Chiara Faggiolani

ARTICOLO n. 95 / 2026

OGNI LETTURA È UNA STORIA PERSONALE

I LIBRI COME MEDIATORI

Pubblichiamo un estratto dal saggio di Chiara Faggiolani, Lettura, appartenenza e senso di comunità contenuto nell’ultimo numero della rivista Il Mulino. Ringraziamo l’autrice e l’editore per la disponibilità.

Assumo una concezione della conoscenza non come qualcosa che si possiede o si trasferisce, ma come qualcosa che accade tra le persone. La conoscenza prende forma nelle relazioni, negli scambi e nelle pratiche condivise. È, prima di tutto, un fatto sociale.

In questa prospettiva, la lettura socializzata rappresenta uno dei dispositivi privilegiati attraverso cui tale processo si realizza. I libri diventano occasioni di incontro, le storie luoghi di confronto, la lettura un’esperienza profondamente trasformativa con ricadute sociali misurabili. 

Tra le molte storie raccolte in questi anni, ce n’è una che più delle altre mi ha aiutato a

comprendere la forza delle comunità della conoscenza come dispositivi di appartenenza; una storia che arriva da Bologna e che ha segnato per me un prima e un dopo.

Amedeo Granelli aveva ventidue anni, studiava Cooperazione internazionale a Milano e coltivava una passione profonda per le parole. Da bambino diceva a sua madre, Rossana, di sentirsi fortunato perché amava leggere.

A lei, in risposta, dicevano che lo aveva cresciuto «troppo umano»: un’espressione che richiama le parole dello psicologo Jerome Bruner, per il quale la narrazione è una dimensione fondamentale della nostra essenza di umani, al pari della posizione eretta o del pollice opponibile.

Amedeo appare immerso fin da piccolo in questa dimensione narrativa dell’esistenza: leggere, annotare parole, raccogliere frammenti di senso non è un’abitudine, ma una forma di relazione con il mondo. Annotava tutto su un quadernone a quadretti: parole sconosciute, testi rap, pensieri che gli si attaccavano al cuore e al cervello. Non scriveva per essere letto, ma per trattenere l’intensità con cui viveva le cose. Lo facciamo in tanti.

Nell’agosto del 2016 muore in un incidente in Colombia, dove stava svolgendo un’esperienza di volontariato. Ciò che accade dopo è difficile da contenere in un saggio senza lasciarsi sopraffare dall’emozione. Vale però la pena provarci, perché intorno a questa perdita prende forma qualcosa che va molto oltre la vicenda individuale e che ci aiuta a capire come nascono le comunità della conoscenza, il loro potere straordinario e i motivi che spingono le persone a farne e a restarne parte.

Gli amici di Amedeo chiedono ai genitori, Stefano e Rossana, se avessero ritrovato il quadernone. Non era andato perso. Le pagine vengono trascritte e diventano un libro, Verso estro sul quaderno a quadretti. Tutti i testi rap, pubblicato nel 2018 dalla casa editrice Pendragon. Ma il libro, in questa storia, è soltanto l’inizio. Attorno a quelle parole e alla memoria di Amedeo prende forma nel tempo una rete di relazioni sempre più ampia. Gli amici organizzano concerti rap, camminate sugli Appennini, giornate commemorative (gli «Amedays»).

Nel 2017 viene piantato un ginkgo biloba in sua memoria nel parco di Chiesanuova, a Bologna, lo stesso dove Amedeo da bambino andava a scuola e si appartava a scrivere sul quadernone. Il ginkgo non è un albero qualunque: è un «fossile vivente» – pare che Darwin lo definì così per le sue antichissime origini – capace di sopravvivere a condizioni estreme. Per questo viene associato alla resilienza, alla continuità e alla speranza. Due anni più tardi, a pochi passi dall’albero, viene inaugurata una piccola casetta per il bookcrossing. L’idea è semplice: un luogo fisico dove le parole, che tanto stavano a cuore ad Amedeo, potessero stare, essere toccate, prese, lasciate. Da allora circa 600 libri ogni anno – ognuno timbrato con il logo «Amebookcrossing» – passano di mano in mano facendo percorsi imprevedibili. La casetta diventa presto un punto di riferimento per molte persone. Non soltanto per chi aveva conosciuto Amedeo, ma anche per chi s’imbatte casualmente in quei libri.

