Patti Smith

ARTICOLO n. 76 / 2023

TRECENTOSESSANTASEI MODI DI DIRE CIAO

Pubblichiamo un’anticipazione da A book of days (Bompiani, traduzione di Tiziana Lo Porto), da domani in libreria. Ringraziamo l’editore per la disponibilità.

Il 20 marzo 2018, equinozio di primavera, ho postato la mia prima foto su Instagram. Mia figlia Jesse mi aveva suggerito di aprire un account Instagram per distinguere il mio da quelli fraudolenti che adescano a mio nome. E poi Jesse trovava che fosse una piattaforma perfetta per me che scrivo e scatto foto tutti i giorni. Così abbiamo creato insieme la pagina. Cercavo un modo per fare sapere alle persone che ero veramente io a contattarle, così ho deciso per un approccio diretto: thisispattismith, questaèpattismith.

Ho usato la mia mano come immagine per la mia prima avventura nel mondo virtuale. 

La mano è una delle icone più antiche, una corrispondenza diretta tra fantasia e messa in atto. L’energia curativa viene incanalata attraverso le nostre mani. Tendiamo una mano in segno di saluto e servizio; solleviamo una mano come promessa. Impronte di mani color ocra, vecchie di migliaia di anni, trovate sulle pareti della grotta Chauvet-Pont d’Arc nel sud-est della Francia, sono state realizzate sputando pigmento rosso su una mano e premendola contro una parete di pietra per dare una qualche dimostrazione di forza, o forse per manifestare una preistorica affermazione dell’io. 

Instagram serve a condividere vecchie e nuove scoperte, festeggiare compleanni, ricordare i defunti e rendere omaggio alla nostra giovinezza. Scrivo le mie didascalie su un taccuino o direttamente sul telefono. Mi sarebbe piaciuto avere una pagina fatta solo di Polaroid, ma da quando hanno smesso di produrre le pellicole, la mia macchina fotografica adesso è una testimone in pensione di viaggi precedenti. Le immagini in questo libro sono Polaroid già esistenti, foto del mio archivio e foto scattate con il cellulare. Scelta singolare per il ventunesimo secolo. 

Anche se la mia macchina fotografica e la particolare atmosfera delle Polaroid mi mancano, apprezzo la duttilità del cellulare. Ho avuto il primo sentore che avrei potuto usare il cellulare in modo artistico grazie ad Annie Leibovitz. Nel 2004 ha scattato una foto di interni con il cellulare e poi l’ha stampata come una piccola immagine a bassa risoluzione. Con disinvoltura ha profetizzato che un giorno sarebbe stato possibile scattare foto dignitose con un telefono. All’epoca non immaginavo che avrei avuto un cellulare, ma ci evolviamo insieme ai tempi che viviamo. Il mio, comprato nel 2010, mi ha permesso di unirmi al collage esplosivo della nostra cultura.

A book of days è un assaggio di come navigo in questa cultura a modo mio. È stato ispirato dal mio account Instagram ma ha un suo carattere. L’ho creato quasi tutto durante la pandemia, nella mia stanza da sola, proiettandomi nel futuro e rispecchiando il passato, la famiglia e una estetica personale coerente.

Le didascalie e le immagini sono le chiavi per sbloccare i pensieri. Ognuno di noi è circondato dal riverbero di altre possibilità. Ricordare i compleanni, compreso il tuo, è una richiesta rivolta agli altri. Un caffè parigino è tutti i caffè, proprio come una lapide può fare da eco ad altre persone compiante e ricordate. Avendo perso io stessa tante persone amate, trovo conforto nel frequentare i cimiteri della gente che amo e ne ho visitati molti, offrendo preghiere, rispetto e gratitudine. Mi sento a mio agio con la storia e ripercorro i passi di chi ha realizzato opere che mi sono state di ispirazione; molti dei post sono dedicati al ricordo. 

