ARTICOLO n. 33 / 2021

Io me ne frego dell’empatia

RITRATTO DI RICHARD YATES

Rientro in quella categoria di maniaci che quando gli piace uno scrittore ne divorano l’opera completa. Di Richard Yates ho letto tutto l’esistente, fosse stato possibile avrei sbirciato volentieri anche la sua lista della spesa, certa di trovarvi annotazioni interessanti (anche se in parte posso immaginarmela, la spesa di Yates, composta prevalentemente di spirits, alcolici…). Dovendo formulare le ragioni del mio indiscusso amore per lo scrittore americano, comincerei proprio dal termine spirito, inteso come essenza, anima, se vogliamo. Quella caratteristica che ci fa riconoscere all’istante lo stile di un autore.

Lo spirito di Yates, inconfondibile, pervade una per una le migliaia di pagine che ha scritto, tanto che non ci sarebbe bisogno di una copertina a rivelarne l’identità. Per farsene un’idea, basta pescare a caso uno dei formidabili dialoghi in cui sono incessantemente impegnati i suoi personaggi (tanto che non si capisce come mai non sia diventato un grande sceneggiatore, ma questo è uno dei tanti quesiti che lo riguardano). Gli si potrebbe rimproverare di aver raccontato, in fondo, sempre la stessa storia. La struttura dei suoi romanzi si ripropone quasi identica, i personaggi sono quasi intercambiabili, idem gli ambienti e i luoghi, eppure è in questa ripetitività che si nasconde la sua forza: nulla si esaurisce davvero e la stessa vicenda può essere raccontata e sviscerata all’infinito. È artista colui che ripete senza replicare, e così facendo approfondisce: un metodo che si ritrova di frequente, ad esempio, nella pittura.

I protagonisti di Yates (ma anche gli antagonisti, o le semplici comparse) sono tutti condannati dallo stesso inesorabile destino: si illudono di non essere quello che sono e ciecamente vanno incontro alla sconfitta. Perdenti che si affannano per andare avanti restando in realtà fermi, e verso i quali lo stesso autore non prova nessuna compassione. Una lotta per la sopravvivenza che non possiede la nobiltà del soldato in trincea, del povero diseredato o del naufrago. Sono uomini qualunque: pavidi, bugiardi, invidiosi. Pessimi genitori, coniugi fedifraghi, compagni di scuola bastardi. Gente con cui non vorremmo mai avere a che fare. Eppure… eppure non possiamo fare a meno di amarli. Eccolo qui il prodigio ordito da Yates, la ragnatela sottile nella quale ci imprigiona. Gli strumenti di tale incantamento vanno senza dubbio attribuiti alla perizia della sua prosa che pare semplice ma non lo è affatto (è nota la precisione parossistica con la quale selezionava gli aggettivi o controllava la punteggiatura, per non parlare delle infinite riletture dei suoi testi che avrebbero reso superflui gli eventuali interventi degli editor), ma il segreto, se abbiamo voglia di conoscerlo, ce lo rivela l’uomo Richard Yates. Il suo è infatti uno dei rari casi in cui l’opera non può essere separata dalla vita del suo autore, poiché essa ne sta all’origine, è la fonte primaria di ogni racconto. La vita, la durissima vita di Richard Yates era nient’altro che una scusa per scrivere, e l’unico senso che lui le attribuiva era l’ispirazione che poteva fornire ai suoi libri.

Naturalmente si possono leggere le opere di Richard Yates ignorando i dettagli della sua biografia, la loro bellezza risulterebbe comunque lampante, ma sapere che dietro ogni personaggio, dentro ogni appartamento, lungo i viali delle periferie suburbane o davanti agli innumerevoli banconi dei bar si nasconda lo stesso Yates, rende il racconto vivido e oltremodo straziante. Inoltrandomi nella monumentale biografia scritta da Blake Bailey (quasi 700 pagine, ma l’ho detto che sono maniacale…) è scattato lo stesso straniante meccanismo già provato nei confronti di Frank e April Wheeler di Revolutionary Road, o delle sorelle Emily e Sarah Grimes di Easter Parade, o di John Wilder in Disturbo della quiete pubblica, solo per citarne alcuni, e cioè quell’inspiegabile trasporto sentimentale nei confronti di esseri umani respingenti, che non fanno nulla per sedurti, e che nonostante questo, come ho già detto, non puoi impedirti di amare.

