ARTICOLO n. 20 / 2026
IL SIGNOR JOHN E IL BAMBINO RICCARDO
Quando Novak Djokovic, durante la semifinale dell’Australian Open 2026, aveva annullato a Jannik Sinner l’ennesima palla break, ero uscito dalla partita e, pur continuando a guardare l’incontro, avevo iniziato a pensare ad altro.
Senza volerlo, il cervello aveva creato una connessione, seppur labile, con quanto stavo guardando, informazioni che il cervello avrebbe dovuto cancellare, e invece se ne stavano lì, in attesa di essere ripescate, e infine, mi auguravo, espulse.
Erano le prime settimane della pandemia, nella primavera 2020. Djokovic – o meglio, la fondazione che porta il suo nome – aveva donato un milione di euro agli ospedali di Treviglio-Caravaggio e Romano di Lombardia: donazione confermata dal direttore generale dell’Asst di Bergamo Ovest.
Forse a seguito dell’interesse per le donazioni di Djokovic, da oltre un anno circola in rete la storiella – questa, invece, falsissima – riguardante la donazione del tennista all’anziano bidello della scuola in cui aveva studiato.
Lo so, dovrei definire la storiella del bidello di Djokovic come fake news a scopo di engagement, ma preferisco definirla storiella, poiché mi ricorda quegli intrecci infondati e sconclusionati che ascoltavo durante l’infanzia e la giovinezza, storielle considerate fandonie, frottole, panzane, fanfaluche e altre parole in via di estinzione. E insomma, “in un pomeriggio soleggiato”, Djokovic si trovava a Belgrado, poiché la “star del tennis” ha mantenuto “il suo profondo legame con le sue radici”. Djokovic era stato invitato a un evento dalla “dirigenza scolastica”, che lo aveva condotto in palestra – anzi, “palestra sportiva”, come se potesse esistere una palestra non sportiva – e lì aveva incontrato, oltre agli studenti, “gli insegnanti che ricordavano ancora il ragazzo giovane, pieno di energia e con grandi sogni”.
Il tennista aveva notato in un angolo della palestra “qualcuno che non vedeva da decenni: il signor John, il bidello della scuola”.
Come capita nelle storielle create dall’intelligenza artificiale, John o Bob sono nomi assegnati a qualsiasi personaggio si muova sul pianeta Terra: che sia un bidello serbo o un barista italiano – Bob per il mondo dell’Intelligenza Artificiale sarebbe un nome adeguato anche nel caso fosse un barista di Abbiategrasso – poco importa. Il bidello “puliva il pavimento”, perché perfino durante un evento eccezionale, il bidello, a maggior ragione all’età di settantanove (79) anni, doveva essere sempre attivo; al contempo, il signor John riusciva a “essere noto per il suo sorriso gentile e per il modo in cui aveva sempre una parola gentile per ogni studente”.
Djokovic aveva urlato, “Signor John!”. Il tennista si era avvicinato al signor John. L’anziano bidello, ridotto a una sorta di automa, stanco per il lavoro e poco lucido forse a causa di un principio di demenza senile, non sapeva che Djokovic fosse stato invitato dalla dirigenza scolastica, e non lo aveva nemmeno riconosciuto mentre il tennista parlava davanti alla folla di studenti e insegnanti.
“Novak? Sei davvero tu?” Non sorprende quell’avverbio detto proprio da un personaggio creato dall’intelligenza artificiale, a maggior ragione se il testo è supportato dalle immagini. Nella prima immagine, il tennista – lo sguardo perso nel vuoto – appoggiava la mano sinistra sulla spalla del signor John e la mano destra sul braccio destro dell’anziano bidello che, con il braccio sinistro, sorreggeva la sua attrezzatura da lavoro. Il signor John portava un berretto e indossava una tuta con il nome John impresso poco sopra il taschino della divisa. Djokovic, invece, condannato al suo ruolo, indossava un completo da tennis: maglietta Lacoste color aragosta e anonimi pantaloncini neri. “Non riesco a credere che lei sia ancora qui”, aveva detto al bidello. “Tu” – il tennista era passato in nove decimi di secondo dal lei al tu – “ci sei sempre stato per noi. Sempre a lavorare sodo”.
