ARTICOLO n. 69 / 2026

QUATTRO INDAGINI ROMANE

Nell’autunno scorso, sono stato contattato dallo studio di architettura Labics per fornire un mio contributo al concorso di idee A vision for Rome. Si trattava di progettare interventi urbanistici nella città (tra cui la riqualificazione di aree periferiche) prefigurando quale essa sarà da ora al 2050. Essendo io del tutto incapace di immaginare il futuro (quel che sarà tra qualche settimana, figurarsi il 2050) mi sono limitato ad accompagnare gli architetti nei loro sopralluoghi e a buttar giù dei rapidi schizzi di ciò che ho visto, dunque del presente, l’assolutamente presente. Sono stati vagabondaggi per me molto istruttivi, a momenti persino poetici, trattandosi peraltro di quartieri di Roma dove avevo messo piede un paio di volte in tutta la mia vita, o che avevo sempre attraversato di corsa. Centocelle, il Trullo, un tratto del fiume Aniene, Santa Maria della Pietà: tessere di un grande puzzle che tuttora giacciono sparpagliate in attesa che qualcuno, temerariamente, provi a connetterle tra loro.  

Baluardi e sbarramenti

Uno dei modi migliori di conoscere la città di Roma è perdersi. Ma se uno ha in mente la disposizione a raggiera delle consolari che si dipartono dalle sue mura in ogni direzione, prima o poi si orienta di nuovo, trovandosi a incrociarne una. Rimane un leggero brivido di dubbio se si debba svoltare a destra o a sinistra per tornare verso il centro… non bisogna perdere l’occasione buona, al semaforo… altrimenti se ne riproporrà un’altra tra qualche chilometro, attraversando quartieri sconosciuti e ammirando come sempre la fantasia dell’ufficio di toponomastica del Comune, che si è sbizzarrito ad assegnare i nomi alle strade, pescando tra eroi o dotti medievali, e talenti dimenticati. Funziona come il quadrante dell’orologio, che nella mia mente giro sempre in senso orario, partendo dall’Aurelia, verso la Cassia e la Salaria (che è una specie di mezzogiorno o stella polare dato che punta a Nord) e poi la Nomentana e le altre. Nel quadrante orientale tendo a perdermi e sta appunto lì il bello nell’avventurarsi: tra Prenestina Casilina e Tuscolana. Sviluppati lungo le consolari con uno spessore di tessuto edilizio che in alcuni punti si assottiglia riducendosi a un centinaio di metri, o qualche fila di caseggiati, i quartieri si alternano a immensi triangoli di verde che al primo sguardo non si capisce se siano campagna o parchi urbani o pascoli o spazi di niente e di nessuno, dove proliferavano (e ancora qua e là sono presenti) baraccopoli, orti lussureggianti, smorzi, discariche spontanee, canneti, casotti di pastori e pescatori, sfasciacarrozze, magazzini all’aperto di oggetti innominabili, depositi giudiziari, ovviamente mescolati a sparse rovine archeologiche e groppi di selve impraticabili, orride e bellissime come nelle stampe settecentesche. A Roma la natura penetra quasi fino in centro e nel giro di pochi anni ritorna a impadronirsi, famelica, degli spazi che l’espansione urbana aveva provato a sottrarle, normalmente con gli avamposti di casermoni pianificati o colonie di casette abusive (quale delle due piaghe sia peggiore, è materia di infinito dibattito). Per quanto spesso degradata e illogica, questa contaminazione, occorre dirlo, è bellissima. Bellissima proprio in quanto assurda. La stratificazione secolare di epoche e manufatti e tipologie architettoniche e categorie catastali (perlopiù violentate) dà le vertigini. Quartieri brulicanti all’improvviso cessano nella prateria, il frastuono del traffico si interrompe di colpo, sostituito da fruscianti brezze arcadiche, non si capisce più dove ci si trovi, cosa sia lecito