Ilaria Gaspari

ARTICOLO n. 63 / 2025

AGATHA CHRISTIE, PIONIERA DELLA TAVOLA

di cosa parliamo quando parliamo di sport

Per meglio comprendere uno scrittore, una scrittrice o un’artista alle volte non è necessario solo indagare nel suo stile, nel suo bagaglio culturale o nella biografia, ma potrebbe essere più efficace provare a capire che rapporto aveva o ha con lo sport. Chiunque dica che di sport non si occupa, dice una falsità (Walter Chiari, ndr) perché tutta la vita è uno sport da fare. Un impasto di emozioni, paure, innamoramenti e amicizie, convinzioni e limiti da avvicinare e in alcuni casi da superare. Un campo fatto di regole dentro cui ritrovare se stessi e anche ritrovare di sé qualcosa che non si sapeva. In questa serie estiva indaghiamo il rapporto tra intellettuali, scrittrici, scrittori e artisti e lo sport, quello che amano o hanno amato, quello praticato e quello immaginato. Trovi tutti gli articoli della serie qui.

«Avevo scritto tre libri, ero felicemente sposata e il mio desiderio più profondo era vivere in campagna». I tre libri sono Neve sul deserto (il suo primissimo libro, per cui non aveva trovato editore) e i polizieschi Poirot a Styles Court, pubblicato nel 1920 e Avversario segreto (1922). I primi passi di un’autrice trentenne sulla strada che l’avrebbe trasformata in una leggenda della letteratura gialla. E queste parole Agatha Christie le scriverà molti anni e molti libri dopo aver vissuto quel momento di quiete apparente, preludio a un momento di passaggio che prenderà forma nella metafora più trasparente che ci sia. Ovvero quella di un viaggio, un lungo viaggio intorno al mondo.

Quel viaggio fu uno spartiacque nella vita di Agatha Miller, nata e cresciuta sulla costa del Devon nella pittoresca cittadina di Torquay, infanzia molto felice nella tenuta di famiglia, Ashfield, trascorsa a divorare libri e giocare con gli animali che felicemente abitano la campagna, fra cui il suo primo cane, dall’altisonante nome di George Washington. Educata in casa, la più giovane dei tre figli dell’agente di cambio statunitense Fredrick Alvah Miller e dell’inglese Clara Boehmer perde il padre ancora bambina, e si lega sempre più strettamente alla madre: è la piccola di casa, il fratello e la sorella vivono altrove, fra loro due si stabilisce un legame strettissimo. Quando si innamora di Archibald Christie, aviatore, incontrato a un ballo a poche miglia da Torquay, come in un romanzo di Jane Austen, il matrimonio è organizzato in fretta e furia perché sta scoppiando la prima Guerra Mondiale, e Archie è distaccato in Francia. Agatha si impegna come infermiera volontaria mentre lui è al fronte, e si ritrova ad assistere parecchi soldati belgi – e belga sarà l’eroe del suo primo romanzo, a cui inizia a lavorare dopo la guerra. Nel frattempo Archie, il cui cognome, senza suo merito diretto, sarà associato per sempre alla storia della letteratura, è tornato: gli sposini vivono fra Londra e Ashfield, dove nell’agosto del 1919 nasce una bambina, Rosalind, detta Teddy. Una vita tranquilla, insomma.

Fino al viaggio che la rivoluziona. Perché esiste, nella vita di Agatha Christie, un prima e un dopo il viaggio che intraprende all’inizio del 1922 insieme ad Archie e a una scalcagnata compagnia capitanata da un bizzarro personaggio d’impostore, tal Maggiore Belcher, «un uomo con una straordinaria capacità di bluffare». 

