ARTICOLO n. 72 / 2026

IN GIRO, NELLA GIUNGLA

LA PRIMA VOLTA D'ESTATE

La prima volta d’estate: il primo libro, la prima paura, la prima volte che il mondo sembrava finisse davvero. Quattro autrici, quattro racconti autobiografici, tra paura e ironia, tra rincorse e cadute in attesa di settembre quando tutto ricomincia e le paure devono aspettare sotto al letto o dentro all’armadio.

Sono a Catanzaro, in una scuola serale. Natalia, madre di due figli, arrivata dall’Albania da neanche due anni, si commuove e mi abbraccia. 

Non ci siamo mai viste, io e Natalia, ma mi stringe come se ci conoscessimo da sempre. 

«Grazie. Io lo so come è la mia vita, la mia storia. Ma non pensavo mai di trovarla in un libro», mi dice.

Sono all’istituto tecnico di Lamezia, per il progetto Gutenberg: catastrofi e nuovi mondi, e i ragazzi, a turno, prendono parola per farmi delle domande.

In prima fila siede una ragazza, noto che mi osserva da un po’. Ogni volta che è il turno di qualcuno di prendere il microfono, lei sembra alzare timidamente la mano. Ma poi esita e sta zitta. Prima che l’incontro si concluda, a due minuti dalla campanella, finalmente prende coraggio e afferra il microfono.

Mi chiede come abbia fatto Viola – personaggio del mio libro che soffre di disturbi alimentari – a guarire. Curiosità narrativa su come si scioglie l’intreccio? Insomma. Speranza. Io la chiamerei speranza.

Ovviamente le rispondo che non lo so. Altrettanto ovviamente vorrei dirle che ci riuscirà anche lei.

Sono in un liceo di Viterbo, e un ragazzo mi si avvicina per complimentarsi. E poi si commuove. Prende il libro e lo apre a una pagina precisa. Mi spiega quanto sia stata importante per lui, quella pagina, perché leggendo ha capito che il mondo è pieno di figli insicuri che già da piccoli si trovano a giustificare l’assenza di un genitore. Che non è solo. Che la normalità non coincide necessariamente con la pubblicità della Nutella; che non tutti i tavoli sono sempre apparecchiati per tante persone, che i posti non sono sempre occupati. Che non tutte le case vantano una routine perfetta, una luce accesa e l’assenza di conflitto. 

Il mio libro è uscito cinque mesi fa, e sono profondamente grata di ogni volta in cui ho avuto occasione di parlarne. Grata di ogni volta in cui mi è stato chiesto di spiegarne la genesi, la struttura. La stesura della trama e il lavoro sul lessico e i registri. Sono grata, di aver parlato del mio libro.

Ma sono ancor più grata e commossa per ogni volta che, negli incontri finalizzati a parlare del libro, il libro è scomparso. E abbiamo parlato di vita.

Nei giorni che hanno preceduto la pubblicazione del mio romanzo mi sono sentita come deve sentirsi la madre di un figlio preadolescente che inizia a uscire da solo con gli amici. “Tesoro mio… come è piccolo e indifeso. Speriamo che gli altri lo capiscano. Che non resti solo. Che non venga preso in giro. Guarda che i ragazzini oggi sono tremendi, eh”.

Mi sentivo così. Con ogni personaggio, mi sentivo così. Piena di apprensione e responsabilità verso qualcosa che per molto tempo era stato solo nella mia testa e che ora, grazie a me o per colpa mia, era di tutti.

Io avevo deciso di inventare ogni personaggio, di scriverlo, di dargli vita; avevo cercato di curarlo con amore, stringendolo anche troppo nella mia stanza. Lo avevo corretto e corretto di nuovo, dieci, cento volte, forse per precisione, forse posticiparne l’ingresso nelle fauci del mondo. Ma ora eccolo, pronto: iniziava a uscire da solo. Senza me dietro a parare le critiche, senza la mia voce a giustificare ogni eventuale incomprensione. 

