ARTICOLO n. 90 / 2026

DANNI COLLATERALI

una visione di "naza"

Ammettiamolo, Naza – anno di grazia 2026 – è un gran bel titolo. Dalle nostre parti non si capisce bene che cosa voglia dire, ma fa rima con Gaza e subliminalmente evoca il regime tedesco che nel secolo scorso organizzò meticolosamente il tentativo di cancellare dalla faccia della terra il popolo ebraico. L’unico pubblico in grado di identificare di primo acchito e senza equivoci, assonanze depistanti, pregiudizi quel titolo è chi parla l’ebraico, la lingua dei due registi che firmano l’opera, Yuval Abraham e Rachel Szor, entrambi cittadini di Israele ed entrambi convinti oppositori del progetto sionista che sta trasformando quel Paese nell’avanguardia dello psicopatico cosiddetto nuovo ordine mondiale.

Guardiamolo bene, allora, questo titolo che ci casca in testa come un meteorite e che produce in noi occidentali il riflesso automatico dello sdegno e al contempo di una consapevolezza rassegnata che rasenta, ahimè, l’impotenza. Naza, ci dicono i vocabolari, significa “danni collaterali”, cioè quel che gli eserciti in guerra producono “senza volere”, in altre parole il male, la sofferenza, i lutti, le ferite, la devastazione ambientale “secondari”, inevitabili là dove si combatte una guerra moderna, il cui habitat non è la trincea in mezzo al nulla, ma un territorio abitato da civili – e, nel caso di Gaza, densamente popolato.

L’intento dei due registi, la cui opera “documentaria” consiste nel portare sul grande schermo il frutto del paziente lavoro di inchiesta giornalistica svolto negli ultimi tre anni – sì, dal 2023 a oggi – dalla testata digitale +972 Magazine (creata da giornalisti palestinesi e israeliani nel 2010), coadiuvata dal quotidiano britannico The Guardian, è chiaro: dimostrare attraverso testimonianze dirette e al di sopra di ogni sospetto che a Gaza è in corso un genocidio pianificato e ad alta intensità di tecnologia, potremmo dire algoritmico o intelligentemente artificiale.

Nel film le voci degli ufficiali dell’IDF, impegnati sul campo o addetti all’intercettazione e analisi dei segnali (la signal-intelligence division, nota come Unità 8200), ci giungono – disincarnate, anonime, alterate, oltre che doppiate in italiano – dai tetti di una notturna Tel Aviv alla Philip Dick: grattacieli sigillati su se stessi, finestre illuminate su appartamenti-loculo invasi da enormi schermi televisivi sempre accesi e “anestetizzanti”, se non menzogneri. Le loro voci, 24 in tutto, raccontano con freddezza eichmanniana in cosa consiste il loro “lavoro” a Gaza. Non in Palestina, solo nella Striscia sovraffollata di Gaza: due milioni e trecentomila abitanti circa nell’estate del 2023, età media diciannove anni, circa il 40 per cento della popolazione sotto i quattordici anni. I palestinesi, nel loro racconto, non figurano se non come numeri, variamente vistosi, di operazioni che dovrebbero essere chirurgiche, ossia mirate a colpire militanti ben identificati di Hamas, un movimento politico che neppure a Gaza coincide con l’intera società civile palestinese.

A chi parlano questi militari, uomini e donne, e qual è lo scopo del loro “cinematografico” parlare? In Europa e negli Stati Uniti, diciamo in Occidente, quel che avevano da dire era già noto. Lo sapevamo appunto da +972 (il prefisso telefonico di Israele, ma anche di Palestina, per chi avesse ancora qualche dubbio sull’esistenza di un unico Stato che contiene, in modo ferocemente asimmetrico, due popoli), dal Guardian (produttore del film), ma lo sapevamo soprattutto dai giornalisti di Gaza, gli unici testimoni oculari di quelle operazioni “mirate”. Sono loro che, non solo dal 7 ottobre 2023, ci raccontano come si vive e si muore a Gaza. Loro che, insieme a medici e operatori sanitari, sono uno degli obiettivi preferiti dei proiettili israeliani, proprio perché testimoni/martiri di un piano bellico che ha davvero il profilo giuridico del genocidio.

Mi permetta, chi legge, di fare qui una digressione. Il 13 ottobre 2023 l’avvocata colombiana Paula Gaviria Betancour, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani degli sfollati interni, chiede che Israele ritiri immediatamente l’ordine che un milione e centomila palestinesi lascino entro ventiquattr’ore il Nord di Gaza. «Il trasferimento forzato di popolazione», dichiara Gaviria Betancour, «costituisce un crimine contro l’umanità e la punizione collettiva è vietata dal diritto umanitario internazionale. Siamo inorriditi alla prospettiva che un altro milione di palestinesi vada ad aggiungersi alle oltre 423.000 persone già costrette con la violenza ad abbandonare la propria casa la scorsa settimana». Dall’attacco del 7 ottobre sono passati solo sei giorni e, per chi la storia di quel lembo di terra e il diritto internazionale li conosce bene, lo spettro genocidario è già chiaro.

In Occidente governi, media e di conseguenza opinione pubblica ci metteranno parecchio a riconoscerne i tratti. In Israele, nonostante la contiguità geografica e il coinvolgimento dell’intera società civile attraverso un esercito che è formato – non dimentichiamolo – da una massa di riservisti, tale riconoscimento non è ancora avvenuto. Mi permetto dunque di suggerire che forse il documentario Naza, animazione o messa in immagine di reportage d’inchiesta evidentemente mai giunti agli spettatori israeliani, sia in ultima analisi destinato proprio a loro. Depistante, allora, introdurre sin dal titolo il concetto di “danno collaterale”, l’errore di cui ci si può scusare, su cui si può aprire un’inchiesta a dimostrazione della moralità di un esercito che di morale ha dimostrato di non avere più molto.

Ieri, 28 settembre 2026, ore 17:30, guardando il film in una sala cinematografica di Palermo che lo proiettava all’interno di una sontuosa campagna di lancio (cinquanta i Paesi coinvolti) che sfocerà, in novembre, nella distribuzione digitale gratuita dell’opera, non ho potuto non domandarmi chi siano, qui da noi, le spettatrici e gli spettatori che applaudono oggi, magari per venticinque minuti come alla Mostra del cinema di Venezia, un film che non aggiunge niente a ciò che già sapevamo e che ha la colpa, a questo punto davvero imperdonabile, di rendere per l’ennesima volta invisibili e muti i palestinesi. Come se la verità diventasse credibile solo se a dirla è il – pur pentito, sgomento, straniato – perpetratore, che evidentemente consideriamo uno di noi, anche quando la nostra “pietà” va ai bambini, alle donne, agli anziani palestinesi uccisi. Alle vittime civili, insomma, non a chi resiste. Ai morti, non ai vivi.  

                                                                                                            (Palermo, 29 settembre 2026)

ARTICOLO n. 91 / 2026