Giulia Della Cioppa

ARTICOLO n. 67 / 2026

PRESENTE PROSSIMO VENTURO

Chi sono le giovani scrittrici e i giovani scrittori: un’inchiesta in tre puntate sulla letteratura contemporanea (e del presente)

In un frammento di testo, Anne Boyer scrive: “All’inizio, un grafico a torta, poi qualcos’altro: c’è un bruto in mezzo a queste stanze e a questi appartamenti e a queste soluzioni abitative bifamiliari e a queste roulette e a queste case in condivisione e a queste case unifamiliari e a queste tenute. Il bruto non è umano, ma è come un orso, se un orso fosse un’ombra, e dieci volte più grande di un orso. Questo bruto che è come un’ombra e un orso non umano si chiama vita-sopravvivenza. Il bruto dice sempre qualcosa, dice dammi la capacità produttiva del tuo corpo, non il lavoro delle tue mani. Ci addormentiamo tra le braccia di quell’orso”.[1]

In queste poche righe Anne Boyer fornisce al lettore la sua visione del mondo, del suo presente, di alcune delle cose del suo presente che rifiuta o da cui si sente minacciata. L’orso e la sua ombra sembrano rappresentare l’ars predatoria che spinge sulla sua schiena, sul suo sguardo: la crisi abitativa, la metafora della roulette e della sua velocità/casualità, la pretesa della capacità produttiva del corpo. Mentre scrive, l’autrice si posiziona a una distanza dal presente che le permette di osservarlo e adotta una posizione discronica che le dà modo di scriverne. Questo punto di non coincidenza col proprio tempo rappresenta la frattura che non la fa aderire completamente al proprio presente e insieme le consente di prenderne le distanze. Più precisamente, l’autrice accede alla sua epoca attraverso una sfasatura e un anacronismo, che è quello che Agamben intende quando parla di contemporaneità. Quella sfasatura, che è un “non più” e un “non ancora”, istituisce con altri tempi, sicuramente col passato e forse anche col futuro, una relazione particolare e può richiamare, rievocare e rivitalizzare ciò che aveva dichiarato morto.[2] C’è in ogni scrittrice/ore un istinto a sottrarsi al movimento perpetuo del proprio presente, la necessità di vie di fuga laterali per sfuggire alle sue sorti, qualcosa che sembra sconvolgente per lo scrittore e solo per lo scrittore e di assolutamente innocuo per chi veste comodamente gli abiti di questa epoca. Per rappresentare la realtà in modo inedito, per svelarne, cioè, alcuni degli effetti nefasti che, tacitamente e forse inconsapevolmente, la maggior parte di noi accetta, c’è bisogno che qualcuno al posto nostro non lo faccia, che non li accetti. Occorre non coincidere troppo pienamente con la propria epoca per vederla. 

Quando si osservano (e si valutano) le rappresentazioni del presente delle nuove generazioni di scrittori, giovanissimi se si parla di autori under 25, non andrebbe dimenticata la prossimità che questi hanno col proprio tempo e dunque andrebbe considerato il rischio che la troppa aderenza può provocare: una caduta rovinosa in esso, fino a produrre una forma di miopia. Questo non significa, di contro, escludere che autori molto giovani possano sperimentare quella posizione di frattura, di non aderenza e di distanza dal troppo-vicino-presente, né che per ragioni di età sia loro impedito di entrare in contatto con l’orso e la sua ombra, ma è presumibile pensare che la probabilità sia inferiore. Nel 2014, Siri Hustvedt, scrittrice, poetessa e saggista statunitense, ha tenuto una conferenza al PEN America, dal titolo “Why one story and not another?”, in cui ha parlato del romanzo come una forma matura di creazione. Il romanzo richiede un accumulo di esperienza. La forma lunga presuppone una certa assennatezza e una certa visione del mondo. “Si parla ancora di un giovane scrittore a trentacinque anni. Un ballerino ha finito a quell’età. La letteratura è più vecchia e per fortuna.[3]