Djokovic aveva scoperto che il signor John aveva bisogno “del reddito per mantenere la sua famiglia e pagare le spese mediche di sua moglie”.
Così, “la settimana seguente”, il tennista era ritornato “a scuola, questa volta con macchine fotografiche e alcuni amici.” Studenti, insegnanti e dirigenti scolastici erano riuniti “nell’auditorium per quella che pensavano fosse una lezione motivazionale, ma Novak” aveva chiamato il bidello sul palco e “consegnato al signor John un assegno abbastanza cospicuo da coprire le spese mediche di sua moglie e permettergli di andare in pensione”.
Djokovic aveva detto che il signor John gli aveva “insegnato il valore del duro lavoro e della gentilezza”.
Ecco un’altra verità involontaria dell’intelligenza artificiale: essere gentili è un duro lavoro, un duro lavoro su se stessi, soprattutto in questi anni.
Djokovic aveva abbracciato il signor John che, stavolta, non indossava la divisa da bidello ma un maglione blu e una camicia azzurra, come testimoniato dalle due fotografie generate dall’Intelligenza Artificiale. Il tennista, che indossava lo stesso completo da tennis della settimana precedente, aveva consegnato al bidello un assegno simile, nel formato gigante, a quello che l’organizzatore di un torneo tennistico di medio-basso livello porge ai due finalisti durante la premiazione.
Pay to the order of
Mr John
Dollars
Niente dinari serbi ma dollari per la gioia del signor John. La cifra non era indicata, così da suggerire il pudore nella donazione, pudore che rafforzava la purezza del gesto. Il signor John piangeva abbracciato da Djokovic.
“Per il signor John e tutti quelli che lo hanno guardato, è stato un promemoria che la gentilezza, per quanto piccola, può avere ripercussioni per generazioni, e talvolta ritorna a noi nei modi più inaspettati” recitava la voce narrante al termine del testo.
Quando avevo letto questa storiella nel 2025 ero rimasto colpito da chi l’aveva ritenuta plausibile, a tal punto da condividerla e diffonderla. E non sto parlando di profili finti in cerca di clic, ma di persone in buona fede.
Nondimeno, coloro che avevano evidenziato la falsità si erano ritrovati sullo stesso terreno di chi l’aveva concepita, limitandosi a sbugiardare, per esempio, le immagini come false. Nella prima, il signor John aveva tutte le dita; nella seconda e nella terza era senza il mignolo.
E tuttavia nessuno si era fatto alcune domande abbastanza banali, che fossero frivole o serie poco importa. Possibile che Djokovic sia condannato a indossare il completo da tennis anche durante un evento pubblico? Esiste o non esiste un servizio sanitario nazionale che curi la moglie del signor John in Serbia? Qual è l’età pensionabile in Serbia? È plausibile che a settantanove (79) anni il signor John debba ancora lavorare? È questa la condizione nella quale ci ritroveremo tutti?
Non mi sorprenderebbe se questa storiella fosse stata prodotta dall’intelligenza artificiale, certo, ma sotto la regia di un’agenzia dei servizi segreti, che per giustificare l’aumento dell’età pensionabile in Occidente diffonde contenuti edificanti, in cui il bene milionario primeggia su qualsiasi rivendicazione sociale o contrattuale. È utile ricordare le parole di un funzionario durante un convegno sull’intelligence. Insomma, aveva detto, tutto, in potenza, è materia di intelligence, anche il prezzo dello yogurt.
