Joseph McElroy

ARTICOLO n. 50 / 2021

DONNE E UOMINI

TRADUZIONE DI ANDREW TANZI

Ricordiamo già cosa succede.

Il come è un altro discorso.

Non è un’ombra quella là sulla strada che corre parallela a noi o al nostro sogno? È carica?—arriva pure da una qualche direzione opposta, in cerca di una luce da far sua. Dategli un’occhiata. È da condividere e, così ci pare, con noi. Meritiamo di sapere cosa si avvicina da fuori? Davvero, non ricordiamo se faceva parte delle profezie, c’è così tanto da fare ora.

Una volta una madre che non raccontava storie mandò via i due figli. Per essere umana, disse di sicuro a uno di loro. Ma ciascun figlio sentiva che ad andarsene era stata lei, non lui. Anche se il suo movimento verso il futuro era concreto: per cui relativo a quello della madre come quello della madre al suo.

Per continuare, una volta c’era questo vuoto di potere. Un vuoto ancora indefinito che implorava al potere di riempirlo alla svelta. Questo era pacifico. Tra persone sedute insieme, tutte con le gambe accalcate sotto un tavolo. Di mese in mese, di anno in anno, il tavolo assumeva una certa forma—rotondo oblungo ovale rotondo—di secolo in secolo, ci capitò di sentire—mentre sotto il tavolo tutte le gambe definivano i protocolli. Un nuovo modo di sgambettare. Si trattava, così fu stabilito, di un livello di energia elevato. E non ne siete responsabili? ci domandammo—e la risposta fu, Delle gambe o delle persone? (Sgambettate, disse uno). Ma mentre una parte di questo era da discutere a tavolino, in linea di massima si concordava sull’eventualità di un vuoto di potere. Come la coscia umana, si era evoluto nella mente. Come femore per «coscia». Ma un vuoto di potere—pensateci.

Le parole attecchirono. Una figlia aveva tra queste parole un nome per Padre. Ma pensate che, nel bel mezzo di un’epoca che ci avrebbe fiondati nella bastardaggine, pure noi avevamo un nome tutto per noi che ci fece decollare bam bam uuushh grazie-babbo; giacché da vuoto di potere si ricavò Power Vac che divenne l’etichetta cui aspiravamo per vendere il nostro sogno. E allora fallo questo viaggio per smerciare, o almeno fanne una tratta, tesoro. Il Vuoto di Potere era l’unico appiglio cui ci serviva aspirare.

Ah appiglio per cosa?

So cos’è successo, dice un figlio ignoto a un adulto in via di cambiamento. Del tipo, non credere che non sappia.

Maneggiare con cura. L’ombra sulla strada, la strada maestra, è quella di un Carico Pesante, lo dice il cartello stesso, e questo Carico Pesante (una casa o altro recipiente) che credevamo viaggiasse parallelo a noi sembra che non riusciamo a superarlo né a non superarlo. Eppure dopo un sorpasso tanto audace quanto pericoloso, non ce l’abbiamo di nuovo lì davanti? Esatto. Non poteva fermarsi per noi quindi, così come non potevamo fermarci noi? Aveva le finestre e le persiane semiaperte. Aveva i cartelli con la scritta CARICO PESANTE e il ricordo del retro è così vivido che quasi ce lo vediamo davanti ed era largo quanto il paesaggio oscuro che attraversavamo sul nostro veicolo indigeno di ultima generazione, le bici fissate come montagne sul tettuccio con i raggi sfolgoranti come le immense ruote posteriori gemellate di questo Carico Pesante ora davanti a noi che pian piano girano all’indietro come nel riflesso degli uffici specchiati ai piani bassi di una compagnia di simil-assicurazioni appena fuori da un villaggio nuovo.

Ricordiamo cosa succede. Ricordiamo già quanto si trova qui con noi da così tanto che abbiamo avuto il tempo di vederlo ma ora pare che aspettiamo di ricordarlo. Giacché chi siamo per non farlo? Eppure ci concediamo anche di dimenticare.