Fu Ernest Belcher, da poco nominato Vicedirettore Generale dell’Esposizione dell’Impero britannico programmata per il 1924, a proporre ad Archie di seguirlo, in veste di consulente finanziario, in un viaggio propedeutico alla grande manifestazione: Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda, Canada e Hawaii. Archie inizialmente esita – è un grosso salto nel vuoto. Sul lavoro ha già qualche incertezza, e se accetta l’incarico sa già che il suo capo non gli conserverà il posto fino al suo ritorno. Agatha potrebbe partire con lui: ma come fare con la bambina, Teddy? Certo, si potrebbe affidarla alla zia e alla nonna materna. E poi, le spese del viaggio sono tutte pagate, e c’è inoltre un compenso di mille sterline. Il viaggio dovrebbe durare nove mesi, forse se ne può aggiungere uno di vacanza, magari a Honolulu… 

Racconterà Agatha: «Archie e io eravamo già stati due volte all’estero per una breve vacanza: una volta nel Sud della Francia, nei Pirenei, e una volta in Svizzera. Entrambi amavamo viaggiare. […] Desideravo vedere il mondo ma mi sembrava molto improbabile poterlo mai fare. Ormai eravamo impegnati nella vita d’affari e, per quanto ne sapevo, un uomo d’affari non aveva mai più di due settimane di ferie all’anno. Due settimane non bastano per andare lontano. Desideravo vedere la Cina, il Giappone, l’India, le Hawaii e molti altri posti, ma il mio sogno rimaneva un sogno, e probabilmente lo sarebbe rimasto per sempre. “È un rischio”, dissi. “Un rischio terribile”».

Ma loro due – se ne rendono conto nel loro appartamento di sposini, con la bambina che dorme nella stanza accanto, febbrilmente facendo e rifacendo i conti per capire se possono permettersi di partire – non erano mai stati «persone che giocano sul sicuro. Avevamo insistito per sposarci contro ogni opposizione e ora eravamo determinati a vedere il mondo e a rischiare ciò che sarebbe successo al nostro ritorno». È un’occasione unica, in un tempo in cui viaggiare è ancora un privilegio per pochi, che certo non capiterebbe in sorte a due spiantati come sono loro, non fosse stato per quell’incredibile colpo di testa e di fortuna. «È difficile per chiunque capire come ci si sentiva allora, sapendo solo come funziona oggi» – scriverà Agatha nella sua autobiografia (pubblicata postuma a fine anni ‘70), molti decenni dopo, in un mondo tutto diverso. «Le crociere e i viaggi all’estero sono all’ordine del giorno. Sono organizzati a prezzi ragionevoli e quasi tutti sembrano riuscire a permetterseli».

E così, partono. Partono, e quel viaggio segna una cesura, un prima e un dopo nella vita della scrittrice. E fra questo prima e questo dopo, c’è un’immagine che fa da cerniera. Si trova nell’edizione originale inglese di The Grand Tour: Letters and photographs from the British Empire Expedition 1922, pubblicata da Harper Collins a gennaio 2024, con tutte le testimonianze finora inedite del viaggio – lettere scritte alla madre, con il resoconto dettagliatissimo dell’impresa, e cartoline, e fotografie, e una prefazione del nipote, Matthew Prichard, che scopre la sua leggendaria nonna da ragazza proprio attraverso questo racconto così spontaneo e dettagliato. 

