ARTICOLO n. 89 / 2026
AVERE RAGIONE SUL MONDO
Pioveva. Non ricordo nemmeno il mese esatto, ma Amsterdam non ha bisogno di una stagione per bagnarsi e può svegliarsi asciutta, quasi innocente, per poi coprirsi d’acqua nel tempo necessario a uscire dalla biblioteca senza ombrello. Pioveva sempre, almeno nella mia memoria, oppure sono stata io a versare quella pioggia sopra gli anni trascorsi lì, perché certi periodi della vita finiscono per assumere il clima che avevamo dentro mentre li attraversavamo.
Io, Alexa e Gilda camminavamo verso il cinema con l’odore di umido sui vestiti, finalmente di nuovo in contatto con qualcosa di concreto dopo ore trascorse a studiare, fumare, discutere e perdere il filo di quello che avremmo dovuto imparare. Davano La casa di Jack e io non avevo mai sentito parlare di Lars von Trier, tanto che credo di averlo chiamato Jack von Trier per tutta la sera, fondendo il nome del regista con quello dell’assassino protagonista del film e dimostrando fin dall’inizio di non aver capito un cazzo. Gilda invece lo conosceva dal periodo trascorso in Danimarca e pronunciava il suo nome con la cautela riservata agli artisti che non si possono raccomandare senza aggiungere immediatamente un’avvertenza. Entrammo con quella curiosità allegra che precede le pessime decisioni e dopo pochi minuti smisi di sapere se quello che stavo guardando mi piacesse davvero, perché piacere era una parola troppo educata per descrivere ciò che il film mi stava facendo. Mi lasciai trascinare dalla scrittura bulimica di Lars, dal modo in cui prendeva la psiche umana e continuava a tagliare anche quando non era rimasto più niente da sezionare. Durante gli anni ad Amsterdam ho fumato abbastanza erba da aver consegnato molti ricordi alla nebbia cerebrale, eppure non ho dimenticato il cinema, il buio e la sensazione che qualcuno avesse mostrato sullo schermo quanto siamo più deformi di ciò che permettiamo agli altri di vedere.
Da allora iniziai a cercare film capaci di farmi stare male e non ho ancora capito se li usassi per psicoanalizzarmi o per consolarmi all’idea che siamo “tutti fritti di mente”, come dice la mia amica Marika. Forse volevo che il cinema mi dicesse che la mia ansia, la mia rabbia e i pensieri che non condividevo con nessuno non erano anomalie private, perché c’è un conforto perverso nello scoprire che anche gli altri hanno un abisso.
Tra il 2020 e il 2021 attraversai un periodo di forte ansia, anche se forte ansia è l’espressione pulita che si può usare senza costringere chi ascolta a immaginarti davvero, mentre la versione meno presentabile è che vivevo dentro un corpo diventato improvvisamente ostile, attraversato da tachicardia, tremori e pensieri che correvano più velocemente della mia capacità di afferrarli. Ogni sensazione annunciava qualcosa di terribile e ogni giorno il corpo produceva una nuova prova a sostegno dell’accusa. In quel periodo sviluppai un legame antipatico con il Lexotan, antipatico perché non voglio romanticizzarlo ma non intendo nemmeno fingere che non mi abbia aiutata, visto che per qualche tempo fu l’unico modo che ebbi per guardare il mondo al di là della tachicardia. Non mi rendeva felice e non risolveva niente, abbassava semplicemente il volume del terrore abbastanza da permettermi di sentire qualcos’altro. Fu allora che guardai Melancholia, un film nel quale un pianeta si prepara a schiantarsi contro la Terra e a distruggere ogni cosa, non metaforicamente, non tra cento anni e nemmeno dopo l’ennesimo vertice internazionale durante il quale uomini dai capelli bianchi, stretti nelle loro cravatte, promettono di salvare un futuro in cui non dovranno vivere. Il pianeta è lì, enorme, azzurro e sempre più vicino, mentre gli esseri umani continuano a sposarsi, litigare, calcolare debiti e rispettare le regole sociali che dovrebbero tenerli insieme anche quando non esiste più un domani nel quale possano servire.