Dunque, un pensatore del secolo in questione, il ventesimo tra i tanti secoli recenti che lo circondano e respinti a volte dal ventesimo stesso, disse che Significare qualcosa è come avvicinarsi a qualcuno. Se è così, cos’è questo che intendiamo trasmettere, e già che ne abbiamo qui un altro, chi è questo qualcuno che intendiamo condividere, noi che probabilmente non siamo stati i primi qui ma che siamo altrettanto indigeni almeno in rapporto a questo movimento. Meritiamo di sapere cosa ci viene incontro.

C’è una pausa qui? O è il nostro respiro congiunto? È quel che c’è tra noi, o che condividiamo. Un congiunto, lo siamo tutti. E che tempismo questo respiro o questa pausa. E abbiamo a malapena iniziato. Cosa che facciamo sempre, no? È il momento migliore. Un attimo di respiro ora.

Ecco, sentiteci cadere. Verso l’orizzonte per quanto obliquo, giacché immaginiamo non sia la nostra condizione naturale. Che potenza che siamo per essere qui e per aver deviato verso la vita riuscendo persino a pensare in modo distinto da questi angeli che ultimamente sentiamo speculare dentro di noi come se imparassero a sperare. Meritiamo di sapere cos’abbiamo dentro.

Ora, allontanati da una madre quando sembrava lei a essersene andata, quei due figli ricordati erano di nascosto sia uno sia due. Ossia, proseguiamo ma non proseguiamo; ce ne andiamo ma siamo ancora lì. Mayn si chiamavano, e dei due figli quello che alla fine se ne andò davvero si chiamava James.

E per continuare: un vuoto di potere su misura trovato da una figlia al posto del padre ancor prima di sentirne parlare là fuori nell’hinterland restò fisso con lei e in tarda età divenne fonte d’ispirazione. Cos’avrebbe fatto con un padre meglio definito? Chiamatela Grace Kimball e lei vi udirà.

Uditeci mentre cadiamo verso l’orizzonte. È il vento dall’altro lato di un ostacolo che ci tira verso di sé. Ma il vento è nostro tanto quanto l’ostacolo che abbiamo sentito come semplice preludio di qualunque cosa ci aspetti dall’altra parte. Udite cosa c’è nel vento. Una canzone, dice qualcuno (di sicuro un adulto). Ma, intessuto nella canzone, udite il rumore. Il rumore, di per sé una città dove non tutti si conoscono. E ogni secolo è una persona che giunge in quella città. Del tipo, per ogni riferimento futuro, una donna sempre giovane, sposata una volta, divorziata una volta, senza figli ma con i suoi seguaci, di nome Grace Kimball, che inevitabilmente si sarebbe fatta sentire; e da un altro punto di vista, per ogni riferimento (leggasi insediamento) futuro, un uomo di famiglia e viaggiatore, pure lui sposato una volta, divorziato una volta, un uomo di nome Mayn, James Mayn, ha udito il rumore. E se anche non dovessero mai incontrarsi, siamo stati invitati lo stesso: come se in ogni caso fossimo noi la notizia—incontro o non incontro—così come siamo i loro anelli di congiunzione. E non ci sembra di essere qualcosa di più?

Gli angeli incaricati di farsi sentire ogni tanto da qui dentro all’inizio non c’erano. A volte non sappiamo bene cosa siano.

Una volta tanto tempo fa una madre disse a uno dei due figli che doveva andarsene ed era ancora giovanissimo sebbene fosse un ragazzone forte e maturo. Ma poi fu lei ad andarsene prima di lui e così gli sembrò che fosse stata lei a partire, non lui.

Di storie sua madre non ne raccontava mai, sua nonna invece sì e le storie della nonna s’ispiravano a un’avventura di tanto tempo prima, addirittura del secolo precedente. Questi vecchi resoconti sembravano riflettere a volte la vita del nipote ma lui non ci faceva troppo caso e si fidava delle storielle della nonna.

Lui fa parte di tutto questo, dove amore e separazione vanno a braccetto e si distinguono a fatica. Purtroppo ha lasciato moglie e figli. Ma non ha vissuto, quindi, un po’ come aveva sempre fatto? È un periodo in cui cambiamenti del genere si susseguono. Dei cambiamenti nella vita si parla tanto e lo sentiamo e lui probabilmente vi dà più peso del dovuto, quindi deve guardare piuttosto avanti— forse è troppo tonto per spaventarsi, dice scherzoso. Persone importanti di passaggio che più o meno conosce vanno e vengono qui—fanno forse parte del suo lavoro? Sono notizie?—su nascita, innamoramento, tenacia, vita privata, i figli?

