ARTICOLO n. 24 / 2026
TUTTO QUELLO CHE CREDEVAMO PERSO
Si potrebbe mai fare a meno delle tasche oggi, quando uscire di casa significa portarsi appresso tra chiavi e smartphone letteralmente tutta la propria vita? Per non dire poi degli accessori in un’epoca in cui tutto è accessorio e quindi tutto è essenziale. Si cammina ormai portandosi appresso così accendini e sigarette – spesso in versione tabacco più cartine –, powerbank e caricabatterie e poi per i più solerti – o per i più precari – computer portatili e tablet. Non possono infine mancare per gli ipocondriaci blister di pastiglie varie e nel caso si restasse fuori casa per tutto il giorno anche dentifricio e spazzolino.
Fortuna quindi che sono tornati di moda i vestiti ampi e le giacche di taglio militare (chissà se è un caso, ma direi di no), anche se in ogni caso non può comunque fare a meno di una borsa in tela o di uno zainetto. Nonostante l’idiosincrasia – o meglio l’odio puro – più volte espresso da Hugh Grant verso chi circola con questo guscio sulle spalle. Nessuno ne può più fare a meno, dall’amministratore delegato al freelance in cerca di un caffè con wi-fi gratuito. Un fatto c’è da dire, tra i pochi, capace d’incrinare l’ordine patriarcale che ha sempre previsto l’uomo con mani e spalle libere e donna al seguito con borsa e sacchetti.
Sono ben lontani gli anni in cui Diego Mora, il resistente spagnolo interpretato da Yves Montand ne La guerre est finie di Alain Resnais del 1966, può appallottolare il giornale dopo essersi nascosto il viso dalle parti di rue Mouffetard o di quando Alain Delon accoglieva all’aeroporto Romy Schneider porgendole un mazzo di rose che nell’attesa del suo arrivo era rimasto in mano all’amico e attore Jean-Claude Brialy, il quale ricordava in un documentario che: «Alain non teneva mai in mano nulla, le rose le prese solo per donarle subito a Romy. Mai visto Alain con le mani occupate da borse o da oggetti».
Eppure gli oggetti, soprattutto quelli più piccoli, contengono storie provenienti da una quotidianità passata che spesso illuminano e ridefiniscono chi si è stati al di là delle proprie pose e delle proprie ambizioni. Forse proprio per questo molte volte gli uomini invecchiando assumono atteggiamenti che spesso sono assimilabili a una parodia di quello che credettero di essere in gioventù, mentre le donne trascinano nelle loro borse e sportine il peso di una spesa insieme a quello degli anni con ben maggiore dignità ed eleganza.
Ugualmente biglietti e oggetti privi di valore tornano alla luce dopo essere rimasti abbandonati in fondo alle tasche, come avviene nella bella raccolta di racconti dello scrittore cileno Gonzalo Maier, Il libro delle tasche(Sellerio, traduzione di Vincenzo Barca). Un piccolo libro prezioso fatto di imprevisti e cronache quotidiane raccontati con uno stile sempre in bilico tra commedia degli equivoci e hard boiled.
Oggetti che riattivano una memoria e che hanno determinato in passato traiettorie impreviste. «Una produzione di aneddoti», avverte a proposito delle sue tasche il protagonista di Piombo, uno dei racconti contenuti nella raccolta. Si pensava che l’avvento del digitale avrebbe alleggerito il peso degli oggetti e invece sorprendentemente lo ha aumentato, rendendo per altro obbligatorio una convivenza perenne con la memoria. È come se in ogni momento della giornata si fosse immersi nell’archivio della propria vita da cui è possibile estrarre subito ogni giorno passato, peccato che molte volte così facendo non solo se ne perde il senso, ma ci si impedisce quella maturazione, quella stagionatura offerta dal passato che permette all’oggi di rendersi comprensibile e non solo deprimente o in alternativa vacuamente esaltante. Si vive come in una sorta di perenne guerriglia dentro alla quale bisogna a ogni modo prevedere, controllare ed evitare ogni possibile imprevisto, soprattutto quelli provenienti dal passato.
Gonzalo Maier ha l’abilità di un investigatore esperto, capace di mettere in gioco se stesso e la sua scrittura. Il libro delle tasche è una piacevolissima scoperta, esattamente come una caramella o una banconota ritrovata per caso nella tasca di una giacca o di un paio di vecchi pantaloni. Un esempio di letteratura che sa scavare senza far sentire il peso della terra smossa e la fatica di spalare con la vanga senza mai tirare il fiato. Il libro delle tasche si poggia su un’idea potentemente efficace perché è in grado di togliere al passato ogni forma di opacità, restituendo attraverso la semplicità di un oggetto anche banale il senso di una storia dimenticata o magari ricordata male per eccesso di superficialità come di dolore. Nulla di particolarmente epico si rivela in un pettinino, in una fede matrimoniale, in una pallina, in un fazzoletto o in un vecchio volantino politico, ma si può cogliere sempre la forza del tempo e la sua inevitabile polvere, che dopo aver occultato ora rivela, con tutta la sua capacità di conservazione. Basta poco per rinverdire la memoria: una mano in tasca che fruga riportando alla luce chi si è stati.
