ARTICOLO n. 76 / 2026

LA FINE DEL MONDO

La prima volta d’estate: il primo libro, la prima paura, la prima volte che il mondo sembrava finisse davvero, quattro autrici, quattro racconti autobiografici, tra paura e ironia, tra rincorse e cadute in attesa di settembre quando tutto ricomincia e le paure devono aspettare sotto al letto o dentro all’armadio. Qui il primo, il secondo e il terzo contributo.

A otto anni per la prima volta ho visto la fine del mondo. Ero stesa con la testa verso il mare nel cono d’ombra che l’ombrellone proiettava sulla sabbia palustre del lido, cercando di ignorare le voci adulte in continua evocazione inconsapevole di persone non presenti. Tutti quei fantasmi disturbati si erano seduti comodi intorno a me. Credo che nemmeno loro avessero così tanta voglia di ascoltare altri parlare di mali, malesseri e maldicenze, ma quello starmi accanto mentre tentavo di concentrarmi sulla prima lettura de La Casa degli Spiriti (non pensate, un libro qualsiasi che mia madre mi aveva fornito più per placarmi che per aumentare la mia cultura) mi metteva nella condizione di dover fare gli onori di casa e di intrattenere gli ospiti. 

«Sapete che questa è la spiaggia più lunga d’Italia?».

Nessuno mi rispose, non che mi aspettassi chissà cosa, ma ogni tanto provavo a inserirmi in quella adunanza di morti se non altro per rallentare il flusso di spettri che vedevo accatastarsi via via sempre con maggior velocità, occupando anche le ombre vicine. Invece gli adulti, stesi sui lettini, continuavano a bisbigliare e snocciolavano un nome dopo l’altro, come se dalla memoria dell’anno appena trascorso stessero sradicando persone pescate dal fondo di qualcosa che non saprei bene nominare. Di certo, una volta osservata per bene, la radice smetteva di agire interesse sui loro discorsi e così se la buttavano alle spalle o di lato, a volte per terra sperando di coprirla con la sabbia. Sentivo la voce di mia madre con le amiche:

…ti ricordi la Wanda, dài quella signora grossa che arriva sempre a Maggio qua al Lido…

Ma Wanda aveva avuto un malore il Martedì Grasso precedente e c’erano volute poche settimane perché finisse al cimitero. Quando si sedette accanto a me, la sabbia andò giù di qualche millimetro. Chissà se i grandi lo sanno che ogni nome ha un peso e che ammucchiare spettri sopra la testa dei bambini mentre leggono li schiaccia verso il centro della terra. Cercai di allontanare la sensazione di soffocamento tornando a Barrabàs arrivò in famiglia per via mare. Se una cosa poteva arrivare via mare, allora anche i morti che i grandi tiravano su dal fondo potevano essere arrivati da lì, dalla stessa direzione in cui la spiaggia più lunga d’Italia si estendeva fino a non finire più e adesso tornavano, uno alla volta, per sedersi all’ombra.

La Wanda intanto aveva appoggiato il gomito sulla mia spalla per sistemarsi meglio, occupando in modo plastico lo spazio che restava in quel fazzoletto di sabbia. Quando poco dopo arrivò Bruno, che era stato il marito di una che in spiaggia non era mai piaciuta a mia madre perché usava il mollettone leopardato, la sabbia calò ancora e io con lei. Mentre i fantasmi si accomodavano leggeri, io scendevo verso quel fondo di qualcosa da cui erano arrivati. I grandi, invece, restavano immobili, in superficie, a spartirsi i morti come angurie, tenendosi il pezzo migliore e lanciandomi i semi. Io, e ormai mi era chiaro, scendevo. Ogni nome era un dito premuto sulla mia testa, con delicatezza per carità, che mi spingeva di sotto un millimetro alla volta. La sabbia ormai mi aveva coperto del tutto i piedi, non potevo nemmeno alzarmi, ma la sensazione di refrigerio che i granelli bagnati mi stavano regalando mi permise di tornare dentro il libro, e questa è una cosa che dovrei spiegare bene perché se no non si capisce cosa accadde dopo. 

All’epoca, quando leggevo davvero (e a otto anni leggevo davvero come non sono più capace di fare ora che sono un’adulta digitalizzata) riuscivo ad assentarmi, uscendo dal mio corpo e lasciandolo seduto lì dov’era a far la guardia mentre io viaggiavo altrove. Quando entrai con Barrabas e conobbi Clara la prima volta, una bambina della mia età, muta per scelta (cosa che in quel momento e su quella spiaggia, mi pareva la scelta più saggia di tutte), fui così presa da volerci restare. Clara faceva ballare la saliera senza toccarla e chiamava i morti intorno a un tavolino a tre gambe, anche se erano molto diversi da quelli evocati da mia madre e dalle sue amiche. Clara li annotava tutti, per non dimenticarne nessuno, così se qualcuno decideva di gettarli per terra e coprirli di sabbia, lei sapeva dove andarli a ripescare. La seguivo di stanza in stanza in quella casa che non finiva mai e mentre presenziavo al suo matrimonio e poi mi trasferivo con lei alle Tre Marie, non sentivo più niente se non che dentro le pagine i morti stanno buoni e al loro posto perché c’è qualcuno che li scrive. Non so quanti anni restai con Clara, il tempo dei libri è una cosa che non si può contare, ma suppongo che dopo qualche decina di minuti misurata dalla lentezza progressiva delle chiacchiere dei grandi, fui ripescata dalla storia per il colletto da un dialogo che colsi di sfuggita.