Qualcuno prende un volume e ne lascia un altro; qualcuno torna; qualcun altro si ferma semplicemente a osservare. Dal 2021, ogni giovedì sera da aprile a settembre e la domenica pomeriggio da ottobre a marzo, persone diverse si ritrovano sotto il ginkgo per leggere ad alta voce un breve brano. Si arriva, ci si dispone in cerchio, ciascuno legge per circa due minuti un frammento di un libro che ha scelto. Non esistono criteri di selezione particolari: si legge ciò che si è amato, ciò che si sta attraversando, ciò che si sente il bisogno di condividere in quel momento. Quasi nessuno riesce a stare nei due minuti: la condivisione ha bisogno di più spazio di quanto pensiamo.

La struttura è semplice: non esistono gerarchie, non ci sono esperti o facilitatori, la parola circola da una persona all’altra. Eppure proprio questa semplicità rende possibile qualcosa di raro. Ogni lettura porta con sé una storia personale, un’emozione, una domanda, un passaggio di vita. Chi arriva per la prima volta spesso resta colpito dalla semplicità del rito. Si può partecipare una sola volta oppure tornare ogni settimana. Anche qui alcuni hanno conosciuto Amedeo, altri no. Alcuni arrivano per curiosità, altri perché cercano un luogo in cui sentirsi meno soli, altri ancora perché desiderano condividere una passione che altrove non trova spazio. Nel tempo, attorno al ginkgo e alla casetta dei libri, si è formata una rete di relazioni che continua ad allargarsi.

Attraverso il libro, ciò che appartiene all’esperienza individuale viene condiviso e accolto dagli altri. Raramente si parla direttamente di sé. Quasi nessuno conosce quale lavoro fa l’altro. Sono i libri a farsi mediatori dell’incontro.

ARTICOLO n. 58 / 2026

ARRIVARE PRIMA PER RESTARE A LUNGO

A volte sono le cose che viviamo a permetterci di comprendere in modo più profondo ciò che leggiamo, arrivandone all’essenza. Oppure accade il contrario: è una lettura, arrivata nel momento giusto, ad amplificare la nostra esperienza, rendendola quasi “aumentata” e facendoci sentire con maggiore consapevolezza ciò che stiamo vivendo.

Mi è successo nei giorni scorsi mentre ero a Palermo per un ciclo di incontri organizzato negli spazi della Biblioteca comunale a Casa Professa e all’Archivio storico con le “comunità della conoscenza” della città: l’insieme di persone, associazioni e istituzioni che mettono in comune saperi, esperienze e storie, facendo della lettura una pratica di sviluppo di conoscenza, relazioni e benessere per le persone e le comunità. L’obiettivo degli incontri era consolidare la rete e riflettere insieme sul potenziale trasformativo della lettura a partire da ciò che ogni comunità ha appreso attraverso le proprie pratiche.

La lettura del libro Il mestiere di educare di Francesco Erbani, pubblicato recentemente da Donzelli nella collana “Saggi. Storia e scienze sociali” (con la Prefazione di Giulio Cederna e l’Introduzione di Marco Rossi-Doria), e i miei incontri sono entrati in dialogo e si sono illuminati a vicenda.

Da molto tempo desideravo questo viaggio a Palermo, una città che esprime un modello di promozione della lettura profondamente diverso da quelli che vengono abitualmente raccontati nei convegni di settore: un ecosistema particolare che raramente trova spazio nelle narrazioni pubbliche.

Lo scorso anno, in occasione di Una Marina di Libri, l’AIE aveva presentato dati particolarmente significativi sulla Sicilia: un divario strutturale inaccettabile fatto di biblioteche insufficienti, dotazioni librarie sotto la media nazionale e – dato forse più grave – assenza totale di figure professionali dedicate in quasi la metà delle biblioteche siciliane. L’esito è uno squilibrio che si traduce in un accesso profondamente diseguale alle opportunità culturali: per ogni libro preso in prestito da un cittadino siciliano, ventiquattro vengono presi in prestito da un cittadino del Centro-Nord.

