ARTICOLO n. 91 / 2026

IL SILENZIO DOPO “NAZA”

intervista di giacomo giossi

Ricercatore e cantante di musica etnica e popolare, fondatore del Gruppo Folk Internazionale, Moni Ovadia ha collaborato con registi e attori come Tadeusz Kantor e Franco Parenti. La consacrazione con il grande pubblico è arrivata nei primi nei primi anni ’90 facendo conoscere la cultura Yiddish e Klezmer attraverso un’originale forma di teatro musicale, con spettacoli come Oylem Goylem e Dybbuk, che mischiano abilmente narrazione, umorismo ebraico e musica dal vivo. Nei prossimi mesi Moni Ovadia sarà in scena con Sorridere, ridere, sganasciarsi, scompisciarsi. Per una critica della ragion umoristico-paradossale, uno spettacolo diretto da lui ed eseguito in coppia con la musicista Giovanna Famulari al violoncello e pianoforte. Abbiamo incontrato Moni Ovadia dopo la visione di Naza e gli abbiamo chiesto cosa ha provato davanti alle immagini del docufilm di Yuval Abraham a Rachel Szor. 

Giacomo Giossi: Cosa ha pensato subito dopo la visione di Naza?

Moni Ovadia: Per me quel film è come una pietra tombale sul sionismo. È inequivocabile. Solo le manipolazioni propagandistiche degli establishment sionisti possono arriva a negare il contenuto di questa inchiesta giornalistica. Ho ancora nelle orecchie il silenzio del pubblico a fine proiezione. Tutti si sono alzati in silenzio, nessuna parola. Non c’è nessuna discussione, restano stanno tutti zitti e piano piano – dopo qualche minuto – escono dalla sala. 

G.G. Per lei si tratta dunque di un punto di non ritorno anche per lo Stato di Israele? 

M.O. Certamente e in modo assoluto, ma guardi io ero convinto anche prima di questo film che l’entità sionista dovesse finire perché avvenga la pace. La via per la pace è solo quella di uno Stato unico per tutti coloro che abitano quella terra, che siano palestinesi, ebrei, cristiani, drusi, beduini. Uno Stato laico e democratico per tutti.

G.G. Cos’è il sionismo per lei?

M.O. Il sionismo è in sé un’ideologia colonialista, quindi come tale strutturalmente criminale, razzista, suprematista, segregazionista e da ultimo genocidaria. Non possiamo non ricordare che la Nakba, cioè quello che il popolo palestinese chiama la catastrofe, ovvero l’espulsione di 750.000 palestinesi dalle loro case, dai loro lidi, dalla loro terra – una cacciata che ha portato alla distruzione di cinquecento villaggi, totalmente rasi al suolo – è stata compiuta da figure fondative dello Stato d’Israele come Ben Gurion e Golda Meir.

G.G. Quindi per lei il sionismo aderisce a questa politica?

M.O. Sì, perché il sionismo non ha mai contemplato i palestinesi. Tanto è vero che si presenta al mondo con uno slogan sinistro: una terra senza popolo per un popolo senza terra. Solo che in quella terra il popolo c’era da secoli. E perché non l’hanno visto? Perché erano colonialisti.

G.G. Secondo lei Naza riuscirà a intercettare un pubblico più ampio o si limiterà a ribadire il suo punto di vista a chi già lo sostiene? Quale è la sua percezione?

M.O. No, questo film andrà io credo ben oltre, e potrà anche cambiare progressivamente le dinamiche interne allo Stato di Israele. E inoltre il fatto che questo film andrà libero su tutte le piattaforme non potrà che favorire un dibattito e un cambiamento. Credo che non si possa più tornare indietro.

G.G. Quale delle testimonianze espresse in Naza l’ha più colpita?

M.O. C’è un pensiero, forse non lo riferisco in modo preciso, ma è quando un ragazzo dice di riflettere su quello che hanno fatto i nazisti e poi s’interroga, chiedendosi: e io chi sono? E poi quando viene detto che alcuni restavano a guardare mentre dei cani dilaniavano e mangiavano i cadaveri. 