I miei personaggi ora appartenevano agli altri, e potevo solo sperare che qualcuno li capisse, che potessero trovare amici. Amici veri, dico, non l’amico che a quindici anni ti propina stupefacenti per essere più figo, per capirci.

Dovevo accettare che ciò che prima era solo nella mia testa diventasse anche degli altri. E poi, prima che me ne rendessi conto, è successo qualcosa di straordinario. Al di là della proposta da parte di Fabio Geda al Premio Strega – che per tornare alla metafora del figlio, è stato un po’ come se questo ragazzino dopo due giorni che tornava a piedi da scuola da solo mi chiedesse di partire per l’Inter Rail – ho iniziato a incontrare le persone che lo avevano letto.

Copia dopo copia, treno dopo treno, città dopo città, ho conosciuto le mani che avevano accolto la mia storia, e ho capito che quei personaggi non erano mai stati solo miei. Che la ragazzina con i disturbi alimentari, che il ragazzo che si sentiva solo al mondo, che i genitori affaticati da una vita che a volte si fa sudore, non erano un nome nella mia testa, ma una vita, tante vite, che esistevano già sulla metro, nelle scuole, nei bar, ma che non sapevano di poter esistere su un foglio.

Inventando e scrivendo i miei personaggi, ho avuto la fortuna di conoscerli: di conoscere tutte le Viole che fanno fatica a farsi aiutare, i Davide che si sentono inghiottiti dalla solitudine, gli Amin che lavorano ogni giorno oscurati dal pregiudizio, ma illuminati da un figlio per cui ogni sera tornano a casa.

In questi mesi ho capito l’importanza della parola scritta, la dignità di esistere di cui informa. “Io lo so, come è la mia vita. Ma non pensavo mai di trovarla in un libro”. 
E allora, se già lo sappiamo come sono le cose, perché c’è bisogno di leggerle, e quindi di scriverle? Perché i mostri fanno paura finché restano chiusi nell’armadio. Soprattutto se l’armadio è il tuo, e se nessuno lo sa. Ma sapere che quel mostro, quel dolore, quella paura, trova spazio anche nelle vite degli altri, perfino in un libro, restituisce a quella paura realtà, e magari soluzione.

Sto preparando per l’università un esame di Storia dell’Estetica, durante una sessione estiva che incupisce di giorno in giorno la mia visione del mondo e interferisce profondamente con la mia medio-alta inclinazione alla vita.

Ho seguito questo corso a ottobre, prima della pubblicazione del mio libro, prima di presentazioni e incontri vari, e c’era una frase che a lezione mi aveva sempre turbata molto: “La tragedia avviene quando il particolare si eleva a universale”.

Ora, non è che per capire la Poetica di Aristotele sia necessario scrivere un libro; al significato di questa frase ci si arriva serenamente anche senza. Eppure io su certe cose sono un po’ lenta e avevo bisogno di vederlo con i miei occhi.

La tragedia, la magia della scrittura, sta nel fatto che un particolare, una storia singola e che riguarda solo uno, se scritta, può diventare universale e raccontare le vite di altri. La magia sta nel fatto che un Davide, con i suoi disagi, le sue preghiere e le sue paure, in realtà racconta la situazione di altri cento come lui. 

Che proprio perché Davide è un personaggio inventato, e non è dunque nessuno in particolare, può diventare chiunque.

Cinque mesi fa avevo il terrore che il mio libro vivesse lontano dalla mia voce e dal mio controllo, e solo ora capisco che le persone possono leggervi dentro storie più belle di quella che ho scritto io.

Cinque mesi fa non immaginavo che parlare ad altre persone di Ilaria nella giungla potesse rivelarsi perfino importante, per qualcuno di loro. 

Cinque mesi dopo realizzo quanto fosse necessario, per me, prima che per chiunque altro. Per capire che in fondo, nella giungla, non ci sta solo Ilaria. Non ci sto solo io.

E che in fondo, nella giungla, non si sta poi così male.

ARTICOLO n. 71 / 2026