La foto è stata scattata a Honolulu nell’agosto del ’22. Ritrae Agatha in piedi, costume da bagno a gonnellino, i capelli nascosti da una cuffietta sormontata da un fiore. Il sorriso brilla di fierezza; alle sue spalle, una tavola da surf su cui è inciso il nome FRED – che era il nome di suo padre. Possiamo immaginare che avesse scelto di noleggiare proprio quella tavola a causa della coincidenza – chissà. È una fotografia straordinariamente tenera; per la posa di lei, per l’incantevole sfrontatezza dello sguardo che contrasta con la postura un po’ timida. È una fotografia che coglie un aspetto fra i più curiosi dell’indimenticabile viaggio intorno al mondo di Agatha e Archie, e testimonia che la più grande giallista della storia è stata anche una pioniera della pratica del surf. Non è esattamente un’associazione scontata, questa fra la leggendaria scrittrice e l’arte di cavalcare le onde: eppure è così, e le lettere e i ricordi di quel suo viaggio ne sono la testimonianza. Con ogni probabilità, Agatha Christie fu, se non la prima in assoluto, certo fra le prime donne occidentali a praticare il surf in piedi, e nel suo resoconto dell’impresa intorno al mondo dedica a quest’iniziazione gioiosa e spietata brani esilaranti. L’11 febbraio, da una delle primissime tappe del viaggio, scrive alla madre, entusiasta, di aver fatto surf per la prima volta a Muizenberg, in Sud Africa: dove però cavalca le onde da distesa. «Il nuoto è un po’ noioso dopo aver provato il surf», osserva. Arrivati alle Hawaii, nell’estate successiva, Archie e Agatha sono convinti di padroneggiare l’arte di domare le onde, e invece si scoprono completamente inesperti: lì l’oceano si cavalca in piedi. Le tavole sono grandi e pesanti, il mare è difficile. 

«Era una brutta giornata per fare surf, una di quelle in cui solo gli esperti si avventurano in mare, ma noi, che avevamo surfato in Sudafrica, pensavamo di sapere tutto. A Honolulu è molto diverso. La tavola, per esempio, è una grande tavola di legno, quasi troppo pesante da sollevare. Ci si sdraia sopra e si pagaia lentamente verso la barriera corallina, che sembra distante circa un miglio. Poi, quando finalmente ci si arriva, ci si mette in posizione e si aspetta che arrivi l’onda giusta che ti spinge attraverso il mare fino alla riva. Non è così facile come sembra. Prima devi riconoscere l’onda giusta quando arriva e poi, cosa ancora più importante, devi sapere riconoscere l’onda sbagliata, perché se ti prende e ti spinge giù, che Dio ti aiuti!

«Era l’onda sbagliata. […] Quando sono riemersa in superficie, ansimando per riprendere fiato dopo aver ingoiato litri d’acqua salata, ho visto la mia tavola galleggiare a circa mezzo miglio da me, diretta verso la riva. Ho nuotato faticosamente per raggiungerla. Me l’ha recuperata un giovane americano, che mi ha salutato con queste parole: “Ehi, sorella, se fossi in te oggi eviterei il surf. È troppo rischioso. Prendi questa tavola e torna subito a riva”. Seguii il suo consiglio».

Ma, per quanto esca malconcia e coperta di lividi da quel primo bagno sfortunato, non si dà per vinta. Ignora le piccole avversità. Il costume di seta strappato dalle onde («quasi nuda, mi precipitai a cercare il mio pareo. Dovetti andare immediatamente al negozio dell’hotel e comprarmi un meraviglioso costume da bagno di lana verde smeraldo»), il sole che ustiona le epidermidi britanniche dei coniugi Christie costringendo Archie a far pratica in pigiama. Anche grazie all’aiuto dei ragazzi hawaiani che la trainano verso le onde giuste, Agatha Christie impara:

«Non posso dire che i primi quattro o cinque giorni di surf siano stati divertenti, era troppo doloroso, ma ogni tanto c’erano momenti di gioia assoluta». E scopre l’ebbrezza del surf: «Niente di simile a sfrecciare nell’acqua a quella che sembra una velocità di circa duecento miglia all’ora; […] fino ad arrivare, rallentando dolcemente, sulla spiaggia, e affondare tra le onde morbide e fluenti. È uno dei piaceri fisici più perfetti che io abbia mai provato. Dopo dieci giorni ho cominciato a osare. Dopo aver iniziato la corsa, mi sollevavo con cautela sulle ginocchia sulla tavola e poi cercavo di alzarmi in piedi. Le prime sei volte fallii, ma non era doloroso: semplicemente perdevi l’equilibrio e cadevi dalla tavola. […] Oh, il momento di trionfo assoluto del giorno in cui riuscii a mantenere l’equilibrio e arrivai a riva in piedi sulla tavola!».

