ARTICOLO n. 75 / 2026
LA NAVE
LA PRIMA VOLTA D'ESTATE
La prima volta d’estate: il primo libro, la prima paura, la prima volte che il mondo sembrava finisse davvero, quattro autrici, quattro racconti autobiografici, tra paura e ironia, tra rincorse e cadute in attesa di settembre quando tutto ricomincia e le paure devono aspettare sotto al letto o dentro all’armadio. Qui il primo e il secondo contributo.
In che modo, non si sa. Eppure li vedemmo arrivare davanti alla nave. Erano un piccolo gruppo: una bambina che non superava il metro d’altezza, un uomo in completo beige, una donna dalla capigliatura folta, quasi leonina. E poi una ragazza. Trasportavano pesanti valige. Ricordi, Margherita? Si sono sottoposti ai controlli senza protestare. Uomini fermi, vestiti di nero avevano ispezionato ciascuno di noi: rovesciavano le fodere delle tasche, sollevavano le pieghe delle magliette. Dalla mia borsa erano cascate tintinnando decine di piccole monete. Non avevo potuto raccoglierle, le avevo lasciate dov’erano: sulla passerella rovente che dalla terraferma conduceva al ponteggio.
La nave. La sua traballante fissità.
La ragazza ha catturato subito la nostra attenzione. Era arduo immaginare quanti anni avesse: diciassette, diciotto? Indossava una maglia di diverse taglie inferiori alla sua. Ci siamo subito domandate come mai. Dava l’impressione di essere cresciuta al suo interno di punto in bianco nel giro di poche ore. Senza che nessuno avesse potuto impedirlo, intervenire per fermarla. E poi, le labbra. Di un rosa così innaturale. Le labbra di solito non hanno quel colore. Almeno, non tra le adolescenti. Perché si trattava di un’adolescente, non è vero, Margherita?
Era stata una vera fatica raggiungere il porto sotto quel gran caldo estivo e adesso che finalmente ci trovavamo a bordo della nave Venezia somigliava a un tappeto, si stendeva sotto di noi. Da un momento all’altro avrebbe potuto alzarsi in volo. Ancora non riuscivamo a crederci.
Il gran fischio della sirena, il clangore improvviso di metalli che dal chiuso del ventre dell’imbarcazione hanno cominciato a muoversi come le viscere di un intestino ci hanno fatto sobbalzare d’istinto. Aggrappandoci l’una al braccio dell’altra, tenendoci sulle punte dei piedi per superare la testa degli altri passeggeri tentavamo di guardare al di là della balaustra; di riconoscere la cupola della basilica di San Marco, le case. Trattenevo il respiro, avrei voluto mettermi a gridare. Ricordi? La nave sovrastava gli appezzamenti dei canali e tutta quanta la laguna, pareva sarebbe stato facilissimo per lei schiacciarla, disintegrarla, spazzarla via dalla faccia della terra. Un trattore che ara un terreno.
Invece non avvenne. Tanti i cappellini, le visiere davanti a noi. La punta dei ventagli. E dire che ancora non esistevano i cellulari. Nessuno schermo rifrangeva lo scenario che si svolgeva sotto ai nostri occhi. Tutto succedeva una sola volta.
A un certo punto la folla si è dispersa e ciascuno si è ritirato nelle proprie stanze.
Anche noi, Margherita. Vedo che non ricordi proprio nulla. Ricordi almeno che la nostra era composta da due cuccette comunicanti al secondo piano di quell’immenso grattacielo che da poco scivolava sulla lastra azzurra del mare? Mi sono chiesta se fossero tutte uguali o se ce ne fossero di diverse. Se dappertutto vi fosse lo stesso letto matrimoniale su cui una luce invadente, quasi divina proiettava tutta quanta la sua potenza. Non serviva mai accendere la lampada sul comodino. Entrava dall’oblò. Ricordi che tentammo di aprirlo, di forzarlo in ogni modo? Però non si poteva. Intuitivamente abbiamo pensato che era un modo per prevenire le cadute in mare. Ogni giorno della nostra permanenza ho avuto in testa questa immagine: quella di qualcuno che apre il vetro di un oblò, inavvertitamente scivola e come una freccia piomba in mezzo alle acque, un dardo scoccato tra le fenditure bianche aperte dalla nave.
