Chiara Alessi

ARTICOLO n. 19 / 2026

IL SAPONE COME COSA

Una persona normale, ammesso che esista, ridurrebbe la recensione di questo libro a una diagnosi: l’autore è pazzo, un disturbato, un ossessivo; il traduttore un sadico, o peggio, meglio, chissà, un complice al soldo del DSM; e l’editore ha un sacco di tempo da perdere, dài. Centoquarantadue pagine, venticinque anni di lavoro, quattro generi diversi tra poesia, autobiografia, saggio, drammaturgia per parlare del sapone. E, attenzione, non il sapone come metafora, come allegoria, come qualsiasi figura retorica vi venga in mente. No, no: il sapone come cosa, fisica, materiale, vitale, girato e rigirato tra le mani, consumato fino alla sua glicerina essenza. 

Ma il punto è che io, tra le persone non normali, sono quel tipo di persona non normale che non solo trova perfettamente lecito, e anzi pure un po’ invidiabile un’operazione del genere – ad averne il coraggio! – ma che ci si appassiona pure, lo legge davvero, e arrivata in fondo pensa che andrebbe fatto leggere in tutte le scuole, da quelle secondarie di primo grado a quelle di scrittura. 

D’altronde, se puoi scrivere centoquarantadue pagine sul sapone, spaziando tra teatro e verismo, tra descrizione e astrazione, tra osservazione e poesia, dedicando venticinque anni della tua vita a consumare linguisticamente questa “specie-di-sasso-che-però”, oltre a entrare a pieno titolo nell’Oulipo, puoi scrivere qualsiasi cosa. E io ti leggerò, ti difenderò, ti declamerò, fantasticherò a mia volta sui faldoni ancora non aperti sul tappo del vino, sulla candela, sulla colla, ripenserò a quel professore di lettere di mia figlia che come primo compito in prima media chiese un saggio sul tappo della Bic, farò schiumare quelle lacrime come lo shampoo di Gaber (e non so se Gaber abbia letto Ponge, ma leggendo Ponge io ho molto pensato a Gaber). Eviterò battute sul cognome dell’autore e il suo destino, come l’autore le ha rifuggite con il sapone «buttando nel cestino tutti gli appunti o i ritagli di carta che avvolgono questo oggetto e che sono stampati con il consueto cattivo gusto delle confezioni». Rimarremo nudi, con la pelle esposta. Una di fronte all’altro, io di fronte al sapone.

Mi era già successo con il Partito preso delle cose, raccolta di poesie del 1942, dove Ponge dedicava pagine sublimi agli oggetti quotidiani. La mia preferita, forse, quella per il pane: «La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande. / Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe… E tutti quei piani subito così nettamente articolati, quelle lastre sottili dove la luce allunga con cura i suoi fuochi, – senza uno sguardo per l’ignobile mollezza sottostante. / Quel flaccido e freddo sottosuolo che chiamano mollica ha il tessuto simile a quello delle spugne: foglie o fiori vi stanno come sorelle siamesi saldate gomito a gomito tutte assieme. Quando il pane si rafferma i fiori appassiscono e si restringono: si staccano allora gli uni dagli altri, e la massa si fa friabile… / Ma rompiamola: nella nostra bocca infatti il pane deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riverenza». Che distrattamente avevo immaginato fosse quel particolare tipo di pane che da queste parti chiamiamo michetta, ma effettivamente, rileggendola oggi, era forse una baguette, che darebbe senso alla Cordigliera delle Ande, decisamente troppo estesa per girare a vuoto sul tappo a stella o rosetta del panino milanese (per altro noto per essere privo dell’ignobile mollezza sottostante, che chiamiamo mollica). A differenza del pane, il sapone è insieme oggetto di consumo e di contemplazione.

«Esattamente! Osserviamolo bene, e gli scorgeremo con emozione sul volto le tracce di questo drammatico compromesso». E qual è questo compromesso? È come se il sapone fosse fatto per l’uomo e la donna, socievole insomma, gradevole, rispettoso del suo dovere inevitabile, ma al tempo stesso “commovente” per la totale assenza di difese, o pretese di autonomia. «In effetti, nonostante ne possieda, nonostante ne sia anche ben consapevole, non si sente chiamato a proteggere dentro di sé nessun delicato meccanismo esistenziale o di principio autonomo – nessuno di quei meccanismi che hanno come unica utilità e unica giustificazione la conservazione e la perpetuazione di queste stesse esistenze, di questi stessi principi, vale a dire del loro peculiare modo di occupare e di dividere il Tempo». In fondo, dev’essere almeno vagamente indicativo di qualcosa che l’oggetto al centro del racconto de La casa del Mago di Emanuele Trevi, sia una saponetta, una di quelle in dotazione nei bagni degli hotel, che lo scrittore ricorda che la madre gli diceva di mettersi in tasca come promemoria dell’indirizzo dell’albergo quando era in viaggio con il papà molto distratto: un sapone per non perdersi o per non essere perso. E, attenzione: padre, «il mago», psicanalista…

«La preoccupazione per la sua stessa inattività finisce per formargli delle crepe. Anche se poi, di fatto, a furia di restarsene sempre così inattivo e dimenticato, si conserva solo meglio. In ogni caso, deve riuscire a conservare tutte le sue parti e, contemporaneamente, tutte le loro relative qualità. E quindi non si protegge con nessun tegumento specifico, non forma nessuna crosta, guscio, corteccia o epidermide, ed è solo con riluttanza che partecipa ad alimentare quell’asciuttezza che rappresenta la sua stessa salvezza; e alla fine decide di non consacrare e di non sacrificare per intero nessuna di quelle parti che poi finirebbero per non servire più a niente».

