Benedetta Barone

ARTICOLO n. 78 / 2026

TRENT’ANNI SENZA SAPIENZA

L’altra sera ho domandato a due care amiche che effetto avesse avuto su di loro la lettura de L’arte della gioia di Goliarda Sapienza. Entrambe condividono con me un deposito romanzesco soprattutto femminile che abbiamo nutrito quasi contemporaneamente tra i ventuno e i ventisei anni e spesso capita che le nostre cene si trasformino in oziose, indolenti conversazioni a proposito della passione apparentemente semplice di Annie Ernaux per il diplomatico sovietico di stanza a Parigi già protagonista di almeno due dei suoi testi saltabeccando in maniera disordinata intorno a un quesito centrale, annoso, inesauribile: cosa vedeva lei in lui? Si trattava davvero soltanto di sesso? Può il sesso soltanto indurre una donna a perdere il senno in un modo tanto furioso? Di questa e altre questioni vivacchiamo tra la colazione e la cena. 

Perciò, quando le ho interrogate su Goliarda Sapienza, ero piuttosto a mio agio: sapevo avremmo occupato come minimo l’intero tragitto dal ristorante a casa e poi anche lo spazio che precede la toelettatura prima del sonno. Il riverbero della discussione, immaginavo, si sarebbe protratta addirittura il giorno successivo. E in effetti così è stato. Alla fine, mettendo insieme le assunzioni dell’una e dell’altra, sono giunta a una specie di giudizio complessivo, sufficientemente sfaccettato che riassumo qui di seguito: tutte e due hanno letto il romanzo in età di formazione; tutte e due ritengono Modesta un personaggio scardinante, senza dubbio diverso da tutte le eroine femminili di cui avevano fatto esperienza fino ad allora; eppure, una sosteneva le avesse destato una certa antipatia l’animosità con cui scalza la propria posizione economica di partenza per diventare signora, quasi la libertà e il desiderio non potessero essere in fondo che sinonimi di privilegio sociale (e a me è subito venuto voglia di risponderle alla maniera di Simone Weil: «Si vede che non avete mai provato la fame»); l’altra ribadiva che quel che rende travolgente il disincanto di Modesta è proprio il suo essere del tutto esente dai codici cifrati della tradizione catto-borghese ed è questa sua laicità profonda, questa concezione veramente materiale e materialista delle cose il perno ideologico del libro. 

Riflettendo poi tra me e me ho capito che lo strascico prevalente che l’opera di Goliarda Sapienza porta con sé a trent’anni dalla morte dell’autrice è il rapporto ambivalente con la crudeltà e con le sue rappresentazione letterarie. Dunque, in definitiva, il rapporto della letteratura con la trasposizione di tutti i sentimenti contraddittori e distruttivi, a maggior ragione e tanto più se sono femminili e appartengono alle donne. 

Ricordo l’estate in cui lessi L’arte della gioia per la prima volta: a sole dieci pagine dall’inizio la protagonista aveva già ricevuto del sesso orale da un ragazzo più grande – un gesto di erotismo che è lei a pretendere pur non avendo letteralmente ancora superato i quattro, cinque anni d’età come viene subito messo in chiaro dall’incipit – e appiccato un semi involontario incendio nella casa dove vive insieme alla madre e alla sorella causandone una spensierata, assolutamente priva di sensi di colpa morte per soffocamento. Giunti a metà del romanzo, si è indotti a legittimare dentro di sé una serie di desideri che di solito giacciono in potenza dentro di noi: quello di uccidere i propri famigliari; quello provato durante l’infanzia, al netto delle dubbie fasi di latenza freudiane; quello che ci accendono le figure, gli individui più disparati o meglio, che la morale convenzionale colloca decisamente al di fuori della maglie grammaticali dell’attrazione: i genitori, le suore (a maggior ragione quando i ruoli coincidono e sono le suore a farci da genitori o da mentori) e perfino i figli – chiunque avrà presente le parole che Modesta soppesa verso la fine osservando il proprio primogenito diventato ormai un uomo: «Chissà quante volte l’avevo desiderato senza rendermene conto». 

