ARTICOLO n. 64 / 2026
IL SOLSTIZIO DI TUTTE LE MIE ESTATI
Ho terminato di leggere Deleuze. Il desiderio di divenire di Rosy Braidotti edito da Castelvecchi il 21 giugno 2026, giorno del solstizio d’estate.
Come faccio sempre, ho annotato la data a mano nella prima pagina, come si segnano certi approdi, il desiderio di lasciare una traccia del momento esatto in cui qualcosa si è compiuto. Solo dopo ho capito che si trattava di una coincidenza produttiva, generativa per restare in tema.
Il solstizio è la massima espansione della luce. È una soglia. È il punto in cui qualcosa raggiunge il proprio culmine e, proprio per questo, inizia già a trasformarsi. Ed è anche l’inizio dell’estate, la stagione dell’eccedenza vitale, della proliferazione, della sovrabbondanza. La stagione in cui la vita sembra uscire dai propri argini e manifestarsi nella sua forma più generosa e traboccante.
Per questo non riesco a immaginare una conclusione più simbolica per la lettura di Braidotti su Deleuze.
Perché il libro che avevo tra le mani parla precisamente di questo: della vita come forza generativa, del desiderio come potenza produttiva, del soggetto come attraversamento di relazioni, intensità e trasformazioni continue. Parla del divenire contro ogni fissazione identitaria. Della molteplicità contro l’unità. Del movimento contro la stasi.
E quindi sì parla anche dell’estate.
Di tutte le estati della nostra vita, quando il surplus di calore, di odori di frinire di grilli e cicale ci ricorda la struggente positività di Zoè e di ciò che l’estate rappresenta simbolicamente: la vittoria temporanea dell’eccesso sulla misura, della crescita sull’equilibrio, della potenza sulla conservazione.
Il divenire nomade, il rizoma, la proliferazione delle connessioni, la capacità della vita di eccedere continuamente le forme che essa stessa produce: tutto ciò che Deleuze descrive filosoficamente trova nel solstizio e nell’estate una straordinaria immagine simbolica; l’abbondanza del divenire. Mai forma compiuta, ma espansione e ritrazione della potenza.
Ma questo articolo non nasce soltanto dal desiderio di parlare di un libro, ma dal desiderio di raccontare un incontro.
Un incontro per me trasformativo.
Non ho una formazione accademica. Non possiedo gli strumenti specialistici di chi frequenta professionalmente il pensiero contemporaneo. Il mio rapporto con la filosofia è sempre stato quello di chi la cerca come si cercano certe conversazioni necessarie: non per accumulare sapere, ma per orientare l’esistenza e interpretare il mondo degli umani.
Avevo incontrato Deleuze molte volte prima di incontrarlo davvero.
Ne avevo attraversato i concetti, ascoltato gli echi, riconosciuto le tracce nelle opere di altri autori che amo. Ma mi mancava una porta d’accesso. Quella porta, per me, è stata Rosi Braidotti.
E qui accade qualcosa di prezioso.
Perché Braidotti non si limita a spiegare Deleuze. Non lo monumentalizza. Non lo trasforma nell’ennesimo maestro da venerare. Lo rende abitabile, perfino accessibile.
E nel farlo introduce una qualità che raramente ho incontrato nella scrittura filosofica: una forma di generosità intellettuale che assomiglia a un’etica della relazione.
Non c’è la verticalità del padre. Non c’è il culto del maestro. Non c’è l’obbligo implicito di diventare discepoli né vesto di lui né tantomeno verso lei e il suo pensiero.
C’è piuttosto qualcosa che, da donna, mi sento di riconoscere come una pratica di sorellanza.
Una relazione che non diminuisce l’autrice davanti alla grandezza del suo interlocutore e non diminuisce l’interlocutore per affermare l’autrice.
Una relazione che accresce entrambi.
Ed è forse proprio questo il primo insegnamento deleuziano che il libro mette in pratica ancora prima di enunciarlo: la capacità di generare senza possedere, di trasmettere senza assoggettare creando legami senza trasformarli necessariamente in gerarchie.
In particolare vorrei soffermarmi su un punto chiave del libro e del pensiero deleuziano e fulcro del pensiero contemporaneo: il desiderio.
Da subito istintivamente forse già plasmata da un certo pensiero femminista, Lacan non mi entrava in testa, non mi permetteva di conoscerlo e inizialmente pensavo perché molto astruso e difficile per chiunque non sia molto addentro al pensiero psicanalitico, e ogni volta che mi avvicinavo alla concezione lacaniana del desiderio, avvertivo una resistenza.
Ma non era solo la difficoltà di comprensione, c’era qualcosa di più profondo.
Una sorta di estraneità.
L’idea che il desiderio nasca da una mancanza originaria, da una perdita costitutiva, da una ferita che nessun oggetto e nessuna relazione potranno mai colmare, mi è sempre apparsa tanto brillante quanto limitante.
Come se la nostra forza vitale dovesse essere spiegata a partire da ciò che ci manca.
Dando così un primato al negativo sull’affermativo. Come se l’uno venisse prima e non insieme all’altro.
L’incontro con Deleuze (ed in particolare tramite il pensiero femminista di Braidotti) è stato, sotto questo aspetto, una liberazione.
