ARTICOLO n. 63 / 2026

ESTATE BACHMANN

non siamo stati bravi, ma tu sì

In una poesia di qualche anno fa, dedicata a Ingeborg Bachmann, la poeta marchigiana Barbara Coacci scrive: «Cosa posso più dire / adesso che ti ho qui sulle ginocchia / e bevo dalla carta / e mangio. Cosa ancora / dopo aver riconosciuto tutto / nel tuo specchio / tutto incarnato due volte il mondo / tutto già detto […]».

La poeta qui ammette che leggendo Bachmann tutto sia già stato detto e meglio, tutto, in un certo senso, ormai irraggiungibile. È, contemporaneamente, un desiderio e anche una sensazione di vicinanza, al cospetto di quell’altra che indica un oggetto come irraggiungibile, perché lo si comprende bene o perché non lo si coglie nella sua interezza. La letteratura di Ingeborg Bachmann è costituita da un codice che anche le lettrici e i lettori più attenti e appassionati non decifrano, almeno mai fino in fondo. Manca sempre un tassello, che è il motivo per il quale si riprendono in mano i suoi libri dagli scaffali, la ragione perché i suoi libri vengano di frequente rieditati e non solo quest’anno che ricorre il centenario dalla sua nascita. 

Centenario che è proprio oggi, 25 giugno, il giorno che scrivo questo pezzo. La poesia di Coacci prosegue in questo modo: «[…] Apparecchio / voglio mettermi comoda / sono un uccello pigro che non lascia il ramo / un neonato impotente alla parola». Così, come neonati, ci mettiamo comodi, cediamo alla pigrizia, accogliamo la parola di Bachmann, inermi, impotenti, in attesa.

Esce in questi giorni, per i tipi di Crocetti, Non siamo stati bravi, con la traduzione di Cristina Vezzaro. Si tratta della formidabile corrispondenza tra Ingeborg Bachmann e Max Frisch; lettere che vanno dal 1958 al 1972. Due tra i maggiori intellettuali del Novecento si scrivono per un sacco di anni, ed è molto di più che letteratura, è molto di più di uno scambio anche romantico. Si tratta di un flusso e di una forma di parole, di regole e sintassi che ci mettono il senso di un secolo davanti agli occhi, ci stanano come solo la letteratura sa fare. Il volume, un’edizione critica, corredata di commenti e di una doppia biografia, è di certo uno dei più importanti di quest’anno riguardo alle possibilità infinite di comunicazione e di racconto che possano esserci tra due scrittori. E, in seconda battuta, perché ci ricorda che l’unica cosa che spiega bene il tempo e il suo senso è la letteratura.

Tra loro due c’erano tredici anni di differenza e c’è stato un grande amore di circa quattro anni, le lettere sono poco meno di trecento. Nella distesa di queste lettere si può cercare di misurare il senso di un amore, la sua forza, il suo punto più alto, la sua fine, ma soprattutto si può misurare quanta profondità possa convergere in ogni singola parola. Ingeborg e Max quando si scrivono sembrano guardarsi negli occhi e negli occhi guardano il secolo breve, cogliendone le verità. In realtà nessuno dei due avrebbe voluto che questa corrispondenza fosse mai pubblica, ma gli eredi hanno deciso diversamente e noi lettori grati e un poco imbarazzati possiamo leggerle per la prima volta.

Frisch, agli inizi, aveva paura dell’inevitabile scintilla, era all’epoca ancora sposato, ma Bachmann con la consueta lucidità gli scrisse che non intendeva credere al fatto che sarebbero stati una sventura l’una per l’altro; e che credeva invece al fatto che avevano delle grandi possibilità. Aveva ragione, naturalmente, e anche un pochino di torto. Tutto mescolato. 

La relazione finirà: sempre desiderosi di starsi tanto vicini, sfiorando anche le nozze, ma mai in grado di rinunciare alla propria dipendenza, forse in questo non furono bravi, lo scrive Frisch, in una lettera molto triste e dolce che ha quel sapore che solo le parole della fine di un grande amore possono avere, eccone un pezzetto:

«Roma, con 34 gradi. […] Ti ho amata molto all’inizio e quando abbiamo preso questa casa. E in un certo senso serberò sempre affetto per te, nel senso di una ferita insanabile. Non siamo stati bravi. Perdonami se includo anche te; nemmeno tu, Ingeborg, sei stata brava. […] Ti auguro di stare bene nel tuo appartamento di Berlino, e ti bacio malgrado tutto (anche malgrado ciò che hai fatto con il mio diario della malattia) con tristezza
il tuo vecchio».

Questa lettera ci commuove fino alle lacrime e non abbiamo bisogno di spiegarci alcunché, ma sentiamo tutto, leggiamo Max ma vediamo Ingeborg, vediamo un grande amore che finisce ma che forse non si spegnerà mai, resterà in una forma di tenerezza che possiamo leggere in quel «il tuo vecchio» e più sopra in quel «ti bacio malgrado tutto». Già.

Nelle lettere che scrive Bachmann si riconosce il suo talento, quella cifra di scrittura che risulterà inarrivabile quasi per chiunque. Colpiscono e commuovono alcuni passaggi tipo questo, spedito da Napoli nel luglio del 1958:

«Ho riletto anche parecchie pagine di Stiller, mettendomi un po’ alla ricerca, illecita, di te, ma con sufficiente consapevolezza di ciò che è stato cambiato, ovviamente. In camera mia ci sono pochissimi libri, per la maggior parte tuoi, a volte li intervallo con un Hölderlin o un d’Annunzio in cui mi soffermo per divertimento su vocaboli assurdi che nessuno può spiegarmi – per evitare che sembri una fissazione. […] Ieri sono arrivate tre lettere tue, e la cosa dovrebbe rendermi molto felice, ma significa anche che dopo tre lettere non posso aspettarmene un’altra a breve – ecco come mi procuro l’infelicita! Molto infantile».

