ARTICOLO n. 60 / 2021

BÉLA TARR, SANTITÀ SENZA DIO

Nella costruzione le cose restano a metà,
nella rovina tutto è fatto fino in fondo.
László Krasznahorkai

È un tardo pomeriggio di settembre, un viaggio nella profonda Irpinia, scenari tremolanti tra scure vallate e strade sassose. Odore di umido, menta e pioggia. È il tempo dell’estate morente, quando la malinconia inizia a pervadere ogni cosa. La disperata e dolce melanconia della resistenza.

Resiste ai colpi di vento la tovaglia bianca di cotone sul tavolo, sotto la grande quercia. All’improvviso la sua ombra è passata da prezioso ristoro a divenire un abbraccio cupo che mi traghetta verso la nuova stagione. Resistono i personaggi senza tempo che in queste lande desolate trovano rifugio o temporanea quiete. Come la donna apparsa sotto il cipresso, che parla da sola mentre cammina lentamente in cerchio, indossando leginocchiere. Lei davvero indossa le ginocchiere, il che la rende ancora più tragica e vulnerabile: colei che tende alla caduta. Vaneggia numeri e parole a pezzi, mentre io bevo limonata, le butto un occhio ma non me ne curo. Tutto il resto la ignora eppure al tempo stesso la accoglie perfettamente, come su un set impeccabile. Poi sparisce. Così come mille volti e storie che si susseguono senza lasciare traccia se non la religiosità del loro manifestarsi, del loro passaggio.

La luce è sempre filtrata da una spessa coltre di nuvole, una luce piatta spietata e bellissima.

La Nuova Inghilterra, l’Irpinia o l’Ungheria.

È un sentimento dello spazio che mi riporta alla memoria quando, anni fa, vidi un film di Béla Tarr. Al termine di una sequenza che pareva non avere fine – oltre 4 minuti – mi alzai in piedi battendo le mani, soffocando un grido. Ero turbata e mi sono sentita meno sola, riconoscendo ciò che il mio cuore e occhi hanno sempre saputo. E quando si riconosce, è sempre una grande epifania. Violenta ed emozionante, quindi bellissima. Era Il Cavallo di Torino.

Ho riconosciuto il presente amplificato perché anche io lo vivo così e lo capisco ogni volta che diventa lacerante, rivelatore ed infine santo. Ho riconosciuto l’ombra, la putrefazione, la costante dell’immutabilità, la disperazione che muove la vita. Ho visto raccontata nessun’altra legge se non quella del caos e del disordine, unica vera formula regolatrice del cosmo. Ho riconosciuto l’indifferenza degli elementi naturali – il vento, la pioggia – che nelle loro manifestazioni non rivelano mai niente, partecipando solo della distruzione.

Ho infine preso parte alle danze piene di miseria e poesia, ballando fino alla vertigine con quei personaggi disperati, gli stessi incontrati durante alcuni viaggi straordinari, commuovendomi ed emozionandomi, come accade quando, appunto, si riconosce.

E così Béla Tarr, provocatorio e profetico, quella sera d’inverno di tanti anni fa, divenne per sempre parte del mio Partenone. Padrino, patrono e protettore, Béla Tarr è come se mi avesse letto dentro l’anima.

La miseria che racconta è vicina a quella di Alì dagli occhi azzurri, della giungla piena di oscenità e fornicazione di Herzog, quella che si cela dietro a ogni cosa che io vedo e sento. La gloria di tale miseria sta nel suo essere sempre così prossima al disfacimento.

Béla Tarr, profondo osservatore della fragilità umana, ci restituisce il tempo del reale, asfittico e snervante eppure così ampio da stordirci. Ci trattiene nei luoghi che il più delle volte ci limitiamo ad attraversare senza mai realmente comprenderne la portata, così distratti dalla velocità del nostro tempo. Il suo è un mondo lento e apparentemente immutabile che tuttavia pullula di cose inquiete, sempre pronte al cambiamento continuo, che dialogano tra loro in un flusso caotico senza capo né coda. Finché si rivela quell’unica parabola che davvero regola il mondo vivente e che contiene in sé tutte le altre: la lotta, cioè, tra ciò che resiste e ciò che tenta di sconfiggere la resistenza.

