Eva-Kristin Urestad Pedersen

ARTICOLO n. 34 / 2021

Esiste un modo italiano di raccontare le storie?

«Questo discorso è proprio da norvegesi!» esclamò il mio compagno, quasi infastidito, una sera che guardavamo una puntata di una serie norvegese su Netflix.

L’episodio che ha provocato la reazione di Luigi era una discussione di coppia fra due protagonisti: lei lasciava lui con la spiegazione, ovvero, con le parole «non ce la faccio più». Lui, l’uomo, che stava per essere lasciato da moglie e figlia, né protestava né si difendeva. Lei se ne è andata e la scena è finita lì.

Io, da norvegese, non reagii particolarmente alla brevissima e poco emotiva conversazione che al mio compagno sembrava quasi surreale e, anche se provocato da una serie tv piuttosto banale, l’accaduto mi fece riflettere sulle differenze culturali nel nostro modo di raccontare storie – in un mondo non solo globalizzato da tempo, ma ormai unito anche da Netflix.

Ci sono differenze culturali identificabili e riconoscibili che ci permettono di distinguere fra uno stile italiano e uno stile norvegese o nordico, o uno stile giapponese e così via? È visibile anche nella letteratura contemporanea?

Un salto al jazz

Un amico mio, Luca Vitali, un grande conoscitore di jazz norvegese, una volta che lo intervistai, mi spiegò che un musicista norvegese, prima di iniziare a suonare, ascolta. Solo dopo aver ascoltato, cerca di prendere il suo posto in quella musica e farne parte.

«Il jazz norvegese è musica con più spazio» diceva Vitali, poi mi avvertì: «Un compositore norvegese non si mette seduto accanto al fiordo e compone. Lo spazio riflette un modo di essere che esiste in lui già prima di diventare compositore, che è indipendente dal fatto che compone musica».

Secondo Luca Vitali, le caratteristiche della musica norvegese derivano in parte dal fatto che un norvegese d’istinto cerca silenzio e solitudine, mentre un italiano per esempio cerca la compagnia e il caos.

Vitali illustrava tutto questo paragonando il modo di parlare dei norvegesi con quello degli italiani. «Se ti siedi a un tavolo pieno di italiani», diceva, «il tuo posto nella conversazione lo devi quasi conquistare, interrompendo, parlando più alto, più convincente, più interessante», sottolineava Vitali.

Infatti, tante volte io mi sono trovata in difficoltà in questi discussioni vivaci, silenziata dalle chiacchiere degli altri che non mi lasciavano nessuno spazio, tanto che più di una volta sono passata per una persona di poche parole, mentre in realtà era solo che non capivo come fare.

Non capivo perché non ero abituata. In un gruppo di norvegesi invece, come ricordava anche Vitali, uno aspetta il suo turno, si interrompe poco o niente, si ascolta e poi si prende la parola. Se ci sono attimi di silenzio, non fa niente.

Ma queste differenze musicali sono riconoscibili anche nella letteratura?

Lo stile nordico

Un po’ di tempo fa ho intervistato Cristina Gerosa, direttrice editoriale della casa editrice Iperborea, che pubblica esclusivamente letteratura nordica. Ho chiesto a Gerosa quali sono le caratteristiche della cosiddetta letteratura nordica, rispetto a quella europea continentale.

«L’uso dell’ironia, una certa tendenza avanguardista nella scelta di argomenti da trattare, e il ruolo della natura», fu, in poche parole, la risposta (quella di Gerosa era molto più elaborata). Seguendo lo stesso ragionamento, è possibile identificare tratti comuni anche della letteratura italiana?

Quella italiana potrebbe allora essere una letteratura vivace, piena di parole, quasi vistosa, lirica, concentrata più che altro sugli incontri umani, sullo stare insieme, un riflesso, insomma, del modo d’essere degli italiani. È così?

La mia risposta, francamente, è no.

È da qualche anno che recensisco libri per Internazionale, il settimanale. Tutti i libri che recensisco sono di autori italiani, quasi tutti sono romanzi.

Sebbene la scelta di argomenti (la sceneggiatura?) dipenda spesso dalla terra che ha nutrito lo scrittore, non credo ci siano degli elementi comuni abbastanza dominanti per poter identificare uno «stile narrativo italiano».

Ascetismo narrativo

Prendiamo Lorenzo Alunni, un giovane scrittore italiano, che si muove in un territorio decisamente (e più esplicitamente) italiano nel suo Nel nome del diavolo. Il viaggio da Lampedusa in su attraversa un’Italia mitica, misteriosa, occulta, quasi una sfida culturale e popolare all’Italia ufficiale.

Come letteratura, però, il romanzo di Alunni riporta molto più alle tradizioni sudamericane, al famosissimo realismo magico degli scrittori del nuovo continente, da Marquez ad Allende, piuttosto che a uno stile letterario italiano vero e proprio.

Un libro, non uno stile, italiano

Tutto diverso, invece, per Niccolò Ammaniti. La sua fantasia immisurabile sì che ha qualcosa di infinitamente italiano. A chi verrebbe in mente di inventarsi una banda di sardi vestiti di arancione che vanno in giro in India, o figli giganti di atleti russi scappati dagli Olimpiadi del ’60 che vivono sotto Villa Ada, se non a un italiano, come lui ha fatto in Branchie o in Che la festa cominici?

Uno si potrebbe immaginare un gruppo di scrittori italiani che, ispirati da Ammaniti, spingono le loro rispettive fantasie, già ben sviluppati semplicemente perché sono cresciuti qui, a nuovi limiti come esercizio di gruppo, una sorta di una nuova avanguardia letteraria.