Il surf rappresenta, nel viaggio che fa da perno alla rivoluzione della sua esistenza, un’esperienza fisica di libertà, una rivelazione vera e propria. Il passaggio fra il prima e il dopo.

Il prima è l’idillica giovinezza da romanzo, la stabile quiete della campagna, pur scossa dalla minaccia tellurica della guerra. Il dopo sono i titoli in prima pagina, a caratteri cubitali negli undici giorni della sua sparizione nel dicembre del 1926 che rimane, a quasi cent’anni di distanza, un mistero irrisolto. È la sua auto ritrovata sull’orlo di un dirupo, la strana lettera lasciata ad Archie, le ricerche frenetiche che mobilitano detective e medium. Finché lei non ricompare, in un hotel di lusso dello Yorkshire, registrata sotto falso nome – un falso nome che riecheggia quello dell’amante di lui. Il dopo è il divorzio da Archibald e il viaggio di Agatha sull’Orient Express, verso Istanbul e poi fino a Baghdad, durante il quale incontrerà, visitando le rovine di uno scavo iracheno, un archeologo di tredici anni più giovane, Max Mallowan, il suo secondo marito. Con cui viaggerà in lungo e in largo, seguendolo sui siti delle spedizioni archeologiche che diventeranno ambientazioni dei suoi gialli.

Come i treni, i piroscafi, gli hotel che conoscerà nel corso di quei viaggi; come il mondo che si vedrà passare davanti agli occhi, la grande recita dei ruoli sociali, le maschere e i misteri, gli intrighi, i segreti, i non detti che si intrecciano, storie minuscole eppure determinanti, destini singolari e inestricabili dal loro compiersi, sullo sfondo immenso della storia collettiva, inscritta in pietre indifferenti, minacciosa e rassicurante insieme. Insomma, l’altra parte del mondo di Agatha Christie, quella speculare e complementare ai deliziosi microcosmi campestri, ai giardinetti di St. Mary’s Meads, alle tenute e ai prati conosciuti nell’infanzia, ai villaggi tranquilli in cui ribolle il segreto di passioni nascoste e formidabili e il miraggio formicolante e titanico è Londra, vicina e lontanissima. Perché il dopo è, soprattutto, il successo dei romanzi della lunghissima maturità, in cui il cosmo in miniatura dell’infanzia inglese si somma all’immenso mondo di fuori, a esotismi già in declino, perché la Prima Guerra Mondiale che ha conosciuto da ragazza già ha rivelato il destino di un impero in decadenza, e per questo così fascinoso nel racconto. Il successo è clamoroso. Due miliardi di copie – quanto William Shakespeare, con cui divide il primato assoluto delle vendite. 

Un prima, un dopo. E al centro, il viaggio incredibile. L’incredibile libertà che spingerà Agatha Christie a inseguire, nella sua seconda vita avventurosa, nell’impresa di costruire trame spericolate con una precisione tale da non perdere mai l’equilibrio, l’ebbrezza saggiata volando sulle onde: così che il nuoto sembrerà, da allora in poi, un’attività terribilmente noiosa. Perché, come si dissero due sposini un po’ spiantati oltre un secolo fa, soppesando i pro e i contro di un folle viaggio intorno al mondo, «se non puoi correre il rischio di fare qualcosa che desideri quando se ne presenta l’occasione, la vita non vale la pena di essere vissuta».

