ARTICOLO n. 79 / 2026

VERSO LA FOCE, VERSO NOI

Appena entro nella grande sala del primo piano del Museo MamBo, a Bologna, e appoggio gli occhi – come se io stesso fossi un obiettivo fotografico – sulla grande distesa di foto di Luigi Ghirri, penso all’amicizia.L’amicizia tra Ghirri e Gianni Celati, certo, proprio a loro due e a quel viaggio (quella idea) è dedicata la mostra: Verso la foce (visitabile fino al 4 ottobre); ma anche l’amicizia in generale, credo. Se penso alle amiche care e agli amici cari, tendo sempre a qualcosa di indefinito, che non posso toccare ma sentire. Una cosa che c’è. A quelle persone penso se devo immaginare un ritorno, una nuova partenza. A quelle care persone comincio a pensare mentre – anche qui sono con una persona cara – ci mettiamo a guardare una per una le 81 foto di Luigi Ghirri che compongono il percorso della mostra. Perché Ghirri e Celati raccontano che l’amicizia, tra le altre cose, è poesia, è sguardo, è cammino, è pianura, è nebbia. Tutto potrebbe sparire da un momento all’altro, ogni cosa rimane.

Luigi Ghirri è forse il mio fotografo preferito. Ci ha dimostrato (insegnato) che le fotografie migliori, le più riuscite le puoi fare senza andare troppo lontano da casa. Fotografando, di quelle case, gli interni, i bordi, i contorni, i dintorni. E poi, che prima di scattare verso il punto che si è scelto, di voltarsi un attimo, perché forse alle nostre spalle c’è qualcos’altro cui rivolgere l’obiettivo, qualcosa cui non avevamo pensato, notato. Ghirri scattava all’indefinito, nelle sue foto c’è un confine, oltre il quale risiede il nostro immaginario. Ciò che osserviamo nei suoi soggetti agisce come i versi finali delle migliori poesie; sappiamo che c’è molto altro oltre il punto, un orizzonte dietro l’orizzonte. Quando, in alcuni degli scatti più belli di Ghirri, le cose (a prima vista) sembrano svanire stanno invece andando più avanti a riformarsi da un’altra parte, a depositarsi in un luogo meno visibile, luogo metafisico che si trova tra i nostri occhi e la nostra memoria; luogo che non esiterei a chiamare speranza. Pensiamo a una foto di Ghirri, una di quelle sulla spiaggia: la porta da calcio che dà sul mare, gli scivoli vuoti. Tutto, apparentemente, parla di assenza, di estati finite. In realtà, Ghirri mette in scena l’attesa. Ecco che tornerà un pallone, ecco dei bambini che giocheranno su quello scivolo, eccola, di nuovo, colorata e bellissima, l’estate. Fotografi quello che non c’è, racconti ciò che ci sarà, quel che tornerà. E quando torna l’estate, lui lo sapeva bene, torniamo anche noi.

Se riflettiamo, notiamo che funzionano, più o meno, alla stessa maniera sia gli scritti che i documentari di Gianni Celati. Andare verso la foce per lui – scrivendo, andandoci da solo, con Ghirri, o con tutta la meravigliosa e incantata compagnia del 1991 – ha significato viaggiare e raccontare ciò che è scomparso, dimostrando che non lo è affatto. Là, alla foce – lungo il fiume, tra terreni scoscesi, bar che sembrano di un altro pianeta (e che invece sono di questo), sedie bianche di plastica, persone stralunate, i cartelli con la pubblicità dei gelati, una vespa con la vernice scrostata – ciò che è sparito diventa quel che rimane ed è lì che noi possiamo ancora immaginare, vedere qualcosa, ritrovare noi stessi. Se andiamo alla foce, ci salviamo. Verso la foce, verso noi, ci scrive Gianni Celati, ci fotografa Luigi Ghirri ed entrambi lo fanno per sempre.