La storiella del bidello di Djokovic piacerebbe a Meloni, Salvini, Tajani, al moderato Lupi, a tutti i ministri della destra al governo, ai senatori e ai deputati della medesima coalizione (e, purtroppo, anche a qualcuno dell’opposizione), e a tutti coloro che non devono nemmeno più appellarsi all’Europa per giustificare decisioni impopolari, produrre menzogne che smentiscano le menzogne del giorno precedente. Non occorre interpellare l’Intelligenza Artificiale per chiedere se una fake news a scopo di engagement, e in particolare la storiella del bidello di Djokovic, abbia un orientamento politico. Non è neoliberale, direbbe, e tantomeno promuove un’ideologia politica specifica. Non è populista, direbbe, non crea risentimento in chi legge e non critica le cosiddette élite.
Ma una macchina è più ingenua e sincera di un essere umano. Allora l’Intelligenza Artificiale direbbe, è una fake news apolitica da engagement il cui unico scopo è generare clic e condivisioni; la macchina direbbe che il modello neoliberale si limita al processo di diffusione, non al contenuto. D’accordo, il processo di diffusione assorbe il contenuto, nascondendolo nella condivisione virale. Eppure qui, se ce ne fosse ancora bisogno, ideologia populista e ideologia neoliberale si saldano nella finzione plastificata di una storiella edificante.
Questa invece non è una storiella prodotta dall’intelligenza artificiale.
Nel luglio 2025, un camionista di settantatré (73) anni si era sentito male mentre guidava lungo l’autostrada A4. Si era fermato in una piazzola tra Sirmione e Peschiera, per accasciarsi sul volante e morire.
Nemmeno questa è una storiella prodotta dall’intelligenza artificiale.
Nell’ottobre 2008, un autobus di tifosi juventini proveniente dalla Svizzera e diretto a Torino per assistere a Juventus-Real Madrid, aveva avuto un incidente. Due persone erano morte: un passeggero seduto al fianco dell’autista, e l’autista, nato nel 1927. L’autista aveva ottantuno (81) anni.
Insomma, il processo è innescato da alcuni decenni. Continuerà ancora o esisterà un limite? Forse no. E allora leggeremo la storiella del signor Alan, autista di Ancona, che a novantanove (99) anni guiderà lo scuolabus e accompagnerà i bambini sorridenti, come confermeranno le immagini create dall’intelligenza artificiale. “I bambini sono il nostro futuro”, dirà il signor Alan, commosso, senza alzare le mani dal volante e senza citare le motivazioni per cui guida lo scuolabus: la pensione, la depressione, le spese condominiali.
A proposito di autisti e bambini.
Nelle stesse ore della vittoria di Djokovic contro Sinner all’Australian Open 2026, i media italiani avevano diffuso la notizia di un bambino di undici (11) anni che aveva percorso sei chilometri a piedi, tra San Vito di Cadore e Vodo di Cadore, poiché l’autista, come da indicazioni ricevute dall’azienda, non aveva accettato il biglietto abituale, a tariffa ordinaria (2,50 euro).
Su idea della Fondazione Milano Cortina 2026, e con l’avallo della politica nazionale, regionale, provinciale, durante le Olimpiadi Invernali 2026 il prezzo del biglietto in quella tratta era stato quadruplicato, anche per i residenti, gli studenti e i bambini. L’autobus della linea numero 30, che copre la tratta Calalzo-Cortina, è gestito dall’azienda Dolomitibus, che a sua volta ha subappaltato il servizio a un’altra azienda veneta, La Linea.
Nel pomeriggio di martedì 27 gennaio 2026, il bambino, che frequenta la scuola media a San Vito di Cadore, era salito sull’autobus. Aveva con sé il carnet di biglietti da 2,50 euro ciascuno, ma l’autista gli aveva chiesto il biglietto olimpico da 10 euro o il pagamento con bancomat ma il bambino – e meno male – non aveva il bancomat e neppure il biglietto olimpico, così era sceso dal mezzo.
Fin qui sarebbe una delle tante situazioni deprimenti sperimentate ogni giorno da milioni di persone – minorenni e maggiorenni – in Italia.
