Patti Smith

ARTICOLO n. 68 / 2021

UNA STAGIONE ALL’INFERNO

Nel suo capolavoro in forma di confessione, Una stagione all’inferno, Arthur Rimbaud rivela la formula per la trasformazione alchemica dell’anima, pur riconoscendo nel contempo la futilità della sua messa in atto. Nessuno più del poeta stesso potrebbe esigere un’analisi più brutale di questo scarto sublime di coscienza irradiata. Nel suo personale giardino del Getsemani Rimbaud è a un tempo salvatore e traditore, tende una mano mentre ritrae furtivo l’altra. Sputa su fogli d’oro, sputa di quei veli osceni su cui giacque con l’angelo caduto, Verlaine. Osserva i suoi antenati; deplora i suoi antenati. Alle prese con la guerra civile della sua personalità, supplica amaramente di essere buono, ma non riesce. Deride la sua inventiva, il suo sfinimento, il suo cuore fiorente. Ma non credete! Non è una posa; è uno smarrimento. Ha diciannove anni e all’interno della sua cosmologia rose ed escrementi oltraggiano allo stesso modo. Mentre rotola nel piscio e tra le spine si oltraggia consapevolmente. È Amleto, butta lì soliloqui abbaglianti come non fossero altro che mugugni di collera. Essere consumato, spremuto: è il suo sogno. E come potrà consumarsi? Rimbaud conosce fin troppo bene la spiacevole risposta. L’alchimista è tenuto a discendere in se stesso, in un viaggio più terrificante dell’attraversamento del White Pass o dell’ascesa alle vette immense e tragiche del Bhutan. Solo navigando il caos del suo essere Rimbaud può iniziare a definire questa piccola guida profana. È un’eruzione di promesse! Sussulta mentre scrive, mutando le pelli in maniera superba e oscena. Travolto da un’onda di nulla, è come un vecchio che non sa più distinguere le lacrime dalle risa. Parla di abbandonare tutto, e infine lo fa, in accordo con chi si confessa, si volta e poi dà alle fiamme le proprie poesie, per purificarsi nel fuoco della sua stessa follia. Acceso dai fuochi d’artificio della sua disperazione, ci strema di bellezza, ma è anche la giovinezza sferzata, una ienaecc. Dà voce ai bastioni dell’anima assediata. Ciò di cui ha più paura è che Dio lo giudichi un impostore. Una stagione all’inferno gli ha portato nient’altro che miseria. E in compagnia della miseria lo troverete, mentre, con tutte le sue contraddizioni intatte, calpesta le fogne luminose del proprio sistema circolatorio. Una volta distillato il suo inferno – rubini sparpagliati in luoghi impervi – egli arriva, col suo passo pesante e demoniaco, e si prostra ai cancelli del paradiso. Pensate a me, lamenta – e noi dobbiamo farlo – immergendoci in una relazione infinita. Noi preghiamo per lui, gli offriamo amore. La storia lo acclama, gli offre l’alloro. La pietà canta di lui, gli offre assoluzione. Arthur Rimbaud, con la sua duratura sofferenza, ha ottenuto in ultimo il favore di Dio. 

© 2011 by Patti Smith. Reprinted by permission of New Directions Publishing Corp.

La traduzione dell’introduzione è di Carlo Vidotto