ARTICOLO n. 68 / 2026

IL BUIO CHE RIMANE

Dove siamo adesso, il decreto rave italiano come sintomo. La domanda sul mito (era davvero quello che pensiamo fosse, o lo stiamo mitizzando perché siamo invecchiati?), la città senza anfratti e cosa rimane, di lei e di noi. L’ultima parte di un viaggio nel buio che rimane: qui la prima, la seconda e la terza parte.

Certe cose hanno la capacità di tornare in un momento specifico, quasi sempre in primavera e plausibilmente mentre fai colazione a un tavolino esterno di un bar, tra il nulla già fatto e quello da compiere. Un tizio che passa che forse hai già visto, un odore, il modo in cui la luce cade su un palazzo che non hai mai guardato davvero.

Bevi il tuo caffè in un posto che non esiste più, con una faccia che non hai più e quella qualità dello stare che appartiene a certi anni e che da nessun’altra parte hai mai riesumato. Puoi aggrapparti a quella faccia – aprendo varchi in luoghi che hai blindato – oppure lasciarla andare, sapendo che lasciare significa perdere, non tutte le volte ma di certo questa qui.

Allora la lasci stare – come sempre sul fondo – a galleggiare stanca con i non detti, in questa primavera che alla fine ti ricorda che morirai.

Invecchiare è anche questo. Un dolore, poi un altro, poi un altro ancora, messi in fila come i detersivi al supermercato nella tua personale lista della spesa – questo da fare, questo da chiudere, questa cosa qui da seppellire prima di andare avanti o forse mentre. Nessuno di loro ti toglie niente di visibile. Poi però un giorno, senza un Google Calendar ad avvisarti, ti accorgi che quella certezza muta di essere immortale non c’è più. Non sai quando se n’è andata ma sai con precisione che adesso, quando torni con la mente dentro a un certo buio, il tuo corpo fa i conti senza chiederti se può.

Allora non ce l’avevi, la paura di morire. Non sapevi ancora contarti e ignoravi che ogni cosa fosse un prestito, che ogni passo falso o meno avesse un prezzo da qualche parte scritto. Andavi in posti incerti a ore incerte e cedevi come cede l’acqua, perché eri tutta intera, senza quella parte di te che adesso conta, pesa, misura e tiene.

I capannoni vengono abbattuti o recuperati. I margini urbani fintamente ricuciti. Ogni spazio abbandonato diventa un’opportunità di valorizzazione, ogni crepa tappata prima che qualcuno ci si infili.

Il buio che eravamo oggi lo ricacciamo in fondo alla gola.

Resta la domanda, ovviamente, perché le domande sono l’unica cosa che non ha bisogno di terreni edificabili per esistere. Se fosse una resistenza o solo una giovinezza che si è raccontata bene. Se certa musica ci abbia davvero salvato o se ci siamo salvati da soli, con le cicatrici giuste e la fortuna di non essere stati nel posto sbagliato al momento sbagliato, perché certi luoghi potevano anche prenderti e non farti tornare mai.

Non lo scrivo per dare un peso morale a tutto il resto. Lo scrivo perché altrimenti la domanda diventa comoda, e quella stagione una cosa comoda non lo è mai stata. Bisognava tenere qualcosa che mi sembrava troppo, allora, e ancora non avevo fatto i conti con quanto mi sbagliassi: i soldi che non bastavano, le sveglie troppo presto, due vite che si toccavano appena nel cambio di turno tra la notte e la mattina. Nella luce, c’era chi finiva davanti a un computer con Windows XP a smadonnare quindici minuti prima che si accendesse. Chi dentro una carrozzeria, chi a servire ai tavoli per il servizio del pranzo e chi a letto, senza sapere cosa fare di sé, forse di nuovo.

Non lo so se chiamarlo rimpianto o se è un tipo preciso di gioia dolente questa, dove a volte ritornano le versioni di noi che sapevano stare nell’imprevisto senza calcolarne il prezzo. È più facile dare la colpa al tempo che passa, a ciò che sparisce, al mercato che ingoia tutto ciò che tocca che ammettere di essere diventati persone che calcolano anche quando il calcolo non salva niente. Oggi che gran parte di noi ha un piano B e non saprebbe stare nell’ignoranza dell’imprevisto, questi noi di oggi che hanno mappe pronte per ogni evenienza – prevenire, lo chiamiamo – hanno smarrito quella forma di fiducia nel futuro che avevamo e che ci pare impossibile da dissotterrare anche volendo. Abbiamo passato anni a imparare a prevedere, a calcolare, a metterci nelle condizioni di non essere mai colte di sorpresa, e abbiamo chiamato questo processo maturità o responsabilità o essere adulti, tutte parole che funzionano benissimo nei colloqui di lavoro che ancora facciamo e che dicono poco di quello che davvero abbiamo perso per strada.

E ci chiediamo, qualche volta, se quella capacità di stare dentro all’incertezza senza riserve sia rimasta da qualche parte o se sia semplicemente sparita insieme al resto. Se l’abbiamo trasmessa a chi è venuto dopo, a chi ci guarda con la stessa distanza con cui noi guardavamo chi ci aveva preceduto – il Sessantotto, gli anni di piombo, qualunque cosa fosse venuta prima e che a noi sembrava già preistoria. Forse qualcuno più giovane la sta vivendo adesso, in una forma che noi non riconosceremmo nemmeno se ce la mettessero davanti, magari in posti che non hanno niente a che fare con la musica o con il buio, o con quel cercare, magari dentro schermi che a noi sembrano l’opposto esatto di quello che allora ci impediva di restare fermi. O forse quella roba lì non si trasmette affatto. Si vive una volta sola e basta, e ognuna la deve trovare da sola nel proprio tempo e con il proprio sangue, dentro la versione del mondo che gli è capitata in sorte. 

Eppure le esistenze quasi ordinate non fanno tutte schifo, anche se sembra sovversivo ammetterlo. Perché forse, dentro gli incastri riusciti e nelle presenze che non avresti saputo immaginare quando avevi la cassa nello sterno e tutta la vita davanti come un campo aperto, si nasconde una felicità che non ha bisogno di essere la stessa di allora per essere vera e che esiste da sola, tradendo il giusto di quello che eravamo, anche se a vent’anni non avremmo trovato le parole per dirlo senza vergognarci.

La ragazza con gli occhi chiusi che ballava in un angolo – capelli corti, scarpe grandi – adesso ha quarant’anni o forse li ha già passati da un pezzo. Magari ha acceso un mutuo, controlla le mail anche la domenica, ha smesso di fumare e fa l’orto. Magari è entrata per sbaglio in un morning club con il succo di papaya a sette euro e ha sentito quella fitta strana allo stomaco (lo stesso punto esatto dove un tempo entrava la vita) e ha capito che non c’era niente da fare, per lei, lì dentro. O magari no, magari ha trovato un altro modo di sparire alla luce del giorno che non conosciamo e che indossa benissimo.

Non sappiamo come è andata a finire perché quella ragazza talvolta ero io e non sono sicura di sapere bene da che parte cercare per rincontrarla.

Talvolta la sento ancora, sotto le ossa e in mezzo a tutto il resto, in primavera.

ARTICOLO n. 67 / 2026