Eppure, a fronte di questi numeri impietosi, io conoscevo altre storie. Quelle delle pratiche culturali che nascono dal basso e che, nonostante le fragilità strutturali, continuano a generare innovazione sociale e comunitaria: il New Book Club fondato da Alessio Castiglione nel 2012[1], Illustramente animato da Rosanna Maranto[2]; Booq, la bibliofficina di quartiere in Piazza Kalsa[3], Dudi – una delle più belle librerie italiane per bambini – aperta da Maria Romana Tetamo nel 2013, e molto altro.

A me sembrava insomma che, a fronte di quella aridità strutturale – di fronte cioè a quello che la gran parte potrebbe percepire come un terreno inospitale – qualcuno fosse stato capace di vedere delle opportunità. Così ho cercato nell’ambito della botanica e dell’ecologia dove sono solita trovare spiegazioni e ho trovato la storia delle cosiddette “piante pioniere”: specie in grado di insediarsi per prime in terreni inospitali e degradati, per esempio colpiti da calamità naturali, da frane, incendi e perfino da colate laviche, che comportandosi come “apripista ecologiche” cominciano a ad arricchire il suolo di nuove sostanze nutritive trasformandone progressivamente l’habitat. Sono piante capaci di abitare le condizioni più difficili e di predisporre il terreno a forme di vita successive. Le betulle, per esempio, appartengono a questa famiglia simbolica di resilienza naturale. 

I miei incontri a Palermo mi hanno permesso di conoscere una costellazione di esperienze ancor più variegata: il gruppo di lettura Ortiche del bistrot libreria Radici, animato da Margherita Chinnici; quello dell’enoteca Prospero; il club del libro alla londinese nato su input della scrittrice Simonetta Agnello Hornby; il gruppo Modus Club della libreria Modus Vivendi; il Silent Book Club di Intenszioni; la Parentesi Letteraria; il Laboratorio Zen Insieme[4], che opera da oltre trent’anni nel quartiere Zen di Palermo per il superamento di ogni forma di marginalità. Ma anche le attività realizzate dal Sistema Bibliotecario di Ateneo di Palermo nella cornice della terza missione. Potrei continuare ancora a lungo.

Le giornate trascorse con bibliotecarie e bibliotecari, gruppi di lettura, associazioni e comunità di lettori e scrittori sono state attraversate da una sensazione difficile da descrivere eppure molto concreta: quella di trovarsi dentro un ambiente capace di generare una straordinaria e magnetica energia culturale. La sensazione è stata simile al primo bagno in mare dopo l’inverno, quando il contatto con l’acqua restituisce improvvisamente lucidità, vitalità e desiderio di movimento. In questo caso, il desiderio è stato quello di pensare insieme. A colpirmi non sono stati soltanto i singoli progetti, ma il fatto che tutti sono sostanzialmente e unicamente fondati sulla relazione.

Ed è qui che il libro di Francesco Erbani mi ha offerto la lente di cui avevo bisogno. Il mestiere di educare si situa al cuore di uno dei temi più urgenti del nostro tempo: la povertà educativa. Non la affronta in astratto, ma attraverso le comunità educanti che ogni giorno la contrastano – nei quartieri difficili, nelle scuole di periferia, nei territori in cui lo Stato arriva tardi o non arriva affatto.

L’Autore ricostruisce un vero e proprio ecosistema educativo attraverso una preziosa raccolta di microstorie affidate alle voci dei loro protagonisti. Il punto di partenza è il progetto Tornasole, realizzato tra il 2020 e il 2024 in alcuni quartieri della periferia est di Roma dalla Fondazione Paolo Bulgari e dall’impresa sociale Con i Bambini. Molti degli intervistati hanno preso parte direttamente a quell’esperienza. 

Grazie a un uso sapiente dell’intervista, il libro però non si limita a raccogliere testimonianze e raccontare progetti ma restituisce la complessità, la profondità e l’umanità delle esperienze raccontate, facendo emergere le tensioni, le fragilità ma soprattutto le speranze che attraversano il lavoro educativo nei territori più difficili. 