Perché qui il desiderio smette di essere nostalgia di qualcosa che abbiamo perduto e diventa invece capacità di produrre realtà.
Il desiderio è instancabile potenza generativa. Motore vitale che si nutre, o meglio attraversa anche la morte dei singoli per perpetrarsi.
Leggendo Braidotti ho avuto spesso la sensazione che questa diversa concezione del desiderio non fosse soltanto una teoria filosofica, ma una vera e propria etica dell’esistenza.
Una maniera diversa di stare al mondo.
Perché se il desiderio nasce dalla mancanza, allora la vita sarà inevitabilmente organizzata intorno a ciò che non abbiamo, se invece il desiderio è potenza, le domande diventano altre: che cosa siamo capaci di generare? Quali incontri siamo capaci di creare? Quali trasformazioni siamo capaci di accogliere? Quali mondi possiamo contribuire a far esistere?
Da una parte troviamo una soggettività costruita intorno alla perdita e alla frustrazione. Dall’altra una soggettività costruita intorno alla capacità di relazione e costruzione. Da una parte il desiderio come sintomo, dall’altra il desiderio come energia creatrice.
Potenza narrativa, per antonomasia prerogativa umana, che ricomprende finalmente però tutto il no umano in uno stesso movimento.
Forse è per questo che il pensiero di Deleuze continua ad apparirmi profondamente femminile, non come identità biologica o categoria essenzialista, ma come movimento, apertura, generatività e rifiuto delle gerarchie rigide.
Come diffidenza verso ogni struttura fondata sulla legge del padre, sull’autorità e sulla filiazione.
In questo senso il celebre assioma lacaniano secondo cui “il rapporto sessuale non esiste” mi appare quasi come il punto di massima distanza tra le due prospettive. Non perché Deleuze immagini una fusione armonica tra i soggetti, ma perché ciò che conta per lui non è l’impossibilità strutturale dell’incontro, bensì la sua capacità di produrre nuove configurazioni di vita.
L’accento si sposta non più ciò che manca tra due esseri, Ma su ciò che può accadere tra loro. Un elogio quindi del tentativo come la cosa, l’azione che nel suo solo compiersi, e senza per forza riuscire, ha già modificato il mondo. Ha creato connessioni, spostamenti, affetti, possibilità. Ha prodotto vita.
L’elogio del tentativo sottrae il valore dell’esistenza alla logica del risultato e restituirlo alla potenza del processo.
Non conta soltanto ciò che diventa stabile, ciò che resta o ciò che si realizza pienamente. Conta anche ciò che accade nel movimento, nell’attraversamento, nell’apertura di una possibilità. Il tentativo non è quindi la forma imperfetta del compimento. È una forma compiuta della vita.
E forse è proprio qui che il pensiero deleuziano incontra con maggiore forza la mia esperienza.
Perché ciò che ho trovato in queste pagine non è una teoria che descrive il mondo da lontano, ma una filosofia che autorizza la vita, il movimento, la trasformazione anche incoerente, la molteplicità e la contraddizione.
Le pagine che più mi hanno commossa e in cui viene fuori il possibile fronte etico di tutto questo pensiero, sono quelle dedicate alla nozione di Zoè, la vita intesa non come proprietà individuale ma come forza impersonale che attraversa ogni essere vivente.
Le ho lette e rilette più volte, fino a sottolinearle quasi interamente.
In quelle righe ho trovato qualcosa che raramente avevo incontrato espresso con tanta chiarezza, ovvero l’idea che la vita non appartenga veramente a nessuno di noi, ma che ci sovrasti, ricomprendendoci nel flusso vitale di ogni essere, e che proprio per questo la nostra esistenza acquisti una profondità ulteriore.
Siamo attraversamenti, manifestazioni momentanee di una forza che ci precede e ci sopravvive.
Per questo la riflessione di Braidotti sulla morte mi è sembrata così potente.
Non perché attenui il dolore della perdita. Ma perché anche in questo caso lo sottrae alla logica della pura negazione.
La morte non viene pensata come annientamento assoluto ma diventa piuttosto una riconsegna. Un ritorno al flusso più grande della materia vivente.
In un’epoca ossessionata dall’individualismo e dalla costruzione incessante del sé, queste pagine hanno avuto per me il valore di un antidoto.
Mi hanno ricordato che esiste una forma di libertà anche nell’abbandono dell’io.
Che esiste una grandezza nel riconoscersi parte di qualcosa di più vasto che non presuma divinità sovrannaturali, ma che lo faccia da un punto di vista radicalmente materialista.
Alla fine della lettura mi è rimasta soprattutto questa sensazione.
Che il desiderio non sia ciò che ci rende incompleti, ma ciò che ci rende vivi.
E che il pensiero, la filosofia, serva a cambiare il modo in cui abitiamo il mondo.
Per questo conserverò questo libro come si conservano certi incontri decisivi.
Non soltanto per ciò che mi ha insegnato, ma per il modo in cui me lo ha insegnato. Per avermi ricordato, anzi confermato, che il pensiero può essere una pratica del vivere.
E soprattutto, che è più interessante e importante diventare che essere.
Chiudendo infine l’ultima pagina nel giorno del solstizio non ho avuto la sensazione di aver terminato un libro.
Ho avuto la sensazione di aver aperto una stagione.