ARTICOLO n. 45 / 2021

ARRASSUSIA

ESTATE A NAPOLI

Arrassusìa. Formula scongiurativa.
Si usa all’inizio della frase per dire
speriamo non accada. Speriamo
che resti lontano. A volte invece
è scaramantico, e significa
magari non accade, magari
non resta lontano, ma se arriva
se accade, poi vedi se accade
che succede, noi cosa facciamo.

Negli ultimi mesi ho guardato spesso di notte la schiera di gabbiani sopra il tetto verde di Santa Chiara. Con un po’ di sorpresa, da qualche mese riesco a osservarli senza troppa angoscia. Ho sempre avuto paura di ciò che vola e di ciò che sembra pensato per farlo. Adesso però è più facile, perché oltre i vetri delle finestre ci sono le impalcature che la pandemia ha lasciato davanti al palazzo. Tre piani di ponteggi, forse quattro, e una rete azzurra a ricoprire tutta la facciata. Nei primi mesi di confinamento: marzo, aprile, maggio duemilaventi, la gabbia in metallo acuiva il senso di claustrofobia, alimentava fantasie di arrampicate, di evasioni notturne. Poi la sensazione d’estate si è attenuata, con il caldo si poteva comunque uscire sui balconi e sistemare il basilico sui ponteggi accanto alla malvarosa. Si poteva soprattutto vedere meglio tra le linee di tubi e le lamine forate lo spazio che si apre tra le case e le vetrate della basilica. Un’eccezione lasciata dalla guerra nel dedalo dei vicoli. Nel silenzio dei mesi di confinamento, in un centro storico imploso, di case vuote senza turisti, ho iniziato a studiare nel cielo le forze nemiche, soprattutto i piccioni e gabbiani che la mancanza di cibo, cioè di rifiuti, costringeva a continui scontri aerei.

Nello spazio d’aria che sorvegliavo dal balcone puntellato, gli inseguimenti tra le due specie erano all’ordine del giorno, e i piccioni alla fine avevano la peggio. La partita dei pedoni bianchi e neri finiva sempre allo stesso modo. Marcature in volo della preda, accelerazioni in picchiata e poi brandelli di ali lasciati cadere da decine di metri sulle auto ferme da mesi. E ogni volta che accadeva, che assistevo alla scena, posso dire di non aver sentito pena o disgusto. L’impressione che i piccioni fossero tutti uguali, che uno in meno non contasse nulla. La consapevolezza che era solo la legge di natura. Che non aveva senso averne paura.

Penso a questo, mentre è luglio e guardo i piccoli stormi di turisti tornati nell’afa di una città che per un’altra estate sarà più vuota del solito. Percepisco la stessa indistinzione tra gli individui in sandali e pantaloncini. Guardo gli ambulanti aggressivi che provano a vendergli qualcosa, a prendergli dei soldi, ai camerieri che fanno i buttadentro, con lo stesso distacco con cui ho assistito alle manifestazioni aeree delle leggi di natura. La negoziazione di uno spazio a un certo punto invaso. La prova di forza degli uccelli più grossi e più veloci, che hanno abbandonato l’approvvigionamento di pesce in mare, e adesso mangiano rifiuti o i loro simili più lenti, più stupidi.

Decido che però è gioco facile parlare male dei turisti d’estate, e che invece voglio saperne di più di loro, i gabbiani, mentre sono ancora protetta da reti e ponteggi. Cerco un libro preso molti anni fa su una bancarella, e che non avevo mai aperto per paura delle figure. L’Atlante degli uccelli nidificanti e svernanti nella città di Napoli. Solo che il libro è degli anni Novanta, e probabilmente leggerò la mappa di un cielo che non esiste più, che è già cambiato. Ma non è molto diverso da ciò che fanno gli astronomi con le stelle, dunque forse vale la pena. Mentre cerco notizie sui pedoni bianchi, scopro che la popolazione aviaria della città è piuttosto complessa. La città storica in cui vivo, e che si estende da Posillipo a Sant’Erasmo, ospita colombi, rondoni, balestrucci, merli, codirossi, spazzacamini, capinere, taccole, e fringuelli. Il balestruccio, si legge, è la novità più interessante perché prima di allora non era mai stato schedato. La situazione è ancora più variopinta e per me spaventosa nell’area industriale di San Giovanni a Teduccio e dintorni dove invece abbondavano poiane gheppi, scriccioli, tordi, usignoli di fiume, occhiocotti, beccamoschini, luì piccoli, passere varie, cardellini, verzellini. Su tutti dominano i colombi, tantissimi dall’immediato dopoguerra, forse forme randagie sfuggite al controllo diretto dell’uomo (allevamenti, attività sportive, ecc.). E poi, eccoli, ci sono i gabbiani, comuni e reali.