Il volume è articolato in due parti. La prima, Azioni, raccoglie tredici interviste a dirigenti scolastici, educatori, psicologi e operatori impegnati quotidianamente sul campo. La seconda, Riflessioni, propone otto contributi che aiutano a collocare quelle esperienze all’interno di una cornice più ampia, offrendo strumenti interpretativi per comprendere le trasformazioni educative, sociali e culturali che attraversano il nostro tempo.

Ne emerge un racconto corale che tiene insieme pratica e pensiero, esperienza e analisi, mostrando come l’educazione sia sempre il risultato di un lavoro collettivo e relazionale e la centralità delle persone da intendersi esse stesse come strumento di lavoro. Ma soprattutto il libro racconta il mestiere di educare nei luoghi della marginalità dando voce a chi ogni giorno lavora lontano dai riflettori e dalle narrazioni dominanti. «Le testimonianze e le riflessioni qui raccolte sono di donne e uomini che non parlano spesso pubblicamente. Nel mezzo di un chiasso assordante e sovente malsano», ricorda Marco Rossi-Doria, «le loro parole sono gemme. Lo sono perché si pongono a presidio della speranza, quella vera, che si basa sull’agire di chi fa le cose in virtù di un pensiero robusto e sofisticato».

Gli elementi in comune con quanto descritto sopra non sono pochi. Le storie di Erbani attraversano Roma soprattutto, Genova, Napoli e molte altre geografie dell’educazione. Anche Palermo. Tra le pagine emerge una verità semplice e potente: ogni ragazzo esprime parti diverse di sé a seconda del contesto che incontra e per questo educare significa prima di tutto costruire contesti. Significa guardare alle ragazze e ai ragazzi non come alunne/i, allieve/i- il grande limite della scuola e anche dell’università, se posso dire – ma come pioniere e pionieri. Significa essere “artigiani della relazione” e “professionisti della speranza” come scrive Marco Rossi Doria. Significa lavorare insieme. Lo dice chiaramente Giulio Cederna nella sua Prefazione “Tutti insieme, l’unica strada possibile”. 

Come nel libro di Francesco Erbani, anche negli incontri con le comunità della conoscenza palermitane emergeva con forza una visione che va ben oltre l’idea di gruppi di lettura, biblioteche di frontiera o comunità di scrittura come semplici “erogatori di servizi”. Ciò che ho visto è qualcosa di diverso e di più profondo. Sono luoghi in cui le persone possono immaginarsi altrimenti, sperimentare forme inedite di partecipazione (penso alla incredibile esperienza di scrittura di comunità che ho vissuto grazie a New Book Club) e allargare il proprio orizzonte di possibilità. 

In questo senso, nutrono ciò che Arjun Appadurai chiama la capacità di aspirare: la facoltà tutt’altro che scontata di immaginare un futuro desiderabile e di riconoscere i percorsi per raggiungerlo. Un’idea che trova la propria radice nella pedagogia del desiderio. “L’arte stessa è educazione”, ripeteva instancabilmente Cesare de Florio la Rocca. Quando un soggetto ha smarrito la capacità di desiderare è il bello a poterlo ridestare. L’arte genera bellezza e la bellezza risveglia il desiderio.

Eppure oggi queste esperienze vengono osservate con sguardi separati. Le comunità educanti di cui parla Erbani e le comunità della conoscenza che descrivo nel mio libro Libri insieme operano spesso in parallelo, senza essere riconosciute nitidamente come parti di uno stesso progetto di sviluppo umano. È un’occasione mancata, perché parlano la stessa lingua che è quella della relazione, della cura, della presenza e affrontano le stesse criticità sebbene in fasi diverse della vita. Il tema della povertà educativa non si ferma ai più giovani ma arriva agli adulti incrociando ad esempio quello dell’apprendimento permanente, che dovrebbe assumere sempre maggiore rilevanza soprattutto alla luce dell’andamento dell’indice di vecchiaia, ovvero il rapporto tra popolazione di 65 anni e oltre e popolazione di età 0-14 anni. 

Lo ricorda nel libro lo stesso Marco Rossi Doria “In questo dato è racchiusa la descrizione forse più chiara di quel che ci sta succedendo rispetto al rapporto che vi è tra vecchi e giovani, tra passato e futuro. Oggi per ogni 100 persone di età 0-14 anni ve n’è il doppio che ha 65 anni e oltre, 199,8”.

