciò che non è. L’impostura di Thomas è indistinguibile dall’atmosfera onirica in cui si muove, da un caos civile propizio ai carnevali in maschera: «Una cosa tira l’altra, gli capitò ciò che accade ai bambini che giocano. Credette al gioco. Si affibbiò un gallone». A passo di danza, sotto una luce illusionistica da teatro d’avanguardia, l’adolescente entra nella zona di guerra, tra devastazioni fissate in rapide sequenze paratattiche. Quando riceve una pallottola da una pattuglia nemica si convince che potrà salvarsi facendo finta di essere morto, e così muore sul serio «di ciò che ha immaginato», per citare il bel verso di una nostra poetessa, Anna Maria Carpi, che pensava a Molière crollato sulla scena. «Il pittore che ama dipingere alberi diventa albero lui stesso» dirà Cocteau in Oppio di questa sua creatura, riecheggiando un giudizio di André Gide. «I bambini portano in sé una droga naturale. La morte di “Tommaso l’impostore” è il bambino che gioca al cavallo, diventato cavallo.»
Mentre usciva il Thomas Raymond Radiguet, il giovane caro a Cocteau, era appena scomparso. Cominciava per l’artista la stagione di un’altra droga, l’oppio; stagione terminata un lustro più tardi nella clinica in cui sarebbero cresciuti I ragazzi terribili. In entrambi i romanzi, gli adolescenti messi in scena arrivano a morire pur di non affrontare la vita adulta; mentre il loro poeta, che ormai vi è impantanato, per sedare la frustrazione si dà al surrogato d’estasi del fumo. E proprio nel libro dedicato all’oppio, coevo ai Ragazzi terribili, troviamo sul romanzo del ’29 alcuni appunti piuttosto interessanti, anche a proposito del misto d’infantilismo e di maturità troppo acerba che caratterizza le sue figure e i loro modelli: «parla di grandi, di grandi del mio ambiente. (Abitudine di vivere con persone molto più giovani.) Articoli, lettere, una tra le altre, bellissima, del professor Allendy, mi parlano del libro come di un libro sull’infanzia. Io la metto, l’infanzia, più lontano, in una zona più innocente, più vaga, più scoraggiante, più tenebrosa. / Il “gioco” vi si ricollegherebbe molto meglio».
Il gioco, dopo l’infanzia, può continuare solo in uno stato aristocratico e poetico, di procurata deriva, che è simile a un sonnambulismo perenne (ancora dal Mistero laico: «non posso vedere i quadri di de Chirico senza pensare che dormano»). Poco prima di morire, Cocteau descriverà il suo modo di comporre affermando che «vago sonnambulo, sono quasi sempre in questo stato, e se non cado non è per prudenza o per destrezza, ma perché cammino nel sonno, e i sonnambuli non cadono, tranne quando vengono svegliati bruscamente». Questo equilibrismo può essere mantenuto solo se si sta abbastanza lontani dai giornali, se si sfiora appena la società come qualcosa di esotico, tessendovi con astuzia dei rapporti diplomatici unicamente per salvaguardare un altro mondo. Un tale vagabondaggio sonnambulico tocca anche alle creature adolescenti dello scrittore, almeno finché si conservano al di qua di quella “caduta nella vita” che per loro significa morte. In un senso più letterale, nei Ragazzi terribili Paul soffre di sonnambulismo. Ma non poi molto diverso è il suo stato durante il giorno, dato che consiste in una serie di movimenti illusori eseguiti all’interno di una sostanziale stagnazione. «Questi ragazzi terribili si rimpinzano di disordine, di una appiccicosa macedonia di sensazioni» ci viene detto subito all’inizio del romanzo. È un caos surplace; lo stesso indotto da quella droga attraverso cui il tossicodipendente Cocteau, come scrive sul punto di abbandonarla, ottiene «velocità che arrivano all’immobilità». Ancora dal romanzo: «Nel mondo singolare dei ragazzi, si poteva fare il morto e nuotare veloci. Simile a quella dell’oppio, la lentezza vi diventava pericolosa quanto un primato di velocità».
