ARTICOLO n. 71 / 2026
PRESENTE PROSSIMO VENTURO
L’evoluzione tecnologica nella letteratura e la natura dell’oggetto libro
Prosegue l’inchiesta su chi sono le giovani scrittrici e i giovani scrittori, il rapporto tra letteratura e nuove tecnologie, la natura del libro e i nuovi paradigmi comunicativi. Qui la prima puntata.
Letteratura e nuove tecnologie digitali
Nel primo articolo di questa inchiesta, la premessa tra contemporaneo e presente serviva a orientare il lavoro e a fare di questa indagine non tanto una pesca di giovanissime voci letterarie, investite del ruolo di sollevare le questioni più controverse di questo tempo, ma un’analisi delle nuove generazioni di scrittori per riflettere sugli strumenti del narrare – quali sono – se la narrativa è ancora un mezzo caro ai giovani – cosa scrivono –. Come l’evoluzione tecnologica si inserisca nella narrativa e, di conseguenza, come si relazioni all’oggetto-libro. Come sta cambiando il nostro modo di comunicare e come la letteratura possa – e se lo fa – avere presa sulla realtà.
Se nessuna delle relazioni prescinde ormai dal digitale e se il digitale pervade ogni aspetto della nostra vita, nei romanzi e nella letteratura sembrerebbe esserci una forma di resistenza alle nuove tecnologie, un’inerzia e una difficoltà a integrare questo linguaggio nei libri. Come osserva Samanta Schweblin nel corso di un’intervista del 2019, nella letteratura contemporanea sembra esserci una sorta di sforzo per non mostrare, per non nominare, la tecnologia: «In una scena in cui due amiche devono raccontarsi qualcosa, una delle due salirà in macchina e andrà a trovare l’altra senza che parlino per telefono. Oppure, una poesia che parla di messaggi Whatsapp viene immediatamente catalogata come fantascienza». Il tema assume spesso, per le scrittrici/ori, la funzione dell’elefante nella stanza. Sanno che è lì, ma fanno finta di niente. Oppure viene spesso veicolato attraverso espedienti narrativi e costruzioni di mondi altri che non hanno nessuna aderenza con il reale (distopie esasperate e astratte). Viene da chiedersi, allora, perché qualcosa di così integrato e di così pervasivo nella vita di ciascuno non solo compaia nei libri raramente, ma venga addirittura ignorato.
Per Vincenzo Latronico non è un caso che molti romanzi del presente si svolgano quindici, vent’anni fa: un’epoca simile a quella di oggi, ma senza Instagram. «Addio, bella crudeltà, di Riccardo Meozzi», ha detto lo scrittore, «si svolge negli Anni Novanta, epoca in cui c’erano cellulari con lo sportellino, io me lo ricordo ma lui era piccolo. I romanzi di Sally Rooney, specialmente i primi, sono ambientati in un generico 2006, in cui esiste la chat di Gmail, ma non Facebook. I suoi personaggi si scambiano queste lunghe e-mail, ma nessuno mette like su Instagram. Se pensi all’altro scrittore, tra i più talentuosi autori della contemporaneità, Jonathan Franzen, quando ha provato a inserire internet nella macchina narrativa, ne è venuto fuori un romanzo debole, quel meccanismo non ha funzionato. Così come le due opere italiane che di sicuro resteranno nel tempo, che hanno avuto echi mondiali, L’amica geniale, di Ferrante ed Emme, di Scurati. Emme è attuale più di quanto non sarebbe stato trent’anni fa, però non parla del mondo di oggi e così L’amica Geniale».
Nei romanzi siamo abituati a una certa unità di tempo e luogo. «Metti in quella macchina narrativa un oggetto come il cellulare che rompe l’unità di luogo e di tempo, perché sei qui, ma sei anche sulla chat di tua zia, ma anche sul New York Times, e gli ingranaggi del romanzo realista si inceppano», ha continuato Latronico.