Chi anima comunità educanti e comunità della conoscenza, in entrambi i casi, è ciò che Donald Schön chiamerebbe un “professionista riflessivo”: qualcuno per cui la componente politica e valoriale è decisamente determinante nell’agire, che non applica procedure standardizzate ma costruisce sapere dentro l’azione stessa in dialogo costante con le situazioni che incontra e con le persone che ha di fronte. Sono soggetti che non eseguono un programma, piuttosto si lasciano sorprendere e rimettono in discussione le proprie cornici quando la realtà non risponde come avevano previsto. È una attitudine che si impara facendo e che si affina solo se c’è spazio per fermarsi e pensare. 

Ed è proprio qui che si annida la criticità più urgente e più trascurata: il tempo. Non il tempo dell’emergenza o del bando in scadenza, ma il tempo lento e protetto necessario per riflettere sull’esperienza, per condividerla con altri, per trasformarla in conoscenza collettiva. Senza questo tempo, anche le pratiche più preziose rischiano di restare invisibili a se stesse, efficaci forse sul momento, ma non capitalizzabili, non trasmissibili e incapaci di fare sistema.

Come ci ricorda il libro di Erbani, le relazioni non nascono per caso; richiedono quello che potremmo chiamare “l’esercizio della sorveglianza dei comportamenti e della parola”. Sono queste le condizioni che rendono possibile una comunità educante solida e sono le stesse che garantiscono la sostenibilità delle comunità della conoscenza.

In questo quadro, c’è un soggetto che rischia di restare ai margini del discorso: la scuola. Luogo delle grandi opportunità per eccellenza, come emerge dal volume di Erbani, la scuola è ancora troppo spesso pensata come un sistema autosufficiente, separato dal tessuto culturale e sociale che la circonda. Eppure è proprio dalla connessione con le comunità educanti e le comunità della conoscenza che la scuola potrebbe trarre nuova linfa.

Ciò che il libro di Erbani, mescolato alle tante voci ascoltate a Palermo, mi ha restituito è una consapevolezza rinnovata, semplice e insieme radicale: il benessere delle persone non si costruisce su una sola dimensione. Ne richiede almeno quattro, tra loro inseparabili – educazione, cultura, salute, sociale – come le gambe di un tavolo. Se una cede, cede l’intera struttura. Ed è esattamente questo che accomuna le fragilità dei territori più difficili: non la mancanza di singoli interventi, ma l’assenza di una visione capace di tenerli insieme. 

Ma una visione integrata non nasce da sola. Richiede una scelta, politica, prima ancora che organizzativa. Scegliere di investire sulla relazione come infrastruttura sociale, con la stessa serietà con cui si investe su strade e ospedali. Scegliere di riconoscere che chi lavora nei territori più fragili – l’educatore, il bibliotecario, l’animatore di un gruppo di lettura – non sta tappando buchi ma sta costruendo qualcosa di essenziale per la democrazia. Senza questa scelta valoriale a monte, il rischio è che anche le migliori pratiche restino episodiche, affidate all’entusiasmo di pochi e alla fortuna dei finanziamenti. 

In un contesto in cui l’iperconnessione e il digitale occupano spazi sempre più ampi dell’esperienza quotidiana, in cui perfino l’intelligenza artificiale rischia di diventare un interlocutore privilegiato a fronte della crisi delle tradizionali agenzie educative, ciò che queste comunità producono è qualcosa di radicalmente umano. “Noi persone siamo il nostro strumento di lavoro”: questa frase, che attraversa il libro di Erbani, risuona identica nelle parole di chi anima una biblioteca di quartiere, un gruppo di lettura, un laboratorio di scrittura.

Il punto di contatto più profondo tra comunità educanti e comunità della conoscenza riguarda una questione di cui si parla ancora troppo poco: la continuità. Entrambe operano attraverso la relazione umana. Entrambe hanno come principale strumento di lavoro le persone. Entrambe generano cambiamenti che richiedono tempo, fiducia, presenza e moltissima cura. E proprio per questo condividono la stessa fragilità: quando le persone vengono meno, rischia di disperdersi anche il patrimonio di relazioni, competenze e significati che hanno costruito.