Justine è depressa e la sua depressione, che durante il matrimonio la rende incapace di sorridere al momento giusto e fingere che tutto quel teatro possieda un significato, diventa una forma oscena di lucidità quando la catastrofe compare davvero nel cielo. Gli altri crollano perché hanno ancora qualcosa da perdere, mentre lei sembra aver abitato la fine molto prima che la fine decidesse di raggiungerla.
Ricordo di aver pensato che finalmente qualcuno aveva avuto il coraggio di formulare la domanda che continuava a ronzarmi in testa mentre aspettavo che il Lexotan facesse effetto. Che cosa succede quando la persona depressa ha ragione sul mondo, ma avere ragione non basta a salvarla?
Melancholia non è stato realizzato per raccontare me e Lars von Trier non condivide quasi nessuna delle coordinate attraverso le quali ho imparato a stare nel mondo, eppure un regista danese di un’altra generazione, attraverso il volto di Kirsten Dunst, era riuscito a dare forma a qualcosa che io non sapevo nominare. È questo che chiedo all’arte, di raggiungermi da un luogo che non mi somiglia e farmi scoprire che una parte della mia solitudine non era mai stata soltanto mia. Non voglio nobilitare la depressione e trasformarla in un superpotere per persone sensibili, perché essere depressi non rende automaticamente intelligenti o capaci di comprendere il capitalismo, così come soffrire d’ansia non conferisce per decreto una buona analisi politica. Eppure il film comprende qualcosa che rifiutiamo di ammettere quando parliamo di malessere, e cioè che non tutta l’angoscia è una distorsione della realtà e che qualche volta il cervello non sta inventando una catastrofe ma sta reagendo, con strumenti insufficienti, a condizioni perfettamente reali.
Diffido del pronome noi quasi quanto diffido degli adulti che parlano della mia generazione dopo aver osservato tre video su TikTok. Non so che cosa sentano milioni di persone nate negli stessi anni, ma conosco il linguaggio che ritorna nelle conversazioni con i miei coetanei, nelle battute e nelle cose minuscole alle quali ci aggrappiamo. Quindi, quando scrivo noi parlo del frammento che riesco a vedere dal punto in cui mi trovo, sapendo che non è il mondo intero. In quel frammento riconosco persone che lavorano senza sapere se il contratto verrà rinnovato, pagano stanze che assorbono metà dello stipendio e hanno studiato per ottenere lavori che richiedono tre titoli, due tirocini gratuiti e la capacità di sorridere durante l’umiliazione. Riconosco la difficoltà di progettare mentre le case e perfino il tempo costano sempre di più, poi arriva chi una casa l’ha comprata con uno stipendio che allora bastava a immaginare una vita e ci spiega che dovremmo ordinare meno iced coffee, trasformando un problema strutturale in un difetto del nostro carattere. Queste condizioni non producono automaticamente una visione comune, ma rendono seducente una frase che ho sentito ripetere molte volte e che io stessa ho usato. La questione non riguarda soltanto il denaro, ma la trasformazione della dignità in privilegio, perché la sanità funziona quando puoi permetterti di non aspettare, l’istruzione apre porte quando puoi pagare per attraversarle e persino l’acqua pulita, il verde, le biblioteche e i luoghi in cui incontrarsi senza consumare vengono distribuiti secondo il reddito e il quartiere. Gli spazi sociali che producono cultura e mutuo aiuto vengono lasciati morire oppure sgomberati con la forza, mentre lo Stato risponde con manganellate a chi prova a difenderli e al loro posto crescono ambienti nei quali per restare devi prima dimostrare di essere una cliente. Quando ogni bisogno viene privatizzato, anche il fallimento diventa personale. Se non riesco a curarmi avrei dovuto pagare un’assicurazione, se non trovo lavoro acquisire un’altra competenza, se sono sola costruire una rete e se il mondo mi appare privo di senso comprare un corso online da una tipa bionda che lavora da remoto a Bali. Il sistema sottrae le condizioni della vita comune e poi ci vende gli strumenti individuali con cui sopportarne l’assenza, mettendo perfino il presente dietro un paywall.
Nulla ha senso.