Di tutto questo fa parte anche una donna che lui forse non incontrerà mai. Se non tramite altri. Al contrario di lui, lei questi altri li considera parte del suo lavoro: non stanno, infatti, scoprendo il proprio corpo e il proprio sé? non progettano la propria vita? non esplorano le varie possibilità? Giacché il mondo intero va e viene intorno a lei come tanti mercanti. La storia passa dalla sua voce e dalle sue mani servizievoli, le viene rivelata ventiquattro ore al giorno cosicché nei ginecei che ha creato e con cui si guadagna da vivere a metà degli anni settanta del secolo in questione lei gestisce le cose con una fede frutto del potere più che il contrario. La si può far fessa ma non a lungo.

Tutto questo si verbalizza. In tanti corpi oppure, come hanno detto i nostri condottieri, su base individuale. E da quel che abbiamo capito si verbalizza anche in questo «noi» che abbiamo udito. Cos’è? una specie di comunità? La nostra. Va a regime ridotto e poi di colpo si supera. Cosicché nel framezzo abbiamo questa voce dei congiunti—è così?—anche dei congiunti possibili.

Una verità qui è che gli angeli esistono nel pensiero. In grandi numeri, pare, ed entro un raggio limitato, a quanto ci risulta. Ma poiché gli angeli vengono invocati per fungere da custodi o messaggeri, intermediari vascolari o luce fine a se stessa, sembra sia concesso loro più potere che potenziale. Eppure, gli angeli non hanno il diritto o quantomeno l’abilità di essere altro oltre a se stessi, o meno, o di più, in quanto accasati nel pensiero? Cosa succede se pian piano s’infilano dentro, s’infiltrano, si trapiantano, trovano l’essere già presente lungo la curva dell’umano che si dice sia la loro nuova curva evolutiva—ma per diventare noi oppure gli angeli che, di fatto, possono essere?

Ma questi angeli sono nostri e basta? S’infilano e si defilano dai nostri discorsi come una specie di consiglio avanzato che riconosciamo perché ne serbiamo il ricordo. E cos’è questa comunità— questo grande Noi cui siamo noi stessi a dar voce? Sarà anzitutto una comunità capace pure di accogliere angeli veri abbastanza da crescere tramite mezzi umani.

Dio, l’interferenza! Non la udiamo come in passato, quel che abbiamo udito una volta—il dio che si libera, suona le sirene, come la nostra nave meteorologica sotto la livrea bianca della Guardia Costiera.

Il dio, s’era udito? Il dio? Non la dea, quindi. La sirena che risuona quindi con il soffio del dio o della dea; il soffio che si fa soffiata—la nostra soffiata. Le soffiate fanno notizia. Ma erano tutte notizie. Il vento che articoliamo per produrre il suono delle caverne. Suoni sulla pelle. Lo sapevamo, il suono di ossa che vivono sotto la superficie, visibili come la caviglia e la mascella e poi tutto quello che collega le ossa del collo a quelle delle cosce che maschili o femminili sono comunque i soliti femori sotto la pelle. Non possiamo trovare quindi, per esempio, una domanda che possa accogliere due o più risposte? Non c’è abbastanza respiro perché tutti noi possiamo tirarne uno qui?

Dunque, se maschile sta a femminile allora morale sta a femorale, ma poi ci trovammo subito con la testa scagliata oltre tutto questo verso un luogo dove, ad ascoltare la coscia del divino (la carne non è d’ostacolo) cogliamo—meno tendiamo l’orecchio, più ci sentiamo—le vibrazioni di un modo d’agire migliore—costato, a rischio costo—cogliamo cos’altro se non la volontà di un verme lì dentro che si muove pian piano. Nella coscia divina (e carne sia).

Tuttavia cogliamo solo l’impronta della tenia, l’impronta lasciata dall’eco derivante dal suo progresso altrove, ben lontano da qui. Vibrazioni che risalgono dalla pancia dove il verme è agganciato, ebbene sì, oltre il divario a volta dell’inguine.