Cocteau ripropone spesso immagini in cui accelerazione e ralenti coincidono. Tutto appare rapido come in un film dozzinale, e tutto è fermo come in un’enclave tetragona che non si evolve più: feuilleton e antiromanzo, appunto. L’unica fase umana di cambiamento è la convalescenza: quella di Paul, e quella dei pochi giorni in cui il suo autore ne scrive la storia chiuso in una clinica. Prima e dopo non c’è più nessuna possibilità, e forse neppure la volontà o la speranza di svilupparsi, di crescere, di vivere attivamente una vita che dopo la Grande guerra sembra identica alla morte. Restano i limbi senza eliso: le montagne incantate o le incantate stanze, quando il cupio dissolvi supera lo stadio puerile del pascoliano Ultimo sogno per insidiare la pubertà dei Castorp o dei Paul.
È questo rifiuto degli sviluppi, questo “delirio d’immobilità” a produrre l’eterno ritorno omosessuale dell’uguale, o l’incesto che intanto si diffonde nella letteratura austriaca, e magari una condizione da perversi polimorfi in corpi già quasi adulti. Ecco il mistero portato nella luce della chiarezza, s’intende per chi lo osserva da fuori: trasparenza dei gesti, ma oscurità dei riti che esprimono. Nella routine quotidiana si apre un abisso buffo e letale; il suo tran tran non si svolge più in sincrono col suo significato consueto.
I ragazzi terribili comincia offrendoci la versione “normale” di un enigma che nella casa dei fratelli Elisabeth e Paul si ripresenterà assumendo connotati patologici. È una scena di gruppo, e riguarda la linea d’ombra della prima adolescenza, il periodo in cui non si è ancora usciti da quel compatto cosmo religioso che ai bambini appare indistinguibile dalla loro stessa identità: «tra gli allievi del quinto, la forza che si ridesta è ancora sottomessa ai tenebrosi istinti dell’infanzia. Istinti animali, vegetali, difficili da cogliere nel loro manifestarsi, perché la memoria non li conserva più di quanto faccia col ricordo di certi dolori, e i ragazzi smettono di parlare non appena i grandi si avvicinano. Tacciono, riprendono gli atteggiamenti di un mondo diverso. Questi grandi commedianti sanno di colpo coprirsi di aculei come un animale, o armarsi di umile dolcezza come una pianta, e non divulgano mai i riti oscuri della loro religione. Noi sappiamo a malapena che essa esige delle astuzie, delle vittime, dei giudizi sommari, dei terrori, dei supplizi, dei sacrifici umani. I particolari restano nell’ombra e i fedeli possiedono un loro idioma che riuscirebbe incomprensibile a chi per caso li udisse senza essere visto. Biglie d’agata e francobolli costituiscono le monete di scambio di ogni loro commercio. Le offerte ingrossano le tasche dei capi e dei semidèi, le grida nascondono i conciliaboli […]».