La frase che ricorreva più frequentemente nella mia testa a mano a mano che sfogliavo le pagine era: «Ma allora tutto è davvero possibile». E cresceva in me un senso di liberazione. Che non esiterei a definire anche di sollievo. Prendere coscienza del fatto che l’esistenza è concepita secondo strutture organizzate e che queste strutture possono essere scardinate, sostituite, modificate voleva dire nutrire nuova fiducia nei confronti dell’esistenza stessa. Il che non è molto diverso dal rifiuto delle pulsioni di morte, sempre per citare Freud: l’istinto alla regressione verso uno stato inorganico, immutabile, di sempiterna rigidità a cui Goliarda Sapienza e la sua protagonista Modesta oppongono una dialettica mobile di rigenerazione. 

È altrettanto evidente che una tale forza vitale possa risultare per molti piuttosto indigesta. E niente affatto rassicurante. Non a caso L’arte della gioia è stato rifiutato dalle principali case editrici della nazione, il manoscritto conservato sul fondo di una cassapanca. Vide la luce per la prima volta nel 1998, cioè circa un ventennio dopo la sua stesura. Di questo, dicono alcuni, Goliarda morì. Alla fine degli anni Settanta, in Italia, venivano candidati al Premio Strega romanzi come Il bambino di pietra di Laudomia Bonanni: affondi all’interno del vissuto biografico di donne borghesi, serrate dentro il nucleo domestico, casalingo e famigliare, tutti rivolti all’interno, verso gli interni. Era, per il femminismo, la fase dell’autocoscienza: gruppi di donne che riflettevano a voce alta a partire da sé tentando di venire a capo della propria storia. Una pratica che oggi la maggior parte delle donne conosce perché non potrebbe intendere diversamente il rapporto con le amiche che frequenta: mentre all’epoca le confidenze intorno alle verità prudentemente occultate, celate dietro i matrimoni e l’ordine dei legami amorosi pertenevano a una sfera lessicale in erba, quasi completamente involuta.  

Si capisce che un racconto all’insegna della trasgressione, lungo, di respiro novecentesco ma stilisticamente (e contenutisticamente) all’avanguardia, ambientato in interni che sembrano esterni e in esterni che vengono presentati alla stregua di interni – la campagna, il mare e la spiaggia di Catania paiono davvero il letto a baldacchino di Modesta e delle sue avventure – non poteva che seminare un certo sospetto.  

Concepire il tempo e lo spazio prescindendo dagli assetti che li regolano è diverso che tentare di sganciarsene quando questi hanno già agito tutto il loro potere condizionante. In questo senso la stessa Goliarda rappresenta un’esclusa, un’emarginata dal mondo letterario di allora, come ben racconta l’ultimo film di Mario Martone, Fuori: non sentendosi riconosciuta in quanto autrice, sempre sull’orlo dello sfratto dal suo appartamento romano in via Denza frequentava più volentieri la comunità femminile di spacciatrici, tossicodipendenti, terroriste politiche che aveva incontrato in carcere durante il suo breve, brevissimo periodo di reclusione a Rebibbia. 

Ecco un altro lascito della memoria: il piacere, il gusto che provavo a guardare l’intervista del 1994 che Anna Amendola e Virginia Onorato girarono per la trasmissione Soggetto Donna in onda sulla Rai. La frivola saggezza – per quanto ossimorica – che aveva Goliarda Sapienza nel ripercorrere l’amore per il fratello e per la madre, i suoi anni da partigiana, il furto di gioielli per pagarsi l’affitto, ma anche per vendicarsi delle insolenze di un’amica appartenevano a un modo di amministrare l’intelligenza per me del tutto inedito. L’intelligenza, si pensa, ha sempre a che vedere con la responsabilità; perché è propria delle pose seriose; di chi giudica, valuta e si muove secondo coscienza. Quando l’intelligenza è connubio di dissipatezza, di abbandono la si intende subito per il suo contrario – ovvero per mancanza di sapietà; o tutt’al più per tracotanza, per desiderio di destare scandalo, di indugiare in tratti di personalità narcisistici. 