Per anni dichiararlo mi è sembrata la posizione di chi aveva visto oltre le favole della famiglia, della religione, della carriera e della patria, mentre credere in qualcosa apparteneva agli ingenui e alle persone che pubblicavano fotografie del tramonto accompagnate da frasi sulla gratitudine. Il distacco sembrava intelligenza e l’ironia una forma di immunità, perché se nulla mi importa, nulla può umiliarmi. Solo che il nostro non è il nichilismo teatrale dell’uomo vestito di nero che fuma davanti a un bicchiere di liquore e dichiara di aver compreso l’inutilità dell’esistenza mentre una donna lava il posacenere alle sue spalle. È un nichilismo operativo, colorato e connesso, che non ci fa smettere di fare le cose ma ce ne fa fare moltissime senza credere davvero che conducano da qualche parte. Lavoriamo, rispondiamo alle mail, curiamo il profilo, iniziamo una routine, interrompiamo la routine, compriamo un’agenda per ricominciare la routine e restiamo in movimento per evitare di domandarci verso cosa. Questo nichilismo ci permette di volere qualcosa senza subire l’umiliazione di ammettere che ci crediamo e di partecipare mantenendo sempre una distanza di sicurezza. Al posto di dirci di non fare niente, ci insegna a fare tutto senza devozione.
Anche in Melancholia la fine del mondo è circondata da un’enorme quantità di attività inutile, fatta di programmi da rispettare, conti da pagare, brindisi da pronunciare e apparenze da difendere, perché gli esseri umani sembrano capaci di continuare a organizzare la superficie della vita anche quando il suo centro è già collassato. È in questa attività senza direzione che riconosco le persone intorno a me e riconosco anche me stessa, non nell’immobilità di chi ha smesso di credere, ma nel movimento incessante di chi continua a fare tutto senza riuscire più a immaginare verso quale futuro. Il problema è che non credere in niente non ci ha resi liberi, ci ha resi disponibili. Disponibili a lavori che non promettono un futuro, relazioni dalle quali si può sparire senza pronunciare una frase completa, identità rinnovate secondo la stagione e lotte politiche consumate attraverso la stessa interfaccia con cui ordiniamo la cena. Se nulla possiede un valore abbastanza stabile da chiederci fedeltà, tutto può essere abbandonato appena diventa scomodo, comprese le relazioni, oppure abitato passivamente, senza lavorarci, senza attraversarne il conflitto e senza credere che insieme si debba raggiungere qualcosa, aspettando che finisca da solo ciò che non abbiamo mai davvero scelto di costruire.
Cosa facciamo nel frattempo? Decoriamo. Non possiamo comprare una casa ma possiamo comprare una candela che renda meno provvisoria la stanza in cui non sappiamo quanto resteremo, non possiamo controllare il mercato del lavoro o salvare il servizio sanitario ma possiamo controllare le proteine della colazione e misurare il sonno con un anello da quattrocento euro. Non possiamo permetterci la stabilità, ma possiamo acquistare piccoli frammenti estetici di benessere. Prepariamo il matcha, curiamo la pelle, organizziamo morning routine e salviamo reel che ci insegnano a romanticizzare la vita, formula tenera e terrificante perché suggerisce che vivere non sia più sufficiente. È facile prendere per il culo chi spende otto euro per bere acqua sporca con una schiuma color pistacchio e la definisce un rituale ancestrale di centratura. Più difficile è domandarsi perché abbiamo tanto bisogno di decorare la vita prima ancora di viverla. Non credo che il matcha sia il problema, credo che sia ciò che rimane quando tutto il resto è diventato troppo grande, una decisione che produce ancora il risultato previsto in un mondo nel quale posso fare tutto correttamente e perdere comunque il lavoro, la casa o la possibilità di respirare aria pulita. Il capitalismo mi concede un controllo quasi assoluto sui dettagli e nessun controllo sulle condizioni materiali della mia esistenza. Posso scegliere tra trenta tipi di latte vegetale ma non quanto pagherò una stanza, monitorare il sonno ma non sottrarmi a un mondo che mi vuole reperibile anche mentre dormo, costruire un’identità riconoscibile ma non una comunità responsabile della mia sopravvivenza. Scegliere continuamente non significa avere potere, spesso significa soltanto selezionare la confezione della nostra impotenza.