In questa scena (gli animali, e soprattutto le piante, sono un termine di paragone costante dello scrittore) ci vengono subito incontro i miti o i topoi che, come capita ai temperamenti lirici, Cocteau trasferisce da libro a libro: prima di tutto il compagno di scuola Dargelos, figura che anche ai censori incute un inconscio rispetto per la sua bellezza, e che dà spettacolo di una virilità precoce e di una precoce morte (il mito nasce anche dalla rapidità con cui si susseguono Eros e Thanatos). Ad apertura di sipario, la sua sagoma carismatica s’impone in un cortile trasformato in campo di battaglia da monelli che si tirano le palle di neve: «L’allievo pallido girò attorno al gruppo e si fece strada attraverso i proiettili. / Cercava Dargelos. Lo amava. / Questo amore era tanto più bruciante in quanto precedeva la conoscenza dell’amore. Era un malessere vago e intenso, contro cui non esisteva alcun rimedio, un desiderio casto, senza sesso e senza scopo. / Dargelos era il gallo della scuola. Apprezzava quelli che lo sfidavano o che lo assecondavano. Ora, ogni volta che l’allievo pallido si trovava di fronte a dei capelli scompigliati, a delle ginocchia ferite, a una giacca dalle tasche enigmatiche, perdeva la testa». Il “gallo” lancia una palla che colpisce il petto del “pallido”, cioè Paul, e lo fa cadere come morto, con un filo rosso all’angolo della bocca (e qui si veda l’episodio analogo nel film Il sangue di un poeta, girato tre anni più tardi). Bianco di neve e morte: altro topos cocteauiano. Qualche pagina più avanti troveremo gli specchi; e nel loro contorno liquido, abbagliante e cupo, affiorerà quella sagoma dell’androgino che dal secondo Ottocento è tornata centrale in tanta cultura europea. Elisabeth ha quasi lo stesso volto di Paul, solo più definito; e al termine della vicenda, come si accennava, scoprirà con effetti mortali che tutti gli amori maschili e femminili del fratello possiedono lineamenti simili. Ma queste apparizioni avvengono già dentro quel nido domestico che è la scena principale del romanzo, e che come il cortile innevato (una zona di guerra non poi così diversa da quella “grande” del Thomas) somiglia a un piccolo teatro d’avanguardia. Sul suo palco, gli attori sono pochi. La madre muore in fretta, liberando dalla sua presenza di invalida una casa che diventa un porto per soli ragazzini. Questi ragazzini, poi, vivono grazie al denaro abbondante quanto fantasmatico di adulti lontani che li lasciano nell’ignoranza di come si guadagna, e che così li confermano nell’idea secondo cui tutto, entro i confini della loro isola, accade per decreto di una fortuna dalla doppia faccia di Giano. «L’illusione di una stanza sospesa nel vuoto era accresciuta dallo specchio che aveva come un guizzo di vita e che pareva uno spettro immobile tra la cornice del soffitto e il pavimento» scrive Cocteau in un capoverso sul salotto che raggruppa un po’ tutte le sue immagini essenziali. «Di tanto in tanto un’automobile spazzava via ogni cosa con un largo raggio nero.» Lì accanto, nel cuore del mondo terribile, c’è la camera-nave dei fratelli, di fattura squisitamente metafisica: «due minuscoli letti, un cassettone, un camino e tre sedie. Fra i due letti, una porta si apriva su un lavabo-cucina a cui si accedeva anche dal vestibolo. A una prima occhiata, la camera lasciava sorpresi. Senza i letti, la si sarebbe detta un ripostiglio. Il pavimento era disseminato di scatole, di biancheria, di asciugamani di spugna. Un tappetino mostrava la corda. In mezzo al camino troneggiava un busto di gesso su cui erano stati aggiunti con l’inchiostro gli occhi e i baffi; puntine da disegno fissavano dovunque pagine di riviste, di giornali, di programmi, che ritraevano dive del cinema, pugili, assassini».