La sfida dei prossimi anni non è allora quella di sostenere una molteplicità di singoli progetti spesso costretti a rincorrere bandi e scadenze, ma quella di prendersi cura dell’infrastruttura umana che li rende possibili. Occorre creare le condizioni affinché le conoscenze maturate, le pratiche e le relazioni costruite non si disperdano alla conclusione di un progetto ma possano essere condivise e continuamente rielaborate. 

Dobbiamo in sintesi imparare a rimescolare saperi ed esperienze, facendo dialogare comunità educanti e comunità della conoscenza, riconoscendole come parti di un unico ecosistema di accompagnamento sociale e di contrasto alla povertà educativa che sostiene le persone nelle diverse fasi della vita.  Le comunità educanti accompagnano i bambini nelle fasi cruciali della crescita e con loro le famiglie. Le comunità della conoscenza accompagnano le persone per tutta la vita sostenendo l’apprendimento continuo e la partecipazione attiva. Insieme, e solo insieme, possono garantire ciò che raramente riusciamo a costruire: un accompagnamento sociale che attraversa le generazioni senza interrompersi. 

È proprio la logica generazionale, quella che concentra risorse ed energie su una sola fascia d’età, sui bambini oppure sugli adulti, sui giovani oppure sugli anziani, uno dei tratti che spiega il fallimento di tante iniziative pur ben intenzionate. Intervengono in un momento, su un segmento, e poi si ritirano. Ma le persone non vivono per segmenti. La scuola potrebbe essere il luogo in cui questa consapevolezza diventa strutturale e permanente: il nodo visibile di una rete che non si spezza. La scuola aperta come hub territoriale.

C’è una frase che attraversa il libro di Francesco Erbani e che continua a risuonarmi dentro. È quella attribuita a don Alfonso Alfano: «I ragazzi sono di chi arriva prima». Ma forse oggi dovremmo aggiungere qualcosa. I ragazzi sono di chi arriva prima, certo. Ma restano di chi riesce a restare.

Altre letture

Suggerisco di intrecciare la lettura di questo libro con: Essere ibridi, a cura di Francesco De Biase e Alma Gentinetta (Franco Angeli, 2025); Michele Arena, Dipende dalla classe (Il Margine, 2025); Franco Lorenzoni, Educare controvento. Storie di maestre e maestri ribelli (Sellerio, 2023); Jimmy Wales con Dan Gardner, Le 7 regole della fiducia (Garzanti, 2026); Emiliano Sbaraglia, Leggere Dante a Tor bella Monaca (Edizioni e/o, 2025); Richard Sennett, Insieme (Feltrinelli, 2012).


[1] https://www.newbookclubcommunitylab.it/chi-siamo/ In questi anni ha fondato una sua metodologia descritta nella pubblicazione Introduzione alla scrittura di comunità inserita dentro la raccolta Medicina narrativa. Teorie, pratiche, testimonianze a cura di Paola Villani e Michele Paragliola.

[2] https://www.illustramente.it/blog/

[3] https://www.booqpa.org/

[4] https://www.zeninsieme.it/

ARTICOLO n. 44 / 2024

I LIBRI DI ADRIANO OLIVETTI

Pubblichiamo un’anticipazione dall’ultimo libro di Chiara Faggiolani, Il problema del tempo umano. Le biblioteche di Adriano Olivetti: storia di un’idea rivoluzionaria (Edizioni di Comunità) da domani in tutte le librerie. Ringraziamo l’autrice e l’editore per la disponibilità.

I libri sono un elemento fondamentale della vita di Adriano, nella sua infanzia e nella sua educazione: i libri non da possedere, non come oggetto, ma considerati per ciò che essi incarnavano nella loro funzionalità. La conoscenza, l’ispirazione, la visione alla base dei suoi “progetti di rigenerazione totale del mondo”.