Il bambino Riccardo – a questo punto, scendendo dall’autobus, il bambino era divenuto il bambino Riccardo– non aveva con sé il cellulare poiché l’uso del telefono è vietato a scuola. E “lui è ligio alle regole”, aveva detto, qualche giorno dopo, Massimo Gramellini, nel monologo televisivo contenuto nella sua trasmissione In altre parole su La7.
Così il bambino Riccardo aveva iniziato a camminare lungo la pista ciclopedonale, verso casa. Anche qui, nulla di strano, almeno, per me. Sarà che a quattro anni – d’accordo, mezzo secolo fa – mia madre mi mandava dal panificio a trecento metri da casa, per ritirare le michette ordinate e pagare. Be’, a pensarci bene, l’anomalia esisteva: la presenza di una pista ciclopedonale aveva protetto il bambino Riccardo dal flusso automobilistico.
Ma ecco la neve che, insieme al tramonto, alla sera e alla temperatura invernale avevano trasformato una qualsiasi deprimente vicenda quotidiana italiana in una storiella che pareva scritta dalla stessa intelligenza artificiale che aveva confezionato la storiella del bidello di Djokovic.
Da notare il modo in cui il flusso informativo aveva trasformato un fatto accaduto davvero in qualcosa d’altro. In principio c’era un bambino di undici anni; poi quel bambino di undici anni aveva un nome, Riccardo; poi il bambino Riccardo, di undici anni, aveva un nome e un cognome, Riccardo Zuccolotto; e infine il bambino Riccardo Zuccolotto, di undici anni, era diventato la fotografia utilizzata dalla stampa: Riccardo Zuccolotto sorridente, che guardava verso l’obiettivo e indossava una felpa Lacoste. Lacoste, sponsor di Djokovic; la maglietta utilizzata dall’intelligenza artificiale nella storiella del bidello.
Ancora oggi non capisco il motivo ufficiale per cui siano stati pubblicati nome e cognome, oltre alla fotografia, di un bambino di undici anni. In teoria esiste una norma deontologica che tutela i minori coinvolti in un fatto di cronaca; in teoria non è possibile divulgare nomi e cognomi o dettagli che possano facilitarne l’identificazione, sia come vittima che come autore di un reato.
Ma questa storia cos’è? Un fatto di cronaca? Il solito esercizio collettivo di storytelling? E quindi, come ripetuto più volte, la narrazione di un’avventura a lieto fine? Forse, non la letteratura, ma il flusso comunicativo italiano percepisce ogni giorno di più la concorrenza dell’intelligenza artificiale e allora il nome e cognome del bambino, oltre alla sua fotografia, avrebbero avvalorato il racconto, aggiungendo un effetto di verità.
In ogni caso, dopo la pubblicazione dei dati del bambino, era evidente che l’anonimato dell’autista sarebbe finito in pochi secondi.
Salvatore Russotto, autista di sessantuno (61) anni, «originario di Agrigento ma da quarant’anni anni residente in Veneto». Qualche giorno dopo, l’autista era «mortificato», aveva detto ai giornali e alle televisioni.
Alcune componenti del flusso comunicativo avevano riportato per intero le parole dell’autista, mentre altre le avevano tagliate, o meglio, censurate.
Per esempio, quelle sui turni di lavoro, sul fatto che l’azienda avesse mostrato il percorso, «indicato le fermate e stop», senza nessuna formazione supplementare, come quella riguardante il comportamento in caso di minore sprovvisto di biglietto regolare. Tra l’altro, «dobbiamo pagarci le divise», aveva detto Salvatore Russotto, e inoltre, «quella mattina è stata delirante, tra la neve, il traffico, le strade bloccate», aveva aggiunto, «un uomo mi ha accusato di essere in ritardo, continuava a ripetere, i Borboni vengono qua e fanno quello che vogliono», e questo perché il passeggero aveva sentito «l’accento meridionale» dell’autista. La scena era stata ripresa da una donna con lo smartphone: quale che fosse lo scopo di questa donna, come non rendersi conto che si trattava di un gesto indelicato? Riprendere un uomo durante il turno di lavoro, un uomo che guidava dando le spalle a chi lo insultava e a lei stessa che lo riprendeva.