Esiste invece una forma d’intelligenza che consiste nel rivendicare il potere scardinante sotteso a ciò di cui facciamo esperienza; nel liberarne il potenziale, un buon potenziale, un potenziale gioioso. Sapienza lo considerava un esercizio, anzi, un’arte: esistenziale e, perché no, anche letteraria da difendere in assenza di scrupoli.

ARTICOLO n. 75 / 2026

LA NAVE

LA PRIMA VOLTA D'ESTATE

La prima volta d’estate: il primo libro, la prima paura, la prima volte che il mondo sembrava finisse davvero, quattro autrici, quattro racconti autobiografici, tra paura e ironia, tra rincorse e cadute in attesa di settembre quando tutto ricomincia e le paure devono aspettare sotto al letto o dentro all’armadio. Qui il primo e il secondo contributo.

In che modo, non si sa. Eppure li vedemmo arrivare davanti alla nave. Erano un piccolo gruppo: una bambina che non superava il metro d’altezza, un uomo in completo beige, una donna dalla capigliatura folta, quasi leonina. E poi una ragazza. Trasportavano pesanti valige. Ricordi, Margherita? Si sono sottoposti ai controlli senza protestare. Uomini fermi, vestiti di nero avevano ispezionato ciascuno di noi: rovesciavano le fodere delle tasche, sollevavano le pieghe delle magliette. Dalla mia borsa erano cascate tintinnando decine di piccole monete. Non avevo potuto raccoglierle, le avevo lasciate dov’erano: sulla passerella rovente che dalla terraferma conduceva al ponteggio. 

La nave. La sua traballante fissità.   

La ragazza ha catturato subito la nostra attenzione. Era arduo immaginare quanti anni avesse: diciassette, diciotto? Indossava una maglia di diverse taglie inferiori alla sua. Ci siamo subito domandate come mai. Dava l’impressione di essere cresciuta al suo interno di punto in bianco nel giro di poche ore. Senza che nessuno avesse potuto impedirlo, intervenire per fermarla. E poi, le labbra. Di un rosa così innaturale. Le labbra di solito non hanno quel colore. Almeno, non tra le adolescenti. Perché si trattava di un’adolescente, non è vero, Margherita? 

Era stata una vera fatica raggiungere il porto sotto quel gran caldo estivo e adesso che finalmente ci trovavamo a bordo della nave Venezia somigliava a un tappeto, si stendeva sotto di noi. Da un momento all’altro avrebbe potuto alzarsi in volo. Ancora non riuscivamo a crederci. 

Il gran fischio della sirena, il clangore improvviso di metalli che dal chiuso del ventre dell’imbarcazione hanno cominciato a muoversi come le viscere di un intestino ci hanno fatto sobbalzare d’istinto. Aggrappandoci l’una al braccio dell’altra, tenendoci sulle punte dei piedi per superare la testa degli altri passeggeri tentavamo di guardare al di là della balaustra; di riconoscere la cupola della basilica di San Marco, le case. Trattenevo il respiro, avrei voluto mettermi a gridare. Ricordi? La nave sovrastava gli appezzamenti dei canali e tutta quanta la laguna, pareva sarebbe stato facilissimo per lei schiacciarla, disintegrarla, spazzarla via dalla faccia della terra. Un trattore che ara un terreno. 

Invece non avvenne. Tanti i cappellini, le visiere davanti a noi. La punta dei ventagli. E dire che ancora non esistevano i cellulari. Nessuno schermo rifrangeva lo scenario che si svolgeva sotto ai nostri occhi. Tutto succedeva una sola volta. 

A un certo punto la folla si è dispersa e ciascuno si è ritirato nelle proprie stanze. 