Claude Sautet è stato uno dei più grandi registi francesi del secolo scorso, ma soprattutto è stato colui che ha scritto, rivisto e sceneggiato un numero inverosimile di film prodotti in Francia dagli anni Sessanta fino agli anni Novanta.
La sua capacità di scrittura era infatti fuori dall’ordinario per qualità, ma anche e soprattutto per rapidità di esecuzione, elemento che lo rendeva estremamente richiesto da registi e produttori che spesso gli chiedevano riletture, revisioni e riscritture. Al punto che Sautet era soprannominato nell’ambiente cinematografico francese script doctor e non a caso molti dei film da lui scritti, girati e per l’appunto rivisti per altri contengono sempre degli oggetti piccoli che rivelano un ricordo e riattivano la memoria.
Il suo era uno stile compatto, una cinematografia sempre in bilico – come avviene anche nel libro di Gonzalo Maier – tra noir e dramma borghese. E tutto partiva inevitabilmente dai dettagli che riconducevano a una vita che si dava più o meno inconsciamente per dimenticata, generando un’indecisione che dal passato arrivava a determinare fortemente il presente. Posaceneri colmi di sigarette, occhiali dimenticati in un letto, un bocchino da sigaro, un mobiletto urtato per distrazione e poi ovviamente una lettera dimenticata nella tasca della giacca. Tutti piccoli oggetti narrativi che Sautet aveva grande abilità nel nascondere tra le tasche di tutti quei film che aveva girato e a cui aveva anche in parte collaborato.
Les choses de la vie è un film del 1970 che prende spunto dal romanzo di Paul Guimard e che sarà il primo grande successo commerciale di Claude Sautet. Un quarantenne in crisi, un architetto interpretato da Michel Piccoli, vive costantemente nella tensione che lo porta a muoversi in fragile equilibrio tra la ex moglie e l’attuale compagna. Proprio questa ambiguità lascia l’architetto Pierre Bérard assente a se stesso, ammutolito dai ricordi. Il presente pretende risposte e scelte che lui non sa e non vuole dare, almeno fino al gesto più radicale, abbandonare l’attuale compagna, fuggire dal presente. Lo fa scrivendole una lettera, ma proprio la scrittura della lettera, quel farsi, lo convince dei motivi opposti. Bérard vuole stare con lei, è lei che lui ama. La lettera resta così nella tasca della sua giacca e lì verrà ritrovata dall’ex moglie dopo l’incidente occorso a Bérard mentre sta correndo follemente in macchina verso Parigi, verso la sua attuale compagna, Hélène, interpretata da Romy Schneider.
Il biglietto racconta così l’opposto delle intenzioni di Bérard, che rimasto privo di coscienza tra la vita e la morte non ha più tempo per dare risposte e offrire spiegazioni. La ex moglie, Catherine, interpretata da Lea Massari, straccia il biglietto, mentre Hélène accorre disperata all’ospedale. Pierre Bérard ormai verso la morte sogna il suo futuro esattamente allo stesso modo in cui aveva ricordato, nelle settimane precedenti, il suo passato. Sta morendo, fra poco non esisterà più, ma vede finalmente con chiarezza i propri desideri in forma di sogno: il matrimonio con Hélène, le risa, le gite, una vita insieme. Tutto resterà solo come una possibilità ideale conficcata nel fondo della sua coscienza, una felicità libera da ogni rischio di realtà e quindi di delusione.
Pierre Bérard ha ritrovato nel fondo di sé finalmente ciò che avrebbe voluto da se stesso, dall’amore e dalla vita ormai anche al di là della vita stessa. Una lettera, un paio di ciliegie, un bottone, basta tutto questo per scrivere un romanzo e per girare un film e forse anche per vivere, insieme a un po’ di fortuna ovviamente, sempre necessaria e utile per raccontare e per raccontarsela. Dirsi e farsi una e delle storie, diceva Gianni Celati. Storie capaci di andare oltre i momenti più bui e complicati, oltre il senso obbligato di un’esistenza che prevede altro e ce invece potrebbe offrire cose tutte diverse, tutte – finalmente – impreviste. Quell’oggetto ritrovato sia reale come mentale, non testimonia un tradimento, ma una nuova possibilità. Una miccia capace di generare una luce potentissima, tanto da illuminare tutto e poi spegnersi repentinamente, fino al prossimo ripensamento, fino al successivo cambio d’abito.