Gramellini, nel suo storytelling, aveva oscurato questa parte, perché la condizione lavorativa dell’autista avrebbe rovinato il taglio sdolcinato della storia. Certo, se fosse stato un autista africano e non un autista agrigentino, forse questi dettagli sarebbero entrati nel racconto.
Ma secondo Gramellini, l’autista avrebbe dovuto portare a casa il bambino “sano e salvo”, per “poi chiedere ai suoi genitori di pagare i soldi”. Insomma, seguendo il ragionamento, diciamo così, di Gramellini, lo stesso autista che, in pratica, era stato definito terrone da un passeggero mentre una donna lo filmava, ecco, l’autista che era in ritardo sulla tabella di marcia, e guidava nell’oscurità incombente mentre nevicava, avrebbe dovuto fermarsi, pagare il biglietto olimpico del bambino Riccardo con il proprio bancomat, spegnere il motore del bus, lasciare le altre decine di passeggeri in attesa, scendere dal bus assieme al bambino Riccardo, accompagnarlo a casa, suonare il campanello, spiegare la situazione, e allora la madre, grata e sorridente, quasi commossa, come in una pubblicità buona quando le luci calde di un appartamento ci rincuorano, gli avrebbe restituito i dieci euro, e infine, l’autista sarebbe ritornato alla guida, inquadrato dalla telecamera di videosorveglianza dell’autobus.
Nello stesso monologo, recitato con l’accompagnamento musicale, sotto lo sguardo alle soglie delle lacrime dell’attrice e conduttrice televisiva Miriam Leone, Gramellini aveva detto, «Ma cavoli, è un bambino! (…) Li vediamo ancora i bambini? A Minneapolis, a Gaza, in Ucraina, anche in Italia».
Insomma, migliaia di bambini assassinati dalle bombe equiparati a un bambino che cammina sulla pista ciclopedonale, a una dozzina di chilometri da Cortina.
Certo, l’autista aveva sbagliato, anche in assenza di una procedura chiara. Anzi, proprio per questo motivo, a maggior ragione, avrebbe dovuto trattenere il bambino Riccardo sull’autobus.
E invece il bambino Riccardo aveva camminato per un’ora e mezza sotto la neve, situazione che, tuttavia, lo aveva sottratto all’abitudine dello sguardo dal finestrino, donandogli un prezioso momento conoscitivo su se stesso, il paesaggio, il mondo.
L’autista, sospeso dall’azienda, pochi giorni dopo aveva incontrato il bambino Riccardo e la famiglia per scusarsi. Il biglietto olimpico non era più obbligatorio per residenti, studenti, bambini. Il bambino Riccardo era stato invitato all’inaugurazione delle Olimpiadi 2026 da Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano Cortina 2026. E infine l’autista, dopo la sospensione, era rientrato al lavoro, ma con un incarico diverso, e le incognite che una condizione di quel tipo comporta. Scelta dovuta all’enorme esposizione mediatica, avevano scritto e ripetuto i creatori, appunto, dell’enorme esposizione mediatica.
Insomma, un fatto avvenuto, ma una non notizia, era stata narrata dal flusso comunicativo come una storiella prodotta dall’intelligenza artificiale.
Forse per questo motivo mi era rimasta una sensazione di amarezza; quella solita, quando le parole, svuotate, mi sopraffanno. Ma le stesse parole possono ancora oggi indicare qualcosa, basta curarle e loro ci restituiscono un senso.
All’inizio di questo pezzo avevo scritto, a proposito del bidello di Djokovic: storiella, fandonia, frottola, panzana, fanfaluca. Già, proprio così.
La fanfaluca non è solo la frottola: è la cenere che si leva in alto dalle cose che bruciano.