E questa tenia stazionaria assorbe grazie alle molteplici microunità che costituiscono i segmenti del sistema nervoso il menù omogeneizzato della dieta suprema—leggasi sacra—divina—leggasi all’improvviso diva che nel linguaggio della lirica sta per dea. Aspettate però: che dieta è questa? Dobbiamo saperlo. Ah è il cibo digerito che ospita la tenia il cibo poi trasformato dalla tenia ospite con l’aggiunta di una nuova paraplacenta che riveste le pareti dello stomaco di questa diva—leggasi uccellina canterina—leggasi cantante lirica: e così, mentre il verme si fa strada e la strada fa il verme, la diva va per la sua strada, una strada che consuma l’eccedenza conferendole il potere del calo ponderale, varie fonti parlano di oltre cinquanta chili insensati. Tanto meglio allora, con la sua estensione sbalorditiva può andare in scena da soprana muscolosa e teatrale qual è, da madre, amante, barista, principessa o se stessa, per la musica—se quella musica la chiamate rumore vero.

E così la tenia mangiò a lungo e data l’abbondanza di cibo continuò a mangiare incurante del rumore delle acque, acque correnti, acque correnti lontane e vicine, con le molecole che cozzavano, speravano, si attaccavano e si combinavano, giacché quanto poteva far presa lo faceva e il verme volenteroso tutto preso con il pasto giunto dall’ambiente circostante non fa mai caso al rumore sovrastante costituito da divari di potere bruciato, bruciato fino a diventare musica, bruciato per espellere la canzone di questa cantante attiva ben felice di mettere all’opera la propria volontà tanto ventilata, dopo aver introdotto un mese fa questa tenia specialissima nel suo organismo, il suo peso, la sua fame, il suo desiderio, attraverso la carne di un pesce predatorio—un luccio del Mille Lacs nel Minnesota—un luccio giratosi dalla parte sbagliata al momento sbagliato, catturato, identificato quale portatore di tenia e trasportato vivo in aereo per mille miglia fino al ristorante giapponese preferito della diva presumibilmente sovrappeso, trasportato da uno stregone ojibway con gli occhi a losanga—una tenia (di provenienza ittica) prescrittale dal suo medico di New York, tanto affezionato ma in gran segreto molto schizzinoso e comunque consapevole di dover fare qualcosa o lasciare il posto a qualcuno capace.

Credeva di poterla leggere come un libro. Ma quale libro?

«Confusa», così una volta aveva firmato un bigliettino consegnatogli a mano una mattina, un bigliettino in cui implorava un consiglio: significava «innamorata» e due mesi più tardi gli avrebbe confidato che era solo una storia di sesso. Quando lui le diceva più d’una volta «Sono confuso» era chiaro che significava «morale» e «arrabbiato» ma anche (non dichiarato, come sempre) «innamorato» (ma di lei, la sua paziente, la sua cara amica), anche se lei a volte i suoi umori si rifiutava di coglierli. Conta qualcosa lui tra questi elementi elementari? Ne sappiamo abbastanza perché la domanda sia lecita. Sapeva di contare per lei ma non come il pubblico nel teatro buio, un pubblico che contava al punto di essere quasi invisibile e quindi importava quasi più della sua famiglia (se ne avesse avuta una in quest’America straniera—aveva un padre assai lontano).

Sulla vita privata la lirica sensazionalistica ne getta poca di luce, ma come si fa a pesare la luce gettata dai suoi soli e paradisi battuti dal vento dove l’avrà scordato per ore, il suo medico, eppure sapeva, come il più adorabile impaccio infantile all’interno di questo corpo bellissimo e amabile, che questo amico amorevole era lì. Né era nostra intenzione gettare luce sulla vita privata della grand opéra. Accadde, in buona fede, che ricontrollammo il dio e proseguimmo da lì; ci facemmo guidare dai suoni, lungo una coscia divina e su fino a un verme solitario che scoprimmo essere bisessuato. A sua volta, la volontà di vivere e crescere di questo verme solitario faceva a sua insaputa la volontà dell’ospitante (la ospitante) di snellirsi. Eppure anche lei cedette a una volontà o a una sensazione di vuoto più grande. Che non è, qualche potere fresco dentro di noi lo intuisce, il vento oltre l’ostacolo bensì un ostacolo oltre il vento.

