ARTICOLO n. 28 / 2026
DONNE ONLINE
L'IDENTITÀ E LA MORALITÀ DELLE DONNE NEGLI SPAZI DIGITALI
Tutte le volte in cui mi trovo a tenere una formazione intorno all’educazione digitale, che inevitabilmente declino attraverso una lente di genere, emerge sempre da parte di qualche partecipante un sentimento di allarme diffuso. Davanti ai rischi che si annidano nella rete, sono tante le persone che si dichiarano favorevoli ad applicare restrizioni e limitazioni per proteggere i giovani – e soprattutto le giovani – da internet, un mondo percepito come ostile e per il quale si ritiene che i più giovani non possiedano ancora gli strumenti difensivi adeguati.
Che oggi il web costituisca il nuovo catalizzatore di quel “panico morale” concettualizzato dal sociologoStanley Cohen degli anni Settanta è un dato ineludibile; il modo in cui molte persone si trovano ad applicarlo, tuttavia, rileva immediatamente una distinzione di genere. Mentre per i ragazzi il pericolo è spesso inquadrato nell’esposizione a modelli comportamentali negativi, per le ragazze la minaccia trapassa in una dimensione di critica morale e di potenziale “svergognamento”, come se a essere in gioco fosse anche la loro stessa onorabilità e integrità etica. Insomma, internet è un posto terribile per tutti e tutte, sembrerebbero dirmi le persone che incontro, tuttavia per le ragazze è anche peggio. In quanto trasposizione virtuale degli ambienti che attraversiamo offline, l’osservazione ha un certo fondo di verità: se è vero che le strade sono luoghi potenzialmente insidiosi per chiunque, sappiamo bene le donne non corrono solo il pericolo di essere investite o derubate.
Nel lungo viaggio che ci porta a esplorare i miti e le narrazioni che contribuiscono a definire il femminile, è giunto il momento di soffermarci sul modo in cui si costruiscono e si giudicano la nostra identità e moralità, nell’epoca in cui offline e online si fondono in quella condizione che il filosofo Luciano Floridi ha definito onlife. Per farlo è necessario partire da un paio di domande: la prima ha a che fare con la nostra presunta superiorità anagrafica che ci garantirebbe, in automatico, la capacità di navigare online senza rischiare nulla; la seconda questione, ancor più urgente e specifica, riguarda proprio i pericoli insidiosi e strutturali che la rete pone nei confronti delle ragazze, rischi che non si limitano al cyberbullismo generico, ma che intaccano il valore del sé e la percezione del corpo.
Per affrontare entrambi gli interrogativi viene in nostro aiuto l’artista visiva e scrittrice Aiden Arata. Nei vari capitoli che compongono il saggio You Have a New Memory, l’autrice offre gli strumenti per comprendere cosa abbia significato crescere sotto il regime di un archivio digitale perenne, rispondendo così al nostro primo quesito sulla fittizia competenza adulta. Contestualmente, la sua esplorazione da insider del mondo delle influencer apre uno squarcio decisivo sulle specifiche forme di alienazione e mercificazione che la femminilitàdeve negoziare nel panorama online, introducendo il tema cruciale della vergogna e della non-remunerazione di cui le donne sembrano essere invariabilmente vittime.
Arata racconta che quando le Twin Towers furono abbattute andava alle elementari: pur non essendo della stessa generazione – all’epoca dei fatti frequentavo già da un paio d’anni le superiori – mi ritrovo nel suo approccio a internet. I suoi ricordi, al pari dei miei, sembrano non appartenere più soltanto alla sfera intima della memoria personale, ma a quella collettiva e tangibile dell’archivio. Non credo sia casuale se, mentre leggo delle sue esperienze erotiche nelle chat istantanee di AOL mi fermo, apro Google e provo a capire che fine abbia fatto il mio account su MySpace aperto ai tempi dell’università. Scopro così che la mia prima vita su internet è condannata all’oblio perché i vari passaggi di proprietà della piattaforma hanno portato alla rimozione dei profili degli utenti della prima ora. Dubito che chi oggi si muove tra i venti e i trent’anni potrà godere di un’esperienza analoga: la rimozione di parte dei propri ricordi, il non poter far affidamento su quella memoria globale che è internet. Probabilmente, l’ansia di protezione nutrita dalle generazioni antecedenti alla mia nei confronti delle più giovani parte proprio da qui: dal voler applicare le regole proprie di un mondo in cui i ricordi potevano non lasciare alcuna traccia, o lasciarne di labili, a un ecosistema basato sulla visibilità radicale.