Una delle prime criticità delle nuove tecnologie digitali, e dunque della sua integrazione nella narrativa, è che risultano obsolete in un niente e che nel tentativo di rappresentare una porzione del presente non ne riescono ad afferrare neanche una minima parte. Ma il rischio dell’obsolescenza riguarda anche e piuttosto il modo in cui le nuove tecnologie vengono integrate nella narrazione. Secondo Veronica Raimo, fare della tecnologia il centro della narrazione, senza che però questa non si riverberi anche nella struttura del romanzo, utilizzare cioè le nuove tecnologie come una specie di “sistema” in cui vengono riportate chat di WhatsApp in sostituzione ai dialoghi, le emoticon per le espressioni, conservando però la struttura classica del romanzo, è un lavoro che non aggiunge né toglie niente al libro. «Questa sorta di insistenza nell’inserire emoticon, solo per calare la storia in un presente più vicino, non mi interessa granché e spesso lo trovo un esercizio superfluo». D’altra parte, ha detto l’autrice, esistono esempi in cui il digitale viene inserito nei romanzi come una rappresentazione naturale, senza che lo si tematizzi. «Nel nuovo libro di Davide di Lorenzo, ancora inedito, ci sono tre storie molto diverse l’una dall’altra, in cui lui usa la tecnologia in modo del tutto naturale, la dà per scontata. Ci sono persone che stanno continuamente al telefono, e ci sono gesti nella narrazione che mi sono sembrati autentici, mimetici. Mi è piaciuto, così come mi è piaciuto il modo in cui parla di bisessualità, che non è un tema da trattare né su cui riflettere. Molti di questi personaggi sono serenamente bisessuali senza dire “Ehi, ammazza, sono bisessuale “. È possibile che questa cosa sia generazionale. Lui è molto giovane, forse l’ha introiettata in una maniera molto più naturale di quanto, invece, non sia successo alla generazione precedente, quella dei Millennial. Nei Millennial mi sembra che ci sia ancora un po’ di ostentazione. Chi oggi ha meno di 30 anni, forse, questa cosa l’ha così assimilata che non si nota più».
L’eventuale aspetto interessante delle rappresentazioni digitali, in fondo, più che riguardare la funzione rappresentativa, e dunque fungere da traccia storica di un certo presente, riguarda l’influenza che questo strumento ha sulle relazioni e il potere che ha di manipolarne la natura. Sempre Schweblin non ha nascosto la sua inerzia a parlare dell’argomento. «È noioso parlare di tecnologia, è qualcosa che non mi interessa, neanche oggi. Quello che mi interessa, però, è indagare quello che accade tra noi e gli altri attraverso la tecnologia. Come fare a omettere tecnicismi e a raccontare queste relazioni? Come fare a scrivere un libro che tra cinquant’anni ci permetta di capire quali erano i problemi che ponevano le tecnologie, senza sapere cosa è Facebook, Instagram o WhatsApp?».
L’autrice, con Kentuki, uscito nel 2019 e edito in Italia da SUR, ha costruito, per esempio, un universo in cui peluche di varie forme e grandezze si spostano nelle stanze su ruote di plastica e hanno una telecamera incorporata attraverso cui la persona che li manovra guarda la persona osservata. Quella che propone l’autrice sembra un’allegoria che riflette il controllo digitale, senza però che vengano mai citati i mezzi che conosciamo. Ci sono alcuni esempi, secondo Latronico, che funzionano in casi specifici, autori e autrici che sono riusciti nell’ardua impresa di costruire una rappresentazione del digitale. Al di là dei giudizi di valore e del gusto, sono romanzi che reggono per struttura, per tono e per impianto narrativo. Soprattutto narrazioni che attraverso una chiave critica trattano il digitale, non come contestuale, né come rappresentazione del presente, ma che lo fanno ponendosi delle domande rispetto al tema. Lo fa Patricia Lockwood con Nessuno ne parla o Tony Tulathimutte, con Rifiuto. Veronica Raimo ha citato un romanzo che è una sorta di parodia dei Marriage Novel inglesi. «Gusci, di Livia Franchini, è un romanzo veramente pazzo, sperimentale, divertente, del quale in Italia, secondo me, non è stata compresa l’operazione fatta. Ma è un esempio interessante per quello che stiamo dicendo, perché il meccanismo della tecnologia, lì, serve per disinnescare la struttura del romanzo e, a proposito di riverbero nominato poco fa, mi sembra che in quel libro ci sia e riguardi tutti i livelli della narrazione».
La natura del libro e i nuovi paradigmi comunicativi
Giunti a questo punto, varrebbe la pena che alcune riflessioni sul tema riguardassero piuttosto la natura del libro in relazione all’evoluzione digitale. Che cosa significa leggere in un momento storico in cui la multidimensionalità e l’interconnessione sembrerebbero coinvolgere la narrazione a patto che rispetti la brevità, la frammentarietà, l’enfasi, a discapito dell’informazione dettagliata, nel caso dei giornali, e della produzione non massiva, nel caso dei libri. Leggere un libro prevede una forma di astrazione e di isolamento che i nuovi media rifiutano categoricamente. Si può ascoltare un podcast mentre si lavano i piatti o mentre si scrive un messaggio a un amico, ma non si può leggere mentre si fa tutto questo. L’incremento del digitale e la progressiva diminuzione dell’uso della carta, per esempio, in favore di video di 15 secondi, o di caroselli informativi, sacrificano l’argomentazione dettagliata, il pensiero complesso e analitico che non può esistere se non attraverso la lettura e la scrittura. Vale lo stesso per l’immaginazione e per la creatività, minacciate dagli stessi sistemi comunicativi di massa, dagli algoritmi e dalle proposte ad hoc per ciascun utente e vale lo stesso per l’attenzione, costantemente predata, interrotta, segmentata e frazionata. È l’interruzione dello spazio e del tempo a cui la letteratura fatica ad adattarsi.
