Paolo Massari

ARTICOLO n. 60 / 2026

STREGA: UNA TEMPESTA IN SALOTTO

Aria di tempesta intorno a un salotto – questo il titolo di un pezzo molto vivace dedicato alla prima edizione del Premio Strega uscito su La Stampa  del 22 giugno 1947, quando mancano poco di più di due settimane alla cerimonia di premiazione. Giornalista di grande cultura e scrittore lui stesso, Paolo Monelli, che lo firma, si augura proprio nelle prime righe l’adesione del lettore al suo titolo di «colore romantico e gozzaniano».

Monelli racconta ai lettori cos’è e come funziona il premio a partire dal suo nome: «Perché Strega? Perché i soldi, duecentomila lire, li hanno messi fuori i fratelli Alberti di Benevento che fabbricano quel giallo liquore». Dalla nominazione passa poi a rispondere alle altre possibili domande, a spiegare come funziona e da chi è composta la giuria: «E perché gli Amici della Domenica? Perché giudici del premio sono gli stessi frequentatori del salotto, coloro che almeno tre volte hanno partecipato a quelle riunioni domenicali; che nate come per caso da certi incontri clandestini al tempo dell’occupazione tedesca, sono diventate una consuetudine di gente delle lettere, delle arti, della politica».
                  
Il Premio alla prima edizione, la Repubblica neonata: le coincidenze temporali sono solo apparenti. Maria Bellonci, che insieme al marito Goffredo è l’anima del salotto su cui da ottant’anni, più o meno intensamente, si addensano tempeste, racconta così, nel 1976, le origini di quello che è a tutti gli effetti il più importante premio letterario italiano: «[L’idea] era nata da me, da me a paragone con gli altri, dalla nuova coscienza sorta nei tempi tanto incisivi della Resistenza durante i quali avevo imparato che gli uomini esistono gli uni per gli altri e che gli scrittori non fanno eccezione. Pensavo adesso che ciascuno avesse il dovere di vivere dentro un nucleo sociale e di offrire, potendo, alla comunità, un tributo di azioni quotidiane».
                 
Ecco riassunto in poche righe lo spirito alla base del premio che discende dai tempi incisivi della Resistenza. Monelli, nel suo pezzo sfolgorante e pieno di riferimenti più o meno espliciti, evidenzia anche l’impegno di Goffredo Bellonci nel lasciare fuori la politica dal suo salotto: «la politica, dato il numero di battaglieri giornalisti che vi si incontrano, di tutti i colori, di tutti i partiti, tenderebbe ad avervi il sopravvento se Bellonci […] non si sforzasse con amabile pignoleria a riportar le discussioni nella pura letteratura, anzi pura narrativa».
                   
Fin da subito la competizione si è dimostrata accesa: al momento di consegnare la scheda con la preferenza espressa, gli Amici della Domenica hanno trovato nell’appartamento dei Bellonci in via Fratelli Ruspoli – sulla porta c’era un cartello con scritto “Oggi si vota!” – anche una serie di messaggi tesi a orientare il voto, affissi al muro dell’anticamera: «Chi ha sofferto nel ventennio – darà il voto solo a Ennio» (Flaiano), «Donna che è savia non vota Moravia», «Lettore aperto vota per Berto», e così via. Ironie ma non solo, già Monelli evoca un clima di «congiure e sussurri, ire, sdegni, sospetti», e la stessa Bellonci, in quelle settimane, è costretta a evidenziare quanto il premio fosse libero da qualunque influenza e condizionamento politico -come invece sostenuto dai detrattori di Flaiano, favorito e poi effettivo vincitore della prima edizione del Premio Strega con il suo Tempo di uccidere.
  
Non sempre è possibile che il mondo fuori dalla casa di Roma di Maria e Goffredo Bellonci, stipato di libri, resti davvero fuori. Non a caso l’edizione del 1968, vinta da Alberto Bevilacqua con L’occhio del gatto, risente più di altre del clima incandescente. Pier Paolo Pasolini, in gara con Teorema, e alla sua terza partecipazione al premio – aveva già gareggiato con Ragazzi di vita nel 1955 e con Una vita violenta nel 1959 – si ritira polemicamente con parole che, come ricorda Gianluigi Simonetti nel suo Caccia allo Strega (Nottetempo, 2023), anticipano quelle di uno dei suoi più famosi e discussi interventi: «Sono venuto a conoscenza di fatti (di cui purtroppo non posso né, credo, potrò mai produrre prove) che mi hanno convinto che il Premio Strega è completamente e irreparabilmente nelle mani dell’arbitrio neocapitalistico». Denunciando lo scadimento del Premio, Pasolini rimpiange addirittura le edizioni degli anni Cinquanta – che per come parla sembrano più lontane di quanto fossero nella realtà – a partire da come allora, quasi bonariamente, poteva capitare che a uno scrittore venisse chiesto di ritirarsi perché “il milioncino della vittoria” faceva comodo alle finanze di una giovane scrittrice, figlia di scrittore, e in procinto di sposarsi – affermazioni che oggi, con le lenti e le sensibilità attuali, avrebbero fatto sicuramente discutere.
      