L’umanità che popola l’universo/purgatorio di Béla Tarr è fatta di outsider, incapaci di contrastare lo sgretolamento del loro mondo circostante, a cui assistono inermi e a cui finiscono per soccombere. Gli spazi in cui si muovono sono sempre densi e carichi di grande materialità. Oltre quella della resistenza, c’è un’altra lotta, e cioè la tensione costante e disperata tra il bisogno di fare parte di un certo sistema di credenze e la spinta a distruggere tale sistema. Questa umanità, infatti, non prova mai vergogna né rimorso, tale è la dissoluzione di ogni moralità, tale è la rassegnazione e l’assenza di un fine. Tuttavia i suoi personaggi sembrano ancorati a un tipo di fede molto cupa, attenta ai segni e soprattutto all’apocalisse. L’intento è sempre la resistenza, ma resistere alla naturale tendenza alla rovina è appunto un tentativo inutile. Così come lo è affidarsi alla fede, che risulta sempre basata sull’illusione. L’esempio perfetto è l’apparizione del personaggio di Irimias/Jeremiah, il Messia/falso profeta di Satantango, né Satana né Dio, in quanto privo dello spessore richiesto ad adempiere ciascuno di questi ruoli. Malgrado le sue parole urgenti e quasi salvifiche, egli è semplicemente il risultato di un fraintendimento collettivo mosso dalla disperazione, rivelandosi infine per ciò che è: un’illusione, deludente e senza speranza, come tutto il resto. La dissoluzione del gruppo e il ritorno a un destino miserabile sono l’unica verità.

La natura della cinematografia di Béla Tarr rivela la stessa tensione dialettica tra stabilità e rottura; una coreografia impeccabile fatta di lentissimi movimenti di macchina, lunghi piani sequenza e la quasi assenza di montaggio, che libera il film dalla linearità, sfidando lo spettatore a stabilire le sue coordinate all’interno di un universo mentre ne contempla il suo prossimo sconvolgimento.

Nel mezzo di tutte queste lotte, c’è quella infine più importante: quella della vita che si riafferma e che chiede di essere osservata senza nessun’altra ragione che non il suo puro manifestarsi, nel suo tempo reale, denso, espanso e brutale.

Nel mezzo di queste lotte c’è dunque il presente. Il presente.

E nel presente tutto è santo, il futuro non esiste, Dio non esiste.

Bisogna saperla accogliere, però, questa santità. È alla portata di tutti ma in pochi, come Béla Tarr,hanno davvero il coraggio di fare spazio per tale esperienza. Cioè intuire il Nulla che esiste dietro il tessuto dell’Essere, e accettarlo. Solo così forse, è possibile, alleviare il tormento che viene dalla costante oscillazione tra la concretezza dell’essere e la possibilità dell’eruzione del Nulla.

Ci vuole il coraggio di essere aperti ad ospitare l’altro, il miracoloso, il caotico, il tragico nonsense della vita, le sue epifanie che ci lasciano sopraffatti. Quando si apre quella porta c’è un senso di riconoscimento; non ci si aspettano grandi rivelazioni ma piuttosto dialoghi pieni di amore e complicità con l’Altro, che sia una folata di vento, le crepe sui muri o il fango sulle scarpe. È l’istante – il presente – in cui è come se alla realtà, soprattutto nelle sue manifestazioni più banali, cadesse il velo… e all’improvviso si mostrasse per quello che è realmente: un Nulla, una misera immediatezza e nulla più, più nessun tentativo di concatenare eventi che prima o dopo di quella avranno creato un senso. No. Ogni singola cosa miracolosa il cui motivo di esistere è il suo stesso e unico esistere, così nella sua mancanza totale di ordire e senso. C’è così tanta santità nel presente.

Penso anche ad Emilia, la domestica di origini contadine di Teorema, il personaggio Pasoliniano più prossimo alla santità proprio per il suo essere:

tutta nel presente  
come gli uccelli del cielo e i gigli nei campi,  
tu non ci pensi, al domani.

Santi sono gli uomini, le donne, le bestie, non c’è nessuna distinzione.

Santi sono gli outsiders, messaggeri della terra del sacro, cioè quella al limite, aspra e selvaggia abitata dagli oppressi; santi sono i luoghi non luoghi, su cui si scivola senza mai soffermarsi, così gravi e potenti ma destinati sempre alla dissoluzione; sante sono le facce che contengono tutta la disperazione del mondo. Sante sono le vacche di Satantango, santo è l’occhio della balena e santo è il lacerante primo piano del muso del cavallo che sa di essere prossimo alla morte. Santa è la pioggia incessante. Santo è questo istante imperfetto eppure pieno di senso.

Esiste solo il presente. Dunque tutto santo nella sua caducità. Come se ogni cosa fosse solo un’apparizione, a cui ci si può accostare solo con timore reverenziale.

Per sfuggire al crollo del mondo o al diluvio in arrivo, non resta dunque altro che abbandonarci al presente. Come pare suggerire Béla Tarr, forse il miglior modo di farlo è danzando; nella danza tutti respirano allo stesso ritmo, tutti esistono nello stesso spaziotempo. Una lunga danza… e non importa che sia celebrativa o funebre, piena di speranza o disperata, inutile e dinoccolata come quella degli astri messa in piedi da Valuska. O che si tratti di un interminabile tango satanico.

Purché si danzi fino alla fine.

ARTICOLO n. 70 / 2021