ARTICOLO n. 38 / 2026
PERCHÉ SCRIVO
Cos’è la scrittura nella mia vita
Su The Italian Review una riflessione sul senso e i motivi della scrittura. Una serie aperta con il contributo di Louise Glück, La scrittura come trasformazione.
Da piccolo avevo molti divieti. Quando raggiunsi l’età per le prime feste, i miei genitori mi fecero la cosa che arrivò a definire il mio rapporto con il mondo. Raggiungevo la casa con l’autobus intorno alla nove-nove e mezza. Se c’erano strumenti musicali, mi sedevo a suonare il pianoforte o la chitarra, cantavo, mi chiedevano le canzoni. Altre volte, mi mettevo in un angolo a parlare con una ragazza. Alle dieci e mezza in punto suonava il citofono e dovevo scendere, erano i miei che venivano a prendermi. Ero alto un metro e ottanta, una cenerentola con i capelli lisci biondo cenere. Me ne andavo nel dispiacere, che mi gratificava e uccideva, delle persone che avrebbero voluto continuare a cantare con me.
Non ero in grado di disobbedire. Come ho scoperto poi lungo decenni di cura psicologica, non avevo mai disobbedito ai miei genitori perché, col distacco che avrebbe provocato in loro la mia disobbedienza, il mio equilibrio si sarebbe guastato così violentemente da lanciare la mia vita in tutt’altra direzione da quella, per lo meno psichiatricamente stabile, in cui ero finito scendendo a patti con i loro divieti. Il mio trucco per trovare equilibrio, mi è stato spiegato, era che mettevo nell’arte tutta la vita che non potevo vivere.
Però i miei genitori non volevano che suonassi. Sentivano che la musica mi avrebbe portato a fare una vita irregolare. Finirai nei locali coi drogati.
A sedici anni allora cominciai a scrivere. A differenza della musica, la scrittura era un peccato impalpabile, perché se i miei potevano sentirmi suonare e cantare a squarciagola chiuso in camera (sono uno che scoppia ancora a piangere mentre canta e si chiede ogni volta da dove arrivi quel dolore), invece non potevano sentirmi scrivere.
Esistevano motivazioni solide per non farmi restare alle feste oltre le dieci e mezza. Ne esistevano per non farmi andare nei locali a suonare. Ne esistevano per dirmi che con l’orecchino sembravo f. Quando mio padre me lo disse ridendo, appena mi presentai al tavolo di un ristorante durante un viaggio di famiglia in cui avevo portato mia sorella con me in un negozio che faceva i buchi alle orecchie, mi scattò dentro una leva che conoscevo già molto bene: invece di rispondergli male, da quel momento evitai di seguire le indicazioni che mi aveva dato il negozio e non disinfettai mai il buco con l’alcol finché non mi si gonfiò il lobo e dovetti rinunciare al tondino d’oro col brillocco bianco. Lo recuperai in una bolla di pus e sangue per buttarlo nel cestino. Ricordo ancora il crudele piacere di raschiarmi via le croste del lobo con l’unghia e sentir bruciare l’infezione.
A volte, quando sento aprirsi sotto di me il vuoto, penso di aver sbagliato vita, di aver scelto un’altra arte, la narrativa in prosa, per un motivo sbagliato: rispettare il divieto di famiglia di dedicarmi alla musica. Non saprò mai cosa c’è di vero in quella sensazione, ma al tempo stesso credo ci sia un motivo per cui ho bisogno di sedermi a scrivere. La sintassi dà a queste parole – che sono immagini – uno spazio per riorganizzarsi e parlarmi in modo più personale di come non parlassero i divieti di cui è stata fatta la mia non formazione di ragazzo.
Il motivo per cui resto attaccato alla scrittura è che sento che ho un lavoro da finire, un processo d’appello, una vendetta, la riscrittura di una storia. La mia non è un’arte felice. Scrivono sempre che ho ironia e mi fa male leggerlo. La mia scrittura è una scrittura dell’infelicità. Però è vero che le mie parole e la mia sintassi hanno un certo modo di muoversi che a volte dà un senso di euforia, o più che altro di distacco. È che sto cercando di prendere le parole della morale e dei divieti e cambiare l’ordine in cui mi sono state dette.
Questo lavoro non può farlo la musica. Almeno per me. Io resto attaccato a un’arte fatta solo di linguaggio perché il linguaggio è la magia con cui mi sono stati imposti i divieti. Devo rovesciare quella magia nera. La morale è quella magia nera. La morale che voleva che io non seguissi nessuna delle mie inclinazioni. Io sono stato frenato dal linguaggio, non dalla coercizione fisica. Io lasciavo la festa per salire sulla macchina dei miei genitori non perché mi aspettavo restrizioni fisiche alla mia libertà in caso avessi disobbedito. Il loro linguaggio ammaliante mi aveva convinto che ogni mia inclinazione felice era un pericolo. Era un linguaggio che non avevano creato loro per me, contro di me: l’avevano ricevuto, e anche loro ne erano stati ammaliati.
La mia vita è stata dominata dal rapporto tra il linguaggio e la morale. Scrivere per me è riappropriarmi delle parole della morale e metterle, nella sintassi, sulla pagina, nell’ordine che rivela la falsità della morale come strumento per regolare la vita a priori, senza prima scoprirla, esaminarla.