ARTICOLO n. 67 / 2023

VIAGGIO SOLA

La temperatura dell'estate

Qui mi piacerebbe abitare, mi dico ogni volta che passo davanti a una di quelle che chiamo le case barbute – sono case ricoperte di rampicanti, edera o vite americana, che d’autunno virano al rosso, in primavera a un verde tanto tenero da esser quasi violento, e d’estate a un buio bluastro, fresco, da giungla disegnata in un libro per bambini. Mi vedo dentro le stanze ombrose di bosco, fra pareti avviluppate di peduncoli tenaci; sogno di galleggiare nell’aria tinta dei riflessi delle fronde, immagino di seguire sul soffitto, nei tardi pomeriggi dorati, i profili tremuli delle foglie. Mi penso felice. Ma se lo dico a voce alta, che mi piacerebbe abitare in una casa barbuta; se lo dico a voce alta, nella fattispecie, a qualcuno, ricevo sempre la stessa risposta: sì, ma ti immagini quanti insetti? Oppure: ma ti immagini l’umidità. O ancora, dai più pragmatici: ma pensa che fatica la manutenzione. Ti ci vorrebbe pure un giardiniere, qualcuno che sappia come si fa; non ci si può mica improvvisare, con un rampicante così, cominciano la concione; e proseguono poi per un bel pezzo a enumerare gli svantaggi di quelle magnifiche palazzine fronzute che ingenuamente avevo eletto a sfondo ideale per un futuro sognato. 

Il bello è che hanno ragione, e io lo so benissimo. D’altronde non penso che mi potrò mai permettere una casa barbuta, e men che meno un giardiniere per la manutenzione. Di fatto, però, quando le repliche realistiche degli altri la riportano a quello che è, ogni fantasticheria si affloscia su sé stessa, si spegne. Torno a quello che stavo facendo, torno a occuparmi di piccole incombenze prosaiche, mi scordo una volta per tutte i glicini e la penombra delle stanze non mi attira più con l’intensità magnetica di poco prima. Tornano in primo piano le preoccupazioni del giorno, le commissioni da sbrigare, il pensiero del lavoro da finire, le consegne. Torno a essere una partita IVA che si arrabatta e non si sogna nemmeno di assumere un giardiniere addetto ai rampicanti.

Per via del lavoro in cui, per l’appunto, giorno dopo giorno mi arrabatto, trascorro in viaggio, e per la precisione in treno, circa due terzi del mio tempo di veglia. Viaggio sola. Mi piace molto, anche se qualche volta mi prende una gran malinconia, nelle piccole stazioni, quelle in cui l’edicola ha chiuso da anni e rimane lì, gabbiotto sbarrato ricoperto di firme, tag, qualche volta una dedica d’amore, un insulto a qualcuno che non conosco e non conoscerò, perché sono sempre di passaggio. Le piccole stazioni, oltre all’edicola, spesso hanno perso anche il bar; qualche volta c’è un distributore di bibite e merendine che si mangia la moneta da un euro e si blocca, oppure una moneta da un euro non ce l’ho e non c’è nessuno a cui chiedere se ha da cambiare.

Qualche volta aspetto una coincidenza che non arriva, il secondo treno è in ritardo; qualche volta la coincidenza l’ho persa, in ritardo era il primo treno e il secondo invece puntualissimo, e ne devo aspettare un altro che pare non arrivare mai. Allora mi prende una punta di tristezza perché penso che nessuno, sulla faccia della terra, può conoscere la noia di aspettare come la conosce chi l’ha provata una, due, tre, quattro volte, nelle stazioncine di provincia, ed è un pensiero che mi consola e mi raggela insieme; il pensiero del tempo perso, dei cumuli di minuti e ore sbocconcellati da quella forma d’attesa dimessa, per cui, anche a spazientirsi, non cambia niente, nella solitudine da eterna domenica pomeriggio delle piccole stazioni. In piedi sulla banchina del binario 2 – il 3 non esiste –  leggi frasi scritte a pennarello dai ragazzi sulle panchine, lei ama lui, lui è bonissimo, quell’altro è un infame, e ti fai domande perfettamente inutili (chissà come si chiama chi ha scritto questa cosa, chissà se l’ha scritto in segreto o per impressionare qualcuno che stava proprio qui, chissà che giorno era, quanti anni sono passati, quanto resiste una scritta a pennarello?), per ingannare il tempo che lì, però, non si lascia ingannare; resiste, ha una consistenza che non si lascia sciogliere nella distrazione. Capita che passi un merci sferragliando, fa un gran baccano e il sussulto ti fa guadagnare un mezzo minuto; poi torni a ripensare al tempo perso.