Infantile forse, ma adorabile. Bachmann parla di tutto in quelle lettere, di scrittura, d’amore, di solitudine, di aspettative e di attese, dei suoi tormenti. Sempre meravigliosamente inquieta.

L’inquietudine, appunto, è la sensazione che più di altre provo leggendo l’autrice austriaca, da quando l’ho letta per la prima volta, il giorno in cui mia moglie mi regalò una copia delle sue poesie edite da Guanda, in una edizione stupenda del 1978, nella collana diretta da Giovanni Raboni, a cura di Maria Teresa Mandalari. Stavamo insieme da poco tempo, porgendomi il libro mi disse: «Sappiamo ancora così poco l’una dell’altro». Quelle poesie mi colpirono molto, era come se da ogni verso trapelasse una ferita, e la poesia suturava ma non la chiudeva.

Da quei giorni ho sempre letto Bachmann pensando alle ferite e alle cicatrici, alla fatica dei giorni e a quello che possono fare le parole. Quasi tutto. «Paese di nebbia ho veduto, / cuore di nebbia ho mangiato», questa coppia di versi che chiude una bellissima poesia è diventata mia, come succede con i testi migliori, ho messo di volta in volta i miei pensieri, qualche volta il cuore, sopra le parole e i motivi di Bachmann. Dopo credo di aver letto quasi tutto, il modo di scrivere così preciso, rigoroso, di Bachmann mi ha sempre colpito. È così evidente il suo non voler lasciare nulla al caso. Ogni parola, ogni frase pesa, eppure diventa lieve nell’immaginario di chi legge, che può tradurre quei testi e farli diventare un fatto personale.

Il rigore però in Bachmann non toglie mai spazio alla grazia, di questo in fondo parliamo. La sua scrittura è piena di grazia, e parafrasando Anne Carson, possiamo dire che a quella grazia noi crediamo. Non è poco.

Da poco Adelphi ha pubblicato un libro di Fleur Jaeggy, Gli ultimi giorni di Ingeborg. La storia di una bellissima amicizia, sancita da una certa leggerezza, dalla capacità di condividere, di fidarsi, di ridere anche delle angosce più grandi. Il piccolo volume è diviso in tre parti, mi colpisce molto l’incipit in cui Jaeggy parla di vecchiaia, di una visione della vecchiaia. «Non abbiamo mai parlato della morte. Facevo dei progetti, sulla vecchiaia, sull’altra parte della vita, che già da adolescente mi attirava. Spesso dicevo: quando sarò vecchia, e avevo vent’anni o sette anni. Con Ingeborg parlammo della vecchiaia, lei sorrideva, a quella parola, ma non accompagnava né il cuore né un vero sorriso. Immaginavo una longevità senza morte, una casa di campagna, un muro, le descrivevo l’architettura esterna e la legavo con una corda». E fa sorridere in maniera malinconica oggi la reazione di Bachmann all’idea della vecchiaia e fa riflettere quella «longevità senza morte», per la scrittrice austriaca è diventato esattamente il contrario. Il fuoco ha anticipato la morte di troppo, ma la longevità è diventata eterna grazie a ciò che ha scritto, che abbiamo il privilegio di leggere.

In questi giorni, sempre da Adelphi, è uscito Requiem per Fanny Goldmann, tradotto da Magda Olivetti, un testo del 1978, un piccolo bellissimo libro di Bachmann. Si riconosce il suo passo fin dall’incipit, un testo breve che è molte cose, denso di fantasia, di ironia, di efficacia descrittiva, di capacità di sguardo sul mondo e di racconto, di forza e bellezza dei dialoghi. Leggendo e rileggendo Bachmann si osserva con chiarezza la differenza tra una brava scrittrice (e ce ne sono molte e ne siamo contenti) e una scrittrice straordinaria, Bachmann è lassù, una fuoriclasse. Per esempio, un passo così: «Masticava ogni singola parola, certe frasi poi le leggeva in fretta perché non le andassero di traverso, poi di nuovo parola per parola. Lui scriveva, e lei leggeva, e le cose sarebbero sempre rimaste così, lei aveva più di quarant’anni, e ormai non leggeva che un unico libro». 

E a volte sembra che Bachmann abbia scritto un unico libro in cui i romanzi sono collegati tra loro e, in qualche maniera, il loro incedere può sbucare in un’immagine di una poesia. Una meraviglia legata da una corda (come quella di cui scrive Jaeggy) che tiene insieme tutte le sue parole, affinché non ne perdiamo nessuna.

E andandocene via non possiamo andare per un attimo con la mente a Malina (Adelphi, traduzione di Maria Grazia Mannucci), quando leggiamo: «Nella testa mi cominciano a ronzare parole e poi c’è un bagliore, alcune sillabe già si levano in un luccichio, e da tutte le scatole delle frasi volano virgole variopinte […]» e poco più avanti: «Se questo libro dovesse esistere […] ci getteremo per terra dalla gioia solo perché ne abbiamo letto una pagina».

Ed è così, esattamente così per ogni pagina, per ogni libro di Ingeborg Bachmann.

ARTICOLO n. 62 / 2026