I gabbiani comuni come i turisti sono estivanti, oltre che nidificanti e migratori. Trascorrono cioè l’estate in Campania. A Napoli frequentano le aree più antropizzate della costa, come i porti, gli sbocchi fognari, e le aree di mare dove i venti e le correnti concentrano i rifiuti galleggianti. Si trovano lungo il litorale, e anche intorno alle vasche per il raffreddamento degli impianti dismessi dell’Ilva di Bagnoli e nei prati dell’aeroporto di Capodichino. Ogni tanto si spingono all’interno dove si alimentano nelle discariche e i campi coltivati nelle piane del Casertano e dell’agro-sarnese.

I gabbiani reali invece non sono estivanti, ma sedentari, e svernano alla foce del Sele. Non si incrociano mai con i gabbiani comuni, come hanno dimostrato le indagini sul dna (c’è anche un classismo aviario, pare). Prima si trovavano solo su piccole isole del Tirreno, della Sicilia e della Sardegna, ma la specie ha subito una forte espansione demografica grazie alle risorse alimentari che sono i centri storici urbani pieni di rifiuti. A differenza del gabbiano comune, forma stormi di centinaia di esemplari nei porti, alla foce dei fiumi e di altri sbocchi a mare come le fogne.  Hanno una straordinaria adattabilità a nidificare in ambiente urbano. Non nidificano solo in posti irraggiungibili della costa, a Capri, nella penisola sorrentina, e a Nisida, che è poco distante dallo scolo fognario di Coroglio, ma anche in pieno centro storico. Negli anni Novanta, una coppia nidificava sul campanile della Chiesa di Sant’Agostino alla Zecca (nella strada dove è cresciuta mia madre), e altri nidi si trovavano sul tetto di Santa Croce al Mercato e ancora a San Gregorio Armeno, Santa Maria La Nova, San Marcellino, Piazza del Gesù. «È probabile che in quest’area si siano già verificati dei tentativi di nidificazione, come farebbero supporre atteggiamenti di tipo territoriale da parte degli adulti come l’allontanamento degli immaturi, grida e altri atti aggressivi osservati». Decido che questa frase ha qualcosa di profetico, e senza nessun riscontro scientifico mi convinco che i gabbiani che vedo di fronte non sono gabbiani comuni estivanti, ma gabbiani reali, sedentari, che si radunano in centinaia e che nidificano lì, sul tetto di rame ossidato di Santa Chiara. Forse gli attacchi ai colombi non sono allora per il cibo, che non scarseggia più, ma per segnare il territorio, per difendere il loro spazio aereo e l’esclusiva sui rifiuti nell’area. Improvvisamente li riconosco come abitanti di questa città, e nonostante i vetri adesso chiusi della finestra, e i ponteggi ancora al loro posto, mi fanno per un attimo di nuovo molta paura, e con loro la spietata legge del difendere e del sopraffare. E non so più se augurarmi che restino lontani, ancora per un po’, dietro l’armatura di ferro che mi protegge. O se invece sperare che lo schermo che ci separa venga rimosso, e che impari anche io a proteggere e negoziare il mio spazio con le altre specie bipedi di questa città, sia le estivanti che le sedentarie. Arrassusìa che questa pandemia continua ancora. Arrassusìa che finiscono i lavori sulla facciata. Magari non accade, però se accade.

ARTICOLO n. 60 / 2021