Silvia Clo Di Gregorio

ARTICOLO n. 73 / 2026

L’ALLUCINAZIONE

la prima volta d'estate

La prima volta d’estate: il primo libro, la prima paura, la prima volte che il mondo sembrava finisse davvero, quattro autrici, quattro racconti autobiografici, tra paura e ironia, tra rincorse e cadute in attesa di settembre quando tutto ricomincia e le paure devono aspettare sotto al letto o dentro all’armadio. Qui il primo e il secondo contributo.


Un esercito di bambini scout che cagano e vomitano non è quello che ti aspetti quando fai la caposala del DEA di un paesino del varesotto.

La contaminazione avviene nelle docce, nonostante ci dicano espressamente di non bere l’acqua dal rubinetto. Noi, Coccinelle, non pensiamo che, dopo le scampagnate tra i boschi, lavarci nelle docce possa quasi ucciderci.

I miei genitori accennano un sorriso poco convinto quando dichiaro di voler andare in gita con Chicca e il gruppo delle Coccinelle, un girone dell’inferno per i bambini ancora non sviluppati. Per due atei convinti è un duro colpo. Ci leggono Marx e la Divina Commedia come favole della buonanotte prima di andare a dormire, passano anni a insegnarci il dubbio per poi ritrovarci in oratorio a sbattere un pugno sul petto urlando Mea Culpa Mea Culpa Mea Grandissima Culpa. Questa delusione si aggiunge a quella di qualche anno prima, quando mia sorella, Giulia, aveva espresso il desiderio di diventare preta, celebrando le messe, dando le ostie. La sua vocazione aveva già virato verso l’aizzamento delle folle con il microfono in mano e le canzoni. Giulia aveva chiesto di essere battezzata, e così hanno purificato anche me. Siamo state battezzate dal Monsignore Beppe, il cugino di mia madre. Quando spalanca le porte della chiesa, con il saio che ondeggia dietro di lui, sorpassa il Don e si prende l’altare con la sicurezza di chi sa già di essere il protagonista della giornata, da vera Diva della Diocesi. Tutte le vecchie del paese lo guardavano rapite. Ma dopo questo breve momento di celebrità cattolica, mentre a Giulia è semplicemente passata e si è messa a suonare in una band punk, per me è stato diverso: il mio tentativo di evasione dall’ateismo è fallito con molto più dolore, pentimento e risonanza.

A causa della contaminazione siamo già in prima pagina dei giornali. Questa non è una classica intossicazione, di quelle che senti ogni mese nei campi scout. Dentro quell’acqua c’è un batterio, la shigella, quasi letale, che obbliga sul cesso 40 bambini e 10 adulti. Un’epopea di dissenteria. I titolisti locali non avevano alcun senso dell’umorismo. Io avrei proposto Mea Culpa, Mea Cacata. In alternativa L’estate marrone. O ancora Cacca al Diavolo, fiori a Gesù. Ma nessuno mi ha consultata.

Il nome del batterio, shigella, deriva dal signor Shiga: un giapponese che ha studiato per tutta la sua vita la diarrea. Come ti viene in mente di studiare la dissenteria? Di stare nella merda tutti i giorni, non è una cosa che ti capita, la scegli. Nel 1897 a ventisette anni scova il microrganismo tossico e, manco fosse uno dei suoi figli, gli passa il suo nome, lo battezza, rimanendo per sempre impresso nei libri di biologia. Me lo immagino, chino, sudato, che passa le sue giornate a studiare al microscopio il batterio: altro non è che scintille verdi, fosforescenti nel vetrino nero. È un flusso di luccichii, dappertutto, come quando abbassi le palpebre e stringi gli occhi o come quando stai male sul cesso. E così dopo più di 100 anni il figlio batterico di Shiga è nei nostri piccoli intestini, diventando un caso mediatico e un film splatter, pieno di merda.

È una mattinata di fine agosto. I miei genitori, nei loro uffici, ricevono una chiamata dall’Ospedale di Varese. Mia madre salta le scalinate, correndo come un’atleta di parkour, prendendo da una parte mio padre, dall’altra mia sorella poi l’auto e il traghetto. Mi immaginano disperata, sola, vomitando, delirante. Invece mi trovano tranquilla seduta con altri bambini a disegnare su un tavolino. Le infermiere si erano gentilmente preoccupate di toglierci i pennarelli marroni, per evitare di farci disegnare tutto ciò che abbiamo visto nelle ultime ore. Mi limito a disegnare il bosco, con i tronchi azzurri.

Sono senza sintomi, ma senza forze.  Mi dimettono con l’avvertimento che la minaccia è vicina. Questione di ore: il batterio arriverà anche nel mio stomaco, presto o tardi.

A casa dormo e nel sonno abbandono tutte le innumerevoli abilità che ho duramente conquistato durante il campo Scout. Sì perché da brava Coccinella, come un piccolo esercito, ho ottenuto i distintivi delle specialità di infermiera e cuoca. Del tutto inutili però contro la shigella. La stanchezza cancella tutto quello che ho vissuto negli ultimi giorni: le canzoni di chiesa, come accendere un fuoco, le buche dove si cagava (la merda è un tema ricorrente negli scout) e il tè nero intenso, in un pentolone gigante con tantissime bustine per le merende.