e cosa proibito, l’umano e il disumano e il sovrumano intrecciati, e se quelle inspiegabili recinzioni siano comunali o di qualche cittadino intraprendente che si è ritagliato la sua personale riserva di caccia e pesca o l’ha erette a protezione di attività più o meno legali: insomma, lì, le catene, e i lucchettoni, chi ce li ha messi? A quei cancelli che spesso non sono altro che reti di materasso messe in verticale… Non resta dunque che passare attraverso le smagliature, intrufolarsi, specie se è una bella mattina invernale e si ha un paio di scarpe adatte a una camminata irregolare, su asfalto, fango, pietre, detriti, rovi e filo spinato. La stessa autorità che ha segnato i propri confini, incita a trasgredirli. Roma è città aperta ma al tempo stesso piena di baluardi e sbarramenti: alcuni sono naturali, erte colline e fiumi e fossi e foreste, altri costituiti da strade e ferrovie pressoché insormontabili, frequentissimi e sterminati gli alti muraglioni dietro cui si celano misteriose proprietà statali o ecclesiastiche. La separazione spesso drammatica tra un luogo e l’altro di Roma ha fatto sì che nel tempo si creassero identità di quartiere molto spiccate, col relativo orgoglio comunitario ma anche, in periferia, la sindrome dell’abbandono, dell’isolamento, vissuto appunto con fierezza mista a lamento. Uno degli esempi più clamorosi lo si trova all’altezza della stazione del trenino di Centocelle, che separa il quartiere omonimo dal parco omonimo. Cioè, si chiama tutto quanto Centocelle: a nord della Casilina le abitazioni e le strade (dagli svenevoli nomi di fiori e piante, via dei Ciclamini, dei Gelsomini, delle Giunchiglie…) e a sud l’immenso rettangolo di verde dove un tempo si trovava l’aeroporto, denominato un po’ pomposamente Parco Archeologico di Centocelle. Ma a dividere queste due anime del quartiere, l’una umana e l’altra naturale, oltre al traffico veloce delle due carreggiate che fasciano la stazione, galleggiante in mezzo alla Casilina tra le rovine antiche, un po’ come l’Isola Tiberina in mezzo al Tevere, sono poste, se ho contato bene, sei cancellate, sicché per attraversare la strada per almeno un chilometro c’è solamente un sottopasso, che però alle undici di sera pare chiuda (!).  Nella stazione sosta un decrepito trenino giallo col motore acceso, pulsante, i battiti del diesel ricordano quelli di un peschereccio. La linea dovrebbe portare dalla stazione Laziali a quella di Giardinetti senonché, nel cartello, le ultime sette fermate sono sbarrate. Dietro la grata che blocca uno degli accessi chili di immondizia si sono sparpagliati sui gradini della scala, mentre le lettere di “Uscita” si stanno tristemente scollando dal pannello sul muro, come se la scritta fosse stata realizzata con i trasferibili, nel nome della precarietà. Centocelle dista circa sette chilometri dal centro: “annamo a Roma” dicevano una volta gli abitanti del quartiere. Ora c’è però, poco distante, la stazione della metro, già scrostata e coperta da un immenso e inspiegabile parcheggio-terrazza-piazza che non è nessuna delle tre cose. Con lampioni distribuiti qua e là, alla luce dei quali, la notte, non è impossibile immaginare che tipo di incontri possa svolgersi. Nove case su dieci furono tirate su nel giro di un quarto di secolo, dopo la guerra, il che fece di Centocelle il quartiere di Roma più densamente affollato. Oggi ci abitano all’incirca cinquantamila persone, cioè come Pordenone o Siena o Trapani. Guardando a sud, oltre il grande parco, verso la Tuscolana, sopra gli intensivi si staglia controluce il cupolone di Don Bosco, bianco, livido, astratto, portando con sé inevitabili memorie felliniane. 