Ispirati. Sbucati dal nulla. Con un occhio girato da quella parte come per collocarci non solo dentro a chi riceve le nostre onde di congiunti ma addirittura come ricevitori. Si tratta, dunque, di una vera e propria reincarnazione? Grandiosa, di sicuro; forse abominevole, questa vaga incarnazione intimataci. Era angelica, animale, minerale, chimica, chemioterapica? Domanderemo di nuovo.

Per continuare, un ostacolo. E motivati dal tentativo di recuperare quel che abbiamo scelto di scordare. Queste parole appartengono a un parlante di quel secolo e di quello prima e forse in virtù di quello che tenne per sé si dimostrò consapevole della luce gettata dall’oblio. Ma come? domandiamo. E una risposta ce la troviamo dentro: la luce piegata dalla passione supera gli ostacoli concepiti dalla luce stessa: sì, nel vuoto finissimo della nostra possibile intelligenza che un giorno d’un certo peso annuncia come un gufo che non sapevamo cosa fosse la luce ma che ci era stato promesso un certo potere e pensavamo servisse per scoprire che nei giorni giusti quella luce eravamo o potevamo essere noi.

Se c’è bisogno di risolverlo, parlatene durante il simposio. La primadonna del nostro vuoto, Grace Kimball, che a quanto ci viene riferito ha gli zigomi da nativa americana, ci vede lungo e intuisce che c’è un modo migliore di fare le cose, di fare noi. Ricordiamo già che Grace Kimball ha trovato la storia nelle donne: nelle donne contenute dagli uomini e negli uomini che conservano un fluido femminile segreto di cui non volete assumervi la responsabilità e questo in tutte le persone che lei ha aiutato, sicché a volte nei suoi sogni (perché lei e questa storia passavano tutto il tempo a farsi a vicenda) era invisibile quanto il grido d’aiuto degli stuprati e a volte accadeva pure nei suoi sogni non-importanti come un futuro mostruosamente spalancato e non pianificato (e da altri non-stessi). Grace ci vedeva lungo fin dentro a un futuro che le ricambiava lo sguardo attraverso lo stesso occhio con cui lo vedeva lei, in una stanza senza mobili. L’avrebbe chiamata la sua Sala del Corpo, come se gli altri locali dell’appartamento non fossero dedicati anch’essi al corpo, ma se in quest’epoca gli spazi lunghi impariamo a conoscerli grazie a capsule brevi, poiché abbiamo inteso che eguagliano gli spazi lunghi ai tempi brevi e altre volte semplicemente, tesoro, lasciando (ossia lasciando che accada—come nella vita) lasciando (già dimentichiamo) lasciando che un manico di scopa sia uguale a una palla da baseball perché se non riusciamo a costruire a tavolino la nostra vita su misura allora non dobbiamo forse guardare oltre quello che crediamo di sapere e semplicemente dire che questa curva dalla molteplicità accecante eguaglia quelle diverse brevità lunghe una vita? Ma cosa l’abbiamo domandato a fare?

La Sala del Corpo, ecco come l’avrebbe chiamata. Ma pure gli altri locali dell’appartamento servivano a quello. Sala del Corpo. Rinominata dai tempi in cui transitiamo, celebrata da Grace, oscura come Mayn e trasformata nella sua «Sala del Corpo» svuotata del fardello del viaggio, lo strappo da una vecchia casa lontana verso una casa nuova. E quanto ai mobili di famiglia rimasti nella vecchia casa nel bel mezzo del Middle West, scordateveli: giacché al pari del leggendario Carico Pesante a norma lungo le nostre highway ha tenuto saldo al momento del lancio ma con una differenza: scordatasi subito dell’inerzia lei era partita a razzo una volta trasferito quel paesaggio interiore della sua vita senza mobili di famiglia da uno dei tanti mid americani alla New York d’un tempo.

