ARTICOLO n. 85 / 2026

L’INDIPENDENZA DELLA SCRITTURA

Una serie sul senso e i motivi della scrittura aperta con il contributo di Louise Glück, Scrittura come trasformazione. Qui gli altri articoli della serie.

Una volta ho scritto «senza la poesia, lei non capiva niente della vita». È di me, che parlavo. 

Sono figlia di una professoressa di Lettere che, ogni giorno, mi faceva scrivere un tema sulla giornata appena trascorsa. E mi metteva il voto! 

Sono figlia di una contadina molisana che, sotto il materasso, teneva il quadernetto dove scriveva i suoi appunti.

Genetica o educazione? Natura o cultura? Forse combinazione delle due cose, ma è suggestiva l’idea che la trasmissione della parola come comprensione della realtà possa avvenire anche per via biologica.

Certo Lucia, la mamma contadina, costretta a lasciare il ragazzo che amava per sposare il contadino confinante, aveva dentro un gran marasma, che aveva bisogno di decifrare. Comprensione di sé, dunque, sfogo di tutte le parole di ribellione che restavano in lei, inascoltate.

E Consolazione, la mamma professoressa, con il progetto di un romanzo che scriveva di notte, sentiva di voler raccontare la propria storia di donna moderna che, abbandonata a diciannove anni dal padre, si era incaricata di studiare per mantenere la propria madre, formando con lei la coppia reale della propria vita.

Nelle vite di entrambe le mie madri, i padri hanno purtroppo svolto la funzione-ostacolo. Entrambe erano donne indipendenti e ribelli, ciascuna con i propri mezzi. 

L’indipendenza della prima si è sciolta nella risoluzione del suicidio.

L’indipendenza della seconda, nella passione dell’insegnamento.

L’indipendenza ha a che fare con la scrittura? Certamente sì. Se la scrittura sulle prime aiuta a comprendere sé e la propria vita, l’indipendenza di giudizio e di scelta ne sono la conseguenza.

Quindi il carattere motiva la scrittura che, a sua volta, approfondisce e sviluppa l’inclinazione naturale. Poi, si passa a ben altro. Una volta (piuttosto presto) esaurita l’attenzione per l’asfittico circolo del proprio sé, scrivere diventa una forma di conoscenza del mondo. Dai più vicini, fino a estendersi a zone inesplorate. Questa è, ormai da anni, la funzione che ha nella mia vita. 

Mi siedo, e capisco qualcosa. 

Mi siedo, e viaggio, assecondando la musica delle parole. Anche adesso.

Quando si è molto allenati, le parole portano infatti in luoghi che non sapevamo di conoscere (e forse, senza le parole, non avremmo mai conosciuto). Luoghi della realtà, intendo, non luoghi interiori. Luoghi che vivono nell’animo altrui. Una delle cose più belle della scrittura è diventare quelli che non siamo, cioè utilizzare una parte di sé fino a quel momento sconosciuta, per comprendere la circostanza o la persona della quale stiamo scrivendo. 

Un esempio: scriviamo di un fatto di cronaca nera. Dobbiamo diventare sia assassino che vittima, comprendere cosa sentono, entrambi, in quel momento. Se vogliamo che le nostre parole (e lo vorrei) intacchino il vero, scalfiscano, seppure minimamente, la superficie vitrea del reale. Cioè, non lascino il mondo identico a com’era prima che noi scrivessimo. Un’ambizione enorme. Ma, se scrivere ha un qualche valore, è un valore politico, sociale, un intervento soprattutto di memoria. Ricordare com’erano le cose, prima che le rompessimo. 

ARTICOLO n. 84 / 2026