Sul fiume minore

Tutti pensiamo che a Roma ci sia un fiume, e invece ce ne sono due. Il minore ha un percorso serpeggiante e quasi tutto invisibile, va stanato. Siccome però piove ininterrottamente da più di un mese, è lui adesso a farsi vivo, s’ingrossa, esonda, allaga. S’imbuca con un rombo sotto il Ponte Nomentano. Passeggiando nel fango delle sue rive lo si vede scorrere in un senso, poi a sorpresa nel senso opposto, perché ha girato su se stesso, capriccioso, ingannevole. Il quartiere di Montesacro ora si avvicina ora se ne allontana ma è comunque distaccato, separato, come se il fiume fosse un estraneo a cui si interessa, relativamente, solo chi ha un cane da portare a spasso o si allena. Lungo il bell’uncino formato da via Monte Nevoso, oltre le provvisorie recinzioni, qualche volonteroso cittadino ha improvvisato un piccolo parco giochi autogestito, con altalene e scivoli di plastica multicolori. “Va lasciato pulito e ordinato!”, ordina il cartello affisso sul cancelletto. Peccato non sapere nulla di botanica, perché tutt’intorno le piante e gli alberi hanno un aspetto tropicale, messicano, e fanno contrasto con gli alti pini marittimi che svettano dai giardini delle villette liberty. Roma in alcuni punti è ligure, poco più in là vietnamita: e questo non sui suoi bordi, bensì in piena città. Montenevoso, Montenevoso… un nome che riaffiora… ma non era il covo delle Brigate Rosse dove furono ritrovate le carte del sequestro Moro? No, non era qui, stava a Milano, via Montenevoso. Le vite parallele di Roma e Milano, il lungo duello per il primato, la comparazione tra strutture e innovazioni e sindaci e peso politico, be’, in Italia non avranno mai fine. Da uno dei pratoni mai calpestati, oltre il Poligrafico di Stato, ho l’occasione di osservare da un’inedita visuale i grandi blocchi della caserma e dei casermoni sulla discesa della Nomentana che porta fino a piazza Sempione, lungo i quali sono passato migliaia di volte sfrecciando in moto sulle strisce che separano una corsia dall’altra o avanzando a scatti in macchina. Ma è inutile, uno crede di conoscere certi luoghi come le sue tasche e invece basta deviare dal circuito quotidiano, spingersi in una traversa, e si spalancano panorami imprevisti, territori inesplorati. Tutto il corso dell’Aniene è così, se lo si risale dal punto in cui sfocia nel Tevere, a pezzi e bocconi, quartierini e magazzini, bolle urbane, centri sociali, orti conclusi, enclave e zone segrete seminate lungo le sue anse: tutti mondi appartati. Un esempio di deviazione clamorosa dai percorsi abituali mi viene offerto scartando dai campioni di brutalismo che, un chilometro più in giù sulla Nomentana, accompagnano fino alla grande arteria di viale Kant (che in zona tutti pronunciano Kent), con le sue diramazioni da manuale, Spinoza, Locke, Diderot, via Schopenauer, via Leibniz, piazzale Hegel, e poi da lì a Rebibbia. Bene, invece di girare a sinistra all’incrocio con via Adriano Fiori (l’ho fatto ogni mattina per una quindicina di anni) è sufficiente proseguire dritti qualche altro centinaio di metri su via Tilli per sbucare di nuovo nel nulla incantevole di un parco, deserto, oltre i palazzoni a semicerchio, che soavemente declina verso il fiume orlato da alberi: oltre il quale, su una collina, si intravede l’ennesima fortezza sconosciuta. Non possono mancare i resti semisepolti di una villa romana, un paio di cavallucci a molla dai colori primari, la legenda che spiega dove sbuca il cunicolo che conduce a un antico nel serbatoio d’acqua. Lo percorro finché posso a capo chino, illuminandolo con la torcia del cellulare e apprezzando le solite scritte spray tra cui noto un “Mi manchi”, che potrebbe in verità applicarsi a moltissime cose e persone. Più tardi, imboccata sul lato della Tiburtina l’interminabile sinusoide di via di Pietralata (dove mezzo secolo fa i preti ci spedivano a fare ripetizioni ai figli dei baraccati), percepisco in alto a destra la mole del forte e della caserma Gandin, che prima scorgevo dall’altro versante. Salita la collina, ci si arresta davanti al suo portone protetto dai jersey di cemento gialloneri, e affiancato da due grossi proiettili di artiglieria ricoperti di vernice dorata. Tocca fare un ennesimo dietrofront. È così, in questa città, tutto distante, nuovo, sorprendente, scollegato, scheggiato, la visione chiara e luminosa ma a pezzi, come quella delle tessere di un puzzle ancora da iniziare.  