Sensibile, suscettibile e complicato, «il nostro oggetto giubila nel dono di sé», proprio come le pagine che lo descrivono, tanto che alla fine la sensazione è che ci sia davvero non solo una metafora, ma anche una morale con cui sfregarsi le mani arrivate in fondo al libro, per mezzo di un mezzo che è appunto il sapone, con il sapone, cioè, ci dice Ponge, «in compagnia del sapone», liberando nella gioia (objoie) tutto ciò che non ci appartiene, «purificandoci delle scorie». 

E infine lo scontro con l’acqua, dove il sapone soccombe solo per quantità, ma l’acqua esce “turbandosi”, cambiando irrimediabilmente le sue proprietà, mentre il sapone, smagrito sì, rimane intatto nei suoi principi. E finita l’azione, torna alla sua modestia ovale, taciturna, paziente. Come la pagina. Anzi, la scrittura. Ecco la metafora lunga centoquarantadue pagine, non il sapone come parola, ma la parola come oggetto incarnato, che ripulita, mescolata, levigata, cambiata, ma riconoscibile, si trascina per mezzo, in cerca dell’autenticità più che della novità. Fa questo Ponge, un’immaginazione senza distrazioni: tenere la storia da venticinque anni, scegliere ogni singola parola per centoquarantadue pagine. Passando il testimone a Michele Zaffarano, che si sporca le mani con le parole, pulendosele finché non sono libere. «Ed è così che il rapporto cambia. Non si tratta più di un rapporto di utilità o di servizio che l’uomo applica all’oggetto. Non è più che l’oggetto serve a qualcosa: non siamo più davanti a una spiegazione, ma a una creazione. Nella conclusione, troviamo qualcosa di più rispetto alle premesse quando le premesse che vengono aggiunte chiudono in maniera misteriosa quella sfera, e incurvano tutto, e le consentono di staccarsi e di volare via. E il sentimento di felicità che agita l’uomo quando le vede non inganna: l’uomo è felice perché ci ha guadagnato qualcosa». E chi lo legge, con – in compagnia di, per mezzo di – lui.

ARTICOLO n. 56 / 2024

ANONIMO

le parole del futuro

Quali parole – volenti e nolenti – ci porteremo nel futuro? Che significato hanno oggi e assumeranno domani per noi e per il mondo in cui siamo immersi? Nelle prossime settimane daremo forma a un vero e proprio lemmario con cui indagare il significato e il senso di termini ritenuti centrali dalle autrici e dagli autori coinvolti.

Qualcuno, presumo un uomo, a un certo punto ha sentito il bisogno di scrivere il proprio nome dietro un vaso in terracotta che aveva appena realizzato, uno lo ha guardato, un terzo lo ha imitato. Qualche tempo dopo, qualcun altro ha pensato di poter rivendicare un valore economico discendente da quel nome; altri poi hanno fatto in modo che quei nomi valessero di più degli oggetti che firmavano. Su ogni idea che apparisse minimamente nuova ci si è affannati a mettere ciascuno la propria bandierina: i nostri bisnonni hanno inventato la proprietà intellettuale, i brevetti come “combustibili dell’interesse sul fuoco dell’ingegno”; i nostri figli hanno la cenere firmata.

Una delle critiche che sento fare più spesso da chi osserva i progetti è la mancanza di originalità di qualcosa; e parallelamente una delle ossessioni che riscontro di più nelle generazioni più giovani dei progettisti è l’ostinazione a inventare qualcosa di nuovo e immediatamente dopo trovare il modo per proteggere quella cosa dalla possibilità che qualcun altro la copi: non solo dare il proprio nome, ma evitare che qualcun altro metta il suo. E nel frattempo non succede assolutamente niente: abbiamo tantissime bandierine e pochissime idee nuove su cui metterle. Da una parte infatti l’accesso ai mezzi di produzione aperto a tutti ha messo sempre più persone nella condizione di poter fare. Dall’altra questo fare, produrre, immettere cose nel mondo con il proprio nome, che forse doveva servire come dispositivo inconscio per lasciare tracce di sé, rimandare i conti con la nostra inevitabile mortalità, ha accelerato lo schianto contro il limite delle risorse, forse non solo strettamente materiali, e così sono finite, prima di noi. Viviamo in un tempo storico fatto di linguaggi, prodotti, progetti, interventi ma anche ideali premasticati dal Novecento. Prendiamone atto: è molto più comune liberarci di cose, ma anche pensieri, idee, fedi, ideali, amori, stili appena nati, che non di quelli che abbiamo ereditato da chi ci ha preceduto. Ma a meno di non volerci condannare alla noia del già visto, alla frustrazione del già pensato, all’infelicità del già fatto, se qualcosa di radicalmente nuovo non è possibile e non è immaginabile, forse dev’essere possibile immaginare almeno di rinunciare al “nuovo” come sinonimo di buono, interessante, degno. Decolonizzare l’approccio al fare. Liberare il fare dall’essere, avere, apparire. E, qui la dico grossa: ripensare quello che esiste fuori dal codice della paternità tradizionale. Togliere i nomi propri alle cose. Portiamo l’anonimo nel futuro.