In un piacevole incontro, Isabella De Silvestro, scrittrice e giornalista, ha fatto un esempio che appare originale e che ben rappresenta la violenza della costante incursione di informazioni a raffica.
«Ho avuto una visione, poteva essere un cortometraggio, non so perché in questa forma. Ho immaginato una persona che scrive a macchina, quindi uno strumento che fa una sola cosa, metti un foglio, premi dei tasti, scrivi e vedi rispuntare il foglio. Insomma, questa persona, a un tratto, vede apparire dalla macchina da scrivere delle foto di una conoscente al mare, una bolletta della luce, poi una pubblicità. Queste cose fuoriescono fisicamente. La persona in questione si scandalizzerebbe, ovviamente, di quello che accade davanti ai suoi occhi. Tutto quel materiale inaspettato e caotico la distoglierebbe dal suo lavoro. Ho pensato “Sarebbe assurdo, no? Sarebbe davvero assurdo!” e invece è proprio quello che abbiamo accettato».
La brevità e la frammentarietà, insieme al ritorno all’immagine, non spianano la strada alla letteratura che, invece, ha bisogno di tutto l’opposto per essere scritta e letta. Il progresso sembra essere antitetico non al narrare ma al libro e a quello che un libro richiede quando viene letto. Leggere, come scrivere, è un atto che presuppone solitudine e tempo, ed è soprattutto una tra le forme di fruizione artistica che richiede un grandissimo forzo immaginativo.
A proposito di contemporaneità, la minaccia dei mass media e delle nuove tecnologie è quanto mai attuale in un libro scritto nel 1983 da Ray Bradbury. Fahrenheit 451 contiene un messaggio che non si è esaurito nel presente in cui è stato scritto ma è diventato traccia del contemporaneo. Parla, cioè, al nostro presente così come è presumibile pensare che farà anche con i presenti futuri. Bradbury affermò di aver scritto il romanzo a causa delle sue preoccupazioni per la minaccia dei roghi di libri negli Stati Uniti e lo descrisse, in seguito, come una critica ai mass media che riducono l’interesse per la lettura e, successivamente, come una critica al politicamente corretto che definì «il vero nemico di questi tempi» ed etichettò come «controllo del pensiero e della libertà di parola».
Riconoscere i libri come materiale pericoloso equivale a proporre una prospettiva arcaica, persino romantica, eppure non è difficile individuare nella natura del libro i segni di una cospirazione rispetto all’omologazione del progresso. È forse la natura anarchica del libro, che si sottrae alle logiche di questo tempo, a mettere in salvo la letteratura dalla presa della tecnologia o dagli aspetti della tecnologia che consideriamo minacciosi.
«Dicono che la lettura non può competere con il processo tecnologico, ma in realtà è solo quella, forse, a poterlo fare perché è l’unica cosa altrettanto violenta», ha detto De Silvestro. «Quando torno in Colombia nel mondo borghese delle mie zie, e me ne sto nella loro casa in piscina a leggere per ore, percepisco il fastidio per il mio comportamento che giudicano maleducato. Il mio libro mi sottrae al loro presente e questa cosa è offensiva. Si sentono minacciate perché è come se preferissi altro a loro, cioè un altro mondo, la vivono come una cosa violenta ed effettivamente lo è».
«Pensando al libro come oggetto» ha detto Veronica Raimo, «è un dispositivo che è difficile migliorare, un po’ tipo la forchetta. Cioè, una volta che hai inventato la forchetta, poi non è che devi inventare qualcosa che funzioni meglio della forchetta. Penso alla musica, un supporto come il CD non mi stupisce che sia stato soppiantato. Si rovinava, non era particolarmente bello, tanto che adesso si è tornati al vinile, perché effettivamente un miglioramento rispetto al vinile è molto difficile da immaginare. Questo per dire che il libro per me è immodificabile. D’altro canto, noto una sorta di strana nostalgia per il vintage, il libro viene recepito come uno status symbol. Questa cosa mi è stata chiarissima quando ho partecipato al Miu Miu Literary Club. C’erano i tascabili Penguin, di Simone de Beauvoir, con la copertina di Miu Miu, all’improvviso diventato un oggetto di culto. Ho pensato “Cavolo, se c’era una cosa economica e democratica era il tascabile Penguin” e invece anche il libro sta diventando un oggetto di lusso. La moda si sta spostando dal cinema al campo letterario e se pure la lettura, che è la cosa più economica del mondo, con le biblioteche che mettono gratuitamente i libri a disposizione, se pure la letteratura deve diventare una cosa d’élite, è triste. Detto ciò, temo stia già accadendo. C’è una feticizzazione dell’oggetto-libro che vent’anni fa non c’era».