Il nome non è tutto, ma è già qualcosa

Santa Maria della Pietà: nome famoso, famigerato, anche se probabilmente nove romani su dieci non vi hanno mai messo piede, compreso chi ora scrive. E’ un’area di forma circolare, incastonata tra Monte Mario, la Pineta Sacchetti e il Casal del Marmo, con forre e creste collinari a separare gli insediamenti urbani ora più densi ora radi. Sparsi in un parco bellissimo, i pini ben curati, sorgono padiglioni del primo Novecento, in tutto una trentina: formavano una città della follia, definitivamente chiusa nel 1999. I malati di mente dovevano trovarvi ristoro, passeggiando. Tutt’intorno le strade hanno nomi di psichiatri e neurologi. Ora qualche edificio è occupato dal SSN, gli altri sono in corso di ristrutturazione. Dal versante nordovest di questa isola circolare, di là da un golfo verde che brilla di umidità sotto il sole, si possono vedere forse a un chilometro i profili del grande ospedale San Filippo Neri (con una popolazione che tra personale medico, pazienti e parenti in visita equivale a quella di una cittadina di provincia italiana) e poi verso sinistra e più vicini, quasi da toccare allungando la mano attraverso la valle, la scuola Pasteur e il carcere minorile. Sono tutti posti raggiungibili in auto o con il bus che ferma davanti al penitenziario e poi torna indietro sulla Trionfale, dove le auto avanzano lentamente, incolonnate in entrambe le direzioni. La strada corre fuori Roma su un crinale ai cui lati si stendono campi a tratti nascosti da agglomerati di casette, distributori, la ferrovia, serbatoi d’acqua, fino a Ottavia. Per la prima volta, in vita mia, mi trovo a gironzolare per Ottavia, alla ricerca di un punto di vista che permetta di ammirare la campagna intorno e, lontana e tremolante come un miraggio, la città. Lo sfondamento laterale verso un qualche affaccio spesso fallisce e ci si ritrova davanti a un cancello con telecamere che sbarra il cammino e la visuale. Ecco, allora, cosa vuol dire abitare a Ottavia? Sarebbe un’opportuna domanda da porsi. Che vita vi si conduce? È ancora città? Non è più città? E allora cos’è? Un paese? Una borgata? Ma cos’ha a che fare, poniamo, con il Tiburtino III, o con San Basilio o il Quarticciolo? O Tor Bella Monaca o Giardinetti? Quasi niente, direi. Come quasi niente hanno a che fare questi quartieri l’uno con l’altro. Isole. E Roma dunque un arcipelago di isole maggiori e minori, come le Cicladi. Poter dare un nome al luogo in cui si abita è un modo per capire e far capire agli altri chi si è, il primo indizio di quale senso abbia la propria vita, se ne ha uno, insomma un sintomo, un indicatore verbale esistenziale, un marker. Ecco, proprio davanti all’ingresso del Santa Maria della Pietà ci sta un baretto giustamente chiamato “L’oasi”, perché lo è, in effetti, un’oasi. Se chiedi a uno dei locali che svernano ai suoi tavolini “Scusi, lei dove abita?” (intendendo come chiama il suo quartiere), quello risponde giustamente col nome dell’ex-manicomio davanti al quale ci troviamo; mentre un altro dice “Torrevecchia”, cioè lo stradone che da lì in tre chilometri porta sulla Boccea; e un altro ancora, genericamente, “abito a Trionfale, perché?”. Già, perché? Eppure la fermata del treno lì vicino si chiama Monte Mario, come la tribuna dello Stadio Olimpico… Tornando indietro da Ottavia verso il centro, ci si può fermare attratti dal nome di una via che svolta a sinistra. Via Pasolini. Un lindo cluster suburbano di palazzi a quattro piani, che forma una specie di ypsilon. Non c’è nessuno in giro, tranne una volante ferma coi poliziotti scesi che fumano. Ma Pasolini proprio lui? Sì, Pierpaolo. Qui? E perché mai? In mezzo a un enclave similborghese tirata su, a occhio, almeno un paio di decenni dopo che era morto? Tra i tanti posti popolari della città che aveva bazzicato e filmato e reso celebri… Uno dei misteri gloriosi della toponomastica romana. Per raggiungere il punto di ritrovo a Ponte Milvio, invece della veloce galleria scegliamo di scendere a valle come si faceva una volta, per via della Camilluccia, scivolando lungo le sue mura ombreggiate e i cancelli invalicabili. Ci sono pure le palme che hanno resistito all’attacco del punteruolo rosso. È la nostra Beverly Hills.