G.G. Eppure c’è chi critica l’assenza di un punto di vista palestinese

M.O. Io non la penso così, credo che l’intenzione dei registi, che sono israeliani, fosse proprio quella di mostrare cosa è diventato il loro Paese. Non credo che le voci dei palestinesi avrebbero rafforzato questa tesi, anzi io credo che i registi abbiano voluto intenzionalmente offrire questo taglio per evitare facili strumentalizzazioni.

G.G. E non avverte un eccesso di umanizzazione nella scelta delle testimonianze di chi ha compiuto questi atti?

M.O. Sì, ma chi ha compiuto queste azioni sono esseri umani, non sono mostri. Come erano esseri umani i nazisti. Magari fossero mostri, sono figli dell’umanità. Come sono essere umani tutti coloro che sterminano i loro simili dalla ex Jugoslavia alla Cambogia e oggi in Sudan. Sarebbe criminale pensare che sono mostri, perché i mostri non puoi processarli. Si tratta invece di esseri umani che all’interno di una certo contesto, di una certa ideologia e sottocultura divengono carnefici.

G.G. Qual è lo spazio possibile di rinnovamento della società israeliana?

M.O. C’è una minoranza anche nell’entità sionista che denuncia da sempre questi crimini, così come c’è anche una parte di popolo israeliano che si oppone all’ideologia sionista. E ci sono delle persone che hanno dovuto lasciare Israele per le loro posizioni. Sono minoranze, ma bisogna partire da loro affinché divengano maggioranza nel Paese. 

G.G. Quali responsabilità ha l’Europa in questo contesto?

M.O. La responsabilità dell’Europa è diretta. L’Europa è la diretta responsabile del genocidio così come lo è tutto l’Occidente, tranne per le poche eccezioni di chi non ha girato lo sguardo dall’altra parte. Sarebbe bastato imporre a Israele di rispettare le risoluzioni del’ONU e ovviamente non vendergli più alcun armamento. Invece l’Occidente ha garantito sopra ogni cosa l’immunità ai sionisti. Per non dire di Trump che vorrebbe fare un resort turistico sui morti palestinesi. Io credo che non si possa arrivare alla pace senza smantellare l’entità sionista. 

G.G. La sua è una posizione molto netta e radicale.

M.O. Per questa mia posizione vengo continuamente insultato e minacciato. Io ho frequentato la scuola ebraica di Milano e molti miei ex compagni di scuola sono sionisti. È una cosa che mi ha devastato e che mi provoca molto dolore, però io vado avanti per la mia strada perché a me non interessa nulla del sionismo che considero un crimine, io voglio salvare l’ebraismo, questo è quello a cui tengo.

G.G. Perché il sionismo secondo lei raccoglie ancora un vasto consenso?

M.O. Lei deve tenere conto che c’è stato uno sterminio di sei milioni di ebrei. E lo sterminio è venuto dopo sistematici stermini, persecuzioni, segregazioni, violenze nel corso di 2000 anni. E allora qualcuno si è lasciato attrarre anche in buona fede: finalmente nessuno ci perseguiterà, finalmente nessuno ci ucciderà più. E si sono coperti gli occhi davanti al fatto che veniva depredato un popolo innocente. E quello che avviene oggi è l’abominio più grande che si potesse mai immaginare.

G.G. Ritiene che possa essere messa in discussione, l’entità sionista?

M.O. Nel mondo oggi c’è una rete internazionale, parliamo di centinaia e centinaia di migliaia di persone. Ebrei che si dichiarano antisionisti. C’è stato il primo congresso mondiale degli ebrei antisionisti a Vienna l’anno scorso a giugno e quest’anno a Dublino. Gente che non vuole più sentire parlare di sionismo. Se costoro andranno avanti io sono convinto che lo stato sionista finirà.

G.G. Cosa deve accadere perché la pace ritorni? 

M.O. Deve succedere come in Sudafrica. Il Nelson Mandela c’è e si chiama Marwan Barghuthi ed è palestinese. Quello che manca è il Frederik de Klerk israeliano, colui che comprese che l’apartheid doveva finire, ovvero qualcuno che oggi capisca che il sionismo è un crimine. La terra è santa se ci abiti da straniero e fra gli stranieri. E questa è la condizione a cui si deve pian piano portare tutto il mondo per vivere in pace.

ARTICOLO n. 90 / 2026