Mi sono sentita incoraggiata nel vedere i follower del mio Instagram crescere, dal primo, mia figlia, a oltre un milione. Questo libro, un anno e un giorno (per i nati nel giorno bisestile), è offerto in segno di gratitudine, come luogo di conforto, anche nei momenti più tristi. Ogni giorno è prezioso, perché stiamo ancora respirando, commossi dal modo in cui la luce piove su un alto ramo, o al mattino su un tavolo da lavoro, o sulla lapide scolpita di un poeta amato. 

I social media, nel modo distorto in cui praticano la democrazia, a volte incoraggiano la crudeltà, i commenti reazionari, la disinformazione e il nazionalismo, ma possono anche esserci utili. Sta a noi saper distinguere. La mano compone un messaggio, carezza i capelli di un bambino, tira indietro la freccia e la fa volare. Ecco le mie frecce che puntano al cuore comune delle cose. Ognuna è accompagnata da poche parole, frammenti di oracoli. 

Trecentosessantasei modi di dire ciao.

ARTICOLO n. 68 / 2021

UNA STAGIONE ALL’INFERNO

Traduzione di Carlo Vidotto

Nel suo capolavoro in forma di confessione, Una stagione all’inferno, Arthur Rimbaud rivela la formula per la trasformazione alchemica dell’anima, pur riconoscendo nel contempo la futilità della sua messa in atto. Nessuno più del poeta stesso potrebbe esigere un’analisi più brutale di questo scarto sublime di coscienza irradiata.

Nel suo personale giardino del Getsemani Rimbaud è a un tempo salvatore e traditore, tende una mano mentre ritrae furtivo l’altra. Sputa su fogli d’oro, sputa di quei veli osceni su cui giacque con l’angelo caduto, Verlaine. Osserva i suoi antenati; deplora i suoi antenati. Alle prese con la guerra civile della sua personalità, supplica amaramente di essere buono, ma non riesce. Deride la sua inventiva, il suo sfinimento, il suo cuore fiorente. Ma non credete! Non è una posa; è uno smarrimento. Ha diciannove anni e all’interno della sua cosmologia rose ed escrementi oltraggiano allo stesso modo. Mentre rotola nel piscio e tra le spine si oltraggia consapevolmente. È Amleto, butta lì soliloqui abbaglianti come non fossero altro che mugugni di collera. Essere consumato, spremuto: è il suo sogno. E come potrà consumarsi? Rimbaud conosce fin troppo bene la spiacevole risposta.

L’alchimista è tenuto a discendere in se stesso, in un viaggio più terrificante dell’attraversamento del White Pass o dell’ascesa alle vette immense e tragiche del Bhutan. Solo navigando il caos del suo essere Rimbaud può iniziare a definire questa piccola guida profana. È un’eruzione di promesse! Sussulta mentre scrive, mutando le pelli in maniera superba e oscena. Travolto da un’onda di nulla, è come un vecchio che non sa più distinguere le lacrime dalle risa. Parla di abbandonare tutto, e infine lo fa, in accordo con chi si confessa, si volta e poi dà alle fiamme le proprie poesie, per purificarsi nel fuoco della sua stessa follia. Acceso dai fuochi d’artificio della sua disperazione, ci strema di bellezza, ma è anche la giovinezza sferzata, una ienaecc. Dà voce ai bastioni dell’anima assediata. Ciò di cui ha più paura è che Dio lo giudichi un impostore. 

Una stagione all’inferno gli ha portato nient’altro che miseria. E in compagnia della miseria lo troverete, mentre, con tutte le sue contraddizioni intatte, calpesta le fogne luminose del proprio sistema circolatorio. Una volta distillato il suo inferno – rubini sparpagliati in luoghi impervi – egli arriva, col suo passo pesante e demoniaco, e si prostra ai cancelli del paradiso. Pensate a me, lamenta – e noi dobbiamo farlo – immergendoci in una relazione infinita. Noi preghiamo per lui, gli offriamo amore. La storia lo acclama, gli offre l’alloro. La pietà canta di lui, gli offre assoluzione. Arthur Rimbaud, con la sua duratura sofferenza, ha ottenuto in ultimo il favore di Dio. 

Introduzione a Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno, tr. it. il Saggiatore, Milano 2021.

© 2011 by Patti Smith. Reprinted by permission of New Directions Publishing Corp.