Queste fotografie del 1991 concludono un decennio molto importante per la letteratura e per la fotografia italiana, quello dell’amicizia e del lavoro insieme, o del lavoro influenzato dall’altro, tra Ghirri e Celati. Tutto comincia nel 1981, a scriverlo e a pensarlo sembra un secolo fa, e invece è ieri, sembrava tutto possibile e non era così, loro che erano talenti veri, del pensiero, prima ancora dell’azione, lo sapevano. A loro non pareva tutto possibile, ma tutto raccontabile, tutto salvabile. La cosa che svanisce è la cosa che ci tiene insieme, vivi, noi nell’istante e nel territorio.

Nel 1984 abbiamo Paesaggio italiano di Ghirri, una mostra e poi un libro al quale contribuiscono alcuni scrittori, tra i quali proprio Celati. Con quelle fotografie abbiamo capito per bene il paesaggio italiano, non la campagna dietro la fattoria ma il secchio fuori dal fienile. Non la pianura ma il fosso dietro casa. Che meraviglia. Quando l’anno dopo Celati scrive Narratori delle pianure sembra essere accompagnato dallo stesso modo di osservare dell’amico. Nel 1989 esce il meraviglioso: Il profilo delle nuvole di Ghirri, fotografie accompagnate da testi di Celati e poi il capolavoro di quest’ultimo: Verso la foce. Una vera amicizia e vertice di un sodalizio artistico che non si è mai interrotto, nemmeno dopo la morte di entrambi. Loro continuano a camminare, taccuino in una mano, l’uno, macchina fotografica, l’altro.

Il bus, ma ci piace dire corriera, e lo diciamo, parte da Ferrara e arriva alla foce del Po, con un carico di amiche e amici, parenti. Tra questi Ermanno Cavazzoni, Grazia Verasani. E le foto di Ghirri in mostra al MamBo sembrano in qualche modo seguire e accompagnare Il poema dei lunatici di Cavazzoni (da cui La voce della luna di Fellini). Lo straniamento, ciò che appare e scompare, gli occhi limpidi e ingenui pieni di attesa, le scarpe infangate, le figure di schiena, gli ombrelli, le insegne dei bar, l’acqua.

Le 81 fotografie di Luigi Ghirri sono dei capolavori, mai così aveva fotografato delle persone e delle persone in posa. E quella gente così lontana e così vicina, ferma che guarda l’obiettivo o che cammina di schiena in fila indiana, che apre e chiude gli ombrelli, che guarda un cane che salta, ci racconta il motivo principale del viaggio, non solo di quello, del viaggio nel senso più profondo. Si va insieme verso qualcosa e quella cosa non scompare. Non scompare il paesaggio, resta il fiume, insieme verso la foce, verso noi. Non ricordo se lo dico all’amica che è con me a Bologna, ma lo penso. Sento che nella maniera di andare risiede quello che riusciamo a salvare. Il pezzo di terreno, la goccia d’acqua che insiste umida sui nostri cappotti, su quelli delle foto di Ghirri, nei materiali girati da Celati, siamo noi, la nostra parte migliore. Anna Maria Carpi in una meravigliosa poesia una volta ha scritto: «Quanto a me mai una volta / ho pensato a un viaggio diverso, / a partire da sola […] / perché, pensavo, / dove si è in tanti / qualcosa si farà contro la morte». Io credo che Ghirri e Celati abbiano pensato a qualcosa per genere, hanno fatto convergere più solitudini in un miracolo collettivo. Le schiene di quelle donne e uomini, che camminano sotto la pioggia in fila indiana, diventano una schiena sola, la loro, la nostra. In questo senso il viaggio di Celati, Ghirri e gli altri è l’unico viaggio possibile, l’unico che in qualunque posto dovremmo tentare.

Strada provinciale delle anime è il titolo del documentario girato in quel viaggio del 1991, un titolo che mi piacerebbe dare a ogni persona che mi è cara, a me stesso, nelle giornate migliori.

In un’altra poesia, sempre Carpi, come se fosse uno scatto di Ghirri, un appunto di Celati, scrive: «Solo un viaggio comune è senza fine». E non è così? E non è questo l’insegnamento profondo e visionario di Gianni e Luigi?

ARTICOLO n. 78 / 2026