Non sono nella mia stanza, ma nella camera dei miei genitori. Un covo in stile anni Novanta, con le pareti di spugnato arancione, uno specchio rosa vellutato che sembra essere uscito dalla stanza di una principessa Disney, un letto enorme, fatto su misura per l’altezza di mio padre che occupa tutta la stanza, posizionato al centro, e le mensole blu elettrico con sopra la TV e le foto di famiglia. Se ti sdrai e fissi il muro, puoi accorgerti che non sei solo, c’è il Demone di fronte a te. Sia chiaro, lo vediamo tutti, non solo io, è parte della famiglia già da anni.

Una sera si è palesato a Giulia, che per quanto riguarda gli amici li sceglie sempre migliori dei miei, che siano immaginari o reali. Quando Giulia ce lo presenta, è il segno che i nostri poteri magici finalmente funzionano. Per noi che giocavamo ai giochi di ruolo ispirandoci a mondi magici come StregheAmore e incantesimiHarry Potter e Buffy, avere un demone palesato in casa è la conferma di un mondo invisibile. La sua mascella definita è attorniata da una ricca capigliatura, che a mia madre ricorda un mostro mitologico, un’idra, a me e a Giulia, un personaggio di un cartone giapponese. A nessuno di noi fa paura. Ha un viso demoniaco, sì, ma nello stesso tempo è rassicurante. Per i miei genitori è semplicemente un ulteriore bambino sperduto che ogni tanto invitiamo o ci troviamo in casa. In realtà chiunque oltrepassi la porta di casa viene trascinato nella camera dei miei. Prima ancora dei giochi gli va mostrato il Demone, in un pellegrinaggio obbligatorio. Anche perché una volta visto, è impossibile smettere di vederlo. E con chi non lo vede, non è bello giocarci.

Mia madre dice che abbiamo una grande immaginazione. E qualche volta, questa immaginazione, con la febbre, diventa un delirio notturno. Ma non lo chiamiamo così. Lo chiamiamo sogno a occhi aperti, oppure, nei giorni migliori, apertura ai mondi paralleli.

Ma questa volta è diverso. Quando il picco arriva a quaranta scariche del signor Shiga, non vedo solo le scintille. Il luminare giapponese non ha mai specificato se la shigella porti allucinazioni, ma ci sono degli studi più recenti che confermano questa cosa, soprattutto nei bambini. Così la mattina dopo inizia per me il momento più difficile. Tra una scarica e l’altra, facendo la spola tra il bagno e il letto, controllo e ricontrollo il muro. Il mio esile corpo di sei anni è pieno di batteri giapponesi: sento che inizia il trip. Ora il Demone si è trasformato, assomiglia al mio primo amore: Aladin.

Tutti sanno del mio primo fidanzato, sia Giulia che i miei genitori. La cosa che mi piace davvero tanto di Aladin è che è alto come me. Con lui provo i baci, sussurro pensieri d’amore, gli parlo tanto, tantissimo. Ma Aladin non mi risponde mai, nella sua rigidità da manichino della Bennett. I miei genitori mi lasciano un po’ di privacy con lui, passiamo minuti interi insieme mentre loro fanno la spesa. Anche perché non rimango davvero mai sola con lui, accanto ad Aladin ci sono sempre anche sua madre e suo padre, attaccati tutti alla stessa base di plastica. Aladin e io ci vediamo una volta a settimana e ogni volta è sempre vestito bene e alla moda. Lo invidio perché non porta i vestiti smessi di Giulia né gli stupidi pantaloncini degli scout. Non lo vedo da prima della gita con le Coccinelle, e forse per questo che ora è nella stanza con me, come protagonista della mia allucinazione.

Aladin si stacca dalla parete, indossa una polo a righe, il cappellino all’indietro. Più si avvicina più le proporzioni della camera da letto cambiano. Anche il mio corpo cambia, mi allargo e divento una gigantessa, non solo perché sono la seconda più alta della 5B. Sono un’Alice di Carroll piena di merda e batteri. Le mie braccia lunghe riempiono tutte le pareti spugnate della camera mentre Aladin si rimpicciolisce. Lo prendo tra le braccia, come un bambolotto e lo cullo. Siamo innamorati. Ci sono cose che si capiscono anche senza parole. E so che anche lui pensa lo stesso. Rimaniamo così, abbracciati. Io gli canto una ninna nanna delle mie: Gino di Davide De Marinis del Festival Bar CD1 Compilation Rossa 2001. Non batte ciglio. Non l’ha mai fatto. Ma so che questa è la sua preferita. Il testo della canzone parla di Gino che ha perso la testa, per un amore impossibile, come il nostro. Mi prende la mano. Tocco la sua pelle bianca di plastica lucida e iniziamo a volare sopra la stanza. Superiamo le pareti e voliamo oltre il lago, sulla città, sopra i boschi. Ci diamo un bacio: so che significa che siamo sposati e che il nostro amore sarà per sempre. Poi il viaggio inizia a sbiadire.

Quando mi alzo dal letto, i miei genitori mi guardano con una faccia preoccupata, da atei non bestemmiano perché sarebbe confermare la presenza di Dio. Ma mi sento molto meglio, il sedere non brucia più, e poi lo capisco dalla voglia matta che ho: mi mangio un panino al prosciutto. Non racconto a nessuno del mio primo viaggio di nozze. E con la mia famiglia stringo un patto, basta Gesù per un po’, mi prendo una pausa da questa relazione tossica. Mentre con il Demone, ogni tanto ci parlo ancora.