Questa impossibilità dell’oblio ci conduce direttamente nel cuore della seconda questione: se il passato è un archivio indelebile, il presente si trasforma necessariamente in una curatela ossessiva. Nel 2014 l’artista Amanda Ulman inaugura sul suo profilo Instagram una serie di scatti che raccontano una parabola apparentemente comune a molte ragazze desiderose di farsi strada usando i social: la vediamo bionda e vestita di colori pastello mentre lascia la provincia per trasferirsi a Los Angeles, in cerca di fortuna. Post dopo post, la narrazione visiva documenta il tentativo di scalata sociale, il cambio radicale di look che vira verso estetiche differenti, fino a suggerire interventi di chirurgia estetica e un crollo emotivo. Solo alla fine, dopo aver “ingannato” migliaia di follower e parte della critica, Ulman svela le carte: nessuna crisi, nessun reale trasferimento ma solo una performance dal titolo Excellences & Perfections. Ciò che l’artista rivela è che l’autenticità online appare come un copione che, se eseguito alla perfezione, diventa indistinguibile dalla realtà. Il suo contributo sembra ispirarsi a Cindy Sherman, che nella serie Untitled Film Stills usava il proprio corpo per incarnare e denunciare gli stereotipi imposti alle donne, mentre anticipa il futuro, in particolare le “virtual influencer” e le loro vite inesistenti, ben descritte dal filosofo e tanatologo Davide Sisto nel saggio omonimo. Se Sherman denunciava la finzione dei ruoli tradizionali e Sisto analizza oggi corpi digitali che non esistono ma che esercitano un’influenza reale, Ulman ci mostra il momento di transizione: un essere umano in carne ed ossa che, per esistere nello spazio digitale, si trasforma in simulacro, in un’immagine priva di referenti reali, accettando di essere consumata come un prodotto.
Anche Arata racconta la propria personale esperienza come influencer, spogliandola però di quella cornice protettiva che l’arte garantisce a Ulman, per restituircela nella sua dimensione più concreta. La creazione di contenuti realizzati nell’ambito di eventi creati ad hoc affinché tutte le invitate potessero produrre gli scatti migliori, circondate o abbigliate dalle merci che dovevano promuovere, si rivela per ciò che realmente è, ovvero una pratica che la studiosa Brooke Duffy ha definito “lavoro aspirazionale”: un’occupazione precaria che richiede un investimento costante, e spesso invisibile, nella gestione della propria immagine, dei rapporti sociali e delle proprie emozioni. Arata racconta bene il disagio di sentirsi “contenuto e contenitore”, incapace di mostrare lo stesso appeal delle altre, tuttavia non svilisce la dimensione lavorativa sottesa a questo ruolo. Fuori dalla bolla generata dal racconto, però, sappiamo bene che poche figure professionali attirano un disprezzo così viscerale. Afferma a riguardo:
«Quando si parla degli influencer, si ha l’impulso automatico di usare espressioni come “senza vergogna”. Ma cosa c’è di bello nel pagare per avere le cose? Cosa c’è di tanto bello nella vergogna? Si può dire che, in generale, essere influencer è appannaggio delle donne: da molto tempo le donne hanno creato industrie ai margini dell’economia e da molto tempo vengono derise per questo».
La critica che investe queste figure ripropone antichi schemi misogini e le accusa di “vendersi”, utilizzando una terminologia che echeggia lo stigma storicamente riservato al lavoro sessuale. Il vero scandalo, agli occhi della società, risiede nel tentativo imperdonabile di monetizzare ciò che le donne sono state storicamente addestrate a offrire gratuitamente: la bellezza, la cura (verso le persone e gli spazi), la disponibilità relazionale. Quando una donna appone un prezzo al suo capitale estetico ed emotivo infrange il patto implicito che la vorrebbe generosa dispensatrice di attenzioni a titolo gratuito; trasformandosi in merce diviene, per citare ancora Arata, un ibrido inquietante capace di farsi al contempo contenitore e contenuto.
È forse proprio in questa intersezione tra economia e morale che rintracciamo la vera radice di quel panico che osservo puntualmente durante i corsi di formazione. L’orrore adulto non nasce tanto, o non solo, dalla legittima preoccupazione per la sicurezza online, quanto dal timore inconscio che le nuove generazioni abbiano imparato a maneggiare, e talvolta a sfruttare a proprio vantaggio, quella visibilità radicale che noi percepiamo esclusivamente come minaccia. Ciò che ci spaventa non è che le ragazze si perdano nella rete, ma che vi si trovino fin troppo bene, imparando le regole di un mercato cinico che noi preferiamo ignorare, continuando a vagheggiare un ideale di femminilità disinteressata e “naturale” che forse non è mai esistito se non nelle nostre nostalgie. Intendiamoci: questo meccanismo apre a conseguenze disastrose, ma esse non hanno nulla a che vedere con la “moralità” delle donne o con la loro reputazione. I veri rischi non sono la perdita dell’innocenza o lo svergognamento pubblico, bensì quella precarietà sistemica tipica della gig economy, l’adesione acritica a modelli di sfruttamento – ambientali e umani – e la frammentazione del sé richiesta dall’algoritmo. In questo scenario, il libro di Aiden Arata non offre facili consolazioni né manuali di disintossicazione digitale, ma compie un’operazione ben più preziosa: sospende il giudizio. Forse, per superare il panico morale e i miti che ci impediscono di comprendere il presente, dovremmo smettere di voler “salvare” le ragazze da internet e iniziare a chiederci quale prezzo stiano pagando per abitarvi, riconoscendo loro, se non altro, la dignità di chi sta cercando di sopravvivere alla fine del mondo. Una notifica alla volta.