Dimentico questo sconforto tipicamente ferroviario quando il treno è in movimento. Quando il treno è in movimento non dico a nessuno le cose che penso mentre guardo fuori dal finestrino, dunque nessuno mi può dire che nella casa che ho avvistato in mezzo ai campi, o alla periferia di una città in cui dovremo fermarci, chissà quanti insetti e quanta umidità, e quanta manutenzione ci vuole. E allora, mentre il treno va fisso gli occhi oltre il finestrino; qualche volta c’è il sole, oppure piove. Qualche altra volta il cielo è grigio, o scolora nel crepuscolo, o nell’alba. Sempre, sotto qualsiasi cielo, faccio lo stesso gioco.

Guardo la campagna che fugge fuori dal vetro, e mi dico che non c’è da stupirsi se il cinema è iniziato con il film di un treno che corre; anche da dentro il treno si vede un film. Guardo la campagna e gli alberi, le colline e i fiumi, ma soprattutto le case. Non è facile, perché scappano velocissime; ma fa parte del gioco. Devo cercare di imprimerle nella retina in una frazione di secondo, quel che basta a fantasticare: di abitarle tutte, tutte quelle che sfilano, case coloniche e cascine, ville o palazzotti, qualcuna poco più di un capanno. Guardo i giardini cintati, che per qualche ragione mi fanno tenerezza, soprattutto quando circondano villette isolate; le aie e i pergolati, le piscine, d’estate splendenti di azzurro, d’inverno coperte dai teli. Un cane che salta dietro il cancello, come se potesse inseguire il treno; un altro che saggiamente se ne resta seduto sull’erba, e guarda i vagoni passare, e chissà cosa pensa, se pensa. Allora io, seduta al mio posto, il computer aperto davanti, perché ho del lavoro da sbrigare, perché quel tempo non lo dovrei perdere, e proprio per questo finisco per dissiparlo, mi immagino di scomparire, di inabissarmi come il treno che entra in galleria, e saltar fuori da tutt’altra parte, riemergere in una vita alternativa, fuori dal vagone, in una di quelle case sconosciute.

Quasi la vita fosse – per il tempo della fantasticheria – non una successione di indicativi, in cui si rincorrono a tappe forzate presente futuro e passato, ma un rigoglio di congiuntivi che si corroborano l’un l’altro, come virgulti di un cespuglio esuberante di possibilità. Così finalmente mi sento risarcita dell’avarizia della vita vera, che esige il sacrificio di mille possibili futuri perché possa aver luogo un unico presente. Nella fantasia non è così, e nel giro di qualche ora di viaggio mi ritrovo ad abitare, senza la fatica di un solo trasloco, dieci case diverse, per lo meno. Case che sicuramente hanno i loro problemi, formiche o umidità o manutenzione; se ci fosse il tempo di realizzare la fantasticheria, basterebbe un attimo e me ne accorgerei, dell’attrito della realtà. E allora capisco una cosa, dopo anni di viaggi, di sogni a occhi aperti, di case viste baluginare e un istante dopo ricordate solo con gli occhi della mente, che guarda mattine di primavera sotto quel certo pergolato, a far colazione e veder passare i treni – treni immaginari che non fanno rumore, perché l’immaginazione non ha bisogno di pagare lo scotto al vero, no?, ma che se confidassi la mia chimera a qualcuno, il rumore tornerebbero a farlo: ti immagini che frastuono, a cento metri dalla ferrovia?, mi direbbero, e ancora una volta l’illusione si sgonfierebbe come un soufflé estratto prematuramente dal forno. Capisco che non vorrei vivere davvero in nessun luogo che non sia quello in cui vivo già; e da cui posso permettermi questo gioco, che non serve a niente, non costa niente, non porta a niente, di guardare le case per un istante solo e concedermi di immaginare vite impossibili, senza che nessuno me lo faccia notare.