Impariamo quasi tutto sottoforma di morale. Ma la morale non ha a cuore la nostra felicità né la nostra pace mentale. La morale è una macchina da guerra. Ogni singola cosa che ci viene insegnata nella società industriale è una bugia che serve a mantenere il funzionamento di una grande macchina da guerra. Anche innamorarsi è ormai un ingranaggio piccolo, preciso e grazioso di quella macchina. Tutte le grandi cose che organizzano la nostra vita ci sono state presentate con la menzogna. Non ho mai capito niente di quelle spiegazioni-istruzioni. Ti devi fidanzare, devi ripetere una lezione a voce, questo sarebbe un esame, devi dimostrare di sapere una cosa, devi dimostrare di aver voglia di fare quel lavoro, devi dimostrare che sei capace di lavorare in gruppo, devi non aver niente da rimproverare a te stesso mentre ti guarda Gesù, devi partecipare al processo sociale. Fin da piccolo l’ho sempre sentita come una tortura. I giochi dei bambini – tu sei mio amico, no tu non sei più mio amico ora sono nel gruppo con loro – li ho sempre sentiti come una tortura.
Così i miei pensieri. Poi arriva la scrittura e mi regala lo spazio delle frasi, le cerniere e i cardini della sintassi, per fare una bambola di parole, forse una bambola vudù. Appena posso prendere le parole della morale e dar loro una vita mia, un movimento mio, grazie alla punteggiatura e alla scelta anche spontanea di un ordine che sento mio, e questo movimento di frasi viene messo in un paragrafo su questo schermo, mi pare di aver messo le mani in un grande libro di leggi false contenuto al Ministero dell’Interno e di averne riscritto di nascosto una parte, in una maniera per cui dopo certe leggi non possono più far condannare persone innocenti.
Durante questa operazione, ogni volta, sento di saziare una sete impossibile.
Mia madre aveva sempre usato l’espressione “madre presente” per spiegarci che aveva scelto con molta convinzione di essere una madre che non lavorava e stava con i figli. Ce ne parlava continuamente. Siete fortunati che sono una madre presente. Da grandi, l’argomento era uscito fuori diverse volte tra me e mia sorella: noi pensavamo che non ci pareva le fosse piaciuto essere madre. Un giorno, quando aveva già compiuto settant’anni, mentre chiacchieravamo di pomeriggio a casa sua non so di cosa, se dell’educazione che ci aveva dato, forse, oppure del mio lavoro, mia madre stava parlando con una voce insieme vaga e curiosa, una voce più morbida del solito, e a un certo momento, come atterrando su un pensiero, mi disse: “In effetti io non so perché ho smesso di lavorare. Mi piaceva insegnare. Forse non c’era neanche tutto questo bisogno di stare sempre con voi”.
Quell’espressione, “madre presente”, si era diffusa nel mondo con la sua forza morale, e aveva convocato, radunato tante donne tra cui lei: ciascuna l’aveva trovata un’espressione alta e sonante, l’avevano seguita. Magari per molte di loro era stata la chiamata giusta, ma qualcuna, tra cui forse mia madre, era semplicemente stata ammaliata dalla sua potenza.
Le parole morali reclutano senza guardare ai casi particolari. Per trovare la strada giusta nei casi particolari bisogna provare e sbagliare, in un rapporto con le parole, per forza, e con le ideologie che le raccolgono in un ordine o in un altro, ma funziona sempre meglio se c’è una pazienza nel tentare e sbagliare e ritentare.
La scrittura per me è fare quello che ho fatto in queste ultime righe sulla “madre presente”. Ho bisogno di osservare un insieme di parole che di solito si presentano in un certo ordine per cantare una certa adunata, e provare se, scambiando l’ordine, giocando con la punteggiatura, quell’insieme di parole diventa qualcos’altro, qualcosa che non deve insegnare niente, che non deve convincerti a cambiare comportamento, a seguire un codice. Sento che c’è una forza liberatrice nel ricomporre l’ordine di certe parole per scoprire dove cedono. Non cedono nel vuoto, anche se cedendo fanno vedere il vuoto.
Prima ho iniziato quella storia così: “Mia madre aveva sempre usato l’espressione “madre presente” per dirci che aveva scelto con molta convinzione di essere una madre che non lavorava e stava con i figli”. In questa frase ho, d’istinto, senza premeditazione, usato parole forti come madre, sempre, usare, espressione, presente, dire, scegliere, convinzione, lavorare, figli.
Madre, sempre, uso, espressione, presenza, parola, scelta, convinzione, lavoro, figli – sono immagini e concetti che hanno una solennità. In quella frase assemblata rapidamente, alla ricerca di una verità del mio cuore (verità, cuore), quelle parole solenni hanno composto immediatamente un quadro di esitazione, imperfezione, fragilità, tenerezza. Mi è bastato dire “scelto con molta convinzione” – “aveva scelto con molta convinzione di essere una madre che non lavorava e stava con i figli” – per far aggrottare le sopracciglia della madre che ognuno sta immaginando in questo momento. Le parole di quella macchina morale che ti ha proposto dei modelli granitici come “madre presente” qui vengono ricombinate d’istinto per scoprire se possono dire qualcosa di più delicato: nel caso di mia madre, la fragilità di una donna ispirata che cerca una guida nell’espressione “madre presente” e poi a distanza di anni non sa se è stata un’illusione oppure una vita vissuta pienamente.
Non era nei miei piani raccontare di mia madre in questo modo. Non sapevo che avrei parlato di mia madre. Questo da trent’anni è il mio processo, da quando era adolescente. Stavolta mi sono dissetato parlando di mia madre.