Jennifer Guerra

ARTICOLO n. 40 / 2021

LEGGERE È UN GESTO POLITICO?

C’è un piacere segreto che deriva dal leggere i diari degli scrittori. Non è quello intrusivo di chi scava nel dolore degli altri. È piuttosto quello della coincidenza, della sincronicità, del potersi rispecchiare non tanto nelle vite di chi scrive, quanto nelle sue letture. Questo senso di meraviglia per me ha raggiunto un picco nei diari di Susan Sontag che vanno dal 1947 al 1963, raccolti nel volume Rinata. In quasi ogni pagina, dai 13 ai 30 anni, Sontag registra soprattutto le sue letture e il rapporto con gli autori. Scoprire di aver letto o di stare leggendo, proprio ora, lo stesso libro che in un certo momento ha letto anche Susan Sontag è una gioia indescrivibile. I suoi diari sono anche pieni di liste: libri da comprare, libri letti, libri da leggere. Anche io, scrivendo Il capitale amoroso, sono partita da una lista. Le liste di libri sono uno strumento imprescindibile per lo scrittore, a patto di non seguirle per davvero. Si comincia con il primo volume, che rivelerà una verità inaspettata, che a sua volta richiede una lettura inaspettata. Così ho scritto questo libro, ma soprattutto così mi sono sempre rapportata con le cosiddette letture di impegno: dall’una dipendono tutte le altre.

In Italia, il dibattito su letteratura e impegno sta conoscendo una nuova fioritura, testimoniata anche dall’uscita del dibattuto libro di Walter Siti Contro l’impegno, che mette in discussione l’uso del bene in letteratura a partire dalla critica di alcuni autori impegnati, come Roberto Saviano e Michela Murgia. In un momento di transizione (e polarizzazione) come quello che sta vivendo la società italiana, con qualche anno di ritardo rispetto agli Stati Uniti, è normale e necessario che gli scrittori prendano posizione riflettendo sulla propria funzione. Ma ben poca attenzione si rivolge al di fuori del perimetro della finzione: che ne è di tutti quegli autori e delle autrici che hanno come unico fine, dichiarato e inequivocabile, quello dell’impegno? Se qualcuno percepisce come un problema il fatto che non esista più una letteratura nuda, capace di esistere senza alcun secondo fine, allora bisogna riconoscere anche l’assenza della sua controparte, una saggistica militante che sceglie da che parte stare.

Oggi le letture che faceva Susan Sontag a vent’anni non sono affatto comuni (ma non ho dubbi che lo stesso valesse anche in passato) e il piacere della sincronicità si è fatto più raro. Le motivazioni di questo fenomeno sono tante e complesse: la più immediata è che è venuta meno la necessità di maturare una coscienza politica. La mia generazione è cresciuta nella convinzione di avere a portata di mano tutti gli strumenti necessari per affrontare il mondo, missione tutto sommato facile se si è ben organizzati e volenterosi. Nonostante le continue evidenze di questa fallacia, siamo portati a credere che il nostro destino, di esseri umani e di società, dipenda esclusivamente dalla responsabilità individuale. In questa prospettiva di progettualità, dove all’apparenza non esistono ostacoli se non quelli che ci auto-imponiamo, è chiaro che maturare una coscienza politica non serva a granché.

Le occasioni di confronto e di dibattito politico a partire dai testi sono poi diventate sempre più rare, persino in ambito accademico, dove il ritmo delle lezioni è talmente serrato da non lasciare alcuno spazio per questioni che esulino dal programma d’esame. Tralasciando l’ormai proverbiale «corso sul marxismo» promosso dagli inarrendevoli militanti fuori dalle facoltà umanistiche, non riesco a ricordare un solo momento in cui mi sia stata proposta una lettura impegnata al di fuori della bibliografia d’esame all’università. Può darsi che sia stata sfortunata io, ma non ho motivo di dubitare che questa versione possa essere confermata dalla maggior parte delle persone che hanno frequentato l’università negli ultimi anni.

L’assenza di questi momenti di confronto pesa anche al di fuori dell’ambito accademico. Gli unici luoghi che mi vengono in mente che sono adibiti a un ruolo simile sono i club del libro, che sempre più di frequente scelgono di analizzare la saggistica, e gli spazi militanti, soprattutto femministi, dove l’analisi dei testi teorici ha un ruolo imprescindibile per l’attivismo politico. A questo proposito, non posso che ripensare alla mia storia di coscienza politica femminista, che di fatto è coincisa con la lettura d’impegno. Il mio primo incontro con il femminismo non è stato con qualche femminista o con qualche circolo, ma con i libri. E ho cominciato proprio dal libro più difficile, non per pretenziosità, ma perché era il primo della lista, di ogni lista: Il secondo sesso di Simone de Beauvoir. Mi ero consapevolmente imbarcata nella più impegnativa delle letture femministe perché sentivo che senza la direzione che de Beauvoir poteva indicarmi da sola non ce l’avrei mai fatta. E infatti ancora oggi quel libro faticosissimo per me rappresenta l’unico punto di partenza possibile.