Ma già dimentichiamo il suo matrimonio avvenuto tra un fatto e l’altro e responsabile di tutti i mobili moderni se non a New York almeno nel suo appartamento in città; lei aveva cercato di percorrere la via più breve, di fare tutto per bene, ma stavolta lontano da casa; poi, in un sogno, aveva colto il suo matrimonio come se, nel ricordo, fosse l’acqua o la pietra semipreziosa che filtrava la luce e aveva avuto luogo non nella città di New York ma nel suo paese (leggasi paesino) natio dove potevi appartenere a qualcuno e non accorgertene finché non ti trasportavano alla tomba dopo averti ridotto a un segnale o a un messaggio (leggasi letteralmente massaggio) impossibile da consegnare e suo padre tornò a casa dal lavoro ed era papà e la chiamava Gracie e, le venne un giorno in mente, non le aveva mai davvero domandato nulla di lei (a parte il quasi sempreverde «Dov’è che sei stata?»—ora? oggi? negli ultimi anni!). Ma questo è quanto sappiamo di cosa lei provava. Era monotono lui? È solo l’inizio. Lo trovava nel salotto attaccato allo spazio vicino alla porta della sala da pranzo, immobile tra i mobili della povera madre come un passeggero su un treno e fuori dalla finestra il paesaggio si sposta pressoché alla tua stessa velocità e nella tua stessa direzione.

E così una successiva Sala del Corpo a New York si svuotò della poltrona bassa quadrata massiccia e iperimbottita di suo padre che se ai tempi lì dov’era cresciuta entravi dalla cucina e dalla sala da pranzo dovevi superarla per usare gli altri mobili in quel salottino, la coppia di sedie di Grand Rapids con lo schienale a lira e la sedia verde e la sedia rossa, il divano-letto grigio che non si apriva e, di fronte, il divano-letto azzurro nuovo che invece si apriva, i tavoli che raramente si riusciva a passar sotto e dovevi invece girarci intorno, il portariviste a V «appeso» tra un piano del tavolino e un ripiano basso di pari dimensioni; una poltrona di cuoio brunito con i bottoni in ottone, fresco nei pomeriggi d’estate quando il calore proveniente dalle miglia—o verste, come le chiamava il professore di Chicago al Browning Club—di campi appiattivano la città e i colori e si gonfiava come una piena che esondava intorno alle case fino a vent’anni più tardi quando lei ormai se n’era andata da così tanto che era tornata da New York ed era andata diverse volte a trovare i genitori e poi la madre, l’esondazione sovraccaricava tutti i circuiti dei condizionatori e capitava che la corrente saltasse alle quattro del pomeriggio in tutto il quartiere così all’improvviso che ti accorgevi dell’erba ferma là fuori. Grace aveva svuotato la sua futura Sala del Corpo nella sua adottiva New York anche di—non era andata così?—un divario che risiedeva in quel vecchio spazio abitativo lì a metà degli Stati Uniti da dove proveniva lei stessa con il suo trentaduesimo di sangue pawnee, dove suo padre se ne stava seduto nella poltrona bassa qualunque fosse il tempo e sempre con in mano una bottiglia marrone di birra o un bicchiere rastremato di blended whiskey finché un anno non si materializzò un televisore, piazzato a volte sul tavolo accanto così non c’era mai bisogno di guardarlo né serviva distogliere lo sguardo dal giornale locale fino a quando il bicchiere prendeva il posto del nasone del bevitore al momento di essere svuotato e questa era l’Ora delle Decisioni—così come papà non aveva mai bisogno di respirare («respira» disse lei diversi anni più tardi a un uomo vestito a rombi che aveva sposato); ma suo padre cantava ad alta voce nella vasca da bagno, molesto nel garage buio; cantava un successone americano: «Oh what a beautiful morning… The corn is as high as an elephant’s eye» dopo aver attraversato in auto con tutta la famiglia settantacinque miglia di campi di granturco per vedere uno spettacolo itinerante del musical Oklahoma!, uno stato confinante. Ma non cantava in salotto, dove c’era il pianoforte, in quel vuoto di potere menzionato solo a metà da lei che era in tutta la casa, era lui o era la stanza?, un nome o un altro, per anni, ricordava che si apriva un varco tra tutti i mobili della madre disseminati per il salotto per raggiungere il padre che in realtà non era in fondo alla stanza soprattutto perché per infilarsi dentro quel quadro dove non ballavano nemmeno le pulci non si finiva con lui ma semmai s’iniziava, s’iniziava uscendo dalla sala da pranzo superando papà e i suoi silenzi imprevedibili e i rombi color rosso e marrone tenue che lei gli aveva cucito una volta per Natale, completando l’opera così come aveva fatto con il matrimonio e con l’eccezione delle due gravidanze (a seconda del nostro punto di vista) aveva completato tutto quello che aveva iniziato—uno di due paia di calze cucite a parte qualche esperimento artigianale nei rapidissimi anni settanta.

