Malcom Pagani

ARTICOLO n. 55 / 2026

STARE SULLA PORTA

Guida per sopravvivere alle notti d’estate

Alle tre del pomeriggio, la domenica specialmente, il nostro vicino di casa, il nostro dirimpettaio a essere precisi, usciva in canottiera e pantaloncini sul balcone per inveire contro il cane di famiglia. Era tutto un rosario di porchiddii porchemadonne, una litania colma di “basta”, “vojo dormì” e “mortacci vostra”, un latrato, anch’esso, con una non troppo celata sindrome competitiva alla radice. 

Il cane, una specie di pastore belga che al pastore belga, almeno questo si può dire senza offendere la verità, somigliava – era quasi interamente nero, libero di inseguire usignoli e suggestioni all’ombra del giardino e assai felice di esprimersi. Si chiamava Stella perché mi era parsa una buona idea darle lo stesso nome di chi me lo aveva regalato e aveva brillato nelle nostre vite, forse anche a causa di quell’intuizione infelice, molto più a lungo della ragazza. Il cane abbaiava, il vicino invitava alla soppressione: «Dateje la porpetta» e io cercando di soffocare la vergogna – non venni mai battezzato, ma la bestemmia, che pure tra le mura domestiche si palesava, mi turbava – ascoltavo ad altissimo volume Tutto il calcio minuto per minuto. Molto grasso fin da bambino e sottoposto a indicazioni mediche delinquenziali per voce di mio padre: «Mangia tutto ciò che vuoi per l’intera settimana, poi da lunedì ti metti a dieta», nelle partitelle con i coetanei ero finito dritto, dritto in porta.

Era successo nell’estate 1982, a Pesaro, in una partita con i cugini, sulla ghiaia del giardino che circondava la grande casa famigliare che i padri dei nostri nonni, quattro fratelli dotati di una certa oculatezza, avevano acquistato insieme a inizio Novecento. Uno dei nonni era stato calciatore nelle serie minori umbre e da attaccante tutto brillantina e coraggio si era fatto valere decidendo il derby tra Gubbio e Tiberis Umbertide, il suo paese natale, all’ultimo secondo utile. Aveva segnato e suo padre, fino ad allora infiltrato e silente in tribuna tra gli eugubini, aveva osato disvelarsi ed esultare gridando con tutto il fiato che aveva: «Quello è il ‘mi figliolo», ricevendo pugni e calci, sfuggendo infine al linciaggio e alle due colonne in cronaca per un pelo.

Giocavamo a pallone tutti i giorni e avevo ottenuto di poter comprare protezioni per le ginocchia, gonfie e piene di mercurio cromo e guanti Uhlsport, quelli blu e rossi con la mezzaluna che indossava Dino Zoff perché gli omologhi gialli e neri vestiti da Ivano Bordon – da allora e per qualche anno a venire, con la sua malinconia da eterno gregario, il mio calciatore preferito – tra gli zoccoli dei tedeschi e le creme solari, nei negozi della riviera, proprio non si trovavano. Fingevamo di essere Maradona e Giresse, Bats e Schumacher, cercavamo di imitare il calendario del mondiale, armavamo telecronache immaginarie, stilavamo classifiche. Andrea, il cugino più preciso, teneva il conto dei risultati su un quadernino fin quando, una sera più estiva delle altre, vidi gli adulti comportarsi in modo diverso dal solito. Eravamo tornati dal mare con un anticipo sospetto e i più forti tra loro si aiutavano a vicenda per spostare mobili e divani. Avrebbero visto la partita insieme, Italia-Germania, all’ora di cena, imprecato per il rigore di Cabrini, tirato giù due lampade al gol di Tardelli, invaso come altre decine di migliaia di persone il lungomare e mangiato un gelato tricolore, regalato, eccezionalmente, da un barista più attento ai sentimenti che alla cassa proprio all’ombra della scultura di Pomodoro.

Con il pollice del piede destro attraverso la pianta del sinistro in un movimento orizzontale che ne copre l’intera superficie. È notte, le cicale hanno smesso di frinire, dalla finestra spalancata mi arrivano echi lontani della telecronaca di Ghana-Panama e assalito dal prurito sto affrontando e perdendo la mia partita contro le zanzare. Da quel mondiale del 1982 sono trascorsi quarantaquattro anni. Ci si abitua a tutto: alle estati tropicali come alla mutazione della memoria. Una volta ricordavo dov’ero quando da uno schermo l’Italia giocava i Mondiali. Adesso, mentre giro il cuscino dando la colpa dell’insonnia alla dipendenza da Coca Cola, mi vengono in mente solo i luoghi e le persone con cui mi trovavo al momento della revoca del visto. La televisione della casa di Diego, a Milano, trasformata in un paesaggio di Schifano, nel silenzio funerario di tutta la tavolata che si svuota allo stesso ritmo di San Siro mentre quelli in maglia gialla puntano le braccia verso il cielo. Il profilo stravolto di Giulio e Matteo mentre la Macedonia del Nord rende Palermo una succursale di Oslo e la pizza si adegua, si raffredda e si raggrinzisce nei cartoni fino ad assumere una forma aliena. Il divano di un albergo di Torino da dividere con Paolo nell’istante esatto in cui la Bosnia scopre che le è toccato in sorte il primo premio della lotteria.