La nave è un mostro. La nave è un animale preistorico. La nave è il pescecane. Chi si fosse buttato sarebbe stato espulso dal foro che rigurgita schizzi di pioggia sopra la testa della balena della fiaba.
Credo che anche la ragazza pensasse a cose del genere. A ciò che si prova lanciandosi in mare da simili altezze. Venivano i brividi a sporgersi troppo dalla balaustra, eppure non potevamo farne a meno. Nessuno sembrava impegnato altrimenti. Molti di noi passavano il proprio tempo così: fissando la lama artica che dilagava sconfinata in tutto quanto lo spazio. Rendeva difficile prevedere l’arrivo. Era inconcepibile la parvenza di una rotta.
Ogni giorno, scostando le tende, uscendo sul ponte, scendendo in piscina ci accoglieva lo stesso panorama terso, assolato. Non capivamo se si trattava dell’inferno oppure del paradiso.
Quando suonava una pesante campanella, sapevamo che era ora di cena. Allora si sentiva uno scalpiccio di passi, lo sbattere delle porte: un grattare continuo alle pareti.
Margherita, non puoi ricordare se continui a ridere e a fare finta di niente. Costringi me ad assumere questa posa malinconica, pensosa. E anch’io preferirei comportarmi come te. Anch’io preferirei essere frivola. Ma se non ci fossi io a enumerare tutti questi dettagli finiremmo per dimenticare ogni cosa. E ti pare un bene? Anch’io soffro a ripercorrere quel che accadde già la prima sera. Penso fosse impossibile da impedire. Del resto, avevamo preso ogni precauzione: avevamo intinto i tovaglioli nel vino, li avevamo imbevuti di tintura per evitare che ci chiedessero di sventolarlo quando la banda avrebbe intonato Nel blu, dipinto di blu. L’hanno cantata ogni sera alla stessa ora: ce ne accorgevamo dal modo in cui i camerieri schiacciavano le schiene contro i muri per lasciare spazio agli strumentisti. La ragazza era seduta poco distante. Insieme all’uomo, alla donna e alla bambina. Non abbastanza vicino perché potessimo ascoltare quel che si dicevano. L’eco delle conversazioni proveniente dagli altri tavoli, il tintinnio delle posate, la musica creavano una coltre sonora all’interno della quale le parole si disperdevano, venivano polverizzate: non restava che un cicaleccio simile a un indistinto richiamo di uccelli.
Però sembravano perfettamente felici, lo sostenevi anche tu. Sì, perfino tu, Margherita. Più di una volta mi hai pregato di unirci a loro usando una scusa qualsiasi. E io mi sono sempre rifiutata. Sì, anche oggi rifiuterei sebbene sia invecchiata e non sia assolutamente più la donna di un tempo. Poi la ragazza è adombrata di colpo. Il padre la guardava con tanto d’occhi. Sembrava sul punto di sferrarle un pugno o una sberla. Solo dopo ci siamo rese conto che era ubriaca. Credo avesse domandato di nascosto al cameriere di portarle un bicchierino di vodka o di tequila. E l’aveva mandato giù tutto d’un fiato. Lo so, perché il bicchierino giaceva vuoto sulla tovaglia e il padre continuava a indicarlo. Le diceva: «Tu non puoi bere così! Ammettilo, tu bevi sempre così!». E la ragazza scuoteva la testa e scoppiava a ridere.
Ah Margherita, che lunghi capelli aveva!