Per questo forse non è azzardato dire che ad Adriano i libri non bastavano: aveva bisogno di ascoltare, di capire interagendo, di investigare e di intercettare nuove idee aprendosi soprattutto ai giovani, che andava a cercare e da cui riusciva a tirare fuori il meglio, spesso aiutandoli a capire e scoprire la loro vocazione «dietro lo sportello di una banca come Barolini, fra gli studiosi impegnati nel terzo mondo, come Meister, tra i banchi della scuola come Pampaloni, tra gli ultimi anarchici come Doglio e Fedeli, tra i perseguitati politici come Tulli, tra i reduci di Nomadelfia come Perego, tra pasticcieri come Strobbia o tra i ceramisti come Giorda. Parlava loro con grande umanità, ma, soprattutto, con estremo “pudore”, dimostrando molto interesse per il messaggio, piccolo o grande che fosse, di cui ogni uomo è portatore. Tutto ciò che era intelligente lo attraeva».

Adriano Olivetti non era un intellettuale o meglio non lo era con l’accezione che attribuiamo oggi a questa espressione. Era un industriale. Era un ingegnere di Ivrea. La sua terra condiziona il suo modo di vedere le cose: una società in cui individui e comunità si trovano in equilibrio, in cui l’individuo si trova realizzato nel suo essere parte della comunità e la comunità è la risultante dell’incontro di individui liberi che si esprimono sulla base di idee che sono state elaborate e informate. Idee e azioni.

Anche se amava circondarsi di volumi, di opere d’arte, rimarrà per tutta la vita un uomo di pochi libri, che però assimilava, faceva suoi al punto di provare un vivo bisogno di dividere con gli altri quella scoperta che gli aveva spalancato nuovi orizzonti, gli aveva suggerito idee feconde. La casa editrice Comunità nacque proprio per far divenire patrimonio comune le sue “scoperte”. Si pensi all’opera di Mumford da cui trarrà, come da una ghiotta miniera, tante “illuminazioni” sul valore

educativo, culturale dell’architettura, dell’urbanistica, sulla necessità di fondere armonicamente l’ambiente rurale e quello

urbano, di decentrare le facoltà universitarie nelle cittadine di provincia, di legarle finanziariamente alla Comunità e all’industria, e tante altre cose ancora. Tra i suoi libri cercheresti invano quelli storici, oppure il romanzo (che non fosse quello romantico francese). Non amava la musica più di quanto lo attraessero le arti figurative (anche se ne intuiva il valore rasserenante e formativo per altri, che riteneva più fortunati di lui). L’oggetto che più polarizzava la sua attenzione era sempre l’uomo: il suo destino, il suo futuro, il suo progresso, il modo di migliorare la condizione delle masse attraverso l’industria (non l’agricoltura tradizionale), magica creatrice e dispensatrice di ricchezza, che aveva fatto sì che, nel giro di pochi decenni, l’ultimo dei manovali delle sue officine si nutrisse meglio di un principe medioevale, abitasse in case confortevoli e venisse a lavorare con l’auto. Tutte cose che mezzo secolo prima “era follia sperar”. Non era raro il caso che Adriano convocasse un suo collaboratore solo per comunicargli di avere scoperto un libro “illuminante”. Tale fu il destino di quello di Bergson Le due sorgenti. (Vico Avalle, Ugo Aluffi, Pino Ferlito, cit.)

La sua relazione con i libri è mediata da esperienze completamente diverse. Ne individuo quattro che possiamo considerare la stratificazione dei suoi paradigmi ancestrali:

1. l’educazione alla lettura in famiglia condivisa con i genitori e i fratelli;

2. la lettura tecnica, volta alla fabbrica, nelle biblioteche americane durante il viaggio del 1925-1926;

3. l’inizio di una fase di lettura onnivora e asistematica che porterà alla formazione della biblioteca privata;

4. la lente dell’editoria, ovvero il supporto a numerose iniziative editoriali, la progettazione delle Edizioni di Comunità per portare in Italia ciò che non c’era. La consideriamo la costruzione della sua biblioteca ideale fuori da tracciati delineati e sentieri già percorsi per il rinnovamento culturale di cui il Paese aveva bisogno.

Questi quattro momenti rappresentano diverse fasi che raccontano una sorta di sedimentazione e di travaso e tutte e quattro concorrono alla definizione della sua idea di biblioteca come infrastruttura per lo sviluppo umano.

L’ambiente familiare influenza moltissimo lo stile e la personalità di Adriano. Influenza anche il suo rapporto con

i libri. La prima fase si concretizza proprio con il modo di leggere insieme trasmessogli in famiglia, l’abitudine di commentare i libri con i fratelli – Elena, nata l’anno prima di Adriano, nel 1900, Massimo più piccolo di un anno, del 1902, Silvia del 1904, Lalla del 1906 e Dino del 1912 – e di condividerne le suggestioni ricevute.