Anche noi, Margherita. Vedo che non ricordi proprio nulla. Ricordi almeno che la nostra era composta da due cuccette comunicanti al secondo piano di quell’immenso grattacielo che da poco scivolava sulla lastra azzurra del mare? Mi sono chiesta se fossero tutte uguali o se ce ne fossero di diverse. Se dappertutto vi fosse lo stesso letto matrimoniale su cui una luce invadente, quasi divina proiettava tutta quanta la sua potenza. Non serviva mai accendere la lampada sul comodino. Entrava dall’oblò. Ricordi che tentammo di aprirlo, di forzarlo in ogni modo? Però non si poteva. Intuitivamente abbiamo pensato che era un modo per prevenire le cadute in mare. Ogni giorno della nostra permanenza ho avuto in testa questa immagine: quella di qualcuno che apre il vetro di un oblò, inavvertitamente scivola e come una freccia piomba in mezzo alle acque, un dardo scoccato tra le fenditure bianche aperte dalla nave. 

La nave è un mostro. La nave è un animale preistorico. La nave è il pescecane. Chi si fosse buttato sarebbe stato espulso dal foro che rigurgita schizzi di pioggia sopra la testa della balena della fiaba. 

Credo che anche la ragazza pensasse a cose del genere. A ciò che si prova lanciandosi in mare da simili altezze. Venivano i brividi a sporgersi troppo dalla balaustra, eppure non potevamo farne a meno. Nessuno sembrava impegnato altrimenti. Molti di noi passavano il proprio tempo così: fissando la lama artica che dilagava sconfinata in tutto quanto lo spazio. Rendeva difficile prevedere l’arrivo. Era inconcepibile la parvenza di una rotta. 

Ogni giorno, scostando le tende, uscendo sul ponte, scendendo in piscina ci accoglieva lo stesso panorama terso, assolato. Non capivamo se si trattava dell’inferno oppure del paradiso.

Quando suonava una pesante campanella, sapevamo che era ora di cena. Allora si sentiva uno scalpiccio di passi, lo sbattere delle porte: un grattare continuo alle pareti. 

Margherita, non puoi ricordare se continui a ridere e a fare finta di niente. Costringi me ad assumere questa posa malinconica, pensosa. E anch’io preferirei comportarmi come te. Anch’io preferirei essere frivola. Ma se non ci fossi io a enumerare tutti questi dettagli finiremmo per dimenticare ogni cosa. E ti pare un bene? Anch’io soffro a ripercorrere quel che accadde già la prima sera. Penso fosse impossibile da impedire. Del resto, avevamo preso ogni precauzione: avevamo intinto i tovaglioli nel vino, li avevamo imbevuti di tintura per evitare che ci chiedessero di sventolarlo quando la banda avrebbe intonato Nel blu, dipinto di blu. L’hanno cantata ogni sera alla stessa ora: ce ne accorgevamo dal modo in cui i camerieri schiacciavano le schiene contro i muri per lasciare spazio agli strumentisti. La ragazza era seduta poco distante. Insieme all’uomo, alla donna e alla bambina. Non abbastanza vicino perché potessimo ascoltare quel che si dicevano. L’eco delle conversazioni proveniente dagli altri tavoli, il tintinnio delle posate, la musica creavano una coltre sonora all’interno della quale le parole si disperdevano, venivano polverizzate: non restava che un cicaleccio simile a un indistinto richiamo di uccelli. 

Però sembravano perfettamente felici, lo sostenevi anche tu. Sì, perfino tu, Margherita. Più di una volta mi hai pregato di unirci a loro usando una scusa qualsiasi. E io mi sono sempre rifiutata. Sì, anche oggi rifiuterei sebbene sia invecchiata e non sia assolutamente più la donna di un tempo. Poi la ragazza è adombrata di colpo. Il padre la guardava con tanto d’occhi. Sembrava sul punto di sferrarle un pugno o una sberla. Solo dopo ci siamo rese conto che era ubriaca. Credo avesse domandato di nascosto al cameriere di portarle un bicchierino di vodka o di tequila. E l’aveva mandato giù tutto d’un fiato. Lo so, perché il bicchierino giaceva vuoto sulla tovaglia e il padre continuava a indicarlo. Le diceva: «Tu non puoi bere così! Ammettilo, tu bevi sempre così!». E la ragazza scuoteva la testa e scoppiava a ridere. 