Ora, voler portare “l’anonimo” nel futuro, fin qui, potrebbe sembrare più una reazione al dilagare di facce e nomi e firme e loghi e storie di sé ovunque, e un po’ effettivamente lo è. Ma non è solo un manifesto contro, è credo anche un antidoto per provare a salvarci dall’infelicità in cui ci schiacciano le unità di misura che abbiamo utilizzato finora per raccontare quello che abbiamo intorno: elenchi, novità, sapere, produzione, profitto, eroi, geni, protagonisti, artefici, successo, lenti attraverso cui ci arriva ogni cosa, anzi peggio, attraverso cui ogni cosa esiste oppure no.

Abbiamo compilato cataloghi di nomi, abbiamo fatto mostre intorno ai nomi, abbiamo scritto storie che sono elenchi di nomi, più o meno illustri, abbiamo raccontato i picchi della linea continua che li produceva, abbiamo registrato quello che stonava più del rumore bianco di sottofondo che lo faceva risuonare; abbiamo sostituito le immagini delle cose con le gigantografie dei loro autori; l’io, l’io, l’io, la messa in mostra della propria biografia. Bruno Munari, che proveniendo dall’avanguardia futurista se ne intendeva di vertigini dell’io, si era spinto a formulare la proposta di dare il prestigioso premio “Il Compasso d’Oro” a ignoti, ovvero a tutti quei tecnici, ingegneri, designer anonimi che avessero progettato cose d’uso non migliorabili, sensate, cioè pensate, semplici, pratiche, accessibili, intelligenti, spontanee, disintermediate. Riccardo Dialisi, che era stato tra i fondatori del movimento radicale di Global Tools, tra i primi e gli unici a rilanciare davvero l’artigianato non solo come espressione mondana, e a generare nella periferia napoletana alcune delle più interessanti espressioni di design dal basso, proponeva di sostituire il premio con il Compasso di Latta. Io dico: lasciamo perdere i premi. E lasciamo perdere pure i soggetti.  

Quando parlo di “anonimo”, infatti, io mi spingo un po’ più in là. Non è tanto questione di persona singolare o plurale, perché – a meno delle cose in natura, per le quali, infatti, pur di dare un autore, ci siamo dovuti inventare che sono creazioni di Dio – ogni cosa ha sempre almeno un io, un tu o un lui o in alcuni casi una stratificazione di interventi di noi, voi, essi all’origine della sua storia, e che spesso è un limite nostro non conoscere o riconoscere (o se non nostra, è colpa delle didascalie a non trasferirceli nel modo debito e corretto). Con “anonimo” non mi riferisco al soggetto, che proprio vorrei ci disinteressasse, ma all’oggetto, e indico quella produzione della cultura materiale o visiva per la quali Gio Ponti aveva trovato una definizione bellissima e contraddittoria: perché “anonimi” è un aggettivo delle cose per dire che sono cose senza aggettivi: cose che sembrano essere sempre state lì e che danno l’idea che lo saranno per sempre, cose senza segni, senza tempo e senza geografia, eppure al tempo stesso assolutamente generate in una storia e in uno spazio a volte molto precisi. Macchine minime, si dice con un’altra espressione felice: derivate direttamente dalle ragioni della loro materia, della loro pratica, della propria storia produttiva. Cose che non hanno un nome proprio, o ne hanno assorbiti molti e diversi a seconda del tempo e delle latitudini in cui sono nate. Cose senza bandierine.

L’“anonimo” non necessariamente è l’“archetipo”, e nemmeno il “prototipo” o l’“oggetto primo” o “platonico”, perché all’anonimo non interessa il primato, sta in terra e non nell’aria, non è un simbolo, né un segno, né un segnaposto, non è una cosa che sta al posto di un chi

Ma soprattutto l’anonimo non è l’anonimato. Non è la negazione del proprio nome o la volontà di tenerlo nascosto, è il nessuna volontà del nome. Non è la maschera attraverso cui lasciare segni, è il non segno. Non è la firma che dichiara “non mi troverai mai”, è l’oggetto che dice di “non perdere tempo a cercare la firma”. Non è l’io, è il noi. Non è il prima, è l’oltre. Quindi, ripensandoci, forse non è nemmeno da portare nel futuro, perché lo troveremo già lì.