ARTICOLO n. 26 / 2021

La musica, per me

DIARIO DI UNA NOTTE

Stamattina mi sono svegliato ai quatrur (le 4 in milanese) e sono andato in via Muratori, in pellegrinaggio davanti a quella che negli anni Settanta è stata la casa di Alberto Camerini.

Alcuni cenni topografici per chi non è de Milàn: il mausoleo si trova in una rientranza della via dove ci sono i numeri subalterni, ma quello che mi ha colpito è che di fronte alla strada in cui ha abitato il grande musicista si trova la cascina Cuccagna, e già il nome la dice lunga sulle energie mistiche di quella zona. Più avanti però, girato l’angolo, c’è viale Umbria e sul muro si vede una targa commemorativa che riporta il luogo dove il magistrato Emilio Alessandrini è stato ucciso da un commando di Prima Linea, siamo sempre negli anni Settanta: qualcuno ha in mano un mitra, qualcun’altro la chitarra. 

Nella vita, comunque, alle cose non ci si arriva per caso; per esempio, a me quando avevo cinque anni fu regalato un M16, il fucile d’assalto dei Marines. Ne andavo molto fiero e lo usavo a mo’ di roncola sulla testa di mio fratello, poi un giorno ebbi la malaugurata idea di prestarlo ad Amos, il mio amichetto del cuore, che dopo una settimana me lo restituì rotto. A titolo di indennizzo la madre di Amos mi regalò una chitarrina comprata alla UPIM e da quel giorno mi si aprì una strada. All’inizio mi venne in mente di usarla come racchetta da tennis, poi come paletta per recuperare le palline finite nei tombini e infine come culla per la Barbie e solo verso i dodici anni incominciai a considerarla per quello che era. Il vero incontro con la musica, quindi, non è avvenuto per via strumentale, bensì per via orale. 

Tutto ha avuto inizio all’asilo in uno stanzone buio, dove proiettavano un film sui tre porcellini oppure arrivava un signore cieco che si metteva al piano e ti faceva cantare «la pigrizia andò al mercato ed un cavolo comprò». Alle elementari invece un compagno di classe, Luca Salerno, ebbe l’immenso privilegio di partecipare allo Zecchino d’Oro e conoscere Lindo Ferretti, futuro cantante dei CCCP. Luca passò la selezione e lo vedemmo in TV, mentre Ferretti che era stato accompagnato dal suo insegnante di canto e mentore, una suora, tornò a casa smadonnando. 

Siccome mio padre progettava giradischi, radio e televisori in casa oltre al pane non è mai mancata la musica. Il karma ha voluto farmi nascere in un momento in cui in Italia si viveva il boom economico e i dischi erano un bene di consumo abbastanza ambito e alla portata di tutti, soprattutto i 45 giri. Altro colpo di culo è che a cavallo tra gli anni Sessanta/Settanta, sul pianeta l’umanità stava vivendo un periodo musicale d’oro e io passavo le ore sul divano di casa ad ascoltare musica.

All’inizio mia madre pensava che fossi un po’ autistico perché rimanevo in trans (anche lì al buio) e mi dondolavo con la schiena, un po’ come fanno gli ebrei quando pregano. Non vi dico quando arrivarono le radio libere e la scelta musicale divenne esponenziale… Prima ti dovevi solo accontentare di Alto Gradimento o della Hit Parade della Rai, adesso bastava girare la rotellina della radio e avevi tutta la musica a disposizione.

Andavo alle medie e ascoltavo Radio Popolare perché mi reputavo di sinistra; poi arrivò il sesso e così scoprii che musica, sesso ed autismo in me combaciavano perfettamente: mi dondolavo così tanto su quel divano che a furia di rimanere un po’ curvo con la schiena mi è venuta la scoliosi. Poi siccome a ’sto punto sapevo pure leggere, compravo le riviste musicali, una su tutte Il mucchio selvaggio, ma mi piaceva anche Ciao2001. La cosa che più mi attraeva erano le foto. Eravamo in un mondo fatto di musica ascoltata e parlata, ma ancora poco visiva quindi era bello associare un po’ di immagini a così tante parole e suoni, le copertine dei dischi, infatti, le contemplavo fino allo sfinimento. 

Per osmosi divenne quasi naturale passare dalla grammatica alla pratica e mi ricordai della chitarrina con dentro la Barbie.

Siccome andavo a catechismo adocchiai subito il maestro di chitarra, un giovane scapestrato che mi fece scoprire Santana. Una volta impadronitomi del giro di Do e scavallato l’insormontabile ostacolo del barré, la musica non aveva più segreti per me. Il primo repertorio che sviscerai furono le canzoni di Bennato, abbordabili per qualsiasi chitarrista inetto, ma soprattutto perché mi veniva bene la voce, essendo anch’io affetto da paperinite acuta.

Il primo incontro duro con la realtà lo ebbi al liceo: fintantoché ero l’unico ragazzino nella compagnia che suonava, potevo anche illudermi di essere capace, ma i nodi vennero al pettine durante un’occupazione al Berchet quando un ragazzo fece John Barleycorn Must Die dei Traffic e rimasi di sasso. Mai però come quella volta al Parini in cui vidi il figlio di Ostellino (suo padre era il direttore del Corriere della Sera) suonare con la chitarra elettrica I go home dei Ten Years After. Dovevo prendere atto che mi rimanevano solo due strade: o smettere di suonare o passare all’eroina e scelsi la seconda.