Piuttosto grande come paese. City limits, «confine urbano» recitavano i cartelli. Fai le cose una per volta, diceva sua madre, prima questa e poi la prossima; c’è tempo per tutto. Era sua madre a dire tutto questo, seduta ben dritta al tavolo in cucina con il ripiano metallico dipinto di bianco. Suo padre stava cambiando l’olio all’auto. La lattina di birra accanto allo pneumatico anteriore, il sedere in aria mentre trascinava la ghiotta piena da sotto l’auto, poi in ginocchio prendeva un sorso di birra, si sdraiava di schiena e s’infilava di nuovo sotto l’auto per avvitare il tappo. Era questo modo di fare le cose una per una, ciascuna con i suoi tempi, lei non poteva pensarci sempre se non per rendersi conto di dover trovare un modo non per fare le cose in ordine ma per girarci intorno così come un giorno centinaia di donne appresero di lei a spizzichi e multipli della sua storia come Eleanor Roosevelt o Helen Keller. Come Curie, giacché, l’aveva sempre saputo, le cure erano un pericolo. (Sempre, Grace? Anche alle superiori, anche davanti al lavandino con qualche ragazzo, anche durante le nuotate notturne nel Middle West prima di New York?) Come la leggendaria Donna Gufo che secondo un’esplosiva professoressa di sociologia di nome Ruby Foote presso la scuola superiore frequentata da Grace curava gli abitanti del deserto sudoccidentale con materiale terreo e una magia d’intesa (ecco cos’è la magia, in fondo!) e con parole canterine che spesso proseguivano pure in assenza della cantante e compositrice (la Donna Gufo) la quale si trasformava in un gufetto del deserto con la stessa facilità con cui dilatava il tempo passato insieme, sempre secondo Ruby Foote, lei stessa una specie di missionaria solitaria dalla zona costiera sudorientale, transitata per il North Carolina (dove una volta si era sposata); ora nel vero Midwest una sessantenne che sfrecciava su una Cadillac lungo il viale del tramonto (così lo chiamava); un’abile nuotatrice notturna che studiava gli indiani (quelli rimasti) e filosofa dello stupro già nel 1950—sì, come la Donna Gufo, cui Grace pensava sempre finché un giorno anni più tardi la pensò al punto da promettere di proteggerla in un futuro in cui la Donna Gufo fosse sbucata come un doppio reincarnato.

Da prendere comunque a modello e Grace sapeva che in una certa misura sarebbe stata la via stessa a venirle incontro. Si trasferì nella magica Manhattan—e nuotava in piscina; incontrò «suo marito» (così lei e un’intervistatrice lo chiamarono facendo dietrologia) e lui aveva le iniziali RR sul lucchetto della ventiquattrore (prima che l’autodistruzione divenne di serie); sfrecciava con gli occhi fissi sulla sua corsia dipinta sulle piastrelle sul fondo della piscina ma a volte virava oltre il divisore come un motore senza barca; lavorava nel commercio, era (no) lavorava nelle ricerche di mercato, ecco come si divertiva lui, e vendeva—leggi viaggiava—e nei fine settimana studiava per diventare un agente immobiliare accreditato a Long Island; ma come ricercatore di mercato era bravo; lei lo sapeva; ne era sicura e il tempo finiva sempre per darle ragione.

© 1986 by Joseph McElroy

Oggi abbiamo voluto pubblicare un estratto di Donne e uomini. Lo troverete in libreria, nelle sue 1984 pagine, dal 23 settembre.