Fuori rimane il mondo grande, la vita – cioè la morte, che riuscirà a penetrare nel santuario dei fratelli solo a patto di divenire parte dei loro riti: e alla fine, come all’inizio, userà come intermediario il numinoso Dargelos. È in questo bric-à-brac casalingo che dopo le prime pagine ritorna Paul, il cui corpo è quasi sciolto dalla palla di neve – ferito per un equivoco d’amore o cavalleria, e in apparenza morto come in una parodia romantica. D’ora in poi, il riposo prescrittogli dal medico si trasformerà in un esilio perenne dalla scuola e dalla società. Ad affiancarlo, nella trincea sororale, è il suo compagno Gérard, che lo ama come lui ama Dargelos. E da Paul Gérard «aveva imparato a dormire da sveglio un sonno che mette al riparo e restituisce agli oggetti il loro vero significato»: stato simmetrico al sonnambulismo, e specie di poetica dello straniamento applicata all’intera esistenza. Il significato è quello che dànno i fratelli agli “oggetti trovati” riuniti in un cassetto: «Era il tesoro. Un tesoro impossibile da descrivere, poiché gli oggetti del cassetto si erano talmente scostati dal loro uso, avevano acquistato un carattere talmente simbolico, da non offrire al profano che lo spettacolo di un ciarpame fatto di chiavi inglesi, tubetti d’aspirina, anelli di alluminio e bigodini». Agli oggetti si legano i riti di una naturale débauche: «A lei e a Paul capitava di nutrirsi di zucchero d’orzo che divoravano ciascuno nel proprio letto, scambiandosi ingiurie e libri; perché leggevano solo pochi libri, sempre gli stessi, rimpinzandosene fino alla nausea. Questa nausea faceva parte di un cerimoniale che cominciava con un’ispezione minuziosa dei letti, da cui bisognava spazzar via briciole e pieghe, continuava con degli orribili guazzabugli e finiva col gioco a cui, così sembrava, quella nausea dava uno slancio maggiore». Tutto nella stanza diventa droga, voglia di non imparare e non cambiare: anche i classici sono ninnenanne. Ancora: «La camera era un guscio in cui viveva-no, si lavavano, si vestivano, come due membra di uno stesso corpo»: il corpo dell’androgino al quale, weiningerianamente, spetta l’ultima parola, la suprema altezza evolutiva cui segue l’estinzione. Sotto gli occhi dei loro aiutanti o famigli, via via attirati lì, Elisabeth e Paul si rivoltolano nel loro rapporto come in un lenzuolo sporco: la loro deriva è molto simile alla scena della Macchina infernale dove Giocasta ed Edipo si dibattono invano in un dormiveglia vischioso, in cui affiorano e tornano a dissolversi i frammenti di una verità “terribile”. I fratelli, potremmo dire, incarnano quella che Kundera chiama l’età lirica, pura e atroce – un’età pre e nel caso anche post romanzesca. Esistono solo in un continuo bisticcio, o meglio negli intermittenti temporali dell’umore preceduti e seguiti dal vuoto. Gérard serve a scaricare le tensioni montanti, ad affilare il linguaggio con cui gli eroi imbastiranno poi una sticomitia guascona che riguarda soltanto loro, o una battaglia di gambe che sconfinano dai rispettivi letti, vengono rigettate come eserciti nemici e tornano all’attacco scattando come molle. «Era davvero un capolavoro quello che i ragazzi creavano», commenta Cocteau fissando la situazione archetipica della camera, «un capolavoro che essi “erano”, in cui l’intelligenza non occupava alcun posto e che derivava la sua meraviglia dal fatto di essere senza orgoglio e senza scopo». La ripetizione priva di sviluppo si confonde con la natura, con una sorta di domestica oscurità etrusca: «Più che coricarsi, [Paul] s’imbalsamava; si circondava di bendelle, di cibarie, di ninnoli sacri; partiva per il regno delle ombre. / Elisabeth attendeva la sistemazione definitiva che decideva la sua entrata in scena, e sembra quasi incredibile che per quattro anni questi ragazzi abbiano potuto recitare ogni notte la commedia senza mai scioglierne in anticipo la trama. Perché, salvo alcuni ritocchi, la commedia ricominciava sempre daccapo. Forse queste anime incolte, come obbedendo a un ordine, eseguivano un’azione non meno conturbante di quella che, la notte, chiude i petali dei fiori». È una vita notturna rispetto alla quale quella diurna si riduce a una parentesi noiosa, a una pianura arida da attraversare in fretta: «La giornata li annoiava. La trovavano vuota. Una corrente li trascinava verso la notte, verso la camera dove ricominciavano a vivere». E in ogni caso, anche tutte le esperienze fatte fuori vengono riportate alla legge della camera «in cui si fabbricava il miele». Questa concitata stasi può durare identica solo perché resta appena un passo al di qua della coscienza della sua monotonia, e così non smette mai di sembrare un gioco avventuroso, uno stupefacente: «Insistiamo ancora: nessuno degli attori di questo teatro, e persino colui che faceva la parte dello spettatore, avevano coscienza di recitare. Era a questa incoscienza primitiva che la commedia doveva una giovinezza eterna. Senza che loro lo sospettassero, la commedia (o camera, se volete) oscillava ai limiti del mito»: quel mito che precede appunto il logos, la coscienza, il plot sensato. Ogni tanto, è vero, la debolezza di Paul riflette un attenuarsi della fede, o meglio dell’ipnosi: ma allora Elisabeth, che come l’angelo di Laodicea vomita ogni tiepidezza, torna subito a trascinarlo nelle loro leggendarie tempeste in un bicchier d’acqua; dotata dello spirito di Dargelos, gli impedisce l’imborghesimento.