  • Lo sai che si è impiccato, si? L’ha trovato sua sorella nel garage, quando ha aperto il portone.
  • Sss! Parla piano che la Giulia può sentirci.
  • Impossibile, quando legge non si accorge di nulla.


Il punto, invece, era che quando mia madre abbassava la voce per non farsi sentire da me, io tornavo sempre nel mondo reale. Con calma risalii le pagine del libro, con quella meraviglia un po’ offesa di chi torna e scopre che il mondo è andato avanti senza aspettarlo. 

Mi accorsi, infatti, che la sabbia mi era intanto arrivata al mento. Ero sprofondata di un mezzo metro buono e non potei che concludere l’unica cosa possibile: ma di quanti morti riescono a parlare i grandi in così pochi minuti? Potevo solo muovere la testa all’indietro, andando a cercare il mare con gli occhi, per accertarmi di esistere ancora. Da quel mio spicchio d’ombra in quel momento vidi finalmente la fine del mondo, per la prima volta. La linea di confine, quella che si disegna dove il cielo posa il suo peso sull’acqua e di solito se ne sta placido tutto il giorno, aveva cominciato a scollarsi, piano, con una pazienza spaventosa tipica delle cose a cui nessuno mette fretta. La spiaggia più lunga d’Italia si staccava dal cielo, come una fotografia che ha consumato tutta la colla per tenersi ancora alla vita. Cercavo di mettere a fuoco più dettagli stringendo gli occhi, ma nella fessura c’era soltanto quel fondo di qualcosa da cui i morti erano arrivati e verso cui io stavo scendendo ormai da un’ora, un niente sottile e definitivo che avevo sempre sospettato stesse dietro le cose e di cui nessun adulto sapeva parlare. Provai a spostare la testa per vedere se i grandi erano scappati, fifoni com’erano per ogni cosa, ma con stupore mi resi conto che non se n’erano accorti e continuavano ad ammassare fantasmi su fantasmi senza assistere alla fine del mondo. 

Del resto era una fine educata, senza boati o consonanti dure urlate durante la corsa, restava in fondo alla spiaggia e si allargava in silenzio mentre i vivi decidevano a chi regalare la propria misericordia. Forse avrei dovuto chiamare mia madre, lo so, ma se l’avessi fatto avrebbe alzato gli occhi dai suoi morti e mi avrebbe detto di tornare all’ombra per non scaldarmi la testa senza accorgersi di nulla, e allora sì che la fine del mondo sarebbe diventata una cosa da nascondere invece che da guardare. E poi, a dirla tutta, io non avevo paura perché ero scesa più in basso di tutti ed era da lì sotto che si poteva vedere meglio. Così tenni il dito tra le pagine per non perdere il segno e guardai la fine del mondo aprirsi con calma. Quando lo squarcio divenne irrimediabile, dissi piano, verso Barrabàs che era arrivato via mare e via mare forse si stava riprendendo tutto: ancora cinque minuti, per favore. Prima che il cielo si stacchi del tutto, lasciatemi ancora un momento qui all’ombra con il mio libro aperto, dove i morti stanno buoni perché qualcuno li scrive e io sono ancora abbastanza piccola da non nominarne invano nessuno. 

Nota dell’autrice: non finì, il mondo, quella volta. Non del tutto, diciamo. O forse fu la prima volta che lo fece del tutto, ma io da allora di fini del mondo ne ho viste parecchie e sono arrivate tutte di pomeriggio, mentre qualcuno abbassava la voce e l’acqua era ancora a metà nella bottiglia. Ho imparato anche che a un certo punto si smette di essere quelli che sprofondano e si passa dalla parte dei grandi che parlano. Adesso i morti li nomino io. Mi siedo qui, alla mia scrivania e abbasso la voce perché chi legge accanto a me non venga distratto dai nomi che snocciolo, poi guardo là in fondo, verso la linea dove il cielo posa il suo peso sull’acqua e quando lo vedo incrinarsi, cerco di sopravvivere al mio stesso terrore, come Clara. Le storie che ci distraggono dalla fine del mondo ci salvano perché sono l’unico posto dove i morti stanno buoni, c’è sempre qualcuno che li nomina. 

Così ho iniziato a scrivere.

ARTICOLO n. 75 / 2026