Nel 1959, quando Pasolini, come detto, partecipa con Una vita violenta, il premio viene assegnato postumo a Giuseppe Tomasi di Lampedusa per Il Gattopardo. Il cronista del cinegiornale è entusiasta, e non risparmia stoccate proprio a Pasolini, al linguaggio “di vita”, alle «parolacce che fanno tanto verismo». Il Gattopardo ha vinto, dice il cronista, perché era giusto così, e perché nessuno in Italia, dopo Malaparte, aveva scritto così bene. La chiosa è ancora una bordata contro PPP, inquadrato in primo piano, pensoso. «Pasolini sembra domandarsi costernato – conclude il cronista – ma insomma, siete amici miei o del Gattopardo?».

In tema di ricorrenze tonde, il primo luglio 1987, su Repubblica, Daniela Pasti si domanda: «Il quarantesimo anniversario del premio Strega sarà anche l’anno della sua fine? I telefoni del mondo letterario romano e milanese sono diventati addirittura incandescenti ieri mattina dopo la lettura dei giornali che riportavano la notizia del ritiro di Luigi Malerba». Sono passati altri quarant’anni, intanto, e il Premio sembra ben lontano dalla sua fine – come pure le polemiche dallo spegnersi. Il 1987 vede il ritiro di Malerba, in gara con Il Pianeta azzurro, pubblicato da Garzanti, editore al centro delle polemiche anche per la partecipazione di Claudio Magris, con uno tra i suoi titoli più noti e apprezzati, Danubio – criticato da alcuni per la sua forma non del tutto assimilabile a quella del romanzo ma sostenuto con forza da Annamaria Rimoaldi, che aveva preso intanto il testimone di Maria Bellonci. Colpisce, in quell’occasione, che proprio Magris abbia chiesto agli Amici della Domenica di non essere votato, attraverso un telegramma – perché in gara per un altro premio, ma forse anche per l’allergia alle polemiche. A vincere quell’edizione, alla fine, è Stanislao Nievo con Le isole del paradiso. Colpisce rileggere una dichiarazione di allora proprio di Livio Garzanti: «La pressione degli editori è diventata eccessiva e oggi mi induce a pensare che sarebbe molto meglio che gli editori non partecipassero direttamente ai premi, o che, almeno, la mia casa editrice per quanto possibile se ne astenesse».

Gli aneddoti, le polemiche, i colpi di scena più o meno previsti e prevedibili sarebbero ancora tanti. Chi sia interessato a ripercorrere la lunga linea del tempo del Premio Strega può visitare, fino al 30 agosto, la preziosa mostra Uno, cinque, dodici. Ottant’anni del Premio Strega, a cura di Maria Luisa Frisa e Mario Lupano, al Museo Macro di Roma. Tante le curiosità, anche statistiche, compresi i premi postumi – Tomasi di Lampedusa con Il Gattopardo (1959), la stessa Bellonci con Rinascimento privato (1986), Mariateresa Di Lascia con Passaggio in ombra (1995) e Ada D’Adamo con Come d’aria (2023). E ancora: le sfide all’ultimo voto, gli autori premiati due volte (entrambi maschi), quelli più volte in finale, il numero minimo o massimo di pagine dei romanzi tra le varie edizioni.
      
Ottant’anni dopo, è utile anche tornare alle riflessioni della stessa Maria Bellonci sulla natura e la temperatura del Premio: «Più volte mi sono domandata quando ebbi la percezione di avere architettato una polveriera, con questo premio, che ogni anno in qualche modo sarebbe esplosa esponendomi (ed esponendo Goffredo) a far da bersaglio (e Guido Alberti con noi, ma in modo assai meno diretto per sua fortuna). Abbiamo avuto costante la fedeltà degli amici vicini e la comprensione del pubblico; ogni incomprensione è stata quasi sempre di coloro che vivono in una zona intermedia, né vicini, né lontani».