In questa situazione, le sortite sono quasi dei fuor d’opera, dei “traumi” che devono far avanzare la storia in modo meccanico, come quegli orologi le cui lancette scattano di colpo da un’ora all’altra. C’è la vacanza al mare, dove i due protagonisti affinano il ménage con Gérard e lo mettono alla prova esigendo da lui un atto gratuito in forma di furto per il furto: prova superata, se quando tornano il famiglio fa oramai tutt’uno con l’atmosfera asfittica e promiscua della casa. È anzi allora che la camera-nave, quasi avesse ricevuto il battesimo marino, “prende il largo”. Solo che nel frattempo un’altra lancetta è scattata: dopo la malattia Paul è cresciuto, ed Elisabeth non riesce più a dominarlo. Aumenta le torture, stuzzica le sue voglie, lo deride e lo insulta; ma è troppo tardi. La calma apparente del caos sta per rivelarsi una discesa accelerata nel burrone dell’endogamia: «Vi sono case, esistenze, che riempirebbero di stupore le persone ragionevoli. Esse non capirebbero come un disordine che sembra debba continuare appena per quindici giorni possa durare per parecchi anni. Ora, queste case, queste esistenze problematiche perdurano numerose, illegali, contro ogni aspettativa. Ma, ciò in cui la ragione non ha torto è che se la forza delle cose è una forza, essa le precipita verso la rovina. / Gli esseri singolari e i loro atti asociali costituiscono il fascino di un mondo plurale che li espelle. Noi ci angosciamo per la velocità acquistata dal ciclone in cui respirano queste anime tragiche e leggere. Tutto ha inizio con delle bambinate; da principio, non ci vediamo che dei giochi».
Anche Paul adesso si comporta ogni tanto come Elisabeth: appena lei sembra stabilire una piccola complicità col mondo là fuori lui s’infuria, dà delle definizioni umilianti del suo corpo, la tratta da puttana. Assunta come indossatrice, la sorella maggiore conosce una collega povera e a sua volta orfana, Agathe, e la introduce nel santuario. Paul non capisce subito di esserne attratto, né che questa attrazione deriva anche dal fatto che Agathe è un Dargelos finalmente dominabile. Prima che la circostanza porti la camera al precipizio, scatta un’altra lancetta. È Elisabeth, in apparenza, a compromettere seriamente la simbiosi. Entra in scena Michael, un rappresentante a tal punto perfetto del “mondo esterno” che gli abitanti della casa ne fanno un contro-mito. Veloce come quando guida la sua auto, questo giovane ricco corre a sposare Elisabeth; ma subito dopo le nozze il «genio della camera» ne preserva il ménage togliendolo di mezzo con un incidente stradale (Michael, al volante, è strangolato dalla sua sciarpa come Isadora Duncan, una figura che ha suggestionato Cocteau non meno di Savinio). Così una nuova eredità, un’altra dose di denaro irreale va a finanziare una nuova camera-nave: quella del palazzo della vedova, in cui si trasferiscono gli inquilini del nido originario. In verità si tratta di un locale di passaggio dalla geometria sghemba, una specie di errore architettonico a mezzo tra un abbozzo di sala e di caffè con biliardo. Qui la stanza “astratta” si riforma in una luce di neve, con le sue mercanzie teatrali e i suoi quattro attori: due idoli e due idolatri. Su tutti svetta ancora la “vergine” Elisabeth, amare la quale, a quanto sembra, porta dritti alla morte. Ma anche non amarla.