Se esistesse un gruppo così in grado di produrre libri al livello di quelli di Ammaniti, ne sarei, e sicuramente non solo io, incantata. Purtroppo, almeno che io sappia, non ci sono, e lo stile di Ammaniti rimane un marchio suo personale.

In Norvegia si fa pure il noise

«Musicisti norvegesi fanno anche musica noise (musica rock ispirata dal rumorismo dei futuristi, ndr)», diceva Luca Vitali, mentre parlava del jazz norvegese, come per sottolineare che il legame fra uomo e natura non si traduce sempre in musica contemplativa e spaziosa, e che anche se i norvegesi tendono al silenzio, non è un valore assoluto nel paesaggio musicale norvegese.

Ho pensato molto alle sue parole mentre leggevo Ultimo parallelo di Filippo Tuena.

C’è poco del solito caos romano nel capolavoro del romano Tuena. La storia della fatale spedizione dell’inglese Scott nell’Antartide, in cui Scott e i suoi uomini non solo persero la gara per arrivare primi al polo, sconfitti da una spedizione norvegese, ma persero anche la vita.

Tuena racconta la loro storia, ma il vero protagonista del libro non sono gli esploratori, è la vasta, durissima imperdonabile natura dell’Antartide:  

«[e] se questo labirinto di ghiaccio fosse la meta ti dici mentre la mia immagine riflessa come in uno specchio appare dietro la crosta lucida e azzurra e se questa fosse la via, il sentiero che conduce al regno di sotto».

E di seguito:

«mangiasse fiori di loto che fanno dimenticare la nostalgia di casa e la via del ritorno tutto sarebbe più facile ma perché rendere le cose più facili che senso ha renderle più facili quando sono impossibili».

Branding

Il libro di Tuena, infatti, rientra quasi perfettamente nello stile nordico proposto da Iperborea e altri, il che fa inevitabilmente riflettere.

Anche se ho tantissimo rispetto per Iperborea come casa editrice, credo nello stesso tempo che nutra un’immagine del nord più che altro costruita. 

Lo stile nordico, in realtà, è diventato un marchio che gli stessi nordici cercano di rafforzare tramite migliaia di iniziative culturali, letterarie e non, promosse dalle varie ambasciate in tutto il mondo. È poco altro che un marchio, e i loro tentativi di rafforzare questo stile costruito sono poco altro che una semplice strategia di marketing. 

Pertanto non ci sono, nella scelta degli autori di Iperborea e di altri editori come loro, tantissimi scrittori nordici che, anche se molto seguiti nel paese d’origine, non seguono questo stile lucidato del brand nordico.

Ma sembra una limitazione, non un punto di forza.

Una patria letteraria

C’è un altro scrittore che, pure lui, spesso sembra avere più in comune con un silenzioso e pensieroso nordico che con un vivace italiano. Penso a Claudio Magris, che ha uno stile quasi meditativo, sia quando racconta una favola basata sulla vita di un gabbiano, sia quando insegue le storie vere dei mitteleuropei immigrati in Argentina.

Più che nordico, però, lo stile di Magris mi sembra figlio del mondo universitario-letterario dello scrittore. Magris utilizza una saggezza e una cultura che piazza pienamente in una tradizione non tanto italiana, che intellettuale e globale.

«la patria di un uomo – il luogo in cui ci si sente a casa nella vita e i cui colori, paesaggi, venti sono la familiare musica dell’esistenza – è la terra in cui vivono i suoi figli o quella in cui sono sepolti i suoi genitori?» chiede Magris in Croce del Sud.

La sua domanda mi sembra valida anche nella letteratura: sono le nostre origini o le nostre storie di vita che condizionano la nostra scrittura?

Un discorso continuo

Forse può rispondere Nicola Lagioia.

La città dei vivi è un pugno nello stomaco, racconta fatti reali così crudeli e surreali che uno stenta a crederci. Nel farlo, però, Lagioia riesce a raccontare una città, Roma, com’è oggi e come probabilmente è sempre stata – il motivo per cui è realmente la città eterna. Roma non può morire perché c’è troppa vita incontrollabile, non regolare, per il bene ma anche per il molto male.

Il libro di Lagioia l’ho letto più come un inno a Roma che come il racconto di un accaduto terribile.

Lagioia non è romano, è pugliese, ma ogni tanto ci vuole qualcuno di esterno per tirare fuori certe verità di un luogo. Qualcuno che abbia abbastanza conoscenza di un posto per poterlo decifrare, ma con sufficiente distanza da poter vedere le cose come sono realmente.

Allora la nostra casa letteraria si costruisce con un continuo movimento mentale fra le nostre origini e le nostre destinazioni, reali e/o immaginarie.

La costruzione di un mito

In una riflessione pubblicata su Financial Times, il giornalista Janan Ganesh parla dello «myth-making», la costruzione dei miti, che accompagna le nostre nazioni. «Senza questi miti», scrive, «semplicemente non credo che la nazione esiste». 

Ganesh non parlava della letteratura, parlava del nazionalismo in generale, ma sono due cose parallele. Uno stile letterario nazionale necessiterebbe di un concertato «myth-making» letterario, come è accaduto con lo stile nordico.  

Detto in un altro modo: uno stile letterario italiano potrebbe sicuramente esistere però bisognerebbe crearlo. Ma vale veramente la pena, considerando tutti quei libri e quegli autori che non sono conformi a quello stile e che, di conseguenza, rimarrebbero esclusi?