Ah Margherita, che lunghi capelli aveva!

Da allora ogni notte tentammo di tenerla d’occhio, di seguirla dentro la discoteca che pulsava di luci sul ponte di coperta. Ci sentivamo a disagio circondate da tutte quelle facce sbarbate, incredibilmente giovani. Nessuno aveva ancora finito le superiori. Ordinavamo da bere, non dovevamo mai insistere perché dimostravamo platealmente l’età che avevamo. Restavamo a sorseggiare appoggiate al bancone del bar. Muovendo appena le spalle, provando a non attirare troppo l’attenzione. Ma non perdevamo neanche un particolare di quanto accadeva intorno a noi. Seguivamo la ragazza, ogni sua mossa. Con apprensione notavamo che si accompagnava a un folto gruppetto male assortito, gente proveniente da ogni parte d’Italia che portava su di sé i segni del malessere dell’anno appena trascorso. Vedevamo che si passavano una bottiglia sotto il tavolo della discoteca. Una sola volta intervenimmo, con innocenza fingemmo di presentarci allungando una mano. La ragazza non rispose. Accennò a un sorriso, di questo sono sicura e già eravamo in procinto di convincerla a restare lì con noi. Ma fu inutile, un’amica la trascinò via. 

Al termine di notti simili dormire era complesso quanto tentare di sfogliare un libro tra i lettini a bordo piscina. E restare in stanza sarebbe stato impossibile: al mattino l’eco dei megafoni arrivava anche là. Si succedeva una cantilena ininterrotta di richiami: ai pasti, ai giochi, ai corsi di nuoto, alle divisioni in squadre. 

Non vi era modo di sfuggire a quelle grida che si levavano da punti nascosti alle nostre spalle o calavano dall’alto al punto che sollevavamo di scatto la testa per scrutare il cielo. Quasi un demone avesse dettato ordini dall’estensione azzurra che si propagava davanti e sopra di noi: un’ala protesa verso il largo.   

Diverso era quando scendevamo a terra. Allora un silenzio innaturale pendeva sulle rovine. Sui templi, sugli anfiteatri, sui resti essiccati delle pietre. Una volta, Margherita, mi hai confessato che nessuna di quelle tappe, niente di quello sciamare brulicante che andava a disperdersi in mezzo ai vicoli dei villaggi ti erano rimasti impressi. Non Mykonos, non Cipro, neanche Atene. 

Nulla a parte Creta. 

Ricordi le lacrime che hai sparso all’Heraklion? Il sole infilzava ciascuno di noi come l’uncino di una spada. Eravamo ferme, prese all’amo, incapaci di muoverci. Le braccia lungo il corpo, lo sguardo fisso. Avevi detto che era a causa delle macerie, del caldo, della mancanza di sonno. Lì per lì avevo finto di crederti. Le felci cresciute tra i massi bruciavano, arse dal fuoco. 

Anche la ragazza era lì. La sua espressione era cupa. Sembrava che si fosse passata il fondotinta sulla faccia e poi l’avesse tirato via servendosi di un fazzoletto. Erano appena le otto del mattino ed eravamo noi a essere di troppo, almeno questo dicevi mentre piangevi, Margherita, era meglio tornare alla nave, riposare, ordinare da bere, un cocktail analcolico magari e poi mangiare l’anguria dal tavolo imbandito delle dieci. Sostenevi che avremmo fatto in tempo se ci fossimo sbrigate. Ma perché hai smesso di darmi retta? Perché non parli? 

Credo che la vacanza sia finita in quell’istante. Quando sono rientrata in stanza e sono uscita sul terrazzino, su quella piccola lingua di granito che si affacciava all’aperto ho capito che non avevo speranza di avvicinare la ragazza. 

Non so quante volte ho rivisto me stessa senza accorgermene. 

