Giulia Ichino

ARTICOLO n. 87 / 2026

«IO PERSONALMENTE NON DO MOLTA IMPORTANZA ALLE CANZONI»

francesco Guccini e la scrittura attraverso una lettera inedita del 1969

Poche ore dopo la morte di Francesco Guccini ho ricevuto un messaggio da un’amica di gioventù che mi allegava la scansione di due fogli dattiloscritti un po’ scoloriti ma ancora leggibili. Erano datati:

Bologna, 18/3/69

e accanto alla data una mano aveva scritto a penna:

purtroppo ritrovata in tasca e rispedita il 24/3.

A scrivere la lettera e dimenticarsela nella tasca – chissà, forse dell’eskimo – era un Francesco Guccini ventinovenne che rispondeva alle parole di apprezzamento ricevute da un ammiratore di diciassette anni, Paolo Cozzi, riguardo al 33 giri Folk Beat, uscito un paio d’anni prima. Paolo oggi fa lo psicologo, frequenta il Teatro Elfo Puccini di Milano e lì ha conosciuto le mie amiche Alessandra Novaga ed Elena Russo Arman: è questa la bella catena di persone che ha portato quei fogli fino a me.

Non possiedo l’originale della lettera, posso solo immaginare la grana della sua carta, il colore sbiadito, forse l’odore di sigaretta che ancora trattiene – ma mi è subito stato chiaro che in quelle righe c’è tantissimo del Francesco Guccini maturo, quello che ho avuto la fortuna di conoscere e al cui fianco ho lavorato come editor per molti anni.

Innanzitutto c’è un tempo: il tempo lento in cui si poteva ascoltare lo stesso disco per anni, ritrovarsi a parlarne come se fosse appena uscito, scrivere una lettera, andare a imbucarla e aspettare pazienti una risposta… A quel tempo lento Guccini è rimasto sempre fedele, scegliendo di metterlo al centro del suo lavoro poetico, dall’album intitolato Radici fino ai Dizionari delle cose perdute: da un lato per una forma militante di nostalgia – che però del passato non negava le asprezze, anzi voleva salvarne i dettagli perché in essi stava racchiuso il coraggio di chi lo aveva attraversato; dall’altro per una ragione non intellettuale ma di vita, quella che lo ha portato a tornare a vivere Pàvana, oggi paesino dell’Appennino in via di spopolamento, che era stata per lui il luogo dell’infanzia. Non una scelta fighetta, come quella di chi vuol tornare al vinile o si compra un’auto d’epoca, ma esistenziale, perché il tempo lento è stato per Francesco quello delle promesse: la musica, l’amore – e la letteratura, che richiede una relazione fisica con la pagina, per chi la legge e per chi la scrive.

La scrittura, appunto: la lettera è battuta a macchina poi riletta, come testimoniano le integrazioni a penna.

Quando, all’inizio degli anni 2000, ho cominciato a lavorare con Francesco sul libro Cittanova blues, i suoi occhi cominciavano a funzionare male, così che aveva iniziato a utilizzare un computer con uno strumento speciale che ingrandiva per lui le ultime lettere digitate, solo quelle: per questo procedeva proprio come su una macchina da scrivere, ponderando ogni parola prima di batterla, e quando insieme rileggevamo – io ad alta voce con lui che ascoltava – erano poche le cose da modificare perché tutto era già stato molto pensato.

L’editing che Francesco voleva fare sul testo non consisteva dunque in interventi di trama o di stile: ma nell’interrogarsi su ogni parola e da lì scendere in profondità, rintracciando la storia dei lemmi o dei modi di dire, divertendosi pazzamente nel ricostruirne le vicende storiche e semantiche, come se la lingua fosse una grande entità psichica collettiva e personale al tempo stesso, tutta da esplorare. Il lavoro su Cittanova blues fu dunque in minima parte di editing strutturale – Francesco aveva chiarissimo ciò che voleva narrare e come farlo – e invece fu sostanzialmente un lavoro lessicografico, di stesura del ricco glossario che corredò poi il volume aggiungendogli una sorta di seconda voce.