Omaggio agli Arvali 

Sono stato al Trullo due volte in vita mia, a farmi fotografare o asportare nei all’Ospedale Israelitico. Ora ci siamo vicini, in una piazzetta intitolata alla Madonna di Pompei, a mezza costa: verso valle si spalanca un’amplissima visuale fatta di strati giustapposti. Proprio qui sotto, la stazione della Magliana e la via omonima, più in là i piloni del viadotto per Fiumicino dai giganteschi tiranti, e poi ancora la pigra ansa del Tevere bordata di alberi ingrigiti dall’inverno, che nella sua circonvoluzione avvolge come una spira di serpente una mezzaluna di capannoni industriali. Poi, di là dal fiume, la foschia vela la sterminata distesa dell’ippodromo di Tor di Valle e forse il luogo dove doveva sorgere in prima battuta lo stadio della Roma. Gli innumerevoli “terrains vagues” che intersecano la città ingolosiscono i progettisti quando (ogni morte di papa, letteralmente…) c’è da costruire qualcosa di grosso e nuovo, basti pensare alle ipotesi avanzate per l’Auditorium prima che planasse sotto i Monti Parioli. C’era solo l’imbarazzo della scelta, lo mettiamo lì, no meglio lì, lo sguardo aereo in scala uno a cento. Verso la spoglia chiesa della Madonna di Pompei stanno scendendo un’erta scalinata di cemento alcune vecchiette, svelte, nervose, forse dirette alla stazione del bus o del treno, e viene da chiedersi con quale fiatone la risaliranno. A noi viene dopo i primi gradini. E ci si inerpica su per un quartiere senza nome dove si accumulano tutte le possibili tipologie architettoniche moderne tra cui anche un compound nuovo di zecca di sapore scandinavo. Tranne che intorno ad alcune bancarelle di cibarie provenienti da provincie e regioni limitrofe (e che dunque si suppone, chissà perché, genuine) non si vede in giro un’anima viva, non c’è un negozio, un bar, niente, solo abitazioni, spesso allineate in file tondeggianti. Le si vorrebbe scavallare per accedere a un bellissimo parco in discesa, oppure a un altro spazio boscoso che dà verso via del Trullo, ma non è per niente facile trovarne l’accesso. Qui molti luoghi e nomi e targhe sono intitolati agli Arvali. Chi erano mai costoro? Facile controllare: antichi sacerdoti di una ancora più antica dea, precorritrice di Cerere, che qui aveva il suo bosco e il suo tempio. Grandi chiazze della natura a lei sacra ci circondano e ci seducono. Se non trasformate in parchi, quelle distese verdi potrebbero essere campi coltivati, magari, o anche orti, sì, orti urbani, domestici, schrebergarten, non c’è bisogno di essere in guerra per assegnare a ogni abitante o gruppo familiare o comunità, un piccolo appezzamento dove crescere un po’ di verdura, cavoli, carote, perché no? Si tratta di praticità+salute+esercizio spirituale. Anche alle spalle delle case popolari che fiancheggiano via del Trullo si spalancano innominati ettari di verde. Viene la voglia di dare una sistemata a tutto, da queste parti, a cominciare dalle caserme disabitate da tempo, perché il luogo, malgrado l’atmosfera mesta di abbandono, è bello, struggente, suggestivo, starei per dire sacro, come se gli Arvali fossero ancora presenti, l’aria è buona, il fiume è a un passo, anche se per raggiungerlo occorre fare una corsa a ostacoli, una specie di videogioco seminato di intralci e difficoltà. Al Trullo hanno cominciato con il make-up urbano che ora va per la maggiore, nelle borgate, per rallegrarle un po’, cioè dipingendo murales sulle facciate che danno sulla strada. Va detto che alcuni non sono affatto male, con un insolito tocco art nouveau, fiammanti nel grigiore del Trullo che sale lento verso la Portuense. Volendo arrivare al fiume da qui non resta che riprendere la macchina e a forza di sottopassi e detour per superare le varie linee di comunicazione (che proprio mentre connettono qualcosa, disgiungono qualcos’altro), accediamo alla zona industriale e la scopriamo viva, brulicante di attività: bisognerebbe farne un censimento, dalla produzione di forniture per alberghi a fabbriche di ghiaccio, di serramenti, macchine da scavo, e poi tipografie, centri di logistica, officine automobilistiche. A circumnavigare questa cittadella del lavoro, come il fossato intorno alle antiche fortezze, via delle Idrovore della Magliana. Quando il suo asfalto si interrompe proseguiamo girando sullo sterrato che porta proprio a ridosso dal Tevere, e poi si interrompe anche quello sfociando in uno spiazzo terroso, davanti a un deposito sorvegliato da cani. Impossibile completare il periplo. C’è dentro di tutto, in quella rimessa all’aperto, ma veramente di tutto. Telai di infissi, biciclette, bidet, scheletri di lavatrici, lastre di travertino, grate, fusti di vernice, persino una tastiera Korg. Non giurerei che funzioni ancora, messa così all’acqua. Il fiume lo si sente là dietro la cortina di alberi, non si riesce a vederlo ma lo si avverte, che si struscia tra le rive, ingrossato. Ancora una volta, a Roma, questo familiare scambio tra lurido e sublime. 

ARTICOLO n. 68 / 2026