Il rapporto particolare tra il femminismo, l’impegno politico e le letture d’impegno si riflette in ciò che il femminismo, di fatto, è: una teoria che è anche prassi, e viceversa. La teoria femminista è parte integrante dell’essere femministe e, allo stesso tempo, è l’esperienza delle donne e dei soggetti marginalizzati che informa la teoria femminista. Le letture che il femminismo mi ha permesso di fare rispecchiano la concezione di letteratura impegnata che Elio Vittorini formulò sul primo numero del Politecnico: «Non più una cultura che consoli nelle sofferenze, ma una cultura che protegga dalle sofferenza, che le combatta e le elimini». Questo è possibile perché le sofferenze che hanno innescato l’elaborazione teorica delle donne – non solo personali, ma collettive, sistemiche – non sono mai state considerate come un torto da riparare o come una pena da alleviare, ma come un «tentativo di evadere dalla sfera loro finora assegnata», come scriveva Simone de Beauvoir. Ciò che non smetterà mai di stupirmi e affascinarmi della letteratura femminista è proprio questo senso di trascendenza: non è mai fine a se stessa, non è mai proiettata verso l’interno, non è mai solipsistica, pur partendo dalle questioni più intime e marginali della vita delle donne.

Forse è proprio questa tensione verso l’esterno a rendere le letture di impegno così inattuali in un momento in cui la saggistica mainstream consiste quasi del tutto in libri di self help e manuali di crescita personale. I libri sui temi sociali non mancano, ma spesso finiscono col ricadere nella trappola del sé, costruendo un rapporto verticale tra autore e lettore che non ammette spazi di condivisione. I conflitti politici, dalle questioni di genere a quelle razziali, vengono letti solo nell’ottica dell’autorealizzazione: cosa posso fare per essere meno razzista? Quali comportamenti adottare per essere meno sessista? Interrogativi legittimi, ma dalla prospettiva molto limitata. In fondo, è letteratura che consola nelle sofferenze: prendo coscienza di un problema (ed è già qualcosa) che nuoce agli altri ma soprattutto a me, che mi rendo conto così di essere una cattiva persona, e provo a rimediare nell’orizzonte del privato. A volte, anche solo leggere un determinato libro che parte da queste premesse, ci sembra un atto politico eccezionale.

Molti libri femministi muovono da questa prospettiva, ma hanno anche la capacità di oltrepassarla criticamente. Un ottimo esempio è Tutto sull’amore di bell hooks, uno dei libri che più mi sono stati utili nella stesura de Il capitale amoroso. bell hooks è un’autrice prolifica che ha scritto più di trenta libri su femminismo, razza, classe, marginalità, pedagogia. In tutti vi è un punto di partenza imprescindibile: bell hooks parla sempre di sé, della sua famiglia, del suo matrimonio, della sua educazione, delle sue condizioni economiche. Ma lo fa per instradare la lettrice verso un discorso molto più vasto, dove il personale è solo un pretesto e mai un punto di arrivo. Nei suoi libri, hooks usa il suo piccolo vissuto per parlare dei problemi più grandi che ci siano. Tutto sull’amore a prima vista sembra un libro di self help, a maggior ragione perché tratta dell’argomento che in quelle pubblicazioni va per la maggiore, ma finisce con l’essere tutt’altro, un libro militante che rivendica la centralità dell’amore come azione e come pratica quotidiana di resistenza.

Scrivendo Il capitale amoroso, hooks mi ha ispirata non solo nei contenuti, ma forse ancora di più nella postura. Mi ha mostrato, pur senza mai dirlo esplicitamente, come rompere il meccanismo della singolarità, confutando l’idea che il mondo inizia e finisca con la propria esperienza e l’ha fatto proprio a partire dalla sua. Se la letteratura contemporanea, e la non fiction in particolare, non riesce più nell’intento di incidere sulla collettività e di orientare il cambiamento, è perché spesso manca di questa visione necessaria per uscire dall’impasse dell’antipolitica. Già solo il risvegliare una presa di coscienza, non nell’ottica della crescita personale ma della politica nel senso più ampio, è il miglior intento che un pamphlet, un manifesto, un saggio possa darsi al giorno d’oggi. 

Scriveva Susan Sontag il 20 settembre 1963, in una delle ultime annotazioni di Rinata: «Leggere per me è fare incetta, accumulare, immagazzinare per il futuro, riempire il vuoto del presente. Fare sesso e mangiare sono attività completamente diverse – piaceri in sé, per il presente – che non sono al servizio né del passato né del futuro. A loro non chiedo niente, neppure un ricordo».