Noi non ci siamo e non ci saremo per almeno altri quattro anni. Se ci va bene alla fine del calvario, stazione dopo stazione, saranno sedici. Non mi ricordo neanche più l’ultima volta che ho visto con trasporto una partita della Nazionale, ma non ho dimenticato neanche uno dei Mondiali della mia vita. Quello disgraziato, del Messico, con Ancelotti fatto fuori dai test in altura e Giovanni Galli messo in croce come accadrà a Zenga quattro anni dopo.

A Italia ’90 ci credevamo tutti. A bordo dei primi motorini passavamo di appartamento in appartamento, di partita in partita, sapevamo tutto delle rose, degli allenatori, del Camerun di Milla e ci eravamo innamorati di Totò Schillaci e delle sue espressioni da caratterista di un film di Stelvio Massi.  A Napoli, con Maradona finì male e qualcuno pianse. La finale per il terzo e quarto posto, a Bari, non la vide nessuno. Ci saremmo rifatti, pensavamo. Non temevamo il peggio. Aspettavamo il Mondiale solo per capire con chi avremmo giocato, non per sapere se lo avremmo giocato. In America tifammo per Roberto Baggio. In Francia mi dispiacque per Cesare Maldini non meno che per Gigi Di Biagio. In Corea ce la prendemmo con l’arbitro. Poi vincemmo ancora, con la stessa incredulità di ventiquattro anni prima e a un certo punto, semplicemente, non accadde più.

Detesto il freddo e per anni ho compianto chi usava l’aria condizionata. Aspettavo per mesi la bella stagione che porta con sé, nell’aria immobile, già il vento della fine. E aspettavo i Mondiali, ogni quattro anni, per riunirmi con gli amici davanti al televisore. Chi non l’ha vissuto, non può capire. Chi non c’è stato, tra famigliari di Peroni gelata diventate calde troppo in fretta e magliette chiazzate dal sudore, capire non può.

Del nostro passato mi manca soprattutto questo: il rito conviviale che rende il calcio un linguaggio universale. Maniaci e neofiti. Esperti e improvvisati, tutti insieme, per due ore. Ho sempre fatto parte della prima categoria. Da bambino guardavo le tv private, il teatro dell’ex ispettore di Ps Giulio Galasso, di Lamberto Giorgi e di Michele Plastino e spendevo tutto ciò che avevo per comprare i tre giornali sportivi, il Guerino con i disegni di Paolo Samarelli e il film del campionato, un paio di altre improbabili riviste tirate su da Maurizio Mosca e, a ondate, decine di pacchetti di figurine Panini per completare album che restavano quasi sempre con qualche buco perché c’è stato un Pizzaballa in ogni epoca.

I giornali li leggevo tutti con una passione insana per i campionati minori fino alla serie C2. È una passione che ho ancora oggi, indifferente ai capelli bianchi e al mio essere fuoriquota su ormai troppi aspetti del vivere civile. Non gioco più anche se ancora oggi sogno ricorrentemente di esordire in serie A perché esistono segnali che valgono più di una sentenza e l’ultima volta che mi sono fatto convincere, al primo tuffo, mi sono rotto tre costole, ma continuo ad andare allo stadio – ad abbonarmi e a tifare per una delle poche squadre italiane senza neanche un rappresentante ai Mondiali. E naturalmente, nonostante ferite e delusioni delibo ogni singola amichevole estiva e turno preliminare di Coppa Italia come un bulimico in piena crisi d’astinenza aggredirebbe gli avanzi a frigo spalancato.

Il Mondiale, anche senza l’Italia, è un potente palliativo che mi accompagnerà con meno sofferenza al nuovo rendez-vous. Quindi via con Capo Verde, via con l’Iran, via con Curazò, come direbbe Paolo Conte, ma con un gusto incerto, da guardone, da spettatore di un amore altrui. Stanotte giocheranno Giordania e Algeria. A Petra, per salire fino in cima, rischiai di non camminare mai più. Al-Taamari, l’attaccante, trotta in Francia. A Petra forse non è mai stato proprio, come molti romani hanno visto il Colosseo solo da fuori. La nostra condizione naturale, il nostro destino da neo-elemosinieri: stare sulla porta, come mendicanti di calcio, direbbe Galeano, in attesa che qualcuno, più caritatevole di altri, lasci una moneta.