Il padre Camillo e la madre Luisa Revel così avevano formato i fratelli Olivetti. Questa attitudine fa sì che Adriano sia ben poco legato al libro come oggetto e aperto alle sollecitazioni più disparate.

La sera non si va più a letto alle nove e si parla di letture. È ancora Elena, la primogenita, a far spicco, a guidare il discorso.

È lei a buttarsi sulla letteratura russa, appena esce una nuova traduzione dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Ma si parla anche di Freud e di psicoanalisi, che già appassiona Elena, accanto all’occulto, al misterico. Gira anche un libro di interpretazione dei sogni e di astrologia. Adriano continua a subire il fascino della sorella maggiore, anche se mostra poco interesse per la letteratura. È da Elena che gli viene, o è alimentata nel momento determinante dell’adolescenza, quando i sentimenti prima che le idee si radicano fortemente, quella curiosità esoterica che lo accompagnerà per la vita, e che ha lasciato consistenti tracce nella biblioteca, nell’archivio personale, nel ricordo dei testimoni. Adriano leggerà presto il libro di Rudolf Steiner, I punti essenziali della questione sociale, critica spiritualista del capitalismo e, con il tempo, collezionerà una

trentina di libri dello stesso autore. Massimo, neppure di un anno più giovane di Adriano, più di Adriano è vivace: ama la letteratura, la musica, i divertimenti, suona il violino, anche se è assai mutevole di carattere e di salute. Lalla, la più graziosa,

diventerà la più egualitaria di tutti: sarà lei a introdurre i primi libri sulla rivoluzione sovietica, a sostenere che bisogna viaggiare assolutamente in terza classe. Dino, ancora bambino, ha altri orari e altri interessi. Di Silvia non parlo, perché da

lei vengono questi ricordi e per un senso di grande modestia non ha voluto dirmi di sé. Si sa però che ci teneva a far bene le cose, con puntiglio, a essere la prima della classe. Adriano e Massimo, il “fratello Max”, che allora sono molto vicini, fanno anche altre letture. Si passano la Fisiologia dell’amore e alcuni libri di Paolo Mantegazza, ma la madre li requisisce e li brucia nella stufa. Camillo mette invece fra le loro mani il Self-Help di Samuel Smiles, una galleria di personaggi che si sono formati con una virile disciplina interiore. (Valerio Ochetto, Adriano Olivetti. La biografia)

Se prendiamo come riferimento un altro rapporto familiare fortemente incentrato sulla condivisione del libro quale è quello di Giulio Einaudi con suo padre, il Presidente Luigi Einaudi, appassionato bibliofilo, qui siamo di fronte a uno scenario completamente diverso. Non è il libro nella sua oggettualità che interessa, ma lo scambio che esso rende possibile come oggetto relazionale e di crescita: la lettura.

Dunque, un primo strato che influenza il rapporto di Adriano Olivetti con i libri è l’ambiente nel quale cresce, l’atmosfera culturale di una famiglia doppiamente minoritaria, padre ebreo e madre valdese, dove domina un fortissimo spiritualismo.

Aveva ereditato la sensibilità religiosa ebraica da suo padre, sebbene Camillo non fosse praticante, e quella valdese da sua madre. Dopo la conversione al cattolicesimo, avvenuta in età adulta, ogni sera, prima di addormentarsi, leggeva qualche pagina del Vangelo, così come nei momenti di difficoltà ne apriva a caso una per trarne ispirazione […].

È dal padre Camillo, personalità colta ed eclettica, geniale, che Adriano eredita la visione della fabbrica come attività economica al servizio della vita sociale. Non dimentichiamo che nell’affidare ad Adriano l’organizzazione della fabbrica, Camillo gli aveva dato la precisa indicazione di poter fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno a motivo dell’introduzione dei nuovi metodi, perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia. È Camillo a introdurre nel nucleo sicuro e famigliare l’idea che, se il cuore di un uomo cambia il suo volto, tanti cuori e tante menti possono cambiare il mondo.