Da allora ogni notte tentammo di tenerla d’occhio, di seguirla dentro la discoteca che pulsava di luci sul ponte di coperta. Ci sentivamo a disagio circondate da tutte quelle facce sbarbate, incredibilmente giovani. Nessuno aveva ancora finito le superiori. Ordinavamo da bere, non dovevamo mai insistere perché dimostravamo platealmente l’età che avevamo. Restavamo a sorseggiare appoggiate al bancone del bar. Muovendo appena le spalle, provando a non attirare troppo l’attenzione. Ma non perdevamo neanche un particolare di quanto accadeva intorno a noi. Seguivamo la ragazza, ogni sua mossa. Con apprensione notavamo che si accompagnava a un folto gruppetto male assortito, gente proveniente da ogni parte d’Italia che portava su di sé i segni del malessere dell’anno appena trascorso. Vedevamo che si passavano una bottiglia sotto il tavolo della discoteca. Una sola volta intervenimmo, con innocenza fingemmo di presentarci allungando una mano. La ragazza non rispose. Accennò a un sorriso, di questo sono sicura e già eravamo in procinto di convincerla a restare lì con noi. Ma fu inutile, un’amica la trascinò via.
Al termine di notti simili dormire era complesso quanto tentare di sfogliare un libro tra i lettini a bordo piscina. E restare in stanza sarebbe stato impossibile: al mattino l’eco dei megafoni arrivava anche là. Si succedeva una cantilena ininterrotta di richiami: ai pasti, ai giochi, ai corsi di nuoto, alle divisioni in squadre.
Non vi era modo di sfuggire a quelle grida che si levavano da punti nascosti alle nostre spalle o calavano dall’alto al punto che sollevavamo di scatto la testa per scrutare il cielo. Quasi un demone avesse dettato ordini dall’estensione azzurra che si propagava davanti e sopra di noi: un’ala protesa verso il largo.
Diverso era quando scendevamo a terra. Allora un silenzio innaturale pendeva sulle rovine. Sui templi, sugli anfiteatri, sui resti essiccati delle pietre. Una volta, Margherita, mi hai confessato che nessuna di quelle tappe, niente di quello sciamare brulicante che andava a disperdersi in mezzo ai vicoli dei villaggi ti erano rimasti impressi. Non Mykonos, non Cipro, neanche Atene.
Nulla a parte Creta.
Ricordi le lacrime che hai sparso all’Heraklion? Il sole infilzava ciascuno di noi come l’uncino di una spada. Eravamo ferme, prese all’amo, incapaci di muoverci. Le braccia lungo il corpo, lo sguardo fisso. Avevi detto che era a causa delle macerie, del caldo, della mancanza di sonno. Lì per lì avevo finto di crederti. Le felci cresciute tra i massi bruciavano, arse dal fuoco.
Anche la ragazza era lì. La sua espressione era cupa. Sembrava che si fosse passata il fondotinta sulla faccia e poi l’avesse tirato via servendosi di un fazzoletto. Erano appena le otto del mattino ed eravamo noi a essere di troppo, almeno questo dicevi mentre piangevi, Margherita, era meglio tornare alla nave, riposare, ordinare da bere, un cocktail analcolico magari e poi mangiare l’anguria dal tavolo imbandito delle dieci. Sostenevi che avremmo fatto in tempo se ci fossimo sbrigate. Ma perché hai smesso di darmi retta? Perché non parli?
Credo che la vacanza sia finita in quell’istante. Quando sono rientrata in stanza e sono uscita sul terrazzino, su quella piccola lingua di granito che si affacciava all’aperto ho capito che non avevo speranza di avvicinare la ragazza.
Non so quante volte ho rivisto me stessa senza accorgermene.
Eppure eri stata tu, Margherita, a infilarmi le medicine in valigia, a ricordarmi di prenderle, a porgermele di nascosto credendo fossi altrove con la testa, persuasa di poterle sciogliere in un bicchier d’acqua o nei cocktail analcolici che senza tregua continuavi a propormi. Testarda, testarda che sei. Lo sai che non ho mai smesso con le allucinazioni. Non esiste rimedio. La ragazza. I suoi lunghi capelli che erano i miei. Se tendessi una mano, avrei l’impressione di riuscire a toccarglieli. Perché non si gira a guardarmi? Ah, Margherita, Margherita, aiutami. Non so più se sono morta o viva. È un sogno oppure è l’esistenza? Intorno a me l’acqua, nient’altro che acqua, un lungo sonno. Neanche un risveglio, un lembo di terra.