Non voglio disprezzare questi piccoli rituali, perché ci sono giorni in cui una bevanda, una canzone o una passeggiata sono realmente ciò che impedisce a una persona di farla finita, ma sarebbe altrettanto crudele fingere che bastino, soprattutto ora che perfino il desiderio di significato è diventato un mercato e la spiritualità ci viene restituita sotto forma di corso online, percorso di guarigione personale e abbonamento mensile. Il dolore diventa un problema mio e del mio corpo da regolare, mentre il mondo che lo produce scompare dall’inquadratura. È a questo punto che la frase nulla ha senso smette di sembrarmi lucida e comincia a irritarmi, perché posso comprendere la stanchezza da cui nasce, il desiderio di non investire più niente in un mondo capace di distruggere con tanta facilità ciò che proviamo a costruire, ma non riesco a considerarla una conclusione particolarmente coraggiosa. È troppo facile trasformare la rinuncia in superiorità intellettuale, dichiarare inutile creare qualcosa perché potrebbe non durare, non curare un luogo da chiamare casa perché non sarà mai davvero nostro, entrare nelle relazioni senza lavorarci e poi chiamare libertà la propria incapacità di restituire, smettere di coltivare amicizie, amori e passioni perché nessuno può garantirci che arriveranno da qualche parte. Il nichilismo diventa allora meno una presa di coscienza che un’assoluzione preventiva, un modo elegante per non rischiare devozione, fallimento, dipendenza o responsabilità, perché se niente possiede valore non devo rispondere del modo in cui attraverso la vita degli altri e non devo nemmeno ammettere che a volte ciò che chiamo distacco è soltanto paura con un vocabolario migliore.
Non tutto ciò che facciamo deve sopravviverci, produrre un risultato o condurre verso un obiettivo abbastanza visibile da giustificare lo sforzo. Una casa può meritare cura anche se dovremo lasciarla, un’amicizia può meritare fedeltà anche se cambierà, un amore può essere reale anche se non sarà eterno e una passione può avere valore senza diventare un lavoro, un’identità o qualcosa da mostrare. Siamo di passaggio, ma essere di passaggio non significa essere innocenti rispetto a ciò che tocchiamo, perché la responsabilità comincia proprio quando smettiamo di pretendere che il mondo ci garantisca una ricompensa in cambio della nostra cura. Spesso mi è stato fatto credere che questa disposizione fosse ingenuità, quasi stupidità, l’incapacità di comprendere che le persone se ne vanno, le cose finiscono e quindi sarebbe meglio non investire troppo in niente. Io comincio a pensare il contrario, perché prendersi cura di qualcosa che potrebbe finire non significa non aver compreso la realtà, significa averla compresa senza usarla come una scusa per sottrarsi. Lo capisco anche perché, durante i mesi in cui il mio corpo continuava ad annunciarmi una fine che non arrivava, non è stata una teoria a restituire senso alle giornate e nemmeno la certezza che tutto sarebbe andato bene. Sono state le piccole responsabilità che continuavano a reclamarmi, le persone da richiamare, i luoghi in cui tornare, le cose da terminare e la presenza di chi non pretendeva di guarirmi ma rimaneva abbastanza vicino da impedire alla paura di diventare tutto il mondo.
Alla fine di Melancholia, mentre Claire perde ogni capacità di contenere la paura e il piccolo Leo aspetta una spiegazione che nessun adulto può offrirgli, Justine raccoglie dei rami e costruisce una caverna magica. Sa che non li salverà, non ha ritrovato fiducia nell’universo e non crede improvvisamente che la vita nasconda un significato superiore. Costruisce una struttura fragile e inutile, prende le mani degli altri e rimane con loro mentre il pianeta arriva. Il contrario del nichilismo non è necessariamente la speranza, perché la speranza richiede di credere che qualcosa andrà bene. Potrebbe essere la responsabilità, che chiede soltanto di non abbandonare gli altri quando sappiamo che potrebbe andare male.
Justine non trova un motivo per salvare il mondo, trova qualcuno con cui stare mentre il mondo finisce.