Avevo 16 anni, Milano era tappezzata di un manifesto che pubblicizzava una festa all’Odissea 2001 con su scritto «Fatti una pera» e c’era in effetti un capellone accovacciato che al posto della siringa si iniettava sul braccio appunto una pera. Era forse il periodo degli indiani metropolitani e dello slogan «La fantasia al potere», tant’è che io decisi di provare l’eroina, così … senza avere mai fumato neanche una sigaretta. Al parco Sempione ovviamente oltre ai tossici c’erano anche un sacco di ragazzi che suonavano e ricordo che mentre aspettavo il pusher mi misi a parlare di Jimi Hendrix con un ragazzo anche lui in attesa del messia e fu un bello scambio. Per mantenermi il vizio andai a lavorare nella cristalleria di mio zio in Paolo Sarpi e per quell’anno di chitarra e musica non se ne parlò più. 

Poi tutto d’un colpo, grazie a Dio, arrivò il punk e smisi di farmi, perché in quel contesto una chance come chitarrista ce l’avevo anch’io. Lasciai il ramo cristallerie e tornai a scuola, tra una vicissitudine e l’altra avevo perso due anni e si avvicinava la temuta maggiore età e con essa l’incubo dell’anno di militare che bisognava a tutti i costi evitare. Mi iscrissi a una scuola di recupero anni ed ero lì, tutto annoiato come un fagiano, quando un giorno non sapendo come passare il tempo, col pennarello scrissi sul banco «The Who». Alla ricreazione si fa avanti un bel giovanotto, anche lui della mia stessa classe e mi chiede: «Ti piacciono gli Who?». Quella frase fu come un segno di riconoscimento tra massoni, lui era Alex Marcheschi, futuro batterista dei Ritmo Tribale, ragazzo psicologicamente molto più strutturato di me, ma con una insana passione per la musica. Poi scoprimmo che in classe oltre alla figlia di Giorgio Scerbanenco c’era uno col giubbotto di pelle nero, tale Mauro Greppi, che oggi dirige una banca, ma allora suonava negli Allegri Pinoli che fu il primo gruppo di un altro scioperato, Ferdinando Masi, futuro batterista dei Casino Royale. Insomma, la musica tornò così prepotentemente nella mia vita che sull’onda dell’entusiasmo un giorno feci anche un pompino a Mauro, non so perché, spero per sbaglio, ma l’importante era essere tornato a suonare. 

Nonostante il passaggio intercorso da tossico, per chissà quale miracolo non mi ero venduto la Strato che papà mi aveva regalato per i 14 anni al posto del motorino. Questa chitarra esiste ancora, la comprai perché volevo la leva del tremolo ma non avevo mai visto una Stratocaster dal vivo, quindi andai in negozio ne scelsi una e quando tornai a casa cercai la leva ma non c’era. Avevo scambiato l’imboccatura del jack per il buco della leva. Va be’… ma che ti serve la leva del vibrato se suoni punk?! 

Come chitarrista facevo talmente cagare che andavo benissimo, ma avevo anche capito che siccome la musica degli altri era difficile da eseguire o creavo le mie canzoni o potevo andare a fare il soldato. Così per frustrazione, ma anche per tenere in vita il sogno iniziai per caso a scrivere le prime canzoni.

Tutto questo succedeva prima dei 18 anni, quest’anno ne compio 58 e allora facciamo il punto della situazione, anche perché bisogna mettere le basi per la prossima vita: come mi vedo tra vent’anni? Prima di tutto diciamo che molte cose sono cambiate: non sono più di sinistra e d’altronde non faccio neanche più i pompini, ma una cosa però è rimasta inalterata: suono sempre di merda. Sì, è vero, ma ho intenzione di migliorare, scrivere canzoni d’altronde è un talento che manco sapevo di avere e non è poco.

Qualcuno potrebbe dire che pure le mie canzoni fanno cagare, non lo metto in dubbio, ma ognuno può solo spendere i soldi che ha e io questo ho. Avrei potuto smettere di fare musica, il mondo non ne avrebbe sofferto, ma io sì. Le sono rimasto fedele nonostante la mia scarsitudine.

Vi lascio con alcuni cenni biografici sulla vita di Jimi Hendrix, di cui ho anche scritto un’agiografia apocrifa, solo per farvi capire di come la realtà è soggettiva. Il genio di Seattle, poverissimo, ebbe la sua prima chitarra verso i 16 anni, in 5 anni raggiunse un livello che altri musicisti ci impiegano decadi, ammesso che ci arrivino, poi rischiò anche di finire paracadutato in Vietnam e fu congedato perché si dichiarò omosessuale (vedi che a volte anche i pompini possono servire). Il risvolto di questa bella storia è che Hendrix all’apice del suo successo non trovava più stimoli, così pensò di passare al jazz o alla chitarra acustica oppure addirittura di smettere. Come nella canzone di Vecchioni che dice «ed il più grande conquistò nazione dopo nazione e quando fu davanti al mare si sentì un coglione perché più in là non si poteva conquistare niente». Ecco oggi sono arrivato fino in via Muratori e da Milano prima di raggiungere il mare ce ne vuole di strada. Diciamo che sono partito, speriamo almeno di essere in direzione sud. Se no sarà ancora più lunga. 

Un’ultima cosa: Frank Zappa non era un grande estimatore di Hendrix, una volta arrivò a dirgli di mettersi a studiare musica, della serie al meglio non c’è mai fine. Su Bob Dylan invece non aveva dubbi, gli faceva letteralmente cagare e su questo siamo tutti d’accordo, mezz’ora di standing ovation per il compagno Frank!

ARTICOLO n. 42 / 2024