ARTICOLO n. 25 / 2026
LESBIAN SPACE PRINCESS
In collaborazione con I Wonder Pictures pubblichiamo un pezzo su Lesbian Space Princess di Emma Hough Hobbs e Leela Varghese, disponibile sulla piattaforma I Wonderfull dal 31 marzo.
In una gaylassia molto (molto) lontana, Saira è la figlia adolescente (e principessa) della famiglia reale lesbica che governa il piccolo pianeta di Clitopolis. E da qui parte Lesbian Space Princess, un film d’animazione con un immaginario abbastanza mainstream, quello della fiaba spaziale e dell’epica sci-fi, ma che lo rigira da subito in una chiave apertamente queer ed estremamente ironica.
Fa ridere davvero. Fortunatamente non in quel modo meccanico, come spesso fanno quei prodotti pensati per sembrare contemporanei o per strizzare l’occhio a un certo pubblico.
Lesbian Space Princess è un film d’animazione australiano del 2025, scritto e diretto da Emma Hough Hobbs e Leela Varghese. È stato presentato alla Berlinale 2025, dove ha vinto il Teddy Award.
Sul piano dell’animazione il film colpisce molto. In alcuni momenti sembra quasi che manchi qualche frame (ma sono anche abbastanza critica, eh), ma nel complesso tutto è molto, molto fluido, perfettamente coerente con il ritmo comico (cosa incredibilmente difficile, anche). A questo si aggiunge una direzione grafica fortissima, con palette, texture e forme davvero azzeccate (a tratti sembra un prodotto uscito dall’underground più creativo).
La storia parte dalla ferita sentimentale della protagonista Saira, mollata da Kiki, cacciatrice di taglie ed ex amante, perché considerata troppo noiosa e anche piuttosto appiccicosa. Infatti Saira lo è e, oltre a questo, è abbastanza insicura, goffa, emotivamente instabile e piuttosto incline al panico. Quando poi Kiki viene rapita dai “Maschi bianchi eterosessualieni”, Saira è costretta a partire per salvarla.
Questi “Maschi bianchi eterosessualieni” vogliono impadronirsi della labrys, l’ascia bipenne simbolo del potere lesbico, per attivare una gigantesca calamita con cui attrarre le donne (pollastre).
È una trovata così assurda da risultare perfetta. Geniale, ho riso molto.
La labrys, però, è un oggetto simbolico che va evocato (meritato) attraverso uno stato di concentrazione assoluta che Saira non riesce minimamente a raggiungere. E così, da principessa piagnucolosa e maldestra, si ritrova costretta a intraprendere una missione impossibile attraversando la gaylassia su una vecchia navicella malandata, per giunta dotata della voce di un maschio retrogrado.
Ogni possibile slancio epico e potenzialmente banale della storia viene sabotato da qualcosa di storto, buffo e surreale. Bello, belle trovate.
Clitopolis è il mondo da cui Saira proviene. Una volta uscita da lì, il film si apre invece a un esterno molto più caotico, promiscuo e incontrollabile. Fuori dalla bolla Saira si trova davanti a una specie di campionario in mille sfaccettature dell’umanità, tra coppiette, performer, tipi indie che suonano per soldi, droga e alcool.
Ed è proprio durante questo viaggio che Saira incontra Willow, metallara-goth-outsider con un atteggiamento però molto leggero e positivo. Willow è il personaggio attraverso cui il film introduce uno dei suoi temi più interessanti, quello della diversità come reale punto di incontro e comprensione tra le persone.
Willow racconta di aver fatto parte di una band pop da cui è fuggita perché producevano solo canzoni idiote e stereotipate, dal mood estremamente prefabbricato. Qui il film si sofferma su qualcosa di sottile e interessante: ogni luogo (anche quando non te lo aspetti) in cui non viene accettata la diversità, con il tempo, si trasforma in una gabbia che genera aspettative soffocanti.
Dopo una prima parte travolgente, in cui il film conquista soprattutto per il tono e l’umorismo, la struttura tende a farsi più lineare quasi un classico viaggio dell’eroe. Ed è proprio quando rischia di semplificarsi troppo che arrivano elementi come Willow, nella sua riflessione sulle etichette, a riaccendere l’attenzione.
Succede anche in una sequenza molto significativa, quella della melma spaziale. Saira e Willow si trovano in una cavità dove, per recuperare un cristallo di luna, devono affrontare questa creatura che attacca chi è dominato dalla negatività. La metafora è piuttosto evidente, più la protagonista si lascia divorare da paura, autosvalutazione e insicurezza, più rischia di essere inghiottita.
Le due finalmente arrivano nel locale governato da una figura che può aiutare Saira a recuperare la labrys. La protagonista, attraverso una meditazione guidata, affronta il proprio nucleo più fragile, cioè la scoperta che le sue due madri non le hanno dato abbastanza attenzione da bambina, lasciandola crescere con un senso di inadeguatezza che ha contaminato tutto, dalle relazioni alla percezione di sé.
A quel punto tutto torna. Il motivo per cui Kiki l’ha lasciata, la sua dipendenza emotiva, il bisogno costante di essere amata, la difficoltà a reggere il rifiuto. Lesbian Space Princess smette così di essere soltanto una commedia spaziale molto brillante e si rivela anche come una storia su come si cresce dentro la mancanza.
Nel frattempo tra Saira e Willow nasce un legame. Ma la possibilità di una relazione nuova, potenzialmente più sana, non basta a liberare Saira dalla sua vecchia dipendenza emotiva, Kiki.
Il film resta interessante anche perché rifiuta di addolcire fintamente questa ambiguità. Saira riesce a salvare Kiki, affronta i Maschi bianchi eterosessualieni, ritrova progressivamente sicurezza, eppure non ottiene una ricompensa sentimentale classica. Kiki continua a snobbarla, a non restituirle ciò che lei cerca. La protagonista non crolla come all’inizio, ma non è nemmeno magicamente guarita. È più consapevole, più forte, più capace di riprendersi ogni volta un po’ di più. E questa è una forma di crescita molto più credibile di qualsiasi lieto fine romantico.
Nel complesso, Lesbian Space Princess è un’animazione ben fatta che racconta la diversità in modo estremamente contemporaneo. Fa ridere davvero, e questo conta moltissimo.
Oltre a questo riesce a entrare in territori già attraversatissimi, identità queer, rappresentazione, relazioni tossiche, accettazione di sé, e a tornarci dentro in modo originale e profondo.
Lo stile è cartoon, ma il target resta chiaramente adulto, ci sono momenti più espliciti, sangue, corpi feriti, situazioni che rendono chiaro che non si tratta di una fiaba per cuccioli d’uomo. Eppure è un film accessibile anche a un pubblico più giovane, proprio perché la sua scrittura è limpida e la sua stratificazione, pur essendoci, non è confusa.
Un piacevole, profondo, delirio pop. Questo è Lesbian Space Princess.