Quando Paul devia il suo eros dalla sagoma della sorella a quella di Agathe, la tragedia precipita. È il momento in cui un occhio esterno «avrebbe notato come il destino lavori, imitando lentamente la spola delle merlettaie, trafiggendoci di spilli e tenendoci sulle sue ginocchia, quasi fossimo il loro cuscino» (la stessa immagine riecheggia nella Macchina infernale, dove si aggiunge che «il tempo degli uomini è eternità ripiegata»). Comincia allora la parodia delle pièce classiche. Anche Agathe ama Paul, ma i due fraintendono il sentimento che li lega. Purtroppo lo capisce Elisabeth. E mentre la rivelazione la pietrifica, il lettore ricorda a un tratto una delle pagine iniziali, quella in cui era stato informato con noncuranza del fatto che «il corpo di Paul riusciva sempre ad addolcire i suoi modi bruschi. Di fronte a tanta grazia le venivano le lacrime agli occhi». Nella loro dialettica sadomaso, anche il fratello può giocarsi con lei un potere “à la Dargelos”. E ora, davanti alla confidenza che le sussurra Agathe, da questo potere Elisabeth è sopraffatta. Interiormente mutata in furia, all’esterno mostra un profilo da statua o automa; e di nascosto, con la rapidità di chi vola, prepara già la sua vendetta. Se durante il viaggio per quell’apax che è la vacanza al mare «questa fanciulla […] invece di ascoltare il tam-tam delle ruote, divora il volto del fratello, con trattenuti gridi da pazza, la capigliatura da pazza, la commovente capigliatura di gridi che fluttua di tanto in tanto sopra il sonno dei viaggiatori», ora questo aspetto preme per riaffiorare in lei come una medusea prefigurazione della fine: «Da questo momento la giovane donna non doveva più fermarsi. Il genio della camera si sostituiva a lei, la duplicava, al pari di un genio che, impossessandosene, detta a un uomo d’affari gli ordini che impediscono il fallimento, a un marinaio i gesti che salvano la nave, a un criminale le parole che forniscono un alibi». Ed eccoci di nuovo al noir. Con la complicità di Dargelos, che ignaro e occhiuto come il Fato, dopo la palla di neve, “lancia” nella camera una palla di droga, il delitto si compie. Ma una volta compiuto, Elisabeth si accorge che le agonie di chi ama hanno occupato il centro del santuario, e non è più lei la diva. Allora, per non cadere a pezzi, diventa un’attrice ancora più statuaria e grottesca, «tentando di rendere la vita impossibile mediante un eccesso di ridicolo, di spostare all’indietro i limiti del vivibile, di arrivare al momento in cui il dramma l’avrebbe espulsa, non sopportandola più». A un secondo dalla fine, però, ritornerà a dominare la scena: mentre la camera s’inabissa, nell’attimo in cui non si può più mentire, Paul si consegna di nuovo alla sua ipnosi. Il loro legame è più forte di tutto.
Quest’autodistruzione può ricordare al lettore Il giardino di cemento di Ian McEwan o La disubbidienza di Alberto Moravia, due libri memorabili sul rifiuto della vita adulta. Ma quelli sono romanzi. La narrazione cocteauiana, che presuppone un saggio e si svolge come un poema, è invece una decorazione, un fregio sulla cornice di un mondo che ha espulso la Storia e reso impossibili le storie. La macchina di questo mondo procede a una velocità così alta che sembra quasi immobile – e non c’è più nessuno alla guida.