Richard Yates era un ubriacone, pazzo, misogino, sprezzante, eternamente in guerra con il mondo, e tuttavia chi ha avuto a che fare con lui lo ha molto amato. Forse perché, malgrado tutti gli sforzi per tentare di offuscarla, scintillava una natura gentile e vulnerabile, messa a dura prova da un irriducibile impulso autolesionista del quale probabilmente non si sarebbe mai liberato, neanche se le cose fossero andate diversamente. Certo è che quell’esordio folgorante, amaramente definito da Yates «la mia maledizione», ha pregiudicato il suo cammino di scrittore di successo. Nel 1962, un anno dopo la pubblicazione di Revolutionary Road, accolto da critiche entusiastiche (che tuttavia non servirono a fargli vincere l’ambito National Book Award né tantomeno a scalare le classifiche di vendita), Yates dà alle stampe la sua seconda prova, la raccolta di racconti Undici solitudini: ma le reazioni, seppur benevole, risultano tiepide. È chiaro sin dall’inizio che da lui ci si aspetta un romanzo altrettanto potente, i racconti vengono considerati interlocutori. È la prima di una lunga serie di delusioni, ciascuna delle quali verrà annaffiata con spaventosi quantitativi di alcool che comprometteranno il suo già instabile equilibrio psichico. Il primo episodio pubblico di escandescenza è a suo modo spettacolare (e naturalmente sarà raccontato per filo e per segno nel penultimo romanzo, Il vento selvaggio che passa). Durante un prestigioso convegno di scrittori (la Bread Loaf Writers Conference), Yates, invitato a seguito del successo di Revolutionary Road, si ubriaca fino a perdere il controllo: seminudo, sale sul tetto dell’antico edificio e si mette a gridare a squarciagola «Sono il Messia!». Gli increduli colleghi lo vedranno uscire di scena a bordo di un’ambulanza con la camicia di forza al posto del blazer. 

Il bisogno commovente di far parte di una comunità che lo esclude si riflette nel destino dei suoi personaggi sui quali incombe la minaccia del fallimento, e che Yates descrive con l’apparente distacco della terza persona dietro cui si nasconde, sempre, un riferimento intimo: Yates non ha bisogno di dire io per parlare di sé. «Gli esseri umani sono irreparabilmente soli, e lì c’è la loro tragedia». Nella bellissima prefazione a Cold spring harbor, Luca Rastello sottolinea il senso di moralità di Richard Yates, a torto considerato un cinico. La rabbia e il disincanto (Yates ricorda e racconta con rabbia) si rivolgono a un mondo che non corrisponde al suo modello etico.

E se osserva ciò che lo circonda con sarcasmo è per sottolineare l’insensatezza della vita: «Adesso, però, che se ne stava lì sdraiato senza dormire ad aspettare che la giornata trascorresse, si sentiva incapace di mettere insieme anche un solo pensiero coerente che non fosse l’idea sconsolante e tenace che niente aveva senso. Non si poteva ricavare un senso dalle forze e dagli avvenimenti che aveva sotto gli occhi». È la conclusione a cui arriva il tredicenne Phil Drake, ennesimo alter ego di Richard Yates nell’amaro Cold spring harbor, suo ultimo romanzo.

Ci si chiede come mai uno scrittore di un simile talento, da alcuni considerato un maestro (Carver e Cheever devono molto a Yates), non sia mai stato davvero riconosciuto nonostante la stima di molti suoi colleghi e il plauso di alcuni importanti critici. Le vendite dei suoi libri non hanno mai superato le diecimila copie e molti hanno subito l’oltraggio del fuori catalogo. Al di là dell’imperscrutabile legge del successo si può ipotizzare che la pervicacia con la quale Yates ha sistematicamente infranto il sogno americano gli sia stata fatale. Non ha mai strizzato l’occhio al lettore, né fatto sconti («Io me ne frego dell’empatia»).

L’happy ending nelle sue storie non esiste, le illusioni sono un inganno e persino i luoghi non mantengono le promesse: la scuola privata, i quartieri residenziali, le villette a schiera, non sono altro che facciate. Ogni tentativo di uscire dal seminato, ogni azzardo verrà inevitabilmente punito. Non c’è scampo, sembra dirci Yates (senza per questo risparmiarci grasse risate, ci sono pagine esilaranti nei suoi romanzi), e ce lo dice col disincanto di chi la sa lunga e può permettersi di scherzarci sopra. Un’altra ragione va cercata nella personalità complicata e contraddittoria dello scrittore, al tempo stesso affabile e detestabile, disciplinato e autodistruttivo, generoso ed egoista, liberale e bigotto. «Non stava mai bene nemmeno quando stava bene» ricorda la figlia Monica.

Incapace di adattarsi al mondo, Yates ha messo a dura prova la pazienza di chiunque, anche e soprattutto quella degli affetti più cari. Due divorzi, tre figlie lontane e dunque amatissime, amici fedeli che hanno fatto di tutto per aiutarlo fino al punto di arrendersi di fronte a un’inesorabile deriva autodistruttiva: cinque pacchetti di sigarette al giorno inflitti a polmoni provati dalla tubercolosi contratta in guerra (il fantasma della guerra aleggia su ogni vicenda raccontata da Yates, è nascosto nel passato di qualcuno o nel futuro imminente di qualcun altro), litri di whisky ingollati dalla mattina alla sera (tutti i suoi personaggi hanno sempre un bicchiere tintinnante nelle mani), innumerevoli ricoveri in ospedali psichiatrici (altro tema ricorrente, prima o poi uno dei suoi personaggi finisce in manicomio), e costante bisogno di soldi (che il suo editore, sant’uomo, anticipava sapendo che non li avrebbe mai rivisti).