Eppure eri stata tu, Margherita, a infilarmi le medicine in valigia, a ricordarmi di prenderle, a porgermele di nascosto credendo fossi altrove con la testa, persuasa di poterle sciogliere in un bicchier d’acqua o nei cocktail analcolici che senza tregua continuavi a propormi. Testarda, testarda che sei. Lo sai che non ho mai smesso con le allucinazioni. Non esiste rimedio. La ragazza. I suoi lunghi capelli che erano i miei. Se tendessi una mano, avrei l’impressione di riuscire a toccarglieli. Perché non si gira a guardarmi? Ah, Margherita, Margherita, aiutami. Non so più se sono morta o viva. È un sogno oppure è l’esistenza? Intorno a me l’acqua, nient’altro che acqua, un lungo sonno. Neanche un risveglio, un lembo di terra.

ARTICOLO n. 49 / 2026

DA UN CAPO ALL’ALTRO DELL’ESISTENZA

romería - il mare dei ricordi

In collaborazione con I Wonder Pictures pubblichiamo una lettura di Romería, il nuovo film di Carla Simón al cinema da giovedì 11 giugno.

C’è una scena de Il posto delle fragole di Bergman in cui l’anziano medico e illustre professore Isak Borg viene condotto in cima a una scarpata: da lì riconosce i suoi genitori seduti sulla riva di un lago. Leggono, pescano, lo salutano alzando un braccio. Hanno l’aspetto di quando erano giovani. Il paesaggio è immerso nel verde. Non si sa se sia la fine oppure l’inizio della vita, l’uscita da quella selva oscura, confusa che aveva a lungo tormentato il professore. Soprattutto in sogno: dove la vista di quadranti di orologi privi di lancette tra le strade di città deserte si sommava a continui, cupi presagi di morte. 

È possibile che Carla Simón pensasse a Bergman quando ha girato Romería, il suo ultimo lungometraggio in concorso a Cannes nel 2025 e in sala dall’11 giugno con I Wonder. Anche se l’ambientazione geografica e la collocazione storica sono agli antipodi del conturbante paesaggio nordico del regista svedese. 

Qui si staglia l’arcipelago delle isole Cíes, in Galizia, lungo la costa nordoccidentale della Spagna. Una ragazza di diciotto anni è appena sbarcata sulla banchina del porto della città di Vigo. È l’estate del 2004. La vediamo scendere dal traghetto. Sulle spalle porta un tipico zaino da viaggio. Da lì estrae un diario fittamente scritto a penna le cui date scompaginate risalgono al 1984: l’anno in cui sua madre e suo padre la concepiscono prima di morire di AIDS a poca distanza l’una dall’altro. 

Sono le tracce di quei mesi abbacinati, eccentrici che Marina tenta di seguire. Scontrandosi in fretta e furia con l’impossibilità di risalire davvero al succedersi di quella stagione degli anni Ottanta rimossa senz’appello dalla comunità spagnola che ne è stata testimone. 

Dappertutto è silenzio, dissimulazione. Una vaga atmosfera di freddezza. Chi erano davvero i suoi genitori? Due tossici? Due vittime dell’epoca, della collettiva omertà intorno al sesso, alla droga? Oppure contenevano in sé qualcosa di consapevolmente distruttivo, un elemento dal quale lei, in quanto figlia, non può che distogliere lo sguardo?

A un capo all’altro dell’esistenza, che si sia giovani o vecchi, in procinto oppure no di congedarsi dal mondo, sta sempre chi ci ha preceduto. Si potrebbe dire: le origini di ciascuno di noi. Ma anche: l’infanzia. Non ha importanza. Ciò che conta è che per uscire dal senso d’impotenza e di fragilità che la vita ogni tanto prevede serve uno scarto oltre la dimensione ordinaria, corrente, mediata dalla sola ragione in cui abitiamo.  

I parenti del padre di Marina, i suoi tre fratelli, le loro mogli imbastiscono un sistema di difesa composto da formule di cortesia, gite in barca, pranzi e cene dove la conversazione generale si ferma alle prese in giro, alle battute che i più giovani destinano ai più vecchi, tutt’al più a improvvisi scoppi di risa e al ricordo allusivo, appena osceno di vecchie canzonette.  