Nei libri che ha scritto da solo, non in coppia con Loriano Macchiavelli, la materia è sempre di natura autobiografica ma a dare sostanza alla pagina è il piacere delle parole, la lingua con cui i fatti prendono forma, come se la musica e la profondità delle parole fossero consustanziali al senso del racconto. Non a caso ciascuno dei suoi libri maggiori – Cròniche epafaniche (cioè di Pàvana, Feltrinelli 1989), Vacca d’un cane(ambientato a Modena, dove Francesco aveva fatto le scuole, Feltrinelli 1993), il citato Cittanova Blues (sugli anni dell’università a Bologna e della naja, Mondadori 2003) e Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto (la Spoon River di Pàvana, Giunti 2019) – è scritto con un impasto linguistico diverso, attinto dal dialetto del luogo in cui è ambientato, che gli conferisce un timbro inconfondibile.

E se il vernacolo del libro d’esordio e del dolente Tralummescuro è certamente il suono della nostalgia, per altro verso è anche quello della vitalità primigenia: come dimostrano le due commedie di Plauto che Francesco tradusse in pavanese e mise in scena nella piazza del paese.

Nell’ultimo racconto Calde le pere!, che Francesco ci ha consegnato pochi giorni prima del suo ultimo compleanno, la scena centrale è una vertiginosa corsa del vento e dell’acqua attraverso i crinali appenninici, dalle vette fino a Bologna, in cui ogni elemento della natura è nominato con parole desuete o varianti regionali, in una ridda di colori che è un inno d’amore per i luoghi e insieme per lingua che vi si parla, quasi che le parole fossero sassi lucenti di fiume o verdissimi germogli, parte della natura stessa delle cose – radici sempre vive se continuiamo a scriverle e a cantarle.

Torno alla lettera del 1969, dove emerge anche la postura intellettuale di Guccini, sia nel riconoscimento della propria vena satirica – che ha coltivato come strepitoso raccontatore di barzellette e, sulla pagina, fino alla terza edizione aggiornata di La legge del bar (Giunti 2025) – sia soprattutto quando parla della forma prima del suo percorso artistico, la canzone, di cui evidenzia i limiti formali:

Io personalmente non do molta importanza alle canzoni.

E qui emerge la miopia di ogni artista su sé stesso (quando scrive “Chi si ricorda più di Auschwitz?”), ma c’entra anche il fatto che Guccini si sia sempre considerato uno scrittore nel senso più ampio: le canzoni non erano che una delle forme della sua creatività, e non la sua prediletta.

Questa lettera è dunque anche la dichiarazione di poetica di un intellettuale che si rende conto della inevitabile retorica che permea i testi destinati all’esecuzione per un pubblico pop, e ha già chiara la propria insofferenza nei confronti dei meccanismi del successo di massa: 

Non so nemmeno fino a che punto mi interesserebbe vendere molti dischi, se questo comportasse continui spostamenti per suonare qua e là. 

Qui non c’è tanto il fishing for compliments del cantante in ascesa che si schermisce: la vergognosa pigrizia (sic, più oltre nella lettera) gucciniana si mescola a una prospettiva di natura letteraria. La canzone è un testo che nasce per la musica, per l’esecuzione pubblica, gravata da regole formali e di mercato che non gli consentono totale libertà; quella che invece avrebbe cercato nei “poemetti” a cui allude e poi nei testi narrativi.