Mi sono chiesta tante volte come diavolo sia stato capace, in quelle condizioni pietose e perseveranti, di scrivere in maniera così lucida e precisa (sono sette i romanzi prodotti e due raccolte di short stories). Per un periodo ha lavorato come ghost writer dei discorsi di Robert Kennedy il quale, pur conoscendo le abitudini poco ortodosse dello scrittore ha comunque confermato il suo incarico, a dimostrazione che l’abilità riusciva a emergere in ogni caso. Fino all’ultimo, Yates ha scritto. Si può dire che non abbia fatto altro nella vita insieme a bere e fumare. Tre diverse forme di addiction, due gli hanno distrutto il fisico, la terza lo ha fatto impazzire di rabbia e risentimento. Posso immaginare il suo sconforto il giorno che si trovò, solo, di fronte a una sala completamente vuota per un reading di Bugiardi e innamorati. O quando la critica stroncò ferocemente il bellissimo Il vento selvaggio che passa (l’amico Kurt Vonnegut, gli scrisse: «Immagino la tua tensione per l’uscita del libro, e credo sia per te più dura che per chiunque altro, perché tu sei tu e per te le cose sono più difficili»). O ancora, quando per la quindicesima volta gli venne rifiutato un racconto sul New Yorker. La faccenda del New Yorker, capitolo tristissimo, rappresenta un esempio di perfidia editoriale da manuale, soprattutto se si considera che quando, finalmente, la rivista si decise a pubblicare un suo racconto, Yates era morto da nove anni.

Gli anni ottanta sono il decennio più triste, gli anni dell’oblio. Solo, sempre ubriaco, Yates non può più permettersi di insegnare e non ha più un soldo. Il suo editore non ha intenzione di elargire altri anticipi e dubita che lo scrittore possa onorare il contratto che lo vede impegnato per un altro libro (cosa che invece farà, il caro, onesto Richard).

Trascorre gli ultimi anni della sua vita a Tuscaloosa, in Alabama. Ogni giorno trascina il suo lungo corpo fra il locale Crossroads dove mangia poco e beve molto, e il miserabile appartamentino in cui vive, e scrive. Seduto al suo tavolo da lavoro ricoperto di fogli, portacenere e bottiglie di birra, osserva le fotografie delle figlie appese al muro mentre alterna una boccata di sigaretta a una di ossigeno, rischiando di farsi saltare per aria. Ma a lui della vita poco importa.

Una volta diede fuoco al suo studio per aver dimenticato di spegnere l’ennesima cicca lasciata in giro. Incurante della propria incolumità, fece di tutto per mettere in salvo il manoscritto di Una buona scuola, ustionandosi le mani e intossicando ulteriormente i polmoni. Quell’episodio segnò un punto di non ritorno: ricoverato di nuovo al Belleville, la clinica psichiatrica di New York (onnipresente nei suoi libri), Yates ha le allucinazioni, è convinto di essere circondato da truppe tedesche, si nasconde sotto il letto. La sua sembra una causa persa, ogni tentativo di rimettersi in carreggiata è destinato a fallire. Nessuno va più a trovarlo tranne uno suo ex studente (Yates ha tenuto corsi di scrittura in varie università americane, conquistandosi l’ammirazione e l’affetto dei suoi allievi che lo ricordano come uno dei migliori insegnanti possibili), che uscendo dal Belleville dirà: «Non immaginavo che un uomo potesse degenerare a quel modo».

La tenacia del suo corpo lo ha tenuto in vita fino a 66 anni, fosse morto molto giovane o molto più vecchio avrebbe conosciuto la gloria, chissà.

Qualche giorno prima di morire telefona a un vecchio amico: «Vuoi sapere cosa ho fatto stanotte? Mi sono seduto sul letto, ho letto ad alta voce il primo capitolo di Revolutionary Road e mi sono messo a piangere come un bambino».

Ecco perché è importante sapere chi fosse Richard Yates, e ancora più importante è leggere le sue opere, in Italia pubblicate da minimum fax: se non ci è più possibile risarcire l’uomo, possiamo almeno rendere onore al grande scrittore e commuoverci a nostra volta sapendo che il Times, nel 2005, ha inserito Revolutionary Road fra i cento migliori romanzi in lingua inglese di tutti i tempi.

ARTICOLO n. 54 / 2021