Una scena in particolare vede il nonno trattenere i nipoti accanto a sé, raccoglierli uno per volta in una specie di fila indiana. A ognuno consegna dei soldi congratulandosi per i loro successi, rimproverandoli bonariamente. Quando arriva il turno di Marina allunga una busta piena di contanti: per la borsa di studio, le dice. Marina resta interdetta, riesce giusto a balbettare che non si trova lì per questo, dopodiché si arrende, si china sul nonno, lo ringrazia, lo bacia. 

L’unico a fornirle delle risposte sembra essere uno zio, il solo d’altra parte a sottrarsi caparbiamente a quel tipo di riunioni famigliari. I tuoi genitori erano eroinomani, le spiega bruscamente a un certo punto. L’eroina crea dipendenza, non se ne esce. L’amore, la responsabilità filiale diventano tutto a un tratto relativi. Si entra in un altro ordine di idee, in una gerarchia di valori radicalmente mutata.  

Una frase che riassume forse l’intera chiave del film: nessuno può limitarsi a essere un fratello, un figlio, un padre solo perché la costellazione rigida, infinitamente sottile dei rapporti sociali glielo richiede. Qualcosa di più grande, di potentemente irrazionale ogni tanto chiama fuori. Coincida essa con l’eroina o con qualunque altro principio scardinante al netto degli sforzi per contenerlo.   

Ciò a cui sembra alludere lo zio è: i tuoi genitori non erano solo i tuoi genitori. Il che vuole anche dire: i tuoi genitori erano solo i tuoi genitori, nella misura in cui si trattava di individui, di esseri umani a prescindere dalla schematica griglia di ruoli mediati dal legame di sangue. 

Vengono in mente Aftersun della britannica Charlotte Wells – non a caso coetanea di Simón. Ma anche Petite maman di Céline Sciamma. Tutti tentativi trasposti in pellicola di attraversare il corpo del genitore, di incontrarlo veramente: un’operazione che non può avvenire se non prescindendone, dunque venendo a patti con un atto magico, per definizione impossibile: nel caso di Céline Sciamma regredendo all’infanzia, tornando entrambi bambini, conoscendosi prima del tempo. Per Charlotte Wells, la tragicità irreparabile del corso degli eventi è condensata in una sequenza a spezzoni dove il padre della protagonista si muove frenetico su una pista da ballo. La figlia tenta di raggiungerlo, ma qualcosa la sospinge continuamente indietro, si frappone tra loro: chi guarda sa che il padre si è suicidato quando lei era solo una bambina, l’incontro non può verificarsi, lui è già morto; non c’è modo di riportarlo indietro. 

Per Marina si tratta di salire su una barca a remi che la conduce come per incanto ai piedi dell’alto palazzo dove i genitori avevano convissuto per un breve periodo: lungo la facciata compare una scala. Giunta sul tetto, due ragazzi distesi su una sedia a sdraio le sorridono e affabilmente le dicono: «Lo vedi? Non eravamo morti. Ci avevano solo nascosto».

Soltanto così riesce ad accostarsi alle figure dei genitori, a partecipare della loro verità: sospendendo per un attimo le aspettative, le richieste, le idealizzazioni della complessa rete di convenzioni imposte dall’alto si accede all’altro così com’è e non come si vorrebbe che sia. 

Difficile non citare Alice Rohrwacher e le sue colorite composizioni famigliari. Soprattutto perché il precedente lavoro di Carla Simón, intitolato Alcarràs e vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2022, mostra lo sgombero forzato di un gruppo di coltivatori catalani; il tentativo di resistere all’installazione di pannelli solari su un terreno agricolo fino a quel momento occupato da filari di peschi: un tema quanto mai caro alla produzione cinematografica di Rohrwacher. 

Tutte e due sembrano dirci che per liberare l’esistente da categorie prestabilite serve una virtù immaginifica. L’ingresso nell’altra metà del mondo rappresentato dal sogno, dall’oblio, dall’improvvisa perdita di senno. Al fine di sollevare il velo d’ipocrisia dei legami borghesi e il loro perimetro controllato, ordinato, castrante occorre passare al lato in ombra, nascosto, misterioso di tutte le cose.