Lorenzo Prattico

ARTICOLO n. 77 / 2026

L’ESTATE DI ANTHONY BOURDAIN

In collaborazione con I Wonder Pictures pubblichiamo una lettura di Tony. Diario di un giovane cuoco di Matt Johnson, al cinema dal 27 agosto.

Raccontare bugie è un’arte da poeti e mercanti.
Entrambi vogliono che qualcuno creda a qualcosa che fino a poco prima non esisteva. Entrambi vendono sogni, desideri, la nostalgia di qualcosa di nuovo e lontano.

Poeti e mercanti sono i migliori clienti di sé stessi: consumano per primi quell’illusione, prima ancora di offrirla agli altri. 

I mercanti, almeno, ci guadagnano.
I poeti invece, sono pessimi spacciatori: corrono sempre il rischio di finire in overdose del proprio prodotto.

Le loro bugie servono più a loro che a chi le ascolta. Sono strumenti per orientarsi e scegliere una direzione. Per dare forma a qualcosa che, come i gatti, soltanto loro riescono a vedere. 

Finché arriva un giorno, che sembra all’improvviso, in cui non sono più gli altri a dubitare di quella storia, ma loro stessi.

Un giorno, un momento preciso, in cui decidono di accorgersi di chi sono in realtà. Di ciò che hanno costruito e di ciò che hanno nascosto. 

E allora crollano.

Con Tony, Matt Johnson sceglie di raccontare quel momento sospeso nella vita di Anthony Bourdain.

A interpretarlo Dominic Sessa, già accanto a Paul Giamatti in The Holdovers. Non è soltanto una somiglianza fisica quella che lo avvicina al giovane Bourdain: entrambi vengono dal New Jersey, dove Bourdain è cresciuto, e in entrambi sembra vivere la stessa inquietudine, la stessa fame storta.

Anche il modo in cui Sessa è arrivato a fare l’attore racconta qualcosa di lui. Dopo un infortunio durante la pre-seasondel campionato universitario di hockey, un incidente in skateboard gli provocò la frattura del femore. Costretto a fermarsi, si iscrisse al dipartimento di teatro della scuola. Lì interpretò Creonte, il re di Antigone, e scoprì la recitazione.

Non so quanto il passato possa rivelare davvero di una persona, ma mi fido del dolore e di quello che insegna.

Johnson sembra lavorare proprio su ciò che Sessa già porta negli occhi. Per tutto il film il suo sguardo ha la stessa voracità di quello di Bourdain: la fame di essere visto, di trovare un posto nel mondo, di trasformare la rabbia in qualcosa.

Ad aiutare l’immersione c’è anche la sua preparazione al ruolo. Prima delle riprese, Sessa ha lavorato nella cucina del bistrot Gertrude’s accanto allo chef Eli Sussman, considerato tra i migliori cuochi di New York dal New Yorker e dal New York Times.

Tutto questo, soltanto per raccontare un’estate.

Quella del 1975.

Quando Bourdain ha diciannove anni e non è ancora Bourdain.

È l’estate di un ragazzo triste, arrogante e narcisista. Brillante quanto spezzato, lasciato a galleggiare dentro un’estate a mezz’aria, una domenica lunga tre mesi.

Provincetown è sull’Atlantico, nel pieno della stagione: turisti ovunque, locali aperti, strade piene di voci e corpi. Eppure, per lui, la città sembra sospesa, allo stesso tempo viva e disabitata. Una scenografia straniante dove ogni marciapiede diventa il palcoscenico delle sue paranoie, lasciate libere di danzare tra le strade, deserte o affollate che siano. 

A perdersi con lui, i personaggi interpretati da Emilia Jones (CODALocke & Key) e Antonio Banderas (presto in sala anche con Above & Below), rispettivamente il primo amore e la rappresentazione romanzata dei primi mentori del giovane Bourdain. Entrambi personaggi a prima vista più consapevoli di lui, si dimostreranno altrettanto fragili e in cerca di risposte quanto il ragazzo, lasciando emergere quanto sia sottile il confine tra chi cerca e chi ha trovato già.

Attraverso i continui dubbi e le bugie di Tony, il film esplora come ogni versione di sé che il ragazzo costruisce finisca inevitabilmente per ferire chi gli sta intorno. Sempre insoddisfatto di ciò che pensa di essere, Tony passa i suoi giorni a inventare immagini da offrire agli altri: alla ragazza che un giorno diventerà sua moglie, alla sua famiglia, fino a chiunque sfiori la sua vita per cinque minuti a una festa. Ma il pericolo di quelle bugie non si nasconde soltanto nel modo in cui feriscono chi ama, ma soprattutto nella distanza che creano dentro di lui, tra la persona che continua a raccontare di essere e quella che, prima o poi, sarà costretto ad accettare.

Ed è proprio in quel momento di rottura che arriva la cucina.

Parlando di quegli anni trascorsi a Provincetown, Bourdain raccontò anni dopo della sua scoperta di cosa fosse realmente la cucina di un ristorante: un luogo caldo, rumoroso e violento, dove centinaia di turisti affamati aspettano il proprio piatto e dove la pressione, la stanchezza e la rabbia possono diventare «la tua scusa per comportarti male in ogni altro ambito della tua vita».

Quando arrivò a Provincetown, Bourdain era un ragazzo già a un passo dalle droghe e senza una direzione. Nelle cucine di Ciro & Sal’s, il ristorante a cui il film si ispira, trovò però qualcosa che ancora non sapeva riconoscere: uomini spezzati come lui e rituali capaci di dare una forma al disordine.

Non una soluzione al proprio buio, ma una struttura dentro cui contenerlo.

Almeno per un po’.

Nella vita reale come in Tony, tra quelle padelle e quei turni infiniti, Bourdain sfida il destino e getta le fondamenta che anni dopo lo avrebbero portato a scrivere Kitchen Confidential, il suo primo bestseller, il libro che gli cambierà la vita.

Ed è forse in questo dialogo segreto tra Johnson e lo spettatore che si trova l’aspetto più brillante e crudele del film: in quel gioco continuo tra ciò che vediamo e ciò che sappiamo.

In Tony conosciamo un ragazzo che, lentamente, comprende che nessuna delle mille versioni di sé che continua a vendere agli altri può davvero appartenergli se prima non accetta quella da cui continua a scappare.

È un film di luce, quasi di vittoria. Ma ogni sorriso in sala è incrinato dalla consapevolezza di una fine già scritta. Perché è impossibile guardare Tony senza pensare a quel dolore che, molti anni dopo, tornerà a bussare alla porta di una stanza dell’hotel Le Chambard.

Eppure Tony non è un film sulla fine, anzi. È un film sul momento in cui una persona riesce, anche solo per un istante, a rimettersi in piedi.

Per questo la ferita che lascia è così luminosa: Tony racconta, senza mai dichiararlo, che la luce e il buio possono abitare lo stesso luogo. Che il fatto che una vita possa spezzarsi non rende meno veri i momenti in cui quella stessa vita ha trovato forza, direzione, bellezza.

Il dolore può arrivare anche dopo. Può bussare forte, troppo forte come quel giorno. Ma non cancella ciò che è esistito prima. La fine di una storia non mette in dubbio la verità dei suoi momenti migliori come la morte non mette in dubbio la vita.

Anche un’estate piena di urla, dolore e rabbia può contenere tutto l’amore di cui avevamo bisogno.