L’insofferenza manifestata già nel ’69 per la forma canzone – che comunque non ha impedito a Francesco di continuare a scriverne felicemente fino all’album L’ultima Thule del 2012 e al testo della canzone Migrantiscritta per Enzo Iacchetti nel 2018 – non è andata però di pari passo con una rivendicazione dello spazio narrativo come luogo di estro artistico totalmente privo di un’interlocuzione con il mondo circostante, quello dell’editoria o quello dei lettori. Anzi, Francesco ha sempre accettato con divertimento le richieste dei suoi editori, come per esempio quella di comporre il primo Dizionario delle cose perdute. E, appassionato lettore di gialli, ha sempre frequentato la narrativa di genere anche come autore: qui, il lavoro dell’editore consisteva spesso nella mediazione delle scaramucce che nascevano tra lui e il suo coautore Loriano Macchiavelli, con il quale inventava gli intrecci e poi si divideva i capitoli da scrivere, dissentendo sistematicamente sulla tendenza di Loriano all’aggiunta di dettagli di colore, colpi di scena o sottotrame a lieto fine. Le loro amichevoli liti amareggiavano Loriano, che si sentiva sminuito nel suo farsi carico della parte più laboriosa della stesura, con le ricerche storiche e la cura minuta dell’intreccio; ma Francesco sapeva risollevare l’umore di tutti attraverso scherzi spassosissimi, come l’invenzione del personaggio di San Cigolino e del suo mulo foriero di rime salaci.

Francesco Guccini è stato un libero pensatore in ogni campo: non ha mai preso la tessera del PCI, non beveva vino rosso ma rosé o, ancor meglio, Traminer ghiacciato e rum cubano; amava i fumetti, l’enigmistica, la letteratura almeno quanto il buon cibo. E visto che il compito dell’editore è spesso quello del maieuta, non c’era dubbio che il posto giusto dove far emergere i suoi nuovi progetti letterari o discutere quelli in corso fosse una tavola imbandita: non so contare i pranzi e le cene condivisi, prima all’osteria di Pelle, mitico oste di Porretta Terme dalla notevole somiglianza con Mussolini, protagonista di epiche schermaglie con Francesco e capace di preparare i migliori funghi fritti della storia; poi alla Caciosteria ai Due Ponti, più vicina alla casa di Pàvana, da Mimmo e Betty, che sono stati per Francesco e sua moglie Raffaella parte della famiglia, e da cuochi di livello quali sono hanno anche interpretato piatti richiesti espressamente da Francesco come i maccheroni sul papero o la zuppa inglese sulle cui origini lui discettava con la stessa acribia che metteva nei suoi glossari. Ma anche a Venezia, dove nel 2020, con ammirevole sense of humour, Francesco brindò con noi anche la sera in cui la giuria popolare lo collocò quarto dopo Remo Rapino, Sandro Frizziero e Ade Zeno, seguito solo da Patrizia Cavalli…

Riavvolgendo un’ultima volta il nastro, la lettera del 1969 a Paolo Cozzi è toccante anche perché inquadra per un istante l’artista per ciò che ha voluto essere.

Ogni grande poeta lo è anche nella misura in cui sa far giungere fino a noi la sua tensione, il suo rovello interiore: non solo ciò che ha saputo fare ma quello che ha sognato di essere.

E Guccini, che pure già nel 1969 aveva ben chiaro che 

l’ispirazione, […] ammesso che esista questa sorta di furor, è il primo momento, poi interviene il lavoro […], il labor limae

sa che attraverso la scrittura vuole dare spazio alla propria umanità: quella di un uomo 

costantemente in crisi e quindi in movimento morale.

Se dunque nella parte finale della lettera non esita a mettersi sul piano di Leopardi e di T.S. Eliot, lo fa nello stesso modo in cui poco oltre giustappone Vivaldi e Bach al cantautore di protesta Phil Ochs: lui era davvero “il primo che ha studiato” in famiglia, e del ragazzo di campagna ha sempre mantenuto l’umiltà e la concretezza, temperando tutto con la sua ironia, una inimitabile variante appenninica dell’understatement.

Ma, e questo siamo noi a riconoscerglielo, con i grandi che cita ha condiviso lo sguardo lucido e disilluso, e al tempo stesso la capacità di riconoscere i barlumi di gioia e d’incanto che l’esistenza regala.

A noi piace pensarlo ancora dietro al suo computer, con l’infame Stagnadino che fa le fusa accanto a lui, intento a scrivere la nuova storia che già aveva in mente: ricordo che si fa racconto, parola come una cosa viva lanciata a bomba dal passato al futuro.

Ringraziamo Paolo Cozzi per averci permesso di riprodurre la lettera di Francesco Guccini, qui.