Per la poesia, dice Hustvedt, non è lo stesso, né per le opere teatrali, rette dal sistema dialogico che è in noi prima ancora di esserne consapevoli, ma i romanzi, i romanzi contemporanei, intesi nell’accezione di Agamben e dunque in grado di dirci qualcosa sul nostro tempo, sono stati prodotti principalmente da persone adulte. Questo non significa che non ci siano ottimi romanzi di scrittori giovani, ma è probabile che i primi non siano i migliori. “Dickens, ha detto Hustvedt,“ha scritto Pickwick a ventisei anni, ma Pickwick non è una delle opere più grandi di Dickens. Casa Desolata o Il nostro comune amico sono, forse, opere più mature”.  

Per questa ragione varrebbe la pena di adottare delle misure di cautela, anche critiche, anche protettive nei confronti di chi nel mondo ci abita da poco e, malgrado questo, sceglie di scriverne, e tenere a bada la tentazione di pretendere dai giovani scrittori una qualche lettura provvidenziale sul nostro tempo, una forma profetica sulle sorti del nostro mondo, che è quello che la letteratura fa, in fondo, ma che per le ragioni sopra elencante, richiede tempo. 

Questo, naturalmente, non disincentiva la ricerca di nuovi scrittori giovani, né vieta di scoprire di cosa parlino e quali siano le ossessioni che li riguardano, di che cosa si servano per descriverlo, quali siano i nuovi mezzi del narrare, come l’evoluzione tecnologica si inserisca nella narrativa e, di conseguenza, come si relazioni all’oggetto-libro. Come sta cambiando il modo in cui leggiamo e quindi scriviamo, dove leggiamo e quanto tempo gli dedichiamo. Come si sta evolvendo la memoria e l’attenzione. Anzi, tutto questo è possibile solo attraverso i giovani e attraverso l’osservazione dei giovani, le cui creazioni andrebbero considerate piuttosto da un’angolazione sociologica, che utilizza come mezzo il narrare. 

Breve retrospettiva sulle antologie in Italia

Nel 1985, con il progetto Under 25, Pier Vittorio Tondelli dichiara: “Il nostro progetto è un ibrido non soltanto come forma, così sospeso com’è fra rivista e opera narrativa, ma anche dal punto di vista degli intendimenti. Se il nostro scopo è, e rimane, quello di far raccontare i giovani, l’esito che sta avendo il progetto si situa a metà strada fra un’inchiesta di sociologia culturale e un discorso specificamente letterario”.[4]

La forza del progetto di Tondelli risiede non tanto nell’analisi dei singoli testi, quanto dell’intensità di una lunghezza d’onda collettiva. Il progetto, nato da un’inchiesta sui giovani, ha utilizzato lo strumento narrativo per cogliere delle giovani generazioni gli elementi più creativi, meno etichettabili e ha prodotto tre antologie: Giovani Blues, nel maggio del 1986, seguita poi da Belli e Perversi, nel dicembre del 1987 e Papergang, nel novembre del 1990. Gli scrittori di Giovani Blues erano per il 60% della provincia, l’età media era di 22 anni e mezzo e il sesso femminile era più presente di quello maschile. La provenienza geografica segue questo percorso: 56,6% dalle regioni settentrionali, 20% dalle regioni centrali e 23,5% dal sud e isole.[5] Nei testi si vedono riaffiorare le tematiche della famiglia, non più perversioni sessuali ma nuove perversioni fantastiche, la psichedelia come forme estetica. Alberto Arbasino, dalle pagine di “La Repubblica”, parlerà di un cambiamento di paradigma nel rapporto dei giovani con la propria realtà, una diffusa uniformità e mancanza di aspirazioni, un movimento generazionale di massa, di individui che non aspirano a niente, pacati e dimessi. “Gelati, pizze, jeans, stereo, video, che palle, pennarelli, autostop, rock. Lavoretti precari, negli interstizi; nessun programma per il proprio futuro. Non appaiono personaggi “motivati”, né dissidenti. Né, come un tempo, “trasversali” o “polimorfi”. Comportamenti di totale uniformità, di tipicità, di massa; ma senza identificazione con gruppi”.[6]

Negli anni successivi a Tondelli, altre operazioni simili hanno avuto risonanza nel panorama italiano. I cannibali, nel 1996, è stato un caso letterario, con quasi cinquantamila copie vendute.  Niccolò Ammaniti e Luisa Brancaccio, Alda Teodorani, Aldo Nove, Daniele Luttazzi, Andrea Pinketts, Massimiliano Governi furono i protagonisti dell’antologia e contribuirono a creare un immaginario nuovo, uno scenario “Pulp”: nottatacce romane e sparatorie allo zoo, un ladro fatto a pezzi dai pensionati su un pullman, due ragazzi che si evirano guardando una cassetta porno. Un’antologia che riscopre i generi e innerva la letteratura di nuovi linguaggi, racconti che si rifanno alla lingua parlata, una narrazione fredda e feroce. Loredana Lipperini scrisse di loro “una narrazione al limite dell’indifferenza dove l’idiozia del consumo si equipara spesso all’idiozia dell’assassino”.[7]

Nel 2004, Gli Intemperanti, un progetto di Giulia Belloni, è una sorpresa per la critica. Titti Marrone, su “Il mattino”, la definirà una proposta sorprendente. “Diciotto racconti di sperimentazione tematica, linguistica e di ambientazione, una proposta letteraria caratterizzata da una vena malinconica e da un immaginario giovanile nient’affatto giovanilista”. L’operazione Gli Intemperanti finisce per prestarsi così ad una lettura per molti versi sorprendente dell’immaginario giovanile, “più intenso e meno colonizzato dal culto del banale di quanto si possa pensare”.

Quasi di nascosto: un’antologia recente

Più recentemente un’operazione del genere, con gli stessi intenti e simili premesse, è nata da una collaborazione di Matteo B. Bianchi e Alessandro Cattelan che, con “Quasi di nascosto”, un’antologia uscita per la prima volta nel 2022 – e seguita da una seconda antologia nel 2026 dal titolo “Oltre lo sguardo” – ha coinvolto 12 autori under 25. Quella della casa editrice Accento è un’operazione che consente di accedere allo spaccato dello stato della narrazione giovanile. Una buona parte dei racconti di “Quasi di nascosto” riguarda temi autobiografici, ventenni che scrivono di ventenni. Una piccola proposta è di racconti letterari: un prete dell’ottocento che salva un bambino dal rogo, una favola gotica, un gruppo di seminaristi all’inizio del novecento. E poi i temi classici: amore, precarietà, racconti sulle disparità e sui rapporti di classe, ma anche femminismo intersezionale, crisi climatica. Autori di seconda generazione, pochi racconti sulla comunità LGBTQ+ perché, dice B. Bianchi, “credo che l’ultima generazione abbia integrato totalmente il tema dell’identità sessuale, dell’identità di genere e che non senta l’urgenza di tematizzarla”. 

I temi che toccano la generazione Z, e le domande che li ossessionano, riguardano la nostra società e la direzione nella quale sta andando. Per questo andrebbe attenzionato il loro sguardo e le suggestioni che forniscono al mondo e che non dovremmo astenerci dal cogliere. La funzione di questa antologia è anche quella di sensibilizzare o di aprire a nuovi spazi di riflessione e allo stesso tempo di testimoniare questa parte di presente attraverso la narrativa, una narrativa che si serve della forma-libro. L’altro obiettivo di questo progetto, spiega B. Bianchi, era capire dove fossero i giovani narratori e di quali mezzi espressivi si servissero. La comunicazione, con le nuove tecnologie digitali, sta cambiando e i canali espressivi si stanno ampliando. 

“La raccolta iniziale dei racconti è stata complessa, perché c’era la difficoltà a trovare dei ragazzi che scrivessero narrativa. Oggi, i giovani hanno molti più canali per esprimersi, tantissimi, per esempio, scrivono rap. Noi abbiamo diffuso la notizia nei canali che conoscevamo ma è arrivata pochissima roba e abbiamo dovuto ampliare la ricerca, ricorrere ai book influencer, booktoker, ai professori dei licei; abbiamo contattato la redazione di scomodo, che è un progetto under 25, e così abbiamo avuto 412 racconti, da cui poi abbiamo selezionato i 12 pubblicati”. In seguito, quando è stato chiesto ai dodici autori se stessero scrivendo un romanzo, la metà di loro ha risposto: “Non ho nessuna intenzione di scrivere un romanzo, voglio fare lo sceneggiatore di serie tv o fare podcast”. 

Social, twich, youtube, cortometraggi, newsletter, substrack e il ritorno del blog: le nuove generazioni, tra i venti e i trent’ anni, hanno un ventaglio di possibilità che prima non esistevano. “La mia impressione”, ha continuato B. Bianchi, “è che sia più difficile trovare qualcuno che scelga la narrativa, perché esistono una serie di possibilità che trent’anni fa non c’erano o erano fantascienza”. Ho sentito un alunno, proprio di recente, che non riusciva a fare della sua storia un libro e l’ha trasformato in un podcast. Ecco, per esempio, questo è stato curioso per me. Le forme del narrare stanno cambiando o piuttosto si stanno moltiplicando. Oggi con i mezzi che abbiamo è più difficile che qualcuno scelga a vent’anni. Ci si arriva più tardi. È difficile a venti, ma a trenta magari li trovi, con un’idea più chiara e una direzione precisa”.   

D’altra parte è pur vero che, seppur in minima parte, nell’antologia di Accento si rintraccia nelle proposte più letterarie una matrice cospiratoria, una tendenza al fuori, una volontà di occupare zone marginali da cui guardare il mondo per acciuffarne gli intoppi, per inchiodare questo o quell’orso e la sua ombra.  Abbandono, di Michela Panichi è ambientato in collegio femminile d’atmosfera novecentesca, un’istituzione soffocante e oscurantista. Primo, di Micol Maraglino, con un tono mitico e ancestrale, descrive l’impresa simbolica di far nascere un bambino nella fame, impresa nella quale crede soltanto un prete. Nel cuore della matrioska, di Isabella De Silvestro, una volontaria si prende cura di un carcerato. Il racconto solleva temi spinosi e morali. Questi racconti, pur non avendo il presente in pieno viso, aiutano a comprendere la realtà in cui viviamo e aprono domande rispetto al contemporaneo di Agamben. Per fare un esempio, Lapvona, di Otessa Moshfegh, è un romanzo tutt’altro che presente, ambientato nel buio del medioevo, ma, come dice Vincenzo Latronico, autore de Le Perfezioni, “è un romanzo profondamente attuale, che non parla del nostro presente ma aiuta a capirlo. Una realtà brutale, piena di egoismi che confliggono, un senso di sventura che aleggia su tutti”. 

Con Vincenzo Latronico ho discusso di nuove tecnologie, della ritrosia a vederle apparire nella forma romanzesca e della difficoltà, per le scrittrici e gli scrittori, di trovare forme congeniali per poterle raffigurare. Ho riflettuto, insieme a scrittrici e scrittori, di come sta cambiando il nostro modo di leggere e scrivere e di come si posiziona il libro e la letteratura a partire da questa premessa. Le riflessioni del prossimo articolo andranno in questa direzione. 


[1] Anne Boyer, Indumenti contro le donne, Tic Edizioni, 2025. 

[2] Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo?, Nottetempo, 2008. 

[3] Siri Hustvedt, da una conferenza al PEN America”, Why one story and not another, 2014

[4] Pier Vittorio Tondelli, “Under 25: presentazione”, in Pier Vittorio Tondelli, Opere, a cura di Fulvio Panzeri, Bompiani, 2005.

[5] Oblique studio, Dai Cannibali ai Cosmetici, Rassegna stampa ragionata a cura di Valentina Aversano e Mario Izzi, 2009.

[6] Alberto Arbasino, Vogliamo niente, “la Repubblica”, 22 agosto 1986. 

[7] Loredana Lipperini, Abbiamo